Chi era Sadeq Qotbzadeh

La Storia è quasi sempre raccontata attraverso i suoi protagonisti: presidenti, rivoluzionari, dittatori. Personaggi “definiti” e quindi, in un certo senso, “definitivi”. A un nome si associa un’idea, un giudizio, che col tempo diventa difficilissimo da confutare. Pensiamo ad esempio a Nerone, bollato per secoli come imperatore folle e soltanto di recente riabilitato almeno parzialmente dagli storici.

La rivoluzione iraniana del 1979, sebbene abbia coinvolto milioni di persone, è raccontata essenzialmente attraverso due personaggi-antagonisti: lo scià Mohammad Reza Pahlavi e l’ayatollah Ruhollah Khomeini.

Nella semplificazione di questo racconto, si perdono non solo le persone dietro i personaggi, ma tutte le sfumature, le differenze talvolta decisive nel determinare il corso degli eventi. In questo senso, c’è un personaggio in particolare, che riaffiora dalle pagine di quella storia come un refuso o come un inciso che meriterebbe almeno una nota a pie’ di pagina ma viene quasi sempre liquidata in poche righe.

Sadeq Qotabzadeh (1936-82) è stato uno dei rivoluzionari più vicini a Khomeini nei fatidici mesi tra l’estate del 1978 e il ritorno in Iran nel febbraio 1979. E’ lui a consigliare l’ayatollah ad andare a Parigi dopo l’espulsione dall’Iraq in ottobre. E nella capitale francese lavora al suo fianco come interprete e intermediario con la stampa internazionale e i personaggi politici di tutto il mondo che vogliono entrare in contatto con quello che sta per diventare il nuovo padrone dell’Iran.

La fine è nota

La parabola di Qotbzadeh sarà breve e vertiginosa. Dopo la rivoluzione sarà per pochi mesi direttore della Radio Televisione nazionale, poi ministro degli Esteri durante la drammatica crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa, candidato alle prime elezioni presidenziali (dove otterrà un umiliante 0,34 % con meno di cinquantamila voti), infine dissidente e oppositore del nuovo regime, che lo spedisce di fronte a un plotone di esecuzione il 16 settembre 1982. Quarantasei anni vissuti intensamente, nel sogno di una rivoluzione che vivrà da protagonista all’inizio e che nel giro di pochi mesi lo fagociterà senza pietà.

1 febbraio 1979: Khomeini e Qotbazadeh arrivano a Teheran

Ma chi era Sadeq Qotbzadeh?

Negli anni Cinquanta è uno dei tanti studenti universitari che si oppongono al regime autoritario dello scià. Figlio di una famiglia religiosa e benestante, milita nel Fronte nazionale, Jebha-ye Melli-e Iran, la formazione politica fondato da Muhammad Mossadeq all’epoca al bando. Viene arrestato un paio di volte per motivi politici e per evitare il peggio, la famiglia lo costringe a continuare gli studi all’estero. La sua carriera universitaria, tra Europa, Canada e Stati Uniti, è piuttosto incostante. Qotbzadeh dedica infatti più tempo all’attività politica e alle ragazze che agli studi.

Secondo l’ex agente del KGB Vladimir Kuzichkin, Qotbzadeh nei suoi anni negli Usa sarebbe stato una spia al soldo dei sovietici. E’ solo una delle tante identità attribuite a Qotbzadeh sia quando era in vita si dopo la sua morte.

Negli Usa stabilisce comunque una rete di contatti molto importante con altri fuoriusciti iraniani, rendendosi protagonista di un’azione dimostrativa clamorosa: il 20 marzo 1961 riesce infatti a prendere la parola durante un ricevimento per il No Ruz organizzato a Washington dall’ambasciatore Ardeshir Zahedi e lanciarsi in una breve ma durissima requisitoria contro lo scià.

Gli anni in Medio Oriente

In seguito a questo episodio, sarà costretto a lasciare gli Stati Uniti e inizierà un periodo di continui spostamenti tra Algeria, Egitto, Siria, Libano e Iraq. Nel 1961 lascia il Fronte nazionale e aderisce al Movimento di liberazione dell’Iran (Ahżat-e azadi-e Iran) , fondato da Taleghani e Bazargan.

