Chi è Masoumeh Ebtekar

Masoumeh Ebtekar

A vederla di persona, la cosa che colpisce di più è il suo sorriso. Sorride molto, Masoumeh Ebtekar , vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran con delega alle politiche ambientali. Sorride ai giornalisti e ai politici italiani che la ricevono in visita ufficiale a Roma, a fine novembre 2014. Tra i vari impegni istituzionali, anche un incontro pubblico presso la SIOI di Roma, condotto dall’ex ambasciatore a Teheran Riccardo Sessa.

Le sopracciglia disegnate, il filo di trucco sul volto incorniciato dal chador nero, l’inglese fluente imparato da ragazza negli anni trascorsi negli Usa: è una presenza gradevole, ma tutt’altro che “lieve”

Classe 1960, la signora Ebtekar è un personaggio tra i più interessanti della politica iraniana e attraverso il suo percorso è possibile ricostruire alcuni passaggi importanti della storia dell’Iran dalla rivoluzione del 1979 ad oggi.

Oggi

La vicepresidente iraniana arriva a Roma all’indomani del nuovo rinvio dell’accordo sul nucleare tra Teheran e gruppo 5+1. La maggior parte delle domande dei cronisti verte proprio sull’infinita querelle atomica e sul ruolo dell’Iran nella lotta contro l’ISIS. Da politica navigata, la Ebtekar non si scompone nemmeno quando si tocca il tema dei diritti umani, della recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari o degli attacchi con l’acido alla donne di Esfahan. Articola un ragionamento, cerca di riportare tutte le questioni nel contesto culturale e politico iraniano; magari non convince l’interlocutore, ma sembra sempre controllare perfettamente la situazione.

Quando però si toccano temi come l’ambiente, la crescita sostenibile o lo sviluppo del turismo in Iran, il suo volto si apre in un’espressione di sincero entusiasmo. Invita tutti a visitare il Paese, descrive l’Iran dei giovani e delle nuove realtà sociali ed economiche. Racconta con partecipazione la recente visita a un fabbrica di batterie al litio per automobili elettriche, parla della necessità di ridurre le emissioni di Co2 e di quanto le sanzioni abbiano danneggiato l’ambiente.
Auspica nuovi investimenti dall’estero, dicendosi consapevole che molto dipenderà dall’esito dei negoziati sul nucleare.

Sottolinea l’importanza dell’alleanza tra riformisti e moderati che ha portato – anche grazie al ritiro del candidato riformista Aref – all’elezione di Hassan Rouhani. Traccia anche un parallelo tra Mohammad Khatami – che lanciò il progetto del “Dialogo tra civiltà” proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 – e Rouhani che nel settembre 2013 propose in sede ONU una Coalizione contro gli estremismi (WAVE), appena poche settimane prima che emergesse in tutta la sua gravità il fenomeno (ancora molto misterioso, secondo la Ebtekar) dell’ISIS.

In almeno tre occasioni cita l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, a sottolineare un legame politico ancora molto importante.

Ieri

Questa è cronaca dell’oggi. Ma chi è stata, da dove viene Masoumeh Ebtekar ? Tanto per cominciare il suo nome vero era Niloufar Ebtekar. Nasce nel 1960 in una famiglia medio borghese di Teheran. Trascorre sei anni a Philadelphia, quando suo padre si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti. Tornata in patria, studia nella scuola internazionale di Teheran, poi all’Università sceglie la facoltà di Scienze. Dopo la laurea, nel 1995 ottiene un PHD in immunologia. Gli anni universitari sono quelli della svolta politico-religiosa: Masoumeh diventa una seguace di Ali Shariati , uno dei personaggi che più ha influenzato la generazione che sarà protagonista nella rivoluzione del 1979. 

ebtekar 1979

 Nei 444 giorni della crisi degli ostaggi dell’Ambasciata Usa di Teheran , Ebtekar – proprio in virtù del suo ottimo inglese – è la portavoce degli “Studenti seguaci della linea dell’Imam”. I media americani la chiamano “Sister Mary”. Nel film Argo  il suo personaggio è interpretato da Nikka Far .Nel 2001, con il giornalista Fred A. Reed, ha raccontato la sua versione della crisi nel libro Takeover in Tehran: The Inside Story of the 1979 U.S. Embassy Captur. 

Con la presidenza Khatami (1997) diventa la prima vicepresidente donna della Repubblica islamica e capo della Organizzazione per la protezione ambientale.  Mantiene l’incarico fino al 2005, quando viene eletto presidente Mahmud Ahmadinejad. Dal 2007 al 2013 siede nel consiglio comunale di Teheran, dove si occupa sempre di tematiche ambientali. Con la vittoria di Rouhani (2013), ritorna al ruolo ricoperto con Kahtami. In patria e all’estero è molto apprezzata per il suo impegno a favore delle tematiche ambientali, fino a pochi anni fa poco considerate nella società e nella politica iraniana.

 Il percorso politico della Ebtekar è simile a quello di molti altri protagonisti dell’occupazione dell’ambasciata Usa: finita la prima fase rivoluzionaria, molti di loro hanno abbracciato il riformismo e la linea di Khatami in particolare. Va infatti ricordato che quell’occupazione nacque in risposta al timore di una imminente controrivoluzione guidata dagli Stati Uniti, sul modello dell’Operazione Ajax che nel 1953 aveva portato alla deposizione di Mossadeq .Gli studenti che occuparono l’ambasciata rappresentavano la corrente più “di sinistra” del fronte rivoluzionario: non è dunque strano vedere oggi quei personaggi schierati per una cambiamento della società e della politica iraniana, sempre nella cornice della Repubblica islamica.

Leggi anche

L’intervista di Marina Forti a Masoumeh Ebtekar per Pagina 99: http://www.pagina99.it/blog/7595/Massumeh-Ebtekar–volto-ottimista-della.html

Leggi il blog in inglese di Maosumeh Ebtekar Persian Paradox: http://ebtekarm.blogspot.it/

Il suo account Twitter in inglese è @ebtekarm, quello in persiano @ebtekarm_ir .

Una speranza prolungata

Titolo Shargh

“Una speranza prolungata”. Così il quotidiano riformista Shargh ha titolato, commmentando l’estensione dell’accordo tra Iran e gruppo 5+1 al 30 giugno 2015.

 

 

 

Totalmente diverso il tono del conservatore Vatan emruz che titola: Hich! Niente!

 

 

 

Fumata grigia, più che nera. Ma di certo in molti speravano che questa fosse la volta buona.  Un altro rinvio, stavolta addirittura di 7 mesi. I tempi si allungano. Anche se dopo 35 anni di silenzio nessuno si aspettava una soluzione rapida. i mesi passano senza un risultato concreto. Obama dovrà fare i conti con il Congresso a maggioranza repubblicana, che potrebbe nel frattempo varare nuove sanzioni e mettere così a repentaglio il dialogo.

Le questioni irrisolte sono due: capacità di arricchimento ed eliminazione delle sanzioni. Le difficoltà stanno più nei tempi che nella sostanza.

L’Iran ottiene 700 milioni di dollari al mese come piccolo anticipo dei 100 miliardi di beni congelati. Serviranno a dare ossigeno a Rouhani che dovrà fare i conti nei prossimi mesi col calo del prezzo del greggio. Il bilancio statale – in Iran si basano sull’export del greggio. Più il prezzo scende, più basso sarà il potere di spesa del governo nel futuro immediato. Il petrolio alle stelle fu la fortuna di Ahmadinejad e delle sue politiche di spesa.

Il segretario di Stato Usa, apparso piuttosto provato alla fine dei colloqui. si è subito appellato ai membri del Congresso perché il dialogo continui. Negoziato che, a questo punto, è sempre più una partita due tra Teheran e Washington, con la Russia unico soggetto terzo a giocare un ruolo di qualche peso.

Molto più abile il ministro iraniano Javad Zarif nel presentare il rinvio come un successo: “Prima delle sanzioni – ha detto – avevamo 200 centrifughe, ora ne abbiamo 20mila. Dite voi se le sanzioni hanno funzionato”. Al di là di queste affermazioni, il tono dei commenti nel dopo vertice indica alcuni elementi sostanziali:

  1. Nessuno più chiede l’azzeramento del programma nucleare iraniano.
  2. Nessuno ha dato la colpa del rinvio all’Iran.
  3. Il dialogo ormai è una prassi.

Kerry ha detto che dall’accordo ad interim di un anno fa, il mondo è più sicuro. da un anno. Gli ha fatto eco Zarif: “Per l’accordo non ci vorranno 7 mesi, ma molto meno. Noi siamo pronti a tornare al tavolo anche domani”.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, in un discorso televisivo alla nazione, ha rivendicato la sua strategia di approccio con la comunità internazionale: “Abbiamo scelto di interagire col mondo ed è la strada giusta”.

Nel rush finale dei negoziati è forse è mancato uno strappo, uno scatto finale di coraggio. Obama avrebbe avuto forse meno da perdere di Rouhani. Il presidente Usa è al suo secondo e ultimo mandato e la soluzione del dossier nucleare iraniano potrebbe essere l’ultima chance per lasciare almeno un risultato positivo in politica estera. Rouhani è invece presidente da un anno e mezzo e sul dialogo ha incentrato tutta la sua politica. Non può assolutamente dare segnali di eccessivo cedimento rispetto agli Stati Uniti, altrimenti tutta la sua presidenza sarebbe compromessa.

Un analista ha paragonato questa fase dei negoziati a l vertice tra usa e Urss di Reykjavik nel 1986. Ora come allora, le parti si conoscono perfettamente e sanno cosa possono realisticamente ottenere. Si tratta di trovare il coraggio, lo slancio di chiudere. Come ha detto Rouhani fin dall’inizio delle trattative,” la finestra non sarà aperta per sempre”.

 

 

 

 

Ascolta la puntata di Radio 3 mondo del 25 novembre 2014  con Antonello Sacchetti ed Ettore Greco.

Iran e Usa: prove di intesa?

Javad Zarif

Teheran e Gruppo 5+1 riprendono i colloqui sul programma nucleare iraniano. I negoziati a Vienna sono anche l’occasione per discutere di Iraq. Antichi avversari, Stati Uniti e Iran hanno uguale interesse nel frenare la crescente minaccia rappresentata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Sia Washington sia Teheran stanno valutando la possibilità se offrire sostegno militare al governo iracheno.

Potrà la collaborazione fra l’Iran e gli USA risolvere la crisi irachena? E cosa farà l’Arabia Saudita potenza egemone sunnita nello scenario mediorientale?

Martedì 17 giugno Azzurra Meringolo ne ha parlato a Radio3 Mondo con Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore specializzato d’Iran e con Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali e del Brookings Institution di Washington

Ascolta la registrazione della trasmissione:

Nucleare Iran: a Vienna nulla di fatto

Vertice Iran - gruppo 5+1

“La volontà è il fattore di successo più cruciale in qualsiasi dialogo. Noi siamo determinati, spero lo siano anche le nostre controparti”.

Con questo tweet non proprio ottimistico il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha sintetizzato l’esito del round di colloqui sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 tenutosi a Vienna dal 14 al 16 maggio 2014.

Che le cose non stessero andando benissimo lo si era capito già nei giorni precedenti. Nel pomeriggio del 16 maggio si era addirittura via Twitter la voce (poi smentita) che il tavolo delle trattative fosse saltato.

Delusione iraniana

Il dialogo continua, ma da questo vertice non è uscita quella bozza di accordo finale che in molti auspicavano e che pochi – per la verità – speravano di vedere già adesso. Ricordiamo che l’accordo ad interim siglato a novembre a Ginevra scade il 20 luglio. Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha annunciato che a giugno ci saranno nuovi vertici (uno o due) e che il dialogo continua. Trapela, da parte iraniana, una certa delusione per l’atteggiamento della controparte. O, meglio, delle controparti. Un funzionario di Teheran ha infatti sottolineato come il dialogo non sia con gli Usa, ma col gruppo 5+1. A rimarcare, quindi, delle sostanziali differenza tra l’atteggiamento di Washington e quello degli altri Paesi a tvolo dei negozaiti (Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna).

Questioni aperte

Il fatto è che ora si è entrati nella fase più difficile delle trattative, proprio perché la scadenza è a un passo e tutte le questioni saranno definitive. In particolare, ci sono problemi circa lo sviluppo delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio e l’alleggerimento delle sanzioni sull’Iran. A nessuno, in questa fase, conviene sbandierare i problemi, ma a quanto pare ci sarebbero pressioni da parte Usa sulle banche internazionali che dovrebbero fornire servizi finanziari per la fornitura all’Iran di “beni umanitari” e del settore automotivo. Punti previsti nell’accordo di Ginevra ma non realizzati ancora nella pratica. Per questo fonti iraniani accusano l’Occidente di “aver abbandonato il realismo dimostrato negli incontri precedenti”. Ufficialmente, sarà difficile avere maggiori dettagli sulle questioni aperte. Di certo, ora ci sono soltanto due mesi per arrivare a un accordo. In un pausa del vertice, Zarif ha raggiunto il Team Melli, la nazionale di calcio iraniana, in ritiro vicino a Vienna. E ha postato la foto di rito su Twitter.

A proposito: prima di fissare le date dei vertici di giugno, sarà bene consultare il calendario dei Mondiali. Sempre meglio evitare distrazioni.

Iran, il mercato di domani?

Borsa valori di Teheran

Accordo sì o no? Il terzo turno di colloqui tra Iran e gruppo 5+1 sulla questione nucleare tenutosi a Vienna l’8 e il 9 aprile, si è concluso in modo piuttosto interlocutorio. Le prospettive sono parecchio diverse a seconda delle analisi. Non ci sono risultati clamorosi da sbandierare, ma neanche passi indietro, a stare alle dichiarazioni dei protagonisti. Sono però trascorsi cinque mesi dallo storico accordo di novembre e ci si comincia a chiedere quando si vedrà davvero la fine di questa querelle.

Nucleare, nuovi colloqui il 13 maggio

Il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, in un tweet, ha auspicato il “proseguimento del dialogo per raggiungere un accordo stabile, con un’assunzione finale di responsabilità collettiva” che sia “soprattutto, in linea con gli interessi di tutte le parti”.

Le parti si rivedranno a Vienna il 13 maggio. Zarif ha anche dichiarato che un accordo finale potrebbe essere raggiunto entro il 20 luglio (quando scade l’accordo ad interim di novembre), ma ha anche aggiunto che se fosse necessario altro tempo, non sarebbe “né un disastro né una sorpresa”.


 

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera Catherine Ashton ha detto che le due parti devono svolgere “un lavoro intenso” per colmare le distanze e raggiungere un accordo.

Il mercato iraniano

In questi ultimi mesi i dettagli tecnici della questione nucleare sono passati in secondo piano nelle cronache e nelle analisi. Si parla soprattutto di cosa potrebbe accadere dopo un eventuale accordo che riaprisse le relazioni economiche tra Stati Uniti e Iran.

Charlie Robertson, global chief economist di Renaissance Capital, ha recentemente visitato l’Iran e ha tracciato un quadro molto promettente dell’economia persiana:

“Gli investitori sono molto interessati a trovare il prossimo mercato . L’Iran è l’ultimo mercato del mondo che abbia già una considerevole economia e un mercato azionario nel quale si potrà investire una volta allentate le restrizioni finanziarie”.

Secondo Robertson, l’Iran di oggi è come “la Turchia di dieci anni fa, ma con enormi riserve energetiche”.

I punti di forza? Il 9% delle riserve mondiali di petrolio, salari in media più bassi di Turchia o Cina e paragonabili a quelli del Vietnam. Infrastrutture migliori rispetto a quelle dei Paesi emergenti. In più, una popolazione giovane e ben istruita.  In pratica, le generazioni del baby boom iraniano (anni Ottanta e Novanta) hanno studiato, si sono laureate e sono ora forza lavoro. E rappresentano un esercito enorme di consumatori. La Borsa dell’Iran ha una capitalizzazione di mercato di circa 170 miliardi dollari, simile a quella della Polonia. “Questo è un grande mercato per gli standard dei mercati emergenti“, sintetizza Robertson.

Pronti a partire

Gli investitori stranieri non possono ancora stipulare contratti formali, ma stanno comunque saggiando il terreno. Da novembre, moltissime imprese europee e americane stanno visitando il Paese per comprendere il contesto e valutare le possibilità di investimento. Se e quando le sanzioni saranno rimosse, vogliono tutti essere in prima fila.

Il primo passo

Per sbloccare la situazione, il primo basso dovrebbe essere la fine de dell’embargo petrolifero da parte dell’Unione europea. In questo modo, Teheran aumenterebbe l’export del greggio e rilancerebbe la produzione interna. Per una totale normalizzazione della situazione, sarebbe comunque indispensabile la fine delle sanzioni del Tesoro Usa e il reinserimento dell’Iran nei meccanismi bancari internazionali. I settori in cui investire? Sicuramente il petrolifero, il petrolchimico e il minerario, tanto per cominciare. Buone prospettive anche per l’agricoltura e l’industria automobilistica, settori già ben strutturati. Molto interessanti le prospettive per il settore delle telecomunicazioni e dell’industria alberghiera.

Oltre agli sviluppi internazionali, saranno comunque necessari cambiamenti interni, soprattutto per quanto riguarda il settore bancario e la forte ingerenza delle fondazioni legate ai Pasdaran nelle società di recente privatizzazione. Anche in questo ambito (o soprattutto in questo) si gioca la partita interna tra le anime della Repubblica islamica.

 

 

Iran. Femminismo, economia e sanzioni

Traduzione di un articolo originale di Peyman Majidzadeh per Arseh Sevom. 

La Festa della donna è passata ma molte donne iraniane rimangono in carcere per aver rivendicato i propri diritti. Ne “Il giorno in cui sono diventato femminista,” alcuni uomini hanno raccontato ad Arseh Sevom della loro esperienza. L’avvocato dei diritti umani Nassin Sotoudeh ha parlato ad Arseh Sevom dei suoi sogni, il suo lavoro, e della sua famiglia.

Kerry sul nucleare iraniano

L’ultimo round di colloqui sul nucleare iraniano si è tenuto a febbraio a Vienna. Il ministro degli Esteri degli Stati Uniti John Kerry ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno posto tre condizioni per la firma del documento finale:

  • Niente armi nucleari per l’Iran in futuro
  • Perseguire obiettivi pacifici da parte dell’Iran
  • La piena trasparenza da parte iraniana

Un think tank di Washington starebbe pressando il Senato degli Stati Uniti per aumentare i finanziamenti per l’AIEA per l’anno fiscale 2015, in modo da assicurare “ispezioni internazionali piene, al fine di mantenere la pressione sull’Iran.” Documenti ufficiali indicano che Washington ha fornito oltre il 40% del bilancio dell’agenzia nel 2014. Recentemente, il presidente Rouhani ha chiesto ai guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) di farla finita con discorsi anti-Usa:

E’molto importante formulare i propri discorsi in modo che non siano intesi sempre come minacce.

