Qanat, oggi

Qanat

Dopo il workshop sulle qanat tenutosi a Teheran nel 2012, il team di Hydrocity, guidato dall’architetto iraniano-canadese Sara Kamalvand, ne ha da poco tenuto un secondo nella città di Yazd. Questi workshop sono progetti di ricerca sperimentale per la rinascita del sistema delle qanat. Si tratta di  un sistema di irrigazione tradizionale diffuso nelle città in Iran per oltre tremila anni ed è stato abbandonato solo a metà del XX secolo, in vantaggio di tecnologie centralizzate e moderne.

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Ma oggi l’Iran sta attraversando una grave crisi idrica, con l’esaurimento delle riserve sotterranee. Infatti la città di Yazd dipende da Isfahan, che invia ogni giorno più di 2000 litri al secondo.

Il workshop, incentrato su quattro delle ultime qanat attive in città,  ha presentato proposte di architettura, paesaggio e natura idrologico applicabili in un prossimo futuro. Il workshop internazionale, in collaborazione con la Ecole Spéciale d’Architecture e Ecole Nationale Supérieure de la Nature et du Paysage era su invito del Centro UNESCO delle qanat -ICQHS e si è svolto presso la Scuola d’Arte e Architettura dell’Università di Yazd dall’8 al 17 novembre 2014. Per il 2015 sono in programma una pubblicazione e una mostra.

http://www.hydrocity.ca/

Mossadeq, ascesa e caduta

Mohammad Mossadeq

Nel 1951 l’Assemblea nazionale approva un disegno di legge per la nazionalizzazione di tutti gli impianti petroliferi operanti nel Paese. Il governo del primo ministro Hasain Ala, contrario, viene fatto cadere, e si costituisce un governo di coalizione di tutti i gruppi nazionalisti capeggiato da Muhammad Mossadeq. Il nuovo governo avalla la nazionalizzazione della Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Si apre così un lungo contenzioso internazionale. Nell’aprile 1952 Mossadeq si dimette, ma un’ondata di manifestazioni popolari in suo favore, costringe lo scià a rinnovargli l’incarico e a concedergli poteri eccezionali.

Mossadeq, ascesa e caduta

Gli Usa tentano di mediare il contenzioso Gran Bretagna – Iran sul petrolio. La trattativa fallisce e nell’ottobre 1952 si arriva alla rottura delle relazioni diplomatiche tra Londra e Teheran. Lo scià è contrario all’intransigenza di Mossadeq sulla questione petrolifera e lo rimuove dalla carica. Ma Mossadeq si rifiuta di dimettersi e i suoi sostenitori danno vita a violente manifestazioni, che spingono lo scià a rifugiarsi a Roma. Dopo tre giorni di scontri, l’esercito riprende il controllo di Teheran. Mossadeq e alcuni suoi collaboratori vengono arrestati. Lo scià torna in patria e mette al governo il generale Fazullah Zahedi. Gli Usa appoggiano il nuovo corso con un prestito di emergenza di oltre 45 milioni di dollari. Riprendono le relazioni diplomatiche con la Gran Bretagna.

Chi era Mossadeq 

La settimana INCOM del 28 agosto 1953

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Iran e Arabia Saudita

Con l’esecuzione dell’ayatollah sciita Nimr al Nimr Teheran e Riad sono ai ferri corti. Oltre all’Arabia Saudita, diversi Paesi legati a Riad stanno rompendo i rapporti diplomatici con l’Iran (come il Bahrein e il Sudan). Gli Emirati Arabi Uniti hanno preferito declassare l’ambasciatore a “incaricato d’affari”.

Ora una domanda è del tutto naturale: la figura di Nimr al Nimr – in carcere da tre anni e condannato a morte oltre un anno fa – era davvero così centrale per gli iraniani? Difficile crederlo, così come è difficile credere che l’assalto all’ambasciata di Teheran sia stato del tutto spontaneo.

E ancora: nel novembre 2011, sempre a Teheran, ci fu un assalto simile all’ambasciata della Gran Bretagna a seguito di nuove sanzioni sul programma nucleare. Episodio anche quello grave, ma che non ebbe la stessa enfasi dei fatti di questi giorni.

