Chaharshanbe Surì

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno, in attesa del mercoledì. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede inoltre che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Chaharshanbe Surì è anche il titolo di un film del 2006 di Asghar Farhadi, oggi celebre in tutto il mondo per l’Oscar vinto con “Una separazione”. Un critico cinematografico ha definito Chaharshanbe Surì, About Elly e Una separazione la “trilogia delle bugie”.

 

Inedito in Italia, Chaharshanbe Surì è  forse meno compiuto ma più affascinante del film che ha vinto la statuetta d’oro. Racconta una crisi coniugale che esplode proprio l’ultimo martedì dell’anno. Una coppia borghese sulla quarantina si sta preparando a partire per le vacanze a Dubai. Ma lei è convinta che il marito la tradisca e sui preparativi per il viaggio incombe la rottura definitiva. In mezzo ai litigi di marito e moglie finisce una giovane domestica di umili origini, prossima al matrimonio. Un confronto tra sessi ma anche tra classi sociali diverse, separate da stili di vita, abbigliamento e prospettive. Sullo sfondo, i fuochi e i botti della festa. All’epoca venne salutato come un film innovativo per il cinema iraniano, sia per lo stile sia per i contenuti. L’adulterio è raccontato senza tabù e i dialoghi sono molto duri e sconfinano spesso nel  turpiloquio.

 

Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

Mahi va gorbeh

Fish and cat

Visto finalmente Mahi va gorbeh, Pesce e gatto, film iraniano vincitore allo scorso Festival di Venezia del Premio speciale Orizzonti per il contenuto innovativo. Mi è piaciuto? Sinceramente non lo so. Forse avevo aspettative troppo alte, ma quanto avevo letto mi intrigava parecchio.

La storia è in parte tratta da un episodio di cronaca: nel 1998 venne infatti scoperto un ristorante sul Mar Caspio che aveva cucinato carne umana. La trama del film sembra un classico del cinema horror made in Usa: un gruppo di studenti campeggia in una plumbea giornata di dicembre e viene a contatto con i sinistri gestori di un ristorante nelle vicinanze.

Babak Karimi

Scritto e diretto da Shahram Mokri, è costituito da un unico piano sequenza di 123 minuti. Nonostante ciò, il film non è narrato in modo sequenziale, ma circolare. La macchina da presa segue di volta in volta i vari personaggi che si incrociano. In questo modo, alcune scene le vediamo più volte e sono nell’ultima sequenza veniamo a capo del mistero alla base del film.

[youtube]http://youtu.be/tktTNYwXZvY[/youtube]

Il regista, dopo due settimane di prove, ha girato due ciak e alla fine ha scelto la mega sequenza migliore.

Esperimento coraggioso e sicuramente interessante, ma un po’ troppo lungo nei tempi e in alcuni dialoghi.

Un’ultima considerazione: ma perché in qualsiasi film iraniano bisogna per forza trovare un messaggio politico? La recensione di My Movies si conclude così:

«Una riuscita e coraggiosa metafora di un Paese che fagocita i propri giovani, che li priva di un qualsiasi futuro, tarpandone le ali».

Sarà. Ma a me sembra un po’ una forzatura.

Mahi Va Gorbeh (Fish & Cat) di Shahram Mokri – Iran, 134′

v.o. farsi – s/t inglese, italiano

Babak Karimi, Saeed Ebrahimi Far, Abed Abes

Note del regista

Mahi va gorbeh è un film sul tempo, su come creare una prospettiva all’interno del tempo e, dunque, su come sconvolgere il tempo. Ciò che mi ha affascinato nel fare questo film è lo stile della sua realizzazione: l’insistenza su uno stile narrativo entro i confini della ripresa unica e il tentativo di immettere, in quell’unica ripresa, fessure temporali. Ho scelto di raccontare una storia vera, una storia vera che, tuttavia, assomiglia a un incubo irreale. 

Un’altra separazione

Barf roye kajha

A volte capita di rincorrerli, certi film. Nel febbraio 2012 ero a Teheran per il Festival Fajr e ricordo che mentre aspettavo l’inizio di un altro film in concorso, passò sullo schermo il trailer di Barf roye kajha (La neve sui pini), primo film da regista di Peyman Moaadi (classe 1972), attore protagonista con Leila Hatami di Una Separazione, il film di Asghar Farhadi che poche settimane avrebbe vinto uno storico Oscar come  miglior film straniero. Bastò una breve sequenza del making of, con Moaadi dietro la macchina da presa, perché in sala si levasse un’ovazione da stadio. Quell’opera prima piacque parecchio e infatti si aggiudicò il premio del pubblico. Io non riuscii a vederlo allora perché il giorno della proiezione rimasi bloccato nel traffico di Teheran da una fittissima nevicata (oh, ironia…).

Barf roye kajha

Purtroppo, come racconta Antonella Vicini nel suo blog, non lo vide quasi più nessuno da allora, perché il film fu bloccato dalla censura per un anno e mezzo.

