Carver a Teheran

Di cosa parliamo quando parliamo di Iran? Parafrasare il titolo più famoso di Raymond Carver viene naturale quando ci si appresta a recensire Osso di maiale e mani di lebbroso, dell’iraniano Mostafa Mastur, secondo libro della casa editrice Ponte33.

Andiamo al cuore della questione, tanto per evitare equivoci: l’Iran è un argomento che tira, che genera curiosità. Per diverse ragioni, forse più psicologiche che culturali. L’Iran è tendenzialmente identificato come “altro”, come “diverso”. E quindi le produzioni culturali iraniane attraggono spesso un certo pubblico a prescindere dal loro effettivo valore. Tutto cominciò nel 2004 con Leggere Lolita a Tehran, di Azar Nafisi. Da allora è stata una vera alluvione di titoli e storie. Vado a memoria: Viaggio di nozze a Teheran, Passaporto all’iraniana, Le notti di Teheran, La prigioniera di Teheran, solo per citarne alcuni. Per onestà, non posso fare a meno di citare anche il mio I ragazzi di Teheran.

Perché sono stati scritti, tradotti, pubblicati, comprati e (più o meno) letti così tanti libri in così pochi anni? Erano tutti libri che ci avrebbero attratto anche se non avessero avuto (nel titolo, nel sommario, nella quarta di copertina) la parolina magica: Iran? E davvero questi libri sono tutti utili a conoscere e a capire Teheran e dintorni?

Lo ammetto: anch’io, per diversi anni, ho comprato e letto quasi tutti i romanzi che avessero a che fare con l’Iran. Ma ho deciso di smettere quando mi sono reso conto che la distanza tra il Paese che conosco e amo e l’Iran che leggevo su questi libri si stava facendo enorme. D’altra parte, la maggior parte degli autori di questo “Iran da esportazione” non vive più in patria da molti anni. Alcuni perché non possono proprio tornarci e a loro va tutta la mia personale solidarietà. Ma troppo spesso il Paese che raccontano è quello che hanno lasciato 30 anni fa.

Se invece siete interessati all’Iran di oggi, eccoci al libro di Mastur, che già dal titolo rifiuta qualsiasi furberia, visto che Ponte33 ha optato per una fedele traduzione dell’originale Ostokhan-e khuk va dastha-ye jozami. “Giuro su Dio che il vostro mondo, per me, è più indegno e spregevole di un osso di maiale nelle mani di un lebbroso”. Le parole dell’Imam Ali compaiono quasi a metà del libro, in una scena tra le più forti. Siamo nella Teheran dei nostri giornii, in un grattacielo con decine di appartamenti e decine di storie. Diverse, vicine, che si incrociano o si sfiorano appena. Mentre leggevo di Daniel, di Susan, di Bandar e di tutti gli altri personaggi, mi venivano in mente le immagini di America Oggi, film capolavoro di Robert Altman, tratto dai racconti di Raymond Carver. E infatti, a leggere nelle note sull’autore, ho scoperto poi che Mastur ha tradotto in persiano il maestro del minimalismo americano e gli deve più di qualcosa come stile e ambientazione. Non rinunciando però a “persianizzare” la sua scrittura. Non aspettatevi descrizioni didascaliche di donne in chador o incisi chilometrici che vi spieghino cosa sia il No Ruz o l’Ashura. Questo è un romanzo, non una guida turistica. Il tocco personale di Mastur è una capacità di aggregare storie tanto diverse e di renderle intimamente e misteriosamente iraniane. Sì, potremmo trasferire le storie di questo libro in un condominio di Roma o di Parigi, ma finiremmo col perdere qualcosa del fascino di questi racconti. Qualcosa che sta più nelle parole non scritte che in quelle scritte.

Il libro si apre con una scena di ordinaria follia e si chiude con un capitolo in cui voci e situazioni si sommano e si confondono. Sembra già una sceneggiatura pronta per essere trasformata in un film. O forse no, forse è meglio che le immagini evocate dalle parole di Mastur rimangono tutte nella nostra testa.

Sarebbe un peccato se Osso di maiale e mani di lebbroso fosse letto soltanto da chi è appassionato di Iran. È un libro da leggere non perché sia “utile” o “particolare” o “emblematico”, ma semplicemente perché è bello.

Il volo di Fariba Vafi

Scrittrice iraniana

Prima di parlare di Fariba Vafi e del suo romanzo “Come un uccello in volo”, facciamo un piccolo passo indietro. Salone del libro di Torino, maggio 2010. La sezione “Lingua madre” ospita Said Sayrafiezadeh, 42enne autore del romanzo “Quando verrà la rivoluzione avremo tutti lo skateboard”, edito in Italia da Nottetempo. Il programma dell’incontro riporta il sottotitolo “Dall’Iran”.

L’autore ha una faccia simpatica, sembra timido. Ha un completo scuro, senza cravatta. Somiglia un po’ a un bancario in pausa pranzo. Fa uno strano effetto vederlo intervistato da Hamid Ziariati, scrittore iraniano da anni in Italia, che invece è in puro stile grunge, capelli lunghi e maglione extra size.

