Come uno straniero può aprire un’impresa in Iran

Eravate a conoscenza del fatto che uno straniero può essere proprietario al 100% di una società iraniana? L’Iran offre alle imprese e alle società estere, specialmente quelle italiane, la possibilità di registrare una società indipendente in Iran invece di avere qui la sede delle loro imprese.

In che modo ? Perché?

Perché le imprese estere devono sottoscrivere un impegno giudiziario con il governo della Repubblica Islamica dell’Iran in cui devono dare il permesso di dissoluzione unilaterale della loro sede in Iran.

Allora perché tanti problemi quando è possibile registrare una società joint venture con la proprietà completa (al 100%) di uno straniero?

Eravate al corrente, inoltre, che potete usare il nome della vostra società qui in Iran?

È bene sapere che è possibile stabilire la sede (o anche più sedi ) legale della vostra società in Iran in tempi molto brevi.

La procedura può essere svolta in due modi:
1. In esclusiva
2. in convenzione.

Secondo la legge n.3 del registro delle imprese, l’attività delle società estere dipende dal suo stato legale nel paese d’origine e dalla registrazione nell’ufficio del registro in Iran. Quindi la legalità della società deve essere verificata (confermata) nel paese d’origine. Se qualcuno vuole registrarsi in Iran, deve attenersi alle regole sottoscritte; da notare che, in base alla legge n.4, articolo B, non c’è nessuna restrizione nella percentuale di contributo dell’investitore straniero.
Gli investitori stranieri possono registrare una società iraniana e le quote appartengono al 100% agli azionisti stranieri.

PS.

L’investitore straniero è quella persona giuridica, non iraniana, e/o che utilizza capitale di provenienza estera, a cui è stato concesso il permesso di investimento secondo la clausola numero 6

Per informazioni contattare “Studio legale Armani” M.perperook@yahoo.com

La coda del leone persiano

La coda del leone persiano

Siamo alle solite. O, meglio, siamo tornati al solito vecchio schema che dal 1979 vede Iran e Stati Uniti uno di fronte all’altro contrapposti e minacciosi. Il 6 agosto scatteranno le nuove sanzioni Usa, conseguenza del ritiro da parte di Washingotn dall’accordo sul nucleare del 2015. Sarà un passaggio molto pesante, perché si tratta di provvedimenti che colpiranno il settore dell’automotive e dell’aviazione civile iraniana e che complicheranno non poco le transazioni finanziari da a per l’Iran (per un quadro più dettagliato invitiamo a leggere l’analisi dell’ISPI).

L’azione di Washington – che all’Italia costerà 27 miliardi di dollari di commesse e 1,7 di export l’anno – rientra in una strategia più ampia di pressione economica e politica che mira dichiaratamente al cambio di regime a Teheran. Un obiettivo dichiarato da Donald Trump, che conta sul pieno sostegno di Israele e Arabia Saudita e che rischia di aggravare la già precaria situazione politica del Medio Oriente.

In questo contesto, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha assunto da mesi un atteggiamento decisamente più combattivo nei confronti degli Stati Uniti rispetto al suo primo mandato, quando aveva come interlocutore Barack Obama. D’altro canto, questo suo cambiamento di stile, gli è valso il sostegno da parte di diversi conservatori, tra cui il generale Qasem Soleimani,che in una lettera pubblica lo ha ringraziato per aver reagito con “coraggio e orgoglio” alla minaccia statunitense di bloccare l’export iraniano di petrolio.

La coda del leone persiano

Il 22 luglio, un un incontro con gli ambasciatori iraniani, Rouhani ha dichiarato:

L’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre. Signor Trump, non giochi con la coda del leone, altrimenti se ne pentirà. Noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia. Tenga presente che lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è un padrone e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno. Rohani ha ricordato che l’Iran ha “molti stretti, quello di Hormuz è  solo uno di questi”, sottolineando: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo”.

In un tweet, qualche ora dopo, Trump ha replicato (mettendo il testo tutto in maiuscolo):

“Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

La sera del 22 luglio il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, intervenendo a un incontro in California con rappresentanti della diaspora iraniana, ha accusato: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è guidato da qualcosa che assomiglia alla mafia più che a un governo. Qualche volta sembra che il mondo sia diventato insensibile davanti all’autoritarismo del regime in casa ed alle sue campagne di violenza all’estero, ma l’orgoglioso popolo iraniano non resta in silenzio sui molti abusi del suo governo”.

Perché Rouhani attacca (e si rafforza internamente)

Questo cambio di prospettiva, se da un lato mette a repentaglio la già provata economia iraniana, dall’altro rafforza paradossalmente Rouhani. Il presidente iraniano negli ultimi mesi ha infatti subito numerosi attacchi da diversi fronti: i conservatori lo criticano per la crisi economica e per aver ceduto al compromesso con l’occidente sul nucleare; i riformisti sono invece delusi dalle mancate aperture sui diritti civili. La serrata del bazar di Teheran – strumentale o spontanea che fosse – era soltanto una delle manifestazioni più eclatanti di un malessere diffuso. Tanto che qualche osservatore prospettava un impeachment entro l’autunno.

Ma lo scontro – per ora solo verbale – con gli Usa, ricompatta il fronte interno. Anche perché la Guida Khamenei non accetterebbe mai una crisi istituzionale in una fase delicata come questa.

 

Intervista di Antonello Sacchetti a Radio Onda d’Urto (24 luglio 2018)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif replica a Trump. “Esistiamo da millenni e abbiamo assistito alla caduta di imperi – incluso il nostro – che sono durati più di alcuni Paesi. Sii cauto!”.

 

Mohsen Rezai, capo del Consiglio per il discernimento della Repubblica islamica twitta: “Il signor Trump ha detto al signor Rouhani di stare attento. Ma dovresti stare attento tu che hai 50.000 soldati sotto il tiro

Come le sanzioni contro l’Iran colpiscono anche l’Italia

Intervista di Sputnik ad Antonello Sacchetti sulle conseguenze economiche del ritiro degli Usa dal JCPOA.

Le nuove sanzioni contro l’Iran rappresentano un’azione unilaterale di per sé molto pesante e molto grave. Ricordiamo che il famoso accordo del 14 luglio 2015 non è un accordo bilaterale fra Stati Uniti e Iran, ma ovviamente un accordo di un gruppo, 5 più 1, cioè i membri di sicurezza dell’ONU con la Germania e l’Iran. Il programma sul nucleare iraniano è stato uno dei casi diplomatici internazionali più scottanti degli ultimi 20 anni. Quando si ritira in modo totalmente autonomo la controparte più rilevante da un accordo come questo l’accaduto non può non avere un peso politico pesantissimo. L’agenzia internazionale per l’energia atomica ha smentito i sospetti degli Stati Uniti, sostenuti anche da Israele. Dall’entrata in vigore dell’accordo le ispezioni dell’AIEA si sono svolte regolarmente e non hanno mai rilevato violazioni. Nelle indicazioni di Trump inoltre non vi sono dati precisi, si tratta più di un umore.

Leggi l’intervista completa su Sputnik 

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Trump, Iran. Nostalgia canaglia

Alla faccia di chi diceva che con Trump alla Casa Bianca non sarebbe cambiato niente nella politica internazionale. Dopo nemmeno un anno dal suo insediamento, il presidente più imprevisto e più imprevedibile della storia recente degli States, sembra intenzionato a scassare uno dei traguardi più importanti raggiunti da Obama, cioè l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 14 luglio 2015.

Con un discorso destinato a essere ricordato a lungo, venerdì 13 ottobre 2017 Trump ha infatti annunciato che non avrebbe certificato l’intesa sul nucleare.  Ogni 90 giorni la Casa Bianca deve infatti notificare al Congresso l’adesione dell’Iran ai termini dell’accordo. Questa adesione viene verificata non dalla Casa Bianca, ma dall’AIEA, l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare. E l’AIEA – va ricordato – dal luglio 2015 ha per otto volte certificato che l’Iran sta pienamente adempiendo agli obblighi stabiliti dall’accordo.

Ma per Trump, Teheran non starebbe rispettando “lo spirito” dell’intesa. Da lì, una requisitoria piuttosto vaga contro il regime iraniano, accusato di sostenere il terrorismo. Un mix di vaghezza e imprecisioni (fino all’uso volutamente scorretto del termine “Golfo arabico” anziché “Persico”) per servire sul piatto una decisione tutta politica, che era nell’aria da mesi. Dal suo insediamento, Trump aveva per due volte certificato il JCPOA, ma aveva definito l’accordo il “peggiore della storia degli Usa”.

Sembra la classica “operazione nostalgia”: il presidente americano ha infatti rispolverato un vecchio classico, quello dell’Iran “Stato canaglia”, con cui non si può e anzi non si deve dialogare.

Cosa succede adesso

Adesso il Congresso  ha 60 giorni per imporre nuovamente le sanzioni contro l’Iran che erano state sospese dopo l’intesa firmata a Vienna nel 2015.

Non è affatto detto che il Congresso segua la linea del presidente. Persino il segretario di Stato Rex Tillerson ha ammesso che i numeri potrebbero non esserci. In ogni caso, gli Usa ne escono male come leadership e come immagine di partner credibile. Anche perché gli altri Paesi firmatari dell’accordo 5+1 si sono subito espressi in dissenso con Trump.

Le reazioni internazionali

Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha dichiarato:

“Non possiamo permetterci di mettere fine a un accordo che sta dando risultati” e di cui l’Aiea “ha verificato per otto volte il rispetto”. Inoltre, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 “non può essere rotto da un solo Paese, perché non è un’intesa bilaterale ma internazionale, avallata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha il diritto di rescinderlo”.

D’accordo con Trump il solo premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per il resto, tutti, dalla Gran Bretagna alla Russia, si sono detti intenzionati a proseguire lungo la linea intrapresa nel luglio 2015. A conferma di questa linea, il presidente francese Macron avrebbe addirittura in programma una visita ufficiale a Teheran nel 2018. In ballo ci sono gli equilibri già precari del Medio Oriente e affari di miliardi di euro. Ora che l’Iran si sta faticosamente aprendo agli investitori internazionali, le parole di Trump rischiano di gettare nel panico colossi come Total e Boeing, senza dimenticare la nostra Eni.

Le reazioni in Iran

Il presidente Rouhani è intervenuto con un discorso televisivo insolitamente duro e concitato.

Consideriamo” l’intesa del 2015 “un accordo multilaterale e internazionale e lo rispettiamo nella cornice del nostro interesse nazionale. Abbiamo cooperato con l’Aiea e continueremo a farlo” ma se “l’altra parte non rispettasse i propri impegni si sappia che l’Iran non esiterà a rispondere”, ha detto in tv. E ancora: “Continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa. Le nostre armi e i nostri missili sono per la nostra difesa. Siamo sempre stati determinati nella nostra difesa e lo saremo ancora di più da ora in poi. Abbiamo provato a costruire le armi che ci servivano e da ora in poi faremo più sforzi per continuare a farlo.

Chiaro il riferimento al programma di missili balistici citato da Trump. Programma che – va ricordato – non rientra affatto negli accordi sul nucleare.

Esultano i conservatori e tutti coloro che hanno sempre sostenuto l’inaffidabilità degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha espresso il suo disappunto in una serie di tweet molto velenosi. In uno dichiara sarcastico: “Nessuna sopresa che i sostenitori del vacuo discorso di Trump sull’Iran siano i bastioni della democrazia del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein”.

Arman-e Meruz titola: L’isolamento del signor gaffe

 

Kayhan: Trump ha compreso l’accordo sul nucleare: vantaggi per gli Usa, restrizioni per l’Iran!

Per il quotidiano conservatore, le parole di Trump sono la riprova che degli Usa non ci si può fidare.

Vincennes, l’Ustica iraniana

Vittime iraniane disastro aereo 1988

A quanti, in Italia e negli Usa, le parole Iran Air IR55 e Vincennes ricordano qualcosa? Agli iraniani ricordano sicuramente un dolore grande e mai sanato. Il grande orientalista Edward Said ha scritto che “non è possibile mettere il passato sotto embargo”.

Proviamo perciò a sdoganare questo pezzo di passato, ricordando una tragedia terribile e del tutto rimossa dalla coscienza dei Paesi cosiddetti occidentali.

Navi da guerra nel Golfo Persico

È il 3 luglio 1988. Siamo negli ultimi mesi della guerra tra Iran e Iraq. Guerra, è sempre bene ricordarlo, cominciata otto anni prima con la deliberata aggressione di Saddam Hussein, convinto di potersi sbarazzare in poche settimane dell’esercito persiano, uscito decimato dalla rivoluzione che un anno e mezzo prima ha cacciato lo scià e portato alla nascita della Repubblica islamica. non sarà, invece, una guerra lampo, ma un lungo e orrendo massacro, consumatosi con la complicità e l’interesse di molte cancellerie occidentali. Nel luglio 1988 il conflitto coinvolge il traffico commerciale nel Golfo Persico e rischia perciò di intaccare gli interessi di molti Paesi europei e nordamericani. Le petroliere sono perciò scortate da navi da guerra di molti Paesi, tra cui anche l’Italia e gli Stati Uniti.

In realtà, in questa fase, la Marina americana fornisce anche un prezioso sostegno militare all’allora alleato Saddam Hussein, facendo spesso fuori i barchini di basiji e pasdaran iraniani.

La strage di civili

Ad ogni modo, il 3 luglio l’Airbus della Iran Air IR55, pilotato dal Capitano Mohsen Rezaian, decolla da Bandar Abbas diretto a Dubai. A bordo ci sono 290 passeggeri, tra cui 66 bambini. Si tratta soprattutto di famiglie che vanno in vacanza e uomini d’affari in viaggio di lavoro.