Sono finalmente riuscito a vederlo pochi giorni fa a Roma nell’ambito della rassegna Asiatica Film Mediale, presente lo stesso Moaadi, che al termine della proiezione è stato molto disponibile nel rispondere alle domande e nel raccontare la genesi del film.

[youtube]http://youtu.be/_o2jWPfcbpo[/youtube]

Inutile negarlo, il confronto con Una separazione è naturale, quasi obbligato. Anche qui si racconta una crisi di coppia: Ali, dentista cinquantenne abbandona sua moglie Roya (una intensissima Mahnaz Afshar) per una donna molto più giovane di lui. Nulla di nuovo sotto il sole e nemmeno sugli schermi. Ma nell’ora e mezza di film (misura aurea) Moaadi riesce ad evitare tutti i luoghi comuni del caso e a sorprendere lo spettatore in almeno un paio di occasioni.

Barf roye kajha

Come molti film iraniani, la maggior parte delle scene è girata in interni, soprattutto nella casa della protagonista. Che è insegnante di piano, per cui tutto il film è scandito quasi senza soluzione di continuità, dalla musica, sia classica sia tradizionale persiana. Il che non è molto comune nel cinema iraniano. Così come non è comune l’uso del bianco e nero.

Come ha raccontato lui stesso, Moaadi ha impiegato quattro anni per scrivere la storia, basandosi su situazioni reali, conosciute attraverso l’esperienza di suo padre, avvocato a Teheran.

Ne è uscito un film molto emozionante, molto “femminile” come punto di vista. Si può poi discutere se Moaadi sia riuscito o meno a calarsi in questa prospettiva in modo convincente, ma gli va dato atto di averci provato. Lui stesso ha affermato che quando il film è stato stoppato dalla censura, ha capito di aver colto nel segno.

Chissà se La neve sui pini troverà una distribuzione in Italia. Intanto siamo grati ad Asiatica per avercelo fatto vedere.

Red carpet persiano

Roma Film Festival 2012

Sabato 17 novembre si è chiusa l’edizione 2012 del Roma Film Fest. In due differenti giurie erano presenti Leila Hatami e Babak Karimi. Queste sono alcune delle foto dei loro red carpet.

L’esperienza della guerra nel cinema iraniano

Uno sguardo all’indietro. L’esperienza della guerra nel cinema iraniano è il titolo della rassegna cinematografica in programma dal 4 al 6 ottobre presso il Cinema Trevi, a Roma, in Vicolo del Puttariello 25.

Nella storia culturale dell’Iran contemporaneo, il cinema costituisce un mezzo privilegiato di rappresentazione della società e di riflessione identitaria. Il drammatico conflitto imposto dall’Iraq all’Iran nel 1980 e le dolorose conseguenze che esso ha avuto per lunghi otto anni e successivamente alla sua conclusione, sono divenuti fin da subito protagonisti di un nuovo genere cinematografico ufficialmente definito “di guerra”. Poco conosciuti in Occidente, in particolare in Italia dove solo un paio di essi (Bashu. Il piccolo straniero e Gilaneh) sono arrivati al grande pubblico, i film di questo filone hanno avuto in Iran un enorme seguito e continuano ancora oggi, a quasi venticinque anni dalla fine del conflitto, a mietere successi al botteghino e ad alimentare discussioni e dibattiti.

Questa iniziativa vuole portare, per la prima volta sullo schermo in Italia, quattro film rappresentativi delle diverse tematiche: la rappresentazione della trincea (A passo di marcia), quella dei sentimenti di un uomo e di una donna che il conflitto pone irrimediabilmente su due versanti opposti (Lacrime di ghiaccio), lo sguardo comprensivo su un drappello di prigionieri iracheni considerati vittime dello stesso dramma che affligge gli stessi soldati iraniani (Pullman notturno), il dramma dei sopravvissuti ai bombardamenti chimici (M come madre).

La rassegna costituisce un punto di vista inedito per comprendere in che modo gli iraniani hanno percepito la trasformazione di se stessi e della loro società attraversolo sguardo crudo e insieme poetico del cinema su uno degli eventi più traumatici della loro storia recente.

Come già successo altrove, anche in Iran, la macchina da presa di dilettanti e di registi affermati si è appropriata della guerra restituendola sotto forma di grande epopea identitaria ma anche di memoriacollettiva che conserva a monito per le future generazioni il ricordo degli orrori che essa produce e della suaintrinseca disumanità.

