Islam sciita: dialoghi con Henry Corbin

Islam sciita: dialoghi con Henry Corbin

Pubblicato anche in Italia “Islam sciita: dialoghi con Henry Corbin” di Allamah Tabatabaei. Il libro, tradotto dal persiano all’italiano da Ali Reza Jalali e Mona Rezvan, raccoglie la corrispondenza tra il sapiente e dotto sciita e l’orientalista francese. Il libro sarà presentato al pubblico sabato 13 dicembre 2014 a Roma in collaborazione con l’Istituto culturale della Repubblica Islamica dell’Iran e la casa editrice Irfan Edizioni.

 

 
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Ashura. Mostra fotografica a Roma

Ashura

Fotografie di Claudia Borgia in esposizione presso Antropomorpha Fotografia dal 10 al 28 maggio 2014. Inaugurazione sabato 10 maggio 2014 dalle 18:30.

La linea guida di questo viaggio è la ricerca della verità. Il viaggio è la vita. La tappa cui questa nota si riferisce, fa parte di un progetto di studio sulla devozione della donna islamica. Ho scelto come punto di partenza il martirio dell’Imam Hossein, nipote del Profeta Maometto, perché fu sua sorella, Hazrat-e Zeynab, a farsi carico di dire la verità su tale tragedia.

Si racconta che il 10 del mese lunare Muharram, nell’anno 61 dell’Egira (10 ottobre 680 d.C.) l’Imam Hossein e 72 compagni sacrificarono la loro vita per difendere la religione di Dio, la giustizia, la libertà e per combattere la tirannia di Yazid, della dinastia degli Omayyadi, divenuto ingiustamente califfo.

Secondo la tradizione, l’Imam Hossein e i suoi compagni furono brutalmente uccisi nel deserto di Karbala, nel giorno dell’Ashura (dall’arabo “dieci”). Da allora, tutti gli anni, il mondo islamico sciita entra in un periodo di lutto che termina dopo 40 giorni, con il pellegrinaggio dell’Arbaeen (dall’arabo “quaranta”), che Hazrat-e Zeynab e tutti gli altri superstiti della battaglia, fecero alla tomba dell’Imam a Karbala (Iraq).

I segni del lutto coprono intere città e piccoli villaggi. I riti funebri avvengono per lo più all’aperto, ma nel privato di ogni famiglia i momenti di cordoglio si accavallano alle celebrazioni comuni. Donne e uomini si riuniscono, separatamente, per pregare nelle Hosseiniyeh (edifici permanenti o temporanei, di tradizione safavide, costruiti per eseguire le cerimonie di lutto per l’Imam Hossein e altri martiri sciiti), oppure organizzano celebrazioni nelle loro case, sfilano nelle processioni vestendo i panni dei protagonisti del martirio, si battono il petto o la testa con la mano, o si colpiscono le spalle con delle catene compiendo il rito di autoflagellazione.

Famiglia in ashura

Un grande impulso per lo sviluppo delle celebrazioni dell’Ashura come fenomeno religioso, popolare e artistico è venuto con l’ascesa claudia borgiadei Safavidi (1501 – 1736) al potere. E’ stato durante il loro dominio che il genere teatrale drammatico, conosciuto come Ta’ziyeh, si è sviluppato ed è divenuto popolare. Nella passione rappresentata nei teatri all’aperto o nelle Hosseiniyeh, gli attori interpretano i vari personaggi dell’Ashura e ricreano il martirio dell’Imam Hossein. La particolarità è che, durante le scene di lotta, gli uomini interpretano anche i ruoli delle donne, ma con il viso coperto, per obbedire alla regola islamica secondo la quale non è ammesso il contatto tra uomini e donne che non siamo sposati.