 

Rouhani sa che, anche se alcuni analisti ritengono che i Pasdaran siano “cautamente aperti ” ad un accordo nucleare, il loro atteggiamento potrebbe ancora portare a gravi fraintendimenti. Reimpostato la posizione è necessaria , ma non sufficiente . Quello che manca all’Iran nei negoziati, secondo alcuni,  è l’aiuto di esperti non governativi in materia di sanzioni, in grado di fornire indicazioni su come gestire i negoziati.

Ancora sanzioni?

Nel timore di nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti, alcune organizzazioni tengono alta la pressione sull’Iran . Alcune banche hanno smesso di fornire servizi ai cittadini iraniani . La Bank of Hawaii, ad esempio, ha chiuso i conti appartenenti a cittadini iraniani a prescindere dal loro luogo di residenza .

Il Foreign and Commonwealth Office nel Regno Unito, ha recentemente avviato una consultazione in “sanzioni contrattuali”. L’obiettivo è:

aumentare la pressione sui regimi repressivi o paesi impegnati nella proliferazione della tecnologia nucleare e di estendere il campo di applicazione delle sanzioni tradizionali, per fornire disincentivi al settore privato al di fuori dell’UE di fare affari con i regimi mirati.

Aggirando le sanzioni alcuni gruppi hanno compiuto un vero sciacallaggio economico. Il caso di corruzione più noto è quello di Babak Zanjani, stimato attorno ai 9.000 miliardi toman (quasi 3 miliardi di dollari) .

L’Iran sta cercando di stabilire nuovi legami con la comunità internazionale. Il vice ministro degli Esteri Majid Takht- Ravanchi ha detto che l’Iran e il Regno Unito avevano ristabilito relazioni diplomatich. Il ministro di Industria, Miniere e Commercio Mohammad Reza Zadeh Nemat ha detto che l’Iran è pronto a condurre più affari con la Germania. Il cerchio delle nuove interazioni di business include anche gli Stati Uniti. Il colosso farmaceutico statunitense Merck Sharp & Dohme (MSD) ha firmato un contratto per la produzione su licenza di medicinali in Iran, che è un ottimo segnale, vista la penuria di medicinali in Iran.

A proposito di Ucraina

Uno degli eventi internazionali che attirano l’attenzione media iraniani è la crisi in Ucraina. Mentre i media di stato sostengono l’ex presidente Viktor Yanukovich , la stampa riformista e i cittadini sono felici per la sua estromissione. Alcuni iraniani vedono anche delle similarità tra l’Iran e l’Ucraina . Uno ha twittato:

Perché l’Ucraina è così importante per noi? Perché il contesto politico e la struttura civile sono simili a quelli dell’Iran. Il riferimento è alla liberazione di Yulia Tymoshenko (22 febbraio), leader della Rivoluzione arancione del 2004, mentre i leader del Movimento Verde iraniano restano agli arresti domiciliari .   L’economia iraniana Abbiano già parlato della valutazione del Fondo Monetario Internazionale sulla situazione economica dell’Iran. Due giornali americani di spicco, New York Times e Wall Street Journal, hanno tratto conclusioni diverse dalla relazione, una positiva e l’altra negativa. Indipendentemente dalle conclusioni della stampa statunitense, la situazione economica dell’Iran non sembra promettente, almeno nel breve periodo. Alcuni media hanno riportato un aumento del 15 % del bilancio per la Fondazione Imam Khomeini nel prossimo anno. Questo potrebbe suggerire la crescita della povertà all’interno del paese, dato che la missione della fondazione è aiutare i poveri . Alcuni economisti criticano i piani economici di Rouhani, in particolare il piano di distribuzione di cibo. Djavad Salehi-Isfahani, professore di economia alla Virginia Tech, teme che l’attuazione di tali programmi favorisca il populismo come testimoniato sotto l’amministrazione di Mahmoud Ahmadinaejad. L’economista spera che il governo iraniano trasformerà questi piani in programmi anti-povertà più efficaci.

Abusi sessuali nelle scuole di calcio

Gli iraniani sono rimasti scioccati dalle notizie di abusi sessuali nelle loro scuole calcio. Masoud Shojaei, giocatore della Nazionale di calcio iraniana, ha rotto il silenzio su questa vicenda, parlando del tema sul popolare show televisivo “90”.   Media e censura L’ultima volta che abbiamo riportato sulla nascita del giornale riformista Aseman. Purtroppo, il quotidiano non ha vissuto a lungo. Aseman è stato chiuso dalle autorità iraniane che ancora una volta hanno dimostrato la loro intolleranza per le voci di dissenso . La ragione ufficiale per la chiusura è un articolo che definiva “disumana” la pratica della qesas (cosiddetta legge del taglione). Un rapporto pubblicato da Iran- Emrooz fornisce una panoramica sui media dall’insediamento di Rouhani. Secondo il rapporto, altri quattro giornali sono stati chiusi prima di Aseman . Uniti per l’Iran, team di esperti e attivisti per la fine delle violazioni dei diritti umani e a sostegno del movimento per la democrazia in Iran, ha lanciato un Database dei prigionieri politici. Il database contiene informazioni su tutti i prigionieri politici iraniani e la loro situazione attuale, che può essere molto utile per i gruppi e le organizzazioni che cercano di aiutarli. La relazione serve anche a ricordare alle famiglie dei prigionieri politici che i loro cari non sono stati dimenticati. Dal rapporto emergono dati interessanti, come l’alta percentuale di prigionieri politici appartenenti a minoranze etniche . Sbloccare l’Iran, una campagna lanciata dalla Iran Human Rights Documentation Center, ha attirato l’attenzione dai personaggi famosi . Premio Oscar Susan Sarandon ha twittato:

 

  Leggi l’articolo originale su Arseh Sevom

Come sta l’economia iraniana?

Rial Iran

Nel prossimo anno iraniano – che inizia il 20 marzo – l’economia del Paese potrebbe crescere tra l’1 e il 2 per cento dopo due anni di contrazione. E’ la stima del Fondo monetario internazionale (FMI) che sottolinea comunque come l’economia iraniana abbia bisogno di riforme fondamentali per recuperare dai gravi colpi subiti negli ultimi anni e da una recente “fallimentare gestione macroeconomica”.

Secondo Martin Cerisola, vice direttore per il Medio Oriente e l’Asia centrale, le prospettive dell’Iran per il periodo 2014/15 sono migliorate grazie all’accordo ad interim sul nucleare che ha alleggerito le sanzioni internazionali.

L’inflazione è scesa al di sotto del 30 per cento nel dicembre 2013 , dopo che a luglio aveva toccato il 45 per cento. L’FMI si aspetta che a partire da marzo l’inflazione possa scendere al 15 per cento nei successivi 12 mesi. La speranza è che possa calare anche la disoccupazione. Sono però indispensabili riforme strutturali per prevenire una bassa crescita combinata con alta inflazione .

 Secondo Cerisola, l’Iran ha scontato negli ultimi anni “uno shock economico terribile, generato dall’attuazione della prima fase della riforma dei sussidi e acuito dall’ intensificazione delle sanzioni internazionali”.  

In base all’accordo del 24 novembre 2013 , l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno deciso di permettere all’Iran di accedere a 4,2 miliardi dollari di proventi petroliferi al momenti congelati e di sospendere le sanzioni sulle sue esportazioni petrolchimiche e importazioni di beni e servizi per il settore auto .

Leggi la dichiarazione dell’FMI

Siamo sicuri di essere superiori all’Iran?

Massimo Fini

Su Il Fatto Quotidiano del 28 dicembre 2013 Massimo Fini ha scritto un interessante editoriale sull’Iran e sul malcelato (o addirittura ostentato) “senso di superiorità” di noi occidentali. Mi sento di condividerlo in pieno e ve lo propongo.

 

 

Nella conferenza stampa di fine anno un giornalista d’area radicale ha chiesto al presidente del Consiglio se l’Italia non fosse troppo morbida con l’Iran. Letta ha risposto in diplomatichese ma una cosa interessante l’ha detta: “L’Italia puo’ essere un buon mediatore con l’Iran perchè entrambi veniamo da grandi culture millenarie e possiamo quindi intenderci”. L’Iran è infatti l’antica Persia. E le vestigia di questa cultura si possono trovare nella plurimillenaria città di Isfahan o a Qom (non a Teheran che, come Tel Aviv, è di costruzione recente). Ma a parte questo, eppero’ in sua stretta correlazione, gli iraniani, almeno a partire da un certo livello sociale, sono delle persone colte che non si limitano a sapere a memoria i versetti del Corano. Me ne resi conto quando stavo da quelle parti: la piccola borghesia di Teheran non solo conosceva i nostri maggiori (Dante, Petrarca, Boccaccio) ma in quel periodo (siamo negli anni ’80, in pieno khomeinismo) leggeva Moravia e Calvino. Noi della loro cultura letteraria conosciamo, quando va bene, solo Omar Khayyam. E’ questa supponenza della ‘cultura superiore’ (che Letta, gli va dato atto, ha dimostrato di non avere) che infastidisce, soprattutto nel momento in cui questa cultura dovrebbe fare un po’ i conti con se stessa e con la lunga striscia di sangue e di violenze, militari, politiche, economiche, che ha alle spalle e non solo alle spalle. Io non riesco a capire su quali basi giuridiche e morali capi di Stato (Obama, Hollande, Cameron) che sono seduti su giganteschi arsenali atomici si possano permettere di impedire all’Iran di farsi il nucleare civile perchè da qui potrebbe, in teoria, arrivare all’Atomica (passare dal 20% di arricchimento dell’uranio, che è quanto serve per il nucleare ad usi civili e medici, al 90% della Bomba è cosa che richiede anni).

Continua a leggere sul blog di Massimo Fini

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti

Iran e 5+1

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti: Perché quello di Ginevra è un accordo storico che va ben oltre le mera questione nucleare. E’ presto per capire se gli accordi saranno realmente efficaci, ma certamente le relazioni tra Iran e Stati Uniti sono entrate in una nuova fase e potrebbero condizionare l’intero scenario mediorientale.

In un video di 6 minuti Antonello Sacchetti dice la sua sull’accordo.

Probabilmente, a Ginevra non è finito soltanto l’isolamento internazionale dell’Iran, ma è stato anche demolito un pregiudizio: quello dell’Iran quale attore politico irrazionale.

 

 

Il ritorno dell’Iran e il grande gioco regionale

Tavola rotnda ISPI

Alla luce dei primi segnali di una distensione nei rapporti tra Usa e Iran, e in occasione della pubblicazione del numero di ottobre di Limes dedicato al tema del “Ritorno dell’Iran” l’ISPI ha organizzato una tavola rotonda per discutere dei nuovi scenari geopolitici in Iran e nell’intera area del Golfo.

Ne hanno discusso:

Lucio CARACCIOLO, Direttore Limes

Nicola PEDDE, Direttore Insitute for Global Studies

Andrea PLEBANI, Research Fellow ISPI

Armando SANGUINI, Scientific Advisor ISPI e Ambasciatore in Arabia Saudita (2003-2006)

[vimeo]http://vimeo.com/76857427[/vimeo]

Just access

Just Access

Una coalizione di organizzazioni della società civile ha lanciato una campagna internazionale per garantire l’accesso ai beni medici e umanitari per il popolo iraniano. Just Access, sostenuto dalla Campagna internazionale per i diritti umani in Iran, Arseh Sevom, United4Iran, e Sanctioned Life, punta a creare un canale di pagamento attraverso l’Unione europea per consentire agli iraniani di acquistare beni non sanzionati.

“Le sanzioni economiche e bancarie così come sono attualmente, colpiscono la gente comune e non servono a niente. La loro attuazione deve essere immediatamente modificata per garantire all’iraniano medio un adeguato accesso alla medicina, alle cure mediche, all’alimentazione e ai beni umanitari “, ha detto Hadi Ghaemi, direttore esecutivo della Campagna internazionale per i diritti umani in Iran.

“Attualmente la carenza in questi beni rafforza solo il regime e fornisce una scusa per giustificare la repressione, sostenendo che il paese è ‘sotto assedio straniero.’ La società civile e i suoi attori sono i più danneggiati da questa situazione e sarà notevolmente indebolita se le sanzioni continuano nella loro forma attuale “, ha aggiunto.

In un recente sondaggio Gallup, il 50 per cento degli intervistati in Iran ha risposto di non avere abbastanza soldi per vitto e alloggio.

“Noi iraniani della diaspora non possiamo ignorare la pressione esercitata sulle classi medio-basse  e la loro difficoltà di accesso a farmaci di prima necessità e altre generi umanitari”, ha detto Kamran Ashtary, direttore di Arseh Sevom.

Just Access chiede ai funzionari dell’UE di adottare misure che consentano la creazione di un canale di pagamento sicuro che permetta agli iraniani di accedere a beni che sono già esenti da sanzioni internazionali.

A sostegno di questa iniziativa si prega di firmare la petizione qui: http://supportjustaccess.org/petition/petizione/

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Il discorso di Rouhani all’ONU

Intervento Rouhani all'ONU

Signor Presidente, Signor Segretario Generale,

Eccellenze, Signore e Signori

innanzitutto, vorrei offrire le mie più sincere felicitazioni per la sua meritata elezione alla presidenza dell’Assemblea generale e cogliere il momento per esprimere il mio apprezzamento per gli sforzi del nostro illustre segretario generale.

Il nostro mondo oggi è pieno di paura e di speranza; paura della guerra e delle relazioni ostili regionali e globali; paura del confronto mortale tra identità religiose, etniche e nazionali; paura dell’istituzionalizzazione della violenza e dell’estremismo, paura della povertà e della discriminazione distruttiva; paura del degrado e della distruzione delle risorse vitali, paura del disprezzo per la dignità umana e dei diritti, paura di abbandono della morale. Accanto a questi timori, tuttavia, ci sono nuove speranze; speranza di accettazione da parte dei popoli e delle èlite di tutto il mondo del “sì alla pace e no alla guerra “, speranza di preferire il dialogo al conflitto, e la moderazione all’estremismo.

Le recenti elezioni in Iran rappresentano un chiaro esempio di una scelta saggia di speranza, razionalità e moderazione da parte del grande popolo dell’Iran. La realizzazione della democrazia che coesiste con la religione e la pacifica delega del potere esecutivo dimostrano che l’Iran è l’ancora della stabilità in un oceano di instabilità regionale.

La ferma convinzione del nostro popolo e del nostro governo nella pace duratura, nella stabilità, nella risoluzione pacifica delle controversie e nel voto popolare come base di potere, sono gli elementi fondamentali per un ambiente così sicuro.

Signor Presidente, Signore e Signori,

L’attuale periodo critico di transizione nelle relazioni internazionali è pieno di pericoli, ma offre anche opportunità uniche. Qualsiasi errore di calcolo della propria posizione, e, naturalmente, di quella degli altri, porterà danni storici; l’errore di un singolo attore ha un impatto negativo su tutti gli altri.

La vulnerabilità è ormai un fenomeno globale e indivisibile .

In questo particolare momento della storia dei rapporti globali, l’età dei giochi a somma zero è finita, anche se alcuni attori tendono ancora ad affidarsi a metodi e strumenti arcaici e profondamente inefficaci per conservare la loro vecchia superiorità e il oro dominio. Il militarismo e il ricorso alla violenza e all’azione militare, sono chiari esempi della perpetuazione di vecchi metodi in circostanze nuove.

Le politiche e le pratiche economiche e militari coercitive orientate al mantenimento e alla conservazione delle antiche dominazioni, erano frutto di una mentalità che nega la pace, la sicurezza, la dignità umana, e i più alti ideali umani. Così come ignorare le differenze tra le diverse culture e i valori globalizzanti occidentali è un altro esempio di questa mentalità. E ancora: la persistenza del modello cognitivo della Guerra Fredda, con la divisione bipolare del mondo in “noi superiori” e “gli altri inferiori”. Così come pure la fobia che si manifesta all’emergere di nuovi attori sulla scena mondiale.

In un tale contesto, sono aumentate le violenze, governative e non governative, religiose, etniche, e persino la violenza razziale è aumentata, e non vi è alcuna garanzia che l’era della non belligeranza tra le grandi potenze rimanga al riparo da questi discorsi e da queste azioni violente. Non dovrebbe infatti essere sottovalutato il catastrofico impatto delle narrazioni violente ed estremistiche.

In questo contesto, la violenza strategica, che si manifesta negli sforzi per privare gli attori regionali dal loro dominio naturale di azione, nelle politiche di contenimento, nei cambi di regime imposti dall’esterno, negli  sforzi per ridisegnare confini e frontiere politiche, è estremamente pericolosa e provocatoria.

La narrazione politica dominante raffigura un centro civilizzato, circondato da periferie non civilizzate. In questo quadro, la relazione tra il centro del potere mondiale e le periferie è egemonico. Assegnare al Nord il centro della scena relegando il Sud in periferia, ha portato alla creazione di un monologo a livello di relazioni internazionali.

L’infondata propaganda antireligiosa, islamofobica, anti-sciita e iranofobica rappresentano gravi minacce contro la pace mondiale e la sicurezza umana .

Questo discorso propagandistico ha assunto proporzioni pericolose attraverso la rappresentazione di presunte minacce immaginarie.

Una di queste è la cosiddetta “minaccia iraniana”, che è stata utilizzato come pretesto per giustificare un lungo catalogo di crimini e azioni catastrofiche negli ultimi tre decenni. L’armamento del regime di Saddam Hussein con armi chimiche e il sostegno dei Talebani e di Al Qaeda sono solo due esempi.

Lasciatemi dire in tutta sincerità dinanzi a questa augusta assemblea mondiale, che sulla base di prove inconfutabili, coloro che parlano della cosiddetta minaccia dell’Iran sono loro stessi una minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale stessi o promuovono tale minaccia.

L’Iran non rappresenta assolutamente alcuna minaccia per il mondo o per la regione. Infatti, negli ideali e nella pratica, il mio paese è stato foriero di pace giusta e di sicurezza globale .

