Start up Iran

Start Up Weekend Tehran

Di certo non è stata la notizia del mese, ma il 28 agosto si è tenuta a Teheran la seconda edizione di Start up weekend, evento che raccoglie giovani imprenditori, sviluppatori, creativi e innovatori per mettere a confronto idee e progetti.

Già, proprio così: mentre in Occidente continuiamo a guardare alla Persia come a un Paese esoticamente immerso nel passato, nella Repubblica islamica si sta sviluppando un interessante movimento di start up digitali, cioè di nuove imprese, quasi sempre di piccole dimensioni, create da giovani.

Le start up in tutto il Paese sono circa duemila e lo scorso anno hanno dato vita a una decina di eventi come quello del 28 agosto.

A parlare per primo di Iran come nuova frontiera per le start up è stato Christopher M. Schroeder, imprenditore statunitense e autore del libro Startup Rising: The Entrepreneurial Revolution Remaking the Middle East. 

Schroeder è stato in Iran nel maggio 2014 ed è rimasto positivamente impressionato da quanto ha visto. In un articolo su Pando si era così espresso:

Immagina di essere un venture capitalist alla ricerca di un potenziale eccitante nuovo mercato. Esiste un Paese che ha due terzi della sua popolazione sotto i 35 anni, con una delle più grandi coperture Internet nella sua regione. La penetrazione della telefonia mobile è di oltre il 120% – il che significa che molte persone hanno più di un dispositivo – e il 3G  sarà implementato nel corso dei prossimi due anni. Tra i suoi vicini, il paese ha uno dei più alti PIL pro capite, e la maggioranza dei suoi laureati sono ingegneri del software. L’eCommerce è appena agli albori; soltanto pochissimi viaggi in questo Paese sono prenotati on line, nonostante sia una delle più grandi popolazioni al mondo in termini di consumi e costituisca una delle  destinazioni turistiche meno visitate del mondo. La sua posizione geografica lo pone al centro del commercio globale tra Nord e Sud, Est e Ovest.

Sto descrivendo un Paese dell’America Latina? Dell’Europa orientale? Del Sud-Est asiatico? La Turchia? No: è l’Iran.

 

Chiunque abbia visitato di recente la Repubblica Islamica, non può non aver notato che nell’aria c’è qualcosa di nuovo. E anche chi in Iran non c’è mai stato, può ora avere una finestra su questa nuova realtà. E’ infatti on line Techly.co, un nuovo blog in inglese interamente dedicato alle “start up e alle tech news”. Un po’ stile TechCrunch, per intenderci.

I fondatori del blog sono Nasser Ghanemzadeh e Mobin Ranjbar. Il primo è anche amministratore delegato di Opatan, la prima startup cloud iraniana e co-fondatore di Iran Startups, la più grande comunità del settore in Iran.

Il secondo è un ingegnere informatico, fondatore di Shariksho, primo spazio di co-working in Iran.

Ghanemzadeh spiega:

Ci sono più di 100 startup in rapida crescita e ogni settimana ne nasce un’altra.

Ogni mese vengono organizzati incontri in diverse città iraniane e si cominciano a vedere i primi risultati. Digikala, sito di e-commerce, ha ricevuto 150 milioni di dollari di finanziamenti.

A Isfahan, bus e ambulanze utilizzano un GPS realizzato da una start up di sole donne. 

D’altra parte, lo scorso anno si sono laureati 700.000 giovani nel Paese e il 40% di loro sono donne.

Lo Stato, da parte sua, finanzia 31 incubatori di impresa, cercando però di orientare i nuovi imprenditori verso le attività programmate a livello governativo. E questo è spesso un limite, perché si rimane distanti dalle reali esigenze del mercato. Ma questo movimento di start up è anche frutto dell’onda di  “ritorno” della fuga di cervelli degli ultimi anni.

Chi anni fa si è trasferito in Usa o Gran Bretagna, oggi magari riporta esperienza e capacità nel Paese di origine. Non è nemmeno necessario un effettivo ritorno “fisico” in Iran. Lo scambio di idee e la collaborazione può avvenire anche a distanza, grazie a Internet. Il cui sviluppo è, anche per questo motivo, uno dei punti cruciali per il futuro dell’Iran.

 

#GenevaTalks

#GenevaTalks

Solo il tempo dirà se gli accordi sottoscritti da Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Cina, Francia e Russia) lo scorso 24 novembre a Ginevra rappresentano davvero una svolta epocale per la geopolitica del Medio Oriente. Ciò che è certo è che sono stati i primi negoziati ad essere raccontati e commentati in tempo reale attraverso i social media iraniani.

 

La notizia stessa del successo dei colloqui è arrivata con un tweet del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che alle 3:03 del mattino del 24 novembre ha annunciato: «Abbiamo raggiunto un accordo».

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Mahi va gorbeh

Fish and cat

Visto finalmente Mahi va gorbeh, Pesce e gatto, film iraniano vincitore allo scorso Festival di Venezia del Premio speciale Orizzonti per il contenuto innovativo. Mi è piaciuto? Sinceramente non lo so. Forse avevo aspettative troppo alte, ma quanto avevo letto mi intrigava parecchio.

La storia è in parte tratta da un episodio di cronaca: nel 1998 venne infatti scoperto un ristorante sul Mar Caspio che aveva cucinato carne umana. La trama del film sembra un classico del cinema horror made in Usa: un gruppo di studenti campeggia in una plumbea giornata di dicembre e viene a contatto con i sinistri gestori di un ristorante nelle vicinanze.

Babak Karimi

Scritto e diretto da Shahram Mokri, è costituito da un unico piano sequenza di 123 minuti. Nonostante ciò, il film non è narrato in modo sequenziale, ma circolare. La macchina da presa segue di volta in volta i vari personaggi che si incrociano. In questo modo, alcune scene le vediamo più volte e sono nell’ultima sequenza veniamo a capo del mistero alla base del film.

[youtube]http://youtu.be/tktTNYwXZvY[/youtube]

Il regista, dopo due settimane di prove, ha girato due ciak e alla fine ha scelto la mega sequenza migliore.

Esperimento coraggioso e sicuramente interessante, ma un po’ troppo lungo nei tempi e in alcuni dialoghi.

Un’ultima considerazione: ma perché in qualsiasi film iraniano bisogna per forza trovare un messaggio politico? La recensione di My Movies si conclude così:

«Una riuscita e coraggiosa metafora di un Paese che fagocita i propri giovani, che li priva di un qualsiasi futuro, tarpandone le ali».

Sarà. Ma a me sembra un po’ una forzatura.

Mahi Va Gorbeh (Fish & Cat) di Shahram Mokri – Iran, 134′

v.o. farsi – s/t inglese, italiano

Babak Karimi, Saeed Ebrahimi Far, Abed Abes

Note del regista

Mahi va gorbeh è un film sul tempo, su come creare una prospettiva all’interno del tempo e, dunque, su come sconvolgere il tempo. Ciò che mi ha affascinato nel fare questo film è lo stile della sua realizzazione: l’insistenza su uno stile narrativo entro i confini della ripresa unica e il tentativo di immettere, in quell’unica ripresa, fessure temporali. Ho scelto di raccontare una storia vera, una storia vera che, tuttavia, assomiglia a un incubo irreale. 

Nucleare Iran: i 9 punti dell’accordo

È una vittoria della politica sull’ideologia e sulla propaganda. Il governo del presidente Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, porta a casa un risultato storico dopo una trattativa febbrile avviata a New York il 24 settembre e conclusa nelle prime ore del mattino del 24 novembre 2013. Una data che probabilmente ricorderemo a lungo.

