Allarme AIEA: l’Iran ha raddoppiato la capacità nucleare

Poche ore alla conclusione del vertice dei Paesi non allineati in corso a Teheran e l’Aiea, l’Agenzia Onu per l’energia atomica, lancia un nuovo allarme contro il programma nucleare dell’Iran che avrebbe addirittura raddoppiato la propria capacità di arricchimento dell’uranio nel sito di Fordow e fatto sparire 5 edifici da quello di Parchin, senza consentire l’ingresso degli osservatori. Dure le reazioni di Usa e Francia, che chiede nuove sanzioni. La Germania esorta Israele a stemperare gli animi. Da parte sua, il governo iraniano respinge tutte le accuse. Al microfono di Cecilia Seppia, il commento di Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

R. – Mi sembra che, di fatto, non vi siano grosse novità, rispetto al rapporto precedente, cioè quello di maggio. C’è la questione del sito di Parchin, che è controversa. In base allo stesso accordo di non proliferazione, non è detto che quel tipo di sito per forza debba essere aperto alle ispezioni. E’ uno dei punti che prevederebbe il famoso protocollo addizionale, che Teheran però non ha sottoscritto. Sul fatto che la capacità nucleare sia addirittura raddoppiata direi che sia anche normale che, se qualcuno sta producendo qualcosa e non smette di produrlo, non viene fermato, alla fine, di fatto, arrivi a una capacità di produzione migliore.

D. – Dopo questo rapporto, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di volere ancora scegliere la diplomazia per trattare con l’Iran, ma ribadiscono che la pazienza sta per finire. Molto dura anche la reazione di Parigi, che chiede nuove sanzioni. La fase interlocutoria del dialogo potrebbe subire uno stop?

R. – No, non credo possa finire adesso. Non può finire adesso, perché gli Stati Uniti tra pochi mesi votano. La vedo veramente difficile che Obama possa imbarcarsi ora in un’avventura come quella di dare luce verde a un’azione unilaterale da parte di Israele contro l’Iran.

D. – Eppure, ciclicamente, si palesa la paura che Teheran possa dotarsi di una bomba atomica…

R. – Parliamoci chiaro, l’Iran non ha la bomba e molto difficilmente potrebbe avercela. E’ assolutamente impossibile che possa avere una capacità nucleare, che possa competere con nazioni che hanno la bomba da decenni. Ora, perché questo problema? L’Iran sta sfruttando da qualche anno l’ambiguità sulla questione per ottenere qualcosa, cioè per ottenere ovviamente un riconoscimento internazionale e per tranquillizzarsi rispetto al suo futuro, anche economico.

D. – Quello che stupisce, però, sono anche le dichiarazioni di Teheran al vertice dei Paesi non allineati che, tra l’altro, si conclude oggi: la non ingerenza nelle questioni interne, il no alle sanzioni unilaterali, la richiesta di non proliferazione per Israele. Insomma, la posizione dell’Iran è piuttosto nitida, però è vero anche che sta portando avanti la teoria dei due pesi e delle due misure…

R. – Sì, d’altra parte Teheran dice: noi siamo accusati di avere un arsenale nucleare, da un Paese che ce l’ha – cioè Israele – e non aderisce al trattato di non proliferazione, con ciò affermando una cosa semplicemente vera. Il vertice dei non Allineati però ha avuto così conseguenze anche inaspettate. Un iraniano ha fatto una battuta e ha detto: “La Repubblica islamica ha speso 100 milioni di dollari per farsi un autogol”. E’ stato clamoroso, tra l’altro, negli interventi di ieri – cioè dopo quello della guida suprema e quello del presidente egiziano Mursi – che hanno effettivamente mandato gambe all’aria le carte che aveva predisposto Teheran, perché di fatto non ha avuto quell’impatto di propaganda che sperava, chiedendo ai Paesi non allineati solidarietà per le sanzioni unilaterali. Il fronte di quei Paesi, però, è talmente eterogeneo che è molto difficile, se non impossibile, che Teheran possa avere un ruolo di guida nei prossimi anni.

D. – Come leggere questo sodalizio tra l’Iran e l’Egitto? Perché è vero che Mursi è stato molto duro contro il regime siriano, ma potrebbe esserci qualche risvolto nella troika che dovrebbe arrivare in Siria, e che in realtà comprende Iran, Egitto e Venezuela?

R. – Il rapporto tra Egitto ed Iran è sicuramente un rapporto affascinante, nel senso che per 30 anni e oltre non si sono parlati. E’ anche vero, tuttavia, che è un riavvicinamento competitivo, nel senso che è chiaro che Il Cairo con Mursi tende a riacquistare quel prestigio, quella leadership all’interno dei Paesi musulmani, che non ha avuto più poi per tanto tempo. Riguardo alla Siria, io credo sia impossibile affrontare in modo serio la questione siriana, senza un coinvolgimento effettivo dell’Iran. Fu così anche ai tempi dell’Afghanistan.

Ascolta l’audio dell’intervista

 Scarica il Rapporto AIEA del 30 agosto 2012

Vertice dei non allineati

Tutto si può dire tranne che il summit dei Paesi non allineati (NAM) sia noioso. Se non si fosse tenuto a Teheran, probabilmente nessuno gli avrebbe dato peso. Per la Repubblica islamica è stata l’occasione per rilanciarsi in campo internazionale ergendosi a leader di un fronte quanto mai eterogeneo. L’organizzazione raccoglie 120 Paesi ma ormai da molti anni ha perso l’energia dei tempi in cui i vari  Tito, Nehru e Nasser cercavano uno spazio tra Usa e Urss. L’Egitto ha presieduto il NAM negli ultimi tre anni; per i prossimi due toccherà all’Iran. Ma è improbabile che Teheran riesca ad avere una leadership politica effettiva.

La Guida Khamenei, nel discorso di apertura, ha citato la Conferenza di Bandung del 1955 quasi a rievocare lo spirito originario dell’organizzazione.  Ha poi aggiunto: “Nel recente passato siamo stati testimoni del fallimento delle politiche dell’era della Guerra  Fredda e dell’unilateralismo che ne è seguito. Imparata la lezione da questa esperienza storica, il mondo è ora in una fase di transizione  verso un nuovo ordine internazionale e il movimento dei Non Allineati  può e deve giocare un ruolo”.

Khamenei ha poi definito il Consiglio di sicurezza Onu una “struttura illogica, ingiusta e non democratica”. Dopo le solite accuse a Israele e Stati Uniti, ha poi ribadito che l’Iran non rinuncerà al nucleare civile.

 

Effetto Morsi

La presenza del neo presidente egiziano Mohamed Morsi è un evento storico. Egitto e Iran non hanno relazioni diplomatiche dal 1979 e in passato tra i due Paesi ci sono stati momenti di forte attrito. A Teheran ancora oggi una piazza è intitolata a Khalid al-Islambuli, l’uomo che nel 1981 uccise il presidente egiziano Sadat, reo di aver firmato la pace con Israele.

Morsi ha definito l’Iran un “Paese fratello”, ma ha poi suscitato notevole imbarazzo invocando il sostegno del NAM alla lotta del popolo siriano contro il regime di Assad. La delegazione di Damasco ha abbandonato la sala, mentre i media iraniani hanno censurato l’intervento.

Ban Ki Moon critica Tehran

Non meno importante l’intervento del segretario generale dell’Onu Ban Ki-Moon. Usa e Israele avevano fortemente criticato la sua scelta di partecipare alla conferenza (il premier israeliano Benyamin Netanyahu aveva addirittura definito il summit “una macchia per l’umanità”), ma la sua presenza è stata tutt’altro che decorativa. L’opposizione iraniana all’estero gli chiedeva di  fare pressione per la liberazione di Mousavi, ancora agli arresti domiciliari (e reduce da un intervento cardiochirurgico nei giorni scorsi). Moon ha criticato la Repubblica islamica per la sua intransigenza nella querelle nucleare. “L’Iran adempia alle risoluzioni Onu, Israele smetta di minacciare la guerra”, questo, in sostanza, il messaggio.

Nezami è un poeta persiano

Il 20 aprile 2012 è stata installata a Villa Borghese a Roma la scultura di Nezami (Nezāmi-ye Ganjavī ) il più grande poeta epico – romanzesco, che portò uno stile realistico e colloquiale nell’epica persiana.

 

Sul piedistallo è stato inciso “POETA AZERBAIGIANO NIZAMI GANJAVI, 1141 – 1209”, e una targa porta la dicitura: “ Dono della Repubblica dell’Azerbaigian alla città di Roma, 20 aprile 2012” .

 

Solo chi non conosce la storia può credere a questo falso storico. Nezami è un poeta persiano al 100%, non azero. Italo Calvino parla della sua opera Le Sette principesse nel celebre Perché leggere i classici.

 

L’Associazione Culturale Italo Iraniana “ALEFBA” si sta adoperando per organizzare una protesta del mondo Accademico, Culturale e Civile affinché venga rimossa la dicitura “POETA AZERBAIGIANO”.

Diruz aderisce a questa causa culturale e civile.

Per informazioni e suggerimenti scrivere a : info@alefba.it

o telefonare al n.3473511465 (Bijan)

[youtube]http://youtu.be/6HrL3kRmSOw[/youtube]

Iran: terremoto fisico e politico

Anna Vanzan ha pubblicato sul Giornale di Brescia di oggi un’interessante analisi della situazione politica iraniana. Ecco come il terremoto che ha colpito la regione nord occidentale del Paese sta influendo sui destini della Repubblica Islamica.

Scrive Vanzan:

Le catastrofi naturali sono banchi di prova per i governi dei paesi, così il terremoto che ha duramente colpito l’Iran occidentale lo scorso 11 agosto sta mettendo a nudo una serie di defaillance nella direzione della Repubblica Islamica, accusata sia di essere intervenuta con mezzi esigui a soccorso delle popolazioni colpite, sia di non aver dato tempestivi e ampi resoconti della disgrazia.

Il terremoto giunge ad acuire le sofferenze di una popolazione sempre più stremata da quella che è la peggior crisi economica da quando è stata varata la Repubblica Islamica, perfino peggiore di quella causata dalla lunga guerra contro l’Iraq negli anni ’80. La valuta nazionale (rial) è al minimo storico, e chi può investe il proprio denaro in valuta straniera, oro e proprietà immobiliari, svuotando le banche, dove i conti correnti valgono metà rispetto allo scorso anno. D’altro canto, il prezzo della vita è aumentato in modo esorbitante, e l’Iran sta soffrendo quella che viene chiamata “la crisi del pollo”: il volatile, che costituisce l’alimento base della dieta iraniana, ha visto il proprio prezzo triplicare in meno di un anno, e molti iraniani ormai non se lo possono più permettere. Tiene ancora bene il prezzo dell’altro cibo immancabile sulle tavole iraniane, il riso, che l’Iran compra dall’India in cambio di petrolio.

Continua a leggere sul blog  di Anna Vanzan:  Iran: terremoto fisico e politico | Anna Vanzan.

Cosa è successo a Mosca tra Iran e 5+1

Ultime notizie sul nucleare iraniano. Nulla di fatto nei colloqui di Mosca. Vertice tecnico a Istanbul il 3 luglio

Il vertice di Mosca tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna più la Germania) sul nucleare iraniano, svoltosi a Mosca il 18 e 19 giugno, non ha prodotto nessun risultato. Catherine Ashton, Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione europea e coordinatrice del 5+1, ha annunciato che un “gruppo di lavoro” si riunirà a Istanbul il 3 luglio per “capire più chiaramente qual è la posizione iraniana”. Dovrebbero poi seguire incontri ”a livello di segretari”, quindi di vice negoziatori, e poi un vertice tra la Ashton e il capo negoziatore iraniano Said Jalili.

