Per l’Iran arriva l’inverno delle sanzioni Usa

Il 2 novembre 2018 gli Stati Uniti hanno annunciato il ripristino di tutte le sanzioni contro l’Iran revocate con l’accordo del 2015 sul nucleare. Con un tweet molto scenografico, chiaramente ispirato alla serie tv Game of Thrones (“Winter is coming”)  il presidente Donald Trump ha annunciato che le sanzioni “stanno arrivando”, più precisamente dal 5 novembre.

Sul sito web della Casa Bianca il presidente ha spiegato: “Il nostro obiettivo è obbligare il regime a fare una scelta specifica: o porre fine a questo comportamento negativo, o continuare sulla strada della catastrofe economica”. L’obiettivo – piuttosto fumoso, per la verità – dell’attuale amministrazione Usa, è arrivare a un nuovo accordo con Teheran che “blocchi per sempre il suo percorso verso le armi nucleari, e che interessi l’intero spettro delle sue azioni negative e che sia degno del popolo iraniano”.

Particolare sempre omesso da Trump: il cosiddetto JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) raggiunto nel 2015 non è un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Iran, ma un’intesa tra il gruppo 5+1, sancita da una risoluzione ONU.

Che tipo di sanzioni

Le nuove sanzioni sono le cosiddette “secondarie”, che cioè colpiscono soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con un paese designato, in questo caso con l’Iran. Queste sanzioni erano state sospese nel gennaio 2016 in virtù dell’accordo raggiunto tra Iran e Gruppo 5 + 1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) sul programma nucleare l’anno precedente.

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che saranno colpiti principalmente il settore energetico e quello finanziario, oltre alla cantieristica navale e agli operatori portuali, con l’obiettivo di far sì che l’Iran “si comporti come un Paese normale”.

I Paesi esentati dalle sanzioni per sei mesi

Le nuove sanzioni Usa prevedono l’esenzione per otto Paesi – (Cina, India, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia) –  che potranno continuare a importare petrolio da Teheran per un periodo massimo di sei mesi, trascorsi i quali ci sarà una valutazione della situazione.

La reazione dell’Unione europea

Netta la presa di posizione dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Federica Mogherini che in un comunicato congiunto con i ministri degli Esteri e delle Finanze di Francia, Regno Unito e Germania, ha condannato “profondamente la reimposizione ulteriore di sanzioni da parte degli Stati Uniti”, dichiarando che l’Unione europea continuerà a lavorare per “proteggere gli operatori economici europei” e mantenere aperti i “canali finanziari effettivi con l’Iran” e le “esportazioni di petrolio e gas”.

Nel comunicato si sottolinea come l’accordo del 2015  sia “un elemento chiave dell’architettura di non-proliferazione nucleare e della diplomazia multilaterale” ed “è cruciale per la sicurezza dell’Europa, della regione e del mondo intero”. Si ricorda inoltre  che “l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha confermato in dodici rapporti consecutivi che l’Iran si attiene ai suoi impegni ai sensi dell’accordo” e “ci aspettiamo che continui ad attuare integralmente tutti i suoi impegni nucleari, come stabilito dal Jcpoa”.

La reazione di Teheran

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Bahram Qassemi ha ostentato sicurezza: “Non c’è motivo di preoccuparsi. Dovremo aspettare e constatare che gli Stati Uniti non sono in grado di mettere in pratica alcuna misura contro la grandiosa e coraggiosa Nazione iraniana”.

La Guida Ali Khamenei ha dichiarato che “in questi 40 anni (da quando cioè esiste la Repubblica islamica) gli Usa sono gli sconfitti e l’Iran è il vincitore”.

Il quotidiano conservatore Kayhan titola: “Le sanzioni petrolifere degli Stati Uniti falliscono. Avete visto: l’America non può farci un dannato nulla!”. Quest’ultima è una citazione di una famosa affermazione di Khomeini durante la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran (4 novembre 1979 – 20 gennaio 1981)

La decisione di Washington era ampiamente prevista in Iran e anzi la presa di posizione di Trump ha in un certo senso risollevato il presidente Hassan Rouhani, alle prese da mesi con una situazione economica difficile e un’opposizione molto dura da parte dei conservatori.

