La coda del leone persiano

La coda del leone persiano

Siamo alle solite. O, meglio, siamo tornati al solito vecchio schema che dal 1979 vede Iran e Stati Uniti uno di fronte all’altro contrapposti e minacciosi. Il 6 agosto scatteranno le nuove sanzioni Usa, conseguenza del ritiro da parte di Washingotn dall’accordo sul nucleare del 2015. Sarà un passaggio molto pesante, perché si tratta di provvedimenti che colpiranno il settore dell’automotive e dell’aviazione civile iraniana e che complicheranno non poco le transazioni finanziari da a per l’Iran (per un quadro più dettagliato invitiamo a leggere l’analisi dell’ISPI).

L’azione di Washington – che all’Italia costerà 27 miliardi di dollari di commesse e 1,7 di export l’anno – rientra in una strategia più ampia di pressione economica e politica che mira dichiaratamente al cambio di regime a Teheran. Un obiettivo dichiarato da Donald Trump, che conta sul pieno sostegno di Israele e Arabia Saudita e che rischia di aggravare la già precaria situazione politica del Medio Oriente.

In questo contesto, il presidente iraniano Hassan Rouhani ha assunto da mesi un atteggiamento decisamente più combattivo nei confronti degli Stati Uniti rispetto al suo primo mandato, quando aveva come interlocutore Barack Obama. D’altro canto, questo suo cambiamento di stile, gli è valso il sostegno da parte di diversi conservatori, tra cui il generale Qasem Soleimani,che in una lettera pubblica lo ha ringraziato per aver reagito con “coraggio e orgoglio” alla minaccia statunitense di bloccare l’export iraniano di petrolio.

La coda del leone persiano

Il 22 luglio, un un incontro con gli ambasciatori iraniani, Rouhani ha dichiarato:

L’America dovrebbe sapere che la pace con l’Iran è la madre di ogni pace e la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre. Signor Trump, non giochi con la coda del leone, altrimenti se ne pentirà. Noi siamo uomini d’onore e coloro che hanno garantito la sicurezza dello stretto regionale (lo stretto di Hormuz) nella storia. Tenga presente che lei non può provocare il popolo iraniano a scapito della sicurezza e degli interessi del loro Paese. L’Iran è un padrone e non sarà il servitore o il tuttofare di nessuno. Rohani ha ricordato che l’Iran ha “molti stretti, quello di Hormuz è  solo uno di questi”, sottolineando: “Da una parte lei annuncia la guerra al popolo iraniano e dall’altra parla di appoggiarlo”.

In un tweet, qualche ora dopo, Trump ha replicato (mettendo il testo tutto in maiuscolo):

“Non minacciare mai più gli Stati Uniti o ne pagherete le conseguenze, come pochi nella storia ne hanno sofferte prima. Non siamo un Paese che tollererà più le vostre stupide parole di violenza e morte. Fate attenzione”.

La sera del 22 luglio il Segretario di Stato Usa Mike Pompeo, intervenendo a un incontro in California con rappresentanti della diaspora iraniana, ha accusato: “Il livello di corruzione e ricchezza tra i leader del regime dimostra che l’Iran è guidato da qualcosa che assomiglia alla mafia più che a un governo. Qualche volta sembra che il mondo sia diventato insensibile davanti all’autoritarismo del regime in casa ed alle sue campagne di violenza all’estero, ma l’orgoglioso popolo iraniano non resta in silenzio sui molti abusi del suo governo”.

Perché Rouhani attacca (e si rafforza internamente)

Questo cambio di prospettiva, se da un lato mette a repentaglio la già provata economia iraniana, dall’altro rafforza paradossalmente Rouhani. Il presidente iraniano negli ultimi mesi ha infatti subito numerosi attacchi da diversi fronti: i conservatori lo criticano per la crisi economica e per aver ceduto al compromesso con l’occidente sul nucleare; i riformisti sono invece delusi dalle mancate aperture sui diritti civili. La serrata del bazar di Teheran – strumentale o spontanea che fosse – era soltanto una delle manifestazioni più eclatanti di un malessere diffuso. Tanto che qualche osservatore prospettava un impeachment entro l’autunno.

Ma lo scontro – per ora solo verbale – con gli Usa, ricompatta il fronte interno. Anche perché la Guida Khamenei non accetterebbe mai una crisi istituzionale in una fase delicata come questa.

 

Intervista di Antonello Sacchetti a Radio Onda d’Urto (24 luglio 2018)

Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif replica a Trump. “Esistiamo da millenni e abbiamo assistito alla caduta di imperi – incluso il nostro – che sono durati più di alcuni Paesi. Sii cauto!”.

 

Mohsen Rezai, capo del Consiglio per il discernimento della Repubblica islamica twitta: “Il signor Trump ha detto al signor Rouhani di stare attento. Ma dovresti stare attento tu che hai 50.000 soldati sotto il tiro

Come le sanzioni contro l’Iran colpiscono anche l’Italia

Intervista di Sputnik ad Antonello Sacchetti sulle conseguenze economiche del ritiro degli Usa dal JCPOA.

Le nuove sanzioni contro l’Iran rappresentano un’azione unilaterale di per sé molto pesante e molto grave. Ricordiamo che il famoso accordo del 14 luglio 2015 non è un accordo bilaterale fra Stati Uniti e Iran, ma ovviamente un accordo di un gruppo, 5 più 1, cioè i membri di sicurezza dell’ONU con la Germania e l’Iran. Il programma sul nucleare iraniano è stato uno dei casi diplomatici internazionali più scottanti degli ultimi 20 anni. Quando si ritira in modo totalmente autonomo la controparte più rilevante da un accordo come questo l’accaduto non può non avere un peso politico pesantissimo. L’agenzia internazionale per l’energia atomica ha smentito i sospetti degli Stati Uniti, sostenuti anche da Israele. Dall’entrata in vigore dell’accordo le ispezioni dell’AIEA si sono svolte regolarmente e non hanno mai rilevato violazioni. Nelle indicazioni di Trump inoltre non vi sono dati precisi, si tratta più di un umore.

Leggi l’intervista completa su Sputnik 

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando ? E’ cominciato tutto da un discorso del presidente Hassan Rouhani in occasione del 39esimo anniversario della rivoluzione.

Se abbiamo delle divergenze su delle questioni, o se le fazioni hanno delle divergenze, o stanno litigando, allora andiamo alle urne e, in base all’articolo 59 della Costituzione, mettiamo in atto quello che i cittadini decidono. La nostra costituzione offre questa possibilità e noi dobbiamo agire in base alla nostra costituzione.

 

L’articolo citato da Rouhani recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

(Per un quadro completo vai alla sezione Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran)

Una sintesi dell’intervento è stata pubblicata poi dall’account in persiano del presidente Rouhani.

 

Referendum in Iran: i precedenti

Ci sono stati tre referendum nella storia post rivoluzionaria dell’Iran. Il primo è quello che il 30 e il 31 marzo 1979 decreta il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica. Il quesito è a dir poco tendenzioso: “Il vecchio regime monarchico diventa Repubblica islamica, la cui Costituzione sarà approvata dal popolo. Sì o no?”. Vota il 98% degli aventi diritto e il sì vince col 99,31%.

Il secondo referendum si tiene il 2 e 3 dicembre per approvare la nuova Costituzione. Vota il 71,6% degli aventi diritto e il sì vince con il 99,5%.

Da notare come nel giro sei mesi l’affluenza cali di quasi 30 punti di percentuale.

Il terzo referendum è su alcune importanti modifiche alla Costituzione, come l’eliminazione della figura del premier, l’eliminazione del titolo di marja-e taqlid (fonte di imitazione) quale requisito fondamentale per la nomina a Guida, l’istituzionalizzazione del Consiglio per il discernimento  e l’aumento del numero dei membri dell’Assemblea degli Esperti. Si tiene il 28 luglio 1989 in concomitanza con le elezioni presidenziali e i votanti sono appena il 54,51% degli aventi diritto. Le modifiche vengono approvate col 97,57% dei voti.

 

Le reazioni della politica iraniana

La proposta di Rouhani è stata accolto con diffidenza dai conservatori. In un editoriale sul quotidiano Kayhan (una sorta di organo si stampa della Guida Khamenei), il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto che questa proposta potrebbe essere il segno della sua “insoddisfazione per i milioni di persone che hanno celebrato l’anniversario della rivoluzione dicendo in sostanza ‘sì’ all’attuale sistema politico”.

Altri commentatori della televisione di Stato (roccaforte dei conservatori) hanno ricordato che il referendum deve comunque essere richiesto dai due terzi del parlamento, altri hanno commentato con sarcasmo la vaghezza della proposta di Rouhani. In generale, comunque, va notato che l’uscita del presidente ha suscitato un certo nervosismo tra i conservatori. Il sospetto è che Rouhani abbia intenzione di usare il referendum quale strumento per modificare (e ridurre) il potere della Guida.

Anche perché lo stesso presidente ha replicato dichiarando che – come presidente – ha il dovere e la responsabilità di mettere in pratica la Costituzione.

A fronte delle reazioni negative dei conservatori, va registrato l’apparente disinteresse dei riformisti. Nessun politico ha apertamente sostenuto la proposta di Rouhani e il quotidiano riformista Shargh ha dedicato al tema soltanto un piccolo spazio sul numero del 13 febbraio, concentrandosi soprattutto sulle reazioni dei conservatori.

 

Referendum ma su cosa?

Resta il fatto che l’idea lanciata da Rouhani rimane piuttosto vaga. Un referendum su cosa? Sulla forma istituzionale? Improbabile e forse addirittura pericoloso. Come ha scritto l’attivista per i diritti umani  Hassan Zeidabadi, “un referendum istituzionale è la conseguenza di una crisi politica, non una soluzione”.

L’appello di 15 iraniani

Un appello a favore dell’uso del referendum è stato sottoscritto da 15 personalità iraniane di rilievo, tra cui registi, intellettuali e politici. Alcuni residenti in Iran, altri residenti all’estero (come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi). Per il quadro completo leggi l’articolo qui sotto.

 

15 Prominent Iranians Call For a Referendum on the Islamic Republic

Iran. Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando?

Hijab, pasdaran e sussidi: qualcosa sta cambiando in Iran? Manco a dirlo, l’argomento che ha suscitato più attenzione tra i media occidentali è stato il primo. Andiamo con ordine.

La protesta contro l’hijab obbligatorio

Tutto è iniziato il 27 dicembre 2017 , quando la 31enne Vida Movahed, nella centrale e trafficatissima Via Enghelab di Teheran, si è tolta il foulard (obbligatorio in Iran in tutti i luoghi pubblici), lo ha issato su un bastone ed è salita su una centralina elettrica. Arrestata e rilasciata poco dopo, è stata di nuovo poi incarcerata fino al 28 gennaio 2018. La sua foto è stata condivisa sui social ed è divenuta famosa in tutto il mondo. Qualcuno ha anche fatto confusione, associando la sua protesta alle manifestazioni politiche che negli stessi giorni si sono tenute in tutto il Paese (ne abbiamo parlato qui).

Una seconda donna, Nargess Hosseini, è stata arrestata per aver inscenato lo stesso tipo di protesta il 29 gennaio, sempre a Teheran. Il codice penale iraniano prevede (articolo 638) che le “donne che compaiono in pubblico senza l’hijab islamico possono essere condannate fino a due mesi di carcere e a una multa fino a 500.000 rial (poco più di 10 euro). La cauzione di Nargess è stata fissata ad un prezzo altissimo (l’equivalente di circa 140.000 dollari), in modo da tenerla in carcere.

Col passare dei giorni, la protesta si è estesa ad altre città e sui social sono comparse le foto di decine di donne senza velo. Anche diversi uomini si sono uniti alla protesta, issando foulard e postando foto con lo slogan “Non siete sole”. Particolare eco ha avuto la protesta di una chadori, cioè una donna col chador che senza togliersi il foulard ne ha appeso uno a un bastone e ha manifestato contro l’obbligo dell’hijab.

 

 

 

La polizia di Teheran ha annunciato di aver arrestato 29 donne nelle ultime settimane  per le proteste anti hijab. Il procuratore capo di Teheran ha parlato di “comportamenti infantili” ispirati dall’estero. Chiaro il riferimento alla giornalista Masih Alinejad che da anni porta avanti la campagna “My Stealthy Freedom” (ne abbiamo parlato qui quasi quattro anni fa).

Qualcuno parla di una “rivoluzione silenziosa”. Di certo è un fenomeno nuovo che si sta diffondendo molto rapidamente e che è talmente evidente che non le autorità non lo hanno potuto tenere nascosto. Il dibattito sull’obbligatorietà dell’hijab, d’altra parte, è in corso da anni, sia in campo politico sia religioso. Difficile che queste manifestazioni bastino da sole a cambiare uno dei simboli stessi della Repubblica islamica. Ma anche in questo caso, come per le proteste di piazza dell’ultimo mese, la novità sta nel fatto che se ne parli in Iran. Sono segnali costanti, quasi insistenti, di una necessità di cambiamento nei costumi.

Nella remota probabilità di una laicizzazione della vita pubblica iraniana, si può auspicare che un’apertura arrivi proprio dai religiosi. Non è fantascienza. Come ci è capitato di dire più volte, la Repubblica islamica ha dimostrato diverse volte, dopo il 2009, di aver capito che in alcuni casi allentare la pressione serve al mantenimento del sistema stesso. E cedere qualcosa sul piano delle regole del vestiario, potrebbe evitare complicazioni peggiori su altre questioni sociali.

Durante un discorso in occasione dell’inizio delle celebrazioni per il 39esimo anniversario della rivoluzione, il presidente Hassan Rouhani ha dichiarato:

Tutte le istituzioni del Paese dovrebbero ascoltare i desideri e le richieste del popolo. Il precedente regime credeva che la monarchia sarebbe durata per sempre, ma perse tutto proprio per questo motivo: non ascolto le critiche del popolo.

 

I pasdaran e l’economia iraniana

Uno dei passaggi più importanti nella politica iraniana delle ultime settimane è stato l’annuncio da parte del ministro della Difesa Ali Hatami della richiesta effettuata dalla Guida Khamenei alle organizzazioni militari di “disinvestire dalle attività economiche non correlate”. Tradotto: i pasdaran devono fare un passo indietro rispetto all’economia e pensare prettamente al loro ruolo militare.

