Il vecchio che avanza

Mai dare nulla per scontato quando si parla di politica in Iran. L’Assemblea degli Esperti eletta lo scorso 26 febbraio ha scelto il proprio presidente: è l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, 90 anni, già a capo del Consiglio dei Guardiani.

Risultato decisamente sorprendente: i media iraniani davano per favorito l’Ayatollah Ebrahim Amini ritenuto vicino alla coalizione moderata guidata da Rafsanjani. E invece no: Amini è arrivato secondo con 21 voti. Jannati ne ha ottenuti 51.  Mahmoud Hashemi Shahroudi è arrivato terzo con 13 voti. Mohammad Ali Movahedi-KermaniShahroudi sono stati scelti come primo e secondo vice.

Il vero colpo di scena è l’eclissi dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, primo degli eletti di Teheran a febbraio e apparentemente vero decision maker della coalizione moderato-riformista. Quel voto – vale la pena ricordarlo – ha decretato l’esclusione dall’Assemblea di due ayatallah ultraconservatori come Mohammad Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, mentre lo stesso Jannati era stato eletto per il rotto della cuffia, sedicesimo su sedici.

Eppure, lo stesso Rafsanjani, in un’intervista al quotidiano Aftab-e Yazd aveva fatto pochi giorni fa un clamoroso passo indietro, dichiarando “non necessaria” una sua candidatura a presidente dell’Assemblea degli Esperti. Lo stesso kuseh, a voto concluso, si è dichiarato soddisfatto della scelta dell’Assemblea.

Che significa?

Guardiamo le cose in prospettiva. Jannati ha 90 anni, il suo incarico da presidente ne dura due. Questa Assemblea sarà in carica fino al 2024. A meno di clamorosi colpi di scena, la prossima Guida non sarà scelta in questi due anni. Khamenei sarà anche malato e non giovanissimo, ma sembra perfettamente lucido e assolutamente in controllo del quadro politico del Paese.

E allora?

Probabilmente il fronte guidato da Rafsanjani e Rouhani ha optato per una campagna di lungo corso. Oggi i conservatori spingono per dare un segno di continuità col passato, non vogliono mollare la presa. Jannati è stato sempre contrario all’accordo sul nucleare e alle apertura all’Occidente. La sua scelta pare quindi una garanzia di conservazione, di non cedimento.

Il muro contro muro tra le anime della Repubblica islamica è evitato, almeno per ora. L’Assemblea avrà otto anni per prendere decisioni ben più pesanti e durature.

 

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Il quotidiano Kayhan parla della scelta di Jannati come di un dito nell’occhio degli inglesi

 

Più donne che mullah

Il secondo turno delle elezioni parlamentari consegna all’Iran un majles con diverse novità. Andiamo con ordine. Ricordiamo che si votava per assegnare 69 seggi, nei collegi in cui nessun candidato aveva ottenuto almeno il 25% al primo turno. Secondo il Ministero degli Interni, l’affluenza è stata del 59% degli aventi diritto, più o meno la stessa percentuale registrata a febbraio.

In Iran l’affiliazione dei singoli deputati non è mai chiarissima e questo genera sempre una certa confusione nell’analisi del voto. Va detto che la “Lista della speranza”, l’alleanza tra moderati e riformisti che sostiene il presidente Rouhani, ha ottenuto almeno 131 seggi contro i 124 dei conservatori. Secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, sarebbero invece in maggioranza i conservatori, 126 a 112. Ago della bilancia, saranno gli 85 indipendenti.

Al di là del confronto tra gli schieramenti politici, queste elezioni segnano due record: il numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica (17) e il numero più basso di religiosi eletti (16). Nel nuovo majles, ci saranno dunque più donne che religiosi. 

Nel parlamento uscente, le deputate erano solo 9, tutte conservatrici.

E un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Da questo punto di vista, la “democrazia in Iran” (le virgolette non sono esornative..) e le sue manifestazioni più esplicite (elezioni, campagne elettorali, affluenza alle urne) offrono sempre spunti di riflessione interessanti.

arman e emruz

Arman-e Emruz: Completato con la speranza il poema epico primaverile 

Le 17 nuove deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento dopo una competizione elettorale durissima.

Sarà poi un parlamento quasi completamente nuovo: il 75% dei deputati non era infatti presente nel majles uscente.

Ballottaggi & sussidi

Fermi tutti, in Iran si rivota. Non ovunque, ovviamente. Ma devono ancora essere assegnati 68 seggi su 290, che non sono proprio pochi. I ballottaggi non riguardano la città di Teheran che il 26 febbraio ha premiato la coalizione moderata. Sia la Guida Khamenei sia il presidente Rouhani hanno ricordato agli iraniani l’importanza di questo secondo turno, cercando di limitare un astensionismo che si preannuncia alto.

La campagna elettorale per i ballottaggi si è svolta senza sussulti, ma con un buon livello di partecipazione agli eventi della coalizione moderato-riformista. L’ex vicepresidente di Khatami, Mohammad Reza Aref , è stato molto attivo in questo senso.

In attesa dell’ultimo atto di questa tornata elettorale, la situazione nel Paese sembra in stallo, sotto diversi punti di vista.

Polizia religiosa e reporter in carcere

Con l’arrivo dell’estate, aumentano i controlli della polizia religiosa sull’abbigliamento delle donne nelle grandi città. E non è una novità.

Un tribunale rivoluzionario ha condannato tre giornalisti (due uomini e una donna) a lunghe pene detentive. Neanche questa è una novità. Si tratta di reporter di giornali e riviste su posizioni filo governative. Afarin Chitsaz, del quotidiano ufficiale del governo, Iran, ha avuto dieci anni. Ehsan Mazandarani, direttore del quotidiano Farhikhtegan, sette. Saman Safarzaee, del mensile Andisheh Pouya, cinque. Gli avvocati hanno annunciato il ricorso in appello.

La rimozione delle sanzioni

A livello politico – e di riflesso economico – tiene banco la questione della effettiva rimozione delle sanzioni. Il punto dolente è l’effettivo rientro dell’Iran nel circuito finanziario internazionale. Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per scoraggiare le proprie banche e quelle europee dall’intervenire in Iran. Per cui, formalmente, oggi la Repubblica islamica si apre al mercato mondiale, ma in pratica rimane isolata per mancanza di flussi finanziari indispensabili per i grandi investimenti. Il 15 aprile il governatore della Banca centrale dell’Iran Valiollah Seif si è recato a Washington per partecipare a un vertice della Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. A detta dello stesso Seif, dall’implementazione degli Accordi sul nucleare (JCPOA)di tre mesi fa, non è successo “quasi nulla”. Lo stallo dà fiato ai conservatori che continuano a criticare l’amministrazione Rouhani per essersi “arresa” agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio.

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Kayhan: In che lingua dobbiamo ancora dire che gli Stati Uniti sono inaffidabili?

Il taglio dei sussidi

Ma la situazione davvero esplosiva è quella legata al taglio dei sussidi. Su proposta del deputato conservatore Ahmad Tavakoli (non rieletto) il parlamento uscente ha votato una legge che obbliga il governo a fermare – tra settembre 2016 e marzo 2017 – i sussidi che attualmente vengono versati a un terzo della popolazione iraniana.

Il sistema dei sussidi così strutturato nacque nel 2010 sotto la presidenza Ahmadinejad. All’inizio si chiedeva una dichiarazione dei redditi per ricevere 455.000 rial (15 dollari) al mese a persona. Il Centro Statistico nazionale ha diviso la popolazione in sette fasce di reddito, in modo che sono le famiglie davvero bisognose ricevessero il sussidio. Ahmadinejad però si oppose e fece distribuire equamente i sussidi a tutti i cittadini iraniani. Alcuni la definirono la riforma più populistica della storia iraniana. Sicuramente gravò sulle casse dello Stato e generò inflazione.
Va detto che all’epoca il petrolio – sul cui export si basa il bilancio dello Stato iraniano – era sui 120 dollari al barile.  Il calo del prezzo del greggio e le sanzioni internazionali hanno poi obbligato l’attuale presidente Rouhani, eletto nel giugno 2013, a rivedere la politica dei sussidi, senza però mai arrivare a ipotizzare un taglio drastico. Già dallo scorso 18 marzo, ultimo giorno dell’anno persiano 1394, oltre 3 milioni di iraniani si sono visti togliere i sussidi. In pratica, il parlamento ha deciso di tagliare il sussidio alle famiglie che guadagnano più di 350 milioni (11.500 dollari) l’anno. 
Questa decisione può essere letta come un atto di rigore economico. Ma è anche una bomba sociale a scoppio ritardato che il parlamento uscente lascia al governo Rouhani. Tra l’altro, questo stesso majles, prima di lasciare, rivedrà il budget per il 1395 e il sesto Piano quinquennale di sviluppo. C’è quindi la possibilità di altri “regali” da parte dei conservatori al moderato Rouhani.
A giugno 2017, è bene ricordarlo, si vota di nuovo per le presidenziali.

Chi è Qalibaf

Chissà se prima o poi avrà anche un lui un ruolo da protagonista assoluto o sarà sempre un outsider. Mohammad Baqer Qalibaf (محمدباقر قالیباف‎‎), classe 1961, attuale sindaco di Teheran, è da almeno una decina d’anni sempre sul punto di “spiccare il volo”. Candidato presidente in due tornate, nel 2005 e nel 2013, ne è sempre uscito a mani vuote. Il suo cognome in persiano vuol dire “tessitore di tappeti”.

Prima delle elezioni del 2009, in Iran e soprattutto a Teheran, se ne parlava come del presidente in pectore, pronto a rimpiazzare Mahmud Ahmadinejad dopo il primo mandato. E invece a quelle elezioni Qalibaf nemmeno si presentò.

Personaggio piuttosto curioso, per i canoni della politica iraniana. Appartiene alla “famiglia principalista”, ma è un conservatore atipico, sia nei comportamenti sia in alcune scelte politiche.

Un giovane comandante

Qalibaf, come molti altri suoi coetanei, partecipa in prima linea alla “guerra imposta”, la lunga guerra di difesa nazionale contro l’Iraq (1980-88). A soli 19 anni diventa comandante delle truppe Imam Reza e successivamente ricopre altre importanti funzioni militari.  Uno storico arriva a definirlo il “Bonaparte della rivoluzione islamica”.

Quando la guerra finisce, diventa direttore della Khatam al-Anbia, una importante società ingegneristica controllata dai pasdaran. E’ nella galassia dei Guardiani della Rivoluzione che si compie la sua scalata al successo. Nel 1996 viene nominato comandante delle Forze Aeree dei Pasdaran. Nel frattempo, consegue una laurea in geografia politica e avvia una carriera accademica presso l’Università di Teheran.

I ragazzi del ’99

Il 1999 – in piena era Khatami – gli studenti danno vita a un ampio movimento che chiede una riforma sostanziale dell’assetto della Repubblica islamica. Le manifestazioni sono represse con la violenza da parte di basiji e pasdaran. Qalibaf è uno dei 24 comandanti dei Pasdaran che scrivono una lettera a Khatami, minacciando di “prendere in mano la situazione” qualora le manifestazioni studentesche continuassero. Una chiara intimidazione al presidente riformista che, infatti, non appoggiò gli studenti. I disordini del 1999 portano alla rimozione del comandante della polizia Hedayat Lotfian. Al suo posto subentra proprio Qalibaf, che anni dopo dichiarerà pubblicamente di aver preferito il dialogo alla repressione.

Andai alla riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale e tutti – compreso Hassan Rohani – mi chiedevano di sparare agli studenti. Io mi opposi. Diedi invece il permesso di organizzare le manifestazioni, purché all’interno dell’università.

Le elezioni del 2005

Nel 2005 si dimette dai suoi incarichi militari e si candida alle elezioni presidenziali che sanciranno la vittoria di Ahmadinejad al ballottaggio contro Rafsanjani. al primo turno- contrassegnato da una forte dispersione del voto – Qalibaf ottiene il 13,93%. la sua è una campagna elettorale innovativa, in cui per la prima volta un candidato investe molto in spot televisivi. Qalibaf si propone come un decisionista e un innovatore, alla guida di un aereo, quasi sempre sorridente. L’elettorato non lo premia, ma ottiene presto un incarico politico importante, con l’elezione a sindaco di Teheran nel settembre dello stesso anno, carica che conserva ininterrottamente da allora.

 

Il sindaco

Al governo della capitale iraniana, Qalibaf avvia un processo di modernizzazione della megalopoli iraniana: lavori pubblici e attenzione alle tematiche dell’ambiente. Il ruolo di primo cittadino gli serve comunque come trampolino per la politica nazionale. Non mancano anche prese di posizione forti. Nel 2008 – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali Usa – sostiene la necessità di una dialogo con gli Stati Uniti, perché gioverebbe “alla comunità internazionale, alla società iraniana e a quella statunitense”.

Alcuni conservatori lo bollano come “amico di Benetton”. E’ infatti in questo periodo che il marchio italiano apre i primi negozi nella capitale iraniana e in molti parlano di un’amicizia di interesse tra il sindaco e l’imprenditore italiano.

Qalibaf e Soleimani

Qalibaf con Soleimani, comandante dell’Armata Qods

 

Le elezioni del 2013

Nel 2013 si ricandida per le presidenziali. Il suo slogan è:  “Cambiamento, vita, popolo. Un glorioso Iran”.  Con Ali Akbar Velayati e Gholam-Ali Haddad-Adel, forma la cosiddetta coalizione “2+1”. anche lo speaker del parlamento Ali Larijani appoggia la sua candidatura, ma sconta la divisione del fronte conservatore. Ottiene oltre 6 milioni di voti pari al 16.55% e si piazza al secondo posto, comunque lontanissimo dal vincitore Hassan Rohani (50,88%).

