Iran a tavola

La gastronomia iraniana è semplicemente deliziosa. Non dobbiamo mai dimenticare che i persiani hanno contribuito con un sacco di piatti alla gastronomia mondiale. Nelle città, ma anche nei paesini, si può mangiare nei ristorianti tipici e vi consigliamo di visitare le case da tè. Ci sono anche i ristoranti tradizionali dove non solo potete degustare dei piatti eccellenti, ma anche godere della musica dal vivo e diverse rappresentazioni ed interpretazioni folcloristiche. Nelle grande città è possibile trovare ristoranti che offrono piatti occidentali.

Iran a tavola: la colazione

Iran si fa colazione fra le 7 e le 9:30 nel mattino. Il pranzo si serve normalmente a mezzogiorno, ma si può pranzare fino alle 14:00. La cena viene servita di solito dalle 19.30 alle 23:00. Capita spesso che i banchetti si celebrano molto presto e che finiscono molto tardi. La colazione segue il modello inglese ed i pasti sono molto gustosi senza avere nessun sapore forte.

Antipasti

Lo yogurt è uno dei cibi da assaggiare nelle sue infinite varietà, naturale, come la zuppa insieme alle noci e alla frutta secca, insieme agli spinaci, con musir. Le zuppe, molto varie, sono ricche e saporite, come pure dolme e altri antipasti a base di melanzane ecc.

Primi Piatti

I piatti persiani sono a base di verdure, legumi, carne e riso e offrono una grande varietà di sapori per tutti i gusti. Il piatto “nazionale” è il “Celo Kebab” a base di riso fino e lungo con carne magra di grande qualità. Il riso è cotto al vapore e poi viene servito su un vassoio, preferibilmente in porcellana, decorato con lo zafferano mentre la carne è tagliata a pezzi lunghi e grigliata.

Questo piatto è accompagnato da burro, tuorlo di uovo e sumac (bacche selvagge). A volte il riso è accompagnato anche con pollo, verdure, frutta secca ed un’infinità di salse (Khoresht).

Il Juje Kabab è a base pollo cotto alla griglia.

Tra le salse risalta il Ghorme Sabzi, composta da carne, verdure, fagioli neri e spezie. Gheime è preparato con carne di agnello, puree di lenticchie, patate, pomodori e spezie. Il Khoresht Fesenjun è fatto con carne di vitello, agnello oppure pollo, noci macinate, sciroppo di melagrana e spezie.

Pasticceria

Oltre ai piatti principali esiste una grande varietà di dolci e prodotti agrodolci e anche molti tipi di prodotti tipici della pasticceria orientale.

Vi consigliamo specialmente il Falude ed i succhi naturali di frutta come il melone, l’anguria, la melagrana, le more, ecc…

Frutta

I meloni, le albicocche e le mele vengono consumati ad ogni pranzo. Inoltre esistono più di sessanta varietà diverse di uve .

Bevande

Tra le bevande più tipiche risale il Chay o tè che è servito con molta ospitalità da parte degli iraniani ( potete aggiungere un po´di zucchero). I succhi di frutta, le bevande analcoliche imbottigliate, la birra iraniana (maoshair) e dugh ( yoghourt da bere) sono l’accompagnamento ideale di tutti i pranzi.

Zereshk Polo ba Morgh

È uno dei piatti iraniani più comuni. Zereshk polo ba morgh , ovvero pollo con riso e crespino. Cos’è il crespino? Me lo sono chiesto pure io quando ho tradotto la parola “zereshk”  (زرشک)  dal persiano.

Trattasi della pianta Berberis vulgaris, molto diffusa in Iran. Il frutto è una bacca rossa, piccola e dal sapore aspro. Una volta essiccata, viene usata come condimento. È anche bella da vedere.

Per il piatto in questione i crespini vengono servii fritti.

Ecco gli ingredienti per  5 persone:

3 bicchieri di riso Basmati

Mezzo chilo di petto e coscia di pollo

Mezzo bicchiere di crespini

2 bicchieri di zucchero

1 cucchiaino di cumino

3 cucchiaini di zafferano sciolto in acqua calda

1 cipolla

sale e pepe

 Si soffriggono in padella il pollo (tagliati a pezzi non troppo piccoli) e la cipolla. Quando sono dorati, si aggiungono crespini e cumino. Dopo qualche minuto ci si versa lo zafferano precedentemente sciolto nell’acqua calda. Il tutto deve restare a cuocere a fuoco basso per 40 minuti. Nel caso, aggiungere un bicchiere d’acqua.