Signor Presidente, Signore e Signori ,

In nessuna parte del mondo c’è stata violenza così mortale e distruttiva come in Nord Africa e Asia occidentale. L’intervento militare in Afghanistan, la guerra imposta di Saddam Hussein contro l’Iran, l’occupazione del Kuwait , gli interventi militari contro l’Iraq , la brutale repressione del Popolo palestinese , l’assassinio di persone comuni e personaggi politici in Iran, e gli attentati terroristici in paesi come l’Iraq, l’Afghanistan e Libano sono solo alcuni esempi della violenza in questa regione negli ultimi tre decenni .

Quella ce è stata – e continua ad essere – praticata contro le persone innocenti della Palestina non è altro che violenza strutturale. La Palestina è sotto occupazione, i diritti fondamentali dei palestinesi sono tragicamente violati, e sono privati ​​del diritto al ritorno e all’accesso alle loro case, alle città natali e alla loro patria. Il concetto di Apartheid riesce difficilmente a descrivere i crimini e le aggressioni sistematiche contro l’innocente popolo palestinese.

La tragedia umana in Siria rappresenta un doloroso esempio di diffusione catastrofica della violenza e dell’estremismo nella nostra regione. Fin dall’inizio della crisi, e quando alcuni attori regionali e internazionali hanno contribuito a militarizzare la situazione attraverso l’ingresso di armi e Intelligence nel paese a sostegno attivo di gruppi estremisti, abbiamo sottolineato che non vi era una soluzione militare alla crisi siriana. Il perseguimento di strategie espansionistiche e il tentativo di cambiare l’equilibrio regionale attraverso terzi, non possono essere camuffati dietro retorica umanitaria. L’obiettivo comune della comunità internazionale dovrebbe essere una rapida fine dell’uccisione di innocenti.

Pur condannando qualsiasi uso di armi chimiche, accogliamo con favore l’accettazione da parte della Siria, della Convenzione sulle armi chimiche. Crediamo che l’accesso da parte di gruppi terroristici estremisti a tali armi sia il più grande pericolo per la regione e debba essere tenuto in considerazione in qualsiasi piano di disarmo.

Allo stesso tempo, vorrei sottolineare che l’uso illegittimo e anche solo la minaccia di utilizzare la forza, porteranno solo ad un ulteriore inasprimento della violenza e della crisi nella regione .

Il terrorismo e l’uccisione di persone innocenti rappresentano ultimo grado di disumanità dell’estremismo e della violenza . Il terrorismo è una piaga violenta e non conosce né paesi né confini nazionali. Ma la violenza e le azioni estreme, come l’uso di droni contro persone innocenti in nome della lotta al terrorismo, dovrebbero essere condannate.

Ecco, vorrei anche dire una parola sull’assassinio di scienziati nucleari iraniani . Per quali crimini sono stati assassinati? Le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dovrebbe rispondere alla domanda: i colpevoli sono stati condannati ?

Anche sanzioni ingiuste, come manifestazione di violenza strutturale, sono intrinsecamente disumane e

contro la pace. E contrariamente a quanto sostenuto da coloro che le perseguono e le impongono, le sanzioni non sono contro gli Stati e le élite politiche. Le vittime di queste sanzioni sono piuttosto le persone comuni.

Non dimentichiamo i milioni di iracheni che, a seguito di sanzioni coperto da veste giuridica internazionale , hanno sofferto e perso la vita , e molti altri che continuano a soffrire per tutta la vita.

Queste sanzioni sono semplicemente violente, anche se sono chiamate intelligenti o unilaterali o multilaterali. Queste sanzioni violano i diritti umani inalienabili quali, tra gli altri, il diritto alla pace, la lotta per lo sviluppo, il diritto di accesso alla salute e all’istruzione, e soprattutto, il diritto alla vita. Le sanzioni, al di là ogni e qualsiasi retorica, provocano belligeranza, conflitti e sofferenza umana.

Va tenuto presente, inoltre, che l’impatto negativo, non è limitato alle vittime designate di sanzioni, ma colpisce anche l’economia e la sussistenza di altri paesi e società, compresi i paesi che impongono sanzioni.

Signor Presidente, Eccellenze ,

la violenza e l’estremismo al giorno d’oggi sono andati al di là del regno fisico e hanno purtroppo afflitto e appannato le dimensioni mentali e spirituali della vita umana. La violenza e l’estremismo non lasciano spazio per la comprensione e la moderazione quali basi necessarie della vita collettiva degli esseri umani e della società moderna. L’intolleranza è la difficile realtà del nostro tempo  Abbiamo bisogno di promuovere e rafforzare la tolleranza alla luce degli insegnamenti religiosi e di approcci culturali e politiche adeguate.

La società umana deve essere elevata da uno stato di mera tolleranza a quello di collaborazione collettiva. Dovremmo non solo tollerare gli altri. Dobbiamo superare la semplice tolleranza e trovare il coraggio di lavorare insieme.

La gente di tutto il mondo è stanca di guerre, violenza ed estremismo. Tutti sperano in un cambiamento dello status quo. E questa è una opportunità unica per tutti noi. La Repubblica Islamica dell’Iran ritiene che tutti i problemi possano essere gestiti – con successo – attraverso una intelligente e sapiente miscela di speranza e di moderazione. I guerrafondai sono decisi a cancellare ogni speranza. Ma la speranza di cambiamento in meglio è un concetto innato, diffuso e universale.

La speranza si fonda sulla fede nella volontà universale del popolo di tutto il mondo di combattere la violenza e l’estremismo, di amare il cambiamento, di opporsi a strutture imposte, di valutare le scelte e di agire in conformità con la responsabilità umana. La speranza è senza dubbio uno dei più grandi doni suscitati negli esseri umani dal loro Creatore. E la moderazione è di pensare e muoversi in un saggio, modo giudizioso, consapevole del tempo e dello spazio, e di allineare agli ideali strategie e politiche efficaci, sempre tenendo in considerazione le realtà oggettive .

Il popolo iraniano, in una scelta giudiziosamente sobria nelle recenti elezioni, ha votato per un discorso di speranza, lungimiranza e moderazione prudente, sia in patria che all’estero. In politica estera, la combinazione di questi elementi significa che la Repubblica islamica dell’Iran , come potenza regionale, agirà in modo responsabile in materia di sicurezza regionale e internazionale, ed è disposta e pronta a collaborare in questi campi, a livello bilaterale e multilaterale, con altri attori responsabili. Noi difendiamo la pace basata sulla democrazia e le urne ovunque, anche in Siria, Bahrain, e in altri paesi della regione , e credo che non ci siano soluzioni violente alle crisi mondiali.

Le realtà amare e brutta della società umana possono essere superate solo attraverso il ricorso alla collaborazione, all’interazione e alla moderazione . Non si possono garantire – e non si garantiranno – la pace e la democrazia e i diritti legittimi di tutti i paesi del mondo, compreso il Medio Oriente, attraverso il militarismo .

L’Iran cerca di risolvere i problemi, non di crearli. Non vi è alcun problema o dossier che non possa essere risolto attraverso la fiducia e la speranza, il rispetto reciproco e il rifiuto della violenza e dell’estremismo. Il dossier nucleare iraniano è un esempio calzante . Come chiaramente affermato dal leader della Rivoluzione Islamica, l’accettazione del diritto inalienabile dell’Iran costituisce il modo migliore e più semplice per risolvere questo problema. Non si tratta di retorica politica. Piuttosto, si basa su un profondo riconoscimento dello stato della tecnologia in Iran , del contesto politico globale, della fine dell’era dei giochi a somma zero, e dell’imperativo di cercare obiettivi e interessi comuni per raggiungere un’intesa di sicurezza comune. L’Iran e gli altri attori devono perseguire due obiettivi comuni come due parti tra loro inseparabili per una soluzione politica del dossier nucleare dell’Iran .

  1. Il programma nucleare iraniano – e se è per questo, di tutti gli altri paesi – deve perseguire esclusivamente scopi pacifici. Dichiaro qui, apertamente e senza ambiguità, che, nonostante le posizioni degli altri, questo è stato, e sarà sempre l’obiettivo della Repubblica islamica dell’Iran . Armi nucleari e altre armi di distruzione di massa non hanno posto in Iran e nella nostra dottrina di difesa; contraddicono le nostre convinzioni religiose ed etiche fondamentali. I nostri interessi nazionali ci impongono di eliminare tutte le ragionevoli preoccupazioni circa il Programma nucleare pacifico dell’Iran.
  2. Il secondo obiettivo, cioè, l’accettazione e il rispetto per l’attuazione del diritto di arricchimento in Iran e il godimento di altri diritti connessi nucleari, fornisce l’unica strada verso il raggiungimento del primo obiettivo. La tecnologia nucleare in Iran, compreso l’arricchimento, ha già raggiunto un livello industriale. È, quindi , una illusione ed estremamente irrealistico, presumere che la natura pacifica del programma nucleare dell’Iran possa essere assicurata ostacolando il programma con pressioni illegittime .

In questo contesto, la Repubblica islamica dell’Iran, insistendo sulla realizzazione dei propri diritti e nel rispetto dei doveri di cooperazione internazionale, è pronta a impegnarsi immediatamente in trattative con scadenze precise e orientate a risultati per costruire la fiducia reciproca e la rimozione di incertezze reciproche con la massima trasparenza.

L’Iran cerca un impegno costruttivo con gli altri paesi sulla base del rispetto reciproco e dell’interesse comune, e nello stesso quadro non cerca di aumentare le tensioni con la Stati Uniti.

Ho ascoltato con attenzione la dichiarazione del Presidente Obama oggi qui all’Assemblea Generale . Con la volontà politica della leadership negli Stati Uniti e sperando che si asterranno dal seguire l’interesse miope di gruppi di pressione guerrafondai, si può arrivare ad un quadro di riferimento per gestire le nostre differenze . A tal fine , le interazioni dovrebbero essere governate da condizioni uguali, dal rispetto reciproco e dai principi riconosciuti del diritto internazionale. Naturalmente, ci aspettiamo di sentire una voce coerente da Washington .

Signor Presidente, Signore e Signori ,

Negli ultimi anni, una voce importante ha più volte detto: ” L’opzione militare è sul tavolo”. Contro questa opinione illegale e inefficace, permettetemi di dire forte e chiaro che “la pace è a portata di mano”. Così, in nome della Repubblica islamica dell’Iran propongo, come primo passo, la considerazione da parte delle Nazioni Unite del progetto: “Il mondo contro la violenza e l’estremismo “. (WAWE) Facciamo tutti aderire a questo “WAVE”. Invito tutti gli Stati, la comunità internazionale, le organizzazioni e le istituzioni civili a intraprendere un nuovo sforzo per guidare il mondo in questa direzione.

Dovremmo cominciare a pensare “Coalizione per creare Pace” in tutto il mondo al posto di inefficaci “coalizioni di guerra” in varie parti del mondo.

Oggi, la Repubblica islamica dell’Iran invita voi e l’intera comunità mondiale a fare un passo in avanti, un invito ad unirsi al WAVE. Noi dovremmo essere in grado di aprire un nuovo orizzonte in cui la pace prevalga sulla guerra, la tolleranza sulla violenza, il progresso sullo spargimento di sangue, la giustizia sulla discriminazione, la prosperità sulla povertà e la libertà sul dispotismo.

Come ben detto da Ferdowsi, il celebre poeta epico iraniano:

Siate implacabili nella lotta per il Bene

Portare la primavera, dovete. Bandire l’inverno, dovreste.

Nonostante tutte le difficoltà e le sfide, sono profondamente ottimista per il futuro. Non ho dubbi che il futuro sarà luminoso per il mondo intero, rifiutando la violenza e l’estremismo. La prudente moderazione assicurerà un futuro brillante per il mondo. La mia speranza, a parte la mia esperienza personale e nazionale, viene dalla convinzione condivisa da tutte le religioni divine che un buono e luminoso futuro attende il mondo. Come affermato nel Sacro Corano:

E abbiamo proclamato nei Salmi, dopo che lo avevamo annunciato nella Torah, che  i miei

servi virtuosi erediteranno la terra. (21:105)

Grazie Signor Presidente

 

 

 

 

Cosa dice il nuovo rapporto AIEA

Sede AIEA

Iran e AIEA (Agenzia Onu per l’Energia atomica) si incontreranno a Vienna il prossimo 27 settembre. Sarà l’undicesima serie di colloqui, la prima dopo l’elezione del presidente Rowhani.

Intanto, il 27 agosto l’AIEA ha pubblicato un nuovo rapporto sull’Iran. Come al solito, si sono letti lanci di agenzia dai toni sensazionalistici. Ma cosa viene detto per davvero nel rapporto?

Un segnale positivo (e concreto)

Il 25 agosto l’Iran ha comunicato all’AIEA che il reattore ad acqua pesante di Arak non entrerà più in funzione nei primi mesi del 2014 come inizialmente previsto. Teheran non ha fornito altre date ma si è impegnata ad avvisare l’AIEA sei mesi prima della messa in funzione del reattore. Il rinvio è stato giustificato per “ritardi nella costruzione”.

Alcuni osservatori temono che il reattore di Arak serva a produrre plutonio per un eventuale programma militare. Tuttavia, la quantità di plutonio che il reattore riuscirebbe a produrre sarebbe pressoché irrilevante.

Le centrifughe di Natanz

Secondo il rapporto AIEA, l’Iran ha installato 1.008 centrifughe IR-2M (un nuovo modello che sostituisce l’IR-1, vecchio di 40 anni) nell’impianto di Natanz. A maggio erano 689. Ad ogni modo, nessuna di queste nuove centrifughe è ancora in funzione. Di fatto, a Natanz sono attive 328 centrifughe del vecchio modello IR-1.

Riserva di uranio

Dallo scorso maggio le riserve di uranio arricchito al 20% sono aumentate di soli 4 kilogrammi, per un totale di 185,8 kg. Si calcola che per una bomba atomica servano 250Kg di uranio arricchito al 90%. In realtà, da maggio l’Iran ha prodotto 45 kg di uranio arricchito al 20%, ma è stato quasi interamente convertito in polvere di ossido, non utilizzabile a fini militari.

Conclusioni

Di fatto, il programma nucleare iraniano sembra non fare grandi passi in Avanti. Anzi, sembra in una voluta situazione di stand by.

 

Rowhani, un mese dopo

Iran dopo le elezioni

Il destino dell’Iran è davvero singolare: indicato per anni come l’origine di tutte le tensioni del Medio Oriente, oggi il paese vive una strana e imprevista “normalità”. Con la Siria dilaniata dalla guerra civile, l’Egitto nel caos e persino la Turchia scossa da un’ondata imprevista di proteste, le elezioni presidenziali iraniane del 14 giugno hanno ricevuto, da parte dei media internazionali, un’attenzione molto fugace.

La vittoria del moderato Hassan Rowhani è stata generalmente definita una sorpresa e non si è scavato molto per cercare di capire le ragioni di questo risultato. Ma è stata davvero una sorpresa?

Potremmo dire di sì, ma un po’ tutte le elezioni presidenziali iraniane lo sono, a pensarci bene. La vittoria di Khatami nel 1997 non era prevista, così come non lo era quella di Ahmadinejad nel 2005 e furono una sorpresa – negativa – anche i presunti brogli del 2009 che spianarono la strada per il secondo mandato del presidente ormai uscente.

Sbagliare completamente le previsioni è perciò molto facile, quando si ha a che fare con l’Iran.

Questo perché spesso alla politica persiana vengono applicati criteri di valutazione inappropriati. Schieramenti e cartelli elettorali si compongono e rimescolano in tempi rapidi e sono quasi sempre decisive le ultime due o tre settimane prima del voto.

Va anche detto, però, che il nome di Rowhani era cominciato a circolare già lo scorso inverno sui media iraniani (noi ne parlammo qui), mentre la maggior parte degli osservatori occidentali continuavano a ripetere che il voto sarebbe stata una competizione tutta interna al fronte conservatore.

Ecco, uno dei motivi del successo di Rowhani è stata proprio la divisione del fronte conservatore, incapace di esprimere un candidato unico. E pensare che la guida Khamenei aveva fin da dicembre incaricato tre dei politici più fidati (Haddad Adel, Velayati e Ghalibaf) di trovare un solo nome su cui puntare a giugno. Ma i tre non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno in extremis, quando invece l’unico vero riformista in gioco, Mohammad Reza Aref, si è ritirato in favore di Rowhani. La stessa cosa, a parti invertite, accadde nel 2005, quando la divisione dei riformisti portò l’outsider Ahmadinejad al ballottaggio con Rafsanjani e poi alla clamorosa vittoria.

Altro elemento che ha giocato a favore di Rouhani è l’alta affluenza (72%), che tradizionalmente, nella storia delle elezioni iraniane, penalizza i conservatori.

Il voto a Rowhani è stato soprattutto un voto contro gli otto anni di Ahmadinejad. Anni di crisi economica, tensioni e isolamento internazionale. Il desiderio di voltare pagina in modo netto, ha spinto alle urne anche chi non crede (o non crede più) nel regime. Che, va detto, esce rafforzato da questo voto. “Ogni voto a queste elezioni, è un voto di fiducia alla Repubblica islamica”, aveva detto la Guida Khamenei.

E oggi incassa un risultato che rafforza la posizione dell’Iran nello scenario regionale.

L’Iran è un paese in cui si è scelto un presidente: ai suoi confini ci sono guerre civili, autocrazie, presidenti tenuti in carica dalle forze di occupazione Usa. L’Iran non è certo una democrazia liberale, ma in questo caso nessuno può parlare di elezioni farsa.

Khamenei avrebbe certo preferito un altro presidente: per mesi si è parlato di Velayati come suo favorito. Poi pareva che fosse Jalili il predestinato. Qualcuno, a scrutinio terminato, si è chiesto perché la Guida stavolta abbia accettato un risultato “poco gradito” e non abbia forzato la mano come nel 2009.

In realtà, le contestatissime e drammatiche elezioni di quattro anni fa, rappresentano una ferita non solo per la società civile, ma per lo stesso sistema politico iraniano. Nel suo testamento politico, Khomeini avvertiva che “chiunque si illudesse di poter fare a meno del popolo, avrebbe fatto la fine dello scià”. Con tutti i suoi limiti, la Repubblica islamica ha bisogno di consenso e partecipazione.

La lunga estate del 2009 fu il primo vero momento di crisi politica dopo trent’anni e nessuno sapeva fino a che punto ribellione e repressione si sarebbero spinti.

Ora tutto si può dire tranne che Rowhani possa costituire una minaccia al sistema. Membro dell’Assemblea degli esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, è un politico di lungo corso, stimato e apprezzato dallo stesso Khamenei.