La proiezione dei quattro film selezionati sarà preceduta da un incontro su “Letteratura e cinema diguerra”, con la partecipazione di Felicetta Ferraro (Ponte33 Edizioni), Bianca Maria Filippini (Università della Tuscia), Marina Forti (Il Manifesto).

giovedi 4 ottobre 2012

ore 17.00 Saluto di Ghorban Ali Pourmarjan, direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia

a seguire Tabl-e bozorg zir-e pa-ye chap di Kazem Mazoumi (2004, 84’)

ore 19.00 incontro su

Letteratura e cinema di guerra

con Felicetta FerraroBianca Maria FilippiniMarina Forti

ore 21.00 Otobus-e shab di Kiomars Pourahmad (2007, 90’)

venerdi 5 ottobre 2012

ore 17.00 Tabl-e bozorg zir-e pa-ye chap (replica)

ore 19.00 Ashk-e sarma di Azizollah Hamidnejad (2004, 96’)

ore 21.00 M mesl-e madar di Rasoul Molla Gholipour (2007, 113’)

sabato 6 ottobre 2012

ore 17.00 M mesl-e madar (replica)

ore 19.00 Otobus-e shab (replica)

ore 21.00 Ashk-e sarma (replica)

Roma – Cinema Trevi – vicolo del Puttarello 25 Roma, tel: 06.6781206

Intervista a Leila Hatami

L’attrice iraniana Leila Hatami (Una separazione) è stata membro della giuria del Festival del cinema di Marrakesh nel gennaio 2012.  In quell’occasione Euronews l’ha intervistata. Riproponiamo il video.

Intervista a Leila Hatami

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=GhIFq-lKQJQ[/youtube]

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

[youtube]http://youtu.be/4d8LbIR53jY[/youtube]

Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Intervista a Kamran Shirdel

Non solo cinema, ma un viaggio appassionato negli ultimi quarant’anni di storia. Kamran Shirdel, raggiunto via e mail a Teheran, si racconta proprio come in un film. Asiatica Film Mediale 2008 gli dedicò una retrospettiva intitolata Prima della rivoluzione, con cinque documentari girati in Iran all’inizio degli anni Sessanta. Shirdel è considerato il padre del nuovo cinema Iraniano per quanto riguarda soprattutto i documentari. Ha tracciato la strada per un genere di documentario critico e sociale. I suoi film sono stati proiettati a molti festival in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali.

I suoi film sono un documento eccezionale, soprattutto per chi conosce soltanto l’Iran dopo la rivoluzione. Lei torna nel suo Paese nel 1965 dopo aver studiato cinema in Italia. In Italia sono gli anni del boom, così come anche l’Iran conosce una crescita economica piena di contraddizioni. Potrebbe descrivere l’impatto che ebbe al ritorno in Iran? Era molto diverso da come lo ricordava?

Grazie del complimento anche se dopo cosi lungo tempo e le vicissitudini da me – e i miei film – subite non ho quasi più nessun legame paterno con loro. Mi lasci lo spazio di precisare che il mio primo soggiorno in Italia – dal giugno 1957 al gennaio 1965 – mi fu di grande aiuto didattico – intellettuale e di certo ne subii l’influenza nel modo più viscerale possibile. Ero un ragazzo molto curioso di vedere, sentire, leggere, captare, toccare, amare, annusare e intraprendere il corso della vita, della storia e del tempo che fu! Mi innamorai dell’Italia a prima vista avendone già studiato certi aspetti della cultura e il cinema Italiano – precisamente quello Neorealistico – ancora prima d’arrivarci. E’ vero sicuramente che quelli furono gli anni del boom economico Italiano ma io sia per abitudine, ma anche per l’istruzione familiare – e più ancora quello paterno, direi – ero di carattere scettico anche se certamente ne godevo anch’io dei benefici di tale boom . Ero legato morbosamente – e lo sono ancora oggi – alla sensualità della carta stampata: libri, riviste, giornali e per cui articoli, saggi, critiche, storie e storiografie, etc. Cercavo perennemente di vedere anche l’altra faccia della realtà quotidiana; italiana, iraniana e mondiale. Cominciai a studiare architettura in Italia ed ero un ragazzo abbastanza diligente e voglioso che andava su e giù per la facoltà di Valle Giulia. Ma nonostante ritenessi importante la lezione architettonica e la familiarità che ci dava modo di espandere la nostra visione globale, formale, spaziale, di volume e di bilancia tra totale ed il dettaglio, tra sentire e costruire, tra pensare e realizzare, non mi potevo del tutto godere tale privilegio e la mia ribellione mi portava silenziosamente verso la pittura, l’arte, la letteratura, i fenomeni politici, la musica e cosi via.

La scelta di studiare architettura mi era stata di fatto dettata dalla figura – mastodontica e opprimente anche se avvolta in uno scialle vellutato – paterna di tipo borghese – nobile secondo la quale i figli dovevano diventare o ingegneri, o dottori, o nel mio caso, architetti.

La mia vera passione da quando avevo 14 anni era il cinema e questo pareva – per via del livello assai basso dei prodotti cinematografici in Iran del tempo – una passione degenerata, una tendenza malata da scacciare ad ogni costo. Una volta in Italia e a Roma mi trovai libero di dedicarmi, anima e corpo, alle sale cinematografiche cominciando dal vicino Cinema Olimpico per poi passare a tutta la città – Nuovo Olimpia, Rialto, Salone Margherite, etc. – ma soprattutto sale di terza visione, sale parocchiali, e cosi fino a diventare un piccolo socio dei primi Film Club tra le quali uno fondato da Cesare Zavattini di cui conservo tutt’ora non solo i cari ricordi della sua cara e indimenticabile presenza ma anche le famose tessere! Vedere i film, vederli bene e essere aiutato dalla mia grande curiosità di leggere a pari passo le critiche – da più punti di vista – e la storia del loro evolvere e nascere mi allontanò sempre di più dall’architettura e cambiò sicuramente la mia prospettiva mentale e intellettuale. Cosi invece di scegliermi dei grandi maestri di architettura da seguire come modello, diventai l’allievo umile dei vari Antonioni, Fellini, Rosi, Pasolini, De Sica, ma anche Bresson, Resnais, Godard, Ivens, Bergman, Kurosawa, Shindo, Ichikawa, e altri.

