Chi è Javad Zarif

Chissà se il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif è scaramantico. Nel caso, avrà sicuramente fatto gli scongiuri quando il quotidiano Aftab-e Yazd lo ha paragonato ad Amir Kabir, storico primo ministro sotto lo scià Nasser al-Din Shah nel XIX secolo. Amir Kabir è una figura fondamentale della Storia contemporanea iraniana: mise fine alle guerra con l’Impero Ottomano, fondò il primo quotidiano iraniano e sotto di lui venne aperta la prima Università del Paese. Ancora oggi il Politecnico di Teheran porta il suo nome.

Una figura più che positiva, dunque, quasi leggendaria. Che però ad un certo punto cadde in disgrazia – forse per una storia di gelosia, più probabilmente perché stava minacciando gli interessi della famiglia reale – e venne prima mandato in esilio a Kashan e poi ucciso. Al turista in visita ai Giardini di Fin, viene sempre mostrato l’hammam in cui Amir Kabir venne raggiunto dal sicario dello scià, con tanto di statue raffiguranti i protagonisti del “fattaccio”. Un angolo di “cronaca nera” in un giardino bellissimo, quasi incantato. D’altra parte, Kashan è la città delle rose, ma anche degli scorpioni.

Nobel oblige

Senza ombra di dubbio, oggi Zarif è il politico più popolare in Iran. Potrebbe persino essere il secondo cittadino della Repubblica Islamica ad ottenere il premio Nobel per la pace, dopo quello assegnato a Shirin Ebadi nel 2003. Ma mentre quello fu un riconoscimento in un certo senso “contro la Repubblica Islamica”, assegnato per l’impegno per i diritti umani nel suo Paese, questo sarebbe il primo assegnato a un ministro, a un esponente del governo di Teheran.

Premio Nobel o meno, di certo il volto di Zarif è divenuto molto popolare negli ultimi due anni, da quando il presidente Rouhani lo scelse per la delicatissima poltrona degli Esteri.

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Aftab-e Yazd tola: L’Iran domani. e ritrae Zarif come nuovo Amir Kabir

Si trattava del dicastero più importante, perché Rouhani aveva fatto del negoziato con la comunità internazionale il punto centrale del proprio mandato. In Iran, è bene ricordarlo, il presidente viene eletto dal popolo, ma i singoli ministri da lui scelti devono avere la fiducia del parlamento. Su Zarif ci fu un consenso molto vasto: 232 voti su 290.

Una forza gentile

Zarif era una figura ben nota negli ambienti diplomatici. Classe 1960, figlio di un’influente famiglia di bazari di Teheran, all’età di 17 anni si è trasferito negli Stati Uniti, in California, dove ha studiato e vissuto fino al conseguimento della laurea in Studi internazionali. Successivamente si è specializzato a Denver. Grazie al suo inglese fluente, nel 1982 (a soli 22 anni e senza alcuna esperienza diplomatica) entra nella delegazione iraniana alle Nazioni Unite, a New York. La sua presenza si rivela preziosa durante le trattative per la liberazione degli americani sequestrati in Libano dalle milizie filo iraniane.

E’ l’inizio di una carriera molto rapida, che lo porta a ricoprire il ruolo di ambasciatore presso l’Onu dal 2002 al 2007 . In questo periodo stabilisce rapporti stretti con personaggi politica americani, quali gli allora senatori Joseph Biden (attuale vice di Obama) e Chuck Hagel.

Dopo il 2007 si dedica soprattutto all’insegnamento e all’attività di conferenziere. Il ritorno sulla scena politica avviene con l’elezione di Rouhani. E’ una partenza accelerata: appena dieci giorni dopo il suo insediamento, riceve in vista il sultano dell’Oman Qaboos bin Said Al Said, da molti indicato come il grande intermediario tra Stati Uniti e Iran.

Nei due anni di trattativa, Zarif è divenuto un personaggio mondiale. L’uso dei social media (il suo account Twitter è il solo “verificato” tra quelli dei politici iraniani), le conferenze stampa vissute sempre col sorriso, l’inglese fluente: un altro stile rispetto ai suoi diretti predecessori Manouchehr Mottaki prima e lo stesso Ali Akbar Salehi poi (quest’ultimo comunque protagonista del negoziato in qualità di Direttore dell’Organizzazione Iraniana per l’Energia Atomica.