Negli anni trascorsi in Medio Oriente, Qotbzadeh stabilisce rapporti molto forti con  Ebrahim Yazdi e Mostafa Chamran, personaggi destinati a ricoprire ruoli molto importanti dopo la rivoluzione. In Libano si avvicina al movimento Amal e riceve anche un addestramento militare. Stringe una stretta collaborazione con Musa Al Sadr, religioso sciita libanese-iraniano, misteriosamente scomparso in Libia nell’agosto 1978.

Proprio grazie ad Al Sadr, Qotbzadeh riesce a ottenere un passaporto siriano che gli permette di trascorrere diversi anni in Canada – come studente ormai piuttosto stagionato – prima di trasferirsi a Parigi.

Nell’estate 1970 incontra Khomeini a Najaf, in Iraq, dove l’ayatollah sta elaborando la teoria del Velayat-eFaqih, che sarà alla base della Repubblica islamica. Tra i due si instaura un rapporto umano molto positivo. A Khomeini piace l’energia del giovane rivoluzionario. Da parte sua, Qotbzadeh crede che Khomeini possa essere una guida morale per la rivoluzione contro lo scià, ma è convinto che non reclamerà mai un ruolo politico per sé. A detta di alcuni, continuerà a pensarlo fino ai primi mesi dopo la rivoluzione.

Una figura controversa

Qotbzadeh è stato l’unico dei leader rivoluzionari a essere processato e fucilato da quella stessa Repubblica islamica che aveva contribuito a creare. Alcuni sono stati uccisi dagli attentati (Beheshti, Rajai, Bahonar), altri sono scappati dopo essere entrati in contrasto con la fazione khomeinista (come il primo presidente eletto Bani Sadr). Ma la vicenda politica e umana di Qotbzadeh sembra quasi rispondere a un destino tragico e allo stesso tempo segnato da un atteggiamento fatalista, quasi remissivo.

Non era certo un fanatico religioso, Qotbzadeh. Nella sua formazione politica l’Islam conta ma non è centrale. Eppure, una volta al potere, sembra cedere in tutto e per tutto ai dettami imposti dalla fazione di Khomeini. Da direttore della Radio TV non esita a censurare le manifestazioni delle donne dell’8 marzo. Ed è apparentemente sordo alle proteste che si levano da vari settori della rivoluzione contro la veloce islamizzazione della società iraniana.

Si ritrova ministro degli Esteri quando Yazdi si dimette dopo che Khomeini dà il proprio sostegno agli studenti che hanno occupato l’ambasciata Usa. Sulla vicenda proverà a trattare con emissari dall’amministrazione Carter e sosterrà più volte che i repubblicani americani contattarono elementi della Repubblica islamica per evitare una soluzione della crisi che avrebbe giocato a favore di una rielezione del presidente democratico.

Qotbzadeh è l’ultimo ministro degli Esteri iraniano a indossare una cravatta

Durante il suo incarico da ministro, non ostenta mai sentimenti anti americani, anche se definisce un “atto di guerra” il fallito blitz tentato dagli Usa il 24 aprile 1980. Isolato e indebolito dall’estremizzazione della crisi degli ostaggi, si dimette da ministro degli Esteri nell’agosto 1980, sostituito da Karim Khodapanahi.

E’ interessante notare il giudizio contrastante che di lui daranno due ambasciatori italiani a Teheran. Giulio Tamagnini, nel suo libro La caduta dello scià, lo descrive come “arrogante e superficiale”, sebbene gli riconosca “modi civili” e una “certa preparazione in campo economico”. Francesco Mezzalama, ambasciatore a Teheran dall’ottobre del 1980 al novembre del 1983, lo ricordava invece come un “giovane simpatico e intelligente”.

Qotbzadeh viene arrestato una prima volta il 7 novembre 1980 con l’accusa di complotto contro Khomeini e la Repubblica islamica, ma è lo stesso ayatollah a intervenire per farlo rilasciare dopo tre giorni.

Mezzalama lo incontra durante un periodo di semi clandestinità e rimane colpito dalle sue parole: “Finché la guerra con l’Iraq continuerà, nel Paese non ci potrà essere opposizione”.