 

 

Gli effetti reali sulla popolazione iraniana

Sebbene Pompeo dica che le sanzioni colpiranno il regime e non la popolazione, è davvero difficile credere che gli iraniani non soffriranno per il nuovo giro di vite imposto dall’amministrazione Trump. Già il primo round dello scorso luglio ha avuto un impatto sensibile sulla vita degli iraniani, comportando una generale insicurezza finanziaria, il crollo del rial rispetto al dollaro e  un aumento generalizzato del costo della vita. Non solo: sebbene i beni umanitari come le medicine, non rientrassero direttamente tra i beni colpiti dalle sanzioni, l’impatto sulle transazioni finanziarie ha praticamente bloccato le attività delle organizzazioni umanitarie.

In Iran circola un gioco di parole: “Mushak hast, pushak nist”, “Missili ne abbiamo, pannolini no”.  Gli iraniani hanno dimostrato sempre di sapersi adattare alle situazioni più critiche. E questa sembra davvero esserlo.

Leggi anche il Focus ISPI: Iran: tornano le sanzioni sul petrolio, quali conseguenze?

 

Salvate il soldato Rouhani

Salvate il soldato Rouhani

In politica, come nella vita,  gli attacchi più pericolosi non arrivano dai nemici dichiarati, ma da quelli che dovrebbero esserti amici. Ne sa qualcosa il presidente iraniano Hassan Rouhani, che sta vivendo una estenuante stagione di isolamento e attacchi. Dopo le diverse ondate di proteste popolari – la più intensa fu quella a cavallo tra gli ultimi giorni del 2017 e i primi del 2018 – e il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, Rouhani deve adesso fronteggiare l’attacco politico del parlamento. Che il 26 agosto ha sfiduciato il suo ministro delle Finanze Massud Karabasian e due giorni dopo lo ha chiamato direttamente in aula a rispondere a qualcosa di assai simile a una nostra interrogazione parlamentare. In base alla Costituzione iraniana, infatti, qualora almeno un quarto dei deputati pone delle domande al presidente, questo è obbligato a rispondere in aula. Su ogni domanda il parlamento vota e se si prospetta una violazione della legge, il presidente può essere rinviato al giudizio della magistratura.

Il 28 agosto Rouhani è stato chiamato a rispondere su cinque questioni:  contrasto al contrabbando di merci e valuta; sanzioni bancarie; disoccupazione; bassa crescita dell’economia e svalutazione del rial. Su ognuno di questi temi il majles ha votato e Rouhani è risultato convincente soltanto sul tema delle sanzioni bancarie, mentre sugli altri quattro punti ha ricevuto il voto negativo non solo dei conservatori, ma anche da una parte consistente dai moderato-riformisti che lo hanno sostenuto fin qui. La coalizione Omid (speranza) può infatti contare su un centinaio di voti (su 290 seggi totali) ma su quattro delle cinque questioni sottoposte a voto, Rouhani ha ottenuto meno di ottanta voti, segno evidente che anche all’interno del suo schieramento la fiducia comincia a venire meno. 

 

 

Aftab-yazd titola: “Vittima di buone intenzioni”

 

Difficilmente questo confronto avrà un seguito giudiziario, come vorrebbe lo schieramento conservatore dei principalisti: sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica islamica. La questione è chiaramente politica e sarà appunto la politica a doverla risolvere. Il problema è che al momento non si scorgono vie d’uscita. L’impeachment, agitato dagli oppositori del presidente, sarebbe un rischio per tutto il sistema. L’unico precedente risale agli albori della Repubblica islamica, quando nel giugno 1981 il parlamento mise in stato d’accusa il primo presidente Abolhassan Bani Sadr. Ma fu appunto un passaggio drammatico, che segnò un cambio di passo sostanziale nella storia del Paese. Sembra improbabile che oggi il sistema, a cominciare dalla Guida Ali Khamenei sia pronto oggi a rivivere un passaggio simile.