Altri crespini vanno soffritti nell’olio con zucchero e zafferano per 2 minuti.

Pollo e riso vanno infine conditi con i crespini fritti.

Consiglio personale: mischiate il tutto con il mast, la salsa di yogurt. Come si dice a Roma, “è la morte sua”.

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi  irrompe sulla scena letteraria internazionale con il suo libro Il Colonnello, un romanzo scritto più di venti anni fa ma che solo ora viene pubblicato  (il primo Paese a darlo alle stampe è stata la Germania).  Il Colonnello è ancora inedito in Iran. Doulatabadi, arrestato nel 1975 durante una rappresentazione  teatrale dal regime dello Shah ed estromesso dall’Università dal regime degli ayatollah, ha scelto di continuare a vivere in Iran.

E scrivere è il mezzo attraverso cui raccontare la complessa storia del suo Paese, denunciando il paradosso di una Rivoluzione che ha mangiato i suoi figli.  Il romanzo racconta infatti le tragiche vicende della famiglia di un ex colonnello dell’esercito di Reza Pahlavi caduto in disgrazia, i cui figli prendono parte  alla rivoluzione del 1979 seguendo le diverse le  diverse anime che l’hanno guidata.  Attraverso la storia della famiglia del Colonnello, l’autore  narra la storia e il declino dell’intera società iraniana i cui figli continuano, ancora oggi, a lottare.

Mahmoud Doulatabadi, Il colonnello, Narratori di Cargo, 2012

 

Quasi due

Di persone che scrivono libri ce ne sono davvero tante. Forse troppe. Ma quanti sono i veri scrittori? E da cosa si riconoscono? Ho cominciato a leggere Quasi due di Hamid Ziarati a scatola chiusa. Di proposito, non sono passato per nessuna recensione, mi sono sforzato di non leggere nemmeno la quarta di copertina. Ho letto sulla fiducia conquistata da Ziarati coi suoi due precedenti romanzi (Salam maman e Il meccanico delle rose) e non me ne sono pentito.

Sì, d’accordo, il romanzo è interamente ambientato in Iran e quindi avevo una motivazione in più per leggerlo, ma questo l’ho scoperto solo a libro iniziato. Narrato in prima persona, Quasi due ha un inizio travolgente: siamo a Tehran nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione. Il protagonista Dariush sembra lontano dagli avvenimenti che stanno stravolgendo il suo Paese. O meglio: segue i fatti, sa cosa lo circonda, ma – come gli adolescenti di tutto il mondo e forse di tutte le epoche – è nel pieno della sua “rivoluzione esistenziale”, con gli ormoni a mille e la voglia di essere grande. Insieme a lui c’è Zal, l’amico fedele e inseparabile. La prima parte del libro scorre in fretta, è divertente, quasi allegra.

Poi arriva la guerra: l’Iraq invade l’Iran e per milioni di persone cambia tutto nel giro di pochi giorni. Anche la vita di Dariush cambia radicalmente. Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei suoi anni, si ritrova volontario al fronte, sempre insieme a Zal. E qui il racconto diventa un’altra cosa. Cambia l’ambientazione, cambia lo stile, cambia il tono del romanzo.

Non voglio anticipare troppo, perché il romanzo ha una sua storia da seguire per intero. Dico soltanto che la parte finale, ambientata nel Golfo Persico, sembra scritta apposta per il cinema.

Quasi due ha anche il merito di ricordare a tutti cos’è una guerra. E cos’è stata per l’Iran la “guerra imposta” dall’Iraq di Saddam. Visto i tempi che corrono, non è cosa da poco.

