Imperdonabile

L’abbattimento dell’aereo ucraino è divento il tema centrale della crisi iraniana. Dopo aver negato per tre giorni qualsiasi responsabilità nella tragedia, sabato 11 gennaio il generale Amir Ali Hajizadeh, capo delle Forze aeree dei Guardiani della Rivoluzione, ha ammesso la piena responsabilità nell’abbattimento dell’aereo ucraino: l’incidente sarebbe stato provocato da un soldato che avrebbe scambiato l’aereo per un missile da crociera e avrebbe agito senza che venisse impartito un ordine a causa di un’interferenza nelle telecomunicazioni. Il presidente Hassan Rouhani ha pubblicamente chiesto scusa per il “disastroso errore”, mentre il ministro degli Esteri Javad Zarif accusa gli Stati Uniti per aver dato il via all’escalation in cui è maturata la tragedia.

Effetto Chernobyl

Scuse che ora appaiono tardive e inevitabili. L’ammissione non suona come una dimostrazione di trasparenza, ma di debolezza. I paralleli storici spesso sono fuorvianti, ma questa situazione ricorda cosa rappresentò il disastro di Chernobyl per l’Unione Sovietica nel 1986. Anche allora, le autorità sovietiche inizialmente negarono il disastro, ma poi, costretti dall’evidenza dei fatti, furono costretti ad ammettere l’errore e il successivo insabbiamento. Così adesso l’ammissione dei Pasdaran non può non avere conseguenze sul piano interno. E infatti già in serata, all’Università Amir Kabir di Teheran, sono tornate le proteste, con slogan molto duri contro la Guida Khamenei. Il giornale Iran, organo del governo, titola semplicemente “Imperdonabile”.

“Imperdonabile”
Proteste davanti all’Università Amir Kabir di Teheran

I fatti sono ormai sotto gli occhi di tutto il mondo. Nel giro di una settimana, dall’assassinio di Soleimani, più di 200 persone hanno perso la vita in incidenti correlati. Martedì 7 gennaio 59 persone hanno perso la vita nella calca durante i funerali di Soleimani a Kerman. E nelle prime ore di mercoledì, poche ore dopo l’attacco dell’Iran alle basi statunitensi in Iraq, un aereo civile appartenente alle compagnie aeree ucraine si è schiantato alla periferia di Teheran, uccidendo almeno 176 persone, di cui 147 iraniani.

Questa nuova fase della crisi isola ancora di più l’Iran a livello internazionale, ma soprattutto apre una ferita profonda tra il sistema politico e l’opinione pubblica.

Se i funerali di Soleimani avevano dato l’impressione di una rinnovata unità nazionale, adesso per la Repubblica islamica sarà difficile recuperare questo disastro umanitario e politico.

Ci sarà nuovamente un blackout del web per nascondere il malcontento? Di certo, siamo appena all’11 gennaio ed è già un anno lunghissimo.

Quel che resta del giorno

Pochi giorni, nella storia recente dell’Iran, sono stati lunghi e intensi come l’8 gennaio 2020, 18 dey 1398, per il calendario persiano. Poco dopo la mezzanotte, Teheran ha messo in atto l’annunciata rappresaglia contro gli Usa per l’uccisione del generale Soleimani. Lanciati 22 missili a corto raggio contro due basi militari in Iraq, che ospitano soldati americani: a Ain al Asad, nella regione occidentale di al Anbar, e a Erbil, nella regione autonoma del Kurdistan iracheno. I media iraniani sostengono che l’operazione avrebbe provocato 80 morti tra i militari americani. Gli Usa sostengono invece che non ci sono vittime né statunitensi né irachene.

Cronaca di un attacco annunciato

L’Iran colpisce dove aveva detto che avrebbe colpito. Per gli esperti militari, è una dimostrazione di forza e allo stesso tempo di auto-controllo.

Trump twitta: “Va tutto bene”. E annuncia un discorso alla nazione che terrò soltanto alle 17 ora italiana.

Terremoti e altri disastri

Alle 5,50 è stato registrato un terremoto di 4.5 gradi della scala Richter vicino a Bushehr, città in cui sorge un impianto nucleare. Senza fare vittime, per fortuna.

Alle 6 del mattino un Boeing 737 della Ukraine International Airlines è precipitato pochi minuti dopo il decollo da Teheran: morti tutti i passeggeri e l’equipaggio (170 persone in tutto).

Per il resto del giorno, ci sono state tante parole. Minacce incrociate tra Washington e Teheran, commenti e analisi sui media di tutto il mondo. La guerra è a un passo, anzi no, è già iniziata.

Da Teheran mi suggeriscono: la crisi è finita. Non si andrà oltre questo, perché né gli Usa né l’Iran vogliono la guerra. Non per davvero, non ora.

Parla Trump

Poi parla Trump e in sostanza conferma questa tesi: niente guerra, per ora. È uno dei suoi soliti discorsi: esordisce contro le ambizioni nucleare iraniane, poi rivendica l’uccisione di Soleimani, accusa l’Iran di essere un pericolo, invita i Paesi a uscire dall’accordo sul nucleare, ma alla fine rilancia per un nuovo e più grande accordo con Teheran. Anche perché di colpo si ricorda che l’Isis è un pericolo per entrambi (ma allora perché hai ammazzato Soleimani?).

Al popolo e leader iraniani, auguro un grande futuro, in armonia col resto del mondo. gli usa sono pronti a fare pace con chiunque.

Auguri e figli maschi.

Trump annuncia nuove sanzioni e il tutto viene accolto come de-escalation. Quando si dice, sapersela vendere.

La giornata Forse la giornata finisce meglio di come sia iniziata. Non ci voleva molto, questo è vero. Ma è già qualcosa.

Raccontarsela

Personalmente mi sento di suggerire alcune riflessioni, senza la pretesa di dare indicazioni.

Non cambierà molto, nel breve periodo. Le tensioni non svaniranno in un attimo. Ma è anche vero che queste ultime settimane ci hanno insegnato a non sbilanciarci. Perché davvero sono state scritte cose incredibili, spesso senza alcuna base logica. La Terza Guerra Mondiale era lo scenario più roseo, per alcuni. E allora perché escludere a priori un accordo tra Trump e Teheran prima di novembre? Per The Donald sarebbe uno spot elettorale irresistibile. Per la leadership iraniana una boccata di ossigeno salvifica. Rouhani ha ormai finito il suo ruolo e la sua storia conferma un vecchio assioma dell’Iran repubblicano: si scende a patti – magari sottobanco – più facilmente con Washington quando alla Casa Bianca ci sono i repubblicani (vedi alla voce Reagan). Un patto, non necessariamente un grande accordo. Il problema è però capire chi possa prendere questa iniziativa, soprattutto negli Usa. Perché si fatica a ravvisare una benché minima strategia di medio termine in quello che sta avvenendo nelle ultime settimane.

Va poi detto che con Soleimani se ne va un personaggio che stava uscendo un po’ dagli schemi canonici della Repubblica islamica, in cui i militari – secondo il lascito politico di Khomeini – non devono entrare in politica. E Soleimani di politica – estera – ne stava facendo fin troppa. Un anno fa, quando Assad era arrivato in visita a Teheran, aveva incontrato lui e non Zarif, che infatti si era dimesso per protesta. Poi certo, era stato lo stesso Soleimani a tessere le lodi di Zarif e premere per il suo ritorno. Però il danno era stato fatto.