Tutto lascia pensare a una serie di mosse calcolate. Riad giustizia l’ayatollah sciita, a Teheran scatta la protesta (e qualcuno sembrava non aspettare altro..), Riad chiude i rapporti diplomatici.

 

Amici mai

Amici non lo sono mai stati, Iran e Arabia Saudita. Le differenze tra i due popoli e i due Paesi sono enormi. Persiani indoeuropei i primi, arabi i secondi. È una storia fatta di invasioni, guerre, tensioni e pregiudizi. Se l’Iran è una nazione da almeno 2500 anni, l’Arabia è uno Stato “a conduzione familiare”, unico Paese al mondo ad avere nella propria “ragione sociale” il nome della casa regnante, quei Saud al potere dal 1932. Se l’Iran è la terra degli sciiti, l’Arabia è la culla del wahhabismo, l’Islam sunnita più ortodosso e intollerante.

La storia delle relazioni dei due Paesi non è mai stata semplice. Limitandoci al XX secolo, il periodo di minore turbolenza fu dagli anni Sessanta alla caduta dello scià nel 1979. Tra i Paesi vigeva un trattato di amicizia, anche se Riad temeva l’ambizione di Reza Pahlevi di diventare il “gendarme del Golfo Persico”. Grazie al sostegno degli Usa, lo scià aveva infatti messo in piedi un esercito moderno e contendeva a Riad il controllo di alcune isole strategiche.

Cambia tutto con la rivoluzione del 1979. Riad teme il “contagio rivoluzionario” che potrebbe arrivare da Teheran. Anche perché un 20 per cento della popolazione saudita è sciita. E infatti l’Arabia Saudita, insieme alle monarchie del Golfo, sostiene politicamente ed economicamente l’Iraq di Saddam Hussein nella lunga guerra contro l’Iran (1980-88).

Un ulteriore motivo di tensione si ebbe nell’agosto 1987, quando alla Mecca la polizia saudita represse violentemente i pellegrini iraniani che scandivano slogan contro gli Stati Uniti: le vittime furono oltre 400.

Lo stesso Khomeini tuonò contro i sauditi:

Questi wahhabiti vili e empi, sono come pugnali che da sempre hanno trafitto il cuore dei musulmani dalle spalle. La Mecca è nelle mani di una banda di eretici.

I rapporti diplomatici si interruppero da allora fino al 1991, quando si ricomposero sulla scia della guerra del Kuwait, in cui sia Raid sia Teheran si schierarono contro Saddam Hussein.

Negli ultimi anni i rapporti sono stati tesi soprattutto per una rivalità più geopolitica che religiosa. Questa “guerra fredda” ha visto Teheran e Raid schierate puntualmente su fronti contrapposti in tutte le crisi locali, dalla Siria allo Yemen, passando per il Bahrein.

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Un’immagine dal sito di Khamenei: Arabia Saudita e Isis sono la stessa cosa

Perché la crisi attuale

Per cercare di ricostruire i fatti, è fondamentale fare attenzione alla tempistica. Per metà gennaio è previsto l’Implementation day dell’accordo sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 dello scorso 14 luglio: da quel momento cominceranno a essere tolte le sanzioni dalla Repubblica islamica. Fine dell’isolamento politico, ovviamente. Ma di lì a poco avverrà soprattutto un’altra cosa che a Riad non piacerà affatto: Teheran immetterà sul mercato circa un milione di barili di petrolio in più al giorno, con l’obiettivo dichiarato di tornare ai livelli ante embargo di 4,3 milioni di barili al giorno.

Arabia Saudita: un Paese al collasso

Per Riad non è una questione di concorrenza, ma di sopravvivenza. La ricchissima Arabia saudita è infatti un Paese prossimo al collasso economico.  Strano? Mica tanto. Lo spiega benissimo il giornalista investigativo Nafeez Hamed:

Il problema più grande è il petrolio. La fonte primaria delle entrate del regno, ovviamente, è l’esportazione di petrolio. Negli ultimi anni, la monarchia ha pompato a livelli record per sostenere la produzione, per mantenere bassi i prezzi del petrolio, per frenare i concorrenti in tutto il mondo che non possono permettersi di rimanere sul mercato con un margine di profitto così ristretto: tutto ciò lastricando la strada verso la petro-dominazione saudita.

