No Ruz. Il capodanno persiano e le sue origini zoroastriane

No Ruz. Il capodanno persiano e le sue origini zoroastriane

L’arrivo della primavera segna l’inizia del nuovo anno in Iran e Afghanistan. In questi due Paesi vige infatti il calendario persiano, noto anche come calendario di Jalaali. Si tratta di un calendario solare che stabilisce gli anni bisestili non mediante una regola numerica, ma sulla base dell’osservazione dell’equinozio di primavera.

Quando è Noruz nel 2020?

L’inizio del nuovo anno non cade automaticamente ogni 21 marzo, ma varia di volta in volta. Il 1399 inizia alle 04.49 e 37 secondi  (ora italiana) di venerdì 20 marzo 2020, che corrispondono alle 07.19 e 37 secondi di venerdì 20 marzo 2020 in Iran.

Il calendario persiano è senza dubbio più esatto dal punto di vista scientifico, con un margine di errore di un giorno ogni 141.000 anni. Il calendario gregoriano, in uso in Occidente, ha invece un giorno di errore ogni 3.226 anni. I persiani furono il primo popolo a preferire il ciclo solare al ciclo lunare. Nella cultura zorostriana, predominante in Persia fino all’avvento dell’Islam, il sole ha infatti avuto un’importanza simbolica fondamentale.

Nell’XI secolo, sotto il regno del sultano selgiuchide Jalaal ad-Din Malik Shah Seljuki, una commissione di scienziati della quale faceva parte il grande poeta e matematico Omar Khayyam, elaborò un nuovo calendario sulla base di uno in uso secoli prima. Il nuovo calendario persiano viene tuttora chiamato calendario di Jalaali, in onore del sultano. Sostituito in seguito col calendario lunare islamico, il calendario persiano viene reintrodotto in Persia nel 1922. L’Afghanistan lo adotta nel 1957, ma denominando in arabo i mesi.

I mesi del calendario persiano

Il calendario persiano è così strutturato:

Farvardin (Marzo 21-Aprile 20)

Ordibehesht (Aprile 21-Maggio 21)

Khordad (Maggio 22-Giugno 21)

Tir (Giugno22-Luglio 22)

Mordad-Amordad (Luglio 23-Agosto 22)

Shahrivar (Agosto 23-Settembre 22)

Mehr (Settembre 23-Ottobre22)

Aban (Ottobre 23-Novembre 21)

Azar (Novembre 22-Dicembre 21)

Day (Dicembre 22-Gennaio 20)

Bahman (Gennaio 21-Febbraio 19)

Esfand (Febbraio 20-Marzo 20)

I primi 6 mesi sono di 31 giorni, i successivi 5 sono di 30 giorni e l’ultimo mese è di 29 giorni, 30 giorni in quelli bisestili.

Festa grande (e zoroastriana)

Il No Ruz (nuovo giorno), primo giorno del nuovo anno, è celebrato da almeno tremila anni ed è in assoluto la festa più importante in Iran. Dopo la rivoluzione del 1979 il governo cercò di ridurne l’importanza, in quanto festa preislamica. Fu però una mossa controproducente. La leggenda vuole che lo stesso Khomeini ci ripensò perché le donne di casa non gli rivolsero la parola per due settimane. È una festa bellissima e colorata. Le scuole e gli uffici chiudono per due settimane. Si scambiano auguri (Ayd-e Noruz Mubarak!) e regali (soprattutto banconote fresche di bancomat). Una sorta di Natale celebrato in primavera, dove tutto deve essere nuove, nel segno della rinascita della vita dopo l’inverno.

Pulizie di primavera

La tradizione vuole che le celebrazioni del No Ruz si aprano 12 giorni prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa (Khane Tekani). La giornata prevede anche l’acquisto di fiori e la visita ad amici e parenti.

I fuochi del mercoledì

Alla vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno si celebra la festa del fuoco (Chaharshanbe Surì). Il martedì sera, nelle strade si accendono piccoli falò da saltare dopo aver recitato la formula “Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man”, ovvero il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me. È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede anche che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Tutti a tavola con le sette s

Al momento dell’entrata nel nuovo anno tutte le famiglie si riuniscono intorno alla tavola (sofreh) apparecchiata con sette oggetti che cominciano tutti per s: sabzeh, un dolce di germogli di grano o lenticchie che rappresenta la rinascita; samanu, un budino di germogli di grano e mandorle cotte, che simboleggia la trasformazione; sib, una mela rossa, simbolo della salute; senjed, frutto secco dell’albero di loto, simbolo dell’amore; sir, l’aglio, simbolo della medicina; somaq, una polvere di bacche usata per condire la carne, che rappresenta l’aurora; serkeh, l’aceto, simbolo della pazienza. È inoltre abitudine mettere in tavola uova colorate (che rappresentano la fertilità), acqua di rose, uno specchio a centrotavola e un pesciolino rosso in una boccia di vetro.