Nei prossimi sei mesi, l’Iran limiterà in modo significativo il suo arricchimento di uranio, in modo da rendere impossibile qualsiasi sviluppo per uso militare. Sospenderà i lavori al reattore nucleare ad acqua pesante di Arak e collaborerà con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) per ispezioni più severe.

In cambio, il gruppo 5 +1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina) si è impegnato ad alleggerire le sanzioni, rivedendo anche le misure che hanno colpito pesantemente l’export petrolifero dell’Iran. È un grosso passo in avanti rispetto alla promessa, ventilata nei giorni scorsi, dello “scongelamento” di asset per un valore di “4,5 miliardi dollari”.

Le parti si sono impegnate a cercare la conclusione di un accordo completo entro un anno.

Nel dettaglio:

Cosa ha concesso l’Iran

1-      L’Iran sospende il suo arricchimento di uranio al 20%. (Dal 20% – che permette soltanto uso civile, si può facilmente raggiungere il 90%, il livello necessario per una bomba). L’Iran si impegna a  convertire lo stock esistente in piastre di combustibile o a ridurlo al 5%.

2-      L’Iran sospenderà lo sviluppo del reattore ad acqua pesante di Arak, che sarebbe dovuto entrare in funzione entro la fine del 2014. Inoltre, non costruirà un impianto di ritrattamento, in modo da eliminare i sospetti su un eventuale uso di plutonio a fini militari.

3-      L’Iran fornirà informazioni complete sui suoi impianti nucleari all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, inclusi i dettagli sulle cave di uranio e sulle centrifughe. Ci si è accordati per ispezioni più approfondite che prevedono anche l’accesso quotidiano da parte di ispettori dell’AIEA alla centrale di Natanz e agli impianti di arricchimento di Fordow.

4-      L’Iran ha accettato l’assenza, nel preambolo dell’accordo, di un riconoscimento formale del suo diritto all’arricchimento.

 

Cosa ha concesso il gruppo 5+1

1-      I 5 +1 hanno accettato di abolire le principali restrizioni sulle esportazioni iraniane di petrolio, le cosiddette sanzioni “dell’Unione europea e degli  Stati Uniti sui servizi associati di trasporto e assicurazione” . Inoltre, hanno accettato di sbloccare “un importo concordato” di beni iraniani all’estero.

2-      I 5 +1 rimuoveranno il divieto relativo al trasferimento di oro e metalli preziosi, imposto dagli Stati Uniti a febbraio. Così, L’Iran potrà nuovamente vendere gas naturale e petrolio in cambio di oro e metalli preziosi.

3-      I 5 +1 aboliranno le sanzioni sul petrolchimico e sul settore automobilistico dell’Iran.

4-      I 5 +1 rimuoveranno le restrizioni alla fornitura di pezzi di ricambio per aerei civili.

5-      I 5 +1 si impegnano a creare un canale finanziario per facilitare lo scambio di generi umanitari (prodotti alimentari, agricoli, prodotti e dispositivi medici) con proventi petroliferi iraniani bloccati all’estero.

Entro un anno

Le parti si impegnano a disporre  un programma di arricchimento concordato: sui limiti, sui livelli e sui luoghi in cui tale arricchimento sarà effettuato e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito. Un riconoscimento, de facto, del diritto di arricchimento.

L’Iran dovrà ratificare i protocolli aggiuntivi al trattato di non proliferazione.

In cambio, saranno revocate tutte le sanzioni.

Ed ecco la chiosa:

Il programma nucleare iraniano sarà trattato allo stesso modo di quello di qualsiasi Stato non dotato di armi nucleari al TNP [Trattato di non proliferazione].

Lo storico tweet di Zarif

 

 Per consultare il testo integrale (in inglese) dell’accordo: http://bit.ly/17GUSFR

Rouhani, una nuova era?

Hassan Rouhani

Era difficile prevedere una partenza così accelerata per il nuovo presidente iraniano. Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, in poche settimane ha stravolto lo scenario politico non solo iraniano, ma dell’intero Medio Oriente. Sebbene siano stati ancora raggiunti risultati concreti, ci sono prospettive, speranze e dinamiche completamente diverse rispetto agli otto anni targati Ahmadinejad.

Questo non vuol dire che siano imminenti cambiamenti sostanziali dell’assetto istituzionale della Repubblica islamica.  Rouhani è al 100% un uomo di “sistema”, un rappresentante convinto e autorevole della Repubblica islamica. Il suo scopo è salvare questo regime, non abbatterlo. Qualsiasi aspettativa che non partisse da queste premesse rischierebbe di essere delusa.

Detto questo, numeri alla mano, va detto che la partenza di Rouhani è stata sprint.

Facciamo un elenco molto rapido di “cose fatte”:

  • Rinvio della messa in funzione del reattore ad acqua pesante di Arak. Chiaro messaggio distensivo sul nucleare.
  • Liberazione di oltre 80 prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, molti dei quali in carcere per fatti connessi alle elezioni del 2009.
  • Apertura di un canale di comunicazione con gli Usa, con contatti confermati tra Casa Bianca e Rouhani nel mese di agosto.
  • Avvio di una diplomazia “social”, soprattutto attraverso gli account Twitter (ufficiosi) dello stesso Rouhani e quello (certificato) del ministro degli Esteri Javad Zarif.
  • Nomina di una donna, Marzyieh Afkham, a portavoce del Ministero degli Esteri. Un’altra donna, Masoumeh Ebtekar, è stata nominata vicepresidente.
  • Riapertura della Casa del Cinema di Teheran.
  • Auguri via twitter – da parte del ministro Zarif – di buon capodanno a tutti gli ebrei.
  • Assunzione di una posizione più moderata sulla crisi siriana, con una condanna incondizionata dell’uso delle armi chimiche.
  • Missione a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
  • Impegno formale ad aprire una trattativa con tempi chiari e limitati sul nucleare.
  • L’ormai storica telefonata tra con Obama prima della ripartenza da New York.

Tutto questo non è soltanto propaganda o strategia comunicativa. È un cambiamento politico sostanziale e importantissimo.

Perché questa inversione di rotta? Tutto “merito” delle sanzioni imposte dall’Occidente? No, direi proprio di no. Più o meno lo stesso tipo di approccio con Washington fu tentato anche nel 2003 dall’allora presidente Khatami col pieno avallo della Guida Khamenei. L’offerta del grand bargain – un grande accordo in cui Teheran rinunciava al programma nucleare e Washington riconosceva la Repubblica islamica – fu rispedita al mittente dall’amministrazione Bush, convinta di avere il pieno controllo su Afghanistan e Iraq e di poter presto mettere le mani anche sull’Iran. Poi è venuta l’era di Ahmadinejad, un presidente probabilmente inadeguato e maldestro più che realmente “male intenzionato”.

E poi c’è stata l’elezione di Rouhani. Che è stato scelto dagli iraniani proprio nella speranza di cambiare rotta rispetto agli otto anni precedenti. Una scelta vincolata alle regole della Repubblica islamica, ma perfettamente legittima e “libera” all’interno di quel contesto. Non è un mistero che la Guida Khamenei avrebbe preferito Velayati o Jalili. Ma gli iraniani hanno optato per un’altra figura. Non un “riformista”, ma un moderato, pragmatico, con una grande esperienza in campo internazionale. Il più indicato per far uscire il Paese da un isolamento economico e diplomatico che ne stava strangolando  le energie migliori.

