La rivoluzione, 40 anni dopo

Quella iraniana fu l’ultima grande rivoluzione del Novecento, la prima ad essere trasmessa in televisione e a essere immortalata dai reporter di tutto il mondo. Esistono quindi moltissime immagini di quegli eventi, oggi facilmente reperibili sul web: le manifestazioni di massa, la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi dall’Iran, il ritorno dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e l’instaurazione della Repubblica islamica. Eventi noti pressoché a tutti. Ma conosciuti probabilmente in modo superficiale proprio perché dati ormai per assodati, come se l’Iran fosse da sempre una Repubblica islamica, un antagonista degli Stati Uniti e un nemico di Israele. Il “peccato originale” dell’Iran contemporaneo – agli occhi dell’osservatore occidentale – è proprio la rivoluzione del 1979. Una rivoluzione quasi sempre bollata come “irrazionale” e retrograda, colpevole di aver inaugurato la stagione del fondamentalismo islamico.  Una narrazione semplicistica che non prende in considerazione i perché di quella rivoluzione.

Da Mossadeq a Khomeini: dove lo scià fallisce

Dal 1963, con la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, lo scià vara una serie di riforme con cui vuole scardinare l’impianto “tradizionalista” della società iraniana: concede il diritto di voto alle donne, vara la riforma agraria, tenta di creare una burocrazia manageriale, combatte l’analfabetismo inquadrando i giovani universitari nel cosiddetto “Esercito del sapere” e inviandoli a insegnare nei paesini più sperduti. Incoraggia i giovani ad andare a studiare in Europa e negli Usa perché sogna di creare una nuova classe dirigente di stampo occidentale. Paradossalmente, moltissimi di questi studenti all’estero costituiranno un nucleo fondamentale dell’opposizione allo scià: a contatto con altri modelli di partecipazione politica e di potere, trovano ancora più intollerabile l’autocrazia dello scià. Il golpe del 1953 aveva deposto il governo democraticamente eletto di Mossadeq, “colpevole” di aver voluto nazionalizzare il petrolio e si era aperta una lunga stagione di repressione. Il partito comunista (Tudeh) era al bando, così come le opposizioni liberali e nazionaliste. In questo contesto, la voce di Khomeini che dalla città santa di Qom tuona contro le riforme “immorali” dello scià, diviene subito un punto di riferimento per chi non si riconosce nel progetto ambizioso e paternalista dell’imperatore. Nei disordini che nei primi anni Sessanta seguono all’arresto e poi all’esilio di Khomeini, ci sono già in nuce, tutti gli elementi politici che ritroveremo nella rivoluzione di quindici anni dopo: l’ayatollah parla la stessa lingua del popolo, ne comprende le paure e i bisogni. Lo scià invece, cresciuto in un collegio svizzero, non conosce davvero l’Iran: immagina di rimodellarlo a suo piacimento, di farne uno tra i primi dieci Paesi industrializzati del mondo. Un’impresa titanica e probabilmente anche molto narcisistica. Anche perché, accanto a questi progetti di riforme sociali ed economiche, non pone in cantiere alcuna apertura politica.

Il peso dell’economia

A questi fattori politici, vanno poi aggiunti quelli economici. Fino a metà degli anni Settanta, il boom delle esportazioni petrolifere consente allo scià investimenti enormi. Alcuni senza dubbio di valore, come infrastrutture, scuole, servizi. Altri frutto unicamente della propria mania di grandezza, quali le spese record per gli armamenti o le celebrazioni kitsch del 1971 a Persepoli per i 2.500 anni di monarchia. Quando il mercato petrolifero si contrae, cominciano i guai. La riforma agraria si era rivelata un fallimento, con l’espulsione di manodopera dalle campagne e la creazione di un nuovo sottoproletariato nelle grandi città. In un Paese segnato da enormi diseguaglianze economiche, in cui cento famiglie detengono in pratica la maggior parte della ricchezza del Paese, crescono di colpo la disoccupazione e l’inflazione. Lo scià – libero dal controllo di qualsiasi forma di opposizione – reagisce accentrando ulteriormente il potere. Alla parvenza di bipartitismo (liberali e conservatori, sempre comunque fedelissimi allo scià) in vigore ormai da decenni, impone il partito unico della “Rinascita” (Rastakhiz). Il controllo del Paese è affidato alla Savak, la polizia politica che applica in modo sistematico arresti arbitrari, tortura e omicidio. 

