La coda del leone persiano

La coda del leone persiano

Siamo alle solite. O, meglio, siamo tornati al solito vecchio schema che dal 1979 vede Iran e Stati Uniti uno di fronte all’altro contrapposti e minacciosi. Il 6 agosto scatteranno le nuove sanzioni Usa, conseguenza del ritiro da parte di Washingotn dall’accordo sul nucleare del 2015. Sarà un passaggio molto pesante, perché si tratta di provvedimenti che colpiranno il settore dell’automotive e dell’aviazione civile iraniana e che complicheranno non poco le transazioni finanziari da a per l’Iran (per un quadro più dettagliato invitiamo a leggere l’analisi dell’ISPI).

L’azione di Washington – che all’Italia costerà 27 miliardi di dollari di commesse e 1,7 di export l’anno – rientra in una strategia più ampia di pressione economica e politica che mira dichiaratamente al cambio di regime a Teheran. Un obiettivo dichiarato da Donald Trump, che conta sul pieno sostegno di Israele e Arabia Saudita e che rischia di aggravare la già precaria situazione politica del Medio Oriente.

In questo contesto, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha assunto da mesi un atteggiamento decisamente più combattivo nei confronti degli Stati Uniti rispetto al suo primo mandato, quando aveva come interlocutore Barack Obama. D’altro canto, questo suo cambiamento di stile, gli è valso il sostegno da parte di diversi conservatori, tra cui il generale Qasem Soleimani,che in una lettera pubblica lo ha ringraziato per aver reagito con “coraggio e orgoglio” alla minaccia statunitense di bloccare l’export iraniano di petrolio.

La coda del leone persiano

Il 22 luglio, un un incontro con gli ambasciatori iraniani, Rouhani ha dichiarato:

L’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre. Signor Trump, non giochi con la coda del leone, altrimenti se ne pentirà. Noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia. Tenga presente che lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è un padrone e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno. Rohani ha ricordato che l’Iran ha “molti stretti, quello di Hormuz è  solo uno di questi”, sottolineando: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo”.

In un tweet, qualche ora dopo, Trump ha replicato (mettendo il testo tutto in maiuscolo):

“Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

La sera del 22 luglio il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, intervenendo a un incontro in California con rappresentanti della diaspora iraniana, ha accusato: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è guidato da qualcosa che assomiglia alla mafia più che a un governo. Qualche volta sembra che il mondo sia diventato insensibile davanti all’autoritarismo del regime in casa ed alle sue campagne di violenza all’estero, ma l’orgoglioso popolo iraniano non resta in silenzio sui molti abusi del suo governo”.

Perché Rouhani attacca (e si rafforza internamente)

Questo cambio di prospettiva, se da un lato mette a repentaglio la già provata economia iraniana, dall’altro rafforza paradossalmente Rouhani. Il presidente iraniano negli ultimi mesi ha infatti subito numerosi attacchi da diversi fronti: i conservatori lo criticano per la crisi economica e per aver ceduto al compromesso con l’occidente sul nucleare; i riformisti sono invece delusi dalle mancate aperture sui diritti civili. La serrata del bazar di Teheran – strumentale o spontanea che fosse – era soltanto una delle manifestazioni più eclatanti di un malessere diffuso. Tanto che qualche osservatore prospettava un impeachment entro l’autunno.

Ma lo scontro – per ora solo verbale – con gli Usa, ricompatta il fronte interno. Anche perché la Guida Khamenei non accetterebbe mai una crisi istituzionale in una fase delicata come questa.

 

Intervista di Antonello Sacchetti a Radio Onda d’Urto (24 luglio 2018)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif replica a Trump. “Esistiamo da millenni e abbiamo assistito alla caduta di imperi – incluso il nostro – che sono durati più di alcuni Paesi. Sii cauto!”.

 

Mohsen Rezai, capo del Consiglio per il discernimento della Repubblica islamica twitta: “Il signor Trump ha detto al signor Rouhani di stare attento. Ma dovresti stare attento tu che hai 50.000 soldati sotto il tiro

Chi era Ruhollah Khomeini

Era il 4 giugno 1989, lo stesso giorno del massacro di Tien An Men. A Teheran si consumava quello che molti definirono l’ultimo atto della rivoluzione iraniana. La morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, è l’atto conclusivo di un processo rivoluzionario iniziato dieci anni prima, culminato con la cacciata dello scià Reza Pahlevi e la proclamazione della repubblica. I funerali di Khomeini, a cui partecipano almeno tre milioni di persone, sono l’ultimo grande evento di massa, l’ultimo grande atto della rivoluzione. Parafrasando Enrico Berlinguer, potremmo dire che quel giorno la rivoluzione iraniana “esaurisce la sua spinta propulsiva”. E il Paese entra in una fase storica diversa. La Storia si diverte a volte a giocare con i numeri: nel 1979 la rivoluzione, nel 1989 la morte di Khoemeini, nel 1999 la rivolta degli studenti, nel 2009 l’apertura di Obama e le elezioni presidenziali quanto mai importanti. Ma chi era Khomeini? Che importanza ha nella storia dell’Iran e del Medio Oriente? Qual è stato il suo contributo al pensiero politico islamico?

 

 Che rivoluzione è stata?

 A pensarci bene, quella iraniana è una rivoluzione ben strana, avvenuta contro l’apparente logica politica, come la rivoluzione comunista. Marx l’aveva profetizzata per i Paesi industrializzati, come Germania e Inghilterra, e invece si realizzò in Russia e in Cina, economicamente sottosviluppate. Lo stesso paradosso l’ha fatto registrare la rivoluzione islamica, la quale è avvenuta in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. Proprio nell’Iran, dove la tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica. La teologia sciita afferma, già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. Sono tanti gli ayatollah che prendono le distanze da lui e lo criticano anche aspramente. Tra questi, Al Sistani, oggi punto di riferimento per milioni di sciiti iracheni. Non a caso Renzo Guolo definisce quella iraniana una “rivoluzione contro la tradizione religiosa”, che si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

L’impasto ideologico

Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), attraverso diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato La tutela del giureconsulto: il governo islamico.

I suoi discorsi – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta. Certi atteggiamenti lasciano comunque il segno.

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che lo riporta in Iran dopo 15 anni di esilio impostogli dallo scià, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria. “Hich”, “Niente”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Sta di fatto che non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Un’amica, poco più che bambina nel 1979, ricorda ancora oggi: “La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”! Chissà, forse avremmo dovuto capire allora come sarebbe andato tutto quanto”. Quello stesso giorno Khomeini si reca in visita al cimitero di Beheshte Zahra e promette: “Man tu dahan-e in dolat mizanam (Io prendo a schiaffi questo governo)”.

E poi annuncia:

“Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità! “.

 

Slogan e obiettivi

“Ashura è sempre. Kerbala è ovunque”, amava ripetere Khomeini. Ashura e Kerbala, il tempo e il luogo del martirio dell’imam Hussein, figura chiave dello sciismo. Come dire: per il martirio è sempre il momento giusto. Ma la frase non è sua. Il fondatore della Repubblica islamica riprese una massima di Ali Shariati, filosofo iraniano poco conosciuto in Occidente. Avversario dello scià, formatosi nella Parigi del secondo dopoguerra, Shariati vedeva nello sciismo un movimento rivoluzionario marxista e terzomondista. Alcuni studiosi hanno accostato il suo “sciismo rosso” (che lui stesso distingueva dallo “sciismo nero” dei Safavidi) alla teologia della liberazione che proprio in quegli anni agitava il mondo cattolico. Shariati muore nel 1977, probabilmente ucciso dai sicari dello scià, e non fa in tempo a vedere la rivoluzione iraniana. Ma Khomeini attingerà a piene mani dal suo bagaglio ideologico, conquistandosi – almeno all’inizio – le simpatie della sinistra di tutto il mondo. I primi discorsi di Khomeini da leader della rivoluzione sono prettamente politici, non religiosi. Parla dei bisogni materiali del popolo, promette di dare l’acqua e la luce gratis a tutti. I suoi toni diverranno apocalittici soltanto dopo, nei terribili anni della guerra contro l’Iraq. Allora arriverà a dire che “la rivoluzione non è stata fatta certo per abbassare il prezzo dei pomodori “, ma per redimere il mondo. Visioni profetiche e questioni profane: va tenuto presente che il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il leader

Khomeini è stato senza dubbio un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause lunghissime e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico. Sotto la sua influenza si è formato un’intera generazione di pasdaran, di “uomini nuovi”, fedeli alla Repubblica islamica più che alla famiglia di origine. Quella generazione ha oggi cinquant’anni e con Ahmadinejad ha conquistato i vertici del potere politico per la prima volta. Ma è una generazione orfana, senza un vero capo e quindi destinata a combattersi e a dividersi. Anche perché il mondo intorno non è più quello dell’epoca di Khomeini. Che – a suo modo – aveva previsto il grande cambiamento. L’ 1 gennaio 1989, pochi mesi prima di morire, scrive una lettera al segretario del Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov in cui annuncia l’imminente crollo del comunismo e l’ascesa dell’Islam come pensiero politico negli anni Novanta. Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv. Che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri).

 L’eredità

Cosa rimane di Khomeini? Chi arriva oggi a Teheran sbarca nel grande e modernissimo aeroporto a lui intitolato e vede ovunque sue immagini, negli uffici, nei murales. Ma quello che è avvenuto in Iran dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute all’esterno. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.

Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni ed è quindi nato dopo la Rivoluzione. Khomeini è un’icona da celebrare in pubblico o disprezzare in privato. La Repubblica islamica sopravvive da quasi trent’anni al suo fondatore e per il momento non si intuiscono trasformazioni profonde e immediate. Khomeini è senza dubbio una figura tragica e forse sottovalutata a livello storico. Capace di crimini terribili e di intuizioni politiche notevole. Riflettere su Khomeini può essere utile per cercare di capire l’Iran e il ruolo che ha e avrà nel quadro geopolitico e culturale dei prossimi anni.

Cuore di Tenebra, trasmissione di Radio 3. Puntata del 21 maggio 2011 dedicata alla figura di Khomeini.  Antonella Ferrera ricostruisce la vita del fondatore della Repubblica islamica iraniana, anche attraverso un’intervista ad Antonello Sacchetti divisa in più parti.

Per ascoltare la puntata: Radio3 – Cuore di tenebra

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Trump, Iran. Nostalgia canaglia

Alla faccia di chi diceva che con Trump alla Casa Bianca non sarebbe cambiato niente nella politica internazionale. Dopo nemmeno un anno dal suo insediamento, il presidente più imprevisto e più imprevedibile della storia recente degli States, sembra intenzionato a scassare uno dei traguardi più importanti raggiunti da Obama, cioè l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 14 luglio 2015.

Con un discorso destinato a essere ricordato a lungo, venerdì 13 ottobre 2017 Trump ha infatti annunciato che non avrebbe certificato l’intesa sul nucleare.  Ogni 90 giorni la Casa Bianca deve infatti notificare al Congresso l’adesione dell’Iran ai termini dell’accordo. Questa adesione viene verificata non dalla Casa Bianca, ma dall’AIEA, l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare. E l’AIEA – va ricordato – dal luglio 2015 ha per otto volte certificato che l’Iran sta pienamente adempiendo agli obblighi stabiliti dall’accordo.

Ma per Trump, Teheran non starebbe rispettando “lo spirito” dell’intesa. Da lì, una requisitoria piuttosto vaga contro il regime iraniano, accusato di sostenere il terrorismo. Un mix di vaghezza e imprecisioni (fino all’uso volutamente scorretto del termine “Golfo arabico” anziché “Persico”) per servire sul piatto una decisione tutta politica, che era nell’aria da mesi. Dal suo insediamento, Trump aveva per due volte certificato il JCPOA, ma aveva definito l’accordo il “peggiore della storia degli Usa”.

Sembra la classica “operazione nostalgia”: il presidente americano ha infatti rispolverato un vecchio classico, quello dell’Iran “Stato canaglia”, con cui non si può e anzi non si deve dialogare.

Cosa succede adesso

Adesso il Congresso  ha 60 giorni per imporre nuovamente le sanzioni contro l’Iran che erano state sospese dopo l’intesa firmata a Vienna nel 2015.

Non è affatto detto che il Congresso segua la linea del presidente. Persino il segretario di Stato Rex Tillerson ha ammesso che i numeri potrebbero non esserci. In ogni caso, gli Usa ne escono male come leadership e come immagine di partner credibile. Anche perché gli altri Paesi firmatari dell’accordo 5+1 si sono subito espressi in dissenso con Trump.

Le reazioni internazionali

Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha dichiarato:

“Non possiamo permetterci di mettere fine a un accordo che sta dando risultati” e di cui l’Aiea “ha verificato per otto volte il rispetto”. Inoltre, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 “non può essere rotto da un solo Paese, perché non è un’intesa bilaterale ma internazionale, avallata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha il diritto di rescinderlo”.

