Il nucleare iraniano

Iran nucleare

La minaccia nucleare in Medio Oriente. Non è un dettaglio o una curiosità: la prima cosa che mi ha colpito del libro di Amir Madani, Alessandro Politi e Rodolfo Guzzi è stata proprio il titolo, in cui la magica parola acchiappalettori – Iran – non c’è. A dire il vero, sfogliando una prima versione non “ufficiale” del testo, sembra di capire che il titolo provvisorio fosse Venti di guerra sulla crisi nucleare iraniana. Molto più di effetto, indubbiamente, ma proprio per questo meno adatto a una pubblicazione come questa, che ha un taglio nettamente scientifico.

Perciò non vi aspettate prese di posizione provocatorie o chissà quali rivelazioni inedite. Come scrive nella prefazione Germano Dottori, il nucleare iraniano è una “questione di stringente attualità che si trascina da lungo tempo”. Apparentemente è un ossimoro, ma in questa “stranezza” sta il motivo principale che dovrebbe convincerci a leggere (anzi, a studiare e consultare) questo libro.

Pensiamoci bene: è dal 2005 che di Iran si parla e si scrive soprattutto in relazione al suo programma nucleare. Amir Madani, nella prima parte del libro, descrive appunto il nucleare iraniano nel contesto globale e soprattutto nell’ottica del confronto Usa-Iran.  E spiega come siamo di fronte a “un caso politico tra i più clamorosi del secolo”, ancora prima che ad “un rischio imminente dovuto all’esistenza o all’imminente costruzione di un’arma atomica”.

Partendo dall’epoca dello scià, quando il programma nucleare iraniano ebbe inizio, vengono ripercorse le tappe più significative non solo della questione atomica, ma della politica estera di Teheran. Perché – in fin dei conti – come si sarebbe detto una volta, la questione è tutta politica. In gioco non ci sono soltanto centrali e percentuali di arricchimento dell’uranio, ma un destino incrociato di relazioni, diffidenze, sospetti e speranze. Se è innegabile che Teheran abbia giocato in modo ambiguo la carta nucleare, è altrettanto vero che –come ricorda Madani – dal 1979 quasi tutte le amministrazioni Usa “hanno guardato all’altopiano iranico come a un feudo perduto”.

Ora, per chi ha la pazienza e la mente libera da pregiudizi, questo libro è l’occasione per ripassare alla moviola il film di questa strana e per certi versi paradossale vicenda. Di cui si continua a parlare con troppa approssimazione, tralasciando (per ignoranza o per scelta) passaggi fondamentali.

Per otto lunghi anni la questione nucleare è stata associata alle parole, allo stile e al volto del presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad. Da pochi giorni, l’Iran ha come presidente il negoziatore che dieci anni fa – su mandato dell’allora presidente Khatami – sposò la linea della trasparenza e della collaborazione. Linea che – è bene ricordare – non fu in alcun modo premiata dagli interlocutori occidentali del tempo.

La seconda parte del libro, a cura di Alessandro Politi, è intitolata sinistramente “Iran-Israele: la prossima guerra e la sua geopolitica”. Lo scenario così a lungo temuto in questi anni e a tratti parso ad un passo. Anche se lo stesso Politi, in apertura, sottolinea come oggi “Israele ha una credibile capacità di essere una minaccia esistenziale per l’Iran e non viceversa”.

Visto che, con Rowhani, le premesse sono oggettivamente diverse rispetto ad appena pochi mesi fa, questo libro può rivelarsi prezioso per i tantissimi che nei prossimi mesi si occuperanno di “cose iraniane”. A proposito, sapreste dire quanti sono esattamente i siti nucleari iraniani? Nella terza parte del libro, curata da Rodolfo Guzzi, c’è un quadro molto dettagliato delle strutture nucleari iraniane. Leggetelo.

Rowhani, un mese dopo

Iran dopo le elezioni

Il destino dell’Iran è davvero singolare: indicato per anni come l’origine di tutte le tensioni del Medio Oriente, oggi il paese vive una strana e imprevista “normalità”. Con la Siria dilaniata dalla guerra civile, l’Egitto nel caos e persino la Turchia scossa da un’ondata imprevista di proteste, le elezioni presidenziali iraniane del 14 giugno hanno ricevuto, da parte dei media internazionali, un’attenzione molto fugace.

La vittoria del moderato Hassan Rowhani è stata generalmente definita una sorpresa e non si è scavato molto per cercare di capire le ragioni di questo risultato. Ma è stata davvero una sorpresa?

Potremmo dire di sì, ma un po’ tutte le elezioni presidenziali iraniane lo sono, a pensarci bene. La vittoria di Khatami nel 1997 non era prevista, così come non lo era quella di Ahmadinejad nel 2005 e furono una sorpresa – negativa – anche i presunti brogli del 2009 che spianarono la strada per il secondo mandato del presidente ormai uscente.

Sbagliare completamente le previsioni è perciò molto facile, quando si ha a che fare con l’Iran.

Questo perché spesso alla politica persiana vengono applicati criteri di valutazione inappropriati. Schieramenti e cartelli elettorali si compongono e rimescolano in tempi rapidi e sono quasi sempre decisive le ultime due o tre settimane prima del voto.

Va anche detto, però, che il nome di Rowhani era cominciato a circolare già lo scorso inverno sui media iraniani (noi ne parlammo qui), mentre la maggior parte degli osservatori occidentali continuavano a ripetere che il voto sarebbe stata una competizione tutta interna al fronte conservatore.

Ecco, uno dei motivi del successo di Rowhani è stata proprio la divisione del fronte conservatore, incapace di esprimere un candidato unico. E pensare che la guida Khamenei aveva fin da dicembre incaricato tre dei politici più fidati (Haddad Adel, Velayati e Ghalibaf) di trovare un solo nome su cui puntare a giugno. Ma i tre non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno in extremis, quando invece l’unico vero riformista in gioco, Mohammad Reza Aref, si è ritirato in favore di Rowhani. La stessa cosa, a parti invertite, accadde nel 2005, quando la divisione dei riformisti portò l’outsider Ahmadinejad al ballottaggio con Rafsanjani e poi alla clamorosa vittoria.

Altro elemento che ha giocato a favore di Rouhani è l’alta affluenza (72%), che tradizionalmente, nella storia delle elezioni iraniane, penalizza i conservatori.

Il voto a Rowhani è stato soprattutto un voto contro gli otto anni di Ahmadinejad. Anni di crisi economica, tensioni e isolamento internazionale. Il desiderio di voltare pagina in modo netto, ha spinto alle urne anche chi non crede (o non crede più) nel regime. Che, va detto, esce rafforzato da questo voto. “Ogni voto a queste elezioni, è un voto di fiducia alla Repubblica islamica”, aveva detto la Guida Khamenei.

E oggi incassa un risultato che rafforza la posizione dell’Iran nello scenario regionale.

L’Iran è un paese in cui si è scelto un presidente: ai suoi confini ci sono guerre civili, autocrazie, presidenti tenuti in carica dalle forze di occupazione Usa. L’Iran non è certo una democrazia liberale, ma in questo caso nessuno può parlare di elezioni farsa.

Khamenei avrebbe certo preferito un altro presidente: per mesi si è parlato di Velayati come suo favorito. Poi pareva che fosse Jalili il predestinato. Qualcuno, a scrutinio terminato, si è chiesto perché la Guida stavolta abbia accettato un risultato “poco gradito” e non abbia forzato la mano come nel 2009.

In realtà, le contestatissime e drammatiche elezioni di quattro anni fa, rappresentano una ferita non solo per la società civile, ma per lo stesso sistema politico iraniano. Nel suo testamento politico, Khomeini avvertiva che “chiunque si illudesse di poter fare a meno del popolo, avrebbe fatto la fine dello scià”. Con tutti i suoi limiti, la Repubblica islamica ha bisogno di consenso e partecipazione.

La lunga estate del 2009 fu il primo vero momento di crisi politica dopo trent’anni e nessuno sapeva fino a che punto ribellione e repressione si sarebbero spinti.

Ora tutto si può dire tranne che Rowhani possa costituire una minaccia al sistema. Membro dell’Assemblea degli esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, è un politico di lungo corso, stimato e apprezzato dallo stesso Khamenei.

Rispetto ad Ahmadinejad, ha un percorso umano e politico molto diverso. È un religioso (Hojjat al-Islam, titolo inferiore a quello di Ayatollah), ha studiato all’estero e ha una riconosciuta esperienza a livello internazionale. Con Khatami presidente, fu il capo negoziatore sul nucleare dal 2003 al 2005. In quel periodo l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

Nell’ultima parte della campagna elettorale Rouhani ha conquistato il consenso del ceto medio parlando – soprattutto attraverso i social media – di libertà di espressione, esprimendosi contro la censura e i limiti al web.

Sarà in grado o vorrà cambiare davvero qualcosa? Bisogna ricordare che in Iran il presidente non ha un potere assoluto e che lo stesso Khatami si ritrovò a un certo punto strangolato tra le aspettative crescenti della società civile e i timori di Guida e pasdaran.

Ma – molto probabilmente – non saranno queste le sfide principali del nuovo presidente. Una volta insediatosi il 3 agosto, dovrà innanzitutto formare una squadra di governo coesa e credibile. In un editoriale di pochi giorni fa, Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano espressione della Guida Khamenei, ha avvertito Rowhani a non includere nella squadra pesonaggi vicini ai “sedizionisti”, cioè all’Onda Verde.

Gli stessi Khatami e Rafsanjani, grandi elettori del nuovo presidente, sembrano si stiano muovendo con grande cautela, evitando di fare pressioni per porre loro uomini nell’esecutivo.

Va ricordato che – per la Costituzione iraniana – tutti i ministri devono ricevere la fiducia del parlamento. I nomi vengono proposti dal presidente, ma alcuni ruoli, come il ministro dell’intelligence, sono tradizionalmente indicati dalla Guida. Nel 2009 Ahmadinejad tentò di forzare questa tradizione, provando a piazzare Mashaei – suo sodale e consuocero – al posto di Heydar Moslehi. Quando la Guida impose Moslehi, Ahmadinejad, per protesta, non si presentò al lavoro per 11 giorni.

Rouhani pare abbia già elaborato un piano per i primi 100 giorni di governo per uscire dall’emergenza economica.

D’altro canto, secondo Akbar Torkan, ministro della difesa con Rafsanjani vice ministro del petrolio nel primo mandato di Ahmadinejad, sostiene che il primo obiettivo del nuovo governo sarà garantire i beni di necessità alle famiglie iraniane. Il bilancio approvato dal governo uscente per il prossimo anno sarebbe infatti del tutto irrealistico. Per continuare a pagare i sussidi alle famiglie, i prezzi dell’energia dovrebbero essere aumentati del 38%.

Di certo, non sarebbe un esordio facile per Rowhani. Ma, d’altro canto, i numeri parlano chiaro: secondo lo stesso neopresidente, l’inflazione, a livello annuo, sfiora il 42% . Per alleggerire la situazione, è quanto mai urgente una soluzione alle sanzioni economiche. Rowhani sarebbe intenzionato a trasferire la gestione della questione nucleare dal Consiglio supremo della sicurezza nazionale alla presidenza, affidando i negoziati a un uomo di sua fiducia.

Per quanto riguarda la politica estera, Rouhani ha già detto di voler innanzitutto rafforzare legami con paesi confinanti e vicini, lanciando messaggi distensivi verso le monarchie arabe del Golfo, interlocutori politici e potenziali partner economici fondamentali. Le grandi manovre del negoziatore Rouhani sono appena cominciate.

Nucleare. Da Almaty nulla di nuovo

Incontro Iran e 5+1

Nessuna nuova, buona nuova? Il vertice di due giorni tra Iran e gruppo 5+1 (Stati Uniti, Cina, Russia, Inghilterra, Francia, membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU, più la Germania) sulla questione nucleare svoltosi il 5 e 6 aprile ad Almaty, capitale del Kazakhstan,  si è concluso con un nulla di fatto. Questa, almeno, è la versione ufficiale. D’altra parte, le aspettative erano decisamente basse: nessuno o quasi credeva che dal vertice emergessero novità significative.

Diverse le reazioni alla fine del summit. Per Catherine Ashton, Alto rappresentante per gli affari esteri dell’Ue e capo della delegazione, “ le posizioni sono ancora molto distanti”.

Il capo delegazione iraniano Saeed Jalili ha parlato invece di una “discussione di merito, vasta e completa”, ammettendo tuttavia che “vi è una certa distanza tra le posizioni delle due parti”.

 

Proposte e repliche

Ma qual era il punto di partenza? Il gruppo 5+1 si è presentato con una proposta: stop di sei mesi all’arricchimento di uranio nell’impianto di Fordow in cambio di un lieve alleggerimento delle sanzioni.

Come era prevedibile, Teheran ha detto no, ribadendo il suo diritto inalienabile all’arricchimento. D’altra parte, un dietrofront su questo punto sarebbe stato impossibile. Da anni l’Iran fa di questo principio uno dei cardini non solo della querelle nucleare, ma di tutta la sua politica estera. Inoltre, a due mesi dalle elezioni presidenziali, era abbastanza scontato che non ci fossero cambi di rotta sostanziali da parte della Repubblica islamica.

Secondo un diplomatico occidentale, “gli iraniani hanno indicato la disponibilità a fare qualche passo, ma sono passi ancora troppo piccoli”.

Un funzionario Usa – rimasto anonimo – ha sottolineato come non ci sia stata “alcuna rottura nei negoziati” e ha suggerito che la disponibilità dei negoziatori iraniani a un dialogo su proposte dettagliate del gruppo 5+1 “è stato il segnale più positivo negli ultimi anni”.

“Non ci poteva essere un passo avanti, ma non c’è stato alcun un passo indietro,” ha sintetizzato.

E adesso?

Le due parti si sono impegnate a riflettere su quanto discusso per fissare un altro eventuale incontro. Il fatto che non ci sia stata una rottura dei negoziati, sembra tenere lontana l’ipotesi di un intervento militare da parte di Israele. D’altro canto, questo perenne stallo, non sembra offrire vie d’uscita semplici e a breve termine.

Non è escluso che da parte occidentale ci possa essere un ulteriore inasprimento delle sanzioni che stanno mettendo a dura prova l’economia della Repubblica islamica.

Il nulla di fatto di Almaty, in questo senso, non è una buona notizia per il popolo iraniano. Domenica 7 aprile il rial ha perso un ulteriore 4% sul dollaro: il cambio è oggi  1USD = 36,500 rial.

I doppi standard e il programma nucleare dell’Iran

Nucleare Iran

L’intervento dell’Ambasciatore Seyed Mohammed Ali Hosseini per la Rivista Trimestrale Affari Esteri n. 169 Anno XLV (2013) .

 

Nel nome di Dio

I DOPPI STANDARD  E IL PROGRAMMA NUCLEARE DELL’ IRAN

 

Nel clima pesante  e torbido creato da alcuni mezzi di comunicazione di massa  attraverso la pubblicazione di numerose notizie contradditorie riguardo al programma nucleare iraniano è doveroso fare una riflessione  imparziale e prestare la dovuta attenzione agli aspetti sconosciuti o meno noti della questione.

