Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

L’Iran, di riflesso

Nelle ultime settimane di Iran si è parlato quasi esclusivamente “di riflesso”. Per il massacro dei pellegrini della Mecca (24 settembre) e per gli sviluppi della crisi in Siria. Si tratta di due situazioni in un certo senso parallele, che vedono Teheran confrontarsi a distanza con l’Arabia Saudita. Una guerra fredda che difficilmente troverà una soluzione a breve ma che per il momento non rischia di sfociare in un confronto armato diretto. Troppe le conseguenze, sia per Teheran sia per Riyahd, di un conflitto aperto.

Resta il fatto che il conflitto continua a combattersi a distanza, in Yemen e in Siria. E se il presidente Rouhani insiste sulla necessità di trovare soluzioni diplomatiche alla crisi, dalla Guida Khamenei arrivano parole più minacciose nei confronti dei sauditi.

Khamenei ha anche posto un serio altolà alla possibilità di estendere il dialogo con gli Stati Uniti ad altre questioni. In particolare, durante un discorso del 16 settembre, la Guida ha lanciato dei segnali molto duri contro le “infiltrazioni culturali ed economiche” del nemico. Prontamente rilanciati dal suo staff in due tweet, due affermazioni in particolare ci sembrano significative:

I nemici promettono che l’Iran sarà completamente diverso nel giro di 10 anni; non dobbiamo permettere che nella mente del nemico ci sia spazio per simili intenzioni e idee.

E ancora:

Le infiltrazioni del nemico rappresentano una grande minaccia per l’Iran. Le infiltrazioni economiche e per la sicurezza sono meno importanti di quelle mentali, culturali e politiche.

 

Sembra quasi un testamento politico, molto breve e non paragonabile a quello lasciato da Khomeini nel 1989. Ma il messaggio è chiaramente rivolto all’interno del regime: ora che l’Iran sta per essere “sdoganato”, quanto meno a livello commerciale, non pensate di lasciarvi globalizzare, o farete una brutta fine.

In questo senso vanno lette le chiusure piuttosto dure arrivate negli ultimi giorni da Teheran su altre questioni. Innanzitutto la condanna per spionaggio di Jason Rezaian, capo della redazione del Washington Post a Teheran, in carcere senza un’accusa precisa da oltre un anno. La vicenda è ancora piuttosto confusa: fino a pochi giorni fa trapelava un cauto ottimismo e adesso non si conosce nemmeno l’entità della pena.

Il governo di Teheran ha inoltre annunciato che boicotterà la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte, dato che il discorso inaugurale sarà tenuto da Salman Rushdie, lo scrittore colpito nel 1989 dalla fatwa di Khomeini che lo condannava a morte per i Versetti satanici, libro ritenuto blasfemo.

Episodi che sembrano stridere con i segnali di apertura provenienti da Teheran negli ultimi mesi.

Al di là di questo, da segnalare che il parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che permetterà al governo di ratificare con urgenza l’accordo nucleare raggiunto tra Teheran e il Gruppo 5+1 lo scorso 14 luglio. Non sono comunque mancati momenti di grande tensione tra parlamentari e rappresentanti del governo, con urla, minacce e colluttazioni.

Secondo una mozione firmata da 75 deputati , l’amministrazione iraniana deve perseguire attivamente la politica sul disarmo nucleare globale. Le visite degli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) dovranno essere effettuate nel quadro delle norme internazionali rispettando la sicurezza nazionale dell’Iran. Il documento richiede inoltre al governo di tutelare al massimo le informazioni militari e di sicurezza del Paese e di proibire assolutamente accesso dell’AIEA ai siti militari .

 

Aggiornamento

Martedì 13 ottobre il parlamento iraniano ha ratificato l’accordo sul nucleare: i voti a favore sono stati 161, i contrari 59 e 13 gli astenuti. La sessione è durata appena 20 minuti.

