Quando Kate Millet andò a Teheran

Come si scrive la Storia? Qual è il passaggio, lo scarto che fa divenire una cronaca giornalistica o un diario un documento storico? E anche: quante volte chi vive e racconta un evento si rende conto che lo sta per consegnare a una memoria molto più vasta di quella relativamente effimera dei lettori di un quotidiano o di una rivista?

Kate Millet, femminista statunitense, arrivò a Teheran il 5 marzo 1979, un paio di settimane dopo la vittoria della rivoluzione (11 febbraio), in occasione della giornata della donna. Era la prima volta dopo oltre cinquant’anni che in Iran si celebrava l’8 marzo: lo scià Mohammad Reza Pahlavi, scappato dal Paese il 16 gennaio, aveva infatti imposto come Giornata della donna l’8 gennaio, per ricordare il giorno in cui nel 1936, suo padre Reza Pahlavi aveva proibito alle donne di indossare il velo in pubblico. Un particolare che rileva come la monarchia concepisse la modernizzazione come una trasformazione da imporre per decreto e non come un processo da raggiungere attraverso la concessione di autentiche libertà.

Kate Millet rimase a Teheran fino al 18 marzo, quando venne espulsa dal governo provvisorio guidato da Mehdi Bazargan perché accusata di svolgere attività controrivoluzionarie. Quei giorni, già narrati dalla stessa Millet in un libro del 1982 intitolato Going to Iran, sono ora ricostruiti da Negar Mottahedeh, professoressa associata di letteratura della Duke University, in Whisper Tapes: Kate Millett in Iran. Il libro si basa sui nastri registrati da Millet a Teheran in occasione di manifestazioni, assemblee, incontri e interviste. È un racconto frammentario, spesso monco, volutamente “irregolare”. Millet non conosceva una parola di persiano e doveva quindi affidarsi continuamente alla traduzione simultanea delle attiviste iraniane che le facevano da guida. Ogni capitolo del libro è intitolato a una parola o un’espressione persiana, non per fornire un glossario della rivoluzione ma piuttosto per suggerire spunti evocativi del clima di quei giorni, segnato da sentimenti contrastanti. All’entusiasmo per la vittoria della rivoluzione era infatti seguita la paura per una svolta decisamente reazionaria del governo provvisorio formalmente guidato da Bazargan – esponente del Fronte Nazionale – ma condizionato in tutto e per tutto dall’Ayatollah Khomeini, emerso come leader assoluto nell’ultima fase della rivoluzione, attraverso i komiteh, i comitati rivoluzionari.

Il Manifesto dell’11 marzo 1979

Il 26 febbraio, appena quindici giorni dopo la vittoria della rivoluzione, Khomeini aveva infatti annunciato l’abrogazione del diritto di famiglia varato nel 1967. Veniva così di fatto reintrodotta la poligamia e diventava più complicato per le donne ottenere il divorzio. Il 3 marzo le donne vennero interdette dal ruolo di giudice e il 6 marzo – il giorno dopo l’arrivo di Millet a Teheran – Khomeini annunciò l’hijab obbligatorio nei luoghi di lavoro. L’8 marzo, in occasione della giornata della donna, migliaia di manifestanti a Teheran chiesero al governo Bazargan di revocare il provvedimento. Squadre di militanti khomeinisti aggredirono le donne al grido di “O velo o botte” (Ya rusari ya tusari). Il governo Bazargan rivelò in quell’occasione tutti i suoi limiti, anche perché non si levò alcuna voce di critica all’interno del fronte rivoluzionario. Anche i cosiddetti partiti “laici”, a cominciare dal Tudeh, il partito comunista, si schierarono con Khomeini, probabilmente per paura di inimicarsi quello che era di fatto il dominus della rivoluzione, ma anche perché non esisteva un vero movimento per i diritti delle donne. Colpisce, dal racconto di Millet, la grande solitudine che il movimento femminista iraniano vive in quelle settimane cruciali. La televisione iraniana, la cui direzione è affidata dopo la rivoluzione a Sadeq Gotbzadeh, il rivoluzionario che era rientrato a Teheran insieme a Khomeini, cala sulle manifestazioni dell’8 marzo una censura pesante e colpevole. Gotbzadeh proveniva dal Movimento di liberazione, nei mesi dell’esilio parigino di Khomeini (dove lui stesso aveva convinto l’Imam a recarsi dopo l’espulsione dall’Iraq) aveva più volte dichiarato che non ci sarebbe stato alcun governo dei religiosi e che donne e uomini avrebbero goduto delle stesse libertà e degli stessi diritti.

Questa svolta segna anche in modo decisivo e forse definitivo la narrazione della rivoluzione iraniana e dello stesso Iran post rivoluzionario. Il velo – quasi sempre definito in modo inappropriato chador – diventa l’immagine più usata nel racconto giornalistico, il simbolo da esporre in qualsiasi reportage o sulla copertina di qualsiasi libro ambientato in Persia. Nel celebre e per certi versi sopravvalutato Leggere Lolita a Teheran (2003) la scrittrice Azar Nafisi arriva a individuare nella donna il “nemico” contro il quale la rivoluzione iraniana scatena la propria violenza repressiva. Al di là delle considerazioni su questo assunto, il suo racconto si ferma però proprio alla vigilia dell’inizio della stagione riformista di Khatami (1997-2005) e cristallizza la descrizione della società iraniana in un’atmosfera drammaticamente accattivante per il lettore occidentale ma piuttosto datata.

Il sociologo Khaled Fouad Allam arriverà a sostenere che la donna in Iran è addirittura “l’elemento attorno al quale gravita e si concentra ogni principio rivoluzionario”, come era stato la borghesia nella rivoluzione francese e il proletariato in quella russa. Per Fouad Allam, “il velo che la rivoluzione iraniana ha reso obbligatorio è diventato paravento delle frontiere della libertà. C’era qualcosa in più rispetto alle altre rivoluzioni: in Iran le donne possono essere intellettuali o artiste, guidare gli autobus, fare le parlamentari o le insegnanti, ma è richiesta loro una missione: incarnare l’immagine dell’Islam che esce dal XX secolo”.

Di certo, la donna ha sempre avuto una centralità nella vita sociale e politica dell’Iran contemporaneo, dallo “sciopero del tabacco” alla fine del XIX alle cronache dei giorni nostri. L’attuale parlamento, eletto nel 2016, è quello col numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica: diciassette, contro le nove della precedente legislatura. Le deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento solo al ballottaggio nel loro collegio, dopo una competizione elettorale durissima. Da notare come in questo majles ci siano più donne che mullah: i religiosi eletti sono infatti al loro minimo storico (sedici). Un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Politica a parte, nonostante sia in corso un dibattito politico per una riforma in senso paritario del codice civile, per la legge iraniana la donna vale la metà dell’uomo quando si tratta di ricevere un’eredità o di rilasciare una testimonianza in tribunale. Tuttavia, la condizione femminile iraniana presenta anche dati indubbiamente positivi. Ad esempio, il 65 per cento degli studenti universitari sono oggi donne, e nelle facoltà scientifiche si arriva anche a percentuali superiori. 

Il Gender Inequality Index (GIL) è un indice creato dalle Nazioni Unite per misurare le diseguaglianze di genere sulla base di alcuni dati quantificabili come il tasso di mortalità materno, la presenza di donne in parlamento, il livello di istruzione e la partecipazione al lavoro. Nella classifica mondiale redatta in base al GIL, l’Iran è al sessantesimo posto, appena sotto la fascia dei Paesi con uno sviluppo umano molto alto. Per farci un’idea, il Paese al primo posto, quindi con meno diseguaglianze in assoluto tra uomini e donne, è la Norvegia, seguito dalla Svizzera e l’Australia. L’Italia è al ventottesimo posto. L’Iran precede Paesi come la Turchia, la Serbia, Cuba e l’Albania.

Al di là dell’annosa questione dell’hijab, l’evoluzione della condizione femminile sembra rientrare nel quadro di una grande trasformazione sociale in atto ormai da tempo. Oltre il 70 per cento degli iraniani è infatti nato dopo la rivoluzione e – anche soltanto per una mera questione demografica – prima o poi sarà inevitabile che le istanze delle nuove generazioni influiscano sulle scelte politiche e sulle regole della Repubblica islamica. 

Verso una Terza Repubblica islamica?

Come abbiamo avuto modo di dire diverse volte, l’Iran – e la Repubblica islamica – sono tutto tranne che realtà monolitiche e immutabili. Il sistema politico nato dopo la rivoluzione del 1979, ha già conosciuto una prima riforma nel 1989. La scomparsa di Khomeini e con essa la fine della prima fase post rivoluzionaria, convinse i vertici della Repubblica islamica a modificare alcuni punti importanti della Costituzione elaborata dieci anni prima.

La riforma del 1989

Le modifiche apportate al testo approvato con referendum popolare nel dicembre 1979 furono essenzialmente tre: abolizione della figura del premier, con conseguente aumento dei poteri del presidente della repubblica; creazione del Consiglio del discernimento, per mediare tra parlamento e Consiglio dei Guardiani; riforma dei requisiti necessari per la scelta della Guida suprema (non più indispensabile il titolo di marja-e taqlid, cioè “fonte di imitazione”, ma sufficiente il titolo di mujtahid, cioè esperto di diritto islamico).

Le riforme si resero necessarie a causa di diversi problemi. Da un lato, le continue tensioni tra parlamento e Consiglio dei Guardiani, che di fatto bloccavano i lavori legislativi. Lo stesso premier era spesso ostacolato da una maggioranza parlamentare a lui ostile e non riusciva a portare avanti la propria azione di governo. Era inoltre evidente che, dopo la caduta in disgrazia di Montazeri, erede designato di Khomeini per il ruolo di Guida, si doveva assicurare in tempi rapidi una continuità nella scelta della figura principale della Repubblica islamica. Khomeini muore il 3 giugno 1989 e un mese e mezzo dopo, il 28 luglio, un referendum approva le modifiche alla Costituzione. Di fatto, nasce allora la seconda Repubblica islamica.

Le riforme, oggi

L’8 maggio 2019 il deputato riformista Mostafa Kevakebian ha annunciato di essere al lavoro per una legge chiamata “Terza Repubblica”. Gli hanno fatto eco altri parlamentari, riformisti e conservatori moderati, che si sono detti favorevoli a modificare alcune parti del testo costituzionale. Al centro del dibattito c’è il peso – giudicato eccessivo – del Consiglio dei Guardiani in materia elettorale, soprattutto per quanto riguarda il potere di veto sui candidati. Altri parlamentari si sono detti favorevoli ad aumentare i poteri del presidente, altri – soprattutto conservatori – sarebbero favorevoli e reintrodurre la figura di un premier che risponda solo al parlamento. Su posizioni ben diverse, alcuni conservatori radicali auspicano l’eliminazione della figura del presidente eletto.

In questo quadro, il 22 maggio la Guida Ali Khamenei si è detta contraria al ripristino della figura del premier, ma ha definito “accettabili” alcune modifiche alla Costituzione.

D’altra parte, una nuova riforma risponde a un dato oggettivo: quarant’anni dopo la rivoluzione, non si è formata in Iran una nuova generazione di politici religiosi in grado di raccogliere il testimone dei padri della Repubblica islamica. Per sopravvivere, il sistema dovrà necessariamente trasformarsi, anche attraverso una revisione delle istituzioni e dei processi decisionali.

Quel che resta della rivoluzione


Sono passati 40 dalla rivoluzione islamica iraniana che trasformò la monarchia del paese in una Repubblica Islamica sciita. Ma cosa è rimasto di quel conflitto e come è cambiato l’Iran? Ne abbiamo parlato con Antonello Sacchetti, giornalista appassionato di Iran. Nel suo libro “Iran, 1979. La rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq”, Sacchetti ripercorre quegli anni attraverso la testimonianza di persone che la rivoluzione l’hanno vissuta sulla propria pelle, anche da prospettive diverse: da chi fu un rivoluzionario a chi invece era più vicino allo Scià Mohammad Reza Pahlavi. “Nel raccogliere queste testimonianze – racconta Sacchetti – ho avuto la sensazione che molte di queste persone quasi non aspettassero altro che raccontarle. In fondo la memoria serve a liberarci.”

“Ho dato spazio ai racconti personali – spiega Antonello ai nostri microfoni – perché una rivoluzione, come in genere tutti gli avvenimenti storici, è qualcosa che coinvolge la vita delle persone delle famiglie. Spesso sono eventi raccontati attraverso i numeri e le gesta dei grandi personaggi. In questo racconto ho voluto mettere anche una parte molto privata di tante persone“.

L’intervista di Oriana Fallaci a Mohammad Reza Pahlavi

Riproponiamo l’intervista rilasciata dallo scià alla giornalista italiana nell’ottobre 1973

Sua Maestà aspettava in piedi, in mezzo al fastoso salone che gli serve da ufficio. Non rispose al discorsino con cui lo ringraziavo di ricevermi per l’intervista e in silenzio, freddissimamente, mi porse la mano destra. La stretta fu sgarbata, rigida. L’invito a sedermi ancora più rigido. E tutto avvenne senza parole, senza sorrisi: le sue labbra eran serrate come una porta chiusa, i suoi occhi eran ghiacci come un vento d’inverno. Avresti detto che volesse rimproverarmi qualcosa, e non capivi cosa. Oppure era solo frenato dalla ritrosia, dalla preoccupazione di non perdere il suo tono regale?

Quando fui seduta, anche lui si sedette: gambe unite e braccia incrociate, torso intirizzito (per via del corpetto antipallottole, suppongo, che indossa sempre come Ailé Selassié). Così intirizzito rimase a fissarmi, remoto, mentre narravo l’incidente avvenuto al cancello dove la guardia del corpo m’aveva bloccato rischiando di farmi perdere l’appuntamento. Udii la sua voce, infine, allorché replicò che gliene dispiaceva molto, ma certi errori avvenivano per eccesso di zelo. Era una voce triste, stanca. Quasi una voce priva di voce. Del resto anche il suo volto era triste, stanco. Sotto i suoi capelli bianchi, lanosi come un berretto di pelliccia, spiccava solo il grandissimo naso. Quanto al corpo, appariva così fragile sotto il doppiopetto grigio, così dimagrito, che subito gli chiesi se stesse bene. Benissimo, rispose, mai stato altrettanto bene: le notizie secondo cui la sua salute sarebbe in pericolo eran prive di fondamento e il calo di peso lo aveva voluto perché stava diventando un po’ grasso. Ci volle parecchio per riscaldar l’atmosfera di quell’approccio sbagliato.

