Ali Shariati sul Nowruz

Ali Shariati sul Nowruz

Un testo sulla più importante festa iraniana tratto dal libro “Kavir”, tradotto dal persiano all’italiano da Davood Abbasi

È difficile dire qualcosa di nuovo sul Nowruz. Il Nowruz è una festa nazionale, una festa nazionale che tutti conoscono; tutti sanno in cosa consiste, lo si celebra tutti gli anni e ogni anno si parla di esso. Tanto è stato detto e tanto abbiamo sentito e quindi forse non c’è bisogno di ripetere?

E invece c’è bisogno. Non festeggiamo sempre e ogni volta il Nowruz? Ed allora dobbiamo anche parlarne sempre e ogni volta. Nella Scienza e nella Letteratura, la ripetizione è un difetto e la “mente” non ama le ripetizioni. Il “sentimento” però ama la ripetizione, la natura ama la ripetizione, la società ha bisogno di ripetizione e la natura è in qualche modo “esito” del ripetersi: la società diventa forte con fenomeni che si ripetono, il sentimento si rafforza con ciò che si ripete ed il Nowruz è una storia affascinante in cui hanno un ruolo la Natura, il Sentimento e la Società.

Il Nowruz, che da secoli si distingue rispetto a tutte le altre feste del mondo, è cosi superbo perché non è una festa artificiosa di una società o una festa politica imposta. È la festa del mondo, è il giorno della gioia della Terra, del cielo e del Sole, la festa della fioritura, dell’emozione della nascita, piena del sussulto di qualsiasi “inizio”.

Le feste degli altri, sottraggono gli uomini alle loro botteghe, ai loro campi, alle pianure, ai deserti, alle viuzze, ai mercati, ai bazar, ai giardini ed ai campi e li conducono in mezzo alle stanze e li recingono sotto i tetti e dietro alle porte chiuse: ed ecco che si festeggia nei bar, nelle discoteche, nei sotterranei, nei saloni, nelle case…In spazi riscaldati col petrolio, illuminati con lampade che tremolano, con il fumo, abbellite con colori e fiori di carta, di cartone, di cera, profumati con incenso, profumi artificiali ecc. ecc…

Il Nowruz invece prende per mano la gente e la porta via da sotto quei tetti e da dietro quelle porte chiuse, e dagli spazi soffocanti creati da muri alti e vicini delle città e delle case, la porta nel cuore libero e senza confini della natura: ed allora è il Sole che riscalda, e se la luce trema è per l’emozione della Creazione e del Creato, la bellezza è esito dell’arte del vento e della pioggia, le decorazioni sono fatte di boccioli, germogli profumati dall’odore della pioggia, l’odore della menta, della terra, dei rami lavati e resi lindi dalla pioggia…

Il Nowruz è il rinnovo dei ricordi di grandiosità: la commemorazione della parentela tra Uomo e Natura. Ogni anno, questo figlio sbadato che è interno ai lavori artificiali ed alle sue costruzioni complesse, si dimentica della propria madre, ma con il ricordo pieno di tentazione del Nowruz, questo figlio torna ad aggrapparsi alla gonna della madre e con lei festeggia questo ritorno. Il figlio, abbracciando la madre, ritrova se stesso, e la madre, con il figlioletto accanto, sboccia dalla gioia e piove lacrime di gioia, canta dalla gioia, diventa giovane e rinasce. È come Giacobbe che riacquista la vista, ritrovando il suo Giuseppe.

Più la nostra civiltà diventa complessa, pesante e artificiale, più per l’uomo è vitale questo ritorno e questa riscoperta della Natura; per questo motivo, al contrario delle altre tradizioni che vanno scomparendo, o che inutilmente si rafforzano, il Nowruz è una terza via che mette d’accordo Lao Tse, Confucio, Rousseau e Voltaire.

Il Nowruz non è solo un’opportunità per il riposo, il piacere ed il divertimento: è anche la necessità di una società, la linfa vitale di un popolo. In un modo fondato e basato sul cambiamento, la modifica, la distruzione, il disordine, la perdita, dove l’unica cosa fissa è proprio il cambiamento, quale difensore migliore si può trovare rispetto al Nowruz, per difendersi dallo spietato carro di battaglia del Tempo, che arriva, distrugge e annienta qualsiasi cosa?

Nessun popolo si forma in una o due generazioni: un popolo, è l’insieme collegato di numerose generazioni consecutive, ma il tempo, questa lama spietata, interrompe il legame tra le generazioni, ci allontana dai nostri avi, da coloro che hanno costruito la nostra società e il nostro popolo, nella valle profondissima della storia, un precipizio tremendo di secoli ci divide da loro: sono solo le tradizioni che nascondendosi all’occhio del Tempo boia, ci fanno passare attraverso questa valle spaventosa e ci fanno conoscere i nostri avi ed il nostro passato. Nel volto sacro di queste tradizioni, che noi sentiamo nel nostro tempo, al nostro fianco e nel nostro essere, riusciamo a vederci vicini ai nostri avi ed il Nowruz è una delle tradizioni più affascinanti e robuste.

In quei momenti in cui celebriamo il Nowruz, è come se anche noi fossimo presenti in tutti i Nowruz che si sono celebrati in questa Terra e allora riusciamo a vedere davanti a noi le pagine chiare e buie e i fogli bianchi e neri della storia del nostro popolo arcaico. La fede nel fatto che ogni anno il nostro popolo ha festeggiato il Nowruz, in questa terra, risveglia in noi questi pensieri emozionanti: il Nowruz lo hanno festeggiato ogni anno, sì, ogni anno, anche l’anno in cui Alessandro aveva colorato di rosso questa terra con il sangue della nostra gente, accanto al fuoco che si levava fino al cielo nella città di Persepoli, persino lì, in quell’anno, il nostro popolo in lutto, festeggiò con più serietà e con una fede infuocata; e quando Al-Muhallab, commetteva continuamente stragi nel Khorasan, nella triste quiete delle città ferite, e accanto ai Templi del Fuoco freddi e spenti, la gente festeggiò con calore ed emozione.

La storia ci racconta di un uomo del Sistan, che quando gli arabi avevano dominato tutta questa terra portandola sotto la spada del califfo della Jahiliyah, raccontava le tragedie della distruzione delle case e dello smarrimento dei soldati e coi suoi lamenti faceva piangere la gente, e suonava la sua arpa e diceva: “Abatimar: ci vuole un pò di gioia”; il Nowruz in quegli anni ed in tutti gli altri è stato una gioia di questo tipo, non uno svago ed un divertimento inutile. 

È stato la dichiarazione di sopravvivenza, di resistenza, esistenza di questo popolo ed il simbolo del suo legame con un passato che il Tempo e gli accadimenti disastrosi del Tempo hanno cercato invano di distruggere. Il Nowruz è sempre stato caro; è stato caro ai Magi ed ai Mubad zoroastriani, è stato caro ai musulmani e ai musulmani sciiti. Tutti hanno amato il Nowruz e ne hanno parlato.

Persino i filosofi e gli scienziati che dicono: “Il Nowruz è il primo giorno della Creazione, quando Ahura Mazda ha creato il mondo e ha impiegato 6 giorni nella creazione e il sesto giorno, la Creazione è finita e per questo il primo giorno di Farvardin si chiama Ahur Mazd ed il sesto giorno di Farvardin è un giorno ritenuto sacro. Quale leggenda è più bella della storia vera?

Ognuno di noi non ha la sensazione che il primo giorno dell’esistenza, è stato il primo giorno della primavera? 

Se Dio ha iniziato un giorno questo mondo, quel giorno, era sicuramente un Nowruz. Sicuramente la primavera era la prima stagione, Farvardin il primo mese, e il Nowruz il primo giorno del Creato. Dio non può aver iniziato questo mondo e la Natura con l’autunno, l’inverno o l’estate.

Indubbiamente, in quel primissimo giorno, in quel primo giorno della prima primavera, i germogli devono avere iniziato a spuntare, i fiumi devono aver iniziato a scorrere, i fiori a sbocciare. Ed allora anche lo spirito umano è nato sicuramente in questo giorno ed anche l’amore è nato per la prima volta in questo giorno, ed allora anche il Sole è sorto per la prima volta in questo giorno, ed il Tempo, in questo giorno, ha iniziato a scorrere. 

L’Islam, che fece impallidire il colore del razzismo, e cambiò le tradizioni, esaltò al massimo il Nowruz, e con un sostegno forte, evitò che questa festa venisse danneggiata nell’era in cui gli iraniani divennero musulmani.

La scelta di Alì come califfo ed erede del profeta, presso i pozzi di Ghadir-e Khom, si verificò in tale giorno, e che coincidenza meravigliosa, tutto quell’amore alimentato dalla fede che gli iraniani provavano per Ali e il suo governo, divenne un sostegno per il Nowruz. Il Nowruz che era vivo col nazionalismo, prese anche spirito religioso: una tradizione nazionale ed etnica, si collegò alla fede ed all’amore potente e fresco che si era creato nei cuori della gente di questa terra e così diventò sacra, e nel periodo safavide, il Nowruz divenne ufficialmente uno slogan sciita, pieno di fede, preghiere, invocazioni; un anno il Nowruz e Ashura coincisero e lo Scià safavide celebrò il lutto quel giorno per Ashura, ma il giorno dopo festeggiò il Nowruz.

