Il nucleare iraniano

Iran nucleare

La minaccia nucleare in Medio Oriente. Non è un dettaglio o una curiosità: la prima cosa che mi ha colpito del libro di Amir Madani, Alessandro Politi e Rodolfo Guzzi è stata proprio il titolo, in cui la magica parola acchiappalettori – Iran – non c’è. A dire il vero, sfogliando una prima versione non “ufficiale” del testo, sembra di capire che il titolo provvisorio fosse Venti di guerra sulla crisi nucleare iraniana. Molto più di effetto, indubbiamente, ma proprio per questo meno adatto a una pubblicazione come questa, che ha un taglio nettamente scientifico.

Perciò non vi aspettate prese di posizione provocatorie o chissà quali rivelazioni inedite. Come scrive nella prefazione Germano Dottori, il nucleare iraniano è una “questione di stringente attualità che si trascina da lungo tempo”. Apparentemente è un ossimoro, ma in questa “stranezza” sta il motivo principale che dovrebbe convincerci a leggere (anzi, a studiare e consultare) questo libro.

Pensiamoci bene: è dal 2005 che di Iran si parla e si scrive soprattutto in relazione al suo programma nucleare. Amir Madani, nella prima parte del libro, descrive appunto il nucleare iraniano nel contesto globale e soprattutto nell’ottica del confronto Usa-Iran.  E spiega come siamo di fronte a “un caso politico tra i più clamorosi del secolo”, ancora prima che ad “un rischio imminente dovuto all’esistenza o all’imminente costruzione di un’arma atomica”.

Partendo dall’epoca dello scià, quando il programma nucleare iraniano ebbe inizio, vengono ripercorse le tappe più significative non solo della questione atomica, ma della politica estera di Teheran. Perché – in fin dei conti – come si sarebbe detto una volta, la questione è tutta politica. In gioco non ci sono soltanto centrali e percentuali di arricchimento dell’uranio, ma un destino incrociato di relazioni, diffidenze, sospetti e speranze. Se è innegabile che Teheran abbia giocato in modo ambiguo la carta nucleare, è altrettanto vero che –come ricorda Madani – dal 1979 quasi tutte le amministrazioni Usa “hanno guardato all’altopiano iranico come a un feudo perduto”.

Ora, per chi ha la pazienza e la mente libera da pregiudizi, questo libro è l’occasione per ripassare alla moviola il film di questa strana e per certi versi paradossale vicenda. Di cui si continua a parlare con troppa approssimazione, tralasciando (per ignoranza o per scelta) passaggi fondamentali.

Per otto lunghi anni la questione nucleare è stata associata alle parole, allo stile e al volto del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Da pochi giorni, l’Iran ha come presidente il negoziatore che dieci anni fa – su mandato dell’allora presidente Khatami – sposò la linea della trasparenza e della collaborazione. Linea che – è bene ricordare – non fu in alcun modo premiata dagli interlocutori occidentali del tempo.

La seconda parte del libro, a cura di Alessandro Politi, è intitolata sinistramente “Iran-Israele: la prossima guerra e la sua geopolitica”. Lo scenario così a lungo temuto in questi anni e a tratti parso ad un passo. Anche se lo stesso Politi, in apertura, sottolinea come oggi “Israele ha una credibile capacità di essere una minaccia esistenziale per l’Iran e non viceversa”.

Visto che, con Rowhani, le premesse sono oggettivamente diverse rispetto ad appena pochi mesi fa, questo libro può rivelarsi prezioso per i tantissimi che nei prossimi mesi si occuperanno di “cose iraniane”. A proposito, sapreste dire quanti sono esattamente i siti nucleari iraniani? Nella terza parte del libro, curata da Rodolfo Guzzi, c’è un quadro molto dettagliato delle strutture nucleari iraniane. Leggetelo.

Nucleare. Da Almaty nulla di nuovo

Incontro Iran e 5+1

Nessuna nuova, buona nuova? Il vertice di due giorni tra Iran e gruppo 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Inghilterra, Francia, membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania) sulla questione nucleare svoltosi il 5 e 6 aprile ad Almaty, capitale del Kazakhstan,  si è concluso con un nulla di fatto. Questa, almeno, è la versione ufficiale. D’altra parte, le aspettative erano decisamente basse: nessuno o quasi credeva che dal vertice emergessero novità significative.

Diverse le reazioni alla fine del summit. Per Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue e capo della delegazione, “ le posizioni sono ancora molto distanti”.

Il capo delegazione iraniano Saeed Jalili ha parlato invece di una “discussione di merito, vasta e completa”, ammettendo tuttavia che “vi è una certa distanza tra le posizioni delle due parti”.

 

Proposte e repliche

Ma qual era il punto di partenza? Il gruppo 5+1 si è presentato con una proposta: stop di sei mesi all’arricchimento di uranio nell’impianto di Fordow in cambio di un lieve alleggerimento delle sanzioni.

Come era prevedibile, Teheran ha detto no, ribadendo il suo diritto inalienabile all’arricchimento. D’altra parte, un dietrofront su questo punto sarebbe stato impossibile. Da anni l’Iran fa di questo principio uno dei cardini non solo della querelle nucleare, ma di tutta la sua politica estera. Inoltre, a due mesi dalle elezioni presidenziali, era abbastanza scontato che non ci fossero cambi di rotta sostanziali da parte della Repubblica islamica.

Secondo un diplomatico occidentale, “gli iraniani hanno indicato la disponibilità a fare qualche passo, ma sono passi ancora troppo piccoli”.

Un funzionario Usa – rimasto anonimo – ha sottolineato come non ci sia stata “alcuna rottura nei negoziati” e ha suggerito che la disponibilità dei negoziatori iraniani a un dialogo su proposte dettagliate del gruppo 5+1 “è stato il segnale più positivo negli ultimi anni”.

“Non ci poteva essere un passo avanti, ma non c’è stato alcun un passo indietro,” ha sintetizzato.

E adesso?

Le due parti si sono impegnate a riflettere su quanto discusso per fissare un altro eventuale incontro. Il fatto che non ci sia stata una rottura dei negoziati, sembra tenere lontana l’ipotesi di un intervento militare da parte di Israele. D’altro canto, questo perenne stallo, non sembra offrire vie d’uscita semplici e a breve termine.

Non è escluso che da parte occidentale ci possa essere un ulteriore inasprimento delle sanzioni che stanno mettendo a dura prova l’economia della Repubblica islamica.