Nella letteratura avevo cominciato molto giovane con Kafka, Ernest Hemingway, Erskin Caldwell, William Faulkner, Andre Gide, Tolstoi, Dostoievski, Saint Exaupry, ed altri che venivano tradotti in farsì. In Italia ebbi l’occasione di conoscere da vicino la scuola realistica e neorealistica della vostra letteratura – Verga, Pirandello, Alvaro, Cassola, Pavese , Sciascia – e ne divenni un lettore assiduo. A un certo punto cambiai casa proprio per vedere gli artisti da vicino. Presi un appartamento prima dalle parti di Piazza del Popolo, poi passai in Via Ripetta e cosi a poco a poco in tutte le viuzze di quel quartiere che divenne il mio laboratorio di vita e il mio campo di battaglia, d’amore, di vita ma anche di morte! Passeggiando in quel quartiere era solito incontrare tutti i più grandi nomi possibili del momento; da Moravia a Pasolini da Morante a Carlo Levi [che poi conobbi personalmente e ne fui impressionato dalla personalià e dal suo grandissimo affresco dedicato a sud e a Rocco Scotellaro e la sua tragica morte che rividi installato maestosamente a Matera nel ’84 ] da Bassani a Cassola ma anche a Bertolucci – sia padre che il figlio che quest’ultimo lo conobbi a Teheran quando venne per girare La Via del Petrolio – da Ferreri, a Lizzani, da Mastroianni a Fellini – li vedevo quasi sempre insieme, Fellini col suo Mercedes coupe nero e Marcello col suo Jaguar coupe Bordeaux – da Gassman a Enrico Maria Salerno, Da Anna Magnani a Anita Ekberg e poi Antonioni, Vitti, Visconti, Rosi, Leone, De Sica, Pier Paolo Pasolini, Patroni Griffi, e mille altri che si radunavano da Canova e Rosati ed io solo soletto – il viaggiatore solitario del mondo – seduto sui piedi delle colonne delle due maestose chiese o sotto l’obelisco a godermi il Circo e a dissetarmi dalle quattro fontane in mezzo alla piazza!

Il mio ritorno in Iran nel 1965 fu solo per visitare la famiglia e riposarmi e curarmi un po’ la gastrite e i problemi nervosi procurati dal grande vagabondare, dalla vita notturna, dalla fame di imparare, vedere, realizzare qualcosa. Ero al corrente del boom iraniano e dei suoi aspetti negativi avendo fatto parte dei gruppi dei giovani dissidenti Iraniani a Roma di stampa sinistra – in rapporto continuo e costante con quelli di altre città e altri paesi d’Europa e d’America – e sapevamo che a parte certi quartieri di Teheran, la Capitale Dell’Iran il resto del paese aveva dei seri problemi sociali e economici.

Il mio primo impatto con Tehran e la diversità ed il contrasto che scoprii tra le classi sociali mi fece un male assordante e mi sbalordì cosi tanto che decisi di rimanere e di usare il mio mestiere e le mie umilissime armi tecniche o creative – ancora rimaste in scatola chiusa ! – per rivelare la verità, tenendo sempre a mente i miei maestri, non solo cinematografici. Infatti i miei primi lavori s’inchinano non soltanto davanti alla povertà immane della gente che si vende il sangue o il corpo per vivere ma anche ai Levi, ai Pasolini, ai Pontecorvo, e ai Giotto, ai Vivaldi, agli Albinoni. Teheran non era molto diversa da come l’avevo lasciata otto anni prima. Mi colpiva perciò il baccano e le assordanti e caricaturali propagande fatte continuamente dal regime dello Scià. Io avevo studiato – ma anche vissuto in un certo modo – l’ascesa del nazi-fascismo in Europa e in Italia, ne avevo visto le conseguenze e ne avevo imparato la storia e la critica sociale che ne derivò. Nella Teheran di quei giorni risentii l’eco delle lezioni del passato da Gramsci a Berlinguer, da Pasolini a Papa giovanni ventitresimo, da Hitler a Mussolini, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, da Pirandello a Gogol, ma anche di tantissimi altri.

