Nucleare, storico accordo

Accordi di Losanna

E alla fine accordo fu. Dopo otto giorni serratissimi di trattative, il 2 aprile 2015 (13 farvardin 1394 per il calendario persiano) Iran e 5+1 hanno raggiunto un traguardo che non è esagerato definire storico. Si tenga presente che l’accordo ad interim rinnovato il 24 novembre 2014 aveva fissato il 31 marzo come termine per il raggiungimento di un accordo politico, non dell’accordo tecnico.

E alla fine, con 48 ore di ritardo e dopo un’autentica maratona diplomatica, quell’accordo c’è. Il termine inglese di Joint Comprehensive Plan of Action (JCPA) fissa i punti chiave di un trattato che andrà scritto e approvato entro il 30 giugno. Ma chi si aspettava (o sperava) una generica dichiarazione di intenti, è rimasto deluso. Questo è un passo importante per un accordo vero; indica un percorso preciso e soprattutto una volontà politica chiara.

D’altra parte, sarebbe stato difficile per tutti tornare ancora una volta a casa a mani vuote. Ma la difficoltà e la lunghezza della trattative indica come non si sia trattato di un gioco al ribasso.

 

 

Almeno ufficialmente, Iran e Usa non ristabiliscono relazioni diplomatiche. D’altra parte, non era uno dei punti sul tavolo. Ma è chiaro che – dopo 18 mesi di trattative e incontri – la percezione e l’atteggiamento di Ue e Usa nei confronti della Repubblica Islamica sia completamente cambiata . Lo stesso Alto Rappresentante dell’Unione europea per gli Affari Esteri Federica Mogherini ha sottolineato come l’accordo punti a includere l’Iran nella comunità internazionale sia a livello politico sia economico.

obama irib

Il presidente Usa Barack Obama ha parlato di una “storica intesa”. Il suo discorso è stato trasmesso anche dalla TV iraniana.

 

 

 

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Ecco i punti chiave dell’accordo quadro raggiunto a Losanna:

Riduzione centrifughe

L’Iran ha accettato di ridurre di circa due terzi le centrifughe installate. L’Iran passerà dalle attuali 19.000 a 6.104 centrifughe. Solo 5.060 di queste provvederanno all’arricchimento dell’uranio per 10 anni. Tutte le 6.104 centrifughe saranno del tipo IR-1, ovvero della prima generazione (attualmente, l’Iran dispone di modelli di centrifughe fino all’IR-8). Tutte le centrifughe in eccesso e le infrastrutture di arricchimento saranno messe sotto il diretto monitoraggio dell’AIEA e verranno utilizzate solo come ricambi delle centrifughe operative.

Riduzione stock

L’Iran si impegna a ridurre il suo attuale stock di 10mila chili di uranio arricchito a non più di 300 chili, arricchiti al massimo al 3,67 per cento. La maggior parte delle riserve di uranio arricchito dell’Iran dovrà essere diluita (degradata a un livello di purezza inferiore all’attuale) o trasferita all’estero.

No a nuovi impianti

Per 15 anni l’Iran non costruirà alcun nuovo impianto al fine di arricchimento dell’uranio.

L’impianto di Fordow

Iran convertirà il suo impianto di Fordow in modo che non potrà più essere utilizzato per arricchire l’uranio per almeno 15 anni. L’impianto non ospiterà alcun materiale fissile e sarà convertito in centro di ricerca fisica e tecnologica.

Un solo impianto di arricchimento, a Natanz

L’Iran avrà “un solo impianto nucleare” per l’arricchimento dell’uranio, a Natanz, per dieci anni.

Reattore ad acqua pesante di Arak

Sarà modificato e il plutonio prodotto andrà all’estero. L’Iran non costruirà impianti simili per almeno 15 anni.

Breakout a un anno

L’attuale breakout – il tempo necessario a produrre materiale fissile sufficiente per un’arma – è stimato tra i 2 e i 3 mesi. Con l’accordo viene esteso ad almeno un anno, per una durata di almeno dieci anni.

Le sanzioni

In cambio degli impegni assunti, sarà gradualmente alleggerito il peso delle sanzioni internazionali sull’Iran. Le sanzioni di Ue e Usa saranno sospese dopo che l’AIEA avrà verificato l’adempimento da parte iraniana dei propri obblighi.

Tutte le precedenti risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla questione nucleare iraniana saranno abolite in simultanea con il completamento, da parte dell’Iran, di azioni legate al nucleare legati ai punti principali (arricchimento, Fordow, Arak e trasparenza).

Tuttavia, le disposizioni di base nelle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite saranno ristabilite da una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che approverà le linee guida e solleciterà la loro piena attuazione.

Verrà definito un processo di risoluzione delle controversie.

Il mancato rispetto dell’accordo porterà automaticamente al ristabilimento delle sanzioni contro Teheran.

Tutte le altre sanzioni degli Stati Uniti contro l’Iran per terrorismo, violazioni dei diritti umani, e missili balistici rimarranno in vigore.

Monitoraggio e controllo

Dopo i primi 10 anni di monitoraggio, le attività di ricerca e sviluppo continueranno a essere limitate e supervisionate, con le diverse restrizioni sul programma nucleare iraniano che resteranno in vigore per 25 anni.

IL TESTO INTEGRALE (IN INGLESE) DELLA DICHIARAZIONE CONGIUNTA FINALE

Nucleare Iran: accordo sì o no?

La storia infinita del nucleare iraniano troverà finalmente una conclusione? Il 31 marzo, termine fissato a novembre per il raggiungimento di un accordo politico, è passato e i negoziati continuano.

Sul web – soprattutto su Twitter – si rincorrono le voci più disparate. Sono soprattutto i reporter che seguono il vertice di Losanna ad alimentare questo flusso continuo di indiscrezioni, commenti e presunti scoop. Metteteci pure che è il 1° aprile e che quindi gli scherzi non mancano.

La cronaca dice questo: Iran e Russia sembrano ottimisti. Si sarebbe raggiunto un accordo sulle questioni più importanti, tra cui le modalità di rimozione delle sanzioni. Il quadro sarebbe delineato, i dettagli verrebbero raggiunti entro il 30 giugno, scadenza già fissata a novembre per l’accordo tecnico. Si tratterebbe adesso di mettere tutto nero su bianco nella giornata di oggi.

Da parte occidentale – soprattutto americana – non trapelano indiscrezioni di questo tipo.

Si tratta di aspettare e vedere che notizie arriveranno da Losanna.

Ieri ho rilasciato una lunga intervista su questo tema e sull’Iran in generale a Radio Onda d’Urto. Eccola:

Iran, Usa, Israele: la vera posta in gioco

“Nulla di nuovo”. Così il presidente degli Usa Barack Obama ha liquidato l’intervento con cui il 3 marzo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di convincere il Congresso americano ad opporsi a un eventuale accordo con l’Iran sulla questione nucleare.

“È solo retorica, nessuna idea nuova, nessuna alternativa concreta ai negoziati”, ha detto Obama, che non ha ascoltato il discorso perché “impegnato in colloqui con gli alleati”. In realtà, l’intervento di Netanyahu è stata una chiara mossa anti Obama orchestrata dai repubblicani ormai da mesi. Mossa probabilmente sbagliata, a giudicare dalle reazioni di politici, media e opinione pubblica Usa.

Molti democratici – tra cui Elizabeth Warren, probabile sfidante di Hillary Clinton alle primarie per le prossime presidenziali – hanno boicottato il discorso di Netanyahu. Un sondaggio pubblicato proprio ieri rivela che il 61% degli americani appoggia l’approccio di Obama alla questione del nucleare iraniano.

Dal Washington Post al New York Times la voce è quasi unanime: Bibi non ha convinto il Congresso, e probabilmente, a giudicare anche dalle reazioni dei media israeliani, nemmeno l’elettorato di casa propria.

Il quotidiano israeliano (progressista) Haaretz definisce l’accordo sul nucleare un “ragionevole compromesso”, soprattutto per evitare le alternative (nuove sanzioni e intervento militari). L’editoriale va oltre: l’unica cosa che minaccia davvero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico è l’infinita occupazione illegale dei Territori.

Non colpisce tanto quello che ha detto Netanyahu, ma la durezza dei commenti dei media e la durezza della Casa Bianca. Segno che forse l’accordo è davvero ad un passo.

 

Cosa ha detto Netanyahu?

A due settimane dalle elezioni, il premier israeliano ha usato il Congresso Usa come palcoscenico mondiale. Ha ancora una volta agitato lo spettro di una minaccia nucleare per Israele (che di atomiche ne ha almeno 200 e non aderisce al Trattato di Non Proliferazione) da parte dell’Iran (che ha aderito al Trattato di non proliferazione e l’atomica non ce l’ha).

Lo stesso adagio dal 2003, davvero nulla di nuovo.

Netanyahu ha detto che:

nessun accordo” è meglio di un brutto accordo, e questo è un brutto accordo; l’alternativa a questo accordo è un accordo migliore.

Ha ricordato che l’ayatollah Khamenei predica intolleranza, violenza e la distruzione di Israele e ha detto che il regime iraniano

«non è un problema solo di Israele più di quanto non lo fosse il nazismo». Ha detto che la presidenza di Rouhani non ha reso il regime più moderato, dato che continua a finanziare il terrorismo internazionale, uccidere i gay e imprigionare i giornalisti, e il fatto che sia avversario dell’ISIS non lo rende automaticamente amico dell’America: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante».

La reale posta in gioco

Forse siamo davvero a una svolta sul nucleare. Ma davvero, dopo dodici anni di tira e molla, la posta in gioca è tutta sul nucleare?

Sul Sole 24 Ore Alberto Negri spiega:

Lo stesso formato della trattativa, politicamente corretto, è assai ingannevole. In realtà, come dimostra il drammatico discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, questo è da molto tempo un negoziato triangolare tra gli Stati Uniti, l’Iran e Israele, per decidere quali saranno le potenze dominanti in Medio Oriente.
Sono questi i tre attori, insieme agli alleati arabi di Washington, che si debbono mettere d’accordo e accettare – o rassegnarsi a seconda dei punti di vista – a un’intesa che cambia i dati strategici della regione perché implica non soltanto aspetti militari e solidarietà politiche consolidate ma anche un forte contenuto storico e ideologico che dovrebbe indurci a una riflessione sugli errori del passato e a individuare qualche speranza per il futuro.

È questo il significato di un eventuale accordo sul nucleare: il ritorno dell’Iran a un corso della storia che non è soltanto orientale ma anche occidentale, che si nutre degli apporti dell’uno e dell’altro mondo. Ma che rivendica il diritto ad avere una sua sintesi e un’elaborazione originale dei rapporti internazionali: gli iraniani intendono decidere il loro destino in autonomia. Dopo aver visto in Medio Oriente i disastrosi interventi occidentali di questi anni non è una pretesa poi così arrogante e infondata.
In un certo senso Israele ha ragione ad avere paura di un accordo con l’Iran che ai tempi dello Shah era un caposaldo delle alleanze americane e il guardiano del Golfo. Ha resistito negli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica, all’attacco di Saddam Hussein e delle monarchie arabe che per otto anni finanziarono a piene mani una guerra contro i persiani buttando al vento 50 miliardi di dollari, con il risultato che fu poi Baghdad, indebitata fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, a invadere il Kuwait. A questo dovrebbe pensare oggi l’America quando dice di volere combattere l’Isil: i maggiori guai dal Medio Oriente sono sempre arrivati dai suoi alleati sunniti, 11 settembre compreso. Teheran è il concorrente più temibile degli israeliani, capace di fondare un movimento come gli Hezbollah libanesi che nel 2006 hanno inflitto a Israele una cocente sconfitta militare dimostrando di essere competitivi sul piano dell’organizzazione, della disciplina, della determinazione, qualità caratteristiche proprio degli israeliani. L’Iran fa paura perché come ha detto Obama può diventare senza le sanzioni una potenza economica: ha 78 milioni di abitanti, enormi risorse energetiche ed umane, industrie, agricoltura, inventiva e capacità commerciali innate, cultura e storia millenarie. Iraniani ed ebrei in un certo sono i popoli della regione che si somigliano di più e non a caso hanno condiviso secoli di vita insieme: oggi ci sono 250mila ebrei di origine persiana in Israele e 25mila ebrei in Iran. Ha ragione Netanyahu: l’Iran è temibile ma gli accordi si fanno con i nemici potenti, quelli più deboli, come sa bene, si sconfiggono in battaglia.

Occhio al prossimo vertice, fissato per il 15 marzo. Forse – e sottolineerei questo forse – si fa la Storia.