L’incrociatore Vincennes della Marina degli Stati Uniti, agli ordini del Capitano Will Rogers III, sta attraversando lo stretto di Hormuz, in acque iraniane. L’Airbus è all’interno dello spazio aereo iraniano. Alle 9.45 e 22 secondi il Vincennes spara due razzi Standard che colpiscono e abbattono l’aereo di linea. Non ci saranno sopravvissuti.

E gli Usa premiano i responsabili della tragedia

In una prima dichiarazione, il governo Usa afferma che il Vincennes aveva scambiato l’Airbus per un Tomcat F – 14 pronto ad attaccare. Si dirà poi che l’aereo iraniano non aveva mantenuto la sua rotta di volo, che il segnale d’identificazione non funzionava e che il pilota non aveva risposto agli avvertimenti dell’incrociatore. In alcune ricostruzioni si legge addirittura che l’aereo scendeva in picchiata verso la nave americana. Sarà però un’altra nave Usa, la fregata Sides, a chiarire che l’aereo iraniano stava cabrando, cioè salendo di quota, non picchiando.

Nel 1996 Usa e Iran raggiungono un accordo presso la Corte di giustizia internazionale in base al quale gli Stati Uniti pagano 61,8 milioni di dollari ai familiari delle vittime. In media 213.103 dollari per ogni cittadino iraniano ucciso dal Vincennes. Nonostante ciò, gli Usa ancora oggi non hanno ammesso la loro responsabilità e non si sono mai scusati per l’accaduto.

Quando il Vincennes rientrò nella base di San Diego, l’equipaggio venne accolto in modo trionfale e in seguito insignito della decorazione di combattimento. I cittadini di Vincennes, Indiana, raccolsero denaro per erigere un monumento, agli “eroi della nave”.

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Iran Country Presentation

L’Iran presenta le sue “eccellenze” all’Italia per la prima volta dopo 37 anni, per la precisione dalla Rivoluzione del 1979. Oltre cento delle più importanti aziende iraniane, dal petrochimico all’artigianato al turismo, saranno presenti allaFiera di Roma dal 22 al 26 novembre per cinque giorni di incontri, contatti imprenditoriali, eventi culturali.

Ad annunciare la grande kermesse è Mohammad Razi, il nuovo addetto commerciale dell’ambasciata iraniana a Roma, durante il convegno su “Iran: the new opportunities”, organizzato nella capitale dallo studio legale Nctm. Lo stesso Razi ha precisato di essere il primo addetto commerciale inviato da Teheran in un paese europeo, a riprova del forte interesse bilaterale e della volontà di Teheran di puntare sull’Italia come “interlocutore strategico“.

Negli spazi della Fiera di Roma, il programma prevede incontri e contatti sia a livello governativo che tra imprenditori e imprenditori, nonché numerosi stand che offriranno un ventaglio delle grandi opportunità presenti sul mercato iraniano quali i colossi del petrolio e del gas, le costruzioni, il settore alimentare, tessile e artigianato. Sono già 600 le imprese italiane che nel 2016 hanno visitato l’Iran, mentre sono 37 i memorandum di intesa firmati a livello governativo tra Italia e Iran.

Dal 23 al 25 novembre, inoltre, in collaborazione con Eataly, si svolgerà il Festival del cibo iraniano e il 24 e 25 novembre, agli adolescenti italiani dai 13 ai 18 anni, sarà dedicato un programma “Imparare l’Iran”.

Dove:Fiera di Roma
Quando: 22-27 novembre
Internet/e-mail: http://iranexpo.fieraroma.it/it/

Ballottaggi & sussidi

Fermi tutti, in Iran si rivota. Non ovunque, ovviamente. Ma devono ancora essere assegnati 68 seggi su 290, che non sono proprio pochi. I ballottaggi non riguardano la città di Teheran che il 26 febbraio ha premiato la coalizione moderata. Sia la Guida Khamenei sia il presidente Rouhani hanno ricordato agli iraniani l’importanza di questo secondo turno, cercando di limitare un astensionismo che si preannuncia alto.

La campagna elettorale per i ballottaggi si è svolta senza sussulti, ma con un buon livello di partecipazione agli eventi della coalizione moderato-riformista. L’ex vicepresidente di Khatami, Mohammad Reza Aref , è stato molto attivo in questo senso.

In attesa dell’ultimo atto di questa tornata elettorale, la situazione nel Paese sembra in stallo, sotto diversi punti di vista.

Polizia religiosa e reporter in carcere

Con l’arrivo dell’estate, aumentano i controlli della polizia religiosa sull’abbigliamento delle donne nelle grandi città. E non è una novità.

Un tribunale rivoluzionario ha condannato tre giornalisti (due uomini e una donna) a lunghe pene detentive. Neanche questa è una novità. Si tratta di reporter di giornali e riviste su posizioni filo governative. Afarin Chitsaz, del quotidiano ufficiale del governo, Iran, ha avuto dieci anni. Ehsan Mazandarani, direttore del quotidiano Farhikhtegan, sette. Saman Safarzaee, del mensile Andisheh Pouya, cinque. Gli avvocati hanno annunciato il ricorso in appello.

La rimozione delle sanzioni

A livello politico – e di riflesso economico – tiene banco la questione della effettiva rimozione delle sanzioni. Il punto dolente è l’effettivo rientro dell’Iran nel circuito finanziario internazionale. Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per scoraggiare le proprie banche e quelle europee dall’intervenire in Iran. Per cui, formalmente, oggi la Repubblica islamica si apre al mercato mondiale, ma in pratica rimane isolata per mancanza di flussi finanziari indispensabili per i grandi investimenti. Il 15 aprile il governatore della Banca centrale dell’Iran Valiollah Seif si è recato a Washington per partecipare a un vertice della Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. A detta dello stesso Seif, dall’implementazione degli Accordi sul nucleare (JCPOA)di tre mesi fa, non è successo “quasi nulla”. Lo stallo dà fiato ai conservatori che continuano a criticare l’amministrazione Rouhani per essersi “arresa” agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio.

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Kayhan: In che lingua dobbiamo ancora dire che gli Stati Uniti sono inaffidabili?

Il taglio dei sussidi

Ma la situazione davvero esplosiva è quella legata al taglio dei sussidi. Su proposta del deputato conservatore Ahmad Tavakoli (non rieletto) il parlamento uscente ha votato una legge che obbliga il governo a fermare – tra settembre 2016 e marzo 2017 – i sussidi che attualmente vengono versati a un terzo della popolazione iraniana.

Il sistema dei sussidi così strutturato nacque nel 2010 sotto la presidenza Ahmadinejad. All’inizio si chiedeva una dichiarazione dei redditi per ricevere 455.000 rial (15 dollari) al mese a persona. Il Centro Statistico nazionale ha diviso la popolazione in sette fasce di reddito, in modo che sono le famiglie davvero bisognose ricevessero il sussidio. Ahmadinejad però si oppose e fece distribuire equamente i sussidi a tutti i cittadini iraniani. Alcuni la definirono la riforma più populistica della storia iraniana. Sicuramente gravò sulle casse dello Stato e generò inflazione.
Va detto che all’epoca il petrolio – sul cui export si basa il bilancio dello Stato iraniano – era sui 120 dollari al barile.  Il calo del prezzo del greggio e le sanzioni internazionali hanno poi obbligato l’attuale presidente Rouhani, eletto nel giugno 2013, a rivedere la politica dei sussidi, senza però mai arrivare a ipotizzare un taglio drastico. Già dallo scorso 18 marzo, ultimo giorno dell’anno persiano 1394, oltre 3 milioni di iraniani si sono visti togliere i sussidi. In pratica, il parlamento ha deciso di tagliare il sussidio alle famiglie che guadagnano più di 350 milioni (11.500 dollari) l’anno. 
Questa decisione può essere letta come un atto di rigore economico. Ma è anche una bomba sociale a scoppio ritardato che il parlamento uscente lascia al governo Rouhani. Tra l’altro, questo stesso majles, prima di lasciare, rivedrà il budget per il 1395 e il sesto Piano quinquennale di sviluppo. C’è quindi la possibilità di altri “regali” da parte dei conservatori al moderato Rouhani.
A giugno 2017, è bene ricordarlo, si vota di nuovo per le presidenziali.

Chi è Babak Zanjani

Babak Zanjani

Chi è Babak Zanjani, il miliardario iraniano condannato a morte il 5 marzo 2016 per corruzione?

Lui ama definirsi un basij economico, a rimarcare la sua totale fedeltà alla Repubblica islamica. Di sicuro è un uomo ricchissimo, forse il più ricco in Iran, dato che il suo patrimonio ammonta a  circa 14 miliardi dollari. Fondatore e CEO della Sorinet Group, un impero di 65 aziende dei settori più diversi: dalla finanza ai prodotti cosmetici, dal turismo ai trasporti, dalle costruzioni al cinema. È inoltre proprietario di squadra di calcio di Teheran, impegnata nella massima divisione iraniana, il Rah Ahan, dal luglio 2013 rinominata Rah Ahan Sorinet Football Club. Le sue imprese operano in Iran , Turchia, Emirati Arabi Uniti , Malesia e Tagikistan. Zanjani è anche titolare o azionista di una settantina di istituti di credito in Iran e in altri Paesi.

Avrebbe cominciato come venditore di pelli di pecora negli anni Ottanta e avrebbe accumulato una vera fortuna in Turchia, dove è stato accusato di in un altro clamoroso scandalo di corruzione.

Babak Morteza Zanjani (classe 1974, ma fonti Usa sostengono sia nato nel 1971) era poco noto all’infuori dell’Iran fino al 2012, quando Usa e Ue lo accusarono di eludere  le sanzioni internazionali muovendo miliardi di dollari per conto della autorità di Teheran. Lui stesso, in alcune recenti interviste, ha ammesso di aver collaborato con la Banca Centrale dell’Iran per portare in patria i proventi dell’export petrolifero bloccati dalle sanzioni.

Il 30 dicembre 2013 Zanjani – che risiede principalmente a Dubai e in Turchia –  è stato arrestato a Teheran con l’accusa di aver incassato dalla vendita di petrolio 3 miliardi di dollari destinati alle casse statali.

[youtube]http://youtu.be/16OThKqaiQc[/youtube]

Le sanzioni economiche legate alla questione nucleare, sono state un’autentica fortuna per personaggi come Zanjani. Lui stesso, in un’intervista all’agenzia IRNA, ha spiegato che si è servito di una rete di 64 compagnie tra Dubai, Turchia e Malesia per vendere milioni di barili di petrolio, portando 17,5 miliardi di dollari al Ministero del Petrolio, ai Pasdaran e alla Banca centrale iraniana.

In un’altra intervista pubblicata sul settimanale riformista Aseman (Cielo) nel settembre 2013, lui stesso spiega:

La banca centrale era a corto di soldi. Nel 2010 mi hanno chiesto di portare i soldi del petrolio in Iran in modo che il sistema li potesse utilizzare. Ed è quello che ho fatto.

Zanjani è stato spesso accostato all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. Nel febbraio 2013 un articolo su Baztab era accusato di riciclaggio di denaro e di essere uno degli “sponsor mafiosi di Ahmadinejad”.

 

Il giorno prima dell’arresto di Zanjani, il presidente Rouhani aveva annunciato di voler combattere la corruzione finanziaria e in particolare

le figure privilegiate che hanno tratto vantaggio dalle sanzioni economiche.

 

Ritorno al futuro

La fine è nota. Il cosiddetto “Implementation Day” è arrivato: il 16 gennaio 2016 terminano le sanzioni internazionali imposte all’Iran in merito al suo controverso programma nucleare. Con la presentazione del rapporto dell’AIEA, l’Agenzia nucleare di Vienna, viene certificato l’adempimento da parte iraniana degli impegni assunti con lo storico accordo del 14 luglio 2015. In altre parole, Teheran ha trasferito all’estero l’uranio arricchito, ha ridotto il numero di centrifughe attive e ha rispettato tutta una serie di controlli e limitazioni.

Strane certe coincidenze: il 16 gennaio 1979 l’ultimo scià di Persia, Mohammad Reza Pahlevi, lasciava il Paese per non farci più ritorno. Di lì a poche settimane la rivoluzione avrebbe trionfato e sarebbe nata la Repubblica islamica.

Le sanzioni sono andate via

Era il 16 gennaio 1979 quando Mohammad Reza Pahlevi scappò dall’Iran. I giornali titolarono “Shah raft”. Con photoshop, la parola “tahrim” (boicottaggio, sanzione) ha preso il posto di “Shah” esattamente 37 anni dopo.

Di questa diatriba lunga quasi 14 anni, si è scritto e detto di tutto. Vale la pena rimarcare un dato: per il presidente Rouhani, oggi è il vero giorno della vittoria. L’accordo del 14 luglio era la premessa alla revoca delle sanzioni ma in questi mesi non è stato sempre tutto semplice e scontato. Ma alla fine il risultato è arrivato. Come scrive su Repubblica l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano,

Ebbene, appare evidente che non siamo di fronte ad un improbabile atto unilaterale di clemenza, ma al risultato di una trattativa fra Teheran e Washington che comporta, in contropartita, la liberazione di alcuni iraniani detenuti negli Stati Uniti. Che il clima dei rapporti fra Iran e Stati Uniti sia cambiato anche al di là della questione nucleare lo avevamo visto anche qualche giorno fa, quando un gruppo di marinai americani, arrestati dopo che erano entrati per un errore di navigazione nelle acque territoriali iraniane, erano stati liberati dopo meno di 24 ore, con un gesto di evidente buona volontà salutato con un caloroso ringraziamento da parte del segretario di Stato Kerry.

 

Rouhani ottiene quello per cui era stato eletto e punta a incassare questo successo politico nelle prossime elezioni del 26 febbraio per il Parlamento e l’Assemblea degli Esperti. La tornata elettorale non sarà comunque una passeggiata. Se le sanzioni non fossero state tolte, sarebbe stata dura per il fronte moderato riformista ottenere la fiducia dell’elettorato. Lo stesso 17 gennaio Rouhani ha presentato in parlamento la bozza di bilancio per il prossimo anno fiscale. Sia lui che Zarif sono stati accolti molto calorosamente dall’Aula. Oggi il successo è innegabile.