Aver riaperto una comunicazione diretta con gli Usa era semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa. Significativo il grande nervosismo mostrato da Israele e Arabia Saudita a questo primo “giro di valzer” tra Stati Uniti e Iran. Se i due grandi nemici tornano a parlarsi, crolla lo schema su cui si sono basate le relazioni degli ultimi 34 anni in Medio Oriente.

Certo, Rouhani deve fare i conti con una fronda interna, rappresentata dall’ala più intransigente dei Pasdaran e da altri elementi del fronte cosnervatore. Ma lo stesso discorso vale per Obama, che  ha un Congresso pronto ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni qualora il dialogo sul nucleare non decollasse.

Gli imminenti colloqui tra Teheran e gruppo 5+1 indicheranno forse i primi passi di un percorso lungo e ancora tutto da scoprire. Ma sarebbe sbagliato non vedere che qualcosa di molto importante si è messo in moto.

Trita Parsi: Iran, Israele e la pace possibile

Trita Parsi spiega perché il conflitto tra Iran e Israele sia tutt’altro che inevitabile. In sostanza, riassume in questo TED quanto sviluppato in un suo interessantissimo libro, inedito in Italia, Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran, and the United States. 

Ne avevamo parlato in questo articolo.

 

 

Just access

Just Access

Una coalizione di organizzazioni della società civile ha lanciato una campagna internazionale per garantire l’accesso ai beni medici e umanitari per il popolo iraniano. Just Access, sostenuto dalla Campagna internazionale per i diritti umani in Iran, Arseh Sevom, United4Iran, e Sanctioned Life, punta a creare un canale di pagamento attraverso l’Unione europea per consentire agli iraniani di acquistare beni non sanzionati.

“Le sanzioni economiche e bancarie così come sono attualmente, colpiscono la gente comune e non servono a niente. La loro attuazione deve essere immediatamente modificata per garantire all’iraniano medio un adeguato accesso alla medicina, alle cure mediche, all’alimentazione e ai beni umanitari “, ha detto Hadi Ghaemi, direttore esecutivo della Campagna internazionale per i diritti umani in Iran.

“Attualmente la carenza in questi beni rafforza solo il regime e fornisce una scusa per giustificare la repressione, sostenendo che il paese è ‘sotto assedio straniero.’ La società civile e i suoi attori sono i più danneggiati da questa situazione e sarà notevolmente indebolita se le sanzioni continuano nella loro forma attuale “, ha aggiunto.

In un recente sondaggio Gallup, il 50 per cento degli intervistati in Iran ha risposto di non avere abbastanza soldi per vitto e alloggio.

“Noi iraniani della diaspora non possiamo ignorare la pressione esercitata sulle classi medio-basse  e la loro difficoltà di accesso a farmaci di prima necessità e altre generi umanitari”, ha detto Kamran Ashtary, direttore di Arseh Sevom.

Just Access chiede ai funzionari dell’UE di adottare misure che consentano la creazione di un canale di pagamento sicuro che permetta agli iraniani di accedere a beni che sono già esenti da sanzioni internazionali.

A sostegno di questa iniziativa si prega di firmare la petizione qui: http://supportjustaccess.org/petition/petizione/

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Il discorso di Rouhani all’ONU

Intervento Rouhani all'ONU

Signor Presidente, Signor Segretario Generale,

Eccellenze, Signore e Signori

innanzitutto, vorrei offrire le mie più sincere felicitazioni per la sua meritata elezione alla presidenza dell’Assemblea generale e cogliere il momento per esprimere il mio apprezzamento per gli sforzi del nostro illustre segretario generale.

Il nostro mondo oggi è pieno di paura e di speranza; paura della guerra e delle relazioni ostili regionali e globali; paura del confronto mortale tra identità religiose, etniche e nazionali; paura dell’istituzionalizzazione della violenza e dell’estremismo, paura della povertà e della discriminazione distruttiva; paura del degrado e della distruzione delle risorse vitali, paura del disprezzo per la dignità umana e dei diritti, paura di abbandono della morale. Accanto a questi timori, tuttavia, ci sono nuove speranze; speranza di accettazione da parte dei popoli e delle èlite di tutto il mondo del “sì alla pace e no alla guerra “, speranza di preferire il dialogo al conflitto, e la moderazione all’estremismo.

Le recenti elezioni in Iran rappresentano un chiaro esempio di una scelta saggia di speranza, razionalità e moderazione da parte del grande popolo dell’Iran. La realizzazione della democrazia che coesiste con la religione e la pacifica delega del potere esecutivo dimostrano che l’Iran è l’ancora della stabilità in un oceano di instabilità regionale.

La ferma convinzione del nostro popolo e del nostro governo nella pace duratura, nella stabilità, nella risoluzione pacifica delle controversie e nel voto popolare come base di potere, sono gli elementi fondamentali per un ambiente così sicuro.

Signor Presidente, Signore e Signori,

L’attuale periodo critico di transizione nelle relazioni internazionali è pieno di pericoli, ma offre anche opportunità uniche. Qualsiasi errore di calcolo della propria posizione, e, naturalmente, di quella degli altri, porterà danni storici; l’errore di un singolo attore ha un impatto negativo su tutti gli altri.

La vulnerabilità è ormai un fenomeno globale e indivisibile .

In questo particolare momento della storia dei rapporti globali, l’età dei giochi a somma zero è finita, anche se alcuni attori tendono ancora ad affidarsi a metodi e strumenti arcaici e profondamente inefficaci per conservare la loro vecchia superiorità e il oro dominio. Il militarismo e il ricorso alla violenza e all’azione militare, sono chiari esempi della perpetuazione di vecchi metodi in circostanze nuove.

Le politiche e le pratiche economiche e militari coercitive orientate al mantenimento e alla conservazione delle antiche dominazioni, erano frutto di una mentalità che nega la pace, la sicurezza, la dignità umana, e i più alti ideali umani. Così come ignorare le differenze tra le diverse culture e i valori globalizzanti occidentali è un altro esempio di questa mentalità. E ancora: la persistenza del modello cognitivo della Guerra Fredda, con la divisione bipolare del mondo in “noi superiori” e “gli altri inferiori”. Così come pure la fobia che si manifesta all’emergere di nuovi attori sulla scena mondiale.

In un tale contesto, sono aumentate le violenze, governative e non governative, religiose, etniche, e persino la violenza razziale è aumentata, e non vi è alcuna garanzia che l’era della non belligeranza tra le grandi potenze rimanga al riparo da questi discorsi e da queste azioni violente. Non dovrebbe infatti essere sottovalutato il catastrofico impatto delle narrazioni violente ed estremistiche.

In questo contesto, la violenza strategica, che si manifesta negli sforzi per privare gli attori regionali dal loro dominio naturale di azione, nelle politiche di contenimento, nei cambi di regime imposti dall’esterno, negli  sforzi per ridisegnare confini e frontiere politiche, è estremamente pericolosa e provocatoria.

La narrazione politica dominante raffigura un centro civilizzato, circondato da periferie non civilizzate. In questo quadro, la relazione tra il centro del potere mondiale e le periferie è egemonico. Assegnare al Nord il centro della scena relegando il Sud in periferia, ha portato alla creazione di un monologo a livello di relazioni internazionali.

L’infondata propaganda antireligiosa, islamofobica, anti-sciita e iranofobica rappresentano gravi minacce contro la pace mondiale e la sicurezza umana .

Questo discorso propagandistico ha assunto proporzioni pericolose attraverso la rappresentazione di presunte minacce immaginarie.