In una lettera aperta al giornale riformista Saham News, Mehdi Karroubi, leader insieme a Mir Hossein Mussavi dell’Onda Verde, agli arresti domiciliari dal 2011, ha accusato la Guida Khamenei di aver permesso ai pasdaran di assumere un ruolo predominante in economia e che questo ha “offuscato la reputazione di questo corpo rivoluzionario e l’ha annegato nella corruzione”.

Il conflitto sui sussidi

Per la prima volta nella storia della Repubblica islamica, il parlamento ha respinto le linee generali di una proposta di budget presentata dal governo. Il piano di Rouhani prevedeva l’aumento del prezzo della benzina del 50% e del diesel del 33%. Ma soprattutto prevedeva un taglio drastico dei sussidi varati a suo tempo da Ahmadinejad: quei 10 dollari al mese che attualmente vengono elargiti a 75 milioni di iraniani, Rouhani voleva destinarli “solo” a 42 milioni di persone. Lo stop del parlamento ha imposto una correzione: i sussidi dovrebbero interessare tra 52 e i 54 milioni di cittadini. Adesso il parlamento discuterà dei dettagli del piano finanziario.

La prima bocciatura sembra sia stata influenzata dalle proteste di piazza del mese precedente.

Evidentemente, più di qualcuno, nelle istituzioni della Repubblica islamica, teme di fare la fine dello scià.

 

 

 

Tutto l’Iran ne parla

A quasi un mese dalle prime manifestazioni a Mashad, la situazione in Iran sembra tornata alla “normalità”. Si potrebbe discutere a lungo su cosa, in Iran, sia normale o straordinario, ma per il momento accontentiamoci di dire che non ci sono state più dimostrazioni dal 4 gennaio 2018, quando, in un comunicato ufficiale, il generale dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato la “fine della sedizione”, dicendosi anche certo che le rivolte non avrebbero avuto un seguito.

Un bilancio delle manifestazioni

Alle manifestazioni – secondo il Ministero degli Interni – avrebbero partecipato non oltre 42.000 persone in totale. I morti sarebbero stati più di 20 (tra cui 4 membri delle forze dell’ordine) e gli arresti circa 450. Due persone arrestate sarebbero morte in carcere, ufficialmente “per suicidio”. Stime non governative parlano di circa 80 città coinvolte e 1.000 arresti. Sempre secondo il Ministero degli Interni, l‘84% dei manifestanti avevano meno di 35 anni, meno del 14% erano laureati e soltanto il 6% dei manifestanti erano donne. Gli slogan erano in maggior parte (70%) a tema politico. 

 

La novità: tutto l’Iran ne parla

Al di là di chi e per quale motivo abbia manifestato (ne abbiamo parlato qui), questa crisi rappresenta una novità per la politica della Repubblica islamica.  In passato ci sono già state ondate di proteste, alcune anche con risvolti drammatici, come nel caso del movimento studentesco del 1999 e dell’Onda Verde del 2009.  O come le proteste contro le privatizzazioni sotto la presidenza Rafsanjani nei primi anni Novanta. La novità è che questa volta il confronto politico non è stato oscurato o negato, ma si è anzi trasferito dalle piazze ai media, fino al parlamento.

Superata una prima fase in cui si è scaricata tutta la responsabilità dell’accaduto ad “elementi stranieri”, i vertici della Repubblica islamica sono intervenuti sulla questione, con toni e da prospettive diverse. Se il presidente Rouhani ha immediatamente riconosciuto il diritto degli iraniani a protestare , sottolineando al tempo stesso il dovere del governo di “ascoltare il popolo”, la stessa Guida Ali Khamenei ha ammesso l’esistenza del malcontento popolare.

Non solo i social media, ma tutti i quotidiani iraniani hanno per giorni affrontato l’argomento delle manifestazioni, con interviste, inchieste ed editoriali.

Certo, questo ci dice anche molto di come le fazioni politiche abbiano cercato in vario modo di cavalcare l’onda delle proteste: i conservatori hanno colto l’occasione per attaccare Rouhani che, a sua volta, ha cercato di porsi come primo interlocutore dei manifestanti.

Affari interni

In questo senso, è particolarmente significativa l’intervista rilasciata da Rouhani alla TV di Stato il 22 gennaio, la prima in assoluto dopo le manifestazioni. A intervistarlo il conduttore Reza Rashidpour, notoriamente vicino ai riformisti. Si è trattato di un piccolo evento televisivo che però, alla fine, ha deluso un po’ tutti. Incredibile ma vero, Rouhani non ha mai parlato dell’accordo sul nucleare (suo cavallo di battaglia) e si è concentrato sulle questioni interne, politiche ed economiche. Dalla perdita di valore del rial alla crisi finanziaria, dalle proteste di piazza all’inquinamento, fino alle polemiche sul blocco (poi rimosso) di Telegram.

 

Tutto toccato con molta moderazione, cercando di essere il più possibile rassicurante e convincente. Ma, a quanto pare, il pubblico non ha gradito. Sadegh Zibakalam, giornalista su posizioni riformiste, ha commentato:

“Mi auguro che il Dott. Rouhani capisca che ogni volta che parla alla gente perde un po’ dei suoi 24 milioni di voti. Spero che capisca che insulta l’intelligenza delle persone concentrandosi su questioni artificiose e superficiali invece di affrontare i temi davvero importanti per la società iraniana”.

Molti altri commentatori hanno criticato le domande troppo accondiscendenti poste da Rashidpour. Persino il tema delle recenti manifestazioni è stato toccato da Rouhani rispondendo ad un’altra domanda, senza che il conduttore avesse affrontato direttamente la questione.

Insomma, Rouhani ha cercato di accontentare tutti ma sembra aver deluso tutti o quasi.

 

La macchina che impara

Il fatto è che la Repubblica islamica ha dimostrato ancora una volta di essere “una macchina che impara”. Di sapersi, cioè, adattare a condizioni diverse per sopravvivere. Piuttosto che negare l’evidenza di una crisi in atto, scatenata da alcune sue stesse componenti, ha scelto stavolta di elaborarla ed esorcizzarla in un dibattito pubblico. E’ la lezione appresa dal 2009, quando invece la contestazione venne bollata come anti sistema e repressa unicamente con la forza. In questo caso non è mancato il pugno duro contro i manifestanti, ma la dialettica che si è aperta dopo tra le forze politiche e in una parte consistente dell’opinione pubblica è sicuramente qualcosa di nuovo e di molto interessante.

Piuttosto che auspicare o diagnosticare improbabili cambi di regime, i media occidentali farebbero bene a seguire con attenzione quello che si dice e si scrive in Iran in queste settimane.

Il quotidiano conservatore Kayhan accusa Rouhani di non aver parlato di disoccupazione, crisi economica e inquinamento nella sua intervista televisiva.

 

Il quotidiano riformista Sgargh, sempre in riferimento all’intervista TV di Rouhani, titola: Quello che non ha detto e che deve dire

Cosa sta succedendo in Iran

cosa sta succedendo in Iran

Cosa sta succedendo in Iran? Problemi sociali e soprattutto economici, la lentezza delle risposte del governo di Teheran alle richieste della gente e un po’ di cattiveria da parte dei media e probabilmente anche da parte della Cia, sono la miscela esplosiva che hanno dato vita, ormai da una settimana, ad ampi disordini in Iran, considerato finora l’unica isola di stabilità e sicurezza nel turbolento Medio Oriente.

Atto primo, il carovita e il fallimento delle banche

Negli ultimi due anni numerose banche e istituti di credito sono falliti in Iran, e centinaia di migliaia di risparmiatori hanno visto sfumare i propri soldi. Un fenomeno che e’ stato molto serio (una ventina di banche e istituti bancari falliti), che dal mese di Novembre, quando i riflettori della cronaca internazionale erano ancora lontani dall’Iran, porto’ la gente a manifestare per le strade di Teheran. Proteste assolutamente pacifiche che venivano tollerate dalla polizia ed anzi ad esse avevano partecipato anche parlamentari ed esponenti politici che chiedevano al governo di occuparsi dei soldi della gente. Il governo Rohani ha garantito che tutti avrebbero riavuto i propri soldi ma in realta’ cio’ durera’ anni e con l’inflazione galoppante che esiste in Iran, riprendere la stessa somma di soldi dopo anni, significa di fatto perderli.

Nel mese di Dicembre, il governo, sottovalutando probabilmente lo scontento gia’ serpeggiante (anche per via di reportage dei giornalisti sulle ricchezze incredibili di alcuni ministri), ha dato il colpo di grazia presentando il suo piano per il budget del nuovo anno. 70% l’aumento previsto per il prezzo della benzina, + 40% su luce e gas, tre volte superiore l’imposta sui viaggi all’estero, aumento delle multe stradali, abolizione dei sussidi governativi diretti per 20 milioni di persone, un quarto della popolazione dell’Iran. La notizia delle misure di “austerità”, hanno creato una bolla di inflazione speculativa che ha portato in poche settimane al raddoppio del prezzo della carne e delle uova, ed anche il prezzo del pane e’ aumentato del 33%. Colpiti, proprio nel cibo, anche i ceti piu’ deboli, preoccupati dall’aumento annunciato del prezzo della benzina, che puo’ innescare una inflazione ancor piu’ violenta.

Atto secondo, le proteste a Teheran e Mashad e le accuse contro il governo

E cosi’ dal 20 dicembre in poi, ci sono state proteste con la partecipazione di piu’ persone nelle citta’ di Teheran (la capitale) e quella di Mashad, a nord-est del paese.

In queste proteste, seppur pacifiche, la gente ha iniziato a gridare “Marg bar Rohani” (A morte Rohani). In un primo momento, i conservatori, l’ala politica opposta a Rohani in Iran, ha iniziato ad accusare il governo di aver ignorato le richieste della gente e di aver preventivato un aumento folle e sprovveduto dei prezzi. Erano in corso dibattiti in Parlamento per aggiustare le politiche economiche del governo mentre le proteste in piazza proseguivano.

Atto terzo, la violenza, la paura, i morti

Da venerdi 29 dicembre, pero’, tutto e’ cambiato. I manifestanti hanno iniziato ad essere violenti; sono stati incendiati cassonetti, distrutti negozi, banche; la protesta da Teheran si e’ allargata a 12 citta’. A Dorud alcuni “individui” hanno addirittura aggredito la polizia che ormai da settimana assisteva alle proteste pacifiche; probabilmente prese alla sprovvista, le forze dell’ordine hanno reagito uccidendo 2 degli aggressori.

A Teheran, sabato, una manifestazione nei dintorni della piazza Enghelab (piazza della rivoluzione), e’ stata molto molto “strana”. Per la prima volta i manifestanti non hanno lanciato nemmeno uno slogan sull’economia e il carovita ma hanno gridato “morte al regime”, “ne per Gaza, ne per il Libano, la mia vita la sacrifico per l’Iran”; e’ stata addirittura bruciata la bandiera dell’Iran; a contraddistinguere questa manifestazione ancora una volta la violenza e i danni arrecati ai negozi ed alle fermate dell’autobus. E nella protesta sono apparse pure ragazze che strappavano i veli, e personaggi alquanto strani.

Da allora gli episodi di violenza si sono moltiplicati velocemente in tutto l’Iran e ogni volta ci sono azioni violente da parte di presunti manifestanti come lancio di sassi, di sostanze esplosive ed ecc… contro le forze dell’ordine.

Lunedi 1 gennaio, un cecchino ha addirittura ucciso un Pasdaran nella periferia di Isfahan. L’indomani, l’Iran, e un po’ tutta la gente, si e’ risvegliata terrorizzata capendo che i manifestanti dei primi giorni, quelli che avevano i conti nelle banche fallite o che protestavano al carovita, chiaramente non sono capaci di uccidere un membro delle forze dell’ordine con un fucile ad alta precisione.

Lo spettro della Cia e di “Mike l’ayatollah”

Le violenze delle ultime ore e soprattutto l’assassinio del membro del corpo dei Pasdaran, fatto con un lavoro “da professionisti”, conferma l’ultimo comunicato del ministero dell’intelligence. “Approfittando delle proteste che la gente aveva il diritto di esprimere, alcuni elementi collegati alle potenze straniere si sono infiltrate tra i manifestanti incoraggiando all’uso della violenza ed alla distruzione dei beni comuni”. Il ministero, ha chiesto quindi a tutti i cittadini di segnalare al numero verde 113 ogni azione da parte di “individui dubbi”.

Il timore di nuovi disordini in Iran, simili al 2009, era gia’ venuto l’estate scorsa, quando il presidente Donald Trump ha deciso di affidare la responsabilita’ delle operazioni Cia contro l’Iran ad una delle piu’ famose e temute spie, Micheal D’Andrea, soprannominato “il principe oscuro” e “Mike l’ayatollah”.

Secondo gli iraniani, proprio lui avrebbe saputo fare infiltrare i suoi uomini tra i manifestanti, creando episodi violenti. Subito dopo i primi episodi di violenza, Donald Trump ha preso la palla al balzo attaccando il governo iraniano e definendo “affamati di cibo” gli iraniani.

Il governo iraniano, ha gia’ dichiarato di aver rinunciato all’aumento annunciato su alcuni prezzi, come quelli della luce e del gas. Bisognera’ aspettare le prossime ore, per vedere se la gente rinuncera’ ad andare in strada ancora, o se proseguira’ a farlo; la seconda questione pero’ sembra difficile, non per l’ingente schieramento di forze di polizia, ma per lo piu’ per la consapevolezza che dietro ad alcuni degli episodi di violenza delle ultime ore, piu’ che gli ayatollah di Teheran, si trova la mano dell’ayatollah Micheal, quello che sta in America.

(Fonte AGI) www.agi.it

 

Chi protesta in Iran?

Chi protesta in Iran?