Haji Pirooz

Il Noruz ha anche una maschera tradizionale, “Haji Pirooz”. Incarna Domuzi, il dio sumero del sacrificio che viene ucciso alla fine del vecchio anno per rinascere all’inizio del nuovo. Haji Pirooz veste un costume rosso (simile a quello di Babbo Natale) e ha la faccia truccata di nero. Per le strade di Teheran è possibile incontrare persone vestite da Haji Pirooz che ballano e suonano tamburi e trombette per augurare un nuovo anno felice.

Sizdah Bedar

Il tredicesimo giorno del nuovo anno è chiamato Sizdah Bedar. Alcuni lo chiamano “pasquetta persiana” perché è tradizione trascorrerlo all’aperto e in compagnia. Gli antichi persiani credevano infatti che le dodici costellazioni dello zodiaco controllino i dodici mesi dell’anno e che ognuna governi il mondo per mille anni. Il tredicesimo giorno rappresenta perciò l’era del caos, che verrà alla fine dei tempi. Per questo motivo, è opportuno trascorrere Sizdah Bedar fuori casa, per scongiurare i malefici generati dal numero tredici. Alla fine di questa “pasquetta persiana”, il sabzeh messo a tavolo per Capodanno, viene messo sotto l’acqua corrente per esorcizzare il malocchio. Oltre che in Iran, il No Ruz è attualmente celebrato anche in India, Afghanistan, Tagikistan, Uzbikistan, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan.

Close up

Close up è un documentario del 1990, scritto e diretto da Abbas Kiarostami.

In persiano کلوزآپ ، نمای نزدیک, Klūzāp, nemā-ye nazdīk.
Close up
Il film è è il vero processo di Hossain Sabzian, un disoccupato in gravi difficoltà economiche che si spaccia per il registra Mohsen Makhmalbaf, circuisce la famiglia benestante Ahankhah inventandosi di voler girare un film con loro in cambio di denaro e un riparo nella loro casa.
E’ difficile capire ciò che è in presa diretta e ciò che è ricostruito. Anche se all’inizio del film si vede il microfono che appare in alto a sinistra mentre il giornalista chiede dell’arrestato ad un poliziotto…
Sabzian mi ha suscitato un senso di compassione profondo. Forse lo stesso senso di compassione che ha colpito lo stesso regista Makhmalbaf. Consiglio a tutti di avere un’attenzione maniacale per la fine del film, da quando il giudice chiede alla famiglia se vuole perdonare o no Sabzian in poi.
Tutti i protagonisti sono loro stessi, non ci sono attori. Ognuno ha mantenuto  un senso di umanità, di realtà che non vedevo da tanto tempo. Sarà perché i media e la telecamera è diventata così parte integrante della nostra vita che, difronte ad essa, non ci comportiamo più naturalmente, ma abbiamo introiettato il modo in cui si fanno le riprese. Ci poniamo come pensiamo ci si debba porre davanti una telecamera, si perde il senso della nostra realtà, la nostra autenticità. Non c’è niente di più finto di un reality show.
Per avere l’effetto rinfrescante di vedere finalmente delle persone vere, con dei sentimenti veri. Persone normale, non plastificate, né plasmate da alcunché, bellissimi nella loro normalità, dovete vedere assolutamente da circa 1h: 10 in poi.
Nell’aula di tribunale, di lato, c’è il regista che pone alcune domande finali a Sabzian, se stia recitando e perché si sia presentato come regista e non come attore data il suo interesse per la recitazione. La risposta non ve la svelo. Vedete dal punto che vi ho indicato e la saprete. Veramente struggente.
Un dettaglio che può sfuggire.
Una scena del film
Il vero Mohsen Makhmalbaf non si vede mai in volto nonostante appaia, nell’ultima parte del film, mentre incontra Sabzian e lo accompagna in moto fino a casa Ahankhah a chiedere perdono anche da parte sua. Non è una scelta casuale, credo che sia proprio un intento preciso. Il volto che ci deve interessare è Sabzian-Makhmalbaf, non fare il paragone tra il reale e l’impostore.