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Ebtekar stabilisce un parallelo tra Mossadeq e Zarif: “L’inizio dell’era iraniana”

Per Ebtekar il parallelo, espresso tramite fotomontaggio, è con Mossadeq, il primo ministro che osò sfidare le multinazionali occidentali nazionalizzando il petrolio e venne per questo fatto fuori da un golpe della CIA nel 1953.

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Un altro quotidiano, Ghanoon, paragona Zarif alla figura mitologica di Arash Kmangir, Arash l’arciere. Per la giornalista Maryam Ghorbanifar, “così come l’arciere Arash fu in grado, in una disputa, di creare i confini dell’Iran con una freccia che volò dall’alba al tramonto”, Zarif ha disegnato i nuovi confini nazionali. “Questa volta, invece di un arco e freccia, sono state usate penne, quaderni, iPad e tablet,” e invece di “confini geografici”, la disputa è sui “confini degli interessi nazionali”.

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Shargh: “Una vittoria senza guerra”

Ma non sono stati solo sorrisi: quando è stato necessario, Zarif ha usato anche toni duri. Quando Federica Mogherini ha minacciato di far saltare il tavolo delle trattative, Zarif ha risposto con una frase divenuta presto un hashtag: “Mai minacciare un iraniano”.

Più che orgoglio nazionale, si tratta di elevata considerazione di sé come popolo, come Storia. Spesso, a chi si confronta con gli iraniani, manca la dovuta coscienza di questo elemento. A un metro dal traguardo, Zarif ha dovuto tenere duro e usare il bastone. Non era solo il rispetto delle linee rosse indicate dalla Guida Khamenei; in gioco c’era il sentimento nazionale, la stima del proprio popolo.

Oggi si parla di Zarif come dell’uomo politico più popolare in Iran. Qualcuno si sbilancia e lo vede addirittura come futuro presidente della Repubblica. Personalmente credo sia un azzardo: abilità diplomatica, esperienza internazionale e comunicativa sono indubbiamente doti importanti. Ma forse Zarif sarebbe un personaggio poco “interno” per ricoprire il ruolo governativo più alto. Anche perché i momenti di gloria non durano mai in eterno. Il credito politico acquisito dal governo Rouhani con questo accordo va ora speso per portare benefici effettivi alla maggioranza degli iraniani. Gli avversari interni non sono svaniti all’improvviso e possono presto tornare più forti di prima.

La storia di Amir Kabir insegna.

(16 luglio 2015)

Arrested development

L’impossibilità di essere un Paese normale. Potrebbe essere il titolo per questo scorcio di 2016 per l’Iran. A meno di un mese dalle elezioni americane, i contraccolpi politici della nascitura presidenza Trump sembrano arrivare fino a Teheran.

In realtà, il presidente eletto c’entra poco, direttamente.

Il 1° dicembre il Senato Usa ha approvato all’unanimità (99 voti su 99) il rinnovo per dieci anni dell’Iran Sanctions Act (ISA), provvedimento varato per la prima volta nel 1996 per colpire gli investimenti in Iran e sanzionare così il suo programma nucleare. L’ISA ora, per divenire legge, deve avere la firma del presidente in carica, cioè Obama.

Domenica 4 dicembre il presidente iraniano Hassan Rouhani ha presentato in parlamento la proposta di legge di bilancio per il prossimo anno, che in Iran inizia il 21 marzo 2017. Nell’occasione, ha parlato anche della questione sanzioni:

L’Iran non tollererà la violazione del JCPOA (l’accordo sul nucleare del 14 luglio 2015) da parte dei nessuno dei Paesi del 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Russia, Francia, Cina e Germania, NDR). Il rinnovo delle sanzioni da parte del Senato Usa è un’evidente violazione dell’accordo sul nucleare e avrà una ferma risposta da parte dell’Iran.

Questo passaggio sta provocando turbolenze notevoli nella politica iraniana. I conservatori sottolineano la gravità delle sanzioni per colpire Rouhani e il suo governo. L’obiettivo è dimostrare che l’accordo sul nucleare non è servito a niente ed è stata una totale resa agli Usa. La seduta del majles del 4 dicembre è stata molto turbolenta, con deputati conservatori che interrompevano il discorso di Rouhani scandendo slogan anti americani.