A pensarci bene, ci riuscii soltanto quando gli chiesi se potevo accendere una sigaretta che da mezz’ora agognavo. «Poteva dirmelo prima. Io ho rinunciato alle sigarette ma l’odore del tabacco mi piace, l’odore del fumo.» A questo punto venne anche il tè, servito in tazze d’oro con cucchiaini d’oro. Ma quasi tutto era d’oro lì dentro: il posacenere che non osavi sporcare, la scatola incrostata di smeraldi, i soprammobili coperti di rubini e zaffiri, gli spigoli del tavolino. E in quel bagliore d’oro, di smeraldi, di rubini, di zaffiri, assurdo, irritante, rimasi circa due ore a tentar di penetrare Sua Maestà. Poi, nel dubbio di non aver penetrato un bel niente, chiesi di rivederlo. Acconsentì e il secondo incontro avvenne quattro giorni dopo. Stavolta Sua Maestà fu più cordiale. Per farmi piacere, suppongo, s’era messo una insopportabile cravatta italiana e la conversazione fiorì facilmente: appena turbata in lui dal timore che fossi sulla lista nera della sua polizia. Il timore lo aveva colto perché avevo motivato una domanda spiegando che il mio libro sul Vietnam era stato bandito dalle librerie di Teheran durante la visita di Nixon. Alla notizia era balzato su come punto da una coltellata attraverso il corpetto antipallottole. Il suo sguardo era diventato inquieto, ostile: perbacco, ero dunque pericolosa?

Trascorsero alcuni minuti prima che decidesse di superare il dilemma nell’unico modo possibile e cioè rinunciando alla sua compostezza eccessiva. Così si aprì ai sorrisi e, tra i sorrisi, parlammo del regime autoritario in cui crede, dei suoi rapporti con gli Stati Uniti e con l’URSS, della sua politica petrolifera. Sì, parlammo di tutto. Solo dopo essermene andata mi accorsi che la sola cosa di cui non avevamo parlato era la pazzia da cui lo dicono afflitto e alla quale si deve, sembra, la sua segreta crudeltà.

Mi accorsi anche di saperne su di lui molto poco, forse meno di prima: malgrado tre ore di domande e risposte l’uomo restava un mistero. Era idiota, ad esempio, o intelligente? Probabilmente è, come Bhutto, un personaggio dove i contrasti più paradossali si fondono per regalare alla tua ricerca un enigma. Crede ai sogni premonitori, ad esempio, alle visioni, a un infantile misticismo, e poi discute sul petrolio come un esperto. (Lo è). Governa come un re assolutista, ad esempio, e poi si rivolge al popolo col tono di chi crede al popolo e lo ama: dirigendo una Rivoluzione Bianca che a quanto pare qualche sforzino lo fa per combattere l’analfabetismo e il sistema feudale. Ritiene che le donne vadano giudicate alla stregua di accessori graziosi, incapaci di pensare come un uomo e poi, in una società dove le donne portano ancora il velo, ordina addirittura alle ragazze di fare il servizio militare. Ma insomma chi è questo Mohammad Reza Pahlavi che da trentadue anni siede solidamente sul trono più scottante del mondo? Appartiene all’epoca dei tappeti volanti o a quella dei computer? È un residuo del profeta Maometto o un accessorio dei pozzi di Abadan? Io non l’ho capito. Però ho capito che anche questa Maestà sa mentire con straordinaria impudenza: quando l’intervista venne pubblicata, Reza Pahlavi chiese alla sua ambasciata in Italia di smentire la battuta con cui mi aveva annunciato di voler aumentare il prezzo del petrolio ma, qualche settimana dopo, lo aumentò per davvero. E poi ho capito che era un lugubre dittatore, odiato dal suo popolo nella misura in cui bisogna odiare i lugubri dittatori. Le prigioni in Iran sono così piene di detenuti politici che, per ovviare il problema, Sua Maestà è costretto ogni tanto a fucilarne un bel po’.

ORIANA FALLACI. Anzitutto, Maestà, mi piacerebbe parlare di lei e del suo mestiere di re. Ne son rimasti così pochi di re, e non mi va via dalla testa una frase che lei pronunciò in un’altra intervista: «Se potessi tornare indietro, farei il violinista o il chirurgo o l’archeologo o il giocatore di polo… Tutto fuorché il re».

MOHAMMAD REZA PAHLAVI. Non ricordo d’aver detto queste parole, ma, se le ho dette, alludevo al fatto che il mestiere di re è un’emicrania. Quindi capita spesso che un re ne abbia abbastanza d’essere re. Capita anche a me. Questo però non significa che vi rinuncerei: credo troppo a quello che sono e a quello che faccio. Vede… quando dice ne-sono-rimasti-così-pochi-di-re, lei sottintende una domanda cui posso dare una sola risposta. Quando non c’è la monarchia, c’è l’anarchia o l’oligarchia o la dittatura. E, comunque, la monarchia è l’unico modo possibile per governare l’Iran. Se ho potuto fare qualcosa anzi molto per l’Iran, lo si deve al piccolo particolare che ne fossi il re. Per fare le cose ci vuole il potere, e per tenere il potere non bisogna chiedere permessi o consigli a nessuno. Non bisogna discutere le decisioni con nessuno e… Naturalmente anch’io posso aver commesso errori. Anch’io sono umano.

Tuttavia ritengo d’avere una missione da portare in fondo e intendo portarla in fondo senza rinunciare al mio trono. Non si può prevedere il futuro, ovvio, ma sono convinto che la monarchia in Iran durerà più a lungo dei vostri regimi. O dovrei dire che i vostri regimi non dureranno e il mio sì?

Maestà, quante volte hanno tentato di farla fuori?

Ufficialmente, due volte. E poi… solo Dio lo sa. Ma che significa? Io non vivo nell’ossessione d’essere ucciso. Davvero. A quello non penso mai. Un tempo ci pensavo. Quindici o venti anni fa, per esempio. Mi dicevo: “Oh, perché andare in quel posto? Magari mi hanno preparato un attentato e mi ammazzano. Oh, perché prendere quell’aereo? Magari ci hanno sistemato un ordigno e mi scoppia in volo”. Ora no. La paura di morire, ormai, è una paura che non esiste in me. E non c’entra il coraggio, non c’entra la sfida. Tanta serenità viene da una specie di fatalismo, di cieca fiducia nel fatto che niente possa accadermi fino al giorno in cui avrò portato a termine la mia missione. Sì, io resterò vivo fino al giorno in cui avrò finito ciò che devo finire. E quel giorno è stato stabilito da Dio, non da chi vuole ammazzarmi.

Allora perché è così triste, Maestà? Mi sbaglierò, ma lei ha sempre un’aria talmente triste, corrucciata.

Forse ha ragione. Forse in fondo al cuore sono un uomo triste. Ma la mia è una tristezza mistica, credo. Una tristezza che dipende dal mio lato mistico. Non saprei in quale altro modo spiegare la cosa visto che non v’è alcuna ragione per cui dovrei essere triste. Ormai ho tutto ciò che volevo come uomo e come re. Ho davvero tutto, la mia vita procede come un bellissimo sogno. Nessuno al mondo dovrebbe esser più felice di me e invece… Invece un suo sorriso allegro è più raro di una stella cadente.

Ma lei non ride mai, Maestà?

Solo quando mi capita qualcosa di buffo. Ma bisogna che sia davvero qualcosa di molto buffo, veramente buffo. Il che non capita spesso. No, non sono uno di quelli che ridono per ogni sciocchezza ma lei deve capire che la mia vita è sempre stata così difficile, così faticosa. Pensi solo a quel che sopportai durante i primi dodici anni del mio regno. Roma 1953… Mossadeq… Ricorda? E non alludo nemmeno alle mie sofferenze personali: alludo alle mie sofferenze di re. Del resto io non posso scindere l’uomo dal re. Prima d’esser un uomo, io sono un re. Un re il cui destino è dominato da una missione da compiere. E il resto non conta.

Gesù! Dev’essere una gran scocciatura. Voglio dire: uno deve sentirsi assai solo a fare il re anziché l’uomo.

Non nego la mia solitudine. Essa è profonda. Un re, quando non deve rendere conto a nessuno di ciò che dice e che fa, inevitabilmente è assai solo. Però non sono del tutto solo perché mi accompagna una forza che gli altri non vedono. La mia forza mistica. E poi ricevo messaggi. Messaggi religiosi. Sono molto, molto religioso. Credo in Dio e ho sempre detto che, se Dio non esistesse, bisognerebbe inventarlo. Oh, mi fanno tanta pena quei poveretti che non hanno Dio. Non si può vivere senza Dio. Io vivo con Dio dall’età di cinque anni. Cioè da quando Dio mi dette quelle visioni.

Visioni, Maestà?

Visioni, sì. Apparizioni. Di cosa? Di chi? Di profeti. Oh, mi stupisce che lei lo ignori. Lo sanno tutti che io ho ricevuto apparizioni. L’ho scritto anche nella mia biografia. Da bambino io ebbi due visioni. Una quando avevo cinque anni e una quando ne avevo sei. La prima volta vidi il nostro profeta Alì: colui che, secondo la nostra religione, scomparve per tornare il giorno in cui avrebbe salvato il mondo. Ebbi un incidente: caddi contro una roccia. E lui mi salvò: si mise tra me e la roccia. Lo so perché lo vidi. E non in sogno: nella realtà. La realtà materiale, mi spiego? Lo vidi io e basta. La persona che mi accompagnava non lo vide affatto. Ma nessun altro doveva vederlo all’infuori di me perché… Oh, temo che lei non mi capisca.

Infatti, Maestà. Non la capisco proprio. Avevamo incominciato così bene e ora invece… Questa storia delle visioni, delle apparizioni… Non mi è chiara, ecco.

Perché lei non crede. Né a Dio né a me. Tanti non ci credono. Non ci credeva nemmeno mio padre. Non ci credette mai, ne rise sempre. Del resto molti, sia pure rispettosamente, mi chiedono se non mi sfiori mai il dubbio che si sia trattato di una fantasia. La fantasia di un bambino. E io rispondo: no. No perché credo in Dio, nel fatto d’essere stato scelto da Dio per compiere una missione. Le mie apparizioni furon miracoli che salvarono il paese. Il mio regno ha salvato il paese e l’ha salvato perché accanto a me c’era Dio. Voglio dire: non è giusto che io mi prenda tutto il merito delle grandi cose che ho fatto per l’Iran. Intendiamoci: potrei. Ma non voglio perché so che v’era qualcun altro dietro di me. V’era Dio. Mi spiego?

No, Maestà. Perché… Insomma, queste apparizioni le ebbe solo da bambino o anche dopo, da adulto?

Solo da bambino, le ho detto. Da adulto mai: solo sogni. A intervalli di un anno o due anni. E anche di sette anni od otto anni. Per esempio, una volta ebbi due sogni nel giro di quindici anni.

Che sogni, Maestà?

Sogni religiosi. Basati sul mio misticismo. Sogni in cui vedevo ciò che sarebbe successo dopo due o tre mesi e che, puntualmente, dopo due o tre mesi accadeva. Ma di quali sogni si tratti non glielo posso dire. Non riguardavano personalmente me, si riferivano a problemi interni del paese e quindi vanno considerati come segreti di Stato. Ma forse lei capirebbe meglio se anziché la parola sogni usassi la parola presentimenti. Io credo anche ai presentimenti. Alcuni credono alla reincarnazione, io credo ai presentimenti. Ho continui presentimenti: forti come il mio istinto. Anche il giorno in cui mi spararono da sei piedi di distanza mi salvò l’istinto. Perché, istintivamente, mentre l’assassino scaricava la rivoltella, feci ciò che nella boxe si chiama shadow-dancing. E, una frazione di secondo prima che egli mirasse al cuore, mi spostai in modo tale che il proiettile andò a conficcarsi nella mia spalla. Un miracolo. Io credo anche ai miracoli. Se pensa che fui ferito da ben cinque proiettili, uno al volto, uno alla spalla, uno alla testa, due nel corpo, e che l’ultimo restò in canna perché il grilletto si inceppò… Bisogna credere ai miracoli. Io ho avuto tanti disastri aerei, eppure ne son sempre uscito incolume: grazie a un miracolo voluto da Dio e dai profeti. La vedo incredula.

Più che incredula, confusa. Sono molto confusa, Maestà, perché… Ecco, perché mi trovo dinanzi a un personaggio che non avevo previsto. Io non sapevo nulla di questi miracoli, di queste visioni… Io ero venuta a parlar del petrolio e dell’Iran e di lei… Magari anche dei suoi matrimoni, dei suoi divorzi… Non per cambiare argomento, ma quei divorzi devono essere stati un bel dramma. Vero, Maestà?

È difficile dirlo perché la mia vita s’è svolta sotto l’insegna del destino e, quando ho dovuto ferire i miei sentimenti personali, mi son sempre protetto pensando che un certo dolore era voluto dal destino. Non ci si può ribellare al destino quando si ha una missione da compiere. E, in un re, i sentimenti personali non contano. Un re non piange mai per sé stesso. Non ne ha il diritto. Un re è anzitutto dovere, e il senso del dovere è sempre stato così forte in me. Per esempio, quando mio padre mi disse: «Sposerai la principessa Fawzia d’Egitto», io non pensai neanche lontanamente a oppormi o a dire: «Non la conosco». Accettai subito perché il mio dovere era accettar subito. Uno è re o non è re. Se è re, deve subire tutte le responsabilità e tutto il peso dell’essere re, senza cedere ai rimpianti o alle pretese o ai dolori di comuni mortali.

Lasciamo perdere il caso della principessa Fawzia, Maestà, e prendiamo quello della principessa Soraya. La scelse da sé come moglie. Quindi non fu un dolore, per lei, abbandonarla?

Bè… sì… Per un certo tempo, sì. Posso addirittura dire che, per un certo periodo di tempo, quello fu uno dei dispiaceri più grossi della mia vita. Ma ben presto la ragione ebbe il sopravvento e mi posi la seguente domanda: cosa devo fare per il mio paese? E la risposta fu: trovare un’altra sposa con cui dividere il mio destino e a cui chiedere l’erede al trono. In altre parole, la mia sensibilità non si focalizza mai sulle faccende private bensì sui doveri regali. Io ho sempre educato me stesso a non preoccuparmi di me stesso ma del mio paese e del mio trono. Ma non parliamo di certe cose: dei miei divorzi eccetera. Io sono al di sopra, troppo al di sopra di certe cose.

Naturalmente, Maestà. Però c’è una cosa che non posso impedirmi di chiederle in quanto penso che vada chiarita. Maestà, è vero che lei s’è preso un’altra moglie?

Dal giorno in cui la stampa tedesca pubblicò la notizia… La calunnia, non la notizia, fu diffusa dall’agenzia di stampa francese dopo che era stata pubblicata dal giornale palestinese «Al Mohar» con evidenti scopi politici. Una calunnia sciocca, vile, disgustosa. Io le dirò soltanto che la fotografia di colei che sarebbe la mia quarta moglie è la fotografia di mia nipote, cioè la figlia della mia sorella gemella. Mia nipote che, oltretutto, è sposata e ha un bambino. Sì, certa stampa farebbe qualsiasi cosa per screditarmi: è retta da gente senza scrupoli, senza morale. Ma come possono dire che io, proprio io che ho voluto la legge secondo cui è proibito prendersi più di una moglie, mi son risposato e segretamente? È inconcepibile, è intollerabile, è vergognoso.