E adesso?

Sorge però un dubbio: Rouhani ha ottenuto l’obiettivo principale per cui si era candidato quasi tre anni fa. Adesso però cosa vuole davvero? Rouhani, vale la pena ricordarlo, non è un riformista ma un moderato, a capo di una coalizione composita. L’obiettivo del suo progetto politico era portare l’Iran fuori dall’isolamento internazionale, condizione essenziale per uscire dalla crisi economica.

Adesso le prospettive sono sicuramente migliori: 100 miliardi di dollari congelati nelle banche straniere torneranno nel Paese. Ci saranno novità concrete anche molto presto: il consorzio europeo Airbus potrà infatti consegnare a Teheran 114 aerei destinati all’aviazione civile e arginare l’annoso problema della scarsa sicurezza dei voli interni, provocata dal mancato accesso al mercato dei ricambi.

Ma la situazione potrebbe anche essere inquadrata da un altro punto di vista: esaurito il suo compito principale, Rouhani potrebbe anche essere arrivato al capolinea. Le aspettative degli iraniani potrebbero anche essere sempre crescenti, nel campo dei diritti civili, ad esempio. Ma bisogna vedere quanto il sistema sia disposto a concedere e fin dove lui stesso sia intenzionato a spingersi.

Lo scambio di prigionieri

A coronamento dell’accordo, l’Iran ha rilasciato cinque cittadini con la doppia nazionalità, iraniana e statunitense, nell’ambito di uno scambio di prigionieri con gli Stati Uniti. Tra loro c’è il giornalista del Washington Post, Jason Rezaian. Gli altri sono il veterano dei Marine Amir Hekmati, il pastore cristiano Saeed Abedini, Nosratollah Khosravi e lo studente Matthew Trevithick. Gli Usa hanno liberato, a loro volta, sette cittadini iraniani e hanno lasciato cadere la segnalazione all’Interpol per la cattura di 14 iraniani coinvolti in casi di presunte violazioni delle sanzioni americane.

Nuove sanzioni Usa

Intanto, il 17 gennaio gli Usa hanno imposto nuove sanzioni legate al programma iraniano per i missili balistici. Nella lista nera sono finiti cinque cittadini iraniani e una rete di imprese basate negli Emirati Arabi e in Cina.

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Il quotidiano riformista Shargh titola “Ora senza sanzioni”

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Per il conservatore Resalat non ci si aspetta nessun miracolo economico

Perché una rete di impresa Italia-Iran

Il 28 ottobre 2015 sarà presentata a Milano la Rete di Impresa Italia – Iran, creata da H2biz per consentire ai fornitori di posizionarsi in Iran prima che termini l’embargo internazionale.

Luigi De Falco, presidente di H2Biz, ci spiega il progetto in questa breve intervista.

Cosa è una rete di impresa e quali vantaggi che può portare alla singola impresa?
Una rete di impresa è una forma di aggregazione tra aziende che condividono risorse e obiettivi. I vantaggi sono di natura economica (acquisti in comune, incentivi fiscali) e di natura operativa (la rete è più forte del singolo aderente sul mercato, ha maggiore potere contrattuale e può gestire operazioni complesse).

La rete Italia-Iran: come e quando nasce l’idea?
E’ un’idea lunga, partita 2 anni fa. Uno dei punti focali della strategia del Gruppo H2biz è investire sulle aree ad alto tasso di rischio e l’Iran, durante la crisi diplomatica con l’Occidente per la querelle sul nucleare, erano una di queste. Abbiamo aspettato il momento giusto per lanciarla. Momento che è arrivato quando l’Iran ha firmato il primo protocollo di intesa sul nucleare. A quel punto era chiaro che l’embargo aveva i giorni contati e noi eravamo pronti per portare la Rete sul mercato.

Le relazioni commerciali tra Italia e Teheran: quali sono state e quali sono adesso, alla vigilia della fine delle sanzioni?
L’Italia ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Iran, rapporto confermato dai dati della Camera di Commercio Italo-Iraniana: l’interscambio commerciale Italia-Iran ha raggiunto il suo massimo storico (7.097 milioni di euro) nel 2011, dopo la flessione del 2009 dovuta alla crisi economica. La recente visita del Ministro degli Esteri Gentiloni a Teheran ha confermato questa “special relation” tra Italia e Iran. Non dimentichiamo che l’ENI ha un rapporto storico con l’Iran. Insomma, l’Italia è in pole position, un vantaggio che non dobbiamo in alcun modo perdere.

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Luigi De falco, Presidente H2Biz

Cosa può rappresentare la fine dell’isolamento economico dell’Iran per le imprese italiane?
Una grande opportunità commerciale. Un paese di 77 milioni di abitanti posizionato al centro del Golfo Persico che sta per aprirsi al mercato. Non dimentichiamo che l’Iran è ricco di idrocarburi, non è un paese del terzo mondo, quindi ha una capacità di spesa decisamente elevata. Le piccole e medie imprese sono quelle che hanno più da guadagnarci, il mercato iraniano sotto embargo era inaccessibile per gli operatori di piccole dimensioni. Adesso lo è e l’eccellenza del Made in Italy può dire la sua anche in Iran.

Le prime azioni messe in campo dalla rete.
Presenteremo ufficialmente la Rete a Milano il 28 ottobre. Poi voleremo in Iran a metà novembre per siglare i primi accordi di partnership, le cui condizioni sono già state negoziate. Da quel momento la Rete sarà pienamente operativa. Contiamo di cominciare a ricevere le prime commesse per la Rete per gennaio 2016.

Una panoramica sulle imprese italiane che hanno aderito e su quelle iraniane che parteciperanno all’evento del 28 ottobre.
Gli aderenti alla Rete appartengono a 47 settori merceologici, abbiamo dato un taglio inter-settoriale all’operazione convinti che un’offerta vasta e articolata possa essere un vantaggio nell’acquisizione di commesse complesse. Le richieste di adesione alla Rete hanno superato le nostre più rosee aspettative. Abbiamo dovuto porre il limite di 5 aderenti per settore, altrimenti la Rete sarebbe stata ingestibile in fase di start up. Non escludiamo, comunque, di allargare la base di aderenti, magari dopo un anno di operatività. All’evento del 28 ottobre parteciperà una piccola rappresentanza delle controparti iraniane, aziende industriali e di servizi che vengono in Italia per conoscere i loro futuri fornitori. Sono 48 gli operatori iraniani che parteciperanno all’evento.

Aspettative concrete della Rete per il 2016
Il nostro obiettivo per il primo anno sono 100 milioni di euro di commesse per gli aderenti italiani alla Rete. Un obiettivo alla nostra portata, che siamo siamo già riusciti a raggiungere con le missioni imprenditoriali che periodicamente facciamo ogni 3 mesi in altre aree geografiche. Essendo la Rete un’operazione strutturale di lungo termine ci aspettiamo di superare i risultati che normalmente otteniamo con le missioni all’estero.

Le spine di Rouhani

Buone notizie per i sostenitori dell’accordo sul nucleare: Obama ha raggiunto la soglia minima di 34 senatori necessaria per porre il veto a un eventuale legge che cancelli Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA), cioè l’accordo sul nucleare tra Iran e 5+1 raggiunto lo scorso 14 luglio. La Casa Bianca incassa quindi un grande risultato che facilita sicuramente il processo di distensione con l’Iran.

Arrivano segnali interessanti anche da parte iraniana. A New York per un vertice mondiale di tutti gli speaker del parlamento, Ali  Larijani ha parlato in un’intervista ad Al Monitor in modo piuttosto diretto e ha dato un giudizio non entusiastico ma decisamente positivo dell’accordo.

Ha anche rivendicato come sua l’idea di coinvolgere nei negoziati l’ex ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, laureato in ingegneria nucleare al Massachusetts Institute of Technology e quindi esperto in materia.

Non si sbilancia sulle elezioni parlamentari iraniane di febbraio. Non dice se si candiderà di nuovo e se ambisce a essere ancora presidente dell’Aula. All’ipotesi di un’alleanza tra conservatori pragmatici e riformisti per sostenere il presidente Rouhani, Larijani ha chiosato. “Il signor Rouhani non si candiderà per il parlamento”.

Chi deve decidere?

Giovedì 3 settembre la Guida Khamenei, in un incontro con l’Assemblea degli Esperti, ha ribadito che l’accordo sul nucleare dovrà passare al vaglio del parlamento:

Non dico che i parlamentari debbano approvarlo o bocciarlo. Dico che devono essere loro a decidere. Ho già detto al Presidente che non è nostro interesse non permettere ai nostri legislatori di esaminare l’accordo.

Secondo Rouhani, invece, il Parlamento potrebbe soltanto esprimere un parere, mentre l’approvazione spetterebbe al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

Un’altra occasione di imbarazzo per Rouhani è stata provocato dal ministro degli Interni Abdolreza Rahmani Fazli che ha pubblicamente dichiarato che l’attuale presidente non è nemmeno a metà mandato, visto che “governerà per otto anni”. Una dichiarazione quanto meno incauta, visto che alle elezioni mancano due anni e non è affatto detto che Rouhani verrà confermato. L’agenzia Raja News, conservatrice, ha subito titolato. “Il governo ha già deciso il risultato delle elezioni del 2017”. Fazli è un conservatore legato a Larijani ed è strano che non abbia valutato le possibili ripercussioni delle sue parole.

Il Consiglio dei Guardiani

Il 20 agosto c’era stata un’altra polemica tra lo stesso Rouhani e il capo delle Guardie rivoluzionarie Mohammad Ali Jaffari. Motivo dello scontro: il ruolo del Consiglio dei Guardiani nelle elezioni, che il presidente vorrebbe limitare. Il Consiglio dei Guardiani – ha dichiarato Rouhani – ha un ruolo di supervisione, non di amministrazione. Gli occhi devono guardare, non possono fare il lavoro delle mani”. Per Jaffari, queste parole “mettono in dubbio uno dei pilastri della Rivoluzione islamica e indeboliscono il nostro sistema”.

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Etemad titola: il suggerimento di Rouhani agli Esperti

Grandi manovre

A sei mesi dal voto, alleanze e strategie sono ancora piuttosto vaghe, ma qualcosa si sta muovendo. Sul fronte conservatore è stata annunciata l’alleanza tra Partito della Coalizione islamica, Società dei devoti della Rivoluzione islamica e Fronte della Resistenza. Si tratta di formazioni diverse tra loro, che vanno da un conservatorismo tradizionale, passando per Ahmadinejad fino ad arrivare alle posizioni dell’ultraconservatore Mesbah Yazdi. E’ presto per dire se un’alleanza simile si terrà insieme.

Il 20 agosto una nuova formazione riformista, denominata Unione del Partito Islamico dell’Iran, ha eletto Ali Shakouri-Rad come proprio segretario. Alcuni media hanno riportato che Shakouri-Rad sarebbe stato arrestato subito dopo aver tenuto una conferenza stampa in cui annunciava l’unità dei riformisti per il prossimo voto. Secondo altre fonti, il neo segretario sarebbe stato semplicemente “interrogato su alcune questioni”.

Presentazione Rete di impresa Italia-Iran

Il 28 ottobre 2015 sarà presentata a Milano la Rete di Impresa Italia – Iran, la rete di fornitori italiani nata per posizionarsi sul mercato iraniano prima della fine dell’embargo.

Durante l’evento saranno presentati il Piano Operativo, le iniziative pianificate per il primo semestre 2016 e le 284 imprese che costituiscono la Rete.

All’evento parteciperanno il Management del Gruppo H2biz, i Partner internazionali della Rete e i rappresentanti di 48 imprese iraniane.

Il programma:

ore 16:00 – Introduzione di Luigi De Falco, Presidente H2biz.

ore 16:15 – Il Modello a Rete come modello di Export, a cura di Eugenio Ferrari, Presidente AssoretiPMI.

ore 16:45 – Analisi geopolitica del mercato iraniano, a cura di Antonello Sacchetti, giornalista, fondatore di Diruz – L’Iran in italiano e autore dei libri “Trans – Iran; “Misteri Persiani”.

17:15 – Presentazione del Piano Operativo della Rete, a cura di Mario Greco, Responsabile Mercati Esteri H2biz.

Ore 17:45 – Pausa Aperitivo/Cocktail.

ore 18:15 – Presentazione delle imprese e dei Partner che costituiscono la Rete Italia – Iran.

La partecipazione è gratuita, la prenotazione è obbligatoria.

Luogo: Mediolanum Forum
Indirizzo: via G. di Vittorio
Città: Assago (MI)
Data: dal 28/10/2015 – ore 16:00 al 28/10/2015 – ore 19:00

Per partecipare: http://www.h2biz.eu/scheda_evento.asp?eve=653

L’oro di Teheran

Rial Iran

Si parla tanto di nuove opportunità di investimento in Iran. Ma come e su cosa investire? Quando si parla di economia iraniana, bisogna innanzitutto fare delle precisazioni riguardo al settore petrolifero. Il greggio, si sa, è la principale risorsa economica del Paese, quella su cui si basa l’intero bilancio statale. E quando si parla di investimenti in Iran, il pensiero va immediatamente al settore petrolifero e a quello del gas, che sono però regolamentate in modo piuttosto rigido.

In base alla Costituzione della Repubblica islamica, la gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione è proibita, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto.

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Prima Conferenza Iran-UE su commercio e investimenti. Vienna, 23 luglio 2015

Su cosa investire

In questi ultimi mesi, il più attivo promotore delle opportunità di investimento nel suo Paese è stato il ministro dell’industria e delle miniere Mohammad Reza Nematzadeh. Personaggio politicamente molto influente, legato al presidente Rouhani, ingegnere e business man lui stesso, Nematzadeh ha incontrato a Vienna il 24 luglio una platea di potenziali investitori europei. Il suo è stato un discorso molto chiaro: in sostanza, a parte la compagnia petrolifera nazionale, tutto il resto è sul mercato. Dalle strade agli ospedali, dall’industria delle automobili al settore agricolo, fino ad arrivare ad alcune imprese dello stesso settore petrolchimico e delle raffinerie che saranno a breve privatizzate.

