Parlamentari Iran, il secondo turno

Venerdì 4 maggio si è votato in Iran per assegnare i 55 seggi (su 290) non assegnati al primo turno del 2 marzo. Si votava a Teheran e in altri 32 collegi. Esito scontato? Non esattamente. I media occidentali hanno parlato di sconfitta della fazione di Ahmadinejad, ma non è andata proprio così. I media italiani hanno in pratica ignorato la tornata elettorale.

Ricordiamo che in Iran i partiti politici sono più che altro dei cartelli elettorali e che alleanze e contrapposizioni si rimescolano in parlamento.

Affluenza e propaganda

Per il primo turno la propaganda aveva strombazzato per giorni e giorni l’importanza del voto come risposta “all’arroganza delle potenze straniere”. L’affluenza ufficiale (e sospetta) del 65% venne sbandierata come una grande dimostrazione di consenso. Per questo secondo turno, si è invece scelta una linea di basso profilo. Poche le notizie sui media ufficiali, niente su Press Tv, il sito del canale di Stato in lingua inglese. Per ora  si sa di un 20% di affluenza a Teheran. Dato credibile e assai indicativo della disaffezione popolare nei confronti della classe politica iraniana.

Com’è andata

Il dato più evidente (ma non ai media occidentali) è che non emerge una fazione predominante. Alcuni uomini politici ostili ad Ahmadinejad hanno vinto il loro collegio: Ahmad Tavakoli e Ali Motahari a Teheran, per esempio. Parviz Sorouri invece ha perso. Mantengono il loro posto in parlamento Hamid Rasaei e Mehdi Koochakzadeh, due importanti membri del fonte pro Ahmadinejad. Rimangono fuori anche i candidati vicini al sindaco di Teheran Qalibaf. Molti gli indipendenti eletti.

Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre questo secondo turno a un proseguimento dello scontro tra la Guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Piuttosto, stiamo assistendo a un nuovo rimescolamento delle carte, una fase piuttosto confusa e difficile da decifrare.

Con una battuta, potremmo dire che  gli sconfitti sono molti, mentre non è chiaro chi abbia vinto davvero.

Alcuni degli eletti erano sia nella lista del Jebheh Mottahed-e Osoolgarayan (Fronte di Unità, riconducibile alla Guida) sia su quella del Jebheh Paaydaari-e Enghlelab-e Eslami (Fronte della stabilità della Rivoluzione isalmica, più vicino ad Ahmadinejad). Bizzarro per i nostri canoni politici, non per quelli iraniani.

Un primo importante riscontro degli equilibri si avrà con le votazioni per il presidente del Parlamento. Che sia di nuovo Larijani non è affatto scontato. Anche perché negli ultimissimi tempi i rapporti con la Guida sembrano essersi raffreddati.

Sadegh Zibakalam, analista dell’Università di Teheran, si azzarda a prevedere una maggioranza favorevole al presidente Ahmadinejad.

 

Riformisti out

I pochi riformisti che avevano scelto di non boicottare il voto, hanno perso quasi tutti.  Personaggi come Mostafa Kavakebian, Dariush Ghanbari, Qadratolah Alikhani, e Mohammad Reza Khabbaz, tutti appartenenti al Partito della Linea dell’Imam Khomeini, non siederanno nel nuovo parlamento.

Guida pigliatutto?

Un parlamento diviso è un parlamento debole. Con un presidente a fine mandato. In uno scenario simile, sarebbe la Guida ad avere via libera totale. In politica interna come in politica estera, dove è appena cominciato un dialogo col gruppo 5+1 sul nucleare. Tutto semplice? No. La Repubblica islamica per 33 anni si è retta su un meccanismo di equilibri complicato e mutevole. Non è mai stato – nemmeno ai tempi di Khomeini – il governo di un uomo solo. Qualcuno ricorda che la fine della monarchia cominciò quando lo scià si circondò di yesmen, incapaci di qualsiasi critica. Reza Pahevi perse così ogni contatto con il suo popolo. Forse Khamenei non rischia la stessa fine, ma di certo quella diarchia (Presidente/Guida) che con Khatami e Rafsanjani era più evidente, gli aveva risparmiato un’esposizione diretta e lo aveva in un certo senso  preservato da certi rischi. La presidenza Ahamdineajad e la crisi del dopo elezioni 2009, ha cambiato il carattere stesso del ruolo della Guida. Che è divenuta un attore diretto.  Manca un anno al voto delle presidenziali. Khamenei deve ora trovare un altro interprete per una nuova versione della Repubblica islamica. Dopo la stagione del riformismo di Khatami e quella del populismo di Ahmadinejad, potrebbe essere la volta di una modernizzazione autoritaria. Con l’Iran, mai dire mai.

Teheran 2012

Video della capitale iraniana sotto la neve nel febbraio 2012.  Park-e mellat, Vali Asr, la Milad Tower, Piazza Tajrish. Scene di vita quotidiana nella megalopoli.

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Artisti di strada a Teheran

Incontri casuali e fortunati. Cercando immagini sull’Iran, mi sono imbattuto in questo video di due artisti di strada a Teheran. Si firmano icy and sot , sono aritisti di strada di Tabriz. Hanno iniziato la loro carriera professionale nel 2008. Le loro opere trattano temi quali pace, guerra, amore, odio, speranza, disperazione, e vari problemi della società e della cultura iraniana. Hanno tenuto numerose mostre in Iran e all’estero.  Non li conoscevo, mi sono piaciuti moltissimo e ve propongo questo loro Pavement. Se la memoria non mi inganna, quelle riprese sono strade di Teheran.

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Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

[youtube]http://youtu.be/4d8LbIR53jY[/youtube]

Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Lost in translation

Alla fine almeno uno lo ha ammesso. E non uno  qualsiasi, ma il ministro dell’intelligence e dell’energia atomica (nonché vicepremier) di Israele Dan Meridor: “Le parole di Ahmadinejad su Israele furono travisate. 

Il 16 aprile 2012, in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera ha ammesso: “Ahmadinejad non ha mai dichiarato che avrebbe cancellato Israele dalla carta geografica”. Certo, ha detto che Israele è “una creatura innaturale, destinata a scomparire”, “uno Stato illegittimo che andrebbe rimosso”. Ma quella frase “Vi cancelleremo” non è mai stata pronunciata.

Tutto risale al 28 ottobre 2005. I ricordi personali si intrecciano con la cronaca, dato che era il secondo giorno del mio primo viaggio in Iran. Durante la Conferenza annuale “Un mondo senza sionismo”, Ahmadinejad disse:

 “Il nostro caro imam (Khomeini) disse che questo regime di occupazione di Gerusalemme (Qods) deve scomparire dalle pagine del tempo”.

Le parole esatte in persiano erano:

In regimeh Eshghalagareh Quds bayard az safayeh rouzegar e mahv shavad.

L’equivoco (?) è stato già analizzato nella biografia di Ahmadinejad  (sottotitolo: La storia segreta del leader fondamentalista. Non proprio un’agiografia, dunque…) scritta da Kasra Naji  e pubblicata in Italia nel 2009 da Edizioni Clandestine.

A pag. 230 spiega che la parola mahv vuol dire “scomparso”, “cancellato”. Shavad  è voce del verbo shodan (diventare). Mahv shavad vuol dire sparire. Non “deve essere cancellato”. Per dirlo, Ahmadinejad avrebbe dovuto usare altre parole: bayad mahv kard. Cioè, alla lettera,  “deve essere fatto sparire”.

Non solo. Az safayeh rouzegar non vuol dire affatto  “mappa geografica”, ma “pagine dei giorni, del tempo, della storia”.

Ora non è che il messaggio autentico di Ahmadinejad fosse un biglietto di auguri, ma la forzatura della traduzione è una falsificazione grossolana. Sulla quale da anni si basa la retorica israeliana e di molti politici occidentali.

Personalmente lo ripeto da anni: quella frase è stata volutamente manipolata. Qualche anima bella per questo mi ha pure accusato di essere pagato dal regime. Oddio, non è che adesso qualcuno dirà lo stesso del “povero” Meridor?

Quasi due

Di persone che scrivono libri ce ne sono davvero tante. Forse troppe. Ma quanti sono i veri scrittori? E da cosa si riconoscono? Ho cominciato a leggere Quasi due di Hamid Ziarati a scatola chiusa. Di proposito, non sono passato per nessuna recensione, mi sono sforzato di non leggere nemmeno la quarta di copertina. Ho letto sulla fiducia conquistata da Ziarati coi suoi due precedenti romanzi (Salam maman e Il meccanico delle rose) e non me ne sono pentito.

Sì, d’accordo, il romanzo è interamente ambientato in Iran e quindi avevo una motivazione in più per leggerlo, ma questo l’ho scoperto solo a libro iniziato. Narrato in prima persona, Quasi due ha un inizio travolgente: siamo a Tehran nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione. Il protagonista Dariush sembra lontano dagli avvenimenti che stanno stravolgendo il suo Paese. O meglio: segue i fatti, sa cosa lo circonda, ma – come gli adolescenti di tutto il mondo e forse di tutte le epoche – è nel pieno della sua “rivoluzione esistenziale”, con gli ormoni a mille e la voglia di essere grande. Insieme a lui c’è Zal, l’amico fedele e inseparabile. La prima parte del libro scorre in fretta, è divertente, quasi allegra.

Poi arriva la guerra: l’Iraq invade l’Iran e per milioni di persone cambia tutto nel giro di pochi giorni. Anche la vita di Dariush cambia radicalmente. Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei suoi anni, si ritrova volontario al fronte, sempre insieme a Zal. E qui il racconto diventa un’altra cosa. Cambia l’ambientazione, cambia lo stile, cambia il tono del romanzo.

Non voglio anticipare troppo, perché il romanzo ha una sua storia da seguire per intero. Dico soltanto che la parte finale, ambientata nel Golfo Persico, sembra scritta apposta per il cinema.

Quasi due ha anche il merito di ricordare a tutti cos’è una guerra. E cos’è stata per l’Iran la “guerra imposta” dall’Iraq di Saddam. Visto i tempi che corrono, non è cosa da poco.

