Il voto triste dell’Iran

Tutto, più o meno, come previsto: i conservatori conquistano una maggioranza schiacciante nell’undicesimo parlamento della Repubblica islamica: circa 200 seggi su 290. I riformisti saranno appena 17, indipendenti tutti gli altri. Il Consiglio dei Guardiani aveva già orientato fortemente queste elezioni, bocciando la candidatura di moltissimi candidati riformisti e moderati. Tra loro, anche 75 parlamentari uscenti. Di fatto, in almeno 158 collegi non c’era alcuna vera competizione, dato che non c’erano candidati riformisti. A Teheran, dove si assegnano ben 30 seggi, i conservatori hanno fatto il pieno dei voti, anche perché i candidati riformisti ammessi erano pochissimi. Ribaltato quindi il risultato del 2016, quando la coalizione moderato-riformista aveva fatto il pieno dei seggi nella capitale. Come ha sottolineato un amico iraniano, queste sono state “elezioni tristi”, perché assolutamente prive di qualsiasi entusiasmo.

Un risultato scontato

Ai conservatori vanno almeno 221 seggi su 290; 34 seggi sono stati assegnati a candidati indipendenti, mentre i riformisti si fermano a 16 seggi, minimo storico. A parte i 5 seggi assegnati alle minoranze religiose (due agli armeni, uno ciascuno a ebrei, zoroastriani, più un seggio condiviso per assiri e caldei), rimangono da assegnare ancora 14 seggi al ballottaggio del 17 aprile.

Andrebbe però esaminato il risultato nel dettaglio, perché i conservatori non sono affatto un blocco monolitico, ma si sono anzi affrontati in una competizione piuttosto serrata. Qualcuno ha comunque ottenuto un successo innegabile: primo degli eletti con oltre un milione di voti l’ex sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf (parlammo di lui nel 2016), probabile prossimo speaker del Parlamento. Con queste percentuali, i conservatori si accingono a dominare la scena politica e si preparano per le presidenziali del 2021. Sarà la volta buona per Qalibaf? Sono più di dieci anni che si parla di lui come di un possibile nuovo leader conservatore, ma finora ha sempre mancato le occasioni. Nel 2009 non si presentò per non sfidare Ahmadinejad, nel 2013 venne nettamente sconfitto da Rouhani e nel 2017 si ritirò in favore di Raisi che venne comunque sconfitto dall’attuale presidente. Difficile azzardare previsioni a lungo termine, perché l’anno appena iniziato sta ponendo l’Iran di fronte a sfide sempre più impegnativi, dagli esiti quanto mai imprevedibili.

Riepilogo elezioni 2020. Fonte: Ministero degli Interni Iran

Affluenza mai così bassa

Secondo il ministro degli Interni, l’affluenza è stata del 42,57 per cento a livello nazionale e del 26,2 per cento a Teheran. Un record negativo, inferiore persino a quello delle legislative del 2004, quando si votò in un’atmosfera per molti versi simile a quella attuale. Allora gli iraniani erano delusi dalle promesse non realizzate dal presidente riformista Khatami e il presidente Usa George W. Bush aveva respinto le aperture di Teheran includendo Teheran nell’Asse del Male insieme a Iraq e Corea del Nord. L’anno successivo, alla presidenziali si sarebbe affermato a sorpresa il conservatore Mahmoud Ahmadinejad.

Un’affluenza così bassa non è dato trascurabile. È vero che in diverse democrazie occidentali si riscontrano spesso percentuali simili, ma nella Repubblica islamica la partecipazione è un elemento indispensabile per le legittimazione del sistema.

L’affluenza alle elezioni parlamentati in Iran dal 1980. Fonte: Iran Primer

Nelle tante analisi e cronache dall’Iran e sull’Iran, non si sottolinea quasi mai un aspetto importante: in Iran non si votano liste, ma candidati. Ed è anche possibile dare più preferenze a candidati che appartengono a schieramenti diversi. Questo perché il sistema non contempla un sistema partitico come lo intendiamo, ad esempio, in Italia. I partiti politici iraniani sono molto più simili a comitati elettorali e il passaggio da uno schieramento all’altro è molto frequente.