Una di queste è la cosiddetta “minaccia iraniana”, che è stata utilizzato come pretesto per giustificare un lungo catalogo di crimini e azioni catastrofiche negli ultimi tre decenni. L’armamento del regime di Saddam Hussein con armi chimiche e il sostegno dei Talebani e di Al Qaeda sono solo due esempi.

Lasciatemi dire in tutta sincerità dinanzi a questa augusta assemblea mondiale, che sulla base di prove inconfutabili, coloro che parlano della cosiddetta minaccia dell’Iran sono loro stessi una minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale stessi o promuovono tale minaccia.

L’Iran non rappresenta assolutamente alcuna minaccia per il mondo o per la regione. Infatti, negli ideali e nella pratica, il mio paese è stato foriero di pace giusta e di sicurezza globale .

Signor Presidente, Signore e Signori ,

In nessuna parte del mondo c’è stata violenza così mortale e distruttiva come in Nord Africa e Asia occidentale. L’intervento militare in Afghanistan, la guerra imposta di Saddam Hussein contro l’Iran, l’occupazione del Kuwait , gli interventi militari contro l’Iraq , la brutale repressione del Popolo palestinese , l’assassinio di persone comuni e personaggi politici in Iran, e gli attentati terroristici in paesi come l’Iraq, l’Afghanistan e Libano sono solo alcuni esempi della violenza in questa regione negli ultimi tre decenni .

Quella ce è stata – e continua ad essere – praticata contro le persone innocenti della Palestina non è altro che violenza strutturale. La Palestina è sotto occupazione, i diritti fondamentali dei palestinesi sono tragicamente violati, e sono privati ​​del diritto al ritorno e all’accesso alle loro case, alle città natali e alla loro patria. Il concetto di Apartheid riesce difficilmente a descrivere i crimini e le aggressioni sistematiche contro l’innocente popolo palestinese.

La tragedia umana in Siria rappresenta un doloroso esempio di diffusione catastrofica della violenza e dell’estremismo nella nostra regione. Fin dall’inizio della crisi, e quando alcuni attori regionali e internazionali hanno contribuito a militarizzare la situazione attraverso l’ingresso di armi e Intelligence nel paese a sostegno attivo di gruppi estremisti, abbiamo sottolineato che non vi era una soluzione militare alla crisi siriana. Il perseguimento di strategie espansionistiche e il tentativo di cambiare l’equilibrio regionale attraverso terzi, non possono essere camuffati dietro retorica umanitaria. L’obiettivo comune della comunità internazionale dovrebbe essere una rapida fine dell’uccisione di innocenti.

Pur condannando qualsiasi uso di armi chimiche, accogliamo con favore l’accettazione da parte della Siria, della Convenzione sulle armi chimiche. Crediamo che l’accesso da parte di gruppi terroristici estremisti a tali armi sia il più grande pericolo per la regione e debba essere tenuto in considerazione in qualsiasi piano di disarmo.

Allo stesso tempo, vorrei sottolineare che l’uso illegittimo e anche solo la minaccia di utilizzare la forza, porteranno solo ad un ulteriore inasprimento della violenza e della crisi nella regione .

Il terrorismo e l’uccisione di persone innocenti rappresentano ultimo grado di disumanità dell’estremismo e della violenza . Il terrorismo è una piaga violenta e non conosce né paesi né confini nazionali. Ma la violenza e le azioni estreme, come l’uso di droni contro persone innocenti in nome della lotta al terrorismo, dovrebbero essere condannate.

Ecco, vorrei anche dire una parola sull’assassinio di scienziati nucleari iraniani . Per quali crimini sono stati assassinati? Le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dovrebbe rispondere alla domanda: i colpevoli sono stati condannati ?

Anche sanzioni ingiuste, come manifestazione di violenza strutturale, sono intrinsecamente disumane e

contro la pace. E contrariamente a quanto sostenuto da coloro che le perseguono e le impongono, le sanzioni non sono contro gli Stati e le élite politiche. Le vittime di queste sanzioni sono piuttosto le persone comuni.

Non dimentichiamo i milioni di iracheni che, a seguito di sanzioni coperto da veste giuridica internazionale , hanno sofferto e perso la vita , e molti altri che continuano a soffrire per tutta la vita.

Queste sanzioni sono semplicemente violente, anche se sono chiamate intelligenti o unilaterali o multilaterali. Queste sanzioni violano i diritti umani inalienabili quali, tra gli altri, il diritto alla pace, la lotta per lo sviluppo, il diritto di accesso alla salute e all’istruzione, e soprattutto, il diritto alla vita. Le sanzioni, al di là ogni e qualsiasi retorica, provocano belligeranza, conflitti e sofferenza umana.

Va tenuto presente, inoltre, che l’impatto negativo, non è limitato alle vittime designate di sanzioni, ma colpisce anche l’economia e la sussistenza di altri paesi e società, compresi i paesi che impongono sanzioni.

Signor Presidente, Eccellenze ,

la violenza e l’estremismo al giorno d’oggi sono andati al di là del regno fisico e hanno purtroppo afflitto e appannato le dimensioni mentali e spirituali della vita umana. La violenza e l’estremismo non lasciano spazio per la comprensione e la moderazione quali basi necessarie della vita collettiva degli esseri umani e della società moderna. L’intolleranza è la difficile realtà del nostro tempo  Abbiamo bisogno di promuovere e rafforzare la tolleranza alla luce degli insegnamenti religiosi e di approcci culturali e politiche adeguate.

La società umana deve essere elevata da uno stato di mera tolleranza a quello di collaborazione collettiva. Dovremmo non solo tollerare gli altri. Dobbiamo superare la semplice tolleranza e trovare il coraggio di lavorare insieme.

La gente di tutto il mondo è stanca di guerre, violenza ed estremismo. Tutti sperano in un cambiamento dello status quo. E questa è una opportunità unica per tutti noi. La Repubblica Islamica dell’Iran ritiene che tutti i problemi possano essere gestiti – con successo – attraverso una intelligente e sapiente miscela di speranza e di moderazione. I guerrafondai sono decisi a cancellare ogni speranza. Ma la speranza di cambiamento in meglio è un concetto innato, diffuso e universale.

La speranza si fonda sulla fede nella volontà universale del popolo di tutto il mondo di combattere la violenza e l’estremismo, di amare il cambiamento, di opporsi a strutture imposte, di valutare le scelte e di agire in conformità con la responsabilità umana. La speranza è senza dubbio uno dei più grandi doni suscitati negli esseri umani dal loro Creatore. E la moderazione è di pensare e muoversi in un saggio, modo giudizioso, consapevole del tempo e dello spazio, e di allineare agli ideali strategie e politiche efficaci, sempre tenendo in considerazione le realtà oggettive .

Il popolo iraniano, in una scelta giudiziosamente sobria nelle recenti elezioni, ha votato per un discorso di speranza, lungimiranza e moderazione prudente, sia in patria che all’estero. In politica estera, la combinazione di questi elementi significa che la Repubblica islamica dell’Iran , come potenza regionale, agirà in modo responsabile in materia di sicurezza regionale e internazionale, ed è disposta e pronta a collaborare in questi campi, a livello bilaterale e multilaterale, con altri attori responsabili. Noi difendiamo la pace basata sulla democrazia e le urne ovunque, anche in Siria, Bahrain, e in altri paesi della regione , e credo che non ci siano soluzioni violente alle crisi mondiali.