Tuttavia, queste abilità non possono durare per sempre. Un nuovo studio ha previsto che l’Arabia Saudita nel 2028 vivrà un picco di produzione petrolifera, seguito da un inesorabile declino – cioè fra soli 13 anni. Ma il problema non si riduce solo alla produzione petrolifera, ma anche alla capacità di tradurla in esportazione per contrastare gli alti tassi di consumo domestici. Un rapporto di Citigroup prevede che la bilancia commerciale crollerà a zero entro 15 anni. Questo significa che le entrate statali, 80% delle quali provengono dalla vendita di petrolio, puntano verso il precipizio.

Come successo con i regimi autocratici di Egitto, Siria e Yemen, in tempi duri il primo taglio alle spese riguarda i sussidi. In questi Paesi, le continue riduzioni ai sussidi, per contrastare l’impatto dell’aumento dei prezzi del cibo e del petrolio, hanno alimentato direttamente il malcontento sfociato poi nelle rivolte della “Primavera araba”. La ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, che mantiene sostanziosi sussidi per il carburante, per l’alloggio, per il cibo e altri beni di consumo, gioca un ruolo cruciale nell’evitare quel tipo di disordine civile. Mentre le entrate si prosciugano sempre più, la capacità del regno di limitare il dissenso popolare vacillerà, come successo in altri Paesi.

In Iraq, Siria, Yemen ed Egitto, le rivolte popolari e le guerre civili possono essere fatte risalire al devastante impatto che fattori quali la siccità, il declino agricolo e il rapido esaurirsi del petrolio hanno avuto sul potere dello Stato. Come molti dei suoi vicini, tali problematiche, radicate e strutturali, fanno intendere che l’Arabia Saudita è sull’orlo di una prolungata crisi di Stato, un processo che inizierà nei prossimi anni e che diventerà una realtà di fatto nell’arco di un decennio.

Eppure, sembra che il governo saudita abbia deciso che, invece di trarre una lezione dall’arroganza dei suoi vicini, aspetterà che arrivi la guerra, ma farà di tutto per esportarla nella regione nel folle tentativo di estendere la sua egemonia politica e prolungare la sua petro-dominazione.

È un articolo pubblicato quattro mesi fa. La tempesta perfetta sembra pronta a scatenarsi. Se un conflitto aperto appare comunque piuttosto improbabile, le ripercussioni sullo scenario regionale cominciano a farsi sentire.

Lo sviluppo del sistema bancario islamico in Iran

Come funziona il sistema bancario in Iran? La questione diventa di stretta attualità dopo gli accordi del 14 luglio 2015 che dovrebbero portare alla rimozione delle sanzioni internazionali e all’apertura del Paese ai mercati internazionali.

In questo articolo La finanza islamica ricostruisce lo sviluppo del sistema bancario attualmente vigente nella Repubblica Islamica.

(..)

Risponde all’articolo 44 della Costituzione (nel quale è prevista la suddivisione dei settori economici nei quali possono operare lo stato, le cooperative e i privati) la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, che in modo graduale è stato portato, a partire dal 1984, primo ed unico paese al mondo, a sottostare ai precetti del Corano. In quell’anno infatti fu promulgata la “Law for usury-free banking operation” con l’obiettivo di eliminare la pratica dell’usura (riba) dall’intero settore. Non è possibile quindi applicare nessun tasso di interesse ai depositi e ai prestiti (se non nelle transazioni commerciali internazionali), ai quali può invece essere applicata una commissione fissa e un contributo annuo dipendente dai profitti, la cui percentuale varia a secondo dei settori merceologici (per esempio, 4% per le attività manifatturiere e agricole, 8% per i servizi, ecc.). Anche le banche private, autorizzate ad operare dal 2000 con l’affievolirsi delle tensioni internazionali derivanti dalla guerra contro l’Iraq, devono sottostare al principio della condivisione degli utili e delle perdite (PLS).