C’è poco da fare: quando in Iran la gente scende in piazza per protestare, è sempre una notizia. Il 28 dicembre a Mashad, città santa e secondo centro del paese per numeri di abitanti, si sono tenute delle manifestazioni di protesta contro il carovita. Secondo alcuni media occidentali, tra cui BBC, i manifestanti sarebbero stati “alcune centinaia”. Altre manifestazioni “più piccole” si sono svolte a Nishapur e Birjand, sempre nel nord est del Paese. Il 29 dicembre una cinquantina di persone si sarebbero radunate invece a Teheran in Piazza Enqelab, mentre a Kermanshah, capoluogo della regione colpita recentemente dal terremoto, i manifestanti, secondo l’agenzia semiufficiale Fars, sarebbero stati trecento. I social media riportano altri assembramenti in città come Qazvin, Rasht e Sari. Ci sono stati arresti e la folla è stata in più occasioni dispersa con la forza.

A Dorud, nel Lorestan, i pasdaran avrebbero aperto il fuoco sui manifestanti, uccidendone almeno 6 e ferendone molti altri.

Chi protesta in Iran?

A giudicare dagli slogan, chi è sceso in piazza lo ha fatto per protestare contro il carovita e la corruzione. Bersaglio degli slogan sono stati il governo e il presidente Hassan Rouhani in particolare. L’accordo sul nucleare del 2015 ha sì migliorato la situazione economica, ma la disoccupazione è in risalita (12,4 per cento, un punto in più rispetto allo scorso anno) e proprio nelle ultime settimane il prezzo di alcuni generi alimentari di prima necessità, come le uova, ha avuto un’impennata del 30/40 per cento.

La denuncia di Rouhani

Secondo alcuni osservatori, sarebbe stato lo stesso Rouhani ad accendere la miccia della polemica, col suo discorso in parlamento lo scorso 10 dicembre. In quell’occasione il presidente aveva dichiarato di aver denunciato alla Guida Khamenei l’esistenza di sei istituzioni fraudolente, all’interno di istituzioni governative, che controllano il 25% del mercato finanziario, manipolando il cambio della valuta e il mercato dell’oro. Rouhani aveva parlato di una vera e propria “mafia finanziaria”, responsabile di aver rovinato la vita di almeno 3 milioni di iraniani. Il presidente aveva perciò chiesto al parlamento un sostegno per ridurre i finanziamenti a queste istituzioni e per creare un sistema di controllo efficace.

Governo o sistema?

Ecco il solito equivoco o, se preferite, la solita ambiguità. Chi protesta contro il governo, da che punto di vista lo fa? Dall’interno della Repubblica islamica? Oppure contesta l’intero sistema nato dalla rivoluzione del 1979?

Le proteste hanno toccato solo in una fase successiva Teheran e non sono legate ad eventi particolati, come fu nel 2009. E’ cominciato tutto a Mashad, città conservatrice e roccaforte di Ebrahim Raisi, principale sfidante di Rouhani alle elezioni del maggio 2017. Gli slogan della manifestazioni del 28 dicembre fanno pensare che ci sia la longa manus dei conservatori dietro questi “assembramenti spontanei”.

Anche perché le proteste sono scoppiate proprio il giorno dopo che il capo della polizia di Teheran aveva annunciato che le donne “mal velate” non saranno più arrestate ma indirizzate a “corsi educativi”. Quasi un contraccolpo a una timida apertura da parte delle forze dell’ordine.

Poi le proteste si sono diffuse in altre città, dove si sono ascoltati slogan che chiedevano di “lasciar stare la Siria e pensare a noi” o, addirittura, frasi contro gli ayatollah e la Repubblica islamica.

Per tutta risposta, circa 4mila persone sono scese poi in piazza a sostegno del governo Rouhani.

Le autorità hanno definito queste manifestazioni “controrivoluzionarie” e hanno puntato il dito contro alcuni canali Telegram che sarebbero stati determinanti nella mobilitazione.

Il primo vicepresidente Eshaq Jahangir ha dichiarato: “Quando un movimento politico si diffonde nelle strade, non è detto che chi lo ha lanciato sia in grado di controllarlo fino alla fine”. E ha ammonito: “Chi è dietro questi eventi finirà per farsi del male”.

Sembrerebbe, dunque, che dietro a queste manifestazioni ci sia uno scontro politico interno alla Repubblica islamica, piuttosto che una contestazione al sistema.

 

Il tweet di Trump

Il presidente degli Usa Donald Trump ha colto invece la palla al balzo per ammonire via tweet Teheran sulla “repressione delle manifestazioni pacifiche”e ammonire: “Il mondo vi sta guardando!”. In Arabia Saudita l’hashtag #IranProstest è stato tra quelli più di tendenza negli ultimi giorni, a testimoniare co quanta attenzione lo storico rivale regionale stia osservando quanto accade in Iran.

 

9 Dey

C’è anche una coincidenza simbolica: queste proteste sono iniziate alla vigilia dell’anniversario della grande manifestazione (9 Dey nel calendario persiano) che nel 2010 segnò la fine dell’Onda Verde, quando l’establishment decise di mobilitare i propri sostenitori e dare un segnale netto a quel che restava del movimento iniziato un anno e mezzo prima. Tanto che in una dichiarazione ufficiale i Pasdaran hanno dichiarato che “è necessario rivivere l’epica del 9 Dey”.

L’atmosfera dell’Onda Verde sembra comunque lontana anni luce. Cosa c’è allora in gioco?

 

Chi protesta in Iran?

Dichiarazione dei Pasdaran: necessario rivivere l’epica del 9 dey

 

Il dopo Khamenei

Secondo alcuni osservatori, al di là delle questioni economiche e sociali, il vero terreno di scontro sarebbe un altro. Le condizioni di salute della Guida Khamenei si sarebbero aggravate nelle ultime settimane e si avvicina dunque una resa dei conti tra le varie anime del sistema per decidere la successione. Al di là delle rivendicazioni di chi manifesta, in ballo ci sono equilibri politici molto delicati.

Le proteste forse finiranno presto, il confronto politico è appena iniziato.

 

Radio Vaticana, 31 dicembre 2017, Intervista ad Antonello Sacchetti sulle manifestazioni in Iran. Ascolta l’audio

 

L’apertura di Rouhani

Il 31 dicembre, durante una riunione di gabinetto, il presidente Rouhani è intervenuto per la prima volta sulle manifestazioni di questi giorni. “Il popolo – ha dichiarato – è pienamente libero di protestare contro il governo ma non di distruggere proprietà private”. Ha poi affermato di aver dato istruzione ai propri ministri di creare spazi di critica e di libera opinione. Ha inoltre ammonito i giovani iraniani a non farsi strumentalizzare da elemnti stranieri che vorrebbero vedere l’Iran nel caos. Una battuta anche su Trump: “Chi oggi sostiene di preoccuparsi degli iraniani, pochi mesi fa li definiva terroristi. Non ha nessun diritto di parlare di Iran, è sempre stato contro il popolo iraniano”.

Iran. Terremoto e polemiche

Iran. Terremoto e polemiche

Il 12 novembre 2017  un terremoto di magnitudo 7.3 ha fatto tremare almeno l’area di confine tra Iraq e Iran. Le vittime iraniane sarebbero oltre 500, 11 quelle irachene. Oltre 8mila i feriti, 70mila i senza tetto, 12mila le abitazioni crollate. La maggior parte delle vittime si registrano nella città iraniana di Sarpol-e Zahab, a maggioranza curda, nella provincia di Kermanshah.

 

I conservatori accusano il governo

Il governo ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e inviato esercito e pasdaran nelle aree colpite dal sisma. Il presidente Rouhani ha visitato le aree del sisma ma il suo esecutivo è stato oggetto di critiche molto feroci da parte dei conservatori per la lentezza dei soccorsi e per la mancanza di chiarezza iniziale sull’entità del disastro.

 

Iran. Terremoto e polemiche
Ebtekar. Il lutto dell’Iran per Kermanshah

 

Tutta colpa di Ahmadinejad?

Ma le polemiche sono arrivate sopratutto da ambienti riformisti e governativi nei confronti dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Già, perché molti degli edifici crollati a Sarpol-e Zahab erano stati costruiti nell’ambito del Mehr, il mega progetto edilizio di case popolari  fiore all’occhiello del presidente conservatore. Si tratta di un’operazione molto ambiziosa e anche molto controversa, da sempre avversata dall’amministrazione Rouhani. I critici del progetto di Ahmadinejad hanno sempre contestato la pessima qualità delle strutture abitative e i tragici eventi di questi giorni sembrano dare loro ragione.

Fin dal suo insediamento nell’agosto 2013, l’attuale presidente della Repubblica islamica aveva attaccato il programma di Ahmadinejad. Il ministro delle Strade e dello sviluppo urbano Abbas Akhoundi lo aveva definito “assurdo” e foriero di effettivi negativi sull’economia iraniana, causa principale dell’aumento dei prezzi delle case.

Adesso i giornali riformisti tornano alla carica. Hamdeli scrive: “Il progetto Mehr è un perfetto esempio di cattiva amministrazione di un governo che non perdeva occasione di dichiararsi dalla parte della povera gente. Mahmoud Ahmadinejad e tutte le persone coinvolte nella costruzione di queste case andrebbero processate”.

Secondo l’altro quotidiano riformista Shargh, dopo quanto accaduto a Sarpol-e Zahab, molte persone che vivono in case del progetto Mehr, avrebbero abbandonato i loro appartamenti nel timore di possibili nuove scosse.

Rouhani ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulle case del progetto Mehr. Il quotidiano conservatore Kayhan, vicino alla Guida Khamenei, se la prende invece col governo e parla di “bugie più pesanti dei danni provocati dal terremoto”.

 

Iran. Terremoto e polemiche
Kayhan: i danni della menzogna più pesanti di quelli del disastro

 

Ancora una volta Iran

Ancora una volta Iran

Iran, ancora una volta. Ancora una volta la scommessa di tornarci, di accompagnare persone che lo visitano per la prima volta. Sempre con quel misto di trepidazione e paura. Riuscirò a trasmettere anche solo in minima parte la misteriosa passione per questo Paese? In gioco non c’è mai semplicemente la riuscita di un tour. C’è piuttosto una parte essenziale di me.

Con molte aspettative e con una certa dose di fatalismo (alla fine l’Iran prende sempre il sopravvento su tutto) mi accingo anche al primo viaggio in Iran dopo la rielezione di Rouhani e l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Dall’Italia si ha l’impressione che su Teheran siano tornati a soffiare venti di crisi. Sarà davvero così?

 

Slow Tehran

Un venerdì di inizio autunno. molto mite. L’aria serena del weekend islamico ci accoglie e ci rilassa. Non ci sono moltissimi turisti occidentali in giro, nonostante questo sia uno dei periodi di alta stagione. All’aeroporto il grosso degli arrivi sono di turisti religiosi, per lo più iracheni sciiti provenienti da Najaf e Kerbala e diretti a Mashad per visitare la tomba dell’Imam Reza. Chiacchieriamo in inglese con loro al controllo (lentissimo) dei passaporti. Sono famiglie piuttosto numerose, con le donne tutte in chador neri. Sono tutti in Iran per la prima volta e sembrano ansiosi di cominciare il loro viaggio. Nelle loro parole, nei loro sguardi, c’è entusiasmo e c’è anche referenza per l’Iran.

Poche persone nei siti turistici principali, come il Golestan e l’Iran Bastan, il Museo archeologico. Nessuno davanti al “nido di spie”, l’ex ambasciata Usa in via Taleqani, dove portiamo un gruppo di italiani a visitare quello che dovrebbe essere ormai un luogo più “storico” che “politico”. Sono passati quasi quarant’anni dalla celebre crisi degli ostaggi, eppure ancora oggi è difficilissimo toccare quei fatti senza suscitare polemiche, persino tra gli italiani che quei fatti hanno quasi dimenticato del tutto.

“L’America non può farci un dannato niente”, recita un murales che cita una delle invettive più note di Khomeini. Già, e oggi? L’America cosa può davvero fare all’Iran? O – piuttosto – cos’altro può fare all’Iran? Il sentimento che sembra regnare sovrano qui è l’indifferenza. Se c’è una cosa che si impara venendo spesso in questo Paese, è che le cose cambiano, sempre, comunque. Passano i Khatami, gli Ahmadinejad e anche i Trump. Come disse una volta un ambasciatore iraniano, “2.500 anni di Storia non possono mai essere messi in crisi da un singolo presidente”. Di qualunque Stato, verrebbe da aggiungere.

Soltanto verso sera il traffico sembra rianimarsi e riportare la capitale al suo solito caos calmo di code e ingorghi.

 

Ancora una volta Iran
Tehran. L’ingresso del Museo dei martiri

 

La beffa di Persepoli

Poi l’Iran è anche un Paese imprevedibile, per carità. Così accade che, per timore di qualche dimostrazione eccessivamente calorosa in occasione della Giornata dedicata a Ciro il Grande, il governo della Repubblica islamica decida di punto in bianco di chiudere per tre giorni Persepoli, Naqsh-e Rostam e Pasargade, per il disappunto di turisti iraniani e stranieri.

Sulla strada che dalla vecchia capitale achemenide (Pasargade) porta a Shiraz ci imbattiamo in un breve corteo di macchine con ritratti di Ciro e decalcomanie di Faravahar e altri simboli zoroastriani.  A bordo gruppetti di ragazzi che suonano il clacson e si fanno foto con lo smartphone sporgendosi dai finestrini. Davvero la Repubblica islamica teme questo “esercito del selfie”? O e stato un tributo da pagare ad alcuni ambienti conservatori che hanno voluto fare la voce grossa?

Un episodio inatteso, che stona con la tradizionale gentilezza iraniana. Persino alcuni militari che impediscono l’accesso a Persepoli sembrano imbarazzati nel bloccare l’accesso ai pullman. Qualche ufficiale in divisa sorride alle guide turistiche e spiega gentilmente di non poter far entrare nessuno. Molto meno gentili gli agenti in borghese che passano al setaccio le auto in transito verso i siti archeologici. Molto rumore per nulla o comunque per molto poco, verrebbe da dire.

Ancora una volta Iran
La tv satellitare come minaccia per l’Islam

 

A che punto è l’Iran?