Intervista a Kamran Shirdel

Non solo cinema, ma un viaggio appassionato negli ultimi quarant’anni di storia. Kamran Shirdel, raggiunto via e mail a Teheran, si racconta proprio come in un film. Asiatica Film Mediale 2008 gli dedicò una retrospettiva intitolata Prima della rivoluzione, con cinque documentari girati in Iran all’inizio degli anni Sessanta. Shirdel è considerato il padre del nuovo cinema Iraniano per quanto riguarda soprattutto i documentari. Ha tracciato la strada per un genere di documentario critico e sociale. I suoi film sono stati proiettati a molti festival in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali.

I suoi film sono un documento eccezionale, soprattutto per chi conosce soltanto l’Iran dopo la rivoluzione. Lei torna nel suo Paese nel 1965 dopo aver studiato cinema in Italia. In Italia sono gli anni del boom, così come anche l’Iran conosce una crescita economica piena di contraddizioni. Potrebbe descrivere l’impatto che ebbe al ritorno in Iran? Era molto diverso da come lo ricordava?

Grazie del complimento anche se dopo cosi lungo tempo e le vicissitudini da me – e i miei film – subite non ho quasi più nessun legame paterno con loro. Mi lasci lo spazio di precisare che il mio primo soggiorno in Italia – dal giugno 1957 al gennaio 1965 – mi fu di grande aiuto didattico – intellettuale e di certo ne subii l’influenza nel modo più viscerale possibile. Ero un ragazzo molto curioso di vedere, sentire, leggere, captare, toccare, amare, annusare e intraprendere il corso della vita, della storia e del tempo che fu! Mi innamorai dell’Italia a prima vista avendone già studiato certi aspetti della cultura e il cinema Italiano – precisamente quello Neorealistico – ancora prima d’arrivarci. E’ vero sicuramente che quelli furono gli anni del boom economico Italiano ma io sia per abitudine, ma anche per l’istruzione familiare – e più ancora quello paterno, direi – ero di carattere scettico anche se certamente ne godevo anch’io dei benefici di tale boom . Ero legato morbosamente – e lo sono ancora oggi – alla sensualità della carta stampata: libri, riviste, giornali e per cui articoli, saggi, critiche, storie e storiografie, etc. Cercavo perennemente di vedere anche l’altra faccia della realtà quotidiana; italiana, iraniana e mondiale. Cominciai a studiare architettura in Italia ed ero un ragazzo abbastanza diligente e voglioso che andava su e giù per la facoltà di Valle Giulia. Ma nonostante ritenessi importante la lezione architettonica e la familiarità che ci dava modo di espandere la nostra visione globale, formale, spaziale, di volume e di bilancia tra totale ed il dettaglio, tra sentire e costruire, tra pensare e realizzare, non mi potevo del tutto godere tale privilegio e la mia ribellione mi portava silenziosamente verso la pittura, l’arte, la letteratura, i fenomeni politici, la musica e cosi via.

La scelta di studiare architettura mi era stata di fatto dettata dalla figura – mastodontica e opprimente anche se avvolta in uno scialle vellutato – paterna di tipo borghese – nobile secondo la quale i figli dovevano diventare o ingegneri, o dottori, o nel mio caso, architetti.

La mia vera passione da quando avevo 14 anni era il cinema e questo pareva – per via del livello assai basso dei prodotti cinematografici in Iran del tempo – una passione degenerata, una tendenza malata da scacciare ad ogni costo. Una volta in Italia e a Roma mi trovai libero di dedicarmi, anima e corpo, alle sale cinematografiche cominciando dal vicino Cinema Olimpico per poi passare a tutta la città – Nuovo Olimpia, Rialto, Salone Margherite, etc. – ma soprattutto sale di terza visione, sale parocchiali, e cosi fino a diventare un piccolo socio dei primi Film Club tra le quali uno fondato da Cesare Zavattini di cui conservo tutt’ora non solo i cari ricordi della sua cara e indimenticabile presenza ma anche le famose tessere! Vedere i film, vederli bene e essere aiutato dalla mia grande curiosità di leggere a pari passo le critiche – da più punti di vista – e la storia del loro evolvere e nascere mi allontanò sempre di più dall’architettura e cambiò sicuramente la mia prospettiva mentale e intellettuale. Cosi invece di scegliermi dei grandi maestri di architettura da seguire come modello, diventai l’allievo umile dei vari Antonioni, Fellini, Rosi, Pasolini, De Sica, ma anche Bresson, Resnais, Godard, Ivens, Bergman, Kurosawa, Shindo, Ichikawa, e altri.

Nella letteratura avevo cominciato molto giovane con Kafka, Ernest Hemingway, Erskin Caldwell, William Faulkner, Andre Gide, Tolstoi, Dostoievski, Saint Exaupry, ed altri che venivano tradotti in farsì. In Italia ebbi l’occasione di conoscere da vicino la scuola realistica e neorealistica della vostra letteratura – Verga, Pirandello, Alvaro, Cassola, Pavese , Sciascia – e ne divenni un lettore assiduo. A un certo punto cambiai casa proprio per vedere gli artisti da vicino. Presi un appartamento prima dalle parti di Piazza del Popolo, poi passai in Via Ripetta e cosi a poco a poco in tutte le viuzze di quel quartiere che divenne il mio laboratorio di vita e il mio campo di battaglia, d’amore, di vita ma anche di morte! Passeggiando in quel quartiere era solito incontrare tutti i più grandi nomi possibili del momento; da Moravia a Pasolini da Morante a Carlo Levi [che poi conobbi personalmente e ne fui impressionato dalla personalià e dal suo grandissimo affresco dedicato a sud e a Rocco Scotellaro e la sua tragica morte che rividi installato maestosamente a Matera nel ’84 ] da Bassani a Cassola ma anche a Bertolucci – sia padre che il figlio che quest’ultimo lo conobbi a Teheran quando venne per girare La Via del Petrolio – da Ferreri, a Lizzani, da Mastroianni a Fellini – li vedevo quasi sempre insieme, Fellini col suo Mercedes coupe nero e Marcello col suo Jaguar coupe Bordeaux – da Gassman a Enrico Maria Salerno, Da Anna Magnani a Anita Ekberg e poi Antonioni, Vitti, Visconti, Rosi, Leone, De Sica, Pier Paolo Pasolini, Patroni Griffi, e mille altri che si radunavano da Canova e Rosati ed io solo soletto – il viaggiatore solitario del mondo – seduto sui piedi delle colonne delle due maestose chiese o sotto l’obelisco a godermi il Circo e a dissetarmi dalle quattro fontane in mezzo alla piazza!

Il mio ritorno in Iran nel 1965 fu solo per visitare la famiglia e riposarmi e curarmi un po’ la gastrite e i problemi nervosi procurati dal grande vagabondare, dalla vita notturna, dalla fame di imparare, vedere, realizzare qualcosa. Ero al corrente del boom iraniano e dei suoi aspetti negativi avendo fatto parte dei gruppi dei giovani dissidenti Iraniani a Roma di stampa sinistra – in rapporto continuo e costante con quelli di altre città e altri paesi d’Europa e d’America – e sapevamo che a parte certi quartieri di Teheran, la Capitale Dell’Iran il resto del paese aveva dei seri problemi sociali e economici.

Il mio primo impatto con Tehran e la diversità ed il contrasto che scoprii tra le classi sociali mi fece un male assordante e mi sbalordì cosi tanto che decisi di rimanere e di usare il mio mestiere e le mie umilissime armi tecniche o creative – ancora rimaste in scatola chiusa ! – per rivelare la verità, tenendo sempre a mente i miei maestri, non solo cinematografici. Infatti i miei primi lavori s’inchinano non soltanto davanti alla povertà immane della gente che si vende il sangue o il corpo per vivere ma anche ai Levi, ai Pasolini, ai Pontecorvo, e ai Giotto, ai Vivaldi, agli Albinoni. Teheran non era molto diversa da come l’avevo lasciata otto anni prima. Mi colpiva perciò il baccano e le assordanti e caricaturali propagande fatte continuamente dal regime dello Scià. Io avevo studiato – ma anche vissuto in un certo modo – l’ascesa del nazi-fascismo in Europa e in Italia, ne avevo visto le conseguenze e ne avevo imparato la storia e la critica sociale che ne derivò. Nella Teheran di quei giorni risentii l’eco delle lezioni del passato da Gramsci a Berlinguer, da Pasolini a Papa giovanni ventitresimo, da Hitler a Mussolini, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, da Pirandello a Gogol, ma anche di tantissimi altri.

Dai suoi documentari degli anni Sessanta emerge un Iran molto diverso da quello di oggi. Ma anche molto diverso dall’immagine stereotipata che ancora oggi una certa generazione di italiani ha dell’epoca dello scià: la corsa al progresso, le cronache mondane, Soraya…
Vedendo e guardando alla realtà – specialmente quella gonfiata, propagandata, manomessa, falsificata – si arriva ad un’altra realtà che non è certo TUTTA la realtà possibile ed immaginabile ma che di sicuro ci da la possibilità di vedere l’altra faccia della medaglia. Negli anni che vanno dal 1962 al 1964 e durante la mia permanenza al Centro Sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana 1524 – con amici e colleghi, quei pochissimi curiosi, testardi, ma grazie al cielo coi coglioni quadrati  – andavamo a visitare le borgate dove vivevano zingari, gente poverissima, vecchi e prostitute scacciate dalla faccia della terra e dallo sguardo abituale dei benestanti e benpensanti. Quando Pasolini cominciò a girare Il Vangelo Secondo Matteo decidemmo di partire per il sud d’Italia – con un cinquecento e pochissimi mezzi – ed oltre a visitare i luoghi in cui voleva girare la Terra Santa – dare un’occhiata anche ai luoghi in cui il grande Visconti aveva fondato il vero neorealismo con La terra trema. Ebbene, a Roma ma ancora di più a Milano e in molte altre città c’era una verità luccicante, rosea, luminosa. Matera , Reggio Calabria e il sud ci presentavano una verità africana  nel peggior senso del termine sia per quei giorni che oggi! Eppure L’Italia si godeva il boom e se la godrà fino all’ultimo. Agli Italiani che venivano in Iran come turisti o invitati da qualche ministero, vedevano solo la facciata migliore, la crema di Isfahan, Shiraz  e di Tehran e si portavano indietro bellissimi tappeti, Kilim e chili di caviale al prezzo di bruscolini. Certo la verità, la VERITA’ era un’altra cosa e non quella che vedevamo noi e anche pochi altri. Era vergognoso vedere la gente di un paese ricco VEGETARE in uno stato simile. Era la dinastia delle mille famiglie al cui capo c’era una persona completamente fuori di sé, incosciente. Certo, la corsa al progresso c’era ma a che prezzo!