Una separazione

Se siete appassionati di cinema, ne avrete già sentito parlare molto bene. Se di film ne vedete pochi, andate assolutamente a vedere “Una separazione”, dell’iraniano Asghar Farhadi. È un consiglio da appassionato di cinema, non da persofilo. Il titolo originale recita “Jodaeiye Nader az Simin”, cioè, se il mio persiano non mi inganna, “La separazione di Nader da Simin”. Il che ci fornisce già una prospettiva narrativa molto netta. Nader è, in effetti, più protagonista di Simin. Ed è il suo essere separato dalla moglie, il motivo narrativo dominante. Una coppia relativamente giovane (hanno entrambi meno di 40 anni) decide di separarsi. Lui lavora in banca, lei è insegnante. Piccola borghesia, diremmo noi in Italia. Piccolissima borghesia a Teheran, dove non conta tanto che lavoro fai ma ciò che possiedi.

I due hanno in mano i visti per trasferirsi all’estero, ma lui, Nader (Peyman Moaadi) non vuole abbandonare il padre, malato di Alzheimer. Lei, Simin (Laila Hatami), si trasferisce a casa dei propri genitori. La figlia Termeh (Sarina Farhadi, figlia del regista), 11enne, rimane col padre.

Una soluzione temporanea, almeno così sembra, in attesa di chiarirsi le idee e tornare dal giudice per una decisione definitiva. Ma le conseguenze dell’amore (che finisce), sono in agguato. Per accudire l’anziano (Ali-Asghar Shahbazi), viene ingaggiata come badante la chadori Razieh (Sareh Bayat), donna religiosissima e incinta, con un marito disoccupato e sempre ostaggio dei creditori.

In questo intreccio di per sé già abbastanza complesso, interviene l’imprevedibile. Che non vi raccontiamo per non rovinarvi la visione. Diciamo soltanto che la storia rimane tirata fino alla fine. E tutto è sempre un po’ diverso da quello che sembra a prima vista. Non completamente diverso, ma giusto quel tanto che basta a far sì che abbiano un po’ tutti ragione e un po’ tutti torto.

Quello che rimane allo spettatore è una storia scritta benissimo, in cui non c’è forse una scena o una battuta di troppo. Chi scrive, ama profondamente l’Iran e  la sua cultura. Ma ha un approccio molto tiepido col cinema iraniano. Non se la prendano i cultori di Kiarostami, ma di alcuni film come “E la vita continua” e “Il sapore della ciliegia”, ricordo soprattutto la noia. Diverso il discorso per Jafar Panahi e soprattutto per Farhadi, di cui mi aveva colpito moltissimo Chaharshambè surì, (2006), purtroppo inedito in Italia e il comunque intenso Darbaraye Elly (2009), tradotto (chissà perché) all’inglese About Elly in Italia.

Altri film di registi delle ultime generazioni rimangono invece terribilmente antiquati nel loro stile narrativo. Shekarchi (The hunter) di Rafi Pitts è stato spacciato all’estero come un thriller innovativo e avvincente. Ma per me è uno dei film più brutti che abbia mai visto, doppiato, oltretutto, in modo disastroso.

Farhadi è invece su un altro livello. Sobrio eppure vivacissimo. Non ci si annoia, non ci si distrae un attimo. Eppure non c’è una scena di violenza, non c’è la trovata accattivante a cui spesso ricorrono anche molti registi nostrani. È allo stesso tempo un regista ed un autore. Viene da pensare che in Farhadi ci sia tanto di quel “genio assimilatore persiano” di cui parlava il grande  Alessandro Bausani.

In tutti i suoi film è evidente il confronto tra le due diverse anime della società iraniana: quella più benestante e “laica” (ma forse dovremmo dire “diversamente religiosa”) e quella povera e tradizionalista. È un confronto che il 39enne Farhadi rappresenta senza moralismi e senza furberie. Anche perché si tratta certamente di un confronto che lo riguarda personalmente, in quanto cittadino iraniano cresciuto dopo la rivoluzione e tuttora residente nella Repubblica islamica.

Ma le tensioni e i temi di questo film superano ampiamente la dimensione nazionale. È un film iraniano, ma è una storia universale. Non fatevi condizionare dal traffico di Teheran e dal foulard delle donne. La grandezza di questo film sta nel fatto che lo possiamo pure classificare come un film “iraniano”, ma dovremmo – come ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera – riconoscerlo come un capolavoro.

Un ultimo suggerimento: se potete, vedetelo in lingua originale, coi sottotitoli. È un piccolo sforzo per apprezzare in pieno un gruppo di attori bravissimi. Tutti, dai due interpreti principali, dalla figlia undicenne al giudice, interpretato da Babak Karimi che ha probabilmente stabilito un record mondiale, doppiando se stesso nella versione italiana.