Chi era Sadeq Qotbzadeh

La Storia è quasi sempre raccontata attraverso i suoi protagonisti: presidenti, rivoluzionari, dittatori. Personaggi “definiti” e quindi, in un certo senso, “definitivi”. A un nome si associa un’idea, un giudizio, che col tempo diventa difficilissimo da confutare. Pensiamo ad esempio a Nerone, bollato per secoli come imperatore folle e soltanto di recente riabilitato almeno parzialmente dagli storici.

La rivoluzione iraniana del 1979, sebbene abbia coinvolto milioni di persone, è raccontata essenzialmente attraverso due personaggi-antagonisti: lo scià Mohammad Reza Pahlavi e l’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Nella semplificazione di questo racconto, si perdono non solo le persone dietro i personaggi, ma tutte le sfumature, le differenze talvolta decisive nel determinare il corso degli eventi. In questo senso, c’è un personaggio in particolare, che riaffiora dalle pagine di quella storia come un refuso o come un inciso che meriterebbe almeno una nota a pie’ di pagina ma viene quasi sempre liquidata in poche righe.

Sadeq Qotabzadeh (1936-82) è stato uno dei rivoluzionari più vicini a Khomeini nei fatidici mesi tra l’estate del 1978 e il ritorno in Iran nel febbraio 1979. E’ lui a consigliare l’ayatollah ad andare a Parigi dopo l’espulsione dall’Iraq in ottobre. E nella capitale francese lavora al suo fianco come interprete e intermediario con la stampa internazionale e i personaggi politici di tutto il mondo che vogliono entrare in contatto con quello che sta per diventare il nuovo padrone dell’Iran.

La fine è nota

La parabola di Qotbzadeh sarà breve e vertiginosa. Dopo la rivoluzione sarà per pochi mesi direttore della Radio Televisione nazionale, poi ministro degli Esteri durante la drammatica crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa, candidato alle prime elezioni presidenziali (dove otterrà un umiliante 0,34 % con meno di cinquantamila voti), infine dissidente e oppositore del nuovo regime, che lo spedisce di fronte a un plotone di esecuzione il 16 settembre 1982. Quarantasei anni vissuti intensamente, nel sogno di una rivoluzione che vivrà da protagonista all’inizio e che nel giro di pochi mesi lo fagociterà senza pietà.

1 febbraio 1979: Khomeini e Qotbazadeh arrivano a Teheran

Ma chi era Sadeq Qotbzadeh?

Negli anni Cinquanta è uno dei tanti studenti universitari che si oppongono al regime autoritario dello scià. Figlio di una famiglia religiosa e benestante, milita nel Fronte nazionale, Jebha-ye Melli-e Iran, la formazione politica fondato da Muhammad Mossadeq all’epoca al bando. Viene arrestato un paio di volte per motivi politici e per evitare il peggio, la famiglia lo costringe a continuare gli studi all’estero. La sua carriera universitaria, tra Europa, Canada e Stati Uniti, è piuttosto incostante. Qotbzadeh dedica infatti più tempo all’attività politica e alle ragazze che agli studi.

Secondo l’ex agente del KGB Vladimir Kuzichkin, Qotbzadeh nei suoi anni negli Usa sarebbe stato una spia al soldo dei sovietici. E’ solo una delle tante identità attribuite a Qotbzadeh sia quando era in vita si dopo la sua morte.

Negli Usa stabilisce comunque una rete di contatti molto importante con altri fuoriusciti iraniani, rendendosi protagonista di un’azione dimostrativa clamorosa: il 20 marzo 1961 riesce infatti a prendere la parola durante un ricevimento per il No Ruz organizzato a Washington dall’ambasciatore Ardeshir Zahedi e lanciarsi in una breve ma durissima requisitoria contro lo scià.

Gli anni in Medio Oriente

In seguito a questo episodio, sarà costretto a lasciare gli Stati Uniti e inizierà un periodo di continui spostamenti tra Algeria, Egitto, Siria, Libano e Iraq. Nel 1961 lascia il Fronte nazionale e aderisce al Movimento di liberazione dell’Iran (Ahżat-e azadi-e Iran) , fondato da Taleghani e Bazargan.

Negli anni trascorsi in Medio Oriente, Qotbzadeh stabilisce rapporti molto forti con  Ebrahim Yazdi e Mostafa Chamran, personaggi destinati a ricoprire ruoli molto importanti dopo la rivoluzione. In Libano si avvicina al movimento Amal e riceve anche un addestramento militare. Stringe una stretta collaborazione con Musa Al Sadr, religioso sciita libanese-iraniano, misteriosamente scomparso in Libia nell’agosto 1978.

Proprio grazie ad Al Sadr, Qotbzadeh riesce a ottenere un passaporto siriano che gli permette di trascorrere diversi anni in Canada – come studente ormai piuttosto stagionato – prima di trasferirsi a Parigi.

Nell’estate 1970 incontra Khomeini a Najaf, in Iraq, dove l’ayatollah sta elaborando la teoria del Velayat-eFaqih, che sarà alla base della Repubblica islamica. Tra i due si instaura un rapporto umano molto positivo. A Khomeini piace l’energia del giovane rivoluzionario. Da parte sua, Qotbzadeh crede che Khomeini possa essere una guida morale per la rivoluzione contro lo scià, ma è convinto che non reclamerà mai un ruolo politico per sé. A detta di alcuni, continuerà a pensarlo fino ai primi mesi dopo la rivoluzione.

Una figura controversa

Qotbzadeh è stato l’unico dei leader rivoluzionari a essere processato e fucilato da quella stessa Repubblica islamica che aveva contribuito a creare. Alcuni sono stati uccisi dagli attentati (Beheshti, Rajai, Bahonar), altri sono scappati dopo essere entrati in contrasto con la fazione khomeinista (come il primo presidente eletto Bani Sadr). Ma la vicenda politica e umana di Qotbzadeh sembra quasi rispondere a un destino tragico e allo stesso tempo segnato da un atteggiamento fatalista, quasi remissivo.

Non era certo un fanatico religioso, Qotbzadeh. Nella sua formazione politica l’Islam conta ma non è centrale. Eppure, una volta al potere, sembra cedere in tutto e per tutto ai dettami imposti dalla fazione di Khomeini. Da direttore della Radio TV non esita a censurare le manifestazioni delle donne dell’8 marzo. Ed è apparentemente sordo alle proteste che si levano da vari settori della rivoluzione contro la veloce islamizzazione della società iraniana.

Si ritrova ministro degli Esteri quando Yazdi si dimette dopo che Khomeini dà il proprio sostegno agli studenti che hanno occupato l’ambasciata Usa. Sulla vicenda proverà a trattare con emissari dall’amministrazione Carter e sosterrà più volte che i repubblicani americani contattarono elementi della Repubblica islamica per evitare una soluzione della crisi che avrebbe giocato a favore di una rielezione del presidente democratico.

Qotbzadeh è l’ultimo ministro degli Esteri iraniano a indossare una cravatta

Durante il suo incarico da ministro, non ostenta mai sentimenti anti americani, anche se definisce un “atto di guerra” il fallito blitz tentato dagli Usa il 24 aprile 1980. Isolato e indebolito dall’estremizzazione della crisi degli ostaggi, si dimette da ministro degli Esteri nell’agosto 1980, sostituito da Karim Khodapanahi.

E’ interessante notare il giudizio contrastante che di lui daranno due ambasciatori italiani a Teheran. Giulio Tamagnini, nel suo libro La caduta dello scià, lo descrive come “arrogante e superficiale”, sebbene gli riconosca “modi civili” e una “certa preparazione in campo economico”. Francesco Mezzalama, ambasciatore a Teheran dall’ottobre del 1980 al novembre del 1983, lo ricordava invece come un “giovane simpatico e intelligente”.

Qotbzadeh viene arrestato una prima volta il 7 novembre 1980 con l’accusa di complotto contro Khomeini e la Repubblica islamica, ma è lo stesso ayatollah a intervenire per farlo rilasciare dopo tre giorni.

Mezzalama lo incontra durante un periodo di semi clandestinità e rimane colpito dalle sue parole: “Finché la guerra con l’Iraq continuerà, nel Paese non ci potrà essere opposizione”.

Viene arrestato di nuovo nell’aprile del 1982 con le stesse accuse, insieme a un gruppo di ufficiali dell’esercito e di religiosi. Qotbzadeh si dichiara innocente ma confermò – quasi sicuramente sotto tortura – l’esistenza di un complotto contro la Repubblica islamica. Il 15 settembre venne fucilato nel carcere di Evin, a Teheran, all’età di quarantasei anni.

L’ultima fotografia di Qotbzadeh scattata durante il processo nel carcere di Evin

La sua storia dimostra come la rivoluzione iraniana non divorò soltanto i suoi figli, ma anche alcuni dei suoi padri più importanti.

Conferenza stampa di Qotbzadeh durante la crisi degli ostaggi

Un ricordo

Nel 1987 la giornalista canadese Carole Jerome pubblicò un libro intitolato The man in the mirror: A story of love, revolution and treachery in Iran in cui racconta la sua storia d’amore con Qotbzadeh e ne ricostruisce la vita e la carriera politica. Forse il suo non è uno sguardo molto obiettivo, ma il libro è una ricostruzione davvero intensa dei mesi più drammatici della rivoluzione.

1 febbraio 1979. Il giornalista inglese John Simpson chiede a Khomeini – tramite Qotbzadeh che fa da interprete – cosa provi a tornare in Iran dopo tanti anni. Khomeini risponde: “Niente”.

Iran, 1979. Il nuovo libro di Antonello Sacchetti

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “Iran, 1979. La Rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq”, edito da Infinito edizioni.

La storia dell’Iran non comincia certo nel 1979, ma la rivoluzione, con il suo prezzo altissimo di sangue e di verità, con le lacerazioni insanabili e con le ferite solo in parte ricomposte, è ormai una parte fondamentale, imprescindibile della storia e dell’identità del Paese. Non può e non deve essere assolutamente considerata una “parentesi storica” (come Benedetto Croce definisce il fascismo per l’Italia), o un “incidente di percorso” lungo la strada che porterà forse un giorno a una democrazia liberale di stampo occidentale.

La rivoluzione, oltre a segnare la storia dell’Iran e di tutto il Medio Oriente, ha toccato la vita di milioni di iraniani: ha diviso e lacerato famiglie, distrutto vite e carriere, dato speranze illusorie e liberato energie insospettabili, affossato e realizzato sogni, segnando profondamente l’esistenza sia di chi quegli eventi storici li ha vissuti sia di chi è nato dopo e ne ha toccato con mano e ne subisce tuttora le conseguenze. Ripercorrerne le origini, anche attraverso le testimonianze dirette di chi l’ha vissuta, è un esercizio fondamentale. La rivoluzione, come diceva Mao Tse Tung, non è un pranzo di gala. Nemmeno quarant’anni dopo.

“Ho letto queste pagine con lo stesso ritmo frenetico con il quale sono accaduti i fatti raccontati con passione e precisione da Sacchetti, impressionata, ancora una volta, dalla violenza che sconvolse l’Iran di quegli anni, dal caos e dal terrore come uniche leggi, ma anche dalle tante e complesse ragioni storiche che portarono allo sconvolgimento di quell’area geografica, la cui onda lunga lambisce e condanna ancora oggi tanti Paesi a scenari di guerra e di morte”. (dalla prefazione di Chiara Mezzalama)

Per saperne di più: https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/iran-1979la-rivoluzione-la-repubblica-islamica-la-guerra-con-liraq/

 

Prossime presentazioni:

 

Gennaio:
– mercoledì 16 gennaio, ROMA, presso Casetta Rossa, via Giovanni Battista Magnaghi, 14, ore 18,30;
– sabato 19 gennaio, ROVERETO (TN), presso la libreria Arcadia, via Felice e Gregorio Fontana, 16, ore 19,00;
– domenica 20 gennaio,  VILLORBA DI TREVISO (TV), presso la libreria Lovat, via Newton 13, ore 18,00;
– lunedì 21 gennaio, TRIESTE, presso la libreria Lovat, viale XX Settembre 20, (c/o stabile Oviesse, terzo piano), ore 18,00;
– martedì 22 gennaio, MESTRE (VE), presso il Centro Candiani;
– mercoledì 23 gennaio, TORINO, presso la libreria Trebisonda, via Sant’Anselmo, 22. Dialoga con l’autore Farian Sabahi;
– giovedì 24 gennaio, GENOVA, presso il Circolo Arci Zenzero, via Giovanni Torti, 35, ore 17,45.

Febbraio:
– mercoledì 6 febbraio, ROMA, presso il Caffè Letterario, via Ostiense 95, ore 18,00.

Marzo:
– sabato 2 marzo, MILANO, presso la libreria Le Libragioni, via Giuseppe Bardelli, 11. Interviene Gabriella Persiani.
– sabato 9 marzo, PARMA, presso la libreria Diari di bordo, Borgo Santa Brigida, 9.

 

 

 

 

 

La registrazione della presentazione dell'8 dicembre 2018 a Più Libri, Più Liberi con Farian Sabahi e Luca Giansanti. 

Abbas, il grande

Abbas, il grande

Il 25 aprile 2018, all’età di 74 anni, è morto a Parigi Abbas Attar, uno dei più importanti fotografi viventi, probabilmente quello iraniano più noto.  Thomas Dworzak, presidente della Magnum, l’agenzia per la quale ha lavorato nell’ultima parte della sua vita, lo ricorda come un “padre per intere generazioni di giovani fotografi. Iraniano trapiantato a Parigi, era un cittadino del mondo che ha documentato senza sosta guerre, disastri, rivoluzioni e sconvolgimenti e le sue convinzioni, per tutta la sua vita”.

Innumerevoli i suoi reportage da tutto il mondo. Dal 1978 al 1980, Abbas ha fotografato la rivoluzione in Iran. Tornò nel paese nel 1997 dopo diciassette anni di esilio volontario. Il suo libro Iran Diary 1971-2002 è un’interpretazione critica della storia iraniana, fotografata e scritta come un diario privato.

 

Per conoscere la sua opera consigliamo a tutti di visitare questo sito bellissimo: http://www.abbas.site

Prima della rivoluzione

Kamran Shirdel ha raccontato con la macchina da presa l’Iran degli anni precedenti la rivoluzione del 1979.  Anni tumultuosi di crescita economica e profondi squilibri sociali.

Proponiamo alcuni dei suoi celebri documentari.

Oun Shab Keh Baroun Oumad (La notte che piovve) – 1967 – 35′

Il documentario più famoso di Kamran Shirdel. Partendo da un caso di cronaca (un incidente ferroviario sventato dall’eroicità di un ragazzino), il regista si mette alla ricerca della verità. Ne esce un ritratto fulminante della società iraniana e del rapporto con il potere.  (in 5  parti)

Qal’eh / Women’s District  – 1965 (18′)

All’epoca dello scià, Teheran aveva un quartiere a luci rosse, in cui vivevano migliaia di prostitute in condizioni terribili.

Tehran, payetakht-e Iran ast /Tehran è la capitale dell’Iran – 1966 (18′ )

La povertà della parte meridionale della capitale iraniana.

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando

Un referendum in Iran: perché se ne sta parlando ? E’ cominciato tutto da un discorso del presidente Hassan Rouhani in occasione del 39esimo anniversario della rivoluzione.

Se abbiamo delle divergenze su delle questioni, o se le fazioni hanno delle divergenze, o stanno litigando, allora andiamo alle urne e, in base all’articolo 59 della Costituzione, mettiamo in atto quello che i cittadini decidono. La nostra costituzione offre questa possibilità e noi dobbiamo agire in base alla nostra costituzione.

 

L’articolo citato da Rouhani recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

(Per un quadro completo vai alla sezione Costituzione della Repubblica islamica dell’Iran)

Una sintesi dell’intervento è stata pubblicata poi dall’account in persiano del presidente Rouhani.

 

Referendum in Iran: i precedenti

Ci sono stati tre referendum nella storia post rivoluzionaria dell’Iran. Il primo è quello che il 30 e il 31 marzo 1979 decreta il passaggio dalla monarchia alla Repubblica islamica. Il quesito è a dir poco tendenzioso: “Il vecchio regime monarchico diventa Repubblica islamica, la cui Costituzione sarà approvata dal popolo. Sì o no?”. Vota il 98% degli aventi diritto e il sì vince col 99,31%.

Il secondo referendum si tiene il 2 e 3 dicembre per approvare la nuova Costituzione. Vota il 71,6% degli aventi diritto e il sì vince con il 99,5%.

Da notare come nel giro sei mesi l’affluenza cali di quasi 30 punti di percentuale.

Il terzo referendum è su alcune importanti modifiche alla Costituzione, come l’eliminazione della figura del premier, l’eliminazione del titolo di marja-e taqlid (fonte di imitazione) quale requisito fondamentale per la nomina a Guida, l’istituzionalizzazione del Consiglio per il discernimento  e l’aumento del numero dei membri dell’Assemblea degli Esperti. Si tiene il 28 luglio 1989 in concomitanza con le elezioni presidenziali e i votanti sono appena il 54,51% degli aventi diritto. Le modifiche vengono approvate col 97,57% dei voti.

 

Le reazioni della politica iraniana

La proposta di Rouhani è stata accolto con diffidenza dai conservatori. In un editoriale sul quotidiano Kayhan (una sorta di organo si stampa della Guida Khamenei), il direttore Hossein Shariatmadari ha scritto che questa proposta potrebbe essere il segno della sua “insoddisfazione per i milioni di persone che hanno celebrato l’anniversario della rivoluzione dicendo in sostanza ‘sì’ all’attuale sistema politico”.

Altri commentatori della televisione di Stato (roccaforte dei conservatori) hanno ricordato che il referendum deve comunque essere richiesto dai due terzi del parlamento, altri hanno commentato con sarcasmo la vaghezza della proposta di Rouhani. In generale, comunque, va notato che l’uscita del presidente ha suscitato un certo nervosismo tra i conservatori. Il sospetto è che Rouhani abbia intenzione di usare il referendum quale strumento per modificare (e ridurre) il potere della Guida.

Anche perché lo stesso presidente ha replicato dichiarando che – come presidente – ha il dovere e la responsabilità di mettere in pratica la Costituzione.

A fronte delle reazioni negative dei conservatori, va registrato l’apparente disinteresse dei riformisti. Nessun politico ha apertamente sostenuto la proposta di Rouhani e il quotidiano riformista Shargh ha dedicato al tema soltanto un piccolo spazio sul numero del 13 febbraio, concentrandosi soprattutto sulle reazioni dei conservatori.

 

Referendum ma su cosa?

Resta il fatto che l’idea lanciata da Rouhani rimane piuttosto vaga. Un referendum su cosa? Sulla forma istituzionale? Improbabile e forse addirittura pericoloso. Come ha scritto l’attivista per i diritti umani  Hassan Zeidabadi, “un referendum istituzionale è la conseguenza di una crisi politica, non una soluzione”.

L’appello di 15 iraniani

Un appello a favore dell’uso del referendum è stato sottoscritto da 15 personalità iraniane di rilievo, tra cui registi, intellettuali e politici. Alcuni residenti in Iran, altri residenti all’estero (come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi). Per il quadro completo leggi l’articolo qui sotto.

 

15 Prominent Iranians Call For a Referendum on the Islamic Republic

Lo scatto rivoluzionario

A partire dagli anni Sessanta la macchina fotografica emerge prepotentemente come un mezzo di documentazione della realtà elevando così lo scatto fotografico a documento storico.

Per capire questa trasformazione è importare fare un passo indietro affacciandoci sulla vita artistica iraniana dell’epoca.

L’Occidente scopre l’arte iraniana

Nei primi anni Sessanta lo Shah Muhammad Reza con l’obiettivo di modernizzare il Paese, aveva dato avvio alla cosiddetta Rivoluzione Bianca. Tra le riforme messe in atto dal regime vi erano quella agraria e quella di laicizzazione della società.