Le immagini di Tehran, payetakht-e Iran ast (Tehran è la capitale dell’Iran ) sono molto dure, molto forti. Anche oggi Teheran sud è sinonimo di povertà, ma – visitando i quartieri meridionali della capitale –  ho visto povertà, ma non miseria. È così o è una mia impressione sbagliata?
Vede, spesso mi chiedono perché i miei primi film si chiudono con la parola UNFINISHED  al posto del classico FINE. Beh, la ragione prima è che i film furono censurati, confiscati, messi via per 13 – 14 anni e io non ebbi la mano libera e l’occasione necessaria di finirle come volevo e potevo. Ma un’altra risposta è che la povertà, la miseria, la prostituzione, le guerre, le ingiustizie, il correre del sangue……. non finiranno mai.  Oggi nei bassifondi di Teheran – come in molte altre città di tutto il mondo c’è un’altra dimensione di miseria e di povertà, con problemi quali la droga e l’Aids.  La prostituzione – purtroppo non controllata, perché vietata dalle vigenti leggi Islamiche – si è diffusa per tutta la città coi risultati criminosi che conosciamo. Oggi in Iran si è poveri anche con stipendi che una volta ci parevano da sogno.  Un povero di ieri come potrà cavarsela oggi in una città con più di 14 milioni di abitanti. I recenti problemi economici mondiali aumenteranno tragicamente questo divario. E la distanza tra le classi sociali è di sicuro il terreno fertile ma anche scivoloso dei grandi cambiamenti storici.

Mi ha colpito molto la scena della lezione di farsì nel quartiere povero. Il dettato sullo scià e sulla sua famiglia  diventa involontariamente comico. Immagino che all’epoca l’effetto di quella scena sia stato devastante.
Da ragazzo benché abbia studiato bene e conosca bene la mia lingua e la mia letteratura detestavo questi dettati che mi facevano prima ridere per poi farmi esplodere di rabbia. Io per fortuna ho avuto dei genitori molto colti nazionalisti convinti e anti monarchici. Infatti loro erano dei grandi sostenitori di Mosaddeq, il primo ministro esiliato e imprigionato dallo scià nel 1953. In quegli anni nessuno osava prendere in giro i princìpi della monarchia. Quando ho girato quel film avevo 28 anni e dovevo difendere i miei punti di vista davanti a un ministro che era il cognato dello scià ma che per fortuna aveva gusto per l’arte e le musica. Un giorno – l’ultimo giorno che vide il film per forse decima volta prima di ordinare il suo totale ritiro e censura – mi disse:  ‘Lei e’ la vera personificazione del suo cognome!’. Shirdel vuol dire infatti cuor di leone. Il film lo rividi 14 anni dopo.

I suoi documentari sembrano riflettere un grande lavoro di sceneggiatura. È così? Quanto c’è di preparato e quanto è affidato al caso, cioè a quello che troverà davanti alla macchina da presa?
Mi rincresce deluderla ma io non scrivo neanche una riga di sceneggiatura e non mi porto nemmeno mai dietro degli appunti. Le spiego il perché :  tra l’avvio di questi progetti e la fine delle riprese – non parlo del montaggio – di solito passavano tre o quattro giorni o al massimo una settimana. Se mi fossi messo a dar retta ai consigli accademici mi sarei dato la zappa sui piedi, come dite voi. La mia rabbia sarebbe diminuita, il mio approccio vitale e ideologico si sarebbe deformato, le mie intenzioni avrebbero preso sembianze formalistiche, pensate, ripensate, studiate, limate, criticate già in partenza mentre io volevo affrontare il soggetto, il problema, il nemico a tu per tu e ad occhio nudo e quasi a mani vuote ma armato d’amore e di odio. In più, c’era poco tempo e potevamo essere scoperti prima di finire. Cosi il mio gioco cominciava a prendere forma e a dare dei risultati non tanto rifiniti, modellati, limati ma pieno di inaspettati momenti di grande slancio e di vita, di verità, di realtà, d’amore e di odio. Quando scelgo di girare in un posto, una location – e sono tuttora molto sbrigativo malgrado l’età e i dolori dappertutto – non lascio che nessuno mi tocchi neanche un millimetro di quel posto, la sua luce, la sua storica esistenza e giro all’impazzata. L’unico lusso che mi permetto e di guardare bene intorno alla mia scena di battaglia per dei lunghi momenti che chiamo momenti sublimi di vita e di morte! Un altro lusso e’ che malgrado mi porti indietro – ora non piu’! – un Cameraman bravo, sono io a girare le scene come sento e mi viene dal di dentro!

Il suo rapporto con la censura. Al bando con lo scià, il suo cinema è stato riabilitato e valorizzato dalla Repubblica Islamica. E oggi? Ha avuto o ha ancora problemi col potere politico?
Per me i governi cambiano, cambia il colore delle bandiere, l’inno nazionale, il modo di parlare, di vestire, i motti, le frasi e i concetti propagandistici, insomma tutto o quasi- in apparenza – ma quello che non cambia mai è l’UOMO con le sue meschine paure, le sue bugie, i suoi sogni di grandezza, le sue fantasie anormali e iperboliche di vivere la vita di Noè, d’essere l’ultimo giusto della storia, dell’umanità, d’aver sempre ragione a non ascoltare il prossimo, a dimenticare , a dimenticarsi, a DETTARE  le leggi e cose in cui lui per primo non crede più..  Un giorno quasi di sole nel lontano 1980 andai a visitare Auschwitz. Mi trovavo a Cracovia per il festival dove era in concorso il mio film Qaleh (Quartiere delle Donne). Tutto pareva perfetto. Perfino gli uccelli cantavano il loro inno d’amore. Pareva che il padreterno fosse nel pieno delle sue funzioni.  Eravamo un mucchio di registi – allora ancora giovani – dai più disparati paesi.  Senza che ce ne accorgessimo ci siamo persi e siamo stati stregati dalla verità, dall’orrore, dalla storia, dalla morte, dalle tonellate di scarpe, di occhiali, di cappelli, di fotografie, di camere di gas, di forni dove venivano bruciati i cadaveri, di Abat-jour fatti con la pelle tatuata dei prigionieri, dai sogni di purezza e di grandezza di una razza a dispetto delle altre. Lì per la prima volta sentii la profonda amarezza e la tragicità che in ogni momento della storia, di giorno e di notte, di sole o pioggia, ognuno di noi si sta disegnando, creando e realizzando il sogno di creare il proprio Auschwitz a dispetto del prossimo. Erano giorni di Solidarnosc. Il comunismo pianificatore e promettente era agli sgoccioli. Il mondo voltava di nuovo la pagina con millioni di morti, citta’ e culture calpestati e una grande scenografia d’orrore e di parole inutili e dettati alle spalle.

Qal’eh (Quartiere delle donne) è un film molto duro. Fa un certo effetto vedere la realtà delle prostitute di Teheran quarant’anni fa. Oggi in Iran il fenomeno è cambiato ma sembra in espansione, a causa della crisi economica. Nel mio ultimo viaggio sono rimasto sorpreso nel vedere ragazze molto giovani che si prostituivano vicino a Park-e Mellat, di certo una zona non malfamata. Cosa pensa di questo fenomeno?
Per me la prostituzione come fenomeno, concetto, mestiere, attitudine è stato sempre un fenomeno incomprensibile. Certo non ho problemi etici o intellettualistici a capirne il meccanismo e la cosiddetta filosofia in embrione. Voglio però aggiungere che non ho mai visto nelle donne del mio film – avendole ascoltato per ore e ore e filmandole – delle prostitute che si dvano per il piacere fisico. Il loro problema era la fame  dei loro figli e delle loro famiglie. Poi c’era l’ingranaggio  tipico e direi mafioso di imprigionarle in una rete mostruosa di problemi economici, droga, malattie mentali e fisiche derivanti dalla loro inconsapevolezza, dalla mancanza di educazione e dal tenerle chiuse in gabbie mentali e fisiche, bestialmente sensuali come dei veri animali. Lo scià si voleva incoronare e aveva dichiarato che se ci fosse stata una sola bocca affamata in Iran, lui avrebbe rinunciato all’incoronazione. Questi film gli furono regalati come risposta da un umile documentarista che amava il suo paese e la sua gente.  Col passare degli anni è cambiato il decoro, ma la tragedia, il bisogno tragico, la fame, i bisogni materiali e l’ingranaggio mafioso è rimasto tale e quale. Anzi, si è perfezionato e ingarbugliato con la crescita cancerosa di questa incredibile megalopoli. Il divieto della prostituzione da parte della legge Islamica e il normale bisogno economico-fisico-psichico del consumatore hanno creato una situazione infernale.

Una scenda di Qal’eh (Il quartiere delle donne)

Nel suo cinema c’è sempre uno sguardo particolare per la donna. Uno sguardo attento, eppure discreto, rispettoso.
La conoscenza della donna da parte dell’uomo avviene – come d’altronde naturale –  prima dalla figura della madre ma anche dal rapporto reciproco dei genitori. Io ho avuto due angeli custodi a questo proposito. Mia madre era una nobildonna raffinata, amante di famiglia e figli – eravamo in sei – e di cose belle, pittrice dilettante ma sensibile, amante dei viaggi, attenta ai problemi altrui e molto rigorosa e premurosa. Insomma, il portale del paradiso. Pensi che da ragazzo, quando vivevamo a Marvdasht  – vicino a Shiraz – ogni pomeriggio ci portava a giocare a Persepoli dove scavava il famoso Prof. Arthur Upham Pope. Ho avuto una nani turca che ci amava più della nostra madre. Ho avuto delle amorosissime compagne e amiche già dall’età di 15 anni. A Roma, Perugia, Firenze, Ginevra, Parigi, Londra, Germania, Danimarca, Olanda,… ho conosciuto l’amore in persona e ho amato molto e sono stato copiosamente ricambiato. Ero – sono – molto sensibile ai problemi della donna nella nostra società ma anche nel mondo e ne soffro per le mancanze e ne gioisco per le vittorie e successi. Ho una moglie bellissima e rarissima – come persona e carattere – e sono fermamente sicuro che ha due ali d’angelo che nasconde e che discende dal paradiso per salvarci l’anima. In poche parole: sono un uomo protetto dal Dio dell’Amore.