D’accordo con Trump il solo premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per il resto, tutti, dalla Gran Bretagna alla Russia, si sono detti intenzionati a proseguire lungo la linea intrapresa nel luglio 2015. A conferma di questa linea, il presidente francese Macron avrebbe addirittura in programma una visita ufficiale a Teheran nel 2018. In ballo ci sono gli equilibri già precari del Medio Oriente e affari di miliardi di euro. Ora che l’Iran si sta faticosamente aprendo agli investitori internazionali, le parole di Trump rischiano di gettare nel panico colossi come Total e Boeing, senza dimenticare la nostra Eni.

Le reazioni in Iran

Il presidente Rouhani è intervenuto con un discorso televisivo insolitamente duro e concitato.

Consideriamo” l’intesa del 2015 “un accordo multilaterale e internazionale e lo rispettiamo nella cornice del nostro interesse nazionale. Abbiamo cooperato con l’Aiea e continueremo a farlo” ma se “l’altra parte non rispettasse i propri impegni si sappia che l’Iran non esiterà a rispondere”, ha detto in tv. E ancora: “Continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa. Le nostre armi e i nostri missili sono per la nostra difesa. Siamo sempre stati determinati nella nostra difesa e lo saremo ancora di più da ora in poi. Abbiamo provato a costruire le armi che ci servivano e da ora in poi faremo più sforzi per continuare a farlo.

Chiaro il riferimento al programma di missili balistici citato da Trump. Programma che – va ricordato – non rientra affatto negli accordi sul nucleare.

Esultano i conservatori e tutti coloro che hanno sempre sostenuto l’inaffidabilità degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha espresso il suo disappunto in una serie di tweet molto velenosi. In uno dichiara sarcastico: “Nessuna sopresa che i sostenitori del vacuo discorso di Trump sull’Iran siano i bastioni della democrazia del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein”.

Arman-e Meruz titola: L’isolamento del signor gaffe

 

Kayhan: Trump ha compreso l’accordo sul nucleare: vantaggi per gli Usa, restrizioni per l’Iran!

Per il quotidiano conservatore, le parole di Trump sono la riprova che degli Usa non ci si può fidare.

Mossadeq, ascesa e caduta

Mohammad Mossadeq

Nel 1951 l’Assemblea nazionale approva un disegno di legge per la nazionalizzazione di tutti gli impianti petroliferi operanti nel Paese. Il governo del primo ministro Hasain Ala, contrario, viene fatto cadere, e si costituisce un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq. Il nuovo governo avalla la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si apre così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimette, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore, costringe lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali.

Mossadeq, ascesa e caduta

Gli Usa tentano di mediare il contenzioso Gran Bretagna – Iran sul petrolio. La trattativa fallisce e nell’ottobre 1952 si arriva alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià è contrario all’intransigenza di Mossadeq sulla questione petrolifera e lo rimuove dalla carica. Ma Mossadeq si rifiuta di dimettersi e i suoi sostenitori danno vita a violente manifestazioni, che spingono lo scià a rifugiarsi a Roma. Dopo tre giorni di scontri, l’esercito riprende il controllo di Teheran. Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. Lo scià torna in patria e mette al governo il generale Fazullah Zahedi. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. Riprendono le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.

Chi era Mossadeq 

La settimana INCOM del 28 agosto 1953

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

Vincennes, l’Ustica iraniana

Vittime iraniane disastro aereo 1988

A quanti, in Italia e negli Usa, le parole Iran Air IR55 e Vincennes ricordano qualcosa? Agli iraniani ricordano sicuramente un dolore grande e mai sanato. Il grande orientalista Edward Said ha scritto che “non è possibile mettere il passato sotto embargo”.

Proviamo perciò a sdoganare questo pezzo di passato, ricordando una tragedia terribile e del tutto rimossa dalla coscienza dei Paesi cosiddetti occidentali.

Navi da guerra nel Golfo Persico

È il 3 luglio 1988. Siamo negli ultimi mesi della guerra tra Iran e Iraq. Guerra, è sempre bene ricordarlo, cominciata otto anni prima con la deliberata aggressione di Saddam Hussein, convinto di potersi sbarazzare in poche settimane dell’esercito persiano, uscito decimato dalla rivoluzione che un anno e mezzo prima ha cacciato lo scià e portato alla nascita della Repubblica islamica. non sarà, invece, una guerra lampo, ma un lungo e orrendo massacro, consumatosi con la complicità e l’interesse di molte cancellerie occidentali. Nel luglio 1988 il conflitto coinvolge il traffico commerciale nel Golfo Persico e rischia perciò di intaccare gli interessi di molti Paesi europei e nordamericani. Le petroliere sono perciò scortate da navi da guerra di molti Paesi, tra cui anche l’Italia e gli Stati Uniti.

In realtà, in questa fase, la Marina americana fornisce anche un prezioso sostegno militare all’allora alleato Saddam Hussein, facendo spesso fuori i barchini di basiji e pasdaran iraniani.

La strage di civili

Ad ogni modo, il 3 luglio l’Airbus della Iran Air IR55, pilotato dal Capitano Mohsen Rezaian, decolla da Bandar Abbas diretto a Dubai. A bordo ci sono 290 passeggeri, tra cui 66 bambini. Si tratta soprattutto di famiglie che vanno in vacanza e uomini d’affari in viaggio di lavoro.

L’incrociatore Vincennes della Marina degli Stati Uniti, agli ordini del Capitano Will Rogers III, sta attraversando lo stretto di Hormuz, in acque iraniane. L’Airbus è all’interno dello spazio aereo iraniano. Alle 9.45 e 22 secondi il Vincennes spara due razzi Standard che colpiscono e abbattono l’aereo di linea. Non ci saranno sopravvissuti.

E gli Usa premiano i responsabili della tragedia

In una prima dichiarazione, il governo Usa afferma che il Vincennes aveva scambiato l’Airbus per un Tomcat F – 14 pronto ad attaccare. Si dirà poi che l’aereo iraniano non aveva mantenuto la sua rotta di volo, che il segnale d’identificazione non funzionava e che il pilota non aveva risposto agli avvertimenti dell’incrociatore. In alcune ricostruzioni si legge addirittura che l’aereo scendeva in picchiata verso la nave americana. Sarà però un’altra nave Usa, la fregata Sides, a chiarire che l’aereo iraniano stava cabrando, cioè salendo di quota, non picchiando.

Nel 1996 Usa e Iran raggiungono un accordo presso la Corte di giustizia internazionale in base al quale gli Stati Uniti pagano 61,8 milioni di dollari ai familiari delle vittime. In media 213.103 dollari per ogni cittadino iraniano ucciso dal Vincennes. Nonostante ciò, gli Usa ancora oggi non hanno ammesso la loro responsabilità e non si sono mai scusati per l’accaduto.

Quando il Vincennes rientrò nella base di San Diego, l’equipaggio venne accolto in modo trionfale e in seguito insignito della decorazione di combattimento. I cittadini di Vincennes, Indiana, raccolsero denaro per erigere un monumento, agli “eroi della nave”.

Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Ritorno al futuro

La fine è nota. Il cosiddetto “Implementation Day” è arrivato: il 16 gennaio 2016 terminano le sanzioni internazionali imposte all’Iran in merito al suo controverso programma nucleare. Con la presentazione del rapporto dell’AIEA, l’Agenzia nucleare di Vienna, viene certificato l’adempimento da parte iraniana degli impegni assunti con lo storico accordo del 14 luglio 2015. In altre parole, Teheran ha trasferito all’estero l’uranio arricchito, ha ridotto il numero di centrifughe attive e ha rispettato tutta una serie di controlli e limitazioni.

Strane certe coincidenze: il 16 gennaio 1979 l’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlevi, lasciava il Paese per non farci più ritorno. Di lì a poche settimane la rivoluzione avrebbe trionfato e sarebbe nata la Repubblica islamica.

Le sanzioni sono andate via

Era il 16 gennaio 1979 quando Mohammad Reza Pahlevi scappò dall’Iran. I giornali titolarono “Shah raft”. Con photoshop, la parola “tahrim” (boicottaggio, sanzione) ha preso il posto di “Shah” esattamente 37 anni dopo.

Di questa diatriba lunga quasi 14 anni, si è scritto e detto di tutto. Vale la pena rimarcare un dato: per il presidente Rouhani, oggi è il vero giorno della vittoria. L’accordo del 14 luglio era la premessa alla revoca delle sanzioni ma in questi mesi non è stato sempre tutto semplice e scontato. Ma alla fine il risultato è arrivato. Come scrive su Repubblica l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano,

Ebbene, appare evidente che non siamo di fronte ad un improbabile atto unilaterale di clemenza, ma al risultato di una trattativa fra Teheran e Washington che comporta, in contropartita, la liberazione di alcuni iraniani detenuti negli Stati Uniti. Che il clima dei rapporti fra Iran e Stati Uniti sia cambiato anche al di là della questione nucleare lo avevamo visto anche qualche giorno fa, quando un gruppo di marinai americani, arrestati dopo che erano entrati per un errore di navigazione nelle acque territoriali iraniane, erano stati liberati dopo meno di 24 ore, con un gesto di evidente buona volontà salutato con un caloroso ringraziamento da parte del segretario di Stato Kerry.

 

Rouhani ottiene quello per cui era stato eletto e punta a incassare questo successo politico nelle prossime elezioni del 26 febbraio per il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti. La tornata elettorale non sarà comunque una passeggiata. Se le sanzioni non fossero state tolte, sarebbe stata dura per il fronte moderato riformista ottenere la fiducia dell’elettorato. Lo stesso 17 gennaio Rouhani ha presentato in parlamento la bozza di bilancio per il prossimo anno fiscale. Sia lui che Zarif sono stati accolti molto calorosamente dall’Aula. Oggi il successo è innegabile.

E adesso?

Sorge però un dubbio: Rouhani ha ottenuto l’obiettivo principale per cui si era candidato quasi tre anni fa. Adesso però cosa vuole davvero? Rouhani, vale la pena ricordarlo, non è un riformista ma un moderato, a capo di una coalizione composita. L’obiettivo del suo progetto politico era portare l’Iran fuori dall’isolamento internazionale, condizione essenziale per uscire dalla crisi economica.

Adesso le prospettive sono sicuramente migliori: 100 miliardi di dollari congelati nelle banche straniere torneranno nel Paese. Ci saranno novità concrete anche molto presto: il consorzio europeo Airbus potrà infatti consegnare a Teheran 114 aerei destinati all’aviazione civile e arginare l’annoso problema della scarsa sicurezza dei voli interni, provocata dal mancato accesso al mercato dei ricambi.

Ma la situazione potrebbe anche essere inquadrata da un altro punto di vista: esaurito il suo compito principale, Rouhani potrebbe anche essere arrivato al capolinea. Le aspettative degli iraniani potrebbero anche essere sempre crescenti, nel campo dei diritti civili, ad esempio. Ma bisogna vedere quanto il sistema sia disposto a concedere e fin dove lui stesso sia intenzionato a spingersi.

Lo scambio di prigionieri

A coronamento dell’accordo, l’Iran ha rilasciato cinque cittadini con la doppia nazionalità, iraniana e statunitense, nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti. Tra loro c’è il giornalista del Washington Post, Jason Rezaian. Gli altri sono il veterano dei Marine Amir Hekmati, il pastore cristiano Saeed Abedini, Nosratollah Khosravi e lo studente Matthew Trevithick. Gli Usa hanno liberato, a loro volta, sette cittadini iraniani e hanno lasciato cadere la segnalazione all’Interpol per la cattura di 14 iraniani coinvolti in casi di presunte violazioni delle sanzioni americane.

Nuove sanzioni Usa

Intanto, il 17 gennaio gli Usa hanno imposto nuove sanzioni legate al programma iraniano per i missili balistici. Nella lista nera sono finiti cinque cittadini iraniani e una rete di imprese basate negli Emirati Arabi e in Cina.

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Il quotidiano riformista Shargh titola “Ora senza sanzioni”

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Per il conservatore Resalat non ci si aspetta nessun miracolo economico

444 days

444 days

444 giorni. Tanto durò la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran. Dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981. Nel 2007 il canale satellitare statale iraniano Press Tv realizzò un documentario molto interessante che raccontava quei giorni attraverso i ricordi di alcuni dei protagonisti, intitolato, appunto, 444 days.

Ci sono alcuni funzionari statunitensi, come John Limbert (abbiamo parlato già di lui, qui) e ci sono soprattutto Ebrahim Asgharzadehleader degli studenti che occuparono l’ambasciata, e Masoumeh Ebtekar, allora portavoce degli studenti e oggi vicepresidente dell’Iran.

E’ un racconto molto intenso e anche originale. Venne presentato ad Asiatica Film Mediale a Roma e poi sparì dalla circolazione. L’ho cercato inutilmente per anni e non sono riuscito a trovarlo nemmeno a Teheran. Nell’agosto 2014 è stato pubblicato finalmente su YouTube.

Eccolo qui, dura un’ora e quaranta minuti. E’ molto utile per capire uno dei passaggi fondamentali della storia recente dell’Iran.

P.S.