Le realtà amare e brutta della società umana possono essere superate solo attraverso il ricorso alla collaborazione, all’interazione e alla moderazione . Non si possono garantire – e non si garantiranno – la pace e la democrazia e i diritti legittimi di tutti i paesi del mondo, compreso il Medio Oriente, attraverso il militarismo .

L’Iran cerca di risolvere i problemi, non di crearli. Non vi è alcun problema o dossier che non possa essere risolto attraverso la fiducia e la speranza, il rispetto reciproco e il rifiuto della violenza e dell’estremismo. Il dossier nucleare iraniano è un esempio calzante . Come chiaramente affermato dal leader della Rivoluzione Islamica, l’accettazione del diritto inalienabile dell’Iran costituisce il modo migliore e più semplice per risolvere questo problema. Non si tratta di retorica politica. Piuttosto, si basa su un profondo riconoscimento dello stato della tecnologia in Iran , del contesto politico globale, della fine dell’era dei giochi a somma zero, e dell’imperativo di cercare obiettivi e interessi comuni per raggiungere un’intesa di sicurezza comune. L’Iran e gli altri attori devono perseguire due obiettivi comuni come due parti tra loro inseparabili per una soluzione politica del dossier nucleare dell’Iran .

  1. Il programma nucleare iraniano – e se è per questo, di tutti gli altri paesi – deve perseguire esclusivamente scopi pacifici. Dichiaro qui, apertamente e senza ambiguità, che, nonostante le posizioni degli altri, questo è stato, e sarà sempre l’obiettivo della Repubblica islamica dell’Iran . Armi nucleari e altre armi di distruzione di massa non hanno posto in Iran e nella nostra dottrina di difesa; contraddicono le nostre convinzioni religiose ed etiche fondamentali. I nostri interessi nazionali ci impongono di eliminare tutte le ragionevoli preoccupazioni circa il Programma nucleare pacifico dell’Iran.
  2. Il secondo obiettivo, cioè, l’accettazione e il rispetto per l’attuazione del diritto di arricchimento in Iran e il godimento di altri diritti connessi nucleari, fornisce l’unica strada verso il raggiungimento del primo obiettivo. La tecnologia nucleare in Iran, compreso l’arricchimento, ha già raggiunto un livello industriale. È, quindi , una illusione ed estremamente irrealistico, presumere che la natura pacifica del programma nucleare dell’Iran possa essere assicurata ostacolando il programma con pressioni illegittime .

In questo contesto, la Repubblica islamica dell’Iran, insistendo sulla realizzazione dei propri diritti e nel rispetto dei doveri di cooperazione internazionale, è pronta a impegnarsi immediatamente in trattative con scadenze precise e orientate a risultati per costruire la fiducia reciproca e la rimozione di incertezze reciproche con la massima trasparenza.

L’Iran cerca un impegno costruttivo con gli altri paesi sulla base del rispetto reciproco e dell’interesse comune, e nello stesso quadro non cerca di aumentare le tensioni con la Stati Uniti.

Ho ascoltato con attenzione la dichiarazione del Presidente Obama oggi qui all’Assemblea Generale . Con la volontà politica della leadership negli Stati Uniti e sperando che si asterranno dal seguire l’interesse miope di gruppi di pressione guerrafondai, si può arrivare ad un quadro di riferimento per gestire le nostre differenze . A tal fine , le interazioni dovrebbero essere governate da condizioni uguali, dal rispetto reciproco e dai principi riconosciuti del diritto internazionale. Naturalmente, ci aspettiamo di sentire una voce coerente da Washington .

Signor Presidente, Signore e Signori ,

Negli ultimi anni, una voce importante ha più volte detto: ” L’opzione militare è sul tavolo”. Contro questa opinione illegale e inefficace, permettetemi di dire forte e chiaro che “la pace è a portata di mano”. Così, in nome della Repubblica islamica dell’Iran propongo, come primo passo, la considerazione da parte delle Nazioni Unite del progetto: “Il mondo contro la violenza e l’estremismo “. (WAWE) Facciamo tutti aderire a questo “WAVE”. Invito tutti gli Stati, la comunità internazionale, le organizzazioni e le istituzioni civili a intraprendere un nuovo sforzo per guidare il mondo in questa direzione.

Dovremmo cominciare a pensare “Coalizione per creare Pace” in tutto il mondo al posto di inefficaci “coalizioni di guerra” in varie parti del mondo.

Oggi, la Repubblica islamica dell’Iran invita voi e l’intera comunità mondiale a fare un passo in avanti, un invito ad unirsi al WAVE. Noi dovremmo essere in grado di aprire un nuovo orizzonte in cui la pace prevalga sulla guerra, la tolleranza sulla violenza, il progresso sullo spargimento di sangue, la giustizia sulla discriminazione, la prosperità sulla povertà e la libertà sul dispotismo.

Come ben detto da Ferdowsi, il celebre poeta epico iraniano:

Siate implacabili nella lotta per il Bene

Portare la primavera, dovete. Bandire l’inverno, dovreste.

Nonostante tutte le difficoltà e le sfide, sono profondamente ottimista per il futuro. Non ho dubbi che il futuro sarà luminoso per il mondo intero, rifiutando la violenza e l’estremismo. La prudente moderazione assicurerà un futuro brillante per il mondo. La mia speranza, a parte la mia esperienza personale e nazionale, viene dalla convinzione condivisa da tutte le religioni divine che un buono e luminoso futuro attende il mondo. Come affermato nel Sacro Corano:

E abbiamo proclamato nei Salmi, dopo che lo avevamo annunciato nella Torah, che  i miei

servi virtuosi erediteranno la terra. (21:105)

Grazie Signor Presidente

 

 

 

 

Iran, un tè per due al Palazzo di Vetro?

Rouhani a New York

Grande attesa per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre a New York. A parlare per l’Iran non c’è più Ahmadinejad ma Rouhani, da poco eletto presidente della Repubblica islamica. Ma quello che rende così interessante questa versione annuale del meeting globale al Palazzo di vetro è una voce che si rincorre, né confermata né ufficialmente smentita.

In molti sono convinti che, al di là di una stretta di mano formale, il presidente Barack Obama e Hassan Rouhani sono in odore di incontrarsi per un bilaterale. Sogno o realtà? Se ciò avvenisse sarebbe un passo avanti epocale nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Questo tè per due al Palazzo di vetro ci sarà o no?

Ne ho parlato martedì 24 settembre a Radio3Mondo, intervistato da Azzurra Meringolo. Ecco l’audio:

 

 

Perché l’Iran cerca un impegno costruttivo

Rouhani - Washington Post

La traduzione in italiano dell’editoriale del presidente iraniano Hassan Rouhani pubblicato sul Washington Post del 20 settembre 2013

Perché l’Iran cerca un impegno costruttivo

Tre mesi fa la mia piattaforma elettorale “Prudenza e speranza” ha ricevuto un ampio mandato popolare . Gli iraniani hanno apprezzato il mio approccio alle questioni nazionali e internazionali come qualcosa che aspettavano da tempo. Mi sono impegnato a soddisfare le mie promesse al mio popolo, compreso quello di impegnarmi in un’interazione costruttiva con il mondo .

Il mondo è cambiato. La politica internazionale non è più un gioco a somma zero , ma un’arena multi-dimensionale in cui spesso coesistono cooperazione e concorrenza. È finita l’era delle faide. I leader mondiali dovrebbero trasformare le minacce in opportunità .

