Iran, le sfide del presente e del futuro

Voci Globali mi ha intervistato sulla situazione  politica in Iran a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Il prossimo maggio in Iran si terranno le elezioni presidenziali. Come sta cambiando il Paese, oggi così centrale nel determinare gli equilibri in Medio Oriente? Lo abbiamo chiesto al giornalista Antonello Sacchetti, autore del libro “La rana e la pioggia – L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (Infinito Edizioni)

Antonello, l’Iran è un Paese che conosci bene e da vicino: quali sono i cambiamenti più significativi nell’ultimo decennio?

In Iran negli ultimi dieci anni si sono vissute stagioni molto diverse. Il mio primo viaggio in Iran fu all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad, e gli otto anni successivi furono segnati da momenti drammatici, come la crisi elettorale del 2009, con l’Onda Verde, i sospetti di brogli, la repressione e uno stato di effettiva chiusura del Paese. Ancora nel 2012 l’atmosfera era molto pesante: le sanzioni da parte di Usa e Ue avevano isolato la Repubblica islamica e in molti temevano un attacco da parte israeliana ai siti nucleari. Attacco che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente. Poi l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013 ha aperto una fase politica diversa. È ripreso il dialogo con l’Occidente, come anche gli scambi commerciali, e il turismo occidentale sta registrando un boom clamoroso. Ovviamente non sono tutte rose e fiori: rimangono i problemi relativi ai diritti umani e anche l’economia non ha registrato i miglioramenti sperati. Di fondo, però, il Paese è cresciuto per quello che riguarda l’innovazione tecnologica e si è sviluppata anche una inedita coscienza ambientalista. Il Paese dei giovani – che raccontai nel mio I ragazzi di Teheran del 2006 – è diventato un po’ più “anziano”, forse un po’ più realista. Molti giovani recatisi nel decennio scorso a studiare in Europa e negli Usa, oggi hanno riportato in patria un bagaglio di esperienza e di conoscenze preziosissimo, alla base di un movimento di startup davvero interessante.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro, “Le sfide del presente e del futuro dell’Iran”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha imposto nuove sanzioni all’Iran, ma già con Obama l’accordo mostrava nodi irrisolti. Cosa sta veramente cambiando con Trump e quali sono gli umori del popolo iraniano rispetto alle mosse di Washington?

Secondo la Guida Khamenei, Trump ha semplicemente svelato il vero volto degli Stati Uniti. È una situazione molto particolare: in generale, i conservatori iraniani hanno sempre preferito l’approccio pragmatico dei repubblicani a quello più ideologico dei democratici. Va però detto che Trump è un repubblicano anomalo, ancora difficile da decifrare. I suoi primi passi in politica estera sono stati disastrosi. L’opinione pubblica iraniana lo percepisce come una minaccia e non ha tutti i torti: il cosiddetto muslim ban ha colpito nel vivo la comunità iraniana negli States che conta quasi un milione di persone. Bisognerà vedere cosa accadrà alle elezioni presidenziali in Iran a maggio. Di sicuro, la retorica di Trump favorisce i conservatori contrari al dialogo e al compromesso con l’Occidente. Nel 2002 Bush junior inserì l’Iran nell’”Asse del male” (con Iraq e Corea del Nord) assestando un colpo tremendo alla stagione riformista di Khatami. In molti si chiesero: che senso ha dialogare con l’Occidente se poi comunque finiamo “nell’elenco dei cattivi”? Detto questo, non darei giudizi apocalittici. Recentemente, un alto diplomatico iraniano mi ha detto durante una conversazione privata: “In Iran abbiamo 3.500 anni di Storia; passerà anche Trump.

Quali sono secondo te i rischi del possibile ritiro americano dai teatri mediorientali?

Dipenda da cosa intendiamo. In un certo senso, se gli Usa si occupassero meno di Medio Oriente, forse farebbero meno danni. Basti vedere quali conseguenze terribili abbiano avuto le scelte in Iraq, Siria, Libia e in generale nelle cosiddette primavere arabe.

Come viene percepito oggi in Iran il processo di trasformazione della politica e dell’economia locali?

Non so se sia corretto parlare di trasformazioni effettive o solo di intenzioni, più o meno dichiarate. Il processo di distensione e dialogo portato avanti dall’attuale presidente ha ovviamente i suoi avversari. Ci sono forze politiche ed economiche che nel periodo delle sanzioni e dell’isolamento si sono arricchite attraverso il mercato nero. Forse alcune dinamiche – come quelle riguardanti i mezzi di comunicazione, il digitale – sono ormai irreversibili. Su molte altre la partita è aperta e tutt’altro che scontata: non è affatto detto che le forze del cambiamento avranno la meglio su quelle della conservazione. Certo, la popolazione è giovane e tra dieci anni la generazione che ha fatto la rivoluzione sarà in età da pensione. Ma non dimentichiamo che la Repubblica islamica, così come è oggi, nelle sue innumerevoli storture, è l’unico Stato davvero stabile in un’area davvero travagliata. Prima di optare per cambiamenti radicali, gli iraniani ci penseranno mille volte. La rivoluzione loro l’hanno già fatta nel 1979, non credo ne aspettino altre.

A che punto è oggi il sistema finanziario iraniano a livello normativo?

È una questione complicata, perché l’Iran è stato finora escluso dal circuito finanziario mondiale. Anche dopo la fine delle sanzioni, il sistema è bloccato e sottocapitalizzato. Nel Paese ci sono 31 istituti di credito, con un livello di patrimonializzazione molto basso rispetto alle medie europee e con un livello di crediti in sofferenza piuttosto preoccupante: la media al 20% degli attivi, con punte fino al 40%. Anche dopo la fine delle sanzioni, la maggior parte degli istituti di credito europei sono stati molto titubanti a investire in Iran per paura di possibili ritorsioni da parte Usa.

 In che modo Teheran può crescere nei rapporti con la Cina?

L’interscambio commerciale con Pechino è cresciuto molto negli anni di Ahmadinejad, quando le porte dell’Occidente e dell’Europa in particolare si sono chiuse. In quegli anni (2005-2013) Teheran ha venduto greggio non raffinato alla Cina ed ha importato beni a basso costo e di scarsa qualità da Pechino. Non è stato uno scambio molto conveniente per l’Iran. Bisogna vedere cosa accadrà a maggio: se Rouhani sarà rieletto – cosa niente affatto scontata – lo sguardo dell’Iran sarà comunque ancora rivolto a Occidente. Se dovesse prevalere un candidato conservatore, è probabile che il rapporto con la Cina potrebbe tornare di grande attualità.

Parliamo della guerra in Siria. La politica iraniana in Siria secondo te è stata più mossa da motivazioni geopolitiche o da motivazioni religiose?

Tutta la politica estera iraniana è da sempre mossa da principi di interesse nazionale. La religione c’entra davvero poco, se non come copertura ideologica a strategie prettamente geopolitiche. La Siria è l’unico alleato strategico di Teheran in Medio Oriente. L’unico dei Paesi arabi, vale la pena ricordarlo, che lo appoggiò nella guerra di difesa contro l’Iraq. Per fare un esempio del pragmatismo iraniano in politica estera, basti guardare alla sua posizione nel lungo conflitto in Afghanistan, dove ha sempre sostenuto la fazione tagika, di lingua persiana ma sunnita, e non gli hazara, la minoranza sciita.

Se, oltre la Siria, Iran e Russia stringeranno nel tempo un’alleanza strategica, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non so se esista la possibilità concreta di un’alleanza a lungo termine con la Russia. L’Iran ha fatto una rivoluzione anche – se non soprattutto – per riscattarsi da una condizione geopolitica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti; non si metterebbe mai in una condizione di inferiorità con Mosca. Non credo nemmeno che ci siano poi tutti questi punti di contatto tra Russia e Iran. Gli altri Paesi sono già di fatto avversari di questo “asse”. Non c’è solo il fronte siriano, anche quello dello Yemen e la crisi in Bahrein. Fronti sui quali Iran e Arabia Saudita si confrontano di fatto in guerre per procura. Ad ogni modo, la Russia è stata nella Storia, un avversario della Persia, o una minaccia. E l’opinione pubblica non credo sarebbe mai entusiasta di una scelta simile. Oggi vive questa “alleanza” come una scelta tattica, soprattutto in funzione anti Daesh. Vale la pena ricordare che Russia e Iran sono i soli Paesi – oltre ai diretti interessati Siria e Iraq –  a combattere l’Isis con forze armate di terra.

Finito il bipolarismo, si apre davvero la stagione del multipolarismo?

Di fatto, credo che esista un multipolarismo di secondo livello. Oltre al fatto che forse un bipolarismo si sta in qualche misura ricreando, credo che in Medio Oriente, ad esempio, ci siano potenze di medio livello che abbiano una forza attrattiva nei confronti di altri Paesi. Certamente l’Iran lo è.

Ci sveli qual è il significato del titolo del tuo libro, “La rana e la pioggia”?

Il titolo prende spunto da una poesia del 1952 di Nima Yooshij, padre della poesia persiana contemporanea. Secondo una credenza popolare del Nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. Per Nima, la pioggia è una metafora della rivoluzione, di un cambiamento epocale. L’Iran viene spesso descritto come un Paese in procinto di cambiare; all’indomani dello storico accordo sul nucleare (luglio 2015) questo tema è divenuto quanto mai attuale. Nel libro ho cercato di affrontarlo con uno sguardo molto personale, non legato cioè soltanto alle questioni sociali ed economiche, ma anche alle mie esperienze.

(Intervista di Elena Paparelli)

Vai all’articolo originale

 

Una questione di identità

Tutti sembrano voler andare in Iran, adesso. Ma cosa è davvero l’Iran? Cosa è questo grande Paese oggi, anno di grazia 2016? Una nuova frontiera per gli investitori? La meta turistica più abbordabile del Medio Oriente? E’ ancora qualcosa di “altro” rispetto a noi, occidentali mediterranei, o le distanze si sono ridotte fino a fare dell’Iran un “Paese normale”?

Metà settembre, ancora piuttosto caldo, soprattutto di giorno. Accompagno un gruppo di trenta turisti italiani. Il viaggio, programmato da diversi mesi, tocca le principali città d’arte. Uno schema ormai consolidato, direi quasi “classico”. Eppure proprio da questo viaggio più recente, sembrano arrivare delle indicazioni nuove, in un certo senso controcorrente.

Il viaggio inizia male. Il volo da Fiumicino ha cinque ore di ritardo per maltempo. All’arrivo a Teheran la confusione per il ritiro dei visti è maggiore rispetto a qualche mese fa. Ed è una sorpresa negativa. In più, si crea una fila mostruosa per il controllo passaporti e usciamo dall’Imam Khomeini che è giorno fatto. Si tratta certamente di un serie di sfortune a catena, ma l’impreparazione del personale dell’aeroporto è davvero sconcertante, persino per chi, come me. viene in Iran ormai da oltre dieci anni. Sembra quasi che la tradizionale ospitalità persiana si sia concessa una pausa. Situazione ancora più sorprendente visto che il turismo ha registrato un vero boom negli ultimi tre anni.

traffico

Traffico a Teheran

Sensazioni confermate anche nei giorni successivi. L’altro aeroporto di Teheran, quello di Mehrabad, è una vera bolgia. Ma meno festosa, meno “colorata” rispetto ad altre volte. Tutti sembrano mossi da una frenesia ingiustificata, al check in, nei negozi, persino a bordo del volo interno che ci porta a Shiraz. Ecco una cosa nuova: sembrano avere tutti più fretta, oggi in Iran. Non che prima si vivesse in modo sereno e adagiato, ma oggi sono i comportamenti individuali a sembrare più convulsi, più scomposti. E, in un certo senso, meno “persiani”. Nella capitale restiamo intrappolati nel traffico incredibile del pomeriggio verso il nord, il solito fiume silenzioso di automobili che sembra andare verso il nulla.

E’ un’impressione personale, naturalmente. Ma riscontrata in tutte le grandi città: Teheran, Shiraz e persino nella sempre meravigliosa Esfahan. Tutto sembra più caotico del solito, tutto più faticoso.

Yazd, la coerente

Atmosfera completamente diversa invece a Yazd. La “sposa del deserto” appare semplicemente coerente con la propria identità di città tradizionale. E’ una coerenza che restituisce ordine e conferisce un’immagine di benessere; i negozi di abbigliamento delle marche internazionali sono ben visibili, ma non intaccano il cuore della città vecchia, che rimane ancora intatta e magnifica come sempre.

Arriviamo di sera, il traffico è sostenuto ma non convulso. E’ la vigilia della festa di Qadir (la festa che celebra l’annuncio della designazione di Ali quale successore di Mohammad). Arriviamo di sera e troviamo la piazza di fronte al Chackmagh gremita di gente; dal palco musica e colori, alcuni ragazzi girano in moto e lanciano petardi e girandole colorate. Un ragazzo offre gelati a tutte gli automobilisti fermi al semaforo. Quando vede il nostro pullman ci corre dietro per regalarcene una cassa intera. Dopo averli distribuiti al gruppo, comincio a mia volta a regalarli ai passanti e ai clienti dell’hotel dove alloggiamo.

moto

Famiglia in moto nel centro storico di Yazd

Qualcosa è cambiato?

L’accordo con l’Occidente sul nucleare ha ormai più di un anno di vita, l’implementation day c’è stato otto mesi fa. Ma cosa è cambiato davvero per gli iraniani? La sensazione è che il passaggio più sensibile sia avvenuto nel 2013. Da allora, in fondo, c’è stato soprattutto un flusso crescente di turisti stranieri, ma per gli iraniani non è che sia cambiato moltissimo. L’aumento dei prezzo ha rallentato, ma le prospettive a medio e lungo termine rimangono molto incerte.

A maggio 2017 si rivota: c’è chi dice che Ahmadinejad si presenterà con ottime chance di vittoria. Qualche giorno dopo, però, lo stesso ex presidente sembra fare marcia indietro previa consultazione con la Guida Khamenei. Manca ancora però molto tempo e davvero tutto può accadere. Ma veramente Rouhani è così debole da rischiare di essere il primo presidente iraniano a non essere rieletto?