A settembre 2013 il consiglio comunale di Teheran lo rielegge per la terza volta sindaco, battendo per 16 voti a 14 Mohsen Hashemi Rafsanjani, uno dei figli dell’eterno kuseh Ali Akbar.

La carica dura fino al 2017, anno delle prossime presidenziali. In molti scommettono che Qalibaf ci riproverà. Vero o no, sembra comunque che avremo modo di parlare ancora a lungo di lui.

La primavera dello scontento

Mercoledì 30 marzo il presidente iraniano Hassan Rouhani si sarebbe dovuto recare in visita ufficiale in Austria, ma il viaggio è stato cancellato all’ultimo momento. Secondo Vienna, sarebbero stati “motivi di sicurezza” a consigliare il dietrofront. Visto il clima generale di tensione, in Europa e in Medio Oriente, come spiegazione è ampiamente plausibile. Inoltre, se riavvolgiamo il nastro degli ultimi mesi, possiamo notare alcune strane “coincidenze”. La strage di Parigi del 13 novembre 2015 avviene a 48 ore dal previsto arrivo di Rouhani (viaggio poi annullato). L’eccidio di Lahore segue di poche ore la visita del presidente iraniano in Pakistan. Non ci sono prove che dietro ci sia una strategia, ma è comunque un dato di fatto che il nuovo protagonismo iraniano non sia gradito all’internazionale del terrore riconducibile in vario modo a Daesh e ai suoi sponsor politici.

Detto questo, alla base dell’annullamento del viaggio probabilmente ci sono soprattutto questioni interne. L’agenzia Fars sostiene che il presidente ha rinviato la visita in Austria per

creare condizioni migliori prima di arrivare ad accordi già annunciati tra i due Paesi.

Tradotto: c’è una lotta politica interna molto accesa, a Teheran. La Guida, nemmeno troppo velatamente, sta dicendo a Rouhani di rallentare nella corsa agli accordi.  Nel discorso per il nuovo anno persiano, Khamenei ha accusato gli Usa di non rispettare l’accordo sul nucleare e ha indirettamente criticato Rouhani sostenendo la necessità, per l’Iran, di una “economia di resistenza” per essere autosufficiente.

L’accusa mossa dai conservatori di stringere accordi troppo sbilanciati a favore degli occidentali cela anche un timore molto più prosaico: gli ambienti legati ai pasdaran hanno goduto, negli anni dell’isolamento, di posizioni economiche di vantaggio che potrebbero perdere con l’ingresso nel Paese di investitori stranieri.

Rouhani da qualche mese sostiene la necessità di un secondo Barjam. Barjam è l’acronimo in persiano del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), cioè l’accordo sul nucleare stipulato il 14 luglio 2015. Il presidente iraniano vorrebbe un patto interno  tra le diverse fazioni politiche in modo da rilanciare l’economia. E’ abbastanza naturale che chi governa invochi il dialogo e la riconciliazione, mentre chi è all’opposizione punti a dare voce allo scontento. Che non manca, ovviamente, perché la ripresa, per i cittadini iraniani, tarda a essere così visibile. Il governo – va precisato – non ha ancora presentato in parlamento il budget per il 1395.

Il tutto rimbalza sulle questioni più politiche. I test missilistici condotti da Teheran nella prima settimana del 1395 (anno persiano) hanno generato polemiche e preoccupazioni. Teheran – e anche Mosca – hanno precisato che non violano assolutamente il JCPOA.

In un discorso ufficiale, Khamenei ha ribadito questi concetti, sintetizzati poi in un tweet:

La Repubblica Islamica deve usare tutti i mezzi. Io sostengo il dialogo politico nei temi globali, ma non con tutti, Questa è l’era sia dei missili sia del dialogo.

 

 

Iran Election Day

Dell’importanza delle imminenti elezioni abbiamo già parlato qui. Situazione incredibile se paragonata agli standard italiani: i candidati alle elezioni parlamentari iraniane hanno cominciato la campagna elettorale giovedì 18 febbraio, cioè soli otto giorni prima del voto. E’ una caratteristica della politica della Repubblica islamica: le candidature definitive sono annunciate dal ministero degli Interni a pochi giorni dal voto, dopo una preselezione quasi sempre determinante da parte del Consiglio dei Guardiani.

Questa volta il corpo di 12 membri nominati da Guida Suprema e magistratura ha squalificato il 97% dei candidati riformisti. Inizialmente il setaccio era stato ancora più fitto, con la bocciatura del  60% dei 12.000 aspiranti candidati. Tra questi il 99% dei 3.000 aspiranti candidati riformisti. L’intervento del presidente Rouhani ha permesso il reintegro di alcuni di loro, ma alla fine si tratta di appena 90 nomi.

Qualche numero: i candidati sono circa 6.200, di cui 586 donne. I seggi del majles sono 290. Nel collegio elettorale di Teheran oltre mille candidati corrono per 30 seggi.

A prima vista sembra che non ci sia competizione. L’ala conservatrice della Repubblica islamica ha colpito duramente i moderato-riformisti che possono al massimo aspirare a una esigua minoranza in parlamento. D’altra parte, il riformismo iraniano è di fatto ostaggio di una situazione al limite del surreale. Ancora oggi i riformisti si riconoscono nell’ex presidente Mohammad Khatami, personaggio bandito dai media nazionali da oltre un anno.

Paradossalmente, tuttavia, l’epurazione può rafforzare la prospettiva di un’alleanza tra riformisti e centristi. La minaccia dei “falchi” può infatti risultare determinante per evitare lo spettro dell’astensionismo, storico nemico dei riformisti. Le passate elezioni parlamentari del 2012 vennero infatti contraddistinte da una bassa affluenza, eredità della crisi e della repressione del 2009.

Anche stavolta i due personaggi chiave sono ancora una volta Rouhani e l’ex presidente Rafsanjani, l’eterno “squalo” della politica iraniana. Che a sei giorni dal voto ha dichiarato:

Rouhani aveva soltanto il 3 per cento dei consensi, col mio sostegno ha superato il 50. Adesso lo sostengo nel parlamento.

Spot dei riformisti. Rouhani dice: “Questo non è solo un voto, ma una via”

Per rompere questo asse, i conservatori giocano anche colpi bassi. Il quotidiano Khayan, organo di fatto della Guida, insinua che i due siano i “creatori” di Babak Zanjani, affarista protagonista del più grande scandalo della Repubblica Islamica. (Ne parlammo qui)

 

I blocchi di partenza sono stabiliti. Il riformista Mohammad Reza Aref – ex vicepresidente e candidato nel 2013 ritiratosi in favore di Rouhani – ha costituito una lista di 30 candidati per la circoscrizione di Teheran chiamata “Coalizione dei riformisti e sostenitori del governo”. Ne fa parte anche il deputato conservatore Ali Motahari (bocciato in prima battuta dal Consiglio dei Guardiani), che ha pubblicamente criticato la detenzione ai domiciliari dei leader dell’opposizione Mousavi e Karroubi. Detenzione che dura ormai da cinque anni. Più in generale, i moderato-riformisti sembrano essere stati capaci di mettere da parte le divisioni e puntare all’unità, in modo da convincere gli elettori ad andare alle urne.

Di contro, la lista dei conservatori, nello stesso distretto di Teheran è composta soprattutto da personaggi vicini all’ayatollah ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi. Soltanto tre su trenta candidati possono essere ritenuti conservatori “moderati”. Lo speaker del parlamento uscente Ali Larijani ha resistito alle pressioni dei conservatori e si presenta come indipendente. Il ruolo di Larijani è stato molto importante per

Come funziona la legge elettorale

I 290 seggi del parlamento vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali. I candidati che ottengono almeno il 25% dei voti sono eletti al Majles. Il turno di ballottaggio si tiene nei distretti in cui uno o più seggi non sono stati assegnati al primo turno. Il numero dei candidati che corrono al ballottaggio è dato dal doppio dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio uninominale (ad esempio, due) e una volta e mezzo il numero dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio plurinominale.

Assemblea degli Esperti

Il Consiglio dei Guardiani è intervenuto pesantemente anche sulle elezioni per l’Assemblea degli Esperti: sono state approvate soltanto 166 candidati su 801. La bocciatura più clamorosa è stata quella di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

La Guida Khamenei ha invitato gli iraniani a votare per dare una dimostrazione di forza ai “nemici” del Paese, sostenendo che le critiche al Consiglio dei Guardiani erano frutto delle manovre occulte degli Stati Uniti. Il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato massima vigilanza contro ogni tentativo di ripetere proteste come quelle dopo le contestate elezioni del 2009.

Campagna elettorale al via
                                                                                      Campagna elettorale al via

Per l’Assemblea degli Esperti il collegio elettorale di gran lunga più importante è quella di Teheran, che assegna 16 seggi su 88. Qui si giocherà la partita più importante di questo round, probabilmente molto più importante anche di tutta la disputa parlamentare.

Secondo Hossein Bastani, analista di BBC Persian, per bloccare la lista degli ultraconservatori, è sufficiente che meno della metà di chi votò per Rouhani nel 2013 voti per la lista dei moderati nel collegio di Teheran.

Ormai, ci siamo.

Poco rumore per molto

Il 26 febbraio 2016 in Iran si vota per il parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. Forse mai come questa volta, saranno importanti soprattutto le elezioni per scegliere gli 86 esperti del Majles-e Khobragan Rahbari. In gioco c’è una cosa molto semplice: il futuro della Repubblica islamica. Nel senso che sarà probabilmente l’Assemblea degli Esperti che uscirà dal voto di febbraio a scegliere la prossima Guida. Non è un mistero che l’attuale rahbar Khamenei sia da tempo malato e lui stesso ha più volte lanciato messaggi che avevano il sapore di un testamento politico (ne abbiamo parlato qui).

Il 23 dicembre si sono chiuse le candidature: per il parlamento gli aspiranti candidati sono quasi 12.000. Adesso sarà il Consiglio dei Guardiani a decidere quali di questi 12.000 si potranno effettivamente candidare. Vale la pena ricordare che il Consiglio non è tenuto a rendere pubblico il motivo delle bocciature. A rischio, soprattutto gli esponenti riformisti sospettati di essere in qualche misura legati al movimento dell’Onda Verde del 2009. Quelle elezioni continuano a essere una ferita aperta nella politica iraniana.

Per l’Assemblea degli Esperti si sono candidati “pezzi da novanta” del calibro dell’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanajni e dello stesso presidente in carica Hassan Rouhani. Un’altra candidatura che ha suscitato clamore è quella di Hassan Khomeini, nipote 43enne della prima Guida della Repubblica islamica. Si tratta di un personaggio che sta riscuotendo successo soprattutto dal punto di vista mediatico. In passato ha denunciato l’ingerenza dei militari in politica e si schierò pubblicamente con il candidato dell’Onda Verde Mir Hossein Moussavi nel denunciare i presunti brogli alle elezioni del 2009. Qualcuno ipotizza una sua candidatura a futura Guida, anche se ci sono molti dubbi sulle sua effettiva esperienza religiosa. La Guida, in base alla Costituzione, deve infatti possedere, tra gli altri requisti, anche “competenza scientifica e virtù morali indispensabili per esercitare la funzione di suprema Autorità teologica e per emettere sentenze di diritto religioso”.

Hassan Khomeini

Hassan Khomeini

Per la prossima Assemblea si profilano due schieramenti contrapposti: uno moderato-riformista composto da Rouhani, Rafsanjani e Hassan Khomeini, l’altro, conservatore, composto da Mohammad Yazdi (attuale capo dell’Assemblea), Mohammad-Taqi Mesbah Yazdi e  Ahmad Jannati, attuale capo del Consiglio dei Guardiani.

Secondo qualcuno questa potrebbe essere addirittura l’elezione più importante della Repubblica islamica. Il quotidiano Etemad nei giorni scorsi, riferendosi all’Assemblea degli Esperti, ha infatti titolato “Un altro parlamento”.

altro parlamento

“Un altro parlamento”, titola Etemad rifrendosi alla futura Assemblea degli Esperti

 

L’atmosfera politica è stata scaldata anche dalle recenti affermazioni di Rafsanjani che ha citato, tra le funzioni dell’Assemblea degli Esperti, quello di supervisionare il ruolo del rahbar, avanzando la proposta di creare una sorta di “commissione per la Guida”. Immediate le reazioni di diversi esponenti politici e religiosi, in particolare del capo della magistratura Sadegh Larijani, che ha accusato Rafsanjani di avanzare proposte illegali e incostituzionali.

A Larijani ha risposto in una lettera aperta il deputato Ali Motahari. “Nella Repubblica islamica – ha scritto – tutti sono responsabili del loro operato” e “la gloria di questo sistema sta nel fatto di essere un’istituzione religiosa che non ha favorito il dispotismo”.

Un’altra polemica è nata dopo la mancata messa in onda dell’annunciata intervista televisiva al ministro degli esteri Javad Zarif in Navad (Novanta) la trasmissione calcistica più seguita del Paese. L’intervista era programmata per la sera di Shabe Yalda e avrebbe quindi avuto un grosso seguito di pubblico. La trasmissione è condotta da Adel Ferdosipour, che ha uno stile molto informale e spesso quasi irriverente. Dell’intervista – registrata – erano già state diffuse online delle foto, ma poi è semplicemente sparita.

Ci sono tutti gli elementi per aspettarsi due mesi molto, molto intensi.

 

La nuda verità

Rouhani è arrivato e ripartito, evviva Rouhani. Alla fine, tutti quelli che a Roma passano, sono sempre un po’ come il marziano di Ennio Flaiano. O forse siamo noi a non cambiare mai. Cosa rimarrà di questa visita che non è esagerato definire storica? Contratti per le aziende, investimenti, una rinnovata amicizia tra i due Paesi, certo. Ma tra qualche anno saremo ancora a parlare delle statue “nascoste” dei Musei Capitolini.