Viene arrestato di nuovo nell’aprile del 1982 con le stesse accuse, insieme a un gruppo di ufficiali dell’esercito e di religiosi. Qotbzadeh si dichiara innocente ma confermò – quasi sicuramente sotto tortura – l’esistenza di un complotto contro la Repubblica islamica. Il 15 settembre venne fucilato nel carcere di Evin, a Teheran, all’età di quarantasei anni.

L’ultima fotografia di Qotbzadeh scattata durante il processo nel carcere di Evin

La sua storia dimostra come la rivoluzione iraniana non divorò soltanto i suoi figli, ma anche alcuni dei suoi padri più importanti.

Conferenza stampa di Qotbzadeh durante la crisi degli ostaggi

Un ricordo

Nel 1987 la giornalista canadese Carole Jerome pubblicò un libro intitolato The man in the mirror: A story of love, revolution and treachery in Iran in cui racconta la sua storia d’amore con Qotbzadeh e ne ricostruisce la vita e la carriera politica. Forse il suo non è uno sguardo molto obiettivo, ma il libro è una ricostruzione davvero intensa dei mesi più drammatici della rivoluzione.

1 febbraio 1979. Il giornalista inglese John Simpson chiede a Khomeini – tramite Qotbzadeh che fa da interprete – cosa provi a tornare in Iran dopo tanti anni. Khomeini risponde: “Niente”.

Chi sono i pasdaran

Chi sono i pasdaran

La decisione degli Usa è chiaramente una provocazione. I pasdaran (Sepah-e Pasdaran-e Enqelab-e Islami, l’Esercito dei Guardiani della Rivoluzione islamica), nati nel maggio 1979 per espressa volontà di Khomeini, sono una componente importante del quadro politico e militare della Repubblica islamica. Hanno un ruolo determinante nella guerra tra Iran e Iraq (1980-88), distinguendosi nelle azioni di disturbo nel golfo Persico e nelle offensive su Bassora del 1982 e del 1987.

Dal 1992 sono direttamente collegati con le Forze Armate e detengono anche molti asset economicamente strategici.

Secondo l’articolo 150 della Costituzione della Repubblica islamica,

Il Corpo dei Guardiani della Rivoluzione Islamica, fondato nei primi giorni della vittoria di questa Rivoluzione, continua a svolgere le proprie funzioni di difesa della Rivoluzione stessa e delle sue conquiste. Le prerogative e i doveri di tale Corpo in rapporto alle prerogative e ai doveri delle altre forze armate saranno regolamentati dalla legge, che promuoverà la cooperazione fraterna ed il coordinamento di tutte le forze in questione.

Da un punto di vista politico, sono divenuti più importanti durante i due mandati di Khatami (1997-2005), quando – soprattutto dopo i movimenti studenteschi del 1999 – si ersero a paladini dell’ortodossia rivoluzionaria. Rimane celebre una lettera che ventiquattro comandanti dei pasdaran (tra cui Qasem Soleimani) inviarono al presidente Khatami minacciando, in sostanza, di intervenire qualora non avesse messo fine alle manifestazioni degli studenti.

Un impero economico

Paradossalmente, il peso economico dei pasdaran si è rafforzato proprio grazie alle sanzioni occidentali, perché ha permesso loro di gestire in modo più o meno occulto una parte dell’economia che veniva penalizzata proprio dalle misure degli Usa e dei loro alleati. Controllano da anni asset strategici dell’economia della Repubblica islamica (petrolio, comunicazioni) e possono contare anche su una rete di media controllati o comunque molto vicini (come le agenzie Tasnim e Fars)

Definire i pasdaran un’organizzazione terroristica è non solo una forzatura, ma un controsenso.

I pasdaran – e in particolare la Brigata Qods – sono stati fondamentali nel combattere l’Isis in Siria e in Iraq. L’Iran è l’unico Paese – insieme alla Russia – ad aver combattuto il califfato “boots on the ground”, inviando cioè propri soldati e pagando per questo un contributo di vittime molto alto, stimabile in migliaia di caduti. Ora gli Usa dichiarano nemici quelli che di fatto sono stati, se non alleati, co belligeranti nella lotta allo Stato Islamico. L’ennesima sterzata di Trump ha per ora prodotto un solo chiaro effetto: spostare i moderati e i riformisti iraniani – tra cui alcuni politici spesso critici nei confronti di pasdaran – su posizioni più dure.