Una mappa per orientarsi tra gli schieramenti politici iraniani. Fonte: Tiziana Corda bit.ly/36LwCVk

Il Corona Virus in Iran

Alla vigilia del voto si è aperta l’emergenza per i primi casi di Corona Virus riscontrati nella città di Qom. Nel giro di un paio di giorni, il numero dei contagiati è cresciuto in modo molto rapido. Mentre scriviamo, si registrano 43 contagiati e 8 morti. Il virus sarebbe arrivato in Iran tramite un uomo d’affari di ritorno dalla Cina. L’improvviso insorgere dei casi ha suscitato polemiche: c’è stata trasparenza da parte delle autorità? E perché non sono state rinviate le elezioni quando l’allarme è scattato? Da ambienti conservatori, si accusano invece i media stranieri di aver fomentato la paura degli iraniani per spingerli a disertare le urne.

Al contrario di altri Paesi, l’Iran non ha chiuso i collegamenti con la Cina, partner prezioso in un momento di grande isolamento internazionale. Soprattutto, nell’immediatezza dell’annuncio dei primi casi, le autorità iraniane sono accusate di scarsa trasparenza. Un altro episodio che mina il rapporto tra Stato e cittadini iraniani, dopo la repressione delle proteste dello scorso novembre e l‘abbattimento dell’aereo ucraino a gennaio, il tutto in un quadro complessivo di crisi economica e tensioni con gli Usa.

Archiviate le elezioni, l’Iran si appresta ad affrontare una nuova emergenza. L’ennesima.

Iran 2020

Detto, scritto e ripetuto tante volte: la storia dell’Iran insegna a non lanciarsi mai in previsioni azzardate sul destino di questo Paese. I disordini e la repressione delle scorse settimane hanno scomodato analisi che si ripetono da una trentina d’anni: crisi economica, assenza di fiducia da parte della popolazione, Repubblica islamica a un passo dal tracollo. In questo tipo di analisi, manca quasi sempre una reale conoscenza dei protagonisti, delle dinamiche e delle tempistiche della politica iraniana. Che ha dimostrato di avere tempi di gestazione molto lunghi e generare poi cambiamenti drastici e rapidi, quasi mai nella direzione prevista dalla maggior parte degli osservatori. Fu così per la rivoluzione del 1979, è stato così nelle crisi che ciclicamente hanno colpito la Repubblica islamica: 1999, 2003, 2009, 2019.

Il peso del petrolio

Si è parlato molto dell’aumento del prezzo della benzina, quale fattore scatenante delle proteste di fine novembre. Non si è invece parlato abbastanza di un dato economico fondamentale: l’Iran – a causa delle sanzioni decise da Trump – oggi esporta molto meno petrolio rispetto al recente passato. Il prossimo anno (il 1399 del calendario persiano inizia il 20 marzo 2020) “soltanto” il 30 per cento del bilancio statale dell’Iran si baserà sull’export petrolifero: dieci anni fa era il 60 per cento.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2017 il petrolio rappresenta il 17 per cento del PIL iraniano: un patrimonio dunque ancora fondamentale, ma non più sufficiente. Tagliare i sussidi è perciò un primo passo quasi inevitabile. A cui però dovrà necessariamente fare seguito un cambio di prospettiva: se l’Iran vuole sopravvivere dovrà rivedere la sua politica fiscale assolutamente inadeguata. Più in generale, a giudicare dal budget presentato l’8 dicembre dal presidente Hassan Rouhani, l’intervento dello Stato nell’economia diminuirà.

E questo non potrà non avere conseguenze politiche, soprattutto se proseguiranno le sanzioni e l’isolamento economico.