Il piano riformatore delude tutti: religiosi, intellettuali e ceto medio e la società civile reagisce organizzandosi sempre più in gruppi politici e religiosi. Il regime Pahlavi diventa sempre più oppressivo. Siamo quindi in un periodo in cui fervono i cambiamenti.  Una delle conseguenze di questo slancio riformatore dello Shah è la mobilità di artisti e studenti iraniani verso l’Europa e gli Stati Uniti. Lo scambio culturale è ovviamente reciproco, da una parte gli artisti iraniani sperimentano una nuova libertà di espressione, dall’altra l’Occidente scopre la storia, l’arte, la società di un Paese considerato da sempre un po’ esotico. L’Iran muove i primi passi sulla scena artistica internazionale, gli artisti partecipano a mostre d’arte e le loro opere iniziano girare tra fiere d’arte e collezionisti di tutto il mondo.  Non è solo più lo Shah con la sua propaganda a occupare le prime pagine dei quotidiani occidentali, ma emerge anche la raffinata e profonda cultura artistica del popolo iraniano accompagnata ovviamente da immagini e storie di oppressione, violazione dei diritti umani e povertà.

Grazie a tutto ciò la modernità in Iran arriva attraverso un processo creativo, complesso e controverso. Non è solo più un’imitazione della cultura e dello stile di vita occidentale a interessare gli iraniani ma soprattutto una sua prima rielaborazione attraverso la propria cultura.  E la fotografia, così come la letteratura e la pittura, si trasforma da propaganda a forma d’arte indipendente e la rivoluzione islamica del 1979 costituisce una tappa fondamentale di questo processo.

I fotografi, infatti, documentano le vere condizioni di vita società civile, dai più ricchi ai più miserabili senza filtri e censure. Gli artisti riescono a eludere la polizia segreta del regime e a far circolare le proprie opere sia in patria sia all’estero. Si distrugge lo stereotipo dell’Iran quale società libera e pacifica: lo Shah non è più un paterno monarca liberale ma uno spietato dittatore.

E sono principalmente due i fotografi iraniani di fama internazionale che ci hanno raccontato l’Iran dell’epoca attraverso le loro opere di denuncia: Bahman Jalali e Kaveh Golestan.

Bahman Jalali (1944-2010)

Fotografo di fama internazionale (soprattutto dopo il 1997) ma anche docente e collezionista, Jalali  rappresenta per l’Iran il fotografo che più di tutti si è immerso attraverso la fotografia nell’universo emotivo, visivo, letterario, e poetico del proprio Paese. Nato nel 1944 ha studiato economia e scienze politiche all’Università di Teheran, ma la fotografia è sempre stata la sua passione:

Mi sono interessato alla fotografia almeno dieci anni prima della rivoluzione mentre studiavo economia e scienze politiche all’università; credo che già sapessi che sarei diventato un fotografo autodidatta”,

ha detto lo stesso Jalali a Catherine David durante in un’intervista.

Membro dal 1974 entra della Royal Photographic Society in Gran Bretagna, per 30 anni ha insegnato fotografia in diverse università iraniane. Ha fondato Akskhaneh Shahr , il primo museo di fotografia con sede in Iran nel 1997 diventandone curatore e a partire dal 1999 ha curato la pubblicazione della rivista di fotografia Aksnāmeh (Lettera di Fotografia), in collaborazione con la moglie Rana Javadi.

Scomparso nel 2010, Bahman Jalali ha ritratto l’intero Iran documentandone le sue guerre e rivoluzioni , i suoi vari paesaggi e soprattutto la sua gente. Il rapporto tra fotografo e immagine è sincero, la sua è infatti una modernità visiva che ha le sue radici nella coscienza collettiva iraniana.

Quando scoppia la rivoluzione Jalali è ormai un fotografo affermato in Iran e insieme alla moglie coglie l’occasione di immortalarla con i suoi scatti. Possiamo vedere questo straordinario reportage nella raccolta Rouzhaye Khouch, Rouzhaye Atash (Giorni di sangue, Giorni di fuoco -Teheran 1978-1979) pubblicata in un libro dallo stesso titolo.

Le fotografie sono state scattate a Teheran per un periodo di 64 giorni, da domenica 10 Dicembre 1978, il giorno delle manifestazioni di massa contro lo Shah fino a domenica 11 Febbraio 1979, data della caduta dello Shah e della nascita della Repubblica. La rivoluzione viene raccontata attraverso vari sguardi: ci sono scene di lotta, di contestazione, di manifestazioni di massa, ma anche fotografie in cui è il particolare a fare la differenza: donne in abiti tradizionali che protestano, agenti di polizia, manifestanti  feriti. Con uno sguardo esterno ma allo stesso tempo completamente immerso nella realtà, Jalali documenta il caos di quei giorni e la determinazione di un popolo attraverso delle istantanee obiettive ma mai distanti.

Kaveh Golestan (1950-2003)

Nato ad Abadan nel 1950 Kaveh Golestan ha iniziato la sua carriera di fotografo giornalista nel 1972, ma in pochi anni si è ritagliato un posto sulla scena internazionale lavorando per il Time Magazine. È morto su una mina antiuomo il 2 aprile del 2003 all’età di 51 anni mentre si trovava a Kifri in Iraq per la BBC.

Golestan è conosciuto in tutto il mondo come fotografo di guerra, suoi sono i reportage sulla guerra civile in Irlanda e sul conflitto Iraq-Iran. Nel 1988 Golestan si trovava nella città curda di Halabja proprio quando gli iracheni hanno lanciato il grande attacco chimico sulla popolazione. “Era la vita congelata“, ha raccontato lo stesso Golestan.

La vita si era fermata. Era un nuovo tipo di morte per me. Si va in cucina e si vede il corpo di una donna con un coltello in mano mentre stava tagliando una carota.”

Tra le sue raccolte, molto suggestiva è quella dedicata  alla vita delle donne nel quartiere a luci rosse di Teheran noto come Shahr -e No (Città nuova o Cittadella). La serie, scattata tra il 1975 e il 1977, è composta di quarantacinque fotografie in bianco e nero che raccontano, con uno sguardo esplicito ma onesto, la vita delle prostitute sotto il regime della Shah. Scatti molto belli in cui emergono tutti i problemi sociali, finanziari, igienici e psicologici in cui vivevano queste donne, mai così esplicitamente presenti nella società iraniana nonostante migliaia di uomini ogni giorno si recassero nel quartiere.

Le fotografie vengono immediatamente pubblicate sul quotidiano iraniano Ayandegan e nel 1978 esposte all’Università di Teheran ma la mostra chiude dopo soli 14 giorni senza una spiegazione ufficiale. Un anno dopo la mostra, la Cittadella viene rasa al suolo durante la rivoluzione iraniana del 1979. Testimonia Golestan: “Alcune donne sono state tragicamente carbonizzate durante l’incendio e molte altre arrestate e in seguito messe di fronte al plotone di fuoco rivoluzionario nell’estate del 1980.” La raccolta rimane così l’unica testimonianza di questo spaccato di società iraniana spazzata via in pochi mesi.

Ma è con la rivoluzione iraniana che Golestan si afferma nel panorama internazionale tanto da ricevere nel 1979 il Robert Capa Award, premio che ritira solo tredici anni più tardi a causa di problemi politici. Golestan è stato un testimone oculare della Rivoluzione iraniana e le sue fotografie riescono a catturare non solo i grandi sconvolgimenti politici che hanno cambiato radicalmente il suo Paese, ma anche il ritratto intimo di un popolo e di una società in rapida trasformazione. Molte delle immagini scattate durante la rivoluzione sono diventate dei classici: dall’arrivo di Khomeini in Iran subito nel febbraio 1979 mentre scende dall’aereo, al suo funerale 10 anni dopo.  La serie sulla rivoluzione ha fatto subito il giro del mondo perché dalle fotografie emergono la rabbia, la violenza, la passione che accompagnano sempre una rivolta popolare. Protagonista dei suoi scatti è il popolo e la sua ribellione ad un regime autoritario: manifestazioni oceaniche, auto bruciate, euforia e disperazione. E Golestan riesce con degli scatti immediati a far emergere tutto questo senza fronzoli o interpretazioni personali. La sua fotografia è sicuramente più cruda rispetto a quella di Jalali. Entrambi si dedicano alla documentazione della rivoluzione iraniana ma lo sguardo di Golestan è senza filtri, non ci sono riferimenti poetici e letterari come in Jalali ma solo uno specchio fedele della realtà. D’altronde come ha detto lui stesso:

Voglio mostrarvi le immagini che saranno come uno schiaffo per distruggere la vostra sicurezza. È possibile guardare lontano, girarsi dall’altra parte, nascondere la propria identità come assassini, ma non si può fermare la verità. Nessuno può”.

Rivoluzione, Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali

Shahr-e No, 1975-1977, ©Kaveh Golestan

Rivoluzione, 1978-1980, ©Kaveh Golestan

Fonti

Bahman Jalali
www.fundaciotapies.org
www.payvand.com
www.silkroadartgallery.com
www.soas.ac.uk

 

 

Bahman Jalali, Catherine David, Hamid Dabashi : Bahman Jalali, FUNDACIO ANTONI TaPIES (2008)
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Kaveh Golestan
www.jadidonline.com
www.kavehgolestan.org
www.payvand.com
Masoud Benhoud, Hojat Sepahvand, Malu Halasa and Kaveh Golestan, Kaveh Golestan: Recording the Truth in Iran 1950-2003, 2008
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

16 gennaio 1979: la fuga dello scià dall’Iran

16 gennaio 1979: la fuga dello scià dall'Iran

“E’ da un po’ che mi sento stanco e ho bisogno di riposo.”, disse così lo Scia’, il 16 gennaio del 1979, quando alle ore 13:08, lasciò l’Iran insieme a Farah Diba. L’ultimo monarca dell’Iran non immaginava nemmeno quale destino lo attendesse: non sarebbe più tornato nel paese, da lì sarebbe iniziata per lui un’odissea interminabile, nessuno lo avrebbe più voluto e sarebbe morto per un tumore, in meno di due anni, nella più assoluta solitudine.

 

Un’odissea umiliante

Assuan, in Egitto, fu la prima tappa dello Scià, che era stato invitato dal presidente Sadat e dalla consorte. Mohammad Reza Pahlavi era scappato dall’Iran già una prima volta, nel 1953 (era andato a Roma), e grazie al golpe della Cia contro il premier Mosaddeq, era riuscito a tornare e a riprendere in mano il potere.

Anche questa volta lo Scià credeva di farcela, aveva scelto un premier apparentemente moderato, Shapur Bakhtiar, e mirava a tornare, dopo che le acque si fossero calmate.

I reali di Persia risiedettero ad Oberoi, un albergo costruito su un’isoletta in mezzo al Nilo, e ad Assuan furono pochissimi coloro che si ricordaron di loro; il Pahlavi ricevette una telefonata da Costantino II di Grecia e una visita del suo medico. Non sapeva dove andare quando l’ambasciatore marocchino si presentò informandolo dell’invito di Malek Hassan II, re del Marocco.

Mohammad Reza Pahlavi giunse a Rabat ma non venne accolto ufficialmente con nessuna cerimonia di Stato. Dopo l’incontro con Hassan secondo, lo Scià rimase per 67 giorni nel suo palazzo, quello di Janan ul Kabir, e fu proprio in questo spazio di tempo che Khomeini tornò in Iran, e la rivoluzione islamica vinse in Iran, l’11 febbraio del 1979.

Malek Hassan di Marocco non voleva rovinare le sue relazioni col nuovo governo iraniano e fu così che lo Scia’ fu costretto ad andarsene; la maggior parte dei suoi fedelissimi, tra militari e ministri, lo avevano già abbandonato e lui, decise di seguire il suggerimento di Kissinger: e cosi’ parti’ per le Bahamas, in America centrale. Mohammad Reza trascorse 70 giorni nelle isole e lì apprese di essere malato, in fase terminale, di cancro. In questo periodo giunse da lui un inviato della regina d’Inghilterra che gli comunicò che il Regno Unito “non era disposto ad accoglierlo nel suo territorio”.

Successivamente un aereo malandato lo trasferì dalle Bahamas fino in Messico, e li trascorse altri 4 mesi, prevalentemente in malattia. Successivamente Carter accettò il suo ingresso negli Usa ma solo per curarsi e cosi’ lo Scia’ raggiunse in silenzio un ospedale di New York.

Lo Scià, il più grande alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, “il gendarme della regione”, rimase a New York solo 54 giorni e in questo arco di tempo venne operato due volte; due settimane dopo il suo arrivo, il 4 novembre, l’ambasciata americana a Teheran venne occupata dagli studenti iraniani ed il corpo diplomatico americano e le spie della cellula della Cia di Teheran vennero presi in ostaggio dai giovani rivoluzionari.

Uscito dall’ospedale, lo Scià non sapeva dove andare e allora venne portato con la consorte in Texas, in un piccolo appartamento, che in passato aveva avuto la funzione di manicomio. Fu quella volta che la regina Farah, iniziò a gridare e protestare, anche perché gli americani avevano imposto ai reali di Persia di stare in quell’appartamento e di non uscire di lì

Dopo due settimane, il governo americano informò lo Scià che la sua presenza negli Usa aveva conseguenze pesanti per il governo americano e che doveva andarsene. Mohammad Reza non aveva altra scelta che obbedire e così si trasferì a Panama.

In un’isoletta trascorse di angoscia, anche perché il governo di Teheran inoltrò a Panama la richiesta di estradizione e Carter pensò di consegnare lo Scià per riprendersi gli americani tenuti in ostaggio a Teheran. Dopo 100 giorni orribili a Panama, su insistenza della moglie di Sadat, lo Scià e Farah tornarono al Cairo.

Il 29 marzo del 1981, lo Scià venne operato all’ospedale Moadi d’Egitto e 4 mesi dopo morì e venne sepolto nella moschea Refai’ del Cairo.

Una lezione per “qualcuno”

Lo Scia’ era stato il principale alleato degli Usa nella regione. Nel 1967 aveva venduto il petrolio durante la guerra dei sei giorni, quando i paesi arabi avevano chiuso i rubinetti del petrolio. L’America lo aveva eletto come suo “gendarme” nella regione e vendeva allo Scià tantissime armi. Era il principale alleato di Israele; grazie all’appoggio politico dell’Occidente aveva instaurato un governo dittatoriale in Iran. “La luce degli ariani”, il Re dei Re, si era persino proclamato erede di Ciro, ma al contrario del capostipite dei persiani, la sua forza non era basata sul consenso popolare.

Quando non servì più, venne abbandonato e umiliato. Oggi in Medio Oriente esiste “qualcuno” di molto simile al regime dello Scià di allora che si sente allo stesso modo potente ed invincibile, forte dell’appoggio degli Stati Uniti. Ma sono passati solo 39 anni da quel 16 gennaio, quando lo Scià lasciò Teheran, e non tornò mai più. (AGI) Davood Abbasi (IRY)

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Quel giorno a Persepoli

Quando porto i miei gruppi a Persepoli, mi fermo in prossimità dell’ingresso per  indicare uno spazio apparentemente vuoto al di là dei bagni e della biglietteria. Sono ancora oggi ben visibili gli scheletri della tendopoli di lusso allestita nel 1971 per volere dello scià Mohammad Reza Pahlavi in occasioni delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia.  Per tre giorni, dal 12 ottobre, governanti di tutto il mondo vennero ospitati in tende da campo arredate lussuosamente. Champagne e caviale per tutti, direttamente dal ristorante Maxim’s di Parigi. Tutto mentre una parte consistente del popolo iraniano viveva in miseria.

Tra gli invitati si ricordano il Principe Ranieri e la Principessa Grace di Monaco, il  futuro re di Spagna Juan Carlos con la principessa Sofia, il maresciallo Tito, il presidente dello Zaire Mobuti e quello dell’Indonesia Suharto. Per l’Italia c’è il presidente del Consiglio dei Ministri Emilio Colombo, per l’Unione Sovietica il Presidente del Presidium del Soviet Supremo Nikolaj Viktorovič Podgornyj.

cena-persepolis

Lo scià tentava di strumentalizzare il passato preislamico per contenere l’influenza del clero sciita. Si era proclamato “Luce degli ariani” e discendente diretto di Ciro il Grande, lui, figlio di un cosacco analfabeta messo sul trono di Persia dagli inglesi per meri interessi geopolitici.

persepolis-1971-8

Davanti alla tomba di Ciro, a Pasargade, lo scià promise un futuro di progresso e benessere all’Iran. L’iscrizione della tomba recita:

Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – ascolta: io sono Ciro, fondatore dell’impero degli Achemenidi. Ti prego di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo.

Mohammad Reza proclamò sollenemente:

«Kourosh, assoudeh bekhab ke ma bidarin», «Ciro, riposa in pace che vigiliamo noi»

Nel minuto di silenzio che seguì al discorso, si alzò all’improvviso un vento fortissimo che scompigliò i vestiti delle donne e sollevò la terra rossa del deserto. Il sovrano che rispondeva dall’adilà? Di certo, non fu un buon presagio per un uomo troppo amante della bella vita per comprendere il limite della pazienza del suo popolo.

Secondo alcuni storici, è l’inizio della fase discendente della parabola politica dello scià.

Di lì a poco il Paese entrerà in recessione e il malcontento popolare porterà nel giro di sette anni alla rivoluzione del febbraio 1979.

 

Guerra Iran-Iraq

Guerra Iran-Iraq Chi conosce l’Iran sa bene quanto gli otto anni (1980-88) di conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, la cosiddetta guerra imposta (in persiano: جنگ تحمیلی , Jang-e-tahmīlī) rappresentino ancora oggi una ferita aperta per il popolo persiano. La memoria di quel conflitto è tangibile: tutte le città sono piene di murales dedicati ai martiri e ogni famiglia ha i propri caduti da ricordare.

C’è però un’evidente lacuna in questa memoria: molto spesso si parla delle conseguenze di quella guerra, dal punto di vista umano, sociale e politico. Si sa cioè che costò moltissime vite umane (sul numero esatto torneremo più avanti), che rafforzò la Repubblica islamica appena instaurata, che isolò il Paese dal resto del mondo. Il tutto è spesso ammantato nella retorica della propaganda e nell’enfasi – comprensibile – del racconto “di parte”, di chi cioè quella guerra l’ha vissuta o – nella maggior parte dei casi – l’ha subita.

Ma cosa è stata davvero quella guerra? Come e perché è scoppiata? Come è stata combattuta?

La pubblicistica in merito non è vastissima. Lo storico francese Pierre Razoux, ha provato a colmare questa lacuna con un libro The Iran-Iraq War, ancora inedito in Italia. Non è un lavoro perfetto: alcune traduzioni gridano vendetta e forse tutta la parte relativa al ruolo francese nel conflitto non è proprio super partes. Ma nel complesso il libro offre spunti interessanti, che possono servire a ristudiare quella guerra cercando di mettere da parte alcuni luoghi comuni.

 Guerra Iran-Iraq: come scoppiò

Che sia stato Saddam Hussein a invadere l’Iran il 22 settembre 1980 è fuori discussione. La scintilla, il pretesto è l’annosa questione del diritto di navigazione di un fiume, chiamato Shatt al Arab dagli iracheni e Arvand rud dagli iraniani, che sfocia nel Golfo Persico. La questione era stata regolata dal trattato di Algeri, siglato nel 1975 dal predecessore di Saddam Hussein Ahmad Ali Hasan al-Bakr e dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. 

Da questo punto di vista, per gli iraniani, si trattò davvero di una “guerra imposta” loro dall’invasore iracheno. E’ però altrettanto vero che da subito Teheran rifiutò qualsiasi tentativo di mediazione che non implicasse una quanto mai improbabile rinuncia al potere da parte di Saddam Hussein. Indubbiamente l’Iran era la parte aggredita, ma il conflitto si sarebbe potuto contenere o gestire in altro modo se non fossero intervenuti fattori interni alla situazione politica iraniana che vedremo più avanti.

Gli Usa dietro Saddam?

Anche questa è un po’ una forzatura. Non tanto perché gli Usa non fossero in contrasto con l’Iran rivoluzionario (la crisi degli ostaggi era in corso da quasi un anno), ma perché anche l’Iraq di Saddam Hussein era considerato un nemico, soprattutto per la minaccia che rappresentava per Israele.