Ma, in definitiva, a che punto è questo Paese? Sta diventando o sarà mai un Paese “normale”? Il suo essere una continua eccezione, lo rende ancora una meta ambita, la meta di un vero viaggio, non di uno spostamento qualunque. Eppure adesso il wi fi funziona ovunque, con 7 euro si acquista una scheda per navigare in 4G tranquillamente, con una semplice app si aggirano filtri e blocchi dei social. Si può proseguire anche da qui la narrazione continua delle nostre vite connesse..

E allora cosa distingue ancora l’Iran da tutto il resto?

Perché non riesco a togliermi questo vizio, a “tornare” definitivamente da questo viaggio iniziato ormai dodici anni fa?

Devo lasciarmi Shiraz alle spalle per cominciare a capirlo. Shiraz è come una città di mare senza il mare. Sicuramente bella, affascinante, coi suoi giardini, i suoi usignoli e la sua proverbiale indolenza. Tipica – appunto – di una città di mare.

Però poi manca un punto di approdo, manca un orizzonte sul lato basso della città che, vista dall’alto, sembra come sprofondare nel nulla.

Bisogna allora risalire verso est, sfidare le strade impervie che portano verso Yazd. Più piccola, più modesta, infinitamente più sensuale nei suoi colori. Nonostante l’evidente crescita economica degli ultimi anni, qui non ci sono segni evidenti di speculazioni edilizie o di consumi frenetici. Tutto sembra vissuto con uno stile orgoglioso e mite.

Le donne vestono quasi tutte in chador e hanno voglia di parlare con gli stranieri, di salutarli, di dare il benvenuto. Lo spettacolo tradizionale dello zurkhane – una sorta di arte marziale musicale-filosofica-religiosa – è un momento autentico, non un teatrino a uso e consumo dei turisti. I ragazzi del quartiere danno vita a un’ora intensissima ed emozionante.

Come nello Shahnameh

Che poi la narrazione sia tutto, non è un mistero. A Esfahan- cuore di tutti i miei viaggi – c’è una piccola bottega nel bazar storico che amo in modo particolare. Vende specchi e cornici  e la regge un signore di 80 anni, gentile e sempre sorridente. Scambiamo qualche parola in persiano, mi racconta la storia del suo negozio. Dietro il bancone campeggia la foto del vecchio proprietario, morto da diversi anni. L’attuale titolare mi spiega: “Ha realizzato lui molte di queste opere. Ed è morto”. Afferra una composizione in legno, enorme e bellissima: “Anche questa l’ha fatta lui. E ora è morto”.

Ancora una volta Iran
Bottega nel bazar di Esfahan

Sembra quasi che si esprima in versi, proprio come Ferdowsi nello Shahnameh, il libro epico custode della lingua persiana:

Faridun visse cinquecento anni e regnò. Ma morì, e di lui rimase
Solo il glorioso trono.
Morì, il grande sovrano Faridun, ed il grande regno lasciò ad altri, e con sé portò soltanto
un flebile sospiro.
Anche la nostra sorte questa sarà,
perché gli siamo
tutti simili, grandi e piccoli, noi tutti, sia che tu voglia comandare il gregge, sia che voglia del gregge essere parte.

 

Ritratti vecchi e nuovi

Per scorgere i cambiamenti in una realtà così complessa, occorre concentrarsi sui dettagli. Ed ecco allora che un dato emerge subito: in Iran adesso ci sono molti turisti francesi, pochissimi fino a un paio di anni fa. Subito dopo ci sono gli italiani. Pochi tedeschi, zero inglesi. E’ una cartina di tornasole anche delle politiche dei vari Paesi Ue.

E delle mire commerciali delle grandi multinazionali. Lo stesso settore turistico si sta sviluppando grazie anche agli investimenti stranieri. In questo contesto, le sparate anti iraniane di Trump sembrano innanzitutto anacronistiche.

E poi altri dettagli dicono molto più di tante parole. Ad esempio, in diversi luoghi pubblici, accanto ai ritratti di Khomeini e Khamenei, comincia ad apparire anche quello di Qassem Soleimani leggendario comandante dei pasdaran impegnato ora nella guerra all’Isis. Ne notiamo diversi all’aeroporto di Teheran e persino nell’Emamzadh di Abyaneh, cittadina molto turistica della regione di Esfahan.

 

Ancora una volta Iran
Il ritratto del generale Soleimani nell’emamzadeh di Abyaneh

 

Ed è solo davanti a questi ritratti che ci rendiamo conto che dagli attentati dell’Isis a Teheran del 7 giugno sono passati appena tre mesi. Il resto del mondo lo ha dimenticato in fretta. L’Iran no. In Iran non ci si dimentica quasi mai nulla di quello che si è vissuto.

La differenza col resto del mondo, forse, sta tutta qui.

Trump, Iran. Nostalgia canaglia

Alla faccia di chi diceva che con Trump alla Casa Bianca non sarebbe cambiato niente nella politica internazionale. Dopo nemmeno un anno dal suo insediamento, il presidente più imprevisto e più imprevedibile della storia recente degli States, sembra intenzionato a scassare uno dei traguardi più importanti raggiunti da Obama, cioè l’accordo sul nucleare iraniano (JCPOA) del 14 luglio 2015.

Con un discorso destinato a essere ricordato a lungo, venerdì 13 ottobre 2017 Trump ha infatti annunciato che non avrebbe certificato l’intesa sul nucleare.  Ogni 90 giorni la Casa Bianca deve infatti notificare al Congresso l’adesione dell’Iran ai termini dell’accordo. Questa adesione viene verificata non dalla Casa Bianca, ma dall’AIEA, l’agenzia dell’Onu per l’energia nucleare. E l’AIEA – va ricordato – dal luglio 2015 ha per otto volte certificato che l’Iran sta pienamente adempiendo agli obblighi stabiliti dall’accordo.

Ma per Trump, Teheran non starebbe rispettando “lo spirito” dell’intesa. Da lì, una requisitoria piuttosto vaga contro il regime iraniano, accusato di sostenere il terrorismo. Un mix di vaghezza e imprecisioni (fino all’uso volutamente scorretto del termine “Golfo arabico” anziché “Persico”) per servire sul piatto una decisione tutta politica, che era nell’aria da mesi. Dal suo insediamento, Trump aveva per due volte certificato il JCPOA, ma aveva definito l’accordo il “peggiore della storia degli Usa”.

Sembra la classica “operazione nostalgia”: il presidente americano ha infatti rispolverato un vecchio classico, quello dell’Iran “Stato canaglia”, con cui non si può e anzi non si deve dialogare.

Cosa succede adesso

Adesso il Congresso  ha 60 giorni per imporre nuovamente le sanzioni contro l’Iran che erano state sospese dopo l’intesa firmata a Vienna nel 2015.

Non è affatto detto che il Congresso segua la linea del presidente. Persino il segretario di Stato Rex Tillerson ha ammesso che i numeri potrebbero non esserci. In ogni caso, gli Usa ne escono male come leadership e come immagine di partner credibile. Anche perché gli altri Paesi firmatari dell’accordo 5+1 si sono subito espressi in dissenso con Trump.

Le reazioni internazionali

Federica Mogherini, alto rappresentante della politica estera dell’Unione europea, ha dichiarato:

“Non possiamo permetterci di mettere fine a un accordo che sta dando risultati” e di cui l’Aiea “ha verificato per otto volte il rispetto”. Inoltre, l’accordo sul nucleare iraniano del 2015 “non può essere rotto da un solo Paese, perché non è un’intesa bilaterale ma internazionale, avallata da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha il diritto di rescinderlo”.

D’accordo con Trump il solo premier israeliano Benjamin Netanyahu. Per il resto, tutti, dalla Gran Bretagna alla Russia, si sono detti intenzionati a proseguire lungo la linea intrapresa nel luglio 2015. A conferma di questa linea, il presidente francese Macron avrebbe addirittura in programma una visita ufficiale a Teheran nel 2018. In ballo ci sono gli equilibri già precari del Medio Oriente e affari di miliardi di euro. Ora che l’Iran si sta faticosamente aprendo agli investitori internazionali, le parole di Trump rischiano di gettare nel panico colossi come Total e Boeing, senza dimenticare la nostra Eni.

Le reazioni in Iran

Il presidente Rouhani è intervenuto con un discorso televisivo insolitamente duro e concitato.

Consideriamo” l’intesa del 2015 “un accordo multilaterale e internazionale e lo rispettiamo nella cornice del nostro interesse nazionale. Abbiamo cooperato con l’Aiea e continueremo a farlo” ma se “l’altra parte non rispettasse i propri impegni si sappia che l’Iran non esiterà a rispondere”, ha detto in tv. E ancora: “Continueremo a rafforzare le nostre capacità di difesa. Le nostre armi e i nostri missili sono per la nostra difesa. Siamo sempre stati determinati nella nostra difesa e lo saremo ancora di più da ora in poi. Abbiamo provato a costruire le armi che ci servivano e da ora in poi faremo più sforzi per continuare a farlo.

Chiaro il riferimento al programma di missili balistici citato da Trump. Programma che – va ricordato – non rientra affatto negli accordi sul nucleare.

Esultano i conservatori e tutti coloro che hanno sempre sostenuto l’inaffidabilità degli Stati Uniti.

Il ministro degli Esteri Javad Zarif ha espresso il suo disappunto in una serie di tweet molto velenosi. In uno dichiara sarcastico: “Nessuna sopresa che i sostenitori del vacuo discorso di Trump sull’Iran siano i bastioni della democrazia del Golfo Persico: Arabia Saudita, Emirati Arabi e Bahrein”.

Arman-e Meruz titola: L’isolamento del signor gaffe

 

Kayhan: Trump ha compreso l’accordo sul nucleare: vantaggi per gli Usa, restrizioni per l’Iran!

Per il quotidiano conservatore, le parole di Trump sono la riprova che degli Usa non ci si può fidare.

Chi è Javad Zarif

Chissà se il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif è scaramantico. Nel caso, avrà sicuramente fatto gli scongiuri quando il quotidiano Aftab-e Yazd lo ha paragonato ad Amir Kabir, storico primo ministro sotto lo scià Nasser al-Din Shah nel XIX secolo. Amir Kabir è una figura fondamentale della Storia contemporanea iraniana: mise fine alle guerra con l’Impero Ottomano, fondò il primo quotidiano iraniano e sotto di lui venne aperta la prima Università del Paese. Ancora oggi il Politecnico di Teheran porta il suo nome.

Una figura più che positiva, dunque, quasi leggendaria. Che però ad un certo punto cadde in disgrazia – forse per una storia di gelosia, più probabilmente perché stava minacciando gli interessi della famiglia reale – e venne prima mandato in esilio a Kashan e poi ucciso. Al turista in visita ai Giardini di Fin, viene sempre mostrato l’hammam in cui Amir Kabir venne raggiunto dal sicario dello scià, con tanto di statue raffiguranti i protagonisti del “fattaccio”. Un angolo di “cronaca nera” in un giardino bellissimo, quasi incantato. D’altra parte, Kashan è la città delle rose, ma anche degli scorpioni.

Nobel oblige

Senza ombra di dubbio, oggi Zarif è il politico più popolare in Iran. Potrebbe persino essere il secondo cittadino della Repubblica Islamica ad ottenere il premio Nobel per la pace, dopo quello assegnato a Shirin Ebadi nel 2003. Ma mentre quello fu un riconoscimento in un certo senso “contro la Repubblica Islamica”, assegnato per l’impegno per i diritti umani nel suo Paese, questo sarebbe il primo assegnato a un ministro, a un esponente del governo di Teheran.

Premio Nobel o meno, di certo il volto di Zarif è divenuto molto popolare negli ultimi due anni, da quando il presidente Rouhani lo scelse per la delicatissima poltrona degli Esteri.

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Aftab-e Yazd tola: L’Iran domani. e ritrae Zarif come nuovo Amir Kabir

 

Si trattava del dicastero più importante, perché Rouhani aveva fatto del negoziato con la comunità internazionale il punto centrale del proprio mandato. In Iran, è bene ricordarlo, il presidente viene eletto dal popolo, ma i singoli ministri da lui scelti devono avere la fiducia del parlamento. Su Zarif ci fu un consenso molto vasto: 232 voti su 290.

 

Una forza gentile

Zarif era una figura ben nota negli ambienti diplomatici. Classe 1960, figlio di un’influente famiglia di bazari di Teheran, all’età di 17 anni si è trasferito negli Stati Uniti, in California, dove ha studiato e vissuto fino al conseguimento della laurea in Studi internazionali. Successivamente si è specializzato a Denver. Grazie al suo inglese fluente, nel 1982 (a soli 22 anni e senza alcuna esperienza diplomatica) entra nella delegazione iraniana alle Nazioni Unite, a New York. La sua presenza si rivela preziosa durante le trattative per la liberazione degli americani sequestrati in Libano dalle milizie filo iraniane.

E’ l’inizio di una carriera molto rapida, che lo porta a ricoprire il ruolo di ambasciatore presso l’Onu dal 2002 al 2007 . In questo periodo stabilisce rapporti stretti con personaggi politica americani, quali gli allora senatori Joseph Biden (attuale vice di Obama) e Chuck Hagel.

Dopo il 2007 si dedica soprattutto all’insegnamento e all’attività di conferenziere. Il ritorno sulla scena politica avviene con l’elezione di Rouhani. E’ una partenza accelerata: appena dieci giorni dopo il suo insediamento, riceve in vista il sultano dell’Oman Qaboos bin Said Al Said, da molti indicato come il grande intermediario tra Stati Uniti e Iran.

Nei due anni di trattativa, Zarif è divenuto un personaggio mondiale. L’uso dei social media (il suo account Twitter è il solo “verificato” tra quelli dei politici iraniani), le conferenze stampa vissute sempre col sorriso, l’inglese fluente: un altro stile rispetto ai suoi diretti predecessori Manouchehr Mottaki prima e lo stesso Ali Akbar Salehi poi (quest’ultimo comunque protagonista del negoziato in qualità di Direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica.

 

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Ebtekar stabilisce un parallelo tra Mossadeq e Zarif: “L’inizio dell’era iraniana”

Per Ebtekar il parallelo, espresso tramite fotomontaggio, è con Mossadeq, il primo ministro che osò sfidare le multinazionali occidentali nazionalizzando il petrolio e venne per questo fatto fuori da un golpe della CIA nel 1953.