Lo stallo politico

Situazione paradossale. Rouhani era stato eletto nel 2013 proprio per uscire dall’isolamento in cui il Paese era precipitato negli otto anni di presidenza Ahmadinejad. E l’accordo nucleare del 2015 aveva in effetti aperto una nuova fase. Chiusasi bruscamente con l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la successiva uscita dal JCPOA. Adesso è proprio Rouhani a pagare il conto più salato per questa marcia indietro. Sia a livello internazionale, sia internamente. Anche le proteste di novembre sembrano averlo isolato ancora di più. A criticarlo non sono soltanto i conservatori: a dicembre alcune testate riformiste hanno chiesto le dimissioni del presidente. Le prossime elezioni presidenziali sono fissate per la primavera 2021 ma non è affatto scontato che Rouhani arrivi alla fine del mandato. In passato, la Guida Khamenei ha dimostrato di non amare crisi istituzionali che possano ledere l’unità del sistema: nel 2004 si schierò contro un possibile impeachment del riformista Khatami ormai a fine mandato. Dopo qualche settimana la polemica si è un po’ smorzata ma l’allerta per possibili nuove manifestazioni a quaranta giorni dai disordini (e dalle vittime) di novembre, dimostra che la tensione rimane alta.

Il magazine Seda suggerisce a Rouhani di dimettersi

In cerca di accordo

A proposito di impeachment, l’apertura del procedimento contro Donald Trump negli Usa rischia di rivelarsi un problema anche per chi, in Iran, cerca ancora un accordo. A settembre 2019 Rouhani e Trump sarebbero stati a un passo da un nuovo accordo che avrebbe sospeso il divieto per i Paesi europei di comprare petrolio iraniano. A far saltare l’intesa, la distanza tra le parti sui tempi di questa sospensione (Rouhani voleva un anno e un tetto di 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre Trump era disposto a concedere sei mesi e un milione di barili al giorno) e sulle modalità dell’annuncio dell’intesa: Rouhani chiedeva una dichiarazione da parte degli Usa, Trump insisteva per un incontro con una stretta di mano da immortalare, sulla falsa riga di quanto avvenuto con il nordcoreano Kim Jong-un nel 2018.

Nonostante lo sforzo di mediazione diplomatica portata avanti dal presidente francese Emmanuel Macron, non se ne è fatto nulla e adesso è tutto più complicato: Trump è un leader indebolito dall’impeachment e non può permettersi di osare granché a meno di un anno dalle presidenziali. E in Iran il 21 febbraio si vota per il parlamento.

Le elezioni di febbraio

Si voterà per l’undicesimo parlamento della Repubblica islamica. I candidati registrati sono 14.896, il 15 percento in più rispetto a quattro anni fa. Assai probabile che il Consiglio dei Guardiani casserà, come di consueto, molte di queste candidature. Non si sono registrati personaggi del calibro dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani, del’ex negoziatore (conservatore) sul nucleare Saeed Jalili e del riformista Mohammad Reza Aref. Si è invece registrata Shahindokht Molaverdi, ex vicepresidente nel primo governo Rouhani.

Si prevede un nuovo parlamento a maggioranza conservatrice, sia per la censura sui candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani, sia per un oggettivo disincanto da parte dell’elettorato iraniano nei confronti dell’attuale esecutivo. Come sempre, sarà interessante verificare l’affluenza, dato molto indicativo per capire il grado di tenuta del sistema.

Guardando alle elezioni di febbraio e, più in generale, al futuro prossimo dell’Iran, vale la pena soffermarsi su un dato interessante. l’anno che si concluderà a marzo (il 1398 persiano) ha fatto registrare un tasso di natalità pari a 14,5 per mille, il più basso negli ultimi 50 anni. L’Iran è un Paese giovane, ma comincia a invecchiare.

Chi ha vinto le elezioni?