Questo anziano che ha sul volto la polvere dei secoli, nella sua storia antichissima, un tempo, sentiva accanto ai Magi le preghiere degli adoratori della dea Mehr (la dea del Sole), poi ha sentito le preghiere dei Mubad e li ha ascoltati quando sussurravano l’Avesta, lodando Ahura Mazda, dopo ha sentito le lodi di Allah e i versetti del Corano, ed infine, ha sentito anche la voce delle preghiere degli sciiti innamorati di Ali e del suo governo e con tutte queste voci e queste preghiere, questo anziano, ha vissuto con tutti i nostril antenati, tutte le generazioni e tutti i secoli, dai tempi del leggendario Jamshid fino ad oggi. Ha vissuto sempre ed ha sempre fatto il suo dovere, con potenza, amore e fedeltà, ed il suo dovere è stato quello di allontanare la stanchezza, la morte e la tristezza dal volto di questo popolo ferito; il suo dovere è stato quello di amalgamare con lo spirito di questo popolo, la leggiadria e la vitalità della Natura, ed ancora più importante, il Nowruz ha collegato le generazioni di questo popolo che seduto all’incrocio degli eventi della Storia, è stato afflitto dalla lama dei boia, dei ladroni e dei costruttori di minareti di teste mozzate, stringendo un patto di unità tra tutte le diverse generazioni, che altrimenti sarebbero state divise dal profonde burrone del Tempo.

E noi in questo momento, in questi primi istanti della Creazione, nel giorno di Urmazd, accendiamo di nuovo il fuoco divino del Nowruz, e nel profondo della nostra coscienza, con la forza dell’immaginazione, sorvoliamo le pianura nere della morte dei secoli vuoti, e festeggiamo sotto al cielo lindo e soleggiato della nostra terra, insieme a tutte le donne e gli uomini il cui sangue scorre nelle nostre vene e la cui anima continua a vivere nel nostro spirito. E cosi ricordiamo la nostra esistenza, come un popolo, e doniamo eternità al nostro essere in mezzo all’uragano degli accadimenti portati dal Tempo, e dinanzi all’aggressione di questo secolo ostile che ci ha alienati da noi stessi, e ci ha resi una preda facile e senza forza di questo Occidente saccheggiatore, in questo appuntamento della Storia dove sono presenti tutte le generazioni della Storia e tutti i nostri miti, stringiamo con loro un patto, prendiamo da loro in custodia l’amore e promettiamo loro che non moriremo mai, e che vivremo in eterno come un popolo, che in questo deserto immense dell’umanità, ha affondato le radici in un terreno ricco di cultura, sacralità e imponenza.  

Festività in Iran nel 2021

Festività in Iran nel 2021

Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. Si intrecciano, infatti, tre calendari: quello solare iraniano, quello lunare islamico e quello cristiano comunemente adottato a livello internazionale.

Le festività islamiche seguono il calendario lunare e quindi cadono ogni anno in giorni diversi.

Quelle invece più legate alla tradizione preislamica, come il No Ruz, seguono il calendario solare.

17 GennaioMartirio di Fatima
11 FebbraioAnniversario della Rivoluzione islamica
25 febbraioNascita dell’Imam Ali
11 MarzoMabaath (inizio del magistero profetico di Muhammad
19 MarzoAnniversario Nazionalizzazione del Petrolio
20 – 24 MarzoVacanze di Noruz (inizia l’anno persiano 1400)
29 MarzoNascita dell’Imam Ali
31 MarzoNascita della Repubblica islamica
2 AprileSizdah Bedar (fine feste di Noruz)
4 MaggioMartirio dell’Imam Ali
13 MaggioEid al-Fitr
14 MaggioEid al-Fitr (Fine Ramadan)
4 GiugnoMorte di Khomeini
5 GiugnoCelebrazione rivolta del 15 Khordad (1963)
6 GiugnoMartirio dell’Imam Sadeq
20 LuglioEid Ghorban (Festa del Sacrificio)
28 LuglioEid al-Ghadir
18 AgostoTassoua
19 AgostoAshura
27 SettembreArbaeen
6 OttobreMorte del Profeta Muhammad
6 OttobreMartirio dell’Imam Hassan
7 OttobreMartirio dell’Imam Reza
15 OttobreMartirio dell’Imam Hassan Asgari
19 OttobreNascita del Profeta Muhammad
19 OttobreNascita Imam Sadeq

Senza Anna, con Anna

Anna Vanzan

La vigilia di Natale di questo incredibile e doloroso 2020 ci ha lasciati Anna Vanzan.

Era il 7 settembre quando partecipò a “Conversazioni sull’Iran” per parlare di femminismi islamici. La diretta fu interessantissima, ma il fuori onda – prima e dopo – fu esilarante. Anna era di ottimo umore, aveva passato una bella vacanza al mare e mi fece fare un sacco di risate.

Avremmo dovuto fare un’altra diretta il 19 novembre per parlare di “Mio zio Napoleone”, da lei tradotto, ma fummo costretti ad annullarla in extremis perché era stata appena ricoverata.

La sua scomparsa è una perdita enorme per la cultura italiana e per quella iraniana. Un dolore per tutti quelli che l’hanno conosciuta e che non la dimenticheranno mai.

Come ha scritto giustamente Farian Sabahi, il modo migliore per ricordarla è leggere tutto quello che ha scritto. Che è tantissimo e di valore.

E riascoltarla.

Ciao Anna.

La cura del botox

Non c’è nulla da fare: per arrivare nel flusso dei media principali, il cinema iraniano è condannato a vincere. Non che sia una cosa difficile, a guardare i palmarès dei principali festival internazionali. Detto, fatto. Kaveh Mazaheri, classe 1981, al suo primo lungometraggio, ha vinto la trentottesima edizione del Torino Film Festival, aggiudicandosi anche il riconoscimento come migliore sceneggiatura.

Storia più grigia che nera: in una casa di campagna – presumibilmente poco fuori Tehran – vivono tre fratelli, un uomo e due donne.

La più grande, Akram, che ha superato i quarant’anni, soffre di autismo ed è vittima delle angherie del fratello Emad, che vive alla giornata e sogna di emigrare in Germania. L’altra sorella, Azar, lavora in un centro estetico della capitale, dove inietta botox alla signore bene, ma progetta di coltivare funghi allucinogeni da spacciare insieme al suo amante Saeid.

Questo quadro familiare non propriamente idilliaco, viene sconvolto da un imprevisto drammatico e facilmente intuibile, che però non vi sveliamo. Di qui tutto subisce un’accelerazione rapidissima che – è chiaro da subito – non può portare nulla di buono.

Il paragone con Fargo è d’obbligo, anche perché certe scene sembrano un omaggio esplicito al cinema allucinato dei Fratelli Cohen.

Come Tehran city of love di Ali Jaberansari, anche Botox racconta l’ossessione della società iraniana per la cura del corpo e per l’apparenza. E qui l’unica forma di saggezza sembra essere garantita dal disagio mentale.

Girato senza fronzoli, inquietante ma non angosciante, Botox merita di essere visto anche da chi non ama o non conosce il cinema iraniano. Un film che difficilmente avrebbe trovato spazio nelle sale italiane, ma che può farsi strada attraverso lo streaming. Che ci piaccia o meno, il cinema d’ora in avanti sarà (anche) questo.

Cinema d’iDEA

Dal 15 al 21 novembre torna il festival Cinema d’iDea: 20 film internazionali diretti da donne. Sei i titoli iraniani

Cinema d’iDea, giunto quest’anno alla quarta edizione, mette al centro i film diretti da registe donne. Data l’impossibilità di svolgere eventi in presenza, il festival che si tiene di norma a Roma nel mese di giugno sarà accessibile dal 15 al 21 novembre da tutta Italia interamente on line grazie alla piattaforma www.streeen.org che rende possibile lo streaming.


Il festival, che prevede diverse anteprime nazionali, sarà preceduto dalla proiezione gratuita del film vincitore della scorsa edizione, Platform, della regista iraniana Sahar Mosayebi, che racconta la storia di tre sorelle campionesse di wushu (14 novembre).

L’apertura di Cinema d’iDea 2020 è affidata a Citizen Rosi di Didi Gnocchi e Carolina Rosi (15 novembre): si tratta del biopic su Francesco Rosi, il Maestro del cinema scomparso nel 2015. Dichiara entusiasta la direttora artistica Patrizia Fregonese De Filippo: «È un film intimo, poiché accompagnato da ricordi privati, pur trattando di un personaggio pubblico. Uno di quelli che sembrano non esistere più, con una forza, una passione politica e un’onestà intellettuale ormai rare». Il documentario si è aggiudicato il Premio Pasinetti assegnato dal Sindacato Nazionale Giornalisti Cinematografici Italiani (SNGCI) alla Mostra di Venezia.

La voce narrante è della figlia Carolina Rosi e ne sono protagonisti come intervistati magistrati, registi giornalisti e amici quali Roberto Andò, Lirio Abbate, Gherardo Colombo, Nino Di Matteo, Marco Tullio Giordana, Nicola
Gratteri, Roberto Saviano, Giuseppe Tornatore, John Turturro, Costa Gavras e Giancarlo De Cataldo.

