Covid-19: l’Iran sta vincendo

L’Iran sta vincendo contro il COVID-19. La lotta del popolo e delle autorità della nazione sta dando risultati positivi chiaramente visibili.

I dati parlano chiaro

Per capire quel qualcosa di magico che si verifica da una settimana, ecco subito il diagramma dei nuovi contagiati per giorno dell’ultimo periodo.

Dai 3.186 nuovi contagi del 30 Marzo (record assoluto di contagi in un giorno in Iran), si è passati, come mostra il diagramma, per una riduzione continua che è arrivata ai 2.274 nuovi contagi del 6 Aprile.
Non è certo l’unico dato che mostra la graduale vittoria dell’Iran.
Nel secondo diagramma realizzato per voi, si osserva il rapporto del numero delle persone guarite dal COVID-19 dopo il ricovero in ospedale, rispetto al numero complessivo dei casi accertati.

Anche la percentuale delle persone guarite dopo aver contratto il COVID-19 ed essere state ricoverate in ospedale è passato da poco più del 30% del 27 Marzo ad oltre il 40% del 6 Aprile. 

Una nazione condannata

Come era avvenuto nel 1980, ed ai tempi dell’aggressione di Saddam Hussein contro il Paese, l’Iran anche questa volta sembrava spacciato.
Senza alcol e gel disinfettante a sufficienza, senza mascherine, senza medicine sufficienti e attrezzature ospedaliere sufficienti.
I nemici della nazione (e dell’umanità), con le loro sanzioni, avevano condannato a morte il popolo iraniano.
Per rendere amara la morte, la loro spaventosa macchina di propaganda, creava ogni giorno una bugia sul Paese.
La nazione, sembrava condannata a morte.


L’epopea della Primavera


Alla fine dell’inverno e in concomitanza con la festa millenaria del Nowruz, il popolo iraniano ha di nuovo mostrato una resistenza che verrà registrata nei testi di storia.
Una risposta a 360 gradi.
–    A partire da medici ed infermieri (alcuni non tornano a casa da mesi, altri non torneranno a casa mai più) che hanno creato le scene più commoventi.
–    Al mondo dell’industria, che ha risposto con la produzione di mascherine, alcol e gel.
–    Alla ricerca ed alle università, che hanno prodotto ben 4 diversi tipi di kit per la diagnosi del COVID-19 (rendendo autosufficiente la nazione), i ventilatori e persino medicine a base vegetale che accellerano la guarigione degli ammalati.
–    A tutti i cittadini normali che hanno rispettato la quarantena ed hanno rinunciato alle tradizioni del Nowruz volontariamente, visto che non erano previste multe o sanzioni, per la maggior parte del periodo della quarantena.
–    Agli artisti, coloro che hanno organizzato concerti gratis online (una ventina finora), a quelli che hanno scritto all’Onu chiedendo la fine delle sanzioni sulle medicine.
–    I giornalisti, che hanno cercato di far fronte all’ignobile attacco mediatico contro la nazione.
–    I giovani, che si sono riuniti nelle moschee, negli ospedali, nelle sedi del Basij, ed hanno aiutato a disinfettare, produrre mascherine e gel, soccorrere le persone bisognose.
–    Ai negozianti; pensiamo a quelli che hanno dato cose gratis al popolo per un periodo, o a coloro che addirittura regalavano mascherine.
I risultati positivi stanno arrivando. Ancora una volta l’Iran sta vincendo.

Coronavirus in Iran

Ormai è noto: l’Iran, subito dopo la Cina e insieme all’Italia, è uno dei Paesi più colpiti dal Coronavirus. I dati ufficiali (aggiornati in tempo reale qui: https://www.worldometers.info/coronavirus/country/iran/) sono ritenuti inattendibili da molti iraniani. Che il numero di contagiati e dei deceduti sia molto più alto, è più di un semplice sospetto. Non è soltanto un problema di censura: all’inizio della crisi, la mancanza di kit ha impedito di effettuare controlli su vasta scala. Le testimonianze del personale medico e sanitario sembrano raffigurare un quadro drammatico. Tutte e 31 le province del Paese sono coinvolte e i focolai maggiori sono a Teheran, Qom e nelle regioni del Gilan e del Mazandaran.

Il 12 marzo il ministro degli Esteri Javad Zarif ha lanciato un appello via Twitter, affinché le sanzioni vengano rimosse e il Paese sia rifornito dei medicinali e dei macchinari di cui in questo momento ha disperato bisogno.

Lo stesso ministro della Salute Saeed Namaki ha dichiarato che si attendo il picco dell’epidemia per la metà di aprile: siamo quindi ben lontani dalla fine di un incubo che è iniziato a metà febbraio.