Rispetto ad Ahmadinejad, ha un percorso umano e politico molto diverso. È un religioso (Hojjat al-Islam, titolo inferiore a quello di Ayatollah), ha studiato all’estero e ha una riconosciuta esperienza a livello internazionale. Con Khatami presidente, fu il capo negoziatore sul nucleare dal 2003 al 2005. In quel periodo l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

Nell’ultima parte della campagna elettorale Rouhani ha conquistato il consenso del ceto medio parlando – soprattutto attraverso i social media – di libertà di espressione, esprimendosi contro la censura e i limiti al web.

Sarà in grado o vorrà cambiare davvero qualcosa? Bisogna ricordare che in Iran il presidente non ha un potere assoluto e che lo stesso Khatami si ritrovò a un certo punto strangolato tra le aspettative crescenti della società civile e i timori di Guida e pasdaran.

Ma – molto probabilmente – non saranno queste le sfide principali del nuovo presidente. Una volta insediatosi il 3 agosto, dovrà innanzitutto formare una squadra di governo coesa e credibile. In un editoriale di pochi giorni fa, Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano espressione della Guida Khamenei, ha avvertito Rowhani a non includere nella squadra pesonaggi vicini ai “sedizionisti”, cioè all’Onda Verde.

Gli stessi Khatami e Rafsanjani, grandi elettori del nuovo presidente, sembrano si stiano muovendo con grande cautela, evitando di fare pressioni per porre loro uomini nell’esecutivo.

Va ricordato che – per la Costituzione iraniana – tutti i ministri devono ricevere la fiducia del parlamento. I nomi vengono proposti dal presidente, ma alcuni ruoli, come il ministro dell’intelligence, sono tradizionalmente indicati dalla Guida. Nel 2009 Ahmadinejad tentò di forzare questa tradizione, provando a piazzare Mashaei – suo sodale e consuocero – al posto di Heydar Moslehi. Quando la Guida impose Moslehi, Ahmadinejad, per protesta, non si presentò al lavoro per 11 giorni.

Rouhani pare abbia già elaborato un piano per i primi 100 giorni di governo per uscire dall’emergenza economica.

D’altro canto, secondo Akbar Torkan, ministro della difesa con Rafsanjani vice ministro del petrolio nel primo mandato di Ahmadinejad, sostiene che il primo obiettivo del nuovo governo sarà garantire i beni di necessità alle famiglie iraniane. Il bilancio approvato dal governo uscente per il prossimo anno sarebbe infatti del tutto irrealistico. Per continuare a pagare i sussidi alle famiglie, i prezzi dell’energia dovrebbero essere aumentati del 38%.

Di certo, non sarebbe un esordio facile per Rowhani. Ma, d’altro canto, i numeri parlano chiaro: secondo lo stesso neopresidente, l’inflazione, a livello annuo, sfiora il 42% . Per alleggerire la situazione, è quanto mai urgente una soluzione alle sanzioni economiche. Rowhani sarebbe intenzionato a trasferire la gestione della questione nucleare dal Consiglio supremo della sicurezza nazionale alla presidenza, affidando i negoziati a un uomo di sua fiducia.

Per quanto riguarda la politica estera, Rouhani ha già detto di voler innanzitutto rafforzare legami con paesi confinanti e vicini, lanciando messaggi distensivi verso le monarchie arabe del Golfo, interlocutori politici e potenziali partner economici fondamentali. Le grandi manovre del negoziatore Rouhani sono appena cominciate.

Teheran verso le elezioni/2

Presidenziali Repubblica Islamica 2013

A pochissimi giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature per le presidenziali, la scena politica iraniana è scossa da segnali contrastanti e clamorosi.

Il 27 aprile il sito Baztab ha pubblicato un articolo che parla dell’esistenza di un nastro audio che proverebbe i brogli elettorali del 2009. Ahmadinejad sarebbe pronto a rendere pubblico quel nastro qualora il Consiglio dei Guardiani bocciasse la candidatura del suo braccio destro e consuocero Esfandiar Rahim Mashei.

Lo staff di Ahmadinejad ha però negato con vigore l’esistenza di tale nastro.

Altrettanto clamorosa e difficile da verificare la notizia secondo la quale il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato trattenuto in stato d’arresto per 7 ore lo scorso 29 aprile.

Secondo il sito WND Ahmadinejad, dopo essersi recato in vista alla 26esima Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sarebbe stato convocato dalla Guida per “comunicazioni urgenti”. L’auto con a bordo il presidente sarebbe stata isolata da quelle della scorta e dirottata in un edificio del Ministero degli Esteri. Qui, il presidente uscente sarebbe rimasto per ore in un vertice con Asghar Hejazi, capo intelligence dell’ufficio della Guida, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida e il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.

Il summit si sarebbe concluso intorno alla mezzanotte e sarebbe stato una sorta di avvertimento nei confronti del presidente Ahmadinejad.

Novità anche da Hashemi Rafsanjani che sarebbe intenzionato a candidarsi. Il suo, sarebbe un vero e proprio atto di sfida nei confronti della Guida Khamenei che punta invece a individuare un candidato forte che possa rappresentare il fronte ultraconservatore.

Lunedì 29 aprile Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano conservatore vicino alla Guida, ha sferrato un violento attacco all’ex presidente riformista Khatami, accusandolo in sostanza di essere la “quinta colonna di Usa, Israele e Gran Bretagna” e di aver fomentato i disordini del 2009. Khatami non ha replicato, ma il sito Entekhab ha confermato che l’ex presidente non si candiderà.

Nucleare. Da Almaty nulla di nuovo

Incontro Iran e 5+1

Nessuna nuova, buona nuova? Il vertice di due giorni tra Iran e gruppo 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Inghilterra, Francia, membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania) sulla questione nucleare svoltosi il 5 e 6 aprile ad Almaty, capitale del Kazakhstan,  si è concluso con un nulla di fatto. Questa, almeno, è la versione ufficiale. D’altra parte, le aspettative erano decisamente basse: nessuno o quasi credeva che dal vertice emergessero novità significative.

Diverse le reazioni alla fine del summit. Per Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue e capo della delegazione, “ le posizioni sono ancora molto distanti”.

Il capo delegazione iraniano Saeed Jalili ha parlato invece di una “discussione di merito, vasta e completa”, ammettendo tuttavia che “vi è una certa distanza tra le posizioni delle due parti”.

 

Proposte e repliche

Ma qual era il punto di partenza? Il gruppo 5+1 si è presentato con una proposta: stop di sei mesi all’arricchimento di uranio nell’impianto di Fordow in cambio di un lieve alleggerimento delle sanzioni.

Come era prevedibile, Teheran ha detto no, ribadendo il suo diritto inalienabile all’arricchimento. D’altra parte, un dietrofront su questo punto sarebbe stato impossibile. Da anni l’Iran fa di questo principio uno dei cardini non solo della querelle nucleare, ma di tutta la sua politica estera. Inoltre, a due mesi dalle elezioni presidenziali, era abbastanza scontato che non ci fossero cambi di rotta sostanziali da parte della Repubblica islamica.

Secondo un diplomatico occidentale, “gli iraniani hanno indicato la disponibilità a fare qualche passo, ma sono passi ancora troppo piccoli”.

Un funzionario Usa – rimasto anonimo – ha sottolineato come non ci sia stata “alcuna rottura nei negoziati” e ha suggerito che la disponibilità dei negoziatori iraniani a un dialogo su proposte dettagliate del gruppo 5+1 “è stato il segnale più positivo negli ultimi anni”.

“Non ci poteva essere un passo avanti, ma non c’è stato alcun un passo indietro,” ha sintetizzato.

E adesso?

Le due parti si sono impegnate a riflettere su quanto discusso per fissare un altro eventuale incontro. Il fatto che non ci sia stata una rottura dei negoziati, sembra tenere lontana l’ipotesi di un intervento militare da parte di Israele. D’altro canto, questo perenne stallo, non sembra offrire vie d’uscita semplici e a breve termine.

Non è escluso che da parte occidentale ci possa essere un ulteriore inasprimento delle sanzioni che stanno mettendo a dura prova l’economia della Repubblica islamica.

Il nulla di fatto di Almaty, in questo senso, non è una buona notizia per il popolo iraniano. Domenica 7 aprile il rial ha perso un ulteriore 4% sul dollaro: il cambio è oggi  1USD = 36,500 rial.

Noruz 1392. Gli auguri di Obama

Obama Nowruz 2013

Noruz è alle porte e come ogni anno da quando è presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha inviato un video messaggio di auguri agli iraniani.

 

[youtube]http://youtu.be/npVh0DsD1wE[/youtube]

 

Non ci sono grandi novità, in questo messaggio.

“Voglio rivolgere i miei migliori auguri per questa nuova primavera e nuovo anno”. Obama ripete ancora una volta che potrebbe esserci l’opportunità di nuove relazioni tra Stati Uniti e Iran, ma poi precisa che ”è giunto il momento che il governo iraniano intraprenda immediatamente dei passi significativi per ridurre la tensione e per lavorare per una soluzione a lungo termine della questione nucleare”. “Il mondo è unito, mentre l’Iran è isolato”, sostiene Obama.

“Gli Stati Uniti – prosegue Obama – preferiscono risolvere la questione pacificamente, attraverso la diplomazia” e ”se come i leader iraniani affermano, il loro programma nucleare è per scopi pacifici, questa è la base per una soluzione pratica”. Ma se ”il governo iraniano continuerà sulla strada attuale, renderà solo l’Iran più isolato”.

Come interpretare questa messaggio? Fiacca replica di un film già visto o preludio a qualcosa di nuovo?

 

I doppi standard e il programma nucleare dell’Iran

Nucleare Iran

L’intervento dell’Ambasciatore Seyed Mohammed Ali Hosseini per la Rivista Trimestrale Affari Esteri n. 169 Anno XLV (2013) .

 

Nel nome di Dio

I DOPPI STANDARD  E IL PROGRAMMA NUCLEARE DELL’ IRAN

 

Nel clima pesante  e torbido creato da alcuni mezzi di comunicazione di massa  attraverso la pubblicazione di numerose notizie contradditorie riguardo al programma nucleare iraniano è doveroso fare una riflessione  imparziale e prestare la dovuta attenzione agli aspetti sconosciuti o meno noti della questione.

Il programma nucleare iraniano nel corso del tempo

Il programma nucleare iraniano è cominciato più di mezzo secolo fa, precisamnete negli anni cinquanta sotto la guida e supervisione dello Shah Reza Pahlavi. Nel 1957  l’ Agenzia internazionale dell’ Energia Atomica nacque come organismo  nel quadro della dottrina Eisenhower con il nome di  “ Atoms for peace” ed ad allora rislagono i primi passi concreti iraniani sulla strada del nucleare.Nel 1960  fu fimato il contratto  per un reattore di ricerca  fornito dagli americani per l’ Università di Teheran. “Atomi per la pace” fu un progetto lanciato nel 1953 da D. Eisenhower  in occasione dell’ Assemblea generale delle Nazioni Unite ed era un progetto ambizioso volto a utilizzare la tecnologia nuclerae a fini civili e non bellici.  Così  nel contesto politico di quegli anni, nel 1967, il Re di Persia allineato con gli Stati Uniti d’ America riuscì senza ostacoli a dare l’ avvio alle attività del reattore dell’ Università di Teheran. L’ Iran aderì al Trattato di Non Proliferazione nucleare nel mese di Luglio 1968 e al 1974 risale  l’ accordo sulle salvaguardie tra l’ Iran e l’ AIEA. Lo Shah d’ Iran sempre nel 1974  creò l’ Agenzia per l’ Energia Atomica dell’ Iran  e dichiarò chiaramente i suoi programmi  a lungo termine riguardo al nucleare che andavano molto oltre le potenzialità del paese in quel momento.  La creazione e lo sfruttamento di venti reattori atomici faceva parte di questi programmi che non solo non fu osteggiato dall’ occidente, ma fu oggetto di completo appoggio  da parte di USA , Francia e Germania, che si contendevano l’ esecuzione  dei progetti nucleari iraniani, compresi  l’ arricchimento dell’ uranio e il raggiungimento del ciclo completo del combustibile . Il reattore atomico dell’ Università  di Teheran fu fornito dagli Americani e l’ Iran pagò due milioni di dollari per il combustibile necessario. Nel  contempo la Compagnia tedesca Kraftwerk, successivamnete sostituito da Siemens si impegnò a  produrre il primo reattore  nucleare per la produzione dell’ energia elettrica a Busher simile al modello già costruito in Germania . Il contratto perl a costruzione della centrale di Busher fu firmato nel 1975 e prevedeva il suo completamento nel 1981 per costo di un miliardo di marchi tedeschi. Nello stesso periodo il consorzio europeo  nucleare Eurodif ricevette dall’ Iran centinaia di milioni  di dollari come garanzia per la fornitura di combustibile nucleare  e l ‘ Iran  acquisì inoltre il 10 % delle sue quote al fine di  risolvere alcune problematiche di tipo finanziario. In base ad alcuni documenti l’ Iran partecipò anche al progetto “ laser 2 “ e questi sono solo alcuni esempi della competizione tra i paesi occidentali per conquistarsi un ruolo nei vantaggiosi  progetti  nucleari dello Shah.  Secondi Jeffrey Camp , analista dell’ Istituto Nixon ed in base ad  alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite datati 1975 e 1976, l’ Iran sin dall’ inizio aveva espresso ripetutamente il proprio interesse nei confronti della  realizzazione di una tecnologia interna per la produzione del combustibile nucleare, interesse che non solo non fu osteggiato ma in ragione dell’ alleanza  dell’ Iran con il regime Pahlavi, fu sostenuto . Akbar Etemad , il primo Presidente dell’ Agenzia per l’ Energia Atomica iraniana , in una intervista al Figaro  riferì testuali parole attribuite allo Shah  “….. se le condizioni di sicurezza dell’ Iran subiranno dei cambiamenti oppure se un’altro paese della regione dovesse dotarsi di un ‘arma nucleare, saremmo costretti  a considerare l’ acquisizione di armi nucleari una priorità…” . Gli americani nonostante considerassero gli obiettivi imperiali  iraniani a lungo termine , hanno collaborato con lui per realizzare i propri interessi  e lavorare ai danni della pace e della stabilità della regione.

Nel 1979 la Rivoluzione islamica irruppe improvvisamente sulla scena mondiale e la sua vittoria colse di sorpresa gli Stati Uniti d’ America. Il nuovo governo iraniano , nato dalla rivoluzione islamica, ha ritenuto alcuni aspetti del programma nucleare iniziato sotto il regime dello Scià, incompatibili con le fondamenta religiose  ed ideologiche  della Rivoluzione. Parte di queste incompatibilità traeva origine dagli insegnamenti dell’ Imam Khomeini ( s.d.l.p.) improntati al rifiuto della partecipazione a progetti  guerra fondai nella regione e della sottomissione  alle potenze  in oriente e occidente,  promuovendo invece idee di indipendenza  e salvaguardia  della vita dell’ Uomo ;  più di una volta pronunciò parole di biasimo nei confronti dei  governi americano e russo  per la produzione, la proliferazione e l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa . Passarono anni prima che il governo dell’ Iran decidesse di riprendere  parte del programma nucleare  iniziato prima della rivoluzione  e ciò esclusivamente per produrre energia elettrica  e raggiungere  l’ autonomia  nella produzione  di farmaci nel nome del progresso scientifico del Paese.  A quel punto la R. Islamica dell’ Iran chiese ai paesi occidentali , ex partner del regime dello Scià, di onorare i loro impegni contrattuali in considerazione dei lauti  anticipi ricevuti negli anni passati. Purtroppo  gli fu riservato  un atteggiamento completamente diverso da parte dell’ Occidente  rispetto a quello che aveva caratterizzato il periodo precedente  la rivoluzione.

Nonostante il reattore dell’ Università di Teheran fosse adibito alla produzione di radioisotopi necessari alle cure di centinaia di migliaia di malati di tumore e nonostante venisse pagato in anticipo, pressioni americane resero impossibile la sua fornitura  all’ Iran. Tutti i tentativi iraniani , attraverso gli organismi internazionali , in particolare l’ AIEA e il suo Direttore risultarono inutili. Riguardo alla società “Eurodit” , nonostante la presenza iraniana nel suo quadro  azionario  e in violazione del verdetto del tribunale di Losanne , nulla fu mai consegnato all’ Iran  della ingente produzione di “ Yellow cake “ . Una società francese rispettò il proprio impegno  a costruire una centrale nucleare  a Darkwein, vicino ad Ahwaz e interruppe  a metà i lavori già iniziati. Fereidoun Sahabi, il primo  Direttore dell’ Agenzia iraniana per l’ Energia Atomica , dopo la vittoria della rivoluzione, ricordava che le trattative con la controparte  tedesca  per portare a termne il restante  lavoro della Centrale di Busher , completata al 65% , dopo un anno e mezzo  erano ad un punto morto , semplicemente perchè negli operatori tedeschi mancava completamete la volontà  di collaborare con l’ Iran.  Questi sono solo alcuni esempio del deplorevole atteggiamento  dell’ occidente  e dei doppi standard applicati allo stesso paese, prima e dopo la rivoluzione  islamica. Purtroppo  i negoziati  tra l’ Iran e la stessa AIEA per poter comprare  il combustibile  necessario  alle centrali iraniane  e durati sette anni, non hannno portato ai risultati sperati dall’ Iran , che in fine si è visto costretto  a intraprendere la strada della produzione interna del combustabile nucleare. L’ Iran sotto il regime dello Scià era un paese con la metà della popolazione  attuale, con riserve di petrolio  e di gas più ricche e meno vitali  rispetto ad oggi  e in un mondo  dove le questioni  ambientali  riguardo all’ inquinamento  da combustibili fossili  non avevano l’ importanza  di oggi; ciononostante le scelte ambiziose  del regime dei pahlavi riguardo al nucleare, non vennero mai contestate dall’ occidente, che anzi, le sostenne e incoraggiò per evidenti motivi economici e politici.