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Roberto Toscano

Su La Stampa del 25 febbraio 2015 l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano analizza in un editoriale la lunghissima questione del nucleare iraniano alla luce degli sviluppi più recenti.

Ve lo proponiamo di seguito.

 

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Per oltre dieci anni la questione nucleare iraniana ha occupato una delle posizioni centrali fra i dossier di politica internazionale, come se principalmente da essa dipendessero l’alternativa fra pace e guerra in Medio Oriente e gli stessi equilibri internazionali.

Anche in passato era legittimo ritenere che si trattasse di un difetto di prospettiva, o piuttosto delle distorsioni volutamente prodotte da chi preferiva spostare sul nucleare iraniano un’attenzione che altrimenti si sarebbe focalizzata su tematiche quali la questione palestinese o il ruolo degli Stati del Golfo nel sostegno dei più radicali e violenti movimenti jihadisti.

Oggi appare ormai evidente che la questione, che pure rimane importante sotto il profilo del pericolo della proliferazione nucleare, risulta sostanzialmente sdrammatizzata, se non ridimensionata.

Secondo le ultime notizie da Ginevra, il negoziato nucleare rimane ancora complesso, con molti problemi da risolvere, ma per la prima volta non sembra da escludere la possibilità che emerga un compromesso accettabile da ambo le parti.

Un segnale interessante al riguardo è che si è unito al team negoziale iraniano il Direttore dell’ente nucleare iraniano, ed ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, la persona in assoluto più competente sia dal punto di vista scientifico (ha un dottorato in fisica di Mit) sia da quello della storia del negoziato, essendo stato rappresentante iraniano all’Aiea.

Ma quello che è cambiato è soprattutto l’irrompere della sfida del cosiddetto Stato Islamico, la più recente e più minacciosa incarnazione del radicalismo wahabita. Si tratta di una sfida che da un lato minaccia la stessa tenuta dello Stato iracheno e dall’altro apre inquietanti prospettive per la Siria, dove appare molto problematico immaginare l’eliminazione di un altro dittatore laico, Assad, senza che – come in Iraq e in Libia – si apra la via a un processo di decomposizione istituzionale e territoriale di cui beneficerebbero le forze islamiste più estreme.

Che fermare lo Stato Islamico sia un’urgenza lo dimostra il fatto che il Presidente Obama ha deciso di chiedere al Congresso un’autorizzazione all’uso della forza militare. Cercando di sottrarsi all’accusa di avere così invertito la sua precedente politica, quella di ritirarsi dalle «guerre stupide» di George W. Bush, Obama ha farcito la sua richiesta di precisazioni sul tipo di forze e sui limiti temporali, ma è inevitabile a questo punto prevedere che presto vedremo arrivare in Iraq quegli «stivali sul terreno» che non solo Obama, ma l’opinione pubblica americana, non avrebbero voluto più vedere. E non si tratta solo degli Stati Uniti: la missione esplicitamente anti-Isis della portaerei francese «Charles de Gaulle» costituisce un altro segnale di notevole significato politico ancor prima che militare.

Per gli americani il rischio, come sempre quando si prospetta un uso limitato della forza armata, è che la situazione possa precipitare mettendo a repentaglio le limitate forze schierate in origine e costringendo quindi a un’inevitabile escalation. E’ qui che l’Iran può essere visto come una soluzione, e non solo come un problema. In realtà è in parte già così, visto che Washington e Teheran stanno indirettamente coordinandosi, per interposto governo iracheno, nella lotta allo Stato Islamico. Un paradosso che lascia non pochi sconcertati e sospettosi, soprattutto a Tel Aviv e a Riad, ma che non è certo una novità dal punto di vista storico, soprattutto in una regione come il Medio Oriente, dove il nemico del nemico non è necessariamente un amico, ma può diventare un indispensabile alleato di fatto.

Se per gli Stati Uniti si tratta di ridurre i danni dei ripetuti errori politici e strategici e fermare la destabilizzazione e il caos politico a livello regionale, gli obiettivi dell’Iran sono abbastanza evidenti. Si tratta in primo luogo di garantire che l’Iraq non torni ad essere una minaccia come ai tempi di Saddam: questo spiega perché dal momento della caduta di Saddam il governo di Baghdad sia stato sostenuto sia da Washington sia da Teheran. Collaborare con gli americani contro lo Stato Islamico non è quindi per gli iraniani né un problema né una novità.

Ma fra gli obiettivi iraniani vi è qualcosa di più sostanziale e di più ambizioso: il progetto di ottenere dagli Stati Uniti, anche a costo di accettare di pagare alcuni prezzi, una sorta di «sdoganamento» come potenza regionale, e soprattutto la caduta di un bruciante status di Paese reietto e paria, sistematicamente escluso ed isolato internazionalmente. Si tratta di un obiettivo condiviso dalla stragrande maggioranza degli iraniani, seppure con diverse sfumature, e respinto solo da una minoranza peraltro – e vi è qui un elemento d’incertezza – solidamente impiantata nei gangli vitali del potere.

Per capire quale sia questo vero e proprio «progetto nazionale» vale la pena rileggere il testo della proposta che, con l’autorizzazione dei vertici del regime (erano i tempi del governo riformista di Khatami), un ristretto gruppo di diplomatici iraniani redasse nel 2003 e inoltrò al governo americano, che rifiutò ostentatamente di prenderla in considerazione – anzi, persino di riceverla. (NOTA: Su questo blog ne abbiamo parlato in questo articolo).

Punti importanti di quella proposta erano la richiesta iraniana di discutere «un riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza iraniani nella regione», e la possibilità di una dichiarazione americana secondo cui «l’Iran non appartiene all’asse del Male». In cambio si offriva fra le altre cose di prendere in considerazione «il coordinamento dell’influenza iraniana» in Iraq. Interessanti erano anche la disponibilità a discutere, per la Palestina, «l’accettazione della Dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa di pace saudita, approccio dei due Stati)» e l’ipotesi di «un’azione su Hezbollah perché diventi una semplice organizzazione politica all’interno del Libano».

Forse dodici anni dopo Washington potrebbe rispondere a quella proposta. Ma certo non potrà farlo se non verrà superato l’ostacolo della questione nucleare.

L’articolo originale è disponibile QUI.

La sfida di Rouhani

Hassan Rouhani

Il presidente iraniano Hassan Rouhani getta il guanto di sfida ai conservatori. In una conferenza intitolata “Strategie per la crescita sostenibile e l’occupazione”, alla quale hanno partecipato circa 1.500 tra esperti, studenti e rappresentanti delle istituzioni, il presidente iraniano ha lanciato un’idea che ha tutto il sapore di una sfida aperta a chi si oppone a un accordo con l’Occidente sulla questione nucleare.

Rouhani si è appellato alla Costituzione e ha proposto che su “importanti questioni economiche, sociali e culturali” sia chiamato a decidere il popolo attraverso un referendum, piuttosto che affidare ogni decisione al Parlamento.

Rouhani si riferisce all’ articolo 59 della Costituzione iraniana che recita:

In questioni di particolare importanza, riguardanti il futuro del Paese, o per argomenti di speciale rilevanza economica, il potere legislativo può essere esercitato tramite l’istituto referendario, con l’appello diretto al voto del popolo. La richiesta di ricorso al referendum deve essere approvata dai due terzi della totalità dei membri dell’Assemblea.

Quella di Rouhani è perciò più una provocazione che una proposta concreta. Oggi il parlamento è a maggioranza conservatrice ed è assai improbabile che sia favorevole ad a dare il via libera a un referendum che di fatto delegherebbe al popolo il potere di decidere – ad esempio – su un eventuale accordo sul nucleare. Ed è abbastanza evidente che la maggioranza degli iraniani sarebbe favorevole a un accordo.

Perché è di questo, in fin dei conti, che si sta parlando. Rouhani è intenzionato ad andare fino in fondo e vuole stanare chi sta remando contro la sua strategia a lungo termine. Il majles potrebbe anche non approvare la richiesta di referendum, ma così facendo sarebbe responsabile di una decisione palesemente impopolare.Lo stessa varrebbe per la Guida: potrebbe Khamenei rigettare a priori un istituto previsto dalla stessa Costituzione della Repubblica islamica?

Risuona sempre lo stesso monito lanciato da Khomeini nel suo testamento politico: “Se penserete di fare a meno del popolo, farete la fine dello scià”. La crisi politica seguita alle contestate elezioni del 2009, è bene ricordarlo, fu uno shock per lo stesso regime, che ha faticato non poco per riguadagnare quel minimo di fiducia che ha portato al successo – in termini di affluenza alle urne – delle elezioni del 2013.

Ora il vincitore di quelle elezioni lancia una proposta di democrazia diretta. Qualche osservatore crede che questo mossa sia nata nell’entourage di Rouhani, tra gli iraniani cresciuti in California, dove è assai frequente il ricorso al referendum come strumento legislativo. Di sicuro, si tratta di un’azione molto politica e anche molto coraggiosa. D’altra parte, Rouhani non ha usato mezzi termini: ha detto chiaramente che il Paese deve aprirsi al mondo per raggiungere il pieno sviluppo economico e ha attaccato gli interessi monopolistici che frenano la crescita.

“Tutti devono pagare le tasse”, ha detto, riferendosi chiaramente alle fondazioni e alle organizzazioni controllate dai conservatori che agiscono spesso in condizioni di monopolio e che hanno sicuramente tratto profitto dal regime di sanzioni e dall’isolamento internazionale.

“Questo governo non teme nessuno e nessuna istituzione e agirà con la piena trasparenza nell’interesse del popolo”, ha rincarato la dose Rouhani. La sfida continua.

Chi è Masoumeh Ebtekar

Masoumeh Ebtekar

A vederla di persona, la cosa che colpisce di più è il suo sorriso. Sorride molto, Masoumeh Ebtekar , vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran con delega alle politiche ambientali. Sorride ai giornalisti e ai politici italiani che la ricevono in visita ufficiale a Roma, a fine novembre 2014. Tra i vari impegni istituzionali, anche un incontro pubblico presso la SIOI di Roma, condotto dall’ex ambasciatore a Teheran Riccardo Sessa.

Le sopracciglia disegnate, il filo di trucco sul volto incorniciato dal chador nero, l’inglese fluente imparato da ragazza negli anni trascorsi negli Usa: è una presenza gradevole, ma tutt’altro che “lieve”

Classe 1960, la signora Ebtekar è un personaggio tra i più interessanti della politica iraniana e attraverso il suo percorso è possibile ricostruire alcuni passaggi importanti della storia dell’Iran dalla rivoluzione del 1979 ad oggi.

Oggi

La vicepresidente iraniana arriva a Roma all’indomani del nuovo rinvio dell’accordo sul nucleare tra Teheran e gruppo 5+1. La maggior parte delle domande dei cronisti verte proprio sull’infinita querelle atomica e sul ruolo dell’Iran nella lotta contro l’ISIS. Da politica navigata, la Ebtekar non si scompone nemmeno quando si tocca il tema dei diritti umani, della recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari o degli attacchi con l’acido alla donne di Esfahan. Articola un ragionamento, cerca di riportare tutte le questioni nel contesto culturale e politico iraniano; magari non convince l’interlocutore, ma sembra sempre controllare perfettamente la situazione.

Quando però si toccano temi come l’ambiente, la crescita sostenibile o lo sviluppo del turismo in Iran, il suo volto si apre in un’espressione di sincero entusiasmo. Invita tutti a visitare il Paese, descrive l’Iran dei giovani e delle nuove realtà sociali ed economiche. Racconta con partecipazione la recente visita a un fabbrica di batterie al litio per automobili elettriche, parla della necessità di ridurre le emissioni di Co2 e di quanto le sanzioni abbiano danneggiato l’ambiente.
Auspica nuovi investimenti dall’estero, dicendosi consapevole che molto dipenderà dall’esito dei negoziati sul nucleare.

Sottolinea l’importanza dell’alleanza tra riformisti e moderati che ha portato – anche grazie al ritiro del candidato riformista Aref – all’elezione di Hassan Rouhani. Traccia anche un parallelo tra Mohammad Khatami – che lanciò il progetto del “Dialogo tra civiltà” proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 – e Rouhani che nel settembre 2013 propose in sede ONU una Coalizione contro gli estremismi (WAVE), appena poche settimane prima che emergesse in tutta la sua gravità il fenomeno (ancora molto misterioso, secondo la Ebtekar) dell’ISIS.

In almeno tre occasioni cita l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, a sottolineare un legame politico ancora molto importante.