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Un altro quotidiano, Ghanoon, paragona Zarif alla figura mitologica di Arash Kmangir, Arash l’arciere. Per la giornalista Maryam Ghorbanifar, “così come l’arciere Arash fu in grado, in una disputa, di creare i confini dell’Iran con una freccia che volò dall’alba al tramonto”, Zarif ha disegnato i nuovi confini nazionali. “Questa volta, invece di un arco e freccia, sono state usate penne, quaderni, iPad e tablet,” e invece di “confini geografici”, la disputa è sui “confini degli interessi nazionali”.

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Shargh: “Una vittoria senza guerra”

Ma non sono stati solo sorrisi: quando è stato necessario, Zarif ha usato anche toni duri. Quando Federica Mogherini ha minacciato di far saltare il tavolo delle trattative, Zarif ha risposto con una frase divenuta presto un hashtag: “Mai minacciare un iraniano”.

Più che orgoglio nazionale, si tratta di elevata considerazione di sé come popolo, come Storia. Spesso, a chi si confronta con gli iraniani, manca la dovuta coscienza di questo elemento. A un metro dal traguardo, Zarif ha dovuto tenere duro e usare il bastone. Non era solo il rispetto delle linee rosse indicate dalla Guida Khamenei; in gioco c’era il sentimento nazionale, la stima del proprio popolo.

 

Oggi si parla di Zarif come dell’uomo politico più popolare in Iran. Qualcuno si sbilancia e lo vede addirittura come futuro presidente della Repubblica. Personalmente credo sia un azzardo: abilità diplomatica, esperienza internazionale e comunicativa sono indubbiamente doti importanti. Ma forse Zarif sarebbe un personaggio poco “interno” per ricoprire il ruolo governativo più alto. Anche perché i momenti di gloria non durano mai in eterno. Il credito politico acquisito dal governo Rouhani con questo accordo va ora speso per portare benefici effettivi alla maggioranza degli iraniani. Gli avversari interni non sono svaniti all’improvviso e possono presto tornare più forti di prima.

La storia di Amir Kabir insegna.

 

Rouhani 2.0

Rouhani 2.0

Hassan Rouhani si è insediato per il suo secondo mandato da presidente dell’Iran. La cerimonia del giuramento svoltasi il 5 agosto ha visto la partecipazione di una folta delegazione di rappresentati di Paesi di tutto il mondo. Il personaggio che ha suscitato più attenzione è stata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini.

Come al solito, sui social e sui media si è parlato molto dei selfie dei parlamentari e del foulard della Mogherini, e poco o nulla del fatto che questo dimostri una popolarità conquistata dal rappresentante dell’Ue in occasione dell’accordo sul nucleare del 2015. Il gossip e la polemica facile, come al solito, sono più forti proprio perché più facili.

Federica Mogherini è stata l’ospite più fotografato dai parlamentari iraniani

 

Un messaggio di moderazione

Il secondo mandato di Rouhani inizia nel segno di due grandi differenze rispetto al primo, una positiva e l’altra negativa. Quella positiva è che Rouhani può contare su un successo già raggiunto: quell’accordo sul nucleare oggi un po’ sottovalutato, rappresenta in realtà una svolta epocale nella politica estera iraniana. Era un obiettivo dichiarato e raggiunto: Rouhani continua a spenderlo politicamente e a difenderlo, come vederemo. La novità negativa è che oggi il presidente eletto non può più contare su Rafsanjani,  suo grande mentore politico, morto a gennaio.

Rouhani ha annunciato solennemente che l’Iran “non ha intenzione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare” ma non resterà immobile di fronte alle negligenze degli Stati Uniti. Rouhani ha anche definito il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) un “modello per la relazioni e il diritto internazionale”. Per l’esattezza, Rouhani ha usato il termine di “madre dei negoziati”.

Rouhani 2.0Il riformista Shargh parla di rinnovo dell’impegno della nazione


Rouhani 2.0

Il conservatore Kayhan critica Rouhani per aver svelato la “madre dei negoziati” invece della “madre delle sanzioni”

In tutti i passaggi di politica internazionale, Rouhani ha usato toni cauti, indicando nel dialogo la soluzione delle crisi in Siria e Yemen. Nessuna critica all’Arabia saudita o alle monarchie del Golfo.

Mano tesa alle forze armate

Rouhani ha inoltre sottolineato l’importanza delle forze armate nella difesa della nazione. Un passaggio che è sembrato un chiaro tentativo di riconciliazione con la Guardia rivoluzionaria, con cui era entrato in polemica durante la campagna elettorale. Questa apertura di credito arriva dopo un incontro tenutosi il 24 luglio con i vertici dei pasdaran, tra cui il generale Mohammad Ali Jafari e il generale Qasem Soleimani.

Il nuovo governo

In base alla Costituzione, Rouhani ha adesso due settimane per sottoporre al parlamento la lista dei ministri. Che – ricordiamolo – devono ricevere singolarmente la fiducia dell’Aula. Le indiscrezioni parlano di un esecutivo rinnovato a metà. Sarà sicuramente un governo di “larghe intese”, che comprenderà non solo moderati ma anche riformisti e qualche conservatore. I riformisti sono stati indispensabili per la vittoria al primo turno: senza la mobilitazione di personaggi carismatici come l’ex presidente Khatami, difficilmente Rouhani avrebbe portato a casa il successo in modo così netto. Tra i conservatori è in atto un processo di ridefinizione sia delle posizioni dei singoli sia della natura stessa della fazione politica.

L’8 agosto Rouhani ha inviato al Parlamento la lista dei ministri:

 

Petrolio: Bijan Namdar Zanganeh

Interni: Abdolreza Rahmani Fazli

Affari economici e Finanza: Massoud Karbasian

Intelligence: Seyyed Mahmoud Alavi

Energia: Habibollah Bitaraf

Difesa: Amir Hatami

Industria, Miniere e Commercio: Mohammad Shariatmadari

Aagricoltura: Mahmoud Hojjati

Lavoro, cooperazione e Welfare: Ali Rabi’ee

Strade e Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Seyyed Mohammad Bat’haei

Salute: Seyyed Hassan Qazizadeh Hashemi

Sport e gioventù: Massoud Soltanifar

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Seyyed Alireza Avaei

Cultura e Guida Islamica: Seyyed Abbas Salehi

Comunicazione e Information Technology: Mohammad Javad Azari Jahromi

 

In questa prima lista manca la casella del ministro per Scienze, ricerca e tecnologia. Secondo alcune indiscrezioni questo dicastero potrebbe essere assegnato a una donna e accontentare così le aspettative dell’elettorato femminile che ha sostenuto Rouhani. Non mancano, invece, le prime polemiche.

Va ricordato che il parlamento – oggi a maggioranza moderato-riformista – vota la fiducia a ogni singolo ministro. Ed un paio di nomi indicati da Rouhani sarebbero particolarmente indigesti. Si tratta di due ministri confermati nel loro ruolo: il ministro del Lavoro Rabi’ee e quello degli Interni Fazli. Il primo è accusato dai riformisti non solo di non essere stato un buon ministro nel primo mandato di Rouhani, ma anche di aver ostacolato la riapertura dell’Associazione dei giornalisti iraniani, chiusa dal governo Ahmadinejad nel 2009. A Fazli si rimprovera il mancato rinnovo di molti governatori nominati dal governo Ahmadinejad e la gestione non proprio brillante delle scorse elezioni presidenziali, quando si crearono file lunghissime ai seggi e molte persone non riuscirono a votare.

Almeno su questi due nomi si preannuncia battaglia.

Il 9 agosto Rouhani ha nominato vicepresidenti tre donne. Si tratta di Masoumeh Ebtekar con delega alle Donne e gli affari familiari, Laya Joneidi agli Affari legali e il Shahindokht Molaverdi come assistente del presidente per i Diritti di cittadinanza.  Molaverdi ed Ebtekar erano già vicepresidente, la prima con la delega alle Donne e agli affari familiari, la seconda alla Protezione dell’ambiente.

Repubblica Islamica 4.0

Repubblica Islamica 4.0

Repubblica Islamica 4.0  Internet per 932 città, 28 mila villaggi e 45 milioni di utenti: l’amministrazione Rohani investe per affrettare il passaggio alla quarta rivoluzione industriale che trasformerà la Repubblica Islamica in un Iran 4.0. Il 13 e 14 luglio si è tenuta a Teheran in presenza di studiosi, imprenditori e accademici provenienti da tutto il mondo, la terza conferenza internazionale “Industry4.0” a Teheran, nella particolare cornice del salone ricevimenti della Milad Tower, la sesta più alta del mondo.

In Iran 45 milioni di internauti

L’amministrazione Rohani ha dichiarato dal 2013 di voler investire sulla diffusione di internet e dell’incremento della qualità delle telecomunicazioni, dato che esse sono scientificamente considerate la base della quarta rivoluzione industriale. Il governo Rohani ha diffuso nella nazione i servizi per internet e ha fatto salire a 45 milioni gli utenti in Iran (su un totale di 80 milioni di persone), fornendo soprattutto internet nelle campagne e nei centri rurali; oggi si parla di 932 città e 28 mila villaggi iraniani collegati.

L’Iran, tra l’altro, si presta bene al cambiamento per la popolazione giovane; il 60% della popolazione ha tra i 20 ed i 32 anni, 72 milioni hanno un cellulare (smartphone per la metà) e vi è già la tecnologia 4G.

 Repubblica Islamica 4.0

Teheran lavora per l’alfabetizzazione digitale

Secondo Nasser Ghanemzadeh, direttore della start-up Finnova, “i nostri vecchi hanno iniziato a usare la tecnologia con gli smartphone, saltando direttamente la fase di digitalizzazione con i personal computer. C’è fame di tecnologia ed è per questo che tutti vogliono fare startup e la maggior parte si specializza nella creazione di software”. Il ministro delle telecomunicazioni e della tecnologia dell’informazione, Mahmoud Vaezi, ha affermato a Teheran che oggi il governo iraniano sta pianificando per elevare “l’alfabetizzazione digitale e informatica”, come uno dei requisiti della quarta rivoluzione industriale.

Il governo iraniano ha attuato anche il progetto di rete internet nazionale, un sistema che praticamente connette gli utenti con il resto del mondo solo quando essi in effetti digitano un sito straniero, mentre per i collegamenti interni, in pratica, viene attivata un’altra modalità che non ritiene necessario il passaggio attraverso la rete internazionale. Altro settore della quarta rivoluzione industriale in cui l’Iran ha investito molto a livello perlomeno scientifico è la nanotecnologia, settore in cui Teheran è la sesta al mondo per la produzione di articoli scientifici.

Viaggio nella Silicon Valley iraniana

Negli ultimi anni a nord di Teheran, si è sviluppata una vera e propria Silicon Valley dove sono nate le prime creature della quarta rivoluzione industriale in Iran. Con una velocità frenetica sono nate startup iraniane per offrire servizi che il mondo occidentale conosce da tempo:

  • Digikala, valutata sui 150 milioni di dollari, è un e-commerce sul modello di Amazon;
  • Cafe Bazaar è una app per Android che funziona come Google Play e con i suoi 20 milioni di utenti vale circa 20 milioni di dollari;
  • ZarinPal svolge lo stesso ruolo di PayPal;
  • Zoraq è il primo portale iraniano per la prenotazione dei viaggi sulla falsa riga di Expedia; Takhfifana e la Groupon iraniana
  • Aparat è la YouTube persiana.
  • Fortissime oggi a Teheran pure Snapp e Tap30, cloni di Uber che stanno cambiando praticamente il modo di vivere in una Teheran di 14 milioni di abitanti, dove la gente si sposta per lo più in automobile.

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr? Venerdì 23 giugno in Iran si è celebrata la Giornata di Qods, cioè la tradizionale mobilitazione in favore della causa palestinese che dal 1980 si svolge l’ultimo venerdì di ramadan 

In una manifestazione a Teheran, il presidente Hassan Rouhani è stato contestato da alcune decine di manifestanti che hanno gridato slogan come “Abbasso il bugiardo, abbasso il mullah americano” e anche “Rouhani, Bani Sadr, buon matrimonio”.

 

La contestazione a Rouhani

Chi è Bani Sadr?

E perché viene accostato all’attuale presidente iraniano? Abolhassan Bani Sadr è il primo presidente della Repubblica islamica, eletto il 25 gennaio 1980 con il 70% dei voti. Rivoluzionario delle prima ora, ed esule a Parigi, era nel gruppo di fedelissimi che accompagnò Khomeini nel trionfale ritorno in patri il 1° febbraio 1979. Pochi mesi dopo la sua elezione a presidente, sorsero contrasti sempre più aspri con lo stesso Khomeini. L’Iran, a causa della crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq, era sempre più isolato a livello internazionale. Bani Sadr, contrario alla presa degli ostaggi americani, entrò in contrasto con diversi esponenti della leadership religiosa, come l’attuale Guida Khamenei e Rafsanjani e, di conseguenza, con lo stesso Khomeini. In una lettera al fondatore della Repubblica islamica, denunciava l’incompetenza di diversi ministri e chiedeva con forza la riorganizzazione delle forze armate. Accusato di tradimento, subì l’impeachment del parlamento il 21 giugno 1981. Con la protezione dei Mojaheddin del Popolo fuggì in Francia, dove ottenne asilo politico e dove vive tuttora.

Rouhani come Bani Sadr? L’affondo di Khamenei

Appena pochi prima della Giornata di Qods, la Guida Khamenei aveva criticato Rouhani:

Nel 1980-81 l’allora presidente polarizzò la società in due campi: i suoi sostenitori e i suoi sostenitori. Questo non si deve ripetere.

Ecco perciò che gli slogan contro Rouhani sembrano seguire una sorta di istigazione alla contestazione. Ad appena un mese dalla sua rielezione, il presidente si trova ad affrontare l’opposizione frontale della Guida. Una contrapposizione tra istituzioni che non è nuova nella Repubblica islamica: ricordiamo che anche Khatami, soprattutto nel corso del suo primo mandato, pagò un vero e proprio accerchiamento da parte della Guida e dei vertici dei pasdaran.