C’è una strana atmosfera in Iran e attorno all’Iran. Una stagnazione inattesa che ha il sapore di un passo indietro.

Bisogna vedere, nella prospettiva di una maggiore “normalizzazione” dei  rapporti con l’Occidente,  quanto peseranno le elezioni americane di novembre. Una eventuale vittoria di Trump sembra un pericolo evidente, ma la stessa Hillary Clinton ha avuto sul dossier iraniano posizioni molto diverse da Obama.

 

martiri-e-turisti

Naein, martiri e turisti

Globalizzazione alla persiana

Chi viene per la prima volta in Iran adesso, che idea si fa di questa società, di questa cultura? Me lo chiedo ogni volta che attraverso queste città, che mi fermo di nuovo in questi luoghi ormai familiari eppure mai banali. Cosa colpisce di più: la modernità o la tradizione? Il codice d’abbigliamento islamico che impone alle donne un surplus di caldo e fatica? O gli elementi in comune con la nostra quotidianità, come l’uso anche qui ossessivo degli smartphone?

E’ comunque indubbio che resistono ancora dei comportamenti oramai del tutto scomparsi alle nostre latitudini. La folla che riempie l’immensa Naqsh-e Jahan, la meravigliosa piazza del centro di Esfahan, con le famiglie con le sporte di viveri e la bombola del gas per fare il picnic. Ore e ore di pacifica convivenza collettiva, senza un vero “evento” che motivi quella presenza e senza che rimanga una cartaccia o un rifiuto sul prato.

 

shah-cheragh

Shah Cheragh, la Moschea degli Specchi a Shiraz

 

Ma anche a  Teheran, la mamma che davanti al museo Iran Bastan, seduta su una panchina nell’afa opprimente del mezzogiorno,  gioca con la bimbetta che sta imparando a camminare, apparentmente senza alcun fretta, trascorrendo il tempo senza l’ausilio di smartphone o altri accessori per noi ormai indispensabili, avvolta in uno spolverino così poco inadatto al clima da farmi vergognare per il mio disperato bisogno di refrigerio.

Non che tutto sia uniforme e inquadrabile da una sola prospettiva. All’interno di Shah Cheragh, la cosiddetta Moschea degli specchi di Shiraz, c’è chi smanetta col cellulare e chi in lacrime chiede una grazia ai fratelli dell’Imam Reza qui sepolti.

interno

Interno di Shah Cheragh, la “Moschea degli specchi”

Il 22 settembre sono esattamente 36 anni dall’inizio della guerra con l’Iraq. La TV lo ricorda con servizi piuttosto ingessati, in aeroporto e nelle strade i murales e le installazioni che rievocano la “guerra imposta”, sembrano stranamente più “timide” che in passato. Il dolore di quel conflitto non è sparito tra gli iraniani, ma il ricordo può essere davvero un esercizio sfiancante.

 

aeroporto

 

Rievocazione della guerra Iran – Iraq all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran

E allora cosa rimane di questo ennesimo viaggio in terra di Persia? Come spesso accade, l’arte riesce a fornire suggerimenti preziosi. Tornato a Roma, vedo ad Asiatica film mediale Valderama, film opera prima di Abbas Amini.

È la storia di un quindicenne chiamato  “Valderama, per via della capigliatura modellata su quella del famoso calciatore colombiano. Figlio di rifugiati afghani, è alla disperata ricerca di una carta d’indentità che ne faccia un cittadino a tutti gli effetti .

Ecco allora che al di là della storia di Valderama, tutto l’Iran oggi sembra un Paese che sa benissimo cosa è stato ma che ha cominciato a chiedersi cosa potrebbe essere domani.

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma non lo è nemmeno la ricerca di se stessi.

In bocca al lupo, Iran.

 

valderama

Una scena del film Valderama

Chi è Ezzatollah Zarghami

Chi sfiderà Hassan Rouhani alle presidenziali di maggio? Tra i conservatori, oltre ai soliti noti – come il sindaco di Teheran Qalibaf  e l’ex negoziatore sul nucleare Jalili (entrambi sconfitti dal presidente in carica nel 2013) – nelle ultime settimane si vocifera di una eventuale candidatura dell’ex direttore della radio tv iraniana (Irib) Ezattolah Zarghami.

Gli anni alla direzione della IRIB

Personaggio non famoso all’estero ma molto noto (e discusso) in patria, è stato a capo della TV di Stato dal giugno 2004 al novembre 2014.  Designato – come prevede la Costituzione della Repubblica islamica – dalla Guida Khamenei, Zarghami ha svolto il suo ruolo in modo molto “politico”, con risultati piuttosto controversi.  Da un lato, ha ampliato lo spettro dell’offerta dell’IRIB, aprendo nuovi canali radiofonici e televisivi, come la Press Tv (in lingua inglese), la Hispan TV (in spagnolo) e la stessa Radio Irib Italia, cercando di raggiungere una platea internazionale con contenuti però molto “ingessati” nella retorica della comunicazione istituzionale.

Questa ha fatto sì che un numero crescente di telespettatori abbia col tempo optato per canali satellitari ufficialmente illegali, trasmessi in genere (in lingua persiana) dagli Usa o dal Regno Unito. Molti iraniani hanno finito per abbandonare i canali di Stato non solo per via dei filtri imposti dalla censura, ma anche per la scarsa qualità dei palinsesti in termini di intrattenimento e informazione.

L’attuale presidente Hassan Rouhani, poco dopo essere stato eletto, nel giugno 2013, rilascia un’intervista alla rivista Chelcheragh in cui critica senza mezzi termini le scelte editoriali dell’IRIB:

Una parte considerevole della nostra popolazione giovanile boicotta l’IRIB perché non la ritiene onesta e morale. I media devono affrontare i bisogni della gente e uno dei loro bisogni più importanti è quello di avere accesso a notizie e informazioni trasparenti. Quando c’è più copertura deli affari esteri che degli affari interni, quando c’è un programma che racconta la nascita di un panda in uno zoo in Cina, ma non parla dei lavoratori che protestano contro i ritardi di pagamento degli stipendi, è naturale che le persone abbiano un’opinione negativa dell’IRIB.

 

Gli anni della gioventù e della guerra

Ingegnere civile con un master in management industriale, Zarghami ha un curriculum da rivoluzionario della prima ora. Da giovane è uno degli “Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam”, il gruppo protagonista dell’occupazione dell’Ambasciata Usa a Teheran. Allo scoppio della Guerra con l’Iraq Zarghami entra nei pasdaran e combatte al fronte., svolgendo un ruolo di rilievo anche nell’industria militare. A conflitto terminato, lavora nel Ministero della Cultura e della Guida islamica. La sua carriera politica prosegue poi come vice ministro della Difesa, fino ad approdare all’IRIB.

Nella lista nera dell’Ue

Il 24 marzo del 2012, l’Unione europea inserisce Zarghami tra le persone soggette a sanzioni internazionali. Secondo l’Ue, infatti, in qualità di direttore dell’IRIB, avrebbe mandato in onda confessioni estorte con la forza ai detenuti in una serie di “processi show” – a carico di persone arrestate a seguito delle manifestazioni dell’Onda Verde – trasmessi tra l’agosto del 2009 e il dicembre del 2011.  Il tutto, sottolinea l’Ue, in diretta violazione delle leggi internazionali che tutelano i diritti delle persone sotto processo

 

Un futuro politico?

Terminata l’esperienza dell’IRIB, Zarghami non ha avuto altri incarichi politici e si è ritaglaito un ruolo da battitore libero nella scena pubblica iraniana, con una presenza costante sui social media e su Instagram in particolare. In un’intervista all’Agenzia Tasnim, il 4 ottobre 2016 ha negato di volersi candidare alle elezioni del 2017, precisando di volersi dedicare piuttosto al consolidamento delle “forze rivoluzionarie”.  Affermazioni tipiche di chi è invece pronto a scendere in campo con una candidatura.

L’agenzia Nasim, vicina ai conservatori, lodando le sue capacità manageriali, lo ha definito il “fuoco sotto la cenere” della lotta dei conservatori contro Rouhani. Così come altre testate giornalistiche hanno cominciato a citarlo come uno dei papabili del fronte opposto al presidente in carica. La tesi di fondo è: Zarghami è un candidato spendibile, ma con poche possibilità di essere eletto presidente.

La sua appartenenza al fronte principalista è chiara, ma è stato sempre considerato un manager e un uomo di comunicazione, non un politico vero e proprio. Ma vista la tendenza globale, chissà che anche la politica iraniana non scelga una soluzione “non convenzionale”.

 

 

 

. #پلاسکو از ساختمان تجاری پلاسکو ، جز بوی دود و تلاش دلاورانه آتش نشان ها ، نشان دیگری نیست ! آفرین به بسیجیان و غواصان خط شکن امشب . فعلا امداد و نجات و همبستگی ملی اصل است . . #پلاسکو #آتش #آتش_نشان #امداد #نجات #دلاور #شجاع #مردم #همبستگی #ضرغامی #سید_عزت_الله_ضرغامی

Un post condiviso da سيد عزت الله ضرغامى (@zarghami.ez) in data:

In un post su Instagram Zarghami paragona i vigili del fuoco caduti nella tragedia del Plasco ai martiri della Guerra con l’Iraq

Le critiche a Rouhani, su Trump

Con un tweet, lo scorso 29 gennaio Zarghami ha chiesto a Rouhani di intervenire affinché Donald Trump smettesse di mancare di rispetto agli iraniani. A suo giudizio, il presidente iraniano avrebbe una linea troppo ironica nei confronti della nuova amministrazione Usa. Rouhani aveva infatti dichiarato che questo “non è il momento di costruire muri tra le nazioni. Hanno forse dimenticato che il Muro di Berlino è crollato anni fa?”

Il tweet di Zarghami è sembrato molto strategico, perché interviene sul tema dei rapporti tra Iran e Usa che sarà certamente uno degli argomenti calda della campagna elettorale. Campagna che settimana dopo settimana, comincia a delinearsi all’orizzonte.

 

 

Omaggio a Forough Farrokhzad

Un omaggio a Forrugh Farrokhzad, indimenticata poetessa iraniana (1935-1967).  La ricordiamo con due brevi estratti dalle sue poesie con due brevi video.

Dono

Io parlo dagli abissi della notte.

Dagli abissi dell’oscurità io parlo

Dal profondo della notte.

O amico, se vieni a casa, porta per me una luce

E una piccola finestra,

da cui guardare la gente del vicolo felice.

 

Rinascita

La vita è forse

la lunga via percorsa ogni giorno da una donna

che tiene stretta a se una borsetta

La vita è forse

la fune con la quale un uomo si è appeso a un ramo

La vita è forse

un bambino che torna a casa da scuola

La vita è forse

l’accendere una sigaretta nel narcotico riposo tra due amori

o lo sguardo assente di un passante che toglie il cappello

al sopraggiungere di un altro con un sorriso senza senso

e un buongiorno

Pianterò le mie mani in giardino

m’innalzerò lo so, lo so, lo so

e rondini deporranno le uova

nell’incavo delle mie mani tinte d’inchiostro

e metterò un paio di ciliegie gemelle per orecchini

e petali di dalia sulle unghie

Il viaggio di una forma lungo la linea del tempo

e l’inseminazione della linea da parte della forma

una forma cosciente in un immagine

che da un banchetto torna in uno specchio.

E questo è il modo in cui alcuni muoiono

e altri continuano a vivere.

 

 

 

Donne di carta 

 

I versi di Forrough Farrokhzad in musica

Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

1979. L’ultima rivoluzione

Lo scià se ne è andato

“Esteghlal, azadi, jomuri-e islami”. “Indipendenza, libertà, repubblica islamica”. Era questo lo slogan più in voga durante la rivoluzione che caccio lo scià dall’Iran nel 1979. Tre grandi obiettivi, proprio come “Liberté, egalité e fraternité” nella Rivoluzione francese. È qui l’origine di molti equivoci sull’Iran: quella del 1979 non nasce come una rivoluzione islamica: è innanzitutto la rivoluzione contro il governo corrotto e impopolare dello scià Mohammad Reza Pahlevi. Vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica.

Da dove nasce la rivoluzione

Nel suo memorabile libro reportage “Shah-in- shah”, Ryszard Kapuscinski afferma che le rivoluzioni avvengono “quando il popolo smette di avere paura”. Nel 1978 per gli iraniani la misura è colma. Il paese vive da anni una crescita economica squilibrata e schizofrenica: i profitti del boom petrolifero sono nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione è povera e analfabeta. L’Iran pre rivoluzionario è decritto dai media occidentali come il paese di Soraya e delle feste a corte, ma la realtà è molto più cupa e difficile. Incapace di garantire un vero sviluppo del paese, lo scià si è chiuso in un’autocrazia feroce e sorda ai bisogni del popolo. La sua è una figura più appariscente che autorevole. Vuole modernizzare l’Iran ma ama troppo la bella vita per essere davvero per l’Iran quello che quarant’anni prima è stato Ataturk per la Turchia.

Il precedente di Mossadeq

Lo scià compie il primo grande e tragico errore nel 1953, quando stronca l’esperienza del governo del nazionalista Muhammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato la Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Il suo è un vero e proprio colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso l’operazione in codice Ajax. Da allora in avanti lo scià governa con sempre più ferocia, affidando alla famigerata polizia segreta Savak l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso. In politica estera si lega sempre più strettamente agli Usa, diventando il gendarme degli americani in Medio Oriente. Nel 1960 riconosce lo Stato d’Israele, isolandosi dai paesi arabi. Tre anni dopo vara la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, un pacchetto di riforme sociali ed economiche per dare all’Iran uno stile di vita occidentale. Il clero sciita si oppone fermamente e comincia qui la lunga contrapposizione tra “turbanti” e “corona”.

