Scrivere a Teheran, tra arieti e lumache

Scrivere a Teheran, leggere a Teheran, vivere a Teheran. Farsi gli affari propri a Teheran e non rompere l’anima al mondo raccontando storie banali e noiose, a cui il lettore medio occidentale – e italiano, nel caso particolare – si avvicina soltanto per una nuova e malcelata forma di orientalismo. In virtù della quale mai e poi mai dirà che quel romanzo di quello scrittore iraniano era una gran rottura di scatole. E non lo dirà per un semplice motivo: perché quello scrittore è iraniano.

Ci sono andato giù pesante perché, diciamo la verità, nulla è peggiore della noia, in letteratura, almeno. E negli ultimi anni ho sviluppato una sorta di allergia a tanti libri made in Iran accolti con entusiasmo e curiosità e finiti invece nello scaffale delle letture trascurabili.

Qualcosa però è cambiato perché sta emergendo una nuova generazione di narratori persiani, che, senza rinunciare alla propria identità culturale, sta finalmente scrivendo qualcosa di nuovo, di interessante. Almeno tra i libri tradotti in italiano, un primo squillo di tromba lo aveva dato Nasim Marashi con L’autunno è l’ultima stagione dell’anno.

Un anno fa lo salutai come

il primo romanzo della nuova letteratura persiana. Cioè, quanto di più simile alla forma romanzo classica, così come la intende un lettore medio di un Paese occidentale. Quale si considera appunto chi scrive questa recensione.

Con questo non sto dicendo che arriva a compimento un processo di imitazione di canoni letterari occidentali. Sarebbe riduttivo e anche offensivo. Dico semplicemente che questo romanzo è il prodotto di una nuova generazione di iraniani ormai globalizzati, portatori non solo della propria millenaria cultura nazionale, ma ormai “imbevuti” di cinema, musica e letteratura internazionale. Nel romanzo questo non si legge solo nelle citazioni di film americani, ma dallo stesso ritmo del racconto.

Ecco, dopo essere ricorso all’odiosa pratica dell’autocitazione, mi rendo conto che stavo per scrivere più o meno le stesse cose dopo aver letto due libri di due giovani autori iraniani: il primo è A Tehran le lumache fanno rumore, romanzo d’esordio di Zahra ̓Abdi, tradotto da Anna Vanzan, pubblicato da Brioschi Editore. Il secondo è L’ariete, di Mehdi Asadzadeh, tradotto da Giacomo Longhi per Ponte 33.

Non entro nel dettaglio delle trame e dei personaggi dei due brevi romanzi. Si tratta di storie piuttosto diverse tra loro e anticiparne anche soltanto alcuni passaggi rischierebbe di rovinare il piacere della scoperta e della lettura. Diciamo soltanto che Tehran le lumache fanno rumore è una storia familiare, drammatica e tesa, incentrata sul rimpianto di un fratello disperso nella guerra con l’Iraq. Una storia ricca di riferimenti cinematografici internazionali, tra cui La stanza del figlio di Nanni Moretti.

L’Ariete è invece un romanzo adrenalinico, di un giovane militare di leva alle prese coi propri rimpianti d’amore. Una corsa un po’ folle di 24 ore in una Teheran caotica e sordida. Il linguaggio è sporco, uno slang che non disdegna espressioni triviali, quando serve.

Lontani dall’essere capolavori, sono due opere vere, di due giovani autori, una donna e un uomo, che avranno sicuramente molto da dire.

Leggeteli, ne vale la pena.

 

 

Cos’è il Ramadan

Cos’è il Ramadan ? E’ il nono mese del calendario lunare islamico, durante il quale Maometto ricevette la prima rivelazione coranica. Santo mese del digiuno (sawm), il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’Islam. Secondo il Corano il digiuno è stato istituito perché in questo periodo tutti i fedeli adulti potessero coltivare la pietà.

Quando inizia

L’inizio del Ramadan (in Iran detto ramezan) dipende dall’avvistamento della luna e la tradizione vuole che esso avvenga scrutando il cielo come si faceva ai tempi del Profeta Maometto. E’ l’Arabia Saudita, in quanto custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, a stabilire il periodo del Ramadan. La questione suscita un vivace dibattito all’interno dell’Islam, tra chi auspica l’impiego delle tecnologie per l’avvistamento lunare e chi invece vorrebbe rimanere fedele alle tradizioni. E’ anche una questione politica: non tutti i Paesi musulmani accettano che a decidere sia l’Arabia Saudita.

Il Ramadan 2019

Comincia il 5 maggio  e termina il 4 giugno, giorno di festa chiamato Aid Al Fitr o Aid Assaghir.

Cosa si fa nel Ramadan

Per tutto il mese i fedeli devono astenersi dal mangiare, bere, fumare e avere rapporti sessuali tra l’alba e il tramonto e festeggeranno in preghiera la rivelazione del Corano da parte di Dio a Maometto. Nel mese del Ramadan (in cui secondo la tradizione il Profeta consumava solo un bicchiere di latte di capra e sei datteri al giorno) il Corano prevede che siano esentati dal digiuno i bambini, i malati, le donne incinte e coloro che devono intraprendere lunghi viaggi. Prima di ritirarsi per la notte i fedeli sono chiamati a speciali preghiere comunitarie in cui si recitano lunghi passi del Corano.

La notte della determinazione

La notte tra il ventiseiesimo e il ventisettesimo giorno del Ramadan è chiamata la Notte della Determinazione, nella quale, secondo il Corano, Dio determina il corso del mondo per l’anno seguente. Il giorno dopo la fine del Ramadan si celebra la fine del digiuno, che viene festeggiato con preghiere speciali.

Tutto l’Iran ne parla

A quasi un mese dalle prime manifestazioni a Mashad, la situazione in Iran sembra tornata alla “normalità”. Si potrebbe discutere a lungo su cosa, in Iran, sia normale o straordinario, ma per il momento accontentiamoci di dire che non ci sono state più dimostrazioni dal 4 gennaio 2018, quando, in un comunicato ufficiale, il generale dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato la “fine della sedizione”, dicendosi anche certo che le rivolte non avrebbero avuto un seguito.

Un bilancio delle manifestazioni

Alle manifestazioni – secondo il Ministero degli Interni – avrebbero partecipato non oltre 42.000 persone in totale. I morti sarebbero stati più di 20 (tra cui 4 membri delle forze dell’ordine) e gli arresti circa 450. Due persone arrestate sarebbero morte in carcere, ufficialmente “per suicidio”. Stime non governative parlano di circa 80 città coinvolte e 1.000 arresti. Sempre secondo il Ministero degli Interni, l‘84% dei manifestanti avevano meno di 35 anni, meno del 14% erano laureati e soltanto il 6% dei manifestanti erano donne. Gli slogan erano in maggior parte (70%) a tema politico. 

 

La novità: tutto l’Iran ne parla

Al di là di chi e per quale motivo abbia manifestato (ne abbiamo parlato qui), questa crisi rappresenta una novità per la politica della Repubblica islamica.  In passato ci sono già state ondate di proteste, alcune anche con risvolti drammatici, come nel caso del movimento studentesco del 1999 e dell’Onda Verde del 2009.  O come le proteste contro le privatizzazioni sotto la presidenza Rafsanjani nei primi anni Novanta. La novità è che questa volta il confronto politico non è stato oscurato o negato, ma si è anzi trasferito dalle piazze ai media, fino al parlamento.

Superata una prima fase in cui si è scaricata tutta la responsabilità dell’accaduto ad “elementi stranieri”, i vertici della Repubblica islamica sono intervenuti sulla questione, con toni e da prospettive diverse. Se il presidente Rouhani ha immediatamente riconosciuto il diritto degli iraniani a protestare , sottolineando al tempo stesso il dovere del governo di “ascoltare il popolo”, la stessa Guida Ali Khamenei ha ammesso l’esistenza del malcontento popolare.

Non solo i social media, ma tutti i quotidiani iraniani hanno per giorni affrontato l’argomento delle manifestazioni, con interviste, inchieste ed editoriali.

Certo, questo ci dice anche molto di come le fazioni politiche abbiano cercato in vario modo di cavalcare l’onda delle proteste: i conservatori hanno colto l’occasione per attaccare Rouhani che, a sua volta, ha cercato di porsi come primo interlocutore dei manifestanti.

Affari interni

In questo senso, è particolarmente significativa l’intervista rilasciata da Rouhani alla TV di Stato il 22 gennaio, la prima in assoluto dopo le manifestazioni. A intervistarlo il conduttore Reza Rashidpour, notoriamente vicino ai riformisti. Si è trattato di un piccolo evento televisivo che però, alla fine, ha deluso un po’ tutti. Incredibile ma vero, Rouhani non ha mai parlato dell’accordo sul nucleare (suo cavallo di battaglia) e si è concentrato sulle questioni interne, politiche ed economiche. Dalla perdita di valore del rial alla crisi finanziaria, dalle proteste di piazza all’inquinamento, fino alle polemiche sul blocco (poi rimosso) di Telegram.

 

Tutto toccato con molta moderazione, cercando di essere il più possibile rassicurante e convincente. Ma, a quanto pare, il pubblico non ha gradito. Sadegh Zibakalam, giornalista su posizioni riformiste, ha commentato:

“Mi auguro che il Dott. Rouhani capisca che ogni volta che parla alla gente perde un po’ dei suoi 24 milioni di voti. Spero che capisca che insulta l’intelligenza delle persone concentrandosi su questioni artificiose e superficiali invece di affrontare i temi davvero importanti per la società iraniana”.

Molti altri commentatori hanno criticato le domande troppo accondiscendenti poste da Rashidpour. Persino il tema delle recenti manifestazioni è stato toccato da Rouhani rispondendo ad un’altra domanda, senza che il conduttore avesse affrontato direttamente la questione.

Insomma, Rouhani ha cercato di accontentare tutti ma sembra aver deluso tutti o quasi.

 

La macchina che impara

Il fatto è che la Repubblica islamica ha dimostrato ancora una volta di essere “una macchina che impara”. Di sapersi, cioè, adattare a condizioni diverse per sopravvivere. Piuttosto che negare l’evidenza di una crisi in atto, scatenata da alcune sue stesse componenti, ha scelto stavolta di elaborarla ed esorcizzarla in un dibattito pubblico. E’ la lezione appresa dal 2009, quando invece la contestazione venne bollata come anti sistema e repressa unicamente con la forza. In questo caso non è mancato il pugno duro contro i manifestanti, ma la dialettica che si è aperta dopo tra le forze politiche e in una parte consistente dell’opinione pubblica è sicuramente qualcosa di nuovo e di molto interessante.

Piuttosto che auspicare o diagnosticare improbabili cambi di regime, i media occidentali farebbero bene a seguire con attenzione quello che si dice e si scrive in Iran in queste settimane.

Il quotidiano conservatore Kayhan accusa Rouhani di non aver parlato di disoccupazione, crisi economica e inquinamento nella sua intervista televisiva.

 

Il quotidiano riformista Sgargh, sempre in riferimento all’intervista TV di Rouhani, titola: Quello che non ha detto e che deve dire

I murales di Teheran

Le città iraniane sono piene di murales che ricordano i martiri, i caduti della guerra contro l’Iraq. Durante gli otto anni del conflitto (1980-88), le strade delle grandi città si trasformarono in un immenso sacrario. Vie intitolate a caduti in battaglia e ritratti di martiri ovunque. Propaganda di regime che ha però un suo fascino particolare. Ecco alcuni esempi di murales di Teheran.

Leggi anche 130 murales di Teheran

 

 

Cosa sta succedendo in Iran

cosa sta succedendo in Iran

Cosa sta succedendo in Iran? Problemi sociali e soprattutto economici, la lentezza delle risposte del governo di Teheran alle richieste della gente e un po’ di cattiveria da parte dei media e probabilmente anche da parte della Cia, sono la miscela esplosiva che hanno dato vita, ormai da una settimana, ad ampi disordini in Iran, considerato finora l’unica isola di stabilità e sicurezza nel turbolento Medio Oriente.

Atto primo, il carovita e il fallimento delle banche

Negli ultimi due anni numerose banche e istituti di credito sono falliti in Iran, e centinaia di migliaia di risparmiatori hanno visto sfumare i propri soldi. Un fenomeno che e’ stato molto serio (una ventina di banche e istituti bancari falliti), che dal mese di Novembre, quando i riflettori della cronaca internazionale erano ancora lontani dall’Iran, porto’ la gente a manifestare per le strade di Teheran. Proteste assolutamente pacifiche che venivano tollerate dalla polizia ed anzi ad esse avevano partecipato anche parlamentari ed esponenti politici che chiedevano al governo di occuparsi dei soldi della gente. Il governo Rohani ha garantito che tutti avrebbero riavuto i propri soldi ma in realta’ cio’ durera’ anni e con l’inflazione galoppante che esiste in Iran, riprendere la stessa somma di soldi dopo anni, significa di fatto perderli.

Nel mese di Dicembre, il governo, sottovalutando probabilmente lo scontento gia’ serpeggiante (anche per via di reportage dei giornalisti sulle ricchezze incredibili di alcuni ministri), ha dato il colpo di grazia presentando il suo piano per il budget del nuovo anno. 70% l’aumento previsto per il prezzo della benzina, + 40% su luce e gas, tre volte superiore l’imposta sui viaggi all’estero, aumento delle multe stradali, abolizione dei sussidi governativi diretti per 20 milioni di persone, un quarto della popolazione dell’Iran. La notizia delle misure di “austerità”, hanno creato una bolla di inflazione speculativa che ha portato in poche settimane al raddoppio del prezzo della carne e delle uova, ed anche il prezzo del pane e’ aumentato del 33%. Colpiti, proprio nel cibo, anche i ceti piu’ deboli, preoccupati dall’aumento annunciato del prezzo della benzina, che puo’ innescare una inflazione ancor piu’ violenta.