La solidarietà dei sostenitori

Nel 1999 gli studenti chiedevano libertà di espressione inneggiando a Khatami e la polizia e i basij reprimevano il movimento. Si diceva, allora, che l’Iran era l’unico Paese al mondo in cui chi gridava “Viva il presidente della Repubblica” rischiasse di essere arrestato..

I tempi sono cambiati e oggi gli umori popolari corrono molto sui social media. Così, soprattutto, su Instagram e Twitter i sostenitori di Rouhani hanno lanciato una campagna di solidarietà con hashtag  quali “Rouhani non è solo”, “Anche io sono Rouhani”.

Rouhani come Bani Sadr?

La notizia della contestazione è stata ripresa da buona parte dei quotidiani iraniani. Anche tra le testate vicine ai conservatori, non sono mancate voci di condanna dell’accaduto.

Rouhani come Bani Sadr?

Ebtekar: “Contro il repubblicanesimo, contro il popolo”

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni

Iran e Usa, nuove tensioni. Alla faccia di chi sosteneva che l’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti non avrebbe portato cambiamenti sostanziali nelle relazioni con l’Iran. In meno di sei mesi, ci si trova in un quadro ben più drammatico e complicato rispetto a quello lasciato in eredità da Obama.  Gli attacchi terroristici del 7 giugno hanno segnato una svolta nelle relazioni di Teheran con i vicini arabi e con Washington. Lungi dal solidarizzare con l’Iran, la Casa Bianca ha rilasciato dichiarazioni volutamente ambigue, a cui hanno fatto seguito analisi davvero poco confortati, come quella del deputato repubblicano  Dana Rohrabacher, per cui gli attentati di Teheran sono “una buona cosa per gli Stati Uniti”.

Iran e Usa, nuove tensioni

Attacchi terroristici in Iran (Fonte ISPI)

Trump e il regime change

Archiviata la politica di contenimento attuata da Obama, Trump ha ricominciato a parlare di “regime change”, (l’ultima dichiarazione in questo senso è del segretario di Stato Rex Tillerson) irritando non poco i vertici della Repubblica islamica.

Vertici, è bene sempre ricordarlo, che non sono compatti e che spesso hanno linguaggi e obiettivi diversi. Infatti, il ministro degli Esteri Javad Zarif (che twitta sempre con parsimonia e toni estremamente cauti) si affida a una raffica di tweet molto caustici, con cui invita gli Usa a rinunciare a politiche di regime change verso l’Iran, imparando dalle sconfitte del passato e ricordando le responsabilità americane (ammesse ora anche dalla CIA) nel golpe anti Mossadeq del 1953.

Iran e Usa, nuove tensioni

 

I missili di Teheran

Diversi i toni e le modalità delle altre anime della Repubblica islamica. La Guida Khamenei ha ricordato come la “Repubblica islamica resista come una roccia a tutti gli attacchi” e ha accusato gli Stati Uniti di fomentare il disordine e il terrore in Medio Oriente. A livello di dibattito politico interno, i riformisti invocano l’unità nazionale, mentre i conservatori attaccano Rouhani,accusandolo di aver sottovalutato la minaccia rappresentata dagli Usa.

Il 18 giugno è poi arrivata la risposta militare agli attacchi di Teheran: i Pasdaran annunciano di aver  lanciato missili terra-terra a medio raggio verso la provincia di Deir el Zour puntando a “centri di raccolta di terroristi takfiristi”. Si tratta del primo lancio di missili fuori dal territorio nazionale dalla fine della guerra con l’Iraq ed è evidente che non si è trattato di una semplice rappresaglia ma di un messaggio indirizzato a tutti gli attori del Medio Oriente e della crisi siriana in particolare: l’Iran può colpire e non starà a guardare.

Nei giorni successivi si è aperta una discussione sulla paternità di questa azione: chi ha deciso di sparare i missili? Rouhani, dopo un iniziale silenzio, ha dichiarato di aver dato lui, in qualità di membro del Consiglio supremo di sicurezza nazionale, la luce verde all’operazione. Una dichiarazione quasi obbligata, visto che una eventuale sconfessione avrebbe aperto una crisi istituzionale terribile su un tema così delicato.

Khamenei, dal proprio account Instagram, ha invece promesso di “prendere a schiaffi” l’Isis. In generale, la risposta armata agli attentati del 7 giugno, ha provocato tra gli iraniani – anche via social – un insolito moto di solidarietà nei confronti della Guardia rivoluzionaria. La Storia lo insegna: se aggredita, una nazione si ricompatta contro il nemico esterno.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Chi ha vinto le elezioni in Iran ? La domanda può sembrare in apparenza demenziale: ormai lo sanno tutti che il 19 maggio il 57,13% degli iraniani ha dato fiducia al presidente in carica Hassan Rouhani. Il suo principale avversario Ebrahim Raisi si è fermato al 38,29%. Percentuali irrisorie per gli altri due candidati rimasti formalmente in corsa ma di fatto ritirati: 1,16% per Mostafa Mir Salim e 0,52% per Mostafa Hashemi Taba.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

In termini numeri, Rouhani ha ottenuto 23 milioni di voti, Raisi 16.

L’affluenza è stata alta:  hanno votato oltre 40 milioni di iraniani, pari al 71,42% degli aventi diritto.

Nelle passate elezioni del 2013 Rouhani aveva vinto col 51% dei voti. Alle sue spalle, lontanissimo, Mohammad Bagher Qalibaf, col 16 %. Allora l’affluenza era stata del 72%.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: Rouhani

Il risultato non era affatto scontato: gli ultimi giorni di campagna elettorale avevano fatto pensare a un possibile testa a testa. Alcuni sondaggi riportavano una percentuale molto alta di indecisi: probabilmente è stato questo scatto in extremis a garantire a Rouhani la vittoria al primo turno.

Il presidente, dopo quattro anni di governo, vede crescere i propri consensi: dai 18.692.500 voti del 2013 (pari al 50,88%) ai 23.549.616 voti del 2017 (pari, come abbiamo visto, al 57,13%).

Un’osservazione: dalla scorsa tornata elettorale, il numero degli aventi diritto al voto è passato da 50  56 milioni di persone. Il Paese sta invecchiando: rispetto alle drammatiche e controverse elezioni del 2009 (quelle dell’Onda Verde) ci sono ben 10 milioni di elettori in più.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Aftab: Auguri al signor avvocato

Chi ha vinto le elezioni in Iran: la Repubblica islamica

Inutile girarci intorno: ha vinto anche la Repubblica islamica come sistema. O, se preferite, come regime. Quando 40 milioni di persone si mettono in fila per votare, c’è poco da discutere. Altissima anche la partecipazione degli iraniani all’estero. A Roma e a Milano ci sono state file di ore. Lo stesso Rouhani ha ringraziato gli iraniani all’estero per la grande partecipazione.

Anche la Guida Khamenei ha parlato di partecipazione “epica”, termine usato anche da Qalbaf nel congratularsi col suo rivale. Raisi, dal canto suo, ha invece evitato di esprimere congratulazioni.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: i moderati

Si votava anche per le comunali e l’alleanza moderato/riformista ha vinto un po’ ovunque, non solo a Teheran dove hanno conquistato tutti e 21 i seggi a disposizione (archiviando la lunga stagione dei conservatori e di Qalibaf, sindaco dal 2005), ma persino a Mashad, teoricamente roccaforte di Raisi.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Sharq: La conquista del domani

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Asrar: una fresca seconda volta

Le ragioni dei conservatori

Superando le schematizzazioni di molta stampa occidentale, è necessario riflettere anche su quel quasi 40% di iraniani che hanno dato fiducia a Raisi. Troppo semplicistico ridurre tutto a un voto “reazionario”. E’ stata piuttosto la manifestazione di chi critica Rouhani per non aver risolto i problemi economici e sociali che ancora oggi affliggono il Paese e per essere stato troppo arrendevole con l’Occidente sulla questione nucleare. Rouhani si è dichiarato presidente di tutti ma lo aspettano sicuramente anni difficili.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran: gli iraniani

Basti pensare a quanto accadeva in Arabia Saudita poche ore dopo la sua vittoria, con il presidente Usa Donald Trump che tuonava contro l’Iran accusandolo di essere l’origine di tutti i mali del Medio Oriente.

La stessa identica scena, con una vittoria di Raisi in Iran, sarebbe stata forse ancora più preoccupante. Forse il perché di questa “seconda volta” sta tutto qui.

Election Day Iran

Election Day Iran. Alla fine sarà una corsa a due. Oltre al ritiro pressoché scontato del vicepresidente Jahangiri, l’uscita di scena di Qalibaf ha modificato in modo sostanziale la partita. Anche Mir Salim si è  de facto ritirato per sostenere Raisi, mentre Hashemi Taba, pur rimanendo formalmente in corsa, ha annunciato che voterà Rouhani e ha invitato gli iraniani a fare altrettanto per “salvare l’Iran”.

La riduzione dei “veri” candidati da sei a due le elezioni che saranno decise così al primo turno.

La scheda elettorale presenta quattro nomi: Rouhani, Raisi, Hashemi Taba e Mir Salim, ma è molto probabile che la stragrande maggioranza dei voti sarà dirottata sui primi due.

La campagna elettorale si è chiusa la sera del 17 maggio e per Rouhani è adesso decisiva l’affluenza. Deve infatti convincere gli indecisi a recarsi alle urne, magari soltanto con la prospettiva di evitare un “ritorno al passato” con 

L’ultimo sondaggio IPPO dà Rouhani al 63% e Raisi al 32% ma è una rilevazione compiuta considerando ancora in gare tutti e sei i candidati. Sicuramente negli ultimi giorni ci sono state migrazioni di consensi, anche se non è così automatico che gli elettori di Qalibaf sostengano adesso l’altro conservatore Raisi.

Si tratta – come abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo – di candidati diversi, con prospettive, linguaggi ed elettorati distinti.

Resta il fatto che negli ultimi giorni, come accade sempre in Iran, la campagna elettorale abbia vissuto un’impennata sia di partecipazione popolare sia di endorsement da parte di personaggi noti.

A favore di Rouhani si è espresso il regista due volte premio Oscar Asghar Farhadi, così come l’ex presidente riformista Mohammad Khatami e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Dagli arresti domiciliari a cui è costretto dal 2011, ha dato il proprio appoggio al presidente in carica anche il leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

A sostegno di Raisi, l’ex comandante dei pasdaran Mohsen Rezai che ha ammonito:

Raisi può vincere, Rouhani poi non gridi ai brogli elettorali…

Un sostegno decisamente meno scontato è quello del rapper iraniano Amir Tataloo. In un video piuttosto curioso, il giovane musicista (finito più volte in carcere per la sua musica..) spiega all’hojatoleslam il significato dei suoi molti tatuaggi.

La Guida Khamenei ha ripetutamente auspicato per queste elezioni un clima di serenità e sicurezza.

Al duello tra il turbante bianco e quello nero mancano ormai poche ore.

 

Elezioni presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017  Il giorno del voto è ormai vicinissimo. Venerdì 12 maggio si è svolto l’ultimo confronto televisivo tra i sei candidati e non sono mancati momenti di grande tensione. In sostanza, Rouhani ha accusato i suoi sfidanti di “sfruttare la religione per il potere” (rivolto a Raisi) e di voler “picchiare gli studenti” (rivolto a Qalibaf).

Dal canto loro, i due candidati conservatori hanno accusato Rouhani di corruzione e di non aver risolto in quattro anni i problemi economici del Paese, in primis la disoccupazione.

Rispetto alle prime settimane di campagna elettorale, i toni si sono fatti molto accesi e Rouhani è decisamente passato all’attacco, invitando in sostanza gli iraniani a “non tornare indietro”. Lo stesso suo slogan elettorale, “Dobare Iran”, “Un’altra volta Iran”, punta tutto sulla voglia di continuità e stabilità degli iraniani.

Elezioni presidenziali Iran 2017

Sharq: Colpo finale agli sfidanti

Elezioni presidenziali Iran 2017

Hamshahri: Uno su sei (Solo Qalibaf ha reso pubbliche le sue proprietà)

Elezioni presidenziali Iran 2017

Aftab-e Yazd: Hassan Rouhani ha colpito (è un gioco di parole: Rouhani si riferiva così a Qalibaf accusandolo di aver “colpito” i manifestanti dell’Onda Verde nel 2009)

Elezioni presidenziali Iran 2017: corsa a tre

Su sei candidati soltanto tre hanno reali possibilità di vittoria: il presidente uscente Rouhani, il sindaco di Teheran Qalibaf e l’altro candidato conservatore Raisi. Tutti i sondaggi danno in testa, con percentuali sempre comunque inferiori al 50%, Rouhani. Secondo alcune rilevazioni, Rouhani si attesterebbe attorno al 40%, staccando di una quindicina di punti Qalibaf. Altre rilevazioni danno invece Raisi al secondo posto, con una margine molto più ridotto.

Presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017: che affluenza?

Sarà importante l’affluenza: più alta sarà e più possibilità avrà Rouhani di raggiungere il 50% + 1 dei voti ed essere rieletto al primo turno. I candidati riformisti e moderati sono infatti favoriti dall’alta affluenza: quando gli iraniani non vanno a votare, sono quasi sempre i conservatori a vincere. Quindi è importante, in questi ultimissimi giorni di campagna elettorale, che Rouhani riesca a mobilitare i suoi sostenitori.

Da ricordare due costanti:

  1. Nella storia della Repubblica islamica, si è andati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando Ahmadinejad sconfisse Rafsanjani.
  2. Tutti i presidenti eletti (tranne i primi due, uno fuggito dopo l’impeachment e l’altro ucciso in un attentato) sono stati sempre confermati.

Lunedì sera il vice di Rouhani, Jahangiri, parlerà in diretta televisiva. Molto probabile che annunci il suo ritiro in favore del presidente uscente.

Elezioni presidenziali Iran 2017: il monito di Khamenei

Da segnalare, infine, il monito lanciato dalla Guida Khamenei contro chi abbia intenzione di usare queste elezioni contro la sicurezza e l’interesse nazionale. Esplicito il riferimento a George Soros (evidenziato anche in un tweet), colpevole di aver fomentato le cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa orientale e di aver cercato di fare altrettanto in Iran nel 2009.

