Rouhani 2.0

Rouhani 2.0

Hassan Rouhani si è insediato per il suo secondo mandato da presidente dell’Iran. La cerimonia del giuramento svoltasi il 5 agosto ha visto la partecipazione di una folta delegazione di rappresentati di Paesi di tutto il mondo. Il personaggio che ha suscitato più attenzione è stata l’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini.

Come al solito, sui social e sui media si è parlato molto dei selfie dei parlamentari e del foulard della Mogherini, e poco o nulla del fatto che questo dimostri una popolarità conquistata dal rappresentante dell’Ue in occasione dell’accordo sul nucleare del 2015. Il gossip e la polemica facile, come al solito, sono più forti proprio perché più facili.

Federica Mogherini è stata l’ospite più fotografato dai parlamentari iraniani

 

Un messaggio di moderazione

Il secondo mandato di Rouhani inizia nel segno di due grandi differenze rispetto al primo, una positiva e l’altra negativa. Quella positiva è che Rouhani può contare su un successo già raggiunto: quell’accordo sul nucleare oggi un po’ sottovalutato, rappresenta in realtà una svolta epocale nella politica estera iraniana. Era un obiettivo dichiarato e raggiunto: Rouhani continua a spenderlo politicamente e a difenderlo, come vederemo. La novità negativa è che oggi il presidente eletto non può più contare su Rafsanjani,  suo grande mentore politico, morto a gennaio.

Rouhani ha annunciato solennemente che l’Iran “non ha intenzione di ritirarsi dall’accordo sul nucleare” ma non resterà immobile di fronte alle negligenze degli Stati Uniti. Rouhani ha anche definito il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) un “modello per la relazioni e il diritto internazionale”. Per l’esattezza, Rouhani ha usato il termine di “madre dei negoziati”.

Rouhani 2.0Il riformista Shargh parla di rinnovo dell’impegno della nazione


Rouhani 2.0

Il conservatore Kayhan critica Rouhani per aver svelato la “madre dei negoziati” invece della “madre delle sanzioni”

In tutti i passaggi di politica internazionale, Rouhani ha usato toni cauti, indicando nel dialogo la soluzione delle crisi in Siria e Yemen. Nessuna critica all’Arabia saudita o alle monarchie del Golfo.

Mano tesa alle forze armate

Rouhani ha inoltre sottolineato l’importanza delle forze armate nella difesa della nazione. Un passaggio che è sembrato un chiaro tentativo di riconciliazione con la Guardia rivoluzionaria, con cui era entrato in polemica durante la campagna elettorale. Questa apertura di credito arriva dopo un incontro tenutosi il 24 luglio con i vertici dei pasdaran, tra cui il generale Mohammad Ali Jafari e il generale Qasem Soleimani.

Il nuovo governo

In base alla Costituzione, Rouhani ha adesso due settimane per sottoporre al parlamento la lista dei ministri. Che – ricordiamolo – devono ricevere singolarmente la fiducia dell’Aula. Le indiscrezioni parlano di un esecutivo rinnovato a metà. Sarà sicuramente un governo di “larghe intese”, che comprenderà non solo moderati ma anche riformisti e qualche conservatore. I riformisti sono stati indispensabili per la vittoria al primo turno: senza la mobilitazione di personaggi carismatici come l’ex presidente Khatami, difficilmente Rouhani avrebbe portato a casa il successo in modo così netto. Tra i conservatori è in atto un processo di ridefinizione sia delle posizioni dei singoli sia della natura stessa della fazione politica.

L’8 agosto Rouhani ha inviato al Parlamento la lista dei ministri:

 

Petrolio: Bijan Namdar Zanganeh

Interni: Abdolreza Rahmani Fazli

Affari economici e Finanza: Massoud Karbasian

Intelligence: Seyyed Mahmoud Alavi

Energia: Habibollah Bitaraf

Difesa: Amir Hatami

Industria, Miniere e Commercio: Mohammad Shariatmadari

Aagricoltura: Mahmoud Hojjati

Lavoro, cooperazione e Welfare: Ali Rabi’ee

Strade e Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Seyyed Mohammad Bat’haei

Salute: Seyyed Hassan Qazizadeh Hashemi

Sport e gioventù: Massoud Soltanifar

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Seyyed Alireza Avaei

Cultura e Guida Islamica: Seyyed Abbas Salehi

Comunicazione e Information Technology: Mohammad Javad Azari Jahromi

 

In questa prima lista manca la casella del ministro per Scienze, ricerca e tecnologia. Secondo alcune indiscrezioni questo dicastero potrebbe essere assegnato a una donna e accontentare così le aspettative dell’elettorato femminile che ha sostenuto Rouhani. Non mancano, invece, le prime polemiche.

Va ricordato che il parlamento – oggi a maggioranza moderato-riformista – vota la fiducia a ogni singolo ministro. Ed un paio di nomi indicati da Rouhani sarebbero particolarmente indigesti. Si tratta di due ministri confermati nel loro ruolo: il ministro del Lavoro Rabi’ee e quello degli Interni Fazli. Il primo è accusato dai riformisti non solo di non essere stato un buon ministro nel primo mandato di Rouhani, ma anche di aver ostacolato la riapertura dell’Associazione dei giornalisti iraniani, chiusa dal governo Ahmadinejad nel 2009. A Fazli si rimprovera il mancato rinnovo di molti governatori nominati dal governo Ahmadinejad e la gestione non proprio brillante delle scorse elezioni presidenziali, quando si crearono file lunghissime ai seggi e molte persone non riuscirono a votare.

Almeno su questi due nomi si preannuncia battaglia.

Il 9 agosto Rouhani ha nominato vicepresidenti tre donne. Si tratta di Masoumeh Ebtekar con delega alle Donne e gli affari familiari, Laya Joneidi agli Affari legali e il Shahindokht Molaverdi come assistente del presidente per i Diritti di cittadinanza.  Molaverdi ed Ebtekar erano già vicepresidente, la prima con la delega alle Donne e agli affari familiari, la seconda alla Protezione dell’ambiente.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Chi ha vinto le elezioni in Iran ? La domanda può sembrare in apparenza demenziale: ormai lo sanno tutti che il 19 maggio il 57,13% degli iraniani ha dato fiducia al presidente in carica Hassan Rouhani. Il suo principale avversario Ebrahim Raisi si è fermato al 38,29%. Percentuali irrisorie per gli altri due candidati rimasti formalmente in corsa ma di fatto ritirati: 1,16% per Mostafa Mir Salim e 0,52% per Mostafa Hashemi Taba.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

In termini numeri, Rouhani ha ottenuto 23 milioni di voti, Raisi 16.

L’affluenza è stata alta:  hanno votato oltre 40 milioni di iraniani, pari al 71,42% degli aventi diritto.

Nelle passate elezioni del 2013 Rouhani aveva vinto col 51% dei voti. Alle sue spalle, lontanissimo, Mohammad Bagher Qalibaf, col 16 %. Allora l’affluenza era stata del 72%.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: Rouhani

Il risultato non era affatto scontato: gli ultimi giorni di campagna elettorale avevano fatto pensare a un possibile testa a testa. Alcuni sondaggi riportavano una percentuale molto alta di indecisi: probabilmente è stato questo scatto in extremis a garantire a Rouhani la vittoria al primo turno.