Sguardo ai principi e fondamenti del programma nucleare iraniano

Principi giuridici

La mancanza di collaborazione da parte dei paesi occidentali controparti dell’ Iran nel programma nucleare  sembrava e sembra  una vendetta per la vittoria della rivoluzione islamica, il rovesciamento dello Sha e l’ avvento della Repubblica islamica in Iran. Questo atteggiamento ostile ha costretto l’ Iran a provvedere  ai suoi fabbisogni  attingendo alle proprie risorse e capacità , in un quadro di legalità e legittimità. Da un punto di vista giuridico l’ Iran è stato tra i primi firmatari  nel luglio del 1968 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, da sempre e costantemente fedele ai suoi principi ha continuato le proprie collaborazioni con l’ Agenzia Internazionale dell’ Energia Atomica e il suo Statuto nonchè  sugli accordi sulle salvaguardie. Il Trattato di Non Proliferazione nella premessa e negli articoli 1-6 mette bene in luce gli obblighi, i diritti e gli impegni dei paesi aventi l’ arma nucleare( ovvero  i paesi dotati id arma nucleare prima del 1-1-1967) e per i paesi  sprovvisiti di questo tipo di tecnologia.  Gli art. 3 e 4 in particolare evidenziano  la possibilità per tutti i paesi membri  di potersi avvalere della tecnologia nucleare pacifica, considerandolo un diritto inalienabile per tutti i  paesi non soggetto a nessuna discriminazione. L ‘ Iran ha cercato di far valere questo diritto in base alle sue già esistenti  capacità scientifche e tecniche . Il TNP segue le  tre direttive principali della Non Proliferazione, dell’ Uso pacifico dell’ energia nucleare senza discriminazioni e del completo disarmo , esse  purtroppo  però non sono concretamente  realizzate ad esempio i Paesi dotati di arma nucleare non  si sono mossi nella direzione del disarmo ( art, 1 e 6 ) , essi sono stati reticenti a fornire ai paesi in via di sviluppo  tecnologia nucleare ai fini pacifici ( art. 4 e 5 )  e nonostante l’ art.4  hanno posto diversi ostacoli sulla via dell’ Iran per il raggiungimento dell’ energia nucleare civile.

Principi ideologici, religiosi ed etici

Alla luce del fatto che la Repubblica  iraniana è una Repubblica islamica e considerato che  le le leggi e i regolamenti vigenti devono essere conformi alla Carta costituzionale e ai  precetti religiosi  della Sharia , il fondatore  Imam Khomeini aveva più volte pubblicamente condannato  la produzione, l’ uso  e lo stoccaggio delle armi di distruzione di massa e la Guida della Rivoluzione islamica Ayatollah Khomenei considera la produzione e lo stoccaggio di questi armamenti  preludio al crimine e minaccia alla pace mondiale e proprio per questo motivo ha emesso una fatwa dichiarando “Haram” questo genere di armamenti  “ .. secondo noi  oltre all’ arma nucleare  anche altri tipi di armi di distruzione di massa come le armi chimiche e biologiche sono serie minacce contro l’ umanità. Consideriamo l’ uso di questi armamenti  Haram  e lo sforzo per rendere immune il genere umano da questo grande flagello  un compito  che coinvolge tutti noi” (Ayatollah Khomenei nella conferenza sul disarmo – Teheran –  17-4-2010). Queste posizioni hanno già tracciato un quadro giuridico molto preciso per le attività nucleari iraniane al quale la R.I.dell’ Iran si sente impegnata.

Inoltre il potere di Fatwa e la sua influenza nella cultura religiosa e ideologica degli iraniani è talmente forte che nell’ ipotesi improbabile che le convenzioni internazionali e le leggi interne iraniane dovessero consentire l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa o se l’ Iran si trovasse in una difficile situazione storica  con particolari necessità di difesa o sicurezza, non potrebbe mai per precisemotivazioni ideologiche , religiose ed etiche , produrre e utilizzare questo tipo di armamenti. Ne è un esempio la mancata risposta iraniana in rappresaglia all’ utilizzo di armi chimiche da parte di Saddam Hussein durante la guerra da questi  imposta all’ Iran e durata ben  otto anni .

Principi tecnici

Da un punto di vista tecnico nonostante gli ostacoli creati dall’ Occidente  alla fornitura  della tecnologia nuclerare all’ Iran sono stati continui gli sforzi del paese per  provvedere in modo autonomo allo sviluppo di  una propria tecnologia nucleare civile al fine di completare il ciclo del combustibile e fornire così il combustibile necessario alle proprie centrali nucleari di ricerca e di produzione di energia elettrica. I risultati di questo costante impegno iraniano, anche  a detta di esperti  stranieri , sono stati brillanti. La volontà iraniana  di sviluppare questa tecnologia  si colloca nel quadro naturale della volontà del paese  di progredire  in ogni ambito tecnico e scientifico così proclama la  Costituzione iraniana  e tutti i programmi  a lungo termini del paese. L’ Iran ha raggiunto  risultati sorprendenti negli ultimi anni  anche in ambiti tecnologici e scientifici quali le nanotecnologie, la clonazione biologica, le cellule staminali, la  conquista dello spazio, il lancio di satelliti di ricerca e lo sviluppo  di industrie strategiche.  Secondo molti esperti alcune tra le conquiste iraniane  sono  di per sè più importanti della tecnologia nucleare, ma alcuni paesi occidentali con precisi  intenti politici cercano di fuorviare l’ opinione pubblica mondiale, ingigantendo i risultati conseguiti dall’Iran nel campo nucleare, quando in realtà questa tecnologia  civile e pacifica, costituisce soltanto una parte del complesso quadro del progresso scientifico del Paese.In base al TNP e allo Statuto dell’ AIEA  i paesi membri del Trattato avrebbero dovuto cogliere positivamente i progressi scientifici dell’ Iran, ma purtroppo e contrariamente a quanto avvenuto prima della Rivoluzione islamica l’ atteggiamento degli Stati Uniti e i loro alleati nei confronti di questi progressi è stato tanto irrazionale quanto ostile. Gli USA hanno cercato  di portare avanti  i loro precisi intenti politici finalizzati a creare ostacoli  allo sviluppo  pacifico  della tecnologia nucleare iraniana nel quadro dell’ AIEA attraverso un uso strumentale  di organismi internazionali  e l’ esercizio di indebite pressioni  sull’ Agenzia senza nessuna considerazione per la natura tecnica  e specialistica di detta istituzione. Le azioni  e pressioni  crescenti degli americani negli ultimi anni hanno determinato  molte vicissitudini al programma.L’ ostracismo americano ha nuociuto anche al Movimento per lo svilupopo pacifico del nucleare e in compenso  la difesa  ragionevole  dell’ NPT dell’ Iran  e il rispetto del mio Paese per i regolamenti  dell’ Agenzia  a proposito della necessità di una equa  applicazione del Trattato ha creato un  terreno fertile  a favore della non proliferazione e del disarmo  trasformando nel contempo l’ Iran in un simbolo della difesa dei diritti dimenticati dei paesi in via di sviluppo membri del Trattato  di non Proliferazione el’ espressione delle loro posizioni.

Deferimento della questione nucleare al Consiglio di Sicurezza : errore storico e giuridico

Nonostante la legittimità e razionalità dell’ approccio iraniano nei confronti dell’ Agenzia  e la sua positiva interazione con essa, le crescenti pressioni esercitate  su questo organismo intergovernativo e le  bagarre politiche hanno determinato lil deferimento della questione nucleare iraniana, senza alcuna giustificazione logica e giuridica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in data 4 febbraio 2006. L’ AIEA rimane l’ unico organismo  inter governativo responsabile e  preposto alle verifiche per giungere  alla sicurezza della non deviazione delle attività nucleari dei paesi membri dell’ NPT.Pertanto finchè la deviazione iraniana nelle sue attività nucleari  non sarà accertata e dichiarata da questo organismo internazionale,  il caso esula formalmente dalle competenze del Consiglio di Sicurezza.  Come in seguito esposto all’ epoca  una simile deviazione non è stata mai accertata  e quanto  nel merito  venne asserito rimase sostanzialmente  una supposizione , spesso avvolta da ambiguità. Le relazioni redatte dall’ Agenzia infatti, attestavano la mancanza di deviazione,  e quindi l’ invio  del caso al Consiglio di Sicurezza fu un errore storico e giuridico , ai cui fautori non solo spetta l’ ammissione , ma anche il dovere di riparare. Questo evento non solo ha aperto una nuova, amara stagione nell’ applicazione dei dopppi standard  nei confronti del programma nucleare iraniano  , ma ha anche seriamente danneggiato il prestigio dell’ AIEA conosciuta fino ad allora come un organismo  non politico, tecnico e di sorveglianza imparziale. Questi indesiderati  risultati purtroppo sono in grado di ledere anche in futuro i diritti di altri paesi.

L’ invio della questione nucleare iraniana da parte del Board of Governors dell’ AIEA al Consiglio di Sicurezza è inammissibile per cinque ragioni giuridiche.

1-      In base al comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia la mancata conformità delle  attività nucleari dei paesi ai criteri dell’ Agenzia deve necessariamente essere riportata dagli ispettori  al Direttore Generale dell’ AIEA, da questi al Board of Governors ed infine  al Consiglio di Sicurezza. Nel caso iraniano questo iter non è stato rispettato. Il Direttore Generale dell’Aiea nella sua relazione non ha mai usato le parole “ non – compliance” ma piuttosto “failure”. Questa  espressione sovente è stata usata anche per i casi riguardanti altri paesi membri dell’Aiea, che dopo la correzione del loro operato, sono rientrati in seno all’Agenzia in base al Comprehensive Safeguard Agreement.

2-      In base allo statuto dell’ AIEA e del Comprehensive Safeguard Agreement il deferimento di un caso al Consiglio di Sicurezza è possibile asclusivamente  nel caso della provata deviazione del paese in questione. Tutte le relazioni  dell’ attuale  Direttore  dell’ Agenzia e del suo predecessore  non contengono cenni riguardo ad una presunta deviazione iraniana.

3-      Il comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia  la base per le risoluzioni del Consiglio dei Governatori  riguardo alla  deviazione dei paesi membri dell’ Agenzia ricevitotri del materiale nucleare e del suo uso improprio, mentre l’ Iran non ha mai ricevuto questo tipo di materiali.

4-      In base al Comprehensive Safeguard Agreement la questione nucleare dei paesi viene deferita al Consiglio di Sicurezza sei paesi membri non permettono l’ accesso agli ispettori dell’ Agenzia sul proprio territorio per l’ esercizio delle loro attività di verifica e in tutte le relazioni  del Direttore Generale AIEA  riportano il fatto che  gli accessi e le verifiche  sono avvenute con facilità  e collaborazione da parte del’ Iran.

5-      I comunicati emessi  da EU3  dal 2003 al 2006 riconoscono esplicitamente il diritto iraniano ad avvalersi della tecnologia nucleare civile e pacifica  e considerano  la volontaria  sospensione  dell’ arricchimento dell’ uranio come una voluntary and confidence building measure  e non legally binding ( Tehran declaration 21-10-2003). Questi  punti sono stati  successivamente e  nuovamente iterati nell’ Accordo tra la EU3 e l’ Iran il 15-11-2004  a Parigi. Tuttavia gli stessi paesi hanno proposto nel 2006, a causa delle pesanti pressioni politiche , il deferimento della questione nucleare iraniana al Consiglio di Sicurezza,  sostenendo un atteggiamento discriminatorio e violando i principi giuridici  esistenti in merito a una questione che rientrava e rientra nelle competenze tecniche e giuridiche dell’ AIEA. Tutto ciò avveniva mentre il sito di Natanz osservava la volontaria sospensione delle sue attività.

Nonostante queste azioni ostili da parte degli Stati Uniti d’ America e i suoi alleati occidentali  volte a distrarre la questione iraniana dal suo naturale corso  e l’ approvazione delle risoluzioni  1737( 2006), 1747( 2007), 1703( 2008) e 1929(2010) ed altre emesse dall’ Unione Europea , la R. I. dell’ Iran non ha mai smesso di  mostrare buona  e autentica volontà  nella collaborazione con l’ AIEA da una  parte e  nel prosdeguire  i negoziati con il gruppo 5 +1 dall’ altra , che sino ad oggi si sono svolti più volte in vari Paesi .

Cenni storici e giuridici di particolare rilievo  in merito al programma nucleare

Tralasciando in questa sede talune precisazioni tecniche , è tuttavia opportuno ribadire  che

–          l’ insistenza dell’ Iran sul proprio diritto legittimo è stato interpretato da alcuni mezzi occidentali  come “ l’ insistenza dell’ Iran  nel perseguire l’ obiettivo del raggiungimento dell’ arma nucleare”.  In realtà l’ atteggiamento iraniano è assolutamente  in favore della difesa dei diritti dei paesi membri del NPT e dell’ AIEA , sanciti dallo Statuto dell’ Agenzia e riconosciuti nel Trattato in quanto importanti risultati sulla via della Non Proliferazione e del Disarmo nucleare. La R. I. dell’ Iran  in base al principio  del “ Diritto allo sviluppo” ha il dovere di salvaguardare le proprie conquiste scientifiche e tecnologiche , acquisite con elevati costi umani e  materiali. Pertanto il riconoscimento  del diritto iraniano  a dotarsi di tecnologia nucleare pacifica non significa fare concessioni  di sorta,  ma semplicemente  confermare  il contenuto del TNP    e dello Statuto  dell’ AIEA.

–          Nonostante gli ostacoli posti da alcuni paesi occidentali, l’ Iran non ha mai abbandonato il tavolo negoziale , dando prova  della propria buona volontà, di cui sono eloquenti esempi i  lunghi negoziati del 2003-2005 tra Iran , Gran Bretagna, Francia e Germania  e successivamente e fino a questo momento i ripetuti round negoziali con i 5+1 a Baghdad. Istambul e Mosca nonchè i continui colloqui e contatti con i rappresentanti  dell’ AIEA a Teheran ea Vienna.  Iran  e qualche altro Paese, durante questi negoziati hanno proposto diversi pacchetti   di misure  che purtroppo le pressioni politiche esterne hanno reso inneficaci. La Confidence building è una strada a doppio senso e le parti dovrebbero adoperarsi reciprocamente per collaborare evitando di incorrere a indebite pressioni.

–          Fino a questo momento 5000 man-days  ispezioni  sono state eseguite dagli addetti dell’ Agenzia presso i siti nucleari iraniani , queste attività ispettive sono tuttora in corso e sono state oggetto di decine  di relazioni dell’ Agenzia. Numerose telecamere istallate dall’ AIEA nei siti nucleari  iraniani monitorano  non stop le attività nucleari del Paese e vi sono stati casi di ispezioni senza preavviso ad alcune istallazioni. E’ bene ricordare che questo tipo di monitoraggio  costituisce  una  forma ispettiva senza precedenti adoperata dall’ Agenzia. In nessuna di queste ispezioni  è stato trovato  uranio arricchito per  obiettivi militari o sono state riscontrate attività deviate.  ( Per dettagli si rimanda alle varie relazioni del Consiglio dei Governatori dell’ AIEA) .

–          Uno dei punti più seri  e ambigui delle risoluzioni approvate contro  l’ Iran è la mancata  notifica delle attività nucleari antecedenti al 2003. Fino a quel momento  nessun tipo di materiale nucleare  era entrato nel sito nucleare di Natanz e nel reattore di ricerca  dell’ acqua pesante di Araq ( IR40); poichè l’ Iran sino  a quella data  non aveva  siglato il Modified Code 3.1 del  subsidiary arrangement  of NPT comprehensive safeguards , non aveva  alcun obbligo   di notificare all’ Agenzia  le proprie attività nè  tantomeno  il sito  Uranium Conversion facility e le proprie miniere di uranio.

–          Il ripetuto sostegno espresso dal Movimento dei Non Allineati  al Programma nucleare iraniano ,  l’ approvazione delle Risoluzioni  al riguardo , le  visite ai siti  iraniani nel gennaio 2011 da parte dei rappresentanti del Movimento dei Non Allienati, della Lega Araba, del Gruppo 77, di alcuni rappresentanti di gruppi politici  e Paesi a Vienna, cosi come l’ invio di numerosi inviti ad altri Paesi nonchè dell’ Alto Rappresentante dell’ Unione Europea ad effettuare ulteriori visite ed ispezioni, sono testimonianze della  buona volontà  iraniana  e della sua disponibilità.

–          Le vaste sanzioni unilaterali e multilaterali  degli USA e dell’ UE , la mancata collaborazione dell’ Occidente nella fornitra del combustibile per il reattore di ricerca  di Teheran  e il loro ostracismo per far fallire gli sforzi iraniani per procurarsi il combustibile necessario acquistandolo dai paesi produttori ha costretto il paese a provvedere al proprio fabbisogno attraverso l’ arricchimento dell’ Uranio al 20 % , un esempio  di tale fabbisogno è costituito dall’ assoluta irrinunciabile necessità di produrre farmaci  per i 850.000 malati di tumore  e malattie rare del Paese . Nel contempo la R. I. dell’ Iran per corrispondere  ai bisogni  scientifici ,  di ricerca ed energetici del Paese , ha potuto  raggiungere  risultati brillanti come la messa in opera della centrale di Busher nonostante le difficoltà trascinatesi per oltre 30 anni, la produzione di radio farmaci, la produzione di yellow cake e la raggiunta capacità di affrontare i cyber attacchi contro i propri siti nucleari come il recente attacco  del virus Stuxnet . La R. I. dell’ Iran ha dichiarato che le proposte contenute nella dichiarazione di Teheran  a proposito dello scambio di combustibile, rimangono tuttora valide e potrebbero costituire un argomento  di discussione e  confronto  per future collaborazioni , ma non più una necessità urgente per il paese.

–          Il diritto iraniano ad avvalersi di tecnologia nucleare con scopi pacifici  gode del sostegno  di tutti i gruppi parlamentari e politici  del Paese e raccoglie il  consenso unanime della  società  in ogni sua espressione.

–          L’ inserimento delle liste dei nominativi degli scienziati nucleari iraniani nelle varie risoluzioni ha permesso ai terroristi di pianificare e portare a compimento  numerosi attacchi e attentati  contro fisici e scienziati iraniani, tra cui i Prof.ri Mostafa Ahmadi Roushan , Majid Shahryari, Masoud Alimohammadi, Darioush Alinejad e Reza Qashqaei . In base ai documenti  esistenti e alle  confessioni  di quanti  coinvolti in questi crimini è emersa la partecipazione certa del Mossad e del MI6 britannico  e del MKO ( il movimento terroristico dei Mojaheddin e khalq). Queste azioni terroristiche non solo non  sono state condannate apertamente in occidente, ma sorprendentemente gli USA e l’ Unione Euopea , in un azione concordata, hanno depennato l’MKO , responsabile di azioni terroristiche contro gli stessi americani, dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali. Questa decisione  è un incentivo per ulteriori e  future azioni terroristiche a livello internazionale . Ancora più sorprendente è la mancata presenza degli studiosi  iraniani nelle recenti conferenze internazionali in materia nucleare ( ad es. La 19esima conferenza dell’ ingegneria nucleare in Giappone nel 2011).