Le principali banche islamiche iraniane, molte delle quali sono al top dell’elenco delle 100 maggiori banche islamiche mondiali e che secondo un pronunciamento della Guida Suprema del 2006 non possono essere privatizzate sono la Banca Melli (nella foto; presso la sede di Teheran, in via Ferdousi, è custodito il tesoro della Corona, www.bmi.ir), la Banca Sepah, la Banca Maskan, la Banca dell’Industria e delle Miniere, quella dell’Agricoltura e quella dello Sviluppo Estero, oltre naturalmente alla Banca Centrale. Le altre possono essere possedute fino al 40% da privati, secondo una legge emanata nel 2007.

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Rete di impresa Italia-Iran

Focus Iran

H2biz sta costituendo la prima Rete di Impresa Italia-Iran, una rete di fornitori italiani per posizionarsi in Iran prima che termini l’embargo internazionale.

La scelta del modello a Rete è motivata dall’esigenza di creare delle sinergie operative tra gli aderenti e presentarsi sul mercato iraniano con maggior potere contrattuale.

Il mercato iraniano

L’Iran, dopo il recente accordo sul nucleare sottoscritto con la comunità internazionale e il probabile allentamento dell’embargo, rappresenta una grande opportunità di business per le imprese italiane.

Un paese di 77 milioni di abitanti posizionato al centro del Golfo Persico che sta per aprirsi al mercato.

L’Italia ha sempre avuto un rapporto speciale con l’Iran, rapporto confermato dai dati della Camera di Commercio Italo-Iraniana: l’interscambio commerciale Italia-Iran ha raggiunto il suo massimo storico (7.097 milioni di euro) nel 2011, dopo la flessione del 2009 dovuta alla crisi economica. Il 2012 è stato segnato dall’ampliamento delle restrizioni commerciali da parte dell’UE. L’export italiano ha registrato nel 2014 una performance (1 miliardo e 100 milioni di Euro) superiore del 9,5% alla media dell’intera UE.

Rete di Impresa Italia-Iran

L’obiettivo della Rete di Impresa Italia-Iran è consentire alle imprese aderenti di vendere i propri prodotti e servizi sul mercato iraniano sfruttando tutte le sinergie che un modello a Rete consente di ottenere.

Alla Rete potranno aderire al massimo 5 imprese italiane per settore che rispettano le seguenti condizioni:

  • essere attivi sul mercato da almeno 2 anni
  • capacità di condividere risorse nella Rete
  • capacità di formulare offerte/preventivi entro 24 ore dalla richiesta
  • accettare pagamenti per i propri prodotti/servizi a 60, 90, 120 giorni

La capofila del Contratto di Rete sarà H2biz che si assume l’onere della rappresentanza legale della Rete.

Il contratto Rete Italia-Iran sarà sottoscritto per atto pubblico.

 

Piano Operativo Rete Italia-Iran

Il piano operativo della Rete prevede:

1) indivuduazione sinergie operative tra gli aderenti alla Rete
2) costruzione “offerta di rete” per posizionare la Rete sul mercato iraniano
2) sottoscrizione Convenzioni bancarie per l’ottenimento di credito a favore degli aderenti alla Rete
3) elaborazione Piano di Marketing per il posizionamento e la promozione della Rete sul mercato
4) individuazione fornitori e procedura di approvvigionamento di beni e servizi per gli aderenti alla Rete in modalità Gruppo d’Acquisto
5) organizzazione di quattro eventi all’anno per la presentazione dei prodotti e servizi degli aderenti alla Rete
6) partecipazione a eventi e workshop per la promozione della Rete
7) incontri bilaterali mensili con le controparti iraniane

Tutti gli aderenti alla Rete parteciparanno alla definizione delle strategie operative.