Gli iraniani – si sa – amano le teorie del complotto. E in questi giorni più di qualcuno vocifera che il “martire vivente” sia stato venduto agli americani perché divenuto troppo scomodo… Fantapolitica? Probabile.

Funerali di Qasem Soleimani a Teheran, 6 gennaio 2020

Altra considerazione sui funerali di Soleimani. Non importa quanti siano stati i partecipanti: non potevano certo essere tutti cooptati dalla Repubblica islamica. Certo, è stata anche una grandiosa operazione di propaganda. Ma i sentimenti che questa morte ha suscitato tra gli iraniani sono contrastanti. Chi lo identifica col regime, ha visto sparire un simbolo odioso. Chi lo ricorda per il ruolo nella guerra contro l’Iraq, ha in fondo perso un “piccolo padre”. Così come molti scontenti e oppositori della Repubblica islamica piansero nel 1989 Khomeini e nel 2017 Rafsanjani. I padri, seppure odiati, quando se ne vanno lasciano degli orfani. Sempre.

I miei compiti a casa: leggere October Surprise di Gary Sick.

Domani (enshallah) è un altro giorno.

Il delirio di Trump

Nell’escalation seguita all’assassinio del generale iraniano Qasem Soleimani, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato una serie di tweet minacciosi nei confronti dell’Iran. Intorno alla mezzanotte del 4 gennaio 2020 (ora di Washington) ha scritto che gli Stati Uniti hanno individuato

52 siti iraniani (in rappresaglia dei 52 americani presi in ostaggio dall’Iran anni fa), alcuni dei quali di alto livello e importanti per l’Iran e la cultura iraniana, e quegli obiettivi, e lo stesso Iran, saranno colpiti molto velocemente e molto duramente. Gli Usa non vogliono più minacce!

Sui siti Unesco in Iran leggi anche: https://www.crognali.it/iran-unesco/

La minaccia di Trump è una palese violazione della Convenzione convenzione stipulata all’Aja nel 1954 e delle stessi leggi di guerra americane.

Dopo Soleimani

Dopo Soleimani

La prima questione è semantica: a seconda di chi parla (o scrive) il generale Qasem Soleimani è stato “ucciso”, “assassinato” o – molto asetticamente – “eliminato”, come se avesse perso una partita di un torneo di tennis. In fondo si tratterebbe di dire: il presidente degli Usa ha ordinato una strage. Tra le vittime ci sono Abu Mehdi al-Muhandis, ufficiale di un Paese (l’Iraq) alleato degli Usa, e Qasem Soleimani, generale di un Paese (l’Iran) con cui gli Usa non sono formalmente in guerra. I fatti sono questi.

Poi ci sono le reazioni di commentatori e politici, che hanno scandito tutta la giornata di venerdì 3 gennaio 2020. E qui la seconda questione: davvero non immaginavo che così tante persone in Italia conoscessero così bene la storia di Soleimani e il suo ruolo nelle guerre del Medio Oriente. E tutti hanno un’opinione netta, formata. Non solo: sanno già benissimo quello che sta per succedere. Beati loro. Per me – lo confesso – la notizia è stato uno shock. 

Come ha spiegato Nicola Pedde, “con la morte di Soleimani viene paradossalmente meno l’unica e ultima garanzia negoziale degli Stati Uniti con l’Iran, l’interlocuzione diretta di Washington con l’apparato della sicurezza di Teheran e, più in generale, con l’uomo che più di ogni altro aveva esperienza e visione sul piano regionale e globale”. 

Forse proprio per questo tipo di ruolo, Soleimani si muoveva in modo tutt’altro che misterioso. Lo hanno ucciso vicino all’aeroporto di Baghdad, mentre si spostava con un una scorta ristretta. Piuttosto che di operazione di intelligence, parlerei di un vero e proprio colpo a tradimento. Il primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi ha condannato l’attentato definendolo “un’aggressione contro l’Iraq – il suo Stato, il suo governo e il suo popolo” e “una grave violazione” delle condizioni per la presenza delle Forze Usa sul territorio iracheno.

Eroe o criminale? Siamo alla fiera dell’ipocrisia: Soleimani ha vissuto una vita di guerra, ha vissuto di guerra e di guerre. La Guida Khamenei lo definiva il “martire vivente”. Nulla di “anomalo” nella sua fine. E nulla di misterioso nel suo curriculum. Abbiamo scritto di lui in tempi non sospetti, ma che oggi l’Occidente di colpo lo scopra come una minaccia è allo stesso tempo ridicolo e tragico. Appena poche ore dopo la sua morte, Khamenei ha nominato successore il suo vice, Ismail Qaani, personaggio di scarso carisma e maggiore intransigenza ideologica. 

Soleimani, spiega ancora Pedde: “anche sul piano della politica interna iraniana rappresentava una figura complessa. Molto vicino alla Guida, Ali Khamenei, il generale costituiva l’elemento di garanzia del sistema politico di prima generazione, ponendosi come baluardo della difesa degli interessi nazionali e della continuità politica della Repubblica Islamica. In quest’ottica era entrato più volte in rotta di collisione con i vertici dell’IRGC, e soprattutto con quella componente apicale espressa dall’industria militare e dal conglomerato industriale che ruota intorno al grande universo dei Pasdaran. Soleimani non era certamente uomo loro, ed anzi veniva da questi percepito più come un pericoloso outsider che non come un alleato”.

Come spiega Narges Bajoghli sul New York Times, l’uccisione di Soleimani non diminuirà l’influenza dell’Iran nella regione. Ma accelera alcune dinamiche. Innanzitutto è la pietra tombale di qualsiasi tentativo di dialogo tra Usa e Iran. Dialogo che ancora qualche settimana fa era una possibilità per lo stesso Trump. Che in serata fa quasi un mezzo passo indietro, precisando di non puntare a un “regime change” in Iran ma di aver voluto prevenire “attacchi a diplomatici americani”. L’incidente che da circa un anno tutti temevano non c’è stato: c’è stato un deliberato e assolutamente controproducente atto di guerra da parte degli Usa nei confronti dell’Iran. Questo omicidio non stabilizza la regione e non piega Teheran. Piuttosto ricompatta il fronte interno iraniano: Rouhani è ormai politicamente finito e dovrà per necessariamente seguire la linea dei conservatori. Il dialogo con l’Occidente – costato anni di lavoro diplomatico – è stato un fallimento.

Oggi in Senato si sarebbe dovuto discutere dell’impeachment ma l’uccisone di Soleimani ha stravolto l’agenda politica Usa. Quarant’anni dopo Carter, l’Iran torna a essere determinante per la rielezione di un presidente americano. L’impressione è che manchi una vera strategia di base: il presidente che vuole la foto con la stretta di mano con Rouhani a settembre, è lo stesso che ordina di uccidere Soleimani il 2 gennaio e ha poi continuato a sfidare Teheran con una serie di tweet irridenti, sulla presunta incapacità degli iraniani di vincere le guerre. La risposta di Teheran ci sarà sicuramente, ma è impossibile prevedere come, dove e quando. 