Iran e Italia: erano più diversi negli anni Sessanta o adesso?
Da più di 50 anni sento dire che siamo due popoli antichi e ci somigliamo.  Deve essere vero anche perché noi iraniani – come d’altronde gli Italiani da noi – si sono adattati facilmente all’integrazione dovuta dai tempi e bisogni socio – storici e si sono fatti amare e hanno fatto strada facilmente. Noi certo siamo molto più intelligenti a imparare le lingue, cucire e vestirci all’occidentale e insomma a copiarvi , tradurvi e più delle volte a superarvi in quello che ci avete insegnato. Io vengo molto raramente in Italia. Questi viaggi specialmente dopo la rivoluzione sono diventati costosissimi. Il nostro cambio è più di 120 volte a nostro sfavore. Non so e non sento la differenza anche perché a Roma devo giurare tutti i santi che sono iraniano e alla fine non mi ci crede nessuno. L’importante è che l’Italia per me è per certi versi la prima e per altri la seconda patria e una fraterna amicizia mi lega a voi e alla vostra terra e cultura. Io lo dico sempre che Roma appartiene più a me che ai molti romani e italiani!

Un solo lungometraggio nella sua lunga carriera? [Tra l’altro, così particolare, come un remake di Godard]. Come mai? Non le interessa raccontare storie a soggetto?
Era l’anno 1960. Dovevo scegliere tra architettura e cinema. Nel giro di pochi giorni vidi prima L’Avventura di Antonioni e poi A Bout de Souffle (Fino All’ultimo Respiro) di Godard.  Per me fu come rinascere, trovare una nuova identità, era il colpo di fulmine! Cosi mi decisi che se un giorno avessi fatto cinema il mio primo film sarebbe stato rifare quel grande terremoto di Godard. Gli ero sinceramente debitore. Lui per me è stato come un angelo liberatore ma lo è stato per generazioni di registi: un Picasso del cinema. Avevo in programma anche quel piccolo gioiello di Visconti che èOssessione ma anche un film tratto da Il taglio del bosco di Carlo Cassola ma purtroppo poi non se ne fece nulla.

Il film di domani: se dovesse scegliere un tema per raccontare l’Iran di oggi, su cosa girerebbe?
Ho perso l’abitudine di fare film anche se praticamente sono considerato un regista tutt’ora in attività. L’Iran, la Persia, è anche il paese degli splendidi tappeti famosi in tutto il mondo. Tappeti da sogno, in maggior parte realizzati dai nomadi, gente dei villaggi, donne e bambine povere e senza né istruzione né carta d’identità ma che hanno adornato i più fastosi palazzi dei reali di tutto il mondo. Per me l’Iran è il tappeto madre da cui provengono tutte queste gemme ormai in via d’estinzione assoluta. Ho cominciato anni fa a fare un documentario lunghissimo, a puntate rimasto incompiuto per ragioni economiche e divergenze tra i capi tribù. Sarebbe bello e essenziale rifare questo difficilissimo Opus.

Tra i nuovi registi del cinema iraniano, c’è qualcuno che le piace in particolare ? Se dovesse consigliare a un italiano un film iraniano degli ultimi due anni, che titolo sceglierebbe?
Spero che non me ne vogliate ma io che anni fa a Roma vedevo più di 5 film al giorno correndo tenacemente da un cinema all’altro e anni dopo da un paese all’altro per vederli, ora non ne vedo neanche uno da decine d’anni. Ho smesso di vedere i film a soggetto da più di trent’anni. Ora cerco di vedere solo i documentari scelti con molta premura e niente di più. La causa era la censura preventiva, il brutto e falso doppiaggio, la merce putrefatta che ci veniva venduta e poi c’è la perdita di appetito, la curiosità filmica, non vedendone e sentendone l’importanza. Da anni ormai quasi tutto il cinema fiction – delle volte perfino le tragedie e i film americani – mi fanno morire di risate e non posso farci nulla. In più detesto anche la TV che considero veramente come l’oppio dei popoli a pari dei cellulari.  Sono rimasto come l’uomo delle caverne all’età della pietra:  al neorealismo, al miglior Fellini, Antonioni, Rosi, Petri, Ferreri, Rossellini, Pasolini, Malle, Resnais, Bresson, Bergman, Trauffaut, I primi Godard, Ozu, Dreyer, Ophuls, Mizoguchi, Shindo, Milos Forman, Pabst, Vertov, Ivens, Flaherty, Bunuel e cosi via…. In Iran ho amato e amo tutt’ora i lavori – quelli fatti in Iran – del compianto Sohrab Shahid Sales (Un Caso Semplice, La Natura Morta) e qualche lavoro Iraniano di Amir Naderi che fu come un figlio adottivo per me ma purtroppo si rifugiò in America. Certo ci sono anche i lavori di Kiarostami , della famiglia Makhmalbaf, Panahi, Ghobadi ed altri ma per me ormai è troppo tardi e dovrei andare a dormire perché domani il lavoro m’aspetta…. Ormai cerco di vedere i film nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, negli ospizi, dentro le famiglie, dietro le porte dei tribunali, sulle pagine dei giornali che guardo attentamente prima di dormire….SOGNI D’ORO !

Quarantennitudine

Lo scrittore Clive Barker  sosteneva che “siamo tutti libri di sangue: in qualunque punto ci aprano, siamo rossi”. Forse anche vero il contrario. Cioè che tutti i libri – o almeno quelli veri, quelli che “rimangono” – oltre all’anima hanno anche un corpo, una fisicità.  Ricordiamo il colore della loro copertina, ci affezioniamo all’odore della carta in cui sono stampati, sono cose vive.

Accade qualche volta che un libro e un luogo si sovrappongano in modo involontario ma non casuale (il caso non esiste). Ad esempio, un paio di anni fa finii di leggere “Una perfezione provvisoria” di Carofiglio in treno da Bari a Roma. Ed era stata un’uscita fisica dall’atmosfera di quel romanzo/giallo ambientato nel capoluogo pugliese.

Quest’inverno ero a Teheran e avevo in valigia A quarant’anni, della scrittrice iraniana Nahid Tabatabai, pubblicato in Italia da Ponte33. Il titolo originale Chehelsaleghi è traducibile in “quarantennitudine”: una condizione dell’anima più che una mera situazione anagrafica.

Avrei dovuto consegnare quella copia a una persona a Teheran, ma alla fine ho avuto il tempo di leggere il romanzo per intero. Ed è stata una lettura che ha accompagnato la mia immersione nella megalopoli iraniana e la mia personale “quarantennitudine”.

Alaleh, la protagonista del romanzo, è una quarantenne, ex musicista ora impiegata d’ufficio, sposata e madre di una adolescente. Il ritorno dall’estero di un direttore d’orchestra, suo primo grande amore, apre una falla nell’equilibrio monotono della sua vita di tutti i giorni. Ma come tutte le crisi, sarà anche l’occasione per cambiare, per rinascere, in un certo senso. “Due volte vent’anni”, come il titolo di un romanzo di Lidia Ravera di qualche tempo fa.

Non vi racconto la trama perché di azione ce n’è poca e perché questo è un libro da vivere più che da spiegare. Se lo prenderete per quello che è: un romanzo, non un manuale della condizione femminile nella Repubblica islamica.

Anche perché l’ambientazione non è attualissima: la storia si svolge una quindicina d’anni fa, quando la società iraniana cominciava a uscire dagli anni cupi della rivoluzione della guerra con l’Iraq. Poca differenza? Mica tanto: niente internet, niente cellulari, il mondo esterno era ben più lontano. Un’altra epoca, per molti aspetti. Feconda di pulsioni e cambiamenti che sarebbero arrivati di lì a poco.

Ecco, se proprio vogliamo dare uno sguardo “sociale” su un passato recente, possiamo usare questo libro anche come termine di confronto con altre produzioni artistiche made in Iran più recenti. Come l’ormai celebre film premio Oscar Una separazione. Tra l’altro, da questo romanzo è stato tratto il film di Alireza Raisian, Chehelsaleghi, interpretato da Leyla Hatami, protagonista proprio del film di Farahadi.

Spero di avervi fornito delle buone occasioni per leggere A quarant’anni. Ma se invece non vi ho convinto, date un’occhiata alla copertina. Se vi capita tra le mani, sfogliatelo. Sono sicuro che vi verrà voglia di leggerlo. E se non vi viene voglia, allora avete sprecato tempo a leggere questo articolo.

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

Pollo alle prugne

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Buoni e cattivi/4

E risiamo, in un certo senso, da capo a dodici. A Teheran, nel Paese le cose vanno male, questo è sicuro. Ma la novità, il rimedio, da dove dovrebbe venire? Lo scenario politico e sociale iraniano non è solo complicato, ma addirittura indefinito.

Nella storia di questo Paese i bazarì hanno sempre avuto un ruolo determinante. Sono stati loro a dare alla rivoluzione il sostegno necessario a rovesciare lo scià nel 1979. Ed è stato sempre il loro appoggio a determinare l’egemonia di Khomeini all’interno del fronte rivoluzionario. Adesso con chi stanno? Non con Ahmadinejad, che è sostenuto da un altro blocco sociale (per dirla con Gramsci), quello dei pasdaran, cresciuto moltissimo – in senso anche economico – negli ultimi anni. Ma non è che i bazarì stiano all’opposizione: preferiscono appoggiare Khamenei  e i circoli conservatori che saranno i vincitori delle elezioni parlamentari di marzo. Questo è un dato di fatto: una parte consistente della borghesia medio-alta che mugugna contro il regime e manda i figli all’estero, rimane un pilastro di questo sistema. E non sembra al momento intenzionata a sostenere, promuovere o incoraggiare cambiamenti sostanziali.

Ecco allora che torniamo alla questione: cosa è regime e cosa non lo è?