Atto secondo, le proteste a Teheran e Mashad e le accuse contro il governo

E cosi’ dal 20 dicembre in poi, ci sono state proteste con la partecipazione di piu’ persone nelle citta’ di Teheran (la capitale) e quella di Mashad, a nord-est del paese.

In queste proteste, seppur pacifiche, la gente ha iniziato a gridare “Marg bar Rohani” (A morte Rohani). In un primo momento, i conservatori, l’ala politica opposta a Rohani in Iran, ha iniziato ad accusare il governo di aver ignorato le richieste della gente e di aver preventivato un aumento folle e sprovveduto dei prezzi. Erano in corso dibattiti in Parlamento per aggiustare le politiche economiche del governo mentre le proteste in piazza proseguivano.

Atto terzo, la violenza, la paura, i morti

Da venerdi 29 dicembre, pero’, tutto e’ cambiato. I manifestanti hanno iniziato ad essere violenti; sono stati incendiati cassonetti, distrutti negozi, banche; la protesta da Teheran si e’ allargata a 12 citta’. A Dorud alcuni “individui” hanno addirittura aggredito la polizia che ormai da settimana assisteva alle proteste pacifiche; probabilmente prese alla sprovvista, le forze dell’ordine hanno reagito uccidendo 2 degli aggressori.

A Teheran, sabato, una manifestazione nei dintorni della piazza Enghelab (piazza della rivoluzione), e’ stata molto molto “strana”. Per la prima volta i manifestanti non hanno lanciato nemmeno uno slogan sull’economia e il carovita ma hanno gridato “morte al regime”, “ne per Gaza, ne per il Libano, la mia vita la sacrifico per l’Iran”; e’ stata addirittura bruciata la bandiera dell’Iran; a contraddistinguere questa manifestazione ancora una volta la violenza e i danni arrecati ai negozi ed alle fermate dell’autobus. E nella protesta sono apparse pure ragazze che strappavano i veli, e personaggi alquanto strani.

Da allora gli episodi di violenza si sono moltiplicati velocemente in tutto l’Iran e ogni volta ci sono azioni violente da parte di presunti manifestanti come lancio di sassi, di sostanze esplosive ed ecc… contro le forze dell’ordine.

Lunedi 1 gennaio, un cecchino ha addirittura ucciso un Pasdaran nella periferia di Isfahan. L’indomani, l’Iran, e un po’ tutta la gente, si e’ risvegliata terrorizzata capendo che i manifestanti dei primi giorni, quelli che avevano i conti nelle banche fallite o che protestavano al carovita, chiaramente non sono capaci di uccidere un membro delle forze dell’ordine con un fucile ad alta precisione.

Lo spettro della Cia e di “Mike l’ayatollah”

Le violenze delle ultime ore e soprattutto l’assassinio del membro del corpo dei Pasdaran, fatto con un lavoro “da professionisti”, conferma l’ultimo comunicato del ministero dell’intelligence. “Approfittando delle proteste che la gente aveva il diritto di esprimere, alcuni elementi collegati alle potenze straniere si sono infiltrate tra i manifestanti incoraggiando all’uso della violenza ed alla distruzione dei beni comuni”. Il ministero, ha chiesto quindi a tutti i cittadini di segnalare al numero verde 113 ogni azione da parte di “individui dubbi”.

Il timore di nuovi disordini in Iran, simili al 2009, era gia’ venuto l’estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha deciso di affidare la responsabilita’ delle operazioni Cia contro l’Iran ad una delle piu’ famose e temute spie, Micheal D’Andrea, soprannominato “il principe oscuro” e “Mike l’ayatollah”.

Secondo gli iraniani, proprio lui avrebbe saputo fare infiltrare i suoi uomini tra i manifestanti, creando episodi violenti. Subito dopo i primi episodi di violenza, Donald Trump ha preso la palla al balzo attaccando il governo iraniano e definendo “affamati di cibo” gli iraniani.

Il governo iraniano, ha gia’ dichiarato di aver rinunciato all’aumento annunciato su alcuni prezzi, come quelli della luce e del gas. Bisognera’ aspettare le prossime ore, per vedere se la gente rinuncera’ ad andare in strada ancora, o se proseguira’ a farlo; la seconda questione pero’ sembra difficile, non per l’ingente schieramento di forze di polizia, ma per lo piu’ per la consapevolezza che dietro ad alcuni degli episodi di violenza delle ultime ore, piu’ che gli ayatollah di Teheran, si trova la mano dell’ayatollah Micheal, quello che sta in America.

(Fonte AGI) www.agi.it

 

Viaggio in Iran nella primavera 2018

Viaggio in Iran nella primavera 2018

“Iran: l’Impero della Mente”, come lo chiamo’ lo studioso inglese Micheal Axworthy, nella sua celebre opera Empire of Mind (tradotta in italiano con il titolo “Breve storia dell’Iran”, Einaudi).

 

Viaggio in Iran nella primavera 2018

Non solo le città del tour classico, ovvero Teheran, Shiraz, Yazd e Isfahan, ma anche lo spettacolare deserto di Lut, i castelli della regione del Kerman, e la natura impervia dell’est dell’Iran, in un mix di storia, natura e sapori.

Con chi

Con Anita Mousavian, architetto e guida turistica ufficiale iraniana.

Quando

Dal 20 aprile al 2 maggio 2018.

 

Programma di viaggio

Venerdì 20 aprile

Roma – Teheran

  • Incontro con la guida in aeroporto
  • Trasferimento in hotel
  • Pernottamento a Teheran

Sabato 21 aprile

  • Visita di Teheran citta’
  • Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)
  • Museo dei Gioielli
  • Ponte della natura oppure Ambasciata Usa
  • Cena a Darband
  • Pernottamento a Teheran

Domenica 22 aprile

  • Volo per Shiraz
  • Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose
  • Madrasa del Khan
  • Bazaar di Vakil
  • Pranzo
  • Moschea di Vakil
  • Hammam di Vakil
  • Tomba di Hafez
  • Cena in ristorante tradizionale

Lunedì 23 aprile

  • Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli 
  • Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
  • Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
  • Ritorno a Shiraz
  • Cena
  • Moschea Re delle Lampade

 

Martedì 24 aprile

  • Trasferimento Shiraz-Kerman
  • Palazzo di Shapur a Sarvestan
  • Moschea del Venerdì di Neiriz
  • Pernottamento a Kerman

Mercoledì 25 aprile

  • Visita di Kerman
  • Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
  • Moschea del venerdi di Kerman
  • Fortezza di Rayen
  • Giardino Shazde di Mahan
  • Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
  • Arrivo a Shahdad
  • Cena nel deserto di Lut con astronomo
  • Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad

Giovedì 26 aprile

  • Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin
  • Visita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)
  • Cena in caravanserraglio
  • Altro luogo dove si puo’ disporre di astronomo
  • Ballo del legno dei beluci
  • Pernottamento nel caravanserraglio

Venerdì 27 aprile

  • Giro di Yazd
  • Torri del Silenzio
  • Passeggiata in quartiere antico
  • Prigione Alessandro
  • Cupola 12 Imam
  • Pranzo
  • Presentazione sui tappeti
  • Museo dell’acqua
  • Piazza Amir Chakhmaq
  • Cena
  • Pernottamento a Yazd

Sabato 28 aprile

  • Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
  • Partenza da Yazd
  • Moschea di Fahraj
  • Castello Narin di Meybod
  • Caravanserraglio di Meybod
  • Moschea Naeen
  • Arrivo a Isfahan e cena in piazza
  • Pernottamento a Isfahan

Domenica 29 aprile

  • Isfahan
  • Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah
  • Moschea dello Scia’
  • Tempo libero bazaar
  • Visita palazzo delle 40 colonne
  • Cena e pernottamento a Isfahan

Lunedì 30 aprile

  • Isfahan
  • Visita a cattedrale armena di Vank
  • Visita a moschea del venerdi’ antica
  • Palazzo Ali Qapu
  • Giro nel bazaar
  • Visita ai ponti
  • Cena in ristorante tradizionale/albergo
  • Pernottamento a Isfahan

Martedì 1 maggio

  • Isfahan-Kashan-Qom-Ibis
  • Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh
  • Visita a giardino Fin di Kashan
  • Visita a casa Tabatabee di Kashan
  • Visita a Qom
  • Cena in albergo Ibis
  • Pernottamento presso albergo Ibis

Mercoledì 2 maggio

  • Volo per Roma da aeroporto IKIA

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 2.850 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 360 EURO

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 30 GENNAIO 2018 

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

SALDO ENTRO IL 20 MARZO 2018

La quota comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • spese consolari
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Leggi il racconto dell’ultimo viaggio in Iran

Ancora una volta Iran

Ancora una volta Iran

Iran, ancora una volta. Ancora una volta la scommessa di tornarci, di accompagnare persone che lo visitano per la prima volta. Sempre con quel misto di trepidazione e paura. Riuscirò a trasmettere anche solo in minima parte la misteriosa passione per questo Paese? In gioco non c’è mai semplicemente la riuscita di un tour. C’è piuttosto una parte essenziale di me.

Con molte aspettative e con una certa dose di fatalismo (alla fine l’Iran prende sempre il sopravvento su tutto) mi accingo anche al primo viaggio in Iran dopo la rielezione di Rouhani e l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Dall’Italia si ha l’impressione che su Teheran siano tornati a soffiare venti di crisi. Sarà davvero così?

 

Slow Tehran

Un venerdì di inizio autunno. molto mite. L’aria serena del weekend islamico ci accoglie e ci rilassa. Non ci sono moltissimi turisti occidentali in giro, nonostante questo sia uno dei periodi di alta stagione. All’aeroporto il grosso degli arrivi sono di turisti religiosi, per lo più iracheni sciiti provenienti da Najaf e Kerbala e diretti a Mashad per visitare la tomba dell’Imam Reza. Chiacchieriamo in inglese con loro al controllo (lentissimo) dei passaporti. Sono famiglie piuttosto numerose, con le donne tutte in chador neri. Sono tutti in Iran per la prima volta e sembrano ansiosi di cominciare il loro viaggio. Nelle loro parole, nei loro sguardi, c’è entusiasmo e c’è anche referenza per l’Iran.

Poche persone nei siti turistici principali, come il Golestan e l’Iran Bastan, il Museo archeologico. Nessuno davanti al “nido di spie”, l’ex ambasciata Usa in via Taleqani, dove portiamo un gruppo di italiani a visitare quello che dovrebbe essere ormai un luogo più “storico” che “politico”. Sono passati quasi quarant’anni dalla celebre crisi degli ostaggi, eppure ancora oggi è difficilissimo toccare quei fatti senza suscitare polemiche, persino tra gli italiani che quei fatti hanno quasi dimenticato del tutto.

“L’America non può farci un dannato niente”, recita un murales che cita una delle invettive più note di Khomeini. Già, e oggi? L’America cosa può davvero fare all’Iran? O – piuttosto – cos’altro può fare all’Iran? Il sentimento che sembra regnare sovrano qui è l’indifferenza. Se c’è una cosa che si impara venendo spesso in questo Paese, è che le cose cambiano, sempre, comunque. Passano i Khatami, gli Ahmadinejad e anche i Trump. Come disse una volta un ambasciatore iraniano, “2.500 anni di Storia non possono mai essere messi in crisi da un singolo presidente”. Di qualunque Stato, verrebbe da aggiungere.

Soltanto verso sera il traffico sembra rianimarsi e riportare la capitale al suo solito caos calmo di code e ingorghi.

 

Ancora una volta Iran
Tehran. L’ingresso del Museo dei martiri

 

La beffa di Persepoli

Poi l’Iran è anche un Paese imprevedibile, per carità. Così accade che, per timore di qualche dimostrazione eccessivamente calorosa in occasione della Giornata dedicata a Ciro il Grande, il governo della Repubblica islamica decida di punto in bianco di chiudere per tre giorni Persepoli, Naqsh-e Rostam e Pasargade, per il disappunto di turisti iraniani e stranieri.

Sulla strada che dalla vecchia capitale achemenide (Pasargade) porta a Shiraz ci imbattiamo in un breve corteo di macchine con ritratti di Ciro e decalcomanie di Faravahar e altri simboli zoroastriani.  A bordo gruppetti di ragazzi che suonano il clacson e si fanno foto con lo smartphone sporgendosi dai finestrini. Davvero la Repubblica islamica teme questo “esercito del selfie”? O e stato un tributo da pagare ad alcuni ambienti conservatori che hanno voluto fare la voce grossa?

Un episodio inatteso, che stona con la tradizionale gentilezza iraniana. Persino alcuni militari che impediscono l’accesso a Persepoli sembrano imbarazzati nel bloccare l’accesso ai pullman. Qualche ufficiale in divisa sorride alle guide turistiche e spiega gentilmente di non poter far entrare nessuno. Molto meno gentili gli agenti in borghese che passano al setaccio le auto in transito verso i siti archeologici. Molto rumore per nulla o comunque per molto poco, verrebbe da dire.

Ancora una volta Iran
La tv satellitare come minaccia per l’Islam

 

A che punto è l’Iran?

Ma, in definitiva, a che punto è questo Paese? Sta diventando o sarà mai un Paese “normale”? Il suo essere una continua eccezione, lo rende ancora una meta ambita, la meta di un vero viaggio, non di uno spostamento qualunque. Eppure adesso il wi fi funziona ovunque, con 7 euro si acquista una scheda per navigare in 4G tranquillamente, con una semplice app si aggirano filtri e blocchi dei social. Si può proseguire anche da qui la narrazione continua delle nostre vite connesse..

E allora cosa distingue ancora l’Iran da tutto il resto?

Perché non riesco a togliermi questo vizio, a “tornare” definitivamente da questo viaggio iniziato ormai dodici anni fa?

Devo lasciarmi Shiraz alle spalle per cominciare a capirlo. Shiraz è come una città di mare senza il mare. Sicuramente bella, affascinante, coi suoi giardini, i suoi usignoli e la sua proverbiale indolenza. Tipica – appunto – di una città di mare.