Esteghlal

È qui che nasce il desiderio della “esteghlal”, della vera indipendenza. Lo scià umilia il sentimento nazionale persiano, da sempre fortissimo, imponendo condizioni umilianti: i militari americani godono dell’immunità assoluta in Iran. Per cui, se un marine uccide o violenta un’iraniana, non può essere né arrestato né processato. Non solo: ci sono postazioni militari, lungo il confine con l’allora Unione Sovietica, che sono di fatto nelle mani degli americani. I soldati iraniani vengono portati lì bendati, per impedire che sappiano l’esatta ubicazione dei centri di osservazione. Ostaggi nella loro patria.

Azadi

La libertà è un miraggio. Nel 1975 tutti i partiti vengono messi fuori legge a eccezione di quello della Rinascita nazionale iraniana (Rastakhiz) legato allo scià. In politica estera vengono rafforzate le relazioni con i paesi comunisti, riallacciando anche i rapporti con il blocco dei paesi arabi, escluso l’Iraq. La Rivoluzione bianca si rivela un fallimento, perché il tenore di vita aumenta solo per gli strati più alti della popolazione. La Savak affina i metodi di tortura e interrogatorio grazie anche alla collaborazione con il Mossad, i servizi segreti israeliani. Tutto questo non è recepito dagli Stati Uniti che considerano a considerare lo scià un alleato affidabile. Ancora nel capodanno 1977, a poco più di un anno dalla vittoria della rivoluzione, il presidente Jimmy Carter vola a Teheran per brindare con lo scià. E un rapporto del Dipartimento di Stato Usa indica Reza Pahlevi come la figura di riferimento per gli Usa del decennio futuro. A Washington, evidentemente, non sanno nemmeno che lo scià è malato gravemente.

Jomuri-e Islami

La bomba è pronta, serve solo la scintilla che accenda la miccia. Perché la rivoluzione scoppi, è necessario che lo scià si scontri frontalmente con l’unico antagonista possibile che sia condiviso da tutti gli iraniani: il clero sciita. Quando un quotidiano (controllato, come tutti i media, dal governo) insulta e offende l’Ayatollah Khomeini, in esilio ormai da vent’anni, molti iraniani si sentono offesi, denigrati nella loro identità. Qualcuno non sa nemmeno chi sia Khomeini, ma il fatto che lo scià lo abbia attaccato, ne fa un eroe. Non va poi dimenticato che le moschee sono l’unico luogo in cui è possibile incontrarsi e parlare, l’unico potenziale centro di cospirazione. Il solo luogo che lo scià non può chiudere con la forza. Ma il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. L’opposizione allo scià è un insieme di movimenti diversi tra loro, accomunati dal desiderio di trasformare una società in ebollizione continua. L’Iran vive un processo di urbanizzazione radicale, quasi violento per un paese che all’inizio dell’Ottocento era popolato per metà da popolazioni nomadi. Basti pensare che nel solo 1978, l’anno che precede la rivoluzione, Teheran vede aumentare la popolazione di un milione di persone. Quella che era un piccola città ancora all’inizio del Novecento, è una megalopoli assediata da un sottoproletariato che si è lasciato alle spalle la vita contadina attirato dal miraggio di una vita più semplice e si è ritrovato senza aiuto e senza speranze.

Islam come ideologia

Come profetizzato dal filosofo Ali Shariati, lo sciismo fa parte della cultura iraniana e il movimento rivoluzionario deve servirsene per dare una giusta interpretazione agli eventi storici. L’Islam diventa un’ideologia terzomondista, l’unica in grado di tenere insieme un movimento così eterogeneo. Anche perché gli iraniani sono un popolo più incline ai movimenti che ai partiti. Da qui anche la posizione fallimentare della sinistra marxista (soprattutto il partito comunista Tudeh), che non riesce a conquistare mai una posizione ri di rilievo nel movimento rivoluzionario, rimanendo troppo legata a posizioni filo sovietiche o filo cinesi, non divenendo mai un movimento nazionale.

Come crolla un regime

E la fine dello scià avviene quasi naturalmente, per cedimento strutturale. Le grandi manifestazioni di piazza sono quasi sempre pacifiche e coinvolgono via via sempre più persone. La repressione bieca dell’esercito scava un solco profondo tra lo scià e il paese. Se in una manifestazione ci sono dei morti, 40 giorni dopo, come prevede l’Islam sciita, si fa un nuovo corteo di commemorazione. E se anche allora ci sono vittime, si aspetteranno altri 40 giorni per un altro corteo. E così i mesi tra la fine del 1977 e il 1979 sono scanditi da queste manifestazioni enormi. Quando il 16 gennaio 1979 lo scià abbandona il paese, nessuno immagina che da lì a poco sarebbero stati i mullah a governare. Anche perché il processo di islamizzazione della rivoluzione è rapido ma non immediato. Il referendum che il 30 marzo 1979 stabilisce che l’Iran sarà una repubblica islamica è approvato col 98,2 per cento dei sì. Ma attenzione: in ballo non c’è tanto una forma di governo, quanto la forma di Stato. La repubblica – agli occhi dei rivoluzionari – non poteva che essere islamica. Non popolare o democratica, formula troppo marxiste. Il quesito chiedeva soltanto un sì o un no. Il primo presidente eletto era il laico Bani Sadr, costretto alla fuga nel 1981. In due anni avverrà di tutto: l’eliminazione delle opposizioni, la repressione, la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana. E soprattutto la guerra con l’Iraq. Quando una rivoluzione è aggredita, si rafforza. Come per quella francese e quella bolscevica, anche la rivoluzione iraniana è battezzata da una guerra imposta. E ne esce in piedi. Difficile capire cosa accadrà ora. Se il destino della repubblica islamica è più simile a quello della monarchia dello scià nel 1979 o a quello della repubblica popolare cinese del 1989, dopo Tien An Men.

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

La rana e la pioggia

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

 

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione. Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca” voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile. E oggi? All’indomani dello storico accordo sul nucleare, la Repubblica islamica sembra in procinto di entrare definitivamente nel mercato globale. Ma quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».La rana e la pioggia è un viaggio nell’Iran dei nostri giorni, attraverso il complesso e affascinante rapporto tra Paese e modernità.

 

“Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Con la politica a fare da filo conduttore con i suoi protagonisti”. (Farian Sabahi).

“La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

Per info: http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=330

 copertina larga La rana e la pioggia OK-page-001

 

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

La democrazia in Iran

Elezioni Iran

Il futuro della Repubblica islamica iraniana è uno di quegli argomenti destinati a tornare sempre, a intervalli più o meno regolari. In prossimtà o subito dopo le varie tornate elettorali, si finisce col parlare delle reali possibilità di un’evoluzione “democratica” del sistema iraniano.

E il terreno si fa scivoloso, perché, applicando canoni occidentali a una Storia differente, spesso si finisce per cadere nella facile scorciatoia della condanna tout court del sistema e dei suoi attori. L’Iran non è una democrazia, i diritti umani non sono rispettati e dunque fine dei giochi.

Così facendo si perde però un’occasione preziosa. Perché proprio riflettendo sulla “ricerca della democrazia” in Iran, si può intraprendere un lungo e affascinante viaggio nei suoi ultimi e tumultuosi 150 anni.

Questo il senso di un libro del 2006 non ancora tradotto in italiano e divenuto un classico per chi segue l’Iran e le sue vicende politiche: Democracy in Iran: History And the Quest for Liberty di Ali Gheissari e Vali Nasr.

I due autori – analisti di origine iraniana residenti da tempo negli Usa – ripercorrono la storia dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 fino alle elezioni del 2005, quelle della prima elezioni di Mahmud Ahmadinejad.

In Iran – questo è l’assunto – lo sviluppo della democrazia accompagna in modo dialettico – e in alcuni casi contrasta – la formazione di uno Stato moderno.

Leggiamo:

In Iran, lo Stato non è stato il prodotto della guerra,  di una imposizione o del colonialismo. Il caso dell’Iran deve essere compreso nei suoi termini propri e nel contesto degli sviluppi socio-politici che lo hanno caratterizzato.

[L’Iran] è il primo e unico paese ad aver vissuto una rivoluzione islamica, il primo e unico paese ad aver vissuto in uno stato fondamentalista islamico, e il primo ad essere passato a una condizione di post fondamentalismo.

La democrazia è stata associata e confuse con nazionalismo, populismo, giustizia sociale e riforma religiosa.

La premessa degli autori è fondamentale:

E ‘importante collocare la rivoluzione del 1979 nel suo contesto storico: né fine né culmine di un processo storico, ma piuttosto come un interregno in un processo di state-building che ha avuto inizio nel 1905 ed è ancora in corso.

(…)

Dalla rivoluzione del 1979 molti studi hanno adottato la premessa che la rivoluzione si sia verificata in un momento teleologico che avrebbe dato senso a tutta la storia passata.

mentre

la rivoluzione e quello che seguì possono essere meglio compresi prestando attenzione alle dinamiche di concorrenza tra democrazia e ideologia nei decenni prima della rivoluzione. Capire quella dinamica aiuta anche a spiegare la trasformazione dell’Iran dal 1988.

(…)

Nato da una rivoluzione sociale, l’edificio teocratico della Repubblica Islamica ha comunque prodotto un regime autoritario pragmatico. Tale regime parla nella lingua dell’Islam, ma governa la società e l’economia in modi ben noti agli osservatori politici.

Il libro attraversa oltre un secolo di Storia e sarebbe arduo ora tracciarne tutti i passaggi rilevanti. Sono senza dubbio molto interessanti i capitoli dedicati agli anni Novanta e alle trasformazioni – soprattutto economiche e sociali – intervenute dopo la morte di Khomeini e con i governi Rafsanjani e Khatami. Così come viene dato u giusto peso alle elezioni del 2005, vero spartiacque nella storia elettorale della Repubblica islamica (non a caso, sono rimaste le uniche in cui si è dovuti ricorrere al ballottaggio per l’elezione del presidente).

In chiusura, una riflessione molto affascinante:

Un secolo dopo la Rivoluzione Costituzionale del 1906, l’Iran sta ancora cercando di divenire uno Stato democratico. È una questione aperta se l’Iran sia più vicino a questo obiettivo oggi di quanto lo sia stato in qualsiasi altro momento del secolo scorso.

La questione rimane più che mai aperta.

Trump l’oeil

Per mesi si è detto: per capire come andranno le elezioni presidenziali iraniane di maggio, aspettiamo quelle americane di novembre. Ecco qua: il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è il repubblicano Donald Trump.

Tutto il mondo sembra sotto shock o comunque almeno sorpreso da questo risultato. E in Iran? Cosa dicono i politici, i media e le gente comune? Perché un dato va tenuto presente: l’iraniano medio da sempre pone molta attenzione a quello che accade negli States. Con un misto di diffidenza, sospetto, curiosità, pregiudizio o ammirazione a seconda dei casi. Ma quasi mai con indifferenza.

A pochi giorni dal voto, un po’ a sorpresa, la Guida Khamenei aveva espresso in un discorso pubblico un appoggio indiretto a Donald Trump. Criticando entrambi i candidati, la Guida aveva però riconosciuto al repubblicano il merito di incontrare il consenso del popolo, di non essere espressione di una élite.

D’altra parte, non è un mistero che i conservatori iraniani speravano quasi tutti in una sconfitta di Hillary Clinton. Esiste una tradizione decennale in questo senso: da Ronald Reagan in poi, gli iraniani hanno sempre preferito l’approccio poco ideologico e molto pragmatico dei repubblicani alle buone intenzioni dei democratici. Con Carter ci fu la crisi degli ostaggi che fu risolta a tutto vantaggio del candidato repubblicano Reagan, con gli ostaggi che tornavano a casa proprio mentre l’ex attore pronunciava il giuramento a Washington.

Un’eccezione c’è ovviamente stata: quella di George W. Bush, che nel 2002 rispedì al mittente una proposta di accordo lanciata direttamente da Khamenei tramite l’ambasciata svizzera di Teheran (ne parlammo qui). E poi , certo, l’accordo sul nucleare si è raggiunto col democratico Obama alla Casa Bianca e con Rouhani in viale Pasteur. Era una finestra aperta per un periodo limitato ed ora un’anta si è già chiusa.

Resisterà l’accordo alla presidenza Trump? Da candidato, il tycoon ha più volte bollato come “pessimo” quel risultato. Ma è anche vero che se l’asse della sua politica estera è la riconciliazione con la Russia, un atteggiamento per lo meno cauto nei confronti di Teheran sembrerebbe quanto mai opportuno per cercare di arrivare a un compromesso con la Siria.

Hillary Clinton, dal canto suo, non aveva mai sostenuto molto l’accordo con Teheran ed anzi aveva più volte tranquillizzato gli storici alleati arabi sunniti del Golfo circa le intenzioni di Washington di non cambiare i cardini della propria politica in Medio Oriente. Il punto è proprio questo: davvero Trump volterà le spalle alle monarchie sunnite? Sarà importante vedere quale Segretario di Stato sceglierà il neopresidente. Già da questo si potranno fare le prime previsioni.

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che gli accordi sul nucleare

non possono essere cambiati dalle decisioni di un singolo governo.

Aggiungendo che

i risultati delle elezioni americane non influenzeranno in alcun modo le politiche della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif è apparso più preoccupato, appellandosi a Trump affinché sia

consapevole delle dinamiche politiche del Medio Oriente

e ricordando che l’accorso sul nucleare deve essere ancora implementato.

Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha sottolineato come il governo iraniano resterà fedele ai propri impegni qualsiasi cosa accada nei governi delle altre nazioni.

Va ricordato, come sottolineato anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, che il JCPOA non sia un accordo a due tra Usa e Iran ma un accordo raggiunto con il Gruppo 5+1 e definito da una risoluzione ONU.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che un presidente degli Usa non possa boicottare un accordo che già adesso stenta a trovare un’applicazione effettiva per via delle ritrosie delle banche europee a sfidare gli ostacoli posti dai colossi finanziari americani. La nuova amministrazione potrebbe puntare a provocare gli iraniani fino a un loro passo indietro dall’accordo.

Sono tutte supposizioni, per ora.

Ironia social dei conservatori iraniani su vittoria #trump che fa traballare l’accordo sul nucleare…

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) in data:


Ali Motahari, vice presidente del parlamento, crede che la vittoria di Trump favorirà l’Iran.