Pollo alle prugne

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Un ponte tra Iran e Italia

Ponte33 è una piccola casa editrice nata nell’estate del 2009, dalla passione di due studiose di lingua e cultura persiana, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, entrambe formatesi presso l’allora Istituto Universitario Orientale, dove la Ferraro ha anche insegnato Storia dell’Iran per alcuni anni,  prima di ricevere l’incarico di addetto culturale presso la nostra ambasciata a Tehran. L’obiettivo della casa editrice è dichiaratamente quello di far conoscere in Italia la letteratura contemporanea prodotta in persiano in Iran e in Afghanistan e all’estero, dove molti scrittori provenienti da questi vivono ormai da anni. Una produzione variegata, lontana dagli stereotipi correnti e dai pregiudizi alimentati da visioni limitate e frettolose, che svolge un ruolo importante nel far comprendere le contraddizioni di società nelle quali la contemporaneità si trova a convivere con resistenze antiche e nuove opposizioni.

Il nome Ponte33 ricalca il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate (33 per l’appunto) ci si incontra per passeggiare, leggere, discutere; una sorta di simbolo dell’incontro tra generazioni diverse in un qualche modo divenuto lo specchio del mutamento culturale, della società che cambia e va avanti. Il messaggio lanciato dalle due studiose è chiaro: non più veli, cammelli, cupole e tappeti, miscuglio di esotismo da pacchetto turistico a prezzo scontato, ma neanche ostilità, fanatismo, minacce nucleari e oscurantismo medioevale, messaggio quotidiano di TG frettolosi e stampa superficiale; solo una società “normale” che cerca di gestire il retaggio di una storia complessa e un presente complicato da una situazione socio-politica difficile, a volte insostenibile, ma certo non immobile. “Abbiamo iniziato con un romanzo scritto in Iran” – ci dice Felicetta Ferraro –   perché è stato soprattutto questo Paese a imporsi ai nostri occhi per la sua diversità, per le tensioni che lo attraversano, per la travolgente energia culturale che lo domina, per la spinta irrefrenabile al cambiamento”.

Come un uccello in volo di Fariba Vafi, il primo romanzo pubblicato, è uno straordinario esempio della presa di coscienza di una donna che riesce ad emergere dall’inerzia alla quale sembra essere stata condannata da un passato familiare pieno di ombre e dal ruolo di moglie e madre assegnatole dalla società, attraverso un minuzioso lavoro di scavo dentro se stessa e il mondo che la circonda.

Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, uscito qualche mesa fa, esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalapoli nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società; mentre A quarant’anni , il  romanzo di Nahid Tabatabai appena arrivato in libreria da cui è stato tratto un film mai arrivato in Italia interpretato da Leyla Hatami, la stessa attrice premiata con l’Orso d’Argento a Berlino per Una separazione, film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2012, narra la crisi di una donna non più giovane che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù, il primo grande amore, e le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.

Il prossimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif ,  dà voce all’Afghanistan martoriato da un conflitto infinito, del quale solo la letteratura potrà restituirci i reali contorni, attraverso quello sguardo “dall’interno” che è una delle sue  prerogative.

www.ponte33.it

Carver a Teheran

Di cosa parliamo quando parliamo di Iran? Parafrasare il titolo più famoso di Raymond Carver viene naturale quando ci si appresta a recensire Osso di maiale e mani di lebbroso, dell’iraniano Mostafa Mastur, secondo libro della casa editrice Ponte33.

Andiamo al cuore della questione, tanto per evitare equivoci: l’Iran è un argomento che tira, che genera curiosità. Per diverse ragioni, forse più psicologiche che culturali. L’Iran è tendenzialmente identificato come “altro”, come “diverso”. E quindi le produzioni culturali iraniane attraggono spesso un certo pubblico a prescindere dal loro effettivo valore. Tutto cominciò nel 2004 con Leggere Lolita a Tehran, di Azar Nafisi. Da allora è stata una vera alluvione di titoli e storie. Vado a memoria: Viaggio di nozze a Teheran, Passaporto all’iraniana, Le notti di Teheran, La prigioniera di Teheran, solo per citarne alcuni. Per onestà, non posso fare a meno di citare anche il mio I ragazzi di Teheran.

Perché sono stati scritti, tradotti, pubblicati, comprati e (più o meno) letti così tanti libri in così pochi anni? Erano tutti libri che ci avrebbero attratto anche se non avessero avuto (nel titolo, nel sommario, nella quarta di copertina) la parolina magica: Iran? E davvero questi libri sono tutti utili a conoscere e a capire Teheran e dintorni?