Tra gli altri film presentati, quattro produzioni iraniane (oltre a Platform), tra cui Touran Khanom di Rakhshan Banietemad e Mojtaba Mirtahmasb, incentrato su Touran Mirhadi (Khomarloo), la figura più importante nell’ambito dell’educazione dei bambini in Iran.

Fuori concorso verrà inoltre proposto We Are Soldiers di Svitlana Smirnova, di cui sono protagonisti tre volontari ucraini rimasti feriti durante la guerra tra Russia e Ucraina per la Crimea e il Donbass (iniziata nel 2014) che vengono curati all’ospedale militare di Kiev e ci fanno riflettere sull’assurdità di qualsiasi guerra.

Alcuni film saranno presentati attraverso dirette su Facebook con le registe, le sceneggiatrici e la giuria, durante le quali si alterneranno alla conduzione Patrizia Fregonese De Filippo, la critica cinematografica Chiara Zanini e la regista Maddalena Merlino per Streeen.

Sabato 21 novembre saranno comunicati i premi assegnati dalla giuria
internazionale, composta da Giovanna Koch (sceneggiatrice italiana), Nicolas e Sarah-Lou Billon (produttori francesi), Paula Rivera (attrice e autrice messicana), Nino Russo (regista, sceneggiatore e drammaturgo italiano), Christine Höfferer (giornalista austriaca) e Gianni Celata (economista, docente ed esperto presso due sottocommissioni del Mibact).

Ogni giorno con un solo biglietto si potranno vedere due lungometraggi, mentre venerdì 20 novembre sarà proposto un programma di dieci cortometraggi, molti dei quali esplorano il mondo di bambine, bambini e adolescenti. I biglietti per ogni coppia di film si potranno acquistare ogni giorno a partire dalle 18.30. Entrambi i film si potranno vedere per 48 ore dal primo accesso. Un biglietto costa 3,5 euro, mentre tutto il festival
sarà disponibile per 10 euro.

Altre informazioni su www.streeen.org e suoi profili social di Cinema d’iDea.

Khorshid. Sun children

Se vi state chiedendo se vale la pena uscire di casa in queste prime serate piovose per andare a vedere Khorshid, la risposta è sì. Trovate il cinema della vostra città che lo proietta (probabilmente in data singola) e andate.

Presentato alla 77ᵅ Biennale del Cinema di Venezia e successivamente distribuito con i sottotitoli in alcune città italiane, Khorshid (Sun Children è il titolo internazionale), è l’ultima fatica di Majid Majidi.

Attraverso il film il regista denuncia lo sfruttamento minorile ambientando la storia in una Tehran malavitosa e immorale, dove gli adulti sfruttano la manodopera a basso costo dei bambini costretti a lavorare per aiutare le proprie famiglie in difficoltà.

Il protagonista Ali (Ruhollah Zamani, vincitore del premio Marcello Mastroianni come attore emergente) ha 12 anni e il ritmo delle sue giornate è scandito dal lavoro. Accetta tutto ciò che gli permette di fare soldi facili con il sogno di poter garantire protezione e sostentamento alla madre ricoverata in un ospedale psichiatrico. 

Non avendo un posto dove portarla, Ali accetta la proposta di un malavitoso (interpretato da Ali Nassirian) che, in cambio della promessa di una stanza per sé e sua madre, gli affida un lavoro importante: trovare il tesoro nascosto sottoterra tra lo scantinato della scuola e il cimitero.

Da questo momento in poi sarà la scuola “Khorshid” la cornice della storia dove per iniziare a scavare il tunnel Ali e i suoi amici dovranno iscriversi. Una scuola questa che, supportata dalle sole donazioni private, forma bambini come Alì ed i suoi amici per dare una possibilità di svolta alla loro vita.

In un continuo climax di tensione Ali porta lo spettatore con sé sottoterra, nel buio e nell’umido del tunnel che condurrà alla sua salvezza. In questo clima il regista offre una dualità di scene, il lavoro dei bambini impegnati a scavare il tunnel tra una lezione e l’altra, e il mondo in superficie, fatto di imbrogli e ricatti.

Il film vede attori professionisti e bambini di strada che si ritrovano a interpretare i personaggi di una vita che conoscono bene, come in un Accattone pasoliniano che fu all’epoca l’espressione di un cinema mai visto prima.

Già negli anni ’60 attraverso il racconto breve 24 ore nel dormiveglia [بیست و چهار ساعت در خواب و بیدار,] di Samad Behrangi (1939-1967),  denunciava la condizione di sfruttamento questi bambini.

Triste pensare che, da allora siano cresciuti i bambini, ma non gli adulti che li circondano.

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Vedi anche: Diretta con Elena Scarinci su “Il pesciolino nero di Samad Behrangi”

Oppure ascolta il podcast:

Jenayat-e bi deghat

Per capire o semplicemente provare a lasciarsi affascinare da Jenayat-e bi deghat (Careless crime), film di Shahram Mokri presentato nella sezione Orizzonti a Venezia 77, occorre prestare attenzione a una delle primissime scene. Siamo in una farmacia, a Teheran. Seguiamo la scena in soggettiva, attraverso gli occhi di un farmacista che si vede arrivare un cliente che richieda un farmaco (evidentemente uno psicofarmaco) introvabile a causa delle sanzioni. E quindi sappiamo che siamo nel presente, nell’Iran di oggi. Il cliente dice di essere affetto da piromania e di aver provocato un incendio quarant’anni prima. “Quarant’anni? Impossibile”, risponde il farmacista, valutando l’età del cliente. “No, non quaranta; tre o quattro anni fa”, risponde allora l’altro.

Ecco, la storia parte da qui. Siamo nel presente o nel passato? Di quale incendio parliamo? Al centro di tutta la narrazione c’è una storia realmente accaduta, esattamente il 19 agosto 1978.

La strage del cinema Rex

Sono gli ultimi mesi del regime dello scià. È il venticinquesimo anniversario del golpe del 1953 contro Mossadeq: in un quartiere popolare della città di Abadan un incendio uccide più di quattrocento tra uomini, donne e bambini che assistevano a un film nel cinema Rex. Il governo accusa della strage l’opposizione che a sua volta accusa la Savak – la polizia politica dello scià – di aver deliberatamente appiccato il fuoco e di aver bloccato le uscite del cinema in modo da provocare una strage. D’altro canto, i manifestanti attaccavano in genere cinema vuoti in cui venivano proiettati film con scene di sesso o considerati troppo “occidentali”, mentre al Rex il giorno della strage era proiettato Gavazn-ha (Il cervo), film di Massud Kimiyai che parlava di una rivolta di poveri contro le ingiustizie e che aveva a stento ottenuto il visto della censura. Qualunque fosse la verità sulla strage del Rex, il risultato politico fu inequivocabile: l’opinione pubblica attribuiva allo scià la responsabilità dell’accaduto.

Come ricorda Claudio Zito sul blog Cinema iraniano,

Quattro persone si introdussero nel locale, ciascuno di loro portando ciò che appariva come una confezione di snack, ma che in realtà conteneva benzina. Nel corso della proiezione, due di loro si allontanarono come per andare in bagno; cosparsero invece di liquido infiammabile le porte di legno e i corridoi della sala, e appiccarono il fuoco. L’incendio andò avanti quasi tutta la notte, le urla delle vittime si protrassero per ore e si udirono a centinaia di metri di distanza. Il numero dei morti è tuttora indefinito, varia dagli oltre trecento ai circa settecento, a seconda delle fonti. Un uomo perse dieci figli nell’attentato.

La tragedia del 19 agosto 1978

Lo stesso regista ha dichiarato di aver scelto come base del racconto la testimonianza dell’unico degli attentatori sopravvissuto all’incendio: Hossein Takbalizadeh, all’epoca dei fatti disoccupato e tossicodipendente, condannato a morte da un tribunale rivoluzionario nel 1980 e successivamente giustiziato in pubblico.

Una storia terribile e di sicuro imbarazzante anche per le autorità della Repubblica islamica. Durante il processo Takbalizadeh ribadì di aver dato fuoco al cinema credendo di compiere un atto rivoluzionario e negò sempre con forza qualsiasi legame con la Savak.

Passato e presente

Ed ecco che allora il film di Mokri ondeggia tra passato e presente. Siamo nella Teheran di oggi, con il Museo del Cinema con i ragazzi che affollano il caffè, ma un attimo dopo nelle stesse strade ci sono scritte che inveiscono contro lo scià. Un gruppo di studenti ha ricevuto minacce per aver organizzato la proiezione di un film (che si intitola sempre Jenayat-e bi deghat) politicamente controverso, in cui un ufficiale dell’esercito (Babak Karimi , già presente sia in Mahi va Gorbeh sia nell’altro lungometraggio di Mokri, Invasion) indaga su un misterioso missile caduto in una zona di montagna. Missile che vedremo nell’ultima scena del film, quasi come una stella cometa nefasta.

Il buio della sala è del 2020 o del 1978? I ragazzi che attaccano manifesti sfidano le autorità della Repubblica islamica o dello scià? Di quale censura e di quale repressione stiamo parlando? La tragedia scatenata allora continua ancora oggi?

Esercizio di stile

Apparentemente è tutto un difficilissimo esercizio di stile, ma se ripensiamo al film e proviamo a smontarlo poco alla volta, ci rendiamo conto di quanti temi vengono toccati e di quanto cinema ci sia in questo film.