Trump è più onesto della Clinton e le sue posizioni sulla Siria sono buone. Inoltre ha una visione condivisibile sull’Arabia Saudita e ha ottime relazioni con la Russia. Persino la sua opposizione all’accordo nucleare non è pericolosa, perché in pratica non può fare niente.

Molto diverso il giudizio dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente e attualmente a capo del Consiglio per il Discernimento:

Trump è un soggetto pericoloso, privo di principi ed incline a violare regole e accordi.

 

etemad

Etemad: Il mondo preoccupato dell’America di Trump

 

hamshahri

 

Hamshahri: Gli americani ancora una volta contro l’America

kayhan

Kayhan: Trump presidente Usa. La vittoria di un pazzo su una bugiarda

shargh

Shargh: Tempesta Trump

vatan-e-emruz

Vatan-e Emruz: House of Cards

Secondo Ahmad Bakhshayesh, ex deputato iraniano, non esiste un reale pericolo per l’accordo sul nucleare. Le parole di Trump in campagna elettorale sarebbero di pura facciata, per colpire i democratici.

Come – ha aggiunto – i principalisti che da noi criticano il governo Rouhani qualsiasi cosa faccia.

Se ne riparlerà tra un paio di mesi, quando Trump entrerà in carica con il proprio Segretario di Stato.

 

khamenei-trump

Iran Country Presentation

L’Iran presenta le sue “eccellenze” all’Italia per la prima volta dopo 37 anni, per la precisione dalla Rivoluzione del 1979. Oltre cento delle più importanti aziende iraniane, dal petrochimico all’artigianato al turismo, saranno presenti allaFiera di Roma dal 22 al 26 novembre per cinque giorni di incontri, contatti imprenditoriali, eventi culturali.

Ad annunciare la grande kermesse è Mohammad Razi, il nuovo addetto commerciale dell’ambasciata iraniana a Roma, durante il convegno su “Iran: the new opportunities”, organizzato nella capitale dallo studio legale Nctm. Lo stesso Razi ha precisato di essere il primo addetto commerciale inviato da Teheran in un paese europeo, a riprova del forte interesse bilaterale e della volontà di Teheran di puntare sull’Italia come “interlocutore strategico“.

Negli spazi della Fiera di Roma, il programma prevede incontri e contatti sia a livello governativo che tra imprenditori e imprenditori, nonché numerosi stand che offriranno un ventaglio delle grandi opportunità presenti sul mercato iraniano quali i colossi del petrolio e del gas, le costruzioni, il settore alimentare, tessile e artigianato. Sono già 600 le imprese italiane che nel 2016 hanno visitato l’Iran, mentre sono 37 i memorandum di intesa firmati a livello governativo tra Italia e Iran.

Dal 23 al 25 novembre, inoltre, in collaborazione con Eataly, si svolgerà il Festival del cibo iraniano e il 24 e 25 novembre, agli adolescenti italiani dai 13 ai 18 anni, sarà dedicato un programma “Imparare l’Iran”.

Dove:Fiera di Roma
Quando: 22-27 novembre
Internet/e-mail: http://iranexpo.fieraroma.it/it/

Chai khane

I turisti che visitano l’Iran trovano ancora oggi nelle città del nostro paese, tante Chai Khane (Case del tè) che hanno un’atmosfera particolare e sono ereditarie di una importante tradizione. In tempi più antichi le odierne Chai Khane (Case del tè) venivano soprannominate Ghahve Khane (Case del Caffè) ed erano numerose soprattutto nella città di Teheran.

La prima Ghahvè Khane o Casa del Caffè dell’Iran nasce probabilmente tra il 1523 ed il 1576, ossia sotto il regno dello Scià Tahmaseb, della dinastia Safavide, nella città di Qazvin, l’allora capitale persiana. Sotto il regno di Scià Abbas il grande, principale re della dinastia safavide, la capitale che era divenuta Isfahan, venne popolata da queste case del Caffè. Poco alla volta però il tè venne introdotto in Iran e questa pianta venne coltivata in maniera estesa nel nord del paese e quindi, la gente iniziò ad optare gradualmente per questa bevanda che dominò l’Iran agli inizi del ventesimo secolo; stranamente, però, ancora oggi molte Case del Tè vengono chiamate Case del Caffè in ricordo dei tempi antichi.

L’importanza delle Chai Khane è dovuta al fatto che erano nei quartieri un luogo di riunione e di vita dove i praticanti dei diversi mestieri si incontravano, discutevano di affari o di questioni come arte e politica.

Poco alla volta alcune di queste Ghahvè Khane divennero peculiari di una casta, di un ceto o di una professione. Ad esempio, in una città poteva esserci una Casa del Tè frequentata dagli artisti, un’altra per i commercianti o bazaarì e così via…

In occasione delle feste religiose, le Ghahvè Khane venivano addobbate e abbellite con luci ed in esse si organizzavano rappresentazioni o si esibivano i Naqqal o i cantastorie, che narravano gli episodi dello Shahnamè, il Libro dei Re, il poema mitologico più imponente del mondo persiano scritto da Ferdowsì.

Le Case del Caffè erano particolarmente animate soprattutto nelle sere del mese di Ramadan, quando al termine del lavoro quotidiano le persone si riunivano per rompere tutte insieme il digiuno. In conclusione, le Case del Caffè erano praticamente, oltre ad un luogo di ristoro, un centro socio-culturale ed un luogo per l’insegnamento e la divulgazione della letteratura.

L’ambasciatore statunitense a Teheran nel 1883 scrive a proposito delle tante Case del Te presenti in città dove gli uomini si riunivano per parlare e trascorrere il tempo.

La maggior parte delle Ghahvè Khanè avevano anche uno spazio all’aperto per accogliere i clienti nelle stagioni calde; anche gli oggetti delle Case del Caffè o del Tè erano particolari; Samovar, bicchieri, tazze, teiere, tutti decorati e abbelliti con le diverse tecniche dell’artigianato persiano; per pranzo, nella Casa del Tè, era tipico l’Abgusht o Dizì, carne di pecora lasciata cucinare per ore e ore con patate, ceci e pomodori, per dare vita infine ad un brodo di carne squisito ed una carne da consumare tenera tenera.

A seguito della vittoria della rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, le Case del Caffè vennero restaurate e rinnovate ed oggi molte hanno ripreso a lavorare come secoli fa, anche con i cantastorie, gli artisti e tutto il loro fascino secolare.

La casa del Caffè di Azarì è una delle più famose di Teheran, nata nel 1948. Si trova nella piazza Rah Ahan, all’estremità meridionale della città ed è aperta tutti i giorni; ha un’architettura persiana tradizionale con mattonelle e piastrelle colorate; chi ci lavora indossa i vestiti tradizionali, i cibi sono preparati secondo le ricette antiche ed il tutto è’ accompagnato da musica, cantastorie e racconti dello Shahnamè. Nel mese di Ramadan vi sono anche canti e preghiere religiosi e persino riti funebri. Il luogo è non a caso registrato sulla lista del patrimonio culturale iraniano.

L’altra Ghahvè Khane di rilievo e’ quella di Sanglaj, nel parco cittadino di Teheran, non lontano dal gran bazaar; qui l’atmosfera creata con i costume del personale e l’architettura è quella del periodo safavide ed anche qui vi sono musici e cantastorie che si esibiscono seguendo la tradizione delle Case del Tè.

A nord di Teheran, invece, vi è la casa del te di Amir Kabir, così chiamata in onore del grande visir del periodo Qajaride. Anche qui l’architettura emoziona il visitatore con le lavorazioni del gesso e dello stucco, e con le colonne dai capitelli in stile Qajaride. Famoso il te alla ciliegia, quello col cardamomo ed i dolci serviti in questo luogo. Nel mese di Muharram e per la ricorrenza dell’Ashura, questo luogo diviene scena per la rappresentazione teatrale del Taaziyeh; il bello e’ che in questo periodo i clienti vengono serviti gratis perché i proprietari fanno voto.

La fotografia in Iran

La fotografia in Iran fu introdotta nel 1842, appena 3 anni dopo la sua nascita, durante il regno di Mohammad Shah, da un giovane diplomatico russo Nikolai Pavlov, sotto forma di dagherrotipo. Ma fu lo Shah Naser Al-Din, particolarmente attratto da questa nuova espressione artistica, ad introdurla a corte, pochi anni dopo, favorendone la diffusione. Da allora la fotografia è stata sempre presente nel panorama artistico iraniano, ogni importante evento storico è sempre immortalato dagli scatti di fotografi iraniani pronti a cogliere i cambiamenti della società. La poesia rimane ancora oggi in Iran il linguaggio artistico più amato, ciò nonostante la fotografia si è ritagliata un ruolo significativo nel panorama espressivo in quanto mezzo di rappresentazione della realtà a portata di tutti. Una realtà non manipolata dal regime, dalla stampa, dai partiti, dai religiosi, dalle televisioni straniere. Diruz ha deciso di dare spazio alla fotografia iraniana raccontando i più importanti avvenimenti della storia moderna e contemporanea dell’Iran attraverso l’obiettivo dei suoi fotografi più rappresentativi.

La fotografia arriva in Iran

Lo Shah Naser al Din (1831-1896) è un sovrano fortemente affascinato dalla tecnologia occidentale. È lui a introdurre in Iran il telegrafo e a sviluppare il sistema postale, a promuovere la massiccia costruzione di strade e a dar vita al primo quotidiano iraniano. Attratto dalla modernità occidentale, Naser al Din è il primo sovrano ad appassionarsi all’arte della fotografia tanto da introdurla alla sua corte affiancandola alla pittura. Da quel momento in poi la vita di corte non viene più solo rappresentata nei quadri dei pittori ma anche nei dagherrotipi di fotografi stranieri e dello Shah stesso.

Una nuova forma espressiva è di solito una deviazione di percorso di un’arte già esistente e il suo sviluppo rimane all’inizio ancorato alla forma d’arte originaria. Così anche in Iran la fotografia in principio ricalca i canoni e gli stili della pittura di fine ottocento, non ha una sua indipendenza e rimane tra le mura del palazzo reale. Il ritratto la fa dunque da padrone, proprio come nei dipinti di corte: i volti della madre di Nasser al Din , delle sue mogli e concubine sono le rappresentazioni fotografiche privilegiate. Unica nota di rottura con la tradizione sono le pose leggermente provocanti di alcune concubine.

Lo Shah negli anni si appassiona sempre di più alla fotografia sperimentandone diversi stili. Nasser al Din non è solo un avido fotografo ma anche un vero e proprio collezionista, tanto da possedere circa 20 mila fotografie originali. I soggetti delle immagini non sono solo più volti ma anche eventi ufficiali, paesaggi, scene di vita quotidiana, gente comune. Durante i suoi viaggi dentro e fuori l’Iran lo Shah non perde occasione per fotografare e farsi fotografare. Si ha l’impressione che ogni momento della sua vita debba essere immortalato e la fotografia è il mezzo ideale perché la pittura non ha la stessa velocità di rappresentazione.

Lo Shah viaggia molto anche fuori dall’Iran e invita nel suo Paese fotografi europei sia per immortalare ogni angolo del suo regno, sia per istruire i fotografi di corte sulle nuove tecniche. La fotografia, grazie alla sponsorizzazione di Nasser al Din sale quindi al rango di mezzo di espressione nobile.

Dalla corte alle strade

Durante gli ultimi anni del suo regno lo Shah Nasser al Din si trova a fronteggiare la pressione delle grandi potenze quali Russia e Gran Bretagna, da sempre attratte dalle possibilità commerciali con l’Iran. Inoltre in Iran scoppia nel 1891 l’imponente “protesta del tabacco” che impedisce alla la Gran Bretagna di appropriarsi del monopolio del commercio del tabacco iraniano. E proprio durante questo evento la fotografia si dimostra la forma artistica che più riesce a catturare la realtà del momento. Seguendo il corso della storia i fotografi documentano non solo le rivolte popolari e le prime rivendicazioni costituzionali, ma soprattutto immortalano la transizione di una società tradizionale verso la modernità.

E quest’ultima porta con sé la rivolta costituzionalista del 1906 le cui immagini più diffuse sono quelle delle manifestazioni popolari, foto ricordo che mostrano le strade affollate oltre, ovviamente, i ritratti dei protagonisti del movimento costituzionalista. Anche grazie a queste immagini la rivolta si diffonde velocemente e la fotografia si riscopre non più solo mezzo di espressione ma anche di comunicazione, iniziando il suo percorso di indipendenza dalla pittura.

Con l’ascesa al potere nel 1926 di Reza Khan Pahlavi, il regime scopre che la fotografia può essere un efficace mezzo di propaganda. La pittura rappresenta una realtà mistificata poiché è un’espressione dell’artista e quindi esplicitamente soggettiva. La fotografia, con la sua aura di oggettività, è un’istantanea della realtà la cui manipolazione, che comunque è presente, è più subdola. Reza Khan sfrutta questa peculiarità dell’arte fotografica per rafforzare la sua immagine e per creare consenso attorno al suo programma di modernizzazione legislativa, economica e culturale del Paese. Durante il primo regime Pahlavi secolarizzazione e tradizione si fondono a fini propagandistici e questo si riflette nelle rappresentazioni fotografiche ufficiali, in particolare quelle legate alla carta stampata su cui il regime ha un controllo diretto e molto rigido. Accanto a questo filone però iniziano a nascere anche i primi atelier fotografici privati. La diffusione di cartoline, l’introduzione delle carte d’identità, il desiderio delle famiglie di catturare i momenti più significativi, promuovono lo sviluppo indipendente generic propecia 5mg dell’arte fotografica. Certo non si può parlare ancora di arte popolare, ma da qui parte lo sviluppo di un’arte che negli anni a venire diverrà per gli iraniani un mezzo di espressione semplice e diretto per raccontare gli avvenimenti più significativi della storia del proprio Paese.