 

Vantaggi Rete Italia-Iran

1) maggiore capacità credito bancario (le Reti funzionano da “consorzio fidi”, la somma degli aderenti garantisce il singolo)
2) risparmio sugli acquisti (la Rete opera da Gruppo d’Acquisto generando risparmi per tutti gli aderenti).
3) acquisizione nuovi clienti in sinergia (la Rete proporrà un’offerta unica al mercato che comprenderà i prodotti e servizi di tutti gli aderenti. I clienti acquisiti da un aderente potrebbero diventare anche clienti di altri aderenti grazie alle sinergie operative)
4) defiscalizzazione degli investimenti (tutti gli investimenti effettuati dalla Rete concorrono all’abbattimento dell’imponibile fiscale)
5) maggiore potere contrattuale (una grande rete ottiene le migliori condizioni con banche, clienti e fornitori)
5) Comunicazione e promozione integrata (la Rete avrà un’ufficio stampa centralizzato e tutte le attività dei singoli aderenti saranno promosse attraverso la Rete)

 

Per aderire e per tutte le informazioni: http://www.h2biz.eu/contratto-di-rete.asp

Teheran e la guerra del petrolio

Valerio Refat ha scritto sul Mondo di Annibale un interessante articolo su come l’Iran stia fronteggiando l’embargo e sulle dinamiche interne all’Opec:

L’irresistibile ascesa del prezzo del greggio, cresciuto ad agosto del dieci per cento, ha convinto la Corea del Sud a riprendere le importazioni dall’Iran al ritmo di 200 mila barili al giorno. Per aggirare il divieto di stipulare contratti con Teheran imposto da Stati Uniti e Unione Europea alle principali compagnie assicurative internazionali, il trasporto e la copertura assicurativa delle navi cisterna verranno garantiti da società iraniane. Si tratta dello stesso modus operandi che ha consentito all’India di continuare ad esportare una quantità ridotta di petrolio dalla Repubblica Islamica senza incorrere nelle sanzioni internazionali. Intanto il “New York Times” ha rivelato che Baghdad, starebbe aiutando l’Iran ad aggirare l’embargo sul settore finanziario. Secondo la testata statunitense Teheran avrebbe esteso il controllo a quattro banche commerciali irachene, che effettuerebbero da mesi operazioni per la vendita sottobanco del greggio iraniano. 

E mentre la capacità estrattiva di Baghdad, con 3,2 milioni di barili al giorno, ha superato quella di Teheran, ridotta dall’embargo a 2,8 milioni di barili, l’Opec ha rinviato ad ottobre il summit che avrebbe dovuto designare il nuovo segretario generale dell’organizzazione. Al momento i candidati per la successione al libico Abdallah El Badri sono tre: il rappresentante saudita all’Opec, Majid Al Moneef, l’ex Ministro del petrolio iraniano, Gholam Hossein Nozari, e il consigliere iracheno per l’energia, Thamir Ghadhban

Continua a leggere su Il mondo di Annibale | Nella guerra del petrolio Tehran respira.

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran. Dal Sole 24 ore dell’11 luglio 2012.