In queste ore molti parlamentari iraniani si sono fatti fotografare con la divisa verde dei Pasdaran.

Il presidente del Parlamento Larijani e alcuni deputati con l’uniforme dei pasdaran

Un giornale riformista – Etemad – titola oggi: “Anche io sono un pasdar”. 

Il quotidiano Etemad: “Anche io sono un pasdar”

Più in generale, il clima di accerchiamento che si respira in Iran a causa delle più recenti scelte della Casa Bianca, ha provocato un inasprimento dei torni, anche da quella parte dei vertici della Repubblica islamica che negli ultimi anni avevano cercato con ostinazione la strada del dialogo e del compromesso. I tweet al vetriolo del ministro degli Esteri Javad Zarif sono soltanto l’esempio più evidente.

L’intervista di Oriana Fallaci a Khomeini

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Riproponiamo l’intervista che l’Ayatollah Khomeini rilasciò a Oriana Fallaci il 26 settembre 1979 a Teheran

Il suo ritratto è ovunque, come una volta il ritratto dello Scià. Ti insegue nelle strade, nei negozi, negli alberghi, negli uffici, nei cortei, alla televisione, al bazaar: da qualsiasi parte tu cerchi riparo non sfuggi all’incubo di quel volto severo ed iroso, quei terribili occhi che vegliano ghiacci sull’osservanza di leggi copiate o ispirate da un libro di millequattrocento anni fa. E l’effetto è indiscutibile, ovvio.

Niente bevande alcoliche, per incominciare. Che tu sia straniero o iraniano, non esiste un ristorante che ceda alla richiesta di un bicchiere di birra o di vino; la risposta è che a infrangere il comandamento si buscano trenta frustate e del resto ogni bottiglia di alcool venne distrutta appena lui lo ordinò. Whisky, vodka e champagne per milioni di dollari.

Niente musica che ecciti o intenerisca, per continuare. Alle undici di sera la città tace, deserta, e non rimane aperto neanche un caffè; ballare è proibito, visto che per ballare bisogna più o meno abbracciarsi.

È proibito anche nuotare, visto che per nuotare bisogna più o meno spogliarsi. E così le piscine son vuote, sono vuote le spiagge dove le coppie devono star separate e le donne possono bagnarsi soltanto vestite dalla testa ai piedi. Se sei donna infatti è peccato mostrare il collo e i capelli perché (chi lo avrebbe mai detto?) il collo e i capelli sono gli attributi femminili da cui un uomo si sente maggiormente adescato. Per coprire quelle vergogne è doveroso portare un foulard a mo’ di soggolo monacale, però meglio il chador cioè il funereo lenzuolo che nasconde l’intero corpo. Lo adoperano tutte, e sembrano sciami di pipistrelli umiliati. Lo sai che non possono andare dal parrucchiere se è maschio? Farsi pettinare o lavare la testa da un parrucchiere maschio equivale quasi ad un coito: cinquantamila coiffeurs pour dames stanno per finire sul lastrico. «Se mi scoprono son rovinato» sussurra il mio parrucchiere che sfida la legge perché è di religione cristiana. Poi a scanso di equivoci aggiunge che lui non sente nulla a massaggiarmi la cute: «Per me è come se fossi un dottore».

Anche stringersi la mano è scorretto, tra persone di sesso diverso. «Allah non vuole» esclama un giovane funzionario del governo quando faccio il gesto di salutarlo così. E ritrae la destra tutto inorridito, se la posa sul cuore come una verginella. Le libertà sessuali, inutile dirlo, sono crimini da punire col plotone di esecuzione: non passa giorno senza che la stampa dia la notizia di qualche adultera fucilata. (Gli adulteri se la cavano invece con due o trecento frustate che gli riducono la schiena a una mostruosa polpetta.) Si fucilano anche gli omosessuali, le prostitute, i lenoni. Lo ammette anche lui nell’intervista che pubblico in terza pagina. (La prima che Khomeini abbia dato in molti mesi, cioè dopo il suo ritorno in Iran, e l’unica che abbia mai concesso a una donna.)