Il presidente, dopo quattro anni di governo, vede crescere i propri consensi: dai 18.692.500 voti del 2013 (pari al 50,88%) ai 23.549.616 voti del 2017 (pari, come abbiamo visto, al 57,13%).

Un’osservazione: dalla scorsa tornata elettorale, il numero degli aventi diritto al voto è passato da 50  56 milioni di persone. Il Paese sta invecchiando: rispetto alle drammatiche e controverse elezioni del 2009 (quelle dell’Onda Verde) ci sono ben 10 milioni di elettori in più.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Aftab: Auguri al signor avvocato

Chi ha vinto le elezioni in Iran: la Repubblica islamica

Inutile girarci intorno: ha vinto anche la Repubblica islamica come sistema. O, se preferite, come regime. Quando 40 milioni di persone si mettono in fila per votare, c’è poco da discutere. Altissima anche la partecipazione degli iraniani all’estero. A Roma e a Milano ci sono state file di ore. Lo stesso Rouhani ha ringraziato gli iraniani all’estero per la grande partecipazione.

Anche la Guida Khamenei ha parlato di partecipazione “epica”, termine usato anche da Qalbaf nel congratularsi col suo rivale. Raisi, dal canto suo, ha invece evitato di esprimere congratulazioni.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: i moderati

Si votava anche per le comunali e l’alleanza moderato/riformista ha vinto un po’ ovunque, non solo a Teheran dove hanno conquistato tutti e 21 i seggi a disposizione (archiviando la lunga stagione dei conservatori e di Qalibaf, sindaco dal 2005), ma persino a Mashad, teoricamente roccaforte di Raisi.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Sharq: La conquista del domani

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Asrar: una fresca seconda volta

Le ragioni dei conservatori

Superando le schematizzazioni di molta stampa occidentale, è necessario riflettere anche su quel quasi 40% di iraniani che hanno dato fiducia a Raisi. Troppo semplicistico ridurre tutto a un voto “reazionario”. E’ stata piuttosto la manifestazione di chi critica Rouhani per non aver risolto i problemi economici e sociali che ancora oggi affliggono il Paese e per essere stato troppo arrendevole con l’Occidente sulla questione nucleare. Rouhani si è dichiarato presidente di tutti ma lo aspettano sicuramente anni difficili.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran: gli iraniani

Basti pensare a quanto accadeva in Arabia Saudita poche ore dopo la sua vittoria, con il presidente Usa Donald Trump che tuonava contro l’Iran accusandolo di essere l’origine di tutti i mali del Medio Oriente.

La stessa identica scena, con una vittoria di Raisi in Iran, sarebbe stata forse ancora più preoccupante. Forse il perché di questa “seconda volta” sta tutto qui.

Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

Dopo Rafsanjani

Di fronte alle immagini dei funerali di Akbar Hashemi Rafsanjani, la sensazione è di non essere più nella semplice cronaca politica ma nella Storia. Sono stati definiti i funerali più importanti dopo quello di Khomeini del giugno 1989. Per molti, quell’evento sancì la fine della rivoluzione che nel 1979 aveva generato la Repubblica islamica. La guerra con l’Iraq era terminata da meno di un anno ed era ancora molto forte la mobilitazione politica delle masse. Ma, in un certo senso, da quel momento in avanti la “spinta propulsiva della rivoluzione” – parafrasando una celebre espressione di Enrico Berlinguer a proposito della crisi polacca del 1981 – comincia a scemare.

Ed è proprio Rafsanjani uno dei protagonisti principali dell’Iran post rivoluzionario, a guidare la ricostruzione del Paese, accettando di buon grado il compromesso tra economia e ideologia. E’ vero, come ha osservato qualcuno, che i funerali di Rafsanjani sono stati lo specchio fedele delle contraddizioni della sua vita e della sua carriera politica.

A commemorarlo c’erano tutti: i conservatori piangevano uno dei fondatori della Repubblica islamica, i riformisti un loro prezioso alleato, soprattutto dal 2009 in poi. La centralità della figura di Rafsanjani è il motivo della grande partecipazione popolare al suo funerale. Un’amica iraniana, certamente non vicina all’establishment politico, mi ha confidato di essere sconvolta per la scomparsa di quello che reputa “comunque un grande personaggio”.

Uno dei brani più interessanti del celebre – e sopravvalutato – Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, è quello dedicato ai funerali di Khomeini:

Alle esequie parteciparono anche molti di coloro che avevano sempre criticato Khomeini. Al momento della sua morte il malcontento era così diffuso che le autorità avevano pensato di seppellirlo di notte, in modo da risparmiarsi l’imbarazzo di una partecipazione troppo scarsa alle esequie. Invece erano arrivati a milioni, da tutto il Paese.

Certo, per Rafsanjani non ci sono state le scene di isteria che caratterizzarono i funerali di Khomeini. Ma parliamo di epoche, di personaggi e persino di stagioni climatiche diverse.

Khomeini era il leader carismatico di una nazione che era appena uscita da una guerra lunghissima. Era malato e la sua morte era attesa da tempo,  i funerali si celebrarono in una torrida giornata di inizio estate. Nelle stesse ore, tra l’altro, in cui in Cina si consumava  il massacro di Tien An Men.

Rafsanjani se ne è andato improvvisamente, all’indomani della svolta più importante della politica estera iraniana degli ultimi trent’anni. E la sua uscita di scena ha spiazzato un po’ tutti.

Perché è questo il punto: odiato e stimato, disprezzato o sopportato, Rafsanjani era uno dei padri di questo sistema politico. E i padri si possono anche odiare, ma quando se ne vanno, ci lasciano comunque orfani.

 

 

Il tweet di Zarif: “La rivoluzione ha perso uno dei suoi pilastri, la nazione un fedele patriota, il mondo una essenziale voce di ragione. Riposi in pace”.

Arman-e emruz: L’Iran in lutto per il moderno Amir Kabir

 

 

Aftab-e Yazd: Iran in lutto (Nella foto, i figli di Rafsanjani, Faezeh e Mehdi

 

Un fotomontaggio che gira sui social iraniani

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Chi è Qalibaf

Chissà se prima o poi avrà anche un lui un ruolo da protagonista assoluto o sarà sempre un outsider. Mohammad Baqer Qalibaf (محمدباقر قالیباف‎‎), classe 1961, attuale sindaco di Teheran, è da almeno una decina d’anni sempre sul punto di “spiccare il volo”. Candidato presidente in due tornate, nel 2005 e nel 2013, ne è sempre uscito a mani vuote. Il suo cognome in persiano vuol dire “tessitore di tappeti”.

Prima delle elezioni del 2009, in Iran e soprattutto a Teheran, se ne parlava come del presidente in pectore, pronto a rimpiazzare Mahmud Ahmadinejad dopo il primo mandato. E invece a quelle elezioni Qalibaf nemmeno si presentò.

Personaggio piuttosto curioso, per i canoni della politica iraniana. Appartiene alla “famiglia principalista”, ma è un conservatore atipico, sia nei comportamenti sia in alcune scelte politiche.