Chissà perché quando si tratta di Iran si finisce col parlare soprattutto di veli. Evito di raccontare l’accaduto, ormai lo conoscono tutti. E tutti hanno più o meno espresso un giudizio. Da parte mia, mi trovo per una volta d’accordo con Vittorio Sgarbi che ha dichiarato:

Non si può confondere l’Iran con l’Arabia Saudita o con l’Isis, quella persiana è una civiltà più antica della nostra: hanno le rovine di Persepoli, e non hanno coperto le statue nude a Persepoli, a casa loro, e noi copriamo le nostre? I fanatici del Califfo al Baghdadi distruggono Palmira, ma un persiano non ha mai toccato Persepoli”. Quindi, mettere dei pannelli a coprire i nudi segna per Sgarbi “un abisso culturale”, “ridicolo” e tra l’altro inutile: “Rohani – assicura Sgarbi – non avrà certo pensato ad un tributo di rispetto, avrà pensato a lavori in corso, di ristrutturazione. Un assurdo logico. Rohani a Roma di certo non si stupisce che possano esserci statue di nudi.

Rouhani, in conferenza stampa, ha a stento trattenuto una risata. Poi, senza smettere di sorridere, ha detto che la vicenda delle statue coperte

è una questione giornalistica. Non ci sono stati contatti a questo proposito. Posso dire solo che gli italiani sono molto ospitali, cercano di fare di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti, e li ringrazio per questo.

Non c’era poi molto altro da raccontare. Personalmente, dalle conferenze stampa non mi aspetto mai di sentire niente di particolare. E’ davvero molto raro che qualcosa di veramente importante venga comunicato in una conferenza stampa. Sono occasioni in cui io vado più per vedere che per ascoltare. E la faccia di Rouhani oggi meritava più di tante fesserie lette nelle ultime 48 ore.

Rouhani è ripartito, in tanti smetteranno di essere così improvvisamente interessati all’Iran. Ma quanto ci piace chiacchierare, anche del nulla.

Per la cronaca, qui sotto ci sono alcuni “nudi” visibili in siti iraniani, chiaramente aperti al pubblico. Ma vallo a raccontare, adesso.

 

 

 

 

 

L’Iran, di riflesso

Nelle ultime settimane di Iran si è parlato quasi esclusivamente “di riflesso”. Per il massacro dei pellegrini della Mecca (24 settembre) e per gli sviluppi della crisi in Siria. Si tratta di due situazioni in un certo senso parallele, che vedono Teheran confrontarsi a distanza con l’Arabia Saudita. Una guerra fredda che difficilmente troverà una soluzione a breve ma che per il momento non rischia di sfociare in un confronto armato diretto. Troppe le conseguenze, sia per Teheran sia per Riyahd, di un conflitto aperto.

Resta il fatto che il conflitto continua a combattersi a distanza, in Yemen e in Siria. E se il presidente Rouhani insiste sulla necessità di trovare soluzioni diplomatiche alla crisi, dalla Guida Khamenei arrivano parole più minacciose nei confronti dei sauditi.

Khamenei ha anche posto un serio altolà alla possibilità di estendere il dialogo con gli Stati Uniti ad altre questioni. In particolare, durante un discorso del 16 settembre, la Guida ha lanciato dei segnali molto duri contro le “infiltrazioni culturali ed economiche” del nemico. Prontamente rilanciati dal suo staff in due tweet, due affermazioni in particolare ci sembrano significative:

I nemici promettono che l’Iran sarà completamente diverso nel giro di 10 anni; non dobbiamo permettere che nella mente del nemico ci sia spazio per simili intenzioni e idee.

E ancora:

Le infiltrazioni del nemico rappresentano una grande minaccia per l’Iran. Le infiltrazioni economiche e per la sicurezza sono meno importanti di quelle mentali, culturali e politiche.

 

Sembra quasi un testamento politico, molto breve e non paragonabile a quello lasciato da Khomeini nel 1989. Ma il messaggio è chiaramente rivolto all’interno del regime: ora che l’Iran sta per essere “sdoganato”, quanto meno a livello commerciale, non pensate di lasciarvi globalizzare, o farete una brutta fine.

In questo senso vanno lette le chiusure piuttosto dure arrivate negli ultimi giorni da Teheran su altre questioni. Innanzitutto la condanna per spionaggio di Jason Rezaian, capo della redazione del Washington Post a Teheran, in carcere senza un’accusa precisa da oltre un anno. La vicenda è ancora piuttosto confusa: fino a pochi giorni fa trapelava un cauto ottimismo e adesso non si conosce nemmeno l’entità della pena.

Il governo di Teheran ha inoltre annunciato che boicotterà la Buchmesse, la Fiera del Libro di Francoforte, dato che il discorso inaugurale sarà tenuto da Salman Rushdie, lo scrittore colpito nel 1989 dalla fatwa di Khomeini che lo condannava a morte per i Versetti satanici, libro ritenuto blasfemo.

Episodi che sembrano stridere con i segnali di apertura provenienti da Teheran negli ultimi mesi.

Al di là di questo, da segnalare che il parlamento iraniano ha approvato un progetto di legge che permetterà al governo di ratificare con urgenza l’accordo nucleare raggiunto tra Teheran e il Gruppo 5+1 lo scorso 14 luglio. Non sono comunque mancati momenti di grande tensione tra parlamentari e rappresentanti del governo, con urla, minacce e colluttazioni.

Secondo una mozione firmata da 75 deputati , l’amministrazione iraniana deve perseguire attivamente la politica sul disarmo nucleare globale. Le visite degli ispettori dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA) dovranno essere effettuate nel quadro delle norme internazionali rispettando la sicurezza nazionale dell’Iran. Il documento richiede inoltre al governo di tutelare al massimo le informazioni militari e di sicurezza del Paese e di proibire assolutamente accesso dell’AIEA ai siti militari .

 

Aggiornamento

Martedì 13 ottobre il parlamento iraniano ha ratificato l’accordo sul nucleare: i voti a favore sono stati 161, i contrari 59 e 13 gli astenuti. La sessione è durata appena 20 minuti.

 

arma-e emrooz aftab-e yazd

Le spine di Rouhani

Buone notizie per i sostenitori dell’accordo sul nucleare: Obama ha raggiunto la soglia minima di 34 senatori necessaria per porre il veto a un eventuale legge che cancelli Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA), cioè l’accordo sul nucleare tra Iran e 5+1 raggiunto lo scorso 14 luglio. La Casa Bianca incassa quindi un grande risultato che facilita sicuramente il processo di distensione con l’Iran.

Arrivano segnali interessanti anche da parte iraniana. A New York per un vertice mondiale di tutti gli speaker del parlamento, Ali  Larijani ha parlato in un’intervista ad Al Monitor in modo piuttosto diretto e ha dato un giudizio non entusiastico ma decisamente positivo dell’accordo.

Ha anche rivendicato come sua l’idea di coinvolgere nei negoziati l’ex ministro degli Esteri Ali Akbar Salehi, laureato in ingegneria nucleare al Massachusetts Institute of Technology e quindi esperto in materia.

Non si sbilancia sulle elezioni parlamentari iraniane di febbraio. Non dice se si candiderà di nuovo e se ambisce a essere ancora presidente dell’Aula. All’ipotesi di un’alleanza tra conservatori pragmatici e riformisti per sostenere il presidente Rouhani, Larijani ha chiosato. “Il signor Rouhani non si candiderà per il parlamento”.

Chi deve decidere?

Giovedì 3 settembre la Guida Khamenei, in un incontro con l’Assemblea degli Esperti, ha ribadito che l’accordo sul nucleare dovrà passare al vaglio del parlamento:

Non dico che i parlamentari debbano approvarlo o bocciarlo. Dico che devono essere loro a decidere. Ho già detto al Presidente che non è nostro interesse non permettere ai nostri legislatori di esaminare l’accordo.

Secondo Rouhani, invece, il Parlamento potrebbe soltanto esprimere un parere, mentre l’approvazione spetterebbe al Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale.

Un’altra occasione di imbarazzo per Rouhani è stata provocato dal ministro degli Interni Abdolreza Rahmani Fazli che ha pubblicamente dichiarato che l’attuale presidente non è nemmeno a metà mandato, visto che “governerà per otto anni”. Una dichiarazione quanto meno incauta, visto che alle elezioni mancano due anni e non è affatto detto che Rouhani verrà confermato. L’agenzia Raja News, conservatrice, ha subito titolato. “Il governo ha già deciso il risultato delle elezioni del 2017”. Fazli è un conservatore legato a Larijani ed è strano che non abbia valutato le possibili ripercussioni delle sue parole.

Il Consiglio dei Guardiani

Il 20 agosto c’era stata un’altra polemica tra lo stesso Rouhani e il capo delle Guardie rivoluzionarie Mohammad Ali Jaffari. Motivo dello scontro: il ruolo del Consiglio dei Guardiani nelle elezioni, che il presidente vorrebbe limitare. Il Consiglio dei Guardiani – ha dichiarato Rouhani – ha un ruolo di supervisione, non di amministrazione. Gli occhi devono guardare, non possono fare il lavoro delle mani”. Per Jaffari, queste parole “mettono in dubbio uno dei pilastri della Rivoluzione islamica e indeboliscono il nostro sistema”.

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Etemad titola: il suggerimento di Rouhani agli Esperti

Grandi manovre

A sei mesi dal voto, alleanze e strategie sono ancora piuttosto vaghe, ma qualcosa si sta muovendo. Sul fronte conservatore è stata annunciata l’alleanza tra Partito della Coalizione islamica, Società dei devoti della Rivoluzione islamica e Fronte della Resistenza. Si tratta di formazioni diverse tra loro, che vanno da un conservatorismo tradizionale, passando per Ahmadinejad fino ad arrivare alle posizioni dell’ultraconservatore Mesbah Yazdi. E’ presto per dire se un’alleanza simile si terrà insieme.

Il 20 agosto una nuova formazione riformista, denominata Unione del Partito Islamico dell’Iran, ha eletto Ali Shakouri-Rad come proprio segretario. Alcuni media hanno riportato che Shakouri-Rad sarebbe stato arrestato subito dopo aver tenuto una conferenza stampa in cui annunciava l’unità dei riformisti per il prossimo voto. Secondo altre fonti, il neo segretario sarebbe stato semplicemente “interrogato su alcune questioni”.

Una storia iraniana

Avevamo parlato di lui già tre anni fa (leggi articolo Arrivi e partenze), quando rientrò in Iran per affrontare l’accusa di frode finanziaria ed elettorale. Il 9 agosto 2015  Mehdi Hashemi Rafsanjani, quartogenito del due volte presidente della Repubblica islamica Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, è entrato nel carcere di Evin per scontare la condanna a dieci anni di reclusione.

Il suo ingresso nel carcere è stato seguito dai media nazionali e sui social. Il video del padre che gli sussurra delle preghiere prima di uscire di casa per andare in prigione (vedi qui sotto) è divenuto presto virale su Facebook e You Tube.

 

Questa attenzione è comprensibile, visto che si tratta del figlio di uno dei personaggi più importanti e potenti della storia recente dell’Iran (leggi l’articolo del settembre 2012 Chi è Rafsanjani). I media conservatori lo attaccano senza troppi giri di parole. Il quotidiano Vatan-e emrooz titola Se lo merita ed entra nei dettagli del caso processuale, negando qualsiasi implicazione “politica” del caso.

Hemayat

La prima pagina di Hemayat: “Dieci anni di reclusione – Mehdi Hashemi a Evin”

Già, perché secondo la famiglia Rafsanjani – soprattutto per voce della sempre irrequieta figlia Faezeh – si tratterebbe di una manovra dei conservatori per punire l’ex presidente del sostegno dato nel 2013 all’attuale presidente Rouhani e soprattutto per indebolirlo in vista delle elezioni del 26 febbraio 2016, quando gli iraniani torneranno a votare sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti.

mehdi e genitori

Le polemiche sono andate avanti sul web anche per una foto che ritrae Mehdi Rafsanjani con i genitori prima di andare in prigione. Sono tutti e tre sorridenti e sereni. Per molti conservatori, questo atteggiamento sarebbe offensivo nei confronti delle istituzioni della Repubblica islamica. In un articolo, il commiato di Mehdi è messo a confronto con quello dei giovani che partivano per la guerra contro l’Iraq, pronti a sacrificarsi per la difesa della patria. Sui social sono comparse foto di padre che salutavano i figli diretti al fronte.

Dopo Vienna

A una settimana dallo storico accordo di Vienna, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota all’unanimità la risoluzione per la cancellazione delle sanzioni contro l’Iran. Tutti e 15 i Paesi membri hanno dato il via libera a un passaggio decisivo per l’effettiva realizzazione di uno dei punti cruciali dell’intesa tra Teheran e gruppo dei 5+1.

Le reazioni dei politici e dei media iraniani sono state complessivamente positive. Arman-e emruz sceglie l’ironia e scrive che le risoluzioni ONU adesso possono essere considerate “pezzi di carta”. L’allusione è alle dichiarazioni con cui l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad liquidava le risoluzioni ONU, sostenendo che il loro impatto sull’economia iraniana fosse praticamente nullo.

arman-e emrooz

Etemad apre a tutta pagina: “Risoluzione 2231”. e più in basso: “Il mondo ha chiuso la stagione in cui l’Iran era visto come una minaccia”.

etemad

Critico invece il conservatore Kayhan, che definisce la risoluzione “ostile all’Iran” e di un Consiglio di Sicurezza col grilletto puntato contro la Repubblica Islamica.

kayhan

Zarif presenta l’accordo in Parlamento

Il 21 luglio il ministro degli Esteri Javad Zarif e il direttore dell’agenzia per l’Energia Atomica dell’Iran Ali Akbar Salehi hanno presentato l’accordo di Vienna al majles, il parlamento iraniano. Zarif ha presentato l’accordo come il migliore possibile e ha sottolineato come un compromesso sia la regola di base per qualsiasi accordo  che non può mai essere totalmente a favore di una parte sola. Salehi, rispondendo alle domande dei parlamentari, si è assunto la piena responsabilità di tutti gli aspetti tecnici dell’accordo.