«Le cose che portano corruzione a un popolo vanno sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono i loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini; ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette.» Però un uomo può avere quattro mogli; la legge è ancora valida, come egli ci spiega. E può avere un numero indefinito di concubine provvisorie purché firmi un contratto a scadenza. Inoltre può fumare l’oppio che ha il timbro governativo.

Il suo nome è sulla bocca di tutti, ossessivamente, sia che venga pronunciato con amore sia che venga sibilato con odio: è ormai ciò che in Vietnam era il nome di Ho Ci-min, in Cina il nome di Mao Tse-tung, e nei comizi scatena un tale fanatismo che ieri il primo ministro Bazargan ha perso le staffe. «Se dico Maometto applaudite una volta, se dico Khomeini applaudite tre volte. Al posto del profeta io me ne offenderei.» Non dimentichiamo che a decine di migliaia son morti per ubbidirgli, viene il vomito a guardare il cimitero in cui li hanno sepolti, magari in fosse comuni, e in sostanza non è cambiato nulla dai giorni in cui con quel nome sulle labbra si gettavano inermi contro i carri armati per esser falciati dalle mitragliatrici. Se lui lo esigesse, rifarebbero altrettanto.

Il 18 agosto, quando si autoproclamò Capo Supremo delle Forze Armate e invitò il paese a punire i curdi ribelli (questi poveri curdi traditi da tutti, massacrati da tutti), una valanga di militari a riposo raggiunse con mezzi improvvisati i centri di Kermanshah, Sanandaj, Mahabad: per combattere. «Indietro» urlavano gli ufficiali dell’esercito regolare. «Indietro, imbecilli, chi vi ha mandato, tornate a casa, provocate disordine!» E loro fermi, a ripetere che avevan risposto a un ordine di Khomeini, non c’è generale che possa annullare un ordine di Khomeini.

«A me sembra fanatismo del genere più pericoloso, Imam. E cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista.» E lui: «No, il fanatismo non c’entra, il fascismo non c’entra. Gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam».

Chi lo contesta o lo critica o lo maledice viene considerato un nemico della Rivoluzione, un traditore dell’Islam, una spia degli americani, un provocatore sionista, un agente della Savak, ed ha solo due scelte: arrendersi o fuggire all’estero. Al mattino centinaia di iraniani gremiscono l’aeroporto di Teheran per mendicare un posto sui voli strapieni, non importa dove siano diretti; altri se ne vanno via terra passando dalla Turchia, oppure via mare passando dal Golfo Persico. E sebbene non sia facile ottenere il visto d’uscita, l’esodo ha assunto tali proporzioni da rischiare di svilupparsi come quello dei vietnamiti. Vi concorrono troppi elementi: l’inflazione che galoppa al cinquanta per cento, la mancanza di un potere giuridico e di un tessuto amministrativo cioè di un apparato statale che la repentinità della vittoria ha disfatto; la polizia è inesistente, l’esercito è disperso, la scuola non funziona, ciascuno fa cosa vuole e nessuno obbedisce al governo che implora tornate-al-lavoro. Dei quindici giorni che ho trascorso a Teheran almeno dieci sono stati paralizzati dalle cerimonie commemorative, dai comizi, dai cortei, dai funerali dell’ayatollah Talegani morto di fatica e di crepacuore. Locali pubblici chiusi, telefoni muti, fabbriche a spasso. L’Italia, al paragone, diventa un paese stakanovista.

Eppure è troppo presto per dire che si tratta di una rivoluzione fallita, esplosa per sostituire un despota con un altro despota. Ed è addirittura azzardato concludere che non si tratta di una rivoluzione bensì di una involuzione, quindi tante creature son crepate per nulla, al-tempo-dello-Scià-era-meglio.

I grandi capovolgimenti conducono sempre ad eccessi, estremismi fanatici, interregni caotici: la Francia non ci dette forse il Terrore? E una rivoluzione è avvenuta: religiosa, non libertaria. Per questo non la riconosciamo, e ce ne inorridiamo. Per questo ne siamo delusi. Bisogna tentar di capire. Bisogna ascoltare chi risponde con le lacrime in gola che sì, al tempo dello Scià si poteva bere il vino e la birra e la vodka e lo whisky, però si torturavano gli arrestati con sevizie da Medioevo; si poteva ballare e nuotare in costume da bagno e lavarsi i capelli dal parrucchiere, però dagli elicotteri si gettavano i prigionieri politici nel lago Salato; non si fucilavano gli omosessuali, le prostitute, le adultere, però si massacrava la gente nelle piazze e si viveva solo per vendere il petrolio agli europei. Soprattutto bisogna prestare orecchio a chi ci ricorda che esistono realtà diverse dalle nostre, e vie diverse dalle nostre per correggere quelle realtà.