Le esportazioni di greggio dall’Iran stanno crollando a ritmi superiori alle attese, tanto da costringere Teheran a pesanti tagli di produzione.
L’Energy Information Administration (Eia), che fa capo al dipartimento Usa dell’Energia, stima che la Repubblica iraniana in giugno – un mese prima dell’entrata in vigore dell’embargo Ue – abbia estratto appena 2,9 milioni di barili al giorno: un livello al quale non scendeva dalla fine degli anni ’80, quando la sua industria petrolifera faticava a risollevarsi dopo anni di guerra con l’Iraq. In maggio l’Iran produceva 3,13 mbg, alla fine del 2012 3,6 mbg: quantità già modeste rispetto ai 4,2 mbg di cinque anni fa e ai 6 mbg cui si era spinta negli anni ’70. Ma le difficoltà di Teheran, a quanto pare, sono appena cominciate: l’Eia prevede che entro fine anno la sua produzione di greggio si ridurrà a 2,6 mbg, per poi scendere a 2,4 mbg nel 2013.
I tecnici del Governo Usa non fanno ipotesi sui volumi di esportazione. «Gli effetti complessivi di queste sanzioni – spiega il rapporto – non si conoscono e sono difficili da districare da quelli derivanti dai precedenti round di sanzioni». Teheran negli ultimi tempi ha regito al calo dell’export mettendo da parte il greggio invenduto e si è spinta così a «testare i limiti della capacità di stoccaggio disponibile». Ma il declino della produzione è anche il risultato di oltre 15 anni di boicottaggio da parte degli Usa, che hanno precluso all’Iran l’accesso a tecnologie e capitali utili a sfruttare al meglio le sue risorse di idrocarburi.
L’Eia in ogni caso non appare troppo preoccupata dalle ripercussioni che un tale disastro produttivo potrebbe avere sul mercato petrolifero: «Ci aspettiamo che il declino dell’output iraniano venga compensato dal l’accresciuta produzione degli altri Paesi Opec». Nello stesso rapporto di breve termine, tuttavia, si stima che in giugno anche l’Arabia Saudita abbia ridotto la produzione, sia pure di poco (da 9,8 a 9,7 mbg).

Petrolio persiano

Se c’è un elemento di continuità nella storia recente dell’Iran, è proprio il petrolio. O, meglio, la gestione del petrolio da parte dei governanti e le conseguenze di questa gestione nella vita politica. Se le parole sono importanti, quando parliamo di Iran dobbiamo sempre ricordare che il concetto stesso di cittadinanza (shahrvandi) è un’innovazione piuttosto recente, entrata nel linguaggio della Repubblica islamica soltanto con le due presidenze Khatami (1997 – 2005).

In Iran, infatti, il bilancio statale si basa sull’export del petrolio, non sulle tasse. La vendita di petrolio all’estero rappresenta l’80 per cento dell’export iraniano e il 60 per cento del bilancio totale del paese. È questa la grande linea di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario: lo Stato chiede poco in termini di contributi e dà pochissimo in termini di diritti e potere decisionale. È una condizione di sudditanza, non ancora di cittadinanza. Era così con lo scià, è sostanzialmente così nella Repubblica islamica.

Secondo l’Oil and Gas Journal, le riserve petrolifere iraniane ammontano a 137,6 miliardi di barili di petrolio, pari al 10 per cento delle risorse mondiali totali. L’Iran è inoltre il secondo Paese al mondo per riserve di gas naturale. Tra il marzo 2009 e il marzo 2010 (in Iran il capodanno coincide con l’equinozio di primavera) l’Iran ha esportato più di 844 milioni di barili di greggio, approssimativamente 2,3 milioni di barili al giorno, piazzandosi al secondo posto dietro l’Arabia Saudita nella classifica dei paesi esportatori aderenti all’OPEC. Dove va tutto questo greggio? Principalmente in Giappone, Cina, Sud africa, Brasile, Pakistan, Sri Lanka, Spagna, India e Paesi Bassi. I centri produttivi sono 40 (27 on shore e 13 offshore), concentrati perlopiù nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, la cui invasione da parte di Saddam Hussein nel 1980 fu all’origine della lunga e sanguinosissima guerra tra Iran e Iraq.

La gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La Costituzione iraniana proibisce la proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto.

Le partnership con le imprese straniere sono fondamentali per l’industria petrolifera iraniana, assai limitata dall’arretratezza dei propri mezzi tecnici. Basti pensare che oggi l’Iran produce meno della metà dei 5 milioni di barili di greggio al giorno che venivano prodotti nel 1978. La rivoluzione, 8 anni di guerra con l’Iraq, le sanzioni, i tagli agli investimenti e un naturale declino dei giacimenti di greggio, impediscono di tornare a quei livelli. Per arrestare il declino, i giacimenti iraniani avrebbero bisogno di interventi strutturali, come iniezioni di gas naturale.