Però poi manca un punto di approdo, manca un orizzonte sul lato basso della città che, vista dall’alto, sembra come sprofondare nel nulla.

Bisogna allora risalire verso est, sfidare le strade impervie che portano verso Yazd. Più piccola, più modesta, infinitamente più sensuale nei suoi colori. Nonostante l’evidente crescita economica degli ultimi anni, qui non ci sono segni evidenti di speculazioni edilizie o di consumi frenetici. Tutto sembra vissuto con uno stile orgoglioso e mite.

Le donne vestono quasi tutte in chador e hanno voglia di parlare con gli stranieri, di salutarli, di dare il benvenuto. Lo spettacolo tradizionale dello zurkhane – una sorta di arte marziale musicale-filosofica-religiosa – è un momento autentico, non un teatrino a uso e consumo dei turisti. I ragazzi del quartiere danno vita a un’ora intensissima ed emozionante.

Come nello Shahnameh

Che poi la narrazione sia tutto, non è un mistero. A Esfahan- cuore di tutti i miei viaggi – c’è una piccola bottega nel bazar storico che amo in modo particolare. Vende specchi e cornici  e la regge un signore di 80 anni, gentile e sempre sorridente. Scambiamo qualche parola in persiano, mi racconta la storia del suo negozio. Dietro il bancone campeggia la foto del vecchio proprietario, morto da diversi anni. L’attuale titolare mi spiega: “Ha realizzato lui molte di queste opere. Ed è morto”. Afferra una composizione in legno, enorme e bellissima: “Anche questa l’ha fatta lui. E ora è morto”.

Ancora una volta Iran
Bottega nel bazar di Esfahan

Sembra quasi che si esprima in versi, proprio come Ferdowsi nello Shahnameh, il libro epico custode della lingua persiana:

Faridun visse cinquecento anni e regnò. Ma morì, e di lui rimase
Solo il glorioso trono.
Morì, il grande sovrano Faridun, ed il grande regno lasciò ad altri, e con sé portò soltanto
un flebile sospiro.
Anche la nostra sorte questa sarà,
perché gli siamo
tutti simili, grandi e piccoli, noi tutti, sia che tu voglia comandare il gregge, sia che voglia del gregge essere parte.

 

Ritratti vecchi e nuovi

Per scorgere i cambiamenti in una realtà così complessa, occorre concentrarsi sui dettagli. Ed ecco allora che un dato emerge subito: in Iran adesso ci sono molti turisti francesi, pochissimi fino a un paio di anni fa. Subito dopo ci sono gli italiani. Pochi tedeschi, zero inglesi. E’ una cartina di tornasole anche delle politiche dei vari Paesi Ue.

E delle mire commerciali delle grandi multinazionali. Lo stesso settore turistico si sta sviluppando grazie anche agli investimenti stranieri. In questo contesto, le sparate anti iraniane di Trump sembrano innanzitutto anacronistiche.

E poi altri dettagli dicono molto più di tante parole. Ad esempio, in diversi luoghi pubblici, accanto ai ritratti di Khomeini e Khamenei, comincia ad apparire anche quello di Qassem Soleimani leggendario comandante dei pasdaran impegnato ora nella guerra all’Isis. Ne notiamo diversi all’aeroporto di Teheran e persino nell’Emamzadh di Abyaneh, cittadina molto turistica della regione di Esfahan.

 

Ancora una volta Iran
Il ritratto del generale Soleimani nell’emamzadeh di Abyaneh

 

Ed è solo davanti a questi ritratti che ci rendiamo conto che dagli attentati dell’Isis a Teheran del 7 giugno sono passati appena tre mesi. Il resto del mondo lo ha dimenticato in fretta. L’Iran no. In Iran non ci si dimentica quasi mai nulla di quello che si è vissuto.

La differenza col resto del mondo, forse, sta tutta qui.

Odio l’estate

Odio l'estate

Tre giovani donne, Teheran, i grandi dilemmi della vita. tanto grandi proprio perché comuni, quasi banali. Non ci sono trame complesse nell’ultimo libro pubblicato da Ponte 33L’autunno è l’ultima stagione dell’anno, primo romanzo di Nasim Marashi tradotto dal persiano all’italiano da Parisa Nazari. Anzi, a dirla tutta, se ci mettiamo a raccontare la trama, facciamo un torto a questo libro e alla sua giovane autrice. Sì, perché siamo probabilmente di fronte non solo al migliore dei libri fin qui pubblicati dalla casa editrice fondata nell’ormai lontano 2010 da Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini. La sensazione è di essere di fronte a un cambio di stagione – tanto per restare in tema col titolo – per la letteratura iraniana contemporanea.

Superate le secche non sempre divertenti delle forme letterarie “diverse” (i racconti brevi, i diari), questo potrebbe essere un giorno ricordato come il primo romanzo della nuova letteratura persiana. Cioè, quanto di più simile alla forma romanzo classica, così come la intende un lettore medio di un Paese occidentale. Quale si considera appunto chi scrive questa recensione.

Con questo non sto dicendo che arriva a compimento un processo di imitazione di canoni letterari occidentali. Sarebbe riduttivo e anche offensivo. Dico semplicemente che questo romanzo è il prodotto di una nuova generazione di iraniani ormai globalizzati, portatori non solo della propria millenaria cultura nazionale, ma ormai “imbevuti” di cinema, musica e letteratura internazionale. Nel romanzo questo non si legge solo nelle citazioni di film americani, ma dallo stesso ritmo del racconto.

Leggendo il libro mi sono venute in mente due suggestioni, entrambe legate a due mostri sacri del rock, niente meno che ai Rolling Stones e ai Beatles. Cosa c’entrano? In realtà nulla, ma superata una buona metà del libro mi veniva in mente un titolo meno noto degli Stones, The singer, not the song. “Il cantante non la canzone”, cantava Mick Jagger. E in questo caso sarebbe forse da dire: “La scrittrice, non il libro”.

In una intervista la stessa autrice ha spiegato che le tre protagoniste sono in realtà declinazioni di sé, le loro storie in apparenza diverse sono piene di fatti realmente accaduti alla stessa Nasim Marashi. La scrittrice quindi più del libro, oltre il libro. Anche perché a 33 anni avrà probabilmente ancora molto da dirci. Forse non solo come scrittrice ma anche come sceneggiatrice o autrice teatrale, chissà.

La seconda suggestione è invece legata alla storia del libro. Le tre donne hanno tutte 28 anni. Si sono conosciute nella facoltà di ingegneria e adesso sono a un passo dal salto nella vita. Una vuole proseguire gli studi in Francia, un’altra deve decidere se sposarsi o meno, un’altra ancora ha già alle spalle una separazione dolorosissima e tenta di aprire una nuova fase professionale in campo giornalistico.

Ecco, i 28 anni.  Un’età che dovrebbe essere di piena maturità ma che da noi – e a quanto pare anche in Iran, almeno per qualcuno – sembra ancora l’ultimo spicchio di incoscienza giovanile, l’ultimo pezzetto di vacanze prima del ritorno alle cose serie. Un’età piena di incognite, di “se”.

E quindi eccola qui sotto la celebre copertina di Abbey Road, leggendario album dei Beatles, di fatto l’ultimo ad essere registrato dai quattro di Liverpool ancora come band.  Alla copertina è legata una assurda leggenda: Paul Mc Cartney sarebbe morto mesi prima e la targa del maggiolone parcheggiato sulla sinistra sarebbe un’indicazione quasi subliminale: riporta infatti un 28 IF. Cioè “Se (fosse vivo, avrebbe) 28 anni”.

Ecco, L’autunno è l’ultima stagione dell’anno mi ha riportato ai miei 28 anni. All’attesa dell’autunno e al saluto definitivo all’estate della vita. Che non è detto che sia necessariamente un momento triste. Specialmente per chi, come me, l’estate non la sopporta.

Non ho detto nulla dell’ambientazione del libro, nulla a proposito dell’Iran, di Teheran, della censura, della condizione della donna nella Repubblica islamica, dei foluard e dei chador.

Ecco, vi ho detto che non l’ho detto. Va bene lo stesso, no?

 

 

 

Nasim Marashi

L’autunno è l’ultima stagione dell’anno

Aprile 2017
pp. 208
ISBN 9788896908099
€ 15,00

Traduzione dal persiano di P. Nazari

 

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

Election Day Iran

Election Day Iran. Alla fine sarà una corsa a due. Oltre al ritiro pressoché scontato del vicepresidente Jahangiri, l’uscita di scena di Qalibaf ha modificato in modo sostanziale la partita. Anche Mir Salim si è  de facto ritirato per sostenere Raisi, mentre Hashemi Taba, pur rimanendo formalmente in corsa, ha annunciato che voterà Rouhani e ha invitato gli iraniani a fare altrettanto per “salvare l’Iran”.

La riduzione dei “veri” candidati da sei a due le elezioni che saranno decise così al primo turno.

La scheda elettorale presenta quattro nomi: Rouhani, Raisi, Hashemi Taba e Mir Salim, ma è molto probabile che la stragrande maggioranza dei voti sarà dirottata sui primi due.

La campagna elettorale si è chiusa la sera del 17 maggio e per Rouhani è adesso decisiva l’affluenza. Deve infatti convincere gli indecisi a recarsi alle urne, magari soltanto con la prospettiva di evitare un “ritorno al passato” con 

L’ultimo sondaggio IPPO dà Rouhani al 63% e Raisi al 32% ma è una rilevazione compiuta considerando ancora in gare tutti e sei i candidati. Sicuramente negli ultimi giorni ci sono state migrazioni di consensi, anche se non è così automatico che gli elettori di Qalibaf sostengano adesso l’altro conservatore Raisi.

Si tratta – come abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo – di candidati diversi, con prospettive, linguaggi ed elettorati distinti.

Resta il fatto che negli ultimi giorni, come accade sempre in Iran, la campagna elettorale abbia vissuto un’impennata sia di partecipazione popolare sia di endorsement da parte di personaggi noti.

A favore di Rouhani si è espresso il regista due volte premio Oscar Asghar Farhadi, così come l’ex presidente riformista Mohammad Khatami e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Dagli arresti domiciliari a cui è costretto dal 2011, ha dato il proprio appoggio al presidente in carica anche il leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

A sostegno di Raisi, l’ex comandante dei pasdaran Mohsen Rezai che ha ammonito:

Raisi può vincere, Rouhani poi non gridi ai brogli elettorali…

Un sostegno decisamente meno scontato è quello del rapper iraniano Amir Tataloo. In un video piuttosto curioso, il giovane musicista (finito più volte in carcere per la sua musica..) spiega all’hojatoleslam il significato dei suoi molti tatuaggi.

La Guida Khamenei ha ripetutamente auspicato per queste elezioni un clima di serenità e sicurezza.

Al duello tra il turbante bianco e quello nero mancano ormai poche ore.

 

Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran. Le tappe verso le presidenziali

Il tempo delle speculazioni sta per terminare: a breve si sapranno i nomi dei candidati alle presidenziali iraniane.

Nel dettaglio, ecco le tappe che conducono al voto di venerdì 19 maggio:

 

11 – 15 aprile: registrazione dei candidati

16 – 20 aprile: il Consiglio dei Guardiani vaglia le candidature

21 – 25 aprile: possibile estensione dell’esame delle candidature

26 – 27 aprile: annuncio dei candidati ammessi

28 aprile – 17 maggio: campagna elettorale

18 maggio: silenzio pre ettorale

19 maggio: election day

Da un punto di vista politico, da segnalare alcune novità. A quanto pare, il sindaco di Teheran (e due volte candidato nel passato) Mohammad Bagher Qalibaf ha scelto di non presentarsi. Mentre, sempre in campo conservatore, salgono le quotazioni di Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad (ne abbiamo parlato qui).

 

Iran, le sfide del presente e del futuro

Voci Globali mi ha intervistato sulla situazione  politica in Iran a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Il prossimo maggio in Iran si terranno le elezioni presidenziali. Come sta cambiando il Paese, oggi così centrale nel determinare gli equilibri in Medio Oriente? Lo abbiamo chiesto al giornalista Antonello Sacchetti, autore del libro “La rana e la pioggia – L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (Infinito Edizioni)

Antonello, l’Iran è un Paese che conosci bene e da vicino: quali sono i cambiamenti più significativi nell’ultimo decennio?

In Iran negli ultimi dieci anni si sono vissute stagioni molto diverse. Il mio primo viaggio in Iran fu all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad, e gli otto anni successivi furono segnati da momenti drammatici, come la crisi elettorale del 2009, con l’Onda Verde, i sospetti di brogli, la repressione e uno stato di effettiva chiusura del Paese. Ancora nel 2012 l’atmosfera era molto pesante: le sanzioni da parte di Usa e Ue avevano isolato la Repubblica islamica e in molti temevano un attacco da parte israeliana ai siti nucleari. Attacco che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente. Poi l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013 ha aperto una fase politica diversa. È ripreso il dialogo con l’Occidente, come anche gli scambi commerciali, e il turismo occidentale sta registrando un boom clamoroso. Ovviamente non sono tutte rose e fiori: rimangono i problemi relativi ai diritti umani e anche l’economia non ha registrato i miglioramenti sperati. Di fondo, però, il Paese è cresciuto per quello che riguarda l’innovazione tecnologica e si è sviluppata anche una inedita coscienza ambientalista. Il Paese dei giovani – che raccontai nel mio I ragazzi di Teheran del 2006 – è diventato un po’ più “anziano”, forse un po’ più realista. Molti giovani recatisi nel decennio scorso a studiare in Europa e negli Usa, oggi hanno riportato in patria un bagaglio di esperienza e di conoscenze preziosissimo, alla base di un movimento di startup davvero interessante.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro, “Le sfide del presente e del futuro dell’Iran”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha imposto nuove sanzioni all’Iran, ma già con Obama l’accordo mostrava nodi irrisolti. Cosa sta veramente cambiando con Trump e quali sono gli umori del popolo iraniano rispetto alle mosse di Washington?