Trump ama improvvisare, l’Iran no

Un sondaggio dell’Università del Maryland mostra una grande popolarità di Soleimani in patria. Al di là della retorica governativa, si tratta di una figura molto nota e associata positivamente dai più alla “Sacra difesa”, la guerra combattuta contro l’Iraq (1980-88)
La ex vicepresidente Ebtekar ripropone una copertina di Newsweek del 2014

Iran 2020

Detto, scritto e ripetuto tante volte: la storia dell’Iran insegna a non lanciarsi mai in previsioni azzardate sul destino di questo Paese. I disordini e la repressione delle scorse settimane hanno scomodato analisi che si ripetono da una trentina d’anni: crisi economica, assenza di fiducia da parte della popolazione, Repubblica islamica a un passo dal tracollo. In questo tipo di analisi, manca quasi sempre una reale conoscenza dei protagonisti, delle dinamiche e delle tempistiche della politica iraniana. Che ha dimostrato di avere tempi di gestazione molto lunghi e generare poi cambiamenti drastici e rapidi, quasi mai nella direzione prevista dalla maggior parte degli osservatori. Fu così per la rivoluzione del 1979, è stato così nelle crisi che ciclicamente hanno colpito la Repubblica islamica: 1999, 2003, 2009, 2019.

Il peso del petrolio

Si è parlato molto dell’aumento del prezzo della benzina, quale fattore scatenante delle proteste di fine novembre. Non si è invece parlato abbastanza di un dato economico fondamentale: l’Iran – a causa delle sanzioni decise da Trump – oggi esporta molto meno petrolio rispetto al recente passato. Il prossimo anno (il 1399 del calendario persiano inizia il 20 marzo 2020) “soltanto” il 30 per cento del bilancio statale dell’Iran si baserà sull’export petrolifero: dieci anni fa era il 60 per cento.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2017 il petrolio rappresenta il 17 per cento del PIL iraniano: un patrimonio dunque ancora fondamentale, ma non più sufficiente. Tagliare i sussidi è perciò un primo passo quasi inevitabile. A cui però dovrà necessariamente fare seguito un cambio di prospettiva: se l’Iran vuole sopravvivere dovrà rivedere la sua politica fiscale assolutamente inadeguata. Più in generale, a giudicare dal budget presentato l’8 dicembre dal presidente Hassan Rouhani, l’intervento dello Stato nell’economia diminuirà.

E questo non potrà non avere conseguenze politiche, soprattutto se proseguiranno le sanzioni e l’isolamento economico.

Lo stallo politico

Situazione paradossale. Rouhani era stato eletto nel 2013 proprio per uscire dall’isolamento in cui il Paese era precipitato negli otto anni di presidenza Ahmadinejad. E l’accordo nucleare del 2015 aveva in effetti aperto una nuova fase. Chiusasi bruscamente con l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la successiva uscita dal JCPOA. Adesso è proprio Rouhani a pagare il conto più salato per questa marcia indietro. Sia a livello internazionale, sia internamente. Anche le proteste di novembre sembrano averlo isolato ancora di più. A criticarlo non sono soltanto i conservatori: a dicembre alcune testate riformiste hanno chiesto le dimissioni del presidente. Le prossime elezioni presidenziali sono fissate per la primavera 2021 ma non è affatto scontato che Rouhani arrivi alla fine del mandato. In passato, la Guida Khamenei ha dimostrato di non amare crisi istituzionali che possano ledere l’unità del sistema: nel 2004 si schierò contro un possibile impeachment del riformista Khatami ormai a fine mandato. Dopo qualche settimana la polemica si è un po’ smorzata ma l’allerta per possibili nuove manifestazioni a quaranta giorni dai disordini (e dalle vittime) di novembre, dimostra che la tensione rimane alta.

Il magazine Seda suggerisce a Rouhani di dimettersi

In cerca di accordo

A proposito di impeachment, l’apertura del procedimento contro Donald Trump negli Usa rischia di rivelarsi un problema anche per chi, in Iran, cerca ancora un accordo. A settembre 2019 Rouhani e Trump sarebbero stati a un passo da un nuovo accordo che avrebbe sospeso il divieto per i Paesi europei di comprare petrolio iraniano. A far saltare l’intesa, la distanza tra le parti sui tempi di questa sospensione (Rouhani voleva un anno e un tetto di 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre Trump era disposto a concedere sei mesi e un milione di barili al giorno) e sulle modalità dell’annuncio dell’intesa: Rouhani chiedeva una dichiarazione da parte degli Usa, Trump insisteva per un incontro con una stretta di mano da immortalare, sulla falsa riga di quanto avvenuto con il nordcoreano Kim Jong-un nel 2018.

Nonostante lo sforzo di mediazione diplomatica portata avanti dal presidente francese Emmanuel Macron, non se ne è fatto nulla e adesso è tutto più complicato: Trump è un leader indebolito dall’impeachment e non può permettersi di osare granché a meno di un anno dalle presidenziali. E in Iran il 21 febbraio si vota per il parlamento.

Le elezioni di febbraio

Si voterà per l’undicesimo parlamento della Repubblica islamica. I candidati registrati sono 14.896, il 15 percento in più rispetto a quattro anni fa. Assai probabile che il Consiglio dei Guardiani casserà, come di consueto, molte di queste candidature. Non si sono registrati personaggi del calibro dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani, del’ex negoziatore (conservatore) sul nucleare Saeed Jalili e del riformista Mohammad Reza Aref. Si è invece registrata Shahindokht Molaverdi, ex vicepresidente nel primo governo Rouhani.

Si prevede un nuovo parlamento a maggioranza conservatrice, sia per la censura sui candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani, sia per un oggettivo disincanto da parte dell’elettorato iraniano nei confronti dell’attuale esecutivo. Come sempre, sarà interessante verificare l’affluenza, dato molto indicativo per capire il grado di tenuta del sistema.

Guardando alle elezioni di febbraio e, più in generale, al futuro prossimo dell’Iran, vale la pena soffermarsi su un dato interessante. l’anno che si concluderà a marzo (il 1398 persiano) ha fatto registrare un tasso di natalità pari a 14,5 per mille, il più basso negli ultimi 50 anni. L’Iran è un Paese giovane, ma comincia a invecchiare.

Sulla stessa barca

Il fattaccio (anzi, i due fattacci) avvengono giovedì 13 giugno: due petroliere in transito nel Golfo dell’Oman  – la Front Altair, di proprietà norvegese battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Courageous, di proprietà giapponese con bandiera panamense, partita dal porto saudita di al-Jubail e diretta a Singapore – sono state attaccate e danneggiate in modo piuttosto grave. Non ci sono state vittime ma gli equipaggi sono stati costretti ad abbandonare le navi e sono stati tratti in salvo dalla marina iraniana e da quella statunitense.

Chi è stato?

Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo non ha dubbi: sono stati gli iraniani ad attaccare. E a sostegno di questa tesi, la marina Usa ha diffuso un video in bianco e nero piuttosto confuso in cui una piccola imbarcazione dei pasdaran sarebbe impegnata a rimuovere una mina non esplosa. Ricostruzione che non quadra con la testimonianza dei giapponesi, che parlano di un’esplosione avvenuta in aria, non sott’acqua. L’Iran ha respinto le accuse degli americani, accusandoli di voler solamente diffondere propaganda e “iranofobia”.