La prima mezz’ora di film è assolutamente avvincente, con una lunga e inquietante sequenza nel Museo del Cinema di Teheran (se non lo conoscete potere fare una visita virtuale qui). Poi indubbiamente alcuni dialoghi si fanno un po’ troppo ridondanti, non tutti i”pezzi” del film si incastrano a dovere anche perché si tratta di un’operazione tutt’altro che semplice.

La locandina del film

Già sette anni fa con Mahi va gorbeh Mokri aveva stupito Venezia con il suo talento e la sua voglia di innovare il cinema. Qui la posta in palio si fa ancora più grande: ci sono almeno tre film in un film, c’è il cinema nel cinema e ci sono le storie nella Storia.

E quindi è un’opera che merita rispetto e attenzione, perché rischiare è da pochi, soprattutto in un’epoca in cui narrare è divenuto un imperativo costante per tutti.

Mokri dimostra un talento innegabile e ancora in fase di crescita. Molto moderno come tecnica e come stile narrativo. Allo stesso tempo, Jenayat-e bi deghat è un film molto iraniano. Per la storia che racconta e per l’attenzione ai dettagli del presente.

La speranza è che trovi una distribuzione in Italia e magari anche una critica capace di facilitare le scelte del pubblico.

Guarda l’intervista al regista Shahram Mokri

La terra desolata

Diciamolo subito a scanso di equivoci: The Wasteland (Dashte kamoush), opera seconda dell’iraniano Ahmad Bahrami, presentato nella sezione Orizzonti nella Mostra del Cinema di Venezia numero 77, non è un film per tutti. Questo non vuol dire che sia necessariamente un film per pochi, ma è bene precisare che siamo su corde, tempi e temi abbastanza lontani dal cinema iraniano a cui il pubblico internazionale si è abituato negli ultimi anni.

Girato in un bianco e nero bellissimo, il film è interamente ambientato in una fabbrica di mattoni nel mezzo del nulla, si suppone nell’Iran nord orientale. Qui una quindicina di persone vivono e lavorano lontani da tutti. C’è un piccolo gruppo di curdi, un altro di azeri (e sentiremo, a turno, i loro dialoghi nelle diverse lingue), c’è soprattutto il “vecchio” Lotfollah, operaio nato e vissuto sempre in quel minuscolo villaggio attorno alla fabbrica, memoria storica e punto di riferimento per tutti gli altri lavoratori. Che hanno storie e desideri spesso contrastanti.

La prima parte del film è costruita in modo molto originale, con flashback e anticipazioni, in un gioco a incastri che sposta tre o quattro volte il punto di vista della narrazione. Fino alla conclusione della scena più importante, quella in cui il padrone annuncia l’immediata chiusura della fabbrica.

La locandina del film

Da questo momento Lotfollah diventa il protagonista assoluto della scena. A lui spetta organizzare la chiusura degli impianti e la partenza di tutti i lavoratori.

È questa la parte più drammatica del film, fino a una indimenticabile scena finale.

Dashte kamoush è un film di silenzi e di movimenti di macchina lenti e avvolgenti. Alcune inquadrature (come quella mostrata nella locandina) sono capolavori di fotografia.

Forse è inutile voler individuare un messaggio unico del film. Ci sono diversi elementi esistenziali, c’è di fondo un tema politico, di mancata lotta di classe. Ma – più di molti altri – questo è un film che va semplicemente visto.

Non è certo un film di speranza, ma sicuramente è un film d’arte.

Trovare se stessi a Mashad

Finding Farideh

Simmetrie delle scelte o semplici coincidenze. Perdersi e trovare se stessi. Proprio mentre leggevo Perdersi di Charles D’Ambrosio, ho potuto finalmente vedere in streaming un film che “inseguivo” da un anno. Finding Farideh (در جستجوی فریده) è un documentario diretto e prodotto da due giovani registi di Teheran, Azadeh Mousavi e Kourosh Ataee. Racconta la storia (vera) di Farideh, quarantenne di Amsterdam, adottata da una coppia olandese in un orfanotrofio di Teheran quando aveva solo sei mesi, che si mette alla ricerca del proprio passato.

Prima inizia a studiare la lingua e la cultura del suo Paese di origine, poi apre un blog in cui racconta la propria storia e cerca di risalire alla propria famiglia biologica. Poi si mette in contatto con un legale di Teheran e scopre così di essere stata abbandonata ancora in fasce nel santuario dell’Imam Reza di Mashad. La sua storia finisce sui giornali locali e tre famiglie si mettono in contatto con lei nella speranza di aver ritrovato la figlia perduta.

Arriva quindi il momento di partire per l’Iran e sottoporsi al test del DNA. E ritrovare la propria terra d’origine.

La prima parte del film, quella che precede il viaggio, è paradossalmente la più emozionante e anche quella più “lacrimogena”. C’è tutta la crisi della protagonista che si appresta a quello che è a tutti gli effetti il viaggio più importante della sua vita.

E poi finalmente Farideh atterra in Iran. E qui ci sono dei momenti molto drammatici e anche molto toccanti, come la visita notturna al santuario dell’Imam Reza, sotto una leggera nevicata.

Il film, girato nel 2015, è stato scelto nel 2019 come candidato iraniano agli Oscar, venendo preferito – tra gli altri – al pluripremiato e campione di incassi (ma assolutamente sopravvalutato) Metri shish o nim (Just 6.5) di Saeed Roustayi. Scelta quanto mai azzeccata, a mio modesto avviso.

Colpisce come la macchina da presa riesca a essere sempre presente senza mai sconfinare nell’estetica morbosa del reality. Questo è sicuramente il merito più grande dei due registi. Ed è anche una scelta che ricalca una tendenza letteraria degli ultimi venti anni, quella della cosiddetta “letteratura della realtà”, tra memoir, reportage e “autofiction”, resa celebre da autori come Annie Ernaux, Rachel Cusk e Karl Ove Knausgård, solo per fare alcuni esempi.

Non anticipiamo l’esito della ricerca di Farideh. Diciamo soltanto che alla fine il viaggio, come in tutte le storie che valgono, sta già nella decisione di partire.

Visita il sito del film: http://findingfarideh.com/

Di cosa parliamo quando parliamo di Mostafa Mastur

Di cosa parliamo quando parliamo di Mostafa Mastur

Non occorre necessariamente credere all’astrologia per avere fiducia nelle congiunzioni astrali. Era la fine del 2019 e alla Fiera della piccola e media editoria di Roma avevo appreso che in primavera Francesco Brioschi Editore avrebbe pubblicato Sull’amore e altre cose, romanzo di Mostafa Mastur, in Iran arrivatoalla sua undicesima ristampa in due anni.

La speranza della casa editrice era di avere Mastur in Italia in occasione del Salone del Libro di Torino, a maggio. Conosco Mostafa di persona, da quando nel 2011 Ponte33 pubblicò Osso di maiale e mani di lebbroso. Allora passammo una giornata assieme a Roma, ospiti di una trasmissione radiofonica prima e poi in una libreria. Pochi mesi dopo, Mostafa – con cortesia tipicamente persiana – mi raggiunse a Teheran da Ahvaz (dove viveva all’epoca) e organizzò per me un paio di incontri con realtà del mondo editoriale iraniano. 

Roma, settembre 2011. Con Mostafa Mastur a Eco Radio

Aspettavo quindi con particolare piacere l’uscita del libro e l’eventuale giro di presentazioni in Italia col suo autore. Poi, dall’inizio dell’anno, tra venti di guerra prima e pandemia mondiale dopo, questa prospettiva è sfumata, cancellata dall’emergenza. E così il libro, invece che a marzo, è uscito a luglio.

E qui che invece l’allineamento dei corpi astrali si è magicamente ricomposto. Perché nel frattempo avevo conosciuto, seppure soltanto attraverso una connessione digitale, Faezeh Mardani, traduttrice di questo romanzo. In due dirette  streaming ci aveva incantato spiegandoci la poesia di Forugh Farrokhzad prima e Ahmad Shamlu poi.

Così, quando finalmente ho avuto l’occasione di leggere il libro, il cerchio si è chiuso. In un certo senso, conoscevo autore, traduttrice, casa editrice. Eppure il libro è stata una sorpresa. 

Non mi aspettavo, infatti, un romanzo così veloce, così denso e così calato in una realtà generazionale che non è quella dell’autore. Mastur (classe 1964) si cala infatti nei panni di Hany, un ragazzo che nel 2008 ha appena concluso gli studi universitari e decide di non tornare nella natia Ahvaz (guarda caso) e rimanere nella più vivace a Tehran (e se cominciassimo a scrivere così, all’iraniana il nome della città?) mantenendosi dando ripetizioni di fisica. Hany scandisce il tempo con gli anniversari della guerra con l’Iraq, vissuta da bambino e che gli ha lasciato un danno permanente a un orecchio. In cerca di esperienze, lascia il dormitorio universitario e si trasferisce in una cantina che divide con altri due ragazzi, Karim Giogiò e Morad Sormè. I misteriosi affari del primo porteranno una svolta drammatica alla storia che è incentrata sull’amore di Hany per Parastu, bellissima impiegata di banca che inizialmente ricambia ma poi sceglie di sposare un cugino  che non ama ma che ha il pregio di essere ricco, perché “l’amore è essenzialmente fragile e passeggero, e una vita costruita sull’amore non può che essere una vita fragile”.