In occasione della Giornata nazionale dell’Iran a Expo Milano 2015, sempre lo stesso ministro ha annunciato che Teheran è pronta a creare joint venture con aziende italiane per il mercato internazionale:

Ringrazio l’Italia per questa opportunità di essere a Expo Milano 2015: la produzione agricola può essere migliorata con investimenti e ricerca scientifica. L’Iran è un paese fondamentale, ha difeso il suo territorio per 8 anni nella guerra con l’Iraq e abbiamo subito le sanzioni internazionali, ma siamo stati capaci di negoziare. Ringrazio l’Italia per il ruolo che ha avuto nei negoziati. Noi abbiamo raggiunto un accordo importante. L’Iran ha un vantaggio competitivo dal punto di vista industriale, culturale e tecnologico. Ci aspettiamo di poter produrre prodotti in collaborazione da vendere nel mercato mondiale.

 

Come investire

L’ingresso delle imprese straniere sul mercato iraniano è regolato da una legge approvata nel 2002 e poi praticamente dimenticata, visto il clima politico che ha circondato l’Iran fino a pochissimi mesi fa. Una legge molto liberale, che concede alle imprese estere il 100 per cento dei diritti di proprietà, visti di soggiorno validi per tre anni e la possibilità di trasferire i loro profitti fuori dal paese in valuta estera.

Legge è denominata Iran’s Foreign Investment Promotion and Protection Act (FIPPA). Vediamo quali sono i punti essenziali.

 

La domanda da compilare

Gli investitori stranieri che vogliono fare investimenti in Iran, nel quadro di investimenti esteri Promozione e Protection Act dell’Iran (FIPPA), devono compilare prima un modulo speciale (che si vuole ottenere di persona o on-line all’indirizzo www.oietai. ir) e lo presenta per l’organizzazione. La richiesta è presentata dall’Organizzazione investimenti al Consiglio gli investimenti esteri e sarà perseguito fino a quando viene rilasciato un permesso. La scelta del modulo dipende dal tipo di investimenti stranieri e l’accordo concluso tra le parti (nazionali e gli investitori stranieri). Il modulo deve essere presentato in inglese tranne quando l’investitore è un espatriato iraniano o proviene da paesi di lingua persiana, come il Tagikistan o in Afghanistan.

 

Garanzie e tutele

  • Il capitale straniero è garantito contro la nazionalizzazione ed espropriazione, e in questi casi l’investitore straniero ha il diritto di ottenere un risarcimento (articolo 9 della FIPPA).
  • In caso di leggi o regolamenti governativi portare a divieto o cessazione di contratti finanziari approvati nel quadro della presente legge, allora il governo deve procurarsi e pagare i danni conseguenti (articolo 17 della FIPPA e l’articolo 26 dello Statuto).
  • L’acquisto di beni e servizi alla produzione del investimenti esteri è garantito nei casi in cui un organo statale è l’unico acquirente o fornitore di un prodotto o servizio produttore ad un prezzo agevolato (articolo 11 dello Statuto).

 

Diritti e servizi

  • Gli investimenti esteri soggetti a questa legge godono degli stessi diritti, tutele e delle strutture disponibili per investimenti interni in modo non discriminatorio (articolo 8 della FIPPA).
  • Gli investimenti stranieri e loro profitti possono essere trasferiti in valuta estera o merci (articoli 13-18 della FIPPA).
  • Sono ammessi investimenti stranieri in tutta la produzione, settori industriale, agricolo, dei trasporti, delle comunicazioni e servizi, nonché in settori legati all’acqua, di alimentazione e di alimentazione del gas e dell’energia
  • Possibilità di deferimento delle controversie relative agli investimenti alle autorità internazionali (articolo 19 della FIPPA).
  • Possibilità di proprietà della terra in nome della compagnia (registrata in Iran) in joint venture (articolo 24 dello Statuto).
  • Rilascio di visti per tre anni in Iran per gli investitori stranieri, manager, esperti e loro stretti familiari e la possibilità di rinnovo del visto (articolo 20 della FIPPA e dell’articolo 35 dello Statuto).
  • Gli investitori sono informati della decisione finale per quanto riguarda le loro domande entro al massimo 45 giorni (articolo 6 della FIPPA)
  • Possibilità di scegliere il metodo di investimento nel progetto come IDE o investimenti esteri in tutti i settori nel quadro della “partecipazione civile”, “Buy-Back” e “Build-Operate-Transfer” (BOT) sistemi (articolo 3 FIPPA).
  • Sono ammessi investimenti da parte di qualsiasi persona o iraniano iraniano, non fisica o giuridica che utilizza capitale di origine straniera e la concessione delle strutture previste FIPPA a loro (articolo 1 della FIPPA).
  • L’investitore straniero deve scegliere un istituto di controllo fuori degli istituti di controllo riconosciuti dalla Associazione dei Revisori Ufficiali dell’Iran di comprovare le loro relazioni finanziarie annuali e (articoli 1, 22-23 dello Statuto).

 

Impegni giuridici e obblighi degli investitori

  • Le applicazioni di investitori stranieri per quanto riguarda gli aspetti dell’ammissione, l’importazione, l’utilizzo e il rimpatrio dei capitali sotto la FIPPA sono presentate all’Organizzazione è presentata solo per l’Organizzazione e seguiti attraverso di essa (articolo 5 della FIPPA).
  • L’Organizzazione deve essere informato di qualsiasi modifica del nome, indirizzo, forma giuridica, o la nazionalità dell’investitore straniero o di cambiamenti di oltre il 30% del suo / la sua proprietà (articolo 33 dello Statuto).
  • E ‘necessario per l’investitore di notificare l’organizzazione del trasferimento di tutto o parte del suo / la sua capitale straniero ad altri investitori. In caso di trasferimento in un altro gli investimenti stranieri, è necessario per ottenere l’approvazione del Consiglio e dei permessi da parte dell’Organizzazione (articolo 10 della FIPPA).
  • Tutte le applicazioni degli investitori esteri per il trasferimento del profitto, il capitale e il ricavato l’aumento del valore del capitale sotto FIPPA deve essere presentata all’Organizzazione accompagnato dalla relazione dell’istituto di controllo che viene riconosciuto dalla Associazione dei Revisori Ufficiali dell’Iran (articoli 22-23 dello Statuto).
  • L’investitore è obbligato a portare una parte del capitale in Iran e attuare il progetto approvato per il periodo di tempo specificato dalla licenza investimenti stranieri che di solito è di 6 mesi. In caso contrario, e al fine di prorogare la validità della licenza e impedire che vengano annullate, l’investitore è tenuto a presentare le sue / suoi motivi e le giustificazioni per il ritardo all’Organizzazione (articolo 32 dello Statuto).
  • L’investitore straniero è tenuto ad annunciare l’ingresso del suo capitale tra cui disponibilità liquide e non monetari di oggetti per l’organizzazione nel quadro della licenza rilasciata per l’investitore straniero in modo che essi saranno registrati in Organizzazione e sottoposti a FIPPA. La mancata registrazione della capitale immesso equivale a non essere coperti dalla FIPPA. (Articolo 11 della FIPPA e l’articolo 24 dello Statuto).

 

Altri vantaggi e servizi

  • Gli investitori stranieri possono fornire una parte del loro capitale da fonti nazionali e internazionali come i prestiti. Inutile dire che il mutuatario dovrà garantire il rimborso dei finanziamenti ricevuti.
  • Capitali stranieri possono entrare nel paese come valuta in contanti, macchinari e pezzi di attrezzature, materie prime, know-how tecnico, e altre forme di proprietà intellettuale e saranno promossi e protetti.
  • L’80% dei redditi da parte delle unità produttive e minerali con sede in zone meno sviluppati saranno esenti da imposta per 4 anni.
  • Il 100% dei redditi da parte delle unità produttive e minerali con sede in zone meno sviluppati saranno esentati dalla tassa per 10 anni.
  • Le installazioni turistiche sono esenti da imposta annua per il 50%.
  • Il 100% del reddito generato dalle industrie che esportano prodotti industriali e agricoli, di conversione e il loro completamento sono esenti da imposta.
  • Il 50% dei redditi generati esportando merci volti a sviluppare le esportazioni non petrolifere sono esenti da imposta.
  • Il 100% dei redditi generati esportando merci in transito sono esenti da imposta.
  • I re-investimenti effettuati dalle imprese cooperative e private volte a sviluppare il ripristino e il completamento unità industriali e minerali saranno esenti da imposta per il 50%

 

Applicativo Mac Donald's per franchising in Iran
Applicativo Mac Donald’s per franchising in Iran

 

Problemi e dubbi

Così presentato, il quadro sembra ottimale. In realtà, permangono notevoli difficoltà per chi vuole investire in Iran. Innanzitutto, non è affatto scontato che l’accordo del 14 luglio arrivi in porto. Come era prevedibile, le forze contrarie sono in azione, sia in Iran sia negli Stati Uniti.

Ci sono poi altre resistenze, di carattere culturale ed economico.

L’apertura commerciale mette sicuramente in pericolo l’identità della Repubblica Islamica. Non appena McDonald’s ha pubblicato un annuncio per l’apertura di fast food in franchising in Iran, sono scoppiate le polemiche da parte dei conservatori. La stessa Guida Khamenei ha dichiarato che l’accordo non sarà mai un via libera alla penetrazione culturale made in Usa. Il che è comprensibile e persino auspicabile, ma non è certo un incentivo per le multinazionali.

Esiste poi anche un problema prettamente economico. L’Iran continua a patire una cronica penuria di capitali, necessari a soddisfare gli investimenti stranieri. Con il prezzo del greggio a 7,50 dollari a barile, nei primi 23 giorni dopo l’accordo, l’Iran ha perso 214 milioni di dollari di mancate entrate. Il tutto perché l’Arabia Saudita ha scelto di continuare a pompare petrolio per mantenere i prezzi bassi e danneggiare Teheran. Uno strumento di pressione politica che può sopravvivere alla fine delle sanzioni e ostacolare il sostegno iraniano ai propri alleati nello Yemen e in Siria.

Iran, Italia

Tra poche ore metteranno piede sul suolo dell’Iran due esponenti del governo italiano, Paolo Gentiloni e Federica Guidi, rispettivamente ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico; i due ministri, a capo di un folto gruppo di aziende da Eni a Finmeccanica, rappresentate ai massimi livelli, arrivano dopo il vice-cancelliere tedesco Gabriel e dopo il ministro degli esteri francese Fabius; Germania e Francia, inoltre, erano entrambe presenti ai negoziati sul nucleare con l’Iran, sfociati nello storico accordo del 14 Luglio a Vienna. Russia e Cina non se ne sono mai andati dal mercato iraniano nemmeno in tempo di sanzioni.
E allora l’Italia? L’Italia, non ci crederete, può ancora superare gli altri ed eccone i perché.

C’eravamo tanto amati
L’Iran e l’Italia possono certamente vantare rapporti culturali molto intensi. L’affinità tra le due nazioni non si limita ai colori della bandiera ma al fatto che ognuna delle due ha avuto un ruolo simile nell’ambito della propria civiltà; in Occidente, l’Italia ha ereditato il patrimonio di Roma e non c’è nazione occidentale, dagli Stati Uniti all’Australia, che non abbia preso qualcosa da questa eredità culturale.
Allo stesso modo, l’Iran, soprattutto con i suoi scienziati e le sue dinastie, dopo l’arrivo dell’Islam, è stato al centro di questa civiltà. Escludendo l’influenza iraniana, dell’arte, della filosofia, della teologia, della storia e della teologia islamica, rimane davvero ben poco.
Il feeling in tempi moderni tra le due nazioni inizia dai tempi di Mattei, e poi prosegue anche dopo la rivoluzione islamica. Rilevante la partecipazione italiana alla completazione di progetti del settore siderurgico vicino Isfahan, la progettazione e realizzazione di centrali elettriche, la vendita di macchinari industriali.
L’Italia viene amata soprattutto per quello che “non fa” più per quello che fa; persino nei momenti più difficili delle relazioni tra Iran e Occidente, l’Italia riesce, più o meno, a mantenere una politica non ostile nei confronti dell’Iran.

Il primo partner commerciale in Europa o quasi
E’ nel periodo precedente all’amministrazione Ahmadinejad che l’Italia inizia a diventare il primo partner commerciale dell’Iran in Europa; in realtà, negli ultimi anni l’Italia inizia una perdita forte e viene rimpiazzata solidamente dalla Germania.
Ad ogni modo, la tecnologia industriale italiana è ormai conosciuta ed apprezzata per la sua qualità in Iran; nei settori in cui l’Italia poi eccelle, dalla moda agli alimentari, gli iraniano sono interessati a cooperazioni, scambio di esperienza, acquisto di merce e/o macchinari.
Insomma iraniani e italiani si conoscono già e gli anni scorsi hanno preparato un ottimo terreno fertile.

L’Italia differente dagli altri paesi europei e dalle potenze
Gentiloni e Guidi devono sapere una cosa e non scordarsela; in Iran l’Italia è avvantaggiata per un fattore molto importante, che non bisogna sottovalutare.
Quando il vice di Merkel, Gabriel, arrivò in Iran e con poca cautela diplomatica si azzardò a proporre all’Iran di riconoscere Israele, l’opinione pubblica iraniana reagì indignata e un alto comandante iraniano arrivò ad apostrofare Gabriel definendolo un funzionario europeo di quarto grado. E’ chiaro che la Germania potrebbe rimetterci qualcosa.
Quando Fabius è stato accolto da Rohani, il presidente iraniano ha detto in continuazione di voler dimenticare il passato. Perchè? Perchè la popolazione iraniana ricorda che al tempo dell’amministrazione Fabius entrarono in Iran litri di sangue infetto (di HIV il virus dell’AIDS che contagiò tanti iraniani) e non hanno nemmeno scordato quanto Fabius abbia ostacolato gli accordi nucleari su indicazione di Netanyahu.
Germania e Francia (per non parlare di Gran Bretagna o Russia), hanno anche il loro passato coloniale che non e’ certo lontano dalla mente degli iraniani.
L’Italia non ha nulla di tutto questo sul suo biglietto da visita ed anzi si presenta con l’immagine di una nazione che è sempre stata amica, anche nei momenti più difficili.