Lo ammetto: anch’io, per diversi anni, ho comprato e letto quasi tutti i romanzi che avessero a che fare con l’Iran. Ma ho deciso di smettere quando mi sono reso conto che la distanza tra il Paese che conosco e amo e l’Iran che leggevo su questi libri si stava facendo enorme. D’altra parte, la maggior parte degli autori di questo “Iran da esportazione” non vive più in patria da molti anni. Alcuni perché non possono proprio tornarci e a loro va tutta la mia personale solidarietà. Ma troppo spesso il Paese che raccontano è quello che hanno lasciato 30 anni fa.

Se invece siete interessati all’Iran di oggi, eccoci al libro di Mastur, che già dal titolo rifiuta qualsiasi furberia, visto che Ponte33 ha optato per una fedele traduzione dell’originale Ostokhan-e khuk va dastha-ye jozami. “Giuro su Dio che il vostro mondo, per me, è più indegno e spregevole di un osso di maiale nelle mani di un lebbroso”. Le parole dell’Imam Ali compaiono quasi a metà del libro, in una scena tra le più forti. Siamo nella Teheran dei nostri giornii, in un grattacielo con decine di appartamenti e decine di storie. Diverse, vicine, che si incrociano o si sfiorano appena. Mentre leggevo di Daniel, di Susan, di Bandar e di tutti gli altri personaggi, mi venivano in mente le immagini di America Oggi, film capolavoro di Robert Altman, tratto dai racconti di Raymond Carver. E infatti, a leggere nelle note sull’autore, ho scoperto poi che Mastur ha tradotto in persiano il maestro del minimalismo americano e gli deve più di qualcosa come stile e ambientazione. Non rinunciando però a “persianizzare” la sua scrittura. Non aspettatevi descrizioni didascaliche di donne in chador o incisi chilometrici che vi spieghino cosa sia il No Ruz o l’Ashura. Questo è un romanzo, non una guida turistica. Il tocco personale di Mastur è una capacità di aggregare storie tanto diverse e di renderle intimamente e misteriosamente iraniane. Sì, potremmo trasferire le storie di questo libro in un condominio di Roma o di Parigi, ma finiremmo col perdere qualcosa del fascino di questi racconti. Qualcosa che sta più nelle parole non scritte che in quelle scritte.

Il libro si apre con una scena di ordinaria follia e si chiude con un capitolo in cui voci e situazioni si sommano e si confondono. Sembra già una sceneggiatura pronta per essere trasformata in un film. O forse no, forse è meglio che le immagini evocate dalle parole di Mastur rimangono tutte nella nostra testa.

Sarebbe un peccato se Osso di maiale e mani di lebbroso fosse letto soltanto da chi è appassionato di Iran. È un libro da leggere non perché sia “utile” o “particolare” o “emblematico”, ma semplicemente perché è bello.

Buoni e cattivi/2

Quattro viaggi in Iran non mi hanno ancora immunizzato da tutte le influenze negative che precedono ogni partenza. C’è sempre qualcuno che, all’annuncio, sgrana gli occhi come se fossi in partenza per Saturno. Qualcun altro, semplicemente, non capisce il motivo. E non capendolo, disprezza la scelta. Non è un impulso di autoreferenzialità, questo incipit. È semplicemente una prova con cui misurare quanti pregiudizi gravino sempre su questo splendido, dannato Paese.

“Vai in Iran? Proprio adesso che sta per scoppiare la guerra?”. “Un festival del cinema a Teheran? Perché, hanno anche il cinema?”. Cosa non tocca ascoltare, ogni volta.

Sarà anche per vincere una volta per tutte quest’alone non proprio allegro, che una delle prime cose che farò nel tempo libero a Teheran, è comprare una dose massiccia di esfand (o sepanj, che dir si voglia), l’erba che in Iran si brucia per scacciare gli spiriti negativi.