Il programma nucleare iraniano nel corso del tempo

Il programma nucleare iraniano è cominciato più di mezzo secolo fa, precisamnete negli anni cinquanta sotto la guida e supervisione dello Shah Reza Pahlavi. Nel 1957  l’ Agenzia internazionale dell’ Energia Atomica nacque come organismo  nel quadro della dottrina Eisenhower con il nome di  “ Atoms for peace” ed ad allora rislagono i primi passi concreti iraniani sulla strada del nucleare.Nel 1960  fu fimato il contratto  per un reattore di ricerca  fornito dagli americani per l’ Università di Teheran. “Atomi per la pace” fu un progetto lanciato nel 1953 da D. Eisenhower  in occasione dell’ Assemblea generale delle Nazioni Unite ed era un progetto ambizioso volto a utilizzare la tecnologia nuclerae a fini civili e non bellici.  Così  nel contesto politico di quegli anni, nel 1967, il Re di Persia allineato con gli Stati Uniti d’ America riuscì senza ostacoli a dare l’ avvio alle attività del reattore dell’ Università di Teheran. L’ Iran aderì al Trattato di Non Proliferazione nucleare nel mese di Luglio 1968 e al 1974 risale  l’ accordo sulle salvaguardie tra l’ Iran e l’ AIEA. Lo Shah d’ Iran sempre nel 1974  creò l’ Agenzia per l’ Energia Atomica dell’ Iran  e dichiarò chiaramente i suoi programmi  a lungo termine riguardo al nucleare che andavano molto oltre le potenzialità del paese in quel momento.  La creazione e lo sfruttamento di venti reattori atomici faceva parte di questi programmi che non solo non fu osteggiato dall’ occidente, ma fu oggetto di completo appoggio  da parte di USA , Francia e Germania, che si contendevano l’ esecuzione  dei progetti nucleari iraniani, compresi  l’ arricchimento dell’ uranio e il raggiungimento del ciclo completo del combustibile . Il reattore atomico dell’ Università  di Teheran fu fornito dagli Americani e l’ Iran pagò due milioni di dollari per il combustibile necessario. Nel  contempo la Compagnia tedesca Kraftwerk, successivamnete sostituito da Siemens si impegnò a  produrre il primo reattore  nucleare per la produzione dell’ energia elettrica a Busher simile al modello già costruito in Germania . Il contratto perl a costruzione della centrale di Busher fu firmato nel 1975 e prevedeva il suo completamento nel 1981 per costo di un miliardo di marchi tedeschi. Nello stesso periodo il consorzio europeo  nucleare Eurodif ricevette dall’ Iran centinaia di milioni  di dollari come garanzia per la fornitura di combustibile nucleare  e l ‘ Iran  acquisì inoltre il 10 % delle sue quote al fine di  risolvere alcune problematiche di tipo finanziario. In base ad alcuni documenti l’ Iran partecipò anche al progetto “ laser 2 “ e questi sono solo alcuni esempi della competizione tra i paesi occidentali per conquistarsi un ruolo nei vantaggiosi  progetti  nucleari dello Shah.  Secondi Jeffrey Camp , analista dell’ Istituto Nixon ed in base ad  alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite datati 1975 e 1976, l’ Iran sin dall’ inizio aveva espresso ripetutamente il proprio interesse nei confronti della  realizzazione di una tecnologia interna per la produzione del combustibile nucleare, interesse che non solo non fu osteggiato ma in ragione dell’ alleanza  dell’ Iran con il regime Pahlavi, fu sostenuto . Akbar Etemad , il primo Presidente dell’ Agenzia per l’ Energia Atomica iraniana , in una intervista al Figaro  riferì testuali parole attribuite allo Shah  “….. se le condizioni di sicurezza dell’ Iran subiranno dei cambiamenti oppure se un’altro paese della regione dovesse dotarsi di un ‘arma nucleare, saremmo costretti  a considerare l’ acquisizione di armi nucleari una priorità…” . Gli americani nonostante considerassero gli obiettivi imperiali  iraniani a lungo termine , hanno collaborato con lui per realizzare i propri interessi  e lavorare ai danni della pace e della stabilità della regione.

Nel 1979 la Rivoluzione islamica irruppe improvvisamente sulla scena mondiale e la sua vittoria colse di sorpresa gli Stati Uniti d’ America. Il nuovo governo iraniano , nato dalla rivoluzione islamica, ha ritenuto alcuni aspetti del programma nucleare iniziato sotto il regime dello Scià, incompatibili con le fondamenta religiose  ed ideologiche  della Rivoluzione. Parte di queste incompatibilità traeva origine dagli insegnamenti dell’ Imam Khomeini ( s.d.l.p.) improntati al rifiuto della partecipazione a progetti  guerra fondai nella regione e della sottomissione  alle potenze  in oriente e occidente,  promuovendo invece idee di indipendenza  e salvaguardia  della vita dell’ Uomo ;  più di una volta pronunciò parole di biasimo nei confronti dei  governi americano e russo  per la produzione, la proliferazione e l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa . Passarono anni prima che il governo dell’ Iran decidesse di riprendere  parte del programma nucleare  iniziato prima della rivoluzione  e ciò esclusivamente per produrre energia elettrica  e raggiungere  l’ autonomia  nella produzione  di farmaci nel nome del progresso scientifico del Paese.  A quel punto la R. Islamica dell’ Iran chiese ai paesi occidentali , ex partner del regime dello Scià, di onorare i loro impegni contrattuali in considerazione dei lauti  anticipi ricevuti negli anni passati. Purtroppo  gli fu riservato  un atteggiamento completamente diverso da parte dell’ Occidente  rispetto a quello che aveva caratterizzato il periodo precedente  la rivoluzione.

Nonostante il reattore dell’ Università di Teheran fosse adibito alla produzione di radioisotopi necessari alle cure di centinaia di migliaia di malati di tumore e nonostante venisse pagato in anticipo, pressioni americane resero impossibile la sua fornitura  all’ Iran. Tutti i tentativi iraniani , attraverso gli organismi internazionali , in particolare l’ AIEA e il suo Direttore risultarono inutili. Riguardo alla società “Eurodit” , nonostante la presenza iraniana nel suo quadro  azionario  e in violazione del verdetto del tribunale di Losanne , nulla fu mai consegnato all’ Iran  della ingente produzione di “ Yellow cake “ . Una società francese rispettò il proprio impegno  a costruire una centrale nucleare  a Darkwein, vicino ad Ahwaz e interruppe  a metà i lavori già iniziati. Fereidoun Sahabi, il primo  Direttore dell’ Agenzia iraniana per l’ Energia Atomica , dopo la vittoria della rivoluzione, ricordava che le trattative con la controparte  tedesca  per portare a termne il restante  lavoro della Centrale di Busher , completata al 65% , dopo un anno e mezzo  erano ad un punto morto , semplicemente perchè negli operatori tedeschi mancava completamete la volontà  di collaborare con l’ Iran.  Questi sono solo alcuni esempio del deplorevole atteggiamento  dell’ occidente  e dei doppi standard applicati allo stesso paese, prima e dopo la rivoluzione  islamica. Purtroppo  i negoziati  tra l’ Iran e la stessa AIEA per poter comprare  il combustibile  necessario  alle centrali iraniane  e durati sette anni, non hannno portato ai risultati sperati dall’ Iran , che in fine si è visto costretto  a intraprendere la strada della produzione interna del combustabile nucleare. L’ Iran sotto il regime dello Scià era un paese con la metà della popolazione  attuale, con riserve di petrolio  e di gas più ricche e meno vitali  rispetto ad oggi  e in un mondo  dove le questioni  ambientali  riguardo all’ inquinamento  da combustibili fossili  non avevano l’ importanza  di oggi; ciononostante le scelte ambiziose  del regime dei pahlavi riguardo al nucleare, non vennero mai contestate dall’ occidente, che anzi, le sostenne e incoraggiò per evidenti motivi economici e politici.

Sguardo ai principi e fondamenti del programma nucleare iraniano

Principi giuridici

La mancanza di collaborazione da parte dei paesi occidentali controparti dell’ Iran nel programma nucleare  sembrava e sembra  una vendetta per la vittoria della rivoluzione islamica, il rovesciamento dello Sha e l’ avvento della Repubblica islamica in Iran. Questo atteggiamento ostile ha costretto l’ Iran a provvedere  ai suoi fabbisogni  attingendo alle proprie risorse e capacità , in un quadro di legalità e legittimità. Da un punto di vista giuridico l’ Iran è stato tra i primi firmatari  nel luglio del 1968 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, da sempre e costantemente fedele ai suoi principi ha continuato le proprie collaborazioni con l’ Agenzia Internazionale dell’ Energia Atomica e il suo Statuto nonchè  sugli accordi sulle salvaguardie. Il Trattato di Non Proliferazione nella premessa e negli articoli 1-6 mette bene in luce gli obblighi, i diritti e gli impegni dei paesi aventi l’ arma nucleare( ovvero  i paesi dotati id arma nucleare prima del 1-1-1967) e per i paesi  sprovvisiti di questo tipo di tecnologia.  Gli art. 3 e 4 in particolare evidenziano  la possibilità per tutti i paesi membri  di potersi avvalere della tecnologia nucleare pacifica, considerandolo un diritto inalienabile per tutti i  paesi non soggetto a nessuna discriminazione. L ‘ Iran ha cercato di far valere questo diritto in base alle sue già esistenti  capacità scientifche e tecniche . Il TNP segue le  tre direttive principali della Non Proliferazione, dell’ Uso pacifico dell’ energia nucleare senza discriminazioni e del completo disarmo , esse  purtroppo  però non sono concretamente  realizzate ad esempio i Paesi dotati di arma nucleare non  si sono mossi nella direzione del disarmo ( art, 1 e 6 ) , essi sono stati reticenti a fornire ai paesi in via di sviluppo  tecnologia nucleare ai fini pacifici ( art. 4 e 5 )  e nonostante l’ art.4  hanno posto diversi ostacoli sulla via dell’ Iran per il raggiungimento dell’ energia nucleare civile.

Principi ideologici, religiosi ed etici

Alla luce del fatto che la Repubblica  iraniana è una Repubblica islamica e considerato che  le le leggi e i regolamenti vigenti devono essere conformi alla Carta costituzionale e ai  precetti religiosi  della Sharia , il fondatore  Imam Khomeini aveva più volte pubblicamente condannato  la produzione, l’ uso  e lo stoccaggio delle armi di distruzione di massa e la Guida della Rivoluzione islamica Ayatollah Khomenei considera la produzione e lo stoccaggio di questi armamenti  preludio al crimine e minaccia alla pace mondiale e proprio per questo motivo ha emesso una fatwa dichiarando “Haram” questo genere di armamenti  “ .. secondo noi  oltre all’ arma nucleare  anche altri tipi di armi di distruzione di massa come le armi chimiche e biologiche sono serie minacce contro l’ umanità. Consideriamo l’ uso di questi armamenti  Haram  e lo sforzo per rendere immune il genere umano da questo grande flagello  un compito  che coinvolge tutti noi” (Ayatollah Khomenei nella conferenza sul disarmo – Teheran –  17-4-2010). Queste posizioni hanno già tracciato un quadro giuridico molto preciso per le attività nucleari iraniane al quale la R.I.dell’ Iran si sente impegnata.

Inoltre il potere di Fatwa e la sua influenza nella cultura religiosa e ideologica degli iraniani è talmente forte che nell’ ipotesi improbabile che le convenzioni internazionali e le leggi interne iraniane dovessero consentire l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa o se l’ Iran si trovasse in una difficile situazione storica  con particolari necessità di difesa o sicurezza, non potrebbe mai per precisemotivazioni ideologiche , religiose ed etiche , produrre e utilizzare questo tipo di armamenti. Ne è un esempio la mancata risposta iraniana in rappresaglia all’ utilizzo di armi chimiche da parte di Saddam Hussein durante la guerra da questi  imposta all’ Iran e durata ben  otto anni .

Principi tecnici

Da un punto di vista tecnico nonostante gli ostacoli creati dall’ Occidente  alla fornitura  della tecnologia nuclerare all’ Iran sono stati continui gli sforzi del paese per  provvedere in modo autonomo allo sviluppo di  una propria tecnologia nucleare civile al fine di completare il ciclo del combustibile e fornire così il combustibile necessario alle proprie centrali nucleari di ricerca e di produzione di energia elettrica. I risultati di questo costante impegno iraniano, anche  a detta di esperti  stranieri , sono stati brillanti. La volontà iraniana  di sviluppare questa tecnologia  si colloca nel quadro naturale della volontà del paese  di progredire  in ogni ambito tecnico e scientifico così proclama la  Costituzione iraniana  e tutti i programmi  a lungo termini del paese. L’ Iran ha raggiunto  risultati sorprendenti negli ultimi anni  anche in ambiti tecnologici e scientifici quali le nanotecnologie, la clonazione biologica, le cellule staminali, la  conquista dello spazio, il lancio di satelliti di ricerca e lo sviluppo  di industrie strategiche.  Secondo molti esperti alcune tra le conquiste iraniane  sono  di per sè più importanti della tecnologia nucleare, ma alcuni paesi occidentali con precisi  intenti politici cercano di fuorviare l’ opinione pubblica mondiale, ingigantendo i risultati conseguiti dall’Iran nel campo nucleare, quando in realtà questa tecnologia  civile e pacifica, costituisce soltanto una parte del complesso quadro del progresso scientifico del Paese.In base al TNP e allo Statuto dell’ AIEA  i paesi membri del Trattato avrebbero dovuto cogliere positivamente i progressi scientifici dell’ Iran, ma purtroppo e contrariamente a quanto avvenuto prima della Rivoluzione islamica l’ atteggiamento degli Stati Uniti e i loro alleati nei confronti di questi progressi è stato tanto irrazionale quanto ostile. Gli USA hanno cercato  di portare avanti  i loro precisi intenti politici finalizzati a creare ostacoli  allo sviluppo  pacifico  della tecnologia nucleare iraniana nel quadro dell’ AIEA attraverso un uso strumentale  di organismi internazionali  e l’ esercizio di indebite pressioni  sull’ Agenzia senza nessuna considerazione per la natura tecnica  e specialistica di detta istituzione. Le azioni  e pressioni  crescenti degli americani negli ultimi anni hanno determinato  molte vicissitudini al programma.L’ ostracismo americano ha nuociuto anche al Movimento per lo svilupopo pacifico del nucleare e in compenso  la difesa  ragionevole  dell’ NPT dell’ Iran  e il rispetto del mio Paese per i regolamenti  dell’ Agenzia  a proposito della necessità di una equa  applicazione del Trattato ha creato un  terreno fertile  a favore della non proliferazione e del disarmo  trasformando nel contempo l’ Iran in un simbolo della difesa dei diritti dimenticati dei paesi in via di sviluppo membri del Trattato  di non Proliferazione el’ espressione delle loro posizioni.