Nemidunam

Nemidunam. Non lo so. Non so cosa fare, non so dove andare, non so chi è che mi vuole aiutare. Non lo so. Nemidunam. E’ la frase ricorrente di Un mercoledì di maggio, (titolo originale, riferito al calendario persiano Chaharshanbeh, 19 Ordibehesht) esordio cinematografico dell’iraniano Vahid Jalilvand presentato con successo nella sezione Orizzonti al 72esimo Festival del cinema di Venezia. Film molto particolare, sicuramente non perfetto ma molto interessante. La storia è apparentemente semplice. Siamo a Teheran: un uomo di nome Jalal (benestante ma non ricchissimo, questo lo scopriremo solo a metà film) pubblica su un giornale un annuncio insolito: donerà una somma equivalente a circa 10mila euro a una persona che dimostrerà di averne davvero bisogno. Tanto basta per radunare sotto il suo studio una folla di persone tutte più o meno bisognose di quella somma.

Tra queste, due donne: la giovanissima Setareh, sposata in segreto contro il volere della famiglia di adozione e ora incinta, e Leila, un tempo fidanzata di Jalal e ora bisognosa di denaro per far operare il marito, paralizzato dopo un incidente. A chi dare il denaro? Come fare per aiutare davvero qualcuno senza fare del male a nessuno? E perché Jalal ha deciso di regalare questa somma? Alla base, come spesso accade in molte cose della vita, c’è un dolore.

Una scena del film
Una scena del film

Ma c’è anche la constatazione amarissima che il denaro se non è la soluzione di tutti i mali, sembra essere sempre la scorciatoia più breve per evitare l’infelicità. Anche in Iran, soprattutto in Iran. Dove tutto, ma davvero tutto, si quantifica sempre con il denaro. La dote per il matrimonio (per la cronaca, è l’uomo a doverla fornire), il prezzo di sangue per evitare una condanna a morte, un trapianto di reni (l’Iran è l’unico Paese al mondo a consentirne la vendita, addirittura con una sovvenzione statale).

In questo senso, è anche un film di denuncia: per la mancanza di un vero Stato sociale, per la solitudine patita da quei “diseredati” in nome dei quali si fece la rivoluzione. A patto che non si basi tutto sull’equazione Iran=questione femminile,  Un mercoledì di maggio potrebbe anche essere lo spunto per una riflessione seria sulla società iraniana di oggi. Molto più, per intenderci, dell’ultimo Panahi (ne abbiamo parlato qui).

Qual è la soluzione? Nessuno sembra saperlo, nessuno sembra in grado di indicare una via. Persino le buone intenzioni di Jalal sembrano provocare soltanto danni e altro dolore.

Non è un film “raccontato” benissimo. La struttura narrativa è irregolare, asimmetrica. Una prima storia occupa i primi venti minuti del film per poi riemergere solo nel finale, forse qualche passaggio è un po’ forzato. Ma è un film che racconta storie vere, che si interroga sulla realtà. E – cosa fondamentale – è interpretato da attori veri. Avrà distribuzione in Italia dopo il Festival? Non è un film facile, ma a volte anche per i film valgono delle strane leggi del destino. Nemidunam.

 

 

Un mercoledì di maggio  [Iran 2015] REGIA Vahid Jalilvand.
CAST Niki Kamiri, Amir Aghaei, Shahrokh Forootanian, Vahid Jalilvand, Borzou Arjmand, Afarin Obeisi.

SCENEGGIATURA Ali Zarnegar, Vahid Jalilvand, Hossein Mahkam.

FOTOGRAFIA Morteza Poursamadi.

MUSICHE Karen Homayounfar.
Drammatico, durata 102 minuti.

Festività in Iran nel 2016

Il calendario persiano può generare confusione nei non iraniani. L’Iran ha infatti un proprio calendario solare (per consultare i mesi dellìanno persiano leggi questo articolo sul No Ruz) ma tutte le festività religiose sono regolate dal calendario lunare islamico.  Il tutto va quindi rapportato al nostro calendario gregoriano per evitare il rischio di programmare un viaggio nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2016. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

 

Giovedì 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Domenica 13 marzo: martirio di Fatima
Sabato 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Domenica 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1395)
Lunedì 21, martedì 22, mercoledì 23: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Giovedì 21 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Giovedì 5 maggio: Ascensione del Profeta
Domenica 22 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Venerdì 3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’attesto di Khomeini nel 1963)
Lunedì 27 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Giovedì 7 luglio: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Domenica 31 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Martedì 13 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Mercoledì 21 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Martedì 11 ottobreTassoua
Mercoledì 12 ottobre: Ashura
Lunedì 21 novembre: Arbaeen
Mercoledì 30 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Sabato 17 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Mercoledì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Il vecchio che avanza

Mai dare nulla per scontato quando si parla di politica in Iran. L’Assemblea degli Esperti eletta lo scorso 26 febbraio ha scelto il proprio presidente: è l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, 90 anni, già a capo del Consiglio dei Guardiani.

Risultato decisamente sorprendente: i media iraniani davano per favorito l’Ayatollah Ebrahim Amini ritenuto vicino alla coalizione moderata guidata da Rafsanjani. E invece no: Amini è arrivato secondo con 21 voti. Jannati ne ha ottenuti 51.  Mahmoud Hashemi Shahroudi è arrivato terzo con 13 voti. Mohammad Ali Movahedi-KermaniShahroudi sono stati scelti come primo e secondo vice.

Il vero colpo di scena è l’eclissi dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, primo degli eletti di Teheran a febbraio e apparentemente vero decision maker della coalizione moderato-riformista. Quel voto – vale la pena ricordarlo – ha decretato l’esclusione dall’Assemblea di due ayatallah ultraconservatori come Mohammad Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, mentre lo stesso Jannati era stato eletto per il rotto della cuffia, sedicesimo su sedici.

Eppure, lo stesso Rafsanjani, in un’intervista al quotidiano Aftab-e Yazd aveva fatto pochi giorni fa un clamoroso passo indietro, dichiarando “non necessaria” una sua candidatura a presidente dell’Assemblea degli Esperti. Lo stesso kuseh, a voto concluso, si è dichiarato soddisfatto della scelta dell’Assemblea.

Che significa?

Guardiamo le cose in prospettiva. Jannati ha 90 anni, il suo incarico da presidente ne dura due. Questa Assemblea sarà in carica fino al 2024. A meno di clamorosi colpi di scena, la prossima Guida non sarà scelta in questi due anni. Khamenei sarà anche malato e non giovanissimo, ma sembra perfettamente lucido e assolutamente in controllo del quadro politico del Paese.

E allora?

Probabilmente il fronte guidato da Rafsanjani e Rouhani ha optato per una campagna di lungo corso. Oggi i conservatori spingono per dare un segno di continuità col passato, non vogliono mollare la presa. Jannati è stato sempre contrario all’accordo sul nucleare e alle apertura all’Occidente. La sua scelta pare quindi una garanzia di conservazione, di non cedimento.

Il muro contro muro tra le anime della Repubblica islamica è evitato, almeno per ora. L’Assemblea avrà otto anni per prendere decisioni ben più pesanti e durature.

 

khayan

Il quotidiano Kayhan parla della scelta di Jannati come di un dito nell’occhio degli inglesi

 

Più donne che mullah

Il secondo turno delle elezioni parlamentari consegna all’Iran un majles con diverse novità. Andiamo con ordine. Ricordiamo che si votava per assegnare 69 seggi, nei collegi in cui nessun candidato aveva ottenuto almeno il 25% al primo turno. Secondo il Ministero degli Interni, l’affluenza è stata del 59% degli aventi diritto, più o meno la stessa percentuale registrata a febbraio.

In Iran l’affiliazione dei singoli deputati non è mai chiarissima e questo genera sempre una certa confusione nell’analisi del voto. Va detto che la “Lista della speranza”, l’alleanza tra moderati e riformisti che sostiene il presidente Rouhani, ha ottenuto almeno 131 seggi contro i 124 dei conservatori. Secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, sarebbero invece in maggioranza i conservatori, 126 a 112. Ago della bilancia, saranno gli 85 indipendenti.

Al di là del confronto tra gli schieramenti politici, queste elezioni segnano due record: il numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica (17) e il numero più basso di religiosi eletti (16). Nel nuovo majles, ci saranno dunque più donne che religiosi. 

Nel parlamento uscente, le deputate erano solo 9, tutte conservatrici.

E un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Da questo punto di vista, la “democrazia in Iran” (le virgolette non sono esornative..) e le sue manifestazioni più esplicite (elezioni, campagne elettorali, affluenza alle urne) offrono sempre spunti di riflessione interessanti.

arman e emruz

Arman-e Emruz: Completato con la speranza il poema epico primaverile 

Le 17 nuove deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento dopo una competizione elettorale durissima.

Sarà poi un parlamento quasi completamente nuovo: il 75% dei deputati non era infatti presente nel majles uscente.

Chi è Qalibaf

Mohammad Baqer Qalibaf (محمدباقر قالیباف‎‎), classe 1961, è da almeno una quindicina d’anni sempre sul punto di “spiccare il volo”. Candidato presidente in tre tornate, nel 2005, nel 2013 e nel 2017 (poi ritiratosi a pochi giorni dal voto) ne è sempre uscito a mani vuote. Il suo cognome in persiano vuol dire “tessitore di tappeti”.

Prima delle elezioni del 2009, in Iran e soprattutto a Teheran, se ne parlava come del presidente in pectore, pronto a rimpiazzare Mahmud Ahmadinejad dopo il primo mandato. E invece a quelle elezioni Qalibaf nemmeno si presentò.

Personaggio piuttosto curioso, per i canoni della politica iraniana. Appartiene alla “famiglia principalista”, ma è un conservatore atipico, sia nei comportamenti sia in alcune scelte politiche.

Un giovane comandante

Qalibaf, come molti altri suoi coetanei, partecipa in prima linea alla “guerra imposta”, la lunga guerra di difesa nazionale contro l’Iraq (1980-88). A soli 19 anni diventa comandante delle truppe Imam Reza e successivamente ricopre altre importanti funzioni militari.  Uno storico arriva a definirlo il “Bonaparte della rivoluzione islamica”.

Quando la guerra finisce, diventa direttore della Khatam al-Anbia, una importante società ingegneristica controllata dai pasdaran. E’ nella galassia dei Guardiani della Rivoluzione che si compie la sua scalata al successo. Nel 1996 viene nominato comandante delle Forze Aeree dei Pasdaran. Nel frattempo, consegue una laurea in geografia politica e avvia una carriera accademica presso l’Università di Teheran.

I ragazzi del ’99

Il 1999 – in piena era Khatami – gli studenti danno vita a un ampio movimento che chiede una riforma sostanziale dell’assetto della Repubblica islamica. Le manifestazioni sono represse con la violenza da parte di basiji e pasdaran. Qalibaf è uno dei 24 comandanti dei Pasdaran che scrivono una lettera a Khatami, minacciando di “prendere in mano la situazione” qualora le manifestazioni studentesche continuassero. Una chiara intimidazione al presidente riformista che, infatti, non appoggiò gli studenti. I disordini del 1999 portano alla rimozione del comandante della polizia Hedayat Lotfian. Al suo posto subentra proprio Qalibaf, che anni dopo dichiarerà pubblicamente di aver preferito il dialogo alla repressione.

Andai alla riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale e tutti – compreso Hassan Rohani – mi chiedevano di sparare agli studenti. Io mi opposi. Diedi invece il permesso di organizzare le manifestazioni, purché all’interno dell’università.

Le elezioni del 2005

Nel 2005 si dimette dai suoi incarichi militari e si candida alle elezioni presidenziali che sanciranno la vittoria di Ahmadinejad al ballottaggio contro Rafsanjani. al primo turno- contrassegnato da una forte dispersione del voto – Qalibaf ottiene il 13,93%. la sua è una campagna elettorale innovativa, in cui per la prima volta un candidato investe molto in spot televisivi. Qalibaf si propone come un decisionista e un innovatore, alla guida di un aereo, quasi sempre sorridente. L’elettorato non lo premia, ma ottiene presto un incarico politico importante, con l’elezione a sindaco di Teheran nel settembre dello stesso anno, carica che conserva ininterrottamente da allora.

Il sindaco

Al governo della capitale iraniana, Qalibaf avvia un processo di modernizzazione della megalopoli iraniana: lavori pubblici e attenzione alle tematiche dell’ambiente. Il ruolo di primo cittadino gli serve comunque come trampolino per la politica nazionale. Non mancano anche prese di posizione forti. Nel 2008 – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali Usa – sostiene la necessità di una dialogo con gli Stati Uniti, perché gioverebbe “alla comunità internazionale, alla società iraniana e a quella statunitense”.

Alcuni conservatori lo bollano come “amico di Benetton”. E’ infatti in questo periodo che il marchio italiano apre i primi negozi nella capitale iraniana e in molti parlano di un’amicizia di interesse tra il sindaco e l’imprenditore italiano.

Qalibaf e Soleimani

Qalibaf con Soleimani, comandante dell’Armata Qods

Le elezioni del 2013

Nel 2013 si ricandida per le presidenziali. Il suo slogan è:  “Cambiamento, vita, popolo. Un glorioso Iran”.  Con Ali Akbar Velayati e Gholam-Ali Haddad-Adel, forma la cosiddetta coalizione “2+1”. anche lo speaker del parlamento Ali Larijani appoggia la sua candidatura, ma sconta la divisione del fronte conservatore. Ottiene oltre 6 milioni di voti pari al 16.55% e si piazza al secondo posto, comunque lontanissimo dal vincitore Hassan Rohani (50,88%).

A settembre 2013 il consiglio comunale di Teheran lo rielegge per la terza volta sindaco, battendo per 16 voti a 14 Mohsen Hashemi Rafsanjani, uno dei figli dell’eterno kuseh Ali Akbar.

Nel 2017 termina il suo mandato di sindaco della Capitale e si presenta per le terza volta alle elezioni presidenziali. I sondaggi lo danno, nei primi giorni di campagna elettorale, intorno al 25%, staccato di una quindicina di punti dal presidente in carica Hassan Rouhani. Quando la partita è ancora aperta, a pochi giorni dal voto, Qalibaf si ritira e sostiene un altro candidato conservatore Ebrahim Raisi. Che alla fine si ferma al 38,29%, mentre Rouhani viene eletto al primo turno con il 57%.