 

Con 136 voti a favore e 39 contrari, l’aula ha approvato la costituzione di una commissione speciale per il riesame dell’accordo del 14 luglio. Il presidente del Parlamento Ali Larijani ha detto che i 15 membri della commissione saranno nominati a breve.

Da segnalare che il consigliere della Guida Khamenei per la politica estera Ali Akbar Velayati ha definito “problematici” alcuni punti dell’accordo di Vienna”. Il riferimento è alle ispezioni dei siti militari e alla produzione dei missili balistici.

Il discorso di Khamenei

Sabato 18 luglio la Guida ha tenuto un lungo discorso alla nazione, il primo dopo l’accordo. Il puntuale live tweet del suo staff ci consente di fermare alcuni passaggi fondamentali. In sostanza, Khamenei sostiene l’accordo ma riserva più di qualche stoccata agli Stati Uniti. In sostanza, Iran e Usa possono anche mettersi d’accorso su alcune questioni, ma i loro interessi e la loro visione generale della politica estera, rimangono fortemente divergenti. Khamenei rassicura gli alleati della regione, ma cerca anche di tenere a bada gli scontenti all’interno. Tutti quelli che hanno cioè dubbi sull’accordo e sulla buona fede degli Usa. E’ anche vero, comunque, che adesso ognuna delle due principali parti in gioco (Usa e Iran) deve vendere nel modo migliore l’accordo al proprio interno. Così come Obama ha subito dichiarato che l’intesa si basa sul “controllo e non sulla fiducia”, così Khamenei deve sottolineare che il Grande Satana non può essere diventato all’improvviso un amico.

 

 

 

La rete di Rouhani

Il presidente Rouhani è invece impegnato nella ricucitura dei rapporti diplomatici con le cancellerie europee. Dopo aver parlato al telefono con il Primo Ministro inglese David Cameron della possibile riapertura delle ambasciatea Londra e Teheran, ha accolto a Teheran il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Nel 2016 sarà costituita una commissione congiunta irano-tedesca per la cooperazione economica. La grande corsa agli investimenti è entrata nel vivo.

 

 

 

 

 

 

E accordo fu

E’ stata un’attesa lunghissima, ma alla fine l’accordo è arrivato. Ed è giusto definirlo storico, perché chiude innanzitutto una querelle durata tredici anni e – soprattutto – pone le basi per un nuovo ruolo dell’Iran nello scenario internazionale.

Ad aprile si era arrivati a un primo accordo quadro, ma alcune delicatissimi questioni – soprattutto ispezioni ai siti e tempistica della rimozione delle sanzioni – hanno rischiato di far saltare il tavolo. Anche se, arrivati a questo punto, un nulla di fatto sarebbe stata una sconfitta pesantissima per tutti gli attori in gioco. Talmente pesante che per evitarla i colloqui sono andati ben oltre la scadenza del 30 giugno e per 48 ore l’annuncio dell’accordo è stato rimandato di continuo.

I punti dell’accordo

  • La Ue “terminerà” e gli Usa “cesseranno” le sanzioni connesse al nucleare “contestualmente all’attuazione, verificata dall’Aiea, dei principali impegni dell’Iran”. Non più “sospensione” ma fine delle sanzioni, come voleva Teheran.
  • Sarà il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ad approvare l’accordo.
  • L’Iran accetta che le sanzioni siano ripristinate in 65 giorni, nel caso in cui l’accordo fosse violato.
  • L’arricchimento dell’uranio proseguirà soltanto nell’impianto di Natanz.  L’Iran ridurrà le centrifughe da 19 mila a 6.014, tutte di prima generazione, con solo 5.060 attive per 10 anni. Per 15 anni arricchirà l’uranio solo fino al 3,75% (a fini energetici, medici e di ricerca) riducendo le sue riserve a basso livello di arricchimento – ma potenzialmente trasformabili fino a quel 90% necessario per uso militare – da 10 tonnellate a 300 kg. Lo scopo è impedire all’Iran di produrre un’arma atomica in meno di un anno (‘breakout timeline’).
  • Il sito sotterraneo di Fordow sarà trasformato in centro di ricerca: non vi potrà essere materiale fissile per 15 anni.
  • Le attività di ricerca e sviluppo saranno limitate per almeno 10 anni.
  • Il reattore di Arak per la produzione di plutonio sarà riconvertito.
  • Le ispezioni non saranno automatiche. Gli ispettori ONU dovranno comunque chiedere il permesso alle autorità iraniane.
  • L’embargo dell’ONU all’acquisto di armi da parte di Teheran resta in vigore 5 anni, mentre le sanzioni che vietano la vendita di missili, altri 8 anni.
  • Restano in vigore le sanzioni americane per le accuse all’Iran di terrorismo (leggasi sostegno all’Hezbollah libanese), i diritti umani e i missili balistici.

 

Obama e dopo Obama

Obama si è affrettato a sottolineare che questo accordo si basa sul controllo e non sulla fiducia. Un po’ come vestire i panni del gendarme cattivo dopo aver accettato il dialogo alla pari. In un certo senso, l’esatto opposto del discorso di Rouhani, che nel suo messaggio alla nazione, ha sottolineato come questo accordo sia figlio del rispetto reciproco e segni la fine della politica della coercizione e della prepotenza. Quello di Obama sembra più un contentino concesso alle voci di dubbio o di dissenso che da si levano dagli Usa e da Israele.

In molti hanno messo in dubbio l’effettiva validità di un accordo che potrebbe essere oggetto di revisioni da parte del Congresso che – in virtù del “ritardo” dell’accordo – avrà 60 giorni per eventuali (e assai probabili) proposte di revisione. Il presidente Usa ha già annunciato che userà il potere di veto per fermare eventuali “sabotaggi”. Forse l’accordo sarà più debole politicamente, in questo modo, ma avrà una strada segnata. Per porre fine alle sanzioni, Obama userà con ogni probabilità la forma dell’ executive agreement, un accordo esecutivo tra Presidente Usa e omologo straniero che non ha bisogno della ratifica del Senato. Ma oltre a questi aspetti tecnici, va tenuto conto che dietro l’iniziativa diplomatica del presidente, si muove una rete di interessi che non svanirà con la fine del mandato di Obama e che anzi proprio da adesso rafforzerà la propria influenza su Congresso, Senato e candidati presidenziali. La “pace” con l’Iran non è l’idea estemporanea di un presidente: piuttosto, Obama è stato il portatore di una linea – politica, economica, culturale – che seceglie per ilMedio Oriente una linea di continemento, di gestione delle crisi. Quanto di più lontano dallo spirito messianico con cui Bush junior pretendeva di redimere il mondo.

 

Perde Natanyahu, non Israele

E’ un errore, non solo una forzatura, sostenere che Israele esce sconfitto da questo accordo. Il suo primo ministro usa da anni l’Iran come spauracchio da agitare in ogni momento di difficoltà. A costo di essere ripetitivo, trovo quasi ridicolo che un Paese con 300 testate nucleari si possa sentire minacciato da un altro Paese che non ne ha nemmeno una. Ma è stato il leit motiv degli ultimi tredici anni e probabilmente sentiremo ancora piagnistei in questo senso, anche in Italia. E pensare che invece i vertici del Mossad sono da almeno due anni favorevoli a un accordo. Appena pochi mesi fa, il capo del Mossad Tamir Pardo aveva esortato il Congresso Usa a non approvare nuove sanzioni contro l’Iran, perché sarebbe stato come “gettare una granata sul negoziato”.

Forse questo accordo è il preludio a nuove collaborazioni regionali tra Usa e Iran: innanzitutto in chiave anti Isis. Sicuramente, dopo questo accordo, non sarà più possibile per nessuno demonizzare l’Iran raffigurandolo come un attore irrazionale.

 

Vince Rouhani, vincono gli iraniani

A meno di due anni dal suo insediamento, Rouhani centra l’obiettivo del suo mandato. Aveva chiesto il voto per questo, portando in dote la sua esperienza di negoziatore ai tempi di Khatami. Ha scelto come ministro degli Esteri una figura brillante e tenace come Javad Zarif, probabile prossimo premio Nobel per la Pace con John Kerry. Ora il presidente iraniano può spendere questo successo internamente. La Guida Khameni – seppure con delle riserve – ha appoggiato il suo operato e ora si trova a gestire una fase nuova per la Repubblica islamica. Da stato canaglia, l’Iran può rientrare a pieno titolo nei circuiti economici internazionali. Appena poche settimane fa Rouhani aveva dichiarato che l’obiettivo del suo governo era “arricchire sia l’uranio sia le tasche della gente”. A febbraio 2016 si vota sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti. Forte di questo successo storico e delle nuove prospettive che potrebbero aprirsi nei prossimi mesi, il fronte moderato-riformista  può puntare a una maggioranza nel majles che darebbe maggiore solidità all’esecutivo. Con lo sguardo lungo rivolto all’Assemblea degli Esperti, l’organo preposto alla scelta della futura Guida.

Si tratta di ipotesi: la certezza è che questo nuovo corso della storia iraniana è stato deciso con un voto popolare, il 14 giugno 2013. Poco più di due anni fa, un’altra era politica.

 

 

14 luglio 2015, mia intervista per Radio Onda d’Urto su accordo nucleare:

http://www.radiondadurto.org/wp-content/uploads/2015/07/iran-accordo-sacchetti.mp3

 

La conferenza stampa finale
La conferenza stampa finale

 

 

https://twitter.com/khamenei_ir/status/621016835442483201/photo/1

 

 

 

 

 

 

 

ACCORDO NUCLEARE TESTO INTEGRALE (IN INGLESE)

 

 

 

Iran Deal Text

 

 

Il discorso di Rouhani a Jakarta

Rouhani a Jakarta

Testo del discorso del Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran alla Conferenza Asia-Africa svoltasi a Jakarta.

Nel nome di Dio

Lode ad Allah Signore dei mondi,

saluto di Dio sul Nostro Profeta Mohammad e la sua famiglia

Io e la mia delegazione siamo molto lieti di poter essere qui presenti tra sapienti religiosi, autorità istituzionali, intellettuali e accademici di un paese amico come l’Indonesia.

L’Indonesia ha una posizione particolare nel mondo dell’Islam. È il paese islamico più popoloso ed è un simbolo di convivenza pacifica tra altre religioni e di fratellanza fra gli uomini.

Oggi il fatto che voi – autorità religiose, accademici e intellettuali – e i governi islamici possiate analizzare la situazione internazionale e individuare gli affari più importanti per il mondo dell’Islam, ha una importanza notevole.

Stabilire una scala dei problemi più importanti del mondo dell’Islam è il nostro primo dovere. Come dice il nostro Profeta, “Dobbiamo prestare maggiore attenzione alle problematiche del mondo dell’Islam”.

In una società islamica noi dobbiamo considerare tutti i musulmani uguali come i denti di un pettine, e dobbiamo inoltre saper distinguere i problemi importanti da quelli meno importanti sia per quanto riguarda gli affari culturali che quelli religiosi. La base, il principio è l’Islam, e solo dopo vi sono la scuola sciita, hanafita, malikita e hanbalita, in quanto quest’ultime sono tutti correnti che sorgono da un’unica fonte che è l’Islam.

Se un pericolo minaccia la fonte, allora le correnti sono a rischio di estinzione, per cui prima di pensare alle correnti dobbiamo pensare alla fonte dell’Islam, alla Rivelazione, al Tawhid, al Sacro Corano, alla Profezia e al principio generale della fede.

Oggi il mondo dell’Islam soffre per la scissione causata dai nemici, da ignoranti e da persone che hanno dimenticato i principi dell’Islam. Vorrei citare una frase del fondatore della Repubblica Islamica dell’Iran, l’Imam Khomeini, che dice: “ogni sciita che si mette contro un sunnita non è uno sciita, e ogni sunnita che si mette contro uno sciita non è un sunnita. Il mondo d’oggi è quello dell’unità dell’Islam”.

Il problema più importante d’oggi per noi musulmani è la vita degli uomini, non solo quella dei musulmani, ma di tutti gli uomini. Non dobbiamo permettere l’uccisione di persone innocenti: uccidere un uomo vuol dire uccidere tutta l’umanità. In quale fede potete trovare una affermazione così bella per cui la vita di un essere umano vale come tutta l’umanità!

Il nostro Profeta (saluto di Dio su di lui e la sua famiglia) dice:

“Il grido dell’oppresso per noi è importante, ed è nostro dovere aiutare chiunque ci chieda aiuto, a prescindere che sia musulmano o meno”.

Se un uomo innocente, a prescindere dalla sua fede e religione – sia egli sciita, sunnita, ebreo, cristiano o buddista – viene ucciso, ciò è da condannare fermamente, in quanto dal punto di vista dei diritti i credenti delle diverse religioni sono uguali. Noi siamo dispiaciuti per l’uccisione di un essere umano innocente a prescindere dalla sua fede e dalla sua razza – può essere arabo, persiano, indonesiano, dell’est o dell’ovest del mondo, dell’Islam o di un’altra religione, africano o asiatico – in quanto la vita e la sicurezza degli esseri umani per noi è il fattore più importante, e la loro salvaguardia deve costituire un dovere per i governi, i sapienti religiosi e gli intellettuali.