Le presidenziali sono a maggio e questi sviluppi rendono indubbiamente meno semplice la rielezione di Rouhani, nonostante i dati economici presentati in aula siano positivi.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, l’economia dell’Iran è cresciuta quest’anno del 4,5 per cento, a fronte dello 0,4 per cento dell’anno scorso. Rouhani ha annunciato un progetto di bilancio di 3.200 miliardi di rial (99,7 miliardi di dollari) , escluse le imprese statali, pari al 9 per cento in più rispetto al piano dell’anno in corso.

Secondo Rouhani, l’obiettivo principale per l’economia del Paese è appunto “mantenere l’attuale tasso di crescita”.

Economia e rispetto degli accordi sul nucleare sono due temi entrambi molto importanti che segneranno l’agenda politica iraniana da qui alle elezioni di maggio.

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Il quotidiano Aftab-e Yazd titola: “Questi giorni difficili”

Il “quasi arresto” del deputato Sadeghi

La settimana politica iraniana è stata scossa da un caso politico/giudiziario. Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi aveva richiesto spiegazioni riguardo 63 conti bancari intestati al capo della magistratura l’Ayatollah Sadegh Larijani nei quali sarebbero depositati ogni anno oltre 64 milioni di fondi pubblici. La magistratura ha negato l’esistenza di questi fondi e ha spiccato un mandato di arresto per Sadeghi, nonostante il deputato goda dell’immunità parlamentare. L’arresto di Sadeghi è stato comunque sventato grazie all’intervento di altri parlamentati, studenti e attivisti che si sono schierati davanti casa sua in segno di solidarietà. La magistratura ha quindi revocato il mandato di arresto.

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Il deputato riformista Mahmoud Sadeghi

 

Il passato che torna

Negli stessi giorni, Ahmad Montazeri, figlio dell’Ayattolah Hossein Ali Montazeri, uno dei padri della Repubblica islamica (scomparso nel 2009), è stato condannato a sei anni di prigione per aver minacciato la sicurezza nazionale e per aver pubblicato materiale classificato. Alcuni mesi fa, Ahmad Montazeri aveva infatti pubblicato un audio in cui suo padre condannava il massacro  perpetrato nel 1988 nei confronti degli oppositori prigionieri (per lo più mojaheddin e khalq) della Repubblica islamica.

Per quelle critiche, il grande ayatollah, successore designato di Khomeini per il ruolo di Guida, venne inizialmente incarcerato e successivamente messo ai margini della vita politica del Paese.

Frustate al regista

Il 23 novembre Keywan Karimi, regista iraniano di origine curda, è entrato in carcere per scontare una pena di un anno e 223 frustate per aver realizzato un documentario sui graffiti di Teheran intitolato  Writing on the city. Del suo caso abbiamo parlato QUI.
L’anno scorso era stato condannato a 6 anni di carcere e 223 colpi di frusta, pena poi ridotta a un anno, 223 frustate e cinque anni con la condizionale dalla corte d’appello. Al momento del suo ingresso in carcere, Karimi ha lanciato un nuovo appello alla comunità internazionale per la propria liberazione.

Trump l’oeil

Per mesi si è detto: per capire come andranno le elezioni presidenziali iraniane di maggio, aspettiamo quelle americane di novembre. Ecco qua: il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti è il repubblicano Donald Trump.

Tutto il mondo sembra sotto shock o comunque almeno sorpreso da questo risultato. E in Iran? Cosa dicono i politici, i media e le gente comune? Perché un dato va tenuto presente: l’iraniano medio da sempre pone molta attenzione a quello che accade negli States. Con un misto di diffidenza, sospetto, curiosità, pregiudizio o ammirazione a seconda dei casi. Ma quasi mai con indifferenza.

A pochi giorni dal voto, un po’ a sorpresa, la Guida Khamenei aveva espresso in un discorso pubblico un appoggio indiretto a Donald Trump. Criticando entrambi i candidati, la Guida aveva però riconosciuto al repubblicano il merito di incontrare il consenso del popolo, di non essere espressione di una élite.