Le parlamentari del 2020

Il 21 febbraio si tengono le elezioni con la più bassa affluenza di tutta la storia della Repubblica islamica: vota soltanto il 42% degli aventi diritto. Il nuovo parlamento ha una maggioranza conservatrice molto netta, sebbene non omogenea. Qalibaf, con oltre un milione di voti, è il primo degli eletti. Superata la prima fase dell’emergenza Covid-19, il nuovo parlamento si riunisce il 28 maggio e Qalibaf viene eletto Presidente dell’assemblea con 231 voti.

Comincia una nuova stagione della sua carriera politica. Tra poco più di un anno si voterà di nuovo per le presidenziali. Vedremo Qalibaf cosa deciderà per allora. Gli ultimissimi mesi ci hanno dimostrato che un anno può essere lunghissimo.

Estati d’animo. Iran

Viaggio Iran 2017

Viaggio in Persia dal 16 al 23 settembre 2016 a soli 1.980 euro, voli compresi. Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

CON CHI

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

QUANDO

Dal 16 al 23 settembre 2016.

 

 Guarda il video della presentazione in streaming del viaggio

Presentazione viaggi in #Iran 2016

Pubblicato da Antonello Sacchetti su Martedì 5 aprile 2016

ITINERARIO

1° Giorno ROMA – TEHRAN

Ritrovo all’aeroporto di Roma Fiumicino con la guida italiana e partenza.

2° Giorno TEHRAN – SHIRAZ

Visita al  Golestan e all’Iran Bastan. In serata volo per Shiraz.

3° Giorno SHIRAZ – PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

Visita di Persepoli e della necropoli di Naqshe Rostam. Nel pomeriggio rientro a Shiraz e visita della città (Mausoleo di Hafez, Moschea del Venerdì, ecc.)

4° GIORNO SHIRAZ – YAZD

Partenza per Yazd e visita di Pasargade e della tomba di Ciro. Sosta ad Abarkuh per la visita del cipresso di 4.000 anni. Arrivo a Yazd in serata.

5° GIORNO YAZD – ISFAHAN

Visita alle Torri del Silenzio e al Tempio zoroastriano. Partenza per Isfahan. Lungo la strada visita di Nain. Arrivo in serata a Isfahan.

6° GIORNO ISFAHAN

Visita della bellissima piazza Naqshe Jahan, delle sue moschee e dei suoi palazzi. Nel pomeriggio visita quartiere armeno di Jolfa.

7° GIORNO ISFAHAN – NATANZ – KASHAN – QOM – TEHRAN

Visita Moschea del Venerdì e partenza. Durante il viaggio visite a Natanz, Kashan e Qom. Arrivo in serata a Tehran.

8° GIORNO TEHRAN – ROMA

Nelle prime ore del mattino trasferimento in aeroporto e partenza per Roma.

QUOTA INDIVIDUALE : 1.980 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 270 EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo A/R Roma-Tehran e tasse aeroportuali.
  • Volo interno Tehran – Shiraz con Iran Air.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 7 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • tasse consolari (60 euro da pagare all’arrivo)
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

MINIMO 10 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 15 GIUGNO CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 20 LUGLIO

VOLANTINO IRAN SETTEMBRE 2016

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

    La nuda verità

    Rouhani è arrivato e ripartito, evviva Rouhani. Alla fine, tutti quelli che a Roma passano, sono sempre un po’ come il marziano di Ennio Flaiano. O forse siamo noi a non cambiare mai. Cosa rimarrà di questa visita che non è esagerato definire storica? Contratti per le aziende, investimenti, una rinnovata amicizia tra i due Paesi, certo. Ma tra qualche anno saremo ancora a parlare delle statue “nascoste” dei Musei Capitolini.

    Chissà perché quando si tratta di Iran si finisce col parlare soprattutto di veli. Evito di raccontare l’accaduto, ormai lo conoscono tutti. E tutti hanno più o meno espresso un giudizio. Da parte mia, mi trovo per una volta d’accordo con Vittorio Sgarbi che ha dichiarato:

    Non si può confondere l’Iran con l’Arabia Saudita o con l’Isis, quella persiana è una civiltà più antica della nostra: hanno le rovine di Persepoli, e non hanno coperto le statue nude a Persepoli, a casa loro, e noi copriamo le nostre? I fanatici del Califfo al Baghdadi distruggono Palmira, ma un persiano non ha mai toccato Persepoli”. Quindi, mettere dei pannelli a coprire i nudi segna per Sgarbi “un abisso culturale”, “ridicolo” e tra l’altro inutile: “Rohani – assicura Sgarbi – non avrà certo pensato ad un tributo di rispetto, avrà pensato a lavori in corso, di ristrutturazione. Un assurdo logico. Rohani a Roma di certo non si stupisce che possano esserci statue di nudi.

    Rouhani, in conferenza stampa, ha a stento trattenuto una risata. Poi, senza smettere di sorridere, ha detto che la vicenda delle statue coperte

    è una questione giornalistica. Non ci sono stati contatti a questo proposito. Posso dire solo che gli italiani sono molto ospitali, cercano di fare di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti, e li ringrazio per questo.

    Non c’era poi molto altro da raccontare. Personalmente, dalle conferenze stampa non mi aspetto mai di sentire niente di particolare. E’ davvero molto raro che qualcosa di veramente importante venga comunicato in una conferenza stampa. Sono occasioni in cui io vado più per vedere che per ascoltare. E la faccia di Rouhani oggi meritava più di tante fesserie lette nelle ultime 48 ore.

    Rouhani è ripartito, in tanti smetteranno di essere così improvvisamente interessati all’Iran. Ma quanto ci piace chiacchierare, anche del nulla.

    Per la cronaca, qui sotto ci sono alcuni “nudi” visibili in siti iraniani, chiaramente aperti al pubblico. Ma vallo a raccontare, adesso.

     

     

     

     

     

    Iran e Arabia Saudita

    Con l’esecuzione dell’ayatollah sciita Nimr al Nimr Teheran e Riad sono ai ferri corti. Oltre all’Arabia Saudita, diversi Paesi legati a Riad stanno rompendo i rapporti diplomatici con l’Iran (come il Bahrein e il Sudan). Gli Emirati Arabi Uniti hanno preferito declassare l’ambasciatore a “incaricato d’affari”.

    Ora una domanda è del tutto naturale: la figura di Nimr al Nimr – in carcere da tre anni e condannato a morte oltre un anno fa – era davvero così centrale per gli iraniani? Difficile crederlo, così come è difficile credere che l’assalto all’ambasciata di Teheran sia stato del tutto spontaneo.

    E ancora: nel novembre 2011, sempre a Teheran, ci fu un assalto simile all’ambasciata della Gran Bretagna a seguito di nuove sanzioni sul programma nucleare. Episodio anche quello grave, ma che non ebbe la stessa enfasi dei fatti di questi giorni.

    Tutto lascia pensare a una serie di mosse calcolate. Riad giustizia l’ayatollah sciita, a Teheran scatta la protesta (e qualcuno sembrava non aspettare altro..), Riad chiude i rapporti diplomatici.

     

    Amici mai

    Amici non lo sono mai stati, Iran e Arabia Saudita. Le differenze tra i due popoli e i due Paesi sono enormi. Persiani indoeuropei i primi, arabi i secondi. È una storia fatta di invasioni, guerre, tensioni e pregiudizi. Se l’Iran è una nazione da almeno 2500 anni, l’Arabia è uno Stato “a conduzione familiare”, unico Paese al mondo ad avere nella propria “ragione sociale” il nome della casa regnante, quei Saud al potere dal 1932. Se l’Iran è la terra degli sciiti, l’Arabia è la culla del wahhabismo, l’Islam sunnita più ortodosso e intollerante.

    La storia delle relazioni dei due Paesi non è mai stata semplice. Limitandoci al XX secolo, il periodo di minore turbolenza fu dagli anni Sessanta alla caduta dello scià nel 1979. Tra i Paesi vigeva un trattato di amicizia, anche se Riad temeva l’ambizione di Reza Pahlevi di diventare il “gendarme del Golfo Persico”. Grazie al sostegno degli Usa, lo scià aveva infatti messo in piedi un esercito moderno e contendeva a Riad il controllo di alcune isole strategiche.

    Cambia tutto con la rivoluzione del 1979. Riad teme il “contagio rivoluzionario” che potrebbe arrivare da Teheran. Anche perché un 20 per cento della popolazione saudita è sciita. E infatti l’Arabia Saudita, insieme alle monarchie del Golfo, sostiene politicamente ed economicamente l’Iraq di Saddam Hussein nella lunga guerra contro l’Iran (1980-88).

    Un ulteriore motivo di tensione si ebbe nell’agosto 1987, quando alla Mecca la polizia saudita represse violentemente i pellegrini iraniani che scandivano slogan contro gli Stati Uniti: le vittime furono oltre 400.

    Lo stesso Khomeini tuonò contro i sauditi:

    Questi wahhabiti vili e empi, sono come pugnali che da sempre hanno trafitto il cuore dei musulmani dalle spalle. La Mecca è nelle mani di una banda di eretici.

    I rapporti diplomatici si interruppero da allora fino al 1991, quando si ricomposero sulla scia della guerra del Kuwait, in cui sia Raid sia Teheran si schierarono contro Saddam Hussein.

    Negli ultimi anni i rapporti sono stati tesi soprattutto per una rivalità più geopolitica che religiosa. Questa “guerra fredda” ha visto Teheran e Raid schierate puntualmente su fronti contrapposti in tutte le crisi locali, dalla Siria allo Yemen, passando per il Bahrein.

    AnyDifferences_0

    Un’immagine dal sito di Khamenei: Arabia Saudita e Isis sono la stessa cosa

    Perché la crisi attuale

    Per cercare di ricostruire i fatti, è fondamentale fare attenzione alla tempistica. Per metà gennaio è previsto l’Implementation day dell’accordo sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 dello scorso 14 luglio: da quel momento cominceranno a essere tolte le sanzioni dalla Repubblica islamica. Fine dell’isolamento politico, ovviamente. Ma di lì a poco avverrà soprattutto un’altra cosa che a Riad non piacerà affatto: Teheran immetterà sul mercato circa un milione di barili di petrolio in più al giorno, con l’obiettivo dichiarato di tornare ai livelli ante embargo di 4,3 milioni di barili al giorno.

    Arabia Saudita: un Paese al collasso

    Per Riad non è una questione di concorrenza, ma di sopravvivenza. La ricchissima Arabia saudita è infatti un Paese prossimo al collasso economico.  Strano? Mica tanto. Lo spiega benissimo il giornalista investigativo Nafeez Hamed:

    Il problema più grande è il petrolio. La fonte primaria delle entrate del regno, ovviamente, è l’esportazione di petrolio. Negli ultimi anni, la monarchia ha pompato a livelli record per sostenere la produzione, per mantenere bassi i prezzi del petrolio, per frenare i concorrenti in tutto il mondo che non possono permettersi di rimanere sul mercato con un margine di profitto così ristretto: tutto ciò lastricando la strada verso la petro-dominazione saudita.

    Tuttavia, queste abilità non possono durare per sempre. Un nuovo studio ha previsto che l’Arabia Saudita nel 2028 vivrà un picco di produzione petrolifera, seguito da un inesorabile declino – cioè fra soli 13 anni. Ma il problema non si riduce solo alla produzione petrolifera, ma anche alla capacità di tradurla in esportazione per contrastare gli alti tassi di consumo domestici. Un rapporto di Citigroup prevede che la bilancia commerciale crollerà a zero entro 15 anni. Questo significa che le entrate statali, 80% delle quali provengono dalla vendita di petrolio, puntano verso il precipizio.

    Come successo con i regimi autocratici di Egitto, Siria e Yemen, in tempi duri il primo taglio alle spese riguarda i sussidi. In questi Paesi, le continue riduzioni ai sussidi, per contrastare l’impatto dell’aumento dei prezzi del cibo e del petrolio, hanno alimentato direttamente il malcontento sfociato poi nelle rivolte della “Primavera araba”. La ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, che mantiene sostanziosi sussidi per il carburante, per l’alloggio, per il cibo e altri beni di consumo, gioca un ruolo cruciale nell’evitare quel tipo di disordine civile. Mentre le entrate si prosciugano sempre più, la capacità del regno di limitare il dissenso popolare vacillerà, come successo in altri Paesi.

    In Iraq, Siria, Yemen ed Egitto, le rivolte popolari e le guerre civili possono essere fatte risalire al devastante impatto che fattori quali la siccità, il declino agricolo e il rapido esaurirsi del petrolio hanno avuto sul potere dello Stato. Come molti dei suoi vicini, tali problematiche, radicate e strutturali, fanno intendere che l’Arabia Saudita è sull’orlo di una prolungata crisi di Stato, un processo che inizierà nei prossimi anni e che diventerà una realtà di fatto nell’arco di un decennio.

    Eppure, sembra che il governo saudita abbia deciso che, invece di trarre una lezione dall’arroganza dei suoi vicini, aspetterà che arrivi la guerra, ma farà di tutto per esportarla nella regione nel folle tentativo di estendere la sua egemonia politica e prolungare la sua petro-dominazione.

    È un articolo pubblicato quattro mesi fa. La tempesta perfetta sembra pronta a scatenarsi. Se un conflitto aperto appare comunque piuttosto improbabile, le ripercussioni sullo scenario regionale cominciano a farsi sentire.

    Sag Koshi

    Il film si intitola Sag Koshi (سگ كشي ) del 2001, diretto da Bahram Beizai.

    Quando uscì il film tutti si stupirono che fosse pieno di star del cinema, solo la protagonista era per la prima volta sullo schermo, oggi affermata attrice.

    Inoltre, il film fu bandito per un paio di settimane per via di alcuni messaggi contro la guerra.

    Sag Koshi

    Sag Koshi significa letteralmente “Uccidi il cane”. La prima scena è infatti come una fotografia sfocata di cani uccisi perché rabbiosi. Il titolo non sembrerebbe calzante, ma poi ne capirete le ragioni.

    Il film è ambientato a Tehran durante gli ultimi anni della guerra tra Iran e Iraq.