Sayrafiezadeh, padre iraniano e madre americana, esordisce dicendo (in inglese) che lui in Iran non c’è mai stato e non parla nemmeno persiano. Ma allora, perché metterlo nella sezione “Lingua madre” e indicarlo come un autore proveniente dall’Iran? Semplice: perché l’Iran “tira”, fa vendere copie, è esotico. Nulla da ridire su Sayrafiezadeh, che mi rimane simpatico, ma mi è passata la voglia di leggere il suo libro e di ascoltare l’incontro.

Di libri sull’Iran scritti dagli iraniani della diaspora, negli ultimi anni ne abbiamo avuti fin troppi. Tutto ebbe origine nel 2004 con “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi, passando poi per la saga fumettistica di Persepolis di Marjane Satrapi e arrivando a una serie di libri più o meno interessanti, tutti sicuramente molto furbi.

Vive invece a Teheran Fariba Vafi, autrice di ‘Come un uccello in volo’, da pochi giorni nelle librerie italiane, prima pubblicazione della nuova casa editrice Ponte33. Nata ufficialmente nel luglio 2009, con sede a Firenze, Ponte33 è guidata da Irene Chellini, antropologa, Felicetta Ferraro, iranista e già addetto culturale dell’ambasciata italiana in Iran e Bianca Maria Filippini, iranista ed esperta di letteratura iraniana.

Il suo nome, Ponte33, si ispira al Si-o-se pol (‘ponte dei 33 archi’), famoso ponte di Isfahan sotto le cui arcate i giovani della città sono soliti radunarsi. L’obiettivo della casa editrice è tradurre e pubblicare titoli legati all’Iran contemporaneo e al resto del mondo persanofono (Afghanistan,Tagikistan). Narrativa, quindi, ma anche poesia, saggistica, arte ed eventualmente musica, di autori iraniani, afghani, tagiki, con l’intento di offrire uno sguardo “dall’interno” alle società contemporanee di un’area ormai da decenni al centro dell’attenzione internazionale per le complesse vicende politiche e l’interesse geostrategico che la caratterizzano, eppure ancora poco nota nei suoi aspetti culturali e sociali fondamentali. Parallelamente, è intenzione di Ponte33 dare vita ad una collana specifica dedicata alla divulgazione della produzione internazionale di analisi e saggistica sull’area, sinora quasi del tutto assente in Italia.

“L’Iran è troppo spesso raccontato da scrittori della diaspora – spiega Felicetta Ferraro. La qualità della loro produzione letteraria è poco convincente. Viene proposto uno stereotipo dell’Iran, fin dalle copertine, che ritraggono quasi sempre chador e turbanti. Di sicuro c’è un dolore autentico dietro le storie che vengono raccontate, ma in molti casi gli autori non vanno in Iran da 30 anni”.

Nel frattempo, l’Iran è cambiato molto. Oggi ci sono almeno 370 scrittrici, 13 volte di più rispetto agli anni novanta, e un numero quasi uguale a quello degli scrittori. Inoltre, in un Paese dove la tiratura media è di 5.000 copie, diversi libri scritti da donne sono stati stampati in 100mila copie.

Fariba Vafi è una delle figure più significative del panorama letterario iraniano contemporaneo. Nasce a Tabriz nel 1962 e dopo il diploma e un breve periodo di lavoro in fabbrica, frequenta a Teheran la scuola di formazione della polizia femminile islamica. Rientrata a Tabriz, viene impiegata come guardia carceraria ma abbandona il servizio dopo solo tre mesi. “Venni arruolata perché ero alta. Cercavo un lavoro a avventure da raccontare”, spiega oggi. Dopo il matrimonio, pur vivendo lontana dagli ambienti letterari della capitale, riesce ad imporsi all’attenzione della critica e dei lettori. Pubblica il suo primo racconto, Rohat shodi pedar (“Ora sei in pace, papà”) nel 1988. Nel 1996 dà alle stampe una prima raccolta e quindi quattro romanzi, di cui Come un uccello in volo (“Parande-ye man”) è il primo tradotto in italiano.

È un libro molto particolare, intenso ma mai pesante. Scritto in uno stile minimalista, racconta la storia di una giovane casalinga imprigionata nel suo ruolo di madre e moglie. Immaginiamo che sia in Iran, ma in realtà non nomina mai il luogo in cui vive. Desidera una vita migliore, ma non vuole abbandonare né la propria casa né il proprio Paese, mentre suo marito Amir è ossessionato dal desiderio di emigrare in Canada e a un certo punto va a lavorare in Azerbaigian.

Nel racconto – narrato in prima persona – emergono a tratti i fantasmi dell’infanzia e incubi legati al presente, ma il tono non è mai disperato. Si ride, persino, in alcuni momenti. Non aspettatevi niente di “esotico”: qui non ci sono interminabili elenchi di piatti tipici o descrizioni ossessivamente inutili di feste tradizionali. C’è una protagonista, una storia, sentimenti, emozioni. È un romanzo, un bel romanzo, non una guida liofilizzata all’Iran. Eppure, ne siamo convinti, se lo leggerete capirete qualcosa in più di questo Paese.