Maestà, ma lei è mussulmano. La sua religione le consente di prendersi un’altra moglie senza rinnegare l’imperatrice Farah Diba.

Sì, certo. Secondo la mia religione potrei, purché la regina me ne desse il consenso. E a essere onesti bisogna ammettere che esistono casi per cui… Ad esempio, quando una moglie è malata oppure non vuole rispettare i suoi doveri di moglie, e perciò causa l’infelicità del marito… suvvia! Bisogna essere ipocriti o ingenui per credere che il marito sopporti una cosa simile. Nella vostra società, quando si verifica una circostanza del genere, un uomo non si prende forse un’amante o più amanti? Ebbene: nella nostra società, invece, un uomo può prendersi un’altra moglie. Purché la prima moglie acconsenta e il tribunale acconsenta. Senza quei due consensi su cui ho basato la mia legge, però, il nuovo matrimonio non può avvenire. Sicché io, proprio io, dovrei aver infranto la legge sposandomi di nascosto?! E con chi?! Con mia nipote?! Con la figlia di mia sorella?! Senta, una cosa così volgare io non voglio nemmeno discuterla. Non accetto di parlarne un attimo di più. Bene.

Non parliamone più. Diciamo che lei smentisce tutto, Maestà, e…

Io non smentisco nulla. Io non mi prendo neanche il disturbo di smentire. Io non voglio neanche essere citato in una smentita.

Ma come? Se lei non smentisce, si continuerà a dire che quel matrimonio è avvenuto.

Ho già fatto smentire dalle mie ambasciate!

E nessuno ci ha creduto. Dunque bisogna che la smentita venga da lei, Maestà.

Ma il fatto di smentire mi abbassa, mi offende, perché la cosa non ha alcuna importanza per me. Le sembra lecito che un sovrano della mia statura, un sovrano coi miei problemi, si abbassi a smentire il suo matrimonio con la nipote? Disgustoso! Disgustoso! Le sembra lecito che un re, che l’imperatore di Persia perda tempo a parlare di certe cose? A parlare di mogli, di donne?

Strano, Maestà. Se v’è un monarca di cui si è sempre parlato in relazione alle donne, questo è proprio lei. E ora mi coglie il dubbio che le donne non abbiano contato nulla nella sua vita.

Qui temo proprio che lei abbia fatto una osservazione giusta. Perché le cose che hanno contato nella mia vita, le cose che hanno lasciato un segno su di me, sono state ben altre. Non certo i miei matrimoni, non certo le donne. Le donne, sa… Guardi, mettiamola così. Io non le sottovaluto e, infatti, esse sono state avvantaggiate più di chiunque altro dalla mia Rivoluzione Bianca. Mi sono battuto strenuamente perché avessero uguaglianza di diritti e di responsabilità. Le ho messe perfino nell’esercito dove vengono addestrate militarmente per sei mesi e poi inviate nei villaggi a combattere la battaglia contro l’analfabetismo. E non dimentichiamo ch’io sono figlio dell’uomo che in Iran tolse il velo alle donne. Ma non sarei sincero se affermassi d’essere stato influenzato da una sola di loro. Nessuno può influenzarmi: nessuno. E una donna ancor meno. Nella vita di un uomo, le donne contano solo se sono belle e graziose e mantengono la loro femminilità e… Questa storia del femminismo, ad esempio. Cosa vogliono queste femministe? Cosa volete? Dice: l’uguaglianza. Oh! Non vorrei apparire sgarbato ma… siete uguali per legge ma, scusatemi, non per capacità.

No, Maestà?

No. Non avete mai avuto un Michelangelo o un Bach. Non avete mai avuto nemmeno un gran cuoco. E se mi parlate di opportunità vi rispondo: vogliamo scherzare? V’è forse mancata l’opportunità di dare alla storia un gran cuoco? Non avete dato nulla di grande, nulla! Mi dica: quante donne capaci di governare ha conosciuto nel corso di queste interviste?

Almeno due, Maestà. Golda Meir e Indira Gandhi.

Mah… Tutto ciò che posso dire è che le donne, quando governano, sono molto più dure degli uomini. Molto più crudeli. Molto più assetate di sangue. Mi riferisco a fatti, non a opinioni. Siete senza cuore quando avete il potere. Pensi a Caterina de’ Medici, a Caterina di Russia, a Elisabetta d’Inghilterra. Per non citare la vostra Lucrezia Borgia e i suoi veleni, i suoi intrighi. Siete intriganti, siete cattive. Tutte.

Sono sorpresa, Maestà, perché è lei che ha nominato l’imperatrice Farah Diba reggente ove il principe ereditario salisse minorenne sul trono.

Uhm… Già… Sì, se mio figlio diventasse re prima dell’età richiesta, la regina Farah Diba diventerebbe reggente. Però ci sarebbe anche un consiglio con cui essa dovrebbe consultarsi. Io invece non ho l’obbligo di consultarmi con nessuno e non mi consulto con nessuno. Vede la differenza?

La vedo. Però resta il fatto che sua moglie sarebbe reggente. E se lei ha preso questa decisione, Maestà, significa che la ritiene capace di governare.

Uhm… In ogni caso, questo è ciò che ritenevo quando presi la decisione. E… non siamo qui per parlare solo di questo, no?

Certo che no. Del resto non ho ancora incominciato a chiederle ciò che mi preme maggiormente, Maestà. Per esempio: quando cerco di parlare di lei, qui a Teheran, la gente si chiude in un silenzio impaurito. Non osa nemmeno pronunciare il suo nome, Maestà. Come mai?

Per eccesso di rispetto, suppongo. Con me, infatti, non si comportano davvero così. Quando sono tornato dall’America ho attraversato la città su un’automobile aperta e, dall’aeroporto fino al palazzo, sono stato applaudito pazzamente da almeno mezzo milione di persone travolte da un entusiasmo folle. Lanciavano evviva, gridavano slogan patriottici, non erano affatto chiusi nel silenzio che lei dice. Non è cambiato nulla dal giorno in cui divenni re e la mia automobile fu portata a braccia dal popolo per cinque chilometri. Sì: c’erano cinque chilometri dalla casa in cui vivevo all’edificio in cui avrei giurato fedeltà alla Costituzione. E io mi trovavo su quell’automobile. Dopo pochi metri il popolo sollevò l’automobile come si solleva una portantina e la portò a braccia per ben cinque chilometri: cosa intendeva dire con la sua domanda? Che sono tutti contro di me?

Dio me ne guardi, Maestà. Io intendevo dire solo ciò che ho detto: qui a Teheran la gente ha tanta paura di lei che non osa nemmeno pronunciare il suo nome.

E perché dovrebbero parlare di me con uno straniero? Non mi è chiaro a cosa lei alluda.

Alludo al fatto, Maestà, che da molti lei venga considerato un dittatore.

Questo lo scrive «Le Monde». E che me ne importa? Io lavoro per il mio popolo. Non lavoro per «Le Monde».

Sì, sì, ma negherebbe d’essere un re molto autoritario?

No, non lo negherei perché in certo senso lo sono. Ma senta: per mandare avanti le riforme, non si può non essere autoritari. Specialmente quando le riforme avvengono in un paese che, come l’Iran, ha solo il 25 per cento di abitanti che sanno leggere e scrivere. Non bisogna dimenticare che l’analfabetismo è drammatico qui: ci vorranno almeno dieci anni per cancellarlo. E non dico cancellarlo per tutti: dico cancellarlo per quelli che oggi sono sotto i cinquanta anni. Mi creda: quando tre quarti di una nazione non sa né leggere né scrivere, alle riforme si provvede solo attraverso l’autoritarismo più rigido: altrimenti non si ottiene nulla. Se non fossi stato duro, io non avrei potuto attuare nemmeno la riforma agraria e il mio intero programma di riforme si sarebbe arenato. Una volta arenato quel programma, l’estrema sinistra avrebbe liquidato l’estrema destra in poche ore e non solo la Rivoluzione Bianca sarebbe finita. Ho dovuto fare quello che ho fatto. Per esempio, ordinare alle mie truppe di sparare su chi si opponeva alla distribuzione delle terre. Sicché affermare che in Iran non c’è democrazia…

C’è, Maestà?

Le assicuro di sì, le assicuro che in molti sensi l’Iran è più democratico di quanto lo siano i vostri paesi in Europa. A parte il fatto che i contadini sono i proprietari della terra, che gli operai partecipano alla gestione delle fabbriche, che i grandi complessi industriali sono di proprietà dello Stato anziché di privati, deve sapere che le elezioni qui incominciano nei villaggi e si svolgono al livello dei consigli locali, municipali, provinciali. In Parlamento vi sono soltanto due partiti, d’accordo. Ma sono quelli che accettano i dodici punti della mia Rivoluzione Bianca e quanti partiti dovrebbero rappresentare l’ideologia della mia Rivoluzione Bianca? Del resto quei due sono i soli che possono ricevere abbastanza voti: le minoranze sono una entità così trascurabile, così ridicola, che non potrebbero neanche eleggere un deputato. E, comunque sia, io non voglio che certe minoranze eleggano alcun deputato. Così come non voglio che il Partito comunista sia permesso. I comunisti sono fuori legge in Iran. Non vogliono che distruggere, distruggere, distruggere, e giurano fedeltà a qualcun altro anziché al loro paese e al loro re. Sono traditori e sarei pazzo a permettere loro di esistere.

Forse mi sono spiegata male, Maestà. Io alludevo alla democrazia come la intendiamo noi in Occidente, cioè a quel regime che consente a chiunque di pensarla come vuole e si basa su un Parlamento dove anche le minoranze sono rappresentate…

Ma quella democrazia io non la voglio! Non l’ha capito? Io non so che farmene di una simile democrazia! Ve la regalo tutta, potete tenervela, non l’ha capito? La vostra bella democrazia. Ve ne accorgerete tra qualche anno dove conduce la vostra bella democrazia.

Bè, forse è un po’ caotica. Ma è l’unica possibile se si rispetta l’Uomo e la sua libertà di pensiero.

Libertà di pensiero, libertà di pensiero! Democrazia, democrazia! Coi bambini di cinque anni che fanno gli scioperi e sfilano per le strade. È democrazia questa? È libertà?

Sì, Maestà.

Per me no. E aggiungo: quanto avete studiato, negli ultimi anni, nelle vostre università? E, se continuate a non studiare nelle vostre università, come potrete tenere il passo con le esigenze della tecnologia? Non diventerete servi degli americani grazie alla vostra mancanza di preparazione, non diventerete paesi di terza anzi di quarta categoria? Democrazia libertà democrazia! Ma cosa significano queste parole?

Scusi se mi permetto, Maestà. A mio parere significano, per esempio, non togliere certi libri dalle librerie quando Nixon viene a Teheran. So che il mio libro sul Vietnam fu tolto dalle librerie quando Nixon venne qui e ci fu rimesso soltanto dopo che lui fu partito.

Come? Sì, sì. Ma lei non sarà mica sulla lista nera?

Qui a Teheran? Non so. Potrebbe darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Uhm… Perché io la sto ricevendo a palazzo ed è qui, seduta accanto a me…

Ciò è molto gentile da parte sua, Maestà. Uhm… Certo dimostra che qui c’è democrazia, libertà… Certo. Però vorrei chiederle una cosa, Maestà. Vorrei chiederle: se, anziché essere italiana, fossi iraniana e vivessi qui e pensassi come penso e scrivessi come scrivo, cioè se la criticassi, lei mi butterebbe in galera?

È probabile. Se ciò che pensa e che scrive non andasse d’accordo con le nostre leggi, sarebbe processata.

Sì, eh? Anche condannata?

Penso di sì. Naturalmente. Ma, detto fra noi, non credo che le sarebbe facile criticarmi, attaccarmi in Iran. Per cosa dovrebbe attaccarmi, criticarmi? Per la mia politica estera? Per la mia politica sul petrolio? Per aver distribuito le terre ai contadini? Per permettere agli operai di partecipare fino al 20 per cento dei guadagni e di poter comprare fino al 49 per cento delle azioni? Per combattere l’analfabetismo e le malattie? Per aver fatto progredire un paese dove c’era poco o nulla?

No, no. Non per questo, Maestà. Io la attaccherei… vediamo. Ecco: per le repressioni che in Iran avvengono contro gli studenti e gli intellettuali ad esempio. Mi hanno detto che le prigioni sono talmente piene che i nuovi arrestati devono esser messi nei campi militari. È vero? Ma quanti prigionieri politici vi sono oggi in Iran?

Con esattezza non so. Dipende da ciò a cui lei allude con l’espressione prigionieri politici. Se parla dei comunisti, ad esempio, io non li considero prigionieri politici, perché essere comunisti è proibito dalla legge. Quindi un comunista per me non è un prigioniero politico ma un delinquente comune. Se poi intende coloro che compiono gli attentati e così uccidono vecchi, donne, bambini innocenti, è ancor più evidente che neanche loro li considero prigionieri politici. Infatti, con loro, non ho nessuna pietà. Oh, io ho sempre perdonato a chi aveva tentato di uccidere me ma non ho mai avuto il minimo di misericordia verso i criminali che voi chiamate guerriglieri o verso i traditori del paese. È gente, quella, che sarebbe capace di uccider mio figlio pur di complottare contro la sicurezza dello Stato. È gente da eliminare.

Infatti li fa fucilare, vero?

Quelli che hanno ucciso, certo. Vengono fucilati. Ma non perché sono comunisti: perché sono terroristi. I comunisti vengono semplicemente condannati alla prigione, con pene che variano da pochi a molti anni. Oh, me lo immagino cosa pensa lei sulla pena di morte eccetera. Ma, vede, certi giudizi dipendono dal tipo di educazione che s’è ricevuto, dalla cultura, dal clima, e non si deve partire dal presupposto che ciò che va bene in un paese vada bene in tutti i paesi. Prenda un seme di mela e lo pianti a Teheran, poi prenda un altro seme della stessa mela e lo pianti a Roma: l’albero che nascerà a Teheran non sarà mai uguale all’albero che nascerà a Roma. Qui fucilare certa gente è giusto e necessario. Qui il pietismo è assurdo.

Mentre la ascoltavo mi chiedevo una cosa, Maestà. Mi chiedevo cosa pensa della morte di Allende.