    La protagonista, Golrokh è una scrittrice che ha abbandonato il marito (senza divorziare) per un anno. Al suo ritorno, trova tutto cambiato: la sua casa è stata venduta con tutto il mobilio, suo marito è nascosto non si sa dove e in bancarotta.

    Decisa a voler rimediare all’errore di averlo lasciato l’anno precedente, lo ritrova e cerca di aiutarlo. Il marito è indebitato fino al collo con sette uomini potenti e importanti.

    Adesso vi devo spiegare come funziona l’acquisto e la vendita di debiti, altrimenti non capite il film.

    Il marito ha contratto debiti con privati firmando una specie di pagherò. Allo scadere dei termini di restituzione del debito, se i soldi nel conto dell’indebitato è in rosso, il pagherò va in protesto e si va in prigione in attesa di processo. Ma la prigione significa perdita di libertà per l’indebitato e la perdita per sempre del denaro per il creditore. Se il creditore vuole riavere una parte dei soldi (pochi, maledetti e subito), può accettare di “perdonare” il debito, accettando la proposta di rinegoziazione. Il debito viene annullato e si può uscire di prigione: a patto che tutto questo avvenga prima di andare in tribunale.

     

    Il marito trasferisce sul conto della moglie i soldi per comprare i suoi debiti e lui va in carcere. La protagonista incomincia questa odissea tra telefonate, incontri, proposte indecenti, in un crescendo di creditori violenti che erano tutti usurai, altro che uomini d’affari!

    Senza svelarvi niente vorrei però soffermarmi sull’ultimo creditore. Un consorzio di uomini che lavorano nelle costruzioni. La scena è più allegorica e metaforica che non reale, in cui Golrokh discute con questi uomini in abiti da muratore, sporchissimi, dove tutto intorno è rumore di costruzione e polvere.

    “Voi non costruite niente”. Il film è tutto incentrato sui soldi, il loro potere, il mondo del “business”, legittimo o illegittimo che sia, dove è tutto declinato al maschile. Le uniche donne che si vedono nel film infatti sono Golrokh, una segretaria e la moglie di un creditore. Ma queste due ultime figure sono quasi dei camei.

    Pensando anche ai giorni nostri, ancora adesso il mondo dell’economia è maschile. Pochissime donne sono ai vertici di grandi compagnie, soprattutto in paesi tradizionalisti come l’Italia. Vedere quella scena, piena anche di messaggi più o meno velati anche sull’inutilità della guerra Iran Iraq, con uomini che si affannano a fare soldi per i soldi, è stato liberatorio. Liberatorio perché Golrokh scappa via in macchina lanciando denaro dal finestrino. Il gesto di buttare i soldi con disprezzo, per me, è stato il gesto più dignitoso e coraggioso che ho visto in tutto il film.

    Film consigliato.

     

     

    Significato del nome:

     

    Golrokh گلرخ

     

    گل = fiore

     

    رخ = faccia

    The Hunter – Il cacciatore

    Il cacciatore ( شكارچی – Shekarchi) è un film del 2010 di Rafi Pitts, regista e attore protagonista, candidato all’orso d’oro del Festival di Berlino, nonché finanziato dalla Germania – Filmförderungsanstalt (FFA).
    Locandina del film
    La storia narra di Ali, appena uscito di prigione, torna a casa da moglie e figlioletta. Per via del suo passato da galeotto, può lavorare solo come custode al turno di notte, mentre lui vorrebbe il turno di giorno per poter stare finalmente con la sua famiglia. Mentre la moglie lavora e la figlia è a scuola, dopo il lavoro Ali va nei boschi a cacciare.
    Durante una manifestazione, la moglie e la figlia vengono uccise dal fuoco incrociato tra manifestanti e poliziotti.
    Ali decide di vendicarsi, forse, e spara a due poliziotti.
    una scena del film
    Non racconto il resto del film perché c’è un altro colpo di scena.
    Il film è stato girato prima che ci fosse la manifestazione del Movimento Verde, prima che fosse uccisa Neda. Effettivamente sembrerebbe un film ispirato ai fatti veramente accaduti in Iran, ma così non è.
    L’unico problema del film è Rafi Pitts stesso. Ottimo regista ma pessimo attore, inespressivo come un manichino.
    Nonostante Rafi e Mitra Hajjar (una gallina insopportabile, ma questo è un mio problema personale con quest’attrice), è un film da vedere. Molto coraggioso per mettere sullo schermo l’omicidio di due poliziotti, oltre per la conclusione che non rivelerò.
    La voglia di vendetta contro lo strapotere del governo che si esprime attraverso la corruzione e l’onnipotenza della polizia sul cittadino, è estremamente coraggioso e innovativo.

    Autunno in Iran

    Il primo sguardo. Sarebbe bello poterlo rivivere per davvero, non solo filtrato dalla memoria. Come è stato, cosa ho visto la prima volta che sono venuto in Iran, ormai dieci anni fa? Ho l’immagine dei colori della gente dell’aeroporto di Mehrabad, dove si arrivava allora, quando non era ancora stato inaugurato l’Imam Khomeini. Non posso riviverlo, quello sguardo, ma posso provarci attraverso lo sguardo delle persone che arrivano in Persia per la prima volta. Per le quali, lo ammetto, provo sempre un po’ di invidia.

    Rieccomi qui, a distanza di pochi mesi dall’ultimo viaggio. Anche questa volta accompagno un gruppo di turisti italiani. La volta scorsa eravamo all’inizio del ramadan, pochi giorni prima che lo storico accordo sul nucleare si concretizzasse. Adesso il destino vuole che la partenza avvenga all’indomani dei terribili attentati di Parigi, in un clima cupissimo di paura, destinato ancora una volta a rinfocolare le polemiche e i pregiudizi sull’Islam.

    La Persia ci accoglie ancora una volta con discrezione e gentilezza, avvolta nei colori magnifici del suo autunno. Per qualche giorno saremo lontani dagli echi di odio e di paura che sconvolgono l’Europa.

    GOPR1169

     

    Da Paese paria ad oasi di stabilità nel Medio Oriente: strano davvero il destino dell’Iran. Adesso qualcuno afferma di essersi affrettato a vedere l’Iran prima che la globalizzazione lo renda omologato e “normale”. E pensare che invece fino a due o tre anni fa, i pochi che venivano qui dicevano di volersi sbrigare prima che una guerra ne cancellasse le bellezze. In un caso o nell’altro, sembra davvero che ci sia sempre bisogno di un alibi per venire in Iran.

    Ashura è trascorsa da un paio di settimane, l’inverno non ha ancora conquistato l’altopiano. Sono giornate piene di luce, l’aria è tersa e frizzante. Così come l’atmosfera generale, per le strade, nei negozi, nelle parole della gente. Non si respira entusiasmo ma un’aria positiva, costruttiva.

    In Iran in pochi mesi le cose possono cambiare rapidamente. Strade ricostruite, hotel nuovi, edifici in ristrutturazione. Le sanzioni non sono ancora state rimosse e il mattone continua a essere uno dei principali canali di investimento, quasi di “sfogo” del mercato interno.

    Il Paese si sta aprendo all’esterno, lo si capisce da tanti piccoli cambiamenti intervenuti negli ultimi cinque mesi. Sembrano dettagli, ma sono importanti. Ci sono nuovi hotel e in molti siti turistici, accanto ai tradizionali bagni “alla turca”, ci sono le toilet all’occidentale. Guide e cataloghi vari sono distribuiti in più lingue rispetto a poco tempo fa. Gli italiani sembrano aver riscoperto l’Iran: dai 3.000 visti turistici nel 2011, si è passati ai 14.000 del 2014.

    Ma perché gli italiani vanno in Iran? Cosa vengono a cercare, cosa rimane loro dopo un tour nelle città d’arte?

    Una signora del mio gruppo, dopo aver visto Persepoli e Yazd, mi dice con un filo di voce:

    Non avevo mai visto un Paese con così tanta storia. E’ una cosa che mi mette a disagio.

    Strano sentirlo da una persona che vive in Italia. Ma forse a sorprendere e a stordire non è tanto la storia quanto la coscienza che l’Iran ha della propria storia, della propria identità, in un mondo sempre più globalizzato.

    E allora arriviamo alla questione del momento: l’Iran è pronto ad aprirsi? E aprirsi a cosa? Ai consumi, agli investimenti, agli scambi. O è altro quello che ci si aspetta?

    E’ tornata l’acqua nello Zayandeh Rud di Esfahan, Ce n’è molta di più rispetto a giugno, quando era possibile per i bambini giocare nel letto del fiume senza pericolo. Anche questo è un segnale di speranza, anche se si tratta di una soluzione temporanea: l’acqua ci sarà soltanto per un mese, poi il letto tornerà a essere secco a causa della decisione di deviarne il corso per irrigare le campagne di Yazd.

    Certo è bello rivedere l’acqua correre sotto gli storici ponti di Esfahan: il Khaju è affollatissimo in un fredda sera di novembre, con tanto di gara di canto sotto le arcate, come vuole la tradizione.

    DCIM102GOPRO
    Pol e Tabiat, Tehran

    Dai ponti storici di Esfahan al Pol-e Tabiat, il Ponte della natura, a Teheran. E’ qui che abbiamo deciso di far terminare il nostro tour. Siamo partiti dall’antichità di Persepoli e siamo arrivati al postmoderno della capitale. Il ponte della natura è un ponte pedonale a tre livelli, lungo 270 metri, che collega due dei sette grandi parchi della capitale, l’Ab-o Atash e il Taleghani. Al di sotto, corre non un fiume ma la superstrada Modarres, una delle grandi arterie di Teheran. Inaugurato nell’ottobre 2014, il ponte si basa sul progetto di Leila Araghian, architetto donna oggi 31 enne. Cinque anni fa, quando era ancora studente dell’Università Shahid Beheshti, vinse un concorso del comune per la progettazione di una struttura di collegamento tra due parchi separati da una strada a nord di Teheran.

    Lei stessa ha spiegato:

    Io non volevo fosse solo un ponte che la gente avrebbe usato per andare da un parco all’altro. Volevo che fosse un luogo di ritrovo per le persone, uno spazio per riflettere, non solo passare.

    E infatti sul ponte ci sono ristoranti, caffè e aree salotto. Proprio come sugli antichi ponti di Esfahan ci sono le case da the. Costruito in quattro anni, il ponte ha ricevuto uno dei premi architizer A +, un concorso di architettura con sede a New York.

    Un altro membro del gruppo ammette:

    Grazie per averci portato qui. Un occidentale non penserebbe mai che a Teheran possa esserci un posto simile.

    (Per sapere di più sul Ponte della Natura clicca qui).

    Già, l’occidente. Fa uno strano effetto passare davanti all’ex ambasciata Usa in via Taleghani, oggi museo sulle attività di spionaggio degli americani. I murales più famosi di Teheran scivolano via in modo piuttosto anonimo. ignorati dai passanti e dalle persone che aspettano l’autobus sotto la pensilina poco distante da una delle torrette di guardia del vecchio “nido di spie”. Se mai gli Usa dovessero riaprire l’ambasciata a Teheran, sarà questa la sede? E che ne sarà dei murales e del museo? Non sono domande banali se si pensa quanto la retorica antiamericana sia servita – e serva tutt’ora –  a cementare la Repubblica islamica.

    Ex ambasciata Usa
    Ex ambasciata Usa

    Poco distante dall’incrocio di via Taleghani con l’infinita Vali Asr (il viale lungo 20 chilometri che attraversa la città) sorge il centro computer Lotus. Quattro piani di delirio per i patiti di informatica: computer, smartphone, tablet delle marche più importanti. Gli iraniani sono affamati di tecnologia e gli investitori stranieri stanno correndo incontro a un mercato potenzialmente enorme.

    In una vetrina, accanto a una memoria esterna, è stata posta una piccola copia del Corano. Da un negozio della Apple scorgo il ritratto del presidente Hassan Rouhani. Ora che ci faccio caso, è la prima volta in oltre due anni che vedo in un luogo pubblico una foto del presidente in carica. D’altra parte, anche del suo predecessore Ahmadinejad non si vedevano ritratti in giro. Le due icone “ufficiali” della Repubblica Islamica rimangono sempre Khomeini e l’attuale Guida Khamenei.

    Poche centinaia di metri e siamo a Piazza Vali Asr dove campeggia una fotografia enorme intitolata “Storia di una bandiera”.

    The story of a flag

    Si tratta di un’opera di Seyed Ehsan Bagheri in cui la celebre foto risalente alla Seconda Guerra Mondiale, viene trasformata in un atto di denuncia contro gli Usa. Sotto la bandiera a stelle e strisce, c’è infatti un mucchio di cadaveri di palestinesi, siriani e vietnamiti, vittime tutte dell’imperialismo nordamericano. L’opera è stata installata in occasione della “Giornata Nazionale della lotta contro l’arroganza globale” che si celebra ogni 4 novembre, ricorrenza dell’occupazione dell’ambasciata Usa. Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Eppure qui la retorica, filtrata attraverso il fotomontaggio,  sembra farsi meno diretta. Il messaggio è chiaro ma è come se uscisse da un libro di storia, come se arrivasse con meno forza, forse meno convinzione. Sembra cioè filtrato da una rappresentazione che non è più quella diretta, militane, del murale. Qui siamo già alla sublimazione della propaganda.

    DCIM102GOPRO
    Centro computer Lotus in Vali-e Asr

    A cena al ristorante del nostro hotel ci imbattiamo nella squadra di pallavolo del Payakan, in cui milita anche Valerio Vermiglio, oggi 39enne, ex capitano della nostra nazionale. In mezzo a una schiera di ragazzoni, lo riconosco subito, perché è l’unico con le braccia tatuate e l’orecchino. Quando glielo dico, sorride compiaciuto e mi spiazza:

    Eh già, sono l’unico civilizzato!

    Poi comincia a parlare della sua esperienza in Iran.

    Sono il contrario di noi. Tutto deve essere sempre una contrattazione continua, ci mettono le ore per salutarsi, anche tra amici. e poi non hanno rispetto per le donne, non hanno rispetto per nessuno.