Il rapido precipitare degli eventi

Una prima crepa nel regime si apre con l’elezione alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter che impone all’alleato persiano una timida apertura in tema di libertà di opinione. Bastò che la pressione si allentasse un po’ perché le voci di un dissenso soffocato da venticinque anni si levassero in modo fragoroso. Di lì in poi, sembra quasi che un meccanismo misterioso orchestri la tempesta perfetta che nel giro di quindici mesi porterà alla caduta dello scià e all’avvento di Khomeini.

Khomeini a Teheran

Tutto precipita nel volgere di pochi mesi. L’anziano religioso in esilio da quindici anni diventa di colpo la figura di riferimento di un movimento quanto mai eterogeneo, che conta al proprio interno marxisti e islamisti, liberali e nazionalisti, tutti uniti dal desiderio di farla finita con la dittatura dello scià. La fazione di Khomeini finisce col prevalere perché è l’unica ad avere un legame con il Paese reale. Le altre, ridotte da anni alla clandestinità e all’esilio, hanno perso contatto con il popolo. I religiosi hanno moschee su tutto il territorio nazionale e godono della fiducia delle masse popolari. È impressionante notare come fino all’autunno 1978 nessuno, all’interno del movimento rivoluzionario, parli di “repubblica islamica”, che diventa poi di colpo la parola magica, capace di mobilitare tutti sotto la guida di Khomeini. Che ha teorizzato da tempo il velayat-e faqih, la teoria del “Governo del giureconsulto”, tutt’ora alla base dell’ordinamento costituzionale iraniano, ma non ne ha di certo fatto una parola d’ordine della rivolta. 

La prima pagina di Lotta Continua del 17 gennaio 1979

Quanto fu davvero islamica la rivoluzione? 

Probabilmente non nacque come tale, almeno nelle intenzioni di una parte consistente dei suoi protagonisti. Ma è innegabile che fin dal suo inizio, la cadenza degli avvenimenti fu scandita dalle ricorrenze e dai riti islamici e che tutti i suoi leader più importanti erano esponenti religiosi. Un altro fattore decisivo per l’affermazione di Khomeini è quello geopolitico. Alla fine della Guerra fredda mancavano ancora dieci anni e l’Iran, coi suoi duemila chilometri di confine con l’allora Unione Sovietica, era una pedina fondamentale. I servizi segreti dei Paesi occidentali agirono di concerto per far sì che tra le fazioni rivoluzionarie quella islamista prevalesse su quella marxista. Ad esempio, è ormai accertato che quando nel 1983 Khomeini decide di sbarazzarsi dei comunisti iraniani, può utilizzare i dossier che l’agente sovietico Vladimir Kuzichin, un tempo comandante della sezione del Kgb di Teheran, aveva passato alla Gran Bretagna che a sua volta li aveva girati alla Cia che pensò di “girare” il regalo al governo iraniano, in chiara funzione anti-sovietica. 

Il ritorno di Khomeini a Teheran

La rivoluzione iraniana non si realizza tramite un’insurrezione armata, ma con una combinazione frenetica di sedici mesi di proteste, sei di manifestazioni di massa e cinque di scioperi. La guerra imposta dall’invasione di Saddam Hussein sarà poi il mito fondante, capace di ricompattare il Paese contro l’aggressore esterno e di mettere a tacere ogni forma di dissenso, sacrificando di fatto un’intera generazione. La rivoluzione iraniana incise in modo fondamentale sull’Islam politico, sovvertendo la concezione quietista dello sciismo e realizzando una forma del tutto inedita di Stato. Stato che -ristrutturato e rafforzato dal processo rivoluzionario – costituisce oggi la vera risorsa, l’asset più importante dell’Iran nel contesto drammaticamente irrisolto del Medio Oriente del XXI secolo. 