Un giovane comandante

Qalibaf, come molti altri suoi coetanei, partecipa in prima linea alla “guerra imposta”, la lunga guerra di difesa nazionale contro l’Iraq (1980-88). A soli 19 anni diventa comandante delle truppe Imam Reza e successivamente ricopre altre importanti funzioni militari.  Uno storico arriva a definirlo il “Bonaparte della rivoluzione islamica”.

Quando la guerra finisce, diventa direttore della Khatam al-Anbia, una importante società ingegneristica controllata dai pasdaran. E’ nella galassia dei Guardiani della Rivoluzione che si compie la sua scalata al successo. Nel 1996 viene nominato comandante delle Forze Aeree dei Pasdaran. Nel frattempo, consegue una laurea in geografia politica e avvia una carriera accademica presso l’Università di Teheran.

I ragazzi del ’99

Il 1999 – in piena era Khatami – gli studenti danno vita a un ampio movimento che chiede una riforma sostanziale dell’assetto della Repubblica islamica. Le manifestazioni sono represse con la violenza da parte di basiji e pasdaran. Qalibaf è uno dei 24 comandanti dei Pasdaran che scrivono una lettera a Khatami, minacciando di “prendere in mano la situazione” qualora le manifestazioni studentesche continuassero. Una chiara intimidazione al presidente riformista che, infatti, non appoggiò gli studenti. I disordini del 1999 portano alla rimozione del comandante della polizia Hedayat Lotfian. Al suo posto subentra proprio Qalibaf, che anni dopo dichiarerà pubblicamente di aver preferito il dialogo alla repressione.

Andai alla riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale e tutti – compreso Hassan Rohani – mi chiedevano di sparare agli studenti. Io mi opposi. Diedi invece il permesso di organizzare le manifestazioni, purché all’interno dell’università.

Le elezioni del 2005

Nel 2005 si dimette dai suoi incarichi militari e si candida alle elezioni presidenziali che sanciranno la vittoria di Ahmadinejad al ballottaggio contro Rafsanjani. al primo turno- contrassegnato da una forte dispersione del voto – Qalibaf ottiene il 13,93%. la sua è una campagna elettorale innovativa, in cui per la prima volta un candidato investe molto in spot televisivi. Qalibaf si propone come un decisionista e un innovatore, alla guida di un aereo, quasi sempre sorridente. L’elettorato non lo premia, ma ottiene presto un incarico politico importante, con l’elezione a sindaco di Teheran nel settembre dello stesso anno, carica che conserva ininterrottamente da allora.

 

Il sindaco

Al governo della capitale iraniana, Qalibaf avvia un processo di modernizzazione della megalopoli iraniana: lavori pubblici e attenzione alle tematiche dell’ambiente. Il ruolo di primo cittadino gli serve comunque come trampolino per la politica nazionale. Non mancano anche prese di posizione forti. Nel 2008 – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali Usa – sostiene la necessità di una dialogo con gli Stati Uniti, perché gioverebbe “alla comunità internazionale, alla società iraniana e a quella statunitense”.

Alcuni conservatori lo bollano come “amico di Benetton”. E’ infatti in questo periodo che il marchio italiano apre i primi negozi nella capitale iraniana e in molti parlano di un’amicizia di interesse tra il sindaco e l’imprenditore italiano.

Qalibaf e Soleimani

Qalibaf con Soleimani, comandante dell’Armata Qods

 

Le elezioni del 2013

Nel 2013 si ricandida per le presidenziali. Il suo slogan è:  “Cambiamento, vita, popolo. Un glorioso Iran”.  Con Ali Akbar Velayati e Gholam-Ali Haddad-Adel, forma la cosiddetta coalizione “2+1”. anche lo speaker del parlamento Ali Larijani appoggia la sua candidatura, ma sconta la divisione del fronte conservatore. Ottiene oltre 6 milioni di voti pari al 16.55% e si piazza al secondo posto, comunque lontanissimo dal vincitore Hassan Rohani (50,88%).

A settembre 2013 il consiglio comunale di Teheran lo rielegge per la terza volta sindaco, battendo per 16 voti a 14 Mohsen Hashemi Rafsanjani, uno dei figli dell’eterno kuseh Ali Akbar.

La carica dura fino al 2017, anno delle prossime presidenziali. In molti scommettono che Qalibaf ci riproverà. Vero o no, sembra comunque che avremo modo di parlare ancora a lungo di lui.

Iran Election Day

Dell’importanza delle imminenti elezioni abbiamo già parlato qui. Situazione incredibile se paragonata agli standard italiani: i candidati alle elezioni parlamentari iraniane hanno cominciato la campagna elettorale giovedì 18 febbraio, cioè soli otto giorni prima del voto. E’ una caratteristica della politica della Repubblica islamica: le candidature definitive sono annunciate dal ministero degli Interni a pochi giorni dal voto, dopo una preselezione quasi sempre determinante da parte del Consiglio dei Guardiani.

Questa volta il corpo di 12 membri nominati da Guida Suprema e magistratura ha squalificato il 97% dei candidati riformisti. Inizialmente il setaccio era stato ancora più fitto, con la bocciatura del  60% dei 12.000 aspiranti candidati. Tra questi il 99% dei 3.000 aspiranti candidati riformisti. L’intervento del presidente Rouhani ha permesso il reintegro di alcuni di loro, ma alla fine si tratta di appena 90 nomi.

Qualche numero: i candidati sono circa 6.200, di cui 586 donne. I seggi del majles sono 290. Nel collegio elettorale di Teheran oltre mille candidati corrono per 30 seggi.

A prima vista sembra che non ci sia competizione. L’ala conservatrice della Repubblica islamica ha colpito duramente i moderato-riformisti che possono al massimo aspirare a una esigua minoranza in parlamento. D’altra parte, il riformismo iraniano è di fatto ostaggio di una situazione al limite del surreale. Ancora oggi i riformisti si riconoscono nell’ex presidente Mohammad Khatami, personaggio bandito dai media nazionali da oltre un anno.

Paradossalmente, tuttavia, l’epurazione può rafforzare la prospettiva di un’alleanza tra riformisti e centristi. La minaccia dei “falchi” può infatti risultare determinante per evitare lo spettro dell’astensionismo, storico nemico dei riformisti. Le passate elezioni parlamentari del 2012 vennero infatti contraddistinte da una bassa affluenza, eredità della crisi e della repressione del 2009.

Anche stavolta i due personaggi chiave sono ancora una volta Rouhani e l’ex presidente Rafsanjani, l’eterno “squalo” della politica iraniana. Che a sei giorni dal voto ha dichiarato:

Rouhani aveva soltanto il 3 per cento dei consensi, col mio sostegno ha superato il 50. Adesso lo sostengo nel parlamento.