Però nell’agosto 1979 succede una cosa importante: il capo del governo provvisorio iraniano Mehdi Bazargan decide di annullare tutti i contratti di acquisto di armi dagli Stati Uniti per cercare di limitare i danni provocati dal crollo delle vendite del petrolio dopo la rivoluzione. Secondo i consiglieri di Bazargan, le colossali spese dello scià avevano dotato l’esercito di un equipaggiamento moderno a sufficienza. La decisione manda in fumo contratti per dieci miliardi di dollari, facendo imbestialire la lobby dei produttori di armi statunitensi. Di conseguenza, il Congresso Usa pone l’embargo sull’invio dei pezzi di ricambio per l’equipaggiamento precedentemente acquistato. E’ un passaggio poco noto, ma che si rivelerà decisivo sia per i rapporti tra Washington e Teheran sia per il progressivo invecchiamento dell’arsenale iraniano.

 

Guerra Iran-Iraq

Baghdad, Parigi

Il Paese che in realtà è da subito partner dei propositi di Saddam Hussein è la Francia. L’Unione Sovietica è sì un partner militare di Bgahdad ma non accesso diretto alle basi irachene. Come spiega Razoux,

i tedeschi sono considerati troppo vicini a Israele, gli inglesi in disgrazia e gli italiani non credibili, gli iracheni si rivolgono naturalmente ai francesi, che sembrano gli unici a poter fornire all’Iraq tutto ciò di cui ha bisogno: stretta cooperazione nel settore petrolifero, assistenza su larga scala per l’energia nucleare civile e armi moderni per dissuadere i vicini iraniani.

Per tutta la durata del conflitto, la Francia sarà sempre molto vicina a Saddam Hussein e questo comporterà diversi momenti di crisi acutissima con Teheran.

Guerra Iran-Iraq: le varie fasi

L’Iraq contava sull’effetto sorpresa e indubbiamente la prima fase della guerra fu a suo netto vantaggio. La Repubblica islamica sconta il caos apportato dalla rivoluzione nei propri vertici militari.

La controffensiva iraniana comincia nel giugno 1982, con la riconquista di Khorramshahr (“la Stalingrado iraniana”) e l’ingresso delle truppe iraniane in territorio iracheno.

Cambia la prospettiva della guerra: l’Iran punta non solo a difendersi, ma a far cadere Saddam Hussein esportando la rivoluzione nell’Iraq meridionale, a netta maggioranza sciita. Questa prospettiva si rivelerà del tutto fallimentare, ma sarà uno dei cardini della condotta politica e militare di Teheran per diversi anni.

A febbraio 1984 il conflitto si sposta nel Golfo Persico, dove si intensificherà negli anni successivi. Le truppe iraniane si spingono fino alle paludi del fronte meridionale, dove si svolgeranno alcune tra le battaglie più cruente di tutto il conflitto. L’Iran conquista anche le isole Majnun.

Sempre nel 1984 l’Onu conferma l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nella primavera del 1985 comincia la cosiddetta “guerra delle città”: l’Iraq attacca con i missili i centri urbani iraniani; Teheran risponde bombardando Baghdad.

Il 24 febbraio 1986 la risoluzione 582 dell’Onu chiede la fine delle ostilità. La risoluzione viene accettata dall’Iraq, ma non dalla controparte, che vorrebbe vedere riconosciuto l’Iraq come aggressore. Tra febbraio e giugno 1986 l’esercito iraniano conquista il porto di Faw, ottenendo un importante vantaggio territoriale strategico.

Nell’aprile 1987 l’ Iran attacca convogli mercantili che commerciano con il Kuwait, paese sostenitore dell’Iraq. Gli Usa e diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, inviano navi da guerra a protezione delle petroliere che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e dai vari emirati del Golfo. E’ il primo coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto ormai in corso da sette anni.  In questo contesto, il 17 maggio 1987  la fregata statunitense Stark, viene colpita da un missile iracheno.

I mesi successivi segnano uno sbilanciamento degli equilibri a favore dell’Iraq, che il 25 giugno 1988 riconquista le isole Majnun e il 12 luglio la regione dello Zoubeidat.

Il 20 luglio 1987 viene approvata la risoluzione 598 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che impone il cessate il fuoco senza peraltro distinguere, come chiede l’Iran, tra la posizione di Stato aggredito e quella di Stato aggressore.

La fine delle ostilità arriva però solamente un anno dopo, quando le due parti, ormai stremate, accettano la risoluzione Onu 598.

Osirak, il paradossale cambiamento di prospettiva

Queste, in estrema sintesi, le fasi principali di un conflitto lungo e molto complesso in termini di obiettivi, alleanze e ripercussioni. Un passaggio fondamentale avviene il 7 giugno 1981, quando un raid israeliano distrugge l’impianto nucleare iracheno di Osirak. E’ un  raid realizzato in collaborazione con l’Iran, che offre all’aviazione militare di Tel Aviv informazioni di intelligence e assistenza in caso di problemi.

Per Saddam Hussein è un colpo duro, che azzera un programma nucleare – avviato con la collaborazione della Francia – con cui il dittatore iracheno contava di conquistare la supremazia militare nella regione.

Paradossalmente, questa svolta si rivelerà un vantaggio per l’Iraq. Perché Usa e Urss, sino ad allora restii ad appoggiare Baghdad per paura di incoraggiare la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, riallacciano i rapporti con Saddam. Per tutto il conflitto con l’Iran, i maggiori fornitori di armi dell’Iraq saranno nell’ordine Unione Sovietica, Francia e Cina.

E’ solo successivamente a questa fase, quando l’Iran minaccia di esportare la rivoluzione nell’Iraq meridionale, che gli Usa riallacciano i rapporti con Baghdad e a marzo 1984 avviene il famoso incontro a Baghdad tra Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Usa Ronald Reagan, e Saddam Hussein.

Guerra Iran-Iraq

Donald Rumsfeld e Saddam Hussein

Guerra Iran-Iraq: gli aiuti di Israele all’Iran

Iran e Israele sono ancora oggi descritti come due grandi rivali in Medio Oriente. Eppure, per i primi sei anni della guerra (1980-1986), Israele è stato il quarto esportatore di armi all’Iran, incassando tra uno e due miliardi di dollari. Nel solo 1986, questo business raggiunse il fatturato record di 750 milioni di dollari.

Guerra Iran-Iraq: un milione di morti?

La Guerra Iran-Iraq viene comunemente ricordata come la “guerra di un milione di morti”, ma non ci sono elementi chiari per definire con esattezza il numero delle vittime. Al termine delle ostilità, l’Iraq dichiara di aver perso oltre 350.000 uomini, l’Iran almeno 600.000. Di qui, i media arrotondano la cifra a un milione. Studi successivi, basati sulle singole battaglie, hanno ridimensionato il numero delle perdite. L’Iraq, ad esempio, avrebbe perso “soltanto” 125.000 uomini e non 350.000.

Il costo totale del conflitto sarebbe di 680.000 tra morti e dispersi e oltre un milione e mezzo di feriti e invalidi. La guerra Iran-Iraq rimane di gran lunga la più sanguinosa della storia del Medio Oriente. L’85% delle vittime sono soldati (3,5 volte di più tra gli iraniani che tra gli iracheni). Le vittime civili dei bombardamenti sono il 3% del totale.  I prigionieri furono 115. 000 (70,000 iracheni e 45.000 iraniani).

Le vie della rivoluzione sono finite

Domenica 5 marzo, alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo Via della Rivoluzione (edito da Lastaria edizioni), scritto da Amir Cheheltan, autore iraniano alla sua prima pubblicazione in Italia.

La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in Via Santa Cecilia, 1/A.

Alla presentazione insieme all’autore parteciperanno Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).

Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, ammoniva in tempi non sospetti un certo Mao Tse Tung. Noi italiani di rivoluzione non ne abbiamo mai fatte, forse perché non abbiamo la struttura mentale adatta. “Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”, sosteneva, non a caso, Leo Longanesi.

L’Iran di rivoluzioni ne ha fatte tre, tutte nel cosiddetto “secolo breve”: quella costituzionale nel 1906, quella “bianca” del 1962, voluta dall’ultimo scià per modernizzare il Paese,  e infine quella del 1979 che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. E di questa ultima rivoluzione o, meglio, delle sue conseguenze che parla l’ultimo romanzo di Amir Cheheltan, pubblicato in  Italia da Lastaria Edizioni, per la traduzione di Anna Vanzan.

Parliamo di un romanzo, di una storia di fantasia, non di un saggio politico. Però tutto quello che succede in questa storia, è diretta conseguenza degli avvenimenti che nel 1979 portarono alla caduta della monarchia e alla nascita del sistema politico attualmente in vigore. Ed è probabilmente per questo significato “politico”, più che per alcune scene scabrose, che il libro è al bando in Iran. Dove, tra l’altro, l’autore vive attualmente, dopo un periodo trascorso tra Gran Bretagna e Italia.

Il rischio, per questo romanzo, è che ci si concentri troppo sulla prima scena. La storia – come rimarcato anche nella quarta di copertina – si apre con un intervento di imenoplastica a cui ricorre Shahrzad, la protagonista (ma forse sarebbe più corretto dire “vittima / non protagonista”) della storia, per cancellare le tracce di rapporti sessuali prematrimoniali. Inevitabilmente, un incipit del genere cattura l’attenzione in modo prepotente, quasi totalizzante. E’ un pugno nello stomaco del lettore, che viene trascinato subito in una Teheran grigia e sordida. 

Non è chiaro in che anni siamo, esattamente. Il libro è stato pubblicato nel 2009 e censurato in patria. Dall’atmosfera che si respira, è ipotizzabile una ambientazione negli anni Novanta o poco più tardi. 

I personaggi principali sono tre, in un triangolo amoroso per nulla romantico e molto drammatico. Il cinquantenne Fatah, sedicente medico, divenuto ricco e potente con la rivoluzione; Mostafa, torturatore nel famigerato carcere di Evin e la giovane e bellissima Shahrzad (non a caso, il nome della protagonista delle Mille e una notte).

Shahrzad è la preda del desiderio di Fatah e, in un certo senso, la vittima dell’amore di Mostafa. Amore che lei ricambia ma – come vedremo – ha conseguenze tragiche.

Attraverso i ricordi di Fatah, riviviamo la Teheran pre rivoluzionaria. Per chi conosce un po’ la capitale iraniana, è un vero viaggio nel tempo, in luoghi trasformati dalla rivoluzione al punto da essere irriconoscibili. E’ forse una delle parti più interessanti e originali del romanzo: un accavallarsi di locali notturni, personaggi di strada, donne che cantano nei cabaret. Il tutto in un flusso di eventi che porta – appunto – al fatidico 1979 e alla rivoluzione. 

Quella raccontata da Cheheltan è una via a doppio senso: verso la rivoluzione e dalla rivoluzione. Quello che sembra rimanere al termine di questo andirivieni, è un filo conduttore di sofferenza e desiderio di riscatto. In cui le vittime di ieri diventano gli aguzzini di oggi.

In una recente intervista, l’autore ha dichiarato:

Per quanto riguarda la democrazia e i diritti umani non abbiamo ottenuto alcun risultato. Ma non posso chiudere gli occhi sui risultati, in termini di coscienza storica, della rivoluzione. Se oggi l’Iran non è attraversato dalle stesse turbolenze del resto del Medio Oriente, questo è dovuto al fatto che abbiamo già preso coscienza di molte cose durante la Rivoluzione iraniana del 1979.

Le vie della rivoluzione – sembra dire – sono finite.

Amir Cheheltan, Via della Rivoluzione (Lastaria Edizioni, Roma pp. 176, €13,50)

Leggi l’intervista di Farian Sabahi ad Amir Cheheltan su Io Donna

Visita il sito dell’autore: www.cheheltan.net/

 

1979. L’ultima rivoluzione

Lo scià se ne è andato

“Esteghlal, azadi, jomuri-e islami”. “Indipendenza, libertà, repubblica islamica”. Era questo lo slogan più in voga durante la rivoluzione che caccio lo scià dall’Iran nel 1979. Tre grandi obiettivi, proprio come “Liberté, egalité e fraternité” nella Rivoluzione francese. È qui l’origine di molti equivoci sull’Iran: quella del 1979 non nasce come una rivoluzione islamica: è innanzitutto la rivoluzione contro il governo corrotto e impopolare dello scià Mohammad Reza Pahlevi. Vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica.

Da dove nasce la rivoluzione

Nel suo memorabile libro reportage “Shah-in- shah”, Ryszard Kapuscinski afferma che le rivoluzioni avvengono “quando il popolo smette di avere paura”. Nel 1978 per gli iraniani la misura è colma. Il paese vive da anni una crescita economica squilibrata e schizofrenica: i profitti del boom petrolifero sono nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione è povera e analfabeta. L’Iran pre rivoluzionario è decritto dai media occidentali come il paese di Soraya e delle feste a corte, ma la realtà è molto più cupa e difficile. Incapace di garantire un vero sviluppo del paese, lo scià si è chiuso in un’autocrazia feroce e sorda ai bisogni del popolo. La sua è una figura più appariscente che autorevole. Vuole modernizzare l’Iran ma ama troppo la bella vita per essere davvero per l’Iran quello che quarant’anni prima è stato Ataturk per la Turchia.

Il precedente di Mossadeq

Lo scià compie il primo grande e tragico errore nel 1953, quando stronca l’esperienza del governo del nazionalista Muhammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato la Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Il suo è un vero e proprio colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso l’operazione in codice Ajax. Da allora in avanti lo scià governa con sempre più ferocia, affidando alla famigerata polizia segreta Savak l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso. In politica estera si lega sempre più strettamente agli Usa, diventando il gendarme degli americani in Medio Oriente. Nel 1960 riconosce lo Stato d’Israele, isolandosi dai paesi arabi. Tre anni dopo vara la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, un pacchetto di riforme sociali ed economiche per dare all’Iran uno stile di vita occidentale. Il clero sciita si oppone fermamente e comincia qui la lunga contrapposizione tra “turbanti” e “corona”.

Esteghlal

È qui che nasce il desiderio della “esteghlal”, della vera indipendenza. Lo scià umilia il sentimento nazionale persiano, da sempre fortissimo, imponendo condizioni umilianti: i militari americani godono dell’immunità assoluta in Iran. Per cui, se un marine uccide o violenta un’iraniana, non può essere né arrestato né processato. Non solo: ci sono postazioni militari, lungo il confine con l’allora Unione Sovietica, che sono di fatto nelle mani degli americani. I soldati iraniani vengono portati lì bendati, per impedire che sappiano l’esatta ubicazione dei centri di osservazione. Ostaggi nella loro patria.

Azadi

La libertà è un miraggio. Nel 1975 tutti i partiti vengono messi fuori legge a eccezione di quello della Rinascita nazionale iraniana (Rastakhiz) legato allo scià. In politica estera vengono rafforzate le relazioni con i paesi comunisti, riallacciando anche i rapporti con il blocco dei paesi arabi, escluso l’Iraq. La Rivoluzione bianca si rivela un fallimento, perché il tenore di vita aumenta solo per gli strati più alti della popolazione. La Savak affina i metodi di tortura e interrogatorio grazie anche alla collaborazione con il Mossad, i servizi segreti israeliani. Tutto questo non è recepito dagli Stati Uniti che considerano a considerare lo scià un alleato affidabile. Ancora nel capodanno 1977, a poco più di un anno dalla vittoria della rivoluzione, il presidente Jimmy Carter vola a Teheran per brindare con lo scià. E un rapporto del Dipartimento di Stato Usa indica Reza Pahlevi come la figura di riferimento per gli Usa del decennio futuro. A Washington, evidentemente, non sanno nemmeno che lo scià è malato gravemente.

Jomuri-e Islami

La bomba è pronta, serve solo la scintilla che accenda la miccia. Perché la rivoluzione scoppi, è necessario che lo scià si scontri frontalmente con l’unico antagonista possibile che sia condiviso da tutti gli iraniani: il clero sciita. Quando un quotidiano (controllato, come tutti i media, dal governo) insulta e offende l’Ayatollah Khomeini, in esilio ormai da vent’anni, molti iraniani si sentono offesi, denigrati nella loro identità. Qualcuno non sa nemmeno chi sia Khomeini, ma il fatto che lo scià lo abbia attaccato, ne fa un eroe. Non va poi dimenticato che le moschee sono l’unico luogo in cui è possibile incontrarsi e parlare, l’unico potenziale centro di cospirazione. Il solo luogo che lo scià non può chiudere con la forza. Ma il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. L’opposizione allo scià è un insieme di movimenti diversi tra loro, accomunati dal desiderio di trasformare una società in ebollizione continua. L’Iran vive un processo di urbanizzazione radicale, quasi violento per un paese che all’inizio dell’Ottocento era popolato per metà da popolazioni nomadi. Basti pensare che nel solo 1978, l’anno che precede la rivoluzione, Teheran vede aumentare la popolazione di un milione di persone. Quella che era un piccola città ancora all’inizio del Novecento, è una megalopoli assediata da un sottoproletariato che si è lasciato alle spalle la vita contadina attirato dal miraggio di una vita più semplice e si è ritrovato senza aiuto e senza speranze.

Islam come ideologia

Come profetizzato dal filosofo Ali Shariati, lo sciismo fa parte della cultura iraniana e il movimento rivoluzionario deve servirsene per dare una giusta interpretazione agli eventi storici. L’Islam diventa un’ideologia terzomondista, l’unica in grado di tenere insieme un movimento così eterogeneo. Anche perché gli iraniani sono un popolo più incline ai movimenti che ai partiti. Da qui anche la posizione fallimentare della sinistra marxista (soprattutto il partito comunista Tudeh), che non riesce a conquistare mai una posizione ri di rilievo nel movimento rivoluzionario, rimanendo troppo legata a posizioni filo sovietiche o filo cinesi, non divenendo mai un movimento nazionale.

Come crolla un regime

E la fine dello scià avviene quasi naturalmente, per cedimento strutturale. Le grandi manifestazioni di piazza sono quasi sempre pacifiche e coinvolgono via via sempre più persone. La repressione bieca dell’esercito scava un solco profondo tra lo scià e il paese. Se in una manifestazione ci sono dei morti, 40 giorni dopo, come prevede l’Islam sciita, si fa un nuovo corteo di commemorazione. E se anche allora ci sono vittime, si aspetteranno altri 40 giorni per un altro corteo. E così i mesi tra la fine del 1977 e il 1979 sono scanditi da queste manifestazioni enormi. Quando il 16 gennaio 1979 lo scià abbandona il paese, nessuno immagina che da lì a poco sarebbero stati i mullah a governare. Anche perché il processo di islamizzazione della rivoluzione è rapido ma non immediato. Il referendum che il 30 marzo 1979 stabilisce che l’Iran sarà una repubblica islamica è approvato col 98,2 per cento dei sì. Ma attenzione: in ballo non c’è tanto una forma di governo, quanto la forma di Stato. La repubblica – agli occhi dei rivoluzionari – non poteva che essere islamica. Non popolare o democratica, formula troppo marxiste. Il quesito chiedeva soltanto un sì o un no. Il primo presidente eletto era il laico Bani Sadr, costretto alla fuga nel 1981. In due anni avverrà di tutto: l’eliminazione delle opposizioni, la repressione, la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana. E soprattutto la guerra con l’Iraq. Quando una rivoluzione è aggredita, si rafforza. Come per quella francese e quella bolscevica, anche la rivoluzione iraniana è battezzata da una guerra imposta. E ne esce in piedi. Difficile capire cosa accadrà ora. Se il destino della repubblica islamica è più simile a quello della monarchia dello scià nel 1979 o a quello della repubblica popolare cinese del 1989, dopo Tien An Men.

La democrazia in Iran

Elezioni Iran

Il futuro della Repubblica islamica iraniana è uno di quegli argomenti destinati a tornare sempre, a intervalli più o meno regolari. In prossimtà o subito dopo le varie tornate elettorali, si finisce col parlare delle reali possibilità di un’evoluzione “democratica” del sistema iraniano.

E il terreno si fa scivoloso, perché, applicando canoni occidentali a una Storia differente, spesso si finisce per cadere nella facile scorciatoia della condanna tout court del sistema e dei suoi attori. L’Iran non è una democrazia, i diritti umani non sono rispettati e dunque fine dei giochi.