Noi musulmani dobbiamo essere in prima linea per difendere la vita e sicurezza degli uomini. Come possiamo sopportare che degli innocenti in Yemen, Iraq, Siria, Libia o in altre parte del mondo dell’Islam o addirittura nel cuore dell’Europa e dell’America vengano uccisi? L’uccisione di ogni innocente ci provoca dolore e tristezza. Conoscete quel racconto bellissimo che parla dell’aggressione subita da una donna non musulmana e del saccheggio dei suoi gioielli? L’Imam Alì (saluto di Dio su di lui) disse:

“Non si può biasimare la morte causata dal dolore provocato dal venire a sapere che una persona innocente è stata vittima di aggressione e molestie”. L’Imam Alì, seguace fedele del Profeta, considera la tristezza e il dolore derivanti anche solo dall’udire la notizia di una violenza subita da una persona innocente tanto gravi da causare addirittura la morte, una morte causata dal dispiacere e dal dolore.

Nel mondo d’oggi la nostra priorità è garantire la vita e la sicurezza degli uomini in tutto il mondo. Questo non è un compito che si limita solo al mondo dell’Islam. Noi musulmani abbiamo il dovere religioso di salvaguardare la vita degli esseri umani; noi riconosciamo il valore del diritto alla vita, per cui se viene uccisa una persona innocente noi non possiamo che condannare duramente tale atto, a prescindere dalla nazionalità e dalla fede della vittima.

Il secondo fattore più importante nel mondo d’oggi è la nostra dignità, la dignità del mondo dell’Islam e dei musulmani. Tutti i musulmani e coloro che percorrono il sentiero tracciato dal Profeta dell’Islam devono salvaguardare la propria dignità. Purtroppo nel mondo dell’Islam vi sono delle persone che calpestano la dignità dei musulmani e si servono del nome del jihad e della religione per colpire il volto dell’Islam e il suo Messaggero, danneggiando gravemente la religione divina e la dignità di tutti i musulmani. Essi diffondono l’ìslamofobia nel mondo facendo sorgere diversi dubbi nei giovani riguardo all’Islam e ai suoi divini insegnamenti, e siamo noi che dobbiamo assumerci la responsabilità di questo tragico fenomeno.

Oggi restare indifferenti davanti a questi attacchi sferrati all’identità e alla realtà dell’Islam vuol dire compiere un peccato. Dobbiamo sentire il dovere di reagire. In questa situazione i governi islamici, il popolo musulmano, le autorità religiose, gli intellettuali e gli accademici hanno una responsabilità enorme. Dobbiamo servirci a tal fine di tutta la nostra forza culturale, scientifica e intellettuale.

Noi musulmani abbiamo vissuto per secoli insieme a seguaci di altre fedi, in una convivenza pacifica e proficua per tutti. La presenza di luoghi di culto di religioni diverse dall’Islam a fianco di quelli islamici in Iraq e in altri paesi islamici, luoghi di culto che risalgono ai primi tempi dell’Islam oppure addirittura antecedenti alla sua diffusione, sono una testimonianza e una conferma di quanto affermiamo, ma purtroppo molti di questi luoghi di culto sono stati distrutti da queste persone malvagie nel nome dell’Islam e con la scusa del “Jihad”.

Qual è il primo versetto del Sacro Corano che parla del Jihad? Il sacro Corano mette in rilievo il jihad dicendo che si tratta solo di un atto difensivo, da attuare nel momento in cui i musulmani diventano oppressi. Quindi il Jihad nell’Islam significa solo “difendere gli oppressi”, significa difendere i templi, le chiese e le sinagoghe, i luoghi di cultura, di scienza e civiltà. L’Islam è la religione che difende tutti. Il jihad nell’islam vuol dire difendere tutti.

A quegli orientalisti, islamisti o sedicenti intellettuali che hanno dichiarato, in modo falso e forse in malafede, che l’Islam è la religione della violenza, io chiedo: l’Islam in Indonesia è forse entrato con la forza? Nell’est dell’Asia, l’Islam è entrato attraverso l’aggressione e l’occupazione?

L’Islam è la religione della logica e della scienza, non è la religione della violenza. L’Islam non si impone mai a nessuno. Un versetto del Corano dice: “Non c’è costrizione nella religione”, per cui l’Islam non coincide con la violenza. La religione vuol dire credo, dottrina. Possiamo forse imporre il credo e la dottrina nelle menti e nei cuori degli uomini con la spada?

“Le frontiere dell’Islam sono frontiere di sangue”: questa è una falsa dichiarazione. Le frontiere dell’Islam sono le frontiere della logica, della ricerca, della scienza e sana passione.

Il nostro Profeta era il messaggero di sana passione ed io domando a voi autorità religiose: pensate che il comportamento del nostro Profeta con i fedeli di altre religioni quando entrò a Medina per fondare il governo islamico cambiò rispetto agli ultimi anni della sua vita, quando era al potere? Nella città di Medina non vivevano fedeli di altre religioni? Il Profeta (S) non ha espulso nessuna da Medina, né ebrei né cristiani, pur sapendo che tra di essi vi erano alcuni suoi nemici. L’Islam ci ha donato una religione che sostiene la convivenza, la tolleranza e la cooperazione con gli altri.

Ci sono delle persone che nei loro libri hanno dichiarato in modo falso che l’Islam è la religione di violenza, ed oggi proprio loro hanno creato dei gruppi terroristici per fornire delle conferme a questa loro illazione.

L’Islam non è la religione della violenza, e oggi non dobbiamo restare indifferenti nei confronti di queste persone che hanno colpito l’immagine dell’Islam, del Sacro Corano e del Profeta in modo così grave.

Dobbiamo avere una voce unica e dobbiamo gridare contro la violenza e l’estremismo in modo unito.

L’Islam è la religione dell’equilibrio, della logica e della scienza. Dobbiamo presentare l’Islam vero al mondo.

Oggi questo compito è diventato il nostro dovere improrogabile. L’Islam è la religione contro ogni disordine e caos.

Quando il Profeta (S) inviò Ali Ibn Abi Taleb e Moaz nello Yemen, ha raccomandato loro di comportarsi con la gente in modo tale che non si allontanassero all’Islam, di non essere duri con la gente, in quanto l’Islam è la religione che semplifica le cose, e non quella che le complica, e noi dobbiamo presentare questa religione al mondo intero. L’unità nel mondo dell’Islam oggi è il nostro dovere più importante.

Il terzo fattore più importante per il mondo dell’Islam è lo sviluppo e il progresso. L’Islam è la religione della scienza, della civiltà, della purezza interiore ed esteriore. Il Profeta (S) invitava sempre il suo popolo a curare l’aspetto e l’igiene personale.         L’Islam invita i suoi fedeli ad avere massima cura sia per l’igiene personale che la purificazione prettamente interiore, e chiede loro di imparare e coltivare le scienze e vivere in una convivenza pacifica. La nostra religione è dunque la religione dell’etica e della convivenza con gli altri, che ci chiede di imparare e coltivare le scienze. Noi musulmani dobbiamo quindi approfondire lo studio e progredire dal punto di vista scientifico ed economico: se non lo facciamo, non potremo liberarci dai complotti dei nostri nemici. E per far ciò dobbiamo aiutarci a vicenda.

     L’Iran ha pagato un caro prezzo per il suo sviluppo scientifico. Gli occidentali ci hanno imposto le sanzioni solo a causa del nostro sviluppo scientifico, perché volevano che alcune tecnologie rimanessero solo nelle loro mani. Sono dispiaciuti solo perché hanno visto che non esiste più l’esclusiva nella tecnologia, e sono stati testimoni della fine del loro dominio economico, scientifico e militare.

    Dobbiamo mettere fine al dominio di questi poteri: la scienza appartiene a tutti. Nei tempi in cui la scienza e le università appartenevano a noi musulmani, ci hanno insegnato che insegnare la scienza ad altri era la “Zakat” della scienza. L’Occidente ha imparato tanto dal mondo dell’Islam e noi abbiamo messo la nostra scienza a loro disposizione senza pretendere nulla, e oggi loro vogliono ostacolare il nostro percorso di sviluppo. Noi riteniamo che lo sviluppo scientifico e la tecnologia appartengano a tutti, anche ai musulmani. Dobbiamo restare uniti per raggiungere il nostro obbiettivo con l’aiuto di pensatori, scienziati, accademici e studiosi, e in tal modo potremo avere un altro mondo davanti a noi.

     Abbiamo una grande responsabilità nei confronti dei nostri figli. Non dobbiamo permettere che i dubbi sull’Islam e la grande eredità del nostro Profeta penetrino nelle menti dei nostri giovani, non dobbiamo permettere a nessuno di dividerci servendosi di settarismi, mistificazioni, violenze e aggressioni. La nostra religione è priva di ogni violenza gratuita e ingiustificata, la nostra religione è la religione della sana passione, della fratellanza e dell’uguaglianza, per cui dobbiamo sempre rispettare la moderazione e l’equilibrio nei nostri comportamenti.

    Il nostro messaggio deve essere decisivo, chiaro e inequivocabile, deve avere salde argomentazioni e una logica inoppugnabile. Questo è il nostro compito.

     Gli intellettuali e gli scienziati, in Iran, in Indonesia e in altri paesi islamici, devono unirsi davanti agli attacchi, culturali e non, che subisce il mondo dell’Islam.

L’Islam in Iran e in Indonesia è l’Islam della moderazione e dell’equilibrio. In Iran gli sciiti e i sunniti convivono insieme in modo pacifico. Venite in Iran, e potrete vedere luoghi di culto risalenti ai secoli e millenni passati, e il nostro parlamento in cui gli sciiti, i sunniti, i cristiani, gli ebrei e gli zoroastriani hanno la loro rappresentanza, uniti tutti insieme per il bene comune!

     Questa è la logica dell’Islam e del suo Profeta (S). Noi grazie all’Islam, al Sacro Corano e alla condotta del Profeta (S), abbiamo imparato l’unità e la fratellanza. Per noi la sicurezza dei musulmani nel mondo islamico è un dovere.

     L’Iran sostiene gli sciiti del Libano e sostiene anche i sunniti di Gaza: per noi i sunniti di Gaza e gli sciiti del Libano, gli sciiti in Iraq e i sunniti in Iraq o Siria, ed anche i cristiani in Iraq e Libano, sono tutti uguali nel momento in cui sono vittime di violenze e ingiustizie. Noi vogliamo difendere gli oppressi.

     Oggi è il giorno in cui dobbiamo restare uniti, e con l’aiuto di Dio aiutarci a vicenda, come dice il Sacro Corano: “Aiutate la fede presentata da Dio, e Dio vi aiuterà”.

 

Gentiloni a Teheran

L’articolo di Alberto Negri uscito sul Sole 24 Ore del 2 marzo 2015.

L’Iran non delude mai. Era entusiasta il sassofonista americano Bob Belden che si è appena esibito con il suo cool jazz in un teatro strapieno e plaudente alla presenza del ministro della Cultura islamica: Belden è il primo musicista americano a suonare a Teheran dalla rivoluzione dell’Imam Khomeini del 1979. Ha improvvisato una jam session con tre giovani musiciste iraniane, velate e bravissime. L’offensiva diplomatica iraniana è anche questa: mostrare un volto diverso della Persia e dell’Islam sciita rispetto alle chiusure del mondo sunnita.

Ma ieri si è sentita gratificata dall’Iran anche la diplomazia italiana. I giornali hanno messo in prima pagina la visita del ministro Paolo Gentiloni, oltre che le dichiarazioni ottimiste sul negoziato di Federica Mogherini, alto rappresentante europeo. Gentiloni ha incontrato il ministro degi Esteri Javad Zarif, lo speaker del Parlamento Alì Larjani, e oggi vedrà il presidente Hassan Rohani e Hashemi Rafsanjani,

ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

Cosa ha detto Motahari?

Domenica 11 gennaio 2015 è stata una giornata caldissima per il parlamento iraniano. Un intervento in aula del deputato conservatore Ali Motahari ha infatti scatenato una bagarre che ha portato alla sospensione dei lavori. L’argomento? Gli arresti domiciliari dei candidati alle presidenziali del 2009 Mousavi e Karroubi. 

Chi è Ali Motahari

Un eretico, un conservatore fuori dagli schemi, una mina vagante nella politica iraniana. Figlio di Morteza Motahari, uno dei fondatori della Repubblica islamica (assassinato pochi mesi dopo la rivoluzione da un gruppo della sinistra islamica radicale), ha spesso polemizzato con personaggi molto importanti, da Hasehmi Rafsanjani a Mahmoud Ahmadinejad, fino all’attuale presidente Hassan Rouhani. Una volta ha definito Hossein Shariatmadari, direttore del quotidiano Keyhan, “l’amico sciocco della Guida Suprema”. Su cultura e morale è su posizioni molto intransigenti. Quando Ahmadinejad  propose di alleggerire il divieto di accesso alle donne negli stadi sportivi, Motahari commentò con sarcasmo che presto l’allora presidente avrebbe chiesto anche di consentire l’accesso a spettacoli di cabaret. 

Un legame molto forte è quello con la famiglia Larijani. la sorella di Ali Motahari è infatti sposata con Ali Larijani, presidente del majles. Un esempio di come i legami familiari sia molto importanti nella mappa del potere della Repubblica islamica.

Il discorso dell’11 gennaio

Ali Motahari ha inziato il suo discorso in parlamento con una condanna degli attacchi terroristici contro i giornalisti in Francia, dicendo:

“Condanniamo i recenti attacchi terroristici a Parigi, anche se la ripetuta pubblicazione da parte della rivista satirica Charlie Hebdo di vignette sul Profeta è da condannare.”