Spot dei riformisti. Rouhani dice: “Questo non è solo un voto, ma una via”

Per rompere questo asse, i conservatori giocano anche colpi bassi. Il quotidiano Khayan, organo di fatto della Guida, insinua che i due siano i “creatori” di Babak Zanjani, affarista protagonista del più grande scandalo della Repubblica Islamica. (Ne parlammo qui)

 

I blocchi di partenza sono stabiliti. Il riformista Mohammad Reza Aref – ex vicepresidente e candidato nel 2013 ritiratosi in favore di Rouhani – ha costituito una lista di 30 candidati per la circoscrizione di Teheran chiamata “Coalizione dei riformisti e sostenitori del governo”. Ne fa parte anche il deputato conservatore Ali Motahari (bocciato in prima battuta dal Consiglio dei Guardiani), che ha pubblicamente criticato la detenzione ai domiciliari dei leader dell’opposizione Mousavi e Karroubi. Detenzione che dura ormai da cinque anni. Più in generale, i moderato-riformisti sembrano essere stati capaci di mettere da parte le divisioni e puntare all’unità, in modo da convincere gli elettori ad andare alle urne.

Di contro, la lista dei conservatori, nello stesso distretto di Teheran è composta soprattutto da personaggi vicini all’ayatollah ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi. Soltanto tre su trenta candidati possono essere ritenuti conservatori “moderati”. Lo speaker del parlamento uscente Ali Larijani ha resistito alle pressioni dei conservatori e si presenta come indipendente. Il ruolo di Larijani è stato molto importante per

Come funziona la legge elettorale

I 290 seggi del parlamento vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali. I candidati che ottengono almeno il 25% dei voti sono eletti al Majles. Il turno di ballottaggio si tiene nei distretti in cui uno o più seggi non sono stati assegnati al primo turno. Il numero dei candidati che corrono al ballottaggio è dato dal doppio dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio uninominale (ad esempio, due) e una volta e mezzo il numero dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio plurinominale.

Assemblea degli Esperti

Il Consiglio dei Guardiani è intervenuto pesantemente anche sulle elezioni per l’Assemblea degli Esperti: sono state approvate soltanto 166 candidati su 801. La bocciatura più clamorosa è stata quella di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

La Guida Khamenei ha invitato gli iraniani a votare per dare una dimostrazione di forza ai “nemici” del Paese, sostenendo che le critiche al Consiglio dei Guardiani erano frutto delle manovre occulte degli Stati Uniti. Il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato massima vigilanza contro ogni tentativo di ripetere proteste come quelle dopo le contestate elezioni del 2009.

Campagna elettorale al via
                                                                                      Campagna elettorale al via

Per l’Assemblea degli Esperti il collegio elettorale di gran lunga più importante è quella di Teheran, che assegna 16 seggi su 88. Qui si giocherà la partita più importante di questo round, probabilmente molto più importante anche di tutta la disputa parlamentare.

Secondo Hossein Bastani, analista di BBC Persian, per bloccare la lista degli ultraconservatori, è sufficiente che meno della metà di chi votò per Rouhani nel 2013 voti per la lista dei moderati nel collegio di Teheran.

Ormai, ci siamo.

Chi è Hassan Rouhani

Hassan Rowhani

Alle elezioni presidenziali (14 giugno) mancano ancora troppi mesi per azzardare previsioni. Personalmente, ritengo che il voto sarà un passaggio importante ma non fondamentale per il futuro immediato della Repubblica islamica.

Difficilmente assisteremo a un evento così “pesante” come le elezioni del 2009. Non ci sono ancora candidati ufficiali (se ne parlerà a un mese dal voto), ma circolano dei nomi e negli ultimi giorni i media iraniani hanno fatto quello di Hassan Rouhani. Il sito Tasnim definisce “sicura” la sua candidatura

Classe 1948, l’Hojjat al-Islam (titolo religioso inferiore a quello di Ayatollah) Rowhani è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami.

Fu lui, tra il 2003 e il 2005, a rappresentare l’Iran nei negoziati con Gran Bretgana, Francia e Germania che portarono agli accordi di Sa’dabad (ottobre 2003) e Parigi (novembre 2004), in virtù dei quali l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione (poi sospeso nel gennaio 2006).

Secondo il quotidiano conservatore Entekhab, la candidatura di Rowhani sarebbe gradita sia al Fronte principalista sia a Rafsanjani, personaggio a cui Rowhani è da sempre legato.  Non solo: sul suo nome potrebbero convergere anche i voti dei riformisti che decideranno di recarsi alle urne.

Sulla sua fedeltà al sistema non ci sono dubbi: Rowhani è un rivoluzionario di antica data. Sotto il regime dello Shah venne arrestato varie volte, la prima nel 1964, quando aveva soltanto 16 anni.

Si dice, tra l’altro, che sia stato lui il primo, in un discorso pubblico nell’ottobre 1977, a chiamare l’Ayatollah Khomeini “Imam”, titolo che per secoli non era più stato attribuito a persona vivente perché prerogativa dei dodici imam sciiti.

Rouhani ha avuto ruoli militari di comando durante la guerra con l’Iraq ed è stato parlamentare per cinque mandati consecutivi (1980-2000).

Spesso descritto dagli osservatori internazionali come “moderato” o “conservatore pragmatico”, Rowhani è stato sempre critico nei confronti della politica estera di Ahmadinejad e nelle ultime settimane si è anche espresso su questioni interne, come la disoccupazione giovanile.

 

Una storia iraniana

Avevamo parlato di lui già tre anni fa (leggi articolo Arrivi e partenze), quando rientrò in Iran per affrontare l’accusa di frode finanziaria ed elettorale. Il 9 agosto 2015  Mehdi Hashemi Rafsanjani, quartogenito del due volte presidente della Repubblica islamica Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, è entrato nel carcere di Evin per scontare la condanna a dieci anni di reclusione.

Il suo ingresso nel carcere è stato seguito dai media nazionali e sui social. Il video del padre che gli sussurra delle preghiere prima di uscire di casa per andare in prigione (vedi qui sotto) è divenuto presto virale su Facebook e You Tube.

 

Questa attenzione è comprensibile, visto che si tratta del figlio di uno dei personaggi più importanti e potenti della storia recente dell’Iran (leggi l’articolo del settembre 2012 Chi è Rafsanjani). I media conservatori lo attaccano senza troppi giri di parole. Il quotidiano Vatan-e emrooz titola Se lo merita ed entra nei dettagli del caso processuale, negando qualsiasi implicazione “politica” del caso.

Hemayat

La prima pagina di Hemayat: “Dieci anni di reclusione – Mehdi Hashemi a Evin”

Già, perché secondo la famiglia Rafsanjani – soprattutto per voce della sempre irrequieta figlia Faezeh – si tratterebbe di una manovra dei conservatori per punire l’ex presidente del sostegno dato nel 2013 all’attuale presidente Rouhani e soprattutto per indebolirlo in vista delle elezioni del 26 febbraio 2016, quando gli iraniani torneranno a votare sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti.

mehdi e genitori

Le polemiche sono andate avanti sul web anche per una foto che ritrae Mehdi Rafsanjani con i genitori prima di andare in prigione. Sono tutti e tre sorridenti e sereni. Per molti conservatori, questo atteggiamento sarebbe offensivo nei confronti delle istituzioni della Repubblica islamica. In un articolo, il commiato di Mehdi è messo a confronto con quello dei giovani che partivano per la guerra contro l’Iraq, pronti a sacrificarsi per la difesa della patria. Sui social sono comparse foto di padre che salutavano i figli diretti al fronte.