Testimone del martirio dall’alto di una collina del deserto di Karbala, località del Basso Iraq, Hazrat-e Zeynab venne fatta prigioniera e portata al palazzo del Califfo Yazid, a Damasco. Fu qui che tenne due discorsi nei quali svelò la verità sul massacro dell’Imam Hossein e dei suoi compagni e risvegliò le persone ipnotizzate dalla falsa propaganda di Yazid, che voleva far passare Hossein come un ribelle. Si dice che se non fosse stato per Hazrat-e Zeynab, il tragico evento di Karbala sarebbe stato dimenticato e i messaggi dell’Ashura, di verità e giustizia, per citarne solo due, non sarebbero stati tramandati di generazione in generazione.

Oggi, ieri e ogni anno, milioni di pellegrini calpestano lo stesso suolo sul quale ha camminato Hazrat-e Zeynab prima come prigioniera e poi come donna libera, custode della verità.

Ho avuto il privilegio, raro, di potervi partecipare. Ho camminato accanto alle donne iraniane che conoscevo e ho incrociato gli sguardi, le mani e i sorrisi delle donne irachene. Alcune di loro erano in pellegrinaggio come noi, altre, non potendo andare a Karbala, assistevano i pellegrini in cammino: anche questo è un modo per “conquistarsi un pezzo di paradiso”.

Inaugurazione sabato 10 Maggio 2014 – Ore 18:30
Antropomorpha Fotografia
Via Castruccio Castracane 28a, Roma
Vernissage, musica, aperitivo. Ingresso libero e gratuito.

Khamenei, Hassan e l’eroica flessibilità

Copertina libro Khamenei

Ha suscitato curiosità e qualche ironia l’espressione “eroica flessibilità” usata dalla Guida Khamenei qualche giorno fa a proposito dell’opportunità per l’Iran di una strategia diplomatica. L’espressione, come segnalato da Iran Pulse è tutt’altro che estemporanea.

Nel 1970, infatti, il giovane Khamenei tradusse dall’arabo un libro di Radhi Al Yaseen intitolato La Pace di Hassan. Per la versione in farsi Khamenei scelse il titolo: Hassan, la flessibilità eroica più gloriosia della storia.

Chi è Hassan?

Hassan è ricordato nell’Islam sciita come il secondo Imam. Figlio di Ali (cugino e genero di Maometto, primo Imam (guida) e autore dello scisma sciita) e Fatima, nasce a Medina nell’846. Suo fratello Hossein (terzo Imam), martire a Kerbala, è la figura cardine dello sciismo.. Hassan vive a stretto contatto col Profeta nei primi sette anni di vita. La tradizione vuole che il profeta Maometto avesse detto di Hassan e Hossein: “Questi due miei figli sono Imam, indifferentemente dal fatto che si alzino o si siedano”. Ovvero: sono Imam anche se non avranno il potere temporale di califfi.

Divenuto califfo in base al testamento di suo padre Ali, Hassan è Imam per sei anni: governa gli stati islamici, a eccezione dei territori della Siria e dell’Egitto, dove il governatore Muàwiah si era ribellato. Quando questi entra in Iraq, dove era la sede del califfato, Hassan accetta un trattato di pace che stabilisce un passaggio temporaneo del potere a Muàwiah. Alla morte di questi, il califfato sarebbe tornato a Hassan o ereditato dal fratello Hossein. Ma Muàwiah non rispetta i patti. Dichiara in pubblico: “Io non combattevo con voi per la religione, per indurvi a pregare o a digiunare, volevo bensí arrivare a governarvi e ora ho raggiunto il mio obiettivo. Non manterrò nessuna delle promesse fatte a Hassan”.

Una volta rinunciato a tutte le cariche amministrative, Hassan assume un ruolo di leadership meramente religiosa e si dedica all’insegnamento dei precetti dell’Islam a Medina. È ricordato come una figura generosa e compassionevole. Si narra che aiutasse molto i poveri e che si sedesse spesso con i mendicanti nelle strade di Medina a parlare di religione. Per circa nove anni e mezzo vive sotto la costante minaccia di Muawiah. Viene infine avvelenato a Medina nell’874, su istigazione di Muawiah, dalla propria moglie (Ju’dah). Dopo il martirio dell’Imam Hassan, in base all’ordine divino e al suo stesso testamento, diventa Imam suo fratello Hossein.