Cosa c’entra il Giappone

Gli attacchi del 13 giugno sono avvenuti mentre a Teheran era in corso la visita di Stato del Primo ministro giapponese Shinzo Abe. Si è trattata delle prima visita di un capo di governo giapponese nella Repubblica islamica, sebbene proprio Abe fosse già stato a Teheran nel 1983, in qualità di assistente di suo padre Shintaro, all’epoca ministro degli Esteri, incaricato di tentare una mediazione tra Iran e Iraq, allora in guerra. Sebbene non ci sia nessun incarico ufficiale, la visita di Shinzo Abe avrebbe avuto l’obiettivo di tentare una conciliazione tra Teheran e Washington dopo le tensioni sorte nelle ultime settimane. Chi ha attaccato le imbarcazioni, ha evidentemente voluto sabotare questo tentativo.

Difficile, anzi decisamente improbabile, che si sia trattato di un’azione di disturbo dei pasdaran. Che non hanno l’autonomia politica per un gesto così plateale e così in contraddizione con i vertici politici del Paese. Vale la pena ricordare che Abe non ha incontrato soltanto il presidente Hassan Rohani, ma anche la Guida Ali Khamenei. E i pasdaran – per statuto – rispondono alla Guida.

Da escludere anche che possano essere state formazioni paramilitari locali legate a Teheran: si tratta di operazioni tecnicamente piuttosto complesse, non alla loro portata.

False flag?

Da parte iraniana e anche di molti osservatori neutrali, è stato avanzato il dubbio che si sia trattato di un attacco “false flag”, organizzato cioè con l’unico obiettivo di incolpare qualcuno, in questo caso l’Iran.

Ma davvero gli Usa hanno cercato di costruire l’ennesima “pistola fumante” (come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel 2003) per avere un casus belli con Teheran?

Al di là delle dichiarazioni di Pompeo, il presidente Donald Trump ha usato toni piuttosto blandi, quasi di circostanza. In questo momento, né lui né gli iraniani sembrano davvero disposti a esasperare la situazione. Trump deve cominciare a prepararsi alla campagna elettorale 2020 e sarebbe paradossale per lui – che si era proposto come l’artefice di un disimpegno degli Usa dal Medio Oriente – presentarsi al giudizio degli elettori con una nuova guerra.

E allora?

Probabilmente, come nei casi criminali più comuni, il colpevole e il movente vanno ricercati nei dettagli più banali e più evidenti. Il “dove” e il “quando”, ci dicono spesso “chi”.

Il Golfo Persico, nella zona presidiata dai pasdaran iraniani. Nel giorno della visita del premier giapponese a Teheran.

Chi vuole ostacolare o rallentare qualsiasi tipo di distensione tra Usa e Iran? Arabia Saudita e Israele non hanno mai fatto mistero del loro scontento per lo storico accordo sul nucleare. E sull’inasprimento dei rapporti tra Usa e Iran hanno costruito le loro fortune politiche.

Trump ha dimostrato in questi tre anni di presidenza di essere incline all’improvvisazione, soprattutto in politica estera: con la Corea del Nord, così come in Libia. Dopo aver invocato a lungo i demoni della guerra con l’Iran, adesso non sembra più tanto convinto di volersi imbarcare in un’avventura che avrebbe ripercussioni gravissime.

Teheran, dal canto suo, avrebbe bisogno di riprendere un dialogo con Washington, ma farlo alle condizioni di Trump sarebbe troppo umiliante. La situazione parrebbe senza uscita: eppure, proprio perché questo stallo non può durare in eterno, non è detto che alla prima occasione una delle due parti non faccia quel passo indietro necessario a sbloccare l’impasse.

Il 28 e 29 giugno si svolgerà il G20 a Osaka, Giappone. La nuova crisi in Medio Oriente sarà uno dei temi più importanti. Vedremo se e come sarà affrontata la questione iraniana.

Rassegna persiana/2

Si parla tanto di Iran. E (stavolta) non è una buona notizia. Gli articoli più interessanti di questa settimana

Si è parlato di Iran soprattutto a proposito di una possibile guerra con gli Usa. Cominciamo perciò la rassegna con un articolo di Luciana Borsatti su Huffington Post.

Sono giorni che sui media rullano i tamburi di una possibile guerra con l’Iran, e ogni giorno un nuovo allarme li fa rullare ancora più forte. Tanto forte che, assordati dall’effetto stereofonico di tanto sovraccarico mediatico, si rischia di dimenticare le domande di fondo: ma la guerra chi la vuole? Per quali cause e con quali obiettivi? Chi ha innescato l’escalation che potrebbe precipitare in un conflitto? Converrebbe davvero alle parti in causa aprire una nuova guerra in Medio Oriente? Leggi l’articolo

Una card da tempo sui social ironizza:
“L’Iran vuole la guerra: guarda quanto vicino hanno messo il loro Paese alle nostre basi militari”.

A proposito di regime change

Il cambio di regime a Teheran è uno degli obiettivi dichiarati della politica internazionale di Trump. Secondo Vali Nasr, anche gli iraniani vorrebbero un regime change, ma non è dello stesso tipo auspicato dai falchi dell’amministrazione Usa. Lo spiega in un articolo (in inglese) sul Washington Post

Il consigliere nazionale per la sicurezza Usa John Bolton

La costruzione del nemico

Alberto Negri ci ricorda sul Manifesto come certe dinamiche della politica estera americana non siano affatto inedite:

Come si costruisce un nemico? La narrativa che si vuole fa passare è che Teheran è una minaccia e gli Stati Uniti, con i loro alleati, Israele e Arabia Saudita, difendono, oltre al petrolio, il mondo libero. Come ai tempi in cui gli Usa montarono l’Operazione Aiace, il colpo di stato in Iran del ‘53 contro Mossadeq.

Ma da dove prendono le idee Pompeo, Bolton, Pence, gli uomini di Trump? Vennero forgiate più di 40 anni fa, prima della caduta dello Shah nel’79. Pompeo dichiara di rifarsi a Bernard Lewis, lo studioso di islam, ex agente dei Servizi britannici al Cairo negli anni’40, l’ispiratore dell’attacco all’Iraq nel 2003 per mano di Bush junior e di Dick Cheney.

Uno degli aspetti forse più interessanti della vicenda è ricostruire cosa accadde allora a Washington e come il copione si replica ora.

Leggi l’articolo

Tensione nel Golfo Persico

Nella pressoché totale indifferenza dei media italiani, la settimana è stata segnata anche da un serie di episodi piuttosto allarmanti: il sabotaggio di quattro petroliere al largo di Fujairah, negli Emirati Arabi Uniti e un attacco con droni che ha colpito due pozzi petroliferi in Arabia Saudita. Ne parla Annalisa Perteghella per ISPI.