Assemblea degli Esperti, eletto Yazdi

Mohammad Yazdi

L’ayatollah Mohammad Yazdi è il nuovo capo dell’Assemblea degli Esperti (Majles-e Khobragan Rahbari, “Assemblea degli Esperti per la Guida”, è la definizione completa in persiano). Yazdi è stato eletto al secondo ballottaggio, con 47 voti su 73. Gli altri 24 sono andati ad Akbar Hashemi Rafsanjani.

E’ stato un risultato a sorpresa: in molti avevano pronosticato la conferma dell’Ayatollah Hashemi Shahroudi, alla guida dell’Assemblea dallo scorso ottobre, quando era morto il presidente in carica Mahdavi Kani. I candidati in partenza erano quattro: Shahroudi, Yazdi, Rafsanjani e Mohammad Momen. Al primo round, Yazdi ha ricevuto 35 voti, Rafsanjani 25, e Momen 13, mentre Shahroudi ha ritirato la propria candidatura. Al secondo voto, Yazdi ha fatto il pieno con 47 voti, contro i 24 di Rafsanjani. Due membri si sono astenuti e 13 non hanno partecipato alla votazione.

Va ricordato che questa Assemblea degli Esperti, eletta nel dicembre 2006, resterà in carica , in via eccezionale, fino al 2017, quando si voterà anche per le presidenziali e le legislative.

Chi è Mohammad Yazdi

Da non confondersi assolutamente con l’altro Ayatollah Mohammad -Taqi Mesbah Yazdi, conservatore anche lui, ma di formazione completamente diversa e con un altro percorso politico alle spalle.Anzi, per dirla tutta, il nuovo capo dell’Assemblea degli Esperti, venne eletto nel 2006 nella lista Modarresin and Jame Rohaniyat che si contrapponeva proprio a quella che faceva riferimento a Mesbah Yazdi.

E’ perciò un errore piuttosto grossolano definire Yazdi un “ultraconservatore”. E’ sì un conservatore, ma un conservatore tradizionalista, sulle posizioni dell’attuale guida Ali Khamenei. E proprio questa continuità pare sia stato l’elelemento determinante per la sua scelta.

Yazdi, allievo del Grande Ayatollah Boroujerdi, è stato a capo della magistratura per dieci anni, dal 1989 al 1999 ed è attualmente membro anche del Consiglio dei Guardiani.

Il momento politico

Al di là delle contrastanti voci sulla salute di Khamenei, è ovvio che non è lontanissimo il momento in cui l’Assemblea degli Esperti sarà chiamata a indicare un successore dell’attuale Guida. Rafsanjani – che comunque è tutt’altro che uscito dalla scena politica, visto che è a capo del Consiglio per il Discernimento – aveva una proposta molto chiara per il futuro: non un nuovo rahbar, ma un consiglio ristretto che ne assumesse il ruolo e i poteri.

Forse è stata questa presa di posizione a orientare gli Ayatollah nella seconda votazione e a scegliere la soluzione meno “innovativa”. In questo momento, con un accordo sul nucleare apparentemente vicino, la Repubblica islamica non ha probabilmente bisogno di altri scossoni. Anche perché questa Assemblea durerà ancora un altro anno e di cose, da qui a lì, ne potrebbero accadere tante.

Teheran verso le elezioni/5

Ebtekar esclusione Rafsanjani

Ieri notte il Ministero degli Interni iraniano ha rilasciato la lista dei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani alle elezioni. Adesso è ufficiale quanto anticipato già martedì 21 maggio dall’Agenzia Mehr: sia Mashaei sia Rafsanjani sono stati esclusi.

Ma se quasi tutti si aspettavano che il delfino (nonché consuocero) di Ahmadinejad venisse fatto fuori, l’esclusione di Rafsanjani è abbastanza clamorosa. Il quotidiano Ebtekar titola in prima pagina “Grande shock”.

Escludere uno dei padri fondatori della Repubblica islamica, da più di 30 anni al centro della scena politica, è senza dubbio una decisione forte.

C’è chi avanza l’ipotesi che la sua esclusione serva in un certo senso a compensare quella di Mashaei. In questo caso, la Guida Khamenei avrebbe messo uno contro l’altro due suoi rivali al fine di eliminarli entrambi.

Va comunque ricordato che la Guida può reintegrare candidati esclusi dal Consiglio dei Guardiani. Lo fece, ad esempio, nel 2005 per due candidati riformisti.

Rafsanjani ha annunciato che rispetterà la decisione del Consiglio dei Guardiani, mentre Ahmadinejad chiede a Khamenei di “risolvere il problema” dell’esclusione di Mashei.

Otto gli ammessi al voto del 14 giugno:

1. Saeed Jalili;

2. Mohammad Bagher Ghalibaf;

3. Gholamali Haddad Adel;

4. Ali Akbar Velayati;

5. Hassan Rowhani;

6. Mohammad Gharazi;

7. Mohsen Rezaei;

8. Mohammad Reza Aref.

Da notare che sono stati ammessi tutti e tre i membri del cosiddetto gruppo 2+1 (Velayati, Haddad Adel e Ghalibaf), creato lo scorso dicembre da Khamenei per individuare un unico candidato per l’area politica a lui più vicina.

È a questo punto probabile che di questi otto candidati più di uno decida di ritirarsi per non disperdere troppo i voti.

Teheran verso le elezioni/4

Colpo di scena finale. A meno di mezz’ora dalla chiusura dei termini, Ali Akbar Rafsanjani si è registrato per le presidenziali del 14 giugno. Registrazione in “zona Cesarini” anche quella di Esfandiar Rahim Mashai, arrivato al ministero dell’Interno accompagnato dal presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, suo sodale e consuocero. In extremis anche la registrazione di Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e capo negoziatore sulla questione nucleare.

Difficile che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Mashai, mentre quella di Rafsanjani è praticamente blindata. Anche perché per settimane il due volte presidente aveva detto che non si sarebbe mai candidato contro il volere della Guida Khamenei. Evidentemente, qualcosa tra i due, nel frattempo, è cambiato.

L’entrato in campo di Rafsanjani spariglia lo scenario – comunque ancora nebuloso – fin qui delineatosi. Secondo il ministero degli Interni si sono registrate circa 700 persone. Di queste, secondo l’agenzia ISNA, sono figure politiche interne al sistema, alcune di lungo corso.

Il fronte conservatore, per contrastare Rafsanjani, deve a questo punto concentrare le proprie forze su un unico candidato. Difficile dire se sarà Qalibaf. Più probabile che si possa trovare unità su Jalili o Velayati.

Di sicuro, un numero non indifferente di candidati si ritirerà dalla competizione per appoggiare uno dei due big scesi in campo. L’ex presidente riformista Khatami ha elogiato sul proprio sito web la candidatura di Rafsanjani, dando una precisa indicazione di voto.

Altri candidati moderati e riformisti – Hassan Rowhani, Mohammad Reza Aref, Mostafa Kavakebian, hanno già annunciato il loro ritiro e il loro appoggio a Rafsanjani.