Quel giorno a Persepoli

Quando porto i miei gruppi a Persepoli, mi fermo in prossimità dell’ingresso per  indicare uno spazio apparentemente vuoto al di là dei bagni e della biglietteria. Sono ancora oggi ben visibili gli scheletri della tendopoli di lusso allestita nel 1971 per volere dello scià Mohammad Reza Pahlavi in occasioni delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia.  Per tre giorni, dal 12 ottobre, governanti di tutto il mondo vennero ospitati in tende da campo arredate lussuosamente. Champagne e caviale per tutti, direttamente dal ristorante Maxim’s di Parigi. Tutto mentre una parte consistente del popolo iraniano viveva in miseria.

Tra gli invitati si ricordano il Principe Ranieri e la Principessa Grace di Monaco, il  futuro re di Spagna Juan Carlos con la principessa Sofia, il maresciallo Tito, il presidente dello Zaire Mobuti e quello dell’Indonesia Suharto. Per l’Italia c’è il presidente del Consiglio dei Ministri Emilio Colombo, per l’Unione Sovietica il Presidente del Presidium del Soviet Supremo Nikolaj Viktorovič Podgornyj.

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Lo scià tentava di strumentalizzare il passato preislamico per contenere l’influenza del clero sciita. Si era proclamato “Luce degli ariani” e discendente diretto di Ciro il Grande, lui, figlio di un cosacco analfabeta messo sul trono di Persia dagli inglesi per meri interessi geopolitici.

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Davanti alla tomba di Ciro, a Pasargade, lo scià promise un futuro di progresso e benessere all’Iran. L’iscrizione della tomba recita:

Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – ascolta: io sono Ciro, fondatore dell’impero degli Achemenidi. Ti prego di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo.

Mohammad Reza proclamò sollenemente:

«Kourosh, assoudeh bekhab ke ma bidarin», «Ciro, riposa in pace che vigiliamo noi»

Nel minuto di silenzio che seguì al discorso, si alzò all’improvviso un vento fortissimo che scompigliò i vestiti delle donne e sollevò la terra rossa del deserto. Il sovrano che rispondeva dall’adilà? Di certo, non fu un buon presagio per un uomo troppo amante della bella vita per comprendere il limite della pazienza del suo popolo.

Secondo alcuni storici, è l’inizio della fase discendente della parabola politica dello scià.

Di lì a poco il Paese entrerà in recessione e il malcontento popolare porterà nel giro di sette anni alla rivoluzione del febbraio 1979.

 

Tutta colpa di Ciro

Qualcuno ha detto che in Iran il passato è tutto. Quindi non c’è da stupirsi troppo se persino Ciro il Grande, il fondatore della dinastia degli Achemenidi (550 – 330 a. C.) sia divenuto argomento delle cronache politiche in questi ultimi giorni. La figura storica di Ciro meriterebbe di sicuro un lungo approfondimento.

Nella Bibbia, nel libro di Ezra, la costruzione del secondo tempio di Gerusalemme è raccontata attraverso le parole di Ciro: «Il Signore mi ha dato tutti i regni della Terra e mi ha incaricato di costruirgli una casa a Gerusalemme».

«Ascoltatemi in silenzio, isole, e voi, nazioni, badate alla mia sfida» (Isaia, 41,1). In risposta ai dubbi del popolo, il profeta annunzia un liberatore. È Ciro: «Dice il Signore: Sono io che ho fatto tutto, che ho dispiegato i cieli da solo, che ho disteso la terra. Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi. Io dico a Gerusalemme: Sarai abitata, e alle città di Giuda: Sarete riedificate. Io dico all’oceano: Prosciugati! Faccio inaridire i tuoi fiumi. Io dico a Ciro: Mio pastore; ed egli soddisferà tutti i miei desideri, dicendo a Gerusalemme: Sarai riedificata; e al tempio: Sarai riedificato dalle fondamenta».

Ciro è l’unico non ebreo a essere riconosciuto dalla Bibbia se non proprio come profeta, certo come liberatore provvidenziale. A Teheran una sinagoga è ancora oggi dedicata a Ciro.