Quanta ne servirebbe per scacciare tutta la sfortuna dall’Iran? Dal mio primo viaggio del 2005, il Paese mi sembra regredito, in certi aspetti. Teheran è più caotica, più confusa. Sicuramente è in espansione. Ozgol, all’estremità nordorientale della metropoli, 7 anni fa era un insieme di palazzi. Adesso è un quartiere strutturato, con una sua innegabile eleganza. Eppure sperduto, ai piedi di montagne cariche di nevi in questo febbraio gelido per mezzo mondo. Centri commerciali anche qui, con le migliori marche italiane in bella evidenza. Tante persone con l’i-phone in mano. Ma per la maggior parte degli iraniani la vita è sempre più dura: un chilo di carne costa 20 euro, un operaio ne guadagna al massimo 300 in un mese.

Città in espansione e sempre più sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Ogni volta, salire su un taxi è un’avventura: i navigatori satellitari sono al bando, di stradari nemmeno a parlarne. E sembra calato un oblio sulla maggior parte degli autisti: ci si perde anche per raggiungere strade relativamente centrali. Non capisco il motivo: 4 anni fa non era così. Ma oggi tutto sembra più approssimativo, più spoglio. Passo ore e ore in auto polverose, col riscaldamento al massimo, mentre fuori si gela. È un continuo saliscendi su circonvallazioni e rettifili infiniti. Quando si rivedono marciapiedi e negozi, si prova una strana sensazione di rassicurante stabilità, come se rivedessi la terraferma dopo giorni di mare aperto. Come diceva Italo Calvino ne “Le città invisibili”, “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Perfetto per fotografare Teheran. Soprattutto questa Teheran di inizio 2012.

2 – CONTINUA

Cosa vuol dire Diruz

Diruz in persiano vuol dire “ieri”.  Per un blog di informazione potrebbe sembrare una contraddizione: perché non parlare piuttosto dell’oggi o del domani?

Semplicemente perché sull’oggi si strilla troppo e sul domani si azzardano spesso previsioni sbagliate, dettate dalla malafede o dal sensazionalismo.

A noi piace parlare di Iran con calma, sulla base di quello che conosciamo, attraverso la nostra esperienza diretta, i nostri studi e il contributo di amici.

Sviluppato su piattaforma wordpress, Diruz nasce da una costola de Il cassetto – L’informazione che rimane (www.ilcassetto.it ) , rivista on line fondata e diretta da Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore appassionato di Iran.

Il nuovo blog contiene una mappa del potere iraniano, il testo integrale della Costituzione della Repubblica islamica e una serie di schede e mappe sulla composizione etnica, linguistica e religiosa del Paese.

Oltre a questa parte fissa, il blog è articolato in 6 rubriche: analisi, cultura, protagonisti, storia, reportage e cucina.

Si comincia con le prime 3 puntate del reportage di Sacchetti (da poco rientrato da Teheran), un ritratto del primo premier della Repubblica islamica Mehdi Bazargan, un’analisi degli ultimi sviluppi della querelle nucleare, una guida alle imminenti elezioni parlamentari e la prima di una serie di ricette di piatti tipici.

Diruz punta a sfruttare al massimo i social media e a coinvolgere il più possibile i lettori nel tentativo di offrire un punto di vista non fazioso sull’Iran.

Buona lettura.

Un giorno con Mastur

Intanto devo dire che me lo aspettavo più piccolo. Dalle foto sembrava un uomo non alto, poco appariscente. E invece Mostafa Mastur spiccava nel caos di via IV novembre per la corporatura robusta e l’incidere veloce, accompagnato da Bianca Maria Filippini nel caldo anacronistico di questo strano e infinito settembre. A ripensarla adesso, era una scena da romanzo metaletterario: lo scrittore e la sua traduttrice che gli fa da guida. Mastur ha un aspetto mite ma deciso e gli piace parlare, parecchio. È vivace ma non è allegro. È serio ma non è triste. Ho scoperto che è ingegnere. Come Gadda.

E dopo che l’ho saputo, ho pensato che in fondo, in modo difficile da spiegare, gli somiglia pure a Gadda. È stata una bella giornata. Invece che raccontarvela, preferisco riviverla e farvela vivere con la registrazione della trasmissione radio (Alfredo Angelici è stato come sempre bravissimo: ascoltate come legge l’incipit del romanzo), i video girati alla Casa delle Traduzioni e un po’ di foto.

La registrazione della puntata