Quello  in alto a destra nella foto NON è l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Come si evince dal documentario, il giovane universitario Ahmadinejad non era favorevole all’occupazione dell’ambasciata Usa. Piuttosto, era favorevole a un’azione nei confronti dell’ambasciata dell’Unione Sovietica. Ma questa è un’altra storia.

 

E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

Verso l’accordo?

La trattativa a Vienna tra Iran e 5+1 è entrata nella fase più delicata. Superata l’iniziale scadenza dei negoziati (30 giugno), c’è tempo fino al 7 luglio per arrivare a un accordo definitivo. Da tutte le parti in causa trapela un moderato ottimismo, ma non c’è ancora nulla di ufficiale. Se un passo indietro a questo punto sembra molto improbabile, è anche vero che proprio ora si rischia di più.

Ad aprile, il factsheet della Amministrazione Usa suscitò fortissimo imbarazzo ed oggi si vuole assolutamente evitare una situazione come quella.

 

14 luglio

Arriva la firma dello storico accordo. Ecco parte del live tweet del discorso del presidente Rouhani alla nazione.

 

 

 

 

13 luglio

In attesa dell’accordo che non arriva. Ad un certo punto l’account Twitter del presidente iraniano Rouhani lancia un messaggio chiaro: “L’accordo è una vittoria della diplomazia e del rispetto reciproco sugli antiquati paradigmi dell’esclusione e della coercizione. E questo è un buon inizio”. Poi però il tweet viene cancellato.

Ne compare uno del ministro degli Esteri Zarif. “Se l’accordo viene raggiunto, significa che tutti vinceremo quando avremmo tutti potuto perdere. Chiaro e semplice: non servono cambi”.

 

 

Poi anche Rouhani aggiunge un “se” al suo messaggio orginale:

 

 

In serata riparte l’attesa: forse l’accordo sarà annunciato verso mezzanotte ora di Vienna.

 

12 luglio

Giornata all’insegna dell’ottimismo. Per tutta la mattina si sparge la notizia che l’accordo sarà annunciato entro la serata. Poi arriva la frenata: l’accordo è a un passo ma per redigere il testo dell’intesa ci vuole tempo: tutto rimandato a lunedì. Ma non oltre. Così, almeno si dice.

 

10 luglio

Si preannuncia un weekend di lavoro per i negoziatori di Vienna. I colloqui sono prolungati fino a lunedì 13 luglio.

Dopo diversi giorni, da Kerry arrivano segnali positivi: “Risolte alcun equestioni importanti”.

 

 

9 luglio

Si parla di una possibile ulteriore estensione dei colloqui al 13 luglio. Questo rappresenterebbe un problema per una eventuale immediata rimozione delle sanzioni, perché il Congresso Usa avrebbe più tempo per riesaminare l’accordo. I media iraniani hanno dato spazio alle tensioni di ieri. Ecco alcune prime pagine dei giornali iraniani.

Alle 19 è prevista una dichiarazione del Segretario di Stato Usa John Kerry.

Poco prima, un tweet di Zarif sembra anticipare le dichiarazioni di Kerry: “Stiamo lavorando sodo, ma senza fretta, per arrivare al risultato. Segnate le mie parole; non è possibile cambiare i cavalli nel bel mezzo di un torrente”.

Kerry dice sostanzialmente: “Abbiamo risolto molte questioni ma rimanfono divergenze di fondo. Vogliamo un accordo ma non a tutti i costi. E la trattativa non può durare all’infinito”.

La Russia, dal canto suo, sembra sposare la linea iraniana e già è pronta ad attribuire la responsaiblitò di un fallimento alle divisioni tra Stati Uniti e altri Paesi occidentali.

Si preannuncia una lunga nottata.

 

Zarif: mai minacciare un iraniano

Ultima chiamata: violati principi per un buon accordo
Ultima chiamata: violati principi per un buon accordo

8 luglio

Dopo una giornata di cauto ottimismo, l’atmosfera a Vienna si fa più tesa. In un alterco con Federica Mogherini, Javad Zarif avrebbe esclamato “Mai minacciare un iraniano”. E Lavrov avrebbe aggiunto: “E nemmeno un russo”. Su Twitter nasce l’hashtag #NeverThreatenAnIranian

 

 

7 luglio

Il giorno giusto per un accordo potrebbe essere mercoledì 8 luglio. Dai colloqui di Vienna trapelano poche indiscrezioni. Nel pomeriggio arriva la notizia: i colloqui sono prolungati fino al 10 luglio.

 

 

 

4 luglio

I quotidiani iraniani vicini al governo Rouhani sottolineano l’esito positivo della visita del presidente dell’AIEA Yukiya Amano a Teheran. Secondo lo stesso Amano, l’Agenzia per l’energia atomica e l’Iran sarebbero in grado di risolvere in poco tempo “le rimanenti divergenze”. In ballo c’è la questione delle ispezioni ai siti nucleari. Il segretario del Consiglio  Supremo Nazionale per la Sicurezza Ali Shamkhani ha ribadito la volontà politica da parte iraniana di arrivare a un accordo col gruppo 5+1.

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3 luglio

Il 3 luglio il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha pubblicato su Youtube un video messaggio in inglese, sottotitolato in persiano. Ecco il testo del suo breve intervento.

 

Sono a Vienna per chiudere finalmente una crisi inutile. In questa undicesima ora, nonostante rimangano alcune differenze, non siamo mai stati più vicini a un risultato duraturo. Ma non vi è alcuna garanzia.Raggiungere un accordo richiede il coraggio di un compromesso, la fiducia in se stessi per essere flessibili, la maturità per essere ragionevoli, la saggezza di mettere da parte le illusioni, e l’audacia di abbandonare le vecchie abitudini.
Alcuni ostinatamente credono che la coercizione militare ed economica sia in grado di garantire la sottomissione. Insistono ancora a spendere i soldi degli altri o sacrificare i figli degli altri per i propri disegni deliranti.
Vedo la speranza, perché vedo emergere la ragione sulla illusione. Sento che i miei interlocutori hanno riconosciuto che la coercizione e la pressione non portano a soluzioni durature, ma a ulteriori conflitti e ulteriore ostilità. Hanno visto che 8 anni di aggressione da parte di Saddam Hussein e di tutti i suoi sostenitori non hanno ridotto la nazione iraniana – che si trovava da sola – in ginocchio. E ora, si rendono conto che le sanzioni economiche più indiscriminate e ingiuste contro il mio paese hanno raggiunto assolutamente nessuno dei loro obiettivi dichiarati; ma invece hanno danneggiato innocenti e inimicato una nazione pacifica e tollerante.
Hanno quindi optato per il tavolo dei negoziati. Ma hanno ancora bisogno di fare una scelta critica e storica: accordo o coercizione. In politica, come nella vita, non puoi vincere a scapito di altri; tali guadagni sono sempre di breve durata. Solo gli accordi equilibrati sono in grado di resistere alla prova del tempo.
Siamo pronti a trovare un accordo equilibrato e buono; e aprire nuovi orizzonti per affrontare importanti sfide comuni.
La minaccia comune oggi è la crescente minaccia dell’estremismo violento e la barbarie. L’Iran è stato il primo a raccogliere la sfida e a denunciare questa minaccia come una priorità globale, quando ha lanciato WAVE – Mondo contro la violenza e l’estremismo. La minaccia che stiamo affrontando – e dico noi, perché nessuno viene risparmiato – è incarnata dagli uomini incappucciati che stanno devastando la culla della civiltà. Per far fronte a questa nuova sfida sono assolutamente indispensabili nuovi approcci. L’Iran è da tempo in prima linea nella lotta contro l’estremismo. Spero che anche i miei colleghi aspostino la loro attenzione e dedichino le loro risorse a questa battaglia esistenziale.
Mille anni fa, il poeta iraniano Ferdowsi ha detto:
“Siate implacabili nella lotta per la causa del Bene. Portare la primavera, dovete. Bandire l’inverno, dovreste “.
Il mio nome è Javad Zarif, e questo è sempre stato il messaggio iraniano.

 

Pochi giorni prima la Guida Khamenei, con un tweet, aveva dato l’ennesimo endorsment al team dei negoziatori.

 

 

 

 

 

Verso il 30 giugno

A poche settimane dall’Accordo sul nucleare destinato a mutare il quadro geopolitico in Medio Oriente, con riflessi sul piano internazionale nelle alleanze tra vecchi nemici e nuovi partners, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Teheran è mirato principalmente a tre obbiettivi.

Garantire gli interessi di lungo periodo di Washington, contenere la Russia e la Cina, e delineare un nuovo ordine geopolitico nella regione.

Gli accordi sul nucleare consentiranno alla Repubblica islamica di fare il suo ingresso da protagonista sulla scena internazionale dopo 36 anni di isolazionismo dalla Rivoluzione del ‘79, e l’adozione di una misurata strategia conferirà a Teheran un ruolo chiave nel futuro assetto mediorientale.

Timeline del riavvicinamento Stati Uniti – Iran

Partendo dal punto centrale dell’accordo, ovvero limitare l’arricchimento di uranio e conseguente proliferazione di armi nucleari, gli interessi americani che spingono verso un’intesa non sono distanti da quelli che motivano la Repubblica islamica a resistere al tavolo del negoziato.

Osservando la strategia americana in Medio Oriente, il governo di Washington valuta consapevolmente che la produzione americana di idrocarburi, grazie alla tecnica dello shale oil/shale gas, non equivale alla capacità di autosufficienza energetica.

Pertanto petrolio e gas naturale devono fluire anche dall’Iran, il cui mercato costituirebbe un argine a quello russo.

Inoltre gli Stati Uniti hanno interesse a gestire le dinamiche geopolitiche nell’area, in cui la presenza di un attore dominante, Arabia Saudita, contrasterebbe con la loro volontà di favorire un equilibrio multipolare.

L’Iran è un perfetto deterrente sulla scacchiera regionale, in funzione anti-jihadista da un lato, i nemici dei persiani sono spesso i nemici degli americani, e dall’altro per diminuire la dipendenza dall’asse israelo-saudita, permettendo a Washington di garantire la propria attenzione nel Pacifico e monitorare l’ascesa della Cina. A tal proposito, l’Iran fornirebbe un valido aiuto per contenere l’attivismo cinese, considerati i numerosi investimenti di Pechino in aree sensibili per Teheran, come l’Iraq e l’Asia Centrale.

Gli interessi americani non remano contro quelli iraniani, e il one to one tra Usa e Iran consente a Teheran di chiedere la legittimazione della propria forma di governo e rifiutare il concetto di “regime change”. Questo è un punto fondamentale, in quanto il carattere teocratico del regime non è una minaccia per Washington. Per gli americani ogni statista mira alla propria sopravvivenza e la confessione non rappresenta un’arma ad orologeria.

Dalla sua posizione Teheran guarda al nucleare sostanzialmente per tre motivi.

Innanzitutto ha bisogno di energia. La Repubblica islamica è un’importante esportatrice di petrolio ma non gode dei suoi frutti. Non ha capacità di raffinazione sufficienti a soddisfare il suo fabbisogno energetico.

In secondo luogo intende diversificare la bilancia energetica. Producendo elettricità con il nucleare sarebbe meno dipendente dal petrolio, che una volta raffinato potrebbe essere esportato, aumentando la ricchezza del paese.

Infine l’arma atomica è un deterrente. Le teorie strategiche in materia di guerra insegnano quanto il nucleare possa neutralizzare qualsiasi volontà di attacco da parte del nemico.

L’uscita dalle sanzioni favorirebbe non soltanto la prosperità iraniana ma diventerebbe opportunità di commercio, investimenti e approvvigionamento energetico per l’intero Occidente.

L’Iran è il quarto produttore di petrolio e unico asse di collegamento sia tra Medio Oriente e sub-continente indiano sia tra Caspio-Caucaso e Oceano Indiano.

Le risorse energetiche immesse da Teheran sui mercati non solo sarebbero utili a tenere bassi i prezzi del greggio, ma da un punto di vista geopolitico il transito da Teheran sarebbe prezioso per incanalare gli idrocarburi dell’Asia Centrale verso l’Europa, riducendo la dipendenza dalla Russia.

Un interesse primario per gli americani che hanno l’obbiettivo di tenere a bada il rinascimento moscovita nel Levante, ma anche sganciare il Vecchio Continente dal Cremlino.

L’ambizione di diventare attore chiave nella regione ed essere coinvolto nelle iniziative negoziali, diplomatiche e strategiche mediorientali, indurrà l’Iran a giocarsi la carta del nucleare nella fase del negoziato.

Teheran non ha interessi ad avere l’arma atomica, in quanto cosciente dell’isolamento al quale sarebbe destinata negli anni futuri.

L’obbiettivo del programma nucleare iraniano è avere una fonte energetica alternativa per sviluppare l’industria e liberare idrocarburi da destinare all’esportazione e lo scopo dell’accordo sul nucleare è fornire una natura civile e politica al programma, monitorato da ispettori internazionali.