D’altra parte, non è un mistero che i conservatori iraniani speravano quasi tutti in una sconfitta di Hillary Clinton. Esiste una tradizione decennale in questo senso: da Ronald Reagan in poi, gli iraniani hanno sempre preferito l’approccio poco ideologico e molto pragmatico dei repubblicani alle buone intenzioni dei democratici. Con Carter ci fu la crisi degli ostaggi che fu risolta a tutto vantaggio del candidato repubblicano Reagan, con gli ostaggi che tornavano a casa proprio mentre l’ex attore pronunciava il giuramento a Washington.

Un’eccezione c’è ovviamente stata: quella di George W. Bush, che nel 2002 rispedì al mittente una proposta di accordo lanciata direttamente da Khamenei tramite l’ambasciata svizzera di Teheran (ne parlammo qui). E poi , certo, l’accordo sul nucleare si è raggiunto col democratico Obama alla Casa Bianca e con Rouhani in viale Pasteur. Era una finestra aperta per un periodo limitato ed ora un’anta si è già chiusa.

Resisterà l’accordo alla presidenza Trump? Da candidato, il tycoon ha più volte bollato come “pessimo” quel risultato. Ma è anche vero che se l’asse della sua politica estera è la riconciliazione con la Russia, un atteggiamento per lo meno cauto nei confronti di Teheran sembrerebbe quanto mai opportuno per cercare di arrivare a un compromesso con la Siria.

Hillary Clinton, dal canto suo, non aveva mai sostenuto molto l’accordo con Teheran ed anzi aveva più volte tranquillizzato gli storici alleati arabi sunniti del Golfo circa le intenzioni di Washington di non cambiare i cardini della propria politica in Medio Oriente. Il punto è proprio questo: davvero Trump volterà le spalle alle monarchie sunnite? Sarà importante vedere quale Segretario di Stato sceglierà il neopresidente. Già da questo si potranno fare le prime previsioni.

Il presidente iraniano Rouhani ha dichiarato che gli accordi sul nucleare

non possono essere cambiati dalle decisioni di un singolo governo.

Aggiungendo che

i risultati delle elezioni americane non influenzeranno in alcun modo le politiche della Repubblica islamica.

Il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif è apparso più preoccupato, appellandosi a Trump affinché sia

consapevole delle dinamiche politiche del Medio Oriente

e ricordando che l’accorso sul nucleare deve essere ancora implementato.

Ali Shamkhani, segretario del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale ha sottolineato come il governo iraniano resterà fedele ai propri impegni qualsiasi cosa accada nei governi delle altre nazioni.

Va ricordato, come sottolineato anche dall’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri dell’Unione Europea Federica Mogherini, che il JCPOA non sia un accordo a due tra Usa e Iran ma un accordo raggiunto con il Gruppo 5+1 e definito da una risoluzione ONU.

Tuttavia, sarebbe ingenuo credere che un presidente degli Usa non possa boicottare un accordo che già adesso stenta a trovare un’applicazione effettiva per via delle ritrosie delle banche europee a sfidare gli ostacoli posti dai colossi finanziari americani. La nuova amministrazione potrebbe puntare a provocare gli iraniani fino a un loro passo indietro dall’accordo.

Sono tutte supposizioni, per ora.

Ironia social dei conservatori iraniani su vittoria #trump che fa traballare l’accordo sul nucleare…

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) in data:


Ali Motahari, vice presidente del parlamento, crede che la vittoria di Trump favorirà l’Iran.

Trump è più onesto della Clinton e le sue posizioni sulla Siria sono buone. Inoltre ha una visione condivisibile sull’Arabia Saudita e ha ottime relazioni con la Russia. Persino la sua opposizione all’accordo nucleare non è pericolosa, perché in pratica non può fare niente.

Molto diverso il giudizio dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, ex presidente e attualmente a capo del Consiglio per il Discernimento:

Trump è un soggetto pericoloso, privo di principi ed incline a violare regole e accordi.