Tempi e modalità di questi incontri sono tutti da decifrare. La sensazione è che l’appuntamento per il 3 luglio a Istanbul sia il modo per evitare la completa rottura dei negoziati avvenne nel gennaio 2011, a cui seguirono 15 mesi di stallo totale.

La Ashton ha parlato di “considerevole distanza fra le posizioni delle due parti”, ma ha ribadito la volotnà del gruppo 5+1 di “percorrere tutta la strada della diplomazia” per risolvere la crisi.

Jalili ha invece definito i colloqui di Mosca “più seri e realistici” dei precedenti e ha ribadito che non c’e’ motivo di dubitare sulla natura meramente civile e pacifica del programma nucleare iraniano colpito da sei risoluzioni dell’Onu da lui definite “illegali”.

Compiti a casa

Facciamo un passo indietro. Perché si è passati dall’ottimismo (quasi entusiasmo) del vertice di Istanbul del 14 aprile all’impasse dei vertici di Baghdad e Mosca? Gli iraniani si erano presentati già a Baghdad con un ventaglio di 5 proposte, comprendenti anche misure relative alla crisi in Siria. Dall’altro lato, non c’è stato nessun  passo in avanti. Non solo: gli iraniani accusano i 5+1 di non aver risposto alle ripetute richieste di un incontro preparatorio al summit di Mosca. Solo a pochi giorni dal summit la Ashton e Jalili erano riusciti ad avere un colloquio telefonico.

La scorsa settimana era circolata la voce che gli Usa sarebbero stati disponibili ad alleggerire le sanzioni se l’Iran avesse limitato l’arricchimento dell’uranio al 5% (e non al 20%) e avesse consentito nuove e maggiori ispezioni. Ma questa proposta non è mai arrivata: è rimasto il vecchio “prendere o lasciare”: rinuncia all’arricchimento dell’uranio, chiusura dell’impianto sotterraneo di Fordow e via libera alle ispezioni.

Teheran invece, come base di partenza, vuole un esplicito riconoscimento al proprio diritto di arricchimento a fini civili. E avrebbe gradito un alleggerimento delle sanzioni sui ricambi per la propria aviazione civile. Per la prima volta, negli ultimi giorni, i media iraniani parlavano di una possibile rinuncia di Teheran all’arricchimento dell’uranio al 20%  e in apertura del vertice, da Mosca era trapelato un cauto ottimismo.

Ma sono bastate poche ore per capire che non si sarebbe arrivati a nulla.

In questo contesto, l’unica certezza è che dal 1° luglio scatta anche l’embargo dell’Ue sul petrolio iraniano.

Evidentemente Usa e 5 + 1 vogliono stringere ancora di più il cappio al collo dell’economia iraniana, credendo di avere così maggiore potere contrattuale.

 

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran

Sanzioni: crolla la produzione di petrolio in Iran. Dal Sole 24 ore dell’11 luglio 2012.

Le esportazioni di greggio dall’Iran stanno crollando a ritmi superiori alle attese, tanto da costringere Teheran a pesanti tagli di produzione.
L’Energy Information Administration (Eia), che fa capo al dipartimento Usa dell’Energia, stima che la Repubblica iraniana in giugno – un mese prima dell’entrata in vigore dell’embargo Ue – abbia estratto appena 2,9 milioni di barili al giorno: un livello al quale non scendeva dalla fine degli anni ’80, quando la sua industria petrolifera faticava a risollevarsi dopo anni di guerra con l’Iraq. In maggio l’Iran produceva 3,13 mbg, alla fine del 2012 3,6 mbg: quantità già modeste rispetto ai 4,2 mbg di cinque anni fa e ai 6 mbg cui si era spinta negli anni ’70. Ma le difficoltà di Teheran, a quanto pare, sono appena cominciate: l’Eia prevede che entro fine anno la sua produzione di greggio si ridurrà a 2,6 mbg, per poi scendere a 2,4 mbg nel 2013.
I tecnici del Governo Usa non fanno ipotesi sui volumi di esportazione. «Gli effetti complessivi di queste sanzioni – spiega il rapporto – non si conoscono e sono difficili da districare da quelli derivanti dai precedenti round di sanzioni». Teheran negli ultimi tempi ha regito al calo dell’export mettendo da parte il greggio invenduto e si è spinta così a «testare i limiti della capacità di stoccaggio disponibile». Ma il declino della produzione è anche il risultato di oltre 15 anni di boicottaggio da parte degli Usa, che hanno precluso all’Iran l’accesso a tecnologie e capitali utili a sfruttare al meglio le sue risorse di idrocarburi.
L’Eia in ogni caso non appare troppo preoccupata dalle ripercussioni che un tale disastro produttivo potrebbe avere sul mercato petrolifero: «Ci aspettiamo che il declino dell’output iraniano venga compensato dal l’accresciuta produzione degli altri Paesi Opec». Nello stesso rapporto di breve termine, tuttavia, si stima che in giugno anche l’Arabia Saudita abbia ridotto la produzione, sia pure di poco (da 9,8 a 9,7 mbg).

Apple contro l’Iran

Apple boicotta l’Iran. O, meglio, discrimina gli iraniani. In rete girano diverse storie su questo argomento. L’ultima, e più nota, è quella di Sahar Sabet, studentessa 19enne statunitense di origine iraniana. Il 14 giugno si è recata con suo zio in un Apple Store di Alpharetta, in Georgia, per comprare un iPhone per sé e un iPad da mandare al cugino in Iran.

Il commesso, sentendola parlare in persiano, le ha detto di non poterle vendere nulla, perché  “la Apple proibisce di vendere a paesi sotto embargo”. Ma Sabet è cittadina americana e ora accusa l’azienda di Cupertino di discriminazione: “l’impiegato non aveva alcun diritto di chiedermi di dove fossi – ha detto ai media Usa la ragazza – inoltre la politica Apple non è chiara. Quando ho chiamato il dipartimento delle relazioni con i clienti mi e’ stato detto di comprare l’iPad online”.

Ma l’episodio ha spinto il Concilio per le relazioni americano-islamiche (Cair) a chiedere formalmente che “Apple riveda le sue politiche di vendita, assicurando che nessun cliente venga discriminato per razza, religione, o nazionalità”.

[youtube]http://youtu.be/aYpKuc1FMTU [/youtube]

Sahar Sabat ha inoltre registrato un messaggio video indirizzato al presidente Obama.

Ultime notizie dall’Iran

Ultime notizie dall’Iran. Il 1° luglio è scattato l’embargo petrolifero dellUe. Chi ci perde e chi ci guadagna.  Teheran fa la voce grossa ma i colloqui sul nucleare continuano nell’ombra (o quasi). Il ministro degli Esteri Salehi va a Cipro per parlare di Siria e viene arrestato per qualche ora. La cosa si risolve presto ma da noi non se ne è parlato per nulla. Il New York Post intervista Doulatabadi. Antonella Vicini racconta una storia di cravatte. A Teheran fa caldo, più o meno come da noi. La Persia rimane un Paese bellissimo.

Tutto questo (più o meno) in questo storify:

http://storify.com/anto_sacchetti/varie-dall-iran

 

La lettera di Khomeini a Gorbaciov

La lettera di Khomeini a Gorbaciov a suo tempo fece scalpore. E’ il gennaio 1989. La guida suprema della Repubblica Islamica dell’Iran scrive al segretario del Partito comunista sovietico. Il senso della lettera è: il comunismo è morto, il prossimo decennio vedrà la rinascita mondiale dell’Islam. Khomeini muore a giugno. A novembre cade il muro di Berlino. Due anni dopo l’Urss si dissolve. 

 


Nel Nome di Dio Clemente e Misericordioso

Egregio Signor Gorbaciov, Presidente del Presidium del Soviet Supremo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, auspico a Lei e al popolo sovietico felicità e prosperità.

Poiché da quando è stato eletto alla dirigenza dell’Unione Sovietica si avverte che Lei, nell’analisi degli accadimenti politici del mondo, in particolare in relazione ai problemi dell’Unione Sovietica, è venuto a collocarsi in una fase nuova, di revisione, di cambiamento, di mutamento di condotta e, poiché il Suo coraggio e la Sua audacia nell’affrontare la realtà del mondo potrebbero essere fonte di trasformazioni e di mutamenti negli equilibri attualmente imperanti, ho ritenuto necessario sottolineare alcuni punti.

Anche se il limite delle Sue nuove riflessioni e decisioni potrebbe essere costituito dal fatto che esse siano solo un modo per risolvere problemi di partito e, accanto ad essi, alcune difficoltà del Suo popolo, pur in questa misura, il coraggio di procedere alla revisione di una ideologia che da anni teneva prigionieri in una fortezza di ferro i figli rivoluzionari della terra è lo stesso degno di lode. Se il Suo pensiero si innalzerà al di sopra di questo fatto contingente, la prima cosa che sicuramente Le recherà successo è la messa in atto di una revisione della politica dei Suoi predecessori, politica che ha portato a cancellare Dio e la religione dalla società. Ciò ha costituito certamente il più grave danno inferto al popolo sovietico. Sappia che un approccio reale con gli accadimenti del mondo non è concepibile che per questa via.

Ovviamente è possibile che, a causa dei metodi sbagliati e dell’operato dei precedenti uomini di governo comunisti in campo economico, si affacci l’immagine del verde giardino del mondo occidentale. La verità è tuttavia altrove. Se in questa circostanza si limiterà a un mero sciogliere i nodi gordiani dell’economia comunista e socialista ricorrendo alle regole del capitalismo occidentale, non solo non curerà i mali della Sua società, ma sarà altresì necessario che altri venga a porre rimedio ai Suoi errori. Oggi infatti, se per quanto riguarda i metodi economici e sociali il marxismo è giunto a un vicolo cieco, anche il mondo occidentale si trova in difficoltà di fronte a questi stessi problemi, sebbene in forme diverse, oltre a dover fronteggiare altre difficoltà.

Egregio Signor Gorbaciov, bisogna aprire gli occhi alla verità. La difficoltà principale del Suo Paese non è costituita dal problema della proprietà, dell’economia e della libertà. Il vostro problema è l’assenza di una vera credenza in Dio, lo stesso problema che ha trascinato o trascinerà l’Occidente in un vicolo cieco, nel nulla. Il vostro problema principale è la lunga lotta contro Dio, contro la Fonte dell’esistenza e della creazione.

Egregio Signor Gorbaciov, è chiaro a tutti che d’ora in poi bisognerà cercare il comunismo nei musei della storia politica del mondo. Il marxismo, infatti, non rappresenta una risposta a nessunissimo reale bisogno dell’uomo. Si tratta di una dottrina materialistica e col materialismo non si può certo far uscire l’umanità dalla crisi provocata proprio dalla non credenza nello spirito. E’ questo il male principale della società umana, all’Est come all’Ovest.

Egregio Signor Gorbaciov, è possibile che per molti versi Lei, apparentemente, non abbia volte le spalle al marxismo e che ancora, in futuro, nei Suoi discorsi esponga la Sua piena credenza in esso. Ma Lei sa che, in realtà, non è così. Il Capo della Cina ha inferto al comunismo il primo colpo, Lei il secondo e, a quanto pare, l’ultimo. Oggi al mondo non esiste più qualcosa chiamato comunismo. Ma da Lei voglio davvero che nell’abbattere le mura delle illusioni marxiste non vada a cadere nella prigione dell’Occidente e del Grande Satana.