Secondo la Guida Khamenei, Trump ha semplicemente svelato il vero volto degli Stati Uniti. È una situazione molto particolare: in generale, i conservatori iraniani hanno sempre preferito l’approccio pragmatico dei repubblicani a quello più ideologico dei democratici. Va però detto che Trump è un repubblicano anomalo, ancora difficile da decifrare. I suoi primi passi in politica estera sono stati disastrosi. L’opinione pubblica iraniana lo percepisce come una minaccia e non ha tutti i torti: il cosiddetto muslim ban ha colpito nel vivo la comunità iraniana negli States che conta quasi un milione di persone. Bisognerà vedere cosa accadrà alle elezioni presidenziali in Iran a maggio. Di sicuro, la retorica di Trump favorisce i conservatori contrari al dialogo e al compromesso con l’Occidente. Nel 2002 Bush junior inserì l’Iran nell’”Asse del male” (con Iraq e Corea del Nord) assestando un colpo tremendo alla stagione riformista di Khatami. In molti si chiesero: che senso ha dialogare con l’Occidente se poi comunque finiamo “nell’elenco dei cattivi”? Detto questo, non darei giudizi apocalittici. Recentemente, un alto diplomatico iraniano mi ha detto durante una conversazione privata: “In Iran abbiamo 3.500 anni di Storia; passerà anche Trump.

Quali sono secondo te i rischi del possibile ritiro americano dai teatri mediorientali?

Dipenda da cosa intendiamo. In un certo senso, se gli Usa si occupassero meno di Medio Oriente, forse farebbero meno danni. Basti vedere quali conseguenze terribili abbiano avuto le scelte in Iraq, Siria, Libia e in generale nelle cosiddette primavere arabe.

Come viene percepito oggi in Iran il processo di trasformazione della politica e dell’economia locali?

Non so se sia corretto parlare di trasformazioni effettive o solo di intenzioni, più o meno dichiarate. Il processo di distensione e dialogo portato avanti dall’attuale presidente ha ovviamente i suoi avversari. Ci sono forze politiche ed economiche che nel periodo delle sanzioni e dell’isolamento si sono arricchite attraverso il mercato nero. Forse alcune dinamiche – come quelle riguardanti i mezzi di comunicazione, il digitale – sono ormai irreversibili. Su molte altre la partita è aperta e tutt’altro che scontata: non è affatto detto che le forze del cambiamento avranno la meglio su quelle della conservazione. Certo, la popolazione è giovane e tra dieci anni la generazione che ha fatto la rivoluzione sarà in età da pensione. Ma non dimentichiamo che la Repubblica islamica, così come è oggi, nelle sue innumerevoli storture, è l’unico Stato davvero stabile in un’area davvero travagliata. Prima di optare per cambiamenti radicali, gli iraniani ci penseranno mille volte. La rivoluzione loro l’hanno già fatta nel 1979, non credo ne aspettino altre.

A che punto è oggi il sistema finanziario iraniano a livello normativo?

È una questione complicata, perché l’Iran è stato finora escluso dal circuito finanziario mondiale. Anche dopo la fine delle sanzioni, il sistema è bloccato e sottocapitalizzato. Nel Paese ci sono 31 istituti di credito, con un livello di patrimonializzazione molto basso rispetto alle medie europee e con un livello di crediti in sofferenza piuttosto preoccupante: la media al 20% degli attivi, con punte fino al 40%. Anche dopo la fine delle sanzioni, la maggior parte degli istituti di credito europei sono stati molto titubanti a investire in Iran per paura di possibili ritorsioni da parte Usa.

 In che modo Teheran può crescere nei rapporti con la Cina?

L’interscambio commerciale con Pechino è cresciuto molto negli anni di Ahmadinejad, quando le porte dell’Occidente e dell’Europa in particolare si sono chiuse. In quegli anni (2005-2013) Teheran ha venduto greggio non raffinato alla Cina ed ha importato beni a basso costo e di scarsa qualità da Pechino. Non è stato uno scambio molto conveniente per l’Iran. Bisogna vedere cosa accadrà a maggio: se Rouhani sarà rieletto – cosa niente affatto scontata – lo sguardo dell’Iran sarà comunque ancora rivolto a Occidente. Se dovesse prevalere un candidato conservatore, è probabile che il rapporto con la Cina potrebbe tornare di grande attualità.

Parliamo della guerra in Siria. La politica iraniana in Siria secondo te è stata più mossa da motivazioni geopolitiche o da motivazioni religiose?

Tutta la politica estera iraniana è da sempre mossa da principi di interesse nazionale. La religione c’entra davvero poco, se non come copertura ideologica a strategie prettamente geopolitiche. La Siria è l’unico alleato strategico di Teheran in Medio Oriente. L’unico dei Paesi arabi, vale la pena ricordarlo, che lo appoggiò nella guerra di difesa contro l’Iraq. Per fare un esempio del pragmatismo iraniano in politica estera, basti guardare alla sua posizione nel lungo conflitto in Afghanistan, dove ha sempre sostenuto la fazione tagika, di lingua persiana ma sunnita, e non gli hazara, la minoranza sciita.

Se, oltre la Siria, Iran e Russia stringeranno nel tempo un’alleanza strategica, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non so se esista la possibilità concreta di un’alleanza a lungo termine con la Russia. L’Iran ha fatto una rivoluzione anche – se non soprattutto – per riscattarsi da una condizione geopolitica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti; non si metterebbe mai in una condizione di inferiorità con Mosca. Non credo nemmeno che ci siano poi tutti questi punti di contatto tra Russia e Iran. Gli altri Paesi sono già di fatto avversari di questo “asse”. Non c’è solo il fronte siriano, anche quello dello Yemen e la crisi in Bahrein. Fronti sui quali Iran e Arabia Saudita si confrontano di fatto in guerre per procura. Ad ogni modo, la Russia è stata nella Storia, un avversario della Persia, o una minaccia. E l’opinione pubblica non credo sarebbe mai entusiasta di una scelta simile. Oggi vive questa “alleanza” come una scelta tattica, soprattutto in funzione anti Daesh. Vale la pena ricordare che Russia e Iran sono i soli Paesi – oltre ai diretti interessati Siria e Iraq –  a combattere l’Isis con forze armate di terra.

Finito il bipolarismo, si apre davvero la stagione del multipolarismo?

Di fatto, credo che esista un multipolarismo di secondo livello. Oltre al fatto che forse un bipolarismo si sta in qualche misura ricreando, credo che in Medio Oriente, ad esempio, ci siano potenze di medio livello che abbiano una forza attrattiva nei confronti di altri Paesi. Certamente l’Iran lo è.

Ci sveli qual è il significato del titolo del tuo libro, “La rana e la pioggia”?

Il titolo prende spunto da una poesia del 1952 di Nima Yooshij, padre della poesia persiana contemporanea. Secondo una credenza popolare del Nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. Per Nima, la pioggia è una metafora della rivoluzione, di un cambiamento epocale. L’Iran viene spesso descritto come un Paese in procinto di cambiare; all’indomani dello storico accordo sul nucleare (luglio 2015) questo tema è divenuto quanto mai attuale. Nel libro ho cercato di affrontarlo con uno sguardo molto personale, non legato cioè soltanto alle questioni sociali ed economiche, ma anche alle mie esperienze.

(Intervista di Elena Paparelli)

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Le vie della rivoluzione sono finite

Domenica 5 marzo, alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo Via della Rivoluzione (edito da Lastaria edizioni), scritto da Amir Cheheltan, autore iraniano alla sua prima pubblicazione in Italia.

La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in Via Santa Cecilia, 1/A.

Alla presentazione insieme all’autore parteciperanno Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).

Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, ammoniva in tempi non sospetti un certo Mao Tse Tung. Noi italiani di rivoluzione non ne abbiamo mai fatte, forse perché non abbiamo la struttura mentale adatta. “Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”, sosteneva, non a caso, Leo Longanesi.

L’Iran di rivoluzioni ne ha fatte tre, tutte nel cosiddetto “secolo breve”: quella costituzionale nel 1906, quella “bianca” del 1962, voluta dall’ultimo scià per modernizzare il Paese,  e infine quella del 1979 che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. E di questa ultima rivoluzione o, meglio, delle sue conseguenze che parla l’ultimo romanzo di Amir Cheheltan, pubblicato in  Italia da Lastaria Edizioni, per la traduzione di Anna Vanzan.

Parliamo di un romanzo, di una storia di fantasia, non di un saggio politico. Però tutto quello che succede in questa storia, è diretta conseguenza degli avvenimenti che nel 1979 portarono alla caduta della monarchia e alla nascita del sistema politico attualmente in vigore. Ed è probabilmente per questo significato “politico”, più che per alcune scene scabrose, che il libro è al bando in Iran. Dove, tra l’altro, l’autore vive attualmente, dopo un periodo trascorso tra Gran Bretagna e Italia.

Il rischio, per questo romanzo, è che ci si concentri troppo sulla prima scena. La storia – come rimarcato anche nella quarta di copertina – si apre con un intervento di imenoplastica a cui ricorre Shahrzad, la protagonista (ma forse sarebbe più corretto dire “vittima / non protagonista”) della storia, per cancellare le tracce di rapporti sessuali prematrimoniali. Inevitabilmente, un incipit del genere cattura l’attenzione in modo prepotente, quasi totalizzante. E’ un pugno nello stomaco del lettore, che viene trascinato subito in una Teheran grigia e sordida. 

Non è chiaro in che anni siamo, esattamente. Il libro è stato pubblicato nel 2009 e censurato in patria. Dall’atmosfera che si respira, è ipotizzabile una ambientazione negli anni Novanta o poco più tardi. 

I personaggi principali sono tre, in un triangolo amoroso per nulla romantico e molto drammatico. Il cinquantenne Fatah, sedicente medico, divenuto ricco e potente con la rivoluzione; Mostafa, torturatore nel famigerato carcere di Evin e la giovane e bellissima Shahrzad (non a caso, il nome della protagonista delle Mille e una notte).

Shahrzad è la preda del desiderio di Fatah e, in un certo senso, la vittima dell’amore di Mostafa. Amore che lei ricambia ma – come vedremo – ha conseguenze tragiche.

Attraverso i ricordi di Fatah, riviviamo la Teheran pre rivoluzionaria. Per chi conosce un po’ la capitale iraniana, è un vero viaggio nel tempo, in luoghi trasformati dalla rivoluzione al punto da essere irriconoscibili. E’ forse una delle parti più interessanti e originali del romanzo: un accavallarsi di locali notturni, personaggi di strada, donne che cantano nei cabaret. Il tutto in un flusso di eventi che porta – appunto – al fatidico 1979 e alla rivoluzione. 

Quella raccontata da Cheheltan è una via a doppio senso: verso la rivoluzione e dalla rivoluzione. Quello che sembra rimanere al termine di questo andirivieni, è un filo conduttore di sofferenza e desiderio di riscatto. In cui le vittime di ieri diventano gli aguzzini di oggi.

In una recente intervista, l’autore ha dichiarato:

Per quanto riguarda la democrazia e i diritti umani non abbiamo ottenuto alcun risultato. Ma non posso chiudere gli occhi sui risultati, in termini di coscienza storica, della rivoluzione. Se oggi l’Iran non è attraversato dalle stesse turbolenze del resto del Medio Oriente, questo è dovuto al fatto che abbiamo già preso coscienza di molte cose durante la Rivoluzione iraniana del 1979.

Le vie della rivoluzione – sembra dire – sono finite.

Amir Cheheltan, Via della Rivoluzione (Lastaria Edizioni, Roma pp. 176, €13,50)

Leggi l’intervista di Farian Sabahi ad Amir Cheheltan su Io Donna

Visita il sito dell’autore: www.cheheltan.net/

 

Una questione di identità

Tutti sembrano voler andare in Iran, adesso. Ma cosa è davvero l’Iran? Cosa è questo grande Paese oggi, anno di grazia 2016? Una nuova frontiera per gli investitori? La meta turistica più abbordabile del Medio Oriente? E’ ancora qualcosa di “altro” rispetto a noi, occidentali mediterranei, o le distanze si sono ridotte fino a fare dell’Iran un “Paese normale”?

Metà settembre, ancora piuttosto caldo, soprattutto di giorno. Accompagno un gruppo di trenta turisti italiani. Il viaggio, programmato da diversi mesi, tocca le principali città d’arte. Uno schema ormai consolidato, direi quasi “classico”. Eppure proprio da questo viaggio più recente, sembrano arrivare delle indicazioni nuove, in un certo senso controcorrente.

Il viaggio inizia male. Il volo da Fiumicino ha cinque ore di ritardo per maltempo. All’arrivo a Teheran la confusione per il ritiro dei visti è maggiore rispetto a qualche mese fa. Ed è una sorpresa negativa. In più, si crea una fila mostruosa per il controllo passaporti e usciamo dall’Imam Khomeini che è giorno fatto. Si tratta certamente di un serie di sfortune a catena, ma l’impreparazione del personale dell’aeroporto è davvero sconcertante, persino per chi, come me. viene in Iran ormai da oltre dieci anni. Sembra quasi che la tradizionale ospitalità persiana si sia concessa una pausa. Situazione ancora più sorprendente visto che il turismo ha registrato un vero boom negli ultimi tre anni.

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Traffico a Teheran

Sensazioni confermate anche nei giorni successivi. L’altro aeroporto di Teheran, quello di Mehrabad, è una vera bolgia. Ma meno festosa, meno “colorata” rispetto ad altre volte. Tutti sembrano mossi da una frenesia ingiustificata, al check in, nei negozi, persino a bordo del volo interno che ci porta a Shiraz. Ecco una cosa nuova: sembrano avere tutti più fretta, oggi in Iran. Non che prima si vivesse in modo sereno e adagiato, ma oggi sono i comportamenti individuali a sembrare più convulsi, più scomposti. E, in un certo senso, meno “persiani”. Nella capitale restiamo intrappolati nel traffico incredibile del pomeriggio verso il nord, il solito fiume silenzioso di automobili che sembra andare verso il nulla.