Non diciamo come vanno a finire le cose. Sì, c’è il dramma, c’è la violenza, ma il finale mi ha sorpreso e vorrei sorprendesse tutti quelli che leggeranno il libro. Che si legge benissimo, è divertente ma non leggero e poi cita due film di Richard Linklater che ho amato molto: Prima dell’alba e Prima del tramonto. Mastur, traduttore in persiano di Raymond Carver (già per questo meriterebbe gloria eterna) si conferma scrittore “mondiale”, capace di uno sguardo che va oltre i confini nazionali e generazionali.

Alla scoperta dello Shahnameh

Quarto appuntamento con “Lettere persiane” insieme a Davood Abbasi. Si parla dello Shahnameh di Ferdowsi, il poema epico nazionale iraniano che intorno all’anno Mille segna la rinascita della lingua persiana. Diretta Facebook di sabato 18 aprile 2020.

Diretta Facebook del 18 aprile 2020

Il podcast della diretta del 18 aprile 2020

Tehran Girl

Antonello Sacchetti dialoga con Giacomo Longhi, traduttore dal persiano di “Tehran Girl”, romanzo di Mahsa Mohebali pubblicato in Italia da Bompiani. Il video della diretta Facebook del 9 aprile 2020.

Ascolta il podcast


Lettere persiane/1

Sabato 28 marzo 2020 con Davood Abbasi in diretta Instagram da Teheran abbiamo “trasmesso” la prima di una serie di conversazioni che terremo ogni sabato alle ore 18 (italiane) per trascorrere insieme questa quarantena parlando di Iran. Ieri abbiamo affrontato le origini e le tradizioni del Noruz.

Sabato 4 aprile parleremo di poesia persiana contemporanea.

Seguiteci sugli account @anto_sacchetti e @persia_viaggi !

Ecco il video della prima puntata:

Lettere Persiane/1 Ieri con Davood Abbasi in diretta Instagram da Teheran abbiamo "trasmesso" la prima di una serie di conversazioni che terremo ogni sabato alle ore 18 (italiane) per trascorrere insieme questa quarantena parlando di Iran. Ieri abbiamo affrontato le origini e le tradizioni del Noruz. Sabato 4 aprile parleremo di poesia persiana contemporanea. Seguiteci sugli account @anto_sacchetti e @persia_viaggi !

Pubblicato da Antonello Sacchetti su Domenica 29 marzo 2020

In arrivo a Roma Kayhan Kalhor

Il maestro della musica classica persiana

Domenica 9 febbraio 2020 – ore 19

Teatro Greco

Via Ruggero Leoncavallo, 10

Arriva il 9 febbraio a Roma il musicista iraniano Kayhan Kalhor, maestro internazionalmente noto del kamantcheh, antico strumento a corda della tradizione persiana. L’artista si esibirà il 9 febbraio al Teatro Greco, alle 19, nell’ambito di una tournèe europea che passa anche per Venezia, Firenze e Milano. Con lui anche il percussionista Benham Samani, agli strumenti tombak e daf, in un concerto intessuto con l’arte dell’improvvisazione persiana, culmine di un processo che inizia con l’apprendimento del radif (struttura), un insieme di composizioni trasmesso da maestro ad allievo, e che giunge all’istante senza tempo (waqt) e allo stato di grazia (hāl), che tocca gli ascoltatori più attenti.

Solo pochi mesi fa Kalhor ha vinto in Finlandia l’ultimo di vari riconoscimenti internazionali, il Womex (World Music Expo), per aver portato la tradizione della musica classica persiana all’orecchio della gente in tutto il mondo, e per il suo continuo sforzo di innovare e creare nuovi linguaggi musicali. In quell’occasione aveva detto: “mentre salgono forze nel mondo che spingono per divisioni, confini e intolleranza, la musica ci porta a stare insieme e ci ricorda della comune umanità”. 

Il concerto è organizzato dall’Associazione culturale italo-iraniana Alefba in collaborazione con l’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente Ismeo.

Per informazioni e prenotazioni: 347 351 1465

Nato a Teheran nel 1963 in una famiglia curda, Kahlor cominciò a studiare musica a sette anni, approfondendo non solo la tradizione classica persiana ma anche le influenze delle musica curda e turca. Nel 1978 si è trasferito a Roma per studiare la musica classica occidentale. Successivamente si è laureato alla Carleton University di  Ottawa, in Canada. Si è esibito all’estero come solista con varie ensemble e orchestre, fra cui la New York Philarmonic e l’Orchestra Nazionale di Lione. E’ cofondatore delle ensemble Dastan e Masters of Persian Music, e ha composto musiche per grandi cantanti iraniani come Mohammad Reza Shajarian e Shahram Nazeri. Fra le sue composizioni anche una per la colonna sonora di “Un’altra giovinezza” (2007) di Francis Ford Coppola. Ha partecipato al Yo-Yo Ma’s Silk Road Project, creato dal violoncellista americano Yo-Yo Ma per promuovere scambi artistici multiculturali e ispirato all’antica Via della Seta, con cui ha vinto un Grammy Award nel 2017 per l’album “Sing Me Home”. Nello stesso anno l’arte di creare e di suonare il kamantcheh é stata inserita tra i patrimoni immateriali dell’umanità dell’UNESCO. L’impiego di questo strumento spazia in campo  internazionale dalla musica tradizionale al nuovo underground global-local, abbracciando folk, jazz, culture locali e della diaspora,  suoni elettronici e urbani.

Corso di persiano a Roma

ATTENZIONE:il corso è rinviato a data da destinarsi a causa dell’emergenza Corona Virus.

L’Istituto Culturale dell’Iran a Roma, nel quadro delle sue attività culturali e didattiche, promuove un nuovo corso di lingua Persiana.

Tenuto da un’insegnante madrelingua, il corso si svolge il sabato presso la sede dell’Istituto a Roma in via Maria Pezzè Pascolato, 9 e si articola in 18 ore di lezioni per ogni livello per un totale di 72 ore divise in quattro livelli con la seguente cadenza: sabato: ore 09.00, 10.30, 12.00 e 14.00 e avrà la durata di 12 settimane.

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta e una orale. L’ammissione agli esami è subordinata a una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totali.

A tutti coloro che avranno superato le prove finali verrà rilasciato il certificato firmato dall’Istituto Culturale dell’Iran.

Il corso inizia sabato 7 marzo con un incontro alle ore 10 in cui si valuterà il livello di conoscenza della lingua da parte dei corsisti.


Iscrizioni entro il 6  marzo al link: https://www.irancultura.it/46-corso-di-lingua-persiana/

La voce di Bijan

Bijan Zarmandili

È strano: questo inizio di 2020 ci costringe a parlare di Iran per questioni tragiche e angosciose. Chi ama questo Paese e la sua cultura, vive forse uno dei momenti più tormentati degli ultimi anni. Di nuovo, ancora una volta, la passione per la Persia va spiegata, quasi giustificata, alla luce di un tam tam mediatico molto spesso oscenamente di parte.

In un momento del genere, aprire le pagine dell’ultimo romanzo di Bijan Zarmadili, Il fiume tra noi, (Edizioni Manni), uscito a circa un anno dalla sua morte, è innanzitutto un’esperienza sentimentale. Perché vuol dire tuffarsi nel mondo della Persia contemporanea, con i suoi legami vivissimi con la propria cultura classica, e allo stesso rivivere i drammi collettivi (qui raccontati attraverso una storia privata) dell’Iran contemporaneo.

Il romanzo si articola come un lungo racconto a ritroso della vita di Farhad, professore universitario di letteratura persiana a Teheran, da quindici anni in esilio volontario e solitario in un piccolo borgo dell’Umbria. Dopo un lungo silenzio, scrive e invita la figlia Parvaneh a raggiungerlo per quella che sarà una sorta di lunga e dolorosa confessione.

Durante una lunga passeggiata lungo il fiume, Farhad rivela a Parvaneh i segreti e i tormenti di una vita intera. Tormenti esistenziali, culturali, politici: l’infanzia difficile – memorabili le pagine del viaggio “di formazione” a Firuzabad – un matrimonio non felice, un amore clandestino e tormentato, la dipendenza dall’oppio. Sullo sfondo, i movimenti studenteschi del 1999 e la successiva ondata di repressione.

Impossibile e ingiusto sapere quanto di autobiografico ci sia in questo romanzo. Che ha comunque la forma e il sapore di un testamento letterario.

Per chi ha avuto la fortuna di conoscere di persona lo scrittore, è quasi impossibile non rivederlo in alcune descrizioni. I completi di velluto, la pipa, una certa aria gentile e malinconica, le parole soppesate e mai inutili.

Una sensazione personale: dall’inizio del libro mi è venuto spontaneo associare le parole scritte alla voce di Bijan Zarmandili, come se fosse lui stesso a leggere il suo ultimo libro. Forse è una suggestione. O forse – come dice in una poesia Forrugh Farrokhzad – è solo la voce che resta.

Festività in Iran nel 2020

Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. Si intrecciano, infatti, tre calendari: quello solare iraniano, quello lunare islamico e quello cristiano comunemente adottato a livello internazionale. Le festività islamiche seguono il calendario lunare e quindi cadono ogni anno in giorni diversi. Quelle invece più legate alla tradizione preislamica, come il No Ruz, seguono il calendario solare.