Spero che troverà la vera gloria costituita dall’aver spezzato via dalla storia e dal Suo Paese gli ultimi sedimenti imputriditi creati nel mondo comunista da settant’anni di deviazioni. Oggi ormai anche i governi che si muovono nella vostra stessa direzione, il cui cuore batta e per la patria e per i loro popoli, non sono più disposti a impiegare le ingenti risorse dei loro paesi, i prodotti del sottosuolo per dimostrare i successi del comunismo, le cui ossa si stanno sgretolando con uno scricchiolio che è già giunto alle orecchie dei loro figli.

Signor Gorbaciov, quando dai minareti di alcune vostre repubbliche, dopo settant’anni, si è levato il grido Allah Akbar e la testimonianza di fede nella missione dell’ultimo Profeta (che la pace sia con lui e con i suoi Discendenti), tutti i seguaci del puro Islam mohammadiano hanno pianto di entusiasmo. Per questo ho ritenuto necessario richiamare alla Sua attenzione questo problema, per invitarla a riflettere ancora una volta sulle due visioni del mondo, quella materialistica e quella ispirata alla dottrina dell’unità divina.

I materialisti considerano i sensi criterio di conoscenza su cui si fonda la loro concezione del mondo: ciò che non viene percepito attraverso i sensi è ritenuto estraneo all’ambito della scienza. Essi concepiscono l’esistente come equivalente al materiale: ciò che non è materiale per loro non esiste. Di conseguenza il mondo metafisico, l’esistenza di Dio, la Rivelazione, la Missione profetica, la Resurrezione sono stimati null’altro che fiabe. Il criterio di conoscenza su cui si fonda la concezione monoteistica è costituito invece e al senso e dalla ragione. Ciò che è razionale, anche se non viene percepito dai sensi, rientra nel dominio della scienza. Di conseguenza l’esistente è costituito dal visibile e dall’invisibile, per cui anche ciò che non è materiale può esistere. Come il concreto presuppone l’astratto, così la conoscenza sensitiva è sostenuta da quella razionale. Il Santo Corano confuta il fondamento stesso della concezione materialistica. A coloro che pensano che Dio non esiste – ché, se così non fosse, sarebbe visibile – [II, 55], rivolge queste parole: (VI, 103). Ma lasciamo il diletto e santo Corano e le argomentazioni che esso offre riguardo alla Rivelazione Divina, alla Missione profetica e alla Resurrezione, ché Lei si trova ancora all’inizio del discorso. Non intendevo affatto trascinarLa nei meandri dei problemi filosofici, in particolare quelli della filosofia islamica. Mi limiterò soltanto ad esporLe uno, due esempi molto semplici, attinenti alla natura umana e alla coscienza da cui anche i politici possono trarre profitto.

Il fatto che la pura materia, l’inanimato non abbiano coscienza di sé costituisce un assioma. Di qualunque cosa si tratti, sia esso un monumento di pietra o una statua di un corpo umano, le varie parti dell’oggetto in questione sono all’oscuro le une dalle altre. Al contrario, vediamo chiaramente che gli individui umani e gli animali sono consapevoli di ogni loro singola parte, sanno dove si trovano, che cosa succede nel loro ambiente e che cosa attraversa il mondo. Se ne deduce che nell’uomo e negli animali esiste qualcosa di diverso che è al di sopra della materia e da essa distinto, che sopravvive alla morte di questa.

L’uomo, per sua natura, anela a ogni perfezione in modo assoluto. Lei sa bene come l’individuo ambisca a essere potenza assoluta del mondo. Egli non è lusingato da nessun potere che non sia tale. Se anche avesse tutto il mondo a disposizione, qualora gli si dicesse che esiste anche un altro mondo, per sua natura, desidererebbe possedere anche quello. L’individuo, per quanto sapiente possa essere, qualora gli si dicesse che esistono altre scienze, per sua natura, desidererebbe apprendere anche quelle. Deve quindi esistere un potere assoluto, una scienza assoluta a cui l’uomo dono il suo cuore.

Esso è Dio Onnipotente. Noi tutti ce ne rendiamo conto, anche se non ne siamo consapevoli.

L’uomo desidera raggiungere la Verità assoluta, annullarsi in Dio. L’anelito alla vita eterna, che è insito nella natura di ogni individuo, è un segno dell’esistenza di un mondo eterno esente dalla morte.

Se Lei, Eccellenza, desiderasse approfondire questi argomenti, potrebbe impartire gli ordini necessari affinché gli esperti di queste discipline, oltre allo studio dei testi filosofici occidentali, si rivolgano anche agli scritti di filosofia peripatetica di Farabi e di Avicenna (che Dio ne abbia misericordia). Così sarà chiaro che il principio di causalità, su cui si fonda ogni conoscenza, appartiene alla sfera dell’intelligibile, non a quella del sensibile. Ciò vale, allo stesso modo, per la comprensione dei significati universali e per le leggi generali su cui si fonda ogni argomentazione. Potranno anche attingere ai libri di Sohravardi (che Dio ne abbia misericordia) sulla filosofia illuminativa, così spiegherebbero a Sua Eccellenza come il corpo e ogni altra esistenza materiale hanno necessità di un’illuminazione, di una Luce assoluta che prescinde dai sensi e come la comprensione esteriore della propria identità da parte dell’essenza umana non è un fenomeno sensoriale. E chieda ai vostri grandi professori di studiare la teosofia di Sadr ol Mota’alehin (che Dio si compiaccia di lui e lo ponga il Giorno del Giudizio nelle file dei profeti e dei virtuosi). Apparirà così chiaro che la verità scientifica è certamente un esistente che prescinde dalla materia. Ogni pensiero è immateriale e non è sottoposto alle leggi della materia.

Non La voglio stancare ulteriormente e non Le citerò le opere degli gnostici, quali, soprattutto, Mohi ol Din Arabi. Se vorrà conoscere le argomentazioni di questo Grande, mandi a Qom alcuni dei Suoi brillanti esperti, ben ferrati in questo genere di problemi, cosicché, dopo alcuni anni, con l’aiuto di Dio, potranno comprendere quella profondità che è più sottile di un capello, che è costituita dai successivi stati della vera conoscenza.

Egregio Signor Gorbaciov, dopo un cenno preliminare a questi problemi, Le chiedo di compiere un serio e approfondito studio dell’Islam, e questo, non perché l’Islam e i musulmani abbiano bisogno di Lei, ma per i valori superiori e universali di questa religione. Tali valori possono essere strumento di liberazione e di benessere di tutti i popoli, possono aiutare a sciogliere i nodi e le difficoltà fondamentali dell’umanità. Una seria riflessione sull’Islam potrebbe liberarLa per sempre dal problema dell’Afghanistan e da difficoltà di questo genere esistenti nel mondo. Noi consideriamo i musulmani di tutta la terra alla stessa stregua dei musulmani del nostro Paese e ci consideriamo partecipi del loro destino.

Con la parziale libertà di culto concessa in alcune Repubbliche Sovietiche Lei ha dimostrato di non pensare più che la religione è l’oppio della società. A proposito, la religione che, di fronte alle superpotenze, ha reso l’Iran saldo come una roccia è forse l’oppio della società? La religione che vuole l’attuazione della giustizia nel mondo, che vuole liberare gli uomini dalle pastoie materiali e psichiche, è forse l’oppio della società? Sì, una religione che si faccia strumento attraverso cui porre a disposizione delle potenze, grandi o piccole, le risorse materiali e spirituali dei Paesi Islamici e non, una fede che gridi alla gente che la religione deve essere separata dalla politica, è sì l’oppio della società. Ma questa non è la vera religione, ma una religione che il nostro popolo chiama americana.

Concludendo, dichiaro chiaramente che la Repubblica Islamica dell’Iran, che è il bastione più saldo dell’Islam nel mondo, può facilmente riempire il vuoto ideologico del vostro sistema.

Il nostro paese, in ogni caso, come in passato, crede nei rapporti reciproci di buon vicinato e nutre per questo principio il più profondo rispetto. Che la pace sia con chi segue la Guida.

Ruhollah al Musavi Al Khomeini 1° gennaio 1989

Beppe Grillo Iran e Israele

In un’intervista al quotidiano israeliano Yedoth AhronothBeppe Grillo parla di Iran, di Israele e di Medio Oriente in generale. In Italia l’intervista ha suscitato molte polemiche. A Youdem se ne parla a Linea Mondo del 25 giugno. In studio Gabriele Natalizia e Antonello Sacchetti. In collegamento telefonico Menachem Gantz. 

 

[youtube]http://youtu.be/PDfvo1gJrog[/youtube]


 

Petrolio persiano

Se c’è un elemento di continuità nella storia recente dell’Iran, è proprio il petrolio. O, meglio, la gestione del petrolio da parte dei governanti e le conseguenze di questa gestione nella vita politica. Se le parole sono importanti, quando parliamo di Iran dobbiamo sempre ricordare che il concetto stesso di cittadinanza (shahrvandi) è un’innovazione piuttosto recente, entrata nel linguaggio della Repubblica islamica soltanto con le due presidenze Khatami (1997 – 2005).

In Iran, infatti, il bilancio statale si basa sull’export del petrolio, non sulle tasse. La vendita di petrolio all’estero rappresenta l’80 per cento dell’export iraniano e il 60 per cento del bilancio totale del paese. È questa la grande linea di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario: lo Stato chiede poco in termini di contributi e dà pochissimo in termini di diritti e potere decisionale. È una condizione di sudditanza, non ancora di cittadinanza. Era così con lo scià, è sostanzialmente così nella Repubblica islamica.

Secondo l’Oil and Gas Journal, le riserve petrolifere iraniane ammontano a 137,6 miliardi di barili di petrolio, pari al 10 per cento delle risorse mondiali totali. L’Iran è inoltre il secondo Paese al mondo per riserve di gas naturale. Tra il marzo 2009 e il marzo 2010 (in Iran il capodanno coincide con l’equinozio di primavera) l’Iran ha esportato più di 844 milioni di barili di greggio, approssimativamente 2,3 milioni di barili al giorno, piazzandosi al secondo posto dietro l’Arabia Saudita nella classifica dei paesi esportatori aderenti all’OPEC. Dove va tutto questo greggio? Principalmente in Giappone, Cina, Sud africa, Brasile, Pakistan, Sri Lanka, Spagna, India e Paesi Bassi. I centri produttivi sono 40 (27 on shore e 13 offshore), concentrati perlopiù nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, la cui invasione da parte di Saddam Hussein nel 1980 fu all’origine della lunga e sanguinosissima guerra tra Iran e Iraq.

La gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La Costituzione iraniana proibisce la proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto.

Le partnership con le imprese straniere sono fondamentali per l’industria petrolifera iraniana, assai limitata dall’arretratezza dei propri mezzi tecnici. Basti pensare che oggi l’Iran produce meno della metà dei 5 milioni di barili di greggio al giorno che venivano prodotti nel 1978. La rivoluzione, 8 anni di guerra con l’Iraq, le sanzioni, i tagli agli investimenti e un naturale declino dei giacimenti di greggio, impediscono di tornare a quei livelli. Per arrestare il declino, i giacimenti iraniani avrebbero bisogno di interventi strutturali, come iniezioni di gas naturale.

Il piano di sviluppo quinquennale approvato dal parlamento iraniano nel gennaio 2010 prevede di arrivare a 5,1 milioni di barili al giorno dal 2015, ma per raggiungere questo obiettivo, la collaborazione con imprese straniere è indispensabile. Un esempio: nel 1999 è stato scoperto il giacimento di Azadegan, vicino ad Ahvaz, le cui riserve sono stimate in 26 miliardi di barili. Nulla di eccezionale, ma è comunque la scoperta più importante – in Iran – degli ultimi 30 anni. Si tratta però di un sito geologicamente complesso, in cui l’estrazione è molto difficile. Nel gennaio 2009 la NIOC ha perciò siglato un contratto buyback con la China National Petroleum Corporation, che prevede un piano di sviluppo in due fasi.