La palla adesso passa al Consiglio dei Guardiani.

Teheran verso le elezioni/3

Iran presidenziali 2013

Il 7 maggio è iniziata la registrazione per i candidati alle presidenziali presso il ministero dell’Interno di Teheran. I candidati hanno tempo fino alle 18 di sabato 11 maggio per registrarsi. Nei giorni successivi il Consiglio dei Guardiani stilerà un primo elenco di candidati ammessi a cui seguirà con ogni probabilità un ricorso da parte degli esclusi. L’elenco definitivo dei candidati sarà stilato il 23 maggio.

Il primo giorno si sono candidati una ventina di candidati. Tra i primi, l’ex negoziatore nucleare e attuale capo del Centro per la ricerca strategica Hassan Rowhani che ha dichiarato alla stampa di essere un “moderato”, a metà strada tra riformisti e principalisti. Rowhani si è anche detto scettico circa una possibile candidatura da parte di Rafsanjani.

Tra i nomi dei primi candidati, Sadegh Vaez-zadeh (ex vice di Ahmadinejad e membro del Consiglio per il Discernimento), l’ex ministro della Sanità Kamran Bagheri Lankari e il parlamentare di lungo corso Mostafa Kavakebian.

Teheran verso le elezioni/2

Presidenziali Repubblica Islamica 2013

A pochissimi giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature per le presidenziali, la scena politica iraniana è scossa da segnali contrastanti e clamorosi.

Il 27 aprile il sito Baztab ha pubblicato un articolo che parla dell’esistenza di un nastro audio che proverebbe i brogli elettorali del 2009. Ahmadinejad sarebbe pronto a rendere pubblico quel nastro qualora il Consiglio dei Guardiani bocciasse la candidatura del suo braccio destro e consuocero Esfandiar Rahim Mashei.

Lo staff di Ahmadinejad ha però negato con vigore l’esistenza di tale nastro.

Altrettanto clamorosa e difficile da verificare la notizia secondo la quale il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato trattenuto in stato d’arresto per 7 ore lo scorso 29 aprile.

Secondo il sito WND Ahmadinejad, dopo essersi recato in vista alla 26esima Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sarebbe stato convocato dalla Guida per “comunicazioni urgenti”. L’auto con a bordo il presidente sarebbe stata isolata da quelle della scorta e dirottata in un edificio del Ministero degli Esteri. Qui, il presidente uscente sarebbe rimasto per ore in un vertice con Asghar Hejazi, capo intelligence dell’ufficio della Guida, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida e il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.

Il summit si sarebbe concluso intorno alla mezzanotte e sarebbe stato una sorta di avvertimento nei confronti del presidente Ahmadinejad.

Novità anche da Hashemi Rafsanjani che sarebbe intenzionato a candidarsi. Il suo, sarebbe un vero e proprio atto di sfida nei confronti della Guida Khamenei che punta invece a individuare un candidato forte che possa rappresentare il fronte ultraconservatore.

Lunedì 29 aprile Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano conservatore vicino alla Guida, ha sferrato un violento attacco all’ex presidente riformista Khatami, accusandolo in sostanza di essere la “quinta colonna di Usa, Israele e Gran Bretagna” e di aver fomentato i disordini del 2009. Khatami non ha replicato, ma il sito Entekhab ha confermato che l’ex presidente non si candiderà.

Teheran verso le elezioni/1

Iran. Si vota il 14 giugno

Alle elezioni presidenziali iraniane manca un mese e mezzo. Per ora l’attenzione dei media internazionali è blanda e d’altra parte la campagna elettorale deve ancora cominciare. I candidati hanno tempo per registrarsi dal 7 all’11 maggio. Poi il Consiglio dei Guardiani passerà al vaglio i profili dei singoli e avremo la lista ufficiale dei papabili.

Va inoltre ricordato che il 14 giugno si svolgono anche le elezioni amministrative. Un election day che potrebbe far lievitare la partecipazione.

“Il Consiglio dei Guardiani valuta, sulla base dei requisiti indicati dalla Costituzione, se ogni singolo candidato sia idoneo a partecipare alle elezioni presidenziali e parlamentari”. Così recita la Carta iraniana.

Per avere un’idea di che genere di “taglio” possa esercitare il Consiglio, basti ricordare che nel 2009 i pretendenti candidati erano 475 (tra cui 42 donne) e il consiglio dei Guardiani ne ammise solo 4.

Tra meno di due settimane potremo perciò cominciare a parlare di dei singoli candidati e azzardare pronostici.

Prima è però forse necessario fugare alcuni equivoci.

Le elezioni del 2009 sono state probabilmente un’eccezione nella storia della Repubblica Islamica: la straordinaria mobilitazione per Karroubi, il voto, i sospetti e le accuse (più che fondate) di brogli, la repressione delle proteste poi.

È impensabile che il sistema tolleri una “replica” di quell’esperienza. Ma è altrettanto vero che non potrà nemmeno permettersi una “messa in scena” totale. Nella Repubblica islamica – con tutti i limiti e i difetti del sistema – le elezioni hanno sempre visto una competizione reale tra i candidati. Se non fosse stato così, non avremmo mai avuto Khatami e non avremmo avuto l’Onda Verde.

Già un mese fa dalla Guida sono arrivati dei segnali inequivocabili: le prossime elezioni non dovranno più avere quello “stile occidentale” che aveva caratterizzato il voto del 2009. Stop dunque a confronti televisivi e alla propaganda continua per un mese.

Eppure erano stati questi gli elementi che avevano appassionato gli iraniani e aveva contribuito alla massiccia affluenza alle urne (oltre l’80%).

Il Consiglio dei guardiani ha poi intimato ai candidati di non usare fondi pubblici per la propria campagna elettorale.

Già, ma chi saranno i candidati? Finora, sono una ventina gli esponenti politici che hanno manifestato l’intenzione di candidarsi. Tutti nomi piuttosto noti: tra gli altri, Mohammad Baqer Ghalibaf, sindaco di Teheran; Ali Larijani, presidente del parlamento; Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo di sicurezza nazionale e capo negoziatore dell’Iran con il ‘5+1’ sul nucleare; Mohsen Rezaei, ex capo dei Pasdaran e attuale guida del Consiglio del Discernimento; Esfandiar Rahim-Mashaei, ex Capo di Gabinetto e consuocero di Mahmoud Ahmadinejad; Ali Akbar Velayati, Consigliere della Guida Khamenei; Manouchehr Mottaki, ex ministro degli esteri e altri ancora.

Ma è una situazione in continuo divenire. Fino ad alcuni giorni fa, ad esempio, sembrava probabile la candidatura dell’ex presidente Mohammad Khatami. Ma in una riunione con un gruppo di veterani è stato lui stesso ad annunciare che stavolta non correrà, perché sente che “buona parte del sistema è contro di lui”.

Difficile anche che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Esfandiar Rahim-Mashaei. Mentre sembrano risalire le quotazioni dell’eterno Ali Akbar Hashemi Rafsanjani.