Ma il grosso del suo intervento era sulla politica interna. Motahari è tornato al 30 dicembre 2009, giorno in cui nelle principali città iraniane si svolsero manifestazioni pro governative e contro la cosiddetta Onda Verde.

“Come tutti sanno il 30 dicembre 2009 le persone difeso la rivoluzione e la Repubblica islamica, nonostante le violazioni commesse dai due lati della sedizione. Se cerchiamo di fare del 30 dicembre un simbolo della divisione della nazione, non sarà più un Giorno di Dio”.

 

Ha poi precisato:

Tutti sanno che non sono legato né a Moussavi né a Karroubi, io ho votato per Rezaei nel 2009. (…) Voglio affrontare una questione seria, quella delle critiche al governo. Come agiva l’Imam Ali nei confronti dei suoi oppositori? I suoi oppositori erano liberi e godevano dei diritti sociali finché non prendevano le armi. I suoi oppositori potevano criticarlo nella moschea mentre teneva un sermone e l’Imam non avrebbe permesso a nessuno di attaccarli.

La soluzione è questa: dobbiamo confessare i nostri errori nel 2009, tra i quali la mancanza di reazione proprio [televisiva] dibattiti, annuncio di celebrazioni nazionali […]

A queste parole si è scatenato il parapiglia. Urla ,spintoni, quasi un tentativo di aggressione, finché la seduta non è stata sospesa.

 

 Le reazioni

Il vicepresidente del parlamento Mohammad Hassan Aboutorabi Fard ha contestato le osservazioni di Motahari:

“Sollevare la questione in questo modo attirerà la protesta dei parlamentari che sono qui per rappresentare il popolo e sono tenuti a prendere in considerazione i nostri interessi nazionali, i nostri principi religiosi e la Costituzione “.

Ma secondo l’articolo 86 della Costituzione iraniana:

I Membri dell’Assemblea Nazionale nello svolgimento della propria funzione sono assolutamente liberi di manifestare la propria opinione e di esprimere il proprio voto, e non possono essere perseguiti o arrestati a causa di opinioni manifestate in As-semblea o a causa dei voti espressi in qualità di membri della Assemblea Nazionale.

 I media

Javan, quotidiano considerato la voce dei Pasdaran, ha scritto:

“Il comportamento di Ali Motahari dimostra che le sue opinioni radicali hanno preso un pendio molto ripido nel corso degli anni. Ora osa parlare audacemente contro le credenze del popolo.

Nell’editoriale di Kayhan, quotidiano vicino alla Guida, si scrive addirittura che “Motahari si prepara un caloroso benvenuto dei media americani e sionisti e  susscita l’ammirazione dei controrivoluzionari.

Kayhan-newspaper-1-12

La prima pagina del quotidiano conservatore Kayhan

 

Ma ci sono state anche voci a favore di Motahari. Secondo il deputato Mohammad Bagheri Bonab Motahari

 

“ha  espresso la sua opinione. Se altri deputati avessero obiezioni a quello che diceva, avrebbero dovuto aspettare il loro turno per esprimere la loro opposizione. Non dovrebbero hanno reso il clima di tensione. Inoltre, il consiglio di presidenza avrebbe potuto agire meglio per portare le cose sotto controllo.

Altri deputati, come Masoud Pezeshkian, hanno criticato la presidenza del majles per non aver saputo evitare i disordini in aula:

Il Parlamento dovrebbe essere al di sopra di tali incidenti. I parlamentari avrebbe dovuto consentire al Signor Motahari di completare il suo discorso”.

Sono passati quasi sei anni, ma i fatti del 2009 rappresentano ancora una ferita aperta per il sistema iraniano.

La sfida di Rouhani

Hassan Rouhani

Il presidente iraniano Hassan Rouhani getta il guanto di sfida ai conservatori. In una conferenza intitolata “Strategie per la crescita sostenibile e l’occupazione”, alla quale hanno partecipato circa 1.500 tra esperti, studenti e rappresentanti delle istituzioni, il presidente iraniano ha lanciato un’idea che ha tutto il sapore di una sfida aperta a chi si oppone a un accordo con l’Occidente sulla questione nucleare.

Rouhani si è appellato alla Costituzione e ha proposto che su “importanti questioni economiche, sociali e culturali” sia chiamato a decidere il popolo attraverso un referendum, piuttosto che affidare ogni decisione al Parlamento.

Rouhani si riferisce all’ articolo 59 della Costituzione iraniana che recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

Quella di Rouhani è perciò più una provocazione che una proposta concreta. Oggi il parlamento è a maggioranza conservatrice ed è assai improbabile che sia favorevole ad a dare il via libera a un referendum che di fatto delegherebbe al popolo il potere di decidere – ad esempio – su un eventuale accordo sul nucleare. Ed è abbastanza evidente che la maggioranza degli iraniani sarebbe favorevole a un accordo.

Perché è di questo, in fin dei conti, che si sta parlando. Rouhani è intenzionato ad andare fino in fondo e vuole stanare chi sta remando contro la sua strategia a lungo termine. Il majles potrebbe anche non approvare la richiesta di referendum, ma così facendo sarebbe responsabile di una decisione palesemente impopolare.Lo stessa varrebbe per la Guida: potrebbe Khamenei rigettare a priori un istituto previsto dalla stessa Costituzione della Repubblica islamica?

Risuona sempre lo stesso monito lanciato da Khomeini nel suo testamento politico: “Se penserete di fare a meno del popolo, farete la fine dello scià”. La crisi politica seguita alle contestate elezioni del 2009, è bene ricordarlo, fu uno shock per lo stesso regime, che ha faticato non poco per riguadagnare quel minimo di fiducia che ha portato al successo – in termini di affluenza alle urne – delle elezioni del 2013.

Ora il vincitore di quelle elezioni lancia una proposta di democrazia diretta. Qualche osservatore crede che questo mossa sia nata nell’entourage di Rouhani, tra gli iraniani cresciuti in California, dove è assai frequente il ricorso al referendum come strumento legislativo. Di sicuro, si tratta di un’azione molto politica e anche molto coraggiosa. D’altra parte, Rouhani non ha usato mezzi termini: ha detto chiaramente che il Paese deve aprirsi al mondo per raggiungere il pieno sviluppo economico e ha attaccato gli interessi monopolistici che frenano la crescita.

“Tutti devono pagare le tasse”, ha detto, riferendosi chiaramente alle fondazioni e alle organizzazioni controllate dai conservatori che agiscono spesso in condizioni di monopolio e che hanno sicuramente tratto profitto dal regime di sanzioni e dall’isolamento internazionale.

“Questo governo non teme nessuno e nessuna istituzione e agirà con la piena trasparenza nell’interesse del popolo”, ha rincarato la dose Rouhani. La sfida continua.

Una speranza prolungata

Titolo Shargh

“Una speranza prolungata”. Così il quotidiano riformista Shargh ha titolato, commmentando l’estensione dell’accordo tra Iran e gruppo 5+1 al 30 giugno 2015.

 

 

 

Totalmente diverso il tono del conservatore Vatan emruz che titola: Hich! Niente!

 

 

 

Fumata grigia, più che nera. Ma di certo in molti speravano che questa fosse la volta buona.  Un altro rinvio, stavolta addirittura di 7 mesi. I tempi si allungano. Anche se dopo 35 anni di silenzio nessuno si aspettava una soluzione rapida. i mesi passano senza un risultato concreto. Obama dovrà fare i conti con il Congresso a maggioranza repubblicana, che potrebbe nel frattempo varare nuove sanzioni e mettere così a repentaglio il dialogo.

Le questioni irrisolte sono due: capacità di arricchimento ed eliminazione delle sanzioni. Le difficoltà stanno più nei tempi che nella sostanza.

L’Iran ottiene 700 milioni di dollari al mese come piccolo anticipo dei 100 miliardi di beni congelati. Serviranno a dare ossigeno a Rouhani che dovrà fare i conti nei prossimi mesi col calo del prezzo del greggio. Il bilancio statale – in Iran si basano sull’export del greggio. Più il prezzo scende, più basso sarà il potere di spesa del governo nel futuro immediato. Il petrolio alle stelle fu la fortuna di Ahmadinejad e delle sue politiche di spesa.

Il segretario di Stato Usa, apparso piuttosto provato alla fine dei colloqui. si è subito appellato ai membri del Congresso perché il dialogo continui. Negoziato che, a questo punto, è sempre più una partita due tra Teheran e Washington, con la Russia unico soggetto terzo a giocare un ruolo di qualche peso.

Molto più abile il ministro iraniano Javad Zarif nel presentare il rinvio come un successo: “Prima delle sanzioni – ha detto – avevamo 200 centrifughe, ora ne abbiamo 20mila. Dite voi se le sanzioni hanno funzionato”. Al di là di queste affermazioni, il tono dei commenti nel dopo vertice indica alcuni elementi sostanziali:

  1. Nessuno più chiede l’azzeramento del programma nucleare iraniano.
  2. Nessuno ha dato la colpa del rinvio all’Iran.
  3. Il dialogo ormai è una prassi.

Kerry ha detto che dall’accordo ad interim di un anno fa, il mondo è più sicuro. da un anno. Gli ha fatto eco Zarif: “Per l’accordo non ci vorranno 7 mesi, ma molto meno. Noi siamo pronti a tornare al tavolo anche domani”.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, in un discorso televisivo alla nazione, ha rivendicato la sua strategia di approccio con la comunità internazionale: “Abbiamo scelto di interagire col mondo ed è la strada giusta”.

Nel rush finale dei negoziati è forse è mancato uno strappo, uno scatto finale di coraggio. Obama avrebbe avuto forse meno da perdere di Rouhani. Il presidente Usa è al suo secondo e ultimo mandato e la soluzione del dossier nucleare iraniano potrebbe essere l’ultima chance per lasciare almeno un risultato positivo in politica estera. Rouhani è invece presidente da un anno e mezzo e sul dialogo ha incentrato tutta la sua politica. Non può assolutamente dare segnali di eccessivo cedimento rispetto agli Stati Uniti, altrimenti tutta la sua presidenza sarebbe compromessa.

Un analista ha paragonato questa fase dei negoziati a l vertice tra usa e Urss di Reykjavik nel 1986. Ora come allora, le parti si conoscono perfettamente e sanno cosa possono realisticamente ottenere. Si tratta di trovare il coraggio, lo slancio di chiudere. Come ha detto Rouhani fin dall’inizio delle trattative,” la finestra non sarà aperta per sempre”.

 

 

 

 

Ascolta la puntata di Radio 3 mondo del 25 novembre 2014  con Antonello Sacchetti ed Ettore Greco.

Così parlò Rouhani

Rouhani all'ONU

Nel 2013 la partecipazione di Hassan Rouhani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fu il trampolino di lancio per i colloqui che portarono all’accordo ad interim sul nucleare del 24 novembre 2013. Diverso, ma ugualmente importante, l’intervento di quest’anno.

In sostanza, il messaggio lanciato è: una soluzione sul nucleare è possibile e noi vogliamo raggiungerla. Ma basta con le sanzioni e le minacce, o sarà tutto inutile.

Che fine ha fatto Rouhani?

Innanzitutto, un piccolo mistero. L’intervento di Rouhani era il primo in scaletta per il 25 settembre. Il presidente iraniano è fotografato all’arrivo al Palazzo di Vetro, ma poi sparisce. Il programma subisce dei cambiamenti: parlano prima i rappresentanti di Ghana e Croazia. Perché questo ritardo? Sui social si scatenano le ipotesi: sta correggendo il testo del suo intervento? O è impegnato in un colloqui fuori programma?

Live tweeting

Quando finalmente arriva in aula, l’account Twitter @HassanRouhani comincia un live tweeting puntualissimo:

Tutto l’intervento del presidente è di fatto riassunto in tempo reale. Seguendo sia la diretta streaming sia il live tweeting, ci si rende conto che in alcuni passaggi i tweet anticipano la voce del presidente. Segno che chi gestisce l’account è in possesso del testo del suo intervento. Un ottimo caso di copertura digitale di un evento istituzionale.    Ecco alcuni dei punti (e dei tweet) chiave dell’intervento.   Chi ha creato l’Isis dovrebbe chiedere scusa   Chi ha finanziato l’Isis dovrebbe ammettere le proprie responsabilità e chiedere scusa.

 

 

In cerca di fiducia

Uno dei passaggi più interessanti: “In Medio Oriente ci sono politici ed élite moderate che godono del sostegno del loro popolo. Non sono né anti occidentali né filo occidentali”.  Chiaro riferimento a se stesso e alla coalizione moderata che lo ha eletto presidente in Iran. E’ un messaggio chiaro: se non ci date fiducia, in Iran tornerà al potere chi è chiaramente anti occidentale.


Media occidentali istigano l’islamofobia

“Sono stupito da questi gruppi criminali che si definiscono Islamici. I media occidentali ripetono questo falso proclama che produce odio contro tutti i musulmani”. 

 

Critiche agli Usa

Rouhani critica gli Usa per il loro comportamento in Iraq: continuare a pretendere l’egemonia nella regione è un errore strategico. 

Anche perché “la democrazia non è un prodotto che può essere importato in Oriente da Occidente”.

E la soluzione suggerita è chiara: l’Iran può svolgere un ruolo chiave nella soluzione della crisi irachena

 

 Un riferimento a Khatami

E al suo appello per il dialogo tra le civiltà: “Ricordiamoci che prima dell’atto criminale dell’11 settembre l’Iran invitò tutti al dialogo”.