A Teheran gli studenti manifestano

Nel frattempo gli studenti della più grande università di Teheran hanno manifestato contro l’inasprimento dei controlli sull’abbigliamento delle ragazze in occasione del ramadan. Le manifestazioni sono state disturbate da una contro manifestazione di persone (certamente non studenti) vicine ai basij, che sono entrate nell’ateneo cantando. “Dio è grande” (vedi tweet di seguito).

Non sono mancati momenti di tensione: un’immagine qui mostra un manifestante che prende a calci una donna in chador. Sebbene non siano state manifestazioni eclatanti, quando gli studenti iraniani si muovono, è comunque una notizia. Se ne parla in questo articolo (in inglese) su Al Monitor.


Rassegna persiana

Una nuova rubrica per segnalare gli articoli riguardanti l’Iran più interessanti degli ultimi giorni

Zarif a Fox News

Il 28 aprile il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha rilasciato un’intervista esclusiva a Fox News. La scelta dell’emittente è particolarmente significativa: non è infatti un mistero che il presidente degli Usa Donald Trump snobbi la quasi totalità dei media americani e si informi esclusivamente su Fox News. In questa intervista, Zarif si dice convinto che Trump non abbia davvero intenzione di arrivare a uno scontro con l’Iran e che anzi stia resistendo alla pressione di chi, come il consigliere per la sicurezza John R. Bolton, sta portando avanti gli interessi di Israele e Arabia Saudita. E’ stata un’intervista interessante, qui potete trovare un estratto (in inglese).

Intervista a Saeed Leylaz

Luciana Borsatti ha intervistato per Articolo 21 l’analista politico ed economista iraniano Saeed Leylaz , uno dei consiglieri del governo di Hassan Rouhani, che ha però anche scontato un anno di carcere, per aver partecipato all’Onda Verde del 2009 contro la rielezione a presidente di Mahmoud Ahmadinejad. E’ un’intervista a tutto campo, che spazia dai rapporti tra Usa e Iran, alla condanna di Nasrin Soutodeh, passando per l’economia. Per leggerla clicca qui.

L’omicidio del religioso

Un caso di cronaca nera ha scosso l’Iran nelle ultime settimane. Il 29 aprile
Mustafa Ghasemi, hojatoleslam 46enne residente ad Hamadan, è stato ucciso a colpi di AK-47 da un assalitore successivamente caduto in uno scontro a fuoco con la polizia. Il religioso sarebbe stato ucciso dopo che in rete erano circolati alcuni suoi messaggi (la cui autenticità non è certa) in cui invitava le donne iraniane a contrarre matrimoni temporanei con esponenti delle milizie sciite irachene. Nella polemica è intervenuta anche la popolare attrice Mahnaz Afshar, che ha criticato “chi è rimasto in silenzio dopo gli appelli di Ghasemi”. Adesso molti conservatori sostengono che l’attrice abbia incitato all’odio contro la vittima.

Subito dopo l’omicidio, i social media hanno registrato moltissimi messaggi di odio contro i mullah e i religiosi al potere. Tanto che in Iran politici conservatori e riformisti hanno cominciato ad accusarsi reciprocamente del clima di odio e del mancato controllo dei social.

Leggi l’articolo (in inglese) su Al Monitor

Leggi l’articolo (in inglese) su Kayhan Life

Sulla questione nucleare

L’ 8 maggio 2019 l’Iran ha annunciato di essere pronto a riprendere parte del proprio programma nucleare in risposta alle sanzioni imposte dagli Stati Uniti di Donald Trump. Per un’analisi degli ultimi sviluppi dell’infinita questione, da leggere assolutamente il focus di Annalisa Perteghella per ISPI. Vai al focus

Per l’Iran arriva l’inverno delle sanzioni Usa

Il 2 novembre 2018 gli Stati Uniti hanno annunciato il ripristino di tutte le sanzioni contro l’Iran revocate con l’accordo del 2015 sul nucleare. Con un tweet molto scenografico, chiaramente ispirato alla serie tv Game of Thrones (“Winter is coming”)  il presidente Donald Trump ha annunciato che le sanzioni “stanno arrivando”, più precisamente dal 5 novembre.

Sul sito web della Casa Bianca il presidente ha spiegato: “Il nostro obiettivo è obbligare il regime a fare una scelta specifica: o porre fine a questo comportamento negativo, o continuare sulla strada della catastrofe economica”. L’obiettivo – piuttosto fumoso, per la verità – dell’attuale amministrazione Usa, è arrivare a un nuovo accordo con Teheran che “blocchi per sempre il suo percorso verso le armi nucleari, e che interessi l’intero spettro delle sue azioni negative e che sia degno del popolo iraniano”.

Particolare sempre omesso da Trump: il cosiddetto JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) raggiunto nel 2015 non è un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Iran, ma un’intesa tra il gruppo 5+1, sancita da una risoluzione ONU.

Che tipo di sanzioni

Le nuove sanzioni sono le cosiddette “secondarie”, che cioè colpiscono soggetti non statunitensi che intrattengono relazioni economiche e commerciali con un paese designato, in questo caso con l’Iran. Queste sanzioni erano state sospese nel gennaio 2016 in virtù dell’accordo raggiunto tra Iran e Gruppo 5 + 1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna e Germania) sul programma nucleare l’anno precedente.

Il segretario di Stato Mike Pompeo ha annunciato che saranno colpiti principalmente il settore energetico e quello finanziario, oltre alla cantieristica navale e agli operatori portuali, con l’obiettivo di far sì che l’Iran “si comporti come un Paese normale”.

I Paesi esentati dalle sanzioni per sei mesi

Le nuove sanzioni Usa prevedono l’esenzione per otto Paesi – (Cina, India, Italia, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Turchia) –  che potranno continuare a importare petrolio da Teheran per un periodo massimo di sei mesi, trascorsi i quali ci sarà una valutazione della situazione.

La reazione dell’Unione europea

Netta la presa di posizione dell’Alto rappresentante per la politica estera della Ue Federica Mogherini che in un comunicato congiunto con i ministri degli Esteri e delle Finanze di Francia, Regno Unito e Germania, ha condannato “profondamente la reimposizione ulteriore di sanzioni da parte degli Stati Uniti”, dichiarando che l’Unione europea continuerà a lavorare per “proteggere gli operatori economici europei” e mantenere aperti i “canali finanziari effettivi con l’Iran” e le “esportazioni di petrolio e gas”.

Nel comunicato si sottolinea come l’accordo del 2015  sia “un elemento chiave dell’architettura di non-proliferazione nucleare e della diplomazia multilaterale” ed “è cruciale per la sicurezza dell’Europa, della regione e del mondo intero”. Si ricorda inoltre  che “l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha confermato in dodici rapporti consecutivi che l’Iran si attiene ai suoi impegni ai sensi dell’accordo” e “ci aspettiamo che continui ad attuare integralmente tutti i suoi impegni nucleari, come stabilito dal Jcpoa”.

La reazione di Teheran

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano Bahram Qassemi ha ostentato sicurezza: “Non c’è motivo di preoccuparsi. Dovremo aspettare e constatare che gli Stati Uniti non sono in grado di mettere in pratica alcuna misura contro la grandiosa e coraggiosa Nazione iraniana”.

La Guida Ali Khamenei ha dichiarato che “in questi 40 anni (da quando cioè esiste la Repubblica islamica) gli Usa sono gli sconfitti e l’Iran è il vincitore”.