Ieri

Questa è cronaca dell’oggi. Ma chi è stata, da dove viene Masoumeh Ebtekar ? Tanto per cominciare il suo nome vero era Niloufar Ebtekar. Nasce nel 1960 in una famiglia medio borghese di Teheran. Trascorre sei anni a Philadelphia, quando suo padre si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti. Tornata in patria, studia nella scuola internazionale di Teheran, poi all’Università sceglie la facoltà di Scienze. Dopo la laurea, nel 1995 ottiene un PHD in immunologia. Gli anni universitari sono quelli della svolta politico-religiosa: Masoumeh diventa una seguace di Ali Shariati , uno dei personaggi che più ha influenzato la generazione che sarà protagonista nella rivoluzione del 1979. 

ebtekar 1979

 Nei 444 giorni della crisi degli ostaggi dell’Ambasciata Usa di Teheran , Ebtekar – proprio in virtù del suo ottimo inglese – è la portavoce degli “Studenti seguaci della linea dell’Imam”. I media americani la chiamano “Sister Mary”. Nel film Argo  il suo personaggio è interpretato da Nikka Far .Nel 2001, con il giornalista Fred A. Reed, ha raccontato la sua versione della crisi nel libro Takeover in Tehran: The Inside Story of the 1979 U.S. Embassy Captur. 

Con la presidenza Khatami (1997) diventa la prima vicepresidente donna della Repubblica islamica e capo della Organizzazione per la protezione ambientale.  Mantiene l’incarico fino al 2005, quando viene eletto presidente Mahmud Ahmadinejad. Dal 2007 al 2013 siede nel consiglio comunale di Teheran, dove si occupa sempre di tematiche ambientali. Con la vittoria di Rouhani (2013), ritorna al ruolo ricoperto con Kahtami. In patria e all’estero è molto apprezzata per il suo impegno a favore delle tematiche ambientali, fino a pochi anni fa poco considerate nella società e nella politica iraniana.

 Il percorso politico della Ebtekar è simile a quello di molti altri protagonisti dell’occupazione dell’ambasciata Usa: finita la prima fase rivoluzionaria, molti di loro hanno abbracciato il riformismo e la linea di Khatami in particolare. Va infatti ricordato che quell’occupazione nacque in risposta al timore di una imminente controrivoluzione guidata dagli Stati Uniti, sul modello dell’Operazione Ajax che nel 1953 aveva portato alla deposizione di Mossadeq .Gli studenti che occuparono l’ambasciata rappresentavano la corrente più “di sinistra” del fronte rivoluzionario: non è dunque strano vedere oggi quei personaggi schierati per una cambiamento della società e della politica iraniana, sempre nella cornice della Repubblica islamica.

Leggi anche

L’intervista di Marina Forti a Masoumeh Ebtekar per Pagina 99: http://www.pagina99.it/blog/7595/Massumeh-Ebtekar–volto-ottimista-della.html

Leggi il blog in inglese di Maosumeh Ebtekar Persian Paradox: http://ebtekarm.blogspot.it/

Il suo account Twitter in inglese è @ebtekarm, quello in persiano @ebtekarm_ir .

Una speranza prolungata

Titolo Shargh

“Una speranza prolungata”. Così il quotidiano riformista Shargh ha titolato, commmentando l’estensione dell’accordo tra Iran e gruppo 5+1 al 30 giugno 2015.

 

 

 

Totalmente diverso il tono del conservatore Vatan emruz che titola: Hich! Niente!

 

 

 

Fumata grigia, più che nera. Ma di certo in molti speravano che questa fosse la volta buona.  Un altro rinvio, stavolta addirittura di 7 mesi. I tempi si allungano. Anche se dopo 35 anni di silenzio nessuno si aspettava una soluzione rapida. i mesi passano senza un risultato concreto. Obama dovrà fare i conti con il Congresso a maggioranza repubblicana, che potrebbe nel frattempo varare nuove sanzioni e mettere così a repentaglio il dialogo.

Le questioni irrisolte sono due: capacità di arricchimento ed eliminazione delle sanzioni. Le difficoltà stanno più nei tempi che nella sostanza.

L’Iran ottiene 700 milioni di dollari al mese come piccolo anticipo dei 100 miliardi di beni congelati. Serviranno a dare ossigeno a Rouhani che dovrà fare i conti nei prossimi mesi col calo del prezzo del greggio. Il bilancio statale – in Iran si basano sull’export del greggio. Più il prezzo scende, più basso sarà il potere di spesa del governo nel futuro immediato. Il petrolio alle stelle fu la fortuna di Ahmadinejad e delle sue politiche di spesa.

Il segretario di Stato Usa, apparso piuttosto provato alla fine dei colloqui. si è subito appellato ai membri del Congresso perché il dialogo continui. Negoziato che, a questo punto, è sempre più una partita due tra Teheran e Washington, con la Russia unico soggetto terzo a giocare un ruolo di qualche peso.

Molto più abile il ministro iraniano Javad Zarif nel presentare il rinvio come un successo: “Prima delle sanzioni – ha detto – avevamo 200 centrifughe, ora ne abbiamo 20mila. Dite voi se le sanzioni hanno funzionato”. Al di là di queste affermazioni, il tono dei commenti nel dopo vertice indica alcuni elementi sostanziali:

  1. Nessuno più chiede l’azzeramento del programma nucleare iraniano.
  2. Nessuno ha dato la colpa del rinvio all’Iran.
  3. Il dialogo ormai è una prassi.

Kerry ha detto che dall’accordo ad interim di un anno fa, il mondo è più sicuro. da un anno. Gli ha fatto eco Zarif: “Per l’accordo non ci vorranno 7 mesi, ma molto meno. Noi siamo pronti a tornare al tavolo anche domani”.

Il presidente iraniano Hassan Rouhani, in un discorso televisivo alla nazione, ha rivendicato la sua strategia di approccio con la comunità internazionale: “Abbiamo scelto di interagire col mondo ed è la strada giusta”.

Nel rush finale dei negoziati è forse è mancato uno strappo, uno scatto finale di coraggio. Obama avrebbe avuto forse meno da perdere di Rouhani. Il presidente Usa è al suo secondo e ultimo mandato e la soluzione del dossier nucleare iraniano potrebbe essere l’ultima chance per lasciare almeno un risultato positivo in politica estera. Rouhani è invece presidente da un anno e mezzo e sul dialogo ha incentrato tutta la sua politica. Non può assolutamente dare segnali di eccessivo cedimento rispetto agli Stati Uniti, altrimenti tutta la sua presidenza sarebbe compromessa.

Un analista ha paragonato questa fase dei negoziati a l vertice tra usa e Urss di Reykjavik nel 1986. Ora come allora, le parti si conoscono perfettamente e sanno cosa possono realisticamente ottenere. Si tratta di trovare il coraggio, lo slancio di chiudere. Come ha detto Rouhani fin dall’inizio delle trattative,” la finestra non sarà aperta per sempre”.

 

 

 

 

Ascolta la puntata di Radio 3 mondo del 25 novembre 2014  con Antonello Sacchetti ed Ettore Greco.

Iran Talks

Iran Talks Vienna

Il 24 novembre 2014 scade l’accordo ad interim sul nucleare stipulato tra Iran e Gruppo 5+1 un anno fa. Il 18 novembre si apre a Vienna una nuova e decisiva sessione di colloqui, preceduta da un summit di due giorni in Oman tra il 9 e il 10 novembre, conclusasi – almeno ufficialmente – senza progressi effettivi.

Ecco il diario dei colloqui:

24 novembre

Colazione (nel senso di breakfast) di lavoro tra ministri degli Esteri di Iran e Cina. E’ il primo appuntamento di una giornata che si preannuncia lunghissima. In un tweet molto pragmatico, la Guida Khamenei dice in sostanza: se l’accordo arriva bene, altrimenti il Paese continuerà sulla sua strada.

      La voce del giorno parla di un rinvio dei negoziati a dicembre in Oman.    Schema di una possibile soluzione:

Nel primo pomeriggio arriva la conferma della voce che circolava già dalla domenica: l’accordo ad interim viene esteso al 1° luglio 2015. L’Iran riceverà 700 milioni di dollari al mese come anticipo sui 100 miliardi di dollari congelati.

 

Finale di partita:

Uno dei tweet di Rouhani a vertice concluso:

 

Il quotidiano riformista Shargh titola: “Estensione di speranza”.

 23 novembre La stampa conservatrice iraniana definisce l’accordo “impossibile”. Il Dipartimento di Stato Usa invita a considerare questi messaggi con cautela. Il programma della giornata prevede nuovi incontri tra Usa e Iran. La sensazione è che Tehran voglia arrivare a un accordo politico di massima entro il 24 per poi fissare i dettagli tecnici in seguito.   Per tutta la domenica si alternano cronache più o meno attendibili. Sui social media, molti iraniani propendono all’ottimismo. Più scettici gli osservatori europei e americani. La partita è sempre più a due, tra Zarif e Kerry. Per lunedì mattina è prevista una telefonata tra il presidente iraniano Rouhani e il presidente russo Putin.   Domenica sera Rouhani posta una foto emblematica sul suo account Instagram: “Omid”, “Speranza”.

A photo posted by Hassan Rouhani (@hrouhani) on

 Mentre il segretario di Stato Usa John Kerry twitta:

  22 novembre   Dietrofront nella notte: Zarif e Kerry non partono più, ma rimangono entrambi a Vienna e si incontrano in un vertice di due ore. Il gruppo 5+1 avrebbe formulato una nuova proposta all’Iran, i cui dettagli non sono stati resi noti. La notizia è stata riportata dai media di Stato iraniani, nonostante la smentita da parte dello stesso ministro degli Esteri Zarif. Al di là di queste schermaglie, Teheran starebbe valutando questa proposta, con l’obiettivo di arrivare a un accordo entro il 24. Il vertice entra nel weekend decisivo, a soli due giorni dalla scadenza dell’accordo ad interim.

        Note ai margini della Storia. Uno studente iraniano che vive negli Usa lancia questo augurio via Twitter:

    21 novembre   Voci non confermate sostengono che Zarif sarebbe pronto a tornare in Iran per consultarsi sui negoziati ad avere – eventualmente – il via libera a sottoscrivere un accordo. Durante la preghiera del venerdì l’ayatollah Jannati ,capo del Consiglio dei Guardiani, ha ammonito i negoziatori iraniani a non “accettare umiliazioni da parte degli Usa”. Arriva a Vienna il ministro degli Esteri della Francia Laurent Fabius.

        20 novembre    Scendono le quotazioni circa il raggiungimento di un’intesa entro il 24 novembre. Fonti diplomatiche britanniche parlano di un probabile nuovo rinvio. Fonti iraniane escludono invece un nuovo accordo ad interim. In serata arriva a Vienna il segretario di Stato Usa John Kerry.   19 novembre   Secondo giorno di negoziati. Secondo il ministro degli Esteri iraniano Zarif, che l’accordo si faccia o meno, “il 24 novembre sarà comunque il giorno della vittoria nazionale”. Come dire: l’Iran farà di tutto per arrivare a un accordo, ma non svenderà la propria dignità. Il segretario di Stato Usa John Kerry rimanda l’arrivo a Vienna (da Londra) prevista per oggi. Giovedì 20 sarà a Parigi per incontrare l’omologo francese Laurent Fabius e si parla anche di un secondo incontro col ministro saudita Saud al Feisa.   18 novembre   Si apre il nuovo round di colloqui a Vienna. Il clima è moderatamente ottimista.

     17 novembre Suscita curiosità l’imprevisto viaggio di un solo giorno del ministro degli Esteri di Oman a Teheran. Visto il ruolo giocato dal sultanato nel dialogo tra Usa e Iran, molti osservatori ipotizzano uno scambio di messaggi tra le parti prima dell’avvio dei negoziati a Vienna.   16 novembre   Nessuna novità di rilievo, ma hanno suscitato interesse le parole del viceministro degli Esteri russo Sergei Ryabkov a margine degli incontri al G20 in Australia:

Iran e 5+1 non sono mai stati così vicini a un accordo. C’è tutto il tempo di raggiungerlo dal 18 (giorno dell’inizio del vertice a Vienna) al 24 novembre. Bisogna solo vedere se a Teheran e Washington verranno prese le decisioni necessarie.

Significativa anche l’intervista rilasciata a Marina Forti dall’ex ministro degli Esteri italiano Emma Bonino, una dei firmatari di una lettera diffusa dall’European Council on Foreign Relations che invita le parti al compromesso . Secondo Bonino,

un accordo in grado di affrontare in maniera pacifica ed efficace i timori degli E3+3 sulla proliferazione nucleare iraniana e di rispettare, allo stesso tempo, la sovranità e le legittime aspirazioni iraniane, è davvero a portata di mano.