La posta in gioco
L’Italia deve far fruttare questo suo vantaggio sulle altre nazioni visto che la posta in gioco non è bassa. L’Iran ha una popolazione di circa 80 milioni di persone. Si stima che siano 185 miliardi di dollari solo i progetti energetici in cui il governo dell’Iran propone la partecipazione degli stranieri; quindi una gran bella occasione.

Buona fortuna
Per tutte le ragioni sopraelencate, Gentiloni e Guidi forse arrivano anche tardi, ma possono pur sempre essere i primi.

E allora cari ministri, buona fortuna!

Lo sviluppo del sistema bancario islamico in Iran

Come funziona il sistema bancario in Iran? La questione diventa di stretta attualità dopo gli accordi del 14 luglio 2015 che dovrebbero portare alla rimozione delle sanzioni internazionali e all’apertura del Paese ai mercati internazionali.

In questo articolo La finanza islamica ricostruisce lo sviluppo del sistema bancario attualmente vigente nella Repubblica Islamica.

(..)

Risponde all’articolo 44 della Costituzione (nel quale è prevista la suddivisione dei settori economici nei quali possono operare lo stato, le cooperative e i privati) la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, che in modo graduale è stato portato, a partire dal 1984, primo ed unico paese al mondo, a sottostare ai precetti del Corano. In quell’anno infatti fu promulgata la “Law for usury-free banking operation” con l’obiettivo di eliminare la pratica dell’usura (riba) dall’intero settore. Non è possibile quindi applicare nessun tasso di interesse ai depositi e ai prestiti (se non nelle transazioni commerciali internazionali), ai quali può invece essere applicata una commissione fissa e un contributo annuo dipendente dai profitti, la cui percentuale varia a secondo dei settori merceologici (per esempio, 4% per le attività manifatturiere e agricole, 8% per i servizi, ecc.). Anche le banche private, autorizzate ad operare dal 2000 con l’affievolirsi delle tensioni internazionali derivanti dalla guerra contro l’Iraq, devono sottostare al principio della condivisione degli utili e delle perdite (PLS).

Le principali banche islamiche iraniane, molte delle quali sono al top dell’elenco delle 100 maggiori banche islamiche mondiali e che secondo un pronunciamento della Guida Suprema del 2006 non possono essere privatizzate sono la Banca Melli (nella foto; presso la sede di Teheran, in via Ferdousi, è custodito il tesoro della Corona, www.bmi.ir), la Banca Sepah, la Banca Maskan, la Banca dell’Industria e delle Miniere, quella dell’Agricoltura e quella dello Sviluppo Estero, oltre naturalmente alla Banca Centrale. Le altre possono essere possedute fino al 40% da privati, secondo una legge emanata nel 2007.

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E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

Verso il 30 giugno

A poche settimane dall’Accordo sul nucleare destinato a mutare il quadro geopolitico in Medio Oriente, con riflessi sul piano internazionale nelle alleanze tra vecchi nemici e nuovi partners, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Teheran è mirato principalmente a tre obbiettivi.

Garantire gli interessi di lungo periodo di Washington, contenere la Russia e la Cina, e delineare un nuovo ordine geopolitico nella regione.

Gli accordi sul nucleare consentiranno alla Repubblica islamica di fare il suo ingresso da protagonista sulla scena internazionale dopo 36 anni di isolazionismo dalla Rivoluzione del ‘79, e l’adozione di una misurata strategia conferirà a Teheran un ruolo chiave nel futuro assetto mediorientale.

Timeline del riavvicinamento Stati Uniti – Iran

Partendo dal punto centrale dell’accordo, ovvero limitare l’arricchimento di uranio e conseguente proliferazione di armi nucleari, gli interessi americani che spingono verso un’intesa non sono distanti da quelli che motivano la Repubblica islamica a resistere al tavolo del negoziato.

Osservando la strategia americana in Medio Oriente, il governo di Washington valuta consapevolmente che la produzione americana di idrocarburi, grazie alla tecnica dello shale oil/shale gas, non equivale alla capacità di autosufficienza energetica.

Pertanto petrolio e gas naturale devono fluire anche dall’Iran, il cui mercato costituirebbe un argine a quello russo.

Inoltre gli Stati Uniti hanno interesse a gestire le dinamiche geopolitiche nell’area, in cui la presenza di un attore dominante, Arabia Saudita, contrasterebbe con la loro volontà di favorire un equilibrio multipolare.

L’Iran è un perfetto deterrente sulla scacchiera regionale, in funzione anti-jihadista da un lato, i nemici dei persiani sono spesso i nemici degli americani, e dall’altro per diminuire la dipendenza dall’asse israelo-saudita, permettendo a Washington di garantire la propria attenzione nel Pacifico e monitorare l’ascesa della Cina. A tal proposito, l’Iran fornirebbe un valido aiuto per contenere l’attivismo cinese, considerati i numerosi investimenti di Pechino in aree sensibili per Teheran, come l’Iraq e l’Asia Centrale.

Gli interessi americani non remano contro quelli iraniani, e il one to one tra Usa e Iran consente a Teheran di chiedere la legittimazione della propria forma di governo e rifiutare il concetto di “regime change”. Questo è un punto fondamentale, in quanto il carattere teocratico del regime non è una minaccia per Washington. Per gli americani ogni statista mira alla propria sopravvivenza e la confessione non rappresenta un’arma ad orologeria.

Dalla sua posizione Teheran guarda al nucleare sostanzialmente per tre motivi.

Innanzitutto ha bisogno di energia. La Repubblica islamica è un’importante esportatrice di petrolio ma non gode dei suoi frutti. Non ha capacità di raffinazione sufficienti a soddisfare il suo fabbisogno energetico.

In secondo luogo intende diversificare la bilancia energetica. Producendo elettricità con il nucleare sarebbe meno dipendente dal petrolio, che una volta raffinato potrebbe essere esportato, aumentando la ricchezza del paese.

Infine l’arma atomica è un deterrente. Le teorie strategiche in materia di guerra insegnano quanto il nucleare possa neutralizzare qualsiasi volontà di attacco da parte del nemico.

L’uscita dalle sanzioni favorirebbe non soltanto la prosperità iraniana ma diventerebbe opportunità di commercio, investimenti e approvvigionamento energetico per l’intero Occidente.

L’Iran è il quarto produttore di petrolio e unico asse di collegamento sia tra Medio Oriente e sub-continente indiano sia tra Caspio-Caucaso e Oceano Indiano.

Le risorse energetiche immesse da Teheran sui mercati non solo sarebbero utili a tenere bassi i prezzi del greggio, ma da un punto di vista geopolitico il transito da Teheran sarebbe prezioso per incanalare gli idrocarburi dell’Asia Centrale verso l’Europa, riducendo la dipendenza dalla Russia.

Un interesse primario per gli americani che hanno l’obbiettivo di tenere a bada il rinascimento moscovita nel Levante, ma anche sganciare il Vecchio Continente dal Cremlino.

L’ambizione di diventare attore chiave nella regione ed essere coinvolto nelle iniziative negoziali, diplomatiche e strategiche mediorientali, indurrà l’Iran a giocarsi la carta del nucleare nella fase del negoziato.

Teheran non ha interessi ad avere l’arma atomica, in quanto cosciente dell’isolamento al quale sarebbe destinata negli anni futuri.

L’obbiettivo del programma nucleare iraniano è avere una fonte energetica alternativa per sviluppare l’industria e liberare idrocarburi da destinare all’esportazione e lo scopo dell’accordo sul nucleare è fornire una natura civile e politica al programma, monitorato da ispettori internazionali.

L’accordo tra la Repubblica islamica e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, più la Germania – non circoscriverà l’intesa nell’ambito esclusivo di un’agenda atomica, ma fisserà aspetti destinati a mutare le relazioni nell’area mediorientale e oltreoceano.

La maratona diplomatica e lo scacchiere persiano

L’importanza della posta in gioco spiega la maratona diplomatica caratterizzata dalle resistenze da parte della Francia, poco affascinata all’idea di una riabilitazione iraniana su benedizione americana, e a quelle esercitate dall’asse Israele – Arabia Saudita, due amici storici di Washington che hanno giocato per anni sull’isolamento di Teheran.

Più che un Iran atomico, Ryhad e Gerusalemme temono il ritorno della Persia come grande potenza regionale. Ad oggi la strategia adottata da entrambi è l’ostruzionismo, giocando rispettivamente l’uno sul fronte Pakistan, manifestando sensibilità al trasferimento sul proprio territorio di testate atomiche pakistane,  e l’altro nel Congresso americano, dove la lobby israeliana esercita la sua notevole influenza nelle scelte governative di politica estera.

L’ascesa dell’Iran sullo scacchiere mediorientale diffonde l’opinione che l’egemonia americana in Medio Oriente stia cedendo il passo ad un ordine multipolare in cui la partita non si gioca solo tra la Repubblica islamica, Arabia Saudita e Israele, ma chiama in campo Russia, Cina ed Europa, con al centro la questione energetica.

E nella prospettiva di un nuovo assetto mediorientale, anche la crisi in Ucraina ha aperto un confronto tra due possibili scenari, mantenere lo status quo con Russia e Cina o dare vita ad un nuovo approccio nelle relazioni con entrambi.

Mosca e Pechino, hanno favorito Teheran ogni qualvolta è stato espresso il proprio voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

La Russia è un partner strategico per l’Iran, rappresenta il principale fornitore di tecnologia militare in cambio di un tacito accordo che prevede di non entrare in competizione con il mercato russo del gas diretto verso l’Europa. L’Iran è il secondo produttore di gas naturale al mondo e in questo modo rinuncerebbe ad un importante sbocco e alla potenzialità di diventare una rilevante fonte alternativa di gas per i paesi europei.

Alla Repubblica popolare cinese Teheran garantisce buona parte del suo petrolio in cambio di beni e servizi ai quali non può accedere nelle limitazioni delle sanzioni imposte, è uno dei maggiori fornitori di risorse energetiche per la Cina, seconda consumatrice mondiale dopo gli Stati Uniti.

Mantenere lo status quo nelle relazioni con Russia e Cina, si tradurrebbe in un enorme potere energetico da parte di Mosca nei confronti dell’Europa e la Cina continuerebbe a beneficiare quasi in maniera monopolistica dell’energia iraniana.

Il secondo scenario potrebbe prevedere un nuovo equilibrio generato dalla crisi in Ucraina, con Europa e Russia lontane, in cui l’ottica di una distensione tra Stati Uniti e Iran consentirebbe a quest’ultimo di diventare uno dei principali fornitori di gas per il Vecchio Continente.

L’Iran non solo sarebbe candidato a diventare un attore internazionale in qualità di secondo produttore di gas al mondo dopo la Russia, ma sarebbe autore di una ricomposizione del sistema di alleanze regionali, con prevedibili inasprimenti da parte dei vicini e alleati storici americani, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan e Azerbaijan.

I punti dell’accordo e la fine delle sanzioni

L’attesa da un momento all’altro dell’atomo nucleare iraniano riporta alla mente il Godot di Beckett, in cui l’aspettativa è il canovaccio di un’opera che per essere rappresentata al mondo necessita dei suoi tempi e delle sue misure.

Trentasei anni di isolamento e inimicizia tra Teheran e Washington non potrebbero certamente convergere verso un veloce oblio e una rapida intesa.

L’inizio dei negoziati risale al 2013, quando Hassan Rohani eletto Presidente, con l’appoggio della Guida Suprema Alì Khamenei prende le distanze dal passato e cerca contatti diretti sul piano internazionale, privilegiando la millenaria tradizione diplomatica della Persia.

La firma dell’Accordo è prevista per il prossimo 30 giugno e le preoccupazioni sul programma iraniano ruotano attorno alla lavorazione di uno dei minerali con cui si realizza l’arma nucleare, l’uranio.

Il punto centrale dell’accordo è limitare l’arricchimento dell’uranio al 5%.

Dove il termine arricchimento è fuorviante, in quanto all’uranio non si aggiunge nulla, ma si separano le particella inutili da quelle preziose. Dalle miniere esce uranio che viene lavorato e trasformato in gas, UF6. Il quale contiene due particelle, l’inutile U-238 e la preziosa U-235. Quest’ultima prescelta per ottenere energia e che rappresenta solo lo 0.7% del gas, 7 ogni 1000 atomi di uranio. Così il minerale viene fatto turbinare nelle centrifughe dove una prima fase si conclude quando il rapporto tra le due particelle arriva a quota 7 su 140, ovvero il 5%.

E l’uranio arricchito al 5% viene convertito in forma solida per farne combustibile e produrre energia elettrica. La fase successiva, che prevede un arricchimento fino al 20% è giustificato da Teheran per scopi di ricerca, non solo medici. La terza fase, fino ad un massimo di 90% non lascia prevedere altro obbiettivo che la produzione di un’arma atomica.

L’accordo mira a limitare la percentuale di arricchimento al 5%, a non installare nuove centrifughe, impedire l’azionamento di quelle attualmente non operative ed evitare la costruzione di nuovi siti nucleari.

Per garantire la messa in atto di quanto previsto dall’Accordo, Teheran dovrà favorire ispezioni quotidiane dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nelle località in cui sono installati reattori nucleari.