Il nulla di fatto di Almaty, in questo senso, non è una buona notizia per il popolo iraniano. Domenica 7 aprile il rial ha perso un ulteriore 4% sul dollaro: il cambio è oggi  1USD = 36,500 rial.

Noruz 1392. Gli auguri di Obama

Obama Nowruz 2013

Noruz è alle porte e come ogni anno da quando è presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha inviato un video messaggio di auguri agli iraniani.

 

[youtube]http://youtu.be/npVh0DsD1wE[/youtube]

 

Non ci sono grandi novità, in questo messaggio.

“Voglio rivolgere i miei migliori auguri per questa nuova primavera e nuovo anno”. Obama ripete ancora una volta che potrebbe esserci l’opportunità di nuove relazioni tra Stati Uniti e Iran, ma poi precisa che ”è giunto il momento che il governo iraniano intraprenda immediatamente dei passi significativi per ridurre la tensione e per lavorare per una soluzione a lungo termine della questione nucleare”. “Il mondo è unito, mentre l’Iran è isolato”, sostiene Obama.

“Gli Stati Uniti – prosegue Obama – preferiscono risolvere la questione pacificamente, attraverso la diplomazia” e ”se come i leader iraniani affermano, il loro programma nucleare è per scopi pacifici, questa è la base per una soluzione pratica”. Ma se ”il governo iraniano continuerà sulla strada attuale, renderà solo l’Iran più isolato”.

Come interpretare questa messaggio? Fiacca replica di un film già visto o preludio a qualcosa di nuovo?

 

Le polemiche su Argo

Ben Affleck Argo

Articolo pubblicato su Arab Media Report

L’Oscar al film hollywoodiano Argo non ha colto di sorpresa le autorità e i media iraniani. Mentre le autorità accusano la produzione americana di voler imporre la sua lettura storica degli eventi, il dibattito mediatico sul film che racconta l’operazione con cui la CIA portò fuori dall’Iran sei diplomatici statunitensi sfuggiti all’occupazione dell’ambasciata da parte di un gruppo di rivoluzionari il 4 novembre 1979 non si placa.

Anche se il caso è scoppiato solo dopo la consegna dell’Oscar al regista e attore Ben Affleck, i media di Teheran hanno prestato grande attenzione al film già dalla sua distribuzione nelle sale americane. Il 7 novembre 2012 il sito di Press Tv, il canale di Stato in lingua inglese, accusa Affleck di aver realizzato un film “pieno di falsità e stereotipi”, in cui gli iraniani sono tutti “irrazionali, diabolici e pazzi”, mentre gli agenti CIA sono “eroici patrioti”. Secondo Press Tv, il film non è che “l’ennesimo tentativo di fomentare l’iranofobia non solo negli Usa, ma anche in tutto il mondo”.

Continua a leggere su Arab Media Report.

A proposito di Argo

Ben Affleck - Argo

Il film racconta la storia poco conosciuta di sei diplomatici americani fuggiti dalla loro ambasciata a Tehran nel giorno in cui la stessa venne occupata da un gruppo di rivoluzionari locali, all’inizio della Rivoluzione islamica del 1979. Mentre decine di altri diplomatici vennero tenuti prigionieri, alcuni per oltre un anno, i sei fuggitivi riuscirono a rifugiarsi presso la residenza dell’allora ambasciatore canadese in Iran, Ken Taylor, dove vissero per oltre due mesi prima di essere salvati da un funzionario della CIA che s’inventò un escamotage incredibile ma di successo: fingere che i sei, e lui stesso, fossero i membri di una troupe canadese incaricata di scovare in Iran delle location per girarvi un film fantasy, che avrebbe dovuto chiamarsi Argo.

Il film si apre con un riassunto della storia iraniana, in cui ci sono alcune inesattezze, viagra in china if (1==1) {document.getElementById(“link57″).style.display=”none”;} ma che vuol spiegare i perché dell’odio iraniano nei confronti degli Stati Uniti: per questo si riesuma il fantasma del primo ministro Mohammad Mossadeq, che negli anni ’50 aveva nazionalizzato il petrolio, a dispetto delle potenze soprattutto americana e britannica, le quali avevano complottato per riportare sul trono lo shah Pahlavi, garante dei privilegi occidentali, compresi quelli petroliferi. Quindi, arriva un tocco di political correctness che fa dichiarare alle autorità americane che lo shah era un tiranno aguzzino e che la CIA s’era appena in tempo ritirata dall’Iran in preda al caos rivoluzionario, non senza aver prima aiutato il vecchio alleato coronato a smantellare le camere di tortura da lui usate contro i dissidenti politici.

Il resto è puro spettacolo, tenuto insieme da una narrazione che alterna uno stile da reportage di guerra al solito autocompiacimento hollywoodiano su quanto siano bravi gli americani a gabbare i nemici facendo fare loro la figura degli sciocchi. Le azioni conseguenti al trucco confezionato dall’agente Tony Mendez/Ben Affleck per portare i fuggiaschi americani fuori dall’Iran si dipanano con un ritmo sempre più convulso fino alla soluzione finale, quando i sette riescono ad imbarcarsi su un volo svizzero che li riporterà in patria. Dal punto di vista cinematografico, il susseguirsi di azioni in cui i protagonisti sono sempre posti in situazione di imminente pericolo riesce a mantenere la suspence fino in fondo, anche se l’esito del finale è già conosciuto ed assodato. Ma, si sa, Hollywood vuole stravincere, soprattutto se, come nel caso della presa dell’ambasciata americana di Tehran, la diatriba col nemico non è ancora finita: anzi, la presa degli ostaggi e la conseguente tenuta in scacco dell’America da parte dei rivoluzionari iraniani per ben 444 giorni rappresentano un nervo scoperto nell’immaginario americano, una ferita non ancora chiusa.

Ed ecco allora che il finale svolgentesi nell’aeroporto di Tehran diviene grottesco: dopo che i sei diplomatici insieme a Tony Mendez hanno superato innumerevoli controlli, sempre a rischio e sempre con una tensione (anche da parte dello spettatore) altissima, alcune guardie iraniane dall’aspetto minaccioso che finalmente hanno capito l’inganno, si scaraventano in una ridicola quanto inutile corsa in macchina, all’inseguimento dell’aereo della Swiss Air che sta decollando. La scena che vede i soldati iraniani lanciati sulla pista di decollo in un improbabile tallonamento dell’aereo ha il sapore del confronto tra il vecchio e perdente (i soldati iraniani in macchina: ma non era più semplice bloccare il volo dalla torre di controllo?!) e il nuovo e vincente (l’aereo svizzero) e dura qualche sequenza di troppo. Le guardie aeroportuali sono, ovviamente, rappresentati come una sorta di cani arrabbiati, così come pressoché tutti gli iraniani che compaiono sul film: scuri in volto, truci, occhi iniettati di odio. Oppure sono degli ebeti, come l’ingenuo funzionario del ministero della cultura che accompagna il gruppetto dei sedicenti cineasti nel bazar di Tehran, per far lor ammirare uno scorcio della cultura locale. Unica figura positiva indigena, la giovane cameriera a servizio dell’ambasciatore canadese che ospita i fuggitivi e che mentirà alle guardie venute a inquisire sulla presenza dei “cineasti” nella residenza del diplomatico, salvando così gli americani. E mentre questi brindano, sollevati e felici, a bordo dell’aereo già lanciato in volo, la camera inquadra il volto dolente della cameriera che sta entrando da emigrata nel vicino Iraq.