Deferimento della questione nucleare al Consiglio di Sicurezza : errore storico e giuridico

Nonostante la legittimità e razionalità dell’ approccio iraniano nei confronti dell’ Agenzia  e la sua positiva interazione con essa, le crescenti pressioni esercitate  su questo organismo intergovernativo e le  bagarre politiche hanno determinato lil deferimento della questione nucleare iraniana, senza alcuna giustificazione logica e giuridica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in data 4 febbraio 2006. L’ AIEA rimane l’ unico organismo  inter governativo responsabile e  preposto alle verifiche per giungere  alla sicurezza della non deviazione delle attività nucleari dei paesi membri dell’ NPT.Pertanto finchè la deviazione iraniana nelle sue attività nucleari  non sarà accertata e dichiarata da questo organismo internazionale,  il caso esula formalmente dalle competenze del Consiglio di Sicurezza.  Come in seguito esposto all’ epoca  una simile deviazione non è stata mai accertata  e quanto  nel merito  venne asserito rimase sostanzialmente  una supposizione , spesso avvolta da ambiguità. Le relazioni redatte dall’ Agenzia infatti, attestavano la mancanza di deviazione,  e quindi l’ invio  del caso al Consiglio di Sicurezza fu un errore storico e giuridico , ai cui fautori non solo spetta l’ ammissione , ma anche il dovere di riparare. Questo evento non solo ha aperto una nuova, amara stagione nell’ applicazione dei dopppi standard  nei confronti del programma nucleare iraniano  , ma ha anche seriamente danneggiato il prestigio dell’ AIEA conosciuta fino ad allora come un organismo  non politico, tecnico e di sorveglianza imparziale. Questi indesiderati  risultati purtroppo sono in grado di ledere anche in futuro i diritti di altri paesi.

L’ invio della questione nucleare iraniana da parte del Board of Governors dell’ AIEA al Consiglio di Sicurezza è inammissibile per cinque ragioni giuridiche.

1-      In base al comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia la mancata conformità delle  attività nucleari dei paesi ai criteri dell’ Agenzia deve necessariamente essere riportata dagli ispettori  al Direttore Generale dell’ AIEA, da questi al Board of Governors ed infine  al Consiglio di Sicurezza. Nel caso iraniano questo iter non è stato rispettato. Il Direttore Generale dell’Aiea nella sua relazione non ha mai usato le parole “ non – compliance” ma piuttosto “failure”. Questa  espressione sovente è stata usata anche per i casi riguardanti altri paesi membri dell’Aiea, che dopo la correzione del loro operato, sono rientrati in seno all’Agenzia in base al Comprehensive Safeguard Agreement.

2-      In base allo statuto dell’ AIEA e del Comprehensive Safeguard Agreement il deferimento di un caso al Consiglio di Sicurezza è possibile asclusivamente  nel caso della provata deviazione del paese in questione. Tutte le relazioni  dell’ attuale  Direttore  dell’ Agenzia e del suo predecessore  non contengono cenni riguardo ad una presunta deviazione iraniana.

3-      Il comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia  la base per le risoluzioni del Consiglio dei Governatori  riguardo alla  deviazione dei paesi membri dell’ Agenzia ricevitotri del materiale nucleare e del suo uso improprio, mentre l’ Iran non ha mai ricevuto questo tipo di materiali.

4-      In base al Comprehensive Safeguard Agreement la questione nucleare dei paesi viene deferita al Consiglio di Sicurezza sei paesi membri non permettono l’ accesso agli ispettori dell’ Agenzia sul proprio territorio per l’ esercizio delle loro attività di verifica e in tutte le relazioni  del Direttore Generale AIEA  riportano il fatto che  gli accessi e le verifiche  sono avvenute con facilità  e collaborazione da parte del’ Iran.

5-      I comunicati emessi  da EU3  dal 2003 al 2006 riconoscono esplicitamente il diritto iraniano ad avvalersi della tecnologia nucleare civile e pacifica  e considerano  la volontaria  sospensione  dell’ arricchimento dell’ uranio come una voluntary and confidence building measure  e non legally binding ( Tehran declaration 21-10-2003). Questi  punti sono stati  successivamente e  nuovamente iterati nell’ Accordo tra la EU3 e l’ Iran il 15-11-2004  a Parigi. Tuttavia gli stessi paesi hanno proposto nel 2006, a causa delle pesanti pressioni politiche , il deferimento della questione nucleare iraniana al Consiglio di Sicurezza,  sostenendo un atteggiamento discriminatorio e violando i principi giuridici  esistenti in merito a una questione che rientrava e rientra nelle competenze tecniche e giuridiche dell’ AIEA. Tutto ciò avveniva mentre il sito di Natanz osservava la volontaria sospensione delle sue attività.

Nonostante queste azioni ostili da parte degli Stati Uniti d’ America e i suoi alleati occidentali  volte a distrarre la questione iraniana dal suo naturale corso  e l’ approvazione delle risoluzioni  1737( 2006), 1747( 2007), 1703( 2008) e 1929(2010) ed altre emesse dall’ Unione Europea , la R. I. dell’ Iran non ha mai smesso di  mostrare buona  e autentica volontà  nella collaborazione con l’ AIEA da una  parte e  nel prosdeguire  i negoziati con il gruppo 5 +1 dall’ altra , che sino ad oggi si sono svolti più volte in vari Paesi .

Cenni storici e giuridici di particolare rilievo  in merito al programma nucleare

Tralasciando in questa sede talune precisazioni tecniche , è tuttavia opportuno ribadire  che

–          l’ insistenza dell’ Iran sul proprio diritto legittimo è stato interpretato da alcuni mezzi occidentali  come “ l’ insistenza dell’ Iran  nel perseguire l’ obiettivo del raggiungimento dell’ arma nucleare”.  In realtà l’ atteggiamento iraniano è assolutamente  in favore della difesa dei diritti dei paesi membri del NPT e dell’ AIEA , sanciti dallo Statuto dell’ Agenzia e riconosciuti nel Trattato in quanto importanti risultati sulla via della Non Proliferazione e del Disarmo nucleare. La R. I. dell’ Iran  in base al principio  del “ Diritto allo sviluppo” ha il dovere di salvaguardare le proprie conquiste scientifiche e tecnologiche , acquisite con elevati costi umani e  materiali. Pertanto il riconoscimento  del diritto iraniano  a dotarsi di tecnologia nucleare pacifica non significa fare concessioni  di sorta,  ma semplicemente  confermare  il contenuto del TNP    e dello Statuto  dell’ AIEA.

–          Nonostante gli ostacoli posti da alcuni paesi occidentali, l’ Iran non ha mai abbandonato il tavolo negoziale , dando prova  della propria buona volontà, di cui sono eloquenti esempi i  lunghi negoziati del 2003-2005 tra Iran , Gran Bretagna, Francia e Germania  e successivamente e fino a questo momento i ripetuti round negoziali con i 5+1 a Baghdad. Istambul e Mosca nonchè i continui colloqui e contatti con i rappresentanti  dell’ AIEA a Teheran ea Vienna.  Iran  e qualche altro Paese, durante questi negoziati hanno proposto diversi pacchetti   di misure  che purtroppo le pressioni politiche esterne hanno reso inneficaci. La Confidence building è una strada a doppio senso e le parti dovrebbero adoperarsi reciprocamente per collaborare evitando di incorrere a indebite pressioni.

–          Fino a questo momento 5000 man-days  ispezioni  sono state eseguite dagli addetti dell’ Agenzia presso i siti nucleari iraniani , queste attività ispettive sono tuttora in corso e sono state oggetto di decine  di relazioni dell’ Agenzia. Numerose telecamere istallate dall’ AIEA nei siti nucleari  iraniani monitorano  non stop le attività nucleari del Paese e vi sono stati casi di ispezioni senza preavviso ad alcune istallazioni. E’ bene ricordare che questo tipo di monitoraggio  costituisce  una  forma ispettiva senza precedenti adoperata dall’ Agenzia. In nessuna di queste ispezioni  è stato trovato  uranio arricchito per  obiettivi militari o sono state riscontrate attività deviate.  ( Per dettagli si rimanda alle varie relazioni del Consiglio dei Governatori dell’ AIEA) .

–          Uno dei punti più seri  e ambigui delle risoluzioni approvate contro  l’ Iran è la mancata  notifica delle attività nucleari antecedenti al 2003. Fino a quel momento  nessun tipo di materiale nucleare  era entrato nel sito nucleare di Natanz e nel reattore di ricerca  dell’ acqua pesante di Araq ( IR40); poichè l’ Iran sino  a quella data  non aveva  siglato il Modified Code 3.1 del  subsidiary arrangement  of NPT comprehensive safeguards , non aveva  alcun obbligo   di notificare all’ Agenzia  le proprie attività nè  tantomeno  il sito  Uranium Conversion facility e le proprie miniere di uranio.

–          Il ripetuto sostegno espresso dal Movimento dei Non Allineati  al Programma nucleare iraniano ,  l’ approvazione delle Risoluzioni  al riguardo , le  visite ai siti  iraniani nel gennaio 2011 da parte dei rappresentanti del Movimento dei Non Allienati, della Lega Araba, del Gruppo 77, di alcuni rappresentanti di gruppi politici  e Paesi a Vienna, cosi come l’ invio di numerosi inviti ad altri Paesi nonchè dell’ Alto Rappresentante dell’ Unione Europea ad effettuare ulteriori visite ed ispezioni, sono testimonianze della  buona volontà  iraniana  e della sua disponibilità.

–          Le vaste sanzioni unilaterali e multilaterali  degli USA e dell’ UE , la mancata collaborazione dell’ Occidente nella fornitra del combustibile per il reattore di ricerca  di Teheran  e il loro ostracismo per far fallire gli sforzi iraniani per procurarsi il combustibile necessario acquistandolo dai paesi produttori ha costretto il paese a provvedere al proprio fabbisogno attraverso l’ arricchimento dell’ Uranio al 20 % , un esempio  di tale fabbisogno è costituito dall’ assoluta irrinunciabile necessità di produrre farmaci  per i 850.000 malati di tumore  e malattie rare del Paese . Nel contempo la R. I. dell’ Iran per corrispondere  ai bisogni  scientifici ,  di ricerca ed energetici del Paese , ha potuto  raggiungere  risultati brillanti come la messa in opera della centrale di Busher nonostante le difficoltà trascinatesi per oltre 30 anni, la produzione di radio farmaci, la produzione di yellow cake e la raggiunta capacità di affrontare i cyber attacchi contro i propri siti nucleari come il recente attacco  del virus Stuxnet . La R. I. dell’ Iran ha dichiarato che le proposte contenute nella dichiarazione di Teheran  a proposito dello scambio di combustibile, rimangono tuttora valide e potrebbero costituire un argomento  di discussione e  confronto  per future collaborazioni , ma non più una necessità urgente per il paese.

–          Il diritto iraniano ad avvalersi di tecnologia nucleare con scopi pacifici  gode del sostegno  di tutti i gruppi parlamentari e politici  del Paese e raccoglie il  consenso unanime della  società  in ogni sua espressione.

–          L’ inserimento delle liste dei nominativi degli scienziati nucleari iraniani nelle varie risoluzioni ha permesso ai terroristi di pianificare e portare a compimento  numerosi attacchi e attentati  contro fisici e scienziati iraniani, tra cui i Prof.ri Mostafa Ahmadi Roushan , Majid Shahryari, Masoud Alimohammadi, Darioush Alinejad e Reza Qashqaei . In base ai documenti  esistenti e alle  confessioni  di quanti  coinvolti in questi crimini è emersa la partecipazione certa del Mossad e del MI6 britannico  e del MKO ( il movimento terroristico dei Mojaheddin e khalq). Queste azioni terroristiche non solo non  sono state condannate apertamente in occidente, ma sorprendentemente gli USA e l’ Unione Euopea , in un azione concordata, hanno depennato l’MKO , responsabile di azioni terroristiche contro gli stessi americani, dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali. Questa decisione  è un incentivo per ulteriori e  future azioni terroristiche a livello internazionale . Ancora più sorprendente è la mancata presenza degli studiosi  iraniani nelle recenti conferenze internazionali in materia nucleare ( ad es. La 19esima conferenza dell’ ingegneria nucleare in Giappone nel 2011).

–          Lo svolgimento delle conferenze mondiali sul disarmo a Teheran  negli anni 2010 e 2012 a cui hanno partecipato esperti nucleari  e autorità politiche di vari paesi del mondo è un ‘ulteriore prova della trasparenza iraniana in materia di ricerca nucleare.

–          Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza  e le restrizioni aggiuntive americane e europee imposte alle società e agli istituti di credito iraniani a causa della ferma posizione dell’ Iran in tema nucleare nonostante l’ asserzione occidentale “ libero commercio e diritti dell’ Uomo” , hanno creato pressioni notevoli  non tanto sul Governo  iraniano quanto  sui ceti più vulnerabili della società,  in palese contrasto con le convenzioni relative al libero commercio e al diritto allo sviluppo e dell’ Uomo ( ne sono alcuni esempi , come già trattato  nel n. 167 della Rivista Affari Esteri , i problemi creati dal divieto delle transazioni bancarie e del divieto del commercio per imprenditori e studenti  e alle difficoltà sorte per il divieto d vendita del carburante agli aereomobili iraniani). Queste risoluzioni sono in contrasto con lo Statuto dell’ AIEA.

–          Il Direttore generale dell’ AIEA nel comunicato del 15- nov. 2004 a seguito di ispezioni  nei siti di Parchin e Lavisan- Shian nonchè delle analisi dei campioni raccolti,  ha dichiarato in maniera inequivocabile che il Programma nucleare iraniano non è militare ( Paragrafo 102 della Relazione del Direttore generale 83/2004 / gov, Relazione 87/2005 / gov. Del 18-11-2005, Relazione 15 / 2006 / gov del 27-2-2006).

–          Nel 2007 l’ AIEA e l’ Iran nel quadro di un Workplan hanno raggiunto l’ accordo di risolvere  tutte le ambiguità rimanenti ( remaining ambiguishes )  e le questioni non risolte ( outstanding issues)  del  programma nucleare  secondo determinate modalità.  A seguito di questa collaborazione e ulteriore scambio di informazioni le ambiguità sono state chiarite  ( 6 questioni  ) da parte iraniana e l’ Agenzia ha dichiarato nel documento  711/INFCIRC che non è rimasta alcuna ambiguità da chiarire. In base al paragrafo 3 dello stesso documento e in considerazione dei  progressi raggiunti nella collaborzione tra le parti, l’ Agenzia avrebbe dovuto consegnare all’ Iran  i documenti relativi ai presunti studi ( alledge studies ) , tuttavia ciò non è avvenuto  e il Direttore generale dell’ AIEA nella relazione consegnata al Consiglio dei Governatori critica chiaramente alcuni Paesi che avevano consegnato le prove  relative ai presunti studi all’ Agenzia  e che non avevano permesso  che le prove  fossero consegnate all’ Iran. L’ Aiea non ha mai confermato la veridicità di questi studi . La R. I. dell’ Iran in base a quanto previsto dal work plan ha prodotto una relazione di 117 pagine contenenti le sue considerazioni e valutazioni  e lo ha consegnato all’ Agenzia , ma nonostante gli sforzi iraniani  il work plan non si concluse ma vi si  aggiunsero altre nuove asserzioni riguardanti  la possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano. Nello stesso tempo l’ AIEA nel pagrafo 4 del proprio documento aveva chiarito  che non vi era nessuna questione irrisolta o ambigua relativa alle passate attività nucleari iraniane.