E’ un’impressione personale, naturalmente. Ma riscontrata in tutte le grandi città: Teheran, Shiraz e persino nella sempre meravigliosa Esfahan. Tutto sembra più caotico del solito, tutto più faticoso.

Yazd, la coerente

Atmosfera completamente diversa invece a Yazd. La “sposa del deserto” appare semplicemente coerente con la propria identità di città tradizionale. E’ una coerenza che restituisce ordine e conferisce un’immagine di benessere; i negozi di abbigliamento delle marche internazionali sono ben visibili, ma non intaccano il cuore della città vecchia, che rimane ancora intatta e magnifica come sempre.

Arriviamo di sera, il traffico è sostenuto ma non convulso. E’ la vigilia della festa di Qadir (la festa che celebra l’annuncio della designazione di Ali quale successore di Mohammad). Arriviamo di sera e troviamo la piazza di fronte al Chackmagh gremita di gente; dal palco musica e colori, alcuni ragazzi girano in moto e lanciano petardi e girandole colorate. Un ragazzo offre gelati a tutte gli automobilisti fermi al semaforo. Quando vede il nostro pullman ci corre dietro per regalarcene una cassa intera. Dopo averli distribuiti al gruppo, comincio a mia volta a regalarli ai passanti e ai clienti dell’hotel dove alloggiamo.

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Famiglia in moto nel centro storico di Yazd

Qualcosa è cambiato?

L’accordo con l’Occidente sul nucleare ha ormai più di un anno di vita, l’implementation day c’è stato otto mesi fa. Ma cosa è cambiato davvero per gli iraniani? La sensazione è che il passaggio più sensibile sia avvenuto nel 2013. Da allora, in fondo, c’è stato soprattutto un flusso crescente di turisti stranieri, ma per gli iraniani non è che sia cambiato moltissimo. L’aumento dei prezzo ha rallentato, ma le prospettive a medio e lungo termine rimangono molto incerte.

A maggio 2017 si rivota: c’è chi dice che Ahmadinejad si presenterà con ottime chance di vittoria. Qualche giorno dopo, però, lo stesso ex presidente sembra fare marcia indietro previa consultazione con la Guida Khamenei. Manca ancora però molto tempo e davvero tutto può accadere. Ma veramente Rouhani è così debole da rischiare di essere il primo presidente iraniano a non essere rieletto?

C’è una strana atmosfera in Iran e attorno all’Iran. Una stagnazione inattesa che ha il sapore di un passo indietro.

Bisogna vedere, nella prospettiva di una maggiore “normalizzazione” dei  rapporti con l’Occidente,  quanto peseranno le elezioni americane di novembre. Una eventuale vittoria di Trump sembra un pericolo evidente, ma la stessa Hillary Clinton ha avuto sul dossier iraniano posizioni molto diverse da Obama.

 

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Naein, martiri e turisti

Globalizzazione alla persiana

Chi viene per la prima volta in Iran adesso, che idea si fa di questa società, di questa cultura? Me lo chiedo ogni volta che attraverso queste città, che mi fermo di nuovo in questi luoghi ormai familiari eppure mai banali. Cosa colpisce di più: la modernità o la tradizione? Il codice d’abbigliamento islamico che impone alle donne un surplus di caldo e fatica? O gli elementi in comune con la nostra quotidianità, come l’uso anche qui ossessivo degli smartphone?

E’ comunque indubbio che resistono ancora dei comportamenti oramai del tutto scomparsi alle nostre latitudini. La folla che riempie l’immensa Naqsh-e Jahan, la meravigliosa piazza del centro di Esfahan, con le famiglie con le sporte di viveri e la bombola del gas per fare il picnic. Ore e ore di pacifica convivenza collettiva, senza un vero “evento” che motivi quella presenza e senza che rimanga una cartaccia o un rifiuto sul prato.

 

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Shah Cheragh, la Moschea degli Specchi a Shiraz

 

Ma anche a  Teheran, la mamma che davanti al museo Iran Bastan, seduta su una panchina nell’afa opprimente del mezzogiorno,  gioca con la bimbetta che sta imparando a camminare, apparentmente senza alcun fretta, trascorrendo il tempo senza l’ausilio di smartphone o altri accessori per noi ormai indispensabili, avvolta in uno spolverino così poco inadatto al clima da farmi vergognare per il mio disperato bisogno di refrigerio.

Non che tutto sia uniforme e inquadrabile da una sola prospettiva. All’interno di Shah Cheragh, la cosiddetta Moschea degli specchi di Shiraz, c’è chi smanetta col cellulare e chi in lacrime chiede una grazia ai fratelli dell’Imam Reza qui sepolti.

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Interno di Shah Cheragh, la “Moschea degli specchi”

Il 22 settembre sono esattamente 36 anni dall’inizio della guerra con l’Iraq. La TV lo ricorda con servizi piuttosto ingessati, in aeroporto e nelle strade i murales e le installazioni che rievocano la “guerra imposta”, sembrano stranamente più “timide” che in passato. Il dolore di quel conflitto non è sparito tra gli iraniani, ma il ricordo può essere davvero un esercizio sfiancante.

 

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Rievocazione della guerra Iran – Iraq all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran

E allora cosa rimane di questo ennesimo viaggio in terra di Persia? Come spesso accade, l’arte riesce a fornire suggerimenti preziosi. Tornato a Roma, vedo ad Asiatica film mediale Valderama, film opera prima di Abbas Amini.

È la storia di un quindicenne chiamato  “Valderama, per via della capigliatura modellata su quella del famoso calciatore colombiano. Figlio di rifugiati afghani, è alla disperata ricerca di una carta d’indentità che ne faccia un cittadino a tutti gli effetti .

Ecco allora che al di là della storia di Valderama, tutto l’Iran oggi sembra un Paese che sa benissimo cosa è stato ma che ha cominciato a chiedersi cosa potrebbe essere domani.

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma non lo è nemmeno la ricerca di se stessi.

In bocca al lupo, Iran.

 

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Una scena del film Valderama

Chi è Ezzatollah Zarghami

Chi sfiderà Hassan Rouhani alle presidenziali di maggio? Tra i conservatori, oltre ai soliti noti – come il sindaco di Teheran Qalibaf  e l’ex negoziatore sul nucleare Jalili (entrambi sconfitti dal presidente in carica nel 2013) – nelle ultime settimane si vocifera di una eventuale candidatura dell’ex direttore della radio tv iraniana (Irib) Ezattolah Zarghami.

Gli anni alla direzione della IRIB

Personaggio non famoso all’estero ma molto noto (e discusso) in patria, è stato a capo della TV di Stato dal giugno 2004 al novembre 2014.  Designato – come prevede la Costituzione della Repubblica islamica – dalla Guida Khamenei, Zarghami ha svolto il suo ruolo in modo molto “politico”, con risultati piuttosto controversi.  Da un lato, ha ampliato lo spettro dell’offerta dell’IRIB, aprendo nuovi canali radiofonici e televisivi, come la Press Tv (in lingua inglese), la Hispan TV (in spagnolo) e la stessa Radio Irib Italia, cercando di raggiungere una platea internazionale con contenuti però molto “ingessati” nella retorica della comunicazione istituzionale.

Questa ha fatto sì che un numero crescente di telespettatori abbia col tempo optato per canali satellitari ufficialmente illegali, trasmessi in genere (in lingua persiana) dagli Usa o dal Regno Unito. Molti iraniani hanno finito per abbandonare i canali di Stato non solo per via dei filtri imposti dalla censura, ma anche per la scarsa qualità dei palinsesti in termini di intrattenimento e informazione.

L’attuale presidente Hassan Rouhani, poco dopo essere stato eletto, nel giugno 2013, rilascia un’intervista alla rivista Chelcheragh in cui critica senza mezzi termini le scelte editoriali dell’IRIB:

Una parte considerevole della nostra popolazione giovanile boicotta l’IRIB perché non la ritiene onesta e morale. I media devono affrontare i bisogni della gente e uno dei loro bisogni più importanti è quello di avere accesso a notizie e informazioni trasparenti. Quando c’è più copertura deli affari esteri che degli affari interni, quando c’è un programma che racconta la nascita di un panda in uno zoo in Cina, ma non parla dei lavoratori che protestano contro i ritardi di pagamento degli stipendi, è naturale che le persone abbiano un’opinione negativa dell’IRIB.

 

Gli anni della gioventù e della guerra

Ingegnere civile con un master in management industriale, Zarghami ha un curriculum da rivoluzionario della prima ora. Da giovane è uno degli “Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam”, il gruppo protagonista dell’occupazione dell’Ambasciata Usa a Teheran. Allo scoppio della Guerra con l’Iraq Zarghami entra nei pasdaran e combatte al fronte., svolgendo un ruolo di rilievo anche nell’industria militare. A conflitto terminato, lavora nel Ministero della Cultura e della Guida islamica. La sua carriera politica prosegue poi come vice ministro della Difesa, fino ad approdare all’IRIB.

Nella lista nera dell’Ue

Il 24 marzo del 2012, l’Unione europea inserisce Zarghami tra le persone soggette a sanzioni internazionali. Secondo l’Ue, infatti, in qualità di direttore dell’IRIB, avrebbe mandato in onda confessioni estorte con la forza ai detenuti in una serie di “processi show” – a carico di persone arrestate a seguito delle manifestazioni dell’Onda Verde – trasmessi tra l’agosto del 2009 e il dicembre del 2011.  Il tutto, sottolinea l’Ue, in diretta violazione delle leggi internazionali che tutelano i diritti delle persone sotto processo

 

Un futuro politico?

Terminata l’esperienza dell’IRIB, Zarghami non ha avuto altri incarichi politici e si è ritaglaito un ruolo da battitore libero nella scena pubblica iraniana, con una presenza costante sui social media e su Instagram in particolare. In un’intervista all’Agenzia Tasnim, il 4 ottobre 2016 ha negato di volersi candidare alle elezioni del 2017, precisando di volersi dedicare piuttosto al consolidamento delle “forze rivoluzionarie”.  Affermazioni tipiche di chi è invece pronto a scendere in campo con una candidatura.

L’agenzia Nasim, vicina ai conservatori, lodando le sue capacità manageriali, lo ha definito il “fuoco sotto la cenere” della lotta dei conservatori contro Rouhani. Così come altre testate giornalistiche hanno cominciato a citarlo come uno dei papabili del fronte opposto al presidente in carica. La tesi di fondo è: Zarghami è un candidato spendibile, ma con poche possibilità di essere eletto presidente.

La sua appartenenza al fronte principalista è chiara, ma è stato sempre considerato un manager e un uomo di comunicazione, non un politico vero e proprio. Ma vista la tendenza globale, chissà che anche la politica iraniana non scelga una soluzione “non convenzionale”.

 

 

 

. #پلاسکو از ساختمان تجاری پلاسکو ، جز بوی دود و تلاش دلاورانه آتش نشان ها ، نشان دیگری نیست ! آفرین به بسیجیان و غواصان خط شکن امشب . فعلا امداد و نجات و همبستگی ملی اصل است . . #پلاسکو #آتش #آتش_نشان #امداد #نجات #دلاور #شجاع #مردم #همبستگی #ضرغامی #سید_عزت_الله_ضرغامی

Un post condiviso da سيد عزت الله ضرغامى (@zarghami.ez) in data:

In un post su Instagram Zarghami paragona i vigili del fuoco caduti nella tragedia del Plasco ai martiri della Guerra con l’Iraq

Le critiche a Rouhani, su Trump

Con un tweet, lo scorso 29 gennaio Zarghami ha chiesto a Rouhani di intervenire affinché Donald Trump smettesse di mancare di rispetto agli iraniani. A suo giudizio, il presidente iraniano avrebbe una linea troppo ironica nei confronti della nuova amministrazione Usa. Rouhani aveva infatti dichiarato che questo “non è il momento di costruire muri tra le nazioni. Hanno forse dimenticato che il Muro di Berlino è crollato anni fa?”

Il tweet di Zarghami è sembrato molto strategico, perché interviene sul tema dei rapporti tra Iran e Usa che sarà certamente uno degli argomenti calda della campagna elettorale. Campagna che settimana dopo settimana, comincia a delinearsi all’orizzonte.

 

 

Usa – Iran: punto a capo?

La tensione fra gli USA e l’Iran è di nuovo alle stelle. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha invitato il neoeletto presidente degli USA Donald Trump a non cercare pretesti per creare nuove tensioni riguardo al programma di costruzione di missili balistici  di Teheran.
Intanto in Iran continuano le battaglie per i diritti civili come quella per il regista curdo-iranianoKeywan Karimi che dallo scorso 23 novembre si trova nel carcere di Evin, a Teheran, dove dovrà scontare la pena di  1 anno di detenzione e 223 frustate.
Che fine farà lo storico accordo sul nucleare? Quali sfide e quali compromessi per la cultura e il popolo iraniano?

Giovedì 2 febbraio Roberto Zichittella ne parla con  Antonello Sacchetti, giornalista autore del libro  “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (ed. Infinito) e con Cristina Annunziata, Presidente Iran Human Rights Italia.

Ascolta la registrazione della puntata.

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

La rana e la pioggia

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

 

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione. Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca” voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile. E oggi? All’indomani dello storico accordo sul nucleare, la Repubblica islamica sembra in procinto di entrare definitivamente nel mercato globale. Ma quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».La rana e la pioggia è un viaggio nell’Iran dei nostri giorni, attraverso il complesso e affascinante rapporto tra Paese e modernità.

 

“Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Con la politica a fare da filo conduttore con i suoi protagonisti”. (Farian Sabahi).