Ecco cosa ne penso. Penso che la sua morte ci insegna una lezione: bisogna essere una cosa o l’altra, stare da una parte o dall’altra, se si vuol combinare qualcosa e vincere. Le vie di mezzo, i compromessi, non sono possibili. In altre parole, o si è un rivoluzionario o si è qualcuno che esige l’ordine e la legge: non si può essere un rivoluzionario nell’ordine e nella legge. Tantomeno nella tolleranza. E se Allende voleva governare secondo le sue idee marxiste, perché non si organizzò altrimenti? Quando Castro andò al potere, uccise almeno diecimila persone: mentre voi gli dicevate «Bravo, bravo, bravo!».

Bè, in certo senso fu davvero bravo perché è ancora al potere. Ci sono anch’io, però. E conto di restarci dimostrando che con la forza si possono fare un mucchio di cose: perfino provare che il vostro socialismo è finito. Vecchio, superato, finito. Se ne parlava cento anni fa di socialismo, se ne scriveva cento anni fa. Oggi esso non va più d’accordo con la moderna tecnologia. Ottengo più io di quanto ottengano gli svedesi e infatti non vede che perfino in Svezia i socialisti stanno perdendo terreno? Ah! Il socialismo svedese…! Non ha nazionalizzato nemmeno le foreste e le acque. Io invece sì.

Torno a non capire bene, Maestà. Sta dicendomi che in certo senso lei è socialista e che il suo socialismo è più avanzato e moderno di quello scandinavo?

Sicuro. Perché quel socialismo significa un sistema di sicurezza per quelli che non lavorano e tuttavia ricevono un salario alla fine del mese come quelli che lavorano. Il socialismo della mia Rivoluzione Bianca, invece, è un incentivo al lavoro. È un socialismo nuovo, originale, e… mi creda: in Iran siamo molto più avanti di voi e non abbiamo proprio nulla da imparare da voi. Ma queste sono cose che voi europei non scriverete mai: la stampa internazionale è talmente infiltrata dai sinistrorsi, dalla cosiddetta sinistra. Ah, questa sinistra! Ha corrotto perfino il clero. Perfino i preti! Ormai anche loro stanno diventando elementi che mirano solo a distruggere, distruggere, distruggere. Addirittura nei paesi dell’America Latina, addirittura in Spagna! Sembra incredibile. Abusano della loro stessa chiesa. Della loro stessa chiesa! Parlano di ingiustizie, di uguaglianza… Ah, questa sinistra! Vedrete, vedrete dove vi porterà.

Torniamo a lei, Maestà. Così intransigente, così duro, e magari spietato: dietro quel volto triste. In fondo, così simile a suo padre. Mi chiedo in quale misura lei sia stato influenzato da suo padre.

In nessuna. Nemmeno mio padre poteva influenzarmi. Nessuno può influenzarmi, le ho detto! Io ero legato a mio padre da affetto: sì. Da ammirazione: sì. Ma nient’altro. Non ho mai tentato di copiarlo, di imitarlo. Né sarebbe stato possibile, anche se lo avessi voluto. Eravamo due personalità troppo diverse, e anche le circostanze storiche in cui ci siamo trovati erano troppo diverse. Mio padre incominciò dal nulla. Quando egli andò al potere, il paese non aveva nulla. Non esistevano neanche i problemi che abbiamo oggi alle frontiere: soprattutto con i russi. E mio padre poteva permettersi d’avere rapporti di buon vicinato con tutti. L’unica minaccia, in fondo, era rappresentata dagli inglesi che nel 1907 s’erano diviso l’Iran coi russi, e volevano che l’Iran costituisse una specie di terra di nessuno posta tra la Russia e il loro impero in India. Ma poi gli inglesi rinunciarono al progetto e le cose divennero abbastanza facili per mio padre. Io, invece… Io non ho incominciato dal nulla: ho trovato un trono. Però, appena salito al trono, mi son trovato subito a dover guidare un paese occupato dagli stranieri. E avevo solo ventun anni. Non sono molti, ventun anni, non sono molti. Del resto, non avevo da tenere a bada gli stranieri e basta. Avevo da fronteggiare una quinta colonna di estrema destra ed estrema sinistra: per esercitare una maggiore influenza su di noi gli stranieri avevan creato l’estrema destra e l’estrema sinistra… No, non è stato facile per me. Forse è stato più difficile per me che per mio padre. Senza contare il periodo della Guerra Fredda, durato fino a pochi anni fa.

Maestà, ha appena parlato dei problemi che ha alle frontiere. Qual è , oggi, il suo peggior vicino?

Non si può mai dire, perché non si sa mai chi sia il peggior vicino. Però sarei portato a risponderle che, in questo momento, è l’Iraq.

Mi sorprende, Maestà, che abbia citato l’Iraq come il suo peggior vicino. Io mi aspettavo che citasse l’Unione Sovietica.

L’Unione Sovietica… Con l’Unione Sovietica abbiamo buoni rapporti diplomatici e commerciali. Con l’Unione Sovietica abbiamo un gasdotto. All’Unione Sovietica vendiamo gas, insomma. Dall’Unione Sovietica ci vengono tecnici. E la Guerra Fredda è finita. Ma la questione con l’Unione Sovietica resterà sempre la stessa e, trattando coi russi, l’Iran deve sempre ricordare il dilemma principale: diventare comunista o no? Nessuno è così pazzo o ingenuo da negare l’imperialismo russo. E, sebbene la politica imperialista sia sempre esistita in Russia, resta il fatto che essa è molto più minacciosa oggi perché legata al dogma comunista. Voglio dire: è più facile fronteggiare i paesi che sono soltanto imperialisti anziché i paesi che sono imperialisti e comunisti. Esiste ciò che chiamo manovra a tenaglia dell’URSS. Esiste il loro sogno di arrivare fino all’Oceano Indiano passando dal Golfo Persico. E l’Iran è l’ultimo bastione per difendere la nostra civiltà, ciò che consideriamo decente. Se essi volessero attaccare questo bastione, la nostra sopravvivenza dipenderebbe solo dalla capacità e dalla volontà di resistere. Dunque il problema di resistere si pone fin d’oggi.

E, oggi, l’Iran è militarmente assai forte. Vero?

Molto forte ma non abbastanza forte da poter resistere ai russi in caso d’attacco. Questo è ovvio. Per esempio, non ho la bomba atomica. Però mi sento abbastanza forte per resistere se scoppiasse la Terza guerra mondiale. Sì, ho detto Terza guerra mondiale. Molti pensano che la Terza guerra mondiale possa esplodere solo per il Mediterraneo, io dico invece che potrebbe esplodere molto più facilmente per l’Iran. Oh, molto più facilmente! Siamo noi, infatti, che controlliamo le risorse energetiche del mondo. Per raggiungere il resto del mondo, il petrolio non passa attraverso il Mediterraneo: passa attraverso il Golfo Persico e l’Oceano Indiano. Quindi, se l’Unione Sovietica ci attaccasse, noi resisteremmo. E saremmo probabilmente travolti e allora i paesi non comunisti si guarderebbero bene dallo stare con le mani in mano. E interverrebbero. E sarebbe la Terza guerra mondiale. Evidente. Il mondo non comunista non può accettare la scomparsa dell’Iran perché sa bene che perdere l’Iran significherebbe perdere tutto. Mi sono spiegato bene?

Perfettamente. E atrocemente. Perché lei parla della Terza guerra mondiale come di una eventualità più che prossima, Maestà.

Ne parlo come di una cosa possibile con la speranza che non si verifichi. Come una eventualità prossima vedo piuttosto una piccola guerra con qualche vicino. In fondo non abbiamo che nemici alle nostre frontiere. Non c’è solo l’Iraq a tormentarci.

E i suoi grandi amici, Maestà, cioè gli Stati Uniti, sono geograficamente lontani.

Se mi chiede chi considero il nostro migliore amico, le rispondo: gli Stati Uniti tra gli altri. Perché gli Stati Uniti non sono i soli nostri amici: sono molti i paesi che ci mostrano amicizia e credono in noi, nell’importanza dell’Iran. Ma gli Stati Uniti ci comprendono meglio per la semplice ragione che hanno troppi interessi qui. Interessi economici e quindi diretti, interessi politici e quindi indiretti… Ho appena detto che l’Iran è la chiave o una delle chiavi del mondo. Mi resta solo da aggiungere che gli Stati Uniti non possono chiudersi dentro i confini del loro paese, non possono tornare alla dottrina Monroe. Sono costretti a rispettare le loro responsabilità verso il mondo e quindi a curarsi di noi. E ciò non toglie nulla alla nostra indipendenza perché tutti sanno che la nostra amicizia con gli Stati Uniti non ci rende schiavi degli Stati Uniti. Le decisioni sono prese qui, a Teheran. Non altrove. Non a Washington, per esempio. Io vado d’accordo con Nixon come andavo d’accordo con gli altri presidenti degli Stati Uniti: ma posso continuare ad andarci d’accordo solo se sono certo che egli mi tratta come un amico. Anzi un amico che tra pochi anni rappresenterà una potenza mondiale.

Gli Stati Uniti sono anche buoni amici di Israele e, negli ultimi tempi, lei si è espresso assai duramente verso Gerusalemme. Meno duramente verso gli arabi, invece, coi quali sembra che voglia migliorare i rapporti.

Noi basiamo la nostra politica su princìpi fondamentali e non possiamo accettare che un paese, in questo caso Israele, si annetta territori attraverso l’uso delle armi. Non possiamo perché, se il principio è applicato agli arabi, un giorno potrebbe essere applicato a noi. Mi replicherà che è sempre stato così, che i confini sono sempre cambiati in seguito all’uso delle armi e alle guerre. D’accordo: però questa non è una buona ragione per riconoscere quel fatto come un principio valido. Inoltre è noto che l’Iran ha accettato la risoluzione emanata nel 1967 dall’ONU e, se gli arabi perdono fiducia nell’ONU, come convincerli che sono stati sconfitti? Come impedirgli di prendere la loro rivincita? Usando l’arma del petrolio magari? Il petrolio gli andrà alla testa. Del resto, gli sta già andando alla testa.

Maestà, lei dà ragione agli arabi però vende il petrolio agli israeliani.

Il petrolio viene venduto dalle compagnie, cioè a chiunque. Va dappertutto, il nostro petrolio: perché non dovrebbe andare a Israele? E perché dovrebbe importarmi se va a Israele? Dove va, va. E, quanto alle nostre personali relazioni con Israele, è noto che non abbiamo un’ambasciata a Gerusalemme ma abbiamo tecnici israeliani in Iran. Siamo mussulmani ma non arabi. E in politica estera seguiamo un atteggiamento assai indipendente.

Tale atteggiamento prevede il giorno in cui tra l’Iran e Israele si stabiliranno normali relazioni diplomatiche?

No. O meglio: non fino a quando la questione del ritiro delle truppe israeliane dai territori occupati sarà una questione risolta. E, sulle possibilità che tale questione possa esser risolta, posso dire soltanto che gli israeliani non hanno scelta: se vogliono vivere in pace con gli arabi. Non sono soltanto gli arabi a spendere enormi quantità di denaro in materiale bellico: sono anche gli israeliani. E non vedo come, sia gli arabi che gli israeliani, possano continuare su questa strada. Inoltre, in Israele, cominciano a verificarsi fenomeni nuovi: gli scioperi, ad esempio. Fino a quando Israele continuerà a nutrire lo spirito fantastico e terribile che l’animava ai tempi della sua formazione? Io penso soprattutto alle nuove generazioni di Israele, e agli israeliani che vengono dall’Europa orientale per essere trattati in modo diverso dagli altri.

Maestà, poco fa lei ha detto una frase che mi ha impressionato. Ha detto che l’Iran rappresenterà presto una potenza mondiale. Alludeva forse alla previsione di quegli economisti, secondo cui, entro trentasei anni, l’Iran dovrebbe essere il paese più ricco del mondo?

Dire che diverrà il paese più ricco del mondo è forse esagerato. Ma dire che si allineerà tra i cinque paesi più grandi e potenti del mondo, non lo è affatto. Dunque l’Iran si troverà allo stesso livello degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica, del Giappone, della Francia. Non cito la Cina perché la Cina non è un paese ricco, né può diventarlo se tra venticinque anni raggiunge il miliardo e quattrocento milioni di abitanti previsti. Noi, invece, tra venticinque anni saremo al massimo sessanta milioni. Oh, sì: ci aspetta una grande ricchezza, una grande forza: checché ne dicano i comunisti. Non a caso, sto accingendomi a pianificare le nascite. Ed ecco il punto cui voglio arrivare: non si può scindere l’economia dalle altre cose e, quando un paese è ricco economicamente, diventa ricco in ogni senso. Diventa potente su un piano internazionale. Parlando di economia, del resto, non alludo solo al petrolio: alludo a un’economia equilibrata che include ogni genere di produzione, da quella industriale a quella agricola, da quella artigianale a quella elettronica. Dovevamo passare dai tappeti ai computer: il risultato, invece, è che abbiamo mantenuto i tappeti aggiungendo i computer. Facciamo ancora i tappeti a mano, però li facciamo anche a macchina. Inoltre facciamo le moquettes. Ogni anno raddoppiamo i nostri prodotti nazionali. Del resto i segni che diverremo una potenza mondiale son tanti. Dieci anni fa, per esempio, quando ebbe inizio la mia Rivoluzione Bianca, v’era solo un milione di studenti nelle scuole. Oggi ve ne sono 3 milioni e 100.000 e, tra dieci anni, saranno cinque, sei milioni.

Ha appena detto che non alludeva solo al petrolio, Maestà, ma sappiamo tutti che i computer li avete grazie al petrolio e che i tappeti a macchina li fate grazie al petrolio e che la ricchezza di domani vi viene grazie al petrolio. Vogliamo finalmente parlare della politica che ha adottato a proposito del petrolio e nei riguardi dell’Occidente?

Semplice. Questo petrolio io ce l’ho e non me lo posso bere. Però so che posso sfruttarlo al massimo senza ricattare il resto del mondo e anzi tentando di impedire che serva a ricattare il resto del mondo. Quindi ho scelto la politica di assicurarne la vendita a tutti, senza discriminazioni. Non è stata una scelta difficile: non ho mai pensato di affiancarmi ai paesi arabi che minacciavano il ricatto all’Occidente. Ho già detto che il mio paese è indipendente, e tutti sanno che il mio paese è mussulmano ma non arabo, quindi io non fo quello che riesce comodo agli arabi bensì quello che serve all’Iran. Inoltre l’Iran ha bisogno di denaro, e col petrolio si può fare molto denaro. Oh, la differenza tra me e gli arabi sta tutta qui. Perché i paesi che dicono «non-vendiamo-più-petrolio-all’Occidente» non sanno cosa fare del loro denaro, quindi non si preoccupano del futuro. Spesso hanno una popolazione di soli sei o settecentomila abitanti e tanti soldi in banca che potrebbero vivere tre o quattro anni senza pompare una stilla di petrolio, senza venderne una goccia. Io no. Io ho quei trentun milioni e mezzo di abitanti, e un’economia da sviluppare, un programma di riforme da concludere. Ho quindi bisogno di soldi. Io so cosa farne dei soldi, e non posso permettermi di non pompare il petrolio. Non posso permettermi di non venderlo a chiunque.