 

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Etemad: Il mondo preoccupato dell’America di Trump

 

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Hamshahri: Gli americani ancora una volta contro l’America

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Kayhan: Trump presidente Usa. La vittoria di un pazzo su una bugiarda

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Shargh: Tempesta Trump

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Vatan-e Emruz: House of Cards

Secondo Ahmad Bakhshayesh, ex deputato iraniano, non esiste un reale pericolo per l’accordo sul nucleare. Le parole di Trump in campagna elettorale sarebbero di pura facciata, per colpire i democratici.

Come – ha aggiunto – i principalisti che da noi criticano il governo Rouhani qualsiasi cosa faccia.

Se ne riparlerà tra un paio di mesi, quando Trump entrerà in carica con il proprio Segretario di Stato.

 

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Dopo Vienna

A una settimana dallo storico accordo di Vienna, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU vota all’unanimità la risoluzione per la cancellazione delle sanzioni contro l’Iran. Tutti e 15 i Paesi membri hanno dato il via libera a un passaggio decisivo per l’effettiva realizzazione di uno dei punti cruciali dell’intesa tra Teheran e gruppo dei 5+1.

Le reazioni dei politici e dei media iraniani sono state complessivamente positive. Arman-e emruz sceglie l’ironia e scrive che le risoluzioni ONU adesso possono essere considerate “pezzi di carta”. L’allusione è alle dichiarazioni con cui l’ex presidente Mahmud Ahmadinejad liquidava le risoluzioni ONU, sostenendo che il loro impatto sull’economia iraniana fosse praticamente nullo.

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Etemad apre a tutta pagina: “Risoluzione 2231”. e più in basso: “Il mondo ha chiuso la stagione in cui l’Iran era visto come una minaccia”.

etemad

Critico invece il conservatore Kayhan, che definisce la risoluzione “ostile all’Iran” e di un Consiglio di Sicurezza col grilletto puntato contro la Repubblica Islamica.

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Zarif presenta l’accordo in Parlamento

Il 21 luglio il ministro degli Esteri Javad Zarif e il direttore dell’agenzia per l’Energia Atomica dell’Iran Ali Akbar Salehi hanno presentato l’accordo di Vienna al majles, il parlamento iraniano. Zarif ha presentato l’accordo come il migliore possibile e ha sottolineato come un compromesso sia la regola di base per qualsiasi accordo  che non può mai essere totalmente a favore di una parte sola. Salehi, rispondendo alle domande dei parlamentari, si è assunto la piena responsabilità di tutti gli aspetti tecnici dell’accordo.

 

Con 136 voti a favore e 39 contrari, l’aula ha approvato la costituzione di una commissione speciale per il riesame dell’accordo del 14 luglio. Il presidente del Parlamento Ali Larijani ha detto che i 15 membri della commissione saranno nominati a breve.

Da segnalare che il consigliere della Guida Khamenei per la politica estera Ali Akbar Velayati ha definito “problematici” alcuni punti dell’accordo di Vienna”. Il riferimento è alle ispezioni dei siti militari e alla produzione dei missili balistici.

Il discorso di Khamenei

Sabato 18 luglio la Guida ha tenuto un lungo discorso alla nazione, il primo dopo l’accordo. Il puntuale live tweet del suo staff ci consente di fermare alcuni passaggi fondamentali. In sostanza, Khamenei sostiene l’accordo ma riserva più di qualche stoccata agli Stati Uniti. In sostanza, Iran e Usa possono anche mettersi d’accorso su alcune questioni, ma i loro interessi e la loro visione generale della politica estera, rimangono fortemente divergenti. Khamenei rassicura gli alleati della regione, ma cerca anche di tenere a bada gli scontenti all’interno. Tutti quelli che hanno cioè dubbi sull’accordo e sulla buona fede degli Usa. E’ anche vero, comunque, che adesso ognuna delle due principali parti in gioco (Usa e Iran) deve vendere nel modo migliore l’accordo al proprio interno. Così come Obama ha subito dichiarato che l’intesa si basa sul “controllo e non sulla fiducia”, così Khamenei deve sottolineare che il Grande Satana non può essere diventato all’improvviso un amico.

 

 

 

La rete di Rouhani

Il presidente Rouhani è invece impegnato nella ricucitura dei rapporti diplomatici con le cancellerie europee. Dopo aver parlato al telefono con il Primo Ministro inglese David Cameron della possibile riapertura delle ambasciatea Londra e Teheran, ha accolto a Teheran il vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel. Nel 2016 sarà costituita una commissione congiunta irano-tedesca per la cooperazione economica. La grande corsa agli investimenti è entrata nel vivo.