Piccolo pensiero cattivo: il forte sospetto è che per almeno due giorni molti “osservatori” (italiani e no, ma comunque non iraniani) hanno commentato le elezioni iraniane senza conoscere la legge elettorale. Solo così si può spiegare la grande confusione sull’esito della doppia (Parlamento e Assemblea degli Esperti) tornata elettorale. L’affluenza sarebbe stata alta (tra il 58% e il 62%) ma non altissima, se consideriamo che alle presidenziali del 2013 aveva votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento fuorviante: l’aggettivo “riformista” imposto d’ufficio dai media occidentali alla coalizione pro Rouhani.

Quali riformisti?

Rouhani, lo ricordiamo per l’ennesima volta, non è un riformista ma un conservatore pragmatico, un moderato. Il suo governo è retto da una coalizione piuttosto eterogenea, così come la “Lista della speranza”, capeggiata sì da un vero riformista come Aref, a suo tempo vicepresidente di Khatami, ma al cui interno ha trovato spazio un autentico conservatore come Motahari, favorevole a Rouhani e all’accordo sul nucleare, ma assolutamente intransigente su altri temi, quali le politiche culturali o il controllo dell’abbigliamento delle donne. I veri riformisti hanno trovato pochissimo spazio in queste elezioni, cassati quasi in blocco dal Consiglio dei Guardiani.

C’è poi un altro aspetto da considerare. I partiti politici in Iran sono identità fluide, simili più a comitati elettorali che ad apparati ideologici. E’ molto importante la figura del singolo candidato, che cura e rappresenta il proprio elettorato e che, una volta eletto, agisce indipendentemente da ordini di scuderia. Si spiega così anche il successo dei cosiddetti indipendenti, soprattutto nelle province più remote. Lo speaker del parlamento uscente, Ali Larijani, ha tutta una storia politica da conservatore e in passato è stato anche molto vicino all’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, salvo poi allontanarsi e divenire un suo grande rivale. Larijani ha giocato un ruolo fondamentale all’indomani dell’accordo sul nucleare, quando il governo di Rouhani aveva assolutamente bisogno che il parlamento ratificasse l’intesa raggiunta col gruppo 5+1 il 14 luglio 2015. Il fronte conservatore ha tentato fino all’ultimo di convincere Larijani a rintrare “alla base” e di candidarsi con loro. Ma lui è sceso in campo come indipendente  nel collegio di Qom, deciso comunque ad appoggiare poi in parlamento il presidente in carica.

Premesso questo, chi ha vinto le elezioni?

Teheran non è l’Iran

La lista pro Rouhani ha stravinto a Teheran, conquistando tutti e 30 i seggi in palio. Un autentico trionfo, su questo non c’è dubbio. Il più votato è stato proprio il già citato Aref, mentre Haddad Adel, capolista della lista dei principalisti (osulgarayan) e strettissimo collaboratore della Guida Khamenei, non è stato nemmeno eletto. Un risultato clamoroso, determinato anche da un’affluenza massiccia. Teheran conta moltissimo negli equilibri politici ed economici del Paese, ma l’Iran contiene anche altre realtà diversissime. E’ perciò un errore concentrare le attenzioni e le analisi solo su quanto accade nella megalopoli.

I seggi in parlamento

I risultati del primo turno sono i seguenti: i principalisti (conservatori) hanno 64 seggi; i moderati (pro Rouhani) 80; gli indipendenti 73, mentre 69 seggi saranno assegnati col ballottaggio il 29 aprile. Ricordiamo  che 5 seggi sono assegnati alle minoranze religiose.

risultati majles

I conservatori mantengono la maggioranza in parlamento, ma la loro leadership esce ammaccata, sia nel confronto sul majles sia in quello per l’Assemblea degli Esperti.

Un elemento di novità: le donne  nel majles saranno almeno 15, altre 5 andranno al ballottaggio. Si tratta del record di presenze dal 1979.