La ricchezza di petrolio è però un’arma a doppio taglio. Proprio perché dispone di tanto petrolio, l’Iran è un Paese abituato a consumarne moltissimo. Il visitatore occidentale rimane in genere sorpreso dall’abituale spreco di energia nelle case e negli uffici iraniani. In inverno i riscaldamenti rimangono accesi giorno e notte e nessuno si preoccupa di spegnere le luci nelle stanze vuote. Fino a poco tempo fa, la benzina aveva un prezzo politico irrisorio (equivalente a meno di 10 centesimi di euro al litro), insufficiente a coprire persino le spese di raffinazione. Questo incoraggiava un uso dissennato delle auto, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente e per il traffico, soprattutto a Teheran. L’Iran consuma approssimativamente 400.000 barili di benzina al giorno e l’insufficienza delle proprie raffinerie ha creato il paradosso: il secondo esportatore di greggio è costretto a importare benzina per soddisfare la domanda interna.

Per risolvere questo problema, il governo ha messo a punto un piano di sviluppo delle raffinerie locali attraverso una serie di joint venture con Cina, Malesia, Indonesia e Singapore. L’obiettivo, per la verità molto ambizioso, è di arrivare a esportare benzina nel 2013. La cura elaborata dal governo Ahmadinejad è drastica: il taglio dei sussidi agli idrocarburi lanciato nel dicembre 2010 ha quadruplicato il prezzo della benzina. È solo il primo passo di una grande riforma che deve porre fine a un sistema che costa 100 miliardi di dollari l’anno. Sistema che lo stesso Ahmadinejad ha però finora incoraggiato. Sostenendo di voler portare i proventi sul sofreh (la tavola) dei poveri, ha approfittato del prezzo del greggio che nella prima fase del suo mandato si è mantenuto alto, tra i 50 e 100 dollari.

Ahmadinejad ha così potuto elargire sussidi a pioggia, soprattutto per gli agricoltori, e favorire gli uomini d’affari a lui vicini e rafforzare i pasdaran. Questa congiuntura favorevole ha consentito il rinvio di decisioni strutturali e ha contenuto il malessere sociale. Non aveva avuto la stessa fortuna il predecessore di Ahmadinejad, il riformista Khatami. Sotto i suoi due mandati il prezzo del greggio era arrivato a costare appena 9 dollari al barile. Col picco del prezzo del greggio nel 2007-08 l’Iran portò a casa 250 miliardi di dollari di proventi dal petrolio. Quando nella seconda metà del 2008 è arrivata la crisi mondiale, nelle casse dello Stato iraniano non c’erano più di 25 miliardi di dollari. Dove erano finiti tutti i soldi? Di certo, non in investimenti strutturali, dato che l’inflazione è volata al 27 per cento e la disoccupazione al 35 per cento.

La spesa crescente del governo Ahmadinejad ha fatto sì che il Paese abbia bisogno del petrolio a 90 dollari al barile per andare avanti, anche se il governo ha fissato il suo budget a quota 37 dollari. Anche lo scià si ritrovò in una situazione simile. Tra il 1973 e il 1977 l’Iran fu inondato di petrodollari. Quando nel 1977 il prezzo del greggio calò, l’economia nazionale visse una crisi inattesa e durissima. Cominciò così il biennio che avrebbe portato alla rivoluzione. Molto improbabile che la storia si ripeta, ma di sicuro il petrolio è ancora una volta decisivo negli equilibri della politica iraniana.

Uzbekistan – Iran 0-1

Calcio. L’Iran ha vinto 1-0 in casa dell’Uzbekistan nella prima giornata del gruppo A del terzo e ultimo turno di qualificazione asiatica per i Mondiali 2014.  Il gol di Mohammad Khalatbari al quarto minuto di recupero ha dato i primi 3 punti al Team Melli allenato  dal ct portoghese Carlos Queiroz. Del girone fanno parte anche Corea Sud, Qatar e Libano.

Si qualificano le prime due. L’Asia avrà infatti quattro squadre qualificate direttamente alla fase finale, mentre una quinta formazione giocherà i play-off inter-zona contro una squadra di un’altra confederazione.

[youtube]http://youtu.be/JjfbTd__ri8[/youtube]

Girone A

Uzbekistan – Iran 0-1 (90′ Khalatbari)

Libano – Qatar 0-1 (63′ Sebastian Soria)

Girone B

Giappone – Oman 3-0 (12′ Honda, 52′ Maeda, 55′ Okazaki)

Giordania – Iraq 1-1 (14′ Nashat Akram I, 43′ Ahmad Ayel Ibrahim G)

Zereshk Polo ba Morgh

È uno dei piatti iraniani più comuni. Zereshk polo ba morgh , ovvero pollo con riso e crespino. Cos’è il crespino? Me lo sono chiesto pure io quando ho tradotto la parola “zereshk”  (زرشک)  dal persiano.

Trattasi della pianta Berberis vulgaris, molto diffusa in Iran. Il frutto è una bacca rossa, piccola e dal sapore aspro. Una volta essiccata, viene usata come condimento. È anche bella da vedere.

Per il piatto in questione i crespini vengono servii fritti.

Ecco gli ingredienti per  5 persone:

3 bicchieri di riso Basmati

Mezzo chilo di petto e coscia di pollo

Mezzo bicchiere di crespini

2 bicchieri di zucchero

1 cucchiaino di cumino

3 cucchiaini di zafferano sciolto in acqua calda

1 cipolla

sale e pepe

 Si soffriggono in padella il pollo (tagliati a pezzi non troppo piccoli) e la cipolla. Quando sono dorati, si aggiungono crespini e cumino. Dopo qualche minuto ci si versa lo zafferano precedentemente sciolto nell’acqua calda. Il tutto deve restare a cuocere a fuoco basso per 40 minuti. Nel caso, aggiungere un bicchiere d’acqua.

Altri crespini vanno soffritti nell’olio con zucchero e zafferano per 2 minuti.

Pollo e riso vanno infine conditi con i crespini fritti.

Consiglio personale: mischiate il tutto con il mast, la salsa di yogurt. Come si dice a Roma, “è la morte sua”.

Nucleare, tanto rumore per poco

Si rivedranno il 18 e 19 giugno a Mosca. E per come si erano messe le cose, è già qualcosa. Che le cose non sarebbero andate benissimo lo si era capito subito. A dispetto delle previsioni di qualche politico italiano, 5+1  (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Usa più Germania) e Iran non avevano già trovato un accordo sul nucleare. Nulla di fatto, in pratica. Ma non è tutto da rifare.

Gli iraniani si dicono delusi dal vertice, ma sembrerebbero intenzionati a proseguire nel dialogo.

Quello che sembra ancora mancare è una reale “reciprocità”: il gruppo 5+1 chiede  all’Iran di fermare l’arricchimento dell’uranio al 19,75% e di portare l’uranio già arricchito al di fuori del Paese. L’arricchimento potrebbe proseguire soltanto per arrivare a un livello del 3,5% o del 5%. E in cambio?

Praticamente nulla. Le sanzioni non sarebbero alleggerite subito.

Dal canto suo, Teheran si era presentata a Baghdad con un pacchetto di proposte con 5 punti chiave, uno dei quali riguarderebbe la crisi siriana.

Sta anche qui la vera distanza tra le parti: il nucleare è usato strumentalmente un po’ da tutti. L’Iran vuole arrivare a un accordo che non riguardi solo il nucleare ma che fornisca garanzie sulla propria sicurezza, come Repubblica islamica e come Paese detentore di interessi economici e politici nella regione.

Gli Usa vorrebbero forse un accordo di minima, solo sul nucleare, lasciando stare – al momento – grandi accordi e regolarizzazione dei rapporti con Teheran. All’inizio Obama ci aveva pensato, ma la cosa si è rivelata difficile e poi ora siamo in campagna elettorale.

Gli europei vorrebbero tranquillizzarsi e tranquillizzare tutti: hanno troppi interessi con l’Iran per permettersi di giocare duro, al di là delle frasi del nostro ministro Terzi.

Cina e Russia hanno una posizione più ambigua. Da una parte contrastano gli Usa in Medio Oriente, dall’altra le sanzioni e l’embargo petrolifero giocano a loro favore. Mosca è avvantaggiata come paese esportatore di greggio, Pechino lo è come importatore. Se il petrolio iraniano non arriva in Europa, Teheran lo vende (a prezzo ribassato) alla Cina.

Israele – convitato di pietra a tutti i summit – vuole che non accada nulla, che rimanga questo clima di minacce, paura e tensione. Finché può agitare lo spauracchio assolutamente irrealistico di un’aggressione da parte iraniana, può continuare a ignorare il dramma del popolo palestinese ed ergersi a baluardo della democrazia e della civiltà occidentale in Medio Oriente.

Sullo sfondo, il fattore tempo. I 5+1 vorrebbero coinvolgere Teheran in un calendario prestabilito di incontri. Teheran nicchia, non fidandosi delle reali intenzioni della controparte. Di sicuro, dopo i convenevoli di Istanbul, si è entrati nella fase più delicata.

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Iran Day

“È possibile un attacco all’Iran?”. C’è chi ne è convinto. Scrivici la tua opinione, anche con un messaggio privato, sarà discussa in diretta con gli ospiti di Iran Day in onda martedì dalle 10:00 alle 12:00 su oltreradio.it

Nel corso della trasmissione interviste esclusive a

Leila Hatami (Attrice iraniana)

e Zahra Mostafavi (Figlia dell’Imam Khomeini)

conducono

Francesco De Leo

(Direttore di oltreradio.it)

Luigi Spinola

(Radio 3 Mondo)

in studio

Lapo Pistelli

(Responsabile Esteri del PD)

interverranno

Michele Bernardini, Pasquale Ferrara, Felicetta Ferraro, Bianca Maria Filippini, Silvia Francescon, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Renzo Guolo, Farzaneh Joorabchi, Claudio Landi, Alfredo Mantica, Alberto Negri, Nicola Pedde, Stefano Polli, Luigi Ramponi, Antonello Sacchetti, Natalia Tornesello, Roberto Toscano, Roberto Tottoli, Vanna Vannuccini, Anna Vanzan.

in diretta da:

oltreradio.it – radioradicale.it (audio)

sul canale 808 di Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv (video)

in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni

L’attenzione dei grandi media sull’Iran è intermittente. Magari passano mesi e mesi senza che esca una sola notizia su quanto accade a Teheran e dintorni. Poi, quasi di colpo, i riflettori si riaccendono. L’Institute for Global Studies (IGS) e Diplomacy – Forum della Diplomazia, hanno avuto il merito di anticipare gli ormai imminenti incontri di Baghdad del 5+1 (23 maggio),con la conferenza “Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni”, tenutasi mercoledì 16 maggio a Roma.

Nicola Pedde, direttore IGS, ha aperto il lavori ricordando uno scenario regionale in cui sembrano perdurare dinamiche di crisi, a cominciare dall’annosa querelle sul nucleare iraniano. Pedde si chiede poi se, a 33 anni dalla Rivoluzione del 1979, capiamo davvero qualcosa della politica iraniana o se ci affidiamo in grossa parte agli stereotipi.

Argomento ripreso dal Presidente di Diplomacy Giorgio Bartolomucci, che ha sottolineato come i 3 termini indicati nel titolo della conferenza “indichino tutti uno scenario che incute timore”. Troppo spesso i media, soprattutto quelli italiani, forniscono una presentazione semplicistica delle dinamiche politiche iraniane.  Chi ha vinto davvero le recenti elezioni parlamentari? L’affluenza può essere un dato indicativo del grado di disaffezione degli iraniani verso questo sistema e questi uomini politici?