Un martedì mattina nella Facoltà di relazioni internazionali a Niavaran, estremo nord di Tehran. C’è il sole e tanta neve ancora sui tetti e i marciapiedi. Qui il caos è distante, è una zona abbastanza tranquilla ma non proprio residenziale. Ci sono pochi studenti in giro, si avvicina un weekend lungo, perché al fine settimana islamico (giovedì e venerdì) si aggancia sabato 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione.

La funzionaria che mi attende non conosce l’inglese ma  un francese eccellente perché – figlia di un diplomatico – ha vissuto per anni a Parigi. “Ma la sua famiglia è iraniana, non è vero?”. Mi chiede quasi subito. “No, non ho parenti qui”. “Ma è sicuro?”, incalza. “Perché il suo cognome esiste in Iran, lo sapeva?”.

Nel cortile del dipartimento due uomini scaricano le provviste per la mensa. Chiacchierano fitto fitto in turco, lingua parlata da oltre il 30% degli iraniani. La mia guida li guarda e poi sibila: “Questo è sempre stato un problema per l’Iran. In tanti hanno cercato di usare queste differenze per dividerci”. Ma nessuno c’è davvero mai riuscito, va detto.

C’è una buona dose di casualità in questa visita. O forse sarebbe meglio parlare di serendipità, visto che siamo in Iran. Perché sono qui? Sono venuto a cercare materiale per il libro che sto scrivendo, mi ritrovo a sorpresa nell’archivio storico del dipartimento, tra lettere, documenti e mappe antiche. E da qui vengono idee nuove, spunti a cui non avevo minimamente pensato. E comunque è tutto molto interessante. “Questo le serve, le può essere utile?”, mi chiede la mia guida quasi ad ogni passo. Esagero un po’ la mia soddisfazione perché mi dispiacerebbe deluderla.

La parte più interessante di questa visita è l’incontro col professor Sohrab Shahabi. Ha una sessantina d’anni e ha vissuto a lungo in Canada. Parliamo un po’ di tutto, dalla situazione in Nord Africa al momento critico dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. “Non conta solo l’economia – avverte. Quanto è accaduto in Tunisia, ad esempio, dimostra che la rabbia di un popolo può scatenarsi all’improvviso. E che gli eventi prendono spesso una piega non prevista”.

Accenno al gelo che in qui giorni di inizio febbraio sta colpendo l’Europa e che in Italia ha fatto scattare l’allarme gasolio. Il professore ride. “Questa è un’ottima notizia per noi! Vuol dire che l’Iran venderà combustibile a caro prezzo e risolveremo i guai provocati dalle sanzioni!”. E poi aggiunge ironico: “Allora ha ragione chi dice che in politica la linea migliore è invocare il Mahdi!”. Il riferimento è all’intervento ultraterreno del dodicesimo Imam, figura chiave della teologia sciita, negli ultimi anni invocata spesso dal presidente Ahmadinejad. “Avvenne lo stesso nel 1990: eravamo a pezzi dopo la guerra con l’Iraq. E cosa fa Saddam? Invade senza motivo il Kuwait e il prezzo dl greggio andò alle stelle. Per l’Iran fu un affare. In più, Saddam consegnò di fatto una parte enorme della sua aviazione, credendo di metterla al sciuro. Fu un insieme di circostanze incredibili!”.

Prima di congedarci, mi lascia un’immagine: “C’è un vecchio racconto che parla di un ragazzo che passa la vita a cercare un tesoro nelle acque gelide di un torrente di montagna. L’Iran è come quel ragazzo: sempre alla ricerca dell’ora. Qualche volta lo trova”.

4- CONTINUA

 

Tre anni dopo

Tre anni dopo lo storico messaggio della “mano tesa”, il presidente Usa Barack Obama ha nuovamente inviato un messaggio di auguri agli iraniani in occasione del No Ruz, il capodanno persiano.Ecco il testo integrale del messaggio, sottotitolato in persiano e trasmesso dal canale You Tube della Casa Bianca.

Quest’anno Michelle ed io vogliamo fare i nostri migliori auguri a chi oggi celebra il No Ruz in tutto il mondo. In comunità e case, dall’America al Sud Est asiatico, amici e famiglie si riuniscono per celebrare la speranza che arriva con la nuova stagione.

Per il popolo dell’Iran questa festa arriva in un momento di continue tensioni tra i nostri due paesi, ma ci ricorda l’umanità comune che condividiamo. Non c’è  alcuna ragione perché i due Paesi siano divisi. Qui, negli Stati Uniti, gli irano-americani prosperano e danno un grosso contributo alla nostra cultura.

Quest’anno una produzione iraniana, Una separazione, ha vinto il miglior premio per un film straniero. I nostri marinai si confrontano col pericolo della pirateria e marinai Usa hanno persino salvato cittadini iraniani presi in ostaggio. E da Facebook a Twitter – dai cellulari a internet – i nostri popoli usano gli stessi mezzi per comunicare e per arricchire le nostre vite.

Sempre più al popolo iraniano viene negato l’accesso alla libertà fondamentale di accesso all’informazione. Il governo iraniano blocca il segnale dei satelliti per oscurare televisioni ed emittenti radio. E censura internet, per controllare e per decidere cosa la gente iraniana può vedere e sentire. Il regime – prosegue il presidente americano – sorveglia i computer, i telefoni cellulari solamente per proteggere il suo potere. E nelle ultime settimane le restrizioni di internet sono diventate così severe che gli iraniani non possono comunicare liberamente con i loro cari all’interno del Paese o all’estero. Le tecnologie che dovrebbero dare più potere ai cittadini vengono invece usate per reprimerlo.

A causa delle azioni del regime iraniano, una cortina elettronica è calata attorno all’Iran, una barriera che stoppa il flusso delle informazioni e di idee nel paese e nega al resto del mondo la possibilità di interagire col popolo iraniano, che ha così tanto da offrire.

Io voglio che il popolo iraniano sappia che l’America cerca il dialogo per ascoltare le vostre opinioni e capire le vostre aspirazioni. Per questo abbiamo realizzato un’ambasciata virtuale, così che possiate vedere voi stessi cosa gli Stati Uniti stanno dicendo e facendo. A tal fine stiamo utilizzando il farsi su Facebook, Twitter e Google Plus.

E anche se abbiamo imposto sanzioni al governo iraniano, oggi, la mia Amministrazione emetterà nuove linee guida per rendere più facile per le imprese americane la fornitura di software e servizi in Iran, in modo da rendere più facile l’uso di Internet per il popolo iraniano.

Gli Stati Uniti continueranno ad attirare l’attenzione sulla cortina elettronica che sta tagliando il popolo iraniano fuori dal resto del mondo. E speriamo che altri si uniranno a noi nel portare avanti una libertà fondamentale per il popolo iraniano: la libertà di connettersi tra di loro e con gli altri esseri umani.

Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo imparato ancora una volta che sopprimere le idee non serve a farle sparire per sempre. Il popolo iraniano è  erede di una grande civiltà e antica. Come le persone in tutto il mondo, gli iraniani hanno il diritto universale di pensare e parlare da soli. Il governo iraniano ha la responsabilità di rispettare tali diritti, così come ha la responsabilità di adempiere ai suoi obblighi rispetto al suo programma nucleare. Lasciatemi dire ancora una volta che se il governo iraniano persegue un percorso responsabile, sarà accolto ancora una volta tra la comunità delle nazioni, e il popolo iraniano avrà maggiori opportunità di prosperare.

Quindi, in questa stagione di rinnovamento, il popolo iraniano deve sapere che gli Stati Uniti d’America cercano un futuro di profonde connessioni tra la nostra gente – un momento in cui  la cortina elettronica che ci divide sia sollevata e le vostre voci si sentono. Una stagione in cui la diffidenza e la paura vengono superati dalla comprensione reciproca e dalle nostre speranze comuni di esseri umani.

Grazie e ayde shoma mobarak.

 

 

Botta e risposta

“Non sono domande difficili. Io ne avrei scelte di migliori”. Il presidente Ahmadinejad ha usato il sarcasmo per ribattere ai quesiti posti in parlamento da un gruppo di 79 deputati che lo ha accusato di non rispettare la legge. È la prima volta nelle storia della Repubblica islamica che un presidente è chiamato a rispondere in aula sul proprio operato.

Va precisato che il Parlamento è ancora quello uscente, dato che il processo elettorale iniziato col primo turno del 2 marzo non si è ancora concluso. I deputati avevano 15 minuti per presentare le loro domande, il presidente un’ora per rispondere.

È stato il deputato Ali Motahari ad aprire le danze, accusando Ahmadinejad di aver violato la legge in modo evidente in diverse questioni. Le domande sono state tutte sui temi che hanno animato la politica iraniana dell’ultimo anno: la rimozione del ministro degli Esteri Mottaki, le frizioni con la Guida sulla mancata rimozione del ministro dell’Intelligence Heydar Moslehi, il mancato finanziamento di 2 miliardi di dollari per la metropolitana di Teheran, una presunta eccessiva tolleranza nei confronti delle regole di abbigliamento delle donne, e il fallimento della sua riforma dei sussidi.

Su quest’ultimo punto, Ahmadinejad ha rispedito al mittente le accuse, ricordando che la riforma era stata votato dallo stesso parlamento e che l’inflazione è determinata dalle sanzioni. Sulle altre questioni, ha dato risposte molto vaghe o ha negato l’esistenza dei singoli problemi.

Molti deputati si sono detti offesi dal comportamento del presidente che nel suo discorso ha anche alluso a uomini politici che si sarebbero guadagnati un titolo universitario ”premendo un bottone” e ad altri che dovrebbero provare “l’esperienza del carcere”.

Khamenei ha vinto il confronto elettorale, ma Ahmadinejad non sembra proprio accennare a una resa. In vista delle presidenziali 2013, si preannuncia un anno molto intenso per la Repubblica islamica.

Segnali?

Qualche aggiornamento sulle elezioni parlamentari. Il ministero degli Interni ha finalmente fornito i dati ufficiali del primo turno: i seggi assegnati sono 225 su 290. A Teheran sono stati assegnati soltanto 5 seggi su 30.

Per il secondo turno bisogna aspettare il Consiglio dei Guardiani, che deve prima convalidare i risultati del voto del 2 marzo e poi fissare la data del ballottaggio (presumibilmente ad aprile).