E’ comunque innegabile che Rouhani oggi sia più isolato che mai. La situazione economica è drammatica e il peggio deve ancora arrivare, perché il 4 novembre scatteranno le sanzioni americane che riguardano le esportazioni di greggio e le transazioni con la Banca centrale iraniana. Per gli iraniani sarà un colpo duro, il cui effetto reale sarà da valutare nei mesi successivi. Sicuramente a Teheran c’è chi gongola: sono tutti quelli che erano contrari all’accordo con gli Usa e che – in molti casi – avevano anche un interesse economico nel volere che nulla cambiasse. Le sanzioni hanno alimentato un mercato nero ancora oggi difficilissimo da estirpare.

L’alternativa all’attuale presidente al momento non si vede. Alle elezioni mancano quasi tre anni e l’ipotesi peggiore per il fronte moderato-riformista (non ci stancheremo mai di ripeterlo: Rouhani non è un riformista e il suo è un governo di coalizione) è un destino simile a quello del secondo mandato di Mohammad Khatami, che dal 2002 al 2005 visse una lunga agonia frutto della delusione delle mancate riforme e dell’isolamento internazionale voluto da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.

 

Shargh: “Non siamo stati convinti”

La delusione degli iraniani oggi forse è ancora maggiore rispetto a quella stagione. Dal 2013 le aperture sono state notevoli, non tanto in termini politici quanto di mercato. Chi conosce il Paese, sa che l’Iran di oggi non è paragonabile a quello degli otto anni di presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Ma adesso è grande la confusione da parte di tutti gli attori della politica iraniana. Lo stesso Rouhani non sempre dimostra di avere una vera strategia. Diversi parlamentari – anche riformisti – lo accusano di negare la realtà invece di indicare una soluzione ai problemi.

Come una decina d’anni fa, quando il primo mandato di Ahmadinejad si stava per concludere, anche oggi diversi osservatori prospettano un rafforzamento dei militari. L’uomo forte da spendere in chiave politica potrebbe essere Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, divenuto assai popolare negli ultimi anni per il suo ruolo in prima linea nella lotta all’Isis. Ma nella storia della Repubblica islamica i militari sono stati importanti ma non hanno mai avuto un ruolo politico determinante. Resta il fatto che non si intravede una nuova classe politica in grado di rimpiazzare quella uscita dalla rivoluzione. E quindi non sono da escludere scenari inediti per l’Iran, fermo restando che il regime change tanto sognato da Washington continua a essere l’ipotesi meno concreta.

Come le sanzioni contro l’Iran colpiscono anche l’Italia

Intervista di Sputnik ad Antonello Sacchetti sulle conseguenze economiche del ritiro degli Usa dal JCPOA.

Le nuove sanzioni contro l’Iran rappresentano un’azione unilaterale di per sé molto pesante e molto grave. Ricordiamo che il famoso accordo del 14 luglio 2015 non è un accordo bilaterale fra Stati Uniti e Iran, ma ovviamente un accordo di un gruppo, 5 più 1, cioè i membri di sicurezza dell’ONU con la Germania e l’Iran. Il programma sul nucleare iraniano è stato uno dei casi diplomatici internazionali più scottanti degli ultimi 20 anni. Quando si ritira in modo totalmente autonomo la controparte più rilevante da un accordo come questo l’accaduto non può non avere un peso politico pesantissimo. L’agenzia internazionale per l’energia atomica ha smentito i sospetti degli Stati Uniti, sostenuti anche da Israele. Dall’entrata in vigore dell’accordo le ispezioni dell’AIEA si sono svolte regolarmente e non hanno mai rilevato violazioni. Nelle indicazioni di Trump inoltre non vi sono dati precisi, si tratta più di un umore.

Leggi l’intervista completa su Sputnik 

Quali prospettive per l’Iran dopo la svolta di Trump

Quali prospettive per l'Iran dopo la svolta di Trump

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare (JCPOA) sta incidendo moltissimo sugli equilibri politici del Medio Oriente. Se ne è parlato già molto e se ne discuterà sicuramente ancora.

E’ però interessante analizzare come il passo indietro deciso da Donald Trump stia incidendo anche sulla situazione politica interna dell’Iran. Lo racconta Giorgia Perletta in un’analisi per l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Il destino dell’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è appeso a un filo o, per meglio dire, alla volontà politica europea di resistere alle pressioni politiche statunitensi. Altresì, è il governo Rouhani a dover resistere, e non solo alle sanzioni secondarie la cui prossima reintroduzione spaventa l’economia iraniana (e gli investitori europei), ma soprattutto alle accuse interne che muovono il dibattito politico.