Dai suoi documentari degli anni Sessanta emerge un Iran molto diverso da quello di oggi. Ma anche molto diverso dall’immagine stereotipata che ancora oggi una certa generazione di italiani ha dell’epoca dello scià: la corsa al progresso, le cronache mondane, Soraya…
Vedendo e guardando alla realtà – specialmente quella gonfiata, propagandata, manomessa, falsificata – si arriva ad un’altra realtà che non è certo TUTTA la realtà possibile ed immaginabile ma che di sicuro ci da la possibilità di vedere l’altra faccia della medaglia. Negli anni che vanno dal 1962 al 1964 e durante la mia permanenza al Centro Sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana 1524 – con amici e colleghi, quei pochissimi curiosi, testardi, ma grazie al cielo coi coglioni quadrati  – andavamo a visitare le borgate dove vivevano zingari, gente poverissima, vecchi e prostitute scacciate dalla faccia della terra e dallo sguardo abituale dei benestanti e benpensanti. Quando Pasolini cominciò a girare Il Vangelo Secondo Matteo decidemmo di partire per il sud d’Italia – con un cinquecento e pochissimi mezzi – ed oltre a visitare i luoghi in cui voleva girare la Terra Santa – dare un’occhiata anche ai luoghi in cui il grande Visconti aveva fondato il vero neorealismo con La terra trema. Ebbene, a Roma ma ancora di più a Milano e in molte altre città c’era una verità luccicante, rosea, luminosa. Matera , Reggio Calabria e il sud ci presentavano una verità africana  nel peggior senso del termine sia per quei giorni che oggi! Eppure L’Italia si godeva il boom e se la godrà fino all’ultimo. Agli Italiani che venivano in Iran come turisti o invitati da qualche ministero, vedevano solo la facciata migliore, la crema di Isfahan, Shiraz  e di Tehran e si portavano indietro bellissimi tappeti, Kilim e chili di caviale al prezzo di bruscolini. Certo la verità, la VERITA’ era un’altra cosa e non quella che vedevamo noi e anche pochi altri. Era vergognoso vedere la gente di un paese ricco VEGETARE in uno stato simile. Era la dinastia delle mille famiglie al cui capo c’era una persona completamente fuori di sé, incosciente. Certo, la corsa al progresso c’era ma a che prezzo!

Le immagini di Tehran, payetakht-e Iran ast (Tehran è la capitale dell’Iran ) sono molto dure, molto forti. Anche oggi Teheran sud è sinonimo di povertà, ma – visitando i quartieri meridionali della capitale –  ho visto povertà, ma non miseria. È così o è una mia impressione sbagliata?
Vede, spesso mi chiedono perché i miei primi film si chiudono con la parola UNFINISHED  al posto del classico FINE. Beh, la ragione prima è che i film furono censurati, confiscati, messi via per 13 – 14 anni e io non ebbi la mano libera e l’occasione necessaria di finirle come volevo e potevo. Ma un’altra risposta è che la povertà, la miseria, la prostituzione, le guerre, le ingiustizie, il correre del sangue……. non finiranno mai.  Oggi nei bassifondi di Teheran – come in molte altre città di tutto il mondo c’è un’altra dimensione di miseria e di povertà, con problemi quali la droga e l’Aids.  La prostituzione – purtroppo non controllata, perché vietata dalle vigenti leggi Islamiche – si è diffusa per tutta la città coi risultati criminosi che conosciamo. Oggi in Iran si è poveri anche con stipendi che una volta ci parevano da sogno.  Un povero di ieri come potrà cavarsela oggi in una città con più di 14 milioni di abitanti. I recenti problemi economici mondiali aumenteranno tragicamente questo divario. E la distanza tra le classi sociali è di sicuro il terreno fertile ma anche scivoloso dei grandi cambiamenti storici.

Mi ha colpito molto la scena della lezione di farsì nel quartiere povero. Il dettato sullo scià e sulla sua famiglia  diventa involontariamente comico. Immagino che all’epoca l’effetto di quella scena sia stato devastante.
Da ragazzo benché abbia studiato bene e conosca bene la mia lingua e la mia letteratura detestavo questi dettati che mi facevano prima ridere per poi farmi esplodere di rabbia. Io per fortuna ho avuto dei genitori molto colti nazionalisti convinti e anti monarchici. Infatti loro erano dei grandi sostenitori di Mosaddeq, il primo ministro esiliato e imprigionato dallo scià nel 1953. In quegli anni nessuno osava prendere in giro i princìpi della monarchia. Quando ho girato quel film avevo 28 anni e dovevo difendere i miei punti di vista davanti a un ministro che era il cognato dello scià ma che per fortuna aveva gusto per l’arte e le musica. Un giorno – l’ultimo giorno che vide il film per forse decima volta prima di ordinare il suo totale ritiro e censura – mi disse:  ‘Lei e’ la vera personificazione del suo cognome!’. Shirdel vuol dire infatti cuor di leone. Il film lo rividi 14 anni dopo.