Come è iniziato tutto

Il 21 febbraio si sono svolte le elezioni parlamentari e giusto il giorno primo ci sono stati i primi casi ufficiali nella città di Qom. Si tratta di un centro religioso molto importante, a circa 200 km a sud della capitale Teheran, meta di pellegrinaggi e sede di diversi centri di studi. Sono subito circolate voci di un focolaio sorto tra un gruppo di studenti arrivati dalla Cina. Per qualche ora si è parlato di un possibile rinvio delle votazioni e di mettere in quarantena Qom. Così non è stato e nel giro di pochissimi giorni la crisi è esplosa a una velocità simile a quella italiana. Nel giro di pochi giorni, chi ha potuto, si è barricato in casa, uscendo soltanto per motivi di stretta necessità. 

Il ministro degli Esteri Javad Zarif

Come è arrivato il virus in Iran?

La Cina è un partner commerciale irrinunciabile, per l’Iran, soprattutto a causa delle sanzioni imposte nuovamente da Stati Uniti e Occidente. Quando è scoppiata l’epidemia di Wuhan, l’Iran non ha interrotto i propri voli da e per la Cina, proprio per non spezzare i legami con un Paese fondamentale per la propria economia. Strangolata dall’accerchiamento economico e commerciale voluto da Trump e sostanzialmente abbandonata dall’Europa, l’Iran non si poteva permettere misure come quelle decise dal governo italiano settimane fa. La Mahan Air è stata al centro di polemiche molto violente, perché ha continuato a volare in Cina anche dopo l’inizio della crisi. Una delle ipotesi sull’inizio dell’epidemia in Iran, individuerebbe il paziente zero in un imprenditore tornato a Qom dopo un viaggio in Cina.

Il peso delle sanzioni

Le sanzioni occidentali minano un sistema sanitario di buon livello – soprattutto per gli standard del Medio Oriente – con un ottimo personale medico (spesso formatosi all’estero), ma che sconta da anni carenze strutturali, sia in termini di approvvigionamento di farmaci sia di mancanza di macchinari, come ad esempio i ventilatori polmonari, fondamentali in questo momento per salvare vite umane. Manca anche un numero adeguato di kit per effettuare tamponi: anche per questo, il numero ufficiale dei positivi potrebbe essere molto inferiore al dato reale.

Le decisioni sbagliate

Le autorità iraniane hanno commesso errori molto gravi. La negazione iniziale della crisi ha facilitato il contagio, così come la riluttanza a mettere in quarantena i centri in cui l’epidemia era scoppiata. Gli ultimi tre, quattro mesi erano già state molto travagliati per il Paese, prima con i disordini di novembre per il caro benzina, poi con l’uccisione del generale Soleimani e l’abbattimento dell’aereo ucraino. Febbraio era di per sé un mese importante, con le celebrazioni della rivoluzione l’11 e le elezioni parlamentari del 21 che hanno, tra l’altro, registrato il record di astensionismo. Su un Paese già sfiduciato e in crisi economica, si è poi abbattuta questa nuova emergenza.

Sul piano politico, il presidente Hassan Rohani ha ricevuto molte critiche per aver inizialmente sottovalutato l’emergenza e per essere poi sparito per giorni dalla scena pubblica.

Come si sta adesso in Iran?

In un primo momento c’è stata una negazione della crisi: la stessa Guida Ali Khamenei parlava di “cosiddetto virus”, salvo poi ricredersi e appellarsi all’unità del Paese. Va anche detto che fin dai primi giorni sono stati numerosi i politici iraniani, anche di primo piano, contagiati. Al momento sono positivi due vicepresidenti (Jahingiri e Ebtekhar), due ministri e Ali Akbar Velayati, politico di lungo corso e consigliere della Guida Khamenei. Un terzo dei parlamentari è positivo, due sono deceduti. Adesso la comunicazione istituzionale è abbastanza simile a quella italiana: si invitano le persone a rimanere in casa, si cerca di incoraggiare lo sforzo del personale medico e sanitario, spesso attraverso un parallelo con la cosiddetta “guerra imposta” combattuta dal 1980 al 1988 contro l’invasore iracheno.

L’epidemia in Iran ha fatto da subito registrare una letalità molto alta, tanto da far sospettare che il numero dei contagiati sia molto più alto di quello ufficiale. Tutte le persone contattate parlano di situazioni ormai molto simili alla nostra: si esce solo per necessità, si fanno acquisti online (cosa piuttosto comune a Teheran e nei grandi centri), i negozi sono aperti solo poche ore anche se non si registrano casi di accaparramento come da noi. C’è anche una maggiore abitudine alle emergenze. Non dimentichiamo che l’Iran ha vissuto negli ultimi quarant’anni una rivoluzione, una guerra lunga otto anni, e paga sulla propria pelle decenni sanzioni ed embargo economico. 

Sarà un Noruz molto triste quello che sta arrivando. Il 1399 dell’Iran comincia tutto in salita.