La comunità internazionale deve affrontare molte sfide in questo nuovo mondo – terrorismo, estremismo, ingerenza militare straniera , traffico di droga , criminalità informatica e omologazione culturale – tutte in un contesto che ha enfatizzato il potere e l’uso della forza bruta .

Dobbiamo prestare attenzione alla complessità delle questioni sul tavolo per risolverli. Ecco perché parlo di “impegno costruttivo” . In un mondo in cui la politica mondiale non è più un gioco a somma zero, è – o dovrebbe essere – controproducente perseguire i propri interessi senza considerare quelli degli altri.

Un approccio costruttivo alla diplomazia non significa rinunciare ai propri diritti . Significa impegnarsi con le proprie controparti , in base a condizioni di parità e rispetto reciproco, per affrontare i problemi comuni e raggiungere obiettivi condivisi. In altre parole, una situazione in cui sono tutti vincenti, non è solo auspicabile, ma anche realizzabile. Una mentalità di gioco a somma zero,  stile guerra fredda, è una sconfitta per tutti.

Purtroppo, l’unilateralismo spesso continua a impedire approcci costruttivi. La sicurezza propria viene perseguita a spese dell’insicurezza degli altri, con conseguenze disastrose. Più di dieci anni e due guerre dopo l’ 11 settembre, Al Qaeda e altri militanti estremisti continuano a portare devastazione. La Siria, un gioiello di civiltà, è diventata il teatro di violenze strazianti, compresi attacchi con armi chimiche, che noi condanniamo con forza. In Iraq , 10 anni dopo l’invasione guidata dagli americani, decine di persone muoiono ogni giorno in attentati. Anche l’Afghanistan continua a vivere un endemico spargimento di sangue.

L’approccio unilaterale, che esalta la forza bruta e la violenza, è chiaramente incapace di risolvere i problemi che tutti noi affrontiamo, come il terrorismo e l’estremismo. Dico tutti perché nessuno è immune alla violenza estremista –nemmeno se questa infuria a migliaia di chilometri di distanza. Gli americani se ne sono resi conto 12 anni fa.

Il mio approccio alla politica estera cerca di risolvere questi problemi , affrontando le cause. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine alle rivalità malsane e alle interferenze che alimentano la violenza e ci dividono. Dobbiamo anche prestare attenzione alla questione dell’identità come fattore chiave della tensione in Medio Oriente .

Nella loro intima essenza, le lotte sanguinose in Iraq, Afghanistan e Siria vanno oltre la natura delle identità di questi paesi e i loro rispettivi ruoli nella nostra regione e nel mondo.

La centralità della questione identitaria tocca anche il nostro programma pacifico dell’energia nucleare. Per noi, governare il ciclo del combustibile nucleare e produrre energia nucleare è importante sia per diversificare le nostre fonti di energia sia per la nostra identità nazionale, la nostra richiesta di dignità e rispetto e il nostro posto nel mondo. Se non comprendiamo l’importanza dell’identità, molti problemi resteranno irrisolti .

Mi impegno a affrontare le nostre sfide comuni attraverso un duplice approccio .

In primo luogo, dobbiamo unire gli sforzi per lavorare in modo costruttivo per il dialogo nazionale  sia in Siria sia in Bahrein . Dobbiamo creare un’atmosfera in cui i popoli della regione possano decidere i propri destini. Come parte di questo , vi annuncio la disponibilità del mio governo per contribuire a facilitare il dialogo tra il governo siriano e l’opposizione .

In secondo luogo, dobbiamo affrontare le più ampie, ingiustizie globali e rivalità che alimentano la violenza e le tensioni. Un aspetto fondamentale del mio impegno per l’interazione costruttiva comporta uno sforzo sincero a impegnarsi con i vicini e le altre nazioni per identificare e garantire soluzioni win-win .

Noi e le nostre controparti internazionali abbiamo impiegato molto tempo – forse troppo tempo – a discutere di ciò che non vogliamo, piuttosto che parlare di quello che vogliamo. Questo non vale solo per le relazioni internazionali dell’Iran. In un clima in cui gran parte della politica estera è una funzione diretta della politica interna, concentrarsi su ciò che non si vuole è una facile scappatoia per molti leader mondiali per evitare di affrontare grandi dilemmi. Dire cosa si vuole richiede più coraggio

In merito al nostro dossier nucleare, è chiaro, dopo dieci anni di passi avanti e indietro, quello che nessuno vuole. La stessa dinamica è evidente negli approcci rivali in Siria .

Questo approccio può essere utile per evitare che “guerre fredde” diventino guerre vere e proprie. Ma per andare oltre l’impasse, sulla Siria , sul programma nucleare del mio paese o sulle sue relazioni con gli Stati Uniti, abbiamo bisogno di puntare più in alto.

Piuttosto che concentrarsi su come evitare che le cose vadano peggio, abbiamo bisogno di pensare – e parlare – a come migliorare le cose. Per fare questo, abbiamo tutti bisogno di trovare il coraggio di iniziare a dire quello che vogliamo – in modo chiaro conciso e franco – e sostenerlo politicamente con le misure necessarie. Questo è il senso del mio approccio alla interazione costruttiva.

Partendo per New York per l’ apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, esorto i miei colleghi a cogliere l’opportunità offerta dalle recenti elezioni in Iran. Li esorto a sfruttare al meglio il mandato per l’impegno prudente che il mio popolo mi ha dato e per rispondere sinceramente agli sforzi del mio governo a impegnarsi in un dialogo costruttivo. Soprattutto, li esorto a guardare lontano (lett: “a guardare oltre i pini”) e ad avere il coraggio di dirmi che cosa vedono – se non per i loro interessi nazionali, per il bene dei loro eredi, dei nostri figli e delle generazioni future.

Hassan Rouhani

Traduzione dall’originale pubblicato sul Washington Post del 20 settembre 2013

Eroica flessibilità?

ISNA - Khamenei

Eroica flessibilità. Con questo evidente ossimoro, la Guida Khamenei ha dato l’ok alla strategia diplomatica del presidente Rouhani in occasione di un incontro con un gruppo di comandanti pasdaran tenutosi il 17 settembre. Il suo staff ha sintetizzato le sue parole in questo tweet in inglese:

Non solo: nello stesso discorso la Guida ha invitato i pasdaran a concentrarsi sui loro doveri e a non voler interferire in tutti gli aspetti della vita pubblica.

[youtube]http://youtu.be/tGgx4idFAhI[/youtube]

A proposito di Twitter, per qualche ora in Iran c’è stato libero accesso a tutti i social. Dopo qualche ora i filtri sono però tornati in funzione. Si sarebbe trattato di un semplice problema tecnico.

I prossimi dieci giorni – con la missione di Rouhani e Zarif all’Assemblea ONU a New York, i colloqui sulla Siria e il Vertice AIEA a Vienna – si preannunciano molto importanti per l’Iran e la sue relazioni internazionali.

 

Rowhani: dal parlamento ok a 15 ministri

Parlamento Iran

Il 15 agosto il majles ha dato la fiducia a 15 dei 18 ministri proposti dal neo presidente Hassan Rowhani. Ogni ministro aveva bisogno della maggioranza assoluta, quindi di 146 voti (la metà più uno dei 290 deputati).

Vediamo nel dettaglio.

I promossi

Mohammad Javad Zarif, agli Esteri, ha ottenuto 232 voti favorevoli, 36 contrari, con 13 astensioni.

Mostafa Pour-Mohammadi (Giustizia): 201 favorevoli, 64 contrari e 19 astenuti.