Così facendo si perde però un’occasione preziosa. Perché proprio riflettendo sulla “ricerca della democrazia” in Iran, si può intraprendere un lungo e affascinante viaggio nei suoi ultimi e tumultuosi 150 anni.

Questo il senso di un libro del 2006 non ancora tradotto in italiano e divenuto un classico per chi segue l’Iran e le sue vicende politiche: Democracy in Iran: History And the Quest for Liberty di Ali Gheissari e Vali Nasr.

I due autori – analisti di origine iraniana residenti da tempo negli Usa – ripercorrono la storia dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 fino alle elezioni del 2005, quelle della prima elezioni di Mahmud Ahmadinejad.

In Iran – questo è l’assunto – lo sviluppo della democrazia accompagna in modo dialettico – e in alcuni casi contrasta – la formazione di uno Stato moderno.

Leggiamo:

In Iran, lo Stato non è stato il prodotto della guerra,  di una imposizione o del colonialismo. Il caso dell’Iran deve essere compreso nei suoi termini propri e nel contesto degli sviluppi socio-politici che lo hanno caratterizzato.

[L’Iran] è il primo e unico paese ad aver vissuto una rivoluzione islamica, il primo e unico paese ad aver vissuto in uno stato fondamentalista islamico, e il primo ad essere passato a una condizione di post fondamentalismo.

La democrazia è stata associata e confuse con nazionalismo, populismo, giustizia sociale e riforma religiosa.

La premessa degli autori è fondamentale:

E ‘importante collocare la rivoluzione del 1979 nel suo contesto storico: né fine né culmine di un processo storico, ma piuttosto come un interregno in un processo di state-building che ha avuto inizio nel 1905 ed è ancora in corso.

(…)

Dalla rivoluzione del 1979 molti studi hanno adottato la premessa che la rivoluzione si sia verificata in un momento teleologico che avrebbe dato senso a tutta la storia passata.

mentre

la rivoluzione e quello che seguì possono essere meglio compresi prestando attenzione alle dinamiche di concorrenza tra democrazia e ideologia nei decenni prima della rivoluzione. Capire quella dinamica aiuta anche a spiegare la trasformazione dell’Iran dal 1988.

(…)

Nato da una rivoluzione sociale, l’edificio teocratico della Repubblica Islamica ha comunque prodotto un regime autoritario pragmatico. Tale regime parla nella lingua dell’Islam, ma governa la società e l’economia in modi ben noti agli osservatori politici.

Il libro attraversa oltre un secolo di Storia e sarebbe arduo ora tracciarne tutti i passaggi rilevanti. Sono senza dubbio molto interessanti i capitoli dedicati agli anni Novanta e alle trasformazioni – soprattutto economiche e sociali – intervenute dopo la morte di Khomeini e con i governi Rafsanjani e Khatami. Così come viene dato u giusto peso alle elezioni del 2005, vero spartiacque nella storia elettorale della Repubblica islamica (non a caso, sono rimaste le uniche in cui si è dovuti ricorrere al ballottaggio per l’elezione del presidente).

In chiusura, una riflessione molto affascinante:

Un secolo dopo la Rivoluzione Costituzionale del 1906, l’Iran sta ancora cercando di divenire uno Stato democratico. È una questione aperta se l’Iran sia più vicino a questo obiettivo oggi di quanto lo sia stato in qualsiasi altro momento del secolo scorso.

La questione rimane più che mai aperta.

Tutta colpa di Ciro

Qualcuno ha detto che in Iran il passato è tutto. Quindi non c’è da stupirsi troppo se persino Ciro il Grande, il fondatore della dinastia degli Achemenidi (550 – 330 a. C.) sia divenuto argomento delle cronache politiche in questi ultimi giorni. La figura storica di Ciro meriterebbe di sicuro un lungo approfondimento.

Nella Bibbia, nel libro di Ezra, la costruzione del secondo tempio di Gerusalemme è raccontata attraverso le parole di Ciro: «Il Signore mi ha dato tutti i regni della Terra e mi ha incaricato di costruirgli una casa a Gerusalemme».

«Ascoltatemi in silenzio, isole, e voi, nazioni, badate alla mia sfida» (Isaia, 41,1). In risposta ai dubbi del popolo, il profeta annunzia un liberatore. È Ciro: «Dice il Signore: Sono io che ho fatto tutto, che ho dispiegato i cieli da solo, che ho disteso la terra. Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi. Io dico a Gerusalemme: Sarai abitata, e alle città di Giuda: Sarete riedificate. Io dico all’oceano: Prosciugati! Faccio inaridire i tuoi fiumi. Io dico a Ciro: Mio pastore; ed egli soddisferà tutti i miei desideri, dicendo a Gerusalemme: Sarai riedificata; e al tempio: Sarai riedificato dalle fondamenta».

Ciro è l’unico non ebreo a essere riconosciuto dalla Bibbia se non proprio come profeta, certo come liberatore provvidenziale. A Teheran una sinagoga è ancora oggi dedicata a Ciro.

A Ciro è attribuita anche la prima “Carta dei diritti umani della storia”. Nel cosiddetto “cilindro di Ciro”, un blocco di argilla scoperto nel 1878 a Babilonia dall’archeologo Hormuz Rassam, un’iscrizione in accadico cuneiforme è stata interpretata dagli studiosi come un manifesto per la tolleranza religiosa e la libertà dei popoli. Una copia del cilindro è simbolicamente custodita nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Dicono di lui

Qualsiasi tour turistico include una visita alla tomba di Ciro, a Pasargade. Orgoglio e simbolo di governo illuimnato ancora oggi per milioni di iraniani. L’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi si proclamava addirittura suo discendente e lo omaggiò nel 1971 nelle famose celebrazioni dei 2500 anni di monarchia (ne abbiamo parlato qui).

Subito dopo la rivoluzione del 1979 Sadeq Khalkhali, il famigerato giudice dei tribunali rivoluzionari, chiamato “ayatollah rosso” (perché apprezzato dal Partito comunista iraniano), o anche Kholkholi, “pazzo”, scrive un libro in cui critica ferocemente il passato preislamico dell’Iran e definisce Ciro il Grande «un tiranno, un bugiardo e un omosessuale».

La Repubblica islamica, tuttavia, non ha avuto e non ha nemmeno oggi un rapporto così nettamente ostile nei confronti della figura di Ciro.

Alcuni anni fa l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad sostenne che le azioni di Ciro erano una continuazione delle opere dei profeti. Sotto la sua presidenza, nel settembre 2010, la copia originale del già citato cilindro di Ciro venne “prestata” per quattro mesi dal British Museum al Museo Nazionale di Teheran.

Le polemiche di oggi

Come ogni anno, migliaia di iraniani si sono radunati presso la tomba a Pasargade in occasione della Giornata Internazionale di Ciro il Grande, che nel 2016 è stata celebrata venerdì 28 ottobre, un giorno in anticipo rispetto al tradizionale 29 ottobre, data dell’ingresso di Ciro a Babilonia (539 a.C.).

2016

Complice il giorno di festa (venerdì in Iran è come la nostra domenica), l’afflusso di persone è stato da record, con migliaia di persone accorse sul luogo già dalla sera precedente.

 

‌ «#تخت_جمشید یکی از آثار ارزشمند و بی‌نظیر از دوران کهن در این سرزمین است که نشان از #تمدن ديرين، #حکمت، خرد و مدیریت ملت بزرگ #ایران در کنار یکتاپرستی آن‌ها دارد.» ‌ بخشی از دست‌نوشته حسن روحانی در دفتر یادبود مجموعه تاریخی تخت جمشید، ۹۴/۲/۱۰. ‌ عکس از: حجت سپهوند ‌ تصویر و پست مرتبط منتشر شده در روز بازدید در سال گذشته: https://www.instagram.com/p/2FxRWVw96q/ ‌ #تخت_جمشید #پرسپولیس #پارسه #آپادانا #هخامنشیان ‌

Una foto pubblicata da Hassan Rouhani – حسن روحانی (@hrouhani) in data:

Sul proprio account Instagram il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato una propria foto a Persepoli con questo testo:

Persepoli è uno degli inestimabili e unici lasciti dell’antica storia di questa terra, che dimostra quanto siano antiche la civiltà, la purezza, la speranza e le virtù del grande popolo iraniano, nonché il suo monoteismo.

Fin qui tutto molto bello.

Senonché, pochi giorni dopo, l’Ayatollah Hossein Nouri-Hamedani, uno dei religiosi più autorevoli di Qom, ha criticato pubblicamente le celebrazioni di Ciro:

 

Lo scià diceva ‘ O Ciro, dormi in pace che vegliamo noi’. Ora, un gruppo di persone si sono riunite intorno alla tomba di Ciro e hanno pianto come si fa in genere per l’Imam Hossein. Anche al tempo di Khomeini un gruppo di persone iniziò a commemorare Ciro e Khomeini bollò queste persone come controrivoluzionari. (…) Chi è al potere è stato così negligente da permettere a queste persone di riunirsi?

Il 31 ottobre, il giorno dopo le dichiarazioni di Nouri-Hamedani, il procuratore della provincia di Fars ha annunciato l’arresto degli organizzatori della manifestazione di Pasargade. L’accusa formale non è stata resa nota, ma lo stesso procuratore ha parlato di slogan “anormali e offensivi”.

Tutta colpa di Ciro, evidentemente. Dopo più di 2500 anni il suo fantasma si aggira ancora per la terra di Persia.

L’Iran nell’era digitale

In L’Iran degli ayatollah nell’era digitale sono riassunte indagini sulla televisione satellitare, l’editoria, la stampa e internet in Iran, con inediti approfondimenti sul mondo dei social network e delle start-up. Seguendo lo sviluppo dei media in questi ambiti, in ognuno di essi si approfondisce la nascita e l’espansione della censura governativa, i mezzi cui ricorre la società per aggirarla e gli aspetti paradossali e contraddittori che emergono da questa interazione. Tanto da domandarci fino a che punto possiamo pensare l’Iran come una società chiusa, in cui i cittadini sono costantemente controllati e messi sotto pressione, e fin dove, invece, può estendersi il controllo del governo nell’era di internet e dei media globalizzati.

Collaborando con Small Media, il sito specializzato nell’analisi e l’approfondimento dell’universo mediatico iraniano, il team di Arab Media Report ha contribuito alla stesura del testo grazie al contributo di Antonello Sacchetti, all’editing di Giulia Ciatto e Valeria Spinelli e al coordinamento scientifico di Azzurra Meringolo.

Per scaricare la monografia in PDF: L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Di seguito, un estratto dell’introduzione di Antonello Sacchetti alla monografia.

Tra il regime islamico e le startup, gli ayatollah sui social network, la rivoluzione del 1979 e una popolazione odierna con una media di 28 anni di età, osservando l’Iran di oggi emergono degli aspetti singolari e delle contraddizioni che lo caratterizzano non solo sul piano sociale ma anche politico e culturale. Queste contraddizioni vengono sottoposte alla nostra attenzione dai mezzi d’informazione globali senza riuscire a ricostruire una quadro completo della Repubblica Islamica, lasciandoci confondere, da una parte, dalla narrativa dei negoziati sul nucleare e le conseguenze economiche catastrofiche delle sanzioni, dall’altra il dibattito sullo sviluppo delle connessioni 3G e 4G e dell’internet nazionale. Viene da domandarsi quale sia la vera faccia dell’Iran, se un paese in cui lo Stato è ancora al lavoro per mantenere viva la “morale islamica” come aspetto caratterizzante della vita pubblica e privata della società iraniana, in cui internet è ancora controllato e la televisione satellitare oscurata dai segnali di interferenza delle stazioni governative, oppure un paese nel pieno del boom tecnologico, i cui cittadini fanno uso di un’ampia schiera di piattaforme di social media per costruire vivaci comunità online. Nata dalla collaborazione con Small Media, il sito specializzato nell’analisi della censura, dei media e della libertà d’informazione in Iran, questa monografia è un progetto esclusivo e inedito in cui, attraverso la chiave di lettura dei mezzi di comunicazione di un paese che emerge così contraddittorio, si tenta di aprire una nuova narrativa, quella dell’Iran nell’era dell’informazione e delle telecomunicazioni.

Si potrebbe ipotizzare che raccontare l’Iran voglia dire, dunque, anche raccontare come i media abbiano raccontato e continuino a raccontare il paese. La cosiddetta “era della comunicazione” comincia – a livello mondiale – proprio quando in Iran nasce la Repubblica Islamica. I leader dei primi anni Ottanta – da Ronald Reagan negli Usa a Margareth Thatcher in Gran Bretagna, da Francois Mitterand in Francia allo stesso Ruhollah Khomeini in Iran – riconoscono ai mass media (e alla televisione in particolare) una centralità nuova, non più meramente strumentale. I media occupano ormai una parte importante nella vita delle persone e quindi dei popoli, non si limitano a “informarli”, ma li “formano” attraverso dinamiche e linguaggi in continua evoluzione. Quando nel 1983 la Repubblica Islamica decide di liquidare definitivamente il Partito comunista Tudeh, non si limita a processarne i leader, ma lo fa in diretta televisiva. I processi proposti in prima serata al pubblico iraniano servono ad elaborare, prima ancora che diffondere, una narrazione ufficiale della rivoluzione, estorta in questo caso attraverso la tortura e la coercizione e condivisa con le masse attraverso la tecnologia. (Si veda a tal proposito il saggio di Ervand Abrahamian, Tortured Confessions Prisons and Public Recantations in Modern Iran, Berkeley, University of California Press, 1999.

Da allora mezzi e linguaggi della comunicazione si sono trasformati radicalmente. Il sistema creato nel 1979 si è dovuto misurare, a più riprese, con scenari completamente inediti: con le televisioni satellitari all’inizio degli anni Novanta, con l’avvento di internet qualche anno più tardi, fino al boom dei social media e della telefonia mobile. Dalle audiocassette con i sermoni di Khomeini che sfuggivano ai controlli della polizia dello scià, siamo passati ai tweet della Guida Khamenei. Un bel salto, indubbiamente. Ma è un cambiamento che riguarda e spiazza, in fondo, un po’ tutti. Alcuni paesi europei, come l’Italia, faticano ancora ad assimilare un cambiamento che ha stravolto i parametri della vecchia comunicazione analogica. Sarebbe perciò un errore limitare lo sguardo sull’Iran a un semplice problema di controlli e censura.

In gioco c’è qualcosa di molto più vitale: l’identità stessa del paese, prima ancora che del sistema politico che lo governa. Proprio per la sua posizione geografica strategica, che lo pone esattamente nel mezzo tra Estremo Oriente e civiltà mediterranee, nel corso di tutta la sua storia l’Iran ha dovuto sempre fare i conti con un dilemma fondamentale: come sopravvivere senza rinunciare alla propria identità. È stato così con l’invasione araba nel VII secolo, con quella dei mongoli nel XIII, con il “Grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna e con la Guerra Fredda nel XX. Avvenimenti storici certamente drammatici e dolorosi, dai quali l’Iran è uscito trasformato ma mai stravolto nei propri caratteri fondamentali. Un esempio su tutti: la Persia è l’unico grande territorio conquistato dal califfato a non subire l’imposizione dell’arabo. Della lingua dei conquistatori viene adottato soltanto l’alfabeto, che sostituisce i vecchi ideogrammi del pahlavie rende più semplice la diffusione della scrittura.

Una delle parole d’ordine delle piazze del 1979 era esteqlal, “indipendenza”. Indipendenza innanzitutto culturale, di valori e di linguaggio. La rivoluzione non nasce come “islamica”, ma contro lo scià e contro la propaganda filo-statunitense. La gharbzadeghi, la “intossicazione da Occidente”, o “Occidentosi”, descritta nel 1962 dall’intellettuale ex marxista Jalal Al-e Ahmad, è innanzitutto un malessere culturale: “Siamo stranieri a noi stessi: è straniero quello che mangiamo e come ci vestiamo, sono straniere le nostre case, stranieri i nostri modi, i nostri libri e, quel che è più pericoloso, è straniera la nostra cultura. Cerchiamo di farci un’istruzione di stampo europeo e ci affanniamo per risolvere qualsiasi problema ci si presenti nel modo in cui lo farebbero gli europei.” Quella descritto da Jalal Al-e Ahmad era la gharbzadeghi degli iraniani; a distanza di cinquant’anni, sembra che anche molti osservatori occidentali soffrano di una sorta di autointossicazione che impedisce di accettare la diversità culturale e di valori alla base del modello politico proprio dell’Iran. Come giustamente ricordato in questa monografia, la Repubblica Islamica, nata dopo la rivoluzione del 1979, “si è definita più di ogni altra cosa in senso culturale”. Il che ha implicato un azzeramento iniziale del sistema precedente, con la chiusura delle università per due anni e una massiccia e rapida islamizzazione dei mass media, del sistema di istruzione e dei canoni estetici e di comunicazione. Canoni che, in questi 35 anni, sono cambiati completamente, in tutto il mondo.

E questa enorme, continua trasformazione ha certamente rappresentato un trauma per il sistema creato nel 1979, che ha dovuto confrontarsi, quasi di colpo, con strumenti e linguaggi del tutto inediti. Si pensi all’avvento delle antenne paraboliche, cominciate a spuntare sui tetti di Teheran nel 1991, in concomitanza con la Guerra del Golfo scatenata da Bush senior contro Saddam Hussein. L’Iran usciva da otto lunghissimi anni di guerra proprio contro l’Iraq. Anni di distruzione, morte e chiusura culturale. Per una straordinaria simmetria della storia, la fine della “guerra imposta” (luglio 1988) è seguita dalla morte dell’Ayatollah Khomeini (giugno 1989) e dalla fine della Guerra Fredda. Di colpo, l’Iran si ritrova in uno scenario completamente nuovo, impensabile soltanto pochi mesi prima. Le parabole per vedere le televisioni satellitari non sono solo un espediente per aggirare la censura dei media statali: sono il simbolo di una nuova epoca sociale. I ragazzi cresciuti sotto i bombardamenti di Saddam e la retorica propagandistica dei media della Repubblica Islamica, hanno adesso “fame di mondo”, vogliono vedere come si vive fuori dal loro paese. Il pretesto, la scintilla che accende questa passione per le antenne paraboliche, è vedere come l’arcinemico Saddam le busca dal “grande satana” (gli Usa). Ma poi le televisioni satellitari entrano nella dieta mediatica degli iraniani e non ne escono più, nonostante siano ufficialmente al bando.

Gli stessi organi di comunicazione della Repubblica Islamica sono stati costretti ad adeguarsi, a cercare di non perdere completamente il contatto con il pubblico. L’Irib (Islamic Republic of Iran Broadcasting), soprattutto negli ultimi anni, ha intrapreso un processo di modernizzazione notevole, proprio nel tentativo di mantenere la propria rilevanza in ambito culturale. All’interno dello stesso ministero della Cultura e della Guida Islamica, lavorano oggi giovani formatisi all’estero, che parlano perfettamente l’inglese e sono a loro agio con i nuovi strumenti digitali. Per rendersene conto, è sufficiente seguire gli account social del presidente Hassan Rouhani o della Guida Suprema Ali Khamenei. L’effetto è spesso sconcertante per un occidentale: commentare la politica internazionale con una citazione di un Imam sciita dell’XI secolo può in effetti sembrarci bizzarro. Ma è un nostro limite, più che una reale contraddizione. Lo stesso è accaduto con il web. I primi blog iraniani sono nati alla fine degli anni Novanta nelle scuole coraniche di Qom e solo dopo sono diventati talmente popolari da far divenire il persiano, per alcuni anni, la sesta lingua più usata nel web. L’universo dei blog iraniani – il cosiddetto Blogistan – va in crisi con le elezioni del 2009, le contestazioni da parte del movimento verde e la seguente repressione. Molti blog chiudono, altri non sono più aggiornati. Tutto ciò non dipende però soltanto dalla censura: il web si sta evolvendo, cominciano a diffondersi i social media e gli utenti iraniani si spostano su Facebook e Twitter. Dove si comincia a concentrare anche l’attenzione della censura. Anche da questo passaggio l’Iran è uscito trasformato e – in un certo senso – più moderno.