I votanti ufficiali sarebbero stati 48.288.,799, pari al 63.26% degli aventi diritto. Se fosse vero, sarebbe una delle affluenze più alte della storia della Repubblica islamica.

A urne chiuse, martedì 6 marzo la Guida Khameni ha tenuto un discorso quasi del tutto ignorato dai media occidentali. Ha rivendicato – come era ovvio – il dato dell’affluenza alle elezioni come un grande successo per la legittimità del sistema politico iraniano. E fin qui nulla di nuovo. Poi ha però ha dedicato poche ma significative parole ai rapporti con gli Usa: “Abbiamo sentito che il presidente americano ha detto: ‘Non stiamo pensando a un guerra contro l’Iran’. Questo è buono, molto buono. Sono parole sagge. È la fine di un’illusione”.

Al di là della propaganda e al netto dell’enfasi oratoria, questo è un messaggio politico. La Guida esce rafforzata da questo confronto elettorale. Il voto in Iran non è mai libero, ma è sempre molto importante dal punto di vista politico. Se certi presunti “analisti” studiassero un po’ la storia della Repubblica islamica, avrebbero evitate di scrivere le banalità pubblicate nelle ultime settimane.

Dietro l’apprezzamento di Khamenei per Obama potrebbe esserci dunque una mossa tattica. La politica estera la fa la Guida, non il Presidente della repubblica. Ahmadinejad – con buona pace di tanti sepolcri imbiancati nostrani – negli ultimi anni si era mostrato più incline al dialogo con l’Occidente rispetto a Khamenei. Ora però il presidente è più debole e questo – in teoria – dovrebbe “semplificare” i processi decisionali interni alla Repubblica islamica.

Ed è anche vero che – da che mondo e mondo – gli accordi e i compromessi col “nemico” li fanno i “duri”, non i riformisti. In questo senso, è emblematica l’intervista di Fareed Zakaria ad Henry Kissinger su CNN:

A proposito di riformisti, l’ex presidente Khatami ha rilasciato una dichiarazione ufficiale circa la sua partecipazione al voto del 2 marzo. (Per il testo integrale in persiano clicca qui).

In sostanza, dice di aver votato per mantenere una “finestra aperta per il riformismo”. Quali siano gli spiragli di un’eventuale tattica di questo tipo, è tutto da dimostrare. Personalmente, ancora una volta mi stupisce lo stupore. Khatami, così come Rafsanjani e gli stessi Mousavi e Karroubi, sono personaggi interni alla Repubblica islamica. Nessuno di loro ha mai virato verso posizioni antisistema.

La scelta di Khatami è opinabile, considerate le sue dichiarazioni nei mesi passati in merito al boicottaggio, ma non è in contraddizione con la sua carriera politica.

Majles. Per cosa si vota

Identikit elettori iraniani

Il 2 marzo 2012 si svolgono le none elezioni legislative della Repubblica islamica.  Il sistema prevede una sola camera, chiamata majles, con 290 deputati. (Vedi le funzioni del Parlamento).

Il 2 marzo si vota. Due gli organi preposti alla gestione del voto: il Consiglio dei Guardiani, che vaglia le candidature, monitora le operazioni di voto e certifica i risultati, e il Ministero degli Interni, che è responsabile dal punto di vista tecnico e operativo. Tra i due organi, il Consiglio dei Guardiani, dominato dagli ultraconservatori, è sicuramente predominante.

La registrazione dei candidati è avvenuta dal 24 al 30 dicembre 2011. La lista definitiva dei candidati è stata rilasciata dal Consiglio dei Guardiani solo il 21 febbraio.

La campagna elettorale vera e propria è durata una sola  settimana dal 22 al 29 febbraio.

Chi si può candidare

Ogni candidato deve avere 7 requisiti di base:

  1. essere di nazionalità iraniana;
  2. essere musulmano praticante ( a parte i seggi riservati alle minoranze religiose);
  3. accettare e riconoscere il sistema della Repubblica Islamica;
  4. riconoscere la validità della Costituzione ed il principio del Velayat Faqih;
  5. avere un master o un attestato di studi teologici equivalente al master universitario;
  6. avere un’età compresa tra i 30 ed i 75 anni.
  7. i membri del governo, le autorità  statali ed esecutive e gli impiegati delle forze armate e delle istituzioni statali, si devono dimettere dalle loro cariche almeno 6 mesi prima della candidatura.

Le forze in campo

Stavolta non esiste una contrapposizione tra conservatori e riformisti. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che il 14% dei candidati appartiene al fronte riformista, ma i principali partiti di questo fronte hanno dichiarato che non parteciperanno a queste elezioni. Ufficialmente, ci sono solo 2 coalizioni riformiste sulle 67 in corsa in tutto il Paese (a Teheran sono in tutto 24). 

La contesa è tutta all’interno del fronte conservatore ma questo non vuol dire che non ci sarà battaglia. Tutt’altro: le divisioni tra sostenitori del Presidente Ahmadinejad e suoi avversari hanno portato a un clima di tensione continua.

Ahmadinejad è stato più volte accusato di essere coinvolto in una gigantesca frode finanziaria e diversi parlamentari ultraconservatori hanno proposto l’impeachment. Più volte sotto accusa anche il controverso capo dello staff presidenziale Esfandiar Rahim Mashaei.

In questo clima fratricida, il Ministero degli Interni ha cassato il 17% dei candidati. Tra questi, 32 attuali parlamentari, come Ali Mottahari, Hamidreza Katouzian e Godratollah Alikhani, sempre molto critici nei confronti di Ahmadinejad. Il Consiglio dei Guardiani può comunque intervenire anche dopo il voto e decidere la ripetizione nei singoli collegi.

I conservatori vicini alla Guida Khamenei hanno avvisato “la corrente deviazionista” (cioè i sostenitori di Ahmadinejad) di non provare a manipolare le elezioni. Particolarmente agguerrito il capo della magistratura Sadeq Larijani, (fratello di Ali, il presidente del parlamento).

Apatia politica

È evidente che questo turno elettorale – il primo dopo le controverse presidenziali del 2009 – sia snobbato dalla maggior parte degli iraniani. Il numero di candidati registrati (5.395) è il più basso dal 1996. Tra questi, le donne sono meno del 10%. Il consiglio dei Guardiani ha tagliato il 35% dei candidati iscritti.

Va anche detto che sono stati apportati emendamenti alla legge elettorali che hanno di fatto limitato la corsa alla candidatura: chi vuole presentarsi alle elezioni deve infatti avere almeno un master universitario. Immaginiamo se in Italia passasse un provvedimento del genere..

Fortissima, invece, la voglia di rielezione dei deputati attualmente in carica: su 290 si ripresentano in 260.

Parenti

Nomi eccellenti tra i candidati: Parvin Ahmadinejad, sorella del presidente; Tahereh Nazari Mehr, moglie dell’ex ministro degli Esteri (esautorato) Manouchehr Mottaki; Mohammad Reza Tabesh, nipote dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, nonché segretario generale della fazione di minoranza del parlamento.

Affluenza

Sono 48 milioni gli iraniani che hanno diritto di votare a queste elezioni. Nelle scorse legislative del 2008 votò il 55% degli aventi diritto. In quelle del 2005 il 51%. Alle presidenziali del 2009 l’affluenza fu dell’83%.

Buoni e cattivi/3

Ritorno a Teheran. L’incontro con Ahmadinejad

“Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni”. È una delle battute più famose del film di Jean Renoir “La Regola del gioco”. Me lo ripeterò più volte, in questo viaggio a Teheran. Sarebbe così facile dividere il mondo in buoni e cattivi, in giusti e ingiusti. Cosa è regime e cosa non lo è?

Entriamo nella sede della Presidenza della Repubblica, nella blindata via Pasteur. Gli addetti alla sicurezza sono molto fiscali ma gentili. L’apertura del convegno a cui sono stato invitato a partecipare viene celebrata con una conferenza che sarà conclusa da Mahmud Ahmadinejad. Siamo una delegazione di una trentina di persone da Italia, Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia , Egitto, Tunisia, Azerbaigian. Giornalisti, registi cinematografici, professori universitari.  Ci sono anche tre rabbini ortodossi (e antisionisti), uno dal Canada e due dagli Usa. Sono gli special guest dell’occasione: sorridono compiaciuti quando la gente si fa fotografare accanto a loro. Inizialmente li trovo un po’ troppo vanesi: mi ricordano i capelloni del famoso articolo di Pier Paolo Pasolini. Comunicano attraverso la loro semplice presenza, il loro mostrarsi agli altri. Col passare dei giorni avrò modo di ascoltarli e di cambiare idea. È sempre sbagliato affidarsi soltanto alle sensazioni.

Ed è la stesso accorgimento che mi riprometto non appena Ahmadinejad entra in sala. È più basso ma meno sgraziato di quanto non appaia in televisione. Indossa una giacca gessata e ha uno sguardo molto mobile. Immagino già i commenti di chi leggerà – prima o poi – questo racconto. Eccolo qui il cattivo per antonomasia. Ha di sicuro un approccio molto semplice. È molto più alla mano lui di qualsiasi assessore regionale mi sia mai capitato di incrociare.

Parla per ultimo, con un discorso a braccio sul ruolo dell’arte e, in particolare, del rapporto tra cinema e potere politico. A tratti è sarcastico, il più delle volte si lascia prendere dal gusto tutto iraniano del racconto. Anche questa conferenza stampa diventa l’occasione per narrare gli ultimi giorni della rivoluzione del 1979 e del ruolo di Khomeini in particolare. Devo essere sincero: per quanto mi sforzi, a un certo punto mi distraggo e non lo seguo più. Osservo gli altri: il più anziano dei rabbini, in prima fila, ha il mento sul petto, vinto probabilmente dal jet lag. Ma anche un paio di iraniani, più indietro, dormono con la bocca aperta.