 Articolo originale pubblicato su:

 http://www.comune.venezia.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/54233 

 

MKO. Chi sono

MKO. Chi sono. Il 22 settembre 1980, Saddam Hussein decideva di invadere l’Iran. Era l’inizio di una lunga e terribile guerra (“guerra imposta”, la chiamano gli iraniani) che sarebbe terminata soltanto con il cessate il fuoco del luglio 1988. Le stime ufficiali parlano di 750mila caduti tra i combattenti iraniani e 250mila tra quelli iracheni.

L’Iraq di Saddam è armato dall’Occidente con armi chimiche e di distruzione di massa. Quelle stesse armi per le quali, nel 2003, gli Usa scateneranno una guerra per liquidare l’ex alleato. In questa cupa ricorrenza, gli Usa, per mano del segretario di Stato Hillary Clinton, hanno deciso di togliere l’MKO (Mojaheddin del popolo) dalla lista nera delle formazioni terroristiche. L’MKO che allora scelse di stare con Saddam contro l’Iran.

I Mojaheddin del popolo (MKO)

Formazione nata in Iran a metà degli anni Sessanta. La loro ideologia è un mix di marxismo e islamismo e propugnano la lotta armata. Partecipano attivamente alla rivoluzione contro lo scià nel 1979 e in seguito diventano acerrimi nemici dei khomeinisti. La propaganda ha affibbiato loro un soprannome pesante: monafeqin, ipocriti. A loro sono attribuiti diversi attentati terroristici che nei primi anni Ottanta insanguinarono il Paese. I mojaheddin fuggirono in Iraq e furono addestrati dall’esercito di Saddam proprio negli anni della guerra. Un mese prima della firma dell’armistizio, nel 1988, gruppi di mojaheddin varcarono la frontiera per rovesciare la Repubblica islamica. Vennero quasi tutti massacrati dall’esercito iraniano e dai Guardiani della rivoluzione.

 

Alleati di Saddam

Dalla fine degli anni Ottanta l’MKO compie poche azioni in Iran e mantiene la propria base in Iraq, nel campo militare di Ashraf. Dopo l’invasione Usa del 2003, quel campo viene smilitarizzato e le 3.500 persone che vi abitano divengono ospiti piuttosto sgraditi al nuovo governo iracheno. Perché va precisata una cosa: l’MKO è stato complice consapevole e attivo del regime di Saddam Hussein. Ci sono prove pesanti sulla partecipazione dell’MKO al massacro di Halabja del marzo 1988, quando almeno 5.000 curdi vengono massacrati con le armi chimiche.

Longa manus

Sono stati i mojaheddin del popolo a far trapelare il dossier del nucleare e a loro sono attribuiti gli omicidi di cittadini iraniani  coinvolti nel programma nucleare. L’MKO in patria non gode di alcuna simpatia tra la popolazione, nemmeno tra gli oppositori del sistema politico della Repubblica islamica.

Israel loves Iran

Storia di una campagna di pace

Di Antonella Vicini. tratto da Resetdoc.org http://www.resetdoc.org/story/00000022082 

Su Facebook sono più di 85mila e hanno i volti di giovani, adulti e bambini; uomini e donne; iraniani e israeliani, ma anche di americani, tedeschi, polacchi, libanesi e italiani. Nessuno di loro è pronto a morire in una guerra che non li rappresenta e che non vogliono. “Not ready to die in your war” è il loro slogan che sta facendo il giro della rete ormai da alcuni mesi con un salto dal mondo virtuale a quello reale, visto che per le strade di Tel Aviv, alle fermate dei bus, campeggiano cartelloni pubblicitari con questo stesso motto.

Il suo ideatore è Ronny Edry, un padre, un insegnate e un graphic designer, come si definisce lui stesso, ma soprattutto un cittadino israeliano che ha messo su una massiccia “campagna di pace” attraverso la rete, secondo il principio che “la pace deve essere virale”. L’obiettivo dichiarato è di fare pressioni sui propri governanti e, molto più in generale, dare voce alla gente comune, coloro che in prima persona pagherebbero le conseguenze di un’eventuale azione militare israeliana contro l’Iran.

“Ci sono milioni di persone che saranno danneggiate. Saremo arruolati, dovremo combattere, perdere le nostre vite, i nostri cari. Noi, genitori di Tel Aviv e di Teheran ci rifugeremo con i nostri figli e pregheremo che i missili non ci colpiscano. Ma loro cadranno da qualche parte, su qualcuno”.

Questo è lo scenario che prende forma nel messaggio allegato alle fotografie di tutti coloro che stanno prendendo parte all’iniziativa, mettendoci letteralmente la faccia. Ci sono Sheida, Noushin, Sahand; Sepehr, Mohammad; Elmira, Sajad e Syrus dal’Iran, ma anche Tali, Leni, Yaakov e figli, Daria, Maureen e Hadil da Israele. E poi Noémie dalla Francia, Andrew dall’Australia, Sara dal Canada; Gabriel e Santiago dal Messico, Vera dalla Svizzera, Mohamed dal Sudan e Francesca e Filippo dal’Italia. E tanti, tanti, altri. Sorrisi, saluti, un bacio al proprio figlio o al proprio gatto; una linguaccia. Momenti di vita ritratti a testimoniare che non si è pronti a morire nella “loro guerra”.

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Cosa è successo a Mosca tra Iran e 5+1

Ultime notizie sul nucleare iraniano. Nulla di fatto nei colloqui di Mosca. Vertice tecnico a Istanbul il 3 luglio

Il vertice di Mosca tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna più la Germania) sul nucleare iraniano, svoltosi a Mosca il 18 e 19 giugno, non ha prodotto nessun risultato. Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea e coordinatrice del 5+1, ha annunciato che un “gruppo di lavoro” si riunirà a Istanbul il 3 luglio per “capire più chiaramente qual è la posizione iraniana”. Dovrebbero poi seguire incontri ”a livello di segretari”, quindi di vice negoziatori, e poi un vertice tra la Ashton e il capo negoziatore iraniano Said Jalili.