In cambio i 5+1 garantiscono di non imporre nuove sanzioni e di sospendere quelle in corso sugli scambi di oro e metalli preziosi, il cui principale mercato per Teheran è il continente africano, verso il quale esporta petrolio grezzo ripagato con metalli preziosi, essendo l’Iran escluso dai circuiti monetari internazionali.

Inoltre l’accordo prevede la sospensione delle sanzioni sul settore automobilistico e sulle esportazioni petrolchimiche, assicurando all’Iran 1.5mld di dollari di potenziale fatturato.

Qualora la fase negoziale converga verso il lieto fine e le sanzioni rimosse, gli iraniani si tirerebbero fuori dall’attuale isolamento diplomatico, ricostruendo la propria economia, e gli americani sarebbero fautori di un nuovo equilibrio volto a contemplare da un lato gli Stati sciiti mediorientali e dall’altro a contenere la Cina in Asia Centrale.

Sul fronte degli amici storici, il nuovo riposizionamento non si tramuterà in una rottura tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele.

Israele e Iran sono stati alleati di ferro negli anni settanta ed ambedue hanno gli stessi interessi nello scongiurare la formazione di una potenza regionale araba.

L’Arabia Saudita è perfettamente consapevole che una politica di dissenso la investirebbe di un ruolo che non sarebbe in grado di gestire nella regione, al fine di salvaguardare i propri interessi economici contro gli Stati non arabi.

Molti saranno gli ostacoli da superare, dal destino degli impianti di arricchimento al grado di ispezioni che Teheran accetterà sulla base della revoca delle sanzioni. L’opposizione più forte per i negoziatori occidentali verrà dalle file amiche, Arabia Saudita e Congresso americano, quest’ultimo detiene un monopolio decisionale quasi totale sul voto delle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

Accordo sul nucleare, pro e contro

Passata l’euforia (secondo me assolutamente legittima) per il raggiungimento di un accordo quadro sul nucleare, vale forse la pena rivedere con calma quanto è successo a Losanna. Parafrasando il celebre dipinto di Magritte, va ricordato innanzitutto che questo non è un accordo. Non lo è ancora. E’ il quadro di un accordo.  L’essere comunque arrivati a questo è di per sé un ottimo risultato, anzi, è un risultato storico. Perché 18 mesi di trattative praticamente ininterrotte sono un precedente assoluto nella storia delle relazioni tra Repubblica islamica e Occidente. E perché tutta la “narrazione” relativa all’Iran è cambiata dopo Losanna, così come era già cambiata sopo l’accordo ad interim di Ginevra del novembre 2013.

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Il factsheet del Dipartimento Usa

Nemmeno un’ora dopo la conferenza stampa conclusiva del vertice di Losanna, il Dipartimento di Stato Usa si è precipitato a pubblicare sul proprio sito web il factsheet dell’intesa (leggi QUI) contenente moltissimi dettagli che non erano invece presenti nella dichiarazione congiunta letta in conferenza stampa da Federica Mogherini e Javad Zarif.

Il ministro iraniano ha lanciato un paio di tweet piuttosto stizziti: “Le soluzioni sono buone per tutti così. Non c’è alcun bisogno di inventare nulla utilizzando factsheet così presto”. Zarif ha poi citato il comunicato congiunto in cui si parla di porre fine alle sanzioni e non di sospenderle come indicato dal Dipartimento di Stato.

 

 

La versione iraniana

I pessimisti vedono in queste schermaglie i segnali di una distanza incolmabile, la prova che non si arriverà mai a un accordo vero. E’ però vero che adesso sia Obama sia Rouhani hanno un obiettivo chiaro: convincere la propria parte della bontà del pre-accordo, vendere questa cornice al proprio pubblico interno.

Obama e Kerry sottolineano l’importanza dei controlli e delle ispezioni ai siti nucleari iraniani (“Se l’Iran mentirà, lo saprà tutto il mondo”, ha detto il presidente Usa); Rouhani e Zarif parlano soprattutto della rimozione delle sanzioni. L’Iran non ha prodotto alcun factsheet ma ha pubblicato il comunicato congiunto finale sulla  pagina del ministero degli Esteri iraniano. Questo atteggiamento è tipico dello stile iraniano di non dire piuttosto che entrare in dettagli di qualcosa che ancora non è deciso al 100%.

Sabato 4 aprile Zarif ha rilasciato una lunghissima e vivace intervista sul primo canale televisivo iraniano, in cui ha ribadito i concetti espressi via Twitter: “Su alcune questioni non posso entrare nei dettagli perché stiamo ancora negoziando”. E ancora: “Siamo d’accordo (con gli Usa) sul fatto che nessuna delle parti debba interferire nella politica interna degli altri Paesi”. Uno Zarif sorridente e decisamente ottimista ha poi chiesto anche uno stop a tutte le “teorie della cospirazione”.

[youtube]https://www.youtube.com/watch?v=jsPddy_VsHw[/youtube]

L’intervista di Zarif alla TV iraniana (v.o. in persiano)

Ovviamente non tutti sono d’accordo con Zarif. Ci sono state voci di dissenso in parlamento e anche sui quotidiani conservatori. Kayhan, il quotidiano considerato espressione della Guida, ha usato l’arma del sarcasmo titolando: “Il win-win deal ha funzionato! I risultati sul nucleare se ne vanno, le sanzioni rimangono!”.

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Il titolo sarcastico del quotidiano conservatore Kayhan

C’è stato poi un botta e risposta tra Zarif e il deputato Karimi Ghodoosi che aveva criticato il pre accordo di Losanna durante il discorso in aula del ministro degli Esteri. Normali dinamiche parlamentari, piuttosto frequenti in Iran. Da sottolineare come giudizi di moderato sostegno alla dichiarazione di Losanna siano pervenuti anche da esponenti conservatori quali lo speker del majles Ali Larijani e il sindaco di Teheran Mohammad Bagher Ghalibaf che ha dichiarato: “Non dobbiamo smettere di sostenere il team dei negoziatori. Chi usa la questione nucleare per dividere il Paese, è solo un traditore”.

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Significativa anche la presa di posizione della Forze Armate. Il generale Hassan Firouzabadi ha scritto una lettera pubblica alla Guida:

Grazie alla Guida Khamenei e agli sforzi della squadra di negoziatori di Rouhani, un altro passo è stato compiuto per garantire il diritto inalienabile dell’Iran alla produzione di energia nucleare a scopi pacifici.

 

 

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Il quotidiano riformista “Ehtemad” titola “La diplomazia sorride”

 

 

 

E Khamenei?

Nessun segnale ufficiale, almeno per ora. Il primo tweet dopo Losanna è dedicato all’incontro con un reduce della guerra con l’Iraq. Un silenzio che suona come un assenso, ovviamente condizionato al risultato finale.

 

Comincia ora il rush finale al 30 giugno. Nella storia dei trattati internazionali, quasi nulla viene reso pubblico in tempo reale. Non è solo una questione di clausole riservate o segrete, è innanzitutto una questione di relazioni politiche. E’ difficile arrivare a un accordo che soddisfi al 100% tutti, ma sarebbe ancora più difficile, a questo punto, accettare un fallimento totale. Anche perché, come ha scritto Lucio Caracciolo, 

nella forma e nella tecnica si tratta sul nucleare, nella sostanza il negoziato è geopolitico. La trattativa non sarebbe nemmeno cominciata se, al fondo, occidentali, russi e cinesi non fossero convinti del fatto che la Persia è attore abbastanza razionale da non volersi dotare di testate atomiche, ben sapendo che appena scoperta verrebbe vetrificata da un primo colpo americano e/o israeliano. Trentacinque anni di contrapposizione fra Stati Uniti e Repubblica Islamica, avvelenata dagli stereotipi negativi ed esasperata dalla propaganda, non si possono però cancellare d’un colpo. Serve passare dalla cruna dell’ago nucleare per ricostruire un equilibrio geopolitico regionale oggi inesistente.

Nulla è immutabile. Lunedì 6 aprile l’Arabia Saudita annuncia un cauto appoggio all’accordo di Losanna.

“Il Consiglio dei ministri ha espresso la speranza per il raggiungimento di un accordo vincolante e definitivo che porterebbe al rafforzamento della sicurezza e della stabilità nella regione e nel mondo. L’Arabia Saudita auspica un accordo finale che porterebbe a un Medio Oriente e a una regione del Golfo Persico libera di tutte le armi di distruzione di massa, comprese le armi nucleari.”(Fonte Reuters).

Come diceva il cancelliere Ferrer nei Promessi Sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

 

Nucleare, storico accordo

Accordi di Losanna

E alla fine accordo fu. Dopo otto giorni serratissimi di trattative, il 2 aprile 2015 (13 farvardin 1394 per il calendario persiano) Iran e 5+1 hanno raggiunto un traguardo che non è esagerato definire storico. Si tenga presente che l’accordo ad interim rinnovato il 24 novembre 2014 aveva fissato il 31 marzo come termine per il raggiungimento di un accordo politico, non dell’accordo tecnico.

E alla fine, con 48 ore di ritardo e dopo un’autentica maratona diplomatica, quell’accordo c’è. Il termine inglese di Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA) fissa i punti chiave di un trattato che andrà scritto e approvato entro il 30 giugno. Ma chi si aspettava (o sperava) una generica dichiarazione di intenti, è rimasto deluso. Questo è un passo importante per un accordo vero; indica un percorso preciso e soprattutto una volontà politica chiara.

D’altra parte, sarebbe stato difficile per tutti tornare ancora una volta a casa a mani vuote. Ma la difficoltà e la lunghezza della trattative indica come non si sia trattato di un gioco al ribasso.

 

 

Almeno ufficialmente, Iran e Usa non ristabiliscono relazioni diplomatiche. D’altra parte, non era uno dei punti sul tavolo. Ma è chiaro che – dopo 18 mesi di trattative e incontri – la percezione e l’atteggiamento di Ue e Usa nei confronti della Repubblica Islamica sia completamente cambiata . Lo stesso Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini ha sottolineato come l’accordo punti a includere l’Iran nella comunità internazionale sia a livello politico sia economico.

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Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di una “storica intesa”. Il suo discorso è stato trasmesso anche dalla TV iraniana.

 

 

 

[youtube]https://youtu.be/L4tt6EdxTlg[/youtube]

 

 

Ecco i punti chiave dell’accordo quadro raggiunto a Losanna:

Riduzione centrifughe

L’Iran ha accettato di ridurre di circa due terzi le centrifughe installate. L’Iran passerà dalle attuali 19.000 a 6.104 centrifughe. Solo 5.060 di queste provvederanno all’arricchimento dell’uranio per 10 anni. Tutte le 6.104 centrifughe saranno del tipo IR-1, ovvero della prima generazione (attualmente, l’Iran dispone di modelli di centrifughe fino all’IR-8). Tutte le centrifughe in eccesso e le infrastrutture di arricchimento saranno messe sotto il diretto monitoraggio dell’AIEA e verranno utilizzate solo come ricambi delle centrifughe operative.

Riduzione stock

L’Iran si impegna a ridurre il suo attuale stock di 10mila chili di uranio arricchito a non più di 300 chili, arricchiti al massimo al 3,67 per cento. La maggior parte delle riserve di uranio arricchito dell’Iran dovrà essere diluita (degradata a un livello di purezza inferiore all’attuale) o trasferita all’estero.

No a nuovi impianti

Per 15 anni l’Iran non costruirà alcun nuovo impianto al fine di arricchimento dell’uranio.

L’impianto di Fordow

Iran convertirà il suo impianto di Fordow in modo che non potrà più essere utilizzato per arricchire l’uranio per almeno 15 anni. L’impianto non ospiterà alcun materiale fissile e sarà convertito in centro di ricerca fisica e tecnologica.

Un solo impianto di arricchimento, a Natanz

L’Iran avrà “un solo impianto nucleare” per l’arricchimento dell’uranio, a Natanz, per dieci anni.

Reattore ad acqua pesante di Arak

Sarà modificato e il plutonio prodotto andrà all’estero. L’Iran non costruirà impianti simili per almeno 15 anni.

Breakout a un anno

L’attuale breakout – il tempo necessario a produrre materiale fissile sufficiente per un’arma – è stimato tra i 2 e i 3 mesi. Con l’accordo viene esteso ad almeno un anno, per una durata di almeno dieci anni.

Le sanzioni

In cambio degli impegni assunti, sarà gradualmente alleggerito il peso delle sanzioni internazionali sull’Iran. Le sanzioni di Ue e Usa saranno sospese dopo che l’AIEA avrà verificato l’adempimento da parte iraniana dei propri obblighi.

Tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione nucleare iraniana saranno abolite in simultanea con il completamento, da parte dell’Iran, di azioni legate al nucleare legati ai punti principali (arricchimento, Fordow, Arak e trasparenza).

Tuttavia, le disposizioni di base nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite saranno ristabilite da una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che approverà le linee guida e solleciterà la loro piena attuazione.

Verrà definito un processo di risoluzione delle controversie.

Il mancato rispetto dell’accordo porterà automaticamente al ristabilimento delle sanzioni contro Teheran.

Tutte le altre sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran per terrorismo, violazioni dei diritti umani, e missili balistici rimarranno in vigore.

Monitoraggio e controllo

Dopo i primi 10 anni di monitoraggio, le attività di ricerca e sviluppo continueranno a essere limitate e supervisionate, con le diverse restrizioni sul programma nucleare iraniano che resteranno in vigore per 25 anni.

IL TESTO INTEGRALE (IN INGLESE) DELLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA FINALE

Nucleare Iran: accordo sì o no?

La storia infinita del nucleare iraniano troverà finalmente una conclusione? Il 31 marzo, termine fissato a novembre per il raggiungimento di un accordo politico, è passato e i negoziati continuano.

Sul web – soprattutto su Twitter – si rincorrono le voci più disparate. Sono soprattutto i reporter che seguono il vertice di Losanna ad alimentare questo flusso continuo di indiscrezioni, commenti e presunti scoop. Metteteci pure che è il 1° aprile e che quindi gli scherzi non mancano.