I suoi documentari sembrano riflettere un grande lavoro di sceneggiatura. È così? Quanto c’è di preparato e quanto è affidato al caso, cioè a quello che troverà davanti alla macchina da presa?
Mi rincresce deluderla ma io non scrivo neanche una riga di sceneggiatura e non mi porto nemmeno mai dietro degli appunti. Le spiego il perché :  tra l’avvio di questi progetti e la fine delle riprese – non parlo del montaggio – di solito passavano tre o quattro giorni o al massimo una settimana. Se mi fossi messo a dar retta ai consigli accademici mi sarei dato la zappa sui piedi, come dite voi. La mia rabbia sarebbe diminuita, il mio approccio vitale e ideologico si sarebbe deformato, le mie intenzioni avrebbero preso sembianze formalistiche, pensate, ripensate, studiate, limate, criticate già in partenza mentre io volevo affrontare il soggetto, il problema, il nemico a tu per tu e ad occhio nudo e quasi a mani vuote ma armato d’amore e di odio. In più, c’era poco tempo e potevamo essere scoperti prima di finire. Cosi il mio gioco cominciava a prendere forma e a dare dei risultati non tanto rifiniti, modellati, limati ma pieno di inaspettati momenti di grande slancio e di vita, di verità, di realtà, d’amore e di odio. Quando scelgo di girare in un posto, una location – e sono tuttora molto sbrigativo malgrado l’età e i dolori dappertutto – non lascio che nessuno mi tocchi neanche un millimetro di quel posto, la sua luce, la sua storica esistenza e giro all’impazzata. L’unico lusso che mi permetto e di guardare bene intorno alla mia scena di battaglia per dei lunghi momenti che chiamo momenti sublimi di vita e di morte! Un altro lusso e’ che malgrado mi porti indietro – ora non piu’! – un Cameraman bravo, sono io a girare le scene come sento e mi viene dal di dentro!

Il suo rapporto con la censura. Al bando con lo scià, il suo cinema è stato riabilitato e valorizzato dalla Repubblica Islamica. E oggi? Ha avuto o ha ancora problemi col potere politico?
Per me i governi cambiano, cambia il colore delle bandiere, l’inno nazionale, il modo di parlare, di vestire, i motti, le frasi e i concetti propagandistici, insomma tutto o quasi- in apparenza – ma quello che non cambia mai è l’UOMO con le sue meschine paure, le sue bugie, i suoi sogni di grandezza, le sue fantasie anormali e iperboliche di vivere la vita di Noè, d’essere l’ultimo giusto della storia, dell’umanità, d’aver sempre ragione a non ascoltare il prossimo, a dimenticare , a dimenticarsi, a DETTARE  le leggi e cose in cui lui per primo non crede più..  Un giorno quasi di sole nel lontano 1980 andai a visitare Auschwitz. Mi trovavo a Cracovia per il festival dove era in concorso il mio film Qaleh (Quartiere delle Donne). Tutto pareva perfetto. Perfino gli uccelli cantavano il loro inno d’amore. Pareva che il padreterno fosse nel pieno delle sue funzioni.  Eravamo un mucchio di registi – allora ancora giovani – dai più disparati paesi.  Senza che ce ne accorgessimo ci siamo persi e siamo stati stregati dalla verità, dall’orrore, dalla storia, dalla morte, dalle tonellate di scarpe, di occhiali, di cappelli, di fotografie, di camere di gas, di forni dove venivano bruciati i cadaveri, di Abat-jour fatti con la pelle tatuata dei prigionieri, dai sogni di purezza e di grandezza di una razza a dispetto delle altre. Lì per la prima volta sentii la profonda amarezza e la tragicità che in ogni momento della storia, di giorno e di notte, di sole o pioggia, ognuno di noi si sta disegnando, creando e realizzando il sogno di creare il proprio Auschwitz a dispetto del prossimo. Erano giorni di Solidarnosc. Il comunismo pianificatore e promettente era agli sgoccioli. Il mondo voltava di nuovo la pagina con millioni di morti, citta’ e culture calpestati e una grande scenografia d’orrore e di parole inutili e dettati alle spalle.

Qal’eh (Quartiere delle donne) è un film molto duro. Fa un certo effetto vedere la realtà delle prostitute di Teheran quarant’anni fa. Oggi in Iran il fenomeno è cambiato ma sembra in espansione, a causa della crisi economica. Nel mio ultimo viaggio sono rimasto sorpreso nel vedere ragazze molto giovani che si prostituivano vicino a Park-e Mellat, di certo una zona non malfamata. Cosa pensa di questo fenomeno?
Per me la prostituzione come fenomeno, concetto, mestiere, attitudine è stato sempre un fenomeno incomprensibile. Certo non ho problemi etici o intellettualistici a capirne il meccanismo e la cosiddetta filosofia in embrione. Voglio però aggiungere che non ho mai visto nelle donne del mio film – avendole ascoltato per ore e ore e filmandole – delle prostitute che si dvano per il piacere fisico. Il loro problema era la fame  dei loro figli e delle loro famiglie. Poi c’era l’ingranaggio  tipico e direi mafioso di imprigionarle in una rete mostruosa di problemi economici, droga, malattie mentali e fisiche derivanti dalla loro inconsapevolezza, dalla mancanza di educazione e dal tenerle chiuse in gabbie mentali e fisiche, bestialmente sensuali come dei veri animali. Lo scià si voleva incoronare e aveva dichiarato che se ci fosse stata una sola bocca affamata in Iran, lui avrebbe rinunciato all’incoronazione. Questi film gli furono regalati come risposta da un umile documentarista che amava il suo paese e la sua gente.  Col passare degli anni è cambiato il decoro, ma la tragedia, il bisogno tragico, la fame, i bisogni materiali e l’ingranaggio mafioso è rimasto tale e quale. Anzi, si è perfezionato e ingarbugliato con la crescita cancerosa di questa incredibile megalopoli. Il divieto della prostituzione da parte della legge Islamica e il normale bisogno economico-fisico-psichico del consumatore hanno creato una situazione infernale.

