L'infanzia negata dei bambini di Tehran nell'ultimo film di Majid Majidi presentato a Venezia77

Se vi state chiedendo se vale la pena uscire di casa in queste prime serate piovose per andare a vedere Khorshid, la risposta è sì. Trovate il cinema della vostra città che lo proietta (probabilmente in data singola) e andate.

Presentato alla 77ᵅ Biennale del Cinema di Venezia e successivamente distribuito con i sottotitoli in alcune città italiane, Khorshid (Sun Children è il titolo internazionale), è l’ultima fatica di Majid Majidi.

Attraverso il film il regista denuncia lo sfruttamento minorile ambientando la storia in una Tehran malavitosa e immorale, dove gli adulti sfruttano la manodopera a basso costo dei bambini costretti a lavorare per aiutare le proprie famiglie in difficoltà.

Il protagonista Ali (Ruhollah Zamani, vincitore del premio Marcello Mastroianni come attore emergente) ha 12 anni e il ritmo delle sue giornate è scandito dal lavoro. Accetta tutto ciò che gli permette di fare soldi facili con il sogno di poter garantire protezione e sostentamento alla madre ricoverata in un ospedale psichiatrico. 

Non avendo un posto dove portarla, Ali accetta la proposta di un malavitoso (interpretato da Ali Nassirian) che, in cambio della promessa di una stanza per sé e sua madre, gli affida un lavoro importante: trovare il tesoro nascosto sottoterra tra lo scantinato della scuola e il cimitero.

Da questo momento in poi sarà la scuola “Khorshid” la cornice della storia dove per iniziare a scavare il tunnel Ali e i suoi amici dovranno iscriversi. Una scuola questa che, supportata dalle sole donazioni private, forma bambini come Alì ed i suoi amici per dare una possibilità di svolta alla loro vita.

In un continuo climax di tensione Ali porta lo spettatore con sé sottoterra, nel buio e nell’umido del tunnel che condurrà alla sua salvezza. In questo clima il regista offre una dualità di scene, il lavoro dei bambini impegnati a scavare il tunnel tra una lezione e l’altra, e il mondo in superficie, fatto di imbrogli e ricatti.

Il film vede attori professionisti e bambini di strada che si ritrovano a interpretare i personaggi di una vita che conoscono bene, come in un Accattone pasoliniano che fu all’epoca l’espressione di un cinema mai visto prima.

Già negli anni ’60 attraverso il racconto breve 24 ore nel dormiveglia [بیست و چهار ساعت در خواب و بیدار,] di Samad Behrangi (1939-1967),  denunciava la condizione di sfruttamento questi bambini.

Triste pensare che, da allora siano cresciuti i bambini, ma non gli adulti che li circondano.

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Vedi anche: Diretta con Elena Scarinci su “Il pesciolino nero di Samad Behrangi”

Oppure ascolta il podcast:

https://open.spotify.com/episode/2qFCV4neSUtR8xAGRgb5gi

Elena Scarinci

Insegnante di italiano L2 e traduttrice freelance, studiosa di lingua e cultura persiana

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