 

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Iran alla Conferenza di Pace Ginevra II

Dal sito di Radio Vaticana

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha invitato, in extremis, l’Iran alla “Conferenza di Pace Ginevra 2” sulla Siria; da parte sua, Teheran ha confermato la sua presenza, scatenando però, la reazione della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, che ha annunciato che diserterà l’incontro se il Palazzo di Vetro non ritirerà il suo invito. Anche gli Stati Uniti hanno espresso dubbi sulla presenza della Repubblica Islamica al tavolo svizzero, chiedendo che prima Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione. Si profila dunque una situazione estremamente complicata. Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

Ascolta l’audio dell’intervista

R. – Sicuramente credo ci siano elementi interessanti: il primo è che si è arrivati al punto che l’Iran voleva, cioè quello di essere considerato non una parte del problema ma un possibile fattore di soluzione. L’altro è che sicuramente c’è una grossa divisione all’interno dell’opposizione siriana: una parte ha detto che diserterà, altri invece si sono ritirati da questa posizione; la discussione è anche abbastanza aperta. È chiaro che nulla può cambiare in modo netto con un solo passaggio; mi sembra però che la situazione sia molto diversa rispetto a quella di pochi mesi fa; ricordiamo a che punto eravamo arrivati soltanto i primi di settembre: sull’orlo di una guerra.

D. – Di fatto, l’Iran rientra sulla scena internazionale dopo anni di oblio. Quanto il nuovo corso, tracciato dal presidente Rohani, influisce su questo riconoscimento internazionale?

R. – Influisce al 100%. Direi che è uno dei motivi della sua vittoria, della sua affermazione e questo al di là di tutte le previsioni e le analisi che sono sempre un po’ condizionate dalle visioni di parte. C’è stata una riapertura dell’Iran all’esterno e lui ha giocato da subito una partita su due tavoli: quello interno – della politica interna – e quello internazionale del riconoscimento dell’uscita da un blocco che era molto spesso più di facciata che sostanziale, ma che di fatto ne faceva un “convitato di pietra” che però poi non aveva alcun peso decisionale negli eventi.

D. – Da una parte abbiamo gli Stati Uniti che spingono affinché Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione; dall’altra la Russia che ha sottolineato che l’assenza di Teheran a Ginevra sarebbe stato un errore imperdonabile. Quindi, di fatto, si ripropone in senso più alto la politica dei blocchi contrapposti…

R. – Questa è la tendenza che un po’ si è delineata negli ultimi mesi; lo stesso dietrofront di Obama a settembre sull’intervento armato in Siria è stato il primo, la più grande dimostrazione di questo nuovo scenario. Sicuramente, in questa situazione l’Iran si è saputa inserire e la situazione stessa del presidente Assad adesso è abbastanza complicata da gestire. Bisognerà vedere come le parti ne possano venire fuori, senza rinnegare troppo quelli che sono stati gli schieramenti di decenni: ricordiamo che l’unico Paese che ha un’alleanza militare con la Siria è proprio l’Iran; sono legati da un antico legame diplomatico e militare. Però, io ricorderei anche un altro dato storico: l’Iran, anche negli ultimi 35 anni, cioè dalla istituzione della Repubblica islamica ha sempre privilegiato i propri interessi nazionali sulle questioni sia ideologiche, che di altro tipo e meno che mai religiose in quel settore. Quindi – e questa è una mia opinione personale – credo che alla fine Teheran giocherà la carta che più converrà ai propri interessi.

D. – Proprio oggi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato l’interruzione da parte del governo iraniano dell’attività di arricchimento dell’uranio al 20%. Quanto sono collegati questi due fatti?

R. – Secondo me, sono collegati moltissimo. Questo è uno dei vecchi punti per i quali in passato tutti questi tentativi di contatto tra Occidente, i Cinque più uno e Teheran sono sempre naufragati. L’Iran ha sempre detto una cosa: “Noi vogliamo dialogare, negoziare sul nostro diritto di arricchimento, inserendolo in un contesto più ampio”. La crisi siriana fa parte di questa offensiva diplomatica. Mi sembra che un po’ alla volta questi elementi si stiano rivelando anche pubblicamente.

Testo originale del sito Radio Vaticana : http://bit.ly/1bB37p2

 

Siria: la grande incognita

Festival Internazionale 2013

Al Festival della rivista Internazionale che si è svolto dal 4 al 6 ottobre a Ferrara, si è parlato di politica internazionale e la situazione della Siria, Paese ormai da due anni martoriato da una guerra civile che ha fatto 120 mila morti e 6 milioni di sfollati, è stata analizzata in due dibattiti.