Precauzioni o avvertimenti? Staremo a vedere, manca davvero poco al voto, ormai.

 

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran. Le tappe verso le presidenziali

Il tempo delle speculazioni sta per terminare: a breve si sapranno i nomi dei candidati alle presidenziali iraniane.

Nel dettaglio, ecco le tappe che conducono al voto di venerdì 19 maggio:

 

11 – 15 aprile: registrazione dei candidati

16 – 20 aprile: il Consiglio dei Guardiani vaglia le candidature

21 – 25 aprile: possibile estensione dell’esame delle candidature

26 – 27 aprile: annuncio dei candidati ammessi

28 aprile – 17 maggio: campagna elettorale

18 maggio: silenzio pre ettorale

19 maggio: election day

Da un punto di vista politico, da segnalare alcune novità. A quanto pare, il sindaco di Teheran (e due volte candidato nel passato) Mohammad Bagher Qalibaf ha scelto di non presentarsi. Mentre, sempre in campo conservatore, salgono le quotazioni di Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad (ne abbiamo parlato qui).

 

Iran 1396

Il 20 marzo 2017 è iniziato l’anno persiano 1396. Per gli iraniani è tempo di vacanze (le più lunghe di tutto l’anno), di bilanci e di previsioni. E di manovre e calcoli politici, perché tra meno di due mesi si vota per le presidenziali.

Ce la farà Hassan Rouhani a essere rieletto? E, prima ancora, quali saranno gli sfidanti della contesa?

I quattro anni di Rouhani

Arrivati alla fine della corsa, possiamo tracciare un bilancio del primo mandato di Rouhani. Innanzitutto, va ricordato che gli iraniani lo elessero perché tirasse fuori il Paese dall’isolamento internazionale in cui il suo predecessore Mahmud Ahmadinejad lo aveva confinato negli otto anni precedenti. E Rouhani questo obiettivo lo ha effettivamente raggiunto, anche in tempi rapidi, visto che già nei suoi primi cento giorni di governo arrivò a un’intesa ad interim sul nucleare col gruppo 5+1.

Un cambio di narrazione

L’accordo del 14 luglio 2015 rimane un evento storico, al di là delle conseguenze reali – comunque positive, come vedremo – per l’economia e per i cittadini iraniani. Da quel giorno è più difficile, se non impossibile, rappresentare l’Iran come un attore irrazionale. Il gruppo del 5+1, rappresentante in questo caso dell’intera comunità internazionale, ha lavorato con gli iraniani per anni ed è giunto a un’intesa. Tornare al passato, alla reciproca demonizzazione, sarebbe un controsenso per tutti.

L’economia

Il luogo comune (eh sì, anche in Iran ce ne sono molti..) vuole che con Rouhani l’economia iraniana non sia poi così migliorata. Vediamo nel dettaglio. Nel 2013 l’inflazione era intorno al 40%, nel 2016 era al 7,5%. Per la prima volta in trent’anni il costo della vita è inferiore al 10% e questo è indubbiamente un risultato notevole.

Cosa va

Nel 2014 il Pil registrava un calo del 5,8%, mentre nel 2016 era a + 7%. Il dato più significativo è il raddoppio delle esportazioni di greggio in seguito all’implementazione degli accordi sul nucleare (JCPOA). Nell’anno persiano appena trascorso (quindi nel lasso di tempo dal 20 marzo 2016 al 20 marzo 2017) in Iran ci sono stati 9,5 miliardi di dollari di investimenti stranieri. In forte espansione il turismo: secondo i dati del Ministero del turismo iraniano, nei primi 18 mesi dall’elezione di Rouhani le presenze europee sono cresciute del 240%. Nel 2014 l’Iran ha infatti ospitato 5 milioni di turisti, ma il governo mira a raggiungere i 20 milioni in 10 anni. L’industria turistica iraniana ha creato nel 2014 un valore di circa 6 miliardi di euro, per il 2025 si punta ai 27 miliardi. Il tutto comporta forti investimenti nella realizzazione di hotel e infrastrutture, con una forte ricaduta sull’occupazione.

Cosa non va

Il problema principale rimane la mancata creazione di un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è stata stimata al 12,7% nell’estate 2016. Dato leggermente migliore rispetto all’anno precedente (14,4%) ma ancora piuttosto negativo. Particolarmente grave il dato relativo alla disoccupazione giovanile, attestata al 31,9%.

In generale, il sistema economico iraniano patisce un alto livello di corruzione e inefficienza. La Repubblica islamica segue dei piani economici quinquennali e nel sesto piano – iniziato il 21 marzo – il governo ha puntato molto sul miglioramento dell’efficienza quale contributo alla crescita economica: dovrebbe essere un fattore in grado di garantire il 2,5% della prevista crescita economica dell’8%. Ma non ci sono indicazioni precise su come raggiungere questo obiettivo.  Non esiste, d’altro canto, una vera libertà di mercato in un sistema dominato, nei suoi settori chiave, da entità semi governative.

Banche sull’orlo di una crisi

Particolarmente allarmante la situazione del sistema bancario. Secondo gli esperti, la maggioranza degli istituti di credito iraniani sarebbero sull’orlo della bancarotta. Addirittura il 40% degli asset bancari iraniani sarebbero tossici, compresi crediti in sofferenza. In una situazione simile, il governo sarà costretto a intervenire per salvare il settore bancario e impedire una crisi finanziaria più grave.

Bene, ma non basta

In altre parole, il governo Rouhani ha senza dubbio ottenuti buoni risultati in economia, ma l’Iran avrebbe bisogno di riforme strutturali per sostenere il settore privato e imprimere una svolta di lungo termine all’intero sistema. Per fare questo, avrebbe bisogno di un secondo mandato e di un consenso ampio tra i vertici della Repubblica islamica. Consenso che al momento non c’è: nella riunione dell’Assemblea degli Esperti dell’8 marzo, la Guida Khamenei ha espresso dubbi sull’attuale politica economica del governo.

Politica internazionale: l’asse con Mosca

Oltre al citato accordo sul nucleare, ha un valore storico anche la visita di Rouhani a Mosca a fine marzo. Nel caloroso incontro con Putin, il presidente iraniano sancisce un nuovo asse che modifica non poco gli equilibri del Medio Oriente.

Come spiega Alberto Negri, l’accordo Mosca – Teheran fissa alcuni punti chiave:

rafforzamento delle relazioni strategiche sulla Siria, la conferma che la Russia potrà usare le basi militari iraniane per missioni in Medio Oriente, un accordo di cooperazione sul gas, l’estensione a Teheran della zona di libero commercio dell’Unione economica euroasiatica.
E poi la benedizione di russi e iraniani alla cooperazione con la Turchia, una sorta di trilaterale che si è instaurata con i negoziati di Astana sulla tregua in Siria. In poche parole Mosca e Teheran hanno sfruttato la debàcle di Erdogan nella guerra siriana, dove ha dovuto rinunciare ad abbattere il regime di Bashar Assad, per stringere un’intesa con un membro storico della Nato che è stato per decenni il bastione anti-russo sul fianco sud-orientale dell’Alleanza atlantica. Si tratta evidentemente del maggiore ribaltamento geopolitico regionale perché la Turchia è stato costretta dagli errori di calcolo di Erdogan a spostare il suo asse verso Est nel tentativo di bloccare l’ascesa dei curdi siriani e l’irredentismo di una consistente minoranza che costituisce il vero incubo strategico di Ankara.

Per Rouhani si tratta di un ottimo risultato anche in funzione elettorale: da questo giro di valzer Teheran esce più forte ed è una carta da non sottovalutare nel confronto interno con i conservatori iraniani.

Quali avversari?

Maggio si avvicina e non è ancora chiaro quali saranno gli sfidanti del presidente uscente. I riformisti, per voce di Mohammad-Reza Aref hanno annunciato da tempo che punteranno tutto su Rouhani. Così come il presidente del parlamtno Ali Larijani, proveniente dal campo conservatore, ha dichiarato di “essere un compagno di Rouhani”, anche se non ” intende avere alcun ruolo nelle prossime elezioni”.

Un papabile candidato conservatore è Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad. E’ solo uno dei tanti nomi che circolano da mesi. Ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle primarie del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica), la sigla sotto cui gli osulgarayan, i principalisti, stanno cercando di riorganizzarsi.

Ma la situazione è ancora nebulosa. Anche perché due altri possibili candidati potrebbero presentarsi come indipendenti. Uno è Hamid Baghaei, vice di Ahmadinejad dal 2009 al 2013, lanciato proprio dall’ex presidente, che il 10 marzo ha criticato sia i riformisti sia i principalisti. L’altro nome è quello di Saeed Jalili, ex negoziatore (conservatore) sul nucleare, già candidato nel 2013. Nessuno dei due vuole presentarsi sotto l’ombrello del JAMNA e una loro eventuale corsa finirebbe col disperdere i voti conservatori e favorire così Rouhani.

Un Khomeini per il futuro?

Ci si chiede, infine, chi potrebbe ereditare il ruolo che fu di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, morto due mesi fa, nel campo moderato. Il nome che sta prendendo quota nelle ultime settimane è quello di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

Classe 1972, hojatoleslam (religioso di medio livello), in passato si è attirato le antipatie dei conservatori criticando l’interferenza dei militari in politica. Nel 2016 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura all’Assemblea degli Esperti, suscitando non poche polemiche.

Oggi appare come una figura in grado di collegare il campo riformista-moderato con la vecchia guardia e l’establishment religioso. In un post su Instagram lo stesso Rouhani ha recentemente pubblicato una foto che lo ritrae di fronte a Rouhani, con Rafsanjani che esce di scena.

Una rappresentazione social che sa di investitura politica.

Prepariamoci a una campagna elettorale molto interessante.

Chi è Ezzatollah Zarghami

Chi sfiderà Hassan Rouhani alle presidenziali di maggio? Tra i conservatori, oltre ai soliti noti – come il sindaco di Teheran Qalibaf  e l’ex negoziatore sul nucleare Jalili (entrambi sconfitti dal presidente in carica nel 2013) – nelle ultime settimane si vocifera di una eventuale candidatura dell’ex direttore della radio tv iraniana (Irib) Ezattolah Zarghami.

Gli anni alla direzione della IRIB

Personaggio non famoso all’estero ma molto noto (e discusso) in patria, è stato a capo della TV di Stato dal giugno 2004 al novembre 2014.  Designato – come prevede la Costituzione della Repubblica islamica – dalla Guida Khamenei, Zarghami ha svolto il suo ruolo in modo molto “politico”, con risultati piuttosto controversi.  Da un lato, ha ampliato lo spettro dell’offerta dell’IRIB, aprendo nuovi canali radiofonici e televisivi, come la Press Tv (in lingua inglese), la Hispan TV (in spagnolo) e la stessa Radio Irib Italia, cercando di raggiungere una platea internazionale con contenuti però molto “ingessati” nella retorica della comunicazione istituzionale.

Questa ha fatto sì che un numero crescente di telespettatori abbia col tempo optato per canali satellitari ufficialmente illegali, trasmessi in genere (in lingua persiana) dagli Usa o dal Regno Unito. Molti iraniani hanno finito per abbandonare i canali di Stato non solo per via dei filtri imposti dalla censura, ma anche per la scarsa qualità dei palinsesti in termini di intrattenimento e informazione.

L’attuale presidente Hassan Rouhani, poco dopo essere stato eletto, nel giugno 2013, rilascia un’intervista alla rivista Chelcheragh in cui critica senza mezzi termini le scelte editoriali dell’IRIB:

Una parte considerevole della nostra popolazione giovanile boicotta l’IRIB perché non la ritiene onesta e morale. I media devono affrontare i bisogni della gente e uno dei loro bisogni più importanti è quello di avere accesso a notizie e informazioni trasparenti. Quando c’è più copertura deli affari esteri che degli affari interni, quando c’è un programma che racconta la nascita di un panda in uno zoo in Cina, ma non parla dei lavoratori che protestano contro i ritardi di pagamento degli stipendi, è naturale che le persone abbiano un’opinione negativa dell’IRIB.

 

Gli anni della gioventù e della guerra

Ingegnere civile con un master in management industriale, Zarghami ha un curriculum da rivoluzionario della prima ora. Da giovane è uno degli “Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam”, il gruppo protagonista dell’occupazione dell’Ambasciata Usa a Teheran. Allo scoppio della Guerra con l’Iraq Zarghami entra nei pasdaran e combatte al fronte., svolgendo un ruolo di rilievo anche nell’industria militare. A conflitto terminato, lavora nel Ministero della Cultura e della Guida islamica. La sua carriera politica prosegue poi come vice ministro della Difesa, fino ad approdare all’IRIB.

Nella lista nera dell’Ue

Il 24 marzo del 2012, l’Unione europea inserisce Zarghami tra le persone soggette a sanzioni internazionali. Secondo l’Ue, infatti, in qualità di direttore dell’IRIB, avrebbe mandato in onda confessioni estorte con la forza ai detenuti in una serie di “processi show” – a carico di persone arrestate a seguito delle manifestazioni dell’Onda Verde – trasmessi tra l’agosto del 2009 e il dicembre del 2011.  Il tutto, sottolinea l’Ue, in diretta violazione delle leggi internazionali che tutelano i diritti delle persone sotto processo

 

Un futuro politico?

Terminata l’esperienza dell’IRIB, Zarghami non ha avuto altri incarichi politici e si è ritaglaito un ruolo da battitore libero nella scena pubblica iraniana, con una presenza costante sui social media e su Instagram in particolare. In un’intervista all’Agenzia Tasnim, il 4 ottobre 2016 ha negato di volersi candidare alle elezioni del 2017, precisando di volersi dedicare piuttosto al consolidamento delle “forze rivoluzionarie”.  Affermazioni tipiche di chi è invece pronto a scendere in campo con una candidatura.

L’agenzia Nasim, vicina ai conservatori, lodando le sue capacità manageriali, lo ha definito il “fuoco sotto la cenere” della lotta dei conservatori contro Rouhani. Così come altre testate giornalistiche hanno cominciato a citarlo come uno dei papabili del fronte opposto al presidente in carica. La tesi di fondo è: Zarghami è un candidato spendibile, ma con poche possibilità di essere eletto presidente.