 

 

 

 

 

 

Una speranza prolungata

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“Una speranza prolungata”. Così il quotidiano riformista Shargh ha titolato, commmentando l’estensione dell’accordo tra Iran e gruppo 5+1 al 30 giugno 2015.

 

 

 

Totalmente diverso il tono del conservatore Vatan emruz che titola: Hich! Niente!

 

 

 

Fumata grigia, più che nera. Ma di certo in molti speravano che questa fosse la volta buona.  Un altro rinvio, stavolta addirittura di 7 mesi. I tempi si allungano. Anche se dopo 35 anni di silenzio nessuno si aspettava una soluzione rapida. i mesi passano senza un risultato concreto. Obama dovrà fare i conti con il Congresso a maggioranza repubblicana, che potrebbe nel frattempo varare nuove sanzioni e mettere così a repentaglio il dialogo.

Le questioni irrisolte sono due: capacità di arricchimento ed eliminazione delle sanzioni. Le difficoltà stanno più nei tempi che nella sostanza.

L’Iran ottiene 700 milioni di dollari al mese come piccolo anticipo dei 100 miliardi di beni congelati. Serviranno a dare ossigeno a Rouhani che dovrà fare i conti nei prossimi mesi col calo del prezzo del greggio. Il bilancio statale – in Iran si basano sull’export del greggio. Più il prezzo scende, più basso sarà il potere di spesa del governo nel futuro immediato. Il petrolio alle stelle fu la fortuna di Ahmadinejad e delle sue politiche di spesa.

Il segretario di Stato Usa, apparso piuttosto provato alla fine dei colloqui. si è subito appellato ai membri del Congresso perché il dialogo continui. Negoziato che, a questo punto, è sempre più una partita due tra Teheran e Washington, con la Russia unico soggetto terzo a giocare un ruolo di qualche peso.

Molto più abile il ministro iraniano Javad Zarif nel presentare il rinvio come un successo: “Prima delle sanzioni – ha detto – avevamo 200 centrifughe, ora ne abbiamo 20mila. Dite voi se le sanzioni hanno funzionato”. Al di là di queste affermazioni, il tono dei commenti nel dopo vertice indica alcuni elementi sostanziali:

  1. Nessuno più chiede l’azzeramento del programma nucleare iraniano.
  2. Nessuno ha dato la colpa del rinvio all’Iran.
  3. Il dialogo ormai è una prassi.

Kerry ha detto che dall’accordo ad interim di un anno fa, il mondo è più sicuro. da un anno. Gli ha fatto eco Zarif: “Per l’accordo non ci vorranno 7 mesi, ma molto meno. Noi siamo pronti a tornare al tavolo anche domani”.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, in un discorso televisivo alla nazione, ha rivendicato la sua strategia di approccio con la comunità internazionale: “Abbiamo scelto di interagire col mondo ed è la strada giusta”.

Nel rush finale dei negoziati è forse è mancato uno strappo, uno scatto finale di coraggio. Obama avrebbe avuto forse meno da perdere di Rouhani. Il presidente Usa è al suo secondo e ultimo mandato e la soluzione del dossier nucleare iraniano potrebbe essere l’ultima chance per lasciare almeno un risultato positivo in politica estera. Rouhani è invece presidente da un anno e mezzo e sul dialogo ha incentrato tutta la sua politica. Non può assolutamente dare segnali di eccessivo cedimento rispetto agli Stati Uniti, altrimenti tutta la sua presidenza sarebbe compromessa.

Un analista ha paragonato questa fase dei negoziati a l vertice tra usa e Urss di Reykjavik nel 1986. Ora come allora, le parti si conoscono perfettamente e sanno cosa possono realisticamente ottenere. Si tratta di trovare il coraggio, lo slancio di chiudere. Come ha detto Rouhani fin dall’inizio delle trattative,” la finestra non sarà aperta per sempre”.

 

 

 

 

Ascolta la puntata di Radio 3 mondo del 25 novembre 2014  con Antonello Sacchetti ed Ettore Greco.