Mentre Gheddafi le dà del traditore.

Traditore?!? Traditore a me che ho preso l’intera faccenda nelle mie mani e già dispongo del 51 per cento della produzione che prima apparteneva esclusivamente alle compagnie petrolifere straniere? Ignoravo che il signor Gheddafi mi avesse rivolto un simile insulto e… Guardi, quel signor Gheddafi io non posso prenderlo affatto sul serio. Posso solo augurargli di riuscire a servire il suo paese come riesco a servirlo io, posso solo ricordargli che non dovrebbe strillare tanto: le riserve di petrolio, in Libia, saranno esaurite nell’arco di dieci anni. Il mio petrolio, invece, durerà almeno trenta o quaranta anni. E forse cinquanta, sessanta. Dipende dal fatto che si scoprano o no altri giacimenti ed è molto, molto probabile che si scoprano altri giacimenti. Ma anche se ciò non dovesse avvenire, ce la caveremo egregiamente lo stesso. La nostra produzione cresce a vista d’occhio: nel 1976 arriveremo a estrarre otto milioni di barili al giorno. Otto milioni di barili son molti, moltissimi.

Si è fatto un bel po’ di nemici, comunque, Maestà.

Questo non lo so ancora. Infatti l’OPEC non ha ancora deciso di non vendere il petrolio all’Occidente e può darsi benissimo che la mia decisione di non ricattar l’Occidente induca gli arabi a imitarmi. Se non tutti gli arabi, una parte di essi. Se non subito, tra qualche tempo. Certi paesi non sono indipendenti come l’Iran, non hanno gli esperti che ha l’Iran e non hanno il popolo dietro come ce l’ho io. Io posso impormi. Loro non possono ancora. Non è facile arrivare a vendere direttamente il petrolio liberandosi delle compagnie che per decenni e decenni hanno avuto il monopolio di tutto. E se anche i paesi arabi arrivassero a seguire la mia decisione… Oh, sarebbe tanto più semplice, e anche più sicuro, se i paesi occidentali fossero esclusivamente acquirenti e noi fossimo i venditori diretti! Non esisterebbero risentimenti, ricatti, rancori, inimicizie… Sì, può darsi benissimo che io dia il buon esempio e, comunque, io proseguo dritto per la mia strada. Le nostre porte sono spalancate a chiunque voglia firmare un contratto con noi e molti si sono già offerti. Inglesi, americani, giapponesi, olandesi, tedeschi. Erano così timidi all’inizio. Ma ora diventano sempre più audaci.

E gli italiani?

Agli italiani per ora non vendiamo molto petrolio, però possiamo raggiungere un grosso accordo con l’ENI e penso che si sia sulla strada di farlo. Sì, possiamo diventare ottimi partner con l’ENI e del resto i nostri rapporti con gl’italiani sono stati sempre buoni. Fin dai tempi di Mattei. La prima volta che riuscii a rompere il vecchio sistema di sfruttamento esercitato dalle compagnie petrolifere straniere non fu forse quando feci quell’accordo con Mattei, nel 1957? Oh, io non so cosa dicano gli altri su Mattei, però so che non riuscirò mai a essere obbiettivo parlando di lui. Mi piaceva troppo. Era un gran brav’uomo, e un uomo capace di leggere nel futuro: una personalità davvero eccezionale.

Infatti lo ammazzarono.

Probabilmente. Però non avrebbe dovuto volare con quel cattivo tempo. A Milano la nebbia diventa molto densa d’inverno e il petrolio può essere davvero una maledizione. Ma forse non fu il cattivo tempo. E comunque fu un vero peccato. Anche per noi. Bè, non dico che la morte di Mattei abbia provocato una battuta d’arresto nei rapporti tra noi e l’ENI. No, no, dal momento che ora stiamo per concludere qualcosa di grosso. Mattei non avrebbe potuto fare nulla di più perché ciò che ci accingiamo a fare ora è proprio il massimo. Tuttavia, se Mattei fosse stato vivo, a quell’accordo ci saremmo arrivati anni fa.

Vorrei concludere e chiarire bene il punto di prima, Maestà. Crede o no che gli arabi finiranno per materializzare la loro minaccia di tagliare ogni vendita di petrolio all’Occidente?

È difficile rispondere. È molto difficile perché, con la stessa disinvoltura e con lo stesso rischio di sbagliarsi, si può dire sì o no. Ma io sarei più propenso a rispondere no. Tagliare il petrolio all’Occidente, rinunciare a quella fonte di guadagno, sarà una decisione assai ardua per loro. Non tutti gli arabi seguono la politica di Gheddafi e, se alcuni non hanno bisogno di denaro, altri ne hanno molto bisogno.

E intanto il prezzo del petrolio salirà?

Salirà, certo. Oh, certo! Certo! Può dare la cattiva notizia e aggiungere che viene da qualcuno che se ne intende. Sul petrolio io so tutto, tutto. È davvero la mia specialità. E da specialista le dico: bisogna che il prezzo del petrolio salga. Non v’è altra soluzione. Però è una soluzione che voi occidentali avete voluto. O, se preferite, una soluzione che è stata voluta dalla vostra civilizzatissima società industriale. Il prezzo del grano ce lo avete aumentato del 300 per cento, e così quello dello zucchero e del cemento. Il prezzo dei petrolchimici ce lo avete mandato alle stelle. Comprate da noi il petrolio grezzo e ce lo rivendete, raffinato in petrolchimici, a cento volte più di quel che lo avete pagato. Ci fate pagare tutto di più, scandalosamente di più, ed è giusto che d’ora innanzi paghiate il petrolio di più. Diciamo… dieci volte di più.

Dieci volte di più?!?

Ma siete voi, ripeto, che mi forzate ad alzare i prezzi! E certo avete le vostre ragioni. Ma anch’io, scusate, ho le mie. Del resto non dureremo in eterno a litigarci: tra meno di cent’anni questa storia del petrolio sarà finita. Il bisogno del petrolio cresce a ritmo accelerato, i giacimenti si esauriscono, presto dovrete trovarvi nuove fonti di energia. Atomica, solare, che so. Le soluzioni dovranno essere molte, una sola non basterà. Ad esempio, si dovrà ricorrere anche alle turbine azionate dalle onde del mare. Perfino io sto pensando di costruire impianti atomici per la desalinizzazione dell’acqua del mare. Oppure si dovrà scavare più profondamente, cercare il petrolio a diecimila metri sotto il livello del mare, cercarlo al Polo Nord… Non so. So soltanto che è già giunto il momento di correre ai ripari: non sprecando il petrolio come si fa da sempre. È un delitto usarlo come lo usiamo oggi, cioè grezzo. Se solo pensassimo che presto non ce ne sarà più, se solo ci ricordassimo che può essere trasformato in diecimila derivati, cioè in prodotti petrolchimici… Per me è sempre uno choc, ad esempio, vederlo usare grezzo pei generatori di elettricità: senza tener conto del valore perduto. Oh, quando si parla di petrolio, la cosa più importante non è il prezzo, non è il boicottaggio di Gheddafi, è il fatto che il petrolio non è eterno e che prima di esaurirlo bisogna inventare nuove fonti di energia.

Questa maledizione chiamata petrolio.

A volte mi chiedo se non sia proprio così. È stato scritto tanto sulla maledizione chiamata petrolio e mi creda: quando lo si ha, da una parte è un bene ma dall’altra è una grande scomodità. Perché rappresenta un tale pericolo. Il mondo può scoppiare per via del maledetto petrolio. E anche se, come me, ci si batte contro la minaccia… La vedo sorridere. Perché?

Sorrido perché, quando parla di petrolio, lei è talmente diverso, Maestà. Si accende, vibra, tiene l’attenzione legata. Diventa un altr’uomo, Maestà. E io… io me ne vado senza averla capita. Da un lato lei è così antico, da un lato così moderno e… Forse sono i due elementi che si fondono in lei: quello occidentale e quello orientale che…

No, noi iraniani non siamo poi diversi da voi europei. Se le nostre donne hanno il velo, anche voi ce l’avete. Il velo della Chiesa cattolica. Se i nostri uomini hanno più mogli, anche voi ce le avete. Le mogli chiamate amanti. E, se noi crediamo alle visioni, voi credete ai dogmi. Se voi vi credete superiori, noi non abbiamo complessi. Non dimentichiamo mai che tutto ciò che avete ve lo insegnammo noi tremila anni fa.

Tremila anni fa… Vedo che ora sorride anche lei, Maestà. Non ha più quell’aria triste. Ah, che peccato non potersi trovare d’accordo sulla faccenda delle liste nere.

Ma lei sarà davvero sulla lista nera?

Maestà! Se non lo sa lei che è il re dei re e conosce tutto! Ma gliel’ho detto: può darsi. Io sono sulla lista nera di tutti.

Peccato. Anzi, non importa. Anche se è sulla lista nera delle mie autorità, io la metto sulla lista bianca del mio cuore.

Mi spaventa, Maestà. Grazie, Maestà.

Teheran, ottobre 1973.

L’intervista di Oriana Fallaci a Khomeini

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Riproponiamo l’intervista che l’Ayatollah Khomeini rilasciò a Oriana Fallaci il 26 settembre 1979 a Teheran

Il suo ritratto è ovunque, come una volta il ritratto dello Scià. Ti insegue nelle strade, nei negozi, negli alberghi, negli uffici, nei cortei, alla televisione, al bazaar: da qualsiasi parte tu cerchi riparo non sfuggi all’incubo di quel volto severo ed iroso, quei terribili occhi che vegliano ghiacci sull’osservanza di leggi copiate o ispirate da un libro di millequattrocento anni fa. E l’effetto è indiscutibile, ovvio.

Niente bevande alcoliche, per incominciare. Che tu sia straniero o iraniano, non esiste un ristorante che ceda alla richiesta di un bicchiere di birra o di vino; la risposta è che a infrangere il comandamento si buscano trenta frustate e del resto ogni bottiglia di alcool venne distrutta appena lui lo ordinò. Whisky, vodka e champagne per milioni di dollari.

Niente musica che ecciti o intenerisca, per continuare. Alle undici di sera la città tace, deserta, e non rimane aperto neanche un caffè; ballare è proibito, visto che per ballare bisogna più o meno abbracciarsi.

È proibito anche nuotare, visto che per nuotare bisogna più o meno spogliarsi. E così le piscine son vuote, sono vuote le spiagge dove le coppie devono star separate e le donne possono bagnarsi soltanto vestite dalla testa ai piedi. Se sei donna infatti è peccato mostrare il collo e i capelli perché (chi lo avrebbe mai detto?) il collo e i capelli sono gli attributi femminili da cui un uomo si sente maggiormente adescato. Per coprire quelle vergogne è doveroso portare un foulard a mo’ di soggolo monacale, però meglio il chador cioè il funereo lenzuolo che nasconde l’intero corpo. Lo adoperano tutte, e sembrano sciami di pipistrelli umiliati. Lo sai che non possono andare dal parrucchiere se è maschio? Farsi pettinare o lavare la testa da un parrucchiere maschio equivale quasi ad un coito: cinquantamila coiffeurs pour dames stanno per finire sul lastrico. «Se mi scoprono son rovinato» sussurra il mio parrucchiere che sfida la legge perché è di religione cristiana. Poi a scanso di equivoci aggiunge che lui non sente nulla a massaggiarmi la cute: «Per me è come se fossi un dottore».

Anche stringersi la mano è scorretto, tra persone di sesso diverso. «Allah non vuole» esclama un giovane funzionario del governo quando faccio il gesto di salutarlo così. E ritrae la destra tutto inorridito, se la posa sul cuore come una verginella. Le libertà sessuali, inutile dirlo, sono crimini da punire col plotone di esecuzione: non passa giorno senza che la stampa dia la notizia di qualche adultera fucilata. (Gli adulteri se la cavano invece con due o trecento frustate che gli riducono la schiena a una mostruosa polpetta.) Si fucilano anche gli omosessuali, le prostitute, i lenoni. Lo ammette anche lui nell’intervista che pubblico in terza pagina. (La prima che Khomeini abbia dato in molti mesi, cioè dopo il suo ritorno in Iran, e l’unica che abbia mai concesso a una donna.)

«Le cose che portano corruzione a un popolo vanno sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono i loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini; ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette.» Però un uomo può avere quattro mogli; la legge è ancora valida, come egli ci spiega. E può avere un numero indefinito di concubine provvisorie purché firmi un contratto a scadenza. Inoltre può fumare l’oppio che ha il timbro governativo.

Il suo nome è sulla bocca di tutti, ossessivamente, sia che venga pronunciato con amore sia che venga sibilato con odio: è ormai ciò che in Vietnam era il nome di Ho Ci-min, in Cina il nome di Mao Tse-tung, e nei comizi scatena un tale fanatismo che ieri il primo ministro Bazargan ha perso le staffe. «Se dico Maometto applaudite una volta, se dico Khomeini applaudite tre volte. Al posto del profeta io me ne offenderei.» Non dimentichiamo che a decine di migliaia son morti per ubbidirgli, viene il vomito a guardare il cimitero in cui li hanno sepolti, magari in fosse comuni, e in sostanza non è cambiato nulla dai giorni in cui con quel nome sulle labbra si gettavano inermi contro i carri armati per esser falciati dalle mitragliatrici. Se lui lo esigesse, rifarebbero altrettanto.

Il 18 agosto, quando si autoproclamò Capo Supremo delle Forze Armate e invitò il paese a punire i curdi ribelli (questi poveri curdi traditi da tutti, massacrati da tutti), una valanga di militari a riposo raggiunse con mezzi improvvisati i centri di Kermanshah, Sanandaj, Mahabad: per combattere. «Indietro» urlavano gli ufficiali dell’esercito regolare. «Indietro, imbecilli, chi vi ha mandato, tornate a casa, provocate disordine!» E loro fermi, a ripetere che avevan risposto a un ordine di Khomeini, non c’è generale che possa annullare un ordine di Khomeini.

«A me sembra fanatismo del genere più pericoloso, Imam. E cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista.» E lui: «No, il fanatismo non c’entra, il fascismo non c’entra. Gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam».