 

 Sul nucleare

Poi Rouhani entra nel vivo della questione nucleare: “Noi abbiamo intrapreso negoziati seri e onesti non a causa delle sanzioni, ma perché il nostro popolo ce lo ha chiesto”. Come dire: io sono stato eletto per questo, gli iraniani mi hanno votato proprio perché dialogassi con l’Occidente. 

Avanti con i negoziati

Rouhani rilancia in vista della scadenza dell’accordo ad interim (24 novembre): “Siamo determinati a continuare”. 

 

 

 

 

 Il video integrale del discorso (doppiato in inglese)

 

L’accordo – dice – sarebbe un’opportunità storica per l’Occidente.

 

Potrebbe essere solo l’inizio

E poi apre: “Un accordo finale sul programma nucleare potrebbe essere l’inizio di una collaborazione per la pace, la sicurezza e lo sviluppo”.

Per la prima volta, in una sede ufficiale, l’Iran lega la questione nucleare a una futura collaborazione “strutturale” con l’Occidente. In molti lo hanno sempre pensato ma è la prima volta che viene esplicitato in questi termini.

Rouhani non suggerisce soluzioni tecniche per superare lo stallo delle trattative, ma segna una linea rossa: noi non cediamo sul diritto all’arricchimento. Sul resto possiamo discutere. Però adesso la palla è a voi.

 Il testo in inglese dell’intervento di Rouhani

A proposito del velo

my stealthy freedom

La questione del velo per le donne iraniane: tema sempre caro ai media occidentali e riportato di recente alla ribalta da una campagna sui social media intitolata #Mystealthyfreedom (“La mia libertà furtiva”) o Azadiye yavasheki, nella versione persiana, lanciata il 3 maggio da Masih Alinejad, giornalista iraniana da anni residente a Londra.

Dopo il mio recente viaggio in Iran, ho scritto un articolo su questo tema per Arab Media Report.

Leggi l’articolo sul sito di Arab Media Report

L’Iran nel mondo

Rouhani a Davos

Il video dell’intervento del presidente iraniano Hassan Rouhani a Davos in occasione del World Economic Forum Annual Meeting 2014.

Il discorso è doppiato in inglese.

Messaggi di Natale

Rouhani Natale 2013

A Natale non si parla che di Natale. Qualsiasi comunicazione assume quasi obbligatoriamente un stile “natalizio”. Nella forma e nel contenuto. I messaggi di auguri – sinceri o di facciata – si sprecano. Siamo tutti più o meno invasi, in questi giorni, da sms, mail, tweet e post sui social che ci ripetono “Buon Natale”.

Già. A Natale non si parla che di Natale. Ma non si parla più di Gesù. O se ne parla poco, quasi di sfuggita.

Il biglietto di auguri che ho ricevuto dall’ambasciatore iraniano di Roma recita:

In occasione dell’anniversario della nascita di Gesù Cristo,

messaggero di Pace e Giustizia

e del nuovo anno Cristiano

formulo i miei migliori auguri!

Già due anni fa, monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, dichiarò il proprio apprezzamento per gli auguri ricevuti dall’ambasciata iraniana che gli augurava

‘Buon Natale di Gesù, sia benedetto il Suo nome’. Questo per i tanti – aggiungeva l’arcivescovo – che si vergognano di dire buon Natale e dicono buone feste, chissà feste di chi”.

Per questo Natale 2013 le massime autorità politiche della Repubblica islamica di Iran (la Guida Khamenei, il presidente Rouhani e il ministro degli Esteri Zarif)  hanno espresso i loro auguri via twitter. Rouhani ha inoltre trascorso la notte di Natale con famiglie di invalidi e martiri di guerra cristiani e – attraverso un tweet – ha rivolto gli auguri direttamente a Papa Francesco. 

Anche Ahmadinejad – nei suoi otto anni di presidenza – ha sempre inviato messaggi di auguri per il Natale. Ma per messaggi simili a quelli espressi quest’anno da Rouhani e Khamenei (“Gesù messaggero di giustizia contro l’arroganza”) era stato addirittura tacciato di antisemitismo. Così va il mondo. O, meglio, così lo si racconta.

Ecco i tweet di Khamenei, Zarif e Rouhani.

A tutti voi, Buon Natale.

 

 

 

 

 

 

Il video di Rouhani

New Voyager - Rouhani

Per i suoi primi 100 giorni di governo, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha lanciato un video clip che sta spopolando sul web. In un bianco e nero molto elegante, vengono ripresi e “cantati” alcuni estratti del suo discorso di insediamento del 3 agosto 2013.

A ripetere le parole di Rouhani si alternano donne e uomini di tutte le età e di tutte le etnie dell’Iran. Alcune frasi sono ripetute in baluci, in azeri e in arabo. Come dire: siamo un Paese complesso, ma siamo anche una grande nazione.

[youtube]http://youtu.be/TYytErqGdC4[/youtube]

Le citazioni sono molto varie: da Khomeini a Mossadeq, passando per l’ayatollah Taleqani e il “sacro” Hafez.

Dopo due giorni di diffusione, lo stesso staff presidenziale lo ha sottotitolato in inglese, in modo da essere compreso in tutto il mondo. New Voyager, “il nuovo viaggiatore”, è il titolo del video su Youtube.

Parecchie le somiglianza con un video lanciato da Barack Obama nella sua prima campagna elettorale. Anche se lo stile persiano rimane inconfondibile.

A me è piaciuto molto, soprattutto per le parole finali.

Buona visione.

Il confronto con il video di Barack Obama

[youtube]http://youtu.be/-yME6bdLQwM[/youtube]

 

Due sì e un no

Parlamento Iran

Il parlamento iraniano ha approvato soltanto due dei tre ministri proposti dal presidente Hassan Rouhani per rimpiazzare gli uomini già bocciati dal majles in agosto.

Reza Faraji Dana è stato approvato come ministro della Scienza  della Ricerca con 159 sì, 70 no e 32 astensioni.

Ali Asghar Fani è diventato ministro dell’Istruzione, con 185 sì.

Con 141 no e 107 è stata invece bocciata la candidatura di Reza Salehi Amiri (che aveva fatto parte dello staff elettorale di Rouhani) a ministro dello Sport e della gioventù. Salehi Amiri paga la vicinanza all’Onda Verde dopo le contestate elezioni presidenziali del 2009.

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Il discorso di Rouhani all’ONU

Intervento Rouhani all'ONU

Signor Presidente, Signor Segretario Generale,

Eccellenze, Signore e Signori

innanzitutto, vorrei offrire le mie più sincere felicitazioni per la sua meritata elezione alla presidenza dell’Assemblea generale e cogliere il momento per esprimere il mio apprezzamento per gli sforzi del nostro illustre segretario generale.

Il nostro mondo oggi è pieno di paura e di speranza; paura della guerra e delle relazioni ostili regionali e globali; paura del confronto mortale tra identità religiose, etniche e nazionali; paura dell’istituzionalizzazione della violenza e dell’estremismo, paura della povertà e della discriminazione distruttiva; paura del degrado e della distruzione delle risorse vitali, paura del disprezzo per la dignità umana e dei diritti, paura di abbandono della morale. Accanto a questi timori, tuttavia, ci sono nuove speranze; speranza di accettazione da parte dei popoli e delle èlite di tutto il mondo del “sì alla pace e no alla guerra “, speranza di preferire il dialogo al conflitto, e la moderazione all’estremismo.

Le recenti elezioni in Iran rappresentano un chiaro esempio di una scelta saggia di speranza, razionalità e moderazione da parte del grande popolo dell’Iran. La realizzazione della democrazia che coesiste con la religione e la pacifica delega del potere esecutivo dimostrano che l’Iran è l’ancora della stabilità in un oceano di instabilità regionale.

La ferma convinzione del nostro popolo e del nostro governo nella pace duratura, nella stabilità, nella risoluzione pacifica delle controversie e nel voto popolare come base di potere, sono gli elementi fondamentali per un ambiente così sicuro.

Signor Presidente, Signore e Signori,

L’attuale periodo critico di transizione nelle relazioni internazionali è pieno di pericoli, ma offre anche opportunità uniche. Qualsiasi errore di calcolo della propria posizione, e, naturalmente, di quella degli altri, porterà danni storici; l’errore di un singolo attore ha un impatto negativo su tutti gli altri.

La vulnerabilità è ormai un fenomeno globale e indivisibile .

In questo particolare momento della storia dei rapporti globali, l’età dei giochi a somma zero è finita, anche se alcuni attori tendono ancora ad affidarsi a metodi e strumenti arcaici e profondamente inefficaci per conservare la loro vecchia superiorità e il oro dominio. Il militarismo e il ricorso alla violenza e all’azione militare, sono chiari esempi della perpetuazione di vecchi metodi in circostanze nuove.

Le politiche e le pratiche economiche e militari coercitive orientate al mantenimento e alla conservazione delle antiche dominazioni, erano frutto di una mentalità che nega la pace, la sicurezza, la dignità umana, e i più alti ideali umani. Così come ignorare le differenze tra le diverse culture e i valori globalizzanti occidentali è un altro esempio di questa mentalità. E ancora: la persistenza del modello cognitivo della Guerra Fredda, con la divisione bipolare del mondo in “noi superiori” e “gli altri inferiori”. Così come pure la fobia che si manifesta all’emergere di nuovi attori sulla scena mondiale.

In un tale contesto, sono aumentate le violenze, governative e non governative, religiose, etniche, e persino la violenza razziale è aumentata, e non vi è alcuna garanzia che l’era della non belligeranza tra le grandi potenze rimanga al riparo da questi discorsi e da queste azioni violente. Non dovrebbe infatti essere sottovalutato il catastrofico impatto delle narrazioni violente ed estremistiche.

In questo contesto, la violenza strategica, che si manifesta negli sforzi per privare gli attori regionali dal loro dominio naturale di azione, nelle politiche di contenimento, nei cambi di regime imposti dall’esterno, negli  sforzi per ridisegnare confini e frontiere politiche, è estremamente pericolosa e provocatoria.

La narrazione politica dominante raffigura un centro civilizzato, circondato da periferie non civilizzate. In questo quadro, la relazione tra il centro del potere mondiale e le periferie è egemonico. Assegnare al Nord il centro della scena relegando il Sud in periferia, ha portato alla creazione di un monologo a livello di relazioni internazionali.

L’infondata propaganda antireligiosa, islamofobica, anti-sciita e iranofobica rappresentano gravi minacce contro la pace mondiale e la sicurezza umana .

Questo discorso propagandistico ha assunto proporzioni pericolose attraverso la rappresentazione di presunte minacce immaginarie.

Una di queste è la cosiddetta “minaccia iraniana”, che è stata utilizzato come pretesto per giustificare un lungo catalogo di crimini e azioni catastrofiche negli ultimi tre decenni. L’armamento del regime di Saddam Hussein con armi chimiche e il sostegno dei Talebani e di Al Qaeda sono solo due esempi.

Lasciatemi dire in tutta sincerità dinanzi a questa augusta assemblea mondiale, che sulla base di prove inconfutabili, coloro che parlano della cosiddetta minaccia dell’Iran sono loro stessi una minaccia contro la pace e la sicurezza internazionale stessi o promuovono tale minaccia.

L’Iran non rappresenta assolutamente alcuna minaccia per il mondo o per la regione. Infatti, negli ideali e nella pratica, il mio paese è stato foriero di pace giusta e di sicurezza globale .

Signor Presidente, Signore e Signori ,

In nessuna parte del mondo c’è stata violenza così mortale e distruttiva come in Nord Africa e Asia occidentale. L’intervento militare in Afghanistan, la guerra imposta di Saddam Hussein contro l’Iran, l’occupazione del Kuwait , gli interventi militari contro l’Iraq , la brutale repressione del Popolo palestinese , l’assassinio di persone comuni e personaggi politici in Iran, e gli attentati terroristici in paesi come l’Iraq, l’Afghanistan e Libano sono solo alcuni esempi della violenza in questa regione negli ultimi tre decenni .

Quella ce è stata – e continua ad essere – praticata contro le persone innocenti della Palestina non è altro che violenza strutturale. La Palestina è sotto occupazione, i diritti fondamentali dei palestinesi sono tragicamente violati, e sono privati ​​del diritto al ritorno e all’accesso alle loro case, alle città natali e alla loro patria. Il concetto di Apartheid riesce difficilmente a descrivere i crimini e le aggressioni sistematiche contro l’innocente popolo palestinese.

La tragedia umana in Siria rappresenta un doloroso esempio di diffusione catastrofica della violenza e dell’estremismo nella nostra regione. Fin dall’inizio della crisi, e quando alcuni attori regionali e internazionali hanno contribuito a militarizzare la situazione attraverso l’ingresso di armi e Intelligence nel paese a sostegno attivo di gruppi estremisti, abbiamo sottolineato che non vi era una soluzione militare alla crisi siriana. Il perseguimento di strategie espansionistiche e il tentativo di cambiare l’equilibrio regionale attraverso terzi, non possono essere camuffati dietro retorica umanitaria. L’obiettivo comune della comunità internazionale dovrebbe essere una rapida fine dell’uccisione di innocenti.

Pur condannando qualsiasi uso di armi chimiche, accogliamo con favore l’accettazione da parte della Siria, della Convenzione sulle armi chimiche. Crediamo che l’accesso da parte di gruppi terroristici estremisti a tali armi sia il più grande pericolo per la regione e debba essere tenuto in considerazione in qualsiasi piano di disarmo.

Allo stesso tempo, vorrei sottolineare che l’uso illegittimo e anche solo la minaccia di utilizzare la forza, porteranno solo ad un ulteriore inasprimento della violenza e della crisi nella regione .