Il quotidiano conservatore Kayhan titola: “Le sanzioni petrolifere degli Stati Uniti falliscono. Avete visto: l’America non può farci un dannato nulla!”. Quest’ultima è una citazione di una famosa affermazione di Khomeini durante la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran (4 novembre 1979 – 20 gennaio 1981)

La decisione di Washington era ampiamente prevista in Iran e anzi la presa di posizione di Trump ha in un certo senso risollevato il presidente Hassan Rouhani, alle prese da mesi con una situazione economica difficile e un’opposizione molto dura da parte dei conservatori.

 

 

Gli effetti reali sulla popolazione iraniana

Sebbene Pompeo dica che le sanzioni colpiranno il regime e non la popolazione, è davvero difficile credere che gli iraniani non soffriranno per il nuovo giro di vite imposto dall’amministrazione Trump. Già il primo round dello scorso luglio ha avuto un impatto sensibile sulla vita degli iraniani, comportando una generale insicurezza finanziaria, il crollo del rial rispetto al dollaro e  un aumento generalizzato del costo della vita. Non solo: sebbene i beni umanitari come le medicine, non rientrassero direttamente tra i beni colpiti dalle sanzioni, l’impatto sulle transazioni finanziarie ha praticamente bloccato le attività delle organizzazioni umanitarie.

In Iran circola un gioco di parole: “Mushak hast, pushak nist”, “Missili ne abbiamo, pannolini no”.  Gli iraniani hanno dimostrato sempre di sapersi adattare alle situazioni più critiche. E questa sembra davvero esserlo.

Leggi anche il Focus ISPI: Iran: tornano le sanzioni sul petrolio, quali conseguenze?

 

Salvate il soldato Rouhani

Salvate il soldato Rouhani

In politica, come nella vita,  gli attacchi più pericolosi non arrivano dai nemici dichiarati, ma da quelli che dovrebbero esserti amici. Ne sa qualcosa il presidente iraniano Hassan Rouhani, che sta vivendo una estenuante stagione di isolamento e attacchi. Dopo le diverse ondate di proteste popolari – la più intensa fu quella a cavallo tra gli ultimi giorni del 2017 e i primi del 2018 – e il ritiro unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare, Rouhani deve adesso fronteggiare l’attacco politico del parlamento. Che il 26 agosto ha sfiduciato il suo ministro delle Finanze Massud Karabasian e due giorni dopo lo ha chiamato direttamente in aula a rispondere a qualcosa di assai simile a una nostra interrogazione parlamentare. In base alla Costituzione iraniana, infatti, qualora almeno un quarto dei deputati pone delle domande al presidente, questo è obbligato a rispondere in aula. Su ogni domanda il parlamento vota e se si prospetta una violazione della legge, il presidente può essere rinviato al giudizio della magistratura.

Il 28 agosto Rouhani è stato chiamato a rispondere su cinque questioni:  contrasto al contrabbando di merci e valuta; sanzioni bancarie; disoccupazione; bassa crescita dell’economia e svalutazione del rial. Su ognuno di questi temi il majles ha votato e Rouhani è risultato convincente soltanto sul tema delle sanzioni bancarie, mentre sugli altri quattro punti ha ricevuto il voto negativo non solo dei conservatori, ma anche da una parte consistente dai moderato-riformisti che lo hanno sostenuto fin qui. La coalizione Omid (speranza) può infatti contare su un centinaio di voti (su 290 seggi totali) ma su quattro delle cinque questioni sottoposte a voto, Rouhani ha ottenuto meno di ottanta voti, segno evidente che anche all’interno del suo schieramento la fiducia comincia a venire meno. 

 

 

Aftab-yazd titola: “Vittima di buone intenzioni”

 

Difficilmente questo confronto avrà un seguito giudiziario, come vorrebbe lo schieramento conservatore dei principalisti: sarebbe la prima volta nella storia della Repubblica islamica. La questione è chiaramente politica e sarà appunto la politica a doverla risolvere. Il problema è che al momento non si scorgono vie d’uscita. L’impeachment, agitato dagli oppositori del presidente, sarebbe un rischio per tutto il sistema. L’unico precedente risale agli albori della Repubblica islamica, quando nel giugno 1981 il parlamento mise in stato d’accusa il primo presidente Abolhassan Bani Sadr. Ma fu appunto un passaggio drammatico, che segnò un cambio di passo sostanziale nella storia del Paese. Sembra improbabile che oggi il sistema, a cominciare dalla Guida Ali Khamenei sia pronto oggi a rivivere un passaggio simile.

E’ comunque innegabile che Rouhani oggi sia più isolato che mai. La situazione economica è drammatica e il peggio deve ancora arrivare, perché il 4 novembre scatteranno le sanzioni americane che riguardano le esportazioni di greggio e le transazioni con la Banca centrale iraniana. Per gli iraniani sarà un colpo duro, il cui effetto reale sarà da valutare nei mesi successivi. Sicuramente a Teheran c’è chi gongola: sono tutti quelli che erano contrari all’accordo con gli Usa e che – in molti casi – avevano anche un interesse economico nel volere che nulla cambiasse. Le sanzioni hanno alimentato un mercato nero ancora oggi difficilissimo da estirpare.

L’alternativa all’attuale presidente al momento non si vede. Alle elezioni mancano quasi tre anni e l’ipotesi peggiore per il fronte moderato-riformista (non ci stancheremo mai di ripeterlo: Rouhani non è un riformista e il suo è un governo di coalizione) è un destino simile a quello del secondo mandato di Mohammad Khatami, che dal 2002 al 2005 visse una lunga agonia frutto della delusione delle mancate riforme e dell’isolamento internazionale voluto da George W. Bush dopo l’11 settembre 2001.

 

Shargh: “Non siamo stati convinti”

La delusione degli iraniani oggi forse è ancora maggiore rispetto a quella stagione. Dal 2013 le aperture sono state notevoli, non tanto in termini politici quanto di mercato. Chi conosce il Paese, sa che l’Iran di oggi non è paragonabile a quello degli otto anni di presidenza di Mahmud Ahmadinejad. Ma adesso è grande la confusione da parte di tutti gli attori della politica iraniana. Lo stesso Rouhani non sempre dimostra di avere una vera strategia. Diversi parlamentari – anche riformisti – lo accusano di negare la realtà invece di indicare una soluzione ai problemi.

Come una decina d’anni fa, quando il primo mandato di Ahmadinejad si stava per concludere, anche oggi diversi osservatori prospettano un rafforzamento dei militari. L’uomo forte da spendere in chiave politica potrebbe essere Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, divenuto assai popolare negli ultimi anni per il suo ruolo in prima linea nella lotta all’Isis. Ma nella storia della Repubblica islamica i militari sono stati importanti ma non hanno mai avuto un ruolo politico determinante. Resta il fatto che non si intravede una nuova classe politica in grado di rimpiazzare quella uscita dalla rivoluzione. E quindi non sono da escludere scenari inediti per l’Iran, fermo restando che il regime change tanto sognato da Washington continua a essere l’ipotesi meno concreta.