–          Il 21 ottobre 2003 l’ Iran per provare la propria buona volontà e sincerità nel corso dei negoziati  con  la Troika europea ha proposto la volontaria sospensione dell’ arricchimento dell’ uranio e lo scambio dell’ uranio arricchito con le barre del combustibile, nonchè la stipula di un accordo  con l’ EU3. Inoltre l’ Iran dal 2004 ha aderito volontariamente al Protocollo aggiuntivo, nonchè al “ Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards” considerato il più alto impegno internazionale nei programmi nucleari  e il massimo grado di trasparenza riguardo al programma nucleare iraniano. Cionostante  dopo due anni e mezzo dall’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo, nel 2006 fu approvata una dura risoluzione  contro l’ Iran nel Consiglio di Sicurezza e seguita da altre ancor più severe. Nonostante l’ atteggiamento positivo di Teheran le controparti occidentali chiedevano il  definitivo arresto del programma nucleare  pacifico dell’ Iran , imponendo al governo iraniano richieste oltre i  patti internazionali e gli accordi precedentemente raggiunti ( ad es. la chiusura di tutti i centri di ricerca e universitari coinvolti nelle attività nucleari). Questo approccio  è stato ritenuto ostile dalla Assemblea  Consultiva islamica  che  di conseguenza ha sospeso l’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo impegnando il governo a proseguire l’ arricchimento sotto il controllo del’ AIEA.  Le collaborazioni iraniane con l’ Agenzia  vanno al di là dell’ adesione al Protocollo aggiuntivo, ad esempio la concessione di effettuare la visita al R&D delle centrifughe,  che per nessun paese è  obbligatoria. Una questione importante riguardo al Protocollo aggiuntivo è che da un punto di vista giuridico non è considerata obbligatoria la sua applicazione e infatti l’ Iran vi ha aderito in modo volontario. La stessa considerazione vale per il “Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards”  che è  una raccomandazione del Consiglio dei Governatori e non una parte giuridicamente  impegnativa del Trattato di Non Proliferazione.

–          L’ Iran ritiene che la produzione  e l’ utilizzo delle armi nucleari sia un errore strategico e non trovi alcuna giustificazione  di sicurezza o strategica e possa rendere il paese particolarmente vulnerabile nel quadro regionale. Numerosi esperti nucleari sono dell’ idea che se l’ Iran avesse inteso acquisire  armi nucleari, avrebbe dovuto utilizzare composizioni tecniche diverse e più utili dal punto di vista della tecnologia dell’ arricchimento. L’ Iran nel suo programma scientifico nucleare  ha bisogno di vaste collaborazioni con i paesi sviluppati in questo settore e la tendenza alla produzione di armi nucleari farebbe perdere al paese una chance importante in questo senso.

–          Le proposte iraniane o quelle di paesi terzi come il progetto  turco-brasiliano per lo scambio di combustibile oppure la costituzione  di un consorzio multilaterale per l’ arricchimento, si sono sempre scontrate con lo scettismo , la mancata collaborazione e l’ostracismo delle controparti occidentali . Ad es. l’ Iran nel febbraio 2010 e nel settembre 2011, per voce dello stesso Presidente della Repubblica.,  ha proposto di fermare la produzione di uranio arricchito al 20 % in cambio di barre di combustibile. La stessa proposta  fu avanzata ancora una volta dal Dr. Jalili, Capo negoziatore nucleare iraniano alla Sig.ra Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’ Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, in cambio di adeguate misure adottate dai 5+1, ma ancora una volta l’ Europa ha risposto alla buona determinazione iraniana   con nuove sanzioni.

L’ imposizione dei doppi standard nel disarmo regionale e internazionale

Oltre a quanto sinora esposto, l’ America e i suoi alleati anche per ciò che riguarda la questione del disarmo  e il raggiungimento di pace e stabilità regionali e internazionali adottano un approccio ambivalente. Dopo le esperienze tragiche  delle due guerre mondiali  e l’ utilizzo della bomba atomica su Hiroshiwa e Nagasaki , nonchè  gli esperimenti nucleari degli anni 90 condotti da alcuni Paesi, l’ utilizzo di armi di distruzione di massa  di qualsiasi genere e la corsa al riarmo  è considerata una seria preoccupazione  e una grave minaccia mondiale. Dopo vent’ anni dalla fine della Guerra Fredda  esistono nel mondo almeno 23 mila testate nucleari  con una forza esplosiva 150 mila volte maggiore  rispetto alle bombe americane lanciate sulle città giapponesi. Di queste testate nucleari  migliaia sono collocate nel territorio americano e in Unione Europea  e  questi armamenti ,  tuttora attivi , destano prooccupazione.  Tutto ciò mentre   il disarmo completo  dovrebbe essere considerato una obiettivo prioritario per l’ Umanità.Gli articoli 11 e 26 dello Statuto delle nazioni Unite pongono l’ accento sulle responsabilità e la giurisdizione dell’ Assemblea Generale e del consiglio di Sicurezzaper quello che riguarda la questione del disarmo. Sempre a questo proposito alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale come la n.  1378 e n. 2734 considerano il completo disarmo come obiettivo ultimo della società internazionale  e numerose conferenze  e convenzioni internazionali  lo  dichiarano apertamente ; tra esse il  NPT  del  1968, la Denuclearizzazione delle profondità marine del 1971, il Divieto degli esperimenti nucleari nella stratosfera  del 1963, Il Divieto dell’ utilizzo di armi chimiche del 1996, il divieto competo di esperimenti nuclerai dl 1996 ( New York) e il Controlo delle armi batteriologiche del 1993.

Gli Stati Uniti e alcuni Paesi detentori di armi nucleari anche in questi casi hanno adottato un doppio standard . Nel caso del Trattato di Non Proliferazione vi sono 3  obiettivi  fondamentali  ovvero il Disarmo, la non proliferazione e l’ acquisizione di tecnologie pacifiche e civili. Le potenze nucleari in pratica non hanno perseguito in modo equilibrato questi obiettivi e contravenendo agli articoli 3 e 4 del Trattato  resistono allo sviluppo delle tecnologie nucleari nei paesi in via di sviluppo. Questo atteggiamento  discriminatorio  dei paesi detentori di armi nucleari nei primi anni dopo la firma del TNP suscitò forti proteste da parte dei paesi non nucleari, tant’è che nella prima conferenza del Trattato nel 1975 vi furono formali proteste al riguardo.  La creazione di zone libere da armi nucleari in alcuni punti critici del mondo e la stipula di alcuni patti regionali e bilaterali  sono da considerarsi tra le iniziative atte al controllo e al disarmo  a livello regionale. Alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale dell’ ONU raccomandano fermamente  la creazione di zone libere  da armi nucleari in medio Oriente, Africa, Asia del Sud , Oceano Indiano e  nel Sud Pacifico. A questo proposito su  incoraggiamento delle Nazioni Unite e grazie alle partecipazioni regionali le zone libere da armi nucleari sono state create nel 1967 nell’ ambito del Trattato Tlateolco per  paesi dell’ America Latina e i Caraibi, nel 1985 nell’ ambito del Tratttao Rarotonga nei 13 paesi del Sud Pacifico, nel 1995 nell’ ambito del Trattato di Bangkok per 10 Paesi del Sud Est asiatico e nel 1996 nel quadro del Trattato Pelindaba per 45 paesi africani. Tuttavia purtoppo l’ ambiguità americana   e l’ approccio  discriminatorio con il Medio Oriente non ha permesso alla Comunità internazionale fino ad oggi di realizzare  l’ obiettivo del disarmo in forma completa . Gli Stati Uniti d’ America si sono spinti  al punto  di ostacolare palesemente  lo svolgimento delle conferenze internazionali  sul disarmo  e il divieto di armi nucleari in Medio Oriente  ( dichiarazioni di Victoria Noland, Portavoce del Dipartimento di Stato USA in merito alla Conferenza di Elsinki ) in aperto  contrasto con il TNP. Suscita altrettanta perplessità l’ atteggiamento americano nei trattati bilaterali  relativi al disarmo come la mancata collaborazione  nei Trattati Start 2 e Salt 2 – Strategic Arms’ Limitation Talks. Purtroppo gli USA e l’ Occidente in generale  hanno favorito  e mai impedito la diffusione , sia orizzontale che verticale , di questo tipo di armamenti , mentre è evidente che la loro  produzione, stoccaggio e sviluppo costituisce una minaccia seria e un crimine di guerra , premessa per un illecito internazionale.

Medio Oriente : esempio evidente di imposizione dei doppi standard

In base alle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza tra cui la 487 del 1981, la 687 del 1991, nonchè decine di risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu e considerando le realtà della regione, rendono  la creazione del Medio Oriente priva delle armi nucleari come una seria e inderogabile necessità. Queste realtà sono da mettere in relazione con il regime sionista  e la sua mancanza  di rispetto nei confronti degli impegni internazionali e dei principi umanitari. Il TNP conta 189 membri e sono pochi i paesi che non ne fanno parte. Il regime sionista nella regione medioorientale è l’ unico governo che non ha aderito al Trattato  nè rispetta gli obblighi dell’ AIEA, nè ha mai smentito  di essere in possesso di armi nucleari. In base ad una relazione  redatta da esperti ONU del 1982 questo regime dal 1969 ad oggi non ha permesso nessuna ispezione esterna al  sito di Mona; secondo la rivista britannica  Jane’s Defence, Israele è il sesto paese detentore di armi nucleari con un numero tra 100 e 300 testate nucleari, quasi come la Gran Bretagna,  e numerose piattaforme di lancio per missili  a lunga gittata. Mordechai Vanunu esperto nucleare israeliano aveva reso noto tutto ciò e le autorità del regime sionista non smentirono mai le sue dichiarazioni.

IL vasto uso del regime sionista  di armi proibite nei conflitti  nella Striscia di Gaza  contro una popolazione civile e i suoi atteggiamenti disumani e violenti in altri episodi conflittuali degli ultimi anni che hanno suscitato ripetute condanne nella comunità internazionale,  hanno trasformato  le minacce israeliane contro alcuni paesi della regione tra cui l’ Iran , e il rischio di un conflitto nucleare , da potenziali a concretamente  esistenti. La R. I. dell’ Iran dal 1974 ad oggi  in tutti i forum e organismi internazionali  ha incessantemente proposto la creazione di un Medio Oriente privo di ari nucleari. L’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 1994 al 2012  attraverso diverse risoluzioni  ha chiesto ad Israele di aderire al TNP  e di rispettarne lo Statuto e i princip. La stessa  AIEA dal 1987 al 1991, nel 2009  e nel 2011 ha ripetutamente chiesto ad Israele  di aderire al Trattato ed il Segretario Amanu in una lettera inviata ai membri dell’ Agenzia , ha chiesto  ai paesi membri di  incoraggiare  Israele in questo senso.

Come si può notare , un Medio Oriente  denuclearizzato, Il disarmo di Israele e la sua adesione al TNP sono richieste serie  della Società internazionale. Cionostante gli USA e i suoi alleatinon solo vengono meno al proprio dovere a questo proposito ma addirittura  si oppongono a queste richieste  , come testimonia l’ opposizione allo svolgimento della Conference di Elsinki nel dicembre del 2012.  Gli Stati Uniti inoltre , contravvenendo ai regolamenti  internazionali e ignorando le complessità  di  una regione cosi critica, nonostante l’ embargo internazionale  di armamenti,  rende disponibile  ogni anno al regime israeliano milioni di dollari in aiuti militari  e tecnologia nucleare.Il governo americano , nonostante la crisi economica , ha continuato a offrire aiuti militari per oltre 3 miliardi di dollari annui al regime sionista ( Discorso Obama all’ Aipac 4-3-12) . Anche nell’ ambito della NATO sono stati forniti  notevoli aiuti militari e materiali nucleari  ad Israele. Questi sono esempi evidenti della violazione del TNP , che negli articoli 1 e 3 vieta ai paesi militarmente nucleari di trasferire la tecnologia nucleare militare o armi nucleari  verso  altri Paesi.

Questo atteggiamento contradditorio  degli USA e dei loro alleati  suscita grande  perplessità nell’ opinione pubblica mondiale che ormai lo considera un tentativo di ostacolare , creando ambiguità, la realizzazione  dei naturali diritti per i Paesi in via di sviluppo ( Ayatollah Khamenei, la Guida della R. I. dell’ Iran , 1° Conferenza sul Disarmo e la Non Proliferazione , Teheran, 17-4-10).

Proposte                                    

Infine va ricordato che la garanzia della pace e della sicurezza internazionali richiede lo sforzo condiviso  della Comunità Internazionale, scevro dall’ imposizione di doppi standard. La R. I. dell’ Iran ha suggerito varie soluzioni in tema di disarmo , volte ad evitare  l’ indebolimento del TNP, come auspicato dalla Comunità internazionale.  Tra le proposte iraniane possiamo annoverare

–          la definizione di una tabella di marcia  che scadenzi  il disarmo totale  e che preveda le opportune verifiche;

–          l’ istituzione di una commissione d’ inchiesta  in seno all’ AIEA per determinare  quali Paesi forniscono  armi   e tecnologie nucleari  al regime sionista  o ad altri paesi non membri dell’ Agenzia;

–          l’ astensione dei Paesi membri  del TNP dalla collaborazione  con i paesi non membri  al fine di incoraggiare questi ultimi ad aderire al Trattato;

–          evitare il ricorso a minacce e pressioni  nel corso dei negoziati;

–          considerare il Trattato  nella sua integrità evitando un approccio parziale e selettivo;

–          introdurre correzioni  efficaci  nei punti di debolezza del Trattato  , come ad es. l’ inserimento  di precisi vincoli  per i Paesi militarmente nucleari o la salvaguardia  del diritto  di avvalersi  della tecnologia nucleare civile;

–          salvaguardare l’ indipendenza  e il prestigio dell’ Agenzia , adottando  meccanismi tali da impedire  ai paesi  nucleari o ad organismi politici  di  condizionarne le decisioni;

–          accettare la  comune responsabilità e concretizzarla in azioni pratiche

–          eliminare le armi nucleari  dalla dottrina di difesa  dei paesi militarmente nucleari  e rimuovere  questo tipo di armamenti  dai paesi non nucleari;

–          concedere garanzie  ai Paesi non nucleari fino al raggiungimento del completo disarmo, attraverso negoziati   che portino alla sigla  di un Accordo internazionale vincolante , dotato di un efficace meccanismo di verifica.

–          Perseguire gli accordi  siglati nella dichiarazione finale della Conferenza AIEA del 2000 sul Diritto irrinunciabile di tutti i Paesi per l’ utilizzo pacifico di questa energia;

–          Cambiare il  meccanismo del bilancio nelle collaborazioni tecniche dell’ Agenzia  per l’uso pacifico della tecnologia nucleare da un contributo volontario ad uno obbligatorio con la definizione del contributo dovuto per ciascun paese;

–          Impiegare ogni sforzo  al  fine di  estendere il TNP a tutti  paesi del mondo;

–          Imporre una sorveglianza costante e vincolante dell’ Agenzia  nei confronti dei siti  nucleari del regime sionista;

–          Apportare alcune modifiche strutturali  nell’ AIEA e nel suo Statuto ( cambiare il numero dei membri , il numero dei seggi del Consiglio dei Governatori o il meccanismo di elezione  del Direttore Generale ) per rendere accessibile un maggior numero di paesi nei meccanismi decisionali;

–          Abbandono  dell’ imposizione di doppi standard che in questo momento penalizzano un paese membro  come l’ Iran , che fatica  nel l’ ottenere il riconoscimento  dei diritti sanciti dal Trattato e premia paesi che non solo non sono membri del TNP, ma che si sono resi colpevoli di crimini gravissimi.