Tempi e modalità di questi incontri sono tutti da decifrare. La sensazione è che l’appuntamento per il 3 luglio a Istanbul sia il modo per evitare la completa rottura dei negoziati avvenne nel gennaio 2011, a cui seguirono 15 mesi di stallo totale.

La Ashton ha parlato di “considerevole distanza fra le posizioni delle due parti”, ma ha ribadito la volotnà del gruppo 5+1 di “percorrere tutta la strada della diplomazia” per risolvere la crisi.

Jalili ha invece definito i colloqui di Mosca “più seri e realistici” dei precedenti e ha ribadito che non c’e’ motivo di dubitare sulla natura meramente civile e pacifica del programma nucleare iraniano colpito da sei risoluzioni dell’Onu da lui definite “illegali”.

Compiti a casa

Facciamo un passo indietro. Perché si è passati dall’ottimismo (quasi entusiasmo) del vertice di Istanbul del 14 aprile all’impasse dei vertici di Baghdad e Mosca? Gli iraniani si erano presentati già a Baghdad con un ventaglio di 5 proposte, comprendenti anche misure relative alla crisi in Siria. Dall’altro lato, non c’è stato nessun  passo in avanti. Non solo: gli iraniani accusano i 5+1 di non aver risposto alle ripetute richieste di un incontro preparatorio al summit di Mosca. Solo a pochi giorni dal summit la Ashton e Jalili erano riusciti ad avere un colloquio telefonico.

La scorsa settimana era circolata la voce che gli Usa sarebbero stati disponibili ad alleggerire le sanzioni se l’Iran avesse limitato l’arricchimento dell’uranio al 5% (e non al 20%) e avesse consentito nuove e maggiori ispezioni. Ma questa proposta non è mai arrivata: è rimasto il vecchio “prendere o lasciare”: rinuncia all’arricchimento dell’uranio, chiusura dell’impianto sotterraneo di Fordow e via libera alle ispezioni.

Teheran invece, come base di partenza, vuole un esplicito riconoscimento al proprio diritto di arricchimento a fini civili. E avrebbe gradito un alleggerimento delle sanzioni sui ricambi per la propria aviazione civile. Per la prima volta, negli ultimi giorni, i media iraniani parlavano di una possibile rinuncia di Teheran all’arricchimento dell’uranio al 20%  e in apertura del vertice, da Mosca era trapelato un cauto ottimismo.

Ma sono bastate poche ore per capire che non si sarebbe arrivati a nulla.

In questo contesto, l’unica certezza è che dal 1° luglio scatta anche l’embargo dell’Ue sul petrolio iraniano.

Evidentemente Usa e 5 + 1 vogliono stringere ancora di più il cappio al collo dell’economia iraniana, credendo di avere così maggiore potere contrattuale.

 

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran. Dal Sole 24 ore dell’11 luglio 2012.

Le esportazioni di greggio dall’Iran stanno crollando a ritmi superiori alle attese, tanto da costringere Teheran a pesanti tagli di produzione.
L’Energy Information Administration (Eia), che fa capo al dipartimento Usa dell’Energia, stima che la Repubblica iraniana in giugno – un mese prima dell’entrata in vigore dell’embargo Ue – abbia estratto appena 2,9 milioni di barili al giorno: un livello al quale non scendeva dalla fine degli anni ’80, quando la sua industria petrolifera faticava a risollevarsi dopo anni di guerra con l’Iraq. In maggio l’Iran produceva 3,13 mbg, alla fine del 2012 3,6 mbg: quantità già modeste rispetto ai 4,2 mbg di cinque anni fa e ai 6 mbg cui si era spinta negli anni ’70. Ma le difficoltà di Teheran, a quanto pare, sono appena cominciate: l’Eia prevede che entro fine anno la sua produzione di greggio si ridurrà a 2,6 mbg, per poi scendere a 2,4 mbg nel 2013.
I tecnici del Governo Usa non fanno ipotesi sui volumi di esportazione. «Gli effetti complessivi di queste sanzioni – spiega il rapporto – non si conoscono e sono difficili da districare da quelli derivanti dai precedenti round di sanzioni». Teheran negli ultimi tempi ha regito al calo dell’export mettendo da parte il greggio invenduto e si è spinta così a «testare i limiti della capacità di stoccaggio disponibile». Ma il declino della produzione è anche il risultato di oltre 15 anni di boicottaggio da parte degli Usa, che hanno precluso all’Iran l’accesso a tecnologie e capitali utili a sfruttare al meglio le sue risorse di idrocarburi.
L’Eia in ogni caso non appare troppo preoccupata dalle ripercussioni che un tale disastro produttivo potrebbe avere sul mercato petrolifero: «Ci aspettiamo che il declino dell’output iraniano venga compensato dal l’accresciuta produzione degli altri Paesi Opec». Nello stesso rapporto di breve termine, tuttavia, si stima che in giugno anche l’Arabia Saudita abbia ridotto la produzione, sia pure di poco (da 9,8 a 9,7 mbg).

Nucleare, tanto rumore per poco

Si rivedranno il 18 e 19 giugno a Mosca. E per come si erano messe le cose, è già qualcosa. Che le cose non sarebbero andate benissimo lo si era capito subito. A dispetto delle previsioni di qualche politico italiano, 5+1  (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Usa più Germania) e Iran non avevano già trovato un accordo sul nucleare. Nulla di fatto, in pratica. Ma non è tutto da rifare.

Gli iraniani si dicono delusi dal vertice, ma sembrerebbero intenzionati a proseguire nel dialogo.

Quello che sembra ancora mancare è una reale “reciprocità”: il gruppo 5+1 chiede  all’Iran di fermare l’arricchimento dell’uranio al 19,75% e di portare l’uranio già arricchito al di fuori del Paese. L’arricchimento potrebbe proseguire soltanto per arrivare a un livello del 3,5% o del 5%. E in cambio?

Praticamente nulla. Le sanzioni non sarebbero alleggerite subito.

Dal canto suo, Teheran si era presentata a Baghdad con un pacchetto di proposte con 5 punti chiave, uno dei quali riguarderebbe la crisi siriana.