Secondo il direttore di Limes Lucio Caracciolo, tutta la regione è in movimento. Siria e Bahrein vivono entrambe crisi molto gravi, mentre l’Arabia Saudita è da tempo impegnata a preparare un’alleanza anti Iran. Israele, dal canto suo, ha di recente varato un governo di unità nazionale, mossa che potrebbe essere letta come preparativo di una crisi internazionale.

Singolari e preoccupanti le mosse degli Usa. Da una parte promuove il dialogo con Teheran sul nucleare, dall’altro sembra intenzionata a riabilitare i mojaheddin-e khalq (MKO), depennandoli dalla lista nera delle formazioni terroristiche. Sembrerebbe addirittura che qualcuno a Washington pensi a loro per un eventuale governo di transizione in caso di regime change. Al di là del fatto che i mujaheddin più che un gruppo politico sono una setta, inaffidabile e disprezzata dalla grandissima maggioranza degli iraniani, è evidente la contraddizione di fondo: come puoi dialogare con la Repubblica islamica se contemporaneamente lavori alla sua distruzione? In questo senso – secondo Caracciolo – un fallimento del negoziato potrebbe portare a decisioni irrazionali. E i dubbi maggiori sono su Israele.

Più ottimistica la visione del Generale Luigi Ramponi, Presidente del Cestudis. “Sono 20 anni – ha ricordato – che gli iraniani parlano di nucleare. Di fatto, sono sempre a un passo dall’averlo, ma non ce l’hanno ancora”. La vera novità – a suo avviso – sta nella disponibilità di Khamenei a trattare. Secondo Ramponi, un attacco israeliano servirebbe solo a ritardare, non a interrompere il programma nucleare di Teheran. Neanche Tel Aviv sembra convintissima di questa opzione: sono infatti i politici e i servizi militari a premere per l’attacco, il Mossad è contrario. Più in generale, secondo Ramponi, è finita l’era delle guerre tra Stati. Ma la guerra contro l’Iran –  ha avvertito – è già in atto: con i sabotaggi informatici, l’assassinio di scienziati, la disinformazione.

Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del Partito Democratico, ha denunciato l’ignoranza che condiziona spesso i dibattito sull’Iran. Ne è la riprova, a suo avviso, la raccolta di 180 firme tra i parlamentari italiani a sostegno dell’MKO. “Molti politici italiani credono di firmare a favore della democrazia in Iran, non sanno chi sono in realtà questi signori”. Pistelli riconosce che l’Iran – al contrario di quanto descritto da molti media occidentali – è un attore razionale che aspira a un ruolo regionale. “Da quanto filtra da ambienti diplomatici, ci sono segnali positivi in merito al prossimo vertice di Baghdad”. Si starebbe anzi pensando già al dopo, a come, cioè, ognuna delle parti può fare il proprio passo indietro senza perdere la faccia.

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi al Salone del Libro di Torino del 2012

Mahmoud Doulatabadi  irrompe sulla scena letteraria internazionale con il suo libro Il Colonnello, un romanzo scritto più di venti anni fa ma che solo ora viene pubblicato  (il primo Paese a darlo alle stampe è stata la Germania).  Il Colonnello è ancora inedito in Iran. Doulatabadi, arrestato nel 1975 durante una rappresentazione  teatrale dal regime dello Shah ed estromesso dall’Università dal regime degli ayatollah, ha scelto di continuare a vivere in Iran.

E scrivere è il mezzo attraverso cui raccontare la complessa storia del suo Paese, denunciando il paradosso di una Rivoluzione che ha mangiato i suoi figli.  Il romanzo racconta infatti le tragiche vicende della famiglia di un ex colonnello dell’esercito di Reza Pahlavi caduto in disgrazia, i cui figli prendono parte  alla rivoluzione del 1979 seguendo le diverse le  diverse anime che l’hanno guidata.  Attraverso la storia della famiglia del Colonnello, l’autore  narra la storia e il declino dell’intera società iraniana i cui figli continuano, ancora oggi, a lottare.

Mahmoud Doulatabadi, Il colonnello, Narratori di Cargo, 2012

 

Teheran 2012

Video della capitale iraniana sotto la neve nel febbraio 2012.  Park-e mellat, Vali Asr, la Milad Tower, Piazza Tajrish. Scene di vita quotidiana nella megalopoli.

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Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

[youtube]http://youtu.be/4d8LbIR53jY[/youtube]

Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Quasi due

Di persone che scrivono libri ce ne sono davvero tante. Forse troppe. Ma quanti sono i veri scrittori? E da cosa si riconoscono? Ho cominciato a leggere Quasi due di Hamid Ziarati a scatola chiusa. Di proposito, non sono passato per nessuna recensione, mi sono sforzato di non leggere nemmeno la quarta di copertina. Ho letto sulla fiducia conquistata da Ziarati coi suoi due precedenti romanzi (Salam maman e Il meccanico delle rose) e non me ne sono pentito.

Sì, d’accordo, il romanzo è interamente ambientato in Iran e quindi avevo una motivazione in più per leggerlo, ma questo l’ho scoperto solo a libro iniziato. Narrato in prima persona, Quasi due ha un inizio travolgente: siamo a Tehran nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione. Il protagonista Dariush sembra lontano dagli avvenimenti che stanno stravolgendo il suo Paese. O meglio: segue i fatti, sa cosa lo circonda, ma – come gli adolescenti di tutto il mondo e forse di tutte le epoche – è nel pieno della sua “rivoluzione esistenziale”, con gli ormoni a mille e la voglia di essere grande. Insieme a lui c’è Zal, l’amico fedele e inseparabile. La prima parte del libro scorre in fretta, è divertente, quasi allegra.

Poi arriva la guerra: l’Iraq invade l’Iran e per milioni di persone cambia tutto nel giro di pochi giorni. Anche la vita di Dariush cambia radicalmente. Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei suoi anni, si ritrova volontario al fronte, sempre insieme a Zal. E qui il racconto diventa un’altra cosa. Cambia l’ambientazione, cambia lo stile, cambia il tono del romanzo.

Non voglio anticipare troppo, perché il romanzo ha una sua storia da seguire per intero. Dico soltanto che la parte finale, ambientata nel Golfo Persico, sembra scritta apposta per il cinema.

Quasi due ha anche il merito di ricordare a tutti cos’è una guerra. E cos’è stata per l’Iran la “guerra imposta” dall’Iraq di Saddam. Visto i tempi che corrono, non è cosa da poco.

Intervista a Kamran Shirdel

Non solo cinema, ma un viaggio appassionato negli ultimi quarant’anni di storia. Kamran Shirdel, raggiunto via e mail a Teheran, si racconta proprio come in un film. Asiatica Film Mediale 2008 gli dedicò una retrospettiva intitolata Prima della rivoluzione, con cinque documentari girati in Iran all’inizio degli anni Sessanta. Shirdel è considerato il padre del nuovo cinema Iraniano per quanto riguarda soprattutto i documentari. Ha tracciato la strada per un genere di documentario critico e sociale. I suoi film sono stati proiettati a molti festival in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali.

I suoi film sono un documento eccezionale, soprattutto per chi conosce soltanto l’Iran dopo la rivoluzione. Lei torna nel suo Paese nel 1965 dopo aver studiato cinema in Italia. In Italia sono gli anni del boom, così come anche l’Iran conosce una crescita economica piena di contraddizioni. Potrebbe descrivere l’impatto che ebbe al ritorno in Iran? Era molto diverso da come lo ricordava?

Grazie del complimento anche se dopo cosi lungo tempo e le vicissitudini da me – e i miei film – subite non ho quasi più nessun legame paterno con loro. Mi lasci lo spazio di precisare che il mio primo soggiorno in Italia – dal giugno 1957 al gennaio 1965 – mi fu di grande aiuto didattico – intellettuale e di certo ne subii l’influenza nel modo più viscerale possibile. Ero un ragazzo molto curioso di vedere, sentire, leggere, captare, toccare, amare, annusare e intraprendere il corso della vita, della storia e del tempo che fu! Mi innamorai dell’Italia a prima vista avendone già studiato certi aspetti della cultura e il cinema Italiano – precisamente quello Neorealistico – ancora prima d’arrivarci. E’ vero sicuramente che quelli furono gli anni del boom economico Italiano ma io sia per abitudine, ma anche per l’istruzione familiare – e più ancora quello paterno, direi – ero di carattere scettico anche se certamente ne godevo anch’io dei benefici di tale boom . Ero legato morbosamente – e lo sono ancora oggi – alla sensualità della carta stampata: libri, riviste, giornali e per cui articoli, saggi, critiche, storie e storiografie, etc. Cercavo perennemente di vedere anche l’altra faccia della realtà quotidiana; italiana, iraniana e mondiale. Cominciai a studiare architettura in Italia ed ero un ragazzo abbastanza diligente e voglioso che andava su e giù per la facoltà di Valle Giulia. Ma nonostante ritenessi importante la lezione architettonica e la familiarità che ci dava modo di espandere la nostra visione globale, formale, spaziale, di volume e di bilancia tra totale ed il dettaglio, tra sentire e costruire, tra pensare e realizzare, non mi potevo del tutto godere tale privilegio e la mia ribellione mi portava silenziosamente verso la pittura, l’arte, la letteratura, i fenomeni politici, la musica e cosi via.

La scelta di studiare architettura mi era stata di fatto dettata dalla figura – mastodontica e opprimente anche se avvolta in uno scialle vellutato – paterna di tipo borghese – nobile secondo la quale i figli dovevano diventare o ingegneri, o dottori, o nel mio caso, architetti.

La mia vera passione da quando avevo 14 anni era il cinema e questo pareva – per via del livello assai basso dei prodotti cinematografici in Iran del tempo – una passione degenerata, una tendenza malata da scacciare ad ogni costo. Una volta in Italia e a Roma mi trovai libero di dedicarmi, anima e corpo, alle sale cinematografiche cominciando dal vicino Cinema Olimpico per poi passare a tutta la città – Nuovo Olimpia, Rialto, Salone Margherite, etc. – ma soprattutto sale di terza visione, sale parocchiali, e cosi fino a diventare un piccolo socio dei primi Film Club tra le quali uno fondato da Cesare Zavattini di cui conservo tutt’ora non solo i cari ricordi della sua cara e indimenticabile presenza ma anche le famose tessere! Vedere i film, vederli bene e essere aiutato dalla mia grande curiosità di leggere a pari passo le critiche – da più punti di vista – e la storia del loro evolvere e nascere mi allontanò sempre di più dall’architettura e cambiò sicuramente la mia prospettiva mentale e intellettuale. Cosi invece di scegliermi dei grandi maestri di architettura da seguire come modello, diventai l’allievo umile dei vari Antonioni, Fellini, Rosi, Pasolini, De Sica, ma anche Bresson, Resnais, Godard, Ivens, Bergman, Kurosawa, Shindo, Ichikawa, e altri.