Chi deve programmare un viaggio in Iran, rischia perciò di incappare spesso nei giorni sbagliati, anche perché le feste sono davvero molte.



29 GennaioMartirio di Fatima
11 FebbraioAnniversario della Rivoluzione islamica
8 MarzoNascita dell’Imam Ali
19 MarzoAnniversario Nazionalizzazione del Petrolio
20 – 22 MarzoVacanze di Noruz (inizia l’anno persiano 1399)
22 MarzoMabaath (inizio del magistero profetico di Muhammad
31 MarzoNascita della Repubblica islamica
2 AprileSizdah Bedar (fine feste di Noruz)
9 AprileNascita dell’Imam Mahdi
14 MaggioNascita dell’Imam Ali
24 MaggioEid al-Fitr
25 MaggioEid al-Fitr (Fine Ramadan)
3 GiugnoMorte di Khomeini
5 GiugnoCelebrazione rivolta del 15 Khordad (1963)
17 GiugnoMartirio dell’Imam Sadeq
31 LuglioEid Ghorban (Festa del Sacrificio)
8 AgostoEid al-Ghadir
28 AgostoTassoua
29 AgostoAshura
8 OttobreArbaeen
16 OttobreMorte del Profeta Muhammad
16 OttobreMartirio dell’Imam Hassan
17 OttobreMartirio dell’Imam Reza
25 OttobreMartirio dell’Imam Hassan Asgari
29 OttobreNascita del Profeta Muhammad
3 NovembreNascita Imam Sadeq

Una rivoluzione attraverso i libri

Giovedì 28 novembre alle 19 verrà presentato a Officine Fotografiche il libro “Enghelab Street, una “Rivoluzione attraverso i libri. Iran 1979 – 1983″. Incontro con Hannah Darabi a cura di Luciano Zuccaccia.

Enghelab Street, strada della Rivoluzione. Posta al centro della capitale dell’Iran, Teheran – principale arteria della vita culturale della città con numerose librerie.

Questo libro presenta numerose rare pubblicazioni di libri di propaganda collezionati dall’artista Hannah Darabi, iraniana di nascita ed ora operante  a Parigi.

I libri presi in esame comprendono un periodo storico tra il 1979 e il 1983, un arco temporale in cui si sono succeduti la fine del regime dello Shah e l’inizio del Governo Islamico per poi, dal 1981, l’avvento della “guerra imposta” con l’Iraq.

Attraverso quest’opera Darabi ci conduce al centro dell’inteso periodo artistico culturale della storia iraniana, accompagnata da un testo critico di Chowra Makaremi.
Grazie a questa pubblicazione si ha per la prima volta la possibilità di vedere delle rare pubblicazioni e di capire cosa sia avvenuto in quel periodo.

Il libro ha vinto il primo premio nella sezione libri storici ad Arles nel 2019 ed è in gara per il Catalogo dell’anno, premio istituito da Aperture.

Presentazione editoriale – Giovedì 28 novembre ore 19 – Officine Fotografiche Roma

Officine Fotografiche Roma

Via Giuseppe Libetta, 1 – 00154 – Roma
Tel. +39 06 97274721
of@officinefotografiche.org

https://roma.officinefotografiche.org/

La ‘Guerra Imposta’ in un romanzo

Incontro con Ahmad Dehqan, autore di Viaggio in direzione 270°. Mercoledì 20 novembre 2019 a Roma

Benvenuto del Presidente ISMEO

Interverranno:

Akbar Gholi, direttore dell’Istituto Culturale dell’Iran a Roma

Michele Marelli

Franco Recanatesi

Leila Karami

On. Lia Quartapelle

Modera

Antonello Sacchetti

Con la presenza dell’autore, Ahmad Dehqan

Mercoledì 20 Novembre 2019 ore 17
Sala Spinelli
Palazzo Baleani,
Corso Vittorio Emanuele II 244, Roma

La 'Guerra imposta' in un romanzo

Presentazione ‘Iran,1979’

Il video integrale dell’incontro con Antonello Sacchetti tenutosi il 15 ottobre 2019 a Roma presso la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo

Il 15 Ottobre 2019 la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo ha ospitato la presentazione del libro “Iran, 1979. La Rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq” di Antonello Sacchetti, Infinito Edizioni.

Corso di lingua e letteratura persiana

Dal 18 ottobre 2019 ogni sabato per dodici settimane a Roma presso l’istituto Culturale dell’Iran

L’istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 45° corso di lingua e letteratura persiana.
Un ciclo di 12 lezioni presso  l’Istituto Culturale dell’Iran, con il rilascio di un certificato.

Il corso, tenuto da docente madre lingua, è suddiviso in tre livelli: elementare, medio e avanzato. Ogni livello si articola in 18 ore di lezioni per una durata complessiva di 12 settimane.

Le lezioni si svolgono il sabato mattina con questa suddivisione:

ore 9 – ore 10,30 – ore 12

L’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta e una orale. L’ammissione agli esame  è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totale.  Il termine ultimo per l’iscrizione è fissato per il 18 ottobre 2019 .

Il costo del corso è di 100 euro e potrà essere effettuato presso l’Istituto entro la prima lezione

N.B. La prima lezione del 19 ottobre è interamente dedicata alla valutazione del livello dei corsisti e all’organizzazione degli orari, perciò si chiede la presenza di tutti interessati alle ore 10 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.


Cliccare sul seguente link per l’iscrizione

Orizzonti dall’Iran

Rassegna cinematografica dedicata alle produzioni di giovani documentaristi iraniani a Palazzo Merulana di Roma. Lunedì 23, mercoledì 25 e giovedì 26 settembre 2019

Torna la rassegna cinematografica Orizzonti dall’Iran, dedicata alle produzioni di giovani documentaristi iraniani emergenti e non!
Tema della seconda edizione è “Operazione Peace Dreaming”, uno sguardo sulla guerra Iran-Iraq, una ferita ancora aperta della nostra storia recente.

Ad aprire la rassegna è l’omaggio a Amir Naderi, uno dei più grandi registi iraniani, con una pellicola quasi introvabile: La Ricerca 2 (1982), per poi proseguire con altre dieci opere di giovani documentaristi iraniani che hanno cercato di mostrare il vero volto della guerra anche dopo anni dalla sua fine.

Programma:

📌

Lunedì 23 settembre 2019 | Inaugurazione ore 18.00
“Raffaello” (2015) di Bahman Kiarostami
durata: 20 minuti
“La Ricerca 2” (1982) di Amir Naderi
durata: 55 minuti
“You went missing” (2011) di Mehdi Bagheri
durata: 26 minuti
“L’arca di Noe” (2002) di Soudabeh Babagap
Durata: 25 minuti

📌

Mercoledì 25 settembre 2019 | ore 18.00
“Fabbrica dei Martiri” (2008) di Camilla Cuomo
durata: 55 minuti
Interverranno Camilla Cuomo e Babak Karimi
“Il Ritorno” (1989) di Mohammad Tahami Nejad
durata: 45 minuti
“Doomsday Machine” (2009) di Soudabeh Moradian
durata: 53 minuti

📌

Giovedì 26 settembre 2019 | ore 18.00
“Entr’acte” (2016) di Mohammad Reza Kheradmandan
durata: 7 minuti
“A Down with the Smell of lemon” (2014) di Azadeh Bizargiti
durata: 48 minuti
“Zemanco” (2015) di Mehdi Ghorban Pour
durata: 62 minuti
“UNDO” (2016) di Majed Neisi
durata: 39 minuti

Operazione Peace Dreaming è a cura di Parisa Nazari e Azadeh Bizargiti, organizzata dall’associazione culturale italo iraniana Alefba in collaborazione con Palazzo Merulana, Rivista culturale iraniana Bukhara e MedFilm Festival.

Modalità di partecipazione:
Biglietto Unico 7 €
Il biglietto dà diritto alla proiezione, ad un calice di vino o a un cocktail analcolico.
Diritti di prenotazione 2.00 €
Info
+39 06 39967800
info@palazzomerulana.it
palazzomerulana.it

Giorni felici

Nella maggior parte dei casi, scrivere serve soprattutto a chi scrive, non a chi legge. E’ quindi un atto essenzialmente egoista. Che poi qualcuno possa apprezzare quello che scriviamo, è un altro conto.

Mi sono domandato a lungo se fosse giusto, se fosse opportuno che scrivessi di Felicetta Ferraro. Sono passati pochissimi giorni dalla sua scomparsa e confesso che ho cercato a lungo, in rete, testimonianze o ritratti che mi aiutassero a realizzare che non c’è più. Che davvero non c’è più. Non sono certo una delle persone più titolate a parlare di lei. Eppure non farlo mi costerebbe più di quanto mi costi ora vincere il pudore e il timore di essere invadente.

Ho appreso della sua morte dai social, domenica mattina. Sapevo da anni della sua malattia, ma la notizia è stata comunque un colpo improvviso, violento e ingiusto. E’ stato poi un lento scorrere di foto e saluti e dediche, soprattutto di amici iraniani.