Altro elemento non banale: per la prima volta da quando sono agli arresti domiciliari (febbraio 2011) Mousavi e Karroubi – candidati alle elezioni 2009 e leader della cosiddetta “Onda Verde” – hanno votato, grazie a un “seggio mobile”. La notizia è stata confermata dal ministero degli Interni. Il gesto potrebbe essere interpretato come un primo passo verso una loro “riabilitazione” politica. Staremo a vedere.

Di sicuro, una maggiore collaborazione tra presidente e parlamento porterà a un “grande centro” su cui si baserà l’equilibrio politico iraniano fino alle presidenziali del 2017.

Assemblea degli Esperti

Qui si giocava forse la partita più importante e qui Rouhani ha ottenuto il risultato migliore. O, meglio, lo ha ottenuto Rafsanjani, che ha ottenuto 52 seggi su 88. Perché pur non avendo la maggioranza, ha imposto una seria battuta d’arresto all’asse ultraconservatore, formato da Yazdi, Jannati e Mesbah Yazdi. A Teheran, 15 seggi su 16 sono andati alla lista moderata-riformista. Non sono stati eletti né Yazdi né Mesbah Yazdi. L’89enne Jannati ce l’ha fatta per il rotto della cuffia.

assemblea esperti

Pasdaran=conservatori?

Altro abbaglio piuttosto frequente. La politica iraniana non è, come la dipingono i media occidentali, divisa tra bravi riformisti e conservatori cattivoni. E persino i “famigerati” pasdaran non sono un blocco monolitico, a difesa sempre e comunque dei conservatori. Una riprova? Il leggendario Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, ha pubblicamente dichiarato il proprio sostegno al già citato Ali Larijani, e quindi, indirettamente, a Rouhani. A urne chiuse e a spoglio già avviato, i pasdaran si sono pubblicamente congratulati col popolo iraniano per aver eletto un parlamento

di veri rivoluzionari, fedeli al principio della velayat-e faqih (il ruolo cioè della Guida).

Le reazioni

Tutte positive, a prima vista. La Guida, il presidente e l’intramontabile Rafsanjani hanno tutti espresso soddisfazione per la partecipazione al voto. La Guida ha sottolineato la fiducia nel sistema politico dimostrata attraverso la partecipazione alle elezioni. Nei mesi passati, aveva più volte rimarcato l’importanza di queste elezioni e adesso incassa un indubbio successo.

 

Rafsanjani, in un tweet, ha anche invitato tutti ad accettare l’esito del voto. Un richiamo non banale, quando lo spoglio era ancora in corso.

Un post su Instagram lo ritrae di spalle mentre osserva Teheran. Sui social si è scatenata l’ironia di tante iraniani che vedono nel vecchio kuseh (lo squalo), un eterno boss della politica, vero artefice di tanti trasformismi e svolte della storia della Repubblica islamica.

In conclusione, possiamo affermare che, se posto come un referendum su Rouhani, il presidente incarica lo ha vinto. La fiducia al suo operato è stata nettamente più grande a Teheran, mentre in altri circoscrizioni – da Qom a Mashad e anche a Esfahan – gli elettori hanno premiato chi questo governo lo ha criticato. Ma alla fine, il nuovo parlamento sarà comunque più collaborativo con l’esecutivo, tenderà cioè a convergere al centro. Nella prospettiva più lunga, è significativo quanto accaduto nell’Assemblea degli Esperti, dove sono stati fuori degli autentici pezzi da novanta.

Ha vinto Rouhani, forse ha vinto soprattutto Rafsanjani. Nulla di veramente nuovo, sotto il sole, dunque. Volendo fare una battuta, il vero paradosso per una Repubblica islamica è dover accettare di morire democristiani..

Ma sicuramente le prospettive politiche del Paese cambiano dopo questo voto. E l’anno prossimo, si rivota per le presidenziali.