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Apple contro l’Iran

Apple boicotta l’Iran. O, meglio, discrimina gli iraniani. In rete girano diverse storie su questo argomento. L’ultima, e più nota, è quella di Sahar Sabet, studentessa 19enne statunitense di origine iraniana. Il 14 giugno si è recata con suo zio in un Apple Store di Alpharetta, in Georgia, per comprare un iPhone per sé e un iPad da mandare al cugino in Iran.

Il commesso, sentendola parlare in persiano, le ha detto di non poterle vendere nulla, perché  “la Apple proibisce di vendere a paesi sotto embargo”. Ma Sabet è cittadina americana e ora accusa l’azienda di Cupertino di discriminazione: “l’impiegato non aveva alcun diritto di chiedermi di dove fossi – ha detto ai media Usa la ragazza – inoltre la politica Apple non è chiara. Quando ho chiamato il dipartimento delle relazioni con i clienti mi e’ stato detto di comprare l’iPad online”.

Ma l’episodio ha spinto il Concilio per le relazioni americano-islamiche (Cair) a chiedere formalmente che “Apple riveda le sue politiche di vendita, assicurando che nessun cliente venga discriminato per razza, religione, o nazionalità”.

[youtube]http://youtu.be/aYpKuc1FMTU [/youtube]

Sahar Sabat ha inoltre registrato un messaggio video indirizzato al presidente Obama.

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Iran Day

“È possibile un attacco all’Iran?”. C’è chi ne è convinto. Scrivici la tua opinione, anche con un messaggio privato, sarà discussa in diretta con gli ospiti di Iran Day in onda martedì dalle 10:00 alle 12:00 su oltreradio.it

Nel corso della trasmissione interviste esclusive a

Leila Hatami (Attrice iraniana)

e Zahra Mostafavi (Figlia dell’Imam Khomeini)

conducono

Francesco De Leo

(Direttore di oltreradio.it)

Luigi Spinola

(Radio 3 Mondo)

in studio

Lapo Pistelli

(Responsabile Esteri del PD)

interverranno

Michele Bernardini, Pasquale Ferrara, Felicetta Ferraro, Bianca Maria Filippini, Silvia Francescon, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Renzo Guolo, Farzaneh Joorabchi, Claudio Landi, Alfredo Mantica, Alberto Negri, Nicola Pedde, Stefano Polli, Luigi Ramponi, Antonello Sacchetti, Natalia Tornesello, Roberto Toscano, Roberto Tottoli, Vanna Vannuccini, Anna Vanzan.

in diretta da:

oltreradio.it – radioradicale.it (audio)

sul canale 808 di Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv (video)

in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Intanto in Iran

Una panoramica degli ultimi avvenimenti in terra di Persia. Pochi giorni dopo il vertice di Istanbul sul nucleare, Obama ha dichiarato che terrà alta la guardia sulle violazioni dei diritti umani in Siria e Iran. Un giornale di Teheran sostiene che in un vertice segreto a Vienna, la Repubblica islamica avrebbe già trovato un accordo di massima con l’AIEA. L’Iran lascerebbe attive soltanto 1.000 centrifughe la ricerca;  chiuderebbe la centrale di Fordow; controllerebbe “meglio” le milizie sciite in Iraq; darebbe un sostanziale via libera al cambio di regime in Siria. Obama garantirebbe una graduale diminuzione delle sanzioni e si impegnerebbe a non attaccare militarmente l’Iran. Vero? Falso?

Sul web ha suscitato clamore un video girato durante la visita del presidente Ahmadinejad nella città di Bandar Abbas. Prima un vecchio e poi una donna si sono arrampicati sull’auto del presidente per protestare contro la situazione economica sempre più disperata.

Per la prima volta dall’inizio del suo secondo mandato, Ahmadinejad ha partecipato a una seduta del Consiglio per il discernimento ed è stato fotografato sorridente accanto al grande rivale Rafsanjani . A proposito, cos’è il Consiglio per il discernimento?

Tutto questo e tante altre piccole storie e immagini nello storify che vi proponiamo di seguito. A proposito, cos’è uno storify?