14 novembre   Continua a essere molto vivace l’account Twitter di Khamenei. Vivace e polemico con gli Stati Uniti e l’Occidente. In un tweet, ricorda come l’Iran sia stato vittima delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, nel silenzio pressoché totale di tutto il mondo.

  In un video su Youtube – sottotitolato in inglese –  ribadisce il diritto dell’Iran a proseguire con il proprio programma nucleare.   Con l’avvicinarsi del 24 novembre, nessun messaggio è casuale.   [divider] [/divider]   11 novembre   In questo apparente stallo, spiccano due tweet del 10 novembre con cui la Guida Ali Khamenei esprime il pieno sostegno ai colloqui e ribadisce i punti cardine della diplomazia iraniana.

Nei giorni passati si era diffusa la voce che al vertice in Oman avrebbe partecipato Ali Akbar Velayati, consigliere della Guida sulla politica estera. L’indiscrezione aveva alimentato l’ipotesi che un accordo fosse ormai imminente. Velayati non ha poi partecipato al vertice.   Intanto, mentre l’accordo non è ancora raggiunto, si sprecano le analisi in vista della possibile fine delle sanzioni.  Ecco un esempio:  

Così parlò Rouhani

Rouhani all'ONU

Nel 2013 la partecipazione di Hassan Rouhani all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite fu il trampolino di lancio per i colloqui che portarono all’accordo ad interim sul nucleare del 24 novembre 2013. Diverso, ma ugualmente importante, l’intervento di quest’anno.

In sostanza, il messaggio lanciato è: una soluzione sul nucleare è possibile e noi vogliamo raggiungerla. Ma basta con le sanzioni e le minacce, o sarà tutto inutile.

Che fine ha fatto Rouhani?

Innanzitutto, un piccolo mistero. L’intervento di Rouhani era il primo in scaletta per il 25 settembre. Il presidente iraniano è fotografato all’arrivo al Palazzo di Vetro, ma poi sparisce. Il programma subisce dei cambiamenti: parlano prima i rappresentanti di Ghana e Croazia. Perché questo ritardo? Sui social si scatenano le ipotesi: sta correggendo il testo del suo intervento? O è impegnato in un colloqui fuori programma?

Live tweeting

Quando finalmente arriva in aula, l’account Twitter @HassanRouhani comincia un live tweeting puntualissimo:

Tutto l’intervento del presidente è di fatto riassunto in tempo reale. Seguendo sia la diretta streaming sia il live tweeting, ci si rende conto che in alcuni passaggi i tweet anticipano la voce del presidente. Segno che chi gestisce l’account è in possesso del testo del suo intervento. Un ottimo caso di copertura digitale di un evento istituzionale.    Ecco alcuni dei punti (e dei tweet) chiave dell’intervento.   Chi ha creato l’Isis dovrebbe chiedere scusa   Chi ha finanziato l’Isis dovrebbe ammettere le proprie responsabilità e chiedere scusa.

 

 

In cerca di fiducia

Uno dei passaggi più interessanti: “In Medio Oriente ci sono politici ed élite moderate che godono del sostegno del loro popolo. Non sono né anti occidentali né filo occidentali”.  Chiaro riferimento a se stesso e alla coalizione moderata che lo ha eletto presidente in Iran. E’ un messaggio chiaro: se non ci date fiducia, in Iran tornerà al potere chi è chiaramente anti occidentale.


Media occidentali istigano l’islamofobia

“Sono stupito da questi gruppi criminali che si definiscono Islamici. I media occidentali ripetono questo falso proclama che produce odio contro tutti i musulmani”. 

 

Critiche agli Usa

Rouhani critica gli Usa per il loro comportamento in Iraq: continuare a pretendere l’egemonia nella regione è un errore strategico. 

Anche perché “la democrazia non è un prodotto che può essere importato in Oriente da Occidente”.

E la soluzione suggerita è chiara: l’Iran può svolgere un ruolo chiave nella soluzione della crisi irachena

 

 Un riferimento a Khatami

E al suo appello per il dialogo tra le civiltà: “Ricordiamoci che prima dell’atto criminale dell’11 settembre l’Iran invitò tutti al dialogo”.

 

 Sul nucleare

Poi Rouhani entra nel vivo della questione nucleare: “Noi abbiamo intrapreso negoziati seri e onesti non a causa delle sanzioni, ma perché il nostro popolo ce lo ha chiesto”. Come dire: io sono stato eletto per questo, gli iraniani mi hanno votato proprio perché dialogassi con l’Occidente. 

Avanti con i negoziati

Rouhani rilancia in vista della scadenza dell’accordo ad interim (24 novembre): “Siamo determinati a continuare”. 

 

 

 

 

 Il video integrale del discorso (doppiato in inglese)

 

L’accordo – dice – sarebbe un’opportunità storica per l’Occidente.

 

Potrebbe essere solo l’inizio

E poi apre: “Un accordo finale sul programma nucleare potrebbe essere l’inizio di una collaborazione per la pace, la sicurezza e lo sviluppo”.

Per la prima volta, in una sede ufficiale, l’Iran lega la questione nucleare a una futura collaborazione “strutturale” con l’Occidente. In molti lo hanno sempre pensato ma è la prima volta che viene esplicitato in questi termini.

Rouhani non suggerisce soluzioni tecniche per superare lo stallo delle trattative, ma segna una linea rossa: noi non cediamo sul diritto all’arricchimento. Sul resto possiamo discutere. Però adesso la palla è a voi.

 Il testo in inglese dell’intervento di Rouhani

Rinvio nucleare

Iran Talks Vienna

Non sono bastati 16 giorni di fila di colloqui a Vienna per raggiungere un’intesa definitiva sul nucleare iraniano. Così, a 48 ore dalla scadenza dell’accordo ad interim siglato nel novembre 2013 a Ginevra, Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania e Cina) hanno deciso di darsi altri 4 mesi di tempo. La proroga scade il 24 novembre ma ci sono buoni motivi di credere che si cercherà di arrivare a una soluzione prima del 4 novembre, giorno in cui negli Usa si vota per il rinnovo del Congresso. Una eventuale (e probabile) maggioranza repubblicana sarebbe sicuramente un ostacolo più ingombrante all’intesa. Perché – è bene ricordarlo – per alleggerire o eliminare del tutto le sanzioni, c’è bisogno del voto del Congresso.

I prossimi colloqui tra Iran e 5+1 dovrebbero esserci a settembre.

Divergenze tecniche

La questione centrale sembra la capacità di arricchimento di uranio dell’Iran. Teheran vorrebbe mantenere attive nei prossimi anni 10mila centrifughe per aumentare poi la propria produzione per la centrale di Bushehr dopo il 2021, anno in cui scadrà un contratto con la Russia per la fornitura di carburante.

Il gruppo 5+1 chiede invece che il numero di reattori sia limitato ad alcune centinaia e che l’Iran continui ad acquistare isotopi dalla Russia.

I commenti dei protagonisti

Il segretario di Stato Usa John Kerry ha detto che ci sono stati «progressi effettivi su alcune questioni come il destino del reattore ad acqua pesante di Arak, la riconversione dell’impianto di arricchimento di Fordow e le misure di controllo e monitoraggio», ma ha anche precisato che «permangono differenze sostanziali sulla capacità di arricchimento dell’impianto di Natanz, una questione assolutamente cruciale in un eventuale accordo definitivo».

Kerry ha comunque sottolineato come l’Iran abbia «accettato di convertire tutto il suo materiale arricchito al 20% in
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Iran e Usa: prove di intesa?

Javad Zarif

Teheran e Gruppo 5+1 riprendono i colloqui sul programma nucleare iraniano. I negoziati a Vienna sono anche l’occasione per discutere di Iraq. Antichi avversari, Stati Uniti e Iran hanno uguale interesse nel frenare la crescente minaccia rappresentata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Sia Washington sia Teheran stanno valutando la possibilità se offrire sostegno militare al governo iracheno.

Potrà la collaborazione fra l’Iran e gli USA risolvere la crisi irachena? E cosa farà l’Arabia Saudita potenza egemone sunnita nello scenario mediorientale?

Martedì 17 giugno Azzurra Meringolo ne ha parlato a Radio3 Mondo con Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore specializzato d’Iran e con Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali e del Brookings Institution di Washington

Ascolta la registrazione della trasmissione:

Nucleare Iran: a Vienna nulla di fatto

Vertice Iran - gruppo 5+1

“La volontà è il fattore di successo più cruciale in qualsiasi dialogo. Noi siamo determinati, spero lo siano anche le nostre controparti”.

Con questo tweet non proprio ottimistico il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha sintetizzato l’esito del round di colloqui sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 tenutosi a Vienna dal 14 al 16 maggio 2014.

Che le cose non stessero andando benissimo lo si era capito già nei giorni precedenti. Nel pomeriggio del 16 maggio si era addirittura via Twitter la voce (poi smentita) che il tavolo delle trattative fosse saltato.

Delusione iraniana

Il dialogo continua, ma da questo vertice non è uscita quella bozza di accordo finale che in molti auspicavano e che pochi – per la verità – speravano di vedere già adesso. Ricordiamo che l’accordo ad interim siglato a novembre a Ginevra scade il 20 luglio. Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araqchi ha annunciato che a giugno ci saranno nuovi vertici (uno o due) e che il dialogo continua. Trapela, da parte iraniana, una certa delusione per l’atteggiamento della controparte. O, meglio, delle controparti. Un funzionario di Teheran ha infatti sottolineato come il dialogo non sia con gli Usa, ma col gruppo 5+1. A rimarcare, quindi, delle sostanziali differenza tra l’atteggiamento di Washington e quello degli altri Paesi a tvolo dei negozaiti (Cina, Russia, Francia e Gran Bretagna).

Questioni aperte

Il fatto è che ora si è entrati nella fase più difficile delle trattative, proprio perché la scadenza è a un passo e tutte le questioni saranno definitive. In particolare, ci sono problemi circa lo sviluppo delle centrifughe per l’arricchimento dell’uranio e l’alleggerimento delle sanzioni sull’Iran. A nessuno, in questa fase, conviene sbandierare i problemi, ma a quanto pare ci sarebbero pressioni da parte Usa sulle banche internazionali che dovrebbero fornire servizi finanziari per la fornitura all’Iran di “beni umanitari” e del settore automotivo. Punti previsti nell’accordo di Ginevra ma non realizzati ancora nella pratica. Per questo fonti iraniani accusano l’Occidente di “aver abbandonato il realismo dimostrato negli incontri precedenti”. Ufficialmente, sarà difficile avere maggiori dettagli sulle questioni aperte. Di certo, ora ci sono soltanto due mesi per arrivare a un accordo. In un pausa del vertice, Zarif ha raggiunto il Team Melli, la nazionale di calcio iraniana, in ritiro vicino a Vienna. E ha postato la foto di rito su Twitter.

A proposito: prima di fissare le date dei vertici di giugno, sarà bene consultare il calendario dei Mondiali. Sempre meglio evitare distrazioni.

Iran, il mercato di domani?

Borsa valori di Teheran

Accordo sì o no? Il terzo turno di colloqui tra Iran e gruppo 5+1 sulla questione nucleare tenutosi a Vienna l’8 e il 9 aprile, si è concluso in modo piuttosto interlocutorio. Le prospettive sono parecchio diverse a seconda delle analisi. Non ci sono risultati clamorosi da sbandierare, ma neanche passi indietro, a stare alle dichiarazioni dei protagonisti. Sono però trascorsi cinque mesi dallo storico accordo di novembre e ci si comincia a chiedere quando si vedrà davvero la fine di questa querelle.

Nucleare, nuovi colloqui il 13 maggio

Il ministro degli esteri iraniano Javad Zarif, in un tweet, ha auspicato il “proseguimento del dialogo per raggiungere un accordo stabile, con un’assunzione finale di responsabilità collettiva” che sia “soprattutto, in linea con gli interessi di tutte le parti”.

Le parti si rivedranno a Vienna il 13 maggio. Zarif ha anche dichiarato che un accordo finale potrebbe essere raggiunto entro il 20 luglio (quando scade l’accordo ad interim di novembre), ma ha anche aggiunto che se fosse necessario altro tempo, non sarebbe “né un disastro né una sorpresa”.


 

L’Alto rappresentante dell’Unione europea per la politica estera Catherine Ashton ha detto che le due parti devono svolgere “un lavoro intenso” per colmare le distanze e raggiungere un accordo.

Il mercato iraniano

In questi ultimi mesi i dettagli tecnici della questione nucleare sono passati in secondo piano nelle cronache e nelle analisi. Si parla soprattutto di cosa potrebbe accadere dopo un eventuale accordo che riaprisse le relazioni economiche tra Stati Uniti e Iran.