Iranista, laureata all’Orientale di Napoli, ex addetto culturale all’ambasciata italiana di Teheran per otto anni, fondatrice insieme a Bianca Maria Filippini della casa editrice Ponte33, Felicetta è morta il 1° giugno a Firenze, all’età di 63 anni.

Non la vedevo e non la sentivo da un po’. Perché così vanno le cose nella vita e tra le persone: ci si incontra e ci si perde. Ci si trova e ci si divide. Avevo conosciuto Felicetta nel 2008. Lei aveva appena terminato la sua missione a Teheran, io avevo da poco pubblicato il mio secondo libro sull’Iran. Fu proprio una mia presentazione in Campidoglio (sì, allora a Roma accadevano anche cose come questa, è passato davvero tanto tempo..) l’occasione in cui ci conoscemmo.

Felicetta stava per lanciare la sua casa editrice, Ponte33, interamente dedicata ad autori contemporanei iraniani. “Ma che vivono in Iran, non quelli della diaspora, che magari in Iran non ci vanno da una vita!”, sottolineava con entusiasmo. Furono mesi e anni particolarmente vivaci per chi, in Italia, si appassionava alla cultura e alle vicende iraniane.

E fu anche una stagione divertente, piena di occasioni piacevoli: cene, feste, qualche breve trasferta. Ricordo una bellissima cena da Felicetta e Mario, nella loro casa ai Castelli Romani. I loro ricordi di giovani laureati nell’Iran scosso dalla rivoluzione e dalla guerra. Ma anche la grande ironia (soprattutto di Mario) nel parlare della loro esperienza nella Teheran di inizio millennio.

E poi venne il turbolento 2009, con le celebrazioni del trentennale della rivoluzione prima e le contestate elezioni presidenziali poi. L’Onda Verde, le polemiche, le manifestazioni in Iran e quelle in Italia. Lei sempre molto scettica nei confronti dei facili entusiasmi che allora scuotevano tanti osservatori ed esperti più o meno improvvisati. Ricordo una lunga discussione in treno, mentre andavamo a Riccione per un convegno: “Andiamoci piano – ammoniva – la Repubblica islamica ne ha viste tante, non saranno queste manifestazioni a farla cadere”. Aveva ragione.

Quando Carla ed io ci sposammo, Felicetta, Fidan e Mario furono tra gli ospiti più partecipi di quella giornata bellissima e allegra. Al regalo – rigorosamente persiano – Felicetta aveva allegato una dedica con quei versi meravigliosi di Hafez che parlano di vino, di rose, di usignoli ubriachi e di amore.

E poi ricordo un No Ruz freddissimo a Firenze, in cui andammo insieme a vedere film iraniani al Middle East Film Now, manifestazione di cui sarebbe divenuta negli anni uno dei pilastri. Fu in quell’occasione che nacque l’idea di portare Ponte33 al Salone del Libro di Torino 2011. Ricordo quei giorni come una sorta di gita scolastica fuori tempo massimo. Una brigata piuttosto eterogenea che attraversava le giornate al Lingotto, condividendo l’entusiasmo per un progetto che nasceva allora.

Felicetta al Salone del Libro di Torino 2011

Una sera di agosto a Firenze, in una piazza caldissima, con i nostri Luca e Fidan ancora piccoli ma non più bambini. Giorni felici, appunto.

Poi quel momento svanì. Ci furono incomprensioni, contrasti e il nostro rapporto non tornò più come prima. Ci incrociammo di nuovo, sempre in occasioni “persiane”. Rimane a me però il rimpianto di non aver mai chiarito davvero quel passaggio, di non aver provato fino in fondo a ricucire un rapporto che per me era stato bello e importante.

Una volta Felicetta, vedendomi giù per la scomparsa di Pierguido Cavallina, mio direttore di tanti anni prima, mi disse che era normale, anzi era giusto che ci stessi male. Perché quando i nostri maestri se ne vanno, si meritano anche un po’ di dolore da parte nostra, per quello che ci hanno dato.

Non so davvero se ci sia mai qualcosa di “giusto” nel destino che ci accomuna tutti. Di certo non c’è nulla di consolatorio, per me, nel ripensare oggi a quelle sue parole. E’ anzi una conferma di una doppia assenza: mi mancherà la sua mancanza.

“Il tuo posto è vuoto”, dicono gli iraniani per taroof, a chi è assente.

Jeye to khalie, Felicetta. E’ proprio così.

Safar: viaggio in Medio Oriente

Dal 21 marzo 2019 al piano nobile di Palazzo Mazzonis il MAO Museo d’Arte Orientale presenta la mostra SAFAR: VIAGGIO IN MEDIO ORIENTE, VITE APPESE A UN FILO. Fotografie di Farian Sabahi.

Una sessantina gli scatti realizzati da Farian Sabahi in Libano, Siria, Iraq, Iran, Emirati Arabi, Azerbaigian, Uzbekistan e Yemen tra il febbraio 1998 e la primavera 2005 ed esposti per la prima volta.

In persiano e in arabo, Safar vuole dire viaggio. Una parola che in sé racchiude i molteplici significati della mostra: racconta i viaggi di Farian Sabahi, le Terre e le persone ritratte e al contempo esorta il visitatore a compiere un viaggio, doppio, geografico ed emotivo. Così, i versi del poeta di lingua persiana Rumi ricamati dalla giovane artista Ivana Sfredda accolgono il visitatore: Anche se tu non hai piedi, scegli di viaggiare in te stesso, versi volti ad evocare l’importanza del viaggio e dell’apertura alle culture altre nel processo di crescita personale.

La giornalista e studiosa Farian Sabahi ci restituisce un mondo visto e immortalato poco prima e immediatamente dopo che in alcuni di questi Paesi iniziassero terribili i conflitti, un mondo stravolto anche dove la guerra non si è combattuta, dove però permangono le cicatrici dei vecchi conflitti o dove il progresso si contrappone forte e arrogante agli aspetti più tradizionali del vivere quotidiano.

Alberto Negri nella prefazione del catalogo scrive “Nulla di tutto quello che vediamo in questi scatti ci è estraneo. È un mondo diverso ma non così esotico. Abbiamo contribuito pesantemente alla sua distruzione. È difficile raccontare cosa volesse dire vivere in Iraq o Siria in questi anni, sotto i bombardamenti, asserragliati senza mai potere uscire. La morte arrivava dall’alto con i raid aerei o i missili, oppure in maniera silenziosa sulla lama di un coltello. E molti dei monumenti, dei muri, delle case, dei volti delle persone che qui sono ritratti non ci sono più. Perduti per sempre. Ecco perché l’immagine, anche la più innocente, come il sorriso di un bambino, non è semplicemente un ricordo ma un atto d’accusa”.

La restituzione di questo sentire è data dall’installazione site specific, il cubo nero diventa uno spazio atemporale in cui le fotografie si alternano come i ricordi di vecchi viaggi, dove è difficile distinguere un prima da un poi.

Le fotografie, realizzate originariamente in diapo 100 ASA Fuji sensia a colori e stampate per la mostra su carta museale opaca, sono presentate senza cornici, senza stretti confini, ma appese a un filo da pesca per tonni ad evocare la precarietà della vita in Medio Oriente, appesa appunto a un filo. Un filo trasparente, che non si vede ma è molto resistente e rappresenta al contempo il contesto all’interno del quale le vite sono imprigionate spesso a causa di dittature e conflitti. Il filo da pesca evoca anche la morte, le vite appese, imprigionate e poi negate, come dice Farian Sabahi “il filo da pesca ricorda il Mediterraneo e le tante vittime di questi anni”.

Corredo alle immagini sono i passaporti italiano e iraniano con i visti per quei Paesi, la macchina fotografica Nikon e gli obiettivi usati, il registratore. E ancora le pagine dei quotidiani dell’epoca, tra cui gli articoli e i reportage su IlSole24Ore firmati da Farian Sabahi, fissate come in una bacheca.

Arabo, persiano, italiano, francese e inglese sono le lingue che animano il tappeto sonoro. Le voci che abbracciano il visitatore e lo traghettano “dentro” la storia sono dello scrittore turco e Nobel per la Lettaratura Orhan Pamuk, di Padre Paolo dell’Oglio, del poeta siriano Adonis, di un pescatore sul Tigri, dell’ex presidente iracheno Saddam Hussein, di un omosessuale a Dubai, dell’ex presidente iraniano Muhammad Khatami, dell’architetto Darab Diba, del filosofo Dariush Shayegan, dell’avvocata e attivista pachistana Bilqis Tahira, dello storico azerbaigiano Altay Geyushev, dell’artista e gallerista azerbaigiana Aida Mahmudova, di Pierpaolo Pasolini, dell’attivista yemenita insignita del Nobel per la Pace Tawakkol Karman, della scrittrice iraniana Azar Nafisi.

A congedare il visitatore ancora i versi di Rumi nei quali il viaggio è un’esperienza che porta alla conoscenza e, nel nostro caso, al rifiuto del dualismo tra Occidente e Oriente, a decidere di non dichiararsi appartenenti a un mondo o all’altro.

Io non sono dell’Est né dell’Ovest.

Ho riposto la dualità 
e visto i due mondi come uno.

In occasione della mostra, Farian Sabahi tiene al MAO un ciclo di tre lezioni sulla letteratura mediorientale, ogni incontro è dedicato ad una autrice e per ognuna si farà riferimento a uno o due testi in particolare che il pubblico può trovare presso il bookshop del Museo.