“La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

Per info: http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=330

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La fotografia in Iran

La fotografia in Iran fu introdotta nel 1842, appena 3 anni dopo la sua nascita, durante il regno di Mohammad Shah, da un giovane diplomatico russo Nikolai Pavlov, sotto forma di dagherrotipo. Ma fu lo Shah Naser Al-Din, particolarmente attratto da questa nuova espressione artistica, ad introdurla a corte, pochi anni dopo, favorendone la diffusione. Da allora la fotografia è stata sempre presente nel panorama artistico iraniano, ogni importante evento storico è sempre immortalato dagli scatti di fotografi iraniani pronti a cogliere i cambiamenti della società. La poesia rimane ancora oggi in Iran il linguaggio artistico più amato, ciò nonostante la fotografia si è ritagliata un ruolo significativo nel panorama espressivo in quanto mezzo di rappresentazione della realtà a portata di tutti. Una realtà non manipolata dal regime, dalla stampa, dai partiti, dai religiosi, dalle televisioni straniere. Diruz ha deciso di dare spazio alla fotografia iraniana raccontando i più importanti avvenimenti della storia moderna e contemporanea dell’Iran attraverso l’obiettivo dei suoi fotografi più rappresentativi.

La fotografia arriva in Iran

Lo Shah Naser al Din (1831-1896) è un sovrano fortemente affascinato dalla tecnologia occidentale. È lui a introdurre in Iran il telegrafo e a sviluppare il sistema postale, a promuovere la massiccia costruzione di strade e a dar vita al primo quotidiano iraniano. Attratto dalla modernità occidentale, Naser al Din è il primo sovrano ad appassionarsi all’arte della fotografia tanto da introdurla alla sua corte affiancandola alla pittura. Da quel momento in poi la vita di corte non viene più solo rappresentata nei quadri dei pittori ma anche nei dagherrotipi di fotografi stranieri e dello Shah stesso.

Una nuova forma espressiva è di solito una deviazione di percorso di un’arte già esistente e il suo sviluppo rimane all’inizio ancorato alla forma d’arte originaria. Così anche in Iran la fotografia in principio ricalca i canoni e gli stili della pittura di fine ottocento, non ha una sua indipendenza e rimane tra le mura del palazzo reale. Il ritratto la fa dunque da padrone, proprio come nei dipinti di corte: i volti della madre di Nasser al Din , delle sue mogli e concubine sono le rappresentazioni fotografiche privilegiate. Unica nota di rottura con la tradizione sono le pose leggermente provocanti di alcune concubine.

Lo Shah negli anni si appassiona sempre di più alla fotografia sperimentandone diversi stili. Nasser al Din non è solo un avido fotografo ma anche un vero e proprio collezionista, tanto da possedere circa 20 mila fotografie originali. I soggetti delle immagini non sono solo più volti ma anche eventi ufficiali, paesaggi, scene di vita quotidiana, gente comune. Durante i suoi viaggi dentro e fuori l’Iran lo Shah non perde occasione per fotografare e farsi fotografare. Si ha l’impressione che ogni momento della sua vita debba essere immortalato e la fotografia è il mezzo ideale perché la pittura non ha la stessa velocità di rappresentazione.

Lo Shah viaggia molto anche fuori dall’Iran e invita nel suo Paese fotografi europei sia per immortalare ogni angolo del suo regno, sia per istruire i fotografi di corte sulle nuove tecniche. La fotografia, grazie alla sponsorizzazione di Nasser al Din sale quindi al rango di mezzo di espressione nobile.

Dalla corte alle strade

Durante gli ultimi anni del suo regno lo Shah Nasser al Din si trova a fronteggiare la pressione delle grandi potenze quali Russia e Gran Bretagna, da sempre attratte dalle possibilità commerciali con l’Iran. Inoltre in Iran scoppia nel 1891 l’imponente “protesta del tabacco” che impedisce alla la Gran Bretagna di appropriarsi del monopolio del commercio del tabacco iraniano. E proprio durante questo evento la fotografia si dimostra la forma artistica che più riesce a catturare la realtà del momento. Seguendo il corso della storia i fotografi documentano non solo le rivolte popolari e le prime rivendicazioni costituzionali, ma soprattutto immortalano la transizione di una società tradizionale verso la modernità.

E quest’ultima porta con sé la rivolta costituzionalista del 1906 le cui immagini più diffuse sono quelle delle manifestazioni popolari, foto ricordo che mostrano le strade affollate oltre, ovviamente, i ritratti dei protagonisti del movimento costituzionalista. Anche grazie a queste immagini la rivolta si diffonde velocemente e la fotografia si riscopre non più solo mezzo di espressione ma anche di comunicazione, iniziando il suo percorso di indipendenza dalla pittura.

Con l’ascesa al potere nel 1926 di Reza Khan Pahlavi, il regime scopre che la fotografia può essere un efficace mezzo di propaganda. La pittura rappresenta una realtà mistificata poiché è un’espressione dell’artista e quindi esplicitamente soggettiva. La fotografia, con la sua aura di oggettività, è un’istantanea della realtà la cui manipolazione, che comunque è presente, è più subdola. Reza Khan sfrutta questa peculiarità dell’arte fotografica per rafforzare la sua immagine e per creare consenso attorno al suo programma di modernizzazione legislativa, economica e culturale del Paese. Durante il primo regime Pahlavi secolarizzazione e tradizione si fondono a fini propagandistici e questo si riflette nelle rappresentazioni fotografiche ufficiali, in particolare quelle legate alla carta stampata su cui il regime ha un controllo diretto e molto rigido. Accanto a questo filone però iniziano a nascere anche i primi atelier fotografici privati. La diffusione di cartoline, l’introduzione delle carte d’identità, il desiderio delle famiglie di catturare i momenti più significativi, promuovono lo sviluppo indipendente generic propecia 5mg dell’arte fotografica. Certo non si può parlare ancora di arte popolare, ma da qui parte lo sviluppo di un’arte che negli anni a venire diverrà per gli iraniani un mezzo di espressione semplice e diretto per raccontare gli avvenimenti più significativi della storia del proprio Paese.

Poco rumore per molto

Il 26 febbraio 2016 in Iran si vota per il parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. Forse mai come questa volta, saranno importanti soprattutto le elezioni per scegliere gli 86 esperti del Majles-e Khobragan Rahbari. In gioco c’è una cosa molto semplice: il futuro della Repubblica islamica. Nel senso che sarà probabilmente l’Assemblea degli Esperti che uscirà dal voto di febbraio a scegliere la prossima Guida. Non è un mistero che l’attuale rahbar Khamenei sia da tempo malato e lui stesso ha più volte lanciato messaggi che avevano il sapore di un testamento politico (ne abbiamo parlato qui).

Il 23 dicembre si sono chiuse le candidature: per il parlamento gli aspiranti candidati sono quasi 12.000. Adesso sarà il Consiglio dei Guardiani a decidere quali di questi 12.000 si potranno effettivamente candidare. Vale la pena ricordare che il Consiglio non è tenuto a rendere pubblico il motivo delle bocciature. A rischio, soprattutto gli esponenti riformisti sospettati di essere in qualche misura legati al movimento dell’Onda Verde del 2009. Quelle elezioni continuano a essere una ferita aperta nella politica iraniana.

Per l’Assemblea degli Esperti si sono candidati “pezzi da novanta” del calibro dell’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanajni e dello stesso presidente in carica Hassan Rouhani. Un’altra candidatura che ha suscitato clamore è quella di Hassan Khomeini, nipote 43enne della prima Guida della Repubblica islamica. Si tratta di un personaggio che sta riscuotendo successo soprattutto dal punto di vista mediatico. In passato ha denunciato l’ingerenza dei militari in politica e si schierò pubblicamente con il candidato dell’Onda Verde Mir Hossein Moussavi nel denunciare i presunti brogli alle elezioni del 2009. Qualcuno ipotizza una sua candidatura a futura Guida, anche se ci sono molti dubbi sulle sua effettiva esperienza religiosa. La Guida, in base alla Costituzione, deve infatti possedere, tra gli altri requisti, anche “competenza scientifica e virtù morali indispensabili per esercitare la funzione di suprema Autorità teologica e per emettere sentenze di diritto religioso”.

Hassan Khomeini

Hassan Khomeini

Per la prossima Assemblea si profilano due schieramenti contrapposti: uno moderato-riformista composto da Rouhani, Rafsanjani e Hassan Khomeini, l’altro, conservatore, composto da Mohammad Yazdi (attuale capo dell’Assemblea), Mohammad-Taqi Mesbah Yazdi e  Ahmad Jannati, attuale capo del Consiglio dei Guardiani.

Secondo qualcuno questa potrebbe essere addirittura l’elezione più importante della Repubblica islamica. Il quotidiano Etemad nei giorni scorsi, riferendosi all’Assemblea degli Esperti, ha infatti titolato “Un altro parlamento”.

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“Un altro parlamento”, titola Etemad rifrendosi alla futura Assemblea degli Esperti

 

L’atmosfera politica è stata scaldata anche dalle recenti affermazioni di Rafsanjani che ha citato, tra le funzioni dell’Assemblea degli Esperti, quello di supervisionare il ruolo del rahbar, avanzando la proposta di creare una sorta di “commissione per la Guida”. Immediate le reazioni di diversi esponenti politici e religiosi, in particolare del capo della magistratura Sadegh Larijani, che ha accusato Rafsanjani di avanzare proposte illegali e incostituzionali.

A Larijani ha risposto in una lettera aperta il deputato Ali Motahari. “Nella Repubblica islamica – ha scritto – tutti sono responsabili del loro operato” e “la gloria di questo sistema sta nel fatto di essere un’istituzione religiosa che non ha favorito il dispotismo”.

Un’altra polemica è nata dopo la mancata messa in onda dell’annunciata intervista televisiva al ministro degli esteri Javad Zarif in Navad (Novanta) la trasmissione calcistica più seguita del Paese. L’intervista era programmata per la sera di Shabe Yalda e avrebbe quindi avuto un grosso seguito di pubblico. La trasmissione è condotta da Adel Ferdosipour, che ha uno stile molto informale e spesso quasi irriverente. Dell’intervista – registrata – erano già state diffuse online delle foto, ma poi è semplicemente sparita.

Ci sono tutti gli elementi per aspettarsi due mesi molto, molto intensi.

 

La nuova lettera di Khamenei

La lettera della Guida della Rivoluzione Islamica a tutti i giovani nei paesi occidentali

Col Nome di Dio Clemente e Misericodioso
A tutti i giovani nei paesi occidentali

I recenti amari eventi di cieco terrorismo avvenuti in Francia mi hanno spinto nuovamente a rivolgermi a voi giovani. È per me spiacevole che siano questi eventi a creare un’occasione per parlare, ma la verità è che se le sfide dolorose non creano un’opportunità di dialogo e scambio di opinione, le conseguenze negative si raddoppieranno.
Le sofferenze di un essere umano, in qualsiasi angolo del mondo, sono dolorose di per sé e per gli altri essere umani: la scena di un bambino che vede la morte dei suoi più cari di fronte ai propri occhi, quella di una madre che vede svanire in pochi secondi la felicità della propria famiglia, quella di un marito che tiene il braccio il corpo inanime della moglie oppure quella di uno spettatore che non sa che nei momenti successivi vedrà l’ultima scena della propria vita, sono tutte scene che scuotono i sentimenti e le emozioni di qualsiasi essere umano. Chi possiede un pò di amore e umanità si rattrista e addolora vedendo queste scene in Francia, in Palestina, in Iraq, in Libano e in Siria.
Un miliardo e mezzo di musulmani è rimasto indubbiamente sconvolto e indignato per quanto accaduto e prova odio e ripugnanza verso gli autori di questi crimini. La questione è però che se le sofferenze di oggi non ci spingono a costruire un futuro migliore e più sicuro, si ridurranno a meri amari e inutili ricordi. Sono certo che soltanto voi giovani riuscirete a trarre lezioni dalle difficoltà attuali per poi scoprire nuovi sicuri sentieri per costruire il futuro e ostacolare le deviazioni che hanno condotto l’Occidente nella situazione in cui si trova oggi.

È vero che oggi il terrorismo è il dolore comune tra noi e voi, ma dovete sapere che l’insicurezza e l’angoscia che avete sperimentato nei recenti eventi possiede due importanti differenze rispetto alle sofferenze che hanno provato in tutti questi anni il popolo iracheno, yemenita, siriano e afghano: la prima è che il mondo islamico da lungo tempo e su larga scala è vittima della violenza e dello spargimento del terrore, e la seconda è che purtroppo queste violenze sono state sempre, in modi differenti ed ‘efficaci’, sostenute da alcune grandi potenze. Sono ormai pochi a non conoscere il ruolo degli Stati Uniti nella creazione, rafforzamento e armamento di al-Qaeda, dei Taliban e del loro malvagio seguito. Accanto a questo sostegno diretto, i sostenitori noti ed espliciti del terrorismo takfiri – nonostante il loro sistema politico sia tra i più arretrati – sono stati sempre tra gli alleati dell’Occidente, mentre i più illuminati pensieri sorti dal dinamismo popolare nella regione sono stati crudelmente repressi. Questo atteggiamento iniquo dell’Occidente contro i movimenti di risveglio nel mondo islamico è un esempio chiaro delle contraddizioni della politica occidentale.

Un altro aspetto di questa contraddizione è visibile nel sostegno al terrorismo statale di Israele. Sono più di sessanta anni che il sofferente popolo palestinese sperimenta la peggiore forma di terrorismo. Se oggi le genti d’Europa sono costrette a rimanere a casa per qualche giorno e a non apparire nei luoghi pubblici, è da decine di anni che a causa della macchina di distruzione e di massacro del regime sionista una famiglia palestinese non si sente sicura nemmeno nella propria casa.
Quale violenza è paragonabile nelle atrocità alla costruzione di colonie illegali da parte del regime sionista? Il regime sionista continua a distruggere case, frutteti e campi dei palestinesi senza nemmeno dare il tempo di traslocare o di raccogliere il frutto delle coltivazioni, senza ricevere mai critiche serie ed efficaci da parte dei suoi alleati influenti e nemmeno da parte delle istituzioni internazionali apparentemente indipendenti. Tutto questo avviene davanti agli occhi terrorizzati e in lacrime delle donne e dei bambini palestinesi che sono testimoni del brutale pestaggio, imprigionamento e delle spaventose torture dei loro parenti [da parte dei sionisti]. Conoscete forse altre atrocità di queste dimensioni, gravità e continuità in altre parti del mondo oggi? Se sparare a una donna indifesa in mezzo alla strada per il solo ‘reato’ che protesta contro un soldato armato fino ai denti non è terrorismo, allora che cosa è? Questa barbarie, solo perché perpetrata dalle forze armate di un governo occupante, non devono essere quindi definite “estremismo”? Oppure queste scene, solo perché trasmesse ripetutamente e da più di sessanta anni dalle televisioni, non dovrebbero destare più le nostre coscienze?