Conclusioni

I doppi standard  americani applicati anche da alcuni paesi dotati di armamenti nucleari nei confronti del programma nucleare iraniano sono stati intrapresi   in vari ambiti: temporale, geografico e concettuale, infatti sono stati adottati  approcci diversi verso il programma nucleare iraniano rispetto al periodo precedente e successivo alla Rivoluzione islamica, atteggiamenti discriminatori nei confronti  del programma nucleare di paesi  diversi della stessa regione geografica, laddove gli americani invece di facilitare l’ acquisizione di tecnologia civile da parte dell’ Iran, paese membro del Trattato, hanno fornito facilitazioni  a paesi non membri;  infine un doppio standard  è stato applicato anche nella applicazione   del Trattato di Non Proliferazione: alcuni aspetti sono stati evidenziati  e valorizzati mentre altri quasi del tutto ignorati, e questo in base alle convenienze del momento e ad interessi di parte.

La chiave fondamentale per la soluzione  della questione nucleare iraniana quindi  appare essere  l’ intraprendere nuove iniziative  all’ insegna della collaborazione e condivisione , che  si sostituiscano alle pressioni, minacce e doppi standard che finora hanno caratterizzato la storia di questa  vicenda. Sarebbe auspicabile infine e soprattutto che il disarmo nella regione medio orientale e totale  nel mondo,  venga considerato  tra le priorità assolute della comunità internazionale .

Che succede a Teheran

Ali Larijani

La situazione politica interna dell’Iran ha fatto passare in secondo piano la storica visita di Ahmadinejad al Cairo in occasione di un summit di Paesi islamici. È la prima visita ufficiale di un presidente iraniano in Egitto dal 1979. Ma i primi segnali dall’Egitto non indicano grandi novità circa gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Teheran e Il Cairo possono anche non essere più nemici, ma parlare di amicizia è quanto meno prematuro. Troppe grandi le distanze su questioni importanti, come ad esempio la crisi in Siria. È bene anche ricordare che i Paesi arabi del Golfo, avversari storici dell’Iran, sono i principali partner commerciali dell’Egitto, che in questa fase non può permettersi pericolose inversioni di rotta.

Lo scontro Ahmadinejad-Larijani

Domenica 3 febbraio in parlamento si è consumato uno scontro durissimo fra Ahmadinejad e il presidente dell’assemblea Larijani. Il majles ha votato ad ampia maggioranza (192 voti contro 56, con 24 astensioni) per rimuovere il ministro del Lavoro Abdolreza Sheikholeslami, respingendo un appello di Ahmadinejad che si era appositamente recato in aula per difendere l’operato del suo ministro, colpevole di non aver voluto rimuovere Saeed Mortazavi, controverso consigliere del presidente, da un importante incarico di governo (Capo dei Fondi per la sicurezza sociale).

[youtube]http://youtu.be/8Jl3r2tjDZA[/youtube]

Presidente e speaker si sono scambiati accuse pesantissime. Ahmadinejad ha anche tentato la “carta segreta”, facendo ascoltare in aula delle registrazioni audio  che proverebbero un tentativo di corruzione da parte della famiglia Larijani nei confronti dello stesso Mortazavi. Però il colpo di teatro si è rivelato un autogol, perché l’audio era incomprensibile e Larijani è passato al contrattacco, alludendo a contatti ambigui da parte di parenti di Ahmadinejad (chiaro riferimento al controverso Esfandiar Rahim-Mashai, consuocero e braccio destro del presidente) con elementi della “sedizione”.

[youtube]http://youtu.be/Dwos_KUmeTY[/youtube]

A quel punto Ahmadinejad avrebbe voluto replicare, ma Larijani lo ha invitato ad abbandonare l’aula perché il parlamento doveva votare sul ministro del Lavoro.  L’uscita di scena di Ahmadinejad è stata impietosa.

L’arresto di Mortazavi

Nemmeno 36 ore dopo, Saeed Mortazavi è stato arrestato e condotto nel carcere di Evin. Mortazavi,  procuratore generale di Teheran fino al 2009, è indagato per la morte in carcere di alcuni manifestanti arrestati durante le proteste seguite alle presidenziali di 4 anni fa. Il fatto che sia arrestato solo adesso, dice molto circa gli attuali rapporti di forza all’interno del sistema.

Chi dopo di lui?

Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica islamica? La Guida Khamenei incaricato  tre persone di fiducia di trovare il candidato capace di tenere insieme le varie anime del sistema. La troika è composta da Ali Akbar Velayati (consigliere di Khamenei), Mohammad-Baqer Qalibaf (sindaco di Teheran), e Gholam Ali Haddad Adel (parlamentare nonché parente di Khamenei).

 

E il nucleare?

Dopo mesi di stasi, un segnale sulla querelle nucleare: il 26 febbraio ci saranno nuovi colloqui tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina e Russia) ad Astana, capitale del Kazakhstan. La difficoltà nel trovare un accordo su sede e data degli incontri, non fa ben sperare sull’esito dei colloqui.

Intervista sull’Iran

Giovanna Canzano intervista Antonello Sacchetti

Giovanna Canzano intervista Antonello Sacchetti, autore di Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia. Si parla di Iran, di cultura persiana, di nucleare e diritti umani.

Intervista realizzata domenica 25 novembre 2012 a Roma.

 

[youtube]http://youtu.be/n–S23oChCE[/youtube]

Iran. Non solo un programma nucleare

Convegno Iran

«Non sta a noi dire se il velayat-e faqih sia legittimo o meno, se la Repubblica islamica sia il sistema migliore per l’Iran: spetta agli iraniani! Troppo spesso i giudizi sull’Iran sono condizionati da un profonda sfiducia nei confronti degli iraniani. Come se la soluzione ai problemi del Paese non possa che venire da fuori. E questo non è giusto. Nella società persiana ci sono molte più risorse di quante si pensi comunemente». L’intervento finale del senatore Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, è forse il contributo più interessante del convegno Iran. Non solo un programma nucleare. La crisi sociale, economica e la questione dei diritti umani, tenutosi il 30 gennaio presso l’Associazione della Stampa Estera in Italia.

Marcenaro ha inoltre sottolineato come probabilmente in Italia si abbia una percezione inesatta delle elezioni presidenziali di giugno: «Al momento non sembrano esserci i presupposti per una partecipazione come quella del 2009. Probabilmente sarà un passaggio importante ma non come lo fu quattro anni fa». Ha poi ribadito la sua posizione anche sui diritti umani: «Avevo lavorato con l’ambasciata iraniana per una missione in Iran della commissione: ne sono convinto, non c’è altra via che quella delle relazioni».

Il convegno era iniziato con qualche confusione del senatore Marco Perduca che per due volte aveva parlato di “candidati al parlamento iraniano”, quando in Iran per il majles si è votato l’anno scorso, mentre a giugno ci sono le presidenziali.. Ma va bene, questo sembra offrire il convento e tutto sommato c’è di peggio.

È però evidente la differenza, anche al tavolo del convegno in questione, tra chi in Iran c’è stato e chi ne parla senza averci mai messo piede. Anche chi è intervenuto sui diritti umani e sulla libertà d’opinione, con tutta la buona volontà e la buona fede del mondo, ha detto cose giuste e condivisibili. Ma chi – iraniano o italiano – in Iran c’è stato, ha sempre uno sguardo diverso, più vicino alla realtà delle cose e al cuore delle persone.

Alberto Negri ha fornito un quadro catastrofico dell’economia iraniana. Oggi Teheran esporta il greggio principalmente in 4 mercati: Cina, Corea de Sud, Giappone e India. Con l’oro nero si paga tutto; se ci sono problemi nella distribuzione del greggio, ne risente tutta l’economia nazionale. Oggi l’inflazione reale è intorno al 50%. L’indicatore più evidente è la svalutazione del rial: un anno fa per un dollaro si compravano 10.000 rial, oggi ne servono più di 38.000. La svalutazione del 70/80% della moneta ha messo in ginocchio l’economia iraniana.

Il taglio dei sussidi di qualche anno fa ha cambiato la geografia sociale dell’Iran. Oggi Ahmadinejad sembra proporre una “carta sociale”, probabilmente per lanciare un candidato a lui omologo (il nome più probabile resta quello di Mashai, NDR).

L’obiettivo sarebbe arrivare a nuove forme di sussidio per le fasce più povere, dando tra i 20 e i 30 dollari al mese a famiglia. Il che porterebbe inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione.

Significativo il rapporto tra Iran e Cina: nel 2011 è stato siglato un accordo in base al quale il 40% dell’export persiano in Cina viene pagato in yuan e compensato attraverso l’acquisto di beni cinesi, per lo più di pessima qualità. In questo modo, Pechino scarica sull’Iran beni che non potrebbe vendere altrove. Ad esempio, la maggior parte della auto iraniane hanno freni cinesi all’amianto, o vernici tossiche, fuorilegge quasi ovunque.

Negri avverte: «Comunque vada a finire la questione nucleare, le sanzioni difficilmente saranno rimosse del tutto. E questo non condiziona soltanto l’economia dell’Iran: basti pensare che al momento l’Italia esporta in Iran beni per 1,5 miliardi di dollari, quando ne potrebbe esportare fino a 10 miliardi».

La registrazione audio integrale del convegno – Da Radio Radicale

MKO. Chi sono

MKO. Chi sono. Il 22 settembre 1980, Saddam Hussein decideva di invadere l’Iran. Era l’inizio di una lunga e terribile guerra (“guerra imposta”, la chiamano gli iraniani) che sarebbe terminata soltanto con il cessate il fuoco del luglio 1988. Le stime ufficiali parlano di 750mila caduti tra i combattenti iraniani e 250mila tra quelli iracheni.

L’Iraq di Saddam è armato dall’Occidente con armi chimiche e di distruzione di massa. Quelle stesse armi per le quali, nel 2003, gli Usa scateneranno una guerra per liquidare l’ex alleato. In questa cupa ricorrenza, gli Usa, per mano del segretario di Stato Hillary Clinton, hanno deciso di togliere l’MKO (Mojaheddin del popolo) dalla lista nera delle formazioni terroristiche. L’MKO che allora scelse di stare con Saddam contro l’Iran.

I Mojaheddin del popolo (MKO)

Formazione nata in Iran a metà degli anni Sessanta. La loro ideologia è un mix di marxismo e islamismo e propugnano la lotta armata. Partecipano attivamente alla rivoluzione contro lo scià nel 1979 e in seguito diventano acerrimi nemici dei khomeinisti. La propaganda ha affibbiato loro un soprannome pesante: monafeqin, ipocriti. A loro sono attribuiti diversi attentati terroristici che nei primi anni Ottanta insanguinarono il Paese. I mojaheddin fuggirono in Iraq e furono addestrati dall’esercito di Saddam proprio negli anni della guerra. Un mese prima della firma dell’armistizio, nel 1988, gruppi di mojaheddin varcarono la frontiera per rovesciare la Repubblica islamica. Vennero quasi tutti massacrati dall’esercito iraniano e dai Guardiani della rivoluzione.

 

Alleati di Saddam

Dalla fine degli anni Ottanta l’MKO compie poche azioni in Iran e mantiene la propria base in Iraq, nel campo militare di Ashraf. Dopo l’invasione Usa del 2003, quel campo viene smilitarizzato e le 3.500 persone che vi abitano divengono ospiti piuttosto sgraditi al nuovo governo iracheno. Perché va precisata una cosa: l’MKO è stato complice consapevole e attivo del regime di Saddam Hussein. Ci sono prove pesanti sulla partecipazione dell’MKO al massacro di Halabja del marzo 1988, quando almeno 5.000 curdi vengono massacrati con le armi chimiche.

Longa manus

Sono stati i mojaheddin del popolo a far trapelare il dossier del nucleare e a loro sono attribuiti gli omicidi di cittadini iraniani  coinvolti nel programma nucleare. L’MKO in patria non gode di alcuna simpatia tra la popolazione, nemmeno tra gli oppositori del sistema politico della Repubblica islamica.

Atomo e pregiudizio

Atomo e pregiudizio. Cosa sanno gli italiani dell’Iran e della questione nucleare?  Un documentario di Antonello Sacchetti e Ilaria Vitali. 

In giro per le strade di Roma, abbiamo rivolto tre domande a passanti, negozianti e persone comuni: cosa ti fa venire in mente la parola Iran? Sei a conoscenza delle sanzioni varate dall’Unione europea contro la Repubblica islamica? Sai che Israele ha un arsenale di circa 300 testate nucleari?

Ecco cosa ne è venuto fuori.

[youtube]http://youtu.be/WOKnla9Vuuc[/youtube]

Israel loves Iran

Storia di una campagna di pace

Di Antonella Vicini. tratto da Resetdoc.org http://www.resetdoc.org/story/00000022082 

Su Facebook sono più di 85mila e hanno i volti di giovani, adulti e bambini; uomini e donne; iraniani e israeliani, ma anche di americani, tedeschi, polacchi, libanesi e italiani. Nessuno di loro è pronto a morire in una guerra che non li rappresenta e che non vogliono. “Not ready to die in your war” è il loro slogan che sta facendo il giro della rete ormai da alcuni mesi con un salto dal mondo virtuale a quello reale, visto che per le strade di Tel Aviv, alle fermate dei bus, campeggiano cartelloni pubblicitari con questo stesso motto.

Il suo ideatore è Ronny Edry, un padre, un insegnate e un graphic designer, come si definisce lui stesso, ma soprattutto un cittadino israeliano che ha messo su una massiccia “campagna di pace” attraverso la rete, secondo il principio che “la pace deve essere virale”. L’obiettivo dichiarato è di fare pressioni sui propri governanti e, molto più in generale, dare voce alla gente comune, coloro che in prima persona pagherebbero le conseguenze di un’eventuale azione militare israeliana contro l’Iran.

“Ci sono milioni di persone che saranno danneggiate. Saremo arruolati, dovremo combattere, perdere le nostre vite, i nostri cari. Noi, genitori di Tel Aviv e di Teheran ci rifugeremo con i nostri figli e pregheremo che i missili non ci colpiscano. Ma loro cadranno da qualche parte, su qualcuno”.

Questo è lo scenario che prende forma nel messaggio allegato alle fotografie di tutti coloro che stanno prendendo parte all’iniziativa, mettendoci letteralmente la faccia. Ci sono Sheida, Noushin, Sahand; Sepehr, Mohammad; Elmira, Sajad e Syrus dal’Iran, ma anche Tali, Leni, Yaakov e figli, Daria, Maureen e Hadil da Israele. E poi Noémie dalla Francia, Andrew dall’Australia, Sara dal Canada; Gabriel e Santiago dal Messico, Vera dalla Svizzera, Mohamed dal Sudan e Francesca e Filippo dal’Italia. E tanti, tanti, altri. Sorrisi, saluti, un bacio al proprio figlio o al proprio gatto; una linguaccia. Momenti di vita ritratti a testimoniare che non si è pronti a morire nella “loro guerra”.