–          Lo svolgimento delle conferenze mondiali sul disarmo a Teheran  negli anni 2010 e 2012 a cui hanno partecipato esperti nucleari  e autorità politiche di vari paesi del mondo è un ‘ulteriore prova della trasparenza iraniana in materia di ricerca nucleare.

–          Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza  e le restrizioni aggiuntive americane e europee imposte alle società e agli istituti di credito iraniani a causa della ferma posizione dell’ Iran in tema nucleare nonostante l’ asserzione occidentale “ libero commercio e diritti dell’ Uomo” , hanno creato pressioni notevoli  non tanto sul Governo  iraniano quanto  sui ceti più vulnerabili della società,  in palese contrasto con le convenzioni relative al libero commercio e al diritto allo sviluppo e dell’ Uomo ( ne sono alcuni esempi , come già trattato  nel n. 167 della Rivista Affari Esteri , i problemi creati dal divieto delle transazioni bancarie e del divieto del commercio per imprenditori e studenti  e alle difficoltà sorte per il divieto d vendita del carburante agli aereomobili iraniani). Queste risoluzioni sono in contrasto con lo Statuto dell’ AIEA.

–          Il Direttore generale dell’ AIEA nel comunicato del 15- nov. 2004 a seguito di ispezioni  nei siti di Parchin e Lavisan- Shian nonchè delle analisi dei campioni raccolti,  ha dichiarato in maniera inequivocabile che il Programma nucleare iraniano non è militare ( Paragrafo 102 della Relazione del Direttore generale 83/2004 / gov, Relazione 87/2005 / gov. Del 18-11-2005, Relazione 15 / 2006 / gov del 27-2-2006).

–          Nel 2007 l’ AIEA e l’ Iran nel quadro di un Workplan hanno raggiunto l’ accordo di risolvere  tutte le ambiguità rimanenti ( remaining ambiguishes )  e le questioni non risolte ( outstanding issues)  del  programma nucleare  secondo determinate modalità.  A seguito di questa collaborazione e ulteriore scambio di informazioni le ambiguità sono state chiarite  ( 6 questioni  ) da parte iraniana e l’ Agenzia ha dichiarato nel documento  711/INFCIRC che non è rimasta alcuna ambiguità da chiarire. In base al paragrafo 3 dello stesso documento e in considerazione dei  progressi raggiunti nella collaborzione tra le parti, l’ Agenzia avrebbe dovuto consegnare all’ Iran  i documenti relativi ai presunti studi ( alledge studies ) , tuttavia ciò non è avvenuto  e il Direttore generale dell’ AIEA nella relazione consegnata al Consiglio dei Governatori critica chiaramente alcuni Paesi che avevano consegnato le prove  relative ai presunti studi all’ Agenzia  e che non avevano permesso  che le prove  fossero consegnate all’ Iran. L’ Aiea non ha mai confermato la veridicità di questi studi . La R. I. dell’ Iran in base a quanto previsto dal work plan ha prodotto una relazione di 117 pagine contenenti le sue considerazioni e valutazioni  e lo ha consegnato all’ Agenzia , ma nonostante gli sforzi iraniani  il work plan non si concluse ma vi si  aggiunsero altre nuove asserzioni riguardanti  la possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano. Nello stesso tempo l’ AIEA nel pagrafo 4 del proprio documento aveva chiarito  che non vi era nessuna questione irrisolta o ambigua relativa alle passate attività nucleari iraniane.

–          Il 21 ottobre 2003 l’ Iran per provare la propria buona volontà e sincerità nel corso dei negoziati  con  la Troika europea ha proposto la volontaria sospensione dell’ arricchimento dell’ uranio e lo scambio dell’ uranio arricchito con le barre del combustibile, nonchè la stipula di un accordo  con l’ EU3. Inoltre l’ Iran dal 2004 ha aderito volontariamente al Protocollo aggiuntivo, nonchè al “ Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards” considerato il più alto impegno internazionale nei programmi nucleari  e il massimo grado di trasparenza riguardo al programma nucleare iraniano. Cionostante  dopo due anni e mezzo dall’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo, nel 2006 fu approvata una dura risoluzione  contro l’ Iran nel Consiglio di Sicurezza e seguita da altre ancor più severe. Nonostante l’ atteggiamento positivo di Teheran le controparti occidentali chiedevano il  definitivo arresto del programma nucleare  pacifico dell’ Iran , imponendo al governo iraniano richieste oltre i  patti internazionali e gli accordi precedentemente raggiunti ( ad es. la chiusura di tutti i centri di ricerca e universitari coinvolti nelle attività nucleari). Questo approccio  è stato ritenuto ostile dalla Assemblea  Consultiva islamica  che  di conseguenza ha sospeso l’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo impegnando il governo a proseguire l’ arricchimento sotto il controllo del’ AIEA.  Le collaborazioni iraniane con l’ Agenzia  vanno al di là dell’ adesione al Protocollo aggiuntivo, ad esempio la concessione di effettuare la visita al R&D delle centrifughe,  che per nessun paese è  obbligatoria. Una questione importante riguardo al Protocollo aggiuntivo è che da un punto di vista giuridico non è considerata obbligatoria la sua applicazione e infatti l’ Iran vi ha aderito in modo volontario. La stessa considerazione vale per il “Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards”  che è  una raccomandazione del Consiglio dei Governatori e non una parte giuridicamente  impegnativa del Trattato di Non Proliferazione.

–          L’ Iran ritiene che la produzione  e l’ utilizzo delle armi nucleari sia un errore strategico e non trovi alcuna giustificazione  di sicurezza o strategica e possa rendere il paese particolarmente vulnerabile nel quadro regionale. Numerosi esperti nucleari sono dell’ idea che se l’ Iran avesse inteso acquisire  armi nucleari, avrebbe dovuto utilizzare composizioni tecniche diverse e più utili dal punto di vista della tecnologia dell’ arricchimento. L’ Iran nel suo programma scientifico nucleare  ha bisogno di vaste collaborazioni con i paesi sviluppati in questo settore e la tendenza alla produzione di armi nucleari farebbe perdere al paese una chance importante in questo senso.

–          Le proposte iraniane o quelle di paesi terzi come il progetto  turco-brasiliano per lo scambio di combustibile oppure la costituzione  di un consorzio multilaterale per l’ arricchimento, si sono sempre scontrate con lo scettismo , la mancata collaborazione e l’ostracismo delle controparti occidentali . Ad es. l’ Iran nel febbraio 2010 e nel settembre 2011, per voce dello stesso Presidente della Repubblica.,  ha proposto di fermare la produzione di uranio arricchito al 20 % in cambio di barre di combustibile. La stessa proposta  fu avanzata ancora una volta dal Dr. Jalili, Capo negoziatore nucleare iraniano alla Sig.ra Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’ Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, in cambio di adeguate misure adottate dai 5+1, ma ancora una volta l’ Europa ha risposto alla buona determinazione iraniana   con nuove sanzioni.

L’ imposizione dei doppi standard nel disarmo regionale e internazionale

Oltre a quanto sinora esposto, l’ America e i suoi alleati anche per ciò che riguarda la questione del disarmo  e il raggiungimento di pace e stabilità regionali e internazionali adottano un approccio ambivalente. Dopo le esperienze tragiche  delle due guerre mondiali  e l’ utilizzo della bomba atomica su Hiroshiwa e Nagasaki , nonchè  gli esperimenti nucleari degli anni 90 condotti da alcuni Paesi, l’ utilizzo di armi di distruzione di massa  di qualsiasi genere e la corsa al riarmo  è considerata una seria preoccupazione  e una grave minaccia mondiale. Dopo vent’ anni dalla fine della Guerra Fredda  esistono nel mondo almeno 23 mila testate nucleari  con una forza esplosiva 150 mila volte maggiore  rispetto alle bombe americane lanciate sulle città giapponesi. Di queste testate nucleari  migliaia sono collocate nel territorio americano e in Unione Europea  e  questi armamenti ,  tuttora attivi , destano prooccupazione.  Tutto ciò mentre   il disarmo completo  dovrebbe essere considerato una obiettivo prioritario per l’ Umanità.Gli articoli 11 e 26 dello Statuto delle nazioni Unite pongono l’ accento sulle responsabilità e la giurisdizione dell’ Assemblea Generale e del consiglio di Sicurezzaper quello che riguarda la questione del disarmo. Sempre a questo proposito alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale come la n.  1378 e n. 2734 considerano il completo disarmo come obiettivo ultimo della società internazionale  e numerose conferenze  e convenzioni internazionali  lo  dichiarano apertamente ; tra esse il  NPT  del  1968, la Denuclearizzazione delle profondità marine del 1971, il Divieto degli esperimenti nucleari nella stratosfera  del 1963, Il Divieto dell’ utilizzo di armi chimiche del 1996, il divieto competo di esperimenti nuclerai dl 1996 ( New York) e il Controlo delle armi batteriologiche del 1993.

Gli Stati Uniti e alcuni Paesi detentori di armi nucleari anche in questi casi hanno adottato un doppio standard . Nel caso del Trattato di Non Proliferazione vi sono 3  obiettivi  fondamentali  ovvero il Disarmo, la non proliferazione e l’ acquisizione di tecnologie pacifiche e civili. Le potenze nucleari in pratica non hanno perseguito in modo equilibrato questi obiettivi e contravenendo agli articoli 3 e 4 del Trattato  resistono allo sviluppo delle tecnologie nucleari nei paesi in via di sviluppo. Questo atteggiamento  discriminatorio  dei paesi detentori di armi nucleari nei primi anni dopo la firma del TNP suscitò forti proteste da parte dei paesi non nucleari, tant’è che nella prima conferenza del Trattato nel 1975 vi furono formali proteste al riguardo.  La creazione di zone libere da armi nucleari in alcuni punti critici del mondo e la stipula di alcuni patti regionali e bilaterali  sono da considerarsi tra le iniziative atte al controllo e al disarmo  a livello regionale. Alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale dell’ ONU raccomandano fermamente  la creazione di zone libere  da armi nucleari in medio Oriente, Africa, Asia del Sud , Oceano Indiano e  nel Sud Pacifico. A questo proposito su  incoraggiamento delle Nazioni Unite e grazie alle partecipazioni regionali le zone libere da armi nucleari sono state create nel 1967 nell’ ambito del Trattato Tlateolco per  paesi dell’ America Latina e i Caraibi, nel 1985 nell’ ambito del Tratttao Rarotonga nei 13 paesi del Sud Pacifico, nel 1995 nell’ ambito del Trattato di Bangkok per 10 Paesi del Sud Est asiatico e nel 1996 nel quadro del Trattato Pelindaba per 45 paesi africani. Tuttavia purtoppo l’ ambiguità americana   e l’ approccio  discriminatorio con il Medio Oriente non ha permesso alla Comunità internazionale fino ad oggi di realizzare  l’ obiettivo del disarmo in forma completa . Gli Stati Uniti d’ America si sono spinti  al punto  di ostacolare palesemente  lo svolgimento delle conferenze internazionali  sul disarmo  e il divieto di armi nucleari in Medio Oriente  ( dichiarazioni di Victoria Noland, Portavoce del Dipartimento di Stato USA in merito alla Conferenza di Elsinki ) in aperto  contrasto con il TNP. Suscita altrettanta perplessità l’ atteggiamento americano nei trattati bilaterali  relativi al disarmo come la mancata collaborazione  nei Trattati Start 2 e Salt 2 – Strategic Arms’ Limitation Talks. Purtroppo gli USA e l’ Occidente in generale  hanno favorito  e mai impedito la diffusione , sia orizzontale che verticale , di questo tipo di armamenti , mentre è evidente che la loro  produzione, stoccaggio e sviluppo costituisce una minaccia seria e un crimine di guerra , premessa per un illecito internazionale.

Medio Oriente : esempio evidente di imposizione dei doppi standard

In base alle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza tra cui la 487 del 1981, la 687 del 1991, nonchè decine di risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu e considerando le realtà della regione, rendono  la creazione del Medio Oriente priva delle armi nucleari come una seria e inderogabile necessità. Queste realtà sono da mettere in relazione con il regime sionista  e la sua mancanza  di rispetto nei confronti degli impegni internazionali e dei principi umanitari. Il TNP conta 189 membri e sono pochi i paesi che non ne fanno parte. Il regime sionista nella regione medioorientale è l’ unico governo che non ha aderito al Trattato  nè rispetta gli obblighi dell’ AIEA, nè ha mai smentito  di essere in possesso di armi nucleari. In base ad una relazione  redatta da esperti ONU del 1982 questo regime dal 1969 ad oggi non ha permesso nessuna ispezione esterna al  sito di Mona; secondo la rivista britannica  Jane’s Defence, Israele è il sesto paese detentore di armi nucleari con un numero tra 100 e 300 testate nucleari, quasi come la Gran Bretagna,  e numerose piattaforme di lancio per missili  a lunga gittata. Mordechai Vanunu esperto nucleare israeliano aveva reso noto tutto ciò e le autorità del regime sionista non smentirono mai le sue dichiarazioni.

IL vasto uso del regime sionista  di armi proibite nei conflitti  nella Striscia di Gaza  contro una popolazione civile e i suoi atteggiamenti disumani e violenti in altri episodi conflittuali degli ultimi anni che hanno suscitato ripetute condanne nella comunità internazionale,  hanno trasformato  le minacce israeliane contro alcuni paesi della regione tra cui l’ Iran , e il rischio di un conflitto nucleare , da potenziali a concretamente  esistenti. La R. I. dell’ Iran dal 1974 ad oggi  in tutti i forum e organismi internazionali  ha incessantemente proposto la creazione di un Medio Oriente privo di ari nucleari. L’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 1994 al 2012  attraverso diverse risoluzioni  ha chiesto ad Israele di aderire al TNP  e di rispettarne lo Statuto e i princip. La stessa  AIEA dal 1987 al 1991, nel 2009  e nel 2011 ha ripetutamente chiesto ad Israele  di aderire al Trattato ed il Segretario Amanu in una lettera inviata ai membri dell’ Agenzia , ha chiesto  ai paesi membri di  incoraggiare  Israele in questo senso.

Come si può notare , un Medio Oriente  denuclearizzato, Il disarmo di Israele e la sua adesione al TNP sono richieste serie  della Società internazionale. Cionostante gli USA e i suoi alleatinon solo vengono meno al proprio dovere a questo proposito ma addirittura  si oppongono a queste richieste  , come testimonia l’ opposizione allo svolgimento della Conference di Elsinki nel dicembre del 2012.  Gli Stati Uniti inoltre , contravvenendo ai regolamenti  internazionali e ignorando le complessità  di  una regione cosi critica, nonostante l’ embargo internazionale  di armamenti,  rende disponibile  ogni anno al regime israeliano milioni di dollari in aiuti militari  e tecnologia nucleare.Il governo americano , nonostante la crisi economica , ha continuato a offrire aiuti militari per oltre 3 miliardi di dollari annui al regime sionista ( Discorso Obama all’ Aipac 4-3-12) . Anche nell’ ambito della NATO sono stati forniti  notevoli aiuti militari e materiali nucleari  ad Israele. Questi sono esempi evidenti della violazione del TNP , che negli articoli 1 e 3 vieta ai paesi militarmente nucleari di trasferire la tecnologia nucleare militare o armi nucleari  verso  altri Paesi.

Questo atteggiamento contradditorio  degli USA e dei loro alleati  suscita grande  perplessità nell’ opinione pubblica mondiale che ormai lo considera un tentativo di ostacolare , creando ambiguità, la realizzazione  dei naturali diritti per i Paesi in via di sviluppo ( Ayatollah Khamenei, la Guida della R. I. dell’ Iran , 1° Conferenza sul Disarmo e la Non Proliferazione , Teheran, 17-4-10).

Proposte                                    

Infine va ricordato che la garanzia della pace e della sicurezza internazionali richiede lo sforzo condiviso  della Comunità Internazionale, scevro dall’ imposizione di doppi standard. La R. I. dell’ Iran ha suggerito varie soluzioni in tema di disarmo , volte ad evitare  l’ indebolimento del TNP, come auspicato dalla Comunità internazionale.  Tra le proposte iraniane possiamo annoverare

–          la definizione di una tabella di marcia  che scadenzi  il disarmo totale  e che preveda le opportune verifiche;

–          l’ istituzione di una commissione d’ inchiesta  in seno all’ AIEA per determinare  quali Paesi forniscono  armi   e tecnologie nucleari  al regime sionista  o ad altri paesi non membri dell’ Agenzia;

–          l’ astensione dei Paesi membri  del TNP dalla collaborazione  con i paesi non membri  al fine di incoraggiare questi ultimi ad aderire al Trattato;

–          evitare il ricorso a minacce e pressioni  nel corso dei negoziati;

–          considerare il Trattato  nella sua integrità evitando un approccio parziale e selettivo;

–          introdurre correzioni  efficaci  nei punti di debolezza del Trattato  , come ad es. l’ inserimento  di precisi vincoli  per i Paesi militarmente nucleari o la salvaguardia  del diritto  di avvalersi  della tecnologia nucleare civile;

–          salvaguardare l’ indipendenza  e il prestigio dell’ Agenzia , adottando  meccanismi tali da impedire  ai paesi  nucleari o ad organismi politici  di  condizionarne le decisioni;

–          accettare la  comune responsabilità e concretizzarla in azioni pratiche

–          eliminare le armi nucleari  dalla dottrina di difesa  dei paesi militarmente nucleari  e rimuovere  questo tipo di armamenti  dai paesi non nucleari;

–          concedere garanzie  ai Paesi non nucleari fino al raggiungimento del completo disarmo, attraverso negoziati   che portino alla sigla  di un Accordo internazionale vincolante , dotato di un efficace meccanismo di verifica.