A Ciro è attribuita anche la prima “Carta dei diritti umani della storia”. Nel cosiddetto “cilindro di Ciro”, un blocco di argilla scoperto nel 1878 a Babilonia dall’archeologo Hormuz Rassam, un’iscrizione in accadico cuneiforme è stata interpretata dagli studiosi come un manifesto per la tolleranza religiosa e la libertà dei popoli. Una copia del cilindro è simbolicamente custodita nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Dicono di lui

Qualsiasi tour turistico include una visita alla tomba di Ciro, a Pasargade. Orgoglio e simbolo di governo illuimnato ancora oggi per milioni di iraniani. L’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi si proclamava addirittura suo discendente e lo omaggiò nel 1971 nelle famose celebrazioni dei 2500 anni di monarchia (ne abbiamo parlato qui).

Subito dopo la rivoluzione del 1979 Sadeq Khalkhali, il famigerato giudice dei tribunali rivoluzionari, chiamato “ayatollah rosso” (perché apprezzato dal Partito comunista iraniano), o anche Kholkholi, “pazzo”, scrive un libro in cui critica ferocemente il passato preislamico dell’Iran e definisce Ciro il Grande «un tiranno, un bugiardo e un omosessuale».

La Repubblica islamica, tuttavia, non ha avuto e non ha nemmeno oggi un rapporto così nettamente ostile nei confronti della figura di Ciro.

Alcuni anni fa l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad sostenne che le azioni di Ciro erano una continuazione delle opere dei profeti. Sotto la sua presidenza, nel settembre 2010, la copia originale del già citato cilindro di Ciro venne “prestata” per quattro mesi dal British Museum al Museo Nazionale di Teheran.

Le polemiche di oggi

Come ogni anno, migliaia di iraniani si sono radunati presso la tomba a Pasargade in occasione della Giornata Internazionale di Ciro il Grande, che nel 2016 è stata celebrata venerdì 28 ottobre, un giorno in anticipo rispetto al tradizionale 29 ottobre, data dell’ingresso di Ciro a Babilonia (539 a.C.).

2016

Complice il giorno di festa (venerdì in Iran è come la nostra domenica), l’afflusso di persone è stato da record, con migliaia di persone accorse sul luogo già dalla sera precedente.

 

‌ «#تخت_جمشید یکی از آثار ارزشمند و بی‌نظیر از دوران کهن در این سرزمین است که نشان از #تمدن ديرين، #حکمت، خرد و مدیریت ملت بزرگ #ایران در کنار یکتاپرستی آن‌ها دارد.» ‌ بخشی از دست‌نوشته حسن روحانی در دفتر یادبود مجموعه تاریخی تخت جمشید، ۹۴/۲/۱۰. ‌ عکس از: حجت سپهوند ‌ تصویر و پست مرتبط منتشر شده در روز بازدید در سال گذشته: https://www.instagram.com/p/2FxRWVw96q/ ‌ #تخت_جمشید #پرسپولیس #پارسه #آپادانا #هخامنشیان ‌

Una foto pubblicata da Hassan Rouhani – حسن روحانی (@hrouhani) in data:

Sul proprio account Instagram il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato una propria foto a Persepoli con questo testo:

Persepoli è uno degli inestimabili e unici lasciti dell’antica storia di questa terra, che dimostra quanto siano antiche la civiltà, la purezza, la speranza e le virtù del grande popolo iraniano, nonché il suo monoteismo.

Fin qui tutto molto bello.

Senonché, pochi giorni dopo, l’Ayatollah Hossein Nouri-Hamedani, uno dei religiosi più autorevoli di Qom, ha criticato pubblicamente le celebrazioni di Ciro:

 

Lo scià diceva ‘ O Ciro, dormi in pace che vegliamo noi’. Ora, un gruppo di persone si sono riunite intorno alla tomba di Ciro e hanno pianto come si fa in genere per l’Imam Hossein. Anche al tempo di Khomeini un gruppo di persone iniziò a commemorare Ciro e Khomeini bollò queste persone come controrivoluzionari. (…) Chi è al potere è stato così negligente da permettere a queste persone di riunirsi?

Il 31 ottobre, il giorno dopo le dichiarazioni di Nouri-Hamedani, il procuratore della provincia di Fars ha annunciato l’arresto degli organizzatori della manifestazione di Pasargade. L’accusa formale non è stata resa nota, ma lo stesso procuratore ha parlato di slogan “anormali e offensivi”.

Tutta colpa di Ciro, evidentemente. Dopo più di 2500 anni il suo fantasma si aggira ancora per la terra di Persia.