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Allarme AIEA: l’Iran ha raddoppiato la capacità nucleare

Poche ore alla conclusione del vertice dei Paesi non allineati in corso a Teheran e l’Aiea, l’Agenzia Onu per l’energia atomica, lancia un nuovo allarme contro il programma nucleare dell’Iran che avrebbe addirittura raddoppiato la propria capacità di arricchimento dell’uranio nel sito di Fordow e fatto sparire 5 edifici da quello di Parchin, senza consentire l’ingresso degli osservatori. Dure le reazioni di Usa e Francia, che chiede nuove sanzioni. La Germania esorta Israele a stemperare gli animi. Da parte sua, il governo iraniano respinge tutte le accuse. Al microfono di Cecilia Seppia, il commento di Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

R. – Mi sembra che, di fatto, non vi siano grosse novità, rispetto al rapporto precedente, cioè quello di maggio. C’è la questione del sito di Parchin, che è controversa. In base allo stesso accordo di non proliferazione, non è detto che quel tipo di sito per forza debba essere aperto alle ispezioni. E’ uno dei punti che prevederebbe il famoso protocollo addizionale, che Teheran però non ha sottoscritto. Sul fatto che la capacità nucleare sia addirittura raddoppiata direi che sia anche normale che, se qualcuno sta producendo qualcosa e non smette di produrlo, non viene fermato, alla fine, di fatto, arrivi a una capacità di produzione migliore.

D. – Dopo questo rapporto, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di volere ancora scegliere la diplomazia per trattare con l’Iran, ma ribadiscono che la pazienza sta per finire. Molto dura anche la reazione di Parigi, che chiede nuove sanzioni. La fase interlocutoria del dialogo potrebbe subire uno stop?

R. – No, non credo possa finire adesso. Non può finire adesso, perché gli Stati Uniti tra pochi mesi votano. La vedo veramente difficile che Obama possa imbarcarsi ora in un’avventura come quella di dare luce verde a un’azione unilaterale da parte di Israele contro l’Iran.

D. – Eppure, ciclicamente, si palesa la paura che Teheran possa dotarsi di una bomba atomica…

R. – Parliamoci chiaro, l’Iran non ha la bomba e molto difficilmente potrebbe avercela. E’ assolutamente impossibile che possa avere una capacità nucleare, che possa competere con nazioni che hanno la bomba da decenni. Ora, perché questo problema? L’Iran sta sfruttando da qualche anno l’ambiguità sulla questione per ottenere qualcosa, cioè per ottenere ovviamente un riconoscimento internazionale e per tranquillizzarsi rispetto al suo futuro, anche economico.

D. – Quello che stupisce, però, sono anche le dichiarazioni di Teheran al vertice dei Paesi non allineati che, tra l’altro, si conclude oggi: la non ingerenza nelle questioni interne, il no alle sanzioni unilaterali, la richiesta di non proliferazione per Israele. Insomma, la posizione dell’Iran è piuttosto nitida, però è vero anche che sta portando avanti la teoria dei due pesi e delle due misure…

R. – Sì, d’altra parte Teheran dice: noi siamo accusati di avere un arsenale nucleare, da un Paese che ce l’ha – cioè Israele – e non aderisce al trattato di non proliferazione, con ciò affermando una cosa semplicemente vera. Il vertice dei non Allineati però ha avuto così conseguenze anche inaspettate. Un iraniano ha fatto una battuta e ha detto: “La Repubblica islamica ha speso 100 milioni di dollari per farsi un autogol”. E’ stato clamoroso, tra l’altro, negli interventi di ieri – cioè dopo quello della guida suprema e quello del presidente egiziano Mursi – che hanno effettivamente mandato gambe all’aria le carte che aveva predisposto Teheran, perché di fatto non ha avuto quell’impatto di propaganda che sperava, chiedendo ai Paesi non allineati solidarietà per le sanzioni unilaterali. Il fronte di quei Paesi, però, è talmente eterogeneo che è molto difficile, se non impossibile, che Teheran possa avere un ruolo di guida nei prossimi anni.

D. – Come leggere questo sodalizio tra l’Iran e l’Egitto? Perché è vero che Mursi è stato molto duro contro il regime siriano, ma potrebbe esserci qualche risvolto nella troika che dovrebbe arrivare in Siria, e che in realtà comprende Iran, Egitto e Venezuela?

R. – Il rapporto tra Egitto ed Iran è sicuramente un rapporto affascinante, nel senso che per 30 anni e oltre non si sono parlati. E’ anche vero, tuttavia, che è un riavvicinamento competitivo, nel senso che è chiaro che Il Cairo con Mursi tende a riacquistare quel prestigio, quella leadership all’interno dei Paesi musulmani, che non ha avuto più poi per tanto tempo. Riguardo alla Siria, io credo sia impossibile affrontare in modo serio la questione siriana, senza un coinvolgimento effettivo dell’Iran. Fu così anche ai tempi dell’Afghanistan.

Ascolta l’audio dell’intervista

 Scarica il Rapporto AIEA del 30 agosto 2012

Vertice dei non allineati

Tutto si può dire tranne che il summit dei Paesi non allineati (NAM) sia noioso. Se non si fosse tenuto a Teheran, probabilmente nessuno gli avrebbe dato peso. Per la Repubblica islamica è stata l’occasione per rilanciarsi in campo internazionale ergendosi a leader di un fronte quanto mai eterogeneo. L’organizzazione raccoglie 120 Paesi ma ormai da molti anni ha perso l’energia dei tempi in cui i vari  Tito, Nehru e Nasser cercavano uno spazio tra Usa e Urss. L’Egitto ha presieduto il NAM negli ultimi tre anni; per i prossimi due toccherà all’Iran. Ma è improbabile che Teheran riesca ad avere una leadership politica effettiva.

La Guida Khamenei, nel discorso di apertura, ha citato la Conferenza di Bandung del 1955 quasi a rievocare lo spirito originario dell’organizzazione.  Ha poi aggiunto: “Nel recente passato siamo stati testimoni del fallimento delle politiche dell’era della Guerra  Fredda e dell’unilateralismo che ne è seguito. Imparata la lezione da questa esperienza storica, il mondo è ora in una fase di transizione  verso un nuovo ordine internazionale e il movimento dei Non Allineati  può e deve giocare un ruolo”.

Khamenei ha poi definito il Consiglio di sicurezza Onu una “struttura illogica, ingiusta e non democratica”. Dopo le solite accuse a Israele e Stati Uniti, ha poi ribadito che l’Iran non rinuncerà al nucleare civile.

 

Effetto Morsi

La presenza del neo presidente egiziano Mohamed Morsi è un evento storico. Egitto e Iran non hanno relazioni diplomatiche dal 1979 e in passato tra i due Paesi ci sono stati momenti di forte attrito. A Teheran ancora oggi una piazza è intitolata a Khalid al-Islambuli, l’uomo che nel 1981 uccise il presidente egiziano Sadat, reo di aver firmato la pace con Israele.

Morsi ha definito l’Iran un “Paese fratello”, ma ha poi suscitato notevole imbarazzo invocando il sostegno del NAM alla lotta del popolo siriano contro il regime di Assad. La delegazione di Damasco ha abbandonato la sala, mentre i media iraniani hanno censurato l’intervento.

Ban Ki Moon critica Tehran

Non meno importante l’intervento del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Usa e Israele avevano fortemente criticato la sua scelta di partecipare alla conferenza (il premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva addirittura definito il summit “una macchia per l’umanità”), ma la sua presenza è stata tutt’altro che decorativa. L’opposizione iraniana all’estero gli chiedeva di  fare pressione per la liberazione di Mousavi, ancora agli arresti domiciliari (e reduce da un intervento cardiochirurgico nei giorni scorsi). Moon ha criticato la Repubblica islamica per la sua intransigenza nella querelle nucleare. “L’Iran adempia alle risoluzioni Onu, Israele smetta di minacciare la guerra”, questo, in sostanza, il messaggio.

Iran: terremoto fisico e politico

Anna Vanzan ha pubblicato sul Giornale di Brescia di oggi un’interessante analisi della situazione politica iraniana. Ecco come il terremoto che ha colpito la regione nord occidentale del Paese sta influendo sui destini della Repubblica Islamica.

Scrive Vanzan:

Le catastrofi naturali sono banchi di prova per i governi dei paesi, così il terremoto che ha duramente colpito l’Iran occidentale lo scorso 11 agosto sta mettendo a nudo una serie di defaillance nella direzione della Repubblica Islamica, accusata sia di essere intervenuta con mezzi esigui a soccorso delle popolazioni colpite, sia di non aver dato tempestivi e ampi resoconti della disgrazia.

Il terremoto giunge ad acuire le sofferenze di una popolazione sempre più stremata da quella che è la peggior crisi economica da quando è stata varata la Repubblica Islamica, perfino peggiore di quella causata dalla lunga guerra contro l’Iraq negli anni ’80. La valuta nazionale (rial) è al minimo storico, e chi può investe il proprio denaro in valuta straniera, oro e proprietà immobiliari, svuotando le banche, dove i conti correnti valgono metà rispetto allo scorso anno. D’altro canto, il prezzo della vita è aumentato in modo esorbitante, e l’Iran sta soffrendo quella che viene chiamata “la crisi del pollo”: il volatile, che costituisce l’alimento base della dieta iraniana, ha visto il proprio prezzo triplicare in meno di un anno, e molti iraniani ormai non se lo possono più permettere. Tiene ancora bene il prezzo dell’altro cibo immancabile sulle tavole iraniane, il riso, che l’Iran compra dall’India in cambio di petrolio.

Continua a leggere sul blog  di Anna Vanzan:  Iran: terremoto fisico e politico | Anna Vanzan.

L’Iran e la crisi in Siria

Iran

L’Iran e la crisi in Siria. Giovedì 9 agosto Teheran ha ospitato un vertice con 29 Paesi sulla crisi siriana. Radio Vaticana mi ha intervistato su questo summit e sul ruolo dell’Iran nella crisi siriana.

Ecco il testo dell’intervista. Per ascoltare l’audio clicca qui.

R. – E’ sicuramente un tentativo di uscire da un isolamento, per l’Iran, un isolamento diplomatico, internazionale e di geopolitica. Per molti mesi Teheran ha continuato a dire che mentre altre “primavere arabe” – come quella egiziana – avevano un movimento popolare alla base, in Siria si trattava, invece, di un complotto. Adesso ha cambiato prospettiva, ha cambiato atteggiamento. Si tratta, insomma, di un tentativo di porre fine o di porre comunque rimedio a una situazione che è molto preoccupante per la stessa Teheran.

D. – Bisogna sottolineare che ci sono grossi interessi in campo per quanto riguarda l’Iran in Siria…

R. – Sicuramente. La Siria è l’unico Paese con cui l’Iran ha un’alleanza militare, un alleanza strategica. Ma credo che non ci sia soltanto questo: credo che siano in atto delle dinamiche sotterranee molto importanti. L’appello di Salehi, il ministro degli Esteri – e secondo alcuni il possibile vincitore delle prossime elezioni presidenziali del 2013 – è un appello che per certi versi è anche molto sorprendente per le parole che ha usato: ha parlato di diritti, del diritto del popolo siriano alla democrazia, alla libertà e a libere elezioni. Il che fa molto pensare….

D. – Certamente non mancano delle frizioni tra l’Iran e la Comunità internazionale e questo soprattutto a causa del suo programma nucleare. Ma questa iniziativa può aiutare Teheran a far scendere la tensione o può addirittura peggiorare la situazione?

R. – Io credo che possa servire. Vorrei anche ricordare che in passato l’Iran ha giocato ruoli importanti in altre crisi internazionali: in Afghanistan fu uno dei Paesi più attivi e non solo nel momento della guerra ai talebani, ma anche poi nella successiva Conferenza di Bonn per gli aiuti. L’Iran, quando vuole e quando è messo in condizione di farlo, può giocare un ruolo diplomatico anche molto importante. Va anche detto che, secondo me, l’errore è stato fatto dall’Occidente quando due mesi fa è stato chiesto che l’Iran non partecipasse ai primi incontri. Qui è chiaro che si tratta di una partita molto, molto aperta. Bisogna vedere ora quali saranno le prossime mosse.

D. – L’Iran sciita appoggia il presidente siriano e si propone come mediatore di pace; la Turchia sunnita, invece, sostiene i ribelli. E proprio qui è in arrivo Hillary Clinton: insomma Teheran ed Ankara si confermano attori non solo della crisi siriana, ma – possiamo dire – dell’intera regione…

R. – Sì, volendo andare indietro nella storia, potremmo risalire a rivalità secolari tra Ottomani e Persiani. In realtà è interessante notare come oramai da qualche anno gli attori più attivi e più dinamici dello scenario mediorientale siano Paesi non arabi: siano la Turchia, la Persia e Israele ovviamente. Se noi pensiamo allo scenario mediorientale di 30 anni fa, vediamo come altri Paesi in questo momento siano fuori gioco o comunque in un piano secondario. Sicuramente si scontrano interessi diversi. Io sono sempre abbastanza restio a credere che si tratti di interessi legati alla religione, anche perché l’Iran, nel corso della sua storia e parlo della Repubblica Islamica, ha sempre dimostrato di avere una politica estera molto pragmatica e a tratti anche molto cinica, ma non ideologica.

 

 

Cosa è successo a Mosca tra Iran e 5+1

Ultime notizie sul nucleare iraniano. Nulla di fatto nei colloqui di Mosca. Vertice tecnico a Istanbul il 3 luglio

Il vertice di Mosca tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna più la Germania) sul nucleare iraniano, svoltosi a Mosca il 18 e 19 giugno, non ha prodotto nessun risultato. Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea e coordinatrice del 5+1, ha annunciato che un “gruppo di lavoro” si riunirà a Istanbul il 3 luglio per “capire più chiaramente qual è la posizione iraniana”. Dovrebbero poi seguire incontri ”a livello di segretari”, quindi di vice negoziatori, e poi un vertice tra la Ashton e il capo negoziatore iraniano Said Jalili.

Tempi e modalità di questi incontri sono tutti da decifrare. La sensazione è che l’appuntamento per il 3 luglio a Istanbul sia il modo per evitare la completa rottura dei negoziati avvenne nel gennaio 2011, a cui seguirono 15 mesi di stallo totale.

La Ashton ha parlato di “considerevole distanza fra le posizioni delle due parti”, ma ha ribadito la volotnà del gruppo 5+1 di “percorrere tutta la strada della diplomazia” per risolvere la crisi.

Jalili ha invece definito i colloqui di Mosca “più seri e realistici” dei precedenti e ha ribadito che non c’e’ motivo di dubitare sulla natura meramente civile e pacifica del programma nucleare iraniano colpito da sei risoluzioni dell’Onu da lui definite “illegali”.