Sulla stessa barca

Il fattaccio (anzi, i due fattacci) avvengono giovedì 13 giugno: due petroliere in transito nel Golfo dell’Oman  – la Front Altair, di proprietà norvegese battente bandiera delle Isole Marshall, e la Kokuka Courageous, di proprietà giapponese con bandiera panamense, partita dal porto saudita di al-Jubail e diretta a Singapore – sono state attaccate e danneggiate in modo piuttosto grave. Non ci sono state vittime ma gli equipaggi sono stati costretti ad abbandonare le navi e sono stati tratti in salvo dalla marina iraniana e da quella statunitense.

Chi è stato?

Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo non ha dubbi: sono stati gli iraniani ad attaccare. E a sostegno di questa tesi, la marina Usa ha diffuso un video in bianco e nero piuttosto confuso in cui una piccola imbarcazione dei pasdaran sarebbe impegnata a rimuovere una mina non esplosa. Ricostruzione che non quadra con la testimonianza dei giapponesi, che parlano di un’esplosione avvenuta in aria, non sott’acqua. L’Iran ha respinto le accuse degli americani, accusandoli di voler solamente diffondere propaganda e “iranofobia”.

Cosa c’entra il Giappone

Gli attacchi del 13 giugno sono avvenuti mentre a Teheran era in corso la visita di Stato del Primo ministro giapponese Shinzo Abe. Si è trattata delle prima visita di un capo di governo giapponese nella Repubblica islamica, sebbene proprio Abe fosse già stato a Teheran nel 1983, in qualità di assistente di suo padre Shintaro, all’epoca ministro degli Esteri, incaricato di tentare una mediazione tra Iran e Iraq, allora in guerra. Sebbene non ci sia nessun incarico ufficiale, la visita di Shinzo Abe avrebbe avuto l’obiettivo di tentare una conciliazione tra Teheran e Washington dopo le tensioni sorte nelle ultime settimane. Chi ha attaccato le imbarcazioni, ha evidentemente voluto sabotare questo tentativo.

Difficile, anzi decisamente improbabile, che si sia trattato di un’azione di disturbo dei pasdaran. Che non hanno l’autonomia politica per un gesto così plateale e così in contraddizione con i vertici politici del Paese. Vale la pena ricordare che Abe non ha incontrato soltanto il presidente Hassan Rohani, ma anche la Guida Ali Khamenei. E i pasdaran – per statuto – rispondono alla Guida.

Da escludere anche che possano essere state formazioni paramilitari locali legate a Teheran: si tratta di operazioni tecnicamente piuttosto complesse, non alla loro portata.

False flag?

Da parte iraniana e anche di molti osservatori neutrali, è stato avanzato il dubbio che si sia trattato di un attacco “false flag”, organizzato cioè con l’unico obiettivo di incolpare qualcuno, in questo caso l’Iran.

Ma davvero gli Usa hanno cercato di costruire l’ennesima “pistola fumante” (come le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein nel 2003) per avere un casus belli con Teheran?

Al di là delle dichiarazioni di Pompeo, il presidente Donald Trump ha usato toni piuttosto blandi, quasi di circostanza. In questo momento, né lui né gli iraniani sembrano davvero disposti a esasperare la situazione. Trump deve cominciare a prepararsi alla campagna elettorale 2020 e sarebbe paradossale per lui – che si era proposto come l’artefice di un disimpegno degli Usa dal Medio Oriente – presentarsi al giudizio degli elettori con una nuova guerra.

E allora?

Probabilmente, come nei casi criminali più comuni, il colpevole e il movente vanno ricercati nei dettagli più banali e più evidenti. Il “dove” e il “quando”, ci dicono spesso “chi”.

Il Golfo Persico, nella zona presidiata dai pasdaran iraniani. Nel giorno della visita del premier giapponese a Teheran.

Chi vuole ostacolare o rallentare qualsiasi tipo di distensione tra Usa e Iran? Arabia Saudita e Israele non hanno mai fatto mistero del loro scontento per lo storico accordo sul nucleare. E sull’inasprimento dei rapporti tra Usa e Iran hanno costruito le loro fortune politiche.

Trump ha dimostrato in questi tre anni di presidenza di essere incline all’improvvisazione, soprattutto in politica estera: con la Corea del Nord, così come in Libia. Dopo aver invocato a lungo i demoni della guerra con l’Iran, adesso non sembra più tanto convinto di volersi imbarcare in un’avventura che avrebbe ripercussioni gravissime.

Teheran, dal canto suo, avrebbe bisogno di riprendere un dialogo con Washington, ma farlo alle condizioni di Trump sarebbe troppo umiliante. La situazione parrebbe senza uscita: eppure, proprio perché questo stallo non può durare in eterno, non è detto che alla prima occasione una delle due parti non faccia quel passo indietro necessario a sbloccare l’impasse.

Il 28 e 29 giugno si svolgerà il G20 a Osaka, Giappone. La nuova crisi in Medio Oriente sarà uno dei temi più importanti. Vedremo se e come sarà affrontata la questione iraniana.