Le invasioni militari avvenute negli ultimi anni nel mondo islamico, che hanno provocato numerose vittime, sono un altro esempio della logica contraddittoria dell’Occidente. Le nazioni che sono state invase, oltre ad aver patito perdite di vite umane, hanno subito ingenti danni alle infrastrutture economiche e industriali, si sono viste rallentare o bloccare la strada del progresso e dello sviluppo e in alcuni casi sono state riportate indietro di decenni. Nonostante ciò ad esse viene chiesto con arroganza di non considerarsi oppresse. Come si può ridurre in macerie una nazione, trasformando le sue città e villaggi in cenere, e poi dirgli: “Per favore non consideratevi oppressi”! Non sarebbe forse meglio scusarsi sinceramente invece di invitarle a ignorare o dimenticare queste tragedie? La sofferenza che il mondo islamico ha patito in questi anni a causa dell’ipocrisia e delle imposture degli invasori non è minore dei danni materiali subiti.

Cari giovani! Spero che voi, adesso o in futuro, possiate cambiare questa mentalità intrisa di inganno la cui ‘arte’ è quella di nascondere gli obiettivi lontani e mascherare le intenzioni perfide. A mio giudizio il primo passo per ristabilire la sicurezza e la pace è quello di modificare questa mentalità che origina violenza. Finché nella politica occidentale domineranno il sistema dei due pesi e delle due misure, fino a quando il terrorismo agli occhi dei suoi potenti sostenitori viene diviso in “buono” e “cattivo” e fino al giorno in cui gli interessi dei governi precedono i valori umani e morali, non bisognerà cercare le radici della violenza altrove. Purtroppo nel corso degli anni queste radici hanno penetrato nel profondo le politiche culturali dell’Occidente ed hanno prodotto un’invasione ‘morbida’ e silenziosa.
Molte nazioni nel mondo sono orgogliose della propria cultura nazionale e autoctona, ed oltre ad essere creative e vitali, hanno nutrito per centinai di anni le società umane, e il mondo islamico non è un’eccezione in questo. Ma nell’epoca attuale il mondo occidentale, con l’utilizzo di mezzi avanzati, insiste nell’uniformare e omologare le culture nel mondo. Ritengo questa imposizione della cultura occidentale alle altre nazioni, e il considerare le culture di queste ultime come inferiori, una violenza silenziosa e particolarmente dannosa. Questa umiliazione delle ricche culture e l’offesa dei loro aspetti più rispettati accade mentre questa cultura che viene proposta non possiede assolutamente le capacità per sostituirle. Gli elementi della violenza e della dissolutezza morale, per esempio, che purtroppo sono diventati le caratteristiche principali della cultura occidentale, hanno perso la loro posizione e approvazione persino dove sono sorte.

Adesso la domanda è questa: se noi non vogliamo una cultura aggressiva, volgare e che fugge dalla spiritualità, siamo forse peccatori? Se cerchiamo di bloccare il diluvio devastante che si dirige verso i nostri giovani sotto forma di prodotti cosiddetti ‘artistici’, siamo forse colpevoli? Non nego l’importanza e il valore dei legami culturali. Questi legami, quando hanno avuto luogo in una situazione naturale e col rispetto per la società che li riceveva, hanno prodotto sempre crescita, ricchezza e prosperità. Al contrario, i legami disomogenei e imposti hanno sempre creato danni e insuccessi. Devo dire con profondo dispiacere che gruppi abietti come DAESH (ISIS) sono figli di questi accoppiamenti infelici con le culture importate. Se il problema fosse stato davvero dottrinale, saremmo dovuti essere testimoni di fenomeni del genere anche prima dell’avvento del colonialismo nel mondo islamico, mentre la storia dimostra il contrario.

Le fonti storiche autentiche dimostrano chiaramente che l’unione tra il colonialismo e un pensiero fanatico ed emarginato – esistente tra l’altro soltanto in una tribù beduina – ha coltivato il seme dell’estremismo in questa regione. Come sarebbe possibile altrimenti che dal cuore di una delle più etiche e umane confessioni religiose del mondo, che ha tra i propri principi quello secondo cui uccidere un essere umano equivale all’uccisione dell’intera umanità, esca una spazzatura come DAESH (ISIS)?

Dall’altra parte bisogna poi chiedersi come mai persone nate in Europa e che lì hanno ricevuto la loro educazione culturale e spirituale, vengano attratte da questi gruppi? È forse possibile pensare che una persona, dopo aver fatto uno o due viaggi nelle zone di guerra, diventi così estremista da poter massacrare i propri concittadini? Sicuramente non bisogna dimenticare l’effetto di una vita di insano nutrimento culturale in un ambiente inquinato e creatore di violenza. Bisogna condurre un’analisi completa in questo campo per trovare le contaminazioni palesi e nascoste della società. Forse l’odio profondo che nel corso degli anni dello sviluppo industriale ed economico è stato coltivato a causa delle iniquità e ingiustizie legali e strutturali tra i diversi ceti della società occidentale ha creato dei complessi che di tanto in tanto sorgono come una malattia.

Tuttavia siete voi che dovete strappare le superfici della vostra società, trovando e rimuovendo i nodi e rancori presenti. Bisogna riparare le crepe piuttosto che renderle più profonde. Il grave errore nella lotta al terrorismo sono le reazioni affrettate che non fanno che aumentare le divergenze attuali. Qualsiasi azione emotiva e frettolosa che isoli o spaventi le comunità islamiche – formate da milioni di persone responsabili e attive residenti in Europa e negli Stati Uniti – e limiti ancor di più i loro diritti emarginandole dalla società, non solo non risolverà i problemi ma aumenterà anzi le distanze e i rancori. Le iniziative superficiali e reazionarie, soprattutto se legalizzate, non produrranno altro che l’aumento delle bipartizioni e crisi future. Secondo le notizie che mi sono giunte in alcune nazioni europee sono state approvate delle leggi che spingono i cittadini a spiare i musulmani; questo atteggiamento è oppressivo e sappiamo tutti che la caratteristica dell’oppressione è quella, prima o poi, di ritorcersi contro chi la commette, a prescindere dal fatto che i musulmani non meritino questa irriconoscenza. Il mondo occidentale da secoli conosce bene i musulmani: sia quando gli occidentali sono stati ospitati nella terra dell’Islam e hanno gettato il proprio sguardo avido sulle ricchezze dei padroni di casa, sia quando sono stati loro ad ospitare i musulmani utilizzandone il lavoro e l’ingegno. Nella maggior parte dei casi non hanno visto che gentilezza e pazienza. Chiedo pertanto a voi giovani di creare le basi per un rapporto giusto, rispettoso e nobile con il mondo dell’Islam, fondato su una corretta e approfondita conoscenza e traendo lezione dalle esperienze negative. Così facendo vedrete in un futuro non molto lontano che l’edificio costruito su queste solide fondamenta irradierà la luce della tranquillità e della fiducia sui suoi architetti, donando loro il calore della sicurezza e serenità, e illuminerà il mondo intero con la luce della speranza in un futuro luminoso.

Seyyed Ali Khamenei
8 Azar 1394 – 29 Novembre 2015

La narrativa persiana in italiano

Cosa leggere di Iran? Quali libri e in quale edizione? Sono alcune delle domande che mi sento spesso rivolgere al termine di un viaggio in Iran o in occasione di qualche incontro  su temi legati alla Persia. In genere, il lettore medio italiano apprezza più un romanzo che un saggio o un reportage. E allora si finisce per parlare – qualche volta anche per litigare – sui soliti titoli arcinoti.

Sull’ultimo numero della rivista Tradurre  Anna Vanzan ha pubblicato un articolo molto interessante dal titolo Opportunità, opportunismo e politiche di genere.

Lo potete leggere a questo link: http://rivistatradurre.it/2015/11/opportunita-opportunismo-e-politiche-di-genere/

444 days

444 days

444 giorni. Tanto durò la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran. Dal 4 novembre 1979 al 20 gennaio 1981. Nel 2007 il canale satellitare statale iraniano Press Tv realizzò un documentario molto interessante che raccontava quei giorni attraverso i ricordi di alcuni dei protagonisti, intitolato, appunto, 444 days.

Ci sono alcuni funzionari statunitensi, come John Limbert (abbiamo parlato già di lui, qui) e ci sono soprattutto Ebrahim Asgharzadehleader degli studenti che occuparono l’ambasciata, e Masoumeh Ebtekar, allora portavoce degli studenti e oggi vicepresidente dell’Iran.

E’ un racconto molto intenso e anche originale. Venne presentato ad Asiatica Film Mediale a Roma e poi sparì dalla circolazione. L’ho cercato inutilmente per anni e non sono riuscito a trovarlo nemmeno a Teheran. Nell’agosto 2014 è stato pubblicato finalmente su YouTube.

Eccolo qui, dura un’ora e quaranta minuti. E’ molto utile per capire uno dei passaggi fondamentali della storia recente dell’Iran.

P.S.

Quello  in alto a destra nella foto NON è l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Come si evince dal documentario, il giovane universitario Ahmadinejad non era favorevole all’occupazione dell’ambasciata Usa. Piuttosto, era favorevole a un’azione nei confronti dell’ambasciata dell’Unione Sovietica. Ma questa è un’altra storia.

 

Radicalismi, censura, dialogo nei media e nelle società musulmane

Convegno organizzato da Reset-Dialogues on Civilizations nell’ambito del progetto Arab Media Report con il contributo del Ministero degli Affari Esteri.

 

Roma, 27 ottobre 2015
Sala Aldo Moro – Ministero degli Affari Esteri
Piazzale della Farnesina 1

10.00 Saluti di benvenuto

Armando Barucco, Luca Giansanti | Ministero degli Affari Esteri
Giancarlo Bosetti | Reset-DoC
10.15: Apertura dei lavori

Olivier Roy | Istituto Universitario Europeo
La strategia di comunicazione dello “stato islamico”

Sessione 1
ore 10.45-12.00

L’immagine dello “stato islamico” nei media arabi
La prospettiva araba sarà affiancata da una parallela indagine comparativa di quanto avviene nel contesto occidentale.

Fawaz Gerges | The London School of Economics
Differences and similarities: a comparison between Al Qaeda and IS media apparatus

Ursula Lindsey | The Arabist blog
Ridicule and satire, how ISIS targets Western and Arab audiences and the effects on the local societies

Donatella Della Ratta | Università di Copenhagen
L’immagine dello Stato Islamico nei media arabi

Chair: Francesca Corrao | Università LUISS Guido Carli

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Sessione 2
ore 12.15-13.30

L’apparato mediatico iraniano tra la censura del regime e la creatività delle start-up
Lo sviluppo dei social media iraniani, che hanno peraltro accompagnato l’ascesa al potere del presidente Hassan Rouhani, e l’innovazione portata dall’arrivo del 3G e del 4G si scontrano con la censura governativa.

Gholan Khiabany | Goldsmiths, University of London

Antonello Sacchetti | Collaboratore Arab Media Report
Iran’s digital media landscape

Roberto Toscano | Ex ambasciatore a Teheran, collaboratore de La Stampa.

Chair: Azzurra Meringolo | Arab Media Report

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ore 13.30- 14.30
Buffet

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Sessione 3
ore 14.30- 16.00

I media turchi, da campo di battaglia a canale di soft power
La Turchia, paese ponte tra Europa e Oriente, con la produzione soap opera tradotte e diffuse con successo in arabo, è riuscita a presentarsi come una realtà vincente e attraente, anche se nell’ultimo quindicennio, alle aperture pluraliste si accompagnano pressioni minacciose sulla libertà di stampa.

Marco Ansaldo | Giornalista de La Repubblica

Joshua D. Hendrick | Loyola University Maryland
The politicization of Turkey’s domestic media landscape

Mustapha Akyol | Intellettuale e giornalista turco
How Majoritarianism Crushes Media Freedom

Collegamento Skype con
Marwan Kraidy, The Annenberg School for Communication, University of Pennsylvania
“From Neo-Ottoman Cool to Neo-Ottoman Kitsch: The Rise (and Fall?) of Turkey in Arab Media Space.”

Stefano Manservisi  | Capo di Gabinetto dell’Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza dell’Unione Europea-Vice Presidente della Commissione Europea
Turkey in Europe: the door is still open?

Chair: Lea Nocera | Università di Napoli l’Orientale,  collaboratrice Arab Media Report

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L’incontro si terrà in lingua inglese
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È necessario accreditarsi all’indirizzo:
resetmag@tin.it

Iscrizioni aperte fino a esaurimento posti.

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Evento organizzato con un contributo del Ministero degli Affari Esteri

Responsabile del progetto: Giancarlo Bosetti | Direttore Reset-Dialogues on Civilizations
Consulenza scientifica del progetto: Nicola Missaglia
Coordinamento scientifico-editoriale progetto Arab Media Report: Azzurra Meringolo
Relazioni con i relatori: Elisa Gianni
Segreteria amministrativa e organizzativa: Letizia Durante

Download: Radicalismi e Censura MAE 27 ottobre 2015.pdf

Perché una rete di impresa Italia-Iran

Il 28 ottobre 2015 sarà presentata a Milano la Rete di Impresa Italia – Iran, creata da H2biz per consentire ai fornitori di posizionarsi in Iran prima che termini l’embargo internazionale.