Quotidianamente i media ci bersagliano di notizie di cronaca proveniente dalla Siria ma poche purtroppo sono le analisi più approfondite su quello che veramente sta accadendo dietro le quinte. Molto interessante quindi è stato l’intervento del corrispondente ANSA Lorenzo Trombetta che ha fatto chiarezza sui giochi di potere interni alla Siria. Subito il corrispondente ha sottolineato il fatto che il regime di Bashar Al-Assad non è di stampo Alawita (una corrente dello sciismo) come i giornali ci propinano,  ma la sua base sono i clan famigliari. E questo è un elemento fondamentale per capire il panorama politico odierno. Infatti Hafiz al-Asad, padre di Bashar, aveva creato e mantenuto il suo potere unendo vari clan che controllavano diverse porzioni di territorio, a cui elargiva favori e garantiva la costruzione di infrastrutture di base (strade, scuole, ospedali, etc…).

Ovviamente il vero potere era suddiviso tra poche famiglie fedeli ma Hafiz non trascurava il resto dei clan e quindi del territorio siriano. Bashar ha invece rotto questa sorta di patto sociale esistente mettendo da parte molti clan con cui il padre intratteneva rapporti, e dimenticandosi pertanto di prendersi cura di una vasta porzione di territorio siriano. Nel momento in cui questi territori dimenticati hanno iniziato a manifestare una certa inquietudine, Bashar non è riuscito a prendere in mano la situazione e i clan si sono ribellati apertamente al governo.

“All’inizio in Siria c’è stato un tentativo di unire le varie correnti rivoluzionarie – spiega lo storico Farouk Mardam-Bey – ma c’è stata una rapida militarizzazione della rivolta sia da parte del governo che ha represso ferocemente i ribelli, sia da parte degli altri attori (vedi Russia, Turchia, gruppi fondamentalisti stranieri, Paesi del Golfo e Iran).” “La situazione è precipitata a tal punto che oggi – prosegue Trombetta – Bashar Al Assad non è il governo ma è uno dei signori della guerra”.

I ribelli hanno subito poi una ulteriore spaccatura nel momento in cui si è iniziato a parlare di un intervento militare da parte delle potenze occidentali. Mentre Assad sapeva benissimo che grazie all’intromissione della Russia l’intervento sarebbe stato evitato, i ribelli ci hanno creduto. Ciò ha provocato una spaccatura tra i gruppi che erano favorevoli all’intervento e quelli contrari, Assad ha aumentato ancora di più la repressione e i gruppo più integralisti si sono rafforzati. Risultato? Un massacro sempre più violento della popolazione civile a favore della quale  purtroppo neanche le organizzazioni umanitarie riescono a intervenire.

Jonathan Whittall (Medici Senza Frontiere), appena rientrato dalla Siria è scandalizzato dalla situazione che si è venuta a creare. “È praticamente impossibile negoziare l’accesso sia del personale medico che dei farmaci. E anche quando si riesce, i medici sono talmente in pericolo che sono pochissime le ONG che accettano di rimanere in Siria. C’è una tale confusione tra i gruppi di potere che non sai neanche con chi stai interloquendo e quanto vale l’eventuale negoziato che riesci a raggiungere. La popolazione così come gli operatori umanitari non sono rappresentati e protetti da nessuno.” È questa la situazione in cui MSF si trova a lavorare in Siria. È molto pericoloso e la gente continua a morire.” “Anche per i giornalisti internazionali la situazione è la stessa delle ONG, – aggiunge il britannico Alex Thomson (Channel 4 News) – noi corrispondenti siamo in costante pericolo a causa delle forze sia governative che ribelli. Inoltre con l’avvento dei social network tutti vedono immediatamente chi hai intervistato, dove sei stato e cosa hai scritto. Ed entrambe le parti non si fanno scrupoli a minacciarti”.