Charlie Robertson, global chief economist di Renaissance Capital, ha recentemente visitato l’Iran e ha tracciato un quadro molto promettente dell’economia persiana:

“Gli investitori sono molto interessati a trovare il prossimo mercato . L’Iran è l’ultimo mercato del mondo che abbia già una considerevole economia e un mercato azionario nel quale si potrà investire una volta allentate le restrizioni finanziarie”.

Secondo Robertson, l’Iran di oggi è come “la Turchia di dieci anni fa, ma con enormi riserve energetiche”.

I punti di forza? Il 9% delle riserve mondiali di petrolio, salari in media più bassi di Turchia o Cina e paragonabili a quelli del Vietnam. Infrastrutture migliori rispetto a quelle dei Paesi emergenti. In più, una popolazione giovane e ben istruita.  In pratica, le generazioni del baby boom iraniano (anni Ottanta e Novanta) hanno studiato, si sono laureate e sono ora forza lavoro. E rappresentano un esercito enorme di consumatori. La Borsa dell’Iran ha una capitalizzazione di mercato di circa 170 miliardi dollari, simile a quella della Polonia. “Questo è un grande mercato per gli standard dei mercati emergenti“, sintetizza Robertson.

Pronti a partire

Gli investitori stranieri non possono ancora stipulare contratti formali, ma stanno comunque saggiando il terreno. Da novembre, moltissime imprese europee e americane stanno visitando il Paese per comprendere il contesto e valutare le possibilità di investimento. Se e quando le sanzioni saranno rimosse, vogliono tutti essere in prima fila.

Il primo passo

Per sbloccare la situazione, il primo basso dovrebbe essere la fine de dell’embargo petrolifero da parte dell’Unione europea. In questo modo, Teheran aumenterebbe l’export del greggio e rilancerebbe la produzione interna. Per una totale normalizzazione della situazione, sarebbe comunque indispensabile la fine delle sanzioni del Tesoro Usa e il reinserimento dell’Iran nei meccanismi bancari internazionali. I settori in cui investire? Sicuramente il petrolifero, il petrolchimico e il minerario, tanto per cominciare. Buone prospettive anche per l’agricoltura e l’industria automobilistica, settori già ben strutturati. Molto interessanti le prospettive per il settore delle telecomunicazioni e dell’industria alberghiera.

Oltre agli sviluppi internazionali, saranno comunque necessari cambiamenti interni, soprattutto per quanto riguarda il settore bancario e la forte ingerenza delle fondazioni legate ai Pasdaran nelle società di recente privatizzazione. Anche in questo ambito (o soprattutto in questo) si gioca la partita interna tra le anime della Repubblica islamica.

 

 

Iran. Femminismo, economia e sanzioni

Traduzione di un articolo originale di Peyman Majidzadeh per Arseh Sevom. 

La Festa della donna è passata ma molte donne iraniane rimangono in carcere per aver rivendicato i propri diritti. Ne “Il giorno in cui sono diventato femminista,” alcuni uomini hanno raccontato ad Arseh Sevom della loro esperienza. L’avvocato dei diritti umani Nassin Sotoudeh ha parlato ad Arseh Sevom dei suoi sogni, il suo lavoro, e della sua famiglia.

Kerry sul nucleare iraniano

L’ultimo round di colloqui sul nucleare iraniano si è tenuto a febbraio a Vienna. Il ministro degli Esteri degli Stati Uniti John Kerry ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno posto tre condizioni per la firma del documento finale:

  • Niente armi nucleari per l’Iran in futuro
  • Perseguire obiettivi pacifici da parte dell’Iran
  • La piena trasparenza da parte iraniana

Un think tank di Washington starebbe pressando il Senato degli Stati Uniti per aumentare i finanziamenti per l’AIEA per l’anno fiscale 2015, in modo da assicurare “ispezioni internazionali piene, al fine di mantenere la pressione sull’Iran.” Documenti ufficiali indicano che Washington ha fornito oltre il 40% del bilancio dell’agenzia nel 2014. Recentemente, il presidente Rouhani ha chiesto ai guardiani della rivoluzione islamica (IRGC) di farla finita con discorsi anti-Usa:

E’molto importante formulare i propri discorsi in modo che non siano intesi sempre come minacce.

 

Rouhani sa che, anche se alcuni analisti ritengono che i Pasdaran siano “cautamente aperti ” ad un accordo nucleare, il loro atteggiamento potrebbe ancora portare a gravi fraintendimenti. Reimpostato la posizione è necessaria , ma non sufficiente . Quello che manca all’Iran nei negoziati, secondo alcuni,  è l’aiuto di esperti non governativi in materia di sanzioni, in grado di fornire indicazioni su come gestire i negoziati.

Ancora sanzioni?

Nel timore di nuove sanzioni da parte degli Stati Uniti, alcune organizzazioni tengono alta la pressione sull’Iran . Alcune banche hanno smesso di fornire servizi ai cittadini iraniani . La Bank of Hawaii, ad esempio, ha chiuso i conti appartenenti a cittadini iraniani a prescindere dal loro luogo di residenza .

Il Foreign and Commonwealth Office nel Regno Unito, ha recentemente avviato una consultazione in “sanzioni contrattuali”. L’obiettivo è:

aumentare la pressione sui regimi repressivi o paesi impegnati nella proliferazione della tecnologia nucleare e di estendere il campo di applicazione delle sanzioni tradizionali, per fornire disincentivi al settore privato al di fuori dell’UE di fare affari con i regimi mirati.

Aggirando le sanzioni alcuni gruppi hanno compiuto un vero sciacallaggio economico. Il caso di corruzione più noto è quello di Babak Zanjani, stimato attorno ai 9.000 miliardi toman (quasi 3 miliardi di dollari) .

L’Iran sta cercando di stabilire nuovi legami con la comunità internazionale. Il vice ministro degli Esteri Majid Takht- Ravanchi ha detto che l’Iran e il Regno Unito avevano ristabilito relazioni diplomatich. Il ministro di Industria, Miniere e Commercio Mohammad Reza Zadeh Nemat ha detto che l’Iran è pronto a condurre più affari con la Germania. Il cerchio delle nuove interazioni di business include anche gli Stati Uniti. Il colosso farmaceutico statunitense Merck Sharp & Dohme (MSD) ha firmato un contratto per la produzione su licenza di medicinali in Iran, che è un ottimo segnale, vista la penuria di medicinali in Iran.

A proposito di Ucraina

Uno degli eventi internazionali che attirano l’attenzione media iraniani è la crisi in Ucraina. Mentre i media di stato sostengono l’ex presidente Viktor Yanukovich , la stampa riformista e i cittadini sono felici per la sua estromissione. Alcuni iraniani vedono anche delle similarità tra l’Iran e l’Ucraina . Uno ha twittato:

Perché l’Ucraina è così importante per noi? Perché il contesto politico e la struttura civile sono simili a quelli dell’Iran. Il riferimento è alla liberazione di Yulia Tymoshenko (22 febbraio), leader della Rivoluzione arancione del 2004, mentre i leader del Movimento Verde iraniano restano agli arresti domiciliari .   L’economia iraniana Abbiano già parlato della valutazione del Fondo Monetario Internazionale sulla situazione economica dell’Iran. Due giornali americani di spicco, New York Times e Wall Street Journal, hanno tratto conclusioni diverse dalla relazione, una positiva e l’altra negativa. Indipendentemente dalle conclusioni della stampa statunitense, la situazione economica dell’Iran non sembra promettente, almeno nel breve periodo. Alcuni media hanno riportato un aumento del 15 % del bilancio per la Fondazione Imam Khomeini nel prossimo anno. Questo potrebbe suggerire la crescita della povertà all’interno del paese, dato che la missione della fondazione è aiutare i poveri . Alcuni economisti criticano i piani economici di Rouhani, in particolare il piano di distribuzione di cibo. Djavad Salehi-Isfahani, professore di economia alla Virginia Tech, teme che l’attuazione di tali programmi favorisca il populismo come testimoniato sotto l’amministrazione di Mahmoud Ahmadinaejad. L’economista spera che il governo iraniano trasformerà questi piani in programmi anti-povertà più efficaci.

Abusi sessuali nelle scuole di calcio

Gli iraniani sono rimasti scioccati dalle notizie di abusi sessuali nelle loro scuole calcio. Masoud Shojaei, giocatore della Nazionale di calcio iraniana, ha rotto il silenzio su questa vicenda, parlando del tema sul popolare show televisivo “90”.   Media e censura L’ultima volta che abbiamo riportato sulla nascita del giornale riformista Aseman. Purtroppo, il quotidiano non ha vissuto a lungo. Aseman è stato chiuso dalle autorità iraniane che ancora una volta hanno dimostrato la loro intolleranza per le voci di dissenso . La ragione ufficiale per la chiusura è un articolo che definiva “disumana” la pratica della qesas (cosiddetta legge del taglione). Un rapporto pubblicato da Iran- Emrooz fornisce una panoramica sui media dall’insediamento di Rouhani. Secondo il rapporto, altri quattro giornali sono stati chiusi prima di Aseman . Uniti per l’Iran, team di esperti e attivisti per la fine delle violazioni dei diritti umani e a sostegno del movimento per la democrazia in Iran, ha lanciato un Database dei prigionieri politici. Il database contiene informazioni su tutti i prigionieri politici iraniani e la loro situazione attuale, che può essere molto utile per i gruppi e le organizzazioni che cercano di aiutarli. La relazione serve anche a ricordare alle famiglie dei prigionieri politici che i loro cari non sono stati dimenticati. Dal rapporto emergono dati interessanti, come l’alta percentuale di prigionieri politici appartenenti a minoranze etniche . Sbloccare l’Iran, una campagna lanciata dalla Iran Human Rights Documentation Center, ha attirato l’attenzione dai personaggi famosi . Premio Oscar Susan Sarandon ha twittato:

 

  Leggi l’articolo originale su Arseh Sevom

Iran alla Conferenza di Pace Ginevra II

Dal sito di Radio Vaticana

Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha invitato, in extremis, l’Iran alla “Conferenza di Pace Ginevra 2” sulla Siria; da parte sua, Teheran ha confermato la sua presenza, scatenando però, la reazione della Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione, che ha annunciato che diserterà l’incontro se il Palazzo di Vetro non ritirerà il suo invito. Anche gli Stati Uniti hanno espresso dubbi sulla presenza della Repubblica Islamica al tavolo svizzero, chiedendo che prima Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione. Si profila dunque una situazione estremamente complicata. Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

Ascolta l’audio dell’intervista

R. – Sicuramente credo ci siano elementi interessanti: il primo è che si è arrivati al punto che l’Iran voleva, cioè quello di essere considerato non una parte del problema ma un possibile fattore di soluzione. L’altro è che sicuramente c’è una grossa divisione all’interno dell’opposizione siriana: una parte ha detto che diserterà, altri invece si sono ritirati da questa posizione; la discussione è anche abbastanza aperta. È chiaro che nulla può cambiare in modo netto con un solo passaggio; mi sembra però che la situazione sia molto diversa rispetto a quella di pochi mesi fa; ricordiamo a che punto eravamo arrivati soltanto i primi di settembre: sull’orlo di una guerra.

D. – Di fatto, l’Iran rientra sulla scena internazionale dopo anni di oblio. Quanto il nuovo corso, tracciato dal presidente Rohani, influisce su questo riconoscimento internazionale?

R. – Influisce al 100%. Direi che è uno dei motivi della sua vittoria, della sua affermazione e questo al di là di tutte le previsioni e le analisi che sono sempre un po’ condizionate dalle visioni di parte. C’è stata una riapertura dell’Iran all’esterno e lui ha giocato da subito una partita su due tavoli: quello interno – della politica interna – e quello internazionale del riconoscimento dell’uscita da un blocco che era molto spesso più di facciata che sostanziale, ma che di fatto ne faceva un “convitato di pietra” che però poi non aveva alcun peso decisionale negli eventi.

D. – Da una parte abbiamo gli Stati Uniti che spingono affinché Teheran accetti la richiesta dell’istituzione di un governo siriano di transizione; dall’altra la Russia che ha sottolineato che l’assenza di Teheran a Ginevra sarebbe stato un errore imperdonabile. Quindi, di fatto, si ripropone in senso più alto la politica dei blocchi contrapposti…

R. – Questa è la tendenza che un po’ si è delineata negli ultimi mesi; lo stesso dietrofront di Obama a settembre sull’intervento armato in Siria è stato il primo, la più grande dimostrazione di questo nuovo scenario. Sicuramente, in questa situazione l’Iran si è saputa inserire e la situazione stessa del presidente Assad adesso è abbastanza complicata da gestire. Bisognerà vedere come le parti ne possano venire fuori, senza rinnegare troppo quelli che sono stati gli schieramenti di decenni: ricordiamo che l’unico Paese che ha un’alleanza militare con la Siria è proprio l’Iran; sono legati da un antico legame diplomatico e militare. Però, io ricorderei anche un altro dato storico: l’Iran, anche negli ultimi 35 anni, cioè dalla istituzione della Repubblica islamica ha sempre privilegiato i propri interessi nazionali sulle questioni sia ideologiche, che di altro tipo e meno che mai religiose in quel settore. Quindi – e questa è una mia opinione personale – credo che alla fine Teheran giocherà la carta che più converrà ai propri interessi.