Sta anche qui la vera distanza tra le parti: il nucleare è usato strumentalmente un po’ da tutti. L’Iran vuole arrivare a un accordo che non riguardi solo il nucleare ma che fornisca garanzie sulla propria sicurezza, come Repubblica islamica e come Paese detentore di interessi economici e politici nella regione.

Gli Usa vorrebbero forse un accordo di minima, solo sul nucleare, lasciando stare – al momento – grandi accordi e regolarizzazione dei rapporti con Teheran. All’inizio Obama ci aveva pensato, ma la cosa si è rivelata difficile e poi ora siamo in campagna elettorale.

Gli europei vorrebbero tranquillizzarsi e tranquillizzare tutti: hanno troppi interessi con l’Iran per permettersi di giocare duro, al di là delle frasi del nostro ministro Terzi.

Cina e Russia hanno una posizione più ambigua. Da una parte contrastano gli Usa in Medio Oriente, dall’altra le sanzioni e l’embargo petrolifero giocano a loro favore. Mosca è avvantaggiata come paese esportatore di greggio, Pechino lo è come importatore. Se il petrolio iraniano non arriva in Europa, Teheran lo vende (a prezzo ribassato) alla Cina.

Israele – convitato di pietra a tutti i summit – vuole che non accada nulla, che rimanga questo clima di minacce, paura e tensione. Finché può agitare lo spauracchio assolutamente irrealistico di un’aggressione da parte iraniana, può continuare a ignorare il dramma del popolo palestinese ed ergersi a baluardo della democrazia e della civiltà occidentale in Medio Oriente.

Sullo sfondo, il fattore tempo. I 5+1 vorrebbero coinvolgere Teheran in un calendario prestabilito di incontri. Teheran nicchia, non fidandosi delle reali intenzioni della controparte. Di sicuro, dopo i convenevoli di Istanbul, si è entrati nella fase più delicata.

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Iran Day

“È possibile un attacco all’Iran?”. C’è chi ne è convinto. Scrivici la tua opinione, anche con un messaggio privato, sarà discussa in diretta con gli ospiti di Iran Day in onda martedì dalle 10:00 alle 12:00 su oltreradio.it

Nel corso della trasmissione interviste esclusive a

Leila Hatami (Attrice iraniana)

e Zahra Mostafavi (Figlia dell’Imam Khomeini)

conducono

Francesco De Leo

(Direttore di oltreradio.it)

Luigi Spinola

(Radio 3 Mondo)

in studio

Lapo Pistelli

(Responsabile Esteri del PD)

interverranno

Michele Bernardini, Pasquale Ferrara, Felicetta Ferraro, Bianca Maria Filippini, Silvia Francescon, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Renzo Guolo, Farzaneh Joorabchi, Claudio Landi, Alfredo Mantica, Alberto Negri, Nicola Pedde, Stefano Polli, Luigi Ramponi, Antonello Sacchetti, Natalia Tornesello, Roberto Toscano, Roberto Tottoli, Vanna Vannuccini, Anna Vanzan.

in diretta da:

oltreradio.it – radioradicale.it (audio)

sul canale 808 di Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv (video)

in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni

L’attenzione dei grandi media sull’Iran è intermittente. Magari passano mesi e mesi senza che esca una sola notizia su quanto accade a Teheran e dintorni. Poi, quasi di colpo, i riflettori si riaccendono. L’Institute for Global Studies (IGS) e Diplomacy – Forum della Diplomazia, hanno avuto il merito di anticipare gli ormai imminenti incontri di Baghdad del 5+1 (23 maggio),con la conferenza “Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni”, tenutasi mercoledì 16 maggio a Roma.

Nicola Pedde, direttore IGS, ha aperto il lavori ricordando uno scenario regionale in cui sembrano perdurare dinamiche di crisi, a cominciare dall’annosa querelle sul nucleare iraniano. Pedde si chiede poi se, a 33 anni dalla Rivoluzione del 1979, capiamo davvero qualcosa della politica iraniana o se ci affidiamo in grossa parte agli stereotipi.

Argomento ripreso dal Presidente di Diplomacy Giorgio Bartolomucci, che ha sottolineato come i 3 termini indicati nel titolo della conferenza “indichino tutti uno scenario che incute timore”. Troppo spesso i media, soprattutto quelli italiani, forniscono una presentazione semplicistica delle dinamiche politiche iraniane.  Chi ha vinto davvero le recenti elezioni parlamentari? L’affluenza può essere un dato indicativo del grado di disaffezione degli iraniani verso questo sistema e questi uomini politici?

Secondo il direttore di Limes Lucio Caracciolo, tutta la regione è in movimento. Siria e Bahrein vivono entrambe crisi molto gravi, mentre l’Arabia Saudita è da tempo impegnata a preparare un’alleanza anti Iran. Israele, dal canto suo, ha di recente varato un governo di unità nazionale, mossa che potrebbe essere letta come preparativo di una crisi internazionale.

Singolari e preoccupanti le mosse degli Usa. Da una parte promuove il dialogo con Teheran sul nucleare, dall’altro sembra intenzionata a riabilitare i mojaheddin-e khalq (MKO), depennandoli dalla lista nera delle formazioni terroristiche. Sembrerebbe addirittura che qualcuno a Washington pensi a loro per un eventuale governo di transizione in caso di regime change. Al di là del fatto che i mujaheddin più che un gruppo politico sono una setta, inaffidabile e disprezzata dalla grandissima maggioranza degli iraniani, è evidente la contraddizione di fondo: come puoi dialogare con la Repubblica islamica se contemporaneamente lavori alla sua distruzione? In questo senso – secondo Caracciolo – un fallimento del negoziato potrebbe portare a decisioni irrazionali. E i dubbi maggiori sono su Israele.

Più ottimistica la visione del Generale Luigi Ramponi, Presidente del Cestudis. “Sono 20 anni – ha ricordato – che gli iraniani parlano di nucleare. Di fatto, sono sempre a un passo dall’averlo, ma non ce l’hanno ancora”. La vera novità – a suo avviso – sta nella disponibilità di Khamenei a trattare. Secondo Ramponi, un attacco israeliano servirebbe solo a ritardare, non a interrompere il programma nucleare di Teheran. Neanche Tel Aviv sembra convintissima di questa opzione: sono infatti i politici e i servizi militari a premere per l’attacco, il Mossad è contrario. Più in generale, secondo Ramponi, è finita l’era delle guerre tra Stati. Ma la guerra contro l’Iran –  ha avvertito – è già in atto: con i sabotaggi informatici, l’assassinio di scienziati, la disinformazione.

Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del Partito Democratico, ha denunciato l’ignoranza che condiziona spesso i dibattito sull’Iran. Ne è la riprova, a suo avviso, la raccolta di 180 firme tra i parlamentari italiani a sostegno dell’MKO. “Molti politici italiani credono di firmare a favore della democrazia in Iran, non sanno chi sono in realtà questi signori”. Pistelli riconosce che l’Iran – al contrario di quanto descritto da molti media occidentali – è un attore razionale che aspira a un ruolo regionale. “Da quanto filtra da ambienti diplomatici, ci sono segnali positivi in merito al prossimo vertice di Baghdad”. Si starebbe anzi pensando già al dopo, a come, cioè, ognuna delle parti può fare il proprio passo indietro senza perdere la faccia.

Intanto in Iran

Una panoramica degli ultimi avvenimenti in terra di Persia. Pochi giorni dopo il vertice di Istanbul sul nucleare, Obama ha dichiarato che terrà alta la guardia sulle violazioni dei diritti umani in Siria e Iran. Un giornale di Teheran sostiene che in un vertice segreto a Vienna, la Repubblica islamica avrebbe già trovato un accordo di massima con l’AIEA. L’Iran lascerebbe attive soltanto 1.000 centrifughe la ricerca;  chiuderebbe la centrale di Fordow; controllerebbe “meglio” le milizie sciite in Iraq; darebbe un sostanziale via libera al cambio di regime in Siria. Obama garantirebbe una graduale diminuzione delle sanzioni e si impegnerebbe a non attaccare militarmente l’Iran. Vero? Falso?

Sul web ha suscitato clamore un video girato durante la visita del presidente Ahmadinejad nella città di Bandar Abbas. Prima un vecchio e poi una donna si sono arrampicati sull’auto del presidente per protestare contro la situazione economica sempre più disperata.

Per la prima volta dall’inizio del suo secondo mandato, Ahmadinejad ha partecipato a una seduta del Consiglio per il discernimento ed è stato fotografato sorridente accanto al grande rivale Rafsanjani . A proposito, cos’è il Consiglio per il discernimento?

Tutto questo e tante altre piccole storie e immagini nello storify che vi proponiamo di seguito. A proposito, cos’è uno storify?

Tutti a Baghdad

La notizia più importante arriva in serata: il prossimo round dei colloqui tra Iran e gruppo 5+1 si terrà a Baghdad il 23 maggio. Tre gli aspetti sostanziali:

  1. Un secondo round è stato fissato. E non era affatto scontato, visti i precedenti.
  2. Il secondo round si terrà a breve, prima dell’estate. Termine questo indicato da alcuni analisti come un discrimine circa le reali possibilità di successo dei negoziati.
  3. Il secondo round si terrà a Baghdad, località gradita al governo iraniano che nei giorni passati aveva addirittura chiesto che si svolgessero nella capitale irachena i colloqui fissati a Istanbul. Con la Turchia, infatti, Teheran ha più di qualche frizione in merito alla crisi in Siria. Ottimi, invece, i rapporti col governo iracheno.

Segnali positivi erano filtrati già nei giorni scorsi. Venerdì sera Catherine Ashton, capo delegazione per il gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) e la sua controparte Said Jalili avevano cenato presso il consolato iraniano di Istanbul. Al termine la Ashton aveva dichiarato che il “gruppo 5+1 era pronto a iniziare i negoziati con idee e metodi nuovi”.

Segnali incoraggianti anche da Teheran. Parviz Sorouri, membro della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la politica estera, aveva anticipato che, qualora l’Occidente fosse venuto incontro alle esigenze iraniane, Teheran potrebbe riconsiderare il suo no alla richiesta di interrompere l’arricchimento dell’uranio”.

La soluzione potrebbe essere questa: all’Iran viene fornito uranio arricchito al 19,75% , livello necessario per il funzionamento del reattore nucleare di Teheran. In cambio, l’Iran sospende la produzione di uranio arricchito.

Secondo voci non confermate, il sottosegretario di Stato Usa Wendy Sherman avrebbe richiesto un incontro a due con Jalili che però avrebbe rifiutato in attesa di istruzioni da Teheran.

Commenti positivi a questo meeting arrivano sia dai media occidentali (Associated Press, New York Times), sia da quelli iraniani (Press Tv, IRNA, ISNA).

Da qualche giorno si avvertiva un clima di fiducia rispetto a questo vertice. La sensazione è che la Guida suprema Khamenei, regolati i conti con Ahmadinejad con la vittoria alle elezioni parlamentari  di marzo, voglia lavorare adesso per evitare tensioni che possano mettere a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica islamica. Qualcosa di simile “all’amaro calice” bevuto dall’ayatollah Khomeini quando accettò il cessate il fuoco con l’Iraq nel 1988.

Vedremo se da qui al 23 maggio non ci saranno nuovi colpi di scena o “clamorose rivelazioni” da parte di qualcuno. Sicuramente stasera a Tel Aviv c’è più di qualche scontento.

La poesia di Grass

Günter Grass,  premio Nobel per la letteratura, ha scritto una poesia in cui denuncia l’arsenale nucleare di Israele e chiede controlli internazionali come quelli disposti per l’Iran. Un attacco durissimo all’ipocrisia dei Paesi occidentali e della Germania in particolare.

Il testo è stato rifiutato da Die Zeit, settimanale di Amburgo. Noi lo proponiamo nella traduzione di Claudio Groff per Repubblica:

 

Quello che deve essere detto

 

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo

quanto è palese e si è praticato

in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,

noi siamo tutt’al più le note a margine.

E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo

che potrebbe cancellare il popolo iraniano

soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo

organizzato,

perché nella sfera di sua competenza si presume

la costruzione di un’atomica.

E allora perché mi proibisco

di chiamare per nome l’altro paese,

in cui da anni — anche se coperto da segreto —

si dispone di un crescente potenziale nucleare,

però fuori controllo, perché inaccessibile

a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,

a cui si è assoggettato il mio silenzio,

lo sento come opprimente menzogna

e inibizione che prospetta punizioni

appena non se ne tenga conto;

il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.

Ora però, poiché dal mio paese,

di volta in volta toccato da crimini esclusivi

che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,

di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se

con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,

dovrebbe essere consegnato a Israele

un altro sommergibile, la cui specialità

consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove

l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata

ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,

dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?

Perché pensavo che la mia origine,

gravata da una macchia incancellabile,

impedisse di aspettarsi questo dato di fatto

come verità dichiarata dallo Stato d’Israele

al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,

da vecchio e con l’ultimo inchiostro:

La potenza nucleare di Israele minaccia

la così fragile pace mondiale?