L’accordo tra la Repubblica islamica e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, più la Germania – non circoscriverà l’intesa nell’ambito esclusivo di un’agenda atomica, ma fisserà aspetti destinati a mutare le relazioni nell’area mediorientale e oltreoceano.

La maratona diplomatica e lo scacchiere persiano

L’importanza della posta in gioco spiega la maratona diplomatica caratterizzata dalle resistenze da parte della Francia, poco affascinata all’idea di una riabilitazione iraniana su benedizione americana, e a quelle esercitate dall’asse Israele – Arabia Saudita, due amici storici di Washington che hanno giocato per anni sull’isolamento di Teheran.

Più che un Iran atomico, Ryhad e Gerusalemme temono il ritorno della Persia come grande potenza regionale. Ad oggi la strategia adottata da entrambi è l’ostruzionismo, giocando rispettivamente l’uno sul fronte Pakistan, manifestando sensibilità al trasferimento sul proprio territorio di testate atomiche pakistane,  e l’altro nel Congresso americano, dove la lobby israeliana esercita la sua notevole influenza nelle scelte governative di politica estera.

L’ascesa dell’Iran sullo scacchiere mediorientale diffonde l’opinione che l’egemonia americana in Medio Oriente stia cedendo il passo ad un ordine multipolare in cui la partita non si gioca solo tra la Repubblica islamica, Arabia Saudita e Israele, ma chiama in campo Russia, Cina ed Europa, con al centro la questione energetica.

E nella prospettiva di un nuovo assetto mediorientale, anche la crisi in Ucraina ha aperto un confronto tra due possibili scenari, mantenere lo status quo con Russia e Cina o dare vita ad un nuovo approccio nelle relazioni con entrambi.

Mosca e Pechino, hanno favorito Teheran ogni qualvolta è stato espresso il proprio voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

La Russia è un partner strategico per l’Iran, rappresenta il principale fornitore di tecnologia militare in cambio di un tacito accordo che prevede di non entrare in competizione con il mercato russo del gas diretto verso l’Europa. L’Iran è il secondo produttore di gas naturale al mondo e in questo modo rinuncerebbe ad un importante sbocco e alla potenzialità di diventare una rilevante fonte alternativa di gas per i paesi europei.

Alla Repubblica popolare cinese Teheran garantisce buona parte del suo petrolio in cambio di beni e servizi ai quali non può accedere nelle limitazioni delle sanzioni imposte, è uno dei maggiori fornitori di risorse energetiche per la Cina, seconda consumatrice mondiale dopo gli Stati Uniti.

Mantenere lo status quo nelle relazioni con Russia e Cina, si tradurrebbe in un enorme potere energetico da parte di Mosca nei confronti dell’Europa e la Cina continuerebbe a beneficiare quasi in maniera monopolistica dell’energia iraniana.

Il secondo scenario potrebbe prevedere un nuovo equilibrio generato dalla crisi in Ucraina, con Europa e Russia lontane, in cui l’ottica di una distensione tra Stati Uniti e Iran consentirebbe a quest’ultimo di diventare uno dei principali fornitori di gas per il Vecchio Continente.

L’Iran non solo sarebbe candidato a diventare un attore internazionale in qualità di secondo produttore di gas al mondo dopo la Russia, ma sarebbe autore di una ricomposizione del sistema di alleanze regionali, con prevedibili inasprimenti da parte dei vicini e alleati storici americani, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan e Azerbaijan.

I punti dell’accordo e la fine delle sanzioni

L’attesa da un momento all’altro dell’atomo nucleare iraniano riporta alla mente il Godot di Beckett, in cui l’aspettativa è il canovaccio di un’opera che per essere rappresentata al mondo necessita dei suoi tempi e delle sue misure.

Trentasei anni di isolamento e inimicizia tra Teheran e Washington non potrebbero certamente convergere verso un veloce oblio e una rapida intesa.

L’inizio dei negoziati risale al 2013, quando Hassan Rohani eletto Presidente, con l’appoggio della Guida Suprema Alì Khamenei prende le distanze dal passato e cerca contatti diretti sul piano internazionale, privilegiando la millenaria tradizione diplomatica della Persia.

La firma dell’Accordo è prevista per il prossimo 30 giugno e le preoccupazioni sul programma iraniano ruotano attorno alla lavorazione di uno dei minerali con cui si realizza l’arma nucleare, l’uranio.

Il punto centrale dell’accordo è limitare l’arricchimento dell’uranio al 5%.

Dove il termine arricchimento è fuorviante, in quanto all’uranio non si aggiunge nulla, ma si separano le particella inutili da quelle preziose. Dalle miniere esce uranio che viene lavorato e trasformato in gas, UF6. Il quale contiene due particelle, l’inutile U-238 e la preziosa U-235. Quest’ultima prescelta per ottenere energia e che rappresenta solo lo 0.7% del gas, 7 ogni 1000 atomi di uranio. Così il minerale viene fatto turbinare nelle centrifughe dove una prima fase si conclude quando il rapporto tra le due particelle arriva a quota 7 su 140, ovvero il 5%.

E l’uranio arricchito al 5% viene convertito in forma solida per farne combustibile e produrre energia elettrica. La fase successiva, che prevede un arricchimento fino al 20% è giustificato da Teheran per scopi di ricerca, non solo medici. La terza fase, fino ad un massimo di 90% non lascia prevedere altro obbiettivo che la produzione di un’arma atomica.

L’accordo mira a limitare la percentuale di arricchimento al 5%, a non installare nuove centrifughe, impedire l’azionamento di quelle attualmente non operative ed evitare la costruzione di nuovi siti nucleari.

Per garantire la messa in atto di quanto previsto dall’Accordo, Teheran dovrà favorire ispezioni quotidiane dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nelle località in cui sono installati reattori nucleari.

In cambio i 5+1 garantiscono di non imporre nuove sanzioni e di sospendere quelle in corso sugli scambi di oro e metalli preziosi, il cui principale mercato per Teheran è il continente africano, verso il quale esporta petrolio grezzo ripagato con metalli preziosi, essendo l’Iran escluso dai circuiti monetari internazionali.

Inoltre l’accordo prevede la sospensione delle sanzioni sul settore automobilistico e sulle esportazioni petrolchimiche, assicurando all’Iran 1.5mld di dollari di potenziale fatturato.

Qualora la fase negoziale converga verso il lieto fine e le sanzioni rimosse, gli iraniani si tirerebbero fuori dall’attuale isolamento diplomatico, ricostruendo la propria economia, e gli americani sarebbero fautori di un nuovo equilibrio volto a contemplare da un lato gli Stati sciiti mediorientali e dall’altro a contenere la Cina in Asia Centrale.

Sul fronte degli amici storici, il nuovo riposizionamento non si tramuterà in una rottura tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele.

Israele e Iran sono stati alleati di ferro negli anni settanta ed ambedue hanno gli stessi interessi nello scongiurare la formazione di una potenza regionale araba.

L’Arabia Saudita è perfettamente consapevole che una politica di dissenso la investirebbe di un ruolo che non sarebbe in grado di gestire nella regione, al fine di salvaguardare i propri interessi economici contro gli Stati non arabi.

Molti saranno gli ostacoli da superare, dal destino degli impianti di arricchimento al grado di ispezioni che Teheran accetterà sulla base della revoca delle sanzioni. L’opposizione più forte per i negoziatori occidentali verrà dalle file amiche, Arabia Saudita e Congresso americano, quest’ultimo detiene un monopolio decisionale quasi totale sul voto delle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

Accordo sul nucleare, pro e contro

Passata l’euforia (secondo me assolutamente legittima) per il raggiungimento di un accordo quadro sul nucleare, vale forse la pena rivedere con calma quanto è successo a Losanna. Parafrasando il celebre dipinto di Magritte, va ricordato innanzitutto che questo non è un accordo. Non lo è ancora. E’ il quadro di un accordo.  L’essere comunque arrivati a questo è di per sé un ottimo risultato, anzi, è un risultato storico. Perché 18 mesi di trattative praticamente ininterrotte sono un precedente assoluto nella storia delle relazioni tra Repubblica islamica e Occidente. E perché tutta la “narrazione” relativa all’Iran è cambiata dopo Losanna, così come era già cambiata sopo l’accordo ad interim di Ginevra del novembre 2013.

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Il factsheet del Dipartimento Usa

Nemmeno un’ora dopo la conferenza stampa conclusiva del vertice di Losanna, il Dipartimento di Stato Usa si è precipitato a pubblicare sul proprio sito web il factsheet dell’intesa (leggi QUI) contenente moltissimi dettagli che non erano invece presenti nella dichiarazione congiunta letta in conferenza stampa da Federica Mogherini e Javad Zarif.

Il ministro iraniano ha lanciato un paio di tweet piuttosto stizziti: “Le soluzioni sono buone per tutti così. Non c’è alcun bisogno di inventare nulla utilizzando factsheet così presto”. Zarif ha poi citato il comunicato congiunto in cui si parla di porre fine alle sanzioni e non di sospenderle come indicato dal Dipartimento di Stato.

 

 

La versione iraniana

I pessimisti vedono in queste schermaglie i segnali di una distanza incolmabile, la prova che non si arriverà mai a un accordo vero. E’ però vero che adesso sia Obama sia Rouhani hanno un obiettivo chiaro: convincere la propria parte della bontà del pre-accordo, vendere questa cornice al proprio pubblico interno.

Obama e Kerry sottolineano l’importanza dei controlli e delle ispezioni ai siti nucleari iraniani (“Se l’Iran mentirà, lo saprà tutto il mondo”, ha detto il presidente Usa); Rouhani e Zarif parlano soprattutto della rimozione delle sanzioni. L’Iran non ha prodotto alcun factsheet ma ha pubblicato il comunicato congiunto finale sulla  pagina del ministero degli Esteri iraniano. Questo atteggiamento è tipico dello stile iraniano di non dire piuttosto che entrare in dettagli di qualcosa che ancora non è deciso al 100%.

Sabato 4 aprile Zarif ha rilasciato una lunghissima e vivace intervista sul primo canale televisivo iraniano, in cui ha ribadito i concetti espressi via Twitter: “Su alcune questioni non posso entrare nei dettagli perché stiamo ancora negoziando”. E ancora: “Siamo d’accordo (con gli Usa) sul fatto che nessuna delle parti debba interferire nella politica interna degli altri Paesi”. Uno Zarif sorridente e decisamente ottimista ha poi chiesto anche uno stop a tutte le “teorie della cospirazione”.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=jsPddy_VsHw[/youtube]

L’intervista di Zarif alla TV iraniana (v.o. in persiano)

Ovviamente non tutti sono d’accordo con Zarif. Ci sono state voci di dissenso in parlamento e anche sui quotidiani conservatori. Kayhan, il quotidiano considerato espressione della Guida, ha usato l’arma del sarcasmo titolando: “Il win-win deal ha funzionato! I risultati sul nucleare se ne vanno, le sanzioni rimangono!”.

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Il titolo sarcastico del quotidiano conservatore Kayhan

C’è stato poi un botta e risposta tra Zarif e il deputato Karimi Ghodoosi che aveva criticato il pre accordo di Losanna durante il discorso in aula del ministro degli Esteri. Normali dinamiche parlamentari, piuttosto frequenti in Iran. Da sottolineare come giudizi di moderato sostegno alla dichiarazione di Losanna siano pervenuti anche da esponenti conservatori quali lo speker del majles Ali Larijani e il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf che ha dichiarato: “Non dobbiamo smettere di sostenere il team dei negoziatori. Chi usa la questione nucleare per dividere il Paese, è solo un traditore”.

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Significativa anche la presa di posizione della Forze Armate. Il generale Hassan Firouzabadi ha scritto una lettera pubblica alla Guida:

Grazie alla Guida Khamenei e agli sforzi della squadra di negoziatori di Rouhani, un altro passo è stato compiuto per garantire il diritto inalienabile dell’Iran alla produzione di energia nucleare a scopi pacifici.

 

 

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Il quotidiano riformista “Ehtemad” titola “La diplomazia sorride”

 

 

 

E Khamenei?

Nessun segnale ufficiale, almeno per ora. Il primo tweet dopo Losanna è dedicato all’incontro con un reduce della guerra con l’Iraq. Un silenzio che suona come un assenso, ovviamente condizionato al risultato finale.

 

Comincia ora il rush finale al 30 giugno. Nella storia dei trattati internazionali, quasi nulla viene reso pubblico in tempo reale. Non è solo una questione di clausole riservate o segrete, è innanzitutto una questione di relazioni politiche. E’ difficile arrivare a un accordo che soddisfi al 100% tutti, ma sarebbe ancora più difficile, a questo punto, accettare un fallimento totale. Anche perché, come ha scritto Lucio Caracciolo, 

nella forma e nella tecnica si tratta sul nucleare, nella sostanza il negoziato è geopolitico. La trattativa non sarebbe nemmeno cominciata se, al fondo, occidentali, russi e cinesi non fossero convinti del fatto che la Persia è attore abbastanza razionale da non volersi dotare di testate atomiche, ben sapendo che appena scoperta verrebbe vetrificata da un primo colpo americano e/o israeliano. Trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata dagli stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si possono però cancellare d’un colpo. Serve passare dalla cruna dell’ago nucleare per ricostruire un equilibrio geopolitico regionale oggi inesistente.