In anticipo di almeno due anni sulle cosiddette “primavere arabe”, durante le elezioni presidenziali del 2009 gli iraniani hanno dato vita a un movimento che ha utilizzato in modo sistematico i nuovi media e che ha svelato al mondo l’esistenza di un’opinione pubblica giovane e vivace. Dopo quella crisi, il modo di raccontare l’Iran non è stato più lo stesso. Ma anche la stessa Repubblica Islamica, nelle sue mille sfaccettature, è una “macchina che impara”. E che da quell’esperienza ha capito che non può rinunciare completamente se non al consenso, quanto meno alla partecipazione del popolo ai momenti decisionali. Come spiegare altrimenti l’esito delle successive elezioni del 2013? Non solo si prevedeva una bassa affluenza alle urne, ma nessuno o quasi avrebbe scommesso sulla vittoria del moderato Rouhani. Sono state decisive le ultime due settimane di campagna elettorale, condotta in modo magistrale dal candidato vincitore, soprattutto nel web e sui social in particolare. Nell’eterno confronto con la modernità – o meglio con i processi di modernizzazione – l’Iran adotta spesso una via indiretta, tortuosa. Il grande iranista italiano Alessandro Bausani parlava di “apparenti re-arcaizzazioni” attraverso le quali l’Iran riesce sempre a venire a capo dei momenti più critici. Forse non è poi così azzardato pensare all’intera esperienza della Repubblica Islamica come una grande reazione al processo di globalizzazione che proprio verso la fine degli anni Settanta diveniva evidente.

In questo lungo viaggio attraverso il problematico rapporto tra Repubblica Islamica e comunicazione, occorre sempre ricordare che in Iran la censura è un dato storico, nato molto prima della rivoluzione e intrinseco forse alla stessa concezione storica del potere politico. La richiesta di libertà di espressione e di democrazia degli iraniani di oggi, non è figlia soltanto dei 35 anni di Repubblica Islamica, ma affonda le proprie radici nel movimento politico che nel 1906 portò alla Rivoluzione costituzionale. L’Iran fu allora il primo paese musulmano a dotarsi di una Carta. Quel processo democratico non si è mai del tutto interrotto e rivive oggi in forme diverse, con strumenti, linguaggi e urgenze in continua evoluzione. Questa monografia si apre appunto con l’analisi dell’evoluzione generale della censura nella Repubblica Islamica. La scelta di porre le basi della regolamentazione dei media sull’Islam politico è stata la prima fonte di problemi controversi. Attraverso la descrizione del contesto ideologico da cui prende forma la Costituzione iraniana e delle leggi che regolano la libertà di espressione nel paese, il primo capitolo chiarisce il ruolo attribuito ai media nazionali quali armi da puntare contro le ingerenze straniere per combattere l’invasone culturale dell’Occidente, una paura alimentata dalla politica filoccidentale del regime Pahlavi. Con l’analisi dei testi legislativi, si fa invece luce sull’ambiguità normativa che vige nel paese e che rende l’azione della censura imprevedibile e discrezionale.

Per riportare la fumosità di queste norme alla realtà, nel testo sono riportati due esempi esplicativi di come agisce la censura in Iran: il caso del sito di informazione sull’innovazione digitale e tecnologica Narenji e quello della giornalista Marzieh Rasouli, arrestata e condotta nel carcere di Evin, nel luglio 2014,con l’accusa di aver diffuso propaganda antigovernativa. Nel secondo capitolo viene analizzato nel dettaglio il controllo che lo stato esercita su internet. Descritto come un “sistema triangolato”, in cui il governo adotta misure di prevenzione, intercettazione e reazione per esercitare la propria censura anche in rete e proteggere la natura islamica della repubblica, non solo si entra nel dettaglio nell’analisi degli strumenti di controllo (dai software per filtrare i contenuti internet al reindirizzo dns) e del palinsesto che forma i vari organi preposti a questo scopo sorti dopo le proteste del 2009, ma si affronta l’argomento anche da un’altra prospettiva, ovvero quella della società e dei mezzi utilizzati dai cittadini iraniani per aggirare le misure di controllo, come vpn e proxy. Grazie a delle infografiche, si è riusciti a riassumere il caotico quadro della censura su internet, ricostruendo il dedalo amministrativo di uno dei temi più incandescenti dell’Iran contemporaneo che ha portato la Repubblica Islamica a essere etichettata da Reporter Senza Frontiere come “uno dei dodici nemici di internet”. Un altro mezzo di informazione controverso e dibattuto è la televisione satellitare. Le prime parabole iniziarono ad apparire dopo la fine della guerra contro l’Iraq, all’inizio degli anni Novanta, e con esse una sfida che continua a mettere a dura prova la capacità di controllo del governo iraniano. Per questo nel terzo capitolo si approfondisce il ruolo che gioca la televisione di Stato, l’Irib, nel panorama mediatico nazionale e internazionale. Si fa qui luce sull’evoluzione della politica iraniana in merito alle parabole dalla loro comparsa sino ad oggi e la relazione con i canali satellitari in lingua persiana trasmessi in Iran e prodotti all’estero. Anche in questo ambito è descritta l’azione della censura e dei mezzi tecnologici con i quali il governo combatte la guerra dell’informazione contro “l’invasione culturale” dell’Occidente. Inoltre il capitolo è accompagnato da un’analisi dell’evoluzione della rappresentazione femminile nella televisione e nel cinema iraniani, con riferimenti alle attrici che hanno intrapreso atti di resistenza al codice di abbigliamento islamico. Conoscere l’evoluzione dei mezzi d’informazione iraniani vuol dire capire l’evoluzione della sua società. Un’affermazione che è sicuramente possibile riscontrare nell’uso che le minoranze religiose e sessuali iraniane hanno saputo fare di internet. Spesso vessate, discriminate o addirittura messe al bando, come la comunità baha’i, essere hanno sfruttato internet per rivendicare un proprio spazio in cui esprimere la propria identità. Con il quarto capitolo ci si addentra nella varietà di piattaforme online e satellitari in cui cristiani, ebrei, baha’i, lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) sono riusciti a ricavare un rifugio dalla repressione governativa e vivere la propria fede o la propria identità sessuale. Dalle messe trasmesse in tv dalla “Chiesa domestica” alle università clandestine baha’i online, dalle chat di incontri per Lgbt al contro attacco dei conservatori, l’analisi è ricca di esempi di come il governo e queste comunità clandestine si muovano fra tolleranza e illegalità. Il quinto capitolo è dedicato all’editoria che in fatto di censura rappresenta un ponte di continuità fra il regime Pahlavi e Repubblica Islamica. Questo capitolo si apre con l’eredità dell’epoca Pahlavi ripresa dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica (Mcgi) e spiega la sua azione nel campo culturale ed editoriale iraniano.

Come per l’approfondimento sulla televisione satellitare, anche in questo caso si è resa necessaria un’analisi del suo sviluppo durante le diverse presidenze che si sono succedute dal 1979 ad oggi, in termini legali, politici e sociali. Così si viene a conoscenza che in risposta a una stretta della censura sotto il governo di Ahmadinejad, gli editori iraniani si sono organizzati creando proprie piattaforme per ebook nel tentativo di aggirare la censura, mentre altri scrittori, incessantemente respinti dal Mcgi, hanno smesso di scrivere. L’ultima parte della monografia è interamente dedicata agli aspetti più recenti del panorama mediatico iraniano, ovvero i social media, le start-up e lo sviluppo della fibra ottica. Nelle più diverse esemplificazioni in cui questi temi si concretizzano in Iran, il raffronto con il governo attuale è costante. Rouhani all’alba della sua elezione, si è presentato come il candidato eletto dagli iraniani desiderosi di cambiamento. “Viviamo in un’epoca in cui limitare la circolazione delle informazioni è impossibile”, sono le parole con cui ha manifestato le proprie posizione in merito alla censura del regime, e dall’inizio del suo governo sono numerosi gli scontri con la Guida Suprema e i rappresentanti più conservatori sul cambiamento tanto desiderato dai suoi elettori, primo fra tutti quello del controllo governativo di internet.

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Le conseguenze della Rivoluzione iraniana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La vittoria della Rivoluzione islamica iraniana nel 1979 è considerata una delle più importanti rivoluzioni politiche internazionali degli ultimi tempi. Gli effetti sulla comunità islamica mondiale, la posizione strategica a livello internazionale dell’Iran e l’importanza del Golfo Persico e del Medio Oriente nello scacchiere mondiale hanno fatto sì che la Rivoluzione islamica fosse un fenomeno, un evento che non ha riguardato solo il popolo iraniano, ma ha avuto, e ha tutt’oggi, una influenza e una portata internazionali. Per questo motivo lo studio e l’analisi delle cause e delle motivazioni che stavano alla base della Rivoluzione islamica, del suo andamento e dei suoi risultati a livello di teoria e pratica politica nel campo delle relazioni internazionali, non sono solo importanti ma anche necessari, in particolare nel quadro degli effetti della Rivoluzione sulle teorie internazionali. A distanza di 36 anni dalla vittoria della Rivoluzione questo aspetto non sembra, infatti, essere stato ancora adeguatamente esplorato.

Probabilmente la ragione di una tale carenza di studi e ricerche su questo specifico aspetto risiede nell’incompatibilità dei principi della Rivoluzione e dei fattori che l’hanno portata al successo con le categorie interpretative del pensiero politico moderno, che non riescono a spiegare in maniera esaustiva e convincente tale evento, oppure nel rifiuto di impegnarsi in tal senso basato su una aperta ed esplicita opposizione, nel campo delle relazioni internazionali, nei confronti della Rivoluzione islamica stessa.

Una corrente di studiosi e intellettuali ritiene che la Rivoluzione islamica sia priva di ogni genere d’influenza effettiva nel campo delle relazioni internazionali, mentre un’altra non solo afferma che questa influenza ci sia stata, ma che è stata anche notevole. Una terza corrente è quella che ha, da una parte, approcciato la Rivoluzione islamica attraverso la presentazione dei principi, delle dottrine spirituali, delle norme etiche che ne stanno alla base, e solo in ultimo del suo ordinamento politico e sociale, e dall’altra ha illustrato in che modo la visione politica dell’Islam, il “risveglio” islamico e il rafforzamento dei movimenti islamici hanno avuto un ruolo fondamentale nell’indebolire le stesse radici culturali e filosofiche e le basi teoriche del pensiero politico moderno nel campo delle relazioni internazionali e far rifiorire e rafforzare, di contro, una visione spirituale e religiosa dell’esistenza e quindi anche della politica stessa.

Bisogna considerare che i legami tra le teorie delle relazioni internazionali e la Rivoluzione islamica iraniana non sono solo diretti, bensì le idee, i pensieri e gli obiettivi della Rivoluzione hanno prodotto dei mutamenti che hanno influenzato le relazioni internazionali anche in modo indiretto.

Lo sviluppo degli ideali della Rivoluzione nelle relazioni internazionali e l’Islam politico

La Rivoluzione islamica non ha solo avuto un’influenza sulle analisi tradizionali incentrate sull’andamento e lo sviluppo delle rivoluzioni, bensì ha anche rafforzato gli studi sull’influenza delle rivoluzioni sulle politiche estere e le relazioni internazionali.

Questo nuovo approccio si è focalizzato su due aspetti della Rivoluzione islamica.

Il primo è incentrato sulla modalità dell’influenza della Rivoluzione islamica sulla politica estera avente come attore un “governo rivoluzionario”. Ad esempio, Fred Halliday, attraverso l’analisi delle politiche estere dei paesi rivoluzionari, ha studiato il ruolo delle grandi rivoluzioni nelle relazioni internazionali, sottolineando come la più grande particolarità delle politiche estere dei paesi rivoluzionari come la Repubblica Islamica dell’Iran è la loro internazionalità, ossia il perseguimento di obiettivi che vanno oltre i meri interessi nazionali. I paesi rivoluzionari, in altre parole, cercano di modificare e riformare l’ordine internazionale vigente. Halliday pensa che la Rivoluzione islamica presenti un aspetto di internazionalità addirittura maggiore di quello di altre rivoluzioni come quella Russa e Francese, per cui gli obiettivi ideologici relativi all’ordine mondiale hanno una posizione particolare nella politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran (cfr. F. Halliday, Revolution and world politics, Basingstoke, Palgrave, 1999).

Il secondo aspetto studiato è la modalità dell’esportazione della Rivoluzione in altre società e contesti culturali. Diversi studiosi hanno cercato di analizzare l’influenza della Rivoluzione islamica, e questa letture teoriche si sono sviluppate soprattutto intorno all’esportazione della Rivoluzione islamica e dei suoi ideali negli altri paesi musulmani, e sono diverse le visioni e le ipotesi analizzate e presentate relativi all’identità, al significato, al concetto, alla politica e ai mezzi per la diffusione e l’esportazione della Rivoluzione islamica stessa. Per chi volesse approfondire questo aspetto, ricordiamo il libro curato da John L. Esposito e R.K. Ramazani, intitolato Iran at the crossroads (Palgrave Macmillan, 2000), nel quale alcuni studiosi ed esperti iraniani, europei ed americani analizzano le conseguenze e l’evoluzione della Rivoluzione Islamica. (Cfr. Ramazani, Revolutionary Iran: Challenge and Response in the Middle East, 1987; Esposito, The Iranian Revolution: Its Global Impact, 1990)

Dopo la vittoria della Rivoluzione islamica, il ruolo dell’Islam come “attore” politico che può influenzare la politica estera e le relazioni internazionali ha subito una forte valenza e ha causato forti “tensioni” nelle visioni ormai consolidate che regolano le relazioni internazionali. Vediamo quindi alcune interpretazioni e analisi del fenomeno “Islam politico”.

Secondo alcuni, l’Islam politico si svilupperebbe dall’incapacità delle visioni principali di gestire le relazioni internazionali, per cui esso viene considerato solamente come una reazione meramente politica nei confronti dell’innovazione culturale e della modernità, una ridefinizione secondaria degli interessi materiali e un tentativo di ravvivare tradizioni ormai anacronistiche (Cfr. Elizabeth Shakman Hurd, “Political Islam and International Relations”, American Political Science Association, Philadelphia, September 2006).

Su questa scia lo studioso e accademico Fred Halliday considera la nascita e l’ascesa dell’Islam politico come un effetto del rifiuto della modernità unito a un nazionalismo politico estremista (Cfr. F. Halliday, The Middle East in International Relations. Power, Politics and Ideology. Cambridge: Cambridge University Press, 2005; ed. it.: Il Medio Oriente – potenza, politica e ideologia, Vita e Pensiero 2007), e lo scienziato politico Bassam Tibi considera l’Islam politico come una reazione all’ordine secolare liberale dell’Occidente in un quadro di ribellione generale contro i “valori” politici e culturali occidentali al fine di istituire un ordine islamico internazionale (Cfr. B. Tibi, “Post-Bipolar Order in Crisis: The Challenge of Politicised Islam.” Millennium 29, no. 3 (2000): 843-860).

John L. Esposito, invece, considera la sconfitta di ideologie secolari quali il nazionalismo e l’arabismo come la causa principale per il ravvivamento dell’Islam politico, che tende a presentare l’Islam come il simbolo, l’esempio, il punto di riferimento nelle questioni riguardanti le relazioni internazionali.

Infine, lo storico Roger Owen considera l’Islam politico come una reazione alla sconfitta delle ideologie e delle soluzioni ambiziose del secolarismo che alcuni regimi in via di sviluppo del mondo islamico hanno utilizzato per legittimarsi (R. Owen, State, Power and Politics in the Making of the Modern Middle East, Routledge 2004).

In breve, elemento comune di queste analisi è che l’Islam politico nascerebbe dalla reazione dei paesi e delle società islamiche alla modernità e alla loro precaria situazione politica ed economica, considerata profondamente ingiusta. Certo, è innegabile il ruolo di questi fattori nella nascita dell’Islam politico, però non possono essere considerati come gli unici fattori. Secondo Elisabeth Shakman Hurd, l’Islam politico è un tentativo moderno di dialettica politica che finisce per scontrarsi con le teorie principali presentate dal liberalismo e dal secolarismo, che relegano la fede e il governo al di fuori dell’ontologia e dell’epistemologia (Shakman Hurd, cit.). L’Islam però è un qualcosa di molto più ampio, variegato e complesso che non può certamente essere così delimitato, che può fornire dei modelli validi anche nel campo delle relazioni internazionali.

La nascita dell’Islam politico come fattore determinante nelle relazioni internazionali mina le basi e le visioni principali di tutte le dottrine di natura laica e secolare riguardanti le relazioni internazionali, che in qualche modo negano l’influenza della religione negli sviluppi e nei rapporti internazionali, anche perché nessuno di queste visioni riconosce il ruolo fondamentale della religione nella politica internazionale. Il paradigma “realista” classico e strutturale in generale nega il ruolo, che a noi appare però evidente, degli elementi e delle strutture non materiali, delle idee e delle visioni di natura religiosa e spirituale nella politica estera e nelle relazioni internazionali. I paesi “liberi” da influenze, valori e condizionamenti di tale natura cercano di perseguire i propri interessi di natura meramente umana e materiale, quindi è inevitabile che l’Islam finisca per essere considerato come un impedimento, un fastidioso ostacolo davanti al perseguimento dei propri interessi nell’ordine internazionale ormai scivolato nell’anarchia.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

I seguaci del pensiero liberale e del neoliberalismo istituzionale difendono valori come la “pace” e la “democrazia” e riconoscono il ruolo indipendente dei valori nelle relazioni internazionali, però insistono esclusivamente sui valori liberali come fattori stabilizzanti del sistema internazionale.

La scuola di pensiero britannica delle teorie delle relazioni internazionali, che può essere considerata una via di mezzo tra il liberalismo e il realismo, cerca di mettere insieme i principi e le teorie di questi due paradigmi, ma si trova comunque in difficoltà nell’identificare e definire il ruolo dell’Islam politico. Al contrario delle pretese e delle aspettative suscitate da questo pensiero, la società internazionale basata sui valori comuni si trova di fatto davanti alla sfida dell’Islam politico che si fonda  su principi e valori differenti (cfr. T. Dunne, Inventing International Society: A History of the English School, Basingstoke, Macmillan, 1998).

Di fronte a questo stato di cose, la presenza di diverse forme di Islam politico come fattori importanti nella politica internazionale costituisce l’occasione buona per rivedere e riformare i principi e le ipotesi su cui si basano le visioni politiche secolari relative alle relazioni internazionali, affinché questa visione predominante possa ridefinire il concetto stesso di “politica” nel dialogo con civiltà, culture e soggetti politici non occidentale e non secolari. Il pensiero predominante nelle relazioni internazionali basato sul laicismo e il secolarismo riconosce solamente se stesso e si autoassegna qualità di “correttezza” e “neutralità”, mentre altri pensieri e visioni che non sono in conformità con questo pensiero sono considerati “errati”. Ma è proprio questo l’ostacolo più importante che impedisce la comprensione e soprattutto l’accettazione di altri pensieri e visioni del mondo.

Osservazioni sul ruolo dei movimenti islamici nelle relazioni internazionali

 Lo sviluppo, l’espansione e il rafforzamento dei movimenti islamici causati dalla vittoria della Rivoluzione islamica hanno, da una parte, creato una grande sfida teorica per il pensiero dominante nelle relazioni internazionali, e dall’altra parte hanno offerto l’occasione migliore per riformare queste stesse teorie e adeguarle allo stato reale delle cose e ai nuovi equilibri sorti nelle relazioni internazionali.

 Questa sfida ha raggiunto un livello ancora più alto dopo la tragedia dell’11 settembre, la salita al potere di Hamas in Palestina, la guerra dei 33 giorni in Libano e la guerra dei 22 giorni a Gaza, soprattutto perché in tutti questi casi i movimenti islamici si ponevano al centro delle relazioni internazionali.

 Alcuni pensatori credono che, così come la fine della Guerra Fredda abbia innescato delle riforme negli assetti teorici e pratici esistenti, così il ruolo dei movimenti islamici in ambito internazionale garantirà necessariamente la riformulazione delle dottrine e il sorgere di nuove teorie al riguardo.