Una scenda di Qal’eh (Il quartiere delle donne)

Nel suo cinema c’è sempre uno sguardo particolare per la donna. Uno sguardo attento, eppure discreto, rispettoso.
La conoscenza della donna da parte dell’uomo avviene – come d’altronde naturale –  prima dalla figura della madre ma anche dal rapporto reciproco dei genitori. Io ho avuto due angeli custodi a questo proposito. Mia madre era una nobildonna raffinata, amante di famiglia e figli – eravamo in sei – e di cose belle, pittrice dilettante ma sensibile, amante dei viaggi, attenta ai problemi altrui e molto rigorosa e premurosa. Insomma, il portale del paradiso. Pensi che da ragazzo, quando vivevamo a Marvdasht  – vicino a Shiraz – ogni pomeriggio ci portava a giocare a Persepoli dove scavava il famoso Prof. Arthur Upham Pope. Ho avuto una nani turca che ci amava più della nostra madre. Ho avuto delle amorosissime compagne e amiche già dall’età di 15 anni. A Roma, Perugia, Firenze, Ginevra, Parigi, Londra, Germania, Danimarca, Olanda,… ho conosciuto l’amore in persona e ho amato molto e sono stato copiosamente ricambiato. Ero – sono – molto sensibile ai problemi della donna nella nostra società ma anche nel mondo e ne soffro per le mancanze e ne gioisco per le vittorie e successi. Ho una moglie bellissima e rarissima – come persona e carattere – e sono fermamente sicuro che ha due ali d’angelo che nasconde e che discende dal paradiso per salvarci l’anima. In poche parole: sono un uomo protetto dal Dio dell’Amore.

Iran e Italia: erano più diversi negli anni Sessanta o adesso?
Da più di 50 anni sento dire che siamo due popoli antichi e ci somigliamo.  Deve essere vero anche perché noi iraniani – come d’altronde gli Italiani da noi – si sono adattati facilmente all’integrazione dovuta dai tempi e bisogni socio – storici e si sono fatti amare e hanno fatto strada facilmente. Noi certo siamo molto più intelligenti a imparare le lingue, cucire e vestirci all’occidentale e insomma a copiarvi , tradurvi e più delle volte a superarvi in quello che ci avete insegnato. Io vengo molto raramente in Italia. Questi viaggi specialmente dopo la rivoluzione sono diventati costosissimi. Il nostro cambio è più di 120 volte a nostro sfavore. Non so e non sento la differenza anche perché a Roma devo giurare tutti i santi che sono iraniano e alla fine non mi ci crede nessuno. L’importante è che l’Italia per me è per certi versi la prima e per altri la seconda patria e una fraterna amicizia mi lega a voi e alla vostra terra e cultura. Io lo dico sempre che Roma appartiene più a me che ai molti romani e italiani!

Un solo lungometraggio nella sua lunga carriera? [Tra l’altro, così particolare, come un remake di Godard]. Come mai? Non le interessa raccontare storie a soggetto?
Era l’anno 1960. Dovevo scegliere tra architettura e cinema. Nel giro di pochi giorni vidi prima L’Avventura di Antonioni e poi A Bout de Souffle (Fino All’ultimo Respiro) di Godard.  Per me fu come rinascere, trovare una nuova identità, era il colpo di fulmine! Cosi mi decisi che se un giorno avessi fatto cinema il mio primo film sarebbe stato rifare quel grande terremoto di Godard. Gli ero sinceramente debitore. Lui per me è stato come un angelo liberatore ma lo è stato per generazioni di registi: un Picasso del cinema. Avevo in programma anche quel piccolo gioiello di Visconti che èOssessione ma anche un film tratto da Il taglio del bosco di Carlo Cassola ma purtroppo poi non se ne fece nulla.

Il film di domani: se dovesse scegliere un tema per raccontare l’Iran di oggi, su cosa girerebbe?
Ho perso l’abitudine di fare film anche se praticamente sono considerato un regista tutt’ora in attività. L’Iran, la Persia, è anche il paese degli splendidi tappeti famosi in tutto il mondo. Tappeti da sogno, in maggior parte realizzati dai nomadi, gente dei villaggi, donne e bambine povere e senza né istruzione né carta d’identità ma che hanno adornato i più fastosi palazzi dei reali di tutto il mondo. Per me l’Iran è il tappeto madre da cui provengono tutte queste gemme ormai in via d’estinzione assoluta. Ho cominciato anni fa a fare un documentario lunghissimo, a puntate rimasto incompiuto per ragioni economiche e divergenze tra i capi tribù. Sarebbe bello e essenziale rifare questo difficilissimo Opus.