Più in generale, possiamo affermare che ha vinto l’Iran, inteso come sistema politico. Con buona pace di tanti sepolcri imbiancati, alla fine, ancora una volta, la Repubblica islamica, con tutti suoi limiti, ha ottenuto quella partecipazione al processo politico indispensabile alla sua stessa esistenza.

Da questa considerazione dovremmo ripartire ogni volta che nei prossimi mesi e anni avremo a che fare con questo Paese.

. «رقابت‌ها تمام شد و دوران وحدت و همکاری فرا رسیده است»، . . ______________ احتیاج به هماهنگی مثال زدنی داریم که این انتخابات طلیعه و مقدمه‌ی آن بود. چون هر چه بود و هر چه شد، تمام شد و نباید به مباحث اختلاف‌برانگیز دامن زده شود که دوران پس از انتخابات، دوران تلاش برای ساختن کشور است.

Una foto pubblicata da Ayatollah Hashemi Rafsanjani (@hashemirafsanjani_ir) in data:

Black out Khatami

Per i media iraniani è scattato il divieto di parlare o semplicemente citare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami. Quella che inizialmente era solo una voce insistente ma non ufficiale, è divenuta una notizia il 16 febbraio, quando Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, portavoce della magistratura iraniana, ha confermato che il dipartimento di giustizia di Teheran ha emesso una sentenza che mette al bando Khatami dai media. Secondo quanto riportato dall’agenzia Isna, Mohseni-Eje’i non avrebbe mai nemmeno nominato Khatami e, riferendosi a lui come al “capo del governo riformista”, avrebbe ammesso che “c’è un ordine che vieta ai media di pubblicare foto o notizie su questa persona”.

Di questo non si parla

La magistratura iraniana è dominata dai conservatori e spesso, in questo ultimo anno e mezzo, ha espresso opinioni in netto contrasto con la linea del governo di Hassan Rouhani. Perché però questa “mordacchia” su Khatami e perché proprio ora? Va inquadrato il momento politico iraniano nel suo complesso, guardando al passato recente e soprattutto a quanto accadrà nell’immediato futuro.

 

Khatami ieri e oggi. E domani

Molti, iraniani e no, sono soliti affermare che i due mandati presidenziali di Khatami (dal 1997 al 2005) siano stati un sostanziale fallimento. L’incapacità di riformare il sistema politico, hanno pesato moltissimo  – e pesano ancora oggi – nel giudizio su Khatami: un riformista senza riforme, che ha finito con l’essere criticato sia dai conservatori sia dai sostenitori delusi. Si tratta però di un giudizio probabilmente troppo severo. Da un lato, non si prende in considerazione le difficoltà oggettive riscontrate da Khatami nei suoi due mandati, dovute anche ai limitati poteri che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica.

Dall’altro lato, sarebbe onesto ricordare che negli anni di Khatami il Paese è cambiato moltissimo, a livello culturale e sociale, proprio in virtù delle aperture dell’allora presidente. Il riscontro lo si è avuto negli anni di Ahmadinejad, quando quella stagione di apertura e speranza lasciò il posto a otto anni di incertezze economiche e inquietudini internazionali, più o meno ingiustificate, ma comunque deleterie per il Paese.

Tacciato a volte di ignavia. Khatami ha continuato a svolgere un ruolo importante anche negli anni di governo Ahmadinejad. Nel 2009 sostenne apertamente l’Onda Verde e si schierò con gli ex candidati Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. Questa prese di posizione gli costò l’isolamento da parte dell’establishment. Khatami dimostrò notevole pragmatismo partecipando al voto per il parlamento nel marzo 2012. Si trattava della prima tornata elettorale dopo il contestatissimo voto delle presidenziali del giugno 2009 e tra i riformisti erano in molti a sostenere il boicottaggio delle elezioni come forma di protesta. Un po’ a sorpresa, Khatami votò e fu per questo tacciato da alcuni di tradimento. Col senno di poi, possiamo invece dire che quella decisione gli consentì di rimanere all’interno dell’arena politica iraniana e di giocare un ruolo importante nelle presidenziali del 2013.