Il terrorismo e l’uccisione di persone innocenti rappresentano ultimo grado di disumanità dell’estremismo e della violenza . Il terrorismo è una piaga violenta e non conosce né paesi né confini nazionali. Ma la violenza e le azioni estreme, come l’uso di droni contro persone innocenti in nome della lotta al terrorismo, dovrebbero essere condannate.

Ecco, vorrei anche dire una parola sull’assassinio di scienziati nucleari iraniani . Per quali crimini sono stati assassinati? Le Nazioni Unite e il Consiglio di sicurezza dovrebbe rispondere alla domanda: i colpevoli sono stati condannati ?

Anche sanzioni ingiuste, come manifestazione di violenza strutturale, sono intrinsecamente disumane e

contro la pace. E contrariamente a quanto sostenuto da coloro che le perseguono e le impongono, le sanzioni non sono contro gli Stati e le élite politiche. Le vittime di queste sanzioni sono piuttosto le persone comuni.

Non dimentichiamo i milioni di iracheni che, a seguito di sanzioni coperto da veste giuridica internazionale , hanno sofferto e perso la vita , e molti altri che continuano a soffrire per tutta la vita.

Queste sanzioni sono semplicemente violente, anche se sono chiamate intelligenti o unilaterali o multilaterali. Queste sanzioni violano i diritti umani inalienabili quali, tra gli altri, il diritto alla pace, la lotta per lo sviluppo, il diritto di accesso alla salute e all’istruzione, e soprattutto, il diritto alla vita. Le sanzioni, al di là ogni e qualsiasi retorica, provocano belligeranza, conflitti e sofferenza umana.

Va tenuto presente, inoltre, che l’impatto negativo, non è limitato alle vittime designate di sanzioni, ma colpisce anche l’economia e la sussistenza di altri paesi e società, compresi i paesi che impongono sanzioni.

Signor Presidente, Eccellenze ,

la violenza e l’estremismo al giorno d’oggi sono andati al di là del regno fisico e hanno purtroppo afflitto e appannato le dimensioni mentali e spirituali della vita umana. La violenza e l’estremismo non lasciano spazio per la comprensione e la moderazione quali basi necessarie della vita collettiva degli esseri umani e della società moderna. L’intolleranza è la difficile realtà del nostro tempo  Abbiamo bisogno di promuovere e rafforzare la tolleranza alla luce degli insegnamenti religiosi e di approcci culturali e politiche adeguate.

La società umana deve essere elevata da uno stato di mera tolleranza a quello di collaborazione collettiva. Dovremmo non solo tollerare gli altri. Dobbiamo superare la semplice tolleranza e trovare il coraggio di lavorare insieme.

La gente di tutto il mondo è stanca di guerre, violenza ed estremismo. Tutti sperano in un cambiamento dello status quo. E questa è una opportunità unica per tutti noi. La Repubblica Islamica dell’Iran ritiene che tutti i problemi possano essere gestiti – con successo – attraverso una intelligente e sapiente miscela di speranza e di moderazione. I guerrafondai sono decisi a cancellare ogni speranza. Ma la speranza di cambiamento in meglio è un concetto innato, diffuso e universale.

La speranza si fonda sulla fede nella volontà universale del popolo di tutto il mondo di combattere la violenza e l’estremismo, di amare il cambiamento, di opporsi a strutture imposte, di valutare le scelte e di agire in conformità con la responsabilità umana. La speranza è senza dubbio uno dei più grandi doni suscitati negli esseri umani dal loro Creatore. E la moderazione è di pensare e muoversi in un saggio, modo giudizioso, consapevole del tempo e dello spazio, e di allineare agli ideali strategie e politiche efficaci, sempre tenendo in considerazione le realtà oggettive .

Il popolo iraniano, in una scelta giudiziosamente sobria nelle recenti elezioni, ha votato per un discorso di speranza, lungimiranza e moderazione prudente, sia in patria che all’estero. In politica estera, la combinazione di questi elementi significa che la Repubblica islamica dell’Iran , come potenza regionale, agirà in modo responsabile in materia di sicurezza regionale e internazionale, ed è disposta e pronta a collaborare in questi campi, a livello bilaterale e multilaterale, con altri attori responsabili. Noi difendiamo la pace basata sulla democrazia e le urne ovunque, anche in Siria, Bahrain, e in altri paesi della regione , e credo che non ci siano soluzioni violente alle crisi mondiali.

Le realtà amare e brutta della società umana possono essere superate solo attraverso il ricorso alla collaborazione, all’interazione e alla moderazione . Non si possono garantire – e non si garantiranno – la pace e la democrazia e i diritti legittimi di tutti i paesi del mondo, compreso il Medio Oriente, attraverso il militarismo .

L’Iran cerca di risolvere i problemi, non di crearli. Non vi è alcun problema o dossier che non possa essere risolto attraverso la fiducia e la speranza, il rispetto reciproco e il rifiuto della violenza e dell’estremismo. Il dossier nucleare iraniano è un esempio calzante . Come chiaramente affermato dal leader della Rivoluzione Islamica, l’accettazione del diritto inalienabile dell’Iran costituisce il modo migliore e più semplice per risolvere questo problema. Non si tratta di retorica politica. Piuttosto, si basa su un profondo riconoscimento dello stato della tecnologia in Iran , del contesto politico globale, della fine dell’era dei giochi a somma zero, e dell’imperativo di cercare obiettivi e interessi comuni per raggiungere un’intesa di sicurezza comune. L’Iran e gli altri attori devono perseguire due obiettivi comuni come due parti tra loro inseparabili per una soluzione politica del dossier nucleare dell’Iran .

  1. Il programma nucleare iraniano – e se è per questo, di tutti gli altri paesi – deve perseguire esclusivamente scopi pacifici. Dichiaro qui, apertamente e senza ambiguità, che, nonostante le posizioni degli altri, questo è stato, e sarà sempre l’obiettivo della Repubblica islamica dell’Iran . Armi nucleari e altre armi di distruzione di massa non hanno posto in Iran e nella nostra dottrina di difesa; contraddicono le nostre convinzioni religiose ed etiche fondamentali. I nostri interessi nazionali ci impongono di eliminare tutte le ragionevoli preoccupazioni circa il Programma nucleare pacifico dell’Iran.
  2. Il secondo obiettivo, cioè, l’accettazione e il rispetto per l’attuazione del diritto di arricchimento in Iran e il godimento di altri diritti connessi nucleari, fornisce l’unica strada verso il raggiungimento del primo obiettivo. La tecnologia nucleare in Iran, compreso l’arricchimento, ha già raggiunto un livello industriale. È, quindi , una illusione ed estremamente irrealistico, presumere che la natura pacifica del programma nucleare dell’Iran possa essere assicurata ostacolando il programma con pressioni illegittime .

In questo contesto, la Repubblica islamica dell’Iran, insistendo sulla realizzazione dei propri diritti e nel rispetto dei doveri di cooperazione internazionale, è pronta a impegnarsi immediatamente in trattative con scadenze precise e orientate a risultati per costruire la fiducia reciproca e la rimozione di incertezze reciproche con la massima trasparenza.

L’Iran cerca un impegno costruttivo con gli altri paesi sulla base del rispetto reciproco e dell’interesse comune, e nello stesso quadro non cerca di aumentare le tensioni con la Stati Uniti.

Ho ascoltato con attenzione la dichiarazione del Presidente Obama oggi qui all’Assemblea Generale . Con la volontà politica della leadership negli Stati Uniti e sperando che si asterranno dal seguire l’interesse miope di gruppi di pressione guerrafondai, si può arrivare ad un quadro di riferimento per gestire le nostre differenze . A tal fine , le interazioni dovrebbero essere governate da condizioni uguali, dal rispetto reciproco e dai principi riconosciuti del diritto internazionale. Naturalmente, ci aspettiamo di sentire una voce coerente da Washington .

Signor Presidente, Signore e Signori ,

Negli ultimi anni, una voce importante ha più volte detto: ” L’opzione militare è sul tavolo”. Contro questa opinione illegale e inefficace, permettetemi di dire forte e chiaro che “la pace è a portata di mano”. Così, in nome della Repubblica islamica dell’Iran propongo, come primo passo, la considerazione da parte delle Nazioni Unite del progetto: “Il mondo contro la violenza e l’estremismo “. (WAWE) Facciamo tutti aderire a questo “WAVE”. Invito tutti gli Stati, la comunità internazionale, le organizzazioni e le istituzioni civili a intraprendere un nuovo sforzo per guidare il mondo in questa direzione.

Dovremmo cominciare a pensare “Coalizione per creare Pace” in tutto il mondo al posto di inefficaci “coalizioni di guerra” in varie parti del mondo.

Oggi, la Repubblica islamica dell’Iran invita voi e l’intera comunità mondiale a fare un passo in avanti, un invito ad unirsi al WAVE. Noi dovremmo essere in grado di aprire un nuovo orizzonte in cui la pace prevalga sulla guerra, la tolleranza sulla violenza, il progresso sullo spargimento di sangue, la giustizia sulla discriminazione, la prosperità sulla povertà e la libertà sul dispotismo.

Come ben detto da Ferdowsi, il celebre poeta epico iraniano:

Siate implacabili nella lotta per il Bene

Portare la primavera, dovete. Bandire l’inverno, dovreste.

Nonostante tutte le difficoltà e le sfide, sono profondamente ottimista per il futuro. Non ho dubbi che il futuro sarà luminoso per il mondo intero, rifiutando la violenza e l’estremismo. La prudente moderazione assicurerà un futuro brillante per il mondo. La mia speranza, a parte la mia esperienza personale e nazionale, viene dalla convinzione condivisa da tutte le religioni divine che un buono e luminoso futuro attende il mondo. Come affermato nel Sacro Corano:

E abbiamo proclamato nei Salmi, dopo che lo avevamo annunciato nella Torah, che  i miei

servi virtuosi erediteranno la terra. (21:105)

Grazie Signor Presidente

 

 

 

 

Iran, un tè per due al Palazzo di Vetro?

Rouhani a New York

Grande attesa per l’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre a New York. A parlare per l’Iran non c’è più Ahmadinejad ma Rouhani, da poco eletto presidente della Repubblica islamica. Ma quello che rende così interessante questa versione annuale del meeting globale al Palazzo di vetro è una voce che si rincorre, né confermata né ufficialmente smentita.

In molti sono convinti che, al di là di una stretta di mano formale, il presidente Barack Obama e Hassan Rouhani sono in odore di incontrarsi per un bilaterale. Sogno o realtà? Se ciò avvenisse sarebbe un passo avanti epocale nelle relazioni tra Iran e Stati Uniti. Questo tè per due al Palazzo di vetro ci sarà o no?

Ne ho parlato martedì 24 settembre a Radio3Mondo, intervistato da Azzurra Meringolo. Ecco l’audio:

 

 

Rouhani e Twitter

Rouhani su twitter

Che Hassan Rouhani sapesse utilizzare i social media lo avevamo imparato già durante la campagna elettorale della scorsa primavera (vedi articolo). Ora che si è insediato alla presidenza della Repubblica islamica da un mese, i suoi account social stanno sicuramente destando molta attenzione, soprattutto fuori dall’Iran.

Quali account?

Il rischio di incappare in un account fake esiste a tutte le latitudini (ne sa qualcosa da noi Mario Monti), nonostante Twitter dia da tempo la possibilità di ottenere un “account verificato” (contrassegnato da un logo blu con un “checkmark” bianco all’interno) attraverso una procedura piuttosto complessa.

In Iran, dove i social media sono (o sarebbero) de facto al bando, ci si muove come al solito lungo la sottile linea dell’ambiguità.

Ci sono tre account che possono essere attribuiti a Rouhani:

@HassanRouhani_è quello che personalmente ho seguito per tutta la campagna elettorale e che pochi giorni fa l’agenzia di stampa Mehr ha indicato come l’unico ufficiale. Da questo account partono tweet in inglese (soprattutto), ma anche in francese e in spagnolo. Finora era sembrato potesse essere un canale diretto di comunicazione con i media e il pubblico occidentali. Da questo account, ad esempio, Rouhani aveva comunicato la nomina di Marziyeh Afkham a portavoce del Ministero degli Esteri, prima donna in Iran a ricoprire questo ruolo.

È sempre da questo account che il 4 settembre Rouhani annuncia la propria partecipazione all’Assemblea Generale dell’ONU di New York.


E ancora il 4 settembre interviene più volte sulla crisi siriana invocando una soluzione diplomatica.

Dall’account @HassanRouhani partono invece tweet solo in inglese, spesso arricchiti da foto. Il tweet che fa scalpore è quello con cui, la sera del 4 settembre, il vero o presunto Rouhani fa gli auguri di buon capodanno a “tutti gli ebrei, specialmente a quelli iraniani”. Il tweet rimbalza veloce, viene commentato in tutto il mondo, si sprecano i paragono con i toni e lo stile del suo predecessore Mahmud Ahmadinejad. Poi però, quando a Teheran è già passata la mezzanotte, il suo consigliere nega addirittura che il presidente sia su Twitter. Poi corregge il tiro, sostenendo che “forse l’account continua a essere gestito da qualcuno del suo staff elettorale”. Il tutto sembra una smentita obbligata per questioni interne. Probabilmente non ci si aspettava un ritorno così immediato e potente. In sostanza, gli auguri di Rosh Hashanah potrebbero essere veri, ma sono soprattutto un messaggio all’esterno, un’ulteriore smarcamento rispetto all’era Ahmadinejad.

Il terzo account @Rouhani_ir è interamente in persiano. I tweet, in questo caso, sono quasi esclusivamente su questioni interne, come ad esempio la scelta del futuro sindaco di Teheran. Questione sulla quale il presidente si dichiara super partes, ma sulla quale ci sarà presto da discutere.

 

Postilla del 28 settembre 2013

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama.  Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra:  l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.