Il gruppo sciita oggi maggiormente diffuso è quello dei cosiddetti Duodecimani (o Imamiti o Giafariti), così chiamati perché venerano dodici Imam:

Alī bin Abī Ťalib, al-Murtadha;

Ĥasan bin Alī, al-Mujtaba;

Ĥusayn bin Alī, Sayyid ash-shuhadā’ (il Signore dei Martiri);

Alī bnil Ĥusayn, Zayn ul-Ābidīn, as-Sajjād;

Muĥammad bin Alī, al-Bāqir;

Jafar bin Muĥammad, aŝ-Ŝādiq;

Mūsa bin Jafar, al-Kāďim;

Alī bin Mūsa, ar-Ridhā (in persiano: Reza);

Muĥammad bin Alī, at-Taqī;

Alī bin Muĥammad, an-Naqī;

Ĥasan bin Alī, al-Askarī;

Muĥammad bnil Ĥasan, al-Mahdī.

Gli Ismailiti o Settimani credono fino ad Ismāīl, considerato il settimo Imam dopo Jafar aŝ-Ŝadiq. Sono diffusi nell’Africa Orientale e in India. Gli Zayditi, diffusi nello Yemen, prendono il loro nome da Zayd, ritenuto quinto e ultimo Imam. Gli Alawiti sono infine una setta eterodossa, minoritaria ma al potere in Siria, e presente in Libano e Turchia.

 

 

Sulle orme di Lady Zaynab

Moschea dell'Università di Teheran

“Nel nome di Dio, misericordioso e compassionevole, il mio nome è Samaneh e il mio cognome è Madani”. Si presenta così quando le chiedo di farlo e avvio la registrazione di questa intervista che si è trasformata in un viaggio attraverso la religione, la storia, le emozioni e i ricordi.

Samaneh è una donna iraniana di religione sciita. …

Due giorni fa, l’8 gennaio 2013, è tornata dal pellegrinaggio di Arbaeen, che milioni di sciiti, e non solo, fanno per arrivare alla tomba dell’Imam Hossein, nipote del Profeta Maometto, figlio del primo Imam Alì e di Fatima, morto e sepolto a Karbala (Iraq).

Si racconta che il 10 del mese lunare Muharram nell’anno 61 dell’Egira (10 ottobre 680 d.C.) il terzo Imam e 72 compagni, sacrificarono la loro vita per difendere la religione di Dio, la giustizia, la libertà e per combattere la tirannia di Yazid, divenuto ingiustamente califfo. Il massacro avvenne nel deserto di Karbala, nel giorno dell’Ashura e da allora, tutti gli anni, il mondo islamico sciita entra in un periodo di lutto che termina dopo 40 giorni, con l’arrivo a piedi di Lady Zaynab e di tutti gli altri superstiti della battaglia, alla tomba dell’Imam.

Samaneh ha 30 anni, è sposata e ha una bambina di 3 anni e mezzo. Ha un master post laurea in Letteratura Inglese ed ora lavora come traduttrice.

Ci siamo incontrate varie volte e l’ho sempre vista avvolta nel suo nero chador, ma il giorno dell’intervista, a casa sua, quando mi ha aperto la porta ho stentato a riconoscerla: avevo davanti a me una donna minuta, con i capelli lunghi e sciolti color castano, un paio di jeans, un maglione bianco candido e ovviamente non aveva le scarpe. Ci siamo fatte una grassa risata e ci siamo abbracciate quando, per spezzare la mia sorpresa, le ho domandato: “Ma tu chi sei?”.

(Nella foto di Claudia Borgia: Moschea dell’Università di Teheran, parte femminile)

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