Il JCPOA, oggi come già in passato, si trova ad essere il palcoscenico dello scontro politico iraniano, dietro cui si snodano gli interessi particolaristici delle singole fazioni. Nulla di nuovo. La politica estera della Repubblica Islamica è sempre stata una proiezione delle dinamiche interne, e le voci che si elevano sul destino (e sulla natura stessa) dell’accordo riflettono, di fatto, il proverbiale fazionalismo interno. A livello internazionale è ben nota la versione ufficiale del governo Rouhani, che ha affidato la sua sopravvivenza e legittimità politiche al raggiungimento (e auspicabile mantenimento) dell’accordo con i P5+1. Il ministro degli Esteri Mohammad Zarif lo definiva un “raro trionfo della diplomazia sul confronto”, un messaggio che, tra le righe, affermava la postura moderata e dialogante del governo in carica, e che implicitamente collocava nel “girone dei belligeranti” coloro che si opponevano al JCPOA. All’interno della Repubblica Islamica, infatti, le accuse rivolte a Rouhani tendono a strumentalizzare lo storico sentimento di sospetto e sfiducia verso gli Stati Uniti, la cui rinnovata postura intransigente nei confronti di Teheran ha fornito il pretesto per attaccare il presidente della Repubblica. Per quanto nota la polarizzazione esistente sul valore dell’accordo, che si staglia come la punta di un iceberg dell’intero operato del governo, un pluralismo di voci sta animando il dibattito politico e la loro comprensione risulta determinante soprattutto per individuare la complessità delle sorgenti di accusa.

Continua a leggere sul sito dell’Ispi.

Sempre l’Ispi ha pubblicato un’analisi a firma di Annalisa Perteghella e Tiziana Corda dal titolo
USA fuori dall’accordo sul nucleare iraniano: cosa cambia per l’Italia?

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) e la conseguente reintroduzione delle sanzioni secondarie USA che erano state sospese nel gennaio 2016 aprono nuovi scenari di incertezza per le relazioni economiche tra Italia e Iran. L’Unione europea ha espresso la volontà di introdurre alcune misure allo scopo di tutelare le proprie aziende dalla portata extraterritoriale delle sanzioni statunitensi. Si tratta di una corsa contro il tempo: ad agosto rientreranno in vigore alcune delle sanzioni in precedenza sospese, mentre le rimanenti rientreranno in vigore a novembre. Questa analisi esplora gli obiettivi della nuova strategia USA di isolamento economico dell’Iran, analizza le potenziali implicazioni economiche per l’Italia e delinea alcune raccomandazioni di policy al fine di salvaguardare l’esistenza del JCPOA e le relazioni economiche e commerciali tra Italia e Iran

Leggi l’analisi completa

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran. La mattina del 7 giugno 2017 la capitale iraniana è stata colpita da un duplice attentato terroristico. Il bilancio complessivo (e provvisorio)  è di 17 morti e 42 feriti. Gli attacchi sono stati rivendicati dal ramo libico dell’Isis.

Attacco a Teheran: cosa è successo

Un gruppo di uomini armati travestiti da donna è riuscito a superare i controlli ed è entrato nel majles, il parlamento, prendendo in ostaggio quattro persone., non riuscendo, tuttavia, a raggiungere l’aula dei deputati. Nel successivo conflitto a fuoco sono morte due guardie e due impiegati. Successivamente all’arrivo delle teste di cuoio, un terrorista si è fatto esplodere, un altro è stato catturato. Tutti gli altri sono stati uccisi. Un altro terrorista ha sparato sui passanti nella vicina piazza Baharestan.

Contemporaneamente, un altro commando armato di quattro persone ha attaccato il Mausoleo di Khomeini, a sud di Teheran, non lontano dall’aeroporto internazionale. Due terroristi, tra cui una donna, uan volta scoperti, si sono fatti esplodere. Gli altri due sono stati catturati dai pasdaran.

Attacco a Teheran: chi è stato?