Tutto ciò ci dà un’idea molto chiara della complessità della situazione siriana e ci fa riflettere su come qualsiasi intervento debba essere ben ragionato e calibrato. Non si possono fare dichiarazioni avventate perché potrebbero far precipitare ancora di più la situazione. L’intera regione è ovviamente in pericolo e “in questo particolare momento storico – dice il politologo Olivier Royl’Iran può rappresentare il punto di svolta. Adesso il regime iraniano, anche grazie alle caute aperture del Presidente Hassan Rouhani, rappresenta l’interlocutore più stabile con cui confrontarsi.”  “Attualmente l’Iran si sente al sicuro.  – aggiunge il sociologo Khosrokhavar  – L’Ayatollah Khamenei infatti si è liberato di Ahmadinejad, pericoloso per la stabilità del regime perché troppo populista,  e l’opposizione interna è stata messa a tacere. Ora l’Iran può negoziare con gli Stati Uniti e prendersi il ruolo di guida della regione a cui ha sempre aspirato.” Il regime iraniano non andrà avanti con il nucleare ma gli Stati Uniti non interverranno in Siria. Tutti contenti, perché nessuno oggi ha più voglia di lanciarsi in guerre territoriali dal costo economico esorbitante e dalla conclusione incerta.

Certo bisognerà tenere anche in considerazione la Russia la quale, secondo Mardam-Bey, dovrebbe costringere Assad a ripartire il potere tra i vari  clan in modo da stabilizzare un minimo la situazione e far gestire la transizione dall’ONU. Purtroppo però non si vede ancora nessun segnale in questa direzione, resta quindi da vedere quali pedine restano ancora da giocare alla Russia, all’Iran e agli USA.

Iran Twitter

Twitter account Zarif

La strategia di comunicazione digitale messa in atto da Rouhani è parte di una linea politica precisa, il cui esito finale è tutt’altro che scontato. Il primo punto nell’agenda politica del presidente iraniano è la fine dell’isolamento internazionale del Paese. Lo ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale e lo ha confermato nel suo discorso di insediamento lo scorso 3 agosto.

Tuttavia, il potere del presidente della Repubblica islamica, soprattutto in politica estera, è tutt’altro che illimitato. L’ultima parola, secondo la Costituzione, spetta alla Guida che finora non ha mostrato segnali di grande apertura nei confronti dell’Occidente e degli Usa in particolare. Se le buone intenzioni di Rouhani sono ancora tutte da verificare e innegabile che nell’era della comunicazione globale, basta una dichiarazione male interpretata (o tradotta in modo tendenzioso) per creare un incidente diplomatico e bloccare il dialogo.

Gli otto anni di Ahmadinejad sono stati, in questo senso, un autentico disastro. Il presidente pasdaran aveva certamente un’altra linea politica rispetto a Rouhani, anche se è innegabile che in alcune situazioni i media occidentali abbiano calcato la mano, attribuendogli parole e toni mai usate. La famosa frase sulla cancellazione di Israele dalla mappa geografica, ad esempio, fu il risultato di una traduzione per lo meno inesatta.

Ma le trappole per i politici iraniani non vengono soltanto dall’esterno. Allo stesso Rouhani, a inizio agosto, è stata attribuita dall’agenzia ISNA una frase su Israele («un male da estirpare») che non avrebbe mai detto.

Ecco allora che i media digitali – e Twitter in particolare – si prestano a essere utilizzati come strumenti di dialogo diretto tra il nuovo presidente e l’opinione pubblica internazionale.

La maggior parte dei tweet del nuovo presidente vertono, non a caso, su due temi caldi come la crisi siriana e sulla questione nucleare. Rouhani ha espresso (in inglese) una posizione equilibrata, condannando – ad esempio – l’uso delle armi chimiche tout court, senza accusare l’opposizione ed evitando di lanciare messaggi di solidarietà ad Assad.

In questo senso, Rouhani si sta muovendo sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex presidente Rafsanjani, suo vecchio amico e alleato, che pochi giorni fa aveva indirettamente accusato Assad, condannando l’uso di armi chimiche «soprattutto da parte dei governi».

 

In questa “cordata” c’è anche il ministro degli Esteri Javad Zarif, uno dei nomi della squadra di governo salutati con maggiore entusiasmo da parte dei riformisti. Anche Zarif ha cominciato a twittare quasi all’improvviso, trascinato in rete da un tweet di invito dello stesso Rouhani. Ed è stato un esordio scoppiettante, perché non solo ha subito rilanciato gli auguri per il capodanno  ebraico, ma ha cominciato a rispondere ai commenti di chi lo ringraziava o faceva ironie. In uno di questi ha affermato «di non aver mai negato l’Olocausto. Chi lo faceva è andato via».