D. – Proprio oggi l’Agenzia internazionale per l’energia atomica ha confermato l’interruzione da parte del governo iraniano dell’attività di arricchimento dell’uranio al 20%. Quanto sono collegati questi due fatti?

R. – Secondo me, sono collegati moltissimo. Questo è uno dei vecchi punti per i quali in passato tutti questi tentativi di contatto tra Occidente, i Cinque più uno e Teheran sono sempre naufragati. L’Iran ha sempre detto una cosa: “Noi vogliamo dialogare, negoziare sul nostro diritto di arricchimento, inserendolo in un contesto più ampio”. La crisi siriana fa parte di questa offensiva diplomatica. Mi sembra che un po’ alla volta questi elementi si stiano rivelando anche pubblicamente.

Testo originale del sito Radio Vaticana : http://bit.ly/1bB37p2

 

Nucleare, avanti con giudizio

Nucleare Iran

Non ha destato grandissima attenzione in Italia, ma la notizia è di quelle che contano: il 12 gennaio Iran e Gruppo 5+1 hanno definito in un vertice a Parigi i  termini dell’accordo sul nucleare delineato il 24 novembre 2013 a Ginevra.

In base a questo accordo, dal 20 gennaio l’Iran comincerà a eliminare le sue riserve di uranio arricchito. In cambio, gli Usa le sanzioni economiche saranno alleggerite in una misura stimata tra i 6 e i 7 miliardi di dollari.

Per il segretario di stato Usa John Kerry, l’intesa raggiunta è “molto importante, ma le sfide della prossima fase sono molto difficili”.

I dettagli dell’intesa

Gli accordi tecnici stipulati a Parigi specificano le azioni che l’Iran dovrà adottare per limitare la sua capacità di arricchimento a Natanz e Fordow. Sono stati poi definiti i limiti che Teheran dovrà rispettare in materia di ricerca e sviluppo.

L’Iran si è inoltre impegnato a non alimentare e a non installare nuove componenti nel reattore di Arak.

Teheran dovrà inoltre facilitare il lavoro dell’Agenzia internazionale dell’energia atomica (AIEA ) nella verifica del regolare adempimento dei suoi impegni. In base a questi accordi, l’AIEA giocherà un ruolo decisivo nei prossimi mesi.

Prossimi passi

Il viceministro degli Esteri Abbas Araqchi ha detto che a febbraio ci sarà un incontro tra Zarif e Catherine Ashton. Sul fronte interno, da segnalare il commento positivo di Rasoul Sanaeirad, figura politica all’interno dei Pasdaran: “Sembra che gli americani siano determinati a superare il clima di conflitto”.

Come recita il celebre adagio manzoniano, “Adelante, Pedro, con juicio”.

Siamo sicuri di essere superiori all’Iran?

Massimo Fini

Su Il Fatto Quotidiano del 28 dicembre 2013 Massimo Fini ha scritto un interessante editoriale sull’Iran e sul malcelato (o addirittura ostentato) “senso di superiorità” di noi occidentali. Mi sento di condividerlo in pieno e ve lo propongo.

 

 

Nella conferenza stampa di fine anno un giornalista d’area radicale ha chiesto al presidente del Consiglio se l’Italia non fosse troppo morbida con l’Iran. Letta ha risposto in diplomatichese ma una cosa interessante l’ha detta: “L’Italia puo’ essere un buon mediatore con l’Iran perchè entrambi veniamo da grandi culture millenarie e possiamo quindi intenderci”. L’Iran è infatti l’antica Persia. E le vestigia di questa cultura si possono trovare nella plurimillenaria città di Isfahan o a Qom (non a Teheran che, come Tel Aviv, è di costruzione recente). Ma a parte questo, eppero’ in sua stretta correlazione, gli iraniani, almeno a partire da un certo livello sociale, sono delle persone colte che non si limitano a sapere a memoria i versetti del Corano. Me ne resi conto quando stavo da quelle parti: la piccola borghesia di Teheran non solo conosceva i nostri maggiori (Dante, Petrarca, Boccaccio) ma in quel periodo (siamo negli anni ’80, in pieno khomeinismo) leggeva Moravia e Calvino. Noi della loro cultura letteraria conosciamo, quando va bene, solo Omar Khayyam. E’ questa supponenza della ‘cultura superiore’ (che Letta, gli va dato atto, ha dimostrato di non avere) che infastidisce, soprattutto nel momento in cui questa cultura dovrebbe fare un po’ i conti con se stessa e con la lunga striscia di sangue e di violenze, militari, politiche, economiche, che ha alle spalle e non solo alle spalle. Io non riesco a capire su quali basi giuridiche e morali capi di Stato (Obama, Hollande, Cameron) che sono seduti su giganteschi arsenali atomici si possano permettere di impedire all’Iran di farsi il nucleare civile perchè da qui potrebbe, in teoria, arrivare all’Atomica (passare dal 20% di arricchimento dell’uranio, che è quanto serve per il nucleare ad usi civili e medici, al 90% della Bomba è cosa che richiede anni).

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#GenevaTalks

#GenevaTalks

Solo il tempo dirà se gli accordi sottoscritti da Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Cina, Francia e Russia) lo scorso 24 novembre a Ginevra rappresentano davvero una svolta epocale per la geopolitica del Medio Oriente. Ciò che è certo è che sono stati i primi negoziati ad essere raccontati e commentati in tempo reale attraverso i social media iraniani.

 

La notizia stessa del successo dei colloqui è arrivata con un tweet del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif che alle 3:03 del mattino del 24 novembre ha annunciato: «Abbiamo raggiunto un accordo».

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Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti

Iran e 5+1

Accordo del 2013 di Ginevra sul nucleare, una video analisi di Antonello Sacchetti: Perché quello di Ginevra è un accordo storico che va ben oltre le mera questione nucleare. E’ presto per capire se gli accordi saranno realmente efficaci, ma certamente le relazioni tra Iran e Stati Uniti sono entrate in una nuova fase e potrebbero condizionare l’intero scenario mediorientale.

In un video di 6 minuti Antonello Sacchetti dice la sua sull’accordo.

Probabilmente, a Ginevra non è finito soltanto l’isolamento internazionale dell’Iran, ma è stato anche demolito un pregiudizio: quello dell’Iran quale attore politico irrazionale.

 

 

Nucleare Iran: i 9 punti dell’accordo

È una vittoria della politica sull’ideologia e sulla propaganda. Il governo del presidente Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, porta a casa un risultato storico dopo una trattativa febbrile avviata a New York il 24 settembre e conclusa nelle prime ore del mattino del 24 novembre 2013. Una data che probabilmente ricorderemo a lungo.

Nei prossimi sei mesi, l’Iran limiterà in modo significativo il suo arricchimento di uranio, in modo da rendere impossibile qualsiasi sviluppo per uso militare. Sospenderà i lavori al reattore nucleare ad acqua pesante di Arak e collaborerà con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) per ispezioni più severe.

In cambio, il gruppo 5 +1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Russia e Cina) si è impegnato ad alleggerire le sanzioni, rivedendo anche le misure che hanno colpito pesantemente l’export petrolifero dell’Iran. È un grosso passo in avanti rispetto alla promessa, ventilata nei giorni scorsi, dello “scongelamento” di asset per un valore di “4,5 miliardi dollari”.

Le parti si sono impegnate a cercare la conclusione di un accordo completo entro un anno.

Nel dettaglio:

Cosa ha concesso l’Iran

1-      L’Iran sospende il suo arricchimento di uranio al 20%. (Dal 20% – che permette soltanto uso civile, si può facilmente raggiungere il 90%, il livello necessario per una bomba). L’Iran si impegna a  convertire lo stock esistente in piastre di combustibile o a ridurlo al 5%.

2-      L’Iran sospenderà lo sviluppo del reattore ad acqua pesante di Arak, che sarebbe dovuto entrare in funzione entro la fine del 2014. Inoltre, non costruirà un impianto di ritrattamento, in modo da eliminare i sospetti su un eventuale uso di plutonio a fini militari.

3-      L’Iran fornirà informazioni complete sui suoi impianti nucleari all’Agenzia internazionale per l’energia atomica, inclusi i dettagli sulle cave di uranio e sulle centrifughe. Ci si è accordati per ispezioni più approfondite che prevedono anche l’accesso quotidiano da parte di ispettori dell’AIEA alla centrale di Natanz e agli impianti di arricchimento di Fordow.

4-      L’Iran ha accettato l’assenza, nel preambolo dell’accordo, di un riconoscimento formale del suo diritto all’arricchimento.

 

Cosa ha concesso il gruppo 5+1

1-      I 5 +1 hanno accettato di abolire le principali restrizioni sulle esportazioni iraniane di petrolio, le cosiddette sanzioni “dell’Unione europea e degli  Stati Uniti sui servizi associati di trasporto e assicurazione” . Inoltre, hanno accettato di sbloccare “un importo concordato” di beni iraniani all’estero.

2-      I 5 +1 rimuoveranno il divieto relativo al trasferimento di oro e metalli preziosi, imposto dagli Stati Uniti a febbraio. Così, L’Iran potrà nuovamente vendere gas naturale e petrolio in cambio di oro e metalli preziosi.

3-      I 5 +1 aboliranno le sanzioni sul petrolchimico e sul settore automobilistico dell’Iran.

4-      I 5 +1 rimuoveranno le restrizioni alla fornitura di pezzi di ricambio per aerei civili.

5-      I 5 +1 si impegnano a creare un canale finanziario per facilitare lo scambio di generi umanitari (prodotti alimentari, agricoli, prodotti e dispositivi medici) con proventi petroliferi iraniani bloccati all’estero.

Entro un anno

Le parti si impegnano a disporre  un programma di arricchimento concordato: sui limiti, sui livelli e sui luoghi in cui tale arricchimento sarà effettuato e sulla gestione delle scorte di uranio arricchito. Un riconoscimento, de facto, del diritto di arricchimento.

L’Iran dovrà ratificare i protocolli aggiuntivi al trattato di non proliferazione.

In cambio, saranno revocate tutte le sanzioni.

Ed ecco la chiosa:

Il programma nucleare iraniano sarà trattato allo stesso modo di quello di qualsiasi Stato non dotato di armi nucleari al TNP [Trattato di non proliferazione].

Lo storico tweet di Zarif

 

 Per consultare il testo integrale (in inglese) dell’accordo: http://bit.ly/17GUSFR

La Francia e il nucleare iraniano

Francia_Israele

Lunedì 18 novembre 2013 Radio Vaticana ha intervistato Antonello Sacchetti sulla strategia di Parigi nel quadro dei negoziati tra Iran e gruppo 5+1. 

Il presidente Hollande, in visita ufficiale in Israele ha annunciato che la Francia “non cederà mai sul programma nucleare iraniano”, dettando poi le quattro condizioni indispensabili per arrivare ad un accordo intermedio: mettere sotto controllo internazionale tutti gli impianti nucleari iraniani, sospendere l’arricchimento dell’uranio, ridurre gli stock esistenti e infine interrompere la costruzione della centrale di Arak. Dichiarazioni che rinsaldano l’alleanza con lo Stato ebraico e mettono in discussione i già complessi rapporti tra Parigi e Teheran.

Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti.

R. – Una presa di posizione in coerenza con quanto fatto la scorsa settimana a Ginevra, perché c’è stata una posizione veramente “last minute”, quando il Ministro degli esteri Fabius ha fatto saltare un accordo che era già scritto e stava per essere praticamente presentato alla stampa. È sicuramente una mossa strategica, una mossa tattica, che però rischia veramente di far tornare indietro una trattativa che era ben avviata.

D. – Una mossa strategica, una mossa tattica, da che punto di vista?

R. – La Francia si sta posizionando come interlocutrice privilegiata delle monarchie sunnite, questo mi pare evidente anche a fronte di alcuni interessi economici molto forti. Parigi ha avviato un accordo con l’Arabia Saudita per lo sviluppo nucleare e ha delle commesse militari molto forti, molto importanti, con Riyad e con gli Emirati Arabi. Quindi, in questo senso un accordo di pace che stabilizzerebbe i rapporti tra Occidente e Iran, non rientra negli interessi nella Francia in questo momento.