Nella letteratura avevo cominciato molto giovane con Kafka, Ernest Hemingway, Erskin Caldwell, William Faulkner, Andre Gide, Tolstoi, Dostoievski, Saint Exaupry, ed altri che venivano tradotti in farsì. In Italia ebbi l’occasione di conoscere da vicino la scuola realistica e neorealistica della vostra letteratura – Verga, Pirandello, Alvaro, Cassola, Pavese , Sciascia – e ne divenni un lettore assiduo. A un certo punto cambiai casa proprio per vedere gli artisti da vicino. Presi un appartamento prima dalle parti di Piazza del Popolo, poi passai in Via Ripetta e cosi a poco a poco in tutte le viuzze di quel quartiere che divenne il mio laboratorio di vita e il mio campo di battaglia, d’amore, di vita ma anche di morte! Passeggiando in quel quartiere era solito incontrare tutti i più grandi nomi possibili del momento; da Moravia a Pasolini da Morante a Carlo Levi [che poi conobbi personalmente e ne fui impressionato dalla personalià e dal suo grandissimo affresco dedicato a sud e a Rocco Scotellaro e la sua tragica morte che rividi installato maestosamente a Matera nel ’84 ] da Bassani a Cassola ma anche a Bertolucci – sia padre che il figlio che quest’ultimo lo conobbi a Teheran quando venne per girare La Via del Petrolio – da Ferreri, a Lizzani, da Mastroianni a Fellini – li vedevo quasi sempre insieme, Fellini col suo Mercedes coupe nero e Marcello col suo Jaguar coupe Bordeaux – da Gassman a Enrico Maria Salerno, Da Anna Magnani a Anita Ekberg e poi Antonioni, Vitti, Visconti, Rosi, Leone, De Sica, Pier Paolo Pasolini, Patroni Griffi, e mille altri che si radunavano da Canova e Rosati ed io solo soletto – il viaggiatore solitario del mondo – seduto sui piedi delle colonne delle due maestose chiese o sotto l’obelisco a godermi il Circo e a dissetarmi dalle quattro fontane in mezzo alla piazza!

Il mio ritorno in Iran nel 1965 fu solo per visitare la famiglia e riposarmi e curarmi un po’ la gastrite e i problemi nervosi procurati dal grande vagabondare, dalla vita notturna, dalla fame di imparare, vedere, realizzare qualcosa. Ero al corrente del boom iraniano e dei suoi aspetti negativi avendo fatto parte dei gruppi dei giovani dissidenti Iraniani a Roma di stampa sinistra – in rapporto continuo e costante con quelli di altre città e altri paesi d’Europa e d’America – e sapevamo che a parte certi quartieri di Teheran, la Capitale Dell’Iran il resto del paese aveva dei seri problemi sociali e economici.

Il mio primo impatto con Tehran e la diversità ed il contrasto che scoprii tra le classi sociali mi fece un male assordante e mi sbalordì cosi tanto che decisi di rimanere e di usare il mio mestiere e le mie umilissime armi tecniche o creative – ancora rimaste in scatola chiusa ! – per rivelare la verità, tenendo sempre a mente i miei maestri, non solo cinematografici. Infatti i miei primi lavori s’inchinano non soltanto davanti alla povertà immane della gente che si vende il sangue o il corpo per vivere ma anche ai Levi, ai Pasolini, ai Pontecorvo, e ai Giotto, ai Vivaldi, agli Albinoni. Teheran non era molto diversa da come l’avevo lasciata otto anni prima. Mi colpiva perciò il baccano e le assordanti e caricaturali propagande fatte continuamente dal regime dello Scià. Io avevo studiato – ma anche vissuto in un certo modo – l’ascesa del nazi-fascismo in Europa e in Italia, ne avevo visto le conseguenze e ne avevo imparato la storia e la critica sociale che ne derivò. Nella Teheran di quei giorni risentii l’eco delle lezioni del passato da Gramsci a Berlinguer, da Pasolini a Papa giovanni ventitresimo, da Hitler a Mussolini, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, da Pirandello a Gogol, ma anche di tantissimi altri.

Dai suoi documentari degli anni Sessanta emerge un Iran molto diverso da quello di oggi. Ma anche molto diverso dall’immagine stereotipata che ancora oggi una certa generazione di italiani ha dell’epoca dello scià: la corsa al progresso, le cronache mondane, Soraya…
Vedendo e guardando alla realtà – specialmente quella gonfiata, propagandata, manomessa, falsificata – si arriva ad un’altra realtà che non è certo TUTTA la realtà possibile ed immaginabile ma che di sicuro ci da la possibilità di vedere l’altra faccia della medaglia. Negli anni che vanno dal 1962 al 1964 e durante la mia permanenza al Centro Sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana 1524 – con amici e colleghi, quei pochissimi curiosi, testardi, ma grazie al cielo coi coglioni quadrati  – andavamo a visitare le borgate dove vivevano zingari, gente poverissima, vecchi e prostitute scacciate dalla faccia della terra e dallo sguardo abituale dei benestanti e benpensanti. Quando Pasolini cominciò a girare Il Vangelo Secondo Matteo decidemmo di partire per il sud d’Italia – con un cinquecento e pochissimi mezzi – ed oltre a visitare i luoghi in cui voleva girare la Terra Santa – dare un’occhiata anche ai luoghi in cui il grande Visconti aveva fondato il vero neorealismo con La terra trema. Ebbene, a Roma ma ancora di più a Milano e in molte altre città c’era una verità luccicante, rosea, luminosa. Matera , Reggio Calabria e il sud ci presentavano una verità africana  nel peggior senso del termine sia per quei giorni che oggi! Eppure L’Italia si godeva il boom e se la godrà fino all’ultimo. Agli Italiani che venivano in Iran come turisti o invitati da qualche ministero, vedevano solo la facciata migliore, la crema di Isfahan, Shiraz  e di Tehran e si portavano indietro bellissimi tappeti, Kilim e chili di caviale al prezzo di bruscolini. Certo la verità, la VERITA’ era un’altra cosa e non quella che vedevamo noi e anche pochi altri. Era vergognoso vedere la gente di un paese ricco VEGETARE in uno stato simile. Era la dinastia delle mille famiglie al cui capo c’era una persona completamente fuori di sé, incosciente. Certo, la corsa al progresso c’era ma a che prezzo!

Le immagini di Tehran, payetakht-e Iran ast (Tehran è la capitale dell’Iran ) sono molto dure, molto forti. Anche oggi Teheran sud è sinonimo di povertà, ma – visitando i quartieri meridionali della capitale –  ho visto povertà, ma non miseria. È così o è una mia impressione sbagliata?
Vede, spesso mi chiedono perché i miei primi film si chiudono con la parola UNFINISHED  al posto del classico FINE. Beh, la ragione prima è che i film furono censurati, confiscati, messi via per 13 – 14 anni e io non ebbi la mano libera e l’occasione necessaria di finirle come volevo e potevo. Ma un’altra risposta è che la povertà, la miseria, la prostituzione, le guerre, le ingiustizie, il correre del sangue……. non finiranno mai.  Oggi nei bassifondi di Teheran – come in molte altre città di tutto il mondo c’è un’altra dimensione di miseria e di povertà, con problemi quali la droga e l’Aids.  La prostituzione – purtroppo non controllata, perché vietata dalle vigenti leggi Islamiche – si è diffusa per tutta la città coi risultati criminosi che conosciamo. Oggi in Iran si è poveri anche con stipendi che una volta ci parevano da sogno.  Un povero di ieri come potrà cavarsela oggi in una città con più di 14 milioni di abitanti. I recenti problemi economici mondiali aumenteranno tragicamente questo divario. E la distanza tra le classi sociali è di sicuro il terreno fertile ma anche scivoloso dei grandi cambiamenti storici.

Mi ha colpito molto la scena della lezione di farsì nel quartiere povero. Il dettato sullo scià e sulla sua famiglia  diventa involontariamente comico. Immagino che all’epoca l’effetto di quella scena sia stato devastante.
Da ragazzo benché abbia studiato bene e conosca bene la mia lingua e la mia letteratura detestavo questi dettati che mi facevano prima ridere per poi farmi esplodere di rabbia. Io per fortuna ho avuto dei genitori molto colti nazionalisti convinti e anti monarchici. Infatti loro erano dei grandi sostenitori di Mosaddeq, il primo ministro esiliato e imprigionato dallo scià nel 1953. In quegli anni nessuno osava prendere in giro i princìpi della monarchia. Quando ho girato quel film avevo 28 anni e dovevo difendere i miei punti di vista davanti a un ministro che era il cognato dello scià ma che per fortuna aveva gusto per l’arte e le musica. Un giorno – l’ultimo giorno che vide il film per forse decima volta prima di ordinare il suo totale ritiro e censura – mi disse:  ‘Lei e’ la vera personificazione del suo cognome!’. Shirdel vuol dire infatti cuor di leone. Il film lo rividi 14 anni dopo.

I suoi documentari sembrano riflettere un grande lavoro di sceneggiatura. È così? Quanto c’è di preparato e quanto è affidato al caso, cioè a quello che troverà davanti alla macchina da presa?
Mi rincresce deluderla ma io non scrivo neanche una riga di sceneggiatura e non mi porto nemmeno mai dietro degli appunti. Le spiego il perché :  tra l’avvio di questi progetti e la fine delle riprese – non parlo del montaggio – di solito passavano tre o quattro giorni o al massimo una settimana. Se mi fossi messo a dar retta ai consigli accademici mi sarei dato la zappa sui piedi, come dite voi. La mia rabbia sarebbe diminuita, il mio approccio vitale e ideologico si sarebbe deformato, le mie intenzioni avrebbero preso sembianze formalistiche, pensate, ripensate, studiate, limate, criticate già in partenza mentre io volevo affrontare il soggetto, il problema, il nemico a tu per tu e ad occhio nudo e quasi a mani vuote ma armato d’amore e di odio. In più, c’era poco tempo e potevamo essere scoperti prima di finire. Cosi il mio gioco cominciava a prendere forma e a dare dei risultati non tanto rifiniti, modellati, limati ma pieno di inaspettati momenti di grande slancio e di vita, di verità, di realtà, d’amore e di odio. Quando scelgo di girare in un posto, una location – e sono tuttora molto sbrigativo malgrado l’età e i dolori dappertutto – non lascio che nessuno mi tocchi neanche un millimetro di quel posto, la sua luce, la sua storica esistenza e giro all’impazzata. L’unico lusso che mi permetto e di guardare bene intorno alla mia scena di battaglia per dei lunghi momenti che chiamo momenti sublimi di vita e di morte! Un altro lusso e’ che malgrado mi porti indietro – ora non piu’! – un Cameraman bravo, sono io a girare le scene come sento e mi viene dal di dentro!

Il suo rapporto con la censura. Al bando con lo scià, il suo cinema è stato riabilitato e valorizzato dalla Repubblica Islamica. E oggi? Ha avuto o ha ancora problemi col potere politico?
Per me i governi cambiano, cambia il colore delle bandiere, l’inno nazionale, il modo di parlare, di vestire, i motti, le frasi e i concetti propagandistici, insomma tutto o quasi- in apparenza – ma quello che non cambia mai è l’UOMO con le sue meschine paure, le sue bugie, i suoi sogni di grandezza, le sue fantasie anormali e iperboliche di vivere la vita di Noè, d’essere l’ultimo giusto della storia, dell’umanità, d’aver sempre ragione a non ascoltare il prossimo, a dimenticare , a dimenticarsi, a DETTARE  le leggi e cose in cui lui per primo non crede più..  Un giorno quasi di sole nel lontano 1980 andai a visitare Auschwitz. Mi trovavo a Cracovia per il festival dove era in concorso il mio film Qaleh (Quartiere delle Donne). Tutto pareva perfetto. Perfino gli uccelli cantavano il loro inno d’amore. Pareva che il padreterno fosse nel pieno delle sue funzioni.  Eravamo un mucchio di registi – allora ancora giovani – dai più disparati paesi.  Senza che ce ne accorgessimo ci siamo persi e siamo stati stregati dalla verità, dall’orrore, dalla storia, dalla morte, dalle tonellate di scarpe, di occhiali, di cappelli, di fotografie, di camere di gas, di forni dove venivano bruciati i cadaveri, di Abat-jour fatti con la pelle tatuata dei prigionieri, dai sogni di purezza e di grandezza di una razza a dispetto delle altre. Lì per la prima volta sentii la profonda amarezza e la tragicità che in ogni momento della storia, di giorno e di notte, di sole o pioggia, ognuno di noi si sta disegnando, creando e realizzando il sogno di creare il proprio Auschwitz a dispetto del prossimo. Erano giorni di Solidarnosc. Il comunismo pianificatore e promettente era agli sgoccioli. Il mondo voltava di nuovo la pagina con millioni di morti, citta’ e culture calpestati e una grande scenografia d’orrore e di parole inutili e dettati alle spalle.

