Viaggio sull’isola di Hormuz

Isola di Hormuz

Hormuz: quando si pronuncia, questo nome riporta alla memoria di molti di noi navi militari, portaerei, isole contese, minacce di blocco e le infinite varianti (antiche e nuove) che compongono i grandi giochi della geopolitica. Nei 39 km di mare – questa la distanza minima – che qui separano il sud dell’Iran dalla penisola di Musandam, fra il Golfo Persico e quello dell’Oman, transita circa un quinto del petrolio prodotto al mondo, e con ogni probabilità parte del computer da cui leggete e molti vostri oggetti d’uso arrivano da lì.

Assai meno conosciuta dello stretto, vi è però anche una piccola isola che porta il nome di Hormuz. Situata a appena 16 km dalla costa iraniana, questa si trova a oriente della più grande e turistica Qeshm, proprio al centro dell’omonimo stretto; ma basta mettervi piede per un attimo e si capisce subito che è un’altra musica. Anzi, l’isola sembra quasi essere stata messa lì – in tutta la sua bellezza – per farsi beffe dei potenti e delle loro mire egemoniche.

Vi arrivo in un mattino di metà gennaio a bordo una barchetta a motore saltabeccante e un po’ precaria presa da Bandar Abbas. Il viaggio è molto breve e, nonostante sia una mattina d’inverno, tolgo la giacca e resto in maglietta; a mezzogiorno, il caldo sarà già insopportabile.

Ad accogliere me e il mio compagno di viaggio all’arrivo sull’isola due strani personaggi: un mangiatore d’oppio, che ci offre a mani tese la sua droga e sfodera un sorriso da cui emergono i pochi denti anneriti. Optiamo per il secondo, più salubre: un giovane autista che si offre di mostrarci l’isola sul rimorchio del suo veicolo, che ricorda – anche per il notevole rumore – la vecchia Ape della Piaggio.

E si apre così una visione inattesa: per larga parte inabitata e pressoché priva di vegetazione, l’isola – ricoperta da roccia sedimentaria e materiale vulcanico – offre allo sguardo degli splendidi effetti cromatici, come finora non ne ho visti altrove: il grigio piombo e l’avorio, il vinaccia e l’ocra si incrociano e si ricompongono sulle pareti delle alture creando effetti sempre nuovi e sorprendenti.

Per il resto, non un hotel, un ristorante, un caffè – niente di niente: solo un piccolo villaggio, stretto a un angolo dell’isola, con la sua bianca moschea e il suo minareto, oltre a quello che è di gran lunga il suo monumento più celebre: il castello portoghese.

Sì, perché la lotta per l’egemonia dello stretto non l’hanno certo iniziata gli americani, e neppure gli inglesi. E così, già nel 1507, guidati da un grande condottiero come Afonso de Albuquerque, i portoghesi presero l’isola e vi instaurarono un dominio che proseguì – resistendo a una rivolta locale nel 1521-22 e ad alcune incursioni navali ottomane – per oltre un secolo.

Allo stesso Albuquerque si deve la costruzione del forte, che porta il nome di Nostra Signora della Concezione. Per quanto diroccato, si può ancora intuire quale doveva essere l’impressione che doveva destare all’epoca: svettante sull’isola, dritto di fronte al mare, doveva servire da simbolo della potenza imperiale portoghese, allora in piena espansione. Fra i locali del castello, in un seminterrato, si indovina ancora, nelle sue volte a crociera, quella che doveva essere una chiesa.

Servirà il genio politico di Scià Abbas, il grande sovrano safavide, per porre fine al dominio portoghese sull’isola. Nel 1622, i persiani riuscirono dopo una fiera battaglia a riprendere il controllo dell’isola e – complice il supporto navale offerto dalla Compagnia delle Indie inglese – a ricacciare definitivamente i portoghesi.

L’isola di Hormuz è, fra i tanti tesori storici e paesaggistici dell’Iran, uno dei meno conosciuti, e al contempo uno dei più suggestivi. Il relativo isolamento e l’assenza di strutture turistiche, come il silenzio che l’avvolge, rappresentano senza dubbio parte integrante del suo fascino.

 

Simone Zoppellaro ha lavorato all’Università di Isfahan e alla Scuola “Pietro Della Valle” di Teheran, di cui è stato vicepreside. Collabora con l’Università di Bologna.

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