–          Perseguire gli accordi  siglati nella dichiarazione finale della Conferenza AIEA del 2000 sul Diritto irrinunciabile di tutti i Paesi per l’ utilizzo pacifico di questa energia;

–          Cambiare il  meccanismo del bilancio nelle collaborazioni tecniche dell’ Agenzia  per l’uso pacifico della tecnologia nucleare da un contributo volontario ad uno obbligatorio con la definizione del contributo dovuto per ciascun paese;

–          Impiegare ogni sforzo  al  fine di  estendere il TNP a tutti  paesi del mondo;

–          Imporre una sorveglianza costante e vincolante dell’ Agenzia  nei confronti dei siti  nucleari del regime sionista;

–          Apportare alcune modifiche strutturali  nell’ AIEA e nel suo Statuto ( cambiare il numero dei membri , il numero dei seggi del Consiglio dei Governatori o il meccanismo di elezione  del Direttore Generale ) per rendere accessibile un maggior numero di paesi nei meccanismi decisionali;

–          Abbandono  dell’ imposizione di doppi standard che in questo momento penalizzano un paese membro  come l’ Iran , che fatica  nel l’ ottenere il riconoscimento  dei diritti sanciti dal Trattato e premia paesi che non solo non sono membri del TNP, ma che si sono resi colpevoli di crimini gravissimi.

Conclusioni

I doppi standard  americani applicati anche da alcuni paesi dotati di armamenti nucleari nei confronti del programma nucleare iraniano sono stati intrapresi   in vari ambiti: temporale, geografico e concettuale, infatti sono stati adottati  approcci diversi verso il programma nucleare iraniano rispetto al periodo precedente e successivo alla Rivoluzione islamica, atteggiamenti discriminatori nei confronti  del programma nucleare di paesi  diversi della stessa regione geografica, laddove gli americani invece di facilitare l’ acquisizione di tecnologia civile da parte dell’ Iran, paese membro del Trattato, hanno fornito facilitazioni  a paesi non membri;  infine un doppio standard  è stato applicato anche nella applicazione   del Trattato di Non Proliferazione: alcuni aspetti sono stati evidenziati  e valorizzati mentre altri quasi del tutto ignorati, e questo in base alle convenienze del momento e ad interessi di parte.

La chiave fondamentale per la soluzione  della questione nucleare iraniana quindi  appare essere  l’ intraprendere nuove iniziative  all’ insegna della collaborazione e condivisione , che  si sostituiscano alle pressioni, minacce e doppi standard che finora hanno caratterizzato la storia di questa  vicenda. Sarebbe auspicabile infine e soprattutto che il disarmo nella regione medio orientale e totale  nel mondo,  venga considerato  tra le priorità assolute della comunità internazionale .

Iran. Crisi economica e regime sanzionatorio

Crisi economica in Iran

Articolo di Antonella Vicini per Reset.

È passato poco più di un mese dalle manifestazioni di piazza, gli scontri e gli arresti al Gran Bazar di Teheran, e le ragioni che hanno spinto il popolo dei mercanti iraniani a scendere in strada stanno ancora lavorando all’interno del Paese. Sono passate in secondo piano e surclassate dalle aspettative sulle elezioni negli Stati Uniti e dalle proteste per le detenzioni dei blogger nelle carceri iraniani. Ma sono sempre vive.

Non si tratta solo della svalutazione del Riyal e di una crisi economica galoppante che nel solo mese di ottobre ha fatto salire dello 0,9% il tasso di inflazione, ma di una serie movimenti interni che traghetteranno la Repubblica Islamica verso il cambio di guardia alla presidenza e che nel frattempo stanno offrendo l’immagine di un Paese meno coeso anche politicamente. Non è un caso, forse, che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha già chiesto chiaramente a funzionari e politici iraniani di lavare i panni sporchi in casa in vista delle prossime elezioni, se non si vuole essere considerati dei “traditori”.

Dietro il crollo della moneta iraniana due fattori: l’intensificarsi delle sanzioni da parte dell’Occidente e la politica economica del presidente iraniano. La prima è una situazione su cui sarebbe difficile agire dall’interno in breve tempo, a meno di un cambio di rotta improvviso a Teheran, la seconda invece una conseguenza di scelte sbagliate e poco vicine ai bisogni della nazione.

Almeno di questo sembravano convinti i manifestanti che sono partiti dal Bazar Bozorg per dirigersi verso il Majles, il parlamento iraniano, inneggiando slogan contro la politica economica di Ahmadinejad e contro il sostegno del governo alla causa siriana, chiedendo di concentrarsi invece sulle questioni interne: “Lascia perdere la Siria, pensa alla nostra situazione”. Messaggi diretti al presidente che lasciavano fuori il grande ayatollah. Anche se è difficile immaginare un sostegno alla Siria senza il placet di Ali Khamenei.

Continua a leggere su http://sguardipersiani.wordpress.com/ 

Atomo e pregiudizio

Atomo e pregiudizio. Cosa sanno gli italiani dell’Iran e della questione nucleare?  Un documentario di Antonello Sacchetti e Ilaria Vitali. 

In giro per le strade di Roma, abbiamo rivolto tre domande a passanti, negozianti e persone comuni: cosa ti fa venire in mente la parola Iran? Sei a conoscenza delle sanzioni varate dall’Unione europea contro la Repubblica islamica? Sai che Israele ha un arsenale di circa 300 testate nucleari?

Ecco cosa ne è venuto fuori.

[youtube]http://youtu.be/WOKnla9Vuuc[/youtube]

Allarme AIEA: l’Iran ha raddoppiato la capacità nucleare

Poche ore alla conclusione del vertice dei Paesi non allineati in corso a Teheran e l’Aiea, l’Agenzia Onu per l’energia atomica, lancia un nuovo allarme contro il programma nucleare dell’Iran che avrebbe addirittura raddoppiato la propria capacità di arricchimento dell’uranio nel sito di Fordow e fatto sparire 5 edifici da quello di Parchin, senza consentire l’ingresso degli osservatori. Dure le reazioni di Usa e Francia, che chiede nuove sanzioni. La Germania esorta Israele a stemperare gli animi. Da parte sua, il governo iraniano respinge tutte le accuse. Al microfono di Cecilia Seppia, il commento di Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

R. – Mi sembra che, di fatto, non vi siano grosse novità, rispetto al rapporto precedente, cioè quello di maggio. C’è la questione del sito di Parchin, che è controversa. In base allo stesso accordo di non proliferazione, non è detto che quel tipo di sito per forza debba essere aperto alle ispezioni. E’ uno dei punti che prevederebbe il famoso protocollo addizionale, che Teheran però non ha sottoscritto. Sul fatto che la capacità nucleare sia addirittura raddoppiata direi che sia anche normale che, se qualcuno sta producendo qualcosa e non smette di produrlo, non viene fermato, alla fine, di fatto, arrivi a una capacità di produzione migliore.

D. – Dopo questo rapporto, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di volere ancora scegliere la diplomazia per trattare con l’Iran, ma ribadiscono che la pazienza sta per finire. Molto dura anche la reazione di Parigi, che chiede nuove sanzioni. La fase interlocutoria del dialogo potrebbe subire uno stop?

R. – No, non credo possa finire adesso. Non può finire adesso, perché gli Stati Uniti tra pochi mesi votano. La vedo veramente difficile che Obama possa imbarcarsi ora in un’avventura come quella di dare luce verde a un’azione unilaterale da parte di Israele contro l’Iran.

D. – Eppure, ciclicamente, si palesa la paura che Teheran possa dotarsi di una bomba atomica…

R. – Parliamoci chiaro, l’Iran non ha la bomba e molto difficilmente potrebbe avercela. E’ assolutamente impossibile che possa avere una capacità nucleare, che possa competere con nazioni che hanno la bomba da decenni. Ora, perché questo problema? L’Iran sta sfruttando da qualche anno l’ambiguità sulla questione per ottenere qualcosa, cioè per ottenere ovviamente un riconoscimento internazionale e per tranquillizzarsi rispetto al suo futuro, anche economico.

D. – Quello che stupisce, però, sono anche le dichiarazioni di Teheran al vertice dei Paesi non allineati che, tra l’altro, si conclude oggi: la non ingerenza nelle questioni interne, il no alle sanzioni unilaterali, la richiesta di non proliferazione per Israele. Insomma, la posizione dell’Iran è piuttosto nitida, però è vero anche che sta portando avanti la teoria dei due pesi e delle due misure…

R. – Sì, d’altra parte Teheran dice: noi siamo accusati di avere un arsenale nucleare, da un Paese che ce l’ha – cioè Israele – e non aderisce al trattato di non proliferazione, con ciò affermando una cosa semplicemente vera. Il vertice dei non Allineati però ha avuto così conseguenze anche inaspettate. Un iraniano ha fatto una battuta e ha detto: “La Repubblica islamica ha speso 100 milioni di dollari per farsi un autogol”. E’ stato clamoroso, tra l’altro, negli interventi di ieri – cioè dopo quello della guida suprema e quello del presidente egiziano Mursi – che hanno effettivamente mandato gambe all’aria le carte che aveva predisposto Teheran, perché di fatto non ha avuto quell’impatto di propaganda che sperava, chiedendo ai Paesi non allineati solidarietà per le sanzioni unilaterali. Il fronte di quei Paesi, però, è talmente eterogeneo che è molto difficile, se non impossibile, che Teheran possa avere un ruolo di guida nei prossimi anni.

D. – Come leggere questo sodalizio tra l’Iran e l’Egitto? Perché è vero che Mursi è stato molto duro contro il regime siriano, ma potrebbe esserci qualche risvolto nella troika che dovrebbe arrivare in Siria, e che in realtà comprende Iran, Egitto e Venezuela?

R. – Il rapporto tra Egitto ed Iran è sicuramente un rapporto affascinante, nel senso che per 30 anni e oltre non si sono parlati. E’ anche vero, tuttavia, che è un riavvicinamento competitivo, nel senso che è chiaro che Il Cairo con Mursi tende a riacquistare quel prestigio, quella leadership all’interno dei Paesi musulmani, che non ha avuto più poi per tanto tempo. Riguardo alla Siria, io credo sia impossibile affrontare in modo serio la questione siriana, senza un coinvolgimento effettivo dell’Iran. Fu così anche ai tempi dell’Afghanistan.

Ascolta l’audio dell’intervista

 Scarica il Rapporto AIEA del 30 agosto 2012

Vertice dei non allineati

Tutto si può dire tranne che il summit dei Paesi non allineati (NAM) sia noioso. Se non si fosse tenuto a Teheran, probabilmente nessuno gli avrebbe dato peso. Per la Repubblica islamica è stata l’occasione per rilanciarsi in campo internazionale ergendosi a leader di un fronte quanto mai eterogeneo. L’organizzazione raccoglie 120 Paesi ma ormai da molti anni ha perso l’energia dei tempi in cui i vari  Tito, Nehru e Nasser cercavano uno spazio tra Usa e Urss. L’Egitto ha presieduto il NAM negli ultimi tre anni; per i prossimi due toccherà all’Iran. Ma è improbabile che Teheran riesca ad avere una leadership politica effettiva.

La Guida Khamenei, nel discorso di apertura, ha citato la Conferenza di Bandung del 1955 quasi a rievocare lo spirito originario dell’organizzazione.  Ha poi aggiunto: “Nel recente passato siamo stati testimoni del fallimento delle politiche dell’era della Guerra  Fredda e dell’unilateralismo che ne è seguito. Imparata la lezione da questa esperienza storica, il mondo è ora in una fase di transizione  verso un nuovo ordine internazionale e il movimento dei Non Allineati  può e deve giocare un ruolo”.

Khamenei ha poi definito il Consiglio di sicurezza Onu una “struttura illogica, ingiusta e non democratica”. Dopo le solite accuse a Israele e Stati Uniti, ha poi ribadito che l’Iran non rinuncerà al nucleare civile.

 

Effetto Morsi

La presenza del neo presidente egiziano Mohamed Morsi è un evento storico. Egitto e Iran non hanno relazioni diplomatiche dal 1979 e in passato tra i due Paesi ci sono stati momenti di forte attrito. A Teheran ancora oggi una piazza è intitolata a Khalid al-Islambuli, l’uomo che nel 1981 uccise il presidente egiziano Sadat, reo di aver firmato la pace con Israele.

Morsi ha definito l’Iran un “Paese fratello”, ma ha poi suscitato notevole imbarazzo invocando il sostegno del NAM alla lotta del popolo siriano contro il regime di Assad. La delegazione di Damasco ha abbandonato la sala, mentre i media iraniani hanno censurato l’intervento.

Ban Ki Moon critica Tehran

Non meno importante l’intervento del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Usa e Israele avevano fortemente criticato la sua scelta di partecipare alla conferenza (il premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva addirittura definito il summit “una macchia per l’umanità”), ma la sua presenza è stata tutt’altro che decorativa. L’opposizione iraniana all’estero gli chiedeva di  fare pressione per la liberazione di Mousavi, ancora agli arresti domiciliari (e reduce da un intervento cardiochirurgico nei giorni scorsi). Moon ha criticato la Repubblica islamica per la sua intransigenza nella querelle nucleare. “L’Iran adempia alle risoluzioni Onu, Israele smetta di minacciare la guerra”, questo, in sostanza, il messaggio.

Iran: terremoto fisico e politico

Anna Vanzan ha pubblicato sul Giornale di Brescia di oggi un’interessante analisi della situazione politica iraniana. Ecco come il terremoto che ha colpito la regione nord occidentale del Paese sta influendo sui destini della Repubblica Islamica.

Scrive Vanzan:

Le catastrofi naturali sono banchi di prova per i governi dei paesi, così il terremoto che ha duramente colpito l’Iran occidentale lo scorso 11 agosto sta mettendo a nudo una serie di defaillance nella direzione della Repubblica Islamica, accusata sia di essere intervenuta con mezzi esigui a soccorso delle popolazioni colpite, sia di non aver dato tempestivi e ampi resoconti della disgrazia.

Il terremoto giunge ad acuire le sofferenze di una popolazione sempre più stremata da quella che è la peggior crisi economica da quando è stata varata la Repubblica Islamica, perfino peggiore di quella causata dalla lunga guerra contro l’Iraq negli anni ’80. La valuta nazionale (rial) è al minimo storico, e chi può investe il proprio denaro in valuta straniera, oro e proprietà immobiliari, svuotando le banche, dove i conti correnti valgono metà rispetto allo scorso anno. D’altro canto, il prezzo della vita è aumentato in modo esorbitante, e l’Iran sta soffrendo quella che viene chiamata “la crisi del pollo”: il volatile, che costituisce l’alimento base della dieta iraniana, ha visto il proprio prezzo triplicare in meno di un anno, e molti iraniani ormai non se lo possono più permettere. Tiene ancora bene il prezzo dell’altro cibo immancabile sulle tavole iraniane, il riso, che l’Iran compra dall’India in cambio di petrolio.

Continua a leggere sul blog  di Anna Vanzan:  Iran: terremoto fisico e politico | Anna Vanzan.

L’Iran e la crisi in Siria

Iran

L’Iran e la crisi in Siria. Giovedì 9 agosto Teheran ha ospitato un vertice con 29 Paesi sulla crisi siriana. Radio Vaticana mi ha intervistato su questo summit e sul ruolo dell’Iran nella crisi siriana.

Ecco il testo dell’intervista. Per ascoltare l’audio clicca qui.

R. – E’ sicuramente un tentativo di uscire da un isolamento, per l’Iran, un isolamento diplomatico, internazionale e di geopolitica. Per molti mesi Teheran ha continuato a dire che mentre altre “primavere arabe” – come quella egiziana – avevano un movimento popolare alla base, in Siria si trattava, invece, di un complotto. Adesso ha cambiato prospettiva, ha cambiato atteggiamento. Si tratta, insomma, di un tentativo di porre fine o di porre comunque rimedio a una situazione che è molto preoccupante per la stessa Teheran.

D. – Bisogna sottolineare che ci sono grossi interessi in campo per quanto riguarda l’Iran in Siria…

R. – Sicuramente. La Siria è l’unico Paese con cui l’Iran ha un’alleanza militare, un alleanza strategica. Ma credo che non ci sia soltanto questo: credo che siano in atto delle dinamiche sotterranee molto importanti. L’appello di Salehi, il ministro degli Esteri – e secondo alcuni il possibile vincitore delle prossime elezioni presidenziali del 2013 – è un appello che per certi versi è anche molto sorprendente per le parole che ha usato: ha parlato di diritti, del diritto del popolo siriano alla democrazia, alla libertà e a libere elezioni. Il che fa molto pensare….

D. – Certamente non mancano delle frizioni tra l’Iran e la Comunità internazionale e questo soprattutto a causa del suo programma nucleare. Ma questa iniziativa può aiutare Teheran a far scendere la tensione o può addirittura peggiorare la situazione?

R. – Io credo che possa servire. Vorrei anche ricordare che in passato l’Iran ha giocato ruoli importanti in altre crisi internazionali: in Afghanistan fu uno dei Paesi più attivi e non solo nel momento della guerra ai talebani, ma anche poi nella successiva Conferenza di Bonn per gli aiuti. L’Iran, quando vuole e quando è messo in condizione di farlo, può giocare un ruolo diplomatico anche molto importante. Va anche detto che, secondo me, l’errore è stato fatto dall’Occidente quando due mesi fa è stato chiesto che l’Iran non partecipasse ai primi incontri. Qui è chiaro che si tratta di una partita molto, molto aperta. Bisogna vedere ora quali saranno le prossime mosse.

D. – L’Iran sciita appoggia il presidente siriano e si propone come mediatore di pace; la Turchia sunnita, invece, sostiene i ribelli. E proprio qui è in arrivo Hillary Clinton: insomma Teheran ed Ankara si confermano attori non solo della crisi siriana, ma – possiamo dire – dell’intera regione…

R. – Sì, volendo andare indietro nella storia, potremmo risalire a rivalità secolari tra Ottomani e Persiani. In realtà è interessante notare come oramai da qualche anno gli attori più attivi e più dinamici dello scenario mediorientale siano Paesi non arabi: siano la Turchia, la Persia e Israele ovviamente. Se noi pensiamo allo scenario mediorientale di 30 anni fa, vediamo come altri Paesi in questo momento siano fuori gioco o comunque in un piano secondario. Sicuramente si scontrano interessi diversi. Io sono sempre abbastanza restio a credere che si tratti di interessi legati alla religione, anche perché l’Iran, nel corso della sua storia e parlo della Repubblica Islamica, ha sempre dimostrato di avere una politica estera molto pragmatica e a tratti anche molto cinica, ma non ideologica.