23 marzo ore 11: Vénus Khoury-Ghata, Libano

La casa sull’orlo del pianto e La casa delle ortiche, Il leone verde, Torino, 2005 e 2006 (traduzione di G. Messi)

30 marzo ore 11: Inaam Kachachi, Iraq

Dispersi, Francesco Brioschi Editore, Milano, 2018 (traduzione di E. Bartuli)

6 aprile ore 11: Nasim Marashi, Iran

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, Ponte33, Roma, 2017 (traduzione di P. Nazari)

L’ingresso in mostra rientra nel biglietto del Museo.

Ciclo 3 appuntamenti letterari € 20, fino esaurimento posti disponibili.

Farian Sabahi (1967) – Giornalista professionista specializzata sul Medio Oriente, scrive per Il Corriere della Sera, il settimanale Io Donna e il manifesto. È lecturer in Political Science and Religion alla John Cabot University di Roma, dove insegna History and Politics of Modern Iran e Introduction to Islam. È anche titolare del seminario “Relazioni internazionali del Medio Oriente” presso l’Università della Valle d’Aosta.

Il bazar e la moschea. Storia dell’Iran 1890-2018 (Bruno Mondadori 2019) è il suo ultimo libro. Nel memoir Non legare il cuore. La mia storia persiana tra due paesi e tre religioni racconta le sue vicende e quelle di famiglia (Solferino 2018). Tra gli altri suoi volumi: Un’estate a Teheran (Laterza), Islam. L’identità inquieta dell’Europa (Saggiatore) e Storia dello Yemen (Bruno Mondadori). Noi donne di Teheran (disponibile anche in francese e in inglese) e il libro-intervista Il mio esilio con l’avvocato iraniana Shirin Ebadi insignita del Nobel per la pace sono pubblicati da Jouvence.

Nel 2018 il MAO Museo d’Arte Orientale di Torino, il Mudec Museo delle Culture di Milano, il festival Sguardi Altrove e la Comunità Ebraica di Casale Monferrato hanno ospitato il cortometraggio I bambini di Teheran.

Nel 2010 è stata insignita del Premio Amalfi sezione Mediterraneo, nel 2011 ha ricevuto il Premio Torino Libera intitolato a Valdo Fusi, e nel 2016 il Premio giornalistico “Con gli occhi di una donna”. www.fariansabahi.com

Ivana Sfredda (1995) –  Laureanda all’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, dal 2014 partecipa come artista a mostre collettive a Torino, Genova, Rodello (CN), Termoli (CB) e Breslavia (PL). È parte del collettivo IF, Immaginare un futuro sostenibile, il cui punto di riferimento sono le tematiche dell’Agenda ONU 2030.

Yalda – Una voce di velluto che sussurra storie in persiano. Laureatasi al conservatorio di Teheran, Iran, a 26 anni si trasferisce in Italia, dove inizia una attività artistica che la porterà, tra l’altro, a collaborazioni con artisti come Pacifico e Raiz. Ha composto e interpretato brani per colonne sonore di grandi nomi del cinema italiano, come Gabriele Salvatores e Silvio Soldini, e per documentari prodotti dal Corriere della Sera. Nel 2008 è uscito, per l’etichetta Ishtar, “Yalda”, il suo primo album. In questi anni si è esibita in numerosi concerti come la Biennale Architettura di Venezia e l’apertura della Philips Collection Washington al MART di Rovereto.

MAO Museo d’Arte Orientale Via San Domenico 11, Torino

Il Museo Un viaggio in Oriente. Oltre 2200 opere provenienti da diversi Paesi dell’Asia, dal IV millennio a.C. fino al XX d.C., raccontano cinque diversi percorsi per cinque diverse aree culturali: Asia meridionale, Cina, Giappone, Regione Himalayana, Paesi Islamici dell’Asia. Culture millenarie distanti e poco conosciute si avvicinano al pubblico. Il MAO, invita ad un viaggio affascinante di scambio, scoperta e conoscenza.

Info t. 011.4436927 – mao@fondazionetorinomusei.itwww.maotorino.it

Orario mar-ven h 10 -18; sab-dom h 11 – 19; chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima.

Fondazione Torino Musei. 150.000 opere d’arte, 5000 anni di storia, 3 musei. www.fondazionetorinomusei.it

1979: lo spartiacque nella narrazione dell’Iran

L’intervento di Antonello Sacchetti al Seminario “Iran Patrimonio dell’Umanità. Le relazioni culturali tra Italia e Iran”. Sala Tatarella – Palazzo dei Gruppi Parlamentari – Camera dei Deputati. Roma, 12 febbraio 2019.

La rivoluzione del 1979, oltre a segnare profondamente la storia contemporanea dell’Iran, rappresenta uno spartiacque nella narrazione dell’Iran. Tanto che forse non è esagerato parlare di due narrazioni completamente diverse, prima e dopo la rivoluzione. Possiamo anche affermare che dopo quarant’anni, questa cesura non è ancora ricomposta.

Un momento del convegno del 12 febbraio 2019

Cosa era l’Iran per gli italiani prima della Rivoluzione? Il fascino dell’antica Persia – materia di studiosi e intellettuali – era messo in secondo piano rispetto alle cronache mondane legate alla figura dello scià, almeno per il pubblico di massa. Era quindi una narrazione costruita soprattutto attraverso rotocalchi, con protagonista un sovrano colto, affascinante e amante delle belle donne e della bella vita.

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Corso di lingua e letteratura persiana

L’istituto Culturale dell’Iran, nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 44° corso di lingua e letteratura persiana.

Il corso si articola in 12 lezioni presso la sede dell’Istituto Culturale a Roma, in Via Maria Pezzé Pascolato 9. Al termine del corso e superato l’esame, sarà rilasciato un certificato.

Il corso, tenuto da docente madre lingua, si svolgerà da sabato 23  febbraio 2019  e si articolerà in 18 ore di lezione per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza: sabato: ore 09.00 – 10.30 – 12.00.

L’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta e una orale. L’ammissione all’esame  è subordinata a una presenza alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totale. 

Per iscriversi c’è tempo fino al 22  Febbraio 2019 .


Il costo del corso è di 100 Euro e potrà essere effettuato presso l’Istituto entro la prima lezione.


N.B. Il giorno 23 febbraio (prima lezione) è dedicato interamente al valutare il livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti interessati alle ore 10.00 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.

Cliccare sul seguente link per l’iscrizione

Hossein Alizadeh in concerto a Roma

Domenica 27 gennaio alle ore 18 presso il Teatro Greco, in via Ruggero Leoncavallo 10

Musica Classica Persiana – Improvvisazione

Nella tradizione musicale persiana, improvvisazione, bedahe navazi, è  “la composizione in tempo reale” che costituisce uno dei suoi tratti stilistici più significativi.

Lungi dall’essere un esercizio virtuosistico e solipsistico, si pone al culmine del concetto di Musica proprio della cultura persiana: all’improvviso, è richiesta innanzitutto l’assoluta padronanza del radif, il repertorio tradizionale, trasmesso generazione in generazione.

A partire da questo, attraverso la creatività, la sensibilità, la memoria orale e la padronanza del proprio strumento, il musicista può giungere al proprio stile personale e inconfondibile che si manifesta nell’improvvisazione.

Quindi, ogni concerto diviene un’opera d’arte unica ed irripetibile che ci farà apprezzare lo stile e la potenza espressiva dei musicisti, nel contempo compositori/improvvisatori, uniti nelle forza mistico-estatica e nella luminosità della creazione spontanea.

Hossein Alizadeh, illustre maestro universalmente riconosciuto come uno dei più eminenti attuali compositori ed esecutori di musica tradizionale persiana, essendo punto di riferimento per le nuove generazioni di musicisti iraniani, ha registrato l’intero corpo del radif, sulle interpretazione di Mirza Abdullah per Tar e Setar; è stato direttore e solista dell’Orchestra Nazionale della Radio e Televisione Iraniana.

Ha debuttato in Europa con l’orchestra della Compagnia Bèjart Ballet  per il balletto Gulistan, di Maurice Bèjart. Più volte candidato ai Grammy Awards.

Nel Novembre 2014 gli è stata conferita la Legion d’Onore, alto riconoscimento dello Stato Francese, da lui gentilmente rifiutato con una nobile argomentazione.

Altri membri del gruppo sono Behnam Samani, Ali Boustani e Saba Alizadeh.

L’evento è stato organizzato dall’Associazione Culturale italo iraniana “Alefba”, con il prezioso contributo dell’ISMEO (Progetto MIUR “Studi e ricerche sulle culture dell’Asia e dell’Africa”) in collaborazione con Teatro Greco e vede la partecipazione onoraria del Gruppo Toranj (Casa dell’Arte Iraniana).

Programma:

Ore 18.00:

– Il benvenuto del Gruppo Toranj al Maestro Alizadeh con l’esecuzione di un brano del suo repertorio

– I° parte del concerto di improvvisazioni della musica classica persiana

– Intervallo

– II° Parte del concerto di improvvisazione della musica classica

Info & Prenotazioni:

info@alefba.it Bijan    3473511465 Ramtin 3519395335   Quota Socio Onorario         €. 25 Quota associativo                €. 20 Quota associativi Studenti   €. 15
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