L’Isis ha rivendicato gli attentati. Alcuni elementi, tuttavia, sembrano tuttavia suggerire quanto meno una partecipazione dei Mojaheddin-e khalq (MKO).  

Per almeno 3 motivi.

Sembra piuttosto difficile che l’Isis sia riuscito a colpire “da solo” l’Iran in questo modo. Innanzitutto per il fatto stesso di essere riusciti a colpire in modo così eclatante l’Iran. Teheran ha più volte dichiarato di essere riuscita a sventare almeno 20 attentati pianificati dall’ISIS. Quando poi ha colpito lo ha fatto in modo davvero sconvolgente.

Per gli obiettivi scelti. L’Isis colpisce spesso nel mucchio. Qui hanno colpito il parlamento e il mausoleo del fondatore della Repubblica islamica. Il bersaglio è proprio il sistema iraniano, attaccato in pieno ramadan e a pochi giorni dall’anniversario della morte di Khomeini.

Per la modalità usata. Una terrorista catturata avrebbe con sé la fialetta di cianuro, per non cadere viva nelle mani dei pasdaran. Esattamente come hanno sempre fatto i militanti MKO. Non solo: anche lo stratagemma degli assalitori del parlamento di vestirsi da donna, col chador, per coprire le armi, è tipica dell’MKO. Così uccisero, nel dicembre 1981, l’ayatollah Abdul-Hussein Dastgheib. 

Da non dimenticare, inoltre, che negli anni passati, l’MKO – probabilmente su commissione di Israele e Arabia Saudita – ha assassinato diversi cittadini iraniani coinvolti in vario modo allo sviluppo del programma nucleare. Segno di una presenza sicuramente limitata ma comunque potenzialmente pericolosa sul territorio iraniano.

 

Attacco a Teheran: perché?

Nemmeno 24 ore prima degli attentati, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir aveva dichiarato che era necessario “punire l’Iran per il suo ruolo in Medio Oriente”. Appena due giorni prima (5 giugno) Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Yemen ed Egitto avevano interrotto le relazioni diplomatiche e tutte le comunicazioni terrestri, marittime e aeree con il Qatar, accusandolo di sostenere “organizzazioni terroristiche” come Hamas e la Fratellanza musulmana. Il vero motivo geopolitico è la riluttanza del Qatar a interrompere i rapporti economici con l’Iran, indicato come nemico numero uno da Trump nel suo viaggio a Riad del 19 maggio.

Senza dimenticare che l’Iran è da anni impegnato con truppe di “volontari” contro l’Isis in Iraq e Siria.

In una nota ripresa dall’agenzia Iran, i pasdaran sottolineano come l’attacco sia “avvenuto solo una settimana dopo l’incontro tra il presidente Trump e gli alleati nella regione” (l’Arabia Saudita, ndr) e il “coinvolgimento dell’Isis mostra le loro responsabilità”.

In serata, il commento della Casa Bianca suona quasi come una rivendicazione: in sostanza, l’Iran se la sarebbe cercata.

 

Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Trump l’oeil

Per mesi si è detto: per capire come andranno le elezioni presidenziali iraniane di maggio, aspettiamo quelle americane di novembre. Ecco qua: il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è il repubblicano Donald Trump.

Tutto il mondo sembra sotto shock o comunque almeno sorpreso da questo risultato. E in Iran? Cosa dicono i politici, i media e le gente comune? Perché un dato va tenuto presente: l’iraniano medio da sempre pone molta attenzione a quello che accade negli States. Con un misto di diffidenza, sospetto, curiosità, pregiudizio o ammirazione a seconda dei casi. Ma quasi mai con indifferenza.

A pochi giorni dal voto, un po’ a sorpresa, la Guida Khamenei aveva espresso in un discorso pubblico un appoggio indiretto a Donald Trump. Criticando entrambi i candidati, la Guida aveva però riconosciuto al repubblicano il merito di incontrare il consenso del popolo, di non essere espressione di una élite.

D’altra parte, non è un mistero che i conservatori iraniani speravano quasi tutti in una sconfitta di Hillary Clinton. Esiste una tradizione decennale in questo senso: da Ronald Reagan in poi, gli iraniani hanno sempre preferito l’approccio poco ideologico e molto pragmatico dei repubblicani alle buone intenzioni dei democratici. Con Carter ci fu la crisi degli ostaggi che fu risolta a tutto vantaggio del candidato repubblicano Reagan, con gli ostaggi che tornavano a casa proprio mentre l’ex attore pronunciava il giuramento a Washington.