D. – Però, Parigi ha sempre ospitato la dissidenza iraniana, così come ha avuto sempre un rapporto molto stretto con la popolazione iraniana. Cosa accadrà ora in seno a questi rapporti?

R. – Storicamente, la Francia ha un rapporto complesso con l’Iran proprio dal punto di vista culturale. Ricordo, che in passato è stata alleata – fu firmato un trattato storico agli inizi dell’800 con la Persia – ma la Francia si è sempre mossa con molta autonomia nel campo mediorientale. Ricordo anche che nel 2003 Parigi fu espressamente contraria all’intervento contro Saddam Hussein, e in questo momento va contro gli Stati Uniti in un’altra direzione: non ha accettato il dietrofront americano riguardo la Siria. In Francia, la Siria sostiene e sosteneva apertamente il campo sunnita. I rapporti con l’Iran sono complessi, anche perché in passato ai tempi dello Scià, per esempio, la Francia ha fornito tecnologia al Paese. Tutto questo è piuttosto strano, nel senso che la Francia pur facendo parte del gruppo 5+1, sulla trattativa del nucleare è stata sempre piuttosto latitante. E’ sembrato quasi che non gliene importasse più di tanto di tutto questo.

D. – Sul fronte interno, il presidente Rohani che ha proposto di fatto una politica della mano tesa non può certo accettare uno stop totale del programma nucleare. Quale potrebbe essere il giusto compromesso per accontentare anche le correnti interne iraniane?

R. – Si era arrivati al giusto compromesso – perché il punto del contendere, che è quello della centrale ad “acqua pesante” di Arak, è veramente un pretesto – nel senso che tutte le altre condizioni, compreso lo stop all’arricchimento dell’uranio del 20%, che mi sembra sia la cosa più importante, erano state accettate dall’Iran in cambio di un alleggerimento delle sanzioni nei primi sei mesi e di un riconoscimento più o meno esplicito del proprio diritto di arricchire il nucleare. La marcia indietro su una questione come questa negli ultimissimi minuti del negoziato, la spada di Damocle americana relativa al nuovo pacchetto di sanzioni che in Senato la maggioranza repubblicana potrebbe approvare, sono elementi che mettono sicuramente fuori gioco o comunque in grave difficoltà il fronte di Rohani. Non dimentichiamoci che lo stesso presidente ha sempre detto fin dall’inizio: “La finestra è aperta, ma non è aperta per sempre”. Ma questa più che una minaccia è un ammonimento che riguarda anche la propria posizione interna. C’è un candidato che si è presentato dicendo “abbiamo la necessità, apriamoci e parliamo” e poi, dopo che di fatto l’accordo era ad un passo, a un centimetro, si torna indietro e si ricomincia da capo. Non è un buon segno, non è un atto di forza anche per lo stesso presidente. Tra l’altro questa mattina è uscito un tweet della Guida suprema, che fa un elenco di tutti coloro che si sono fidati degli Stati Uniti e che hanno fatto una brutta fine. Tra l’altro, sono inseriti anche lo Scià, Gheddafi… Una sorta di avvertimento, come a dire: “Ecco che cosa accade a fidarsi di Washington”.

 ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA

Testo proveniente dalla pagina del sito Radio Vaticana:  http://bit.ly/18i5StZ 

Marg bar Amrika

Poster Teheran

Quattromila dollari. Questo il bottino incassato dal primo classificato al concorso del Marg bar Amrika, Morte all’America . È così che il 4 novembre l’Iran ha celebrato il 34esimo anniversario dell’occupazione dell’ambasciata statunitense del 1979.

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Nucleare. La Francia frena

Vertice di Ginevra

Niente accordo sul nucleare iraniano. “Non ancora accordo” o “niente più accordo”? Questo lo sapremo soltanto dopo il 20 novembre, quando 5+1 e Iran si incontreranno di nuovo a Ginevra per cercare di formalizzare un’intesa che pareva ormai raggiunta.

Il vertice sarebbe dovuto dure due giorni e ne è durata quasi quattro. Con una no-stop sabato 9 novembre di quasi 16 ore filate. L’arrivo dei ministri degli Esteri lasciava pensare che l’accordo fosse raggiunto. Uno dopo l’altro erano infatti atterrati in Svizzera Javad Zarif, John Kerry, il francese Laurent Fabius e il russo Sergei Lavrov. Mancavano solo i cinesi, giunti comunque in serata, quando l’esito del vertice era già in bilico.

È stato Fabius a impedire che il summit si chiudesse con la presentazione alla stampa di un testo ufficiale di accordo. I dettagli non sono stati resi noti, ma, da quello che è trapelato, pare che l’impuntatura della Francia riguardi la gestione delle scorte di uranio già arricchito in possesso dell’Iran. Gli iraniani sarebbero disponibili a trasferirlo all’estero, ma non si sarebbe arrivati a definire le modalità di gestione e trasferimento. Secondo altre fonti, la Francia si sarebbe opposta per impedire il completamento della centrale di Arak.

Qualunque sia stato il motivo del contendere, la Francia ha di fatto sparigliato le carte, suscitando non poco nervosismo tra lo stesso gruppo 5+1. Le parti hanno cercato un’intesa fino alla fine, rinviando per ore con una conferenza stampa che si è svolta all’una di notte.

La Francia – che non perdona agli Usa il dietrofront sulla Siria di un paio di mesi fa – si sta proponendo come punto di riferimento per Israele e Arabia Saudita in un Medio Oriente che sarebbe completamente ridisegnato, da un punto di vista geopolitico, da un eventuale riavvicinamento tra Usa e Iran.

L’aver fissato un nuovo vertice a così breve termine, indica tuttavia che Usa e Iran vogliono arrivare a un accordo in tempi stretti. Anche perché, come ricordato dal presidente iraniano Hassan Rouhani, in questa situazione contano moltissimo i tempi. Oggi esistono le condizioni per un accordo: domani potrebbe essere troppo tardi.

La volontà politica c’è: ne è un esempio il tweet di endorsment della Guida Khamenei della notte tra l’8 e il 9 novembre: una foto dei colloqui di Ginevra con la scritta. “Questi negoziatori sono figli della Rivoluzione”. Chiara dimostrazione di un appoggio pieno alla trattativa.

Il 10 novembre Khamenei ha commentato il mancato raggiungimento dell’accordo con due tweet polemici contro la Francia.

Francia che è invece osannata negli Usa dalla lobby filo Israele e dalla destra repubblicana, da sempre contraria a un accordo.
Intanto a Teheran è stato ucciso in un agguato il vice ministro dell’Industria Safdar Rahmatabadi.

Cominciano dieci giorni che potrebbero cambiare il mondo. Saranno dieci giorni molto lunghi.

WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

IGS

WINTER SCHOOL IGS 2013 – Studi Iraniani

6-7 novembre 2013, Roma

presso la sede di Piazza Margana, 21

L’edizione del 2013 della Winter School IGS in Studi Iraniani, come di consueto è finalizzata al duplice scopo di favorire da un lato la comprensione delle dinamiche del sistema politico, economico e sociale del paese, e al tempo stesso di offrire un quadro aggiornato e puntuale sull’evoluzione delle più recenti dinamiche politiche della Repubblica Islamica dell’Iran.

Il programma, della durata di due giornate full immersion, prevede otto sessioni di discussione e dibattito, con incontri tenuti da alcuni tra i più noti studiosi e giornalisti di cronaca internazionale. Il programma di novembre 2013 avrà ad oggetto in modo particolare l’evoluzione del quadro politico iraniano successivamente alla vittoria di Hassan Rohani, la ripresa del negoziato internazionale per la gestione del programma nucleare iraniano, e lo sviluppo del moderato ottimismo nel riavvicinamento tra l’Iran e gli Stati Uniti.

La Winter School non trascurerà tuttavia gli aspetti generali di comprensione del sistema politico, economico, sociale e della sicurezza dell’Iran, fornendo in tal modo un quadro dettagliato ed assolutamente esaustivo sul Paese e le sue più recenti dinamiche.

PROGRAMMA

Mercoledì 6 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Iran contemporaneo, dalla monarchia alla teocrazia

Ore 11:30 – 13:30

La struttura politica ed istituzionale della repubblica Islamica dell’Iran

Ore 14:30 – 16:30

L’epopea della rivoluzione nella costruzione della moderna leadership iraniana

Ore 17:00 – 19:00

Politica, Religione e Società in Iran

Giovedì 7 novembre 2013

Ore 09:00 – 11:00

Pensiero strategico e concezione della sicurezza

Ore 11:30 – 13:30

La società iraniana contemporanea

Ore 15:00 – 17:00

La politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran

Ore 17:00 – 19:30

conferenza allo Spazio Margana con i giornalisti

COSTO E BORSE DI STUDIO

Il costo di partecipazione alla Winter School IGS in Studi Iraniani è di € 100,00 (IVA inclusa), e comprende la partecipazione a 14 ore di formazione in aula, 2 di conferenza, libri e materiali didattici. La Winter School IGS si tiene in lingua italiana, e al termine viene rilasciato un attestato di partecipazione.

È previsto un numero massimo di 20 partecipanti per ogni edizione della Winter School IGS, e 10 borse di studio a copertura totale del costo sono messe a disposizione dall’Associazione Analisti e Ricercatori di Politica Internazionale.

Docenza e interventi di Nicola Pedde (Direttore IGS), Alberto Negri (inviato del Sole 24 Ore), Vanna Vannuccini (inviata di la Repubblica), Felicetta Ferraro (già addetto culturale a Tehran), Antonello Sacchetti (giornalista, direttore di Diruz), Francesco De Leo (giornalista radio Radicale), e altri.

DESTINATARI

La Winter School IGS è specificamente pensata per i giornalisti, gli studiosi e universitari di politica internazionale, gli operatori economici con interessi nella regione, e più in generale per chiunque voglia approfondire attraverso una formula intensiva la conoscenza di argomenti selezionati della politica e della sicurezza internazionale.

Per informazioni e iscrizioni contattare la D.ssa Monica Mazza al n. 333.7481325 o via mail all’indirizzo mazza@globalstudies.it.

IGS – Institute for Global Studies

Piazza G. Marconi, 15 – 00144 Roma

Piazza Margana, 21 – 00186 Roma

Tel. 06.3280.3627

info@globalstudies.it

Com’è andata a Ginevra

Ashton e Zarif a Ginevra

Poche nuove, buone nuove. Si potrebbe riassumere così l’esito dei colloqui sul nucleare tra gruppo 5+1 e Iran che si sono tenuti a Ginevra il 15 e 16 ottobre. L’Iran ha presentato una propria proposta (con un power point, cosa che ha suscitato – chissà perché – la curiosità di molti cronisti), non svelata ai non addetti ai lavori.

Il fatto che nessuno dei partecipanti al vertice abbia rivelato dettagli su questa proposta, è un elemento molto positivo: vuol dire che si tratta di una base seria su cui lavorare. Il riserbo è una garanzia per evitare di bruciare i margini di trattativa.

La proposta iraniana non sarebbe poi così “nuova”: probabilmente Teheran chiede il riconoscimento del proprio diritto a un programma nucleare civile e la fine delle sanzioni. In cambio, l’Iran avrebbe sospeso l’arricchimento dell’uranio al 20%. Se altri Paesi garantiranno la fornitura di scorte di uranio arricchito al 20% (per uso civile e sanitario), Teheran potrebbe limitare in modo permanente il suo arricchimento di uranio al 5%.

Il tutto avverrebbe in tre fasi che durerebbero da 6 mesi a un anno. Teheran ha inoltre aperto alla possibilità di ispezioni a sorpresa dell’AIEA ai propri siti nucleari. Le ispezioni a sorpresa sono previste dal Protocollo aggiuntivo al “Trattato di Non Proliferazione”. L’Iran – nel 2003, con Khatami presidente – sottoscrisse quel protocollo ma in seguito il parlamento non lo ratificò, proprio in polemica con la comunità internazionale che aveva inasprito le sanzioni.

I colloqui riprenderanno, sempre a Ginevra, il 7 e 8 novembre. Nel frattempo, i dettagli del programma saranno studiati da esperti tecnici e scientifici di entrambe le parti.

Un funzionario americano ha definito la proposta iraniana “seria e dettagliata” come mai prima d’ora. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha sintetizzato l’esito in un tweet: “Abbiamo appena avviato un processo per chiudere una crisi inutile e aprire nuovi orizzonti. Richiede coraggio, ma un esito positivo sarà di beneficio per tutti”.