 Vi sono tre caratteristiche dei movimenti islamici che, a livello internazionale e regionale, hanno avuto un riflesso considerevole nelle opinioni e nella letteratura teorica delle relazioni internazionali:

  1. questi movimenti sono “attori” non governativi,
  2. la religione e i principi di ordine spirituale hanno un ruolo determinante nella definizione, nell’espansione e nello sviluppo del loro obiettivi
  3. rilevanti sono il fattore educativo e le motivazione etiche di questi movimenti nel perseguire obiettivi di natura non materiali.

Le diverse concezioni della Religione

Indubbiamente, uno dei più importanti risultati, possiamo dire il messaggio centrale della Rivoluzione islamica, è stato quello di conferire un ruolo importante, anzi fondamentale, alla religione nelle relazioni internazionali. Ciò in quanto la Rivoluzione islamica ha portato alla fondazione di una Repubblica Islamica che è basata sugli insegnamenti religiosi e spirituali, e grazie alla Rivoluzione islamica i movimenti islamici sono stati rafforzati e intervengono in modo determinante nelle relazioni internazionali. Alla fine questi sviluppi hanno fatto sì che l’Islam divenisse, nell’ambito delle relazioni internazionali, una forza attiva e l’alternativa principale, se non il punto di riferimento imprescindibile, per una parte consistente del mondo.

 Il ritorno della religione come fattore decisivo e determinante nelle relazioni internazionali ha dunque lanciato una sfida alla teoria delle relazioni internazionali, dato che, come abbiamo visto, le basi e i valori di riferimento delle teorie e delle visioni nel campo delle relazioni internazionali si rifanno al laicismo e al secolarismo.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

Le diverse teorie che trattano le relazioni internazionali nell’analizzare e nel giustificare la presenza della religione nei rapporti e negli sviluppi delle relazioni internazionali, hanno assegnato alla religione una posizione diversa in base alle diverse interpretazioni della “religione” stessa. Vediamone quindi alcune di queste interpretazioni:

1.  Secondo una prima concezione di religione, vi sono “esperienze” che non solo generano la fede in Dio, ma la giustificano allo stesso modo in cui le intuizioni auto-evidenti giustificano i principi scientifici. La religione comprenderebbe dunque i credi concernenti l’esistenza che non è condizionata dal creato, credi basati sulla presenza di un Creatore, di forze soprannaturali e metafisiche che gestiscono o influenzano alcuni aspetti della vita dell’uomo che lui non riesce a gestire. (cfr. R. Clouser, Knowing with the Heart: Religious Experience and Belief in God, 2007).

2. La religione viene definita come l’insieme dei comportamenti dei fedeli uniti attorno a un credo, per cui la fede viene descritta così come si manifesta nella società e non come un fattore trascendente, ideologico e immateriale.

3.  La religione viene spiegata nel quadro di concetti come “civiltà”, “cultura” e “identità”.

4. La religione viene considerata come una “dialettica politica” che comprende una serie di concetti logicamente collegati, proprio come un sistema che dà senso ai fenomeni sociali e fornisce loro la possibilità di realizzarsi.

5.  La religione viene considerata come una “struttura analitica” per evidenziare i credi e i comportamenti nelle relazioni internazionali. (cfr. Scott M. Thomas, The global Resurgence of Religion and the Transformation of International Relations, Palgrave Macmillan 2005).

 Le teorie presentate che trattano la religione, per quanto riguarda le relazioni internazionali, vengono inserite in cinque collegamenti logici tra la “religione” e le “relazioni internazionali”:

  1. Religione come una “minaccia per la sicurezza”
  2. Religione come “parte culturale” delle relazioni internazionali
  3. Religione come “base” delle relazioni internazionali
  4. Religione come “dialettica”, “sistema” che governa le relazioni internazionali
  5. Religione inserita nel quadro “teologico” politico internazionale.

Conclusione

La Rivoluzione islamica dell’Iran è stata una rivoluzione internazionale che ha avuto notevoli riflessi teorici e pratici nelle relazioni internazionali. Negli ultimi decenni è stata analizzata e discussa l’influenza “pratica” della Rivoluzione islamica dell’Iran, però i riflessi “teorici” non sono stati ancora considerati o esplorati in maniera adeguata, anche se l’influenza diretta o indiretta della Rivoluzione nel campo delle teorie delle relazioni internazionali è innegabile. Probabilmente non vi sono relazioni “dirette” tra la Rivoluzione islamica e gli sviluppi teorici delle relazioni internazionali, però molti studiosi confermano quantomeno una influenza indiretta.

I riflessi teorici della Rivoluzione islamica dell’Iran, in particolare attraverso la presentazione dell’Islam politico, hanno rafforzato il progresso dei movimenti islamici e il loro ritorno nel campo della politica internazionale, fattori che hanno lanciato anche sfide per le teorie correnti nell’ambito delle relazioni internazionali. Queste influenze teoriche si possono riassumere così:

  1. Riconoscimento del ruolo attivo di enti non governativi e delle loro idee come motivazioni decisive e fattori determinanti nella gestione delle relazioni internazionali;
  2. Il ruolo della religione come base su cui fondare le strutture internazionali;
  3. La maggiore attenzione da riporre al ruolo dei “valori religiosi” e dei “principi spirituali” nell’instaurazione, nell’evoluzione e nell’integrazione delle relazioni internazionale e sociali.

L’influenza teorica più importante della Rivoluzione islamica è stata quella di smascherare la carenza e l’insufficienza del dialettica secolare nelle relazioni internazionali, anche perché gli effetti e gli influssi della Rivoluzione sfidano, come detto, i principi stessi della teoria del dialogo secolare.

Il secolarismo garantisce la distinzione della religione dalla politica. La netta e chiara separazione della religione dalla politica è una delle caratteristiche più importanti del secolarismo. Il secolarismo nelle relazioni internazionali significa non considerare il ruolo della religione come un fattore importante nella gestione degli affari internazionali. Basare le relazioni internazionali sul secolarismo vuol dire raggiungere obiettivi come potere, sicurezza, ricchezza, pace e stabilità privi di moventi e connotazioni religiosi, e impedire che la religione diventi un fattore importante (Cfr. Shakman Hurd, The Political Authority of Secularism in international relations, Princeton 2008; Ashis Nandy, “The Politics of Secularism and The Recovery of Religious Tolerance” in Secularism and Its Critics, ed. Rajeev Bhargava, Delhi: Oxford University Press: 1998; John L. Esposito. “Islam and Secularism in the Twenty-First Century” in Islam and Secularism in the Middle East, eds. Azzam Tamimi and John L. Esposito, New York: New York University Press, 2000). Uno dei principi più importanti del secolarismo nelle relazioni internazionali è quello di considerare lo stato laico come avente il potere esclusivo di governare un paese, quindi dopo che il secolarismo diviene il fattore fondante del potere in un paese lo stato laico diventa l’unica struttura che governa ufficialmente il paese. La vittoria del secolarismo vuol dire la sconfitta della politica basata sulla religione e i suoi principi. In questo caso le autorità del paese evitano l’intervento della religione negli affari politici e rinunciano agli obiettivi che la religione persegue, come la promozione dei valori religiosi e dei principi spirituali all’interno del paese, e alla fine, con la scusa della libertà e del pluralismo religioso, impediscono o tendono a limitare per quanto possibile l’intervento dell’autorità religiosa negli affari politici del paese.

L’istituzione e la stabilizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran e il rafforzamento dell’Islam politico, che cerca di istituire un governo islamico anche in altre società islamiche, sfida seriamente la dialettica secolare e i suoi principi, perché il governo islamico è costituito dalla sovranità politica fondata sui principi eterni e universali della religione. Il governo islamico, oltre a seguire i suoi interessi nazionali, cerca di espandersi al fuori dei suoi confini geografici e culturali. Il ruolo dell’autorità religiosa è fondamentale negli affari politici del paese e alla fine, nel quadro dell’ordine politico sociale islamico, il fattore più importante per i musulmani è l’identità e la fedeltà della politica all’Islam. Inoltre, la conservazione dell’identità islamica e del benessere spirituale oltre che materiale del popolo diventano l’interesse principale dello stato, e le frontiere geografiche e culturali non possono limitare la politica estera: solamente il credo e la dottrina che si seguono definiscono il confine, e lo stato islamico ha il dovere di perseguire gli interessi di tutti musulmani.

 

Gh.Ali  Pourmarjan

Consigliere Culturale e Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’ Iran a Roma

Fabbrica dei martiri

Fabbrica dei martiri

Abbiamo parlato altre volte dei murales di Teheran e delle altre città iraniane. Nel 2008 Camilla Cuomo e Annalisa Vozza hanno realizzato un documentario molto interessante intitolato “Fabbrica dei martiri” e coprodotto da Fabrica e RSI – Radiotelevisione Svizzera.

Il documentario racconta l’Iran attraverso i giganteschi murales commissionati e sponsorizzati dal governo, che ricoprono i muri di interi palazzi. Dipinti che fanno parte della campagna propagandistica iniziata ai tempi della Rivoluzione del 1979 e tenuta viva ancora oggi.

GUARDA IL  DOCUMENTARIO (55′ CIRCA)

Limbert e Khamenei

Limbert e Khamenei

Ogni tanto la Storia fa delle strane piroette. Era il novembre 2009 quando sul sito della Guida Ali Khamenei venne pubblicato questo video. Siamo in piena crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran. L’attuale Guida Suprema Khamenei – allora vice ministro della Difesa – parla con uno degli ostaggi, John Limbert.

Limbert, sposato con un’iraniana, parla un ottimo persiano e dà vita con Khamenei a un dialogo in perfetto stile iraniano.

Khamenei gli chiede se stanno bene, se i bagni sono puliti, se il vitto è buono. Limbert ringrazia, dice che va tutto bene. C’è solo un problema: la grande ospitalità degli iraniani, che non ti lasciano mai andare via, nemmeno quando è tardi e tu dovresti andartene.

Khamenei annuisce, incassa e rilancia:  quando gli Usa rimanderanno lo scià in Iran in modo che il governo rivoluzionario lo possa processare, gli ostaggi potranno tornare a casa.

Mmebro del National Iranian American Council , organizzazione che cura gli interessi della comunità irano-americana, Limbert ha scritto nel 2009 Negotiating with Iran: Wrestling the Ghosts of History, libro poco conosciuto in Italia.

 

 

Bazargan, il rimpianto

Raramente mi è capitato di ascoltare giudizi così unanimi su un uomo politico del passato. Mehdi Bazargan, primo premier dell’Iran rivoluzionario, suscita ancora oggi parecchi rimpianti in molti iraniani. Recentemente, in una libreria di Teheran, sfogliavo una sua biografia. Un mio amico iraniano ha osservato la foto in copertina e ha sussurato: “Oggi avremmo tanto bisogno di politici così”. In un’intervista di alcuni anni fa, la scrittrice Azar Nafisi ammise: “Subito dopo la rivoluzione eravamo giovani e irruenti. Criticavamo di continuo Bazargan, che invece era un ottimo statista. Fummo davvero stupidi”.

Nato nel 1907 a Teheran da famiglia azera, Bazargan studiò ingegneria all’École Centrale des Arts et Manufactures di Parigi, Bazargan fu il responsabile del primo dipartimento di ingegneria dell’Università di Tehran negli anni 1940. Divenne poi il responsabile della raffineria di Abadan e della NIOC (Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio) quando Mossadeq nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Compan nel 1951.

Dopo il colpo di Stato made in CIA che sancì la fine dell’esperienza di Mossadeq, Bazargan fu tra i fondatori del Movimento di Liberazione dell’Iran, il cui programma ricalcava in parte quello del Fronte nazionale di Mossadeq. La sua attività politica gli procura diversi arresti, nonostante lui non metta in dubbio la legittimità del ruolo dello scià.

Il 16 gennaio 1979 lo scià Reza Pahlevi scappa dall’Iran. Il 5 febbraio Bazargan diviene presidente del governo provvisorio. Musulmano praticante, ma politicamente liberale, Bazargan comincia a entrare in contrasto con Khomeini al momento della stesura del testo costituzionale. Da laico, capisce che l’istituzione dell’Assemblea degli Esperti condiziona l’intero impianto della nuova repubblica.

La rottura con Khomeini avviene con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana. Quando capisce che la Guida sostiene gli studenti che hanno sequestrato il personale diplomatico, Bazargan e il suo governo si dimettono (5 novembre 1979).

Non è però un addio completo alla vita politica: viene infatti eletto nel primo parlamento (majles) della Repubblica islamica e non smetterà di sostenere le proprie ragioni per un’evoluzione democratica del sistema politico iraniano. Nel novembre 1982 scrive infatti una lettera aperta all’allora presidente del parlamento Akbar Hashemi Rafsanjani, in cui accusa esplicitamente il governo di aver creato “un’atmosfera di terrore, paura, vendetta e disgregazione nazionale”.

Nel momento peggiore della repressione e dei processi farsa trasmessi in tv, Bazargan dichiara pubblicamente che una sua eventuale confessione di tradimento sarebbe da ritenere falsa perché estorta sotto tortura.

Nel 1985 prova a correre per le presidenziali, ma il Consiglio di Guardiani boccia la sua candidatura.

Muore di infarto il 20 gennaio 1995.

Il curioso caso di Hamid Aboutalebi

Hamid Aboutalebi

Dopo 35 anni la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa di Teheran continua a rappresentare un ostacolo per la normalizzazione dei rapporti tra Iran e Stati Uniti.

L’Iran ha infatti nominato ambasciatore alle Nazioni Unite Hamid Aboutalebi, classe 1957, consigliere del presidente Hassan Rouhani, diplomatico di lungo corso, già ambasciatore in Italia (1988-1992), Australia, Belgio e Unione europea.

Aboutalebi ha conseguito un dottorato in sociologia presso una università cattolica in Belgio, parla perfettamente inglese e francese, sembra possedere tutti i requisiti necessari a un ruolo importante come quello di ambasciatore all’Onu.

Il problema è che l’ONU ha sede a New York e Aboutalebi ha partecipato – in modo marginale – al sequestro degli ostaggi dell’ambasciata americana a Teheran nel 1979.

Non era parte del gruppo che penetrò nell’ambasciata e prese in ostaggio i funzionari, ma fece da interprete in alcune occasioni, proprio in virtù della sua conoscenza dell’inglese.

In un’intervista rilasciata in Iran a metà marzo , Aboutalebi ha ammesso di aver fatto da interprete per il rappresentante speciale del Vaticano che visitò l’ambasciata durante la crisi e di aver partecipato – sempre come interprete – alla conferenza stampa che si svolse due settimane dopo l’inizio della crisi nella quale i sequestratori annunciarono la liberazione di 13 ostaggi. Aboutalebi ha sottolineato che la sua partecipazione a quegli eventi era mossa esclusivamente da “motivazioni umanitarie”.

 

Gli Usa negano il visto

Queste spiegazioni non sono però bastate agli Stati Uniti, che hanno negato il visto di ingresso ad Aboulatebi. La ferita di quei 444 giorni è ancora ben viva nell’opinione pubblica Usa ed è facile per i politici contrari alla distensione con Teheran, fare leva sull’orgoglio nazionale.

Teheran, dal canto suo, si rifiuta di nominare un altro ambasciatore, sottolineando il fatto che in passato Aboutalebi si è recato senza problemi alla sede dell’ONU di New York.

Le proteste iraniane

In una lettera al Comitato delle Nazioni Unite per le relazioni con il Paese ospitante, la missione permanente dell’Iran ha chiesto una riunione speciale per affrontare la questione, sottolineando come la mossa di Washington sia contro le leggi internazionali. Il diretto interessato ha nel frattempo aperto un account Twitter e nel suo finora unico cinguettio ha accusato (in persiano) gli Usa di voler “creare un nuovo predente legale” e di “mettere sotto i piedi le leggi internazionali”.

 

Studenti prima, riformisti poi

L’aspetto curioso di tutta questa vicenda è che la maggior parte degli Studenti Islamici Seguaci della linea dell’Imam, il gruppo che occupò l’ambasciata e tenne in ostaggio i 52 funzionari per 444 giorni, sono oggi politicamente classificabili come “riformisti”, pronti al dialogo e all’apertura verso l’Occidente. L’esempio più noto è quello di Massoumeh Ebtekar, all’epoca portavoce degli occupanti, ribattezzata dai media Usa “sister Mary”, “sorella Maria”, per il chador nero con cui appariva sempre davanti alle telecamere. Oggi la Ebtekar è vicepresidente di Rouhani e guida l’Agenzia per la protezione ambientale.

“La storia non è poi la devastante ruspa che si dice”, diceva Eugenio Montale.

 

 

Iraniani in Italia

Antonello Sacchettu

Tg2 Insieme dell’11 febbraio 2014 dedicata alla comunità iraniana residente in Italia. Ospiti in studio: Parisa Nazari, Abolhassan Hatami e Antonello Sacchetti. 

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La rivoluzione? È un videogioco

1979 revolution Khonsari

Non sapevo che il regista del popolarissimo e contestatissimo videogioco Grand Theft Auto (meglio noto come GTA) fosse di origine iraniana: si chiama Navid Khonsari  . La sua famiglia ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione del 1979 e si è trasferita in Canada.

Khonsari ha firmato alcuni dei videogame più venduti e apprezzati degli ultimi anni (le varie GTA, Max Payne) e ora si appresta a lanciarne uno ambientato proprio in Iran nei giorni della rivoluzione del 1979. La sua società, Inkstories , ha realizzato un prototipo e attraverso la piattaforma Kickstarter, sta raccogliendo fondi per realizzare il primo episodio, intitolato Black Friday, chiaramente inspirato al tragico venerdì nero, quell’8 settembre 1978 in cui le truppe dello scià fecero strage di manifestanti nelle strade di Teheran.

Khonsari Revolution 1979

Non mancano già le polemiche, anche perché il videogioco si ripromette di “riscrivere la storia”. Potrebbe essere anche un esperimento interessante, ma il rischio di strumentalizzazioni politiche – stile Argo – è altissimo.

Ad ogni modo, dobbiamo prendere atto che anche questa è una forma di narrazione e un possibile canale di divulgazione. O di mistificazione. Non serve a niente fare finta che sia “solo un gioco”.

Intervista a Khonsari su Al Monitor (in inglese)

La pagina del progetto su Kickstarter (in inglese)

Iran 1979

Trent’anni sono tanti. Come giudicare in modo obiettivo un fenomeno che appartiene ormai alla storia? Che cosa rimane della rivoluzione iraniana del 1979? In un incontro a Roma nel 2009 l’hojatoleslam (esperto di Islam di grado appena inferiore a quello di ayatollah) Hassan Jusufi Eshkevari ha provato a tracciare un bilancio di questi 30 anni.

Scrittore e giornalista, rivoluzionario della prima ora, Eshkevari ha conosciuto il carcere sia sotto lo scià sia sotto la Repubblica islamica. Venne arrestato nel 2000 dopo aver partecipato a un convegno a Berlino nel quale venne messo in discussione il principio della velayat-e faqih, cioè del “governo del giureconsulto”, il cardine della costituzione iraniana. Accusato di attentato alla sicurezza nazionale, Eshkevari venne condannato dal Tribunale rivoluzionario per il clero a sette anni di carcere, ridotti poi a quattro e mezzo. Uscito di galera nel febbraio 2005, vive oggi a Chiusi (Siena) grazie al sostegno dell’International Pen Writers in Prison Committee.

Un bilancio sospeso

Oggi Eshkevari appare un uomo provato dalle sofferenze, ma pacatamente convinto delle sue idee. In maglione, senza turbante, comincia il suo intervento con il tradizionale ”Be name Khoda”, ”Nel nome di Dio”, formula con cui in Iran devono cominciare tutti i discorsi pubblici. Il suo bilancio di 30 anni di Repubblica islamica si basa sui 5 grandi obiettivi che la rivoluzione si poneva:

1- Libertà. In tutti i campi, con l’eliminazione di ogni tipo di censura.

2- Indipendenza. Iran unito e non più sottomesso alle potenze straniere.

3- Democrazia e partecipazione del popolo alla vita politica.

4- Sviluppo e modernizzazione.

5- Giustizia sociale.