La cronaca dice questo: Iran e Russia sembrano ottimisti. Si sarebbe raggiunto un accordo sulle questioni più importanti, tra cui le modalità di rimozione delle sanzioni. Il quadro sarebbe delineato, i dettagli verrebbero raggiunti entro il 30 giugno, scadenza già fissata a novembre per l’accordo tecnico. Si tratterebbe adesso di mettere tutto nero su bianco nella giornata di oggi.

Da parte occidentale – soprattutto americana – non trapelano indiscrezioni di questo tipo.

Si tratta di aspettare e vedere che notizie arriveranno da Losanna.

Ieri ho rilasciato una lunga intervista su questo tema e sull’Iran in generale a Radio Onda d’Urto. Eccola:

Iran, Usa, Israele: la vera posta in gioco

“Nulla di nuovo”. Così il presidente degli Usa Barack Obama ha liquidato l’intervento con cui il 3 marzo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di convincere il Congresso americano ad opporsi a un eventuale accordo con l’Iran sulla questione nucleare.

“È solo retorica, nessuna idea nuova, nessuna alternativa concreta ai negoziati”, ha detto Obama, che non ha ascoltato il discorso perché “impegnato in colloqui con gli alleati”. In realtà, l’intervento di Netanyahu è stata una chiara mossa anti Obama orchestrata dai repubblicani ormai da mesi. Mossa probabilmente sbagliata, a giudicare dalle reazioni di politici, media e opinione pubblica Usa.

Molti democratici – tra cui Elizabeth Warren, probabile sfidante di Hillary Clinton alle primarie per le prossime presidenziali – hanno boicottato il discorso di Netanyahu. Un sondaggio pubblicato proprio ieri rivela che il 61% degli americani appoggia l’approccio di Obama alla questione del nucleare iraniano.

Dal Washington Post al New York Times la voce è quasi unanime: Bibi non ha convinto il Congresso, e probabilmente, a giudicare anche dalle reazioni dei media israeliani, nemmeno l’elettorato di casa propria.

Il quotidiano israeliano (progressista) Haaretz definisce l’accordo sul nucleare un “ragionevole compromesso”, soprattutto per evitare le alternative (nuove sanzioni e intervento militari). L’editoriale va oltre: l’unica cosa che minaccia davvero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico è l’infinita occupazione illegale dei Territori.

Non colpisce tanto quello che ha detto Netanyahu, ma la durezza dei commenti dei media e la durezza della Casa Bianca. Segno che forse l’accordo è davvero ad un passo.

 

Cosa ha detto Netanyahu?

A due settimane dalle elezioni, il premier israeliano ha usato il Congresso Usa come palcoscenico mondiale. Ha ancora una volta agitato lo spettro di una minaccia nucleare per Israele (che di atomiche ne ha almeno 200 e non aderisce al Trattato di Non Proliferazione) da parte dell’Iran (che ha aderito al Trattato di non proliferazione e l’atomica non ce l’ha).

Lo stesso adagio dal 2003, davvero nulla di nuovo.

Netanyahu ha detto che:

nessun accordo” è meglio di un brutto accordo, e questo è un brutto accordo; l’alternativa a questo accordo è un accordo migliore.

Ha ricordato che l’ayatollah Khamenei predica intolleranza, violenza e la distruzione di Israele e ha detto che il regime iraniano

«non è un problema solo di Israele più di quanto non lo fosse il nazismo». Ha detto che la presidenza di Rouhani non ha reso il regime più moderato, dato che continua a finanziare il terrorismo internazionale, uccidere i gay e imprigionare i giornalisti, e il fatto che sia avversario dell’ISIS non lo rende automaticamente amico dell’America: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante».

La reale posta in gioco

Forse siamo davvero a una svolta sul nucleare. Ma davvero, dopo dodici anni di tira e molla, la posta in gioca è tutta sul nucleare?

Sul Sole 24 Ore Alberto Negri spiega:

Lo stesso formato della trattativa, politicamente corretto, è assai ingannevole. In realtà, come dimostra il drammatico discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, questo è da molto tempo un negoziato triangolare tra gli Stati Uniti, l’Iran e Israele, per decidere quali saranno le potenze dominanti in Medio Oriente.
Sono questi i tre attori, insieme agli alleati arabi di Washington, che si debbono mettere d’accordo e accettare – o rassegnarsi a seconda dei punti di vista – a un’intesa che cambia i dati strategici della regione perché implica non soltanto aspetti militari e solidarietà politiche consolidate ma anche un forte contenuto storico e ideologico che dovrebbe indurci a una riflessione sugli errori del passato e a individuare qualche speranza per il futuro.

È questo il significato di un eventuale accordo sul nucleare: il ritorno dell’Iran a un corso della storia che non è soltanto orientale ma anche occidentale, che si nutre degli apporti dell’uno e dell’altro mondo. Ma che rivendica il diritto ad avere una sua sintesi e un’elaborazione originale dei rapporti internazionali: gli iraniani intendono decidere il loro destino in autonomia. Dopo aver visto in Medio Oriente i disastrosi interventi occidentali di questi anni non è una pretesa poi così arrogante e infondata.
In un certo senso Israele ha ragione ad avere paura di un accordo con l’Iran che ai tempi dello Shah era un caposaldo delle alleanze americane e il guardiano del Golfo. Ha resistito negli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica, all’attacco di Saddam Hussein e delle monarchie arabe che per otto anni finanziarono a piene mani una guerra contro i persiani buttando al vento 50 miliardi di dollari, con il risultato che fu poi Baghdad, indebitata fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, a invadere il Kuwait. A questo dovrebbe pensare oggi l’America quando dice di volere combattere l’Isil: i maggiori guai dal Medio Oriente sono sempre arrivati dai suoi alleati sunniti, 11 settembre compreso. Teheran è il concorrente più temibile degli israeliani, capace di fondare un movimento come gli Hezbollah libanesi che nel 2006 hanno inflitto a Israele una cocente sconfitta militare dimostrando di essere competitivi sul piano dell’organizzazione, della disciplina, della determinazione, qualità caratteristiche proprio degli israeliani. L’Iran fa paura perché come ha detto Obama può diventare senza le sanzioni una potenza economica: ha 78 milioni di abitanti, enormi risorse energetiche ed umane, industrie, agricoltura, inventiva e capacità commerciali innate, cultura e storia millenarie. Iraniani ed ebrei in un certo sono i popoli della regione che si somigliano di più e non a caso hanno condiviso secoli di vita insieme: oggi ci sono 250mila ebrei di origine persiana in Israele e 25mila ebrei in Iran. Ha ragione Netanyahu: l’Iran è temibile ma gli accordi si fanno con i nemici potenti, quelli più deboli, come sa bene, si sconfiggono in battaglia.

Occhio al prossimo vertice, fissato per il 15 marzo. Forse – e sottolineerei questo forse – si fa la Storia.

Gentiloni a Teheran

L’articolo di Alberto Negri uscito sul Sole 24 Ore del 2 marzo 2015.

L’Iran non delude mai. Era entusiasta il sassofonista americano Bob Belden che si è appena esibito con il suo cool jazz in un teatro strapieno e plaudente alla presenza del ministro della Cultura islamica: Belden è il primo musicista americano a suonare a Teheran dalla rivoluzione dell’Imam Khomeini del 1979. Ha improvvisato una jam session con tre giovani musiciste iraniane, velate e bravissime. L’offensiva diplomatica iraniana è anche questa: mostrare un volto diverso della Persia e dell’Islam sciita rispetto alle chiusure del mondo sunnita.

Ma ieri si è sentita gratificata dall’Iran anche la diplomazia italiana. I giornali hanno messo in prima pagina la visita del ministro Paolo Gentiloni, oltre che le dichiarazioni ottimiste sul negoziato di Federica Mogherini, alto rappresentante europeo. Gentiloni ha incontrato il ministro degi Esteri Javad Zarif, lo speaker del Parlamento Alì Larjani, e oggi vedrà il presidente Hassan Rohani e Hashemi Rafsanjani,

ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Roberto Toscano

Su La Stampa del 25 febbraio 2015 l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano analizza in un editoriale la lunghissima questione del nucleare iraniano alla luce degli sviluppi più recenti.

Ve lo proponiamo di seguito.

 

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Per oltre dieci anni la questione nucleare iraniana ha occupato una delle posizioni centrali fra i dossier di politica internazionale, come se principalmente da essa dipendessero l’alternativa fra pace e guerra in Medio Oriente e gli stessi equilibri internazionali.

Anche in passato era legittimo ritenere che si trattasse di un difetto di prospettiva, o piuttosto delle distorsioni volutamente prodotte da chi preferiva spostare sul nucleare iraniano un’attenzione che altrimenti si sarebbe focalizzata su tematiche quali la questione palestinese o il ruolo degli Stati del Golfo nel sostegno dei più radicali e violenti movimenti jihadisti.

Oggi appare ormai evidente che la questione, che pure rimane importante sotto il profilo del pericolo della proliferazione nucleare, risulta sostanzialmente sdrammatizzata, se non ridimensionata.

Secondo le ultime notizie da Ginevra, il negoziato nucleare rimane ancora complesso, con molti problemi da risolvere, ma per la prima volta non sembra da escludere la possibilità che emerga un compromesso accettabile da ambo le parti.

Un segnale interessante al riguardo è che si è unito al team negoziale iraniano il Direttore dell’ente nucleare iraniano, ed ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, la persona in assoluto più competente sia dal punto di vista scientifico (ha un dottorato in fisica di Mit) sia da quello della storia del negoziato, essendo stato rappresentante iraniano all’Aiea.

Ma quello che è cambiato è soprattutto l’irrompere della sfida del cosiddetto Stato Islamico, la più recente e più minacciosa incarnazione del radicalismo wahabita. Si tratta di una sfida che da un lato minaccia la stessa tenuta dello Stato iracheno e dall’altro apre inquietanti prospettive per la Siria, dove appare molto problematico immaginare l’eliminazione di un altro dittatore laico, Assad, senza che – come in Iraq e in Libia – si apra la via a un processo di decomposizione istituzionale e territoriale di cui beneficerebbero le forze islamiste più estreme.

Che fermare lo Stato Islamico sia un’urgenza lo dimostra il fatto che il Presidente Obama ha deciso di chiedere al Congresso un’autorizzazione all’uso della forza militare. Cercando di sottrarsi all’accusa di avere così invertito la sua precedente politica, quella di ritirarsi dalle «guerre stupide» di George W. Bush, Obama ha farcito la sua richiesta di precisazioni sul tipo di forze e sui limiti temporali, ma è inevitabile a questo punto prevedere che presto vedremo arrivare in Iraq quegli «stivali sul terreno» che non solo Obama, ma l’opinione pubblica americana, non avrebbero voluto più vedere. E non si tratta solo degli Stati Uniti: la missione esplicitamente anti-Isis della portaerei francese «Charles de Gaulle» costituisce un altro segnale di notevole significato politico ancor prima che militare.

Per gli americani il rischio, come sempre quando si prospetta un uso limitato della forza armata, è che la situazione possa precipitare mettendo a repentaglio le limitate forze schierate in origine e costringendo quindi a un’inevitabile escalation. E’ qui che l’Iran può essere visto come una soluzione, e non solo come un problema. In realtà è in parte già così, visto che Washington e Teheran stanno indirettamente coordinandosi, per interposto governo iracheno, nella lotta allo Stato Islamico. Un paradosso che lascia non pochi sconcertati e sospettosi, soprattutto a Tel Aviv e a Riad, ma che non è certo una novità dal punto di vista storico, soprattutto in una regione come il Medio Oriente, dove il nemico del nemico non è necessariamente un amico, ma può diventare un indispensabile alleato di fatto.

Se per gli Stati Uniti si tratta di ridurre i danni dei ripetuti errori politici e strategici e fermare la destabilizzazione e il caos politico a livello regionale, gli obiettivi dell’Iran sono abbastanza evidenti. Si tratta in primo luogo di garantire che l’Iraq non torni ad essere una minaccia come ai tempi di Saddam: questo spiega perché dal momento della caduta di Saddam il governo di Baghdad sia stato sostenuto sia da Washington sia da Teheran. Collaborare con gli americani contro lo Stato Islamico non è quindi per gli iraniani né un problema né una novità.

Ma fra gli obiettivi iraniani vi è qualcosa di più sostanziale e di più ambizioso: il progetto di ottenere dagli Stati Uniti, anche a costo di accettare di pagare alcuni prezzi, una sorta di «sdoganamento» come potenza regionale, e soprattutto la caduta di un bruciante status di Paese reietto e paria, sistematicamente escluso ed isolato internazionalmente. Si tratta di un obiettivo condiviso dalla stragrande maggioranza degli iraniani, seppure con diverse sfumature, e respinto solo da una minoranza peraltro – e vi è qui un elemento d’incertezza – solidamente impiantata nei gangli vitali del potere.

Per capire quale sia questo vero e proprio «progetto nazionale» vale la pena rileggere il testo della proposta che, con l’autorizzazione dei vertici del regime (erano i tempi del governo riformista di Khatami), un ristretto gruppo di diplomatici iraniani redasse nel 2003 e inoltrò al governo americano, che rifiutò ostentatamente di prenderla in considerazione – anzi, persino di riceverla. (NOTA: Su questo blog ne abbiamo parlato in questo articolo).

Punti importanti di quella proposta erano la richiesta iraniana di discutere «un riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza iraniani nella regione», e la possibilità di una dichiarazione americana secondo cui «l’Iran non appartiene all’asse del Male». In cambio si offriva fra le altre cose di prendere in considerazione «il coordinamento dell’influenza iraniana» in Iraq. Interessanti erano anche la disponibilità a discutere, per la Palestina, «l’accettazione della Dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa di pace saudita, approccio dei due Stati)» e l’ipotesi di «un’azione su Hezbollah perché diventi una semplice organizzazione politica all’interno del Libano».