Come recita il celebre adagio manzoniano, “adelante, con juicio”.

Rouhani, una nuova era?

Hassan Rouhani

Era difficile prevedere una partenza così accelerata per il nuovo presidente iraniano. Hassan Rouhani, eletto il 14 giugno e insediatosi il 3 agosto, in poche settimane ha stravolto lo scenario politico non solo iraniano, ma dell’intero Medio Oriente. Sebbene siano stati ancora raggiunti risultati concreti, ci sono prospettive, speranze e dinamiche completamente diverse rispetto agli otto anni targati Ahmadinejad.

Questo non vuol dire che siano imminenti cambiamenti sostanziali dell’assetto istituzionale della Repubblica islamica.  Rouhani è al 100% un uomo di “sistema”, un rappresentante convinto e autorevole della Repubblica islamica. Il suo scopo è salvare questo regime, non abbatterlo. Qualsiasi aspettativa che non partisse da queste premesse rischierebbe di essere delusa.

Detto questo, numeri alla mano, va detto che la partenza di Rouhani è stata sprint.

Facciamo un elenco molto rapido di “cose fatte”:

  • Rinvio della messa in funzione del reattore ad acqua pesante di Arak. Chiaro messaggio distensivo sul nucleare.
  • Liberazione di oltre 80 prigionieri politici, tra cui Nasrin Sotoudeh, molti dei quali in carcere per fatti connessi alle elezioni del 2009.
  • Apertura di un canale di comunicazione con gli Usa, con contatti confermati tra Casa Bianca e Rouhani nel mese di agosto.
  • Avvio di una diplomazia “social”, soprattutto attraverso gli account Twitter (ufficiosi) dello stesso Rouhani e quello (certificato) del ministro degli Esteri Javad Zarif.
  • Nomina di una donna, Marzyieh Afkham, a portavoce del Ministero degli Esteri. Un’altra donna, Masoumeh Ebtekar, è stata nominata vicepresidente.
  • Riapertura della Casa del Cinema di Teheran.
  • Auguri via twitter – da parte del ministro Zarif – di buon capodanno a tutti gli ebrei.
  • Assunzione di una posizione più moderata sulla crisi siriana, con una condanna incondizionata dell’uso delle armi chimiche.
  • Missione a New York in occasione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
  • Impegno formale ad aprire una trattativa con tempi chiari e limitati sul nucleare.
  • L’ormai storica telefonata tra con Obama prima della ripartenza da New York.

Tutto questo non è soltanto propaganda o strategia comunicativa. È un cambiamento politico sostanziale e importantissimo.

Perché questa inversione di rotta? Tutto “merito” delle sanzioni imposte dall’Occidente? No, direi proprio di no. Più o meno lo stesso tipo di approccio con Washington fu tentato anche nel 2003 dall’allora presidente Khatami col pieno avallo della Guida Khamenei. L’offerta del grand bargain – un grande accordo in cui Teheran rinunciava al programma nucleare e Washington riconosceva la Repubblica islamica – fu rispedita al mittente dall’amministrazione Bush, convinta di avere il pieno controllo su Afghanistan e Iraq e di poter presto mettere le mani anche sull’Iran. Poi è venuta l’era di Ahmadinejad, un presidente probabilmente inadeguato e maldestro più che realmente “male intenzionato”.

E poi c’è stata l’elezione di Rouhani. Che è stato scelto dagli iraniani proprio nella speranza di cambiare rotta rispetto agli otto anni precedenti. Una scelta vincolata alle regole della Repubblica islamica, ma perfettamente legittima e “libera” all’interno di quel contesto. Non è un mistero che la Guida Khamenei avrebbe preferito Velayati o Jalili. Ma gli iraniani hanno optato per un’altra figura. Non un “riformista”, ma un moderato, pragmatico, con una grande esperienza in campo internazionale. Il più indicato per far uscire il Paese da un isolamento economico e diplomatico che ne stava strangolando  le energie migliori.

Aver riaperto una comunicazione diretta con gli Usa era semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa. Significativo il grande nervosismo mostrato da Israele e Arabia Saudita a questo primo “giro di valzer” tra Stati Uniti e Iran. Se i due grandi nemici tornano a parlarsi, crolla lo schema su cui si sono basate le relazioni degli ultimi 34 anni in Medio Oriente.

Certo, Rouhani deve fare i conti con una fronda interna, rappresentata dall’ala più intransigente dei Pasdaran e da altri elementi del fronte cosnervatore. Ma lo stesso discorso vale per Obama, che  ha un Congresso pronto ad approvare un nuovo pacchetto di sanzioni qualora il dialogo sul nucleare non decollasse.

Gli imminenti colloqui tra Teheran e gruppo 5+1 indicheranno forse i primi passi di un percorso lungo e ancora tutto da scoprire. Ma sarebbe sbagliato non vedere che qualcosa di molto importante si è messo in moto.

Se telefonando

Telefonata tra Obama e Rouhani

A questo punto possiamo affermarlo con certezza: questa che sta finendo è una settimana storica per l’Iran e per le relazioni internazionali. Non c’è stata la stretta di mano tra Rouhani e Obama, ma prima di partire da New York, il presidente iraniano ha parlato al telefono con quello americano.

Secondo gli Usa, sarebbero stati gli iraniani a chiedere un contatto telefonico prima della partenza da New York. La telefonata si sarebbe infatti svolta mentre Rouhani era in macchina, diretto all’aeroporto.

Un atto simbolico, che segna comunque un cambiamento di rotta epocale.

 

 

 

Subito dopo la notizia è stata ripresa dall’agenzia IRNA e la stessa Casa Bianca ha confermato la notizia, sempre via twitter. Parlando alla Casa Bianca poco dopo, Obama ha detto che la sua telefonata con Rouhani aveva gettato le basi per risolvere la controversia sul programma nucleare iraniano. Nella telefonata Obama ha espresso a Rouhani il suo “rispetto unico per il popolo iraniano”. Aggiungendo: “Siamo consapevoli di tutte le sfide a venire.  ai giornalisti. “Il test sarà azioni significative, trasparente e verificabile che può anche portare sollievo dalle sanzioni internazionali globali che sono attualmente in vigore”.

Da notare che, qualche ora dopo il lancio, alcuni dei tweet di @HassanRouhani sono stati cancellati.

Postilla sugli account twitter di Rouhani

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama. Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra: l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.

 

 

 

Teheran, New York

Prima pagina Etemad

A pochi giorni dall’assemblea generale delle Nazioni Unite, la scena politica iraniana vive giornate molto vivaci.

La notizia di mercoledì 18 settembre è stata la liberazione di 11 prigionieri politici  (8 donne e 3 uomini).  Tra loro,  l’avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh e Moshen Aminzadeh, viceministro degli Esteri con Khatami e poi sostenitore del candidato Mir Hossein Mussavi.

Sempre il 18 settembre Rouhani ha rilasciato un’intervista televisiva alla statunitense NBC in cui ha affermato che l’Iran “non svilupperà mai armi nucleari in nessuna circostanza”.

Il presidente ha anche dichiarato di avere la piena autorità di siglare un accordo con l’Occidente sulla questione nucleare.

L’intervista rilasciata da Hassan RouhaniAnn Curry della NBC.

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Iran Twitter

Twitter account Zarif

La strategia di comunicazione digitale messa in atto da Rouhani è parte di una linea politica precisa, il cui esito finale è tutt’altro che scontato. Il primo punto nell’agenda politica del presidente iraniano è la fine dell’isolamento internazionale del Paese. Lo ha ripetuto durante tutta la campagna elettorale e lo ha confermato nel suo discorso di insediamento lo scorso 3 agosto.

Tuttavia, il potere del presidente della Repubblica islamica, soprattutto in politica estera, è tutt’altro che illimitato. L’ultima parola, secondo la Costituzione, spetta alla Guida che finora non ha mostrato segnali di grande apertura nei confronti dell’Occidente e degli Usa in particolare. Se le buone intenzioni di Rouhani sono ancora tutte da verificare e innegabile che nell’era della comunicazione globale, basta una dichiarazione male interpretata (o tradotta in modo tendenzioso) per creare un incidente diplomatico e bloccare il dialogo.

Gli otto anni di Ahmadinejad sono stati, in questo senso, un autentico disastro. Il presidente pasdaran aveva certamente un’altra linea politica rispetto a Rouhani, anche se è innegabile che in alcune situazioni i media occidentali abbiano calcato la mano, attribuendogli parole e toni mai usate. La famosa frase sulla cancellazione di Israele dalla mappa geografica, ad esempio, fu il risultato di una traduzione per lo meno inesatta.

Ma le trappole per i politici iraniani non vengono soltanto dall’esterno. Allo stesso Rouhani, a inizio agosto, è stata attribuita dall’agenzia ISNA una frase su Israele («un male da estirpare») che non avrebbe mai detto.

Ecco allora che i media digitali – e Twitter in particolare – si prestano a essere utilizzati come strumenti di dialogo diretto tra il nuovo presidente e l’opinione pubblica internazionale.

La maggior parte dei tweet del nuovo presidente vertono, non a caso, su due temi caldi come la crisi siriana e sulla questione nucleare. Rouhani ha espresso (in inglese) una posizione equilibrata, condannando – ad esempio – l’uso delle armi chimiche tout court, senza accusare l’opposizione ed evitando di lanciare messaggi di solidarietà ad Assad.

In questo senso, Rouhani si sta muovendo sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex presidente Rafsanjani, suo vecchio amico e alleato, che pochi giorni fa aveva indirettamente accusato Assad, condannando l’uso di armi chimiche «soprattutto da parte dei governi».

 

In questa “cordata” c’è anche il ministro degli Esteri Javad Zarif, uno dei nomi della squadra di governo salutati con maggiore entusiasmo da parte dei riformisti. Anche Zarif ha cominciato a twittare quasi all’improvviso, trascinato in rete da un tweet di invito dello stesso Rouhani. Ed è stato un esordio scoppiettante, perché non solo ha subito rilanciato gli auguri per il capodanno  ebraico, ma ha cominciato a rispondere ai commenti di chi lo ringraziava o faceva ironie. In uno di questi ha affermato «di non aver mai negato l’Olocausto. Chi lo faceva è andato via».

Una parte dell’establishment iraniano teme che il dialogo Tehran – Washington possa essere la prima vittima di un attacco Usa alla Siria, mentre l’ala più dura del regime preme affinché questo dialogo non cominci mai. Il confronto corre anche sul web.

 

Cosa dice il nuovo rapporto AIEA

Sede AIEA

Iran e AIEA (Agenzia Onu per l’Energia atomica) si incontreranno a Vienna il prossimo 27 settembre. Sarà l’undicesima serie di colloqui, la prima dopo l’elezione del presidente Rowhani.

Intanto, il 27 agosto l’AIEA ha pubblicato un nuovo rapporto sull’Iran. Come al solito, si sono letti lanci di agenzia dai toni sensazionalistici. Ma cosa viene detto per davvero nel rapporto?

Un segnale positivo (e concreto)

Il 25 agosto l’Iran ha comunicato all’AIEA che il reattore ad acqua pesante di Arak non entrerà più in funzione nei primi mesi del 2014 come inizialmente previsto. Teheran non ha fornito altre date ma si è impegnata ad avvisare l’AIEA sei mesi prima della messa in funzione del reattore. Il rinvio è stato giustificato per “ritardi nella costruzione”.

Alcuni osservatori temono che il reattore di Arak serva a produrre plutonio per un eventuale programma militare. Tuttavia, la quantità di plutonio che il reattore riuscirebbe a produrre sarebbe pressoché irrilevante.

Le centrifughe di Natanz

Secondo il rapporto AIEA, l’Iran ha installato 1.008 centrifughe IR-2M (un nuovo modello che sostituisce l’IR-1, vecchio di 40 anni) nell’impianto di Natanz. A maggio erano 689. Ad ogni modo, nessuna di queste nuove centrifughe è ancora in funzione. Di fatto, a Natanz sono attive 328 centrifughe del vecchio modello IR-1.

Riserva di uranio

Dallo scorso maggio le riserve di uranio arricchito al 20% sono aumentate di soli 4 kilogrammi, per un totale di 185,8 kg. Si calcola che per una bomba atomica servano 250Kg di uranio arricchito al 90%. In realtà, da maggio l’Iran ha prodotto 45 kg di uranio arricchito al 20%, ma è stato quasi interamente convertito in polvere di ossido, non utilizzabile a fini militari.

Conclusioni

Di fatto, il programma nucleare iraniano sembra non fare grandi passi in Avanti. Anzi, sembra in una voluta situazione di stand by.