Cosa è stato realizzato di questi punti? Libertà e democrazia sembrano ancora lontane. Più complesso il discorso per quanto riguarda lo sviluppo e la giustizia sociale. Forse l’unico obiettivo centrato in pieno è l’indipendenza (estghlal). Ma non sarebbe nemmeno corretto affermare che la rivoluzione è stata un fallimento totale. Cerchiamo quindi di guardare all’Iran senza i paraocchi del pregiudizio ideologico e cercando il più possibile di calarci nel contesto locale. Di Iran si parla sempre a proposito del programma nucleare e del suo controverso presidente. L’Iran come problema, in poche parole. Siamo ormai abituati a vedere la Repubblica islamica come istituzione identitaria e permanente di quel Paese, quasi facesse parte della sua geografia e a Teheran governassero da sempre i “turbanti”. Questo anche perché oggi la maggior parte degli iraniani (circa il 70 per cento dell’intera popolazione) è nata dopo la rivoluzione e non ha una memoria diretta della cacciata dello scià e dell’avvento di Khomeini. Per noi occidentali, l’errore più grave è considerare l’Iran un monolite di estremismo “fondamentalista”. Quando poi ci capita di visitare Teheran rimaniamo sempre colpiti dalla differenza tra ciò che vediamo e quello che abbiamo appreso dai mass media. L’Iran è un Paese giovane, mediamente più istruito, più aperto e più moderno di tutti gli altri Paesi mediorientali. Definirlo “regime degli ayatollah” è molto sbrigativo e non serve a rispondere a un quesito basilare: perché quel sistema politico resiste, nonostante sia in crisi evidente ormai da anni? Per provare a dare una spiegazione è necessario un passo indietro.

L’ultima (e strana) rivoluzione del Novecento

Lo scià governava con il terrore un Paese profondamente ingiusto: i profitti del boom petrolifero erano nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione rimaneva povera e analfabeta. Ma nel 1978 nessuno si aspettava un cambiamento tanto profondo e repentino. Perché la rivoluzione iraniana – è bene ricordalo – non nasce come islamica: vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica. E’ proprio questo il grande paradosso: la rivoluzione islamica avviene in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. La tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica, ma afferma anzi già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. La rivoluzione si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

Quanto pesa il bazar

Il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il regime ha una base di consenso proprio nelle classi più ricche, che possono fare affari pazzeschi in virtù di un prelievo fiscale praticamente inesistente. In Iran il bilancio statale si basa sui proventi del petrolio, non sulle tasse. Ai cittadini si può dare poco in termini di servizi proprio perché si chiede loro pochissimo in termini di contributi. Il petrolio è probabilmente il più importante elemento di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario. La distribuzione della ricchezza (a dispetto di quanto proclamato dal regime nei sermoni della preghiera del venerdì) avviene ancora dall’alto. Gli iraniani non sono forse meno sudditi oggi di quanto lo fossero sotto i Pahlevi.

Il consenso reale

La borghesia medio alta di Teheran nord è stanca dei limiti alla libertà personale, storce il naso di fronte alla polizia religiosa e manda i propri figli a studiare all’estero, ma poi continua a fare affari con gli ayatollah. I 150.000 giovani che lasciano l’Iran ogni anno sono in genere laureati e possono contare su una rete di contatti solidi in Europa, negli Usa o in Australia. Quando nell’ottobre 2008 Ahmadinejad propone l’introduzione dell’IVA, i bazar delle principali città scelgono la serrata. E il presidente si rimangia il provvedimento. Non dobbiamo pensare ai bazarì come a semplici venditori di tappeti o pistacchi. Nel bazar di Teheran si stipulano accordi miliardari, si decidono investimenti in infrastrutture e movimenti finanziari. Lo stato controlla (direttamente o attraverso le fondazioni) quasi l’80 per cento di un’economia drogata e lascia alle classi più povere le briciole (sussidi all’agricoltura) e qualche occupazione nelle varie fondazioni nate con la repubblica. Ahmadinejad è stato votato proprio dai mostazafin, gli oppressi, i “senza scarpe”. Che sono tanti, ma stanno sicuramente meglio di trent’anni fa. L’Iran dello scià non era solo quello di Soraya e delle feste a corte. Era soprattutto un paese in cui la mortalità infantile era il doppio rispetto ad oggi e in cui era alfabetizzata meno della metà della popolazione. Non dobbiamo dimenticare, poi, che dal 1979 la popolazione iraniana è raddoppiata, passando da 35 a 70 milioni.

La paradossale modernizzazione

Ciò che muta drasticamente sotto la Repubblica islamica è la condizione delle donne: il nuovo diritto civile le considera la metà degli uomini e le esclude dai ruoli chiave delle istituzioni. Ma, paradossalmente, le donne dei ceti più bassi soltanto dopo il 1979 accedono all’istruzione e al mondo del lavoro. Se prima della rivoluzione le studentesse erano meno del 20 per cento della popolazione universitaria, oggi sono oltre il 60 per cento. E basta recarsi una volta in Iran per rendersi conto di quante donne lavorino negli aeroporti, nelle scuole e negli ospedali. La “emancipazione nella dignità”, secondo la formula dello stesso Khomeini, ha senza dubbio prodotto dei risultati positivi. È uno dei ricorrenti paradossi della storia della Persia. Nel 1971 Alessandro Bausani scriveva profeticamente che per sopravvivere l’Iran ha sempre scelto “continue ri-arcaizzazioni, che talora possono apparire, sì, artificiose, ma salvatrici”. La fase autenticamente rivoluzionaria termina con la morte di Khomeini nel giugno 1989. Ciò che viene dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute al di fuori dell’Iran. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.


WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

IGS

WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

6-7 novembre 2013, Roma

presso la sede di Piazza Margana, 21

L’edizione del 2013 della Winter School IGS in Studi Iraniani, come di consueto è finalizzata al duplice scopo di favorire da un lato la comprensione delle dinamiche del sistema politico, economico e sociale del paese, e al tempo stesso di offrire un quadro aggiornato e puntuale sull’evoluzione delle più recenti dinamiche politiche della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il programma, della durata di due giornate full immersion, prevede otto sessioni di discussione e dibattito, con incontri tenuti da alcuni tra i più noti studiosi e giornalisti di cronaca internazionale. Il programma di novembre 2013 avrà ad oggetto in modo particolare l’evoluzione del quadro politico iraniano successivamente alla vittoria di Hassan Rohani, la ripresa del negoziato internazionale per la gestione del programma nucleare iraniano, e lo sviluppo del moderato ottimismo nel riavvicinamento tra l’Iran e gli Stati Uniti.

La Winter School non trascurerà tuttavia gli aspetti generali di comprensione del sistema politico, economico, sociale e della sicurezza dell’Iran, fornendo in tal modo un quadro dettagliato ed assolutamente esaustivo sul Paese e le sue più recenti dinamiche.

PROGRAMMA

Mercoledì 6 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Iran contemporaneo, dalla monarchia alla teocrazia

Ore 11:30 – 13:30

La struttura politica ed istituzionale della repubblica Islamica dell’Iran

Ore 14:30 – 16:30

L’epopea della rivoluzione nella costruzione della moderna leadership iraniana

Ore 17:00 – 19:00

Politica, Religione e Società in Iran

Giovedì 7 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Pensiero strategico e concezione della sicurezza

Ore 11:30 – 13:30

La società iraniana contemporanea

Ore 15:00 – 17:00

La politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran

Ore 17:00 – 19:30

conferenza allo Spazio Margana con i giornalisti

COSTO E BORSE DI STUDIO

Il costo di partecipazione alla Winter School IGS in Studi Iraniani è di € 100,00 (IVA inclusa), e comprende la partecipazione a 14 ore di formazione in aula, 2 di conferenza, libri e materiali didattici. La Winter School IGS si tiene in lingua italiana, e al termine viene rilasciato un attestato di partecipazione.

È previsto un numero massimo di 20 partecipanti per ogni edizione della Winter School IGS, e 10 borse di studio a copertura totale del costo sono messe a disposizione dall’Associazione Analisti e Ricercatori di Politica Internazionale.

Docenza e interventi di Nicola Pedde (Direttore IGS), Alberto Negri (inviato del Sole 24 Ore), Vanna Vannuccini (inviata di la Repubblica), Felicetta Ferraro (già addetto culturale a Tehran), Antonello Sacchetti (giornalista, direttore di Diruz), Francesco De Leo (giornalista radio Radicale), e altri.

DESTINATARI

La Winter School IGS è specificamente pensata per i giornalisti, gli studiosi e universitari di politica internazionale, gli operatori economici con interessi nella regione, e più in generale per chiunque voglia approfondire attraverso una formula intensiva la conoscenza di argomenti selezionati della politica e della sicurezza internazionale.

Per informazioni e iscrizioni contattare la D.ssa Monica Mazza al n. 333.7481325 o via mail all’indirizzo mazza@globalstudies.it.

IGS – Institute for Global Studies

Piazza G. Marconi, 15 – 00144 Roma

Piazza Margana, 21 – 00186 Roma

Tel. 06.3280.3627

info@globalstudies.it

130 murales di Teheran

Murales a Teheran

Per la prima volta un catalogo digitale sul sito dell’Università di Harvard raccoglie, cataloga e traduce le iscrizioni di 130 murales di Teheran. Si tratta di fotografie scattate nella capitale iraniana nell’estate 2006. Chi conosce l’Iran, sa quanto queste opere – a metà tra arte e propaganda – siano diffuse in tutti i centri abitati. Ne ho parlato anni fa in questo post, pubblicando anche qualche esempio.

Ecco il link alla raccolta dei 130 murales:

http://hcl.harvard.edu/collections/digital_collections/tehran_murals.cfm

 

 

 

Da Bani Sadr a Rouhani

Da Bani Sadr a Rouhani. Quelle del 19 giugno 2017 sono state le dodicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica iraniana. Il presidente viene eletto a suffragio universale da tutti i cittadini maggiori di 18 anni.

Viene eletto chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti. Se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, i due che hanno ottenuto più voti vanno al ballottaggio la settimana seguente. Finora si è arrivati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando vinse Ahmadinejad. Si può correre solo per due mandati consecutivi.

Nel 2005 il primo turno era stato contraddistinto dall’estrema dispersione del voto. Rafsanjani aveva ottenuto il 21%, Ahmadinejad il 19,5. Seguiti da Karroubi (17,3%), Moeen (13,93%) , Ghalibaf (13,89%), Larijani (5,9%) e Mehralizadeh (4,4%).

 Alla fine era stato determinante l’astensionismo: disertarono le urne quasi 20 milioni di votanti, quasi 5 nella sola Teheran. Questo astensionismo non si è più ripetuto in nessuna delle elezioni (parlamento, assemblea degli esperti, amministrative) che si sono svolte dal 2005 ad oggi.

Sono sette i presidenti che si sono succeduti dopo la cacciata dello scià e la proclamazione della repubblica. Il primo è stato Abolhassan Bani Sadr, eletto il 25 gennaio 1980 e rimasto in carica fino al 21 giugno 1981, quando viene destituito da Khomeini ed è costretto alla fuga in Francia. Gli succede Mohammad Ali Rejai che però viene assassinato il 30 agosto 1981 in uno degli attentati dinamitardi che sconvolgono l’Iran della prima fase rivoluzionaria. Il 2 ottobre 1981 viene eletto Ali Khamenei, attuale Guida suprema. Sarà poi rieletto nell’agosto 1985. Nel 1989 è la volta di Akbar Hashemi Rafsanjani, personaggio ancora oggi molto potente, presidente dell’Assemblea degli esperti e del Consiglio del discernimento, organi importanti nella mappa del potere iraniano. Rafsanjani viene confermato come presidente della Repubblica nel 1993. Quattro anni dopo vince a sorpresa Mohammad Khatami che sarà rieletto nel 2001. Nel 2005, come sappiamo, viene eletto Ahmadinejad, il primo presidente, dopo Bani Sadr, a non far parte del clero sciita. Verrà riconfermato alle contestate elezioni del 2009. Nel 2013, a sorpresa, viene eletto al primo turno il moderato Hassan Rowhani.

I presidenti della Repubblica islamica

Abolhassan Bani Sadr: 4 febbraio 1980 – 21 giugno 1981

Mohammad Ali Rajai: 15 agosto 1981 – 30 agosto 1981

Ali Khamenei: 2 ottobre 1981 – 2 agosto 1989

Ali Akbar Hashemi Rafsanjani: 3 agosto 1989 – 2 agosto 1997

Mohammad Khatami: 2 agosto 1997 – 3 agosto 2005

Mahmud Ahmadinejad: 3 agosto 2005 – 3 agosto 2013

Hassan Rowhani: 3 agosto 2013 – rieletto il 18 maggio 2017, in carica

Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

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Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Quasi due

Di persone che scrivono libri ce ne sono davvero tante. Forse troppe. Ma quanti sono i veri scrittori? E da cosa si riconoscono? Ho cominciato a leggere Quasi due di Hamid Ziarati a scatola chiusa. Di proposito, non sono passato per nessuna recensione, mi sono sforzato di non leggere nemmeno la quarta di copertina. Ho letto sulla fiducia conquistata da Ziarati coi suoi due precedenti romanzi (Salam maman e Il meccanico delle rose) e non me ne sono pentito.

Sì, d’accordo, il romanzo è interamente ambientato in Iran e quindi avevo una motivazione in più per leggerlo, ma questo l’ho scoperto solo a libro iniziato. Narrato in prima persona, Quasi due ha un inizio travolgente: siamo a Tehran nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione. Il protagonista Dariush sembra lontano dagli avvenimenti che stanno stravolgendo il suo Paese. O meglio: segue i fatti, sa cosa lo circonda, ma – come gli adolescenti di tutto il mondo e forse di tutte le epoche – è nel pieno della sua “rivoluzione esistenziale”, con gli ormoni a mille e la voglia di essere grande. Insieme a lui c’è Zal, l’amico fedele e inseparabile. La prima parte del libro scorre in fretta, è divertente, quasi allegra.

Poi arriva la guerra: l’Iraq invade l’Iran e per milioni di persone cambia tutto nel giro di pochi giorni. Anche la vita di Dariush cambia radicalmente. Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei suoi anni, si ritrova volontario al fronte, sempre insieme a Zal. E qui il racconto diventa un’altra cosa. Cambia l’ambientazione, cambia lo stile, cambia il tono del romanzo.

Non voglio anticipare troppo, perché il romanzo ha una sua storia da seguire per intero. Dico soltanto che la parte finale, ambientata nel Golfo Persico, sembra scritta apposta per il cinema.

Quasi due ha anche il merito di ricordare a tutti cos’è una guerra. E cos’è stata per l’Iran la “guerra imposta” dall’Iraq di Saddam. Visto i tempi che corrono, non è cosa da poco.

Intervista a Kamran Shirdel

Non solo cinema, ma un viaggio appassionato negli ultimi quarant’anni di storia. Kamran Shirdel, raggiunto via e mail a Teheran, si racconta proprio come in un film. Asiatica Film Mediale 2008 gli dedicò una retrospettiva intitolata Prima della rivoluzione, con cinque documentari girati in Iran all’inizio degli anni Sessanta. Shirdel è considerato il padre del nuovo cinema Iraniano per quanto riguarda soprattutto i documentari. Ha tracciato la strada per un genere di documentario critico e sociale. I suoi film sono stati proiettati a molti festival in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali.

I suoi film sono un documento eccezionale, soprattutto per chi conosce soltanto l’Iran dopo la rivoluzione. Lei torna nel suo Paese nel 1965 dopo aver studiato cinema in Italia. In Italia sono gli anni del boom, così come anche l’Iran conosce una crescita economica piena di contraddizioni. Potrebbe descrivere l’impatto che ebbe al ritorno in Iran? Era molto diverso da come lo ricordava?

Grazie del complimento anche se dopo cosi lungo tempo e le vicissitudini da me – e i miei film – subite non ho quasi più nessun legame paterno con loro. Mi lasci lo spazio di precisare che il mio primo soggiorno in Italia – dal giugno 1957 al gennaio 1965 – mi fu di grande aiuto didattico – intellettuale e di certo ne subii l’influenza nel modo più viscerale possibile. Ero un ragazzo molto curioso di vedere, sentire, leggere, captare, toccare, amare, annusare e intraprendere il corso della vita, della storia e del tempo che fu! Mi innamorai dell’Italia a prima vista avendone già studiato certi aspetti della cultura e il cinema Italiano – precisamente quello Neorealistico – ancora prima d’arrivarci. E’ vero sicuramente che quelli furono gli anni del boom economico Italiano ma io sia per abitudine, ma anche per l’istruzione familiare – e più ancora quello paterno, direi – ero di carattere scettico anche se certamente ne godevo anch’io dei benefici di tale boom . Ero legato morbosamente – e lo sono ancora oggi – alla sensualità della carta stampata: libri, riviste, giornali e per cui articoli, saggi, critiche, storie e storiografie, etc. Cercavo perennemente di vedere anche l’altra faccia della realtà quotidiana; italiana, iraniana e mondiale. Cominciai a studiare architettura in Italia ed ero un ragazzo abbastanza diligente e voglioso che andava su e giù per la facoltà di Valle Giulia. Ma nonostante ritenessi importante la lezione architettonica e la familiarità che ci dava modo di espandere la nostra visione globale, formale, spaziale, di volume e di bilancia tra totale ed il dettaglio, tra sentire e costruire, tra pensare e realizzare, non mi potevo del tutto godere tale privilegio e la mia ribellione mi portava silenziosamente verso la pittura, l’arte, la letteratura, i fenomeni politici, la musica e cosi via.

La scelta di studiare architettura mi era stata di fatto dettata dalla figura – mastodontica e opprimente anche se avvolta in uno scialle vellutato – paterna di tipo borghese – nobile secondo la quale i figli dovevano diventare o ingegneri, o dottori, o nel mio caso, architetti.

La mia vera passione da quando avevo 14 anni era il cinema e questo pareva – per via del livello assai basso dei prodotti cinematografici in Iran del tempo – una passione degenerata, una tendenza malata da scacciare ad ogni costo. Una volta in Italia e a Roma mi trovai libero di dedicarmi, anima e corpo, alle sale cinematografiche cominciando dal vicino Cinema Olimpico per poi passare a tutta la città – Nuovo Olimpia, Rialto, Salone Margherite, etc. – ma soprattutto sale di terza visione, sale parocchiali, e cosi fino a diventare un piccolo socio dei primi Film Club tra le quali uno fondato da Cesare Zavattini di cui conservo tutt’ora non solo i cari ricordi della sua cara e indimenticabile presenza ma anche le famose tessere! Vedere i film, vederli bene e essere aiutato dalla mia grande curiosità di leggere a pari passo le critiche – da più punti di vista – e la storia del loro evolvere e nascere mi allontanò sempre di più dall’architettura e cambiò sicuramente la mia prospettiva mentale e intellettuale. Cosi invece di scegliermi dei grandi maestri di architettura da seguire come modello, diventai l’allievo umile dei vari Antonioni, Fellini, Rosi, Pasolini, De Sica, ma anche Bresson, Resnais, Godard, Ivens, Bergman, Kurosawa, Shindo, Ichikawa, e altri.

Nella letteratura avevo cominciato molto giovane con Kafka, Ernest Hemingway, Erskin Caldwell, William Faulkner, Andre Gide, Tolstoi, Dostoievski, Saint Exaupry, ed altri che venivano tradotti in farsì. In Italia ebbi l’occasione di conoscere da vicino la scuola realistica e neorealistica della vostra letteratura – Verga, Pirandello, Alvaro, Cassola, Pavese , Sciascia – e ne divenni un lettore assiduo. A un certo punto cambiai casa proprio per vedere gli artisti da vicino. Presi un appartamento prima dalle parti di Piazza del Popolo, poi passai in Via Ripetta e cosi a poco a poco in tutte le viuzze di quel quartiere che divenne il mio laboratorio di vita e il mio campo di battaglia, d’amore, di vita ma anche di morte! Passeggiando in quel quartiere era solito incontrare tutti i più grandi nomi possibili del momento; da Moravia a Pasolini da Morante a Carlo Levi [che poi conobbi personalmente e ne fui impressionato dalla personalià e dal suo grandissimo affresco dedicato a sud e a Rocco Scotellaro e la sua tragica morte che rividi installato maestosamente a Matera nel ’84 ] da Bassani a Cassola ma anche a Bertolucci – sia padre che il figlio che quest’ultimo lo conobbi a Teheran quando venne per girare La Via del Petrolio – da Ferreri, a Lizzani, da Mastroianni a Fellini – li vedevo quasi sempre insieme, Fellini col suo Mercedes coupe nero e Marcello col suo Jaguar coupe Bordeaux – da Gassman a Enrico Maria Salerno, Da Anna Magnani a Anita Ekberg e poi Antonioni, Vitti, Visconti, Rosi, Leone, De Sica, Pier Paolo Pasolini, Patroni Griffi, e mille altri che si radunavano da Canova e Rosati ed io solo soletto – il viaggiatore solitario del mondo – seduto sui piedi delle colonne delle due maestose chiese o sotto l’obelisco a godermi il Circo e a dissetarmi dalle quattro fontane in mezzo alla piazza!