«Voi occidentali non ve ne rendete conto perché siete obnubilati dagli schemi ideologici e morali delle vostre scelte, dal culto del raziocinio, della libertà individuale, del laicismo», mi dice l’amico persiano che mi accompagnerà da Khomeini.

Il settanta per cento della popolazione iraniana è analfabeta. Vegeta nella miseria materiale e culturale in cui l’ha mantenuta un monarca avido e pazzo che si riteneva l’erede di Serse e sprecava miliardi per incoronarsi a Persepoli. E crede in Dio, nel Corano, nel chador. Non ha mai avuto rispetto per gli intellettuali e i politici che hanno sposato le nostre idee, non ne ha mai seguito gli insegnamenti, forse non ha mai nemmeno saputo che lottavano per un mondo migliore e venivano trucidati dalla Savak.

I suoi rapporti sono sempre stati coi mullah e con gli ayatollah, cioè coi gerarchi di un clero uso a sfruttar l’ignoranza e a manipolarla nelle moschee: «Allah è grande e Maometto è il suo profeta. Se Maometto ti chiede di coprire il collo e i capelli, li devi coprire. E chi lo nega è un cane infedele». Insomma, ad avviare e condurre la rivolta al regime imperiale non sono stati uomini moderni, proiettati verso il futuro: sono stati i mullah e gli ayatollah che predicano l’Islam come il paradiso in terra. E, a dirigerla, il gran personaggio il cui nome è sulla bocca di tutti e il cui ritratto ora sostituisce il ritratto dello Scià. Ostinatamente, irriducibilmente, per sedici lunghissimi anni, dalla Turchia, dall’Iraq, dalla Francia, l’esilio con cui aveva evitato la pena capitale. Un po’ ingenuo sperare che dopo le cose cambiassero, che la religione cedesse il passo alla ragione. Infatti il novantotto per cento dei deputati eletti sono mullah e ayatollah, la sola rappresentante del sesso femminile è una bacchettona talmente intabarrata dentro il chador che alcuni sospettano sia un prete coi baffi. E pei laici, pei progressisti, non c’è il minimo spazio. Così pei nostri concetti di bene e di male, di bello e di brutto, di giusto e di ingiusto, di democrazia pluralista che protegge le minoranze. E di gratitudine per coloro che sono morti senza che il clero glielo chiedesse.

«Scusi, Imam, voglio esser certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti a sinistra contano nulla.» E lui:«Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria. Non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni tra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda. Il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera, ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani».

«Una sinistra made in USA, Imam?» E lui: «Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci». «Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a decine di migliaia è morta per la libertà o per l’Islam?» E lui: «Per l’Islam. Il popolo si è battuto per l’Islam. E Islam significa tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto».

È un pomeriggio assolato a Qom, la città santa dove Khomeini ha scelto di abitare, e le strade scoppiano di pellegrini giunti da ogni parte del paese per vederlo un attimo da lontano, esserne benedetti. Hanno viaggiato giorni e giorni con quella speranza, a piedi oppure in carovane di automobili, autobus. Stanotte non troveranno un letto, una branda su cui riposarsi: gli alberghi son colmi. E le locande, le bettole che affittano i materassi. Ma non se ne curano. Insensibili alla stanchezza, alla fame, alla sete, allo spettacolo di chi sviene, vanno a ingrossare la folla che circonda il quartiere dov’è la sua casa e un boato scuote l’aria: «Zendeh bad, Imam! Payandeh bad! Che tu viva, Imam, che tu sia eterno!». Imam significa santo, guida, duce. Si può solcare quel magma di corpi solo con l’aiuto dei militari che controllano il vicolo per cui si accede alla casa, e prima di arrivare alla casa ci sono tre posti di blocco, dopo l’ultimo posto di blocco le guardie stanno anche sui tetti: pupille inquiete, mitra pronto a sparare.