Il piano di sviluppo quinquennale approvato dal parlamento iraniano nel gennaio 2010 prevede di arrivare a 5,1 milioni di barili al giorno dal 2015, ma per raggiungere questo obiettivo, la collaborazione con imprese straniere è indispensabile. Un esempio: nel 1999 è stato scoperto il giacimento di Azadegan, vicino ad Ahvaz, le cui riserve sono stimate in 26 miliardi di barili. Nulla di eccezionale, ma è comunque la scoperta più importante – in Iran – degli ultimi 30 anni. Si tratta però di un sito geologicamente complesso, in cui l’estrazione è molto difficile. Nel gennaio 2009 la NIOC ha perciò siglato un contratto buyback con la China National Petroleum Corporation, che prevede un piano di sviluppo in due fasi.

La ricchezza di petrolio è però un’arma a doppio taglio. Proprio perché dispone di tanto petrolio, l’Iran è un Paese abituato a consumarne moltissimo. Il visitatore occidentale rimane in genere sorpreso dall’abituale spreco di energia nelle case e negli uffici iraniani. In inverno i riscaldamenti rimangono accesi giorno e notte e nessuno si preoccupa di spegnere le luci nelle stanze vuote. Fino a poco tempo fa, la benzina aveva un prezzo politico irrisorio (equivalente a meno di 10 centesimi di euro al litro), insufficiente a coprire persino le spese di raffinazione. Questo incoraggiava un uso dissennato delle auto, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente e per il traffico, soprattutto a Teheran. L’Iran consuma approssimativamente 400.000 barili di benzina al giorno e l’insufficienza delle proprie raffinerie ha creato il paradosso: il secondo esportatore di greggio è costretto a importare benzina per soddisfare la domanda interna.

Per risolvere questo problema, il governo ha messo a punto un piano di sviluppo delle raffinerie locali attraverso una serie di joint venture con Cina, Malesia, Indonesia e Singapore. L’obiettivo, per la verità molto ambizioso, è di arrivare a esportare benzina nel 2013. La cura elaborata dal governo Ahmadinejad è drastica: il taglio dei sussidi agli idrocarburi lanciato nel dicembre 2010 ha quadruplicato il prezzo della benzina. È solo il primo passo di una grande riforma che deve porre fine a un sistema che costa 100 miliardi di dollari l’anno. Sistema che lo stesso Ahmadinejad ha però finora incoraggiato. Sostenendo di voler portare i proventi sul sofreh (la tavola) dei poveri, ha approfittato del prezzo del greggio che nella prima fase del suo mandato si è mantenuto alto, tra i 50 e 100 dollari.

Ahmadinejad ha così potuto elargire sussidi a pioggia, soprattutto per gli agricoltori, e favorire gli uomini d’affari a lui vicini e rafforzare i pasdaran. Questa congiuntura favorevole ha consentito il rinvio di decisioni strutturali e ha contenuto il malessere sociale. Non aveva avuto la stessa fortuna il predecessore di Ahmadinejad, il riformista Khatami. Sotto i suoi due mandati il prezzo del greggio era arrivato a costare appena 9 dollari al barile. Col picco del prezzo del greggio nel 2007-08 l’Iran portò a casa 250 miliardi di dollari di proventi dal petrolio. Quando nella seconda metà del 2008 è arrivata la crisi mondiale, nelle casse dello Stato iraniano non c’erano più di 25 miliardi di dollari. Dove erano finiti tutti i soldi? Di certo, non in investimenti strutturali, dato che l’inflazione è volata al 27 per cento e la disoccupazione al 35 per cento.

La spesa crescente del governo Ahmadinejad ha fatto sì che il Paese abbia bisogno del petrolio a 90 dollari al barile per andare avanti, anche se il governo ha fissato il suo budget a quota 37 dollari. Anche lo scià si ritrovò in una situazione simile. Tra il 1973 e il 1977 l’Iran fu inondato di petrodollari. Quando nel 1977 il prezzo del greggio calò, l’economia nazionale visse una crisi inattesa e durissima. Cominciò così il biennio che avrebbe portato alla rivoluzione. Molto improbabile che la storia si ripeta, ma di sicuro il petrolio è ancora una volta decisivo negli equilibri della politica iraniana.