    In piena notte, a pochi chilometri dall’aeroporto Imam Khomeini, assisto a una scena surreale. Un mullah aspetta sul bordo dell’autostrada, solo, in un tratto quasi completamente buio. Non sembra affatto preoccupato, lì, nel deserto, al freddo e al buio. Tutto è simbolo e analogia, diceva Pessoa.

    Chi è Hassan Rouhani

    Hassan Rowhani

    Alle elezioni presidenziali (14 giugno) mancano ancora troppi mesi per azzardare previsioni. Personalmente, ritengo che il voto sarà un passaggio importante ma non fondamentale per il futuro immediato della Repubblica islamica.

    Difficilmente assisteremo a un evento così “pesante” come le elezioni del 2009. Non ci sono ancora candidati ufficiali (se ne parlerà a un mese dal voto), ma circolano dei nomi e negli ultimi giorni i media iraniani hanno fatto quello di Hassan Rouhani. Il sito Tasnim definisce “sicura” la sua candidatura

    Classe 1948, l’Hojjat al-Islam (titolo religioso inferiore a quello di Ayatollah) Rowhani è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami.

    Fu lui, tra il 2003 e il 2005, a rappresentare l’Iran nei negoziati con Gran Bretgana, Francia e Germania che portarono agli accordi di Sa’dabad (ottobre 2003) e Parigi (novembre 2004), in virtù dei quali l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione (poi sospeso nel gennaio 2006).

    Secondo il quotidiano conservatore Entekhab, la candidatura di Rowhani sarebbe gradita sia al Fronte principalista sia a Rafsanjani, personaggio a cui Rowhani è da sempre legato.  Non solo: sul suo nome potrebbero convergere anche i voti dei riformisti che decideranno di recarsi alle urne.

    Sulla sua fedeltà al sistema non ci sono dubbi: Rowhani è un rivoluzionario di antica data. Sotto il regime dello Shah venne arrestato varie volte, la prima nel 1964, quando aveva soltanto 16 anni.

    Si dice, tra l’altro, che sia stato lui il primo, in un discorso pubblico nell’ottobre 1977, a chiamare l’Ayatollah Khomeini “Imam”, titolo che per secoli non era più stato attribuito a persona vivente perché prerogativa dei dodici imam sciiti.

    Rouhani ha avuto ruoli militari di comando durante la guerra con l’Iraq ed è stato parlamentare per cinque mandati consecutivi (1980-2000).

    Spesso descritto dagli osservatori internazionali come “moderato” o “conservatore pragmatico”, Rowhani è stato sempre critico nei confronti della politica estera di Ahmadinejad e nelle ultime settimane si è anche espresso su questioni interne, come la disoccupazione giovanile.

     

    Fotografia e modernizzazione

    Fotografia d’importazione


    Negli anni trenta e quaranta continua il processo di modernizzazione dell’Iran sotto il regno di Reza Khan. Secondo la visione del monarca la tradizione deve cedere il passo a una società più moderna per entrare a far parte del circuito delle potenze occidentali, sempre più interessate all’area mediorientale. Di conseguenza nella società iraniana passato e futuro si scontrano, anche perché il progresso viene legato alla cultura, alle esigenze e alle caratteristiche della società occidentale, profondamente diversa da quella iraniana.  La modernizzazione viene semplicemente importata e non modellata sulla realtà del paese.  Le proteste non si fanno attendere, soprattutto da parte del clero a cui sono legati i bazari (commercianti), che vedono entrambi nello shah e nelle sue riforme un’imposizione e una svendita del Paese all’Occidente.

    Anche la fotografia in questo periodo segue i canoni dettati dall’Occidente, manca una interiorizzazione e una reinterpretazione dell’arte fotografica. In un certo senso si può dire che la fotografia  rimane un passo indietro rispetto ai cambiamenti che stanno caratterizzando la società iraniana. Tra gli anni Trenta e Cinquanta è soprattutto la borghesia iraniana sperimentare la fotografia scattando per lo più immagini di avvenimenti importanti: la celebrazione del nuovo anno iraniano, il ritratto della famiglia vestita con abiti occidentali. Le pose e di conseguenza anche gli scatti fotografici, sono permeati da una forte staticità. Dopo il primo momento di fermento in cui ogni parte del Paese iraniano veniva immortalato da uno scatto anche grazie alla passione dello Sha Naser Al-Din, in questi anni invece la fotografia si chiude nel ritratto famigliare e sicuro, la campagna e la popolazione rurale non sono considerati più soggetti fotografici.

    Old Teheran


    Nel frattempo lo shah è cambiato. Il governo di Reza Khan finisce nel 1941 quando la Gran Bretagna e la Russia decidono che lo shah non risponde più ai loro interessi. Al suo posto viene incoronato suo figlio Muhammad Reza che prosegue l’opera del padre per quanto riguarda la modernizzazione cercando però di ingraziarsi i religiosi accogliendone alcune richieste. Gli intellettuali vengono invitati a visitare altri Paesi e a confrontarsi con le varie correnti d’arte, cosa che ovviamente  favorisce uno scambio di idee anche all’interno del Paese.

    In questo clima di rinnovamento muove i primi passi un noto fotografo iraniano, Mahmoud Pakzad (1924-1991), che fin dalla giovinezza fa della fotografia la sua arte.  Pakzad va in giro per la città, Teheran, per scattare immagini di vita quotidiana. Fotografa tutto: edifici, strade, negozi, cinema, il bazar, ecc. Grazie alle sue fotografie, riunite nella raccolta Old Teheran, abbiamo uno spaccato della Teheran degli anni Cinquanta.  Qualche decennio più tardi queste fotografie sarebbero diventate un ritratto unico di un tempo e di una città che presto avrebbe cambiato natura e immagine. Grazie a questo fotografo la quotidianità, la spontaneità iniziano a essere considerati soggetti di scatti fotografici.

    Fotografare il cambiamento

    Gli anni Cinquanta rappresentano per l’Iran una tappa fondamentale per l’evolversi degli eventi futuri. Nel 1953 infatti c’è il colpo di stato contro il Primo ministro Mohammad Mossadeq ad opera dello Shah e dei servizi segreti americani e britannici. Mossadeq aveva infatti intrapreso una serie di misure per la nazionalizzazione della compagnia petrolifera britannica e avviato i primi passi per una riforma agraria, due cambiamenti che né lo shah né le potenze occidentali apprezzavano. Il regime di Muhammad Reza Shah diventa, dopo questo avvenimento, molto più autoritario e violento. Il clima iraniano è quindi carico di tensione, e tutto ciò favorisce un’attenzione dei fotografi allo scatto che riesca a immortalare il cambiamento, la trasformazione della società. L’avvenimento storico diventa immagine. Non è più il solo ritratto di Mossadeq a essere inquadrato ma anche e soprattutto le manifestazioni a suo favore: la società civile si scopre anche attraverso la fotografia. Una particolarità questa che accompagnerà da adesso in avanti la storia della fotografia iraniana: la costante ricerca di una rappresentazione dei sentimenti di un popolo troppe volte imprigionato in un sistema politico autoritario.

    Fonti

    www.payvand.com
    www.fouman.com
    Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

    Da Riad con livore

    Se il 2016 sarà davvero l’anno dell’Iran, come ipotizzato da diversi analisti, lo vedremo. Per ora possiamo dire che il nuovo anno è iniziato all’insegna della tensione tra Iran e Arabia Saudita. L’esecuzione da parte delle autorità saudite dell’Ayatollah sciita Nimr Al Nimr – insieme ad altre 47 persone genericamente accusate di “terrorismo” – ha scatenato la protesta degli sciiti del Medio Oriente e, in particolare, degli iraniani. A Teheran una folla di manifestanti ha assaltato l’ambasciata saudita con bombe molotov e sassi, prima di essere dispersa dalla polizia. Proteste altrettanto violente si sono registrate contro il consolato saudita nella città di Mashad.

    Per un’analisi come sempre puntuale e completa delle dinamiche che hanno portato a questa crisi e delle possibili ripercussioni geopolitiche, rimando all’articolo di Alberto Negri sul sito del Sole 24 Ore.

    Vorrei invece brevemente soffermarmi sulle diverse reazioni all’accaduto. Per semplicità, mi riferisco direttamente alle dichiarazioni manifestate attraverso il web e i social.

    Dalla Guida Ali Khamenei, sono arrivate immediatamente parole durissime contro Riad.

    Il primo tweet è un invito alla rivolta sciita nel nome del nuovo martire Nimr Al Nimr:

    Il risveglio non si può sopprimere

    Va ricordato che l’ayatollah giustiziato da Riad, secondo quanto riportato da organizzazione internazionali quali Amnesty International era un leader non violento e non è mai stato provato un suo legame diretto con Teheran. La sua esecuzione, oltre che ingiusta, suona come un atto di sfida, una provocazione abilmente pianificata.

     

    Poi Khamenei ci va giù pesante con altri messaggi di fuoco, affermando, tra le altre cose, che

    la giustizia divina si abbatterà sui suoi assassini.

    Mentre la Guida attacca verbalmente l’Arabia Saudita, il presidente Hassan Rouhani si assume il complicato compito di condannare l’esecuzione di Al Nimr e allo stesso tempo prendere le distanze dall’assalto all’ambasciata di Teheran. Il presidente quindi condanne gli atti commessi “da estremisti che danneggiano l’immagine dell’Iran”. Rouhani parla indirettamente a chi in Iran sta soffiando sul fuoco della crisi, anche per danneggiare il corso di apertura e distensione promosso dal presidente eletto nel 2013.

     

     

    French ambassador to U.S. Iranians obliged to react with attack on Saudi embassy Washington Examiner

     

    Ma, a parte il dibattito interno che nei prossimi giorni sarà sicuramente ancora più acceso, è interessante notare come a livello internazionale ci siano delle prese di posizione assolutamente inedite. L’ambasciatore francese negli Usa Gerard Araud – in un tweet poi cancellato – ha preso apertamente le parti dell’Iran, scrivendo che

     

    l’Iran era obbligato a reagire, Bruciare un’ambasciata è spettacolare, ma non è guerra.

    La Francia, ricordiamolo, è stata fino all’ultimo secondo contraria all’accordo sul nucleare con Teheran. Ma una volta raggiunta l’intesa, ha operato un drastico cambio di alleanze in Medio Oriente. Qualcuno ipotizza che proprio questo cambio di strategia, non più filo Arabia Saudita ma più filo Teheran, abbia fatto finire Parigi sotto il mirino degli attentati dell’Isis. Forse si tratta di mere supposizioni, ma resta il fatto che il viaggio in Europa di Rouhani venne annullato in extremis proprio per quegli attentati.

    La sera del 3 gennaio, Riad annuncia poi il ritiro del proprio personale diplomatico da Teheran e l’espulsione dei diplomatici iraniani da Riad. La rottura dei rapporti diplomatici è un passo ulteriore verso una crisi molto grave. La rottura dei rapporti diplomatici, tanto per fare un esempio, comporta l’impossibilità per gli iraniani, nel futuro immediato, di svolgere il pellegrinaggio alla Mecca.

    Per un approfondimento sulle differenze tra sciiti e sunniti, leggi anche Sciiti. L’Islam della contestazione

    Primavera in Persia

    Dal 2 al 9 aprile 2016 un nuovo viaggio in Iran insieme ad Antonello Sacchetti e Davood Abbasi. Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

    CON CHI

    Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

    QUANDO

    Dal 2 al 9 aprile 2016

    ITINERARIO

    1° Giorno ROMA – SHIRAZ

    Ritrovo all’aeroporto di Roma Fiumicino con la guida italiana e partenza per Shiraz via Istanbul. Arrivo e sistemazione in hotel.

    2° Giorno SHIRAZ – PERSEPOLI – SHIRAZ

    Visita di Persepoli e della necropoli di Naqshe Rostam. Nel pomeriggio rientro a Shiraz e visita della città (Mausoleo di Hafez, Moschea del Venerdì, ecc.)

    3° Giorno SHIRAZ – YAZD

    Partenza per Yazd e visita di Pasargade e della tomba di Ciro. Sosta ad Abarkuh per la visita del cipresso di 4.000 anni. Arrivo a Yazd nel pomeriggio e prime visite.

    4° GIORNO YAZD – NAEIN – ESFAHAN

    Visita alle Torri del Silenzio e al Tempio zoroastriano. Partenza per Esfahan. Lungo la strada visita di Naein. Arrivo nel pomeriggio e prime visite a Esfahan.

    5° GIORNO ESFAHAN

    Visita della bellissima piazza Naqshe Jahan, delle sue moschee e dei suoi palazzi. Nel pomeriggio visita quartiere armeno di Jolfa.

    6° GIORNO ESFAHAN – NATANZ – KASHAN – QOM – TEHERAN

    Viaggio verso la capitale. Durante il tragitto visite a Natanz, Kashan e Qom. Arrivo in serata a Tehran.

    7° GIORNO TEHERAN

    Visita al Golestan, all’Iran Bastan, al Museo dei Gioielli, al Pol- Tabiat, il nuovo “Ponte della Natura”.

    8° GIORNO TEHRAN – ROMA

    Nelle prime ore del mattino trasferimento in aeroporto e partenza per Roma.

    QUOTA INDIVIDUALE :  EURO 2.090 

    SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA:  EURO 250

     

    LA QUOTA COMPRENDE:

    • Volo Roma – Shiraz (Via Istanbul) e Teheran – Roma (via Istanbul) con Turkish Airline e tasse aeroportuali.
    • Assicurazione medico/bagaglio.
    • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
    • 7 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
    • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
    • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
    • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
    • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
    • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

     

    LA QUOTA NON COMPRENDE:

    • tasse consolari
    • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
    • mance alla guida e all’autista
    • assicurazione annullamento viaggio
    • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

     

    MINIMO 10 PARTECIPANTI

    ADESIONI ENTRO IL 12 FEBBRAIO 2016 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO 

    SALDO ENTRO IL 10 MARZO 2016

    PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

    VOLANTINO PRIMAVERA IN PERSIA OK (1)

      1 2 3 4 5 10