È dunque tanto il timore che egli venga ucciso? La porta è sbarrata da un catenaccio. Si schiude con sospetto, lentissimamente, e l’attesa si svolge in un’anticamera gonfia di silenzioso imbarazzo, tra uomini che bevono il tè. Mi hanno riconosciuto. Sono la straniera che nel 1973 intervistò lo Scià e senza timidezze gli chiese conto dei suoi misfatti: a tal punto che egli replicò: «Lei non sarà mica sulla lista nera? ». Durante la Rivoluzione ciò che avevo scritto contro di lui divenne un libretto clandestino da agitare come un manifesto, per questo Khomeini ora mi riceve.

Gli uomini imbarazzati lo sanno ma questa donna seduta per terra coi maschi gli sembra ugualmente una presenza sacrilega. Mi esaminano: eppure il mio abbigliamento è in regola: più che a un essere umano assomiglio a un fagotto. Sui pantaloni neri e la camicetta nera indosso un mantello nero, il collo e i capelli sono ben nascosti da un foulard nero annodato al mento, e sopra tutto questo ho il chador. Nero, s’intende. Bagher Nassir Salamì, l’amico persiano che mi accompagna insieme al fotografo e che mi farà da interprete con Abolhassan Bani Sadr del Comitato Rivoluzionario, me l’ha aggiunto per sicurezza: il mantello rivelava un po’ di forme e il foulard scopriva un po’ la fronte. Mi ha fatto anche togliere lo smalto dalle unghie delle mani e dei piedi, e il rossetto dalle labbra, mi ha consentito soltanto un lieve colpo di matita marrone alle palpebre. Ma ora si sente morso dal dubbio: non sarò troppo audace, non mi giudicherà troppo truccata, l’Imam? Bagher è molto emozionato. Suda. Anche Bani Sadr, incredibile a dirsi, è molto emozionato. Suda. Hanno entrambi vissuto e studiato per anni in Europa, il primo a Firenze, il secondo a Parigi, non sono due uomini qualsiasi, conoscono bene l’Imam, e tuttavia sono emozionati. Quando ci introducono scalzi nella stanza dove avverrà l’intervista (quattro pareti, una moquette per accovacciarsi e nient’altro) li vedo accartocciarsi come sacerdoti dinanzi al Santissimo. E quando lui entra, col suo turbante e il suo camicione, si chinano a baciargli la mano.

È un vecchio molto vecchio. Da vicino non incute affatto la paura che distribuisce dalle fotografie. Forse perché appare così stanco e una misteriosa tristezza gli torce i lineamenti. O un misterioso scontento? Quasi con simpatia puoi indugiare a osservargli la candida barba lanosa, le labbra umide e sensuali, da uomo che soffre a reprimere le tentazioni della carne, e il gran naso imperioso, i terribili occhi nei quali condensa la sua fede priva di dubbi, la forza spietata di chi manda la gente a morire senza piangerci su. Occhi che non si degnano mai di posarsi su di me. Li terrà sempre abbassati a fissarsi le bellissime dita e non li alzerà che una volta: quando gli rinfaccerò che non si può nuotare con il chador e mi darà una risposta inaspettatamente cattiva. Lui che ha tollerato senza battere ciglio le mie accuse di dittatura, despotismo, fascismo. «Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non la riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.» (Allora, indignata, getterò via il chador e aprirò il mantello e sposterò il foulard chiedendogli se una donna che ha sempre vissuto senza quei cenci da medioevo gli sembra una vecchiaccia poco perbene. E lui mi avvolgerà in un lungo sguardo indagatore da cui mi sentirò spogliata.)

Lo ringrazio d’avermi ricevuto. Lo avverto che le mie domande non gli piaceranno e dovrà rispondermi con molta pazienza: sono qui per capire. Mi risponde distaccato e benevolo, centellinando una voce così bassa da suonare un sussurro. E ciò dura per quasi due ore, cioè finché scoppia l’incidente che ho detto. L’indomani, tenendo un discorso sulle calunnie dell’Occidente, parlerà del nostro incontro e mi definirà «quella donna».

ORIANA FALLACI. Imam Khomeini, l’intero paese è nelle sue mani: ogni sua decisione è un ordine. Così sono molti coloro che ormai dicono: in Iran non c’è libertà, la rivoluzione non ha portato la libertà.