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Alcuni mesi fa, Khamenei aveva affidato a tre politici di sua fiducia (il suo consigliere Velayati, il parlamentare  di lungo corso Gholam Ali Haddad-Adel e il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf) l’incarico di trovare un candidato unico per i “principalisti” (conservatori). Ad oggi il cosiddetto gruppo 2+1 non ha trovato un nome.

Ma i giochi devono ancora entrare nel vivo.

Iran. Non solo un programma nucleare

Convegno Iran

«Non sta a noi dire se il velayat-e faqih sia legittimo o meno, se la Repubblica islamica sia il sistema migliore per l’Iran: spetta agli iraniani! Troppo spesso i giudizi sull’Iran sono condizionati da un profonda sfiducia nei confronti degli iraniani. Come se la soluzione ai problemi del Paese non possa che venire da fuori. E questo non è giusto. Nella società persiana ci sono molte più risorse di quante si pensi comunemente». L’intervento finale del senatore Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, è forse il contributo più interessante del convegno Iran. Non solo un programma nucleare. La crisi sociale, economica e la questione dei diritti umani, tenutosi il 30 gennaio presso l’Associazione della Stampa Estera in Italia.

Marcenaro ha inoltre sottolineato come probabilmente in Italia si abbia una percezione inesatta delle elezioni presidenziali di giugno: «Al momento non sembrano esserci i presupposti per una partecipazione come quella del 2009. Probabilmente sarà un passaggio importante ma non come lo fu quattro anni fa». Ha poi ribadito la sua posizione anche sui diritti umani: «Avevo lavorato con l’ambasciata iraniana per una missione in Iran della commissione: ne sono convinto, non c’è altra via che quella delle relazioni».

Il convegno era iniziato con qualche confusione del senatore Marco Perduca che per due volte aveva parlato di “candidati al parlamento iraniano”, quando in Iran per il majles si è votato l’anno scorso, mentre a giugno ci sono le presidenziali.. Ma va bene, questo sembra offrire il convento e tutto sommato c’è di peggio.

È però evidente la differenza, anche al tavolo del convegno in questione, tra chi in Iran c’è stato e chi ne parla senza averci mai messo piede. Anche chi è intervenuto sui diritti umani e sulla libertà d’opinione, con tutta la buona volontà e la buona fede del mondo, ha detto cose giuste e condivisibili. Ma chi – iraniano o italiano – in Iran c’è stato, ha sempre uno sguardo diverso, più vicino alla realtà delle cose e al cuore delle persone.

Alberto Negri ha fornito un quadro catastrofico dell’economia iraniana. Oggi Teheran esporta il greggio principalmente in 4 mercati: Cina, Corea de Sud, Giappone e India. Con l’oro nero si paga tutto; se ci sono problemi nella distribuzione del greggio, ne risente tutta l’economia nazionale. Oggi l’inflazione reale è intorno al 50%. L’indicatore più evidente è la svalutazione del rial: un anno fa per un dollaro si compravano 10.000 rial, oggi ne servono più di 38.000. La svalutazione del 70/80% della moneta ha messo in ginocchio l’economia iraniana.

Il taglio dei sussidi di qualche anno fa ha cambiato la geografia sociale dell’Iran. Oggi Ahmadinejad sembra proporre una “carta sociale”, probabilmente per lanciare un candidato a lui omologo (il nome più probabile resta quello di Mashai, NDR).

L’obiettivo sarebbe arrivare a nuove forme di sussidio per le fasce più povere, dando tra i 20 e i 30 dollari al mese a famiglia. Il che porterebbe inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione.

Significativo il rapporto tra Iran e Cina: nel 2011 è stato siglato un accordo in base al quale il 40% dell’export persiano in Cina viene pagato in yuan e compensato attraverso l’acquisto di beni cinesi, per lo più di pessima qualità. In questo modo, Pechino scarica sull’Iran beni che non potrebbe vendere altrove. Ad esempio, la maggior parte della auto iraniane hanno freni cinesi all’amianto, o vernici tossiche, fuorilegge quasi ovunque.

Negri avverte: «Comunque vada a finire la questione nucleare, le sanzioni difficilmente saranno rimosse del tutto. E questo non condiziona soltanto l’economia dell’Iran: basti pensare che al momento l’Italia esporta in Iran beni per 1,5 miliardi di dollari, quando ne potrebbe esportare fino a 10 miliardi».

La registrazione audio integrale del convegno – Da Radio Radicale

Arrivi e partenze

Arrivi e partenze nella Repubblica islamica d’Iran. Il presidente Mahmud Ahmadinejad vola a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove dovrebbe intervenire mercoledì 26 settembre. Sarà la sua ultima presenza al Palazzo di Vetro, dato che a giugno l’Iran voterà per le presidenziali e Ahmadinejad, dopo due mandati consecutivi,  non può ricandidarsi. I soliti noti (da noi Fiamma Nirenstein) hanno già chiesto ai rappresentati degli altri Paesi di lasciare l’aula al momento dell’intervento del presidente iraniano. Rivedremo perciò la solita, stucchevole manfrina delle sedie vuote e delle traduzioni più o meno “pilotate”?

In Iran è invece ancora una volta protagonista la famiglia di Hashemi Rasfanjani, due volte presidente della Repubblica, ex presidente dell’Assemblea degli Esperti  e attuale capo del Consiglio del Discernimento. Pochi giorni fa è stata arrestata la figlia Faezeh. Dovrà scontare 6 mesi di carcere per propaganda anti regime. Dopo 3 anni di auto esilio in Gran Bretagna, domenica 23 è tornato in Iran anche un altro figlio, Mehdi Rafsanjani. Accusato di frode finanziaria ed elettorale, è stato arrestato anche lui.

Perché questa svolta, proprio ora? Perché Mehdi ha deciso di rientrare in patria sapendo benissimo che sarebbe stato arrestato?

Elogio di Facebook

Non chiedere mai a chi serve FB

FB serve anche a te

I

Voglio scrivere una storia. Anzi, un apologo. L’apologo è un “racconto breve e solitamente di carattere allegorico che normalmente si prefigge un fine pedagogico, morale o filosofeggiante.In esso protagonisti sono gli animali ma più spesso gli uomini” (Wikipedia).

Protagonisti di questo apologo sono una signora molto apprensiva e una storia molto antica.

La vicenda inizia più di dieci anni fa, a Teheran, in un pomeriggio di settembre.

II

Nell’autunno del 1994, Teheran era una città che stava ricominciando a vivere. La guerra con l’Iraq era finita ormai da sei anni e l’Iran pensava alla ricostruzione. Il nero dei chador in cui si avvolgevano le donne, e i volti dei martiri che coprivano i muri della città, testimoniavano un dolore e una rabbia ancora cocenti ma la vita stava faticosamente ritornando alla normalità. Presidente della Repubblica era, al suo secondo mandato,‘Ali Akbar Hāshemi Rafsanjāni: la sua facciona sorridente, da gatto del Cheshire, anticipava in qualche modo la “primavera di Teheran” che sarebbe iniziata due anni dopo con l’elezione di Mohammad Khātami.