Il mio ritorno in Iran nel 1965 fu solo per visitare la famiglia e riposarmi e curarmi un po’ la gastrite e i problemi nervosi procurati dal grande vagabondare, dalla vita notturna, dalla fame di imparare, vedere, realizzare qualcosa. Ero al corrente del boom iraniano e dei suoi aspetti negativi avendo fatto parte dei gruppi dei giovani dissidenti Iraniani a Roma di stampa sinistra – in rapporto continuo e costante con quelli di altre città e altri paesi d’Europa e d’America – e sapevamo che a parte certi quartieri di Teheran, la Capitale Dell’Iran il resto del paese aveva dei seri problemi sociali e economici.

Il mio primo impatto con Tehran e la diversità ed il contrasto che scoprii tra le classi sociali mi fece un male assordante e mi sbalordì cosi tanto che decisi di rimanere e di usare il mio mestiere e le mie umilissime armi tecniche o creative – ancora rimaste in scatola chiusa ! – per rivelare la verità, tenendo sempre a mente i miei maestri, non solo cinematografici. Infatti i miei primi lavori s’inchinano non soltanto davanti alla povertà immane della gente che si vende il sangue o il corpo per vivere ma anche ai Levi, ai Pasolini, ai Pontecorvo, e ai Giotto, ai Vivaldi, agli Albinoni. Teheran non era molto diversa da come l’avevo lasciata otto anni prima. Mi colpiva perciò il baccano e le assordanti e caricaturali propagande fatte continuamente dal regime dello Scià. Io avevo studiato – ma anche vissuto in un certo modo – l’ascesa del nazi-fascismo in Europa e in Italia, ne avevo visto le conseguenze e ne avevo imparato la storia e la critica sociale che ne derivò. Nella Teheran di quei giorni risentii l’eco delle lezioni del passato da Gramsci a Berlinguer, da Pasolini a Papa giovanni ventitresimo, da Hitler a Mussolini, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, da Pirandello a Gogol, ma anche di tantissimi altri.

Dai suoi documentari degli anni Sessanta emerge un Iran molto diverso da quello di oggi. Ma anche molto diverso dall’immagine stereotipata che ancora oggi una certa generazione di italiani ha dell’epoca dello scià: la corsa al progresso, le cronache mondane, Soraya…
Vedendo e guardando alla realtà – specialmente quella gonfiata, propagandata, manomessa, falsificata – si arriva ad un’altra realtà che non è certo TUTTA la realtà possibile ed immaginabile ma che di sicuro ci da la possibilità di vedere l’altra faccia della medaglia. Negli anni che vanno dal 1962 al 1964 e durante la mia permanenza al Centro Sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana 1524 – con amici e colleghi, quei pochissimi curiosi, testardi, ma grazie al cielo coi coglioni quadrati  – andavamo a visitare le borgate dove vivevano zingari, gente poverissima, vecchi e prostitute scacciate dalla faccia della terra e dallo sguardo abituale dei benestanti e benpensanti. Quando Pasolini cominciò a girare Il Vangelo Secondo Matteo decidemmo di partire per il sud d’Italia – con un cinquecento e pochissimi mezzi – ed oltre a visitare i luoghi in cui voleva girare la Terra Santa – dare un’occhiata anche ai luoghi in cui il grande Visconti aveva fondato il vero neorealismo con La terra trema. Ebbene, a Roma ma ancora di più a Milano e in molte altre città c’era una verità luccicante, rosea, luminosa. Matera , Reggio Calabria e il sud ci presentavano una verità africana  nel peggior senso del termine sia per quei giorni che oggi! Eppure L’Italia si godeva il boom e se la godrà fino all’ultimo. Agli Italiani che venivano in Iran come turisti o invitati da qualche ministero, vedevano solo la facciata migliore, la crema di Isfahan, Shiraz  e di Tehran e si portavano indietro bellissimi tappeti, Kilim e chili di caviale al prezzo di bruscolini. Certo la verità, la VERITA’ era un’altra cosa e non quella che vedevamo noi e anche pochi altri. Era vergognoso vedere la gente di un paese ricco VEGETARE in uno stato simile. Era la dinastia delle mille famiglie al cui capo c’era una persona completamente fuori di sé, incosciente. Certo, la corsa al progresso c’era ma a che prezzo!

Le immagini di Tehran, payetakht-e Iran ast (Tehran è la capitale dell’Iran ) sono molto dure, molto forti. Anche oggi Teheran sud è sinonimo di povertà, ma – visitando i quartieri meridionali della capitale –  ho visto povertà, ma non miseria. È così o è una mia impressione sbagliata?
Vede, spesso mi chiedono perché i miei primi film si chiudono con la parola UNFINISHED  al posto del classico FINE. Beh, la ragione prima è che i film furono censurati, confiscati, messi via per 13 – 14 anni e io non ebbi la mano libera e l’occasione necessaria di finirle come volevo e potevo. Ma un’altra risposta è che la povertà, la miseria, la prostituzione, le guerre, le ingiustizie, il correre del sangue……. non finiranno mai.  Oggi nei bassifondi di Teheran – come in molte altre città di tutto il mondo c’è un’altra dimensione di miseria e di povertà, con problemi quali la droga e l’Aids.  La prostituzione – purtroppo non controllata, perché vietata dalle vigenti leggi Islamiche – si è diffusa per tutta la città coi risultati criminosi che conosciamo. Oggi in Iran si è poveri anche con stipendi che una volta ci parevano da sogno.  Un povero di ieri come potrà cavarsela oggi in una città con più di 14 milioni di abitanti. I recenti problemi economici mondiali aumenteranno tragicamente questo divario. E la distanza tra le classi sociali è di sicuro il terreno fertile ma anche scivoloso dei grandi cambiamenti storici.

Mi ha colpito molto la scena della lezione di farsì nel quartiere povero. Il dettato sullo scià e sulla sua famiglia  diventa involontariamente comico. Immagino che all’epoca l’effetto di quella scena sia stato devastante.
Da ragazzo benché abbia studiato bene e conosca bene la mia lingua e la mia letteratura detestavo questi dettati che mi facevano prima ridere per poi farmi esplodere di rabbia. Io per fortuna ho avuto dei genitori molto colti nazionalisti convinti e anti monarchici. Infatti loro erano dei grandi sostenitori di Mosaddeq, il primo ministro esiliato e imprigionato dallo scià nel 1953. In quegli anni nessuno osava prendere in giro i princìpi della monarchia. Quando ho girato quel film avevo 28 anni e dovevo difendere i miei punti di vista davanti a un ministro che era il cognato dello scià ma che per fortuna aveva gusto per l’arte e le musica. Un giorno – l’ultimo giorno che vide il film per forse decima volta prima di ordinare il suo totale ritiro e censura – mi disse:  ‘Lei e’ la vera personificazione del suo cognome!’. Shirdel vuol dire infatti cuor di leone. Il film lo rividi 14 anni dopo.

I suoi documentari sembrano riflettere un grande lavoro di sceneggiatura. È così? Quanto c’è di preparato e quanto è affidato al caso, cioè a quello che troverà davanti alla macchina da presa?
Mi rincresce deluderla ma io non scrivo neanche una riga di sceneggiatura e non mi porto nemmeno mai dietro degli appunti. Le spiego il perché :  tra l’avvio di questi progetti e la fine delle riprese – non parlo del montaggio – di solito passavano tre o quattro giorni o al massimo una settimana. Se mi fossi messo a dar retta ai consigli accademici mi sarei dato la zappa sui piedi, come dite voi. La mia rabbia sarebbe diminuita, il mio approccio vitale e ideologico si sarebbe deformato, le mie intenzioni avrebbero preso sembianze formalistiche, pensate, ripensate, studiate, limate, criticate già in partenza mentre io volevo affrontare il soggetto, il problema, il nemico a tu per tu e ad occhio nudo e quasi a mani vuote ma armato d’amore e di odio. In più, c’era poco tempo e potevamo essere scoperti prima di finire. Cosi il mio gioco cominciava a prendere forma e a dare dei risultati non tanto rifiniti, modellati, limati ma pieno di inaspettati momenti di grande slancio e di vita, di verità, di realtà, d’amore e di odio. Quando scelgo di girare in un posto, una location – e sono tuttora molto sbrigativo malgrado l’età e i dolori dappertutto – non lascio che nessuno mi tocchi neanche un millimetro di quel posto, la sua luce, la sua storica esistenza e giro all’impazzata. L’unico lusso che mi permetto e di guardare bene intorno alla mia scena di battaglia per dei lunghi momenti che chiamo momenti sublimi di vita e di morte! Un altro lusso e’ che malgrado mi porti indietro – ora non piu’! – un Cameraman bravo, sono io a girare le scene come sento e mi viene dal di dentro!

Il suo rapporto con la censura. Al bando con lo scià, il suo cinema è stato riabilitato e valorizzato dalla Repubblica Islamica. E oggi? Ha avuto o ha ancora problemi col potere politico?
Per me i governi cambiano, cambia il colore delle bandiere, l’inno nazionale, il modo di parlare, di vestire, i motti, le frasi e i concetti propagandistici, insomma tutto o quasi- in apparenza – ma quello che non cambia mai è l’UOMO con le sue meschine paure, le sue bugie, i suoi sogni di grandezza, le sue fantasie anormali e iperboliche di vivere la vita di Noè, d’essere l’ultimo giusto della storia, dell’umanità, d’aver sempre ragione a non ascoltare il prossimo, a dimenticare , a dimenticarsi, a DETTARE  le leggi e cose in cui lui per primo non crede più..  Un giorno quasi di sole nel lontano 1980 andai a visitare Auschwitz. Mi trovavo a Cracovia per il festival dove era in concorso il mio film Qaleh (Quartiere delle Donne). Tutto pareva perfetto. Perfino gli uccelli cantavano il loro inno d’amore. Pareva che il padreterno fosse nel pieno delle sue funzioni.  Eravamo un mucchio di registi – allora ancora giovani – dai più disparati paesi.  Senza che ce ne accorgessimo ci siamo persi e siamo stati stregati dalla verità, dall’orrore, dalla storia, dalla morte, dalle tonellate di scarpe, di occhiali, di cappelli, di fotografie, di camere di gas, di forni dove venivano bruciati i cadaveri, di Abat-jour fatti con la pelle tatuata dei prigionieri, dai sogni di purezza e di grandezza di una razza a dispetto delle altre. Lì per la prima volta sentii la profonda amarezza e la tragicità che in ogni momento della storia, di giorno e di notte, di sole o pioggia, ognuno di noi si sta disegnando, creando e realizzando il sogno di creare il proprio Auschwitz a dispetto del prossimo. Erano giorni di Solidarnosc. Il comunismo pianificatore e promettente era agli sgoccioli. Il mondo voltava di nuovo la pagina con millioni di morti, citta’ e culture calpestati e una grande scenografia d’orrore e di parole inutili e dettati alle spalle.

Qal’eh (Quartiere delle donne) è un film molto duro. Fa un certo effetto vedere la realtà delle prostitute di Teheran quarant’anni fa. Oggi in Iran il fenomeno è cambiato ma sembra in espansione, a causa della crisi economica. Nel mio ultimo viaggio sono rimasto sorpreso nel vedere ragazze molto giovani che si prostituivano vicino a Park-e Mellat, di certo una zona non malfamata. Cosa pensa di questo fenomeno?
Per me la prostituzione come fenomeno, concetto, mestiere, attitudine è stato sempre un fenomeno incomprensibile. Certo non ho problemi etici o intellettualistici a capirne il meccanismo e la cosiddetta filosofia in embrione. Voglio però aggiungere che non ho mai visto nelle donne del mio film – avendole ascoltato per ore e ore e filmandole – delle prostitute che si dvano per il piacere fisico. Il loro problema era la fame  dei loro figli e delle loro famiglie. Poi c’era l’ingranaggio  tipico e direi mafioso di imprigionarle in una rete mostruosa di problemi economici, droga, malattie mentali e fisiche derivanti dalla loro inconsapevolezza, dalla mancanza di educazione e dal tenerle chiuse in gabbie mentali e fisiche, bestialmente sensuali come dei veri animali. Lo scià si voleva incoronare e aveva dichiarato che se ci fosse stata una sola bocca affamata in Iran, lui avrebbe rinunciato all’incoronazione. Questi film gli furono regalati come risposta da un umile documentarista che amava il suo paese e la sua gente.  Col passare degli anni è cambiato il decoro, ma la tragedia, il bisogno tragico, la fame, i bisogni materiali e l’ingranaggio mafioso è rimasto tale e quale. Anzi, si è perfezionato e ingarbugliato con la crescita cancerosa di questa incredibile megalopoli. Il divieto della prostituzione da parte della legge Islamica e il normale bisogno economico-fisico-psichico del consumatore hanno creato una situazione infernale.

Una scenda di Qal’eh (Il quartiere delle donne)

Nel suo cinema c’è sempre uno sguardo particolare per la donna. Uno sguardo attento, eppure discreto, rispettoso.
La conoscenza della donna da parte dell’uomo avviene – come d’altronde naturale –  prima dalla figura della madre ma anche dal rapporto reciproco dei genitori. Io ho avuto due angeli custodi a questo proposito. Mia madre era una nobildonna raffinata, amante di famiglia e figli – eravamo in sei – e di cose belle, pittrice dilettante ma sensibile, amante dei viaggi, attenta ai problemi altrui e molto rigorosa e premurosa. Insomma, il portale del paradiso. Pensi che da ragazzo, quando vivevamo a Marvdasht  – vicino a Shiraz – ogni pomeriggio ci portava a giocare a Persepoli dove scavava il famoso Prof. Arthur Upham Pope. Ho avuto una nani turca che ci amava più della nostra madre. Ho avuto delle amorosissime compagne e amiche già dall’età di 15 anni. A Roma, Perugia, Firenze, Ginevra, Parigi, Londra, Germania, Danimarca, Olanda,… ho conosciuto l’amore in persona e ho amato molto e sono stato copiosamente ricambiato. Ero – sono – molto sensibile ai problemi della donna nella nostra società ma anche nel mondo e ne soffro per le mancanze e ne gioisco per le vittorie e successi. Ho una moglie bellissima e rarissima – come persona e carattere – e sono fermamente sicuro che ha due ali d’angelo che nasconde e che discende dal paradiso per salvarci l’anima. In poche parole: sono un uomo protetto dal Dio dell’Amore.

Iran e Italia: erano più diversi negli anni Sessanta o adesso?
Da più di 50 anni sento dire che siamo due popoli antichi e ci somigliamo.  Deve essere vero anche perché noi iraniani – come d’altronde gli Italiani da noi – si sono adattati facilmente all’integrazione dovuta dai tempi e bisogni socio – storici e si sono fatti amare e hanno fatto strada facilmente. Noi certo siamo molto più intelligenti a imparare le lingue, cucire e vestirci all’occidentale e insomma a copiarvi , tradurvi e più delle volte a superarvi in quello che ci avete insegnato. Io vengo molto raramente in Italia. Questi viaggi specialmente dopo la rivoluzione sono diventati costosissimi. Il nostro cambio è più di 120 volte a nostro sfavore. Non so e non sento la differenza anche perché a Roma devo giurare tutti i santi che sono iraniano e alla fine non mi ci crede nessuno. L’importante è che l’Italia per me è per certi versi la prima e per altri la seconda patria e una fraterna amicizia mi lega a voi e alla vostra terra e cultura. Io lo dico sempre che Roma appartiene più a me che ai molti romani e italiani!

Un solo lungometraggio nella sua lunga carriera? [Tra l’altro, così particolare, come un remake di Godard]. Come mai? Non le interessa raccontare storie a soggetto?
Era l’anno 1960. Dovevo scegliere tra architettura e cinema. Nel giro di pochi giorni vidi prima L’Avventura di Antonioni e poi A Bout de Souffle (Fino All’ultimo Respiro) di Godard.  Per me fu come rinascere, trovare una nuova identità, era il colpo di fulmine! Cosi mi decisi che se un giorno avessi fatto cinema il mio primo film sarebbe stato rifare quel grande terremoto di Godard. Gli ero sinceramente debitore. Lui per me è stato come un angelo liberatore ma lo è stato per generazioni di registi: un Picasso del cinema. Avevo in programma anche quel piccolo gioiello di Visconti che èOssessione ma anche un film tratto da Il taglio del bosco di Carlo Cassola ma purtroppo poi non se ne fece nulla.

Il film di domani: se dovesse scegliere un tema per raccontare l’Iran di oggi, su cosa girerebbe?
Ho perso l’abitudine di fare film anche se praticamente sono considerato un regista tutt’ora in attività. L’Iran, la Persia, è anche il paese degli splendidi tappeti famosi in tutto il mondo. Tappeti da sogno, in maggior parte realizzati dai nomadi, gente dei villaggi, donne e bambine povere e senza né istruzione né carta d’identità ma che hanno adornato i più fastosi palazzi dei reali di tutto il mondo. Per me l’Iran è il tappeto madre da cui provengono tutte queste gemme ormai in via d’estinzione assoluta. Ho cominciato anni fa a fare un documentario lunghissimo, a puntate rimasto incompiuto per ragioni economiche e divergenze tra i capi tribù. Sarebbe bello e essenziale rifare questo difficilissimo Opus.

Tra i nuovi registi del cinema iraniano, c’è qualcuno che le piace in particolare ? Se dovesse consigliare a un italiano un film iraniano degli ultimi due anni, che titolo sceglierebbe?
Spero che non me ne vogliate ma io che anni fa a Roma vedevo più di 5 film al giorno correndo tenacemente da un cinema all’altro e anni dopo da un paese all’altro per vederli, ora non ne vedo neanche uno da decine d’anni. Ho smesso di vedere i film a soggetto da più di trent’anni. Ora cerco di vedere solo i documentari scelti con molta premura e niente di più. La causa era la censura preventiva, il brutto e falso doppiaggio, la merce putrefatta che ci veniva venduta e poi c’è la perdita di appetito, la curiosità filmica, non vedendone e sentendone l’importanza. Da anni ormai quasi tutto il cinema fiction – delle volte perfino le tragedie e i film americani – mi fanno morire di risate e non posso farci nulla. In più detesto anche la TV che considero veramente come l’oppio dei popoli a pari dei cellulari.  Sono rimasto come l’uomo delle caverne all’età della pietra:  al neorealismo, al miglior Fellini, Antonioni, Rosi, Petri, Ferreri, Rossellini, Pasolini, Malle, Resnais, Bresson, Bergman, Trauffaut, I primi Godard, Ozu, Dreyer, Ophuls, Mizoguchi, Shindo, Milos Forman, Pabst, Vertov, Ivens, Flaherty, Bunuel e cosi via…. In Iran ho amato e amo tutt’ora i lavori – quelli fatti in Iran – del compianto Sohrab Shahid Sales (Un Caso Semplice, La Natura Morta) e qualche lavoro Iraniano di Amir Naderi che fu come un figlio adottivo per me ma purtroppo si rifugiò in America. Certo ci sono anche i lavori di Kiarostami , della famiglia Makhmalbaf, Panahi, Ghobadi ed altri ma per me ormai è troppo tardi e dovrei andare a dormire perché domani il lavoro m’aspetta…. Ormai cerco di vedere i film nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, negli ospizi, dentro le famiglie, dietro le porte dei tribunali, sulle pagine dei giornali che guardo attentamente prima di dormire….SOGNI D’ORO !