Insomma, il presidente iraniano non riesce a catturare l’attenzione di tutti. Qualcuno però, al termine della conferenza, è addirittura entusiasta.  “Era tanto che non sentivo un politico che parlava soltanto di valori!”, esulta un collega uruguayano. “Ma ha detto cose talmente generiche che andrebbero bene a chiunque”, lo corregge un americano. Sì, in effetti, ha parlato, tra le altre cose, di pace, di arte pura contro la mercificazione del sapere e della cultura. Però è innegabile che ormai in Europa e in Nord America la politica sia ridotta a una mera rendicontazione (nemmeno governo) dei processi economici e finanziari in particolare. Non condivido chi si entusiasma per il discorso di Ahmadinejad, ma provo a capirne le ragioni.

Diverso, e molto più interessante, l’atteggiamento degli ospiti nordafricani e arabi. Nel nostro gruppo c’è un giovane e brillante regista cinematografico egiziano che è stato in prima fila in Piazza Tahrir nella rivolta contro Mubarak. È un laico, scrive e dirige commedie, in patria ha avuto qualche problema coi Fratelli Musulmani. Quando viene presentato ad Ahmadinejad, gli si getta quasi al collo. È un abbraccio sincero, spontaneo. Più volte, nei giorni successivi, continuerà a esprimere ammirazione per l’Iran e per questo sistema politico. In un convegno in una moschea sarà molto esplicito: “Per l’Egitto non voglio una repubblica islamica. Ma io parlo del mio Paese, voi dovete essere padroni nel vostro”. Come lui, anche un regista tunisino, è entusiasta dell’Iran. Sulla terrazza della Milad Tower continua ad esclamare. “E’ più alta di quella che ho visto in Canada!”, come se l’altezza delle torri bastasse a misurare lo sviluppo di un Paese.

Ma se non ci si sforza di capire questo entusiasmo, si rimane molto distanti dal comprendere cosa sia la cosiddetta “primavera araba”. Vista da Teheran, è sicuramente il segno del declino politico degli Usa. Questo però non vuol dire nemmeno che sia la dimostrazione del “risveglio islamico”, così come vorrebbe l’establishment iraniano. Forse, molto più semplicemente, è l’ammirazione per chi, 33 anni fa, non ha fatto una semplice rivolta, ma una rivoluzione vera e propria. E questa ammirazione il più delle volte prescinde dal giudizio sul sistema scaturito poi da quella rivoluzione.

A questo proposito, a Teheran gira un sms molto carino: “Se la notte non riesci a dormire, non preoccuparti. Non è colpa dell’inflazione, della disoccupazione, della paura della guerra. È solo il risveglio islamico!”.

3 – CONTINUA

Pollo alle prugne, il romanzo

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Buoni e cattivi/2

Quattro viaggi in Iran non mi hanno ancora immunizzato da tutte le influenze negative che precedono ogni partenza. C’è sempre qualcuno che, all’annuncio, sgrana gli occhi come se fossi in partenza per Saturno. Qualcun altro, semplicemente, non capisce il motivo. E non capendolo, disprezza la scelta. Non è un impulso di autoreferenzialità, questo incipit. È semplicemente una prova con cui misurare quanti pregiudizi gravino sempre su questo splendido, dannato Paese.

“Vai in Iran? Proprio adesso che sta per scoppiare la guerra?”. “Un festival del cinema a Teheran? Perché, hanno anche il cinema?”. Cosa non tocca ascoltare, ogni volta.

Sarà anche per vincere una volta per tutte quest’alone non proprio allegro, che una delle prime cose che farò nel tempo libero a Teheran, è comprare una dose massiccia di esfand (o sepanj, che dir si voglia), l’erba che in Iran si brucia per scacciare gli spiriti negativi.

Quanta ne servirebbe per scacciare tutta la sfortuna dall’Iran? Dal mio primo viaggio del 2005, il Paese mi sembra regredito, in certi aspetti. Teheran è più caotica, più confusa. Sicuramente è in espansione. Ozgol, all’estremità nordorientale della metropoli, 7 anni fa era un insieme di palazzi. Adesso è un quartiere strutturato, con una sua innegabile eleganza. Eppure sperduto, ai piedi di montagne cariche di nevi in questo febbraio gelido per mezzo mondo. Centri commerciali anche qui, con le migliori marche italiane in bella evidenza. Tante persone con l’i-phone in mano. Ma per la maggior parte degli iraniani la vita è sempre più dura: un chilo di carne costa 20 euro, un operaio ne guadagna al massimo 300 in un mese.

Città in espansione e sempre più sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Ogni volta, salire su un taxi è un’avventura: i navigatori satellitari sono al bando, di stradari nemmeno a parlarne. E sembra calato un oblio sulla maggior parte degli autisti: ci si perde anche per raggiungere strade relativamente centrali. Non capisco il motivo: 4 anni fa non era così. Ma oggi tutto sembra più approssimativo, più spoglio. Passo ore e ore in auto polverose, col riscaldamento al massimo, mentre fuori si gela. È un continuo saliscendi su circonvallazioni e rettifili infiniti. Quando si rivedono marciapiedi e negozi, si prova una strana sensazione di rassicurante stabilità, come se rivedessi la terraferma dopo giorni di mare aperto. Come diceva Italo Calvino ne “Le città invisibili”, “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Perfetto per fotografare Teheran. Soprattutto questa Teheran di inizio 2012.

2 – CONTINUA

Cosa vuol dire Diruz

Diruz in persiano vuol dire “ieri”.  Per un blog di informazione potrebbe sembrare una contraddizione: perché non parlare piuttosto dell’oggi o del domani?

Semplicemente perché sull’oggi si strilla troppo e sul domani si azzardano spesso previsioni sbagliate, dettate dalla malafede o dal sensazionalismo.

A noi piace parlare di Iran con calma, sulla base di quello che conosciamo, attraverso la nostra esperienza diretta, i nostri studi e il contributo di amici.

Sviluppato su piattaforma wordpress, Diruz nasce da una costola de Il cassetto – L’informazione che rimane (www.ilcassetto.it ) , rivista on line fondata e diretta da Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore appassionato di Iran.

Il nuovo blog contiene una mappa del potere iraniano, il testo integrale della Costituzione della Repubblica islamica e una serie di schede e mappe sulla composizione etnica, linguistica e religiosa del Paese.

Oltre a questa parte fissa, il blog è articolato in 6 rubriche: analisi, cultura, protagonisti, storia, reportage e cucina.

Si comincia con le prime 3 puntate del reportage di Sacchetti (da poco rientrato da Teheran), un ritratto del primo premier della Repubblica islamica Mehdi Bazargan, un’analisi degli ultimi sviluppi della querelle nucleare, una guida alle imminenti elezioni parlamentari e la prima di una serie di ricette di piatti tipici.

Diruz punta a sfruttare al massimo i social media e a coinvolgere il più possibile i lettori nel tentativo di offrire un punto di vista non fazioso sull’Iran.

Buona lettura.

Iran e Israele, un’infida alleanza

Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all’inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L’Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un’equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l’Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell’Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d’aprile né un’ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L’alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l’offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l’ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l’Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall’allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall’ambasciatore presso l’Onu Zarif, dall’ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto – aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un’effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all’aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell’Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell’Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Assedi

L’assalto all’ambasciata britannica di Teheran del 29 novembre suscita inevitabilmente il confronto con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa del 1979. A livello internazionale, quel caso determinò la rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Teheran e – più in generale – isolò l’Iran, che l’anno seguente venne attaccato dall’Iran di Saddam Hussein.

Per quanto riguarda la politica interna, la crisi si rivelò un passaggio decisivo nelle sorti della rivoluzione e dello sviluppo della Repubblica islamica. Khomeini, che inizialmente venne colto di sorpresa dall’azione degli studenti, riesce a utilizzare la crisi per rafforzare la propria leadership a discapito delle altre anime della rivoluzione. Bani Sadr – eletto presidente nel gennaio 1980, a crisi già iniziata – sarà progressivamente emarginato e costretto alla fuga nel giugno 1981.

Completamente diversa la crisi di oggi. La scintilla per questo incidente sono state le sanzioni decise da Londra in seguito all’ultimo rapporto AIEA sul programma nucleare iraniano. Rapporto – per la verità – privo di vere novità. E – a dirla tutta – anche le sanzioni inglesi non sono poi così dirompenti, considerato il modesto interscambio commerciale Iran/Gran Bretagna.

Ma la posizione inglese rischia di fungere da traino in sede di Unione europea (e allora le cose sarebbero più gravi per Teheran). E poi la “vecchia volpe inglese” è il nemico per antonomasia, la fonte di tutte le sventure per il popolo iraniano. Dai grandi giochi imperialistici del XIX secolo, al golpe contro Mossadeq del 1953. A livello di chiacchiera popolare, persino oggi qualche iraniano arriva a dire che l’attacco all’ambasciata gli inglesi se lo siano fatti da soli.

La scorsa settimana il majles (parlamento) ha approvato una una legge che riduce le relazioni con Londra al livello di incaricato d’affari. Dopo l’approvazione di questo provvedimento da parte del Consiglio dei Guardiani, l’espulsione dell’ambasciatore sarebbe stata automatica entro un mese. L’assalto ha dato al tutto un’accelerazione drammatica. Ad ogni modo, è impossibile rintracciare elementi di spontaneità in un’azione che alcuni esponenti politici avevano persino suggerito. Nemmeno 48 ore prima dell’assalto, il deputato Mehdi Kuchakzadeh aveva infatti detto che se la Gran Bretagna avesse insistito “con le sue istanze malvagie, il popolo iraniano lo colpirà entro il mese, esattamente come accadde al covo di spie americano”. Insieme agli “studenti “ c’era anche un altro parlamentare, Hamid Rassi, secondo il quale la riduzione dei rapporti diplomatici “ha fermato la rabbia del popolo. Altrimenti l’ambasciata sarebbe stata distrutta”.

Da noi, qualche tempo fa, avremmo parlato di “mandanti morali”. Però attenzione: non è un caso che a fare la voce grossa siano parlamentari e non esponenti del governo. Il presidente Ahmadinejad non ha finora detto nulla e nemmeno la Guida suprema Khamenei. Il ministro degli Esteri ha espresso rammarico per gli inaccettabili attacchi di un piccolo numero di manifestanti da biasimare. In un comunicato ufficiale sostiene che “è stato chiesto alle autorità competenti di adottare immediatamente le misure necessarie. E una dozzina di manifestanti sarebbero stati arrestati. Ma non cambia la sostanza: un assalto del genere può avvenire soltanto con la complicità delle forze dell’ordine, a cui però, probabilmente, la situazione è poi sfuggita di mano.