Nulla è immutabile. Lunedì 6 aprile l’Arabia Saudita annuncia un cauto appoggio all’accordo di Losanna.

“Il Consiglio dei ministri ha espresso la speranza per il raggiungimento di un accordo vincolante e definitivo che porterebbe al rafforzamento della sicurezza e della stabilità nella regione e nel mondo. L’Arabia Saudita auspica un accordo finale che porterebbe a un Medio Oriente e a una regione del Golfo Persico libera di tutte le armi di distruzione di massa, comprese le armi nucleari.”(Fonte Reuters).

Come diceva il cancelliere Ferrer nei Promessi Sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

 

Iran, Usa, Israele: la vera posta in gioco

“Nulla di nuovo”. Così il presidente degli Usa Barack Obama ha liquidato l’intervento con cui il 3 marzo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di convincere il Congresso americano ad opporsi a un eventuale accordo con l’Iran sulla questione nucleare.

“È solo retorica, nessuna idea nuova, nessuna alternativa concreta ai negoziati”, ha detto Obama, che non ha ascoltato il discorso perché “impegnato in colloqui con gli alleati”. In realtà, l’intervento di Netanyahu è stata una chiara mossa anti Obama orchestrata dai repubblicani ormai da mesi. Mossa probabilmente sbagliata, a giudicare dalle reazioni di politici, media e opinione pubblica Usa.

Molti democratici – tra cui Elizabeth Warren, probabile sfidante di Hillary Clinton alle primarie per le prossime presidenziali – hanno boicottato il discorso di Netanyahu. Un sondaggio pubblicato proprio ieri rivela che il 61% degli americani appoggia l’approccio di Obama alla questione del nucleare iraniano.

Dal Washington Post al New York Times la voce è quasi unanime: Bibi non ha convinto il Congresso, e probabilmente, a giudicare anche dalle reazioni dei media israeliani, nemmeno l’elettorato di casa propria.

Il quotidiano israeliano (progressista) Haaretz definisce l’accordo sul nucleare un “ragionevole compromesso”, soprattutto per evitare le alternative (nuove sanzioni e intervento militari). L’editoriale va oltre: l’unica cosa che minaccia davvero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico è l’infinita occupazione illegale dei Territori.

Non colpisce tanto quello che ha detto Netanyahu, ma la durezza dei commenti dei media e la durezza della Casa Bianca. Segno che forse l’accordo è davvero ad un passo.

 

Cosa ha detto Netanyahu?

A due settimane dalle elezioni, il premier israeliano ha usato il Congresso Usa come palcoscenico mondiale. Ha ancora una volta agitato lo spettro di una minaccia nucleare per Israele (che di atomiche ne ha almeno 200 e non aderisce al Trattato di Non Proliferazione) da parte dell’Iran (che ha aderito al Trattato di non proliferazione e l’atomica non ce l’ha).

Lo stesso adagio dal 2003, davvero nulla di nuovo.

Netanyahu ha detto che:

nessun accordo” è meglio di un brutto accordo, e questo è un brutto accordo; l’alternativa a questo accordo è un accordo migliore.

Ha ricordato che l’ayatollah Khamenei predica intolleranza, violenza e la distruzione di Israele e ha detto che il regime iraniano

«non è un problema solo di Israele più di quanto non lo fosse il nazismo». Ha detto che la presidenza di Rouhani non ha reso il regime più moderato, dato che continua a finanziare il terrorismo internazionale, uccidere i gay e imprigionare i giornalisti, e il fatto che sia avversario dell’ISIS non lo rende automaticamente amico dell’America: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante».

La reale posta in gioco

Forse siamo davvero a una svolta sul nucleare. Ma davvero, dopo dodici anni di tira e molla, la posta in gioca è tutta sul nucleare?

Sul Sole 24 Ore Alberto Negri spiega:

Lo stesso formato della trattativa, politicamente corretto, è assai ingannevole. In realtà, come dimostra il drammatico discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, questo è da molto tempo un negoziato triangolare tra gli Stati Uniti, l’Iran e Israele, per decidere quali saranno le potenze dominanti in Medio Oriente.
Sono questi i tre attori, insieme agli alleati arabi di Washington, che si debbono mettere d’accordo e accettare – o rassegnarsi a seconda dei punti di vista – a un’intesa che cambia i dati strategici della regione perché implica non soltanto aspetti militari e solidarietà politiche consolidate ma anche un forte contenuto storico e ideologico che dovrebbe indurci a una riflessione sugli errori del passato e a individuare qualche speranza per il futuro.

È questo il significato di un eventuale accordo sul nucleare: il ritorno dell’Iran a un corso della storia che non è soltanto orientale ma anche occidentale, che si nutre degli apporti dell’uno e dell’altro mondo. Ma che rivendica il diritto ad avere una sua sintesi e un’elaborazione originale dei rapporti internazionali: gli iraniani intendono decidere il loro destino in autonomia. Dopo aver visto in Medio Oriente i disastrosi interventi occidentali di questi anni non è una pretesa poi così arrogante e infondata.
In un certo senso Israele ha ragione ad avere paura di un accordo con l’Iran che ai tempi dello Shah era un caposaldo delle alleanze americane e il guardiano del Golfo. Ha resistito negli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica, all’attacco di Saddam Hussein e delle monarchie arabe che per otto anni finanziarono a piene mani una guerra contro i persiani buttando al vento 50 miliardi di dollari, con il risultato che fu poi Baghdad, indebitata fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, a invadere il Kuwait. A questo dovrebbe pensare oggi l’America quando dice di volere combattere l’Isil: i maggiori guai dal Medio Oriente sono sempre arrivati dai suoi alleati sunniti, 11 settembre compreso. Teheran è il concorrente più temibile degli israeliani, capace di fondare un movimento come gli Hezbollah libanesi che nel 2006 hanno inflitto a Israele una cocente sconfitta militare dimostrando di essere competitivi sul piano dell’organizzazione, della disciplina, della determinazione, qualità caratteristiche proprio degli israeliani. L’Iran fa paura perché come ha detto Obama può diventare senza le sanzioni una potenza economica: ha 78 milioni di abitanti, enormi risorse energetiche ed umane, industrie, agricoltura, inventiva e capacità commerciali innate, cultura e storia millenarie. Iraniani ed ebrei in un certo sono i popoli della regione che si somigliano di più e non a caso hanno condiviso secoli di vita insieme: oggi ci sono 250mila ebrei di origine persiana in Israele e 25mila ebrei in Iran. Ha ragione Netanyahu: l’Iran è temibile ma gli accordi si fanno con i nemici potenti, quelli più deboli, come sa bene, si sconfiggono in battaglia.

Occhio al prossimo vertice, fissato per il 15 marzo. Forse – e sottolineerei questo forse – si fa la Storia.

Limbert e Khamenei

Limbert e Khamenei

Ogni tanto la Storia fa delle strane piroette. Era il novembre 2009 quando sul sito della Guida Ali Khamenei venne pubblicato questo video. Siamo in piena crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran. L’attuale Guida Suprema Khamenei – allora vice ministro della Difesa – parla con uno degli ostaggi, John Limbert.

Limbert, sposato con un’iraniana, parla un ottimo persiano e dà vita con Khamenei a un dialogo in perfetto stile iraniano.

Khamenei gli chiede se stanno bene, se i bagni sono puliti, se il vitto è buono. Limbert ringrazia, dice che va tutto bene. C’è solo un problema: la grande ospitalità degli iraniani, che non ti lasciano mai andare via, nemmeno quando è tardi e tu dovresti andartene.

Khamenei annuisce, incassa e rilancia:  quando gli Usa rimanderanno lo scià in Iran in modo che il governo rivoluzionario lo possa processare, gli ostaggi potranno tornare a casa.

Mmebro del National Iranian American Council , organizzazione che cura gli interessi della comunità irano-americana, Limbert ha scritto nel 2009 Negotiating with Iran: Wrestling the Ghosts of History, libro poco conosciuto in Italia.

 

 

Iran Talks

Iran Talks Vienna

Il 24 novembre 2014 scade l’accordo ad interim sul nucleare stipulato tra Iran e Gruppo 5+1 un anno fa. Il 18 novembre si apre a Vienna una nuova e decisiva sessione di colloqui, preceduta da un summit di due giorni in Oman tra il 9 e il 10 novembre, conclusasi – almeno ufficialmente – senza progressi effettivi.

Ecco il diario dei colloqui:

24 novembre

Colazione (nel senso di breakfast) di lavoro tra ministri degli Esteri di Iran e Cina. E’ il primo appuntamento di una giornata che si preannuncia lunghissima. In un tweet molto pragmatico, la Guida Khamenei dice in sostanza: se l’accordo arriva bene, altrimenti il Paese continuerà sulla sua strada.

      La voce del giorno parla di un rinvio dei negoziati a dicembre in Oman.    Schema di una possibile soluzione:

Nel primo pomeriggio arriva la conferma della voce che circolava già dalla domenica: l’accordo ad interim viene esteso al 1° luglio 2015. L’Iran riceverà 700 milioni di dollari al mese come anticipo sui 100 miliardi di dollari congelati.

 

Finale di partita:

Uno dei tweet di Rouhani a vertice concluso:

 

Il quotidiano riformista Shargh titola: “Estensione di speranza”.

 23 novembre La stampa conservatrice iraniana definisce l’accordo “impossibile”. Il Dipartimento di Stato Usa invita a considerare questi messaggi con cautela. Il programma della giornata prevede nuovi incontri tra Usa e Iran. La sensazione è che Tehran voglia arrivare a un accordo politico di massima entro il 24 per poi fissare i dettagli tecnici in seguito.   Per tutta la domenica si alternano cronache più o meno attendibili. Sui social media, molti iraniani propendono all’ottimismo. Più scettici gli osservatori europei e americani. La partita è sempre più a due, tra Zarif e Kerry. Per lunedì mattina è prevista una telefonata tra il presidente iraniano Rouhani e il presidente russo Putin.   Domenica sera Rouhani posta una foto emblematica sul suo account Instagram: “Omid”, “Speranza”.

A photo posted by Hassan Rouhani (@hrouhani) on

 Mentre il segretario di Stato Usa John Kerry twitta:

  22 novembre   Dietrofront nella notte: Zarif e Kerry non partono più, ma rimangono entrambi a Vienna e si incontrano in un vertice di due ore. Il gruppo 5+1 avrebbe formulato una nuova proposta all’Iran, i cui dettagli non sono stati resi noti. La notizia è stata riportata dai media di Stato iraniani, nonostante la smentita da parte dello stesso ministro degli Esteri Zarif. Al di là di queste schermaglie, Teheran starebbe valutando questa proposta, con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro il 24. Il vertice entra nel weekend decisivo, a soli due giorni dalla scadenza dell’accordo ad interim.

        Note ai margini della Storia. Uno studente iraniano che vive negli Usa lancia questo augurio via Twitter:

    21 novembre   Voci non confermate sostengono che Zarif sarebbe pronto a tornare in Iran per consultarsi sui negoziati ad avere – eventualmente – il via libera a sottoscrivere un accordo. Durante la preghiera del venerdì l’ayatollah Jannati ,capo del Consiglio dei Guardiani, ha ammonito i negoziatori iraniani a non “accettare umiliazioni da parte degli Usa”. Arriva a Vienna il ministro degli Esteri della Francia Laurent Fabius.

        20 novembre    Scendono le quotazioni circa il raggiungimento di un’intesa entro il 24 novembre. Fonti diplomatiche britanniche parlano di un probabile nuovo rinvio. Fonti iraniane escludono invece un nuovo accordo ad interim. In serata arriva a Vienna il segretario di Stato Usa John Kerry.   19 novembre   Secondo giorno di negoziati. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Zarif, che l’accordo si faccia o meno, “il 24 novembre sarà comunque il giorno della vittoria nazionale”. Come dire: l’Iran farà di tutto per arrivare a un accordo, ma non svenderà la propria dignità. Il segretario di Stato Usa John Kerry rimanda l’arrivo a Vienna (da Londra) prevista per oggi. Giovedì 20 sarà a Parigi per incontrare l’omologo francese Laurent Fabius e si parla anche di un secondo incontro col ministro saudita Saud al Feisa.   18 novembre   Si apre il nuovo round di colloqui a Vienna. Il clima è moderatamente ottimista.

     17 novembre Suscita curiosità l’imprevisto viaggio di un solo giorno del ministro degli Esteri di Oman a Teheran. Visto il ruolo giocato dal sultanato nel dialogo tra Usa e Iran, molti osservatori ipotizzano uno scambio di messaggi tra le parti prima dell’avvio dei negoziati a Vienna.   16 novembre   Nessuna novità di rilievo, ma hanno suscitato interesse le parole del viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov a margine degli incontri al G20 in Australia:

Iran e 5+1 non sono mai stati così vicini a un accordo. C’è tutto il tempo di raggiungerlo dal 18 (giorno dell’inizio del vertice a Vienna) al 24 novembre. Bisogna solo vedere se a Teheran e Washington verranno prese le decisioni necessarie.