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Tre anni dopo

Tre anni dopo lo storico messaggio della “mano tesa”, il presidente Usa Barack Obama ha nuovamente inviato un messaggio di auguri agli iraniani in occasione del No Ruz, il capodanno persiano.Ecco il testo integrale del messaggio, sottotitolato in persiano e trasmesso dal canale You Tube della Casa Bianca.

Quest’anno Michelle ed io vogliamo fare i nostri migliori auguri a chi oggi celebra il No Ruz in tutto il mondo. In comunità e case, dall’America al Sud Est asiatico, amici e famiglie si riuniscono per celebrare la speranza che arriva con la nuova stagione.

Per il popolo dell’Iran questa festa arriva in un momento di continue tensioni tra i nostri due paesi, ma ci ricorda l’umanità comune che condividiamo. Non c’è  alcuna ragione perché i due Paesi siano divisi. Qui, negli Stati Uniti, gli irano-americani prosperano e danno un grosso contributo alla nostra cultura.

Quest’anno una produzione iraniana, Una separazione, ha vinto il miglior premio per un film straniero. I nostri marinai si confrontano col pericolo della pirateria e marinai Usa hanno persino salvato cittadini iraniani presi in ostaggio. E da Facebook a Twitter – dai cellulari a internet – i nostri popoli usano gli stessi mezzi per comunicare e per arricchire le nostre vite.

Sempre più al popolo iraniano viene negato l’accesso alla libertà fondamentale di accesso all’informazione. Il governo iraniano blocca il segnale dei satelliti per oscurare televisioni ed emittenti radio. E censura internet, per controllare e per decidere cosa la gente iraniana può vedere e sentire. Il regime – prosegue il presidente americano – sorveglia i computer, i telefoni cellulari solamente per proteggere il suo potere. E nelle ultime settimane le restrizioni di internet sono diventate così severe che gli iraniani non possono comunicare liberamente con i loro cari all’interno del Paese o all’estero. Le tecnologie che dovrebbero dare più potere ai cittadini vengono invece usate per reprimerlo.

A causa delle azioni del regime iraniano, una cortina elettronica è calata attorno all’Iran, una barriera che stoppa il flusso delle informazioni e di idee nel paese e nega al resto del mondo la possibilità di interagire col popolo iraniano, che ha così tanto da offrire.

Io voglio che il popolo iraniano sappia che l’America cerca il dialogo per ascoltare le vostre opinioni e capire le vostre aspirazioni. Per questo abbiamo realizzato un’ambasciata virtuale, così che possiate vedere voi stessi cosa gli Stati Uniti stanno dicendo e facendo. A tal fine stiamo utilizzando il farsi su Facebook, Twitter e Google Plus.

E anche se abbiamo imposto sanzioni al governo iraniano, oggi, la mia Amministrazione emetterà nuove linee guida per rendere più facile per le imprese americane la fornitura di software e servizi in Iran, in modo da rendere più facile l’uso di Internet per il popolo iraniano.

Gli Stati Uniti continueranno ad attirare l’attenzione sulla cortina elettronica che sta tagliando il popolo iraniano fuori dal resto del mondo. E speriamo che altri si uniranno a noi nel portare avanti una libertà fondamentale per il popolo iraniano: la libertà di connettersi tra di loro e con gli altri esseri umani.

Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo imparato ancora una volta che sopprimere le idee non serve a farle sparire per sempre. Il popolo iraniano è  erede di una grande civiltà e antica. Come le persone in tutto il mondo, gli iraniani hanno il diritto universale di pensare e parlare da soli. Il governo iraniano ha la responsabilità di rispettare tali diritti, così come ha la responsabilità di adempiere ai suoi obblighi rispetto al suo programma nucleare. Lasciatemi dire ancora una volta che se il governo iraniano persegue un percorso responsabile, sarà accolto ancora una volta tra la comunità delle nazioni, e il popolo iraniano avrà maggiori opportunità di prosperare.

Quindi, in questa stagione di rinnovamento, il popolo iraniano deve sapere che gli Stati Uniti d’America cercano un futuro di profonde connessioni tra la nostra gente – un momento in cui  la cortina elettronica che ci divide sia sollevata e le vostre voci si sentono. Una stagione in cui la diffidenza e la paura vengono superati dalla comprensione reciproca e dalle nostre speranze comuni di esseri umani.

Grazie e ayde shoma mobarak.