Chi lo contesta o lo critica o lo maledice viene considerato un nemico della Rivoluzione, un traditore dell’Islam, una spia degli americani, un provocatore sionista, un agente della Savak, ed ha solo due scelte: arrendersi o fuggire all’estero. Al mattino centinaia di iraniani gremiscono l’aeroporto di Teheran per mendicare un posto sui voli strapieni, non importa dove siano diretti; altri se ne vanno via terra passando dalla Turchia, oppure via mare passando dal Golfo Persico. E sebbene non sia facile ottenere il visto d’uscita, l’esodo ha assunto tali proporzioni da rischiare di svilupparsi come quello dei vietnamiti. Vi concorrono troppi elementi: l’inflazione che galoppa al cinquanta per cento, la mancanza di un potere giuridico e di un tessuto amministrativo cioè di un apparato statale che la repentinità della vittoria ha disfatto; la polizia è inesistente, l’esercito è disperso, la scuola non funziona, ciascuno fa cosa vuole e nessuno obbedisce al governo che implora tornate-al-lavoro. Dei quindici giorni che ho trascorso a Teheran almeno dieci sono stati paralizzati dalle cerimonie commemorative, dai comizi, dai cortei, dai funerali dell’ayatollah Talegani morto di fatica e di crepacuore. Locali pubblici chiusi, telefoni muti, fabbriche a spasso. L’Italia, al paragone, diventa un paese stakanovista.

Eppure è troppo presto per dire che si tratta di una rivoluzione fallita, esplosa per sostituire un despota con un altro despota. Ed è addirittura azzardato concludere che non si tratta di una rivoluzione bensì di una involuzione, quindi tante creature son crepate per nulla, al-tempo-dello-Scià-era-meglio.

I grandi capovolgimenti conducono sempre ad eccessi, estremismi fanatici, interregni caotici: la Francia non ci dette forse il Terrore? E una rivoluzione è avvenuta: religiosa, non libertaria. Per questo non la riconosciamo, e ce ne inorridiamo. Per questo ne siamo delusi. Bisogna tentar di capire. Bisogna ascoltare chi risponde con le lacrime in gola che sì, al tempo dello Scià si poteva bere il vino e la birra e la vodka e lo whisky, però si torturavano gli arrestati con sevizie da Medioevo; si poteva ballare e nuotare in costume da bagno e lavarsi i capelli dal parrucchiere, però dagli elicotteri si gettavano i prigionieri politici nel lago Salato; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute, le adultere, però si massacrava la gente nelle piazze e si viveva solo per vendere il petrolio agli europei. Soprattutto bisogna prestare orecchio a chi ci ricorda che esistono realtà diverse dalle nostre, e vie diverse dalle nostre per correggere quelle realtà.

«Voi occidentali non ve ne rendete conto perché siete obnubilati dagli schemi ideologici e morali delle vostre scelte, dal culto del raziocinio, della libertà individuale, del laicismo», mi dice l’amico persiano che mi accompagnerà da Khomeini.

Il settanta per cento della popolazione iraniana è analfabeta. Vegeta nella miseria materiale e culturale in cui l’ha mantenuta un monarca avido e pazzo che si riteneva l’erede di Serse e sprecava miliardi per incoronarsi a Persepoli. E crede in Dio, nel Corano, nel chador. Non ha mai avuto rispetto per gli intellettuali e i politici che hanno sposato le nostre idee, non ne ha mai seguito gli insegnamenti, forse non ha mai nemmeno saputo che lottavano per un mondo migliore e venivano trucidati dalla Savak.

I suoi rapporti sono sempre stati coi mullah e con gli ayatollah, cioè coi gerarchi di un clero uso a sfruttar l’ignoranza e a manipolarla nelle moschee: «Allah è grande e Maometto è il suo profeta. Se Maometto ti chiede di coprire il collo e i capelli, li devi coprire. E chi lo nega è un cane infedele». Insomma, ad avviare e condurre la rivolta al regime imperiale non sono stati uomini moderni, proiettati verso il futuro: sono stati i mullah e gli ayatollah che predicano l’Islam come il paradiso in terra. E, a dirigerla, il gran personaggio il cui nome è sulla bocca di tutti e il cui ritratto ora sostituisce il ritratto dello Scià. Ostinatamente, irriducibilmente, per sedici lunghissimi anni, dalla Turchia, dall’Iraq, dalla Francia, l’esilio con cui aveva evitato la pena capitale. Un po’ ingenuo sperare che dopo le cose cambiassero, che la religione cedesse il passo alla ragione. Infatti il novantotto per cento dei deputati eletti sono mullah e ayatollah, la sola rappresentante del sesso femminile è una bacchettona talmente intabarrata dentro il chador che alcuni sospettano sia un prete coi baffi. E pei laici, pei progressisti, non c’è il minimo spazio. Così pei nostri concetti di bene e di male, di bello e di brutto, di giusto e di ingiusto, di democrazia pluralista che protegge le minoranze. E di gratitudine per coloro che sono morti senza che il clero glielo chiedesse.

«Scusi, Imam, voglio esser certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti a sinistra contano nulla.» E lui:«Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria. Non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni tra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda. Il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera, ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani».

«Una sinistra made in USA, Imam?» E lui: «Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci». «Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a decine di migliaia è morta per la libertà o per l’Islam?» E lui: «Per l’Islam. Il popolo si è battuto per l’Islam. E Islam significa tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto».

È un pomeriggio assolato a Qom, la città santa dove Khomeini ha scelto di abitare, e le strade scoppiano di pellegrini giunti da ogni parte del paese per vederlo un attimo da lontano, esserne benedetti. Hanno viaggiato giorni e giorni con quella speranza, a piedi oppure in carovane di automobili, autobus. Stanotte non troveranno un letto, una branda su cui riposarsi: gli alberghi son colmi. E le locande, le bettole che affittano i materassi. Ma non se ne curano. Insensibili alla stanchezza, alla fame, alla sete, allo spettacolo di chi sviene, vanno a ingrossare la folla che circonda il quartiere dov’è la sua casa e un boato scuote l’aria: «Zendeh bad, Imam! Payandeh bad! Che tu viva, Imam, che tu sia eterno!». Imam significa santo, guida, duce. Si può solcare quel magma di corpi solo con l’aiuto dei militari che controllano il vicolo per cui si accede alla casa, e prima di arrivare alla casa ci sono tre posti di blocco, dopo l’ultimo posto di blocco le guardie stanno anche sui tetti: pupille inquiete, mitra pronto a sparare.

È dunque tanto il timore che egli venga ucciso? La porta è sbarrata da un catenaccio. Si schiude con sospetto, lentissimamente, e l’attesa si svolge in un’anticamera gonfia di silenzioso imbarazzo, tra uomini che bevono il tè. Mi hanno riconosciuto. Sono la straniera che nel 1973 intervistò lo Scià e senza timidezze gli chiese conto dei suoi misfatti: a tal punto che egli replicò: «Lei non sarà mica sulla lista nera? ». Durante la Rivoluzione ciò che avevo scritto contro di lui divenne un libretto clandestino da agitare come un manifesto, per questo Khomeini ora mi riceve.

Gli uomini imbarazzati lo sanno ma questa donna seduta per terra coi maschi gli sembra ugualmente una presenza sacrilega. Mi esaminano: eppure il mio abbigliamento è in regola: più che a un essere umano assomiglio a un fagotto. Sui pantaloni neri e la camicetta nera indosso un mantello nero, il collo e i capelli sono ben nascosti da un foulard nero annodato al mento, e sopra tutto questo ho il chador. Nero, s’intende. Bagher Nassir Salamì, l’amico persiano che mi accompagna insieme al fotografo e che mi farà da interprete con Abolhassan Bani Sadr del Comitato Rivoluzionario, me l’ha aggiunto per sicurezza: il mantello rivelava un po’ di forme e il foulard scopriva un po’ la fronte. Mi ha fatto anche togliere lo smalto dalle unghie delle mani e dei piedi, e il rossetto dalle labbra, mi ha consentito soltanto un lieve colpo di matita marrone alle palpebre. Ma ora si sente morso dal dubbio: non sarò troppo audace, non mi giudicherà troppo truccata, l’Imam? Bagher è molto emozionato. Suda. Anche Bani Sadr, incredibile a dirsi, è molto emozionato. Suda. Hanno entrambi vissuto e studiato per anni in Europa, il primo a Firenze, il secondo a Parigi, non sono due uomini qualsiasi, conoscono bene l’Imam, e tuttavia sono emozionati. Quando ci introducono scalzi nella stanza dove avverrà l’intervista (quattro pareti, una moquette per accovacciarsi e nient’altro) li vedo accartocciarsi come sacerdoti dinanzi al Santissimo. E quando lui entra, col suo turbante e il suo camicione, si chinano a baciargli la mano.

È un vecchio molto vecchio. Da vicino non incute affatto la paura che distribuisce dalle fotografie. Forse perché appare così stanco e una misteriosa tristezza gli torce i lineamenti. O un misterioso scontento? Quasi con simpatia puoi indugiare a osservargli la candida barba lanosa, le labbra umide e sensuali, da uomo che soffre a reprimere le tentazioni della carne, e il gran naso imperioso, i terribili occhi nei quali condensa la sua fede priva di dubbi, la forza spietata di chi manda la gente a morire senza piangerci su. Occhi che non si degnano mai di posarsi su di me. Li terrà sempre abbassati a fissarsi le bellissime dita e non li alzerà che una volta: quando gli rinfaccerò che non si può nuotare con il chador e mi darà una risposta inaspettatamente cattiva. Lui che ha tollerato senza battere ciglio le mie accuse di dittatura, despotismo, fascismo. «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non la riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.» (Allora, indignata, getterò via il chador e aprirò il mantello e sposterò il foulard chiedendogli se una donna che ha sempre vissuto senza quei cenci da medioevo gli sembra una vecchiaccia poco perbene. E lui mi avvolgerà in un lungo sguardo indagatore da cui mi sentirò spogliata.)

Lo ringrazio d’avermi ricevuto. Lo avverto che le mie domande non gli piaceranno e dovrà rispondermi con molta pazienza: sono qui per capire. Mi risponde distaccato e benevolo, centellinando una voce così bassa da suonare un sussurro. E ciò dura per quasi due ore, cioè finché scoppia l’incidente che ho detto. L’indomani, tenendo un discorso sulle calunnie dell’Occidente, parlerà del nostro incontro e mi definirà «quella donna».

ORIANA FALLACI. Imam Khomeini, l’intero paese è nelle sue mani: ogni sua decisione è un ordine. Così sono molti coloro che ormai dicono: in Iran non c’è libertà, la rivoluzione non ha portato la libertà.

RUHOLLAH KHOMEINI. L’Iran non è nelle mie mani, l’Iran è nelle mani del popolo perché è stato il popolo a consegnare il paese a chi è suo servitore e vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente si è riversata nelle strade a milioni senza la minaccia delle baionette. Questo significa che c’è libertà. Significa anche che il popolo segue soltanto gli uomini di Dio. E questa è libertà.

Mi permetta di insistere, Imam Khomeini, di spiegarmi meglio. Intendo dire che oggi in Persia molti la definiscono un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo padrone. Cosa mi risponde: che ciò le dispiace o che la lascia indifferente?

Da una parte mi dispiace, sì, mi dà dolore, perché è ingiusto e disumano chiamarmi dittatore. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nostri nemici. Con la via che abbiamo intrapreso, una via che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. Né mi illudo che i paesi abituati a saccheggiarci e a mangiarci si mettano lì zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello Scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, lei che è qui: le risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alle donne?

No, questo non mi risulta, Imam. Però lei fa paura alla gente. E anche questa folla che la invoca fa paura. Ma cosa prova a sentirli gridare così, giorno e notte, sapere che se ne stanno lì in piedi per ore a farsi pestare, a soffrire, per vederla un istante e inneggiarla?

Ne godo. Io godo quando li ascolto e li vedo. Perché sono gli stessi che si sono sollevati per cacciare i nemici interni ed esterni, perché il loro applauso è la continuazione del grido con cui cacciarono l’usurpatore, perché è bene che continuino a bollire così. I nemici non sono scomparsi. Finché il paese non si assesta bisogna che restino accesi, pronti a marciare e attaccare di nuovo. E poi il loro è amore, amore intelligente. Non si può non goderne.

Amore o fanatismo, Imam? A me sembra fanatismo e del genere più pericoloso, cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista e addirittura sostengono che si sta già consolidando un fascismo in Iran.

No, il fascismo non c’entra, il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati: fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili. Il fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica.

Forse non ci comprendiamo sul significato della parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, cioè come lo avevamo noi in Italia quando le folle applaudivano Mussolini come qui applaudono lei. E gli obbedivano come qui obbediscono a lei.

No. Perché la nostra massa è una massa musulmana, educata dal clero, cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà. Il fascismo qui sarebbe possibile solo se tornasse lo Scià, cosa da escludere, oppure se venisse il comunismo. Sì, quello che dice lei potrebbe verificarsi soltanto se venisse il comunismo. Gridare per me significa amare la libertà e la democrazia.

Allora parliamo di libertà e di democrazia, Imam. E facciamolo così. In uno dei suoi primi discorsi a Qom lei disse che il nuovo governo islamico avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione a tutti, compresi i comunisti e le minoranze etniche. Ma questa promessa non è stata mantenuta e ora lei definisce i comunisti «Figli di Satana», i capi delle minoranze etniche in rivolta «Male sulla Terra».

Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi le congiure di chi vorrebbe portare il paese all’anarchia e alla corruzione: come se la libertà di pensare e di esprimersi fosse libertà di complottare e corrompere. Quindi rispondo: per più di cinque mesi ho tollerato, abbiamo tollerato, coloro che non la pensavano come noi. Ed essi sono stati liberi, assolutamente liberi, di fare tutto ciò che volevano, godersi in pieno le libertà che gli concedevamo. Attraverso il signor Bani Sadr, qui presente, ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. Ma in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne degli uffici elettorali, e con armi e fucili hanno reagito alla nostra offerta di dialogare. Infatti sono stati loro a riesumare il problema dei curdi. Così abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, che non volevano la libertà ma la licenza di sovvertire, e abbiamo deciso di impedirglielo. E quando abbiamo scoperto che ispirati dall’ex regime e da forze straniere essi miravano alla nostra distruzione anche con altri complotti e altri mezzi, li abbiamo messi a tacere per prevenire altri guai.

Chiudendo i giornali di opposizione, ad esempio. In quel discorso di Qom lei aveva anche detto che essere moderni significa formare uomini che abbiano diritto di scegliere e di criticare. Però il giornale «Ajadegan», liberale, è stato chiuso. E così tutti i giornali di sinistra.

Il giornale «Ajadegan» faceva parte della congiura di cui parlavo. Aveva rapporti coi sionisti, da loro prendeva suggerimenti per colpire la patria e il paese. Lo stesso tutti i giornali che il Procuratore generale della Rivoluzione ha giudicato sovversivi ed ha chiuso. Giornali che attraverso una falsa opposizione miravano a restaurare l’antico regime e a servire lo straniero. Li abbiamo zittiti perché si sapesse chi erano e a che cosa miravano. E questo non è contro la libertà. Si fa ovunque.