Qal’eh (Quartiere delle donne) è un film molto duro. Fa un certo effetto vedere la realtà delle prostitute di Teheran quarant’anni fa. Oggi in Iran il fenomeno è cambiato ma sembra in espansione, a causa della crisi economica. Nel mio ultimo viaggio sono rimasto sorpreso nel vedere ragazze molto giovani che si prostituivano vicino a Park-e Mellat, di certo una zona non malfamata. Cosa pensa di questo fenomeno?
Per me la prostituzione come fenomeno, concetto, mestiere, attitudine è stato sempre un fenomeno incomprensibile. Certo non ho problemi etici o intellettualistici a capirne il meccanismo e la cosiddetta filosofia in embrione. Voglio però aggiungere che non ho mai visto nelle donne del mio film – avendole ascoltato per ore e ore e filmandole – delle prostitute che si dvano per il piacere fisico. Il loro problema era la fame  dei loro figli e delle loro famiglie. Poi c’era l’ingranaggio  tipico e direi mafioso di imprigionarle in una rete mostruosa di problemi economici, droga, malattie mentali e fisiche derivanti dalla loro inconsapevolezza, dalla mancanza di educazione e dal tenerle chiuse in gabbie mentali e fisiche, bestialmente sensuali come dei veri animali. Lo scià si voleva incoronare e aveva dichiarato che se ci fosse stata una sola bocca affamata in Iran, lui avrebbe rinunciato all’incoronazione. Questi film gli furono regalati come risposta da un umile documentarista che amava il suo paese e la sua gente.  Col passare degli anni è cambiato il decoro, ma la tragedia, il bisogno tragico, la fame, i bisogni materiali e l’ingranaggio mafioso è rimasto tale e quale. Anzi, si è perfezionato e ingarbugliato con la crescita cancerosa di questa incredibile megalopoli. Il divieto della prostituzione da parte della legge Islamica e il normale bisogno economico-fisico-psichico del consumatore hanno creato una situazione infernale.

Una scenda di Qal’eh (Il quartiere delle donne)

Nel suo cinema c’è sempre uno sguardo particolare per la donna. Uno sguardo attento, eppure discreto, rispettoso.
La conoscenza della donna da parte dell’uomo avviene – come d’altronde naturale –  prima dalla figura della madre ma anche dal rapporto reciproco dei genitori. Io ho avuto due angeli custodi a questo proposito. Mia madre era una nobildonna raffinata, amante di famiglia e figli – eravamo in sei – e di cose belle, pittrice dilettante ma sensibile, amante dei viaggi, attenta ai problemi altrui e molto rigorosa e premurosa. Insomma, il portale del paradiso. Pensi che da ragazzo, quando vivevamo a Marvdasht  – vicino a Shiraz – ogni pomeriggio ci portava a giocare a Persepoli dove scavava il famoso Prof. Arthur Upham Pope. Ho avuto una nani turca che ci amava più della nostra madre. Ho avuto delle amorosissime compagne e amiche già dall’età di 15 anni. A Roma, Perugia, Firenze, Ginevra, Parigi, Londra, Germania, Danimarca, Olanda,… ho conosciuto l’amore in persona e ho amato molto e sono stato copiosamente ricambiato. Ero – sono – molto sensibile ai problemi della donna nella nostra società ma anche nel mondo e ne soffro per le mancanze e ne gioisco per le vittorie e successi. Ho una moglie bellissima e rarissima – come persona e carattere – e sono fermamente sicuro che ha due ali d’angelo che nasconde e che discende dal paradiso per salvarci l’anima. In poche parole: sono un uomo protetto dal Dio dell’Amore.

Iran e Italia: erano più diversi negli anni Sessanta o adesso?
Da più di 50 anni sento dire che siamo due popoli antichi e ci somigliamo.  Deve essere vero anche perché noi iraniani – come d’altronde gli Italiani da noi – si sono adattati facilmente all’integrazione dovuta dai tempi e bisogni socio – storici e si sono fatti amare e hanno fatto strada facilmente. Noi certo siamo molto più intelligenti a imparare le lingue, cucire e vestirci all’occidentale e insomma a copiarvi , tradurvi e più delle volte a superarvi in quello che ci avete insegnato. Io vengo molto raramente in Italia. Questi viaggi specialmente dopo la rivoluzione sono diventati costosissimi. Il nostro cambio è più di 120 volte a nostro sfavore. Non so e non sento la differenza anche perché a Roma devo giurare tutti i santi che sono iraniano e alla fine non mi ci crede nessuno. L’importante è che l’Italia per me è per certi versi la prima e per altri la seconda patria e una fraterna amicizia mi lega a voi e alla vostra terra e cultura. Io lo dico sempre che Roma appartiene più a me che ai molti romani e italiani!

Un solo lungometraggio nella sua lunga carriera? [Tra l’altro, così particolare, come un remake di Godard]. Come mai? Non le interessa raccontare storie a soggetto?
Era l’anno 1960. Dovevo scegliere tra architettura e cinema. Nel giro di pochi giorni vidi prima L’Avventura di Antonioni e poi A Bout de Souffle (Fino All’ultimo Respiro) di Godard.  Per me fu come rinascere, trovare una nuova identità, era il colpo di fulmine! Cosi mi decisi che se un giorno avessi fatto cinema il mio primo film sarebbe stato rifare quel grande terremoto di Godard. Gli ero sinceramente debitore. Lui per me è stato come un angelo liberatore ma lo è stato per generazioni di registi: un Picasso del cinema. Avevo in programma anche quel piccolo gioiello di Visconti che èOssessione ma anche un film tratto da Il taglio del bosco di Carlo Cassola ma purtroppo poi non se ne fece nulla.

Il film di domani: se dovesse scegliere un tema per raccontare l’Iran di oggi, su cosa girerebbe?
Ho perso l’abitudine di fare film anche se praticamente sono considerato un regista tutt’ora in attività. L’Iran, la Persia, è anche il paese degli splendidi tappeti famosi in tutto il mondo. Tappeti da sogno, in maggior parte realizzati dai nomadi, gente dei villaggi, donne e bambine povere e senza né istruzione né carta d’identità ma che hanno adornato i più fastosi palazzi dei reali di tutto il mondo. Per me l’Iran è il tappeto madre da cui provengono tutte queste gemme ormai in via d’estinzione assoluta. Ho cominciato anni fa a fare un documentario lunghissimo, a puntate rimasto incompiuto per ragioni economiche e divergenze tra i capi tribù. Sarebbe bello e essenziale rifare questo difficilissimo Opus.

Tra i nuovi registi del cinema iraniano, c’è qualcuno che le piace in particolare ? Se dovesse consigliare a un italiano un film iraniano degli ultimi due anni, che titolo sceglierebbe?
Spero che non me ne vogliate ma io che anni fa a Roma vedevo più di 5 film al giorno correndo tenacemente da un cinema all’altro e anni dopo da un paese all’altro per vederli, ora non ne vedo neanche uno da decine d’anni. Ho smesso di vedere i film a soggetto da più di trent’anni. Ora cerco di vedere solo i documentari scelti con molta premura e niente di più. La causa era la censura preventiva, il brutto e falso doppiaggio, la merce putrefatta che ci veniva venduta e poi c’è la perdita di appetito, la curiosità filmica, non vedendone e sentendone l’importanza. Da anni ormai quasi tutto il cinema fiction – delle volte perfino le tragedie e i film americani – mi fanno morire di risate e non posso farci nulla. In più detesto anche la TV che considero veramente come l’oppio dei popoli a pari dei cellulari.  Sono rimasto come l’uomo delle caverne all’età della pietra:  al neorealismo, al miglior Fellini, Antonioni, Rosi, Petri, Ferreri, Rossellini, Pasolini, Malle, Resnais, Bresson, Bergman, Trauffaut, I primi Godard, Ozu, Dreyer, Ophuls, Mizoguchi, Shindo, Milos Forman, Pabst, Vertov, Ivens, Flaherty, Bunuel e cosi via…. In Iran ho amato e amo tutt’ora i lavori – quelli fatti in Iran – del compianto Sohrab Shahid Sales (Un Caso Semplice, La Natura Morta) e qualche lavoro Iraniano di Amir Naderi che fu come un figlio adottivo per me ma purtroppo si rifugiò in America. Certo ci sono anche i lavori di Kiarostami , della famiglia Makhmalbaf, Panahi, Ghobadi ed altri ma per me ormai è troppo tardi e dovrei andare a dormire perché domani il lavoro m’aspetta…. Ormai cerco di vedere i film nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, negli ospizi, dentro le famiglie, dietro le porte dei tribunali, sulle pagine dei giornali che guardo attentamente prima di dormire….SOGNI D’ORO !

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

Pollo alle prugne

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Buoni e cattivi/4

E risiamo, in un certo senso, da capo a dodici. A Teheran, nel Paese le cose vanno male, questo è sicuro. Ma la novità, il rimedio, da dove dovrebbe venire? Lo scenario politico e sociale iraniano non è solo complicato, ma addirittura indefinito.

Nella storia di questo Paese i bazarì hanno sempre avuto un ruolo determinante. Sono stati loro a dare alla rivoluzione il sostegno necessario a rovesciare lo scià nel 1979. Ed è stato sempre il loro appoggio a determinare l’egemonia di Khomeini all’interno del fronte rivoluzionario. Adesso con chi stanno? Non con Ahmadinejad, che è sostenuto da un altro blocco sociale (per dirla con Gramsci), quello dei pasdaran, cresciuto moltissimo – in senso anche economico – negli ultimi anni. Ma non è che i bazarì stiano all’opposizione: preferiscono appoggiare Khamenei  e i circoli conservatori che saranno i vincitori delle elezioni parlamentari di marzo. Questo è un dato di fatto: una parte consistente della borghesia medio-alta che mugugna contro il regime e manda i figli all’estero, rimane un pilastro di questo sistema. E non sembra al momento intenzionata a sostenere, promuovere o incoraggiare cambiamenti sostanziali.

Ecco allora che torniamo alla questione: cosa è regime e cosa non lo è?

Un martedì mattina nella Facoltà di relazioni internazionali a Niavaran, estremo nord di Tehran. C’è il sole e tanta neve ancora sui tetti e i marciapiedi. Qui il caos è distante, è una zona abbastanza tranquilla ma non proprio residenziale. Ci sono pochi studenti in giro, si avvicina un weekend lungo, perché al fine settimana islamico (giovedì e venerdì) si aggancia sabato 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione.

La funzionaria che mi attende non conosce l’inglese ma  un francese eccellente perché – figlia di un diplomatico – ha vissuto per anni a Parigi. “Ma la sua famiglia è iraniana, non è vero?”. Mi chiede quasi subito. “No, non ho parenti qui”. “Ma è sicuro?”, incalza. “Perché il suo cognome esiste in Iran, lo sapeva?”.

Nel cortile del dipartimento due uomini scaricano le provviste per la mensa. Chiacchierano fitto fitto in turco, lingua parlata da oltre il 30% degli iraniani. La mia guida li guarda e poi sibila: “Questo è sempre stato un problema per l’Iran. In tanti hanno cercato di usare queste differenze per dividerci”. Ma nessuno c’è davvero mai riuscito, va detto.