 

 

Nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato quasi all’unanimità nuove sanzioni contro chi permette all’Iran di vendere o trasportare petrolio allo scopo di contrastare il programma nucleare della Repubblica islamica. E se Teheran costruirà armi atomiche, ha detto ieri in Israele il segretario statunitense alla Difesa Leon Panetta, gli Stati Uniti hanno “opzioni da portare avanti”. Ma il premier israeliano Netanyahu ha considerato queste dichiarazioni insufficienti perché – ha affermato – l’Iran vuole costruire bombe per annientare lo Stato ebraico. Ci sono dunque venti di guerra tra Israele e Iran? Davide Maggiore lo ha chiesto ad Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

 

R. – Io direi che in realtà questi venti di guerra non sono mai cessati. E’ un clima che continua ormai da anni e probabilmente negli ultimi 8-10 mesi si è fatto più pesante. Oltre a questo viaggio di Panetta, io ci metterei anche l’ultimo turno di sanzioni che sono state approvate dagli Stati Uniti, perché impone una serie di limitazioni e di penalizzazioni nei confronti dell’Iran veramente pesantissime: quando si colpisce il settore petrolifero iraniano, si colpisce il cuore dell’economia iraniana. Quindi non è soltanto un aspetto dell’economia del Paese! Direi che la situazione, sì, è più tesa rispetto a qualche settimana fa.

 

D. – Un’esplicita opzione militare può essere esclusa?

 

R. – Qui l’aspetto della questione è un pochino più complicato: c’era una battuta riportata dai quotidiani israeliani in cui si parlava di un eventuale aumento dell’Iva in Israele e un commentatore abbastanza noto diceva “questa è la prova che la guerra all’Iran non si farà!”. E questo perché Netanyahu non potrebbe sostenere due crisi in contemporanea: da una parte aumentare l’Iva e dall’altra fare anche una guerra. E’ forse poco più di una battuta, ma qualcosa di vero probabilmente c’è. Probabilmente anche questa ipotesi lasciata sempre lì sul tavolo dell’attacco, del raid sull’Iran è una minaccia che viene ogni tanto fatta per tenere calda una opzione, ma che in realtà consente poi di scegliere. Come opzione – in teoria – più leggera ci sono le sanzioni e altri tipi di intervento. Sinceramente non sono molto convinto che da qui alle elezioni statunitensi – e quindi novembre – ci sarà qualche novità in questo senso.

 

D. – Questa insistenza di Netanyahu che dice – ad esempio – “non consentirò agli ayatollah di distruggerci” può essere quindi vista come una mossa più che altro a fini di politica interna?

 

R. – Sì e non solo di politica interna, anche di politica internazionale. Continuare ad insistere sicuramente è un sistema che nell’equilibrio dei rapporti internazionali – parliamo di quelli con gli Stati Uniti – serve a mantenere alta l’attenzione e anche a mantenere alte le richieste per quanto riguarda sia i rapporti nello scacchiere mediorientale, sia poi in termini anche di politiche militari, di finanziamenti. Io non sono, però, così convinto che in realtà non ci possa essere un attacco: sono convinto che non ci possa essere ora! A meno di sei mesi dalle elezioni presidenziali americane e con l’attuale situazione internazionale, non credo che sarebbe una cosa che gli Stati Uniti possano tollerare.

 

D. – Su questo come influisce la situazione siriana?

 

R. – Io credo che quello sia un problema legato sia ad una questione interna di Israele e riguarda in un certo senso anche l’Iran. La Siria è l’unico Paese che abbia un rapporto – come dire – di alleanza vera e propria con l’Iran. Quindi sicuramente il perdurare di quella crisi è un qualcosa che sta condizionando un po’ tutta la situazione.

 

D. – Come reagisce a queste voci e a questa situazione l’Iran?

 

R. – La politica iraniana è in un momento difficile: intanto siamo entrati negli ultimi mesi del governo di Ahmadinejad, che non potrà ricandidarsi. In questo momento è in atto una crisi gravissima, finanziaria, con uno scandalo che è scoppiato circa un anno e mezzo fa e che ha coinvolto personaggi vicinissimi al presidente. Da un punto di vista politico, quindi, si è in una fase di stallo: in questa fase è prevalsa, come poi d’altra parte prevede la stessa Costituzione dell’Iran, la linea della Guida suprema, che è l’ultima voce sulla politica estera. La posizione di Khamenei è più dura di quella di Ahmadinejad. Cosa accadrà da qui a qualche mese è complicatissimo prevederlo, perché l’Iran ha dei tempi di reazioni e di elaborazione delle strategie politiche che spesso ci sfuggono.

Ascolta l’audio.

 

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Cicuta iraniana

Nucleare Iran. I dubbi di Teheran

“La cicuta salvò il Paese”.  Hassan Mamdouhi , ayatollah membro dell’Assemblea degli Esperti, non si riferiva certo a Socrate, nella dichiarazione riportata pochi giorni fa dall’agenzia Mehr. Il richiamo era “all’amaro calice” che Khomeini dichiarò di bere a malincuore quando nel 1988 accettò il cessate il fuoco con l’Iraq. Mamdouhi cita la fine della “guerra imposta” per indicare una soluzione alla crisi attuale. L’Iran è accerchiato, militarmente ed economicamente. Il perdurare della querelle nucleare comincia ad aprire delle crepe anche nel sistema politico. O almeno così sembrerebbe, a giudicare da alcune recenti prese di posizione.

Il capo dell’intelligence dei Pasdaran Yadollah Javani in un discorso a Yazd ha messo in guardia contro quelli “che vogliono arrendersi all’Occidente”. Sotto accusa l’attuale presidente Ahmadinejad e l’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

Retorica a parte, la situazione è grave. Il presidente del parlamento Ali Larijani ha detto che “il 20% dei problemi economici del Paese è dovuto alle sanzioni”. Il rimanente 80% è dovuto al taglio dei sussidi da parte del governo e dal fallimento di altre misure. Come dire, tutta colpa di Ahmadinejad. Ma la crisi non può essere scaricata solo sulla fazione del presidente: l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità rappresenta uno spettro per tutto il sistema. Se nel Paese si arrivasse a manifestazioni per il pane e il riso, gli stessi Guardiani della rivoluzione dovrebbero affrontare contestazioni ben diverse da quelle dell’Onda Verde di tre anni fa.

Secondo un sondaggio pubblicato da un sito web controllato dallo Stato (www.irinn.ir) il 60% degli iraniani sarebbe favorevole a sospendere l’arricchimento dell’uranio per risolvere la controversia nucleare con l’Occidente. Successivamente, il sondaggio è stato rimosso dal sito. Ma questi espedienti contano poco: la crisi è pesante, gli iraniani sono stanchi e sfiduciati.

Il 10 luglio il politico riformista Abdollah Nouri, ministro dell’Interno dal 1989 al 1993 con Rafsanjani e dal 1997 al 1998 con Khatami, ha lanciato pubblicamente l’idea di un referendum nazionale sul programma nucleare.

“È ovvio – ha detto – che dovrebbe essere nostro diritto avere un programma nucleare a scopi pacifici. Il punto  è se vale la pena sacrificare gli interessi nazionali per una sola questione”.

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran. Dal Sole 24 ore dell’11 luglio 2012.

Le esportazioni di greggio dall’Iran stanno crollando a ritmi superiori alle attese, tanto da costringere Teheran a pesanti tagli di produzione.
L’Energy Information Administration (Eia), che fa capo al dipartimento Usa dell’Energia, stima che la Repubblica iraniana in giugno – un mese prima dell’entrata in vigore dell’embargo Ue – abbia estratto appena 2,9 milioni di barili al giorno: un livello al quale non scendeva dalla fine degli anni ’80, quando la sua industria petrolifera faticava a risollevarsi dopo anni di guerra con l’Iraq. In maggio l’Iran produceva 3,13 mbg, alla fine del 2012 3,6 mbg: quantità già modeste rispetto ai 4,2 mbg di cinque anni fa e ai 6 mbg cui si era spinta negli anni ’70. Ma le difficoltà di Teheran, a quanto pare, sono appena cominciate: l’Eia prevede che entro fine anno la sua produzione di greggio si ridurrà a 2,6 mbg, per poi scendere a 2,4 mbg nel 2013.
I tecnici del Governo Usa non fanno ipotesi sui volumi di esportazione. «Gli effetti complessivi di queste sanzioni – spiega il rapporto – non si conoscono e sono difficili da districare da quelli derivanti dai precedenti round di sanzioni». Teheran negli ultimi tempi ha regito al calo dell’export mettendo da parte il greggio invenduto e si è spinta così a «testare i limiti della capacità di stoccaggio disponibile». Ma il declino della produzione è anche il risultato di oltre 15 anni di boicottaggio da parte degli Usa, che hanno precluso all’Iran l’accesso a tecnologie e capitali utili a sfruttare al meglio le sue risorse di idrocarburi.
L’Eia in ogni caso non appare troppo preoccupata dalle ripercussioni che un tale disastro produttivo potrebbe avere sul mercato petrolifero: «Ci aspettiamo che il declino dell’output iraniano venga compensato dal l’accresciuta produzione degli altri Paesi Opec». Nello stesso rapporto di breve termine, tuttavia, si stima che in giugno anche l’Arabia Saudita abbia ridotto la produzione, sia pure di poco (da 9,8 a 9,7 mbg).

Petrolio persiano

Se c’è un elemento di continuità nella storia recente dell’Iran, è proprio il petrolio. O, meglio, la gestione del petrolio da parte dei governanti e le conseguenze di questa gestione nella vita politica. Se le parole sono importanti, quando parliamo di Iran dobbiamo sempre ricordare che il concetto stesso di cittadinanza (shahrvandi) è un’innovazione piuttosto recente, entrata nel linguaggio della Repubblica islamica soltanto con le due presidenze Khatami (1997 – 2005).

In Iran, infatti, il bilancio statale si basa sull’export del petrolio, non sulle tasse. La vendita di petrolio all’estero rappresenta l’80 per cento dell’export iraniano e il 60 per cento del bilancio totale del paese. È questa la grande linea di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario: lo Stato chiede poco in termini di contributi e dà pochissimo in termini di diritti e potere decisionale. È una condizione di sudditanza, non ancora di cittadinanza. Era così con lo scià, è sostanzialmente così nella Repubblica islamica.

Secondo l’Oil and Gas Journal, le riserve petrolifere iraniane ammontano a 137,6 miliardi di barili di petrolio, pari al 10 per cento delle risorse mondiali totali. L’Iran è inoltre il secondo Paese al mondo per riserve di gas naturale. Tra il marzo 2009 e il marzo 2010 (in Iran il capodanno coincide con l’equinozio di primavera) l’Iran ha esportato più di 844 milioni di barili di greggio, approssimativamente 2,3 milioni di barili al giorno, piazzandosi al secondo posto dietro l’Arabia Saudita nella classifica dei paesi esportatori aderenti all’OPEC. Dove va tutto questo greggio? Principalmente in Giappone, Cina, Sud africa, Brasile, Pakistan, Sri Lanka, Spagna, India e Paesi Bassi. I centri produttivi sono 40 (27 on shore e 13 offshore), concentrati perlopiù nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, la cui invasione da parte di Saddam Hussein nel 1980 fu all’origine della lunga e sanguinosissima guerra tra Iran e Iraq.

La gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La Costituzione iraniana proibisce la proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto.

Le partnership con le imprese straniere sono fondamentali per l’industria petrolifera iraniana, assai limitata dall’arretratezza dei propri mezzi tecnici. Basti pensare che oggi l’Iran produce meno della metà dei 5 milioni di barili di greggio al giorno che venivano prodotti nel 1978. La rivoluzione, 8 anni di guerra con l’Iraq, le sanzioni, i tagli agli investimenti e un naturale declino dei giacimenti di greggio, impediscono di tornare a quei livelli. Per arrestare il declino, i giacimenti iraniani avrebbero bisogno di interventi strutturali, come iniezioni di gas naturale.

Il piano di sviluppo quinquennale approvato dal parlamento iraniano nel gennaio 2010 prevede di arrivare a 5,1 milioni di barili al giorno dal 2015, ma per raggiungere questo obiettivo, la collaborazione con imprese straniere è indispensabile. Un esempio: nel 1999 è stato scoperto il giacimento di Azadegan, vicino ad Ahvaz, le cui riserve sono stimate in 26 miliardi di barili. Nulla di eccezionale, ma è comunque la scoperta più importante – in Iran – degli ultimi 30 anni. Si tratta però di un sito geologicamente complesso, in cui l’estrazione è molto difficile. Nel gennaio 2009 la NIOC ha perciò siglato un contratto buyback con la China National Petroleum Corporation, che prevede un piano di sviluppo in due fasi.

La ricchezza di petrolio è però un’arma a doppio taglio. Proprio perché dispone di tanto petrolio, l’Iran è un Paese abituato a consumarne moltissimo. Il visitatore occidentale rimane in genere sorpreso dall’abituale spreco di energia nelle case e negli uffici iraniani. In inverno i riscaldamenti rimangono accesi giorno e notte e nessuno si preoccupa di spegnere le luci nelle stanze vuote. Fino a poco tempo fa, la benzina aveva un prezzo politico irrisorio (equivalente a meno di 10 centesimi di euro al litro), insufficiente a coprire persino le spese di raffinazione. Questo incoraggiava un uso dissennato delle auto, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente e per il traffico, soprattutto a Teheran. L’Iran consuma approssimativamente 400.000 barili di benzina al giorno e l’insufficienza delle proprie raffinerie ha creato il paradosso: il secondo esportatore di greggio è costretto a importare benzina per soddisfare la domanda interna.

Per risolvere questo problema, il governo ha messo a punto un piano di sviluppo delle raffinerie locali attraverso una serie di joint venture con Cina, Malesia, Indonesia e Singapore. L’obiettivo, per la verità molto ambizioso, è di arrivare a esportare benzina nel 2013. La cura elaborata dal governo Ahmadinejad è drastica: il taglio dei sussidi agli idrocarburi lanciato nel dicembre 2010 ha quadruplicato il prezzo della benzina. È solo il primo passo di una grande riforma che deve porre fine a un sistema che costa 100 miliardi di dollari l’anno. Sistema che lo stesso Ahmadinejad ha però finora incoraggiato. Sostenendo di voler portare i proventi sul sofreh (la tavola) dei poveri, ha approfittato del prezzo del greggio che nella prima fase del suo mandato si è mantenuto alto, tra i 50 e 100 dollari.

Ahmadinejad ha così potuto elargire sussidi a pioggia, soprattutto per gli agricoltori, e favorire gli uomini d’affari a lui vicini e rafforzare i pasdaran. Questa congiuntura favorevole ha consentito il rinvio di decisioni strutturali e ha contenuto il malessere sociale. Non aveva avuto la stessa fortuna il predecessore di Ahmadinejad, il riformista Khatami. Sotto i suoi due mandati il prezzo del greggio era arrivato a costare appena 9 dollari al barile. Col picco del prezzo del greggio nel 2007-08 l’Iran portò a casa 250 miliardi di dollari di proventi dal petrolio. Quando nella seconda metà del 2008 è arrivata la crisi mondiale, nelle casse dello Stato iraniano non c’erano più di 25 miliardi di dollari. Dove erano finiti tutti i soldi? Di certo, non in investimenti strutturali, dato che l’inflazione è volata al 27 per cento e la disoccupazione al 35 per cento.

La spesa crescente del governo Ahmadinejad ha fatto sì che il Paese abbia bisogno del petrolio a 90 dollari al barile per andare avanti, anche se il governo ha fissato il suo budget a quota 37 dollari. Anche lo scià si ritrovò in una situazione simile. Tra il 1973 e il 1977 l’Iran fu inondato di petrodollari. Quando nel 1977 il prezzo del greggio calò, l’economia nazionale visse una crisi inattesa e durissima. Cominciò così il biennio che avrebbe portato alla rivoluzione. Molto improbabile che la storia si ripeta, ma di sicuro il petrolio è ancora una volta decisivo negli equilibri della politica iraniana.

Nucleare, tanto rumore per poco

Si rivedranno il 18 e 19 giugno a Mosca. E per come si erano messe le cose, è già qualcosa. Che le cose non sarebbero andate benissimo lo si era capito subito. A dispetto delle previsioni di qualche politico italiano, 5+1  (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Usa più Germania) e Iran non avevano già trovato un accordo sul nucleare. Nulla di fatto, in pratica. Ma non è tutto da rifare.

Gli iraniani si dicono delusi dal vertice, ma sembrerebbero intenzionati a proseguire nel dialogo.

Quello che sembra ancora mancare è una reale “reciprocità”: il gruppo 5+1 chiede  all’Iran di fermare l’arricchimento dell’uranio al 19,75% e di portare l’uranio già arricchito al di fuori del Paese. L’arricchimento potrebbe proseguire soltanto per arrivare a un livello del 3,5% o del 5%. E in cambio?

Praticamente nulla. Le sanzioni non sarebbero alleggerite subito.

Dal canto suo, Teheran si era presentata a Baghdad con un pacchetto di proposte con 5 punti chiave, uno dei quali riguarderebbe la crisi siriana.

Sta anche qui la vera distanza tra le parti: il nucleare è usato strumentalmente un po’ da tutti. L’Iran vuole arrivare a un accordo che non riguardi solo il nucleare ma che fornisca garanzie sulla propria sicurezza, come Repubblica islamica e come Paese detentore di interessi economici e politici nella regione.

Gli Usa vorrebbero forse un accordo di minima, solo sul nucleare, lasciando stare – al momento – grandi accordi e regolarizzazione dei rapporti con Teheran. All’inizio Obama ci aveva pensato, ma la cosa si è rivelata difficile e poi ora siamo in campagna elettorale.

Gli europei vorrebbero tranquillizzarsi e tranquillizzare tutti: hanno troppi interessi con l’Iran per permettersi di giocare duro, al di là delle frasi del nostro ministro Terzi.

Cina e Russia hanno una posizione più ambigua. Da una parte contrastano gli Usa in Medio Oriente, dall’altra le sanzioni e l’embargo petrolifero giocano a loro favore. Mosca è avvantaggiata come paese esportatore di greggio, Pechino lo è come importatore. Se il petrolio iraniano non arriva in Europa, Teheran lo vende (a prezzo ribassato) alla Cina.

Israele – convitato di pietra a tutti i summit – vuole che non accada nulla, che rimanga questo clima di minacce, paura e tensione. Finché può agitare lo spauracchio assolutamente irrealistico di un’aggressione da parte iraniana, può continuare a ignorare il dramma del popolo palestinese ed ergersi a baluardo della democrazia e della civiltà occidentale in Medio Oriente.

Sullo sfondo, il fattore tempo. I 5+1 vorrebbero coinvolgere Teheran in un calendario prestabilito di incontri. Teheran nicchia, non fidandosi delle reali intenzioni della controparte. Di sicuro, dopo i convenevoli di Istanbul, si è entrati nella fase più delicata.