Significativa anche l’intervista rilasciata a Marina Forti dall’ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, una dei firmatari di una lettera diffusa dall’European Council on Foreign Relations che invita le parti al compromesso . Secondo Bonino,

un accordo in grado di affrontare in maniera pacifica ed efficace i timori degli E3+3 sulla proliferazione nucleare iraniana e di rispettare, allo stesso tempo, la sovranità e le legittime aspirazioni iraniane, è davvero a portata di mano.

14 novembre   Continua a essere molto vivace l’account Twitter di Khamenei. Vivace e polemico con gli Stati Uniti e l’Occidente. In un tweet, ricorda come l’Iran sia stato vittima delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, nel silenzio pressoché totale di tutto il mondo.

  In un video su Youtube – sottotitolato in inglese –  ribadisce il diritto dell’Iran a proseguire con il proprio programma nucleare.   Con l’avvicinarsi del 24 novembre, nessun messaggio è casuale.   [divider] [/divider]   11 novembre   In questo apparente stallo, spiccano due tweet del 10 novembre con cui la Guida Ali Khamenei esprime il pieno sostegno ai colloqui e ribadisce i punti cardine della diplomazia iraniana.

Nei giorni passati si era diffusa la voce che al vertice in Oman avrebbe partecipato Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida sulla politica estera. L’indiscrezione aveva alimentato l’ipotesi che un accordo fosse ormai imminente. Velayati non ha poi partecipato al vertice.   Intanto, mentre l’accordo non è ancora raggiunto, si sprecano le analisi in vista della possibile fine delle sanzioni.  Ecco un esempio:  

Bazargan, il rimpianto

Raramente mi è capitato di ascoltare giudizi così unanimi su un uomo politico del passato. Mehdi Bazargan, primo premier dell’Iran rivoluzionario, suscita ancora oggi parecchi rimpianti in molti iraniani. Recentemente, in una libreria di Teheran, sfogliavo una sua biografia. Un mio amico iraniano ha osservato la foto in copertina e ha sussurato: “Oggi avremmo tanto bisogno di politici così”. In un’intervista di alcuni anni fa, la scrittrice Azar Nafisi ammise: “Subito dopo la rivoluzione eravamo giovani e irruenti. Criticavamo di continuo Bazargan, che invece era un ottimo statista. Fummo davvero stupidi”.

Nato nel 1907 a Teheran da famiglia azera, Bazargan studiò ingegneria all’École Centrale des Arts et Manufactures di Parigi, Bazargan fu il responsabile del primo dipartimento di ingegneria dell’Università di Tehran negli anni 1940. Divenne poi il responsabile della raffineria di Abadan e della NIOC (Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio) quando Mossadeq nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Compan nel 1951.

Dopo il colpo di Stato made in CIA che sancì la fine dell’esperienza di Mossadeq, Bazargan fu tra i fondatori del Movimento di Liberazione dell’Iran, il cui programma ricalcava in parte quello del Fronte nazionale di Mossadeq. La sua attività politica gli procura diversi arresti, nonostante lui non metta in dubbio la legittimità del ruolo dello scià.

Il 16 gennaio 1979 lo scià Reza Pahlevi scappa dall’Iran. Il 5 febbraio Bazargan diviene presidente del governo provvisorio. Musulmano praticante, ma politicamente liberale, Bazargan comincia a entrare in contrasto con Khomeini al momento della stesura del testo costituzionale. Da laico, capisce che l’istituzione dell’Assemblea degli Esperti condiziona l’intero impianto della nuova repubblica.

La rottura con Khomeini avviene con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana. Quando capisce che la Guida sostiene gli studenti che hanno sequestrato il personale diplomatico, Bazargan e il suo governo si dimettono (5 novembre 1979).

Non è però un addio completo alla vita politica: viene infatti eletto nel primo parlamento (majles) della Repubblica islamica e non smetterà di sostenere le proprie ragioni per un’evoluzione democratica del sistema politico iraniano. Nel novembre 1982 scrive infatti una lettera aperta all’allora presidente del parlamento Akbar Hashemi Rafsanjani, in cui accusa esplicitamente il governo di aver creato “un’atmosfera di terrore, paura, vendetta e disgregazione nazionale”.

Nel momento peggiore della repressione e dei processi farsa trasmessi in tv, Bazargan dichiara pubblicamente che una sua eventuale confessione di tradimento sarebbe da ritenere falsa perché estorta sotto tortura.

Nel 1985 prova a correre per le presidenziali, ma il Consiglio di Guardiani boccia la sua candidatura.

Muore di infarto il 20 gennaio 1995.

Il curioso caso di Hamid Aboutalebi

Hamid Aboutalebi

Dopo 35 anni la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran continua a rappresentare un ostacolo per la normalizzazione dei rapporti tra Iran e Stati Uniti.

L’Iran ha infatti nominato ambasciatore alle Nazioni Unite Hamid Aboutalebi, classe 1957, consigliere del presidente Hassan Rouhani, diplomatico di lungo corso, già ambasciatore in Italia (1988-1992), Australia, Belgio e Unione europea.

Aboutalebi ha conseguito un dottorato in sociologia presso una università cattolica in Belgio, parla perfettamente inglese e francese, sembra possedere tutti i requisiti necessari a un ruolo importante come quello di ambasciatore all’Onu.

Il problema è che l’ONU ha sede a New York e Aboutalebi ha partecipato – in modo marginale – al sequestro degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979.

Non era parte del gruppo che penetrò nell’ambasciata e prese in ostaggio i funzionari, ma fece da interprete in alcune occasioni, proprio in virtù della sua conoscenza dell’inglese.

In un’intervista rilasciata in Iran a metà marzo , Aboutalebi ha ammesso di aver fatto da interprete per il rappresentante speciale del Vaticano che visitò l’ambasciata durante la crisi e di aver partecipato – sempre come interprete – alla conferenza stampa che si svolse due settimane dopo l’inizio della crisi nella quale i sequestratori annunciarono la liberazione di 13 ostaggi. Aboutalebi ha sottolineato che la sua partecipazione a quegli eventi era mossa esclusivamente da “motivazioni umanitarie”.

 

Gli Usa negano il visto

Queste spiegazioni non sono però bastate agli Stati Uniti, che hanno negato il visto di ingresso ad Aboulatebi. La ferita di quei 444 giorni è ancora ben viva nell’opinione pubblica Usa ed è facile per i politici contrari alla distensione con Teheran, fare leva sull’orgoglio nazionale.

Teheran, dal canto suo, si rifiuta di nominare un altro ambasciatore, sottolineando il fatto che in passato Aboutalebi si è recato senza problemi alla sede dell’ONU di New York.

Le proteste iraniane

In una lettera al Comitato delle Nazioni Unite per le relazioni con il Paese ospitante, la missione permanente dell’Iran ha chiesto una riunione speciale per affrontare la questione, sottolineando come la mossa di Washington sia contro le leggi internazionali. Il diretto interessato ha nel frattempo aperto un account Twitter e nel suo finora unico cinguettio ha accusato (in persiano) gli Usa di voler “creare un nuovo predente legale” e di “mettere sotto i piedi le leggi internazionali”.

 

Studenti prima, riformisti poi

L’aspetto curioso di tutta questa vicenda è che la maggior parte degli Studenti Islamici Seguaci della linea dell’Imam, il gruppo che occupò l’ambasciata e tenne in ostaggio i 52 funzionari per 444 giorni, sono oggi politicamente classificabili come “riformisti”, pronti al dialogo e all’apertura verso l’Occidente. L’esempio più noto è quello di Massoumeh Ebtekar, all’epoca portavoce degli occupanti, ribattezzata dai media Usa “sister Mary”, “sorella Maria”, per il chador nero con cui appariva sempre davanti alle telecamere. Oggi la Ebtekar è vicepresidente di Rouhani e guida l’Agenzia per la protezione ambientale.

“La storia non è poi la devastante ruspa che si dice”, diceva Eugenio Montale.

 

 

Nucleare Iran: i 9 punti dell’accordo

È una vittoria della politica sull’ideologia e sulla propaganda. Il governo del presidente Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, porta a casa un risultato storico dopo una trattativa febbrile avviata a New York il 24 settembre e conclusa nelle prime ore del mattino del 24 novembre 2013. Una data che probabilmente ricorderemo a lungo.

Nei prossimi sei mesi, l’Iran limiterà in modo significativo il suo arricchimento di uranio, in modo da rendere impossibile qualsiasi sviluppo per uso militare. Sospenderà i lavori al reattore nucleare ad acqua pesante di Arak e collaborerà con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) per ispezioni più severe.

In cambio, il gruppo 5 +1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina) si è impegnato ad alleggerire le sanzioni, rivedendo anche le misure che hanno colpito pesantemente l’export petrolifero dell’Iran. È un grosso passo in avanti rispetto alla promessa, ventilata nei giorni scorsi, dello “scongelamento” di asset per un valore di “4,5 miliardi dollari”.

Le parti si sono impegnate a cercare la conclusione di un accordo completo entro un anno.

Nel dettaglio:

Cosa ha concesso l’Iran

1-      L’Iran sospende il suo arricchimento di uranio al 20%. (Dal 20% – che permette soltanto uso civile, si può facilmente raggiungere il 90%, il livello necessario per una bomba). L’Iran si impegna a  convertire lo stock esistente in piastre di combustibile o a ridurlo al 5%.

2-      L’Iran sospenderà lo sviluppo del reattore ad acqua pesante di Arak, che sarebbe dovuto entrare in funzione entro la fine del 2014. Inoltre, non costruirà un impianto di ritrattamento, in modo da eliminare i sospetti su un eventuale uso di plutonio a fini militari.

3-      L’Iran fornirà informazioni complete sui suoi impianti nucleari all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, inclusi i dettagli sulle cave di uranio e sulle centrifughe. Ci si è accordati per ispezioni più approfondite che prevedono anche l’accesso quotidiano da parte di ispettori dell’AIEA alla centrale di Natanz e agli impianti di arricchimento di Fordow.

4-      L’Iran ha accettato l’assenza, nel preambolo dell’accordo, di un riconoscimento formale del suo diritto all’arricchimento.

 

Cosa ha concesso il gruppo 5+1

1-      I 5 +1 hanno accettato di abolire le principali restrizioni sulle esportazioni iraniane di petrolio, le cosiddette sanzioni “dell’Unione europea e degli  Stati Uniti sui servizi associati di trasporto e assicurazione” . Inoltre, hanno accettato di sbloccare “un importo concordato” di beni iraniani all’estero.

2-      I 5 +1 rimuoveranno il divieto relativo al trasferimento di oro e metalli preziosi, imposto dagli Stati Uniti a febbraio. Così, L’Iran potrà nuovamente vendere gas naturale e petrolio in cambio di oro e metalli preziosi.

3-      I 5 +1 aboliranno le sanzioni sul petrolchimico e sul settore automobilistico dell’Iran.

4-      I 5 +1 rimuoveranno le restrizioni alla fornitura di pezzi di ricambio per aerei civili.

5-      I 5 +1 si impegnano a creare un canale finanziario per facilitare lo scambio di generi umanitari (prodotti alimentari, agricoli, prodotti e dispositivi medici) con proventi petroliferi iraniani bloccati all’estero.

Entro un anno

Le parti si impegnano a disporre  un programma di arricchimento concordato: sui limiti, sui livelli e sui luoghi in cui tale arricchimento sarà effettuato e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito. Un riconoscimento, de facto, del diritto di arricchimento.

L’Iran dovrà ratificare i protocolli aggiuntivi al trattato di non proliferazione.

In cambio, saranno revocate tutte le sanzioni.

Ed ecco la chiosa:

Il programma nucleare iraniano sarà trattato allo stesso modo di quello di qualsiasi Stato non dotato di armi nucleari al TNP [Trattato di non proliferazione].

Lo storico tweet di Zarif

 

 Per consultare il testo integrale (in inglese) dell’accordo: http://bit.ly/17GUSFR

La Francia e il nucleare iraniano

Francia_Israele

Lunedì 18 novembre 2013 Radio Vaticana ha intervistato Antonello Sacchetti sulla strategia di Parigi nel quadro dei negoziati tra Iran e gruppo 5+1. 

Il presidente Hollande, in visita ufficiale in Israele ha annunciato che la Francia “non cederà mai sul programma nucleare iraniano”, dettando poi le quattro condizioni indispensabili per arrivare ad un accordo intermedio: mettere sotto controllo internazionale tutti gli impianti nucleari iraniani, sospendere l’arricchimento dell’uranio, ridurre gli stock esistenti e infine interrompere la costruzione della centrale di Arak. Dichiarazioni che rinsaldano l’alleanza con lo Stato ebraico e mettono in discussione i già complessi rapporti tra Parigi e Teheran.

Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

R. – Una presa di posizione in coerenza con quanto fatto la scorsa settimana a Ginevra, perché c’è stata una posizione veramente “last minute”, quando il Ministro degli esteri Fabius ha fatto saltare un accordo che era già scritto e stava per essere praticamente presentato alla stampa. È sicuramente una mossa strategica, una mossa tattica, che però rischia veramente di far tornare indietro una trattativa che era ben avviata.

D. – Una mossa strategica, una mossa tattica, da che punto di vista?

R. – La Francia si sta posizionando come interlocutrice privilegiata delle monarchie sunnite, questo mi pare evidente anche a fronte di alcuni interessi economici molto forti. Parigi ha avviato un accordo con l’Arabia Saudita per lo sviluppo nucleare e ha delle commesse militari molto forti, molto importanti, con Riyad e con gli Emirati Arabi. Quindi, in questo senso un accordo di pace che stabilizzerebbe i rapporti tra Occidente e Iran, non rientra negli interessi nella Francia in questo momento.

D. – Però, Parigi ha sempre ospitato la dissidenza iraniana, così come ha avuto sempre un rapporto molto stretto con la popolazione iraniana. Cosa accadrà ora in seno a questi rapporti?

R. – Storicamente, la Francia ha un rapporto complesso con l’Iran proprio dal punto di vista culturale. Ricordo, che in passato è stata alleata – fu firmato un trattato storico agli inizi dell’800 con la Persia – ma la Francia si è sempre mossa con molta autonomia nel campo mediorientale. Ricordo anche che nel 2003 Parigi fu espressamente contraria all’intervento contro Saddam Hussein, e in questo momento va contro gli Stati Uniti in un’altra direzione: non ha accettato il dietrofront americano riguardo la Siria. In Francia, la Siria sostiene e sosteneva apertamente il campo sunnita. I rapporti con l’Iran sono complessi, anche perché in passato ai tempi dello Scià, per esempio, la Francia ha fornito tecnologia al Paese. Tutto questo è piuttosto strano, nel senso che la Francia pur facendo parte del gruppo 5+1, sulla trattativa del nucleare è stata sempre piuttosto latitante. E’ sembrato quasi che non gliene importasse più di tanto di tutto questo.

D. – Sul fronte interno, il presidente Rohani che ha proposto di fatto una politica della mano tesa non può certo accettare uno stop totale del programma nucleare. Quale potrebbe essere il giusto compromesso per accontentare anche le correnti interne iraniane?

R. – Si era arrivati al giusto compromesso – perché il punto del contendere, che è quello della centrale ad “acqua pesante” di Arak, è veramente un pretesto – nel senso che tutte le altre condizioni, compreso lo stop all’arricchimento dell’uranio del 20%, che mi sembra sia la cosa più importante, erano state accettate dall’Iran in cambio di un alleggerimento delle sanzioni nei primi sei mesi e di un riconoscimento più o meno esplicito del proprio diritto di arricchire il nucleare. La marcia indietro su una questione come questa negli ultimissimi minuti del negoziato, la spada di Damocle americana relativa al nuovo pacchetto di sanzioni che in Senato la maggioranza repubblicana potrebbe approvare, sono elementi che mettono sicuramente fuori gioco o comunque in grave difficoltà il fronte di Rohani. Non dimentichiamoci che lo stesso presidente ha sempre detto fin dall’inizio: “La finestra è aperta, ma non è aperta per sempre”. Ma questa più che una minaccia è un ammonimento che riguarda anche la propria posizione interna. C’è un candidato che si è presentato dicendo “abbiamo la necessità, apriamoci e parliamo” e poi, dopo che di fatto l’accordo era ad un passo, a un centimetro, si torna indietro e si ricomincia da capo. Non è un buon segno, non è un atto di forza anche per lo stesso presidente. Tra l’altro questa mattina è uscito un tweet della Guida suprema, che fa un elenco di tutti coloro che si sono fidati degli Stati Uniti e che hanno fatto una brutta fine. Tra l’altro, sono inseriti anche lo Scià, Gheddafi… Una sorta di avvertimento, come a dire: “Ecco che cosa accade a fidarsi di Washington”.

 ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana:  http://bit.ly/18i5StZ 

Marg bar Amrika

Poster Teheran

Quattromila dollari. Questo il bottino incassato dal primo classificato al concorso del Marg bar Amrika, Morte all’America . È così che il 4 novembre l’Iran ha celebrato il 34esimo anniversario dell’occupazione dell’ambasciata statunitense del 1979.

Leggi su Arab Media Report

Nucleare. La Francia frena

Vertice di Ginevra

Niente accordo sul nucleare iraniano. “Non ancora accordo” o “niente più accordo”? Questo lo sapremo soltanto dopo il 20 novembre, quando 5+1 e Iran si incontreranno di nuovo a Ginevra per cercare di formalizzare un’intesa che pareva ormai raggiunta.

Il vertice sarebbe dovuto dure due giorni e ne è durata quasi quattro. Con una no-stop sabato 9 novembre di quasi 16 ore filate. L’arrivo dei ministri degli Esteri lasciava pensare che l’accordo fosse raggiunto. Uno dopo l’altro erano infatti atterrati in Svizzera Javad Zarif, John Kerry, il francese Laurent Fabius e il russo Sergei Lavrov. Mancavano solo i cinesi, giunti comunque in serata, quando l’esito del vertice era già in bilico.

È stato Fabius a impedire che il summit si chiudesse con la presentazione alla stampa di un testo ufficiale di accordo. I dettagli non sono stati resi noti, ma, da quello che è trapelato, pare che l’impuntatura della Francia riguardi la gestione delle scorte di uranio già arricchito in possesso dell’Iran. Gli iraniani sarebbero disponibili a trasferirlo all’estero, ma non si sarebbe arrivati a definire le modalità di gestione e trasferimento. Secondo altre fonti, la Francia si sarebbe opposta per impedire il completamento della centrale di Arak.

Qualunque sia stato il motivo del contendere, la Francia ha di fatto sparigliato le carte, suscitando non poco nervosismo tra lo stesso gruppo 5+1. Le parti hanno cercato un’intesa fino alla fine, rinviando per ore con una conferenza stampa che si è svolta all’una di notte.

La Francia – che non perdona agli Usa il dietrofront sulla Siria di un paio di mesi fa – si sta proponendo come punto di riferimento per Israele e Arabia Saudita in un Medio Oriente che sarebbe completamente ridisegnato, da un punto di vista geopolitico, da un eventuale riavvicinamento tra Usa e Iran.

L’aver fissato un nuovo vertice a così breve termine, indica tuttavia che Usa e Iran vogliono arrivare a un accordo in tempi stretti. Anche perché, come ricordato dal presidente iraniano Hassan Rouhani, in questa situazione contano moltissimo i tempi. Oggi esistono le condizioni per un accordo: domani potrebbe essere troppo tardi.

La volontà politica c’è: ne è un esempio il tweet di endorsment della Guida Khamenei della notte tra l’8 e il 9 novembre: una foto dei colloqui di Ginevra con la scritta. “Questi negoziatori sono figli della Rivoluzione”. Chiara dimostrazione di un appoggio pieno alla trattativa.

Il 10 novembre Khamenei ha commentato il mancato raggiungimento dell’accordo con due tweet polemici contro la Francia.

Francia che è invece osannata negli Usa dalla lobby filo Israele e dalla destra repubblicana, da sempre contraria a un accordo.
Intanto a Teheran è stato ucciso in un agguato il vice ministro dell’Industria Safdar Rahmatabadi.

Cominciano dieci giorni che potrebbero cambiare il mondo. Saranno dieci giorni molto lunghi.

WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

IGS

WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

6-7 novembre 2013, Roma

presso la sede di Piazza Margana, 21

L’edizione del 2013 della Winter School IGS in Studi Iraniani, come di consueto è finalizzata al duplice scopo di favorire da un lato la comprensione delle dinamiche del sistema politico, economico e sociale del paese, e al tempo stesso di offrire un quadro aggiornato e puntuale sull’evoluzione delle più recenti dinamiche politiche della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il programma, della durata di due giornate full immersion, prevede otto sessioni di discussione e dibattito, con incontri tenuti da alcuni tra i più noti studiosi e giornalisti di cronaca internazionale. Il programma di novembre 2013 avrà ad oggetto in modo particolare l’evoluzione del quadro politico iraniano successivamente alla vittoria di Hassan Rohani, la ripresa del negoziato internazionale per la gestione del programma nucleare iraniano, e lo sviluppo del moderato ottimismo nel riavvicinamento tra l’Iran e gli Stati Uniti.

La Winter School non trascurerà tuttavia gli aspetti generali di comprensione del sistema politico, economico, sociale e della sicurezza dell’Iran, fornendo in tal modo un quadro dettagliato ed assolutamente esaustivo sul Paese e le sue più recenti dinamiche.

PROGRAMMA

Mercoledì 6 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Iran contemporaneo, dalla monarchia alla teocrazia

Ore 11:30 – 13:30

La struttura politica ed istituzionale della repubblica Islamica dell’Iran

Ore 14:30 – 16:30

L’epopea della rivoluzione nella costruzione della moderna leadership iraniana

Ore 17:00 – 19:00

Politica, Religione e Società in Iran

Giovedì 7 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Pensiero strategico e concezione della sicurezza

Ore 11:30 – 13:30

La società iraniana contemporanea

Ore 15:00 – 17:00

La politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran

Ore 17:00 – 19:30

conferenza allo Spazio Margana con i giornalisti

COSTO E BORSE DI STUDIO

Il costo di partecipazione alla Winter School IGS in Studi Iraniani è di € 100,00 (IVA inclusa), e comprende la partecipazione a 14 ore di formazione in aula, 2 di conferenza, libri e materiali didattici. La Winter School IGS si tiene in lingua italiana, e al termine viene rilasciato un attestato di partecipazione.

È previsto un numero massimo di 20 partecipanti per ogni edizione della Winter School IGS, e 10 borse di studio a copertura totale del costo sono messe a disposizione dall’Associazione Analisti e Ricercatori di Politica Internazionale.

Docenza e interventi di Nicola Pedde (Direttore IGS), Alberto Negri (inviato del Sole 24 Ore), Vanna Vannuccini (inviata di la Repubblica), Felicetta Ferraro (già addetto culturale a Tehran), Antonello Sacchetti (giornalista, direttore di Diruz), Francesco De Leo (giornalista radio Radicale), e altri.

DESTINATARI

La Winter School IGS è specificamente pensata per i giornalisti, gli studiosi e universitari di politica internazionale, gli operatori economici con interessi nella regione, e più in generale per chiunque voglia approfondire attraverso una formula intensiva la conoscenza di argomenti selezionati della politica e della sicurezza internazionale.

Per informazioni e iscrizioni contattare la D.ssa Monica Mazza al n. 333.7481325 o via mail all’indirizzo mazza@globalstudies.it.

IGS – Institute for Global Studies

Piazza G. Marconi, 15 – 00144 Roma

Piazza Margana, 21 – 00186 Roma

Tel. 06.3280.3627

info@globalstudies.it

Rouhani, una nuova era?

Hassan Rouhani

Era difficile prevedere una partenza così accelerata per il nuovo presidente iraniano. Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, in poche settimane ha stravolto lo scenario politico non solo iraniano, ma dell’intero Medio Oriente. Sebbene siano stati ancora raggiunti risultati concreti, ci sono prospettive, speranze e dinamiche completamente diverse rispetto agli otto anni targati Ahmadinejad.

Questo non vuol dire che siano imminenti cambiamenti sostanziali dell’assetto istituzionale della Repubblica islamica.  Rouhani è al 100% un uomo di “sistema”, un rappresentante convinto e autorevole della Repubblica islamica. Il suo scopo è salvare questo regime, non abbatterlo. Qualsiasi aspettativa che non partisse da queste premesse rischierebbe di essere delusa.

Detto questo, numeri alla mano, va detto che la partenza di Rouhani è stata sprint.

Facciamo un elenco molto rapido di “cose fatte”:

  • Rinvio della messa in funzione del reattore ad acqua pesante di Arak. Chiaro messaggio distensivo sul nucleare.
  • Liberazione di oltre 80 prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, molti dei quali in carcere per fatti connessi alle elezioni del 2009.
  • Apertura di un canale di comunicazione con gli Usa, con contatti confermati tra Casa Bianca e Rouhani nel mese di agosto.
  • Avvio di una diplomazia “social”, soprattutto attraverso gli account Twitter (ufficiosi) dello stesso Rouhani e quello (certificato) del ministro degli Esteri Javad Zarif.
  • Nomina di una donna, Marzyieh Afkham, a portavoce del Ministero degli Esteri. Un’altra donna, Masoumeh Ebtekar, è stata nominata vicepresidente.
  • Riapertura della Casa del Cinema di Teheran.
  • Auguri via twitter – da parte del ministro Zarif – di buon capodanno a tutti gli ebrei.
  • Assunzione di una posizione più moderata sulla crisi siriana, con una condanna incondizionata dell’uso delle armi chimiche.
  • Missione a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
  • Impegno formale ad aprire una trattativa con tempi chiari e limitati sul nucleare.
  • L’ormai storica telefonata tra con Obama prima della ripartenza da New York.