Luigi De Falco, presidente di H2Biz, ci spiega il progetto in questa breve intervista.

Cosa è una rete di impresa e quali vantaggi che può portare alla singola impresa?
Una rete di impresa è una forma di aggregazione tra aziende che condividono risorse e obiettivi. I vantaggi sono di natura economica (acquisti in comune, incentivi fiscali) e di natura operativa (la rete è più forte del singolo aderente sul mercato, ha maggiore potere contrattuale e può gestire operazioni complesse).

La rete Italia-Iran: come e quando nasce l’idea?
E’ un’idea lunga, partita 2 anni fa. Uno dei punti focali della strategia del Gruppo H2biz è investire sulle aree ad alto tasso di rischio e l’Iran, durante la crisi diplomatica con l’Occidente per la querelle sul nucleare, erano una di queste. Abbiamo aspettato il momento giusto per lanciarla. Momento che è arrivato quando l’Iran ha firmato il primo protocollo di intesa sul nucleare. A quel punto era chiaro che l’embargo aveva i giorni contati e noi eravamo pronti per portare la Rete sul mercato.

Le relazioni commerciali tra Italia e Teheran: quali sono state e quali sono adesso, alla vigilia della fine delle sanzioni?
L’Italia ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Iran, rapporto confermato dai dati della Camera di Commercio Italo-Iraniana: l’interscambio commerciale Italia-Iran ha raggiunto il suo massimo storico (7.097 milioni di euro) nel 2011, dopo la flessione del 2009 dovuta alla crisi economica. La recente visita del Ministro degli Esteri Gentiloni a Teheran ha confermato questa “special relation” tra Italia e Iran. Non dimentichiamo che l’ENI ha un rapporto storico con l’Iran. Insomma, l’Italia è in pole position, un vantaggio che non dobbiamo in alcun modo perdere.

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Luigi De falco, Presidente H2Biz

Cosa può rappresentare la fine dell’isolamento economico dell’Iran per le imprese italiane?
Una grande opportunità commerciale. Un paese di 77 milioni di abitanti posizionato al centro del Golfo Persico che sta per aprirsi al mercato. Non dimentichiamo che l’Iran è ricco di idrocarburi, non è un paese del terzo mondo, quindi ha una capacità di spesa decisamente elevata. Le piccole e medie imprese sono quelle che hanno più da guadagnarci, il mercato iraniano sotto embargo era inaccessibile per gli operatori di piccole dimensioni. Adesso lo è e l’eccellenza del Made in Italy può dire la sua anche in Iran.

Le prime azioni messe in campo dalla rete.
Presenteremo ufficialmente la Rete a Milano il 28 ottobre. Poi voleremo in Iran a metà novembre per siglare i primi accordi di partnership, le cui condizioni sono già state negoziate. Da quel momento la Rete sarà pienamente operativa. Contiamo di cominciare a ricevere le prime commesse per la Rete per gennaio 2016.

Una panoramica sulle imprese italiane che hanno aderito e su quelle iraniane che parteciperanno all’evento del 28 ottobre.
Gli aderenti alla Rete appartengono a 47 settori merceologici, abbiamo dato un taglio inter-settoriale all’operazione convinti che un’offerta vasta e articolata possa essere un vantaggio nell’acquisizione di commesse complesse. Le richieste di adesione alla Rete hanno superato le nostre più rosee aspettative. Abbiamo dovuto porre il limite di 5 aderenti per settore, altrimenti la Rete sarebbe stata ingestibile in fase di start up. Non escludiamo, comunque, di allargare la base di aderenti, magari dopo un anno di operatività. All’evento del 28 ottobre parteciperà una piccola rappresentanza delle controparti iraniane, aziende industriali e di servizi che vengono in Italia per conoscere i loro futuri fornitori. Sono 48 gli operatori iraniani che parteciperanno all’evento.

Aspettative concrete della Rete per il 2016
Il nostro obiettivo per il primo anno sono 100 milioni di euro di commesse per gli aderenti italiani alla Rete. Un obiettivo alla nostra portata, che siamo siamo già riusciti a raggiungere con le missioni imprenditoriali che periodicamente facciamo ogni 3 mesi in altre aree geografiche. Essendo la Rete un’operazione strutturale di lungo termine ci aspettiamo di superare i risultati che normalmente otteniamo con le missioni all’estero.

Dopo Vienna

A una settimana dallo storico accordo di Vienna, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota all’unanimità la risoluzione per la cancellazione delle sanzioni contro l’Iran. Tutti e 15 i Paesi membri hanno dato il via libera a un passaggio decisivo per l’effettiva realizzazione di uno dei punti cruciali dell’intesa tra Teheran e gruppo dei 5+1.

Le reazioni dei politici e dei media iraniani sono state complessivamente positive. Arman-e emruz sceglie l’ironia e scrive che le risoluzioni ONU adesso possono essere considerate “pezzi di carta”. L’allusione è alle dichiarazioni con cui l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad liquidava le risoluzioni ONU, sostenendo che il loro impatto sull’economia iraniana fosse praticamente nullo.

arman-e emrooz

Etemad apre a tutta pagina: “Risoluzione 2231”. e più in basso: “Il mondo ha chiuso la stagione in cui l’Iran era visto come una minaccia”.

etemad

Critico invece il conservatore Kayhan, che definisce la risoluzione “ostile all’Iran” e di un Consiglio di Sicurezza col grilletto puntato contro la Repubblica Islamica.

kayhan

Zarif presenta l’accordo in Parlamento

Il 21 luglio il ministro degli Esteri Javad Zarif e il direttore dell’agenzia per l’Energia Atomica dell’Iran Ali Akbar Salehi hanno presentato l’accordo di Vienna al majles, il parlamento iraniano. Zarif ha presentato l’accordo come il migliore possibile e ha sottolineato come un compromesso sia la regola di base per qualsiasi accordo  che non può mai essere totalmente a favore di una parte sola. Salehi, rispondendo alle domande dei parlamentari, si è assunto la piena responsabilità di tutti gli aspetti tecnici dell’accordo.

 

Con 136 voti a favore e 39 contrari, l’aula ha approvato la costituzione di una commissione speciale per il riesame dell’accordo del 14 luglio. Il presidente del Parlamento Ali Larijani ha detto che i 15 membri della commissione saranno nominati a breve.

Da segnalare che il consigliere della Guida Khamenei per la politica estera Ali Akbar Velayati ha definito “problematici” alcuni punti dell’accordo di Vienna”. Il riferimento è alle ispezioni dei siti militari e alla produzione dei missili balistici.

Il discorso di Khamenei

Sabato 18 luglio la Guida ha tenuto un lungo discorso alla nazione, il primo dopo l’accordo. Il puntuale live tweet del suo staff ci consente di fermare alcuni passaggi fondamentali. In sostanza, Khamenei sostiene l’accordo ma riserva più di qualche stoccata agli Stati Uniti. In sostanza, Iran e Usa possono anche mettersi d’accorso su alcune questioni, ma i loro interessi e la loro visione generale della politica estera, rimangono fortemente divergenti. Khamenei rassicura gli alleati della regione, ma cerca anche di tenere a bada gli scontenti all’interno. Tutti quelli che hanno cioè dubbi sull’accordo e sulla buona fede degli Usa. E’ anche vero, comunque, che adesso ognuna delle due principali parti in gioco (Usa e Iran) deve vendere nel modo migliore l’accordo al proprio interno. Così come Obama ha subito dichiarato che l’intesa si basa sul “controllo e non sulla fiducia”, così Khamenei deve sottolineare che il Grande Satana non può essere diventato all’improvviso un amico.

 

 

 

La rete di Rouhani

Il presidente Rouhani è invece impegnato nella ricucitura dei rapporti diplomatici con le cancellerie europee. Dopo aver parlato al telefono con il Primo Ministro inglese David Cameron della possibile riapertura delle ambasciatea Londra e Teheran, ha accolto a Teheran il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Nel 2016 sarà costituita una commissione congiunta irano-tedesca per la cooperazione economica. La grande corsa agli investimenti è entrata nel vivo.

 

 

 

 

 

 

E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

Un’altra volta

“Quante volte, figliolo?”. Mi sento sempre un po’ come davanti al confessore, prima e dopo ogni viaggio in Iran. Chiedermelo, serve un po’ a giustificare il viaggio stesso e a cercare un appiglio per quello che avverrà dopo, una volta tornato a casa. Sono ormai tanti i miei viaggi in Persia. Alcuni li ho programmati con largo anticipo, altri sono nati quasi per caso. Sempre ammesso che il caso esista.

Questo viaggio del giugno 2015 è stato uno dei più voluti e dei più belli in assoluto. Altre volte avevo accompagnato dei turisti, stavolta ho organizzato direttamente il gruppo. Ne è nata una “magnifica dozzina” di persone motivate e pronte a lasciarsi conquistare dalla bellezza dell’Iran, a lasciarsi alle spalle i pregiudizi, le paure, i commenti stupiti (e in qualche caso forse anche stupidi) di chi non capisce il perché di un viaggio che – semplicemente – non dovrebbe avere bisogno di spiegazioni o pretesti.

“Perché so che un giorno verrai”, recita l’iscrizione della tomba di Ciro il Grande a Pasargade.

Arriviamo proprio all’inizio del mese di Ramadan che quest’anno capita nel momento in cui le giornate sono più lunghe. Quasi diciassette ore di digiuno, dalle 4 del mattino alle 20,45. Avremo modo di vedere un Iran a due velocità, prima e dopo l’iftar.

Naein, preghiera di mezzogiorno

Anche il primo viaggio in Iran, dieci anni fa, lo feci durante il ramadan. Allora però cadeva in ottobre e l’atmosfera era diversa. Oggi invece, arriviamo di venerdì e il caldo e il digiuno ci consegnano una Teheran quasi deserta. Il caldo secco (i 40 gradi saranno una costante) crea un’atmosfera rarefatta, sospesa. Paradossalmente, per un turista questo è un momento privilegiato per accostarsi al Paese. Nei musei, nei siti archeologici e nei bazar, saremo quasi sempre da soli. Persepoli praticamente deserta è uno spettacolo: qualche mese fa, i gruppi facevano la fila per vedere da vicino l’Apadana e il corteo della nazioni.

Quando finalmente il sole cala, le strade e i tanti giardini pubblici si riempono di persone. Famiglie, coppie di ogni età. Si mangia, si parla e si ride fino a tardi. E’ una vivacità composta, accogliente. A mezzanotte, sul ponte Khajoo di Esfahan ci sono centinaia di persone. C’è un po’ d’acqua nello Zayandeh Rud. Pochi centimetri bastano ai bambini per tuffarsi a giocare e bastano per creare il riflesso delle luci del ponte.

Una signora del mio gruppo è entusiasta: “Non c’è nemmeno una carta in terra, è incredibile!”. Questa capacità di vivere gli spazi collettivi con rispetto, non è semplice modestia: è eleganza.

È un momento particolare per il Paese. Mancano pochi giorni alla scadenza dei colloqui sul nucleare. I media riflettono le tensioni interne, la fronda dei conservatori al governo Rouhani, i tentativi di sabotare un processo di distensione che – a guardarlo da qui – potrebbe apparire addirittura ineluttabile. Come può questo Paese far paura a qualcuno? Rappresentare una minaccia per la “comunità internazionale”?

Non è vero che i viaggi si ripetono. Si ripetono i tragitti, i percorsi. Il viaggio, se è un vero viaggio, è sempre una storia a sé. Così come non si fotografa mai davvero la “stessa cosa”. Persino i bassorilievi di Persepoli o la facciata della Moschea del Venerdì di Yazd, possono svelare ogni volta qualcosa di nuovo, sfuggito in un viaggio precedente. E cambiano i compagni d’avventura, attraverso i quali rivivere ogni volta lo stupore della prima volta. Perché lo stupore passa, la meraviglia no.

Iran-Usa di volley, vista in tv a Yazd

Lo stupore altrui è inevitabile, perché, che lo ammettiamo o meno, siamo tutti alla ricerca delle “contraddizioni”, di qualcosa che siamo pronti a riconoscere degno di annotazione soltanto perché va controtendenza rispetto alla “narrazione” principale. Come spiegare, altrimenti, la voglia di fotografare una donna in chador che parla allo smartphone?

zayandeh rud

Un po’ d’acqua nello Zayandeh Rud, a Esfahan

Il punto è che noi crediamo che quel chador appartenga a un passato dal quale l’Iran non riesce a staccarsi. Ma si tratta di una nostra interpretazione e – quindi – di una contraddizione nostra, non dell’Iran.

A Qom la monorotaia che porta i fedeli al Mausoleo di Fatima Massoumeh compare come una striscia di cemento sospesa nell’aria. Il grigio del suo cemento accompagna da lontano l’oro della cupola del Mausoleo. Forse è poco affascinante per il viaggiatore che si aspetterebbe forse un’atmosfera più sobria e raccolta. O semplicemente, più povera. Eppure la monorotaia e il mausoleo, il progresso e la fede, sono evidentemente una figlia dell’altro. Non c’è contraddizione, ma conseguenza. La monorotaia nasce perché c’è il mausoleo e quindi l’esigenza di trasportarvi milioni di persone in carne e ossa. E lo sciismo, privilegiando l’interpretazione – e dunque la ragione – al dogma, riesce, nello specifico iraniano, a trovare la sua strada per il confronto con la modernità. O, sarebbe forse meglio dire, con il mondo.

Tra qualche giorno in Italia, all’indomani dell’ennesimo episodio di terrorismo avvenuto a migliaia di chilometri dall’Iran, ci toccherà di nuovo fare i conti col solito diluvio di riflessioni “sull’Islam”. E qualcuno ci dirà nuovamente che siamo stati dei pazzi a venire in Iran.

È l’Occidente, bellezza. E puoi farci davvero poco.

Galleria di foto di Stefano Terracina

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