C’è una buona dose di casualità in questa visita. O forse sarebbe meglio parlare di serendipità, visto che siamo in Iran. Perché sono qui? Sono venuto a cercare materiale per il libro che sto scrivendo, mi ritrovo a sorpresa nell’archivio storico del dipartimento, tra lettere, documenti e mappe antiche. E da qui vengono idee nuove, spunti a cui non avevo minimamente pensato. E comunque è tutto molto interessante. “Questo le serve, le può essere utile?”, mi chiede la mia guida quasi ad ogni passo. Esagero un po’ la mia soddisfazione perché mi dispiacerebbe deluderla.

La parte più interessante di questa visita è l’incontro col professor Sohrab Shahabi. Ha una sessantina d’anni e ha vissuto a lungo in Canada. Parliamo un po’ di tutto, dalla situazione in Nord Africa al momento critico dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. “Non conta solo l’economia – avverte. Quanto è accaduto in Tunisia, ad esempio, dimostra che la rabbia di un popolo può scatenarsi all’improvviso. E che gli eventi prendono spesso una piega non prevista”.

Accenno al gelo che in qui giorni di inizio febbraio sta colpendo l’Europa e che in Italia ha fatto scattare l’allarme gasolio. Il professore ride. “Questa è un’ottima notizia per noi! Vuol dire che l’Iran venderà combustibile a caro prezzo e risolveremo i guai provocati dalle sanzioni!”. E poi aggiunge ironico: “Allora ha ragione chi dice che in politica la linea migliore è invocare il Mahdi!”. Il riferimento è all’intervento ultraterreno del dodicesimo Imam, figura chiave della teologia sciita, negli ultimi anni invocata spesso dal presidente Ahmadinejad. “Avvenne lo stesso nel 1990: eravamo a pezzi dopo la guerra con l’Iraq. E cosa fa Saddam? Invade senza motivo il Kuwait e il prezzo dl greggio andò alle stelle. Per l’Iran fu un affare. In più, Saddam consegnò di fatto una parte enorme della sua aviazione, credendo di metterla al sciuro. Fu un insieme di circostanze incredibili!”.

Prima di congedarci, mi lascia un’immagine: “C’è un vecchio racconto che parla di un ragazzo che passa la vita a cercare un tesoro nelle acque gelide di un torrente di montagna. L’Iran è come quel ragazzo: sempre alla ricerca dell’ora. Qualche volta lo trova”.

4- CONTINUA

 

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Carver a Teheran

Di cosa parliamo quando parliamo di Iran? Parafrasare il titolo più famoso di Raymond Carver viene naturale quando ci si appresta a recensire Osso di maiale e mani di lebbroso, dell’iraniano Mostafa Mastur, secondo libro della casa editrice Ponte33.

Andiamo al cuore della questione, tanto per evitare equivoci: l’Iran è un argomento che tira, che genera curiosità. Per diverse ragioni, forse più psicologiche che culturali. L’Iran è tendenzialmente identificato come “altro”, come “diverso”. E quindi le produzioni culturali iraniane attraggono spesso un certo pubblico a prescindere dal loro effettivo valore. Tutto cominciò nel 2004 con Leggere Lolita a Tehran, di Azar Nafisi. Da allora è stata una vera alluvione di titoli e storie. Vado a memoria: Viaggio di nozze a Teheran, Passaporto all’iraniana, Le notti di Teheran, La prigioniera di Teheran, solo per citarne alcuni. Per onestà, non posso fare a meno di citare anche il mio I ragazzi di Teheran.

Perché sono stati scritti, tradotti, pubblicati, comprati e (più o meno) letti così tanti libri in così pochi anni? Erano tutti libri che ci avrebbero attratto anche se non avessero avuto (nel titolo, nel sommario, nella quarta di copertina) la parolina magica: Iran? E davvero questi libri sono tutti utili a conoscere e a capire Teheran e dintorni?

Lo ammetto: anch’io, per diversi anni, ho comprato e letto quasi tutti i romanzi che avessero a che fare con l’Iran. Ma ho deciso di smettere quando mi sono reso conto che la distanza tra il Paese che conosco e amo e l’Iran che leggevo su questi libri si stava facendo enorme. D’altra parte, la maggior parte degli autori di questo “Iran da esportazione” non vive più in patria da molti anni. Alcuni perché non possono proprio tornarci e a loro va tutta la mia personale solidarietà. Ma troppo spesso il Paese che raccontano è quello che hanno lasciato 30 anni fa.

Se invece siete interessati all’Iran di oggi, eccoci al libro di Mastur, che già dal titolo rifiuta qualsiasi furberia, visto che Ponte33 ha optato per una fedele traduzione dell’originale Ostokhan-e khuk va dastha-ye jozami. “Giuro su Dio che il vostro mondo, per me, è più indegno e spregevole di un osso di maiale nelle mani di un lebbroso”. Le parole dell’Imam Ali compaiono quasi a metà del libro, in una scena tra le più forti. Siamo nella Teheran dei nostri giornii, in un grattacielo con decine di appartamenti e decine di storie. Diverse, vicine, che si incrociano o si sfiorano appena. Mentre leggevo di Daniel, di Susan, di Bandar e di tutti gli altri personaggi, mi venivano in mente le immagini di America Oggi, film capolavoro di Robert Altman, tratto dai racconti di Raymond Carver. E infatti, a leggere nelle note sull’autore, ho scoperto poi che Mastur ha tradotto in persiano il maestro del minimalismo americano e gli deve più di qualcosa come stile e ambientazione. Non rinunciando però a “persianizzare” la sua scrittura. Non aspettatevi descrizioni didascaliche di donne in chador o incisi chilometrici che vi spieghino cosa sia il No Ruz o l’Ashura. Questo è un romanzo, non una guida turistica. Il tocco personale di Mastur è una capacità di aggregare storie tanto diverse e di renderle intimamente e misteriosamente iraniane. Sì, potremmo trasferire le storie di questo libro in un condominio di Roma o di Parigi, ma finiremmo col perdere qualcosa del fascino di questi racconti. Qualcosa che sta più nelle parole non scritte che in quelle scritte.

Il libro si apre con una scena di ordinaria follia e si chiude con un capitolo in cui voci e situazioni si sommano e si confondono. Sembra già una sceneggiatura pronta per essere trasformata in un film. O forse no, forse è meglio che le immagini evocate dalle parole di Mastur rimangono tutte nella nostra testa.

Sarebbe un peccato se Osso di maiale e mani di lebbroso fosse letto soltanto da chi è appassionato di Iran. È un libro da leggere non perché sia “utile” o “particolare” o “emblematico”, ma semplicemente perché è bello.

Buoni e cattivi/3

Ritorno a Teheran. L’incontro con Ahmadinejad

“Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni”. È una delle battute più famose del film di Jean Renoir “La Regola del gioco”. Me lo ripeterò più volte, in questo viaggio a Teheran. Sarebbe così facile dividere il mondo in buoni e cattivi, in giusti e ingiusti. Cosa è regime e cosa non lo è?

Entriamo nella sede della Presidenza della Repubblica, nella blindata via Pasteur. Gli addetti alla sicurezza sono molto fiscali ma gentili. L’apertura del convegno a cui sono stato invitato a partecipare viene celebrata con una conferenza che sarà conclusa da Mahmud Ahmadinejad. Siamo una delegazione di una trentina di persone da Italia, Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia , Egitto, Tunisia, Azerbaigian. Giornalisti, registi cinematografici, professori universitari.  Ci sono anche tre rabbini ortodossi (e antisionisti), uno dal Canada e due dagli Usa. Sono gli special guest dell’occasione: sorridono compiaciuti quando la gente si fa fotografare accanto a loro. Inizialmente li trovo un po’ troppo vanesi: mi ricordano i capelloni del famoso articolo di Pier Paolo Pasolini. Comunicano attraverso la loro semplice presenza, il loro mostrarsi agli altri. Col passare dei giorni avrò modo di ascoltarli e di cambiare idea. È sempre sbagliato affidarsi soltanto alle sensazioni.

Ed è la stesso accorgimento che mi riprometto non appena Ahmadinejad entra in sala. È più basso ma meno sgraziato di quanto non appaia in televisione. Indossa una giacca gessata e ha uno sguardo molto mobile. Immagino già i commenti di chi leggerà – prima o poi – questo racconto. Eccolo qui il cattivo per antonomasia. Ha di sicuro un approccio molto semplice. È molto più alla mano lui di qualsiasi assessore regionale mi sia mai capitato di incrociare.

Parla per ultimo, con un discorso a braccio sul ruolo dell’arte e, in particolare, del rapporto tra cinema e potere politico. A tratti è sarcastico, il più delle volte si lascia prendere dal gusto tutto iraniano del racconto. Anche questa conferenza stampa diventa l’occasione per narrare gli ultimi giorni della rivoluzione del 1979 e del ruolo di Khomeini in particolare. Devo essere sincero: per quanto mi sforzi, a un certo punto mi distraggo e non lo seguo più. Osservo gli altri: il più anziano dei rabbini, in prima fila, ha il mento sul petto, vinto probabilmente dal jet lag. Ma anche un paio di iraniani, più indietro, dormono con la bocca aperta.

Insomma, il presidente iraniano non riesce a catturare l’attenzione di tutti. Qualcuno però, al termine della conferenza, è addirittura entusiasta.  “Era tanto che non sentivo un politico che parlava soltanto di valori!”, esulta un collega uruguayano. “Ma ha detto cose talmente generiche che andrebbero bene a chiunque”, lo corregge un americano. Sì, in effetti, ha parlato, tra le altre cose, di pace, di arte pura contro la mercificazione del sapere e della cultura. Però è innegabile che ormai in Europa e in Nord America la politica sia ridotta a una mera rendicontazione (nemmeno governo) dei processi economici e finanziari in particolare. Non condivido chi si entusiasma per il discorso di Ahmadinejad, ma provo a capirne le ragioni.

Diverso, e molto più interessante, l’atteggiamento degli ospiti nordafricani e arabi. Nel nostro gruppo c’è un giovane e brillante regista cinematografico egiziano che è stato in prima fila in Piazza Tahrir nella rivolta contro Mubarak. È un laico, scrive e dirige commedie, in patria ha avuto qualche problema coi Fratelli Musulmani. Quando viene presentato ad Ahmadinejad, gli si getta quasi al collo. È un abbraccio sincero, spontaneo. Più volte, nei giorni successivi, continuerà a esprimere ammirazione per l’Iran e per questo sistema politico. In un convegno in una moschea sarà molto esplicito: “Per l’Egitto non voglio una repubblica islamica. Ma io parlo del mio Paese, voi dovete essere padroni nel vostro”. Come lui, anche un regista tunisino, è entusiasta dell’Iran. Sulla terrazza della Milad Tower continua ad esclamare. “E’ più alta di quella che ho visto in Canada!”, come se l’altezza delle torri bastasse a misurare lo sviluppo di un Paese.

Ma se non ci si sforza di capire questo entusiasmo, si rimane molto distanti dal comprendere cosa sia la cosiddetta “primavera araba”. Vista da Teheran, è sicuramente il segno del declino politico degli Usa. Questo però non vuol dire nemmeno che sia la dimostrazione del “risveglio islamico”, così come vorrebbe l’establishment iraniano. Forse, molto più semplicemente, è l’ammirazione per chi, 33 anni fa, non ha fatto una semplice rivolta, ma una rivoluzione vera e propria. E questa ammirazione il più delle volte prescinde dal giudizio sul sistema scaturito poi da quella rivoluzione.

A questo proposito, a Teheran gira un sms molto carino: “Se la notte non riesci a dormire, non preoccuparti. Non è colpa dell’inflazione, della disoccupazione, della paura della guerra. È solo il risveglio islamico!”.

3 – CONTINUA