Come le sanzioni contro l’Iran colpiscono anche l’Italia

Intervista di Sputnik ad Antonello Sacchetti sulle conseguenze economiche del ritiro degli Usa dal JCPOA.

Le nuove sanzioni contro l’Iran rappresentano un’azione unilaterale di per sé molto pesante e molto grave. Ricordiamo che il famoso accordo del 14 luglio 2015 non è un accordo bilaterale fra Stati Uniti e Iran, ma ovviamente un accordo di un gruppo, 5 più 1, cioè i membri di sicurezza dell’ONU con la Germania e l’Iran. Il programma sul nucleare iraniano è stato uno dei casi diplomatici internazionali più scottanti degli ultimi 20 anni. Quando si ritira in modo totalmente autonomo la controparte più rilevante da un accordo come questo l’accaduto non può non avere un peso politico pesantissimo. L’agenzia internazionale per l’energia atomica ha smentito i sospetti degli Stati Uniti, sostenuti anche da Israele. Dall’entrata in vigore dell’accordo le ispezioni dell’AIEA si sono svolte regolarmente e non hanno mai rilevato violazioni. Nelle indicazioni di Trump inoltre non vi sono dati precisi, si tratta più di un umore.

Leggi l’intervista completa su Sputnik 

Quali prospettive per l’Iran dopo la svolta di Trump

Quali prospettive per l'Iran dopo la svolta di Trump

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare (JCPOA) sta incidendo moltissimo sugli equilibri politici del Medio Oriente. Se ne è parlato già molto e se ne discuterà sicuramente ancora.

E’ però interessante analizzare come il passo indietro deciso da Donald Trump stia incidendo anche sulla situazione politica interna dell’Iran. Lo racconta Giorgia Perletta in un’analisi per l’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale.

Il destino dell’Accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) è appeso a un filo o, per meglio dire, alla volontà politica europea di resistere alle pressioni politiche statunitensi. Altresì, è il governo Rouhani a dover resistere, e non solo alle sanzioni secondarie la cui prossima reintroduzione spaventa l’economia iraniana (e gli investitori europei), ma soprattutto alle accuse interne che muovono il dibattito politico.

Il JCPOA, oggi come già in passato, si trova ad essere il palcoscenico dello scontro politico iraniano, dietro cui si snodano gli interessi particolaristici delle singole fazioni. Nulla di nuovo. La politica estera della Repubblica Islamica è sempre stata una proiezione delle dinamiche interne, e le voci che si elevano sul destino (e sulla natura stessa) dell’accordo riflettono, di fatto, il proverbiale fazionalismo interno. A livello internazionale è ben nota la versione ufficiale del governo Rouhani, che ha affidato la sua sopravvivenza e legittimità politiche al raggiungimento (e auspicabile mantenimento) dell’accordo con i P5+1. Il ministro degli Esteri Mohammad Zarif lo definiva un “raro trionfo della diplomazia sul confronto”, un messaggio che, tra le righe, affermava la postura moderata e dialogante del governo in carica, e che implicitamente collocava nel “girone dei belligeranti” coloro che si opponevano al JCPOA. All’interno della Repubblica Islamica, infatti, le accuse rivolte a Rouhani tendono a strumentalizzare lo storico sentimento di sospetto e sfiducia verso gli Stati Uniti, la cui rinnovata postura intransigente nei confronti di Teheran ha fornito il pretesto per attaccare il presidente della Repubblica. Per quanto nota la polarizzazione esistente sul valore dell’accordo, che si staglia come la punta di un iceberg dell’intero operato del governo, un pluralismo di voci sta animando il dibattito politico e la loro comprensione risulta determinante soprattutto per individuare la complessità delle sorgenti di accusa.

Continua a leggere sul sito dell’Ispi.

Sempre l’Ispi ha pubblicato un’analisi a firma di Annalisa Perteghella e Tiziana Corda dal titolo
USA fuori dall’accordo sul nucleare iraniano: cosa cambia per l’Italia?

Il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) e la conseguente reintroduzione delle sanzioni secondarie USA che erano state sospese nel gennaio 2016 aprono nuovi scenari di incertezza per le relazioni economiche tra Italia e Iran. L’Unione europea ha espresso la volontà di introdurre alcune misure allo scopo di tutelare le proprie aziende dalla portata extraterritoriale delle sanzioni statunitensi. Si tratta di una corsa contro il tempo: ad agosto rientreranno in vigore alcune delle sanzioni in precedenza sospese, mentre le rimanenti rientreranno in vigore a novembre. Questa analisi esplora gli obiettivi della nuova strategia USA di isolamento economico dell’Iran, analizza le potenziali implicazioni economiche per l’Italia e delinea alcune raccomandazioni di policy al fine di salvaguardare l’esistenza del JCPOA e le relazioni economiche e commerciali tra Italia e Iran

Leggi l’analisi completa

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran. La mattina del 7 giugno 2017 la capitale iraniana è stata colpita da un duplice attentato terroristico. Il bilancio complessivo (e provvisorio)  è di 17 morti e 42 feriti. Gli attacchi sono stati rivendicati dal ramo libico dell’Isis.

Attacco a Teheran: cosa è successo

Un gruppo di uomini armati travestiti da donna è riuscito a superare i controlli ed è entrato nel majles, il parlamento, prendendo in ostaggio quattro persone., non riuscendo, tuttavia, a raggiungere l’aula dei deputati. Nel successivo conflitto a fuoco sono morte due guardie e due impiegati. Successivamente all’arrivo delle teste di cuoio, un terrorista si è fatto esplodere, un altro è stato catturato. Tutti gli altri sono stati uccisi. Un altro terrorista ha sparato sui passanti nella vicina piazza Baharestan.

Contemporaneamente, un altro commando armato di quattro persone ha attaccato il Mausoleo di Khomeini, a sud di Teheran, non lontano dall’aeroporto internazionale. Due terroristi, tra cui una donna, uan volta scoperti, si sono fatti esplodere. Gli altri due sono stati catturati dai pasdaran.

Attacco a Teheran: chi è stato?

L’Isis ha rivendicato gli attentati. Alcuni elementi, tuttavia, sembrano tuttavia suggerire quanto meno una partecipazione dei Mojaheddin-e khalq (MKO).  

Per almeno 3 motivi.

Sembra piuttosto difficile che l’Isis sia riuscito a colpire “da solo” l’Iran in questo modo. Innanzitutto per il fatto stesso di essere riusciti a colpire in modo così eclatante l’Iran. Teheran ha più volte dichiarato di essere riuscita a sventare almeno 20 attentati pianificati dall’ISIS. Quando poi ha colpito lo ha fatto in modo davvero sconvolgente.

Per gli obiettivi scelti. L’Isis colpisce spesso nel mucchio. Qui hanno colpito il parlamento e il mausoleo del fondatore della Repubblica islamica. Il bersaglio è proprio il sistema iraniano, attaccato in pieno ramadan e a pochi giorni dall’anniversario della morte di Khomeini.

Per la modalità usata. Una terrorista catturata avrebbe con sé la fialetta di cianuro, per non cadere viva nelle mani dei pasdaran. Esattamente come hanno sempre fatto i militanti MKO. Non solo: anche lo stratagemma degli assalitori del parlamento di vestirsi da donna, col chador, per coprire le armi, è tipica dell’MKO. Così uccisero, nel dicembre 1981, l’ayatollah Abdul-Hussein Dastgheib. 