Tutto questo non è soltanto propaganda o strategia comunicativa. È un cambiamento politico sostanziale e importantissimo.

Perché questa inversione di rotta? Tutto “merito” delle sanzioni imposte dall’Occidente? No, direi proprio di no. Più o meno lo stesso tipo di approccio con Washington fu tentato anche nel 2003 dall’allora presidente Khatami col pieno avallo della Guida Khamenei. L’offerta del grand bargain – un grande accordo in cui Teheran rinunciava al programma nucleare e Washington riconosceva la Repubblica islamica – fu rispedita al mittente dall’amministrazione Bush, convinta di avere il pieno controllo su Afghanistan e Iraq e di poter presto mettere le mani anche sull’Iran. Poi è venuta l’era di Ahmadinejad, un presidente probabilmente inadeguato e maldestro più che realmente “male intenzionato”.

E poi c’è stata l’elezione di Rouhani. Che è stato scelto dagli iraniani proprio nella speranza di cambiare rotta rispetto agli otto anni precedenti. Una scelta vincolata alle regole della Repubblica islamica, ma perfettamente legittima e “libera” all’interno di quel contesto. Non è un mistero che la Guida Khamenei avrebbe preferito Velayati o Jalili. Ma gli iraniani hanno optato per un’altra figura. Non un “riformista”, ma un moderato, pragmatico, con una grande esperienza in campo internazionale. Il più indicato per far uscire il Paese da un isolamento economico e diplomatico che ne stava strangolando  le energie migliori.

Aver riaperto una comunicazione diretta con gli Usa era semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa. Significativo il grande nervosismo mostrato da Israele e Arabia Saudita a questo primo “giro di valzer” tra Stati Uniti e Iran. Se i due grandi nemici tornano a parlarsi, crolla lo schema su cui si sono basate le relazioni degli ultimi 34 anni in Medio Oriente.

Certo, Rouhani deve fare i conti con una fronda interna, rappresentata dall’ala più intransigente dei Pasdaran e da altri elementi del fronte cosnervatore. Ma lo stesso discorso vale per Obama, che  ha un Congresso pronto ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni qualora il dialogo sul nucleare non decollasse.

Gli imminenti colloqui tra Teheran e gruppo 5+1 indicheranno forse i primi passi di un percorso lungo e ancora tutto da scoprire. Ma sarebbe sbagliato non vedere che qualcosa di molto importante si è messo in moto.

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Iran, un tè per due al Palazzo di Vetro?

Rouhani a New York

Grande attesa per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre a New York. A parlare per l’Iran non c’è più Ahmadinejad ma Rouhani, da poco eletto presidente della Repubblica islamica. Ma quello che rende così interessante questa versione annuale del meeting globale al Palazzo di vetro è una voce che si rincorre, né confermata né ufficialmente smentita.

In molti sono convinti che, al di là di una stretta di mano formale, il presidente Barack Obama e Hassan Rouhani sono in odore di incontrarsi per un bilaterale. Sogno o realtà? Se ciò avvenisse sarebbe un passo avanti epocale nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Questo tè per due al Palazzo di vetro ci sarà o no?

Ne ho parlato martedì 24 settembre a Radio3Mondo, intervistato da Azzurra Meringolo. Ecco l’audio:

 

 

Perché l’Iran cerca un impegno costruttivo

Rouhani - Washington Post

La traduzione in italiano dell’editoriale del presidente iraniano Hassan Rouhani pubblicato sul Washington Post del 20 settembre 2013

Perché l’Iran cerca un impegno costruttivo

Tre mesi fa la mia piattaforma elettorale “Prudenza e speranza” ha ricevuto un ampio mandato popolare . Gli iraniani hanno apprezzato il mio approccio alle questioni nazionali e internazionali come qualcosa che aspettavano da tempo. Mi sono impegnato a soddisfare le mie promesse al mio popolo, compreso quello di impegnarmi in un’interazione costruttiva con il mondo .

Il mondo è cambiato. La politica internazionale non è più un gioco a somma zero , ma un’arena multi-dimensionale in cui spesso coesistono cooperazione e concorrenza. È finita l’era delle faide. I leader mondiali dovrebbero trasformare le minacce in opportunità .

La comunità internazionale deve affrontare molte sfide in questo nuovo mondo – terrorismo, estremismo, ingerenza militare straniera , traffico di droga , criminalità informatica e omologazione culturale – tutte in un contesto che ha enfatizzato il potere e l’uso della forza bruta .

Dobbiamo prestare attenzione alla complessità delle questioni sul tavolo per risolverli. Ecco perché parlo di “impegno costruttivo” . In un mondo in cui la politica mondiale non è più un gioco a somma zero, è – o dovrebbe essere – controproducente perseguire i propri interessi senza considerare quelli degli altri.

Un approccio costruttivo alla diplomazia non significa rinunciare ai propri diritti . Significa impegnarsi con le proprie controparti , in base a condizioni di parità e rispetto reciproco, per affrontare i problemi comuni e raggiungere obiettivi condivisi. In altre parole, una situazione in cui sono tutti vincenti, non è solo auspicabile, ma anche realizzabile. Una mentalità di gioco a somma zero,  stile guerra fredda, è una sconfitta per tutti.

Purtroppo, l’unilateralismo spesso continua a impedire approcci costruttivi. La sicurezza propria viene perseguita a spese dell’insicurezza degli altri, con conseguenze disastrose. Più di dieci anni e due guerre dopo l’ 11 settembre, Al Qaeda e altri militanti estremisti continuano a portare devastazione. La Siria, un gioiello di civiltà, è diventata il teatro di violenze strazianti, compresi attacchi con armi chimiche, che noi condanniamo con forza. In Iraq , 10 anni dopo l’invasione guidata dagli americani, decine di persone muoiono ogni giorno in attentati. Anche l’Afghanistan continua a vivere un endemico spargimento di sangue.

L’approccio unilaterale, che esalta la forza bruta e la violenza, è chiaramente incapace di risolvere i problemi che tutti noi affrontiamo, come il terrorismo e l’estremismo. Dico tutti perché nessuno è immune alla violenza estremista –nemmeno se questa infuria a migliaia di chilometri di distanza. Gli americani se ne sono resi conto 12 anni fa.

Il mio approccio alla politica estera cerca di risolvere questi problemi , affrontando le cause. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine alle rivalità malsane e alle interferenze che alimentano la violenza e ci dividono. Dobbiamo anche prestare attenzione alla questione dell’identità come fattore chiave della tensione in Medio Oriente .

Nella loro intima essenza, le lotte sanguinose in Iraq, Afghanistan e Siria vanno oltre la natura delle identità di questi paesi e i loro rispettivi ruoli nella nostra regione e nel mondo.

La centralità della questione identitaria tocca anche il nostro programma pacifico dell’energia nucleare. Per noi, governare il ciclo del combustibile nucleare e produrre energia nucleare è importante sia per diversificare le nostre fonti di energia sia per la nostra identità nazionale, la nostra richiesta di dignità e rispetto e il nostro posto nel mondo. Se non comprendiamo l’importanza dell’identità, molti problemi resteranno irrisolti .

Mi impegno a affrontare le nostre sfide comuni attraverso un duplice approccio .

In primo luogo, dobbiamo unire gli sforzi per lavorare in modo costruttivo per il dialogo nazionale  sia in Siria sia in Bahrein . Dobbiamo creare un’atmosfera in cui i popoli della regione possano decidere i propri destini. Come parte di questo , vi annuncio la disponibilità del mio governo per contribuire a facilitare il dialogo tra il governo siriano e l’opposizione .

In secondo luogo, dobbiamo affrontare le più ampie, ingiustizie globali e rivalità che alimentano la violenza e le tensioni. Un aspetto fondamentale del mio impegno per l’interazione costruttiva comporta uno sforzo sincero a impegnarsi con i vicini e le altre nazioni per identificare e garantire soluzioni win-win .

Noi e le nostre controparti internazionali abbiamo impiegato molto tempo – forse troppo tempo – a discutere di ciò che non vogliamo, piuttosto che parlare di quello che vogliamo. Questo non vale solo per le relazioni internazionali dell’Iran. In un clima in cui gran parte della politica estera è una funzione diretta della politica interna, concentrarsi su ciò che non si vuole è una facile scappatoia per molti leader mondiali per evitare di affrontare grandi dilemmi. Dire cosa si vuole richiede più coraggio

In merito al nostro dossier nucleare, è chiaro, dopo dieci anni di passi avanti e indietro, quello che nessuno vuole. La stessa dinamica è evidente negli approcci rivali in Siria .

Questo approccio può essere utile per evitare che “guerre fredde” diventino guerre vere e proprie. Ma per andare oltre l’impasse, sulla Siria , sul programma nucleare del mio paese o sulle sue relazioni con gli Stati Uniti, abbiamo bisogno di puntare più in alto.

Piuttosto che concentrarsi su come evitare che le cose vadano peggio, abbiamo bisogno di pensare – e parlare – a come migliorare le cose. Per fare questo, abbiamo tutti bisogno di trovare il coraggio di iniziare a dire quello che vogliamo – in modo chiaro conciso e franco – e sostenerlo politicamente con le misure necessarie. Questo è il senso del mio approccio alla interazione costruttiva.

Partendo per New York per l’ apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, esorto i miei colleghi a cogliere l’opportunità offerta dalle recenti elezioni in Iran. Li esorto a sfruttare al meglio il mandato per l’impegno prudente che il mio popolo mi ha dato e per rispondere sinceramente agli sforzi del mio governo a impegnarsi in un dialogo costruttivo. Soprattutto, li esorto a guardare lontano (lett: “a guardare oltre i pini”) e ad avere il coraggio di dirmi che cosa vedono – se non per i loro interessi nazionali, per il bene dei loro eredi, dei nostri figli e delle generazioni future.

Hassan Rouhani

Traduzione dall’originale pubblicato sul Washington Post del 20 settembre 2013

Rouhani e Twitter

Rouhani su twitter

Che Hassan Rouhani sapesse utilizzare i social media lo avevamo imparato già durante la campagna elettorale della scorsa primavera (vedi articolo). Ora che si è insediato alla presidenza della Repubblica islamica da un mese, i suoi account social stanno sicuramente destando molta attenzione, soprattutto fuori dall’Iran.

Quali account?

Il rischio di incappare in un account fake esiste a tutte le latitudini (ne sa qualcosa da noi Mario Monti), nonostante Twitter dia da tempo la possibilità di ottenere un “account verificato” (contrassegnato da un logo blu con un “checkmark” bianco all’interno) attraverso una procedura piuttosto complessa.

In Iran, dove i social media sono (o sarebbero) de facto al bando, ci si muove come al solito lungo la sottile linea dell’ambiguità.

Ci sono tre account che possono essere attribuiti a Rouhani:

@HassanRouhani_è quello che personalmente ho seguito per tutta la campagna elettorale e che pochi giorni fa l’agenzia di stampa Mehr ha indicato come l’unico ufficiale. Da questo account partono tweet in inglese (soprattutto), ma anche in francese e in spagnolo. Finora era sembrato potesse essere un canale diretto di comunicazione con i media e il pubblico occidentali. Da questo account, ad esempio, Rouhani aveva comunicato la nomina di Marziyeh Afkham a portavoce del Ministero degli Esteri, prima donna in Iran a ricoprire questo ruolo.

È sempre da questo account che il 4 settembre Rouhani annuncia la propria partecipazione all’Assemblea Generale dell’ONU di New York.


E ancora il 4 settembre interviene più volte sulla crisi siriana invocando una soluzione diplomatica.

Dall’account @HassanRouhani partono invece tweet solo in inglese, spesso arricchiti da foto. Il tweet che fa scalpore è quello con cui, la sera del 4 settembre, il vero o presunto Rouhani fa gli auguri di buon capodanno a “tutti gli ebrei, specialmente a quelli iraniani”. Il tweet rimbalza veloce, viene commentato in tutto il mondo, si sprecano i paragono con i toni e lo stile del suo predecessore Mahmud Ahmadinejad. Poi però, quando a Teheran è già passata la mezzanotte, il suo consigliere nega addirittura che il presidente sia su Twitter. Poi corregge il tiro, sostenendo che “forse l’account continua a essere gestito da qualcuno del suo staff elettorale”. Il tutto sembra una smentita obbligata per questioni interne. Probabilmente non ci si aspettava un ritorno così immediato e potente. In sostanza, gli auguri di Rosh Hashanah potrebbero essere veri, ma sono soprattutto un messaggio all’esterno, un’ulteriore smarcamento rispetto all’era Ahmadinejad.

Il terzo account @Rouhani_ir è interamente in persiano. I tweet, in questo caso, sono quasi esclusivamente su questioni interne, come ad esempio la scelta del futuro sindaco di Teheran. Questione sulla quale il presidente si dichiara super partes, ma sulla quale ci sarà presto da discutere.

 

Postilla del 28 settembre 2013

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama.  Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra:  l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.