Perché deve essere detto

quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;

anche perché noi — come tedeschi con sufficienti

colpe a carico —

potremmo diventare fornitori di un crimine

prevedibile, e nessuna delle solite scuse

cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più

perché dell’ipocrisia dell’Occidente

ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile

che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,

esortino alla rinuncia il promotore

del pericolo riconoscibile e

altrettanto insistano perché

un controllo libero e permanente

del potenziale atomico israeliano

e delle installazioni nucleari iraniane

sia consentito dai governi di entrambi i paesi

tramite un’istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,

e più ancora, per tutti gli uomini che vivono

ostilmente fianco a fianco in quella

regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,

e in fin dei conti anche per noi.

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Segnali?

Qualche aggiornamento sulle elezioni parlamentari. Il ministero degli Interni ha finalmente fornito i dati ufficiali del primo turno: i seggi assegnati sono 225 su 290. A Teheran sono stati assegnati soltanto 5 seggi su 30.

Per il secondo turno bisogna aspettare il Consiglio dei Guardiani, che deve prima convalidare i risultati del voto del 2 marzo e poi fissare la data del ballottaggio (presumibilmente ad aprile).

I votanti ufficiali sarebbero stati 48.288.,799, pari al 63.26% degli aventi diritto. Se fosse vero, sarebbe una delle affluenze più alte della storia della Repubblica islamica.

A urne chiuse, martedì 6 marzo la Guida Khameni ha tenuto un discorso quasi del tutto ignorato dai media occidentali. Ha rivendicato – come era ovvio – il dato dell’affluenza alle elezioni come un grande successo per la legittimità del sistema politico iraniano. E fin qui nulla di nuovo. Poi ha però ha dedicato poche ma significative parole ai rapporti con gli Usa: “Abbiamo sentito che il presidente americano ha detto: ‘Non stiamo pensando a un guerra contro l’Iran’. Questo è buono, molto buono. Sono parole sagge. È la fine di un’illusione”.

Al di là della propaganda e al netto dell’enfasi oratoria, questo è un messaggio politico. La Guida esce rafforzata da questo confronto elettorale. Il voto in Iran non è mai libero, ma è sempre molto importante dal punto di vista politico. Se certi presunti “analisti” studiassero un po’ la storia della Repubblica islamica, avrebbero evitate di scrivere le banalità pubblicate nelle ultime settimane.

Dietro l’apprezzamento di Khamenei per Obama potrebbe esserci dunque una mossa tattica. La politica estera la fa la Guida, non il Presidente della repubblica. Ahmadinejad – con buona pace di tanti sepolcri imbiancati nostrani – negli ultimi anni si era mostrato più incline al dialogo con l’Occidente rispetto a Khamenei. Ora però il presidente è più debole e questo – in teoria – dovrebbe “semplificare” i processi decisionali interni alla Repubblica islamica.

Ed è anche vero che – da che mondo e mondo – gli accordi e i compromessi col “nemico” li fanno i “duri”, non i riformisti. In questo senso, è emblematica l’intervista di Fareed Zakaria ad Henry Kissinger su CNN:

A proposito di riformisti, l’ex presidente Khatami ha rilasciato una dichiarazione ufficiale circa la sua partecipazione al voto del 2 marzo. (Per il testo integrale in persiano clicca qui).

In sostanza, dice di aver votato per mantenere una “finestra aperta per il riformismo”. Quali siano gli spiragli di un’eventuale tattica di questo tipo, è tutto da dimostrare. Personalmente, ancora una volta mi stupisce lo stupore. Khatami, così come Rafsanjani e gli stessi Mousavi e Karroubi, sono personaggi interni alla Repubblica islamica. Nessuno di loro ha mai virato verso posizioni antisistema.

La scelta di Khatami è opinabile, considerate le sue dichiarazioni nei mesi passati in merito al boicottaggio, ma non è in contraddizione con la sua carriera politica.

Majles. Per cosa si vota

Identikit elettori iraniani

Il 2 marzo 2012 si svolgono le none elezioni legislative della Repubblica islamica.  Il sistema prevede una sola camera, chiamata majles, con 290 deputati. (Vedi le funzioni del Parlamento).

Il 2 marzo si vota. Due gli organi preposti alla gestione del voto: il Consiglio dei Guardiani, che vaglia le candidature, monitora le operazioni di voto e certifica i risultati, e il Ministero degli Interni, che è responsabile dal punto di vista tecnico e operativo. Tra i due organi, il Consiglio dei Guardiani, dominato dagli ultraconservatori, è sicuramente predominante.

La registrazione dei candidati è avvenuta dal 24 al 30 dicembre 2011. La lista definitiva dei candidati è stata rilasciata dal Consiglio dei Guardiani solo il 21 febbraio.

La campagna elettorale vera e propria è durata una sola  settimana dal 22 al 29 febbraio.

Chi si può candidare

Ogni candidato deve avere 7 requisiti di base:

  1. essere di nazionalità iraniana;
  2. essere musulmano praticante ( a parte i seggi riservati alle minoranze religiose);
  3. accettare e riconoscere il sistema della Repubblica Islamica;
  4. riconoscere la validità della Costituzione ed il principio del Velayat Faqih;
  5. avere un master o un attestato di studi teologici equivalente al master universitario;
  6. avere un’età compresa tra i 30 ed i 75 anni.
  7. i membri del governo, le autorità  statali ed esecutive e gli impiegati delle forze armate e delle istituzioni statali, si devono dimettere dalle loro cariche almeno 6 mesi prima della candidatura.

Le forze in campo

Stavolta non esiste una contrapposizione tra conservatori e riformisti. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che il 14% dei candidati appartiene al fronte riformista, ma i principali partiti di questo fronte hanno dichiarato che non parteciperanno a queste elezioni. Ufficialmente, ci sono solo 2 coalizioni riformiste sulle 67 in corsa in tutto il Paese (a Teheran sono in tutto 24). 

La contesa è tutta all’interno del fronte conservatore ma questo non vuol dire che non ci sarà battaglia. Tutt’altro: le divisioni tra sostenitori del Presidente Ahmadinejad e suoi avversari hanno portato a un clima di tensione continua.

Ahmadinejad è stato più volte accusato di essere coinvolto in una gigantesca frode finanziaria e diversi parlamentari ultraconservatori hanno proposto l’impeachment. Più volte sotto accusa anche il controverso capo dello staff presidenziale Esfandiar Rahim Mashaei.