No, Imam. E, in ogni caso, come può definire «nostalgici dello Scià» coloro che contro lo Scià si sono battuti, che da lui sono stati perseguitati e arrestati e torturati? Come può definirli nemici, come può negare spazio e diritto di esistere a una sinistra che ha tanto combattuto e sofferto?

Nessuno di loro ha combattuto e sofferto. Semmai hanno sfruttato per i loro scopi il dolore del popolo che combatteva e soffriva. Lei non è bene informata: buona parte della sinistra cui allude era all’estero durante il regime imperiale, ed è tornata soltanto dopo che il popolo aveva cacciato lo Scià. Un altro gruppo stava qui, è vero, nascosto nei suoi covi clandestini e nelle sue case, e soltanto dopo che il popolo ha dato il suo sangue sono usciti per servirsi di quel sangue. Ma finora non è successo nulla che limitasse la loro libertà.

Scusi, Imam: voglio essere certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti, a sinistra, contano nulla.

Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria, non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni fra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda. Il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani.

Una sinistra made in Usa, Imam?!

Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci.

Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a migliaia, decine di migliaia, è morta per la libertà o per l’Islam?

Per l’Islam. Il popolo si è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto: anche ciò che nel suo mondo viene definito libertà, democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto.

A questo punto, Imam, devo chiederle che cosa intende per libertà.

La libertà… Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole, senza essere costretti a pensarne altre, e alloggiare dove si vuole, ed esercitare il mestiere che si vuole.

Capisco… Pensare, dunque, non esprimere e materializzare quello che si pensa. E per democrazia cosa intende, Imam? Pongo questa domanda con particolare curiosità perché nel referendum repubblica o monarchia lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato la parola «democratica» e ha detto: «Non una parola di più, non una parola di meno». Risultato, le masse che credono in lei pronunciano lo parola democrazia come se fosse una parolaccia. Cos’è che non va in questo vocabolo che a noi occidentali sembra tanto bello?

Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi come l’aggettivo democratico. Proprio perché l’Islam è tutto, vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di specificare che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non possiamo quindi permetterci di infilare nella nostra costituzione un concetto così equivoco. Infine ecco quello che intendo per democrazia: le do un esempio storico. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva tutto il potere, gli accadde di avere una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò. E vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi, ma Alì gli disse adirato: «Perché ti alzi quando entro io e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono esser trattati nell’identico modo!». Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato e conosce ogni tipo di governo e la storia: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?

Imam, democrazia significa molto di più. E questo lo dicono anche i persiani che come noi stranieri non capiscono dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.

Se voi stranieri non capite, peggio per voi. Tanto la faccenda non vi riguarda: non avete nulla a che fare con le nostre scelte. Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam.

Però hanno capito il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero, Imam. Nella stesura della nuova Costituzione l’Assemblea degli Esperti ha passato un articolo, il Quinto Principio, secondo cui il capo del paese dovrà essere la suprema autorità religiosa, cioè lei, e le decisioni definitive dovranno essere prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano, cioè dal clero. Ciò non significa che, per Costituzione, la politica continuerà ad essere fatta dai preti e basta?

Questa legge che il popolo ratificherà non è affatto in contraddizione con la democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro o del presidente della Repubblica per impedire che sbaglino e che vadano contro la legge cioè contro il Corano. O la massima autorità religiosa o un gruppo rappresentativo del clero. Ad esempio cinque Saggi dell’Islam, capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam.

Allora occupiamoci della giustizia amministrata dal clero. Parliamo delle cinquecento fucilazioni che dopo la vittoria sono state eseguite in Iran. Lei approva il modo sommario in cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello?

Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati, o fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri nelle strade e nelle piazze, oppure di persone che avevano ordinato massacri, oppure di persone che avevano bruciato case, torturato, segato gambe e braccia durante gli interrogatori. Sì, gente che segava da vivi i nostri giovani, oppure li friggeva su griglie di ferro. Che cosa avremmo dovuto fare di costoro: perdonarli, lasciarli andare? Il permesso di difendersi, rispondere alle accuse, noi glielo abbiamo dato: potevano replicare quel che volevano. Ma una volta accertata la loro colpevolezza, che bisogno c’era o c’è dell’appello? Scriva il contrario, se vuole, la penna ce l’ha in mano lei. Però il mio popolo non si pone le sue domande. E aggiungo: se noi non fossimo intervenuti con le fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo: qualsiasi funzionario del regime sarebbe stato giustiziato. Allora altro che cinquecento: i morti sarebbero stati migliaia.

D’accordo, però io non alludevo necessariamente ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo ai fucilati che con le colpe del regime non avevano nulla a che fare, alle persone che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione od omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?

Se un dito va in cancrena, cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo intero devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini: ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi la società, e perché questo avvenga è necessario punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi piaccia o non piaccia, non possiamo sopportare che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto, voi non fate lo stesso? Quando un ladro è ladro, non lo mettete in prigione? In molti paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non usate quel sistema perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri ed allargano la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati, estirpati come erbacce. Solo estirpandoli il paese si purificherà.

Imam, ma come è possibile mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per sodomia…

Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione.

Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata a Beshar per adulterio.

Incinta? Bugie. Bugie come quelle del seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose. Non si fucilano le donne incinte.

Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali persiani ne hanno parlato e alla televisione c’è stato anche dibattito perché al suo amante avevano dato solo cento frustate.

Se è così vuol dire che meritava la pena. Io che ne so. La donna avrà fatto qualcos’altro di grave, lo chieda al tribuna le che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose. Mi stanca. Non sono cose importanti.

Allora parliamo dei curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia.

Questi curdi che vengono fucilati non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo e la Rivoluzione come quello che è stato fucilato ieri e che aveva ammazzato tredici persone. Io preferirei che nessuno venisse fucilato ma quando catturano un tipo come quello e lo fucilano, ecco: ne provo grande piacere.

E quando vengono arrestati, come i cinque di stamani, perché distribuiscono manifestini comunisti?

Se li hanno arrestati vuol dire che se lo meritavano, che erano comunisti al servizio dello straniero come i falsi comunisti che agiscono per l’America e per lo Scià. Basta. Ho detto basta parlare di queste cose.

Va bene, parliamo dello Scià. È stato lei, Imam, a ordinare che lo Scià venisse giustiziato all’estero e a dire che chiunque lo avesse fatto sarebbe stato considerato un eroe sicché se fosse rimasto ucciso nell’azione sarebbe andato in Paradiso?

No! Io no. Perché io voglio che sia portato in Iran e processato pubblicamente per cinquant’anni di reati contro il popolo persiano, incluso il reato di tradimento e di furto di capitali. Se viene ucciso all’estero, quel denaro va perduto; se lo processiamo qui, invece, quel denaro ce lo riprendiamo. No, no, io non voglio che venga ucciso all’estero. Io lo voglio qui, qui. E perché ciò avvenga prego per la sua salute come l’ayatollah Modarrés pregava per la salute di Reza Pahlavi, il padre di questo Pahlavi, che era fuggito anche lui portandosi via un mucchio di soldi. E va da sé che eran meno di quelli che s’è portato via suo figlio.

Ma se lo Scià restituisse il denaro, la smettereste di dargli la caccia?

Per il denaro, se davvero lo restituisse, sì: in quel senso il conto sarebbe saldato. Per il tradimento del suo paese e dell’Islam, invece no. Come si può perdonargli il massacro del 15 Khordad, il massacro di sedici anni fa, e il massacro del Venerdì Nero, un anno fa, come si può perdonargli tutti i morti che ha lasciato dietro di sé? Soltanto se i morti resuscitassero io potrei perdonarlo accontentandomi di riavere il denaro rubato al popolo da lui e dalla sua famiglia.

E l’ordine di riportarlo in Iran, attraverso l’azione di un commando simile a quello che catturò Eichman in Argentina, suppongo, vale solo per lo Scià o anche per la sua famiglia?

Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha partecipato a nessun reato, non vedo perché dovrebbe essere condannata. Appartenere alla famiglia dello Scià non è mica un crimine. Suo figlio Reza, ad esempio, non mi risulta che si sia macchiato di crimini. Quindi non ho nulla contro di lui: può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga.

Io dico che non viene. E Farah Diba?

Per lei deciderà il tribunale.

E Ashraf?

Ashraf è la gemellaccia dello Scià, una traditrice come lui. E per i crimini che ha commesso deve essere processata, condannata come lui.

E l’ex ministro Bakhtiar? Bakhtiar dice che tornerà al suo posto, che ha già pronto un governo con cui sostituire questo governo.

Se Baktiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato. Che torni, che torni: magari insieme al suo nuovo governo. Che torni, che torni: magari a braccetto del suo Scià. Così in tribunale ci finiscono insieme. Sì, devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermi riportare Bakhtiar insieme allo Scià, mano nella mano. Lo aspetto.

A morte anche Bakhtiar, dunque. Imam Khomeini, ma lei ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per qualcuno? E, visto che ci siamo, ha mai pianto?

Io piango, rido, soffro: pensa che non sia un essere umano? Quanto al perdonare, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male: ho concesso l’amnistia ai poliziotti, ai gendarmi, a una quantità di gente. Purché, beninteso, non avessero torturato o commesso infamie troppo gravi. Ora ho concesso perfino l’amnistia ai curdi ribelli, e con questo penso di aver mostrato pietà. Ma per coloro di cui abbiamo discusso non c’è perdono, non c’è pietà. Ora basta. Sono stanco, basta.

La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne, mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la Rivoluzione…

Le donne che hanno fatto la Rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne.

Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la Rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?

Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.

Molto gentile. E, visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio da medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?

Questo lo sa la sua coscienza. Io non giudico i casi personali, non posso sapere se la sua vita è morale o immorale, se si è comportata bene o no coi soldati alla guerra. Però so che nella mia lunga vita ho sempre avuto conferma di quello che ho detto. Se non esistesse questo indumento, le donne non potrebbero lavorare in modo utile e sano. E nemmeno gli uomini. Le nostre leggi, sono valide leggi.

Compresa la legge che consente a un uomo di prendersi quattro mogli, Imam?

La legge delle quattro mogli è una legge molto progressista ed è stata scritta per il bene delle donne in quanto le donne sono più numerose degli uomini: nascono più donne che uomini, le guerre uccidono più uomini che donne. Una donna ha bisogno di un uomo, e cosa dobbiamo fare visto che al mondo vi sono più donne che uomini? Preferisce che le donne in avanzo diventino puttane oppure che sposino un uomo con più mogli? Non mi sembra giusto che le donne sole diventino puttane perché mancano gli uomini. E dico: anche nelle condizioni difficili che l’Islam impone a un uomo con due o tre o quattro mogli, uguale trattamento e uguale affetto e uguale tempo, questa legge è migliore della monogamia.

Ma si tratta di leggi o usanze che risalgono a millequattrocento anni fa, Imam Khomeini! Non le pare che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti? In osservanza a quelle leggi, lei ha riesumato perfino il divieto della musica e dell’alcool. Mi spieghi: perché bere un bicchiere di vino o di birra quando si ha sete o si mangia è peccato? E perché ascoltare la musica è peccato? I nostri preti bevono e cantano. Anche il Papa. Ciò significa che il Papa è un peccatore?

Le regole dei vostri preti non mi interessano. L’Islam proibisce le bevande alcoliche e basta. Le proibisce in modo assoluto perché fanno perdere la testa e impediscono di pensare in modo sano. Anche la musica appanna la mente, perché porta in sé godimenti ed estasi uguali alla droga. La vostra musica, intendo. Di solito essa non esalta lo spirito: lo addormenta. E distrae i nostri giovani che ne risultano avvelenati e non si preoccupano più del loro paese.

Anche la musica di Bach, Beethoven, Verdi?

Chi sono questi nomi io non lo so. Se non appannano la mente non saranno vietati. Alcune delle vostre musiche non sono vietate: ad esempio le marce e gli inni per marciare. Noi vogliamo musiche che ci esaltino come le marce, che facciano muovere i giovani anziché paralizzarli, che li inducano a preoccuparsi del loro paese. Sì, le vostre marce sono permesse.

Imam Khomeini, lei si esprime sempre in termini molto duri verso l’Occidente. Da ogni suo giudizio su noi si conclude che lei ci vede come campioni di ogni bruttezza, di ogni perversità. Eppure l’Occidente l’ha accolta in esilio e molti dei suoi collaboratori hanno studiato in Occidente. Non le pare che ci sia anche qualcosa di buono in noi?

Qualcosa c’è, c’è. Ma quando siamo stati morsi dal serpente temiamo anche uno spago che assomigli da lontano a un serpente. E voi ci avete morso troppo. E troppo a lungo. In noi avete sempre visto un mercato e basta, a noi avete sempre esportato le cose cattive e basta. Le cose buone, come il progresso materiale, ve le siete tenute per voi. Sì, abbiamo ricevuto tanto male dall’Occidente, tante sofferenze, e ora abbiamo tutti i motivi per temere l’Occidente, impedire ai nostri giovani di avvicinarsi all’Occidente e farsi ulteriormente influenzare dall’Occidente. No, non mi piace che i nostri giovani vadano a studiare in Occidente dove vengono corrotti dall’alcool, dalla musica che impedisce di pensare, dalla droga, e dalle donne scoperte. Senza contare che i nostri giovani non li trattate come i vostri in Occidente. Perché gli regalate subito un diploma anche se sono ignoranti.

Sì, Imam, però anche l’aereo sul quale è tornato in patria è un prodotto dell’Occidente. Anche il telefono con cui comunica da Qom, anche la televisione con cui si rivolge al paese così spesso, anche questo condizionatore d’aria che le permette di starsene al fresco nella calura del deserto. Se siamo così corrotti e così corruttori, perché usa i nostri strumenti di male?

Perché queste sono le cose buone dell’Occidente. E non ne abbiamo paura e le usiamo. Noi non temiamo la vostra scienza e la vostra tecnologia, temiamo le vostre idee e i vostri costumi. Il che significa che vi temiamo politicamente, socialmente. E vogliamo che il paese sia nostro, vogliamo che non interferiate più nella nostra politica e nella nostra economia e nelle nostre usanze e nelle nostre faccende. Ed’ora in avanti andremo contro chiunque ci proverà, a destra e a sinistra, di qua e di là. E ora basta. Via, via.

Un’ultima domanda, Imam. In questi giorni che ho trascorso in Iran io ho visto molto scontento, molto disordine, molto caos. La Rivoluzione non ha portato i buoni frutti che aveva promesso. Il paese naviga in acque oscure e c’è chi vede molto buio per l’Iran. C’è addirittura chi vede maturare, sia pure in un futuro non immediato, i presupposti d’una guerra civile o d’un colpo di Stato. Che cosa mi risponde?