Fu infatti Khatami a convincere Mohammad Reza Aref, l’unico candidato riformista, a ritirarsi in favore del moderato Rouhani. A tre giorni dal voto, Khatami pubblicò una lettera aperta in cui annunciava il proprio endorsment al candidato che avrebbe poi vinto con la maggioranza assoluta. Sono in molti a credere che il sostegno di Khatami sia stato decisivo per convincere in extremis molti indecisi.

Le elezioni del 2016

Il prossimo anno si vota nuovamente per il parlamento, dominato oramai da più di dieci anni dai conservatori. E’ chiaro che gli oppositori di Rouhani vogliono a tutti i costi evitare un parlamento “amico” del presidente in carica. Nel 2004, con Khatami ancora presidente, la bocciatura di oltre 2.000 candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani consegnò il parlamento ai conservatori che ebbero vita facile nel sabotare l’operato del presidente.

Ecco che allora questa messa al bando di Khatami suona molto come una sorta di censura preventiva, nel tentativo di fiaccare la sua capacità di aggregazione e mobilitazione.

La reazione della rete

Questa censura rischia però di trasformarsi in boomerang. Espulso dai media tradizionali, Khatami è tornato in auge sui social media. I suoi sostenitori hanno creato l’hashtag #رسانه_خاتمی_میشویم

cioè, “Diventiamo noi i media di Khatami”.

 

 

E’ anche nato un account Twitter chiamato @Khatamimedia.

 

Molti iraniani, in patria e all’estero, continuano a trasmettere messaggi di solidarietà a Khatami o a rilanciare foto e messaggi in qualche modo legati a lui.

https://twitter.com/elisharifi89/status/567774168884973568

 

Per capire lo spirito alla base di questa mobilitazione, basta leggere il post su Facebook di una ragazza di Teheran che ha messo la foto dell’ex presidente come propria immagine del profilo:

Ho deciso di mettere la foto di Khatami perché è l’unico politico che ha sempre pensato a noi. e in questo momento merita il nostro sostegno.

 

https://twitter.com/raminfakhary/status/568079107466125312

Larijani speaker

Ali Larijani è il nuovo presidente del Majles, il parlamento iraniano. Nuovo per modo di dire, visto che Larijani era stato lo speaker già nella scorsa legislatura. Considerato vicino alla Guida (ma non così vicino come era qualche anno fa), Larijani è senza dubbio uno dei rivali più agguerriti del presidente Ahmadinejad, a cui non risparmia critiche molto dure, soprattutto sull’economia.

Larijani ha ricevuto 173 voti su 275. Il suo rivale Gholam-Ali Haddad-Adel si è fermato a 100. Questa votazione era considerata un primo test sull’esito reale delle elezioni parlamentari. Che Larijani vincesse non era affatto scontato.

Il Majles ha inoltre eletto come primo e secondo vicepresidente Mohammad-Reza Bahonar e Seyyed Mohammad-Hassan Aboutorabi-Fard.

Voto d’aria

Tutto come previsto? Sì, forse, non proprio. I risultati delle elezioni legislative iraniane sono meno scontati di quanto annunciati a botta calda.

Partiamo dall’affluenza. Il dato ufficiale è del 64,4%. Lontanissimo dall’83% delle presidenziali del 2009, ma quasi 10 punti in percentuale in più rispetto al 55% delle precedenti legislative del 2008.

Se questi dati fossero veri, si potrebbe parlare di una buona (e comunque non straordinaria) partecipazione al voto.