Compiti a casa

Facciamo un passo indietro. Perché si è passati dall’ottimismo (quasi entusiasmo) del vertice di Istanbul del 14 aprile all’impasse dei vertici di Baghdad e Mosca? Gli iraniani si erano presentati già a Baghdad con un ventaglio di 5 proposte, comprendenti anche misure relative alla crisi in Siria. Dall’altro lato, non c’è stato nessun  passo in avanti. Non solo: gli iraniani accusano i 5+1 di non aver risposto alle ripetute richieste di un incontro preparatorio al summit di Mosca. Solo a pochi giorni dal summit la Ashton e Jalili erano riusciti ad avere un colloquio telefonico.

La scorsa settimana era circolata la voce che gli Usa sarebbero stati disponibili ad alleggerire le sanzioni se l’Iran avesse limitato l’arricchimento dell’uranio al 5% (e non al 20%) e avesse consentito nuove e maggiori ispezioni. Ma questa proposta non è mai arrivata: è rimasto il vecchio “prendere o lasciare”: rinuncia all’arricchimento dell’uranio, chiusura dell’impianto sotterraneo di Fordow e via libera alle ispezioni.

Teheran invece, come base di partenza, vuole un esplicito riconoscimento al proprio diritto di arricchimento a fini civili. E avrebbe gradito un alleggerimento delle sanzioni sui ricambi per la propria aviazione civile. Per la prima volta, negli ultimi giorni, i media iraniani parlavano di una possibile rinuncia di Teheran all’arricchimento dell’uranio al 20%  e in apertura del vertice, da Mosca era trapelato un cauto ottimismo.

Ma sono bastate poche ore per capire che non si sarebbe arrivati a nulla.

In questo contesto, l’unica certezza è che dal 1° luglio scatta anche l’embargo dell’Ue sul petrolio iraniano.

Evidentemente Usa e 5 + 1 vogliono stringere ancora di più il cappio al collo dell’economia iraniana, credendo di avere così maggiore potere contrattuale.

 

Nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Nuove sanzioni Usa contro l’Iran

Il Congresso degli Stati Uniti ha approvato quasi all’unanimità nuove sanzioni contro chi permette all’Iran di vendere o trasportare petrolio allo scopo di contrastare il programma nucleare della Repubblica islamica. E se Teheran costruirà armi atomiche, ha detto ieri in Israele il segretario statunitense alla Difesa Leon Panetta, gli Stati Uniti hanno “opzioni da portare avanti”. Ma il premier israeliano Netanyahu ha considerato queste dichiarazioni insufficienti perché – ha affermato – l’Iran vuole costruire bombe per annientare lo Stato ebraico. Ci sono dunque venti di guerra tra Israele e Iran? Davide Maggiore lo ha chiesto ad Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

 

R. – Io direi che in realtà questi venti di guerra non sono mai cessati. E’ un clima che continua ormai da anni e probabilmente negli ultimi 8-10 mesi si è fatto più pesante. Oltre a questo viaggio di Panetta, io ci metterei anche l’ultimo turno di sanzioni che sono state approvate dagli Stati Uniti, perché impone una serie di limitazioni e di penalizzazioni nei confronti dell’Iran veramente pesantissime: quando si colpisce il settore petrolifero iraniano, si colpisce il cuore dell’economia iraniana. Quindi non è soltanto un aspetto dell’economia del Paese! Direi che la situazione, sì, è più tesa rispetto a qualche settimana fa.

 

D. – Un’esplicita opzione militare può essere esclusa?

 

R. – Qui l’aspetto della questione è un pochino più complicato: c’era una battuta riportata dai quotidiani israeliani in cui si parlava di un eventuale aumento dell’Iva in Israele e un commentatore abbastanza noto diceva “questa è la prova che la guerra all’Iran non si farà!”. E questo perché Netanyahu non potrebbe sostenere due crisi in contemporanea: da una parte aumentare l’Iva e dall’altra fare anche una guerra. E’ forse poco più di una battuta, ma qualcosa di vero probabilmente c’è. Probabilmente anche questa ipotesi lasciata sempre lì sul tavolo dell’attacco, del raid sull’Iran è una minaccia che viene ogni tanto fatta per tenere calda una opzione, ma che in realtà consente poi di scegliere. Come opzione – in teoria – più leggera ci sono le sanzioni e altri tipi di intervento. Sinceramente non sono molto convinto che da qui alle elezioni statunitensi – e quindi novembre – ci sarà qualche novità in questo senso.

 

D. – Questa insistenza di Netanyahu che dice – ad esempio – “non consentirò agli ayatollah di distruggerci” può essere quindi vista come una mossa più che altro a fini di politica interna?

 

R. – Sì e non solo di politica interna, anche di politica internazionale. Continuare ad insistere sicuramente è un sistema che nell’equilibrio dei rapporti internazionali – parliamo di quelli con gli Stati Uniti – serve a mantenere alta l’attenzione e anche a mantenere alte le richieste per quanto riguarda sia i rapporti nello scacchiere mediorientale, sia poi in termini anche di politiche militari, di finanziamenti. Io non sono, però, così convinto che in realtà non ci possa essere un attacco: sono convinto che non ci possa essere ora! A meno di sei mesi dalle elezioni presidenziali americane e con l’attuale situazione internazionale, non credo che sarebbe una cosa che gli Stati Uniti possano tollerare.

 

D. – Su questo come influisce la situazione siriana?

 

R. – Io credo che quello sia un problema legato sia ad una questione interna di Israele e riguarda in un certo senso anche l’Iran. La Siria è l’unico Paese che abbia un rapporto – come dire – di alleanza vera e propria con l’Iran. Quindi sicuramente il perdurare di quella crisi è un qualcosa che sta condizionando un po’ tutta la situazione.

 

D. – Come reagisce a queste voci e a questa situazione l’Iran?

 

R. – La politica iraniana è in un momento difficile: intanto siamo entrati negli ultimi mesi del governo di Ahmadinejad, che non potrà ricandidarsi. In questo momento è in atto una crisi gravissima, finanziaria, con uno scandalo che è scoppiato circa un anno e mezzo fa e che ha coinvolto personaggi vicinissimi al presidente. Da un punto di vista politico, quindi, si è in una fase di stallo: in questa fase è prevalsa, come poi d’altra parte prevede la stessa Costituzione dell’Iran, la linea della Guida suprema, che è l’ultima voce sulla politica estera. La posizione di Khamenei è più dura di quella di Ahmadinejad. Cosa accadrà da qui a qualche mese è complicatissimo prevederlo, perché l’Iran ha dei tempi di reazioni e di elaborazione delle strategie politiche che spesso ci sfuggono.

Ascolta l’audio.

 

Su Twitter: @anto_sacchetti

Cicuta iraniana

Nucleare Iran. I dubbi di Teheran

“La cicuta salvò il Paese”.  Hassan Mamdouhi , ayatollah membro dell’Assemblea degli Esperti, non si riferiva certo a Socrate, nella dichiarazione riportata pochi giorni fa dall’agenzia Mehr. Il richiamo era “all’amaro calice” che Khomeini dichiarò di bere a malincuore quando nel 1988 accettò il cessate il fuoco con l’Iraq. Mamdouhi cita la fine della “guerra imposta” per indicare una soluzione alla crisi attuale. L’Iran è accerchiato, militarmente ed economicamente. Il perdurare della querelle nucleare comincia ad aprire delle crepe anche nel sistema politico. O almeno così sembrerebbe, a giudicare da alcune recenti prese di posizione.

Il capo dell’intelligence dei Pasdaran Yadollah Javani in un discorso a Yazd ha messo in guardia contro quelli “che vogliono arrendersi all’Occidente”. Sotto accusa l’attuale presidente Ahmadinejad e l’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

Retorica a parte, la situazione è grave. Il presidente del parlamento Ali Larijani ha detto che “il 20% dei problemi economici del Paese è dovuto alle sanzioni”. Il rimanente 80% è dovuto al taglio dei sussidi da parte del governo e dal fallimento di altre misure. Come dire, tutta colpa di Ahmadinejad. Ma la crisi non può essere scaricata solo sulla fazione del presidente: l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità rappresenta uno spettro per tutto il sistema. Se nel Paese si arrivasse a manifestazioni per il pane e il riso, gli stessi Guardiani della rivoluzione dovrebbero affrontare contestazioni ben diverse da quelle dell’Onda Verde di tre anni fa.

Secondo un sondaggio pubblicato da un sito web controllato dallo Stato (www.irinn.ir) il 60% degli iraniani sarebbe favorevole a sospendere l’arricchimento dell’uranio per risolvere la controversia nucleare con l’Occidente. Successivamente, il sondaggio è stato rimosso dal sito. Ma questi espedienti contano poco: la crisi è pesante, gli iraniani sono stanchi e sfiduciati.

Il 10 luglio il politico riformista Abdollah Nouri, ministro dell’Interno dal 1989 al 1993 con Rafsanjani e dal 1997 al 1998 con Khatami, ha lanciato pubblicamente l’idea di un referendum nazionale sul programma nucleare.

“È ovvio – ha detto – che dovrebbe essere nostro diritto avere un programma nucleare a scopi pacifici. Il punto  è se vale la pena sacrificare gli interessi nazionali per una sola questione”.

Ultime notizie dall’Iran

Ultime notizie dall’Iran. Il 1° luglio è scattato l’embargo petrolifero dellUe. Chi ci perde e chi ci guadagna.  Teheran fa la voce grossa ma i colloqui sul nucleare continuano nell’ombra (o quasi). Il ministro degli Esteri Salehi va a Cipro per parlare di Siria e viene arrestato per qualche ora. La cosa si risolve presto ma da noi non se ne è parlato per nulla. Il New York Post intervista Doulatabadi. Antonella Vicini racconta una storia di cravatte. A Teheran fa caldo, più o meno come da noi. La Persia rimane un Paese bellissimo.

Tutto questo (più o meno) in questo storify:

http://storify.com/anto_sacchetti/varie-dall-iran

 

Nucleare, tanto rumore per poco

Si rivedranno il 18 e 19 giugno a Mosca. E per come si erano messe le cose, è già qualcosa. Che le cose non sarebbero andate benissimo lo si era capito subito. A dispetto delle previsioni di qualche politico italiano, 5+1  (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Usa più Germania) e Iran non avevano già trovato un accordo sul nucleare. Nulla di fatto, in pratica. Ma non è tutto da rifare.

Gli iraniani si dicono delusi dal vertice, ma sembrerebbero intenzionati a proseguire nel dialogo.

Quello che sembra ancora mancare è una reale “reciprocità”: il gruppo 5+1 chiede  all’Iran di fermare l’arricchimento dell’uranio al 19,75% e di portare l’uranio già arricchito al di fuori del Paese. L’arricchimento potrebbe proseguire soltanto per arrivare a un livello del 3,5% o del 5%. E in cambio?

Praticamente nulla. Le sanzioni non sarebbero alleggerite subito.

Dal canto suo, Teheran si era presentata a Baghdad con un pacchetto di proposte con 5 punti chiave, uno dei quali riguarderebbe la crisi siriana.

Sta anche qui la vera distanza tra le parti: il nucleare è usato strumentalmente un po’ da tutti. L’Iran vuole arrivare a un accordo che non riguardi solo il nucleare ma che fornisca garanzie sulla propria sicurezza, come Repubblica islamica e come Paese detentore di interessi economici e politici nella regione.

Gli Usa vorrebbero forse un accordo di minima, solo sul nucleare, lasciando stare – al momento – grandi accordi e regolarizzazione dei rapporti con Teheran. All’inizio Obama ci aveva pensato, ma la cosa si è rivelata difficile e poi ora siamo in campagna elettorale.

Gli europei vorrebbero tranquillizzarsi e tranquillizzare tutti: hanno troppi interessi con l’Iran per permettersi di giocare duro, al di là delle frasi del nostro ministro Terzi.

Cina e Russia hanno una posizione più ambigua. Da una parte contrastano gli Usa in Medio Oriente, dall’altra le sanzioni e l’embargo petrolifero giocano a loro favore. Mosca è avvantaggiata come paese esportatore di greggio, Pechino lo è come importatore. Se il petrolio iraniano non arriva in Europa, Teheran lo vende (a prezzo ribassato) alla Cina.

Israele – convitato di pietra a tutti i summit – vuole che non accada nulla, che rimanga questo clima di minacce, paura e tensione. Finché può agitare lo spauracchio assolutamente irrealistico di un’aggressione da parte iraniana, può continuare a ignorare il dramma del popolo palestinese ed ergersi a baluardo della democrazia e della civiltà occidentale in Medio Oriente.

Sullo sfondo, il fattore tempo. I 5+1 vorrebbero coinvolgere Teheran in un calendario prestabilito di incontri. Teheran nicchia, non fidandosi delle reali intenzioni della controparte. Di sicuro, dopo i convenevoli di Istanbul, si è entrati nella fase più delicata.

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Iran Day

“È possibile un attacco all’Iran?”. C’è chi ne è convinto. Scrivici la tua opinione, anche con un messaggio privato, sarà discussa in diretta con gli ospiti di Iran Day in onda martedì dalle 10:00 alle 12:00 su oltreradio.it

Nel corso della trasmissione interviste esclusive a

Leila Hatami (Attrice iraniana)

e Zahra Mostafavi (Figlia dell’Imam Khomeini)

conducono

Francesco De Leo

(Direttore di oltreradio.it)

Luigi Spinola

(Radio 3 Mondo)

in studio

Lapo Pistelli

(Responsabile Esteri del PD)

interverranno

Michele Bernardini, Pasquale Ferrara, Felicetta Ferraro, Bianca Maria Filippini, Silvia Francescon, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Renzo Guolo, Farzaneh Joorabchi, Claudio Landi, Alfredo Mantica, Alberto Negri, Nicola Pedde, Stefano Polli, Luigi Ramponi, Antonello Sacchetti, Natalia Tornesello, Roberto Toscano, Roberto Tottoli, Vanna Vannuccini, Anna Vanzan.

in diretta da:

oltreradio.it – radioradicale.it (audio)

sul canale 808 di Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv (video)

in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni

L’attenzione dei grandi media sull’Iran è intermittente. Magari passano mesi e mesi senza che esca una sola notizia su quanto accade a Teheran e dintorni. Poi, quasi di colpo, i riflettori si riaccendono. L’Institute for Global Studies (IGS) e Diplomacy – Forum della Diplomazia, hanno avuto il merito di anticipare gli ormai imminenti incontri di Baghdad del 5+1 (23 maggio),con la conferenza “Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni”, tenutasi mercoledì 16 maggio a Roma.

Nicola Pedde, direttore IGS, ha aperto il lavori ricordando uno scenario regionale in cui sembrano perdurare dinamiche di crisi, a cominciare dall’annosa querelle sul nucleare iraniano. Pedde si chiede poi se, a 33 anni dalla Rivoluzione del 1979, capiamo davvero qualcosa della politica iraniana o se ci affidiamo in grossa parte agli stereotipi.

Argomento ripreso dal Presidente di Diplomacy Giorgio Bartolomucci, che ha sottolineato come i 3 termini indicati nel titolo della conferenza “indichino tutti uno scenario che incute timore”. Troppo spesso i media, soprattutto quelli italiani, forniscono una presentazione semplicistica delle dinamiche politiche iraniane.  Chi ha vinto davvero le recenti elezioni parlamentari? L’affluenza può essere un dato indicativo del grado di disaffezione degli iraniani verso questo sistema e questi uomini politici?