Mahmoud Vaezi (comunicazioni e tecnologia) ha ricevuto 218 voti a favore, 45 contrari e 20 astensioni dei 284 deputati presenti in aula.

All’Economia Economia Ali Teyebnia ha ricevuto 274 sì, 7 no e 3 astensioni.

Il ministro dell’Intelligence Seyed Mahmoud Alavi ha avuto 227 voti a favore, 38 contrari e 18 astensioni.

Ali Rabiei (Lavoro):  163 sì, 100 no e 21 astenuti.

Ali Jannati (Cultura e Guida Islamica): 234 a favore, 36 contrari e 12 astenuti:

Mahmoud Hojjati (Agricoltura): 177 a favore, 81 contrari, 26 astenuti.

Hossein Dehghan (Difesa): 269 a favore, 10 contrari e 5 astenuti.

Hassan Qazizadeh Hashemi (Salute): 260 sì, 18 no e 6 astenuti.

Abbas Akhoundi (Sviluppo Urbano): 159 sì, 107 contrari e 18 astenuti.

Mohammad-Reza Nematzadeh (Industria e commercio): 199 sì, 60 no, e 24 astenuti.

Abdolreza Rahmani Fazli (Interni): 256 sì, 19 no e 9 astenuti.

Bijan Namdar Zanganeh (Petrolio): 166 sì, 104 no, 13 astenuti.

Hamid Chitchian (energia): 272 sì, 7 no e 5 astenuti.

 

I bocciati

Mohammad-Ali Najafi (Educazione): 142 sì, 133 no, 9 astenuti.

Jafar Mili-Monfared (Scienza): 105 sì, 162 no, 15 astenuti.

Masoud Soltanifar (Sport): 117 sì, 148 no, 18 astenuti.

Najafi ha pagato la sua vicinanza a Mousavi, di cui fu consigliere. Anche Mili-Monfared è stato giudicato troppo vicino ai riformisti. Inoltre, quando insegnava all’Università Amir Kabir, si era mostrato troppo solidale e comprensivo con il movimento studentesco.

Il presidente Rowhani ha tre mesi da oggi per presentare nuovi nomi al posto dei 3 ministri bocciati.

 

Il governo Rowhani

Mohammad Javad Zarif

Se ne è parlato per un mese e mezzo, in pratica dal giorno dopo la vittoria del 14 giugno. Il 4 agosto Hassan Rowhani ha presentato al majles la sua squadra di governo. Secondo la Costituzione iraniana, ogni singolo ministro deve ora ricevere la fiducia del parlamento.

Ecco i nomi presentati dal neo presidente:

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Mostafa Pourmohammadi

Cultura e Guida Islamica: Ali Jannati

Petrolio: Bijan Zanganeh

Interni: Abudlreza Rahmani Fazli

Economia: Ali Teyebnia

Intelligence: Seyed Mahmoud Alavi

Energia: Hamid Chitnian

Difesa: Hossein Dehgan

Industria e commercio: Mohammad Reza Nematzadeh

Agricoltura: Mahmoud Hojatti

Lavoro: Ali Rabei

Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Mohammad Ali Najafi

Salute: Seyed Hassan Ghazizadeh Hashemi

Sport: Massoud Soltanifar

Tecnologia: Mahmoud Vaezi

Scienza: Jaffar Milimonfared

Non è un governo propriamente riformista. Secondo i media iraniani, la composizione politica potrebbe essere schematizzata così: 7 riformisti, 4 moderati, 5 indipendenti e 2 conservatori.

Non è detto che l’esecutivo resterà questo: è probabile  che alcuni nomi non avranno vita facile di fronte al majles. Ma Rowhani, nelle sue prime mosse da presidente, sta dimostrando grande capacità di mediazione e accortezza politica.

Uno dei nomi che merita maggiore attenzione è quello di Mohammad Javad Zarif agli Esteri. Probabilmente non c’era scelta migliore per un presidente che ha fatto del dialogo con l’Occidente uno dei temi principali della campagna elettorale. Non perché – come si è scritto e detto parecchio negli ultimi giorni – Zarif abbia studiato negli Usa (anche il suo predecessore Salehi si è laureato negli States..), ma perché ha una lunga storia di trattative. In epoca Khatami, è stato ambasciatore presso l’Onu e da New York si è in diverse occasioni spostato a Washington per incontrare senatori ed esponenti americani. Non è un mistero che abbia lavorato al Grand Bargain del 2003, il grande accordo di “normalizzazione dei rapporti” proposto da Teheran e rispedito al mittente dall’amministrazione Bush.

L’altro nome che ha fatto molto discutere è quello di Ali Jannati, scelto per il ministero della Cultura e Guida islamica (Ershad). Si tratta di una posizione chiave, perché incide in modo determinante sulla vita degli iraniani. Con la prima presidenza Khatami, il ruolo fu ricoperto dal 1997 al 2000 da Moharejani che diede vita a una breve ma intensissima stagione di grande apertura e fermento culturale per la stampa, il cinema e la musica. Negli otto anni di presidenza Ahmadinejad, il ministero ha invece interpretato in modo molto restrittivo il suo ruolo, mettendo, tra l’altro,  al bando centinaia di quotidiani e chiudendo la Casa del cinema.

Jannati ha un passato da diplomatico in Kuwait, con ottimi rapporti con Rafsanjani e una brevissima esperienza nel primo gabinetto di Ahmadinejad. Ma a lui si rimprovera più che altro il cognome, dato che è figlio di Ahmad Jannati, l’ayatollah ultraconservatore al vertice del Consiglio dei Guardiani. Tuttavia, il nuovo ministro ha sempre espresso posizioni differenti da quelle del padre, sostenendo che le idee politiche non “si trasmettono per dna”.

Ha destato più di qualche mugugno la scelta di Mostafa Pourmohammadi come ministro della Giustizia. Pourmohammadi era pubblico ministero nei tribunali rivoluzionari che seminarono il terrore negli anni Ottanta e giocò un ruolo di primo piano nelle esecuzioni di massa del 1988, con le quali vennero eliminati migliaia e migliaia di oppositori del regime. Una scelta che suona un po’ stonata con gli annunci di Rowhani che, in campagna elettorale, aveva parlato della necessità di uscire dalla logica di “Stato di sicurezza”.

Va comunque precisato che il ministro della Giustizia viene scelto dal presidente tra una rosa di 4 nomi proposti dal capo della Magistratura. Rowhani, in questo senso, non aveva grande libertà di scelta. Forse, da un punto di vista politico, questa nomina serva a “tutelare” le altre, a cominciare da quella del ministro degli Esteri.

Per concludere, con una mossa a sorpresa la Guida Khamenei ha nominato il presidente uscente Ahmadinejad membro del Consiglio per il discernimento.

Promoveatur ut amoveatur?

Una psicoanalista a Teheran

Psicoanalisi a Teheran

Non fatevi ingannare dal titolo: Una psicoanalista a Teheran di Gohar Homayounpour non è l’ennesimo libro furbetto che cerca di conquistare il lettore/acquirente solleticandone le curiosità per qualcosa di “esotico”.

A dirla tutta, è uno strano libro questo. Strano perché poco classificabile e anche perché è un libro breve, decisamente essenziale. E quindi è un libro da leggere, secondo me.

Anzi, se fosse stato pubblicato prima, lo avrei sicuramente citato a piene mani, perché ci sono spunti molto interessanti e non banali.

L’autrice è appunto una psicoanalista che ritorna a vivere e ad esercitare in patria dopo un lungo periodo all’estero. Cosa c’è di così straordinario nel fare l’analista a Teheran? Nulla, in fondo. E’ questo il punto di partenza del libro.