Forse dodici anni dopo Washington potrebbe rispondere a quella proposta. Ma certo non potrà farlo se non verrà superato l’ostacolo della questione nucleare.

L’articolo originale è disponibile QUI.

L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Iran digital landscape

Domenica 7 giugno, alle ore 17,30 presso Taberna Persiana  (Via Ostiense 36 H) a Roma, viene presentata la ricerca L’Iran degli ayatollah nell’era digitale. Censura e nuovi media in Iran. Presentato da Arab Media Report, in collaborazione con Small Media. Sarà presente l’autore Antonello Sacchetti – giornalista e autore di Diruz – insieme ad Azzurra Meringolo – coordinatrice scientifica di Arab Media Report – e Antonella Vicini – giornalista esperta di Iran e autrice di Sguardi Persiani

In “L’Iran degli ayatollah nell’era digitale” sono riassunte indagini sulla televisione satellitare, l’editoria, la stampa e internet in Iran, con inediti approfondimenti sul mondo dei social network e delle start-up. Seguendo lo sviluppo dei media in questi ambiti, in ognuno di essi si approfondisce la nascita e l’espansione della censura governativa, i mezzi cui ricorre la società per aggirarla e gli aspetti paradossali e contraddittori che emergono da questa interazione. Tanto da domandarci fino a che
punto possiamo pensare l’Iran come una società chiusa, in cui i cittadini sono costantemente controllati e messi sotto pressione, e fin dove, invece, può estendersi il controllo del governo nell’era di internet e dei media globalizzati.

Ingresso libero con aperitivo persiano fino ad esaurimento posti.

Si prega di confermare la propria presenza a arabmediareport.redazione@gmail.com

L’Iran degli ayatollah nell’era digitale (PDF)

L’Iran degli ayatollah nell’era digitale. Censura e nuovi media in Iran

Domenica 7 giugno ore 17,30

Taberna Persiana

Via Ostiense 36 H, Roma

 

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Revolution decoded: Iran’s digital media landscape

Iran digital landscape

In collaborazione con Small Media, il sito inglese specializzato nell’analisi dell’universo mediatico iraniano, Arab Media Report ha prodotto Revolution Decoded: Iran’s Digital Media Landscape.

La monografia raccoglie studi su televisione satellitare, editoria, stampa e internet, con approfondimenti inediti sul mondo dei social network e delle start-up.

Il team di Arab Media Report ha collaborato con Small Media e ha contribuito alla stesura delle pubblicazioni grazie ai saggi di Antonello Sacchetti, l’editing di Valeria Spinelli e il coordinamento scientifico di Azzurra Meringolo.

VAI SUL SITO DI SMALL MEDIA

SCARICA IL PDF DEL RAPPORTO (IN INGLESE)

Limbert e Khamenei

Limbert e Khamenei

Ogni tanto la Storia fa delle strane piroette. Era il novembre 2009 quando sul sito della Guida Ali Khamenei venne pubblicato questo video. Siamo in piena crisi degli ostaggi dell’ambasciata Uaa di Teheran. L’attuale Guida Suprema Khamenei – allora vice ministro della Difesa – parla con uno degli ostaggi, John Limbert.

Limbert, sposato con un’iraniana, parla un ottimo farsi e dà vita con Khamenei a un dialogo in perfetto stile iraniano.

Khamenei gli chiede se stanno bene, se i bagni sono puliti, se il vitto è buono. Limbert ringrazia, dice che va tutto bene. C’è solo un problema: la grande ospitalità degli iraniani, che non ti lasciano mai andare via, nemmeno quando è tardi e tu dovresti andartene.

Khamenei annuisce, incassa e rilancia:  quando gli Usa rimanderanno lo scià in Iran in modo che il governo rivoluzionario lo possa processare, gli ostaggi potranno tornare a casa.

Mmebro del National Iranian American Council , organizzazione che cura gli interessi della comunità irano-americana, Limbert ha scritto nel 2009 Negotiating with Iran: Wrestling the Ghosts of History, libro poco conosciuto in Italia.

 

 

Chi è Masoumeh Ebtekar

Masoumeh Ebtekar

A vederla di persona, la cosa che colpisce di più è il suo sorriso. Sorride molto, Masoumeh Ebtekar , vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran con delega alle politiche ambientali. Sorride ai giornalisti e ai politici italiani che la ricevono in visita ufficiale a Roma, a fine novembre 2014. Tra i vari impegni istituzionali, anche un incontro pubblico presso la SIOI di Roma, condotto dall’ex ambasciatore a Teheran Riccardo Sessa.

Le sopracciglia disegnate, il filo di trucco sul volto incorniciato dal chador nero, l’inglese fluente imparato da ragazza negli anni trascorsi negli Usa: è una presenza gradevole, ma tutt’altro che “lieve”

Classe 1960, la signora Ebtekar è un personaggio tra i più interessanti della politica iraniana e attraverso il suo percorso è possibile ricostruire alcuni passaggi importanti della storia dell’Iran dalla rivoluzione del 1979 ad oggi.

Oggi

La vicepresidente iraniana arriva a Roma all’indomani del nuovo rinvio dell’accordo sul nucleare tra Teheran e gruppo 5+1. La maggior parte delle domande dei cronisti verte proprio sull’infinita querelle atomica e sul ruolo dell’Iran nella lotta contro l’ISIS. Da politica navigata, la Ebtekar non si scompone nemmeno quando si tocca il tema dei diritti umani, della recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari o degli attacchi con l’acido alla donne di Esfahan. Articola un ragionamento, cerca di riportare tutte le questioni nel contesto culturale e politico iraniano; magari non convince l’interlocutore, ma sembra sempre controllare perfettamente la situazione.

Quando però si toccano temi come l’ambiente, la crescita sostenibile o lo sviluppo del turismo in Iran, il suo volto si apre in un’espressione di sincero entusiasmo. Invita tutti a visitare il Paese, descrive l’Iran dei giovani e delle nuove realtà sociali ed economiche. Racconta con partecipazione la recente visita a un fabbrica di batterie al litio per automobili elettriche, parla della necessità di ridurre le emissioni di Co2 e di quanto le sanzioni abbiano danneggiato l’ambiente.
Auspica nuovi investimenti dall’estero, dicendosi consapevole che molto dipenderà dall’esito dei negoziati sul nucleare.

Sottolinea l’importanza dell’alleanza tra riformisti e moderati che ha portato – anche grazie al ritiro del candidato riformista Aref – all’elezione di Hassan Rouhani. Traccia anche un parallelo tra Mohammad Khatami – che lanciò il progetto del “Dialogo tra civiltà” proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 – e Rouhani che nel settembre 2013 propose in sede ONU una Coalizione contro gli estremismi (WAVE), appena poche settimane prima che emergesse in tutta la sua gravità il fenomeno (ancora molto misterioso, secondo la Ebtekar) dell’ISIS.

In almeno tre occasioni cita l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, a sottolineare un legame politico ancora molto importante.

Ieri

Questa è cronaca dell’oggi. Ma chi è stata, da dove viene Masoumeh Ebtekar ? Tanto per cominciare il suo nome vero era Niloufar Ebtekar. Nasce nel 1960 in una famiglia medio borghese di Teheran. Trascorre sei anni a Philadelphia, quando suo padre si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti. Tornata in patria, studia nella scuola internazionale di Teheran, poi all’Università sceglie la facoltà di Scienze. Dopo la laurea, nel 1995 ottiene un PHD in immunologia. Gli anni universitari sono quelli della svolta politico-religiosa: Masoumeh diventa una seguace di Ali Shariati , uno dei personaggi che più ha influenzato la generazione che sarà protagonista nella rivoluzione del 1979. 

ebtekar 1979

 Nei 444 giorni della crisi degli ostaggi dell’Ambasciata Usa di Teheran , Ebtekar – proprio in virtù del suo ottimo inglese – è la portavoce degli “Studenti seguaci della linea dell’Imam”. I media americani la chiamano “Sister Mary”. Nel film Argo  il suo personaggio è interpretato da Nikka Far .Nel 2001, con il giornalista Fred A. Reed, ha raccontato la sua versione della crisi nel libro Takeover in Tehran: The Inside Story of the 1979 U.S. Embassy Captur. 

Con la presidenza Khatami (1997) diventa la prima vicepresidente donna della Repubblica islamica e capo della Organizzazione per la protezione ambientale.  Mantiene l’incarico fino al 2005, quando viene eletto presidente Mahmud Ahmadinejad. Dal 2007 al 2013 siede nel consiglio comunale di Teheran, dove si occupa sempre di tematiche ambientali. Con la vittoria di Rouhani (2013), ritorna al ruolo ricoperto con Kahtami. In patria e all’estero è molto apprezzata per il suo impegno a favore delle tematiche ambientali, fino a pochi anni fa poco considerate nella società e nella politica iraniana.

 Il percorso politico della Ebtekar è simile a quello di molti altri protagonisti dell’occupazione dell’ambasciata Usa: finita la prima fase rivoluzionaria, molti di loro hanno abbracciato il riformismo e la linea di Khatami in particolare. Va infatti ricordato che quell’occupazione nacque in risposta al timore di una imminente controrivoluzione guidata dagli Stati Uniti, sul modello dell’Operazione Ajax che nel 1953 aveva portato alla deposizione di Mossadeq .Gli studenti che occuparono l’ambasciata rappresentavano la corrente più “di sinistra” del fronte rivoluzionario: non è dunque strano vedere oggi quei personaggi schierati per una cambiamento della società e della politica iraniana, sempre nella cornice della Repubblica islamica.

Leggi anche

L’intervista di Marina Forti a Masoumeh Ebtekar per Pagina 99: http://www.pagina99.it/blog/7595/Massumeh-Ebtekar–volto-ottimista-della.html

Leggi il blog in inglese di Maosumeh Ebtekar Persian Paradox: http://ebtekarm.blogspot.it/

Il suo account Twitter in inglese è @ebtekarm, quello in persiano @ebtekarm_ir .

Una speranza prolungata

Titolo Shargh

“Una speranza prolungata”. Così il quotidiano riformista Shargh ha titolato, commmentando l’estensione dell’accordo tra Iran e gruppo 5+1 al 30 giugno 2015.

 

 

 

Totalmente diverso il tono del conservatore Vatan emruz che titola: Hich! Niente!

 

 

 

Fumata grigia, più che nera. Ma di certo in molti speravano che questa fosse la volta buona.  Un altro rinvio, stavolta addirittura di 7 mesi. I tempi si allungano. Anche se dopo 35 anni di silenzio nessuno si aspettava una soluzione rapida. i mesi passano senza un risultato concreto. Obama dovrà fare i conti con il Congresso a maggioranza repubblicana, che potrebbe nel frattempo varare nuove sanzioni e mettere così a repentaglio il dialogo.

Le questioni irrisolte sono due: capacità di arricchimento ed eliminazione delle sanzioni. Le difficoltà stanno più nei tempi che nella sostanza.

L’Iran ottiene 700 milioni di dollari al mese come piccolo anticipo dei 100 miliardi di beni congelati. Serviranno a dare ossigeno a Rouhani che dovrà fare i conti nei prossimi mesi col calo del prezzo del greggio. Il bilancio statale – in Iran si basano sull’export del greggio. Più il prezzo scende, più basso sarà il potere di spesa del governo nel futuro immediato. Il petrolio alle stelle fu la fortuna di Ahmadinejad e delle sue politiche di spesa.

Il segretario di Stato Usa, apparso piuttosto provato alla fine dei colloqui. si è subito appellato ai membri del Congresso perché il dialogo continui. Negoziato che, a questo punto, è sempre più una partita due tra Teheran e Washington, con la Russia unico soggetto terzo a giocare un ruolo di qualche peso.

Molto più abile il ministro iraniano Javad Zarif nel presentare il rinvio come un successo: “Prima delle sanzioni – ha detto – avevamo 200 centrifughe, ora ne abbiamo 20mila. Dite voi se le sanzioni hanno funzionato”. Al di là di queste affermazioni, il tono dei commenti nel dopo vertice indica alcuni elementi sostanziali:

  1. Nessuno più chiede l’azzeramento del programma nucleare iraniano.
  2. Nessuno ha dato la colpa del rinvio all’Iran.
  3. Il dialogo ormai è una prassi.

Kerry ha detto che dall’accordo ad interim di un anno fa, il mondo è più sicuro. da un anno. Gli ha fatto eco Zarif: “Per l’accordo non ci vorranno 7 mesi, ma molto meno. Noi siamo pronti a tornare al tavolo anche domani”.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, in un discorso televisivo alla nazione, ha rivendicato la sua strategia di approccio con la comunità internazionale: “Abbiamo scelto di interagire col mondo ed è la strada giusta”.

Nel rush finale dei negoziati è forse è mancato uno strappo, uno scatto finale di coraggio. Obama avrebbe avuto forse meno da perdere di Rouhani. Il presidente Usa è al suo secondo e ultimo mandato e la soluzione del dossier nucleare iraniano potrebbe essere l’ultima chance per lasciare almeno un risultato positivo in politica estera. Rouhani è invece presidente da un anno e mezzo e sul dialogo ha incentrato tutta la sua politica. Non può assolutamente dare segnali di eccessivo cedimento rispetto agli Stati Uniti, altrimenti tutta la sua presidenza sarebbe compromessa.

Un analista ha paragonato questa fase dei negoziati a l vertice tra usa e Urss di Reykjavik nel 1986. Ora come allora, le parti si conoscono perfettamente e sanno cosa possono realisticamente ottenere. Si tratta di trovare il coraggio, lo slancio di chiudere. Come ha detto Rouhani fin dall’inizio delle trattative,” la finestra non sarà aperta per sempre”.

 

 

 

 

Ascolta la puntata di Radio 3 mondo del 25 novembre 2014  con Antonello Sacchetti ed Ettore Greco.

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