Tra i nuovi registi del cinema iraniano, c’è qualcuno che le piace in particolare ? Se dovesse consigliare a un italiano un film iraniano degli ultimi due anni, che titolo sceglierebbe?
Spero che non me ne vogliate ma io che anni fa a Roma vedevo più di 5 film al giorno correndo tenacemente da un cinema all’altro e anni dopo da un paese all’altro per vederli, ora non ne vedo neanche uno da decine d’anni. Ho smesso di vedere i film a soggetto da più di trent’anni. Ora cerco di vedere solo i documentari scelti con molta premura e niente di più. La causa era la censura preventiva, il brutto e falso doppiaggio, la merce putrefatta che ci veniva venduta e poi c’è la perdita di appetito, la curiosità filmica, non vedendone e sentendone l’importanza. Da anni ormai quasi tutto il cinema fiction – delle volte perfino le tragedie e i film americani – mi fanno morire di risate e non posso farci nulla. In più detesto anche la TV che considero veramente come l’oppio dei popoli a pari dei cellulari.  Sono rimasto come l’uomo delle caverne all’età della pietra:  al neorealismo, al miglior Fellini, Antonioni, Rosi, Petri, Ferreri, Rossellini, Pasolini, Malle, Resnais, Bresson, Bergman, Trauffaut, I primi Godard, Ozu, Dreyer, Ophuls, Mizoguchi, Shindo, Milos Forman, Pabst, Vertov, Ivens, Flaherty, Bunuel e cosi via…. In Iran ho amato e amo tutt’ora i lavori – quelli fatti in Iran – del compianto Sohrab Shahid Sales (Un Caso Semplice, La Natura Morta) e qualche lavoro Iraniano di Amir Naderi che fu come un figlio adottivo per me ma purtroppo si rifugiò in America. Certo ci sono anche i lavori di Kiarostami , della famiglia Makhmalbaf, Panahi, Ghobadi ed altri ma per me ormai è troppo tardi e dovrei andare a dormire perché domani il lavoro m’aspetta…. Ormai cerco di vedere i film nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, negli ospizi, dentro le famiglie, dietro le porte dei tribunali, sulle pagine dei giornali che guardo attentamente prima di dormire….SOGNI D’ORO !

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Non ci posso credere!

Farhadi ce l’ha fatta: Una separazione è il primo film iraniano a vincere l’Oscar. La notizia addolcisce il lunedì mattina ed esalta il primo giorno di Diruz. Vedo la premiazione su internet e verso la prima lacrimuccia. Come disse Benigni per il suo di Oscar, “My body is in tumult”. Figuriamoci gli iraniani! E infatti sul web impazza l’entusiasmo per un premio meritatissimo, che fa onore all’immensa cultura di questo popolo.

Bene, accendo la tv per il primo tg del mattino. Sul Tg 1 si parla di Oscar, ma non di quello vinto dal film iraniano. Costumi, scenografie, fotografia, ecc. Quello al miglior film straniero viene taciuto. E vabbè – mi sono detto – in fondo è sempre Raiuno, che mi aspettavo?

E invece il silenzio regna ovunque: Rainews, mediaset, per non parlare dei siti web delle grandi testate nazionali: Repubblica, Corriere, Stampa. Nessuno mette la vittoria di “Una separazione” nemmeno nei sommari! E il giorno dopo (oggi) la musica non cambia. Sì, certo, negli elenchi dei premi il film c’è. E vorrei ben vedere.

Ma da un punto di vista strettamente giornalistico, è questa la vera grande notizia di questa edizione degli Oscar. O no?

Unica voce fuori dal coro, quella del Manifesto. In prima pagina Daniele Silvestri scrive: “Quando non si aggira pericolosamente per il mondo un presidente Usa integralista, Hollywood, progressista ma pronta al conflitto non moderato, si rilassa. Anche troppo a giudicare dagli Oscar di domenica notte (Una separazione a parte, perché mai un iraniano vinse, e questo film non è né proibito a Tehran né subdolamente dissidente)”. All’interno Giulia D’Agnolo Vallan ci informa anche che “A Separation è la prima produzione da un paese musulmano che vince nella categoria di miglior film straniero”.

Tutto il resto è silenzio. Difficile pensare che sia una semplice svista. Evidentemente nella narrazione dell’Iran, un premio Oscar stona, non piace, mette in crisi un’idea precostituita del Paese.

E così, mentre i media Usa hanno parlato del carattere “storico” di questo premio, la stampa italiana lo ha snobbato.

Ad ogni modo, tanto per rimanere in tema, ecco la registrazione di un incontro organizzato la scorsa settimana da Radio radicale col Javad Shamaghdari, vice Ministro della Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran. Si parla, tra le altre cose, anche di “Una separazione” e del processo a Jafar Panahi.