Quando l’autrice propone il suo libro a una giornalista non iraniana riceve consigli della serie:

Non deve scrivere quello che potrebbe scrivere anche uno psicoanalista che lavora a Manhattan , ci vuole qualcosa di un po’ “pepato”.

E poi domanda:

I suoi pazienti presentano problemi più legati alla sessualità o alla politica?” [evidentemente la giornalista esclude che gi iraniani possano averne altri!]

E suggerisce anche un titolo: Diventare matti a Teheran.

E’ proprio quel tipo di suggestione che chi ama l’Iran cerca di rigettare in tutti i modi, per non cadere in quel “rifiuto affascinato”, per cui gli iraniani sono visti e descritti come come alieni.

A questo proposito l’autrice cita la Kristeva: la paura dell’altro è l’inquietudine dell’altro che è in noi”

La parte più interessante del libro è l’analisi di un brano fondamentale della letteratura classica persiana: il duello tra Rostam e Sohrab nello Shahnameh di Ferdowsi.  Come è noto, si tratta di un “Edipo al contrario”, in cui è il padre a uccidere il figlio.

“La fantasia collettiva iraniana – sostiene l’autrice – è fissata in un’angoscia di disobbedienza che desidera l’obbedienza assoluta. Nel momento in cui desiderano ribellarsi i figli sanno inconsapevolmente che, ponendo in essere quel desiderio, saranno probabilmente uccisi. Pertanto accettano, in certo modo, la paura della castrazione. Credo che sia una caratteristica delle culture tradizionali.

All’interno della storia iraniana, la richiesta di obbedienza assoluta può essere interpretata come una formazione reattiva all’angoscia originata dal potenziale di ribellione racchiuso nella cultura. (…) Così ironia vuole che la nostra cultura – che è, in superficie, di obbedienza assoluta – sia al proprio interno una cultura di ribellione.

Fa sì che in Iran le leggi siano osservate fintanto che la polizia, la legge e il padre sono presenti. In caso contrario, in questa cultura della non ribellione, ogni atto ribelle diventa possibile.

Con Ferdowsi abbiamo ucciso il nostro futuro rimanendo imprigionati nel passato, erotizzando il dolore.

Come reazione, la malinconia si è espressa nel creare lo sciismo, la cultura del lutto.

D’altra parte, ci ricorda l’autrice, “in Iran il passato è tutto”.

Rowhani è presidente

Rowhani presidente

“Vince chi vota”. Lo slogan di Gianni Alemanno per le comunali di Roma racchiude il senso della vittoria di Hassan Rowhani alle undicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica di Iran.

Elezioni snobbate da buona parte dei media italiani: la copertura è stata pressoché nulla se paragonata a quella per le elezioni del 2009.

Per mesi si è detto che sarebbero state elezioni farsa, che sarebbe stata tutta una competizione all’interno del fronte conservatore e che non sarebbe andato a votare nessuno.

 Ha votato il 72% degli aventi diritto. Una decina di punti in meno rispetto alle scorse presidenziali ma comunque una percentuale alta. Chi scrive ha assistito al voto degli iraniani residenti a Roma: nonostante lo sciopero dei mezzi, hanno votato circa un migliaio di persone e Rowhani ha ottenuto oltre il 90% dei consensi. Molti dei giovani studenti che nel 2009 animarono le proteste contro i presunti (e assai probabili) brogli elettorali, alla fine non hanno boicottato il voto ma hanno sostenuto Rowhani.

È un dato di fatto, dal quale occorre partire per qualsiasi analisi. Così come nel 2009 l’Onda Verde era nata da una campagna elettorale, anche la “speranza viola” (il colore di Rowhani) ha preso vita in queste ultime due settimane. Il candidato che sembrava spacciato e addirittura in pericolo di “squalifica” da parte del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto rapidamente nei sondaggi e ha vinto addirittura al primo turno.

È una sconfitta netta per chi predicava l’astensione come unico modo per delegittimare il sistema. Le scene di giubilo nelle strade delle città iraniane sanno tanto di rivincita anche per quanto accaduto nel 2009.

Personalmente credevo che sarebbe arrivato primo ma con una percentuale molto più bassa. E pensavo che al ballottaggio Qalibaf (più lui di Jalili) avrebbe vinto. E invece no: d’altra parte, l’Iran riesce sempre a sorprendere tutti.

Ha vinto Rowhani ma non ha di certo perso la Guida Khamenei che lo aveva detto esplicitamente: “Anche chi non sostiene la Repubblica islamica, voti per sostenere il proprio Paese”. Probabilmente ha capito che era l’ultima occasione per non scavare un fossato ancora più profondo tra il sistema politico e i desideri reali del popolo. Detto questo, l’esito elettorale non è stato né imposto né pilotato. L’incertezza dei risultati dati col contagocce ora dopo ora ne è la prova. Ed è ancora più chiara la differenza tra il voto di oggi e quello del 2009, quando la vittoria di Ahmadinejad venne annunciata in tempi rapidissimi.

Nucleare e non solo

Cosa accadrà con il nuovo presidente? Chi – fuori dall’Iran – auspice stravolgimenti del sistema, è fuori strada. Non solo perché è quasi impossibile per i rapporti di forza in campo, ma perché non sono queste le intenzioni di Rowhani.

Quali sono le priorità per il nuovo presidente?

In questo momento per l’Iran è fondamentale uscire dall’isolamento internazionale: ottenere almeno un ammorbidimento delle sanzioni, riaprire il dialogo, dare ossigneno alla propria economia. Alla notizia della vittoria di Rowhani, il rial ha recuperato il 6% sul dollaro e la borsa di Teheran ha raggiunto il suo massimo storico negli ultimi 5 anni.

Dalla Casa Bianca è arrivata una nota di congratulazioni e un auspicio per una soluzione diplomatica sulla questione nucleare. Può sembrare niente, ma è un segnale positivo.

Il nuovo presidente di insedierà ad agosto e presenterà la sua squadra di governo. Circolano nomi “di peso”: come vice ci potrebbe essere Aref (che si è ritirato e ha dato i voti necessari alla vittoria al primo turno); per gli esteri si parla di Velayati (che è il più esperto e avrebbe piena fiducia della Guida); come capo negoziatore sul nucleare si fa il nome dell’ex presidente Mohammad Khatami, in un curioso scambio di ruoli con Rowhani a distanza di otto anni. Di sicuro, la Guida (che per la Costituzione ha l’ultima parola in politica estera) conosce molto bene il nuovo presidente e potrebbe esserci maggiore unità strategica sulla negoziazione per il nucleare.

Più complessa la situazione interna. Il chiaro appoggio ricevuto da Rafsanjani, potrebbe creare problemi con basiji e pasdaran. I guardiani della rivoluzione acquistarono maggiore peso politico proprio durante la presidenza Khatami, quando si ersero a paladini dell’integrità del regime contro le deviazioni riformistiche.

Mousavi e Karroubi saranno rilasciati? È quello che si augurano gli elettori di Rowhani. Ed è il gesto che potrebbe sancire una pacificazione nazionale.

Di certo, la fine dell’era Ahmadinejad apre nuove prospettive per l’Iran e di conseguenza per l’intera regione.

Ecco le percentuali del voto:

Hassan Rowahni    50.71%

Qalibaf 16,56%

Jalili 11,36%

Rezaei 10,58%

Velayati 6,18%

Gharazi 1,22%

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