La sorveglianza dei pasdārān era sempre concentrata sui riccioli che sfuggivano ribelli dai severi maghnaeh delle studentesse, e sull’alito degli automobilisti che attraversavano nottetempo la città. In quei giorni, però, la figlia del Presidente, Faezè, stava preparandosi per vincere alla grande le prossime elezioni del majlis, e tutti sapevano che sotto il chador indossava un paio di jeans.

C’era qualcosa di nuovo nell’aria, anzi, d’antico.

Ogni venerdì, gli stupendi giardini dell’Ambasciata italiana si spalancavano per accogliere una comunità la cui composizione rispecchiava la varietà e la vivacità dei rapporti che allora intercorrevano tra Italia e Iran, mentre la domenica i sacerdoti della Chiesa della Consolata officiavano in italiano e in persiano, a poche decine di metri dalla Moschea del Venerdi.

A nord, sul Mar Caspio, le ville appartenute alla famiglia reale e ai nobili della corte scivolavano verso la rovina, mentre mucche pezzate osservavano con bonomia le cavalcate mattutine di anziane principesse sopravvissute a tutte le rivoluzioni, con i loro capelli bianchi e gli azzurri occhi indoeuropei.

Molto più a Sud, dalle parti di Bandar-e ‘Abbas, le donne si coprivano il volto con mascherine colorate, mentre l’Isola di Kish si preparava a diventare una free zone di lusso, il primo avamposto del mercato globale in Iran.

Che era, allora, un posto bellissimo in cui vivere.

Le pianure del nord e le cupole azzurre di Isfahan; i vicoli di Yazd inondati di luna e le torri del silenzio; le valli verdi di nebbia, i viottoli e le case di fango delle porte azzurro e ocra di villaggi inerpicati sulle pendici dell’Elburz, dove gli asini trotterellavano indisturbati, alzando il capo incuriositi al richiamo della preghiera.

Gli specchi e i pesciolini rossi sulle tavole di Now Rouz; la processione dei dignitari lungo la scalinata dell’Apadana recando doni al Re dei Re; il sole bianco del Fars e poi l’erba, l’ombra e un ruscello accanto al quale si stendeva la coperta e si tagliava l’anguria, tra chiacchiere molli; le tempeste di sabbia e neve nel deserto; l’isola perduta di Ashuradè a Bandar-e Turkeman.

In un giorno di settembre, a pomeriggio avanzato, mentre si chiacchierava in giardino sorseggiando succo di melagrana, un amico tornò da una spedizione tra le librerie del centro recando con sé un’opera in due volumi rilegati in brossura: ne era così entusiasta che si sedette in mezzo a noi sotto il noce, senza bere nemmeno un bicchiere d’acqua, e cominciò a raccontarne il contenuto.

Il Dārāb Nāmè fu subito, per me, la storia più bella del mondo: uno specchio in cui mi riconoscevo, anzi, una sorta di diamante, le cui sfaccettature sembravano riflettere ognuna una parte di me.

Da allora sono trascorsi molti anni, tanti sono stati necessari per capire che una storia può essere raccontata mille volte in mille modi, e quindi anche a modo mio.

III

Le storie vanno soprattutto narrate, altrimenti muoiono.

Le storie, se continuano a essere raccontate, non muoiono mai.

A volte si addormentano per risvegliarsi nelle situazioni più impensate, e spesso finisce che le ritroviamo dentro di noi.

Le storie sono nate e cresciute viaggiando da un mercato all’altro, da una città all’altra, da un mare all’altro.

Le storie hanno bisogno di viaggiare.

Le storie non sono patrimonio di nessuno e appartengono a chiunque le ascolti. Le storie vanno raccontate senza paura.

Le storie riscaldano il cuore e annacquano la nostalgia; s’incontrano, si mescolano, si travestono. Si sovrappongono ad altre storie, di altre epoche e di altri paesi, e sedimentano fino a che trovano chi le racconta in una forma nuova.

Le storie sono potenti: addolciscono gli animi, guariscono gli ammalati, spiegano la vita. Ognuno ha la sua preferita, quella che potrebbe ascoltare mille volte senza mai stancarsi, la storia del cuore.

Mi ritrovavo con una storia da raccontare e non sapevo come fare…

IV

Fosse tutto qui! Una storia di donne. Semplice a dirsi.

Ma pensate.

In questo libro, questo Romanzo di Dario, c’è una donna che s’innamora di Iskandar/Alessandro poco più che fanciullo, lo fa ubriacare e lo seduce… E ogni sera si alzava e andava dove viveva Iskandar…Fino a che il padre non la scopre e la uccide davanti agli occhi di Alessandro, che pensa bene di scappare a gambe levate. Alessandro? Un vigliacco?

E ancora.

Sconfitto Darā figlio di Darāb, Iskandar/Alessandro non riesce ad avere la meglio sulla figlia di lui Purandokht, la più valente tra i valorosi guerrieri iranici. Alessandro? Tenuto in scacco da una donna? La stessa donna che poi sposerà, alla quale delegherà il governo del suo impero mentre lui se ne andrà a cercare avventure altrove e che dovrà accorrere a trarlo d’impaccio in più di un’occasione.

Da non credere. Ma non è finita.

Un’altra donna, Humāy, figlia del re dell’Egitto ma di stirpe iranica, bella come un pavone che si pavoneggia…valorosa e intrepida oltre ogni limite, aveva giurato che avrebbe sposato solo chi fosse riuscito a sconfiggerla in combattimento… Humāy sposa il Re dell’Ian, lo seppellisce abbastanza in fretta, e viene acclamata Regina…Infine la fecero sedere in trono e principi e mercanti baciarono la terra davanti a lei. Humāy cominciò a operare con equità e giustizia e rese il mondo più sicuro: ritornarono a fluire le carovane, poiché furono regolati tributi e commerci, e il lupo cominciò a bere con l’agnello, il piccione volò con il falco reale, mentre le gazzelle andavano al pascolo con le pantere.

Quando si accorge di attendere un figlio Humāy non ha esitazioni: poiché teme che un erede possa sottrarle il regno, subito dopo il parto ordina alla balia di deporre il bambino in una cassa, assieme ad alcuni gioielli, e di abbandonarlo alle acque.

E che dire di Temrusyyeh, moglie del re dell’Oman, che guida e assiste Darāb fuggitivo verso il Mar della Grecia, in navigazione lungo il Mare Eritreo tra assalti di pirati e tempeste e avventure di ogni genere?

Sarebbero queste, le donne invisibili dell’Islam? Questa girandola inconsueta di persiane, romane, greche, abissine, indiane, filosofe e schiave, regine e consigliere, guerriere e amanti? Catena femminile persiana di trasmissione del potere, da Humay regina dell’Iran al figlio Dario/Darab, e dalla nipote di lui, Purandokht al greco-persiano Alessandro/Iskandar di madre rum ̄ı, greca o forse romana?

Questo libro che mi è caduto addosso: mélange di epica iranica, tradizione alessandrina e influenze ebraiche ed ellenistiche, gioco di specchi e caleidoscopio di percorsi narrativi.

Che parole ho, io, per dare voce a questa storia? Come posso narrarla?

Come dicevo, mi ci sono voluti quasi vent’anni per capire che una storia, anche se scritta nel XII secolo, può essere raccontata in molti modi.

Questione di koinè.

(continua)