Secondo il direttore di Limes Lucio Caracciolo, tutta la regione è in movimento. Siria e Bahrein vivono entrambe crisi molto gravi, mentre l’Arabia Saudita è da tempo impegnata a preparare un’alleanza anti Iran. Israele, dal canto suo, ha di recente varato un governo di unità nazionale, mossa che potrebbe essere letta come preparativo di una crisi internazionale.

Singolari e preoccupanti le mosse degli Usa. Da una parte promuove il dialogo con Teheran sul nucleare, dall’altro sembra intenzionata a riabilitare i mojaheddin-e khalq (MKO), depennandoli dalla lista nera delle formazioni terroristiche. Sembrerebbe addirittura che qualcuno a Washington pensi a loro per un eventuale governo di transizione in caso di regime change. Al di là del fatto che i mujaheddin più che un gruppo politico sono una setta, inaffidabile e disprezzata dalla grandissima maggioranza degli iraniani, è evidente la contraddizione di fondo: come puoi dialogare con la Repubblica islamica se contemporaneamente lavori alla sua distruzione? In questo senso – secondo Caracciolo – un fallimento del negoziato potrebbe portare a decisioni irrazionali. E i dubbi maggiori sono su Israele.

Più ottimistica la visione del Generale Luigi Ramponi, Presidente del Cestudis. “Sono 20 anni – ha ricordato – che gli iraniani parlano di nucleare. Di fatto, sono sempre a un passo dall’averlo, ma non ce l’hanno ancora”. La vera novità – a suo avviso – sta nella disponibilità di Khamenei a trattare. Secondo Ramponi, un attacco israeliano servirebbe solo a ritardare, non a interrompere il programma nucleare di Teheran. Neanche Tel Aviv sembra convintissima di questa opzione: sono infatti i politici e i servizi militari a premere per l’attacco, il Mossad è contrario. Più in generale, secondo Ramponi, è finita l’era delle guerre tra Stati. Ma la guerra contro l’Iran –  ha avvertito – è già in atto: con i sabotaggi informatici, l’assassinio di scienziati, la disinformazione.

Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del Partito Democratico, ha denunciato l’ignoranza che condiziona spesso i dibattito sull’Iran. Ne è la riprova, a suo avviso, la raccolta di 180 firme tra i parlamentari italiani a sostegno dell’MKO. “Molti politici italiani credono di firmare a favore della democrazia in Iran, non sanno chi sono in realtà questi signori”. Pistelli riconosce che l’Iran – al contrario di quanto descritto da molti media occidentali – è un attore razionale che aspira a un ruolo regionale. “Da quanto filtra da ambienti diplomatici, ci sono segnali positivi in merito al prossimo vertice di Baghdad”. Si starebbe anzi pensando già al dopo, a come, cioè, ognuna delle parti può fare il proprio passo indietro senza perdere la faccia.

Intanto in Iran

Una panoramica degli ultimi avvenimenti in terra di Persia. Pochi giorni dopo il vertice di Istanbul sul nucleare, Obama ha dichiarato che terrà alta la guardia sulle violazioni dei diritti umani in Siria e Iran. Un giornale di Teheran sostiene che in un vertice segreto a Vienna, la Repubblica islamica avrebbe già trovato un accordo di massima con l’AIEA. L’Iran lascerebbe attive soltanto 1.000 centrifughe la ricerca;  chiuderebbe la centrale di Fordow; controllerebbe “meglio” le milizie sciite in Iraq; darebbe un sostanziale via libera al cambio di regime in Siria. Obama garantirebbe una graduale diminuzione delle sanzioni e si impegnerebbe a non attaccare militarmente l’Iran. Vero? Falso?

Sul web ha suscitato clamore un video girato durante la visita del presidente Ahmadinejad nella città di Bandar Abbas. Prima un vecchio e poi una donna si sono arrampicati sull’auto del presidente per protestare contro la situazione economica sempre più disperata.

Per la prima volta dall’inizio del suo secondo mandato, Ahmadinejad ha partecipato a una seduta del Consiglio per il discernimento ed è stato fotografato sorridente accanto al grande rivale Rafsanjani . A proposito, cos’è il Consiglio per il discernimento?

Tutto questo e tante altre piccole storie e immagini nello storify che vi proponiamo di seguito. A proposito, cos’è uno storify?

Tutti a Baghdad

La notizia più importante arriva in serata: il prossimo round dei colloqui tra Iran e gruppo 5+1 si terrà a Baghdad il 23 maggio. Tre gli aspetti sostanziali:

  1. Un secondo round è stato fissato. E non era affatto scontato, visti i precedenti.
  2. Il secondo round si terrà a breve, prima dell’estate. Termine questo indicato da alcuni analisti come un discrimine circa le reali possibilità di successo dei negoziati.
  3. Il secondo round si terrà a Baghdad, località gradita al governo iraniano che nei giorni passati aveva addirittura chiesto che si svolgessero nella capitale irachena i colloqui fissati a Istanbul. Con la Turchia, infatti, Teheran ha più di qualche frizione in merito alla crisi in Siria. Ottimi, invece, i rapporti col governo iracheno.

Segnali positivi erano filtrati già nei giorni scorsi. Venerdì sera Catherine Ashton, capo delegazione per il gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) e la sua controparte Said Jalili avevano cenato presso il consolato iraniano di Istanbul. Al termine la Ashton aveva dichiarato che il “gruppo 5+1 era pronto a iniziare i negoziati con idee e metodi nuovi”.

Segnali incoraggianti anche da Teheran. Parviz Sorouri, membro della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la politica estera, aveva anticipato che, qualora l’Occidente fosse venuto incontro alle esigenze iraniane, Teheran potrebbe riconsiderare il suo no alla richiesta di interrompere l’arricchimento dell’uranio”.

La soluzione potrebbe essere questa: all’Iran viene fornito uranio arricchito al 19,75% , livello necessario per il funzionamento del reattore nucleare di Teheran. In cambio, l’Iran sospende la produzione di uranio arricchito.

Secondo voci non confermate, il sottosegretario di Stato Usa Wendy Sherman avrebbe richiesto un incontro a due con Jalili che però avrebbe rifiutato in attesa di istruzioni da Teheran.

Commenti positivi a questo meeting arrivano sia dai media occidentali (Associated Press, New York Times), sia da quelli iraniani (Press Tv, IRNA, ISNA).

Da qualche giorno si avvertiva un clima di fiducia rispetto a questo vertice. La sensazione è che la Guida suprema Khamenei, regolati i conti con Ahmadinejad con la vittoria alle elezioni parlamentari  di marzo, voglia lavorare adesso per evitare tensioni che possano mettere a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica islamica. Qualcosa di simile “all’amaro calice” bevuto dall’ayatollah Khomeini quando accettò il cessate il fuoco con l’Iraq nel 1988.

Vedremo se da qui al 23 maggio non ci saranno nuovi colpi di scena o “clamorose rivelazioni” da parte di qualcuno. Sicuramente stasera a Tel Aviv c’è più di qualche scontento.

La poesia di Grass

Günter Grass,  premio Nobel per la letteratura, ha scritto una poesia in cui denuncia l’arsenale nucleare di Israele e chiede controlli internazionali come quelli disposti per l’Iran. Un attacco durissimo all’ipocrisia dei Paesi occidentali e della Germania in particolare.

Il testo è stato rifiutato da Die Zeit, settimanale di Amburgo. Noi lo proponiamo nella traduzione di Claudio Groff per Repubblica:

 

Quello che deve essere detto

 

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo

quanto è palese e si è praticato

in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,

noi siamo tutt’al più le note a margine.

E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo

che potrebbe cancellare il popolo iraniano

soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo

organizzato,

perché nella sfera di sua competenza si presume

la costruzione di un’atomica.

E allora perché mi proibisco

di chiamare per nome l’altro paese,

in cui da anni — anche se coperto da segreto —

si dispone di un crescente potenziale nucleare,

però fuori controllo, perché inaccessibile

a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,

a cui si è assoggettato il mio silenzio,

lo sento come opprimente menzogna

e inibizione che prospetta punizioni

appena non se ne tenga conto;

il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.

Ora però, poiché dal mio paese,

di volta in volta toccato da crimini esclusivi

che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,

di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se

con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,

dovrebbe essere consegnato a Israele

un altro sommergibile, la cui specialità

consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove

l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata

ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,

dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?

Perché pensavo che la mia origine,

gravata da una macchia incancellabile,

impedisse di aspettarsi questo dato di fatto

come verità dichiarata dallo Stato d’Israele

al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,

da vecchio e con l’ultimo inchiostro:

La potenza nucleare di Israele minaccia

la così fragile pace mondiale?

Perché deve essere detto

quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;

anche perché noi — come tedeschi con sufficienti

colpe a carico —

potremmo diventare fornitori di un crimine

prevedibile, e nessuna delle solite scuse

cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più

perché dell’ipocrisia dell’Occidente

ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile

che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,

esortino alla rinuncia il promotore

del pericolo riconoscibile e

altrettanto insistano perché

un controllo libero e permanente

del potenziale atomico israeliano

e delle installazioni nucleari iraniane

sia consentito dai governi di entrambi i paesi

tramite un’istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,

e più ancora, per tutti gli uomini che vivono

ostilmente fianco a fianco in quella

regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,

e in fin dei conti anche per noi.

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Iran al voto

Si vota per eleggere i 290 membri del Parlamento iraniano, in un momento in cui i cittadini sembrerebbero più preoccupati per l’andamento dell’economia che per l’esito del voto. In un Paese che, ogni giorno di più, si sente sotto assedio. In studio Talal Krais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista e direttore del blog Diruz.it.  Conduce Alessandro Mazzarelli.

Stallo o non stallo

Breve precisazione sul sito di Parchin, l’Iran e il nucleare

I titoli sono a senso unico: l’Iran impedisce agli ispettori AIEA di accedere al sito di Parchin, a sud est di Teheran. Primo errore: il sito viene definito “nucleare”, ma non lo è. Si tratta di una base militare in cui si testano esplosivi fin dagli anni ’50.

In base al Trattato di non proliferazione, gli ispettori AIEA non hanno il diritto di accedere a siti diversi da quelli ufficialmente dichiarati nucleari. Possono farlo solo nei Paesi che aderiscono al Protocollo addizionale del 1974. L’Iran non è tra questi Paesi. Nonostante ciò, dal 2003 al 2006 Teheran ha optato per un’adesione volontaria (non formale) a questo protocollo. E infatti nel 2005 gli ispettori dell’AIEA hanno visitato due volte il sito di Parchin.

Quando però, nel 2006, i colloqui col gruppo 5 + 1 entrano in una fase di stallo, l’Iran fa dietrofront e il parlamento non ratifica il protocollo addizionale. Scelte opinabili, ma assolutamente legittime alla luce del diritto internazionale.

Il direttore generale dell’AIEA Yukiya Amano ha detto che “deludente il fatto che l’Iran non abbia accettato la nostra richiesta di visitare Parchin durante la prima o la seconda missione”. L’inviato di Teheran presso l’Aiea, Ali Asghar Soltanieh ha invece parlato di colloqui caratterizzati da “cooperazione e comprensione reciproca”.

La saga continua.

A proposito di nucleare

Iran nucleare

Intervista a  Radio Vaticana, 22 febbraio 2012

Nuove frizioni tra comunità internazionale e Iran sulla questione nucleare. Teheran ha vietato l’ingresso degli osservatori dell’Aiea al sito di Parchin, già concesso in passato. Secondo l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, in quell’impianto potrebbero essere in corso attività per la produzione di ordigni nucleari. L’atteggiamento iraniano, a detta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è molto grave. Dalla sua, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, afferma che il suo Paese non ha intenzione di dotarsi di armamenti nucleari, ma che nessuno gli impedirà di sviluppare i propri programmi. Sulla vicenda Giancarlo La Vella ha intervistato il giornalista Antonello Sacchetti, esperto di questioni iraniane e appena rientrato dalla Repubblica islamica:

R. – Questo sito di Parchin non rientra tra i siti dichiarati nucleari. E’ uno di quegli impianti che sarebbero visitabili dall’Aiea, qualora l’Iran aderisse al Protocollo addizionale. E in realtà c’è stato un momento in cui l’Iran ha, de facto, aderito al Protocollo addizionale, dal 2003 al 2006. Quando poi si è verificato lo stallo nei colloqui, tra il gruppo 5+1 in particolare, con Francia, Gran Bretagna e Germania, l’Iran ha sospeso quest’adesione volontaria, il Parlamento iraniano non ha ratificato questo Protocollo ed è stata nuovamente negata la visita a questo sito, attivo dagli anni ’50, dove comunque sono stati realizzati esperimenti e test militari. Qual è la questione? Nel famoso rapporto, rilasciato dall’Aiea nello scorso novembre, si dice che lì potrebbero esserci stati degli esperimenti con ingenti quantità di esplosivo, che potrebbero far pensare ad un collegamento con la questione nucleare.

D. – Il presidente americano Obama parla di atteggiamento molto grave. A questo punto si tratta più ch altro di uno scontro politico?

R. – Io direi proprio di sì. E’ chiaro che la questione del nucleare sia usata da tutte e due le parti in modo strumentale. L’Iran la sta sfruttando non perché voglia effettivamente raggiungere la dimensione di potenza nucleare, ma perché vuole raggiungere quello status che già è stato molto utile ad altri Paesi – penso soprattutto alla Corea del Nord – per impedire che si vada avanti con un programma di cambio di regime. Di fatto, parliamo di un Paese che, ammesso e non concesso che effettivamente possa dotarsi dell’arma nucleare, ancora non ha la bomba atomica, ma è vicino ad altri Paesi, come Israele, che ha 300 testate nucleari e inoltre non aderisce nemmeno al Trattato di non proliferazione. Quindi, è chiaro che stiamo parlando di una questione essenzialmente politica. Negli ultimi mesi, la questione si sta radicalizzando, anche perché l’attuale contesto internazionale non favorisce il dialogo. In tutto questo, invece, i contatti degli ultimi giorni, danno, secondo me, più speranze che impressioni negative.

D. – Ma esiste una strada verso un dialogo?

R. – Il dialogo c’è sempre, l’importante, però, è che sia un dialogo vero, in cui si è disposti ad accettare che anche l’altro possa avere ragione su qualcosa. Io parto dalla premessa che, se l’Iran ha aderito al Trattato di non proliferazione, abbia dei doveri, ma abbia anche dei diritti, tra i quali quello di sviluppare il nucleare unicamente a scopi civili. Se però si parte dal presupposto che, per cominciare il dialogo, qualcuno dice che bisogna sospendere l’arricchimento dell’uranio, si parte dalla fine, cioè da quella che dovrebbe essere invece la conclusione del negoziato. (ap)

Ascolta l’audio dell’intervista.

Paura atomica?

Il rapporto dell’AIEA accusa l’Iran di lavorare ad un ordigno nucleare. Da Teheran fioccano le smentite, la comunità internazionale si interroga su cosa fare. Israele minaccia l’intervento militare, gli Stati Uniti attendono, mentre la Russia fa sapere di non essere disponibile. A Linea Mondo ne parlano Talal Khrais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista. Conduce Alessandro Mazzarelli.