Da non dimenticare, inoltre, che negli anni passati, l’MKO – probabilmente su commissione di Israele e Arabia Saudita – ha assassinato diversi cittadini iraniani coinvolti in vario modo allo sviluppo del programma nucleare. Segno di una presenza sicuramente limitata ma comunque potenzialmente pericolosa sul territorio iraniano.

 

Attacco a Teheran: perché?

Nemmeno 24 ore prima degli attentati, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir aveva dichiarato che era necessario “punire l’Iran per il suo ruolo in Medio Oriente”. Appena due giorni prima (5 giugno) Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Yemen ed Egitto avevano interrotto le relazioni diplomatiche e tutte le comunicazioni terrestri, marittime e aeree con il Qatar, accusandolo di sostenere “organizzazioni terroristiche” come Hamas e la Fratellanza musulmana. Il vero motivo geopolitico è la riluttanza del Qatar a interrompere i rapporti economici con l’Iran, indicato come nemico numero uno da Trump nel suo viaggio a Riad del 19 maggio.

Senza dimenticare che l’Iran è da anni impegnato con truppe di “volontari” contro l’Isis in Iraq e Siria.

In una nota ripresa dall’agenzia Iran, i pasdaran sottolineano come l’attacco sia “avvenuto solo una settimana dopo l’incontro tra il presidente Trump e gli alleati nella regione” (l’Arabia Saudita, ndr) e il “coinvolgimento dell’Isis mostra le loro responsabilità”.

In serata, il commento della Casa Bianca suona quasi come una rivendicazione: in sostanza, l’Iran se la sarebbe cercata.

 

Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Trump l’oeil

Per mesi si è detto: per capire come andranno le elezioni presidenziali iraniane di maggio, aspettiamo quelle americane di novembre. Ecco qua: il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è il repubblicano Donald Trump.

Tutto il mondo sembra sotto shock o comunque almeno sorpreso da questo risultato. E in Iran? Cosa dicono i politici, i media e le gente comune? Perché un dato va tenuto presente: l’iraniano medio da sempre pone molta attenzione a quello che accade negli States. Con un misto di diffidenza, sospetto, curiosità, pregiudizio o ammirazione a seconda dei casi. Ma quasi mai con indifferenza.

A pochi giorni dal voto, un po’ a sorpresa, la Guida Khamenei aveva espresso in un discorso pubblico un appoggio indiretto a Donald Trump. Criticando entrambi i candidati, la Guida aveva però riconosciuto al repubblicano il merito di incontrare il consenso del popolo, di non essere espressione di una élite.

D’altra parte, non è un mistero che i conservatori iraniani speravano quasi tutti in una sconfitta di Hillary Clinton. Esiste una tradizione decennale in questo senso: da Ronald Reagan in poi, gli iraniani hanno sempre preferito l’approccio poco ideologico e molto pragmatico dei repubblicani alle buone intenzioni dei democratici. Con Carter ci fu la crisi degli ostaggi che fu risolta a tutto vantaggio del candidato repubblicano Reagan, con gli ostaggi che tornavano a casa proprio mentre l’ex attore pronunciava il giuramento a Washington.

Un’eccezione c’è ovviamente stata: quella di George W. Bush, che nel 2002 rispedì al mittente una proposta di accordo lanciata direttamente da Khamenei tramite l’ambasciata svizzera di Teheran (ne parlammo qui). E poi , certo, l’accordo sul nucleare si è raggiunto col democratico Obama alla Casa Bianca e con Rouhani in viale Pasteur. Era una finestra aperta per un periodo limitato ed ora un’anta si è già chiusa.

Resisterà l’accordo alla presidenza Trump? Da candidato, il tycoon ha più volte bollato come “pessimo” quel risultato. Ma è anche vero che se l’asse della sua politica estera è la riconciliazione con la Russia, un atteggiamento per lo meno cauto nei confronti di Teheran sembrerebbe quanto mai opportuno per cercare di arrivare a un compromesso con la Siria.

Hillary Clinton, dal canto suo, non aveva mai sostenuto molto l’accordo con Teheran ed anzi aveva più volte tranquillizzato gli storici alleati arabi sunniti del Golfo circa le intenzioni di Washington di non cambiare i cardini della propria politica in Medio Oriente. Il punto è proprio questo: davvero Trump volterà le spalle alle monarchie sunnite? Sarà importante vedere quale Segretario di Stato sceglierà il neopresidente. Già da questo si potranno fare le prime previsioni.

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che gli accordi sul nucleare

non possono essere cambiati dalle decisioni di un singolo governo.

Aggiungendo che

i risultati delle elezioni americane non influenzeranno in alcun modo le politiche della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif è apparso più preoccupato, appellandosi a Trump affinché sia

consapevole delle dinamiche politiche del Medio Oriente

e ricordando che l’accorso sul nucleare deve essere ancora implementato.

Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha sottolineato come il governo iraniano resterà fedele ai propri impegni qualsiasi cosa accada nei governi delle altre nazioni.

Va ricordato, come sottolineato anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, che il JCPOA non sia un accordo a due tra Usa e Iran ma un accordo raggiunto con il Gruppo 5+1 e definito da una risoluzione ONU.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che un presidente degli Usa non possa boicottare un accordo che già adesso stenta a trovare un’applicazione effettiva per via delle ritrosie delle banche europee a sfidare gli ostacoli posti dai colossi finanziari americani. La nuova amministrazione potrebbe puntare a provocare gli iraniani fino a un loro passo indietro dall’accordo.

Sono tutte supposizioni, per ora.

Ironia social dei conservatori iraniani su vittoria #trump che fa traballare l’accordo sul nucleare…

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) in data:


Ali Motahari, vice presidente del parlamento, crede che la vittoria di Trump favorirà l’Iran.

Trump è più onesto della Clinton e le sue posizioni sulla Siria sono buone. Inoltre ha una visione condivisibile sull’Arabia Saudita e ha ottime relazioni con la Russia. Persino la sua opposizione all’accordo nucleare non è pericolosa, perché in pratica non può fare niente.

Molto diverso il giudizio dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente e attualmente a capo del Consiglio per il Discernimento:

Trump è un soggetto pericoloso, privo di principi ed incline a violare regole e accordi.

 

etemad

Etemad: Il mondo preoccupato dell’America di Trump

 

hamshahri

 

Hamshahri: Gli americani ancora una volta contro l’America

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Kayhan: Trump presidente Usa. La vittoria di un pazzo su una bugiarda

shargh

Shargh: Tempesta Trump

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Vatan-e Emruz: House of Cards

Secondo Ahmad Bakhshayesh, ex deputato iraniano, non esiste un reale pericolo per l’accordo sul nucleare. Le parole di Trump in campagna elettorale sarebbero di pura facciata, per colpire i democratici.

Come – ha aggiunto – i principalisti che da noi criticano il governo Rouhani qualsiasi cosa faccia.

Se ne riparlerà tra un paio di mesi, quando Trump entrerà in carica con il proprio Segretario di Stato.

 

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