Un’eccezione c’è ovviamente stata: quella di George W. Bush, che nel 2002 rispedì al mittente una proposta di accordo lanciata direttamente da Khamenei tramite l’ambasciata svizzera di Teheran (ne parlammo qui). E poi , certo, l’accordo sul nucleare si è raggiunto col democratico Obama alla Casa Bianca e con Rouhani in viale Pasteur. Era una finestra aperta per un periodo limitato ed ora un’anta si è già chiusa.

Resisterà l’accordo alla presidenza Trump? Da candidato, il tycoon ha più volte bollato come “pessimo” quel risultato. Ma è anche vero che se l’asse della sua politica estera è la riconciliazione con la Russia, un atteggiamento per lo meno cauto nei confronti di Teheran sembrerebbe quanto mai opportuno per cercare di arrivare a un compromesso con la Siria.

Hillary Clinton, dal canto suo, non aveva mai sostenuto molto l’accordo con Teheran ed anzi aveva più volte tranquillizzato gli storici alleati arabi sunniti del Golfo circa le intenzioni di Washington di non cambiare i cardini della propria politica in Medio Oriente. Il punto è proprio questo: davvero Trump volterà le spalle alle monarchie sunnite? Sarà importante vedere quale Segretario di Stato sceglierà il neopresidente. Già da questo si potranno fare le prime previsioni.

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che gli accordi sul nucleare

non possono essere cambiati dalle decisioni di un singolo governo.

Aggiungendo che

i risultati delle elezioni americane non influenzeranno in alcun modo le politiche della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif è apparso più preoccupato, appellandosi a Trump affinché sia

consapevole delle dinamiche politiche del Medio Oriente

e ricordando che l’accorso sul nucleare deve essere ancora implementato.

Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha sottolineato come il governo iraniano resterà fedele ai propri impegni qualsiasi cosa accada nei governi delle altre nazioni.

Va ricordato, come sottolineato anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, che il JCPOA non sia un accordo a due tra Usa e Iran ma un accordo raggiunto con il Gruppo 5+1 e definito da una risoluzione ONU.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che un presidente degli Usa non possa boicottare un accordo che già adesso stenta a trovare un’applicazione effettiva per via delle ritrosie delle banche europee a sfidare gli ostacoli posti dai colossi finanziari americani. La nuova amministrazione potrebbe puntare a provocare gli iraniani fino a un loro passo indietro dall’accordo.

Sono tutte supposizioni, per ora.

Ironia social dei conservatori iraniani su vittoria #trump che fa traballare l’accordo sul nucleare…

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) in data:


Ali Motahari, vice presidente del parlamento, crede che la vittoria di Trump favorirà l’Iran.

Trump è più onesto della Clinton e le sue posizioni sulla Siria sono buone. Inoltre ha una visione condivisibile sull’Arabia Saudita e ha ottime relazioni con la Russia. Persino la sua opposizione all’accordo nucleare non è pericolosa, perché in pratica non può fare niente.

Molto diverso il giudizio dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente e attualmente a capo del Consiglio per il Discernimento:

Trump è un soggetto pericoloso, privo di principi ed incline a violare regole e accordi.

 

etemad

Etemad: Il mondo preoccupato dell’America di Trump

 

hamshahri

 

Hamshahri: Gli americani ancora una volta contro l’America

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Kayhan: Trump presidente Usa. La vittoria di un pazzo su una bugiarda

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Shargh: Tempesta Trump

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Vatan-e Emruz: House of Cards

Secondo Ahmad Bakhshayesh, ex deputato iraniano, non esiste un reale pericolo per l’accordo sul nucleare. Le parole di Trump in campagna elettorale sarebbero di pura facciata, per colpire i democratici.

Come – ha aggiunto – i principalisti che da noi criticano il governo Rouhani qualsiasi cosa faccia.

Se ne riparlerà tra un paio di mesi, quando Trump entrerà in carica con il proprio Segretario di Stato.

 

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