La sua appartenenza al fronte principalista è chiara, ma è stato sempre considerato un manager e un uomo di comunicazione, non un politico vero e proprio. Ma vista la tendenza globale, chissà che anche la politica iraniana non scelga una soluzione “non convenzionale”.

 

 

 

In un post su Instagram Zarghami paragona i vigili del fuoco caduti nella tragedia del Plasco ai martiri della Guerra con l’Iraq

Le critiche a Rouhani, su Trump

Con un tweet, lo scorso 29 gennaio Zarghami ha chiesto a Rouhani di intervenire affinché Donald Trump smettesse di mancare di rispetto agli iraniani. A suo giudizio, il presidente iraniano avrebbe una linea troppo ironica nei confronti della nuova amministrazione Usa. Rouhani aveva infatti dichiarato che questo “non è il momento di costruire muri tra le nazioni. Hanno forse dimenticato che il Muro di Berlino è crollato anni fa?”

Il tweet di Zarghami è sembrato molto strategico, perché interviene sul tema dei rapporti tra Iran e Usa che sarà certamente uno degli argomenti calda della campagna elettorale. Campagna che settimana dopo settimana, comincia a delinearsi all’orizzonte.

 

 

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

Dopo Rafsanjani

Di fronte alle immagini dei funerali di Akbar Hashemi Rafsanjani, la sensazione è di non essere più nella semplice cronaca politica ma nella Storia. Sono stati definiti i funerali più importanti dopo quello di Khomeini del giugno 1989. Per molti, quell’evento sancì la fine della rivoluzione che nel 1979 aveva generato la Repubblica islamica. La guerra con l’Iraq era terminata da meno di un anno ed era ancora molto forte la mobilitazione politica delle masse. Ma, in un certo senso, da quel momento in avanti la “spinta propulsiva della rivoluzione” – parafrasando una celebre espressione di Enrico Berlinguer a proposito della crisi polacca del 1981 – comincia a scemare.

Ed è proprio Rafsanjani uno dei protagonisti principali dell’Iran post rivoluzionario, a guidare la ricostruzione del Paese, accettando di buon grado il compromesso tra economia e ideologia. E’ vero, come ha osservato qualcuno, che i funerali di Rafsanjani sono stati lo specchio fedele delle contraddizioni della sua vita e della sua carriera politica.

A commemorarlo c’erano tutti: i conservatori piangevano uno dei fondatori della Repubblica islamica, i riformisti un loro prezioso alleato, soprattutto dal 2009 in poi. La centralità della figura di Rafsanjani è il motivo della grande partecipazione popolare al suo funerale. Un’amica iraniana, certamente non vicina all’establishment politico, mi ha confidato di essere sconvolta per la scomparsa di quello che reputa “comunque un grande personaggio”.

Uno dei brani più interessanti del celebre – e sopravvalutato – Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, è quello dedicato ai funerali di Khomeini:

Alle esequie parteciparono anche molti di coloro che avevano sempre criticato Khomeini. Al momento della sua morte il malcontento era così diffuso che le autorità avevano pensato di seppellirlo di notte, in modo da risparmiarsi l’imbarazzo di una partecipazione troppo scarsa alle esequie. Invece erano arrivati a milioni, da tutto il Paese.

Certo, per Rafsanjani non ci sono state le scene di isteria che caratterizzarono i funerali di Khomeini. Ma parliamo di epoche, di personaggi e persino di stagioni climatiche diverse.

Khomeini era il leader carismatico di una nazione che era appena uscita da una guerra lunghissima. Era malato e la sua morte era attesa da tempo,  i funerali si celebrarono in una torrida giornata di inizio estate. Nelle stesse ore, tra l’altro, in cui in Cina si consumava  il massacro di Tien An Men.

Rafsanjani se ne è andato improvvisamente, all’indomani della svolta più importante della politica estera iraniana degli ultimi trent’anni. E la sua uscita di scena ha spiazzato un po’ tutti.

Perché è questo il punto: odiato e stimato, disprezzato o sopportato, Rafsanjani era uno dei padri di questo sistema politico. E i padri si possono anche odiare, ma quando se ne vanno, ci lasciano comunque orfani.

 

 

Il tweet di Zarif: “La rivoluzione ha perso uno dei suoi pilastri, la nazione un fedele patriota, il mondo una essenziale voce di ragione. Riposi in pace”.

Arman-e emruz: L’Iran in lutto per il moderno Amir Kabir

 

 

Aftab-e Yazd: Iran in lutto (Nella foto, i figli di Rafsanjani, Faezeh e Mehdi

 

Un fotomontaggio che gira sui social iraniani

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Cosa succede a Teheran?

Dopo giorni di speculazioni e smentite, il 20 ottobre è arrivata la notizia ufficiale: tre ministri del governo di Hassan Rouhani si sono dimessi. Si tratta del ministro della Cultura Ali Jannati (Cultura), del ministro dello Sport Mahmoud Goudarzi e del ministro dell’Istruzione Ali Asghar Fani. Al loro posto Rouhani ha designato rispettivamente Seyyed Abbas Salehi alla Cultura, Nasrollah Sajjadi allo Sport e Seyyed Mohammad Bathaei all’Istruzione.

Ufficialmente, i tre si sono dimessi volontariamente, ma sembra evidente che le pressioni dei conservatori, a pochi mesi dalle presidenziali (19 maggio 2017) abbiano spinto il presidente Rouhani a privarsi di elementi politicamente “scomodi”.

In particolare, colpisce la rinuncia di Jannati. O, meglio, la rinuncia di Rouhani a Jannati. L’ormai ex ministro della Cultura sarebbe dovuto, tra l’altro, essere a Roma proprio il 20 ottobre per presentare la mostra sui capolavori nascosti del Museo d’arte contemporanea di Teheran, in programma dal marzo prossimo al Maxxi.

Secondo il quotidiano riformista Shargh, le dimissioni di Jannati sarebbero state volute dai “livelli supremi”, insoddisfatti delle sue politiche. Un evidente riferimento alla Guida Khamenei. Nella sua lettera di dimissioni, Jannati scrive di

non essere più in grado di continuare a svolgere il proprio lavoro. Desidero che il governo prosegua il proprio lavoro in campo culturale in una situazione calma e priva di tensioni.

Goudarzi, ministro dello Sport, sarebbe stato fatto fuori in seguito alle lamentele presentate dai grandi ayatollah di Qom al capo staff di Rouhani Mohammad Nahavandian. In particolare, le critiche avrebbero riguardato le politiche giovanili.

Dei tre ministri, Fani sarebbe stato quello più restio a lasciare l’incarico. Il quotidiano ultraconservatore Kayhan ha ironizzato su questo atteggiamento titolando: “Fani: pronto a continuare a collaborare col governo. Rouhani: accettiamo le sue dimissioni”.

I nuovi ministri dovranno ora ricevere il voto di fiducia del parlamento. L’esito positivo sembra scontato, visto che il governo può contare su una maggioranza piuttosto solida.

Tuttavia, non sono mancate critiche da tutti i fronti. Per molti conservatori, come Mohammad Reza Bahonar, questo “rimpasto è tardivo e inadeguato, perché ci sarebbero altri ministri da cambiare”.

Mentre i riformisti vedono in questa mossa una resa di Rouhani ai conservatori.

E’ significativo che il rimpasto abbia riguardato ministeri non economici, quando proprio l’economia è il tasto dolente dell’attuale situazione iraniana e del governo Rouhani in particolare.

Ma sulla cultura e sull’educazione si gioca una partita fondamentale per l’identità della Repubblica islamica.

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La prima pagina di Aftab-e Yazd

 

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La prima pagina di Shargh

Aggiornamento 1 novembre – Ok a nuovi ministri dal parlamento

Via libera dal parlamento della Repubblica Islamica ai tre nuovi ministri designati dal presidente Hassan Rouhani. Masoud Soltanifar (193 favorevoli, 72 contrari e 9 astenuti) va al dicastero dello Sport e dei Giovani; al ministero della cultura e dell’orientamento islamico va Seyyed Reza Salehi Amiri (180 favorevoli, 89 contrari e 6 astenuti) mentre la Scuola va a Fakhreddin Ahmadi Danesh Ashtiani (157 favorevoli, 111 contrari e 6 astenuti).

 

Larijani ancora Larijani

Larijani ancora Larijani. Nel ruolo di presidente del majles, il parlamento iraniano, rimane ancora lui per la terza volta di seguito, primo caso nella storia della Repubblica islamica. Ali Larijani è stato infatti eletto con 173 voti mentre il riformista Mohammad Reza Aref si è fermato a 103 voti.

Risultato tutt’altro che scontato, tanto che il deputato riformista Mostafa Kavakebian ha gridato al complotto: almeno 50 parlamentari affiliati alla “Lista della speranza”, di orientamento riformista e pro Rouhani, avrebbero votato per Larijani e non per Aref.

Quindi? Tradimento? Vittoria dei conservatori? Sconfitta del presidente Rouhani?

Probabilmente nulla di tutto questo.

Non va innanzitutto dimenticato che Larijani è sì un conservatore, ma ha sostenuto Rouhani e da presidente del parlamento ha appoggiato con convinzione l’accordo sul nucleare. E alle ultime elezioni si è presentato come indipendente nel distretto di Qom. Quindi la sconfitta di Aref è una sconfitta dei riformisti, non di Rouhani, che riformista non è mai stato.

Oltretutto, la vicinanza di Larijani e della sua famiglia alla Guida Khamenei è una garanzia di continuità per il presidente della Repubblica islamica. Ad un anno esatto dal voto per le presidenziali, per Rouhani è importante non cercare lo scontro con i conservatori ma cercare la più ampia convergenza possibile tra le forze in campo.

Per dirla con il cancellerie Ferrer dei Promessi sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

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Asrar titola: La presidenza del parlamento non è cambiata

 

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Per Farhikhtegan “Rouhani è il vincitore delle votazioni per la presidenza del majles”

Il vecchio che avanza

Mai dare nulla per scontato quando si parla di politica in Iran. L’Assemblea degli Esperti eletta lo scorso 26 febbraio ha scelto il proprio presidente: è l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, 90 anni, già a capo del Consiglio dei Guardiani.

Risultato decisamente sorprendente: i media iraniani davano per favorito l’Ayatollah Ebrahim Amini ritenuto vicino alla coalizione moderata guidata da Rafsanjani. E invece no: Amini è arrivato secondo con 21 voti. Jannati ne ha ottenuti 51.  Mahmoud Hashemi Shahroudi è arrivato terzo con 13 voti. Mohammad Ali Movahedi-KermaniShahroudi sono stati scelti come primo e secondo vice.

Il vero colpo di scena è l’eclissi dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, primo degli eletti di Teheran a febbraio e apparentemente vero decision maker della coalizione moderato-riformista. Quel voto – vale la pena ricordarlo – ha decretato l’esclusione dall’Assemblea di due ayatallah ultraconservatori come Mohammad Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, mentre lo stesso Jannati era stato eletto per il rotto della cuffia, sedicesimo su sedici.

Eppure, lo stesso Rafsanjani, in un’intervista al quotidiano Aftab-e Yazd aveva fatto pochi giorni fa un clamoroso passo indietro, dichiarando “non necessaria” una sua candidatura a presidente dell’Assemblea degli Esperti. Lo stesso kuseh, a voto concluso, si è dichiarato soddisfatto della scelta dell’Assemblea.

Che significa?

Guardiamo le cose in prospettiva. Jannati ha 90 anni, il suo incarico da presidente ne dura due. Questa Assemblea sarà in carica fino al 2024. A meno di clamorosi colpi di scena, la prossima Guida non sarà scelta in questi due anni. Khamenei sarà anche malato e non giovanissimo, ma sembra perfettamente lucido e assolutamente in controllo del quadro politico del Paese.

E allora?

Probabilmente il fronte guidato da Rafsanjani e Rouhani ha optato per una campagna di lungo corso. Oggi i conservatori spingono per dare un segno di continuità col passato, non vogliono mollare la presa. Jannati è stato sempre contrario all’accordo sul nucleare e alle apertura all’Occidente. La sua scelta pare quindi una garanzia di conservazione, di non cedimento.

Il muro contro muro tra le anime della Repubblica islamica è evitato, almeno per ora. L’Assemblea avrà otto anni per prendere decisioni ben più pesanti e durature.

 

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Il quotidiano Kayhan parla della scelta di Jannati come di un dito nell’occhio degli inglesi

 

Più donne che mullah

Il secondo turno delle elezioni parlamentari consegna all’Iran un majles con diverse novità. Andiamo con ordine. Ricordiamo che si votava per assegnare 69 seggi, nei collegi in cui nessun candidato aveva ottenuto almeno il 25% al primo turno. Secondo il Ministero degli Interni, l’affluenza è stata del 59% degli aventi diritto, più o meno la stessa percentuale registrata a febbraio.

In Iran l’affiliazione dei singoli deputati non è mai chiarissima e questo genera sempre una certa confusione nell’analisi del voto. Va detto che la “Lista della speranza”, l’alleanza tra moderati e riformisti che sostiene il presidente Rouhani, ha ottenuto almeno 131 seggi contro i 124 dei conservatori. Secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, sarebbero invece in maggioranza i conservatori, 126 a 112. Ago della bilancia, saranno gli 85 indipendenti.

Al di là del confronto tra gli schieramenti politici, queste elezioni segnano due record: il numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica (17) e il numero più basso di religiosi eletti (16). Nel nuovo majles, ci saranno dunque più donne che religiosi. 

Nel parlamento uscente, le deputate erano solo 9, tutte conservatrici.

E un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Da questo punto di vista, la “democrazia in Iran” (le virgolette non sono esornative..) e le sue manifestazioni più esplicite (elezioni, campagne elettorali, affluenza alle urne) offrono sempre spunti di riflessione interessanti.

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Arman-e Emruz: Completato con la speranza il poema epico primaverile 

Le 17 nuove deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento dopo una competizione elettorale durissima.

Sarà poi un parlamento quasi completamente nuovo: il 75% dei deputati non era infatti presente nel majles uscente.