Significativa la posizione del presidente del Parlamento Ali Larijiani, che non ha condannato l’assalto ma ha invece criticato la condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu : La condanna affrettata del Consiglio di sicurezza nonostante la polizia abbia tentato di mantenere la calma punta a coprire i crimini del passato di Gran Bretagna e America. La rabbia che ha portato gli studenti arrabbiati per la linea della Gran Bretagna a occupare l’ambasciata è il risultato di decenni di prepotenze di Usa e Gb.

Ecco allora che anche in questa situazione sembra delinearsi il confronto tra presidente e parlamento che dal 2009 attanaglia la politica iraniana. A un anno e mezzo dalle prossime presidenziali, Ahmadinejad è assediato dagli ultraconservatori che non gli risparmiano attacchi violentissimi. Il suo governo sarebbe coinvolto nello scandalo della Banca Saderat, una frode finanziaria da 2,6 milioni di dollari.

Senza dimenticare le esplosioni nelle basi militari a Teheran il 12 novembre (27 pasdaran uccisi) e lunedì a Esfahan. Le autorità hanno parlato di incidenti, ma il sospetto è che si sia trattato di attacchi mirati, ordinati probabilmente dall’esterno.

Un presidente assediato all’interno, un Paese assediato dall’esterno. L’assalto all’ambasciata inglese non ha prodotto nulla di irreversibile. Ma di certo è tutto più complicato.

Una separazione

Se siete appassionati di cinema, ne avrete già sentito parlare molto bene. Se di film ne vedete pochi, andate assolutamente a vedere “Una separazione”, dell’iraniano Asghar Farhadi. È un consiglio da appassionato di cinema, non da persofilo. Il titolo originale recita “Jodaeiye Nader az Simin”, cioè, se il mio persiano non mi inganna, “La separazione di Nader da Simin”. Il che ci fornisce già una prospettiva narrativa molto netta. Nader è, in effetti, più protagonista di Simin. Ed è il suo essere separato dalla moglie, il motivo narrativo dominante. Una coppia relativamente giovane (hanno entrambi meno di 40 anni) decide di separarsi. Lui lavora in banca, lei è insegnante. Piccola borghesia, diremmo noi in Italia. Piccolissima borghesia a Teheran, dove non conta tanto che lavoro fai ma ciò che possiedi.

I due hanno in mano i visti per trasferirsi all’estero, ma lui, Nader (Peyman Moaadi) non vuole abbandonare il padre, malato di Alzheimer. Lei, Simin (Laila Hatami), si trasferisce a casa dei propri genitori. La figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), 11enne, rimane col padre.

Una soluzione temporanea, almeno così sembra, in attesa di chiarirsi le idee e tornare dal giudice per una decisione definitiva. Ma le conseguenze dell’amore (che finisce), sono in agguato. Per accudire l’anziano (Ali-Asghar Shahbazi), viene ingaggiata come badante la chadori Razieh (Sareh Bayat), donna religiosissima e incinta, con un marito disoccupato e sempre ostaggio dei creditori.

In questo intreccio di per sé già abbastanza complesso, interviene l’imprevedibile. Che non vi raccontiamo per non rovinarvi la visione. Diciamo soltanto che la storia rimane tirata fino alla fine. E tutto è sempre un po’ diverso da quello che sembra a prima vista. Non completamente diverso, ma giusto quel tanto che basta a far sì che abbiano un po’ tutti ragione e un po’ tutti torto.

Quello che rimane allo spettatore è una storia scritta benissimo, in cui non c’è forse una scena o una battuta di troppo. Chi scrive, ama profondamente l’Iran e  la sua cultura. Ma ha un approccio molto tiepido col cinema iraniano. Non se la prendano i cultori di Kiarostami, ma di alcuni film come “E la vita continua” e “Il sapore della ciliegia”, ricordo soprattutto la noia. Diverso il discorso per Jafar Panahi e soprattutto per Farhadi, di cui mi aveva colpito moltissimo Chaharshambè surì, (2006), purtroppo inedito in Italia e il comunque intenso Darbaraye Elly (2009), tradotto (chissà perché) all’inglese About Elly in Italia.

Altri film di registi delle ultime generazioni rimangono invece terribilmente antiquati nel loro stile narrativo. Shekarchi (The hunter) di Rafi Pitts è stato spacciato all’estero come un thriller innovativo e avvincente. Ma per me è uno dei film più brutti che abbia mai visto, doppiato, oltretutto, in modo disastroso.

Farhadi è invece su un altro livello. Sobrio eppure vivacissimo. Non ci si annoia, non ci si distrae un attimo. Eppure non c’è una scena di violenza, non c’è la trovata accattivante a cui spesso ricorrono anche molti registi nostrani. È allo stesso tempo un regista ed un autore. Viene da pensare che in Farhadi ci sia tanto di quel “genio assimilatore persiano” di cui parlava il grande  Alessandro Bausani.

In tutti i suoi film è evidente il confronto tra le due diverse anime della società iraniana: quella più benestante e “laica” (ma forse dovremmo dire “diversamente religiosa”) e quella povera e tradizionalista. È un confronto che il 39enne Farhadi rappresenta senza moralismi e senza furberie. Anche perché si tratta certamente di un confronto che lo riguarda personalmente, in quanto cittadino iraniano cresciuto dopo la rivoluzione e tuttora residente nella Repubblica islamica.

Ma le tensioni e i temi di questo film superano ampiamente la dimensione nazionale. È un film iraniano, ma è una storia universale. Non fatevi condizionare dal traffico di Teheran e dal foulard delle donne. La grandezza di questo film sta nel fatto che lo possiamo pure classificare come un film “iraniano”, ma dovremmo – come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera – riconoscerlo come un capolavoro.

Un ultimo suggerimento: se potete, vedetelo in lingua originale, coi sottotitoli. È un piccolo sforzo per apprezzare in pieno un gruppo di attori bravissimi. Tutti, dai due interpreti principali, dalla figlia undicenne al giudice, interpretato da Babak Karimi che ha probabilmente stabilito un record mondiale, doppiando se stesso nella versione italiana.

Quella rivoluzione

L’1 febbraio 1979 Ruhollah Khomeini rientra in Iran dopo un esilio di quindici anni. Lo scià Reza Pahlevi è scappato il 27 gennaio, sulla spinta delle manifestazioni antigovernative. Nel cimitero di Beheshte Zahra, poco fuori Teheran, Khomeini arringa una folla di sei milioni di persone: ”Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità!”.

 

Il pensiero politico di Khomeini

Quando Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), compie una rottura clamorosa con la tradizione sciita. All’inizio degli anni settanta Khomeini tiene diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato “La tutela del giureconsulto: il governo islamico”.

 

Dal VII al XVI secolo gli sciiti avevano rifiutato l’autorità delle dinastie ereditarie e accettato soltanto quella degli Imam. Nel 1501, tuttavia, con la dinastia dei Safavidi lo sciismo diventa la religione di stato dell’Iran e il clero riconosce l’autorità degli scià.

 

Khomeini dichiara invece incompatibili Islam e monarchia ed esorta i religiosi a impegnarsi nella lotta politica contro lo scià, “empio e corrotto”. Si paragona addirittura a Mosè che lotta contro i faraoni e all’Imam Hussein che combatte chi ha usurpato il titolo di califfo a suo padre Ali. Per Khomeini l’unico governo legittimo è quello dei giuristi religiosi, uomini virtuosi a cui spetta guidare le sorti del Paese.

 

Nella visione khomeinista lo sciismo diventa così un’ideologia terzomondista, che individua i suoi nemici principali nei governi occidentali e nella monarchia iraniana. Un’ideologia che si serve di concetti tipici del marxismo per catturare il consenso degli iraniani degli strati sociali più bassi.

 

Sarebbe perciò un errore definire il regime di Teheran “fondamentalista”, perché Khomeini non ha mai proposto una rilettura rigida del Corano. Persino le misure restrittive della libertà della donna (le più note e odiose), non si ispirano alle sacre scritture, ma a tradizioni posteriori.

 

La costituzione iraniana

La Costituzione iraniana del 1979 riprende la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) di Montesquieu e prevede una repubblica presidenziale, simile, sulla carta, a quella della Quinta repubblica francese.

 

Con alcune sostanziali differenze. Il presidente della repubblica viene eletto a suffragio universale ogni quattro anni. Nomina lui i ministri e guida l’esecutivo.

 

La prima carica dello Stato non è il presidente ma la Guida della rivoluzione (faqih), designata (ed eventualmente destituita) da un’Assemblea degli esperti (ayatollah) eletta a suffragio universale diretto ogni otto anni. Questo organismo è dal 1979 appannaggio dei conservatori.

 

Altrettanto importante è il Consiglio dei guardiani della costituzione, composto da dodici membri. E’ l’organo che controlla la conformità delle leggi con l’Islam, ne verifica la costituzionalità e ammette i candidati alle elezioni

 

Al parlamento (Majilis) spetta il potere legislativo. I 270 membri sono eletti a suffragio universale dai cittadini di età superiore ai 16 anni per un periodo di quattro anni. I deputati hanno la facoltà di chiedere le dimissioni del presidente esprimendo un voto di sfiducia. Le leggi approvate dal Majlis devono essere confermate dal Consiglio dei guardiani. La costituzione tutela esplicitamente la rappresentanza delle minoranze religiose (cattolici, ebrei e zoroastriani), riservando loro un numero minimo di seggi in parlamento.

 

Il più alto tribunale in Iran è la Corte suprema, il cui presidente viene nominato dalla Guida della Rivoluzione. Nel 1982 sono stati introdotti i tribunali rivoluzionari islamici e i codici conformi alla legge islamica (shariah).

 

L’Iran è diviso in 24 province (Ostan) suddivise in 195 contee e 500 distretti, a loro volta ripartiti in villaggi e municipalità. Ogni municipalità elegge il proprio sindaco.

 

Lo stesso Rafsanjani, presidente dal 1989 al 1997, ha osservato: “Quando mai nella storia dell’Islam si è visto un parlamento, un presidente, un primo ministro e un governo? In realtà l’80 per cento di quello che facciamo non ha precedenti nella storia dell’Islam”.