Iran chiama, Italia risponde

L’Ayatollah Khamenei apre account social in italiano alla vigilia di Natale. L’ambasciatore Perrone rilascia un’intervista in persiano alla TV di Tehran

La notizia è stata una delle poche note di esteri battute dalla agenzie italiane nel giorno di Natale: l’Ayatollah Ali Khamenei, Guida della rivoluzione della Repubblica islamica dell’Iran, ha aperto diversi profili social in lingua italiana.

Dal suo account Twitter @it_Khamenei ha esordito con un messaggio di auguri per il Natale:

Sul profilo Instagram ha pubblicato la foto di una visita ai genitori di un martire cristiano della guerra con l’Iraq, riproponendo lo stesso messaggio di auguri lanciato via Twitter:

Porgo gli auguri a tutti i cristiani e musulmani del mondo, soprattutto ai connazionali cristiani, per l’anniversario della nascita di Gesù, il Messia, il nobile profeta.

Inaugurato anche il canale di Telegram https://t.me/Khamenei_it

Fin qui, nulla di particolarmente eclatante. Khamenei è su Twitter da molti anni, con un profilo in persiano e soprattutto con un profilo in inglese, usato spesso per messaggi politici importanti. Vale la pena sottolineare che il profilo in inglese ha quasi il triplo dei follower di quello persiano (quasi 900mila contro oltre 300mila). Altri account sono in arabo, spagnolo, tedesco e francese.

Colpiscono però due elementi di questa vicenda: la scelta di aprire l’account alla vigilia di Natale, per rivolgere gli auguri. E la qualità dell’italiano in cui gli account sono curati. Cosa niente affatto scontata, visto che in alcune occasioni il profilo Twitter si era fatto notare per qualche errore grossolano.

A chi si rivolgono i social di Khamenei? Esiste un pubblico italiano potenzialmente interessato? Forse, ma certamente non si tratta di una platea vastissima, almeno sulla carta.

L’operazione sembra perciò avere più un carattere politico e simbolico. E forse è quindi ancora più importante, se considerato in prospettiva.

A proposito: due settimane fa Khamenei era stato dato per morto (sarà la ventisima volta in quindici anni

L’ambasciatore Perrone alla TV iraniana

Proprio il giorno di Natale, l’ambasciatore italiano a Tehran Giuseppe Perrone ha dato prova del suo fluente persiano in un’intervista rilasciata a Najmeh Zeinali Janabadi nel programma Zafran. L’ambasciatore ha rimarcato i punti di contatto tra Italia e Iran, definendo la cultura “un ponte nella relazioni tra i due Paesi”.

Chi conosce anche vagamente il mondo diplomatico, sa che non è affatto scontato che un ambasciatore impari la lingua del Paese in cui svolge la missione. In questo senso, va riconosciuto a Perrone un impegno preciso fin dall’inizio del suo mandato.

Il tutto avviene pochi giorni dopo il “Workshop Italia-Iran sulla cooperazione scientifica e culturale”, tenutosi online il 17 dicembre nell’ambito della Iranian Research & Technology Week.

Pochi giorni prima,  lo Europe-Iran Business Forum era stato rinviato – almeno ufficialmente – a seguito della condanna internazionale per la esecuzione del giornalista dissidente Ruhollah Zam. Luciana Borsatti ricostruisce la vicenda in un interessante articolo per Huff Post.

Sta di fatto che questa corrispondenza linguistica prima ancora che culturale o politica, potrebbe essere letta come una scelta di intraprendere un dialogo in cui l’Italia potrebbe riacquistare un ruolo significativo, abbandonato per miopia politica nell’ormai lontano 2003. Allora l’Italia era presidente di turno del Consiglio europeo ma il governo di centrodestra guidato da Silvio Berlusconi declinò l’invito di Tehran a entrare nel gruppo di contatto sulla questione nucleare. Al di là delle motivazioni ufficiali, l’Italia temeva le reazioni degli Usa di Bush junior, all’epoca fresco reduce – e apparente trionfatore – della rapida campagna di Iraq che aveva fatto cadere Saddam Hussein.

Saranno mesi molto importanti quelli che ci separano dalle elezioni presidenziali in Iran fissate per il 18 giugno 2021. Il 20 gennaio si insedia alla Casa Bianca Joe Biden. Khamenei ha già dato una luce verde al presidente Hassan Rouhani per tentare un recupero in extremis dell’accordo sul nucleare.

In tutto questo, la politica italiana sembra come sempre avvitata sulle questioni di equilibri (ed equilibrismi) interni. Si stanno dimostrando molto più attenti e capaci la diplomazia e i suoi interpreti.

Giulio Tamagnini, ambasciatore italiano a Tehran al momento dello scoppio della rivoluzione, scrisse:

“Considerata la distanza culturale tra Iran e Stati Uniti, è ai Paesi europei, e in particolare all’Italia che compete un ruolo in difesa e nell’interesse dell’Occidente in un Paese come l’Iran”.

1 Comment

  1. Sara’la volta buona? Si ritornera’a uno sviluppo armonico e normale,dal punto di vista sociale e politico,del Medio Oriente,prima della sua interruzione dopo il Balfour,il Sykes-Picot,ecc?
    “Il Vicino Oriente e’un luogo che non succede mai niente,noioso e statico,incapace di reazioni violente”: testo di un libro di testo scolastico italiano del 1920(!).
    E forse ora e’anche il momento,pure nel disastroso tentativo degli “Accordi di Abramo”,di cercare di ricreare l’armonia perduta,e di rifare la vera rivoluzione islamica delle origini progressista di Shariati,Mossadegh, Anjari,Taheri,Khatami e dei primi scritti di Ruhollah Khomeini,tranciando di netto l’esperienza della seconda meta’del 20 secolo.

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