Tuttavia, è più che lecito avanzare qualche dubbio. Nel 2009 era stata la grande mobilitazione pro Mousavi a portare al voto 8 iraniani su 10. In assenza di candidati riformisti, in un clima di abulia politica e sfiducia collettiva, sembra davvero strano che sia andata a votare tutta questa gente.

Alcuni dettagli sono clamorosi. Il Ministero degli interni ha detto che nella città di Ilam – dove gli aventi diritto sono 373.000 – avrebbero votato 380.000 persone. Un’affluenza del 102%. Più che un record, un dato da guinness dei primati.

C’è anche un piccolo caso televisivo, al riguardo. Alla tv di Stato iraniana, domenica 4 marzo, il Direttore dell’ufficio elettorale Sowalt Mortazavi ha detto in un’intervista che l’affluenza era stata di poco superiore al 34%, salvo poi correggersi e virare sul 64% e rotti. Svista? Lapsus? Chissà.

Il passaggio dell’intervista (in persiano)

Un mese fa, a Teheran, pareva che delle elezioni non importasse nulla a nessuno. E tanti dicevano esplicitamente che si sarebbero astenuti. Però, appunto, era un mese fa e sto parlando di Teheran. Il resto dell’Iran potrebbe aver risposto davvero alla chiamata alle urne della Guida Khamenei come risposta all’accerchiamento esterno. Per tanti studenti e lavoratori statali, poi, non è mai una buona cosa astenersi.

I risultati

Intanto non sono così definitivi, come riportato da alcune cronache nostrane. Su 290 seggi, al primo turno ne sono stati assegnati 150. Poco più della metà, dunque. Quindi non mi sbilancerei con giudizi così definitivi (per vedere come funziona la legge elettorale iraniana clicca qui).

Di questi 150, 112 sono fedelissimi di Khamenei e soltanto 10 di Ahmadinejad. Gli altri 28 sono stati etichettati come “riformisti”, nonostante Moussavi e Karroubi – entrambi agli arresti domiciliari da un anno – avessero lanciato un appello per l’astensione.

Non mi fisserei troppo sulle sigle degli schieramenti. Nella politica iraniana i partiti sono più che altro cartelli elettorali e dopo il voto si assiste spesso a rimescolamenti e cambi di posizione.

Di sicuro, si profila una mazzata per Ahmadinejad, che in questa occasione non paga tanto i suoi insuccessi in campo economico, quanto lo scontro con la Guida Khamenei. Nessun altro presidente, prima di lui, aveva osato, in oltre 30 anni di Repubblica islamica, arrivare a un confronto così duro e prolungato.

Adesso Khamenei sembra aver ripreso il controllo della situazione e il presidente sembra un’anatra ancora più zoppa di prima: col parlamento quasi completamente contro, il suo ultimo anno di mandato non sarà semplice. Riuscirà a scampare dal polverone su uno scandalo finanziario che sembrerebbe coinvolgerlo? Ce la farà a presentare il suo delfino (nonché consuocero) Mashaei alle presidenziali 2013?

Questo scenario dovrebbe  almeno rendere più chiaro che chi comanda davvero in politica estera è la Guida, non il presidente. Un eventuale accordo sul nucleare deve essere preso con Khamenei, non Ahmadinejad. Per capirlo sarebbe bastato leggere la Costituzione dell’Iran.

Postilla sul “caso Khatami”

L'ex presidente Khatami vota alle legislative del 2012

Fa discutere il comportamento dell’ex presidente riformista Mohamamd Khatami che, dopo aver annunciato nei mesi scorsi il boicottaggio di queste elezioni, alla fine ha votato in un seggio vicino alla città di Damavand, a nord di Teheran. Anche l’altro ex presidente Rafsanjani ha votato. Nel web lo shock dei riformisti e dei dissidenti è enorme. Cosa lo ha spinto? Calcolo? Paura? Accordi sul destino dei detenuti politici? Le ipotesi si sprecano in attesa di una dichiarazione ufficiale di Khatami.