Questo le rispondo: noi siamo un bambino di sei mesi. La nostra rivoluzione ha soltanto sei mesi. Ed è una rivoluzione che è avvenuta in un paese mangiato dalle disgrazie come un campo di grano infestato dalle cavallette: siamo all’inizio della nostra strada. E cosa volete da un bambino di sei mesi che nasce in un campo di grano infestato dalle cavallette, dopo duemilacinquecento anni di cattivo raccolto e cinquanta anni di raccolto velenoso? Quel passato non si può cancellare in pochi mesi, e neanche in pochi anni. Abbiamo bisogno di tempo. Chiediamo tempo. E lo chiediamo soprattutto a coloro che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. Sono loro che non ci danno tempo. Sono loro che ci attaccano e mettono in giro chiacchiere su guerre civili e colpi di stato che non accadranno perché il popolo è unito. Sono loro che alimentano il caos. Loro, ripeto, che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. E con ciò la saluto.

Addio. Insciallah.

Da «Corriere della Sera», 26 settembre 1979

L’Iran a quarant’anni dalla rivoluzione: quale bilancio?

Nel febbraio 1979 la rivoluzione popolare guidata dall’ayatollah Ruhollah Khomeini rovesciava la monarchia Pahlavi e instaurava la Repubblica islamica. Un nuovo modello di governo, nuove leggi e nuove alleanze, che hanno cambiato non solo il Paese ma l’intero Medio Oriente. Che cosa è rimasto oggi dell’esperienza della rivoluzione? Quali sono le sfide dell’Iran odierno?

Alle tre sessioni dedicate a temi politici, economici e culturali, hanno partecipato:
Pejman Abdolmohammadi, Università di Trento e ISPI; Sissi Bellomo, Il Sole 24 Ore; Tatiana Boutourline, giornalista e scrittrice; Sara Cristaldi, ISPI; Augusto Di Giacinto, ICE Teheran (invitato); Luca Giansanti, già ambasciatore a Teheran; Lucia Goracci, RAI; Paolo Magri, Direttore, ISPI; Mahmoud Saleh Mohammadi, Spazio Nour; Pier Paolo Patti, Artista; Nicola Pedde, Institute for Global Studies; Annalisa Perteghella, ISPI; Valerio Rugge, Studio Legale Rödl; Farian Sabahi, John Cabot University; Antonello Sacchetti, Scrittore.

1979: lo spartiacque nella narrazione dell’Iran

L’intervento di Antonello Sacchetti al Seminario “Iran Patrimonio dell’Umanità. Le relazioni culturali tra Italia e Iran”. Sala Tatarella – Palazzo dei Gruppi Parlamentari – Camera dei Deputati. Roma, 12 febbraio 2019.

La rivoluzione del 1979, oltre a segnare profondamente la storia contemporanea dell’Iran, rappresenta uno spartiacque nella narrazione dell’Iran. Tanto che forse non è esagerato parlare di due narrazioni completamente diverse, prima e dopo la rivoluzione. Possiamo anche affermare che dopo quarant’anni, questa cesura non è ancora ricomposta.

Un momento del convegno del 12 febbraio 2019

Cosa era l’Iran per gli italiani prima della Rivoluzione? Il fascino dell’antica Persia – materia di studiosi e intellettuali – era messo in secondo piano rispetto alle cronache mondane legate alla figura dello scià, almeno per il pubblico di massa. Era quindi una narrazione costruita soprattutto attraverso rotocalchi, con protagonista un sovrano colto, affascinante e amante delle belle donne e della bella vita.

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La rivoluzione, 40 anni dopo

Quella iraniana fu l’ultima grande rivoluzione del Novecento, la prima ad essere trasmessa in televisione e a essere immortalata dai reporter di tutto il mondo. Esistono quindi moltissime immagini di quegli eventi, oggi facilmente reperibili sul web: le manifestazioni di massa, la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi dall’Iran, il ritorno dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e l’instaurazione della Repubblica islamica. Eventi noti pressoché a tutti. Ma conosciuti probabilmente in modo superficiale proprio perché dati ormai per assodati, come se l’Iran fosse da sempre una Repubblica islamica, un antagonista degli Stati Uniti e un nemico di Israele. Il “peccato originale” dell’Iran contemporaneo – agli occhi dell’osservatore occidentale – è proprio la rivoluzione del 1979. Una rivoluzione quasi sempre bollata come “irrazionale” e retrograda, colpevole di aver inaugurato la stagione del fondamentalismo islamico.  Una narrazione semplicistica che non prende in considerazione i perché di quella rivoluzione.

Da Mossadeq a Khomeini: dove lo scià fallisce

Dal 1963, con la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, lo scià vara una serie di riforme con cui vuole scardinare l’impianto “tradizionalista” della società iraniana: concede il diritto di voto alle donne, vara la riforma agraria, tenta di creare una burocrazia manageriale, combatte l’analfabetismo inquadrando i giovani universitari nel cosiddetto “Esercito del sapere” e inviandoli a insegnare nei paesini più sperduti. Incoraggia i giovani ad andare a studiare in Europa e negli Usa perché sogna di creare una nuova classe dirigente di stampo occidentale. Paradossalmente, moltissimi di questi studenti all’estero costituiranno un nucleo fondamentale dell’opposizione allo scià: a contatto con altri modelli di partecipazione politica e di potere, trovano ancora più intollerabile l’autocrazia dello scià. Il golpe del 1953 aveva deposto il governo democraticamente eletto di Mossadeq, “colpevole” di aver voluto nazionalizzare il petrolio e si era aperta una lunga stagione di repressione. Il partito comunista (Tudeh) era al bando, così come le opposizioni liberali e nazionaliste. In questo contesto, la voce di Khomeini che dalla città santa di Qom tuona contro le riforme “immorali” dello scià, diviene subito un punto di riferimento per chi non si riconosce nel progetto ambizioso e paternalista dell’imperatore. Nei disordini che nei primi anni Sessanta seguono all’arresto e poi all’esilio di Khomeini, ci sono già in nuce, tutti gli elementi politici che ritroveremo nella rivoluzione di quindici anni dopo: l’ayatollah parla la stessa lingua del popolo, ne comprende le paure e i bisogni. Lo scià invece, cresciuto in un collegio svizzero, non conosce davvero l’Iran: immagina di rimodellarlo a suo piacimento, di farne uno tra i primi dieci Paesi industrializzati del mondo. Un’impresa titanica e probabilmente anche molto narcisistica. Anche perché, accanto a questi progetti di riforme sociali ed economiche, non pone in cantiere alcuna apertura politica.

Il peso dell’economia

A questi fattori politici, vanno poi aggiunti quelli economici. Fino a metà degli anni Settanta, il boom delle esportazioni petrolifere consente allo scià investimenti enormi. Alcuni senza dubbio di valore, come infrastrutture, scuole, servizi. Altri frutto unicamente della propria mania di grandezza, quali le spese record per gli armamenti o le celebrazioni kitsch del 1971 a Persepoli per i 2.500 anni di monarchia. Quando il mercato petrolifero si contrae, cominciano i guai. La riforma agraria si era rivelata un fallimento, con l’espulsione di manodopera dalle campagne e la creazione di un nuovo sottoproletariato nelle grandi città. In un Paese segnato da enormi diseguaglianze economiche, in cui cento famiglie detengono in pratica la maggior parte della ricchezza del Paese, crescono di colpo la disoccupazione e l’inflazione. Lo scià – libero dal controllo di qualsiasi forma di opposizione – reagisce accentrando ulteriormente il potere. Alla parvenza di bipartitismo (liberali e conservatori, sempre comunque fedelissimi allo scià) in vigore ormai da decenni, impone il partito unico della “Rinascita” (Rastakhiz). Il controllo del Paese è affidato alla Savak, la polizia politica che applica in modo sistematico arresti arbitrari, tortura e omicidio. 

Il rapido precipitare degli eventi

Una prima crepa nel regime si apre con l’elezione alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter che impone all’alleato persiano una timida apertura in tema di libertà di opinione. Bastò che la pressione si allentasse un po’ perché le voci di un dissenso soffocato da venticinque anni si levassero in modo fragoroso. Di lì in poi, sembra quasi che un meccanismo misterioso orchestri la tempesta perfetta che nel giro di quindici mesi porterà alla caduta dello scià e all’avvento di Khomeini.

Khomeini a Teheran

Tutto precipita nel volgere di pochi mesi. L’anziano religioso in esilio da quindici anni diventa di colpo la figura di riferimento di un movimento quanto mai eterogeneo, che conta al proprio interno marxisti e islamisti, liberali e nazionalisti, tutti uniti dal desiderio di farla finita con la dittatura dello scià. La fazione di Khomeini finisce col prevalere perché è l’unica ad avere un legame con il Paese reale. Le altre, ridotte da anni alla clandestinità e all’esilio, hanno perso contatto con il popolo. I religiosi hanno moschee su tutto il territorio nazionale e godono della fiducia delle masse popolari. È impressionante notare come fino all’autunno 1978 nessuno, all’interno del movimento rivoluzionario, parli di “repubblica islamica”, che diventa poi di colpo la parola magica, capace di mobilitare tutti sotto la guida di Khomeini. Che ha teorizzato da tempo il velayat-e faqih, la teoria del “Governo del giureconsulto”, tutt’ora alla base dell’ordinamento costituzionale iraniano, ma non ne ha di certo fatto una parola d’ordine della rivolta. 

La prima pagina di Lotta Continua del 17 gennaio 1979

Quanto fu davvero islamica la rivoluzione? 

Probabilmente non nacque come tale, almeno nelle intenzioni di una parte consistente dei suoi protagonisti. Ma è innegabile che fin dal suo inizio, la cadenza degli avvenimenti fu scandita dalle ricorrenze e dai riti islamici e che tutti i suoi leader più importanti erano esponenti religiosi. Un altro fattore decisivo per l’affermazione di Khomeini è quello geopolitico. Alla fine della Guerra fredda mancavano ancora dieci anni e l’Iran, coi suoi duemila chilometri di confine con l’allora Unione Sovietica, era una pedina fondamentale. I servizi segreti dei Paesi occidentali agirono di concerto per far sì che tra le fazioni rivoluzionarie quella islamista prevalesse su quella marxista. Ad esempio, è ormai accertato che quando nel 1983 Khomeini decide di sbarazzarsi dei comunisti iraniani, può utilizzare i dossier che l’agente sovietico Vladimir Kuzichin, un tempo comandante della sezione del Kgb di Teheran, aveva passato alla Gran Bretagna che a sua volta li aveva girati alla Cia che pensò di “girare” il regalo al governo iraniano, in chiara funzione anti-sovietica. 

Il ritorno di Khomeini a Teheran

La rivoluzione iraniana non si realizza tramite un’insurrezione armata, ma con una combinazione frenetica di sedici mesi di proteste, sei di manifestazioni di massa e cinque di scioperi. La guerra imposta dall’invasione di Saddam Hussein sarà poi il mito fondante, capace di ricompattare il Paese contro l’aggressore esterno e di mettere a tacere ogni forma di dissenso, sacrificando di fatto un’intera generazione. La rivoluzione iraniana incise in modo fondamentale sull’Islam politico, sovvertendo la concezione quietista dello sciismo e realizzando una forma del tutto inedita di Stato. Stato che -ristrutturato e rafforzato dal processo rivoluzionario – costituisce oggi la vera risorsa, l’asset più importante dell’Iran nel contesto drammaticamente irrisolto del Medio Oriente del XXI secolo. 

Iran, 1979. Le prossime presentazioni

Prossimo appuntamento mercoledì 28 agosto, ROMA, nell’ambito della manifestazione Letture lungo il Fiume, lungotevere Castello, ore 19

– mercoledì 16 gennaio, ROMA, presso Casetta Rossa, via Giovanni Battista Magnaghi, 14, ore 18,30. Dialoga con l’autore Fabrizio Ciocca;
– sabato 19 gennaio, ROVERETO (TN), presso la libreria Arcadia, via Felice e Gregorio Fontana, 16, ore 19,00;
– domenica 20 gennaio,  VILLORBA DI TREVISO (TV), presso la libreria Lovat, via Newton 13, ore 18,00;
– lunedì 21 gennaio, TRIESTE, presso la libreria Lovat, viale XX Settembre 20, (c/o stabile Oviesse, terzo piano), ore 18,00;
– martedì 22 gennaio, MESTRE (VE), presso il Centro Candiani;
– mercoledì 23 gennaio, TORINO, presso la libreria Trebisonda, via Sant’Anselmo, 22. Dialoga con l’autore Giacomo Longhi;
– giovedì 24 gennaio, GENOVA, presso il Circolo Arci Zenzero, via Giovanni Torti, 35, ore 17,45.

Febbraio:
– mercoledì 6 febbraio, ROMA, presso il Caffè Letterario, via Ostiense 95, ore 18,00. Dialoga con l’autore Simona Maggiorelli.

Marzo:
– sabato 2 marzo, MILANO, presso la libreria Le Libragioni, via Giuseppe Bardelli, 11. Dialoga con l’autore Gabriella Persiani.
– sabato 9 marzo, PARMA, presso la libreria Diari di bordo, Borgo Santa Brigida, 9.

– domenica 10 marzo, FERRARA, presso la Libreria Altrove, via Aldighieri 29. Modera Silvia Belcastro.

Aprile:

– venerdì 5 aprile, ROMA, presso l’Istituto per l’Oriente Carlo Alfonso Nallino, via Alberto Caroncini, 19, ore 17.
– giovedì 11 aprile, ROMA, presso Punto Einaudi Merulana, Via Sant’Alfonso, 3, ore 18,30.

Maggio:

– venerdì 3 maggio, ROMA, presso la libreria Koob, Piazza Gentile da Fabriano, 16, ore 18,30. Nell’ambito dell’incontro “Quarant’anni dopo. Raccontare la rivoluzione iraniana”, con Chiara Mezzalama e Abolhassan Hatami.
– giovedì 16 maggio, NAPOLI, presso la libreria Tamu, via Santa Chiara 10 h, ore 18,00;
– venerdì 24 maggio, PADOVA, presso la libreria Pangea, Via S. Martino e Solferino, 106, ore 18,00;
– sabato 25 maggio, ROVERETO (TN), presso la libreria Arcadia, via Felice e Gregorio Fontana, 16, ore 19,00.

Giugno:

– giovedì 13 giugno, BOLOGNA, presso la libreria Modo InfoShop, Via Mascarella, 24/b, ore 19,00.

– venerdì 21 giugno, ROMA, presso la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo, Via Opita Oppio, 41, ore 19.00.

Luglio:

– giovedì 18 luglio, CAORLE (VE), nell’ambito del  Premio Giornalistico Papa Ernest Hemingway, ore 22.

Agosto:

– mercoledì 28 agosto, ROMA, nell’ambito della manifestazione Letture lungo il Fiume, presso Bibliobar, lungotevere Castello, ore 19.