Una parte dell’establishment iraniano teme che il dialogo Tehran – Washington possa essere la prima vittima di un attacco Usa alla Siria, mentre l’ala più dura del regime preme affinché questo dialogo non cominci mai. Il confronto corre anche sul web.

 

L’Iran e la crisi in Siria

Iran

L’Iran e la crisi in Siria. Giovedì 9 agosto Teheran ha ospitato un vertice con 29 Paesi sulla crisi siriana. Radio Vaticana mi ha intervistato su questo summit e sul ruolo dell’Iran nella crisi siriana.

Ecco il testo dell’intervista. Per ascoltare l’audio clicca qui.

R. – E’ sicuramente un tentativo di uscire da un isolamento, per l’Iran, un isolamento diplomatico, internazionale e di geopolitica. Per molti mesi Teheran ha continuato a dire che mentre altre “primavere arabe” – come quella egiziana – avevano un movimento popolare alla base, in Siria si trattava, invece, di un complotto. Adesso ha cambiato prospettiva, ha cambiato atteggiamento. Si tratta, insomma, di un tentativo di porre fine o di porre comunque rimedio a una situazione che è molto preoccupante per la stessa Teheran.

D. – Bisogna sottolineare che ci sono grossi interessi in campo per quanto riguarda l’Iran in Siria…

R. – Sicuramente. La Siria è l’unico Paese con cui l’Iran ha un’alleanza militare, un alleanza strategica. Ma credo che non ci sia soltanto questo: credo che siano in atto delle dinamiche sotterranee molto importanti. L’appello di Salehi, il ministro degli Esteri – e secondo alcuni il possibile vincitore delle prossime elezioni presidenziali del 2013 – è un appello che per certi versi è anche molto sorprendente per le parole che ha usato: ha parlato di diritti, del diritto del popolo siriano alla democrazia, alla libertà e a libere elezioni. Il che fa molto pensare….

D. – Certamente non mancano delle frizioni tra l’Iran e la Comunità internazionale e questo soprattutto a causa del suo programma nucleare. Ma questa iniziativa può aiutare Teheran a far scendere la tensione o può addirittura peggiorare la situazione?

R. – Io credo che possa servire. Vorrei anche ricordare che in passato l’Iran ha giocato ruoli importanti in altre crisi internazionali: in Afghanistan fu uno dei Paesi più attivi e non solo nel momento della guerra ai talebani, ma anche poi nella successiva Conferenza di Bonn per gli aiuti. L’Iran, quando vuole e quando è messo in condizione di farlo, può giocare un ruolo diplomatico anche molto importante. Va anche detto che, secondo me, l’errore è stato fatto dall’Occidente quando due mesi fa è stato chiesto che l’Iran non partecipasse ai primi incontri. Qui è chiaro che si tratta di una partita molto, molto aperta. Bisogna vedere ora quali saranno le prossime mosse.

D. – L’Iran sciita appoggia il presidente siriano e si propone come mediatore di pace; la Turchia sunnita, invece, sostiene i ribelli. E proprio qui è in arrivo Hillary Clinton: insomma Teheran ed Ankara si confermano attori non solo della crisi siriana, ma – possiamo dire – dell’intera regione…

R. – Sì, volendo andare indietro nella storia, potremmo risalire a rivalità secolari tra Ottomani e Persiani. In realtà è interessante notare come oramai da qualche anno gli attori più attivi e più dinamici dello scenario mediorientale siano Paesi non arabi: siano la Turchia, la Persia e Israele ovviamente. Se noi pensiamo allo scenario mediorientale di 30 anni fa, vediamo come altri Paesi in questo momento siano fuori gioco o comunque in un piano secondario. Sicuramente si scontrano interessi diversi. Io sono sempre abbastanza restio a credere che si tratti di interessi legati alla religione, anche perché l’Iran, nel corso della sua storia e parlo della Repubblica Islamica, ha sempre dimostrato di avere una politica estera molto pragmatica e a tratti anche molto cinica, ma non ideologica.