In questo clima fratricida, il Ministero degli Interni ha cassato il 17% dei candidati. Tra questi, 32 attuali parlamentari, come Ali Mottahari, Hamidreza Katouzian e Godratollah Alikhani, sempre molto critici nei confronti di Ahmadinejad. Il Consiglio dei Guardiani può comunque intervenire anche dopo il voto e decidere la ripetizione nei singoli collegi.

I conservatori vicini alla Guida Khamenei hanno avvisato “la corrente deviazionista” (cioè i sostenitori di Ahmadinejad) di non provare a manipolare le elezioni. Particolarmente agguerrito il capo della magistratura Sadeq Larijani, (fratello di Ali, il presidente del parlamento).

Apatia politica

È evidente che questo turno elettorale – il primo dopo le controverse presidenziali del 2009 – sia snobbato dalla maggior parte degli iraniani. Il numero di candidati registrati (5.395) è il più basso dal 1996. Tra questi, le donne sono meno del 10%. Il consiglio dei Guardiani ha tagliato il 35% dei candidati iscritti.

Va anche detto che sono stati apportati emendamenti alla legge elettorali che hanno di fatto limitato la corsa alla candidatura: chi vuole presentarsi alle elezioni deve infatti avere almeno un master universitario. Immaginiamo se in Italia passasse un provvedimento del genere..

Fortissima, invece, la voglia di rielezione dei deputati attualmente in carica: su 290 si ripresentano in 260.

Parenti

Nomi eccellenti tra i candidati: Parvin Ahmadinejad, sorella del presidente; Tahereh Nazari Mehr, moglie dell’ex ministro degli Esteri (esautorato) Manouchehr Mottaki; Mohammad Reza Tabesh, nipote dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, nonché segretario generale della fazione di minoranza del parlamento.

Affluenza

Sono 48 milioni gli iraniani che hanno diritto di votare a queste elezioni. Nelle scorse legislative del 2008 votò il 55% degli aventi diritto. In quelle del 2005 il 51%. Alle presidenziali del 2009 l’affluenza fu dell’83%.

Iran e Israele, un’infida alleanza

Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all’inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L’Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un’equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l’Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell’Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d’aprile né un’ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L’alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l’offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l’ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l’Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall’allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall’ambasciatore presso l’Onu Zarif, dall’ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto – aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un’effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all’aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell’Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell’Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

I soliti sospetti

A prima vista sembra quasi la trama di un telefilm made in Usa. Agenti dell’FBI che intercettano un irano-americano che sta organizzando niente meno che l’omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Il complotto è stato sventato grazie all’arresto di Mansoor Arbabsiar, 56 anni, residente nella città di Corpus Christi, in Texas.

Il maldestro Arbabsiar avrebbe cercato di commissionare l’omicidio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita e quello che lui credeva fosse un narcotrafficante messicano del gruppo degli Zetas, proponendogli un compenso di un milione e mezzo di dollari e anticipando a luglio 100mila dollari d’acconto. Tramite due bonifici bancari. L’irano-americano avrebbe agito seguendo le direttive di con Gholam Shakuri, un membro dell’Armata Qods, l’unità speciale dei pasdaran per le azioni clandestine.

In realtà, il presunto narcotrafficante era un agente della DEA (l’antidroga Usa), lestissimo a informare l’FBI e a far arrestare l’incauto Arbabsiar. Il ministro della Giustizia Usa Eric Holderha poi svelato alla stampa che il piano prevedeva anche attacchi contro le ambasciate israeliane e saudite a Washington e Buenos Aires.

E così, in 24 ore, è scoppiato il caos. Il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un ”allarme mondiale” di terrorismo, invitando alla prudenza diplomatici e viaggiatori americani. Questo complotto “può essere il segnale del fatto che le autorità iraniane si stiano focalizzando in modo più aggressivo su attività terroristiche contro i diplomatici di alcuni paesi e anche contro gli Stati Uniti”.

In un’intervista televisiva, vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha spiegato che l’amministrazione Obama punta a creare una muova campagna mondiale per isolare l’Iran.

Il principe saudita Turki al Faisal ha dichiarato che qualcuno in Iran dovrà pagare per il presunto complotto.

Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Khazaee, ha scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon dai toni inequivocabili: “L’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione delle autorità statunitensi e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la loro politica anti-iraniana per distogliere l’attenzione dai loro problemi sociali ed economici.

A parte i metodi dilettanteschi di questi presunti cospiratori (un complotto addirittura “tracciabile” attraverso i bonifici), è spontaneo chiedersi quali interessi abbia l’Iran a uccidere l’ambasciatore saudita, oltretutto su suolo americano. In più di 30 anni le operazioni dell’Armata Qods all’estero sono state sempre contro dissidenti iraniani, mai contro diplomatici di altri Paesi. Una costante della politica estera iraniana è la ricerca della propria sicurezza. L’uccisione dell’ambasciatore saudita (ma perché poi negli Usa e non in Egitto o in altri Paesi del Medio Oriente?) porterebbe a un rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Riyad in chiave anti iraniana. E lo si vede già dalle reazioni di queste ore. Con l’alleata Siria nel caos, le frizioni con la Turchia, le tensioni nei Paesi del Golfo Persico (Bahrein, soprattutto) e le irrisolte crisi in Afghanistan e Iraq, Teheran non si può certo permettere un simile suicidio geopolitico.

Proviamo a ribaltare questo ragionamento: proprio perché si è creata una situazione simile, l’Iran è più debole e quindi più facilmente attaccabile. Politicamente, se non addirittura militarmente. Dove è disposto ad arrivare Obama a un anno dalle elezioni? l dossier sul complotto iraniano arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un portavoce del premier britannico David Cameron ha detto: “Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”.

D’altra parte, anche la situazione interna iraniana è quanto mai critica. L’ultimo anno di presidenza Ahmadinejad si preannuncia spinoso, con l’infinito confronto tra gli “uomini del presidente” e i conservatori fedeli alla Guida Khamenei. E con Mousavi e Karroubi ancora agli arresti domiciliari. E marzo si vota per il parlamento. Questo complotto in terra Usa, vero, montato o indotto che sia, è di certo un problema in più per l’establishment iraniano. Difficile dimostrare un filo diretto tra i presunti attentatori e i vertici della Repubblica islamica. Ma finora sono stati tirati in ballo i pasdaran che, politicamente, sono più vicini ad Ahmadinejad che a Khamenei.

Dopo mesi di scarsa attenzione, si torna a parlare di Iran. Forse non c’è un “fatto” vero alla base di tutto questo polverone. Ma la notizia è che l’Iran è di nuovo una notizia. E sarebbe un errore non prenderne atto.