RUHOLLAH KHOMEINI. L’Iran non è nelle mie mani, l’Iran è nelle mani del popolo perché è stato il popolo a consegnare il paese a chi è suo servitore e vuole il suo bene. Lei ha ben visto che dopo la morte dell’ayatollah Talegani la gente si è riversata nelle strade a milioni senza la minaccia delle baionette. Questo significa che c’è libertà. Significa anche che il popolo segue soltanto gli uomini di Dio. E questa è libertà.

Mi permetta di insistere, Imam Khomeini, di spiegarmi meglio. Intendo dire che oggi in Persia molti la definiscono un dittatore. Anzi il nuovo dittatore, il nuovo padrone. Cosa mi risponde: che ciò le dispiace o che la lascia indifferente?

Da una parte mi dispiace, sì, mi dà dolore, perché è ingiusto e disumano chiamarmi dittatore. Dall’altra invece non me ne importa nulla perché so che certe cattiverie rientrano nel comportamento umano e vengono dai nostri nemici. Con la via che abbiamo intrapreso, una via che va contro gli interessi delle superpotenze, è normale che i servi dello straniero mi pungano col loro veleno e mi lancino addosso ogni sorta di calunnie. Né mi illudo che i paesi abituati a saccheggiarci e a mangiarci si mettano lì zitti e tranquilli. Oh, i mercenari dello Scià dicono tante cose: anche che Khomeini ha ordinato di tagliare i seni alle donne. Dica, lei che è qui: le risulta che Khomeini abbia commesso una simile mostruosità, che abbia tagliato i seni alle donne?

No, questo non mi risulta, Imam. Però lei fa paura alla gente. E anche questa folla che la invoca fa paura. Ma cosa prova a sentirli gridare così, giorno e notte, sapere che se ne stanno lì in piedi per ore a farsi pestare, a soffrire, per vederla un istante e inneggiarla?

Ne godo. Io godo quando li ascolto e li vedo. Perché sono gli stessi che si sono sollevati per cacciare i nemici interni ed esterni, perché il loro applauso è la continuazione del grido con cui cacciarono l’usurpatore, perché è bene che continuino a bollire così. I nemici non sono scomparsi. Finché il paese non si assesta bisogna che restino accesi, pronti a marciare e attaccare di nuovo. E poi il loro è amore, amore intelligente. Non si può non goderne.

Amore o fanatismo, Imam? A me sembra fanatismo e del genere più pericoloso, cioè quello fascista. Infatti non sono pochi coloro che oggi vedono in Iran una minaccia fascista e addirittura sostengono che si sta già consolidando un fascismo in Iran.

No, il fascismo non c’entra, il fanatismo non c’entra. Io ripeto che gridano così perché mi amano. E mi amano perché sentono che voglio il loro bene, che agisco per il loro bene, cioè per applicare i comandamenti dell’Islam. L’Islam è giustizia, nell’Islam la dittatura è il più grande dei peccati: fascismo e islamismo sono due contraddizioni inconciliabili. Il fascismo si verifica da voi in Occidente, non tra i popoli di cultura islamica.

Forse non ci comprendiamo sul significato della parola fascismo, Imam. Io parlo del fascismo come fenomeno popolare, cioè come lo avevamo noi in Italia quando le folle applaudivano Mussolini come qui applaudono lei. E gli obbedivano come qui obbediscono a lei.

No. Perché la nostra massa è una massa musulmana, educata dal clero, cioè da uomini che predicano la spiritualità e la bontà. Il fascismo qui sarebbe possibile solo se tornasse lo Scià, cosa da escludere, oppure se venisse il comunismo. Sì, quello che dice lei potrebbe verificarsi soltanto se venisse il comunismo. Gridare per me significa amare la libertà e la democrazia.

Allora parliamo di libertà e di democrazia, Imam. E facciamolo così. In uno dei suoi primi discorsi a Qom lei disse che il nuovo governo islamico avrebbe garantito libertà di pensiero e di espressione a tutti, compresi i comunisti e le minoranze etniche. Ma questa promessa non è stata mantenuta e ora lei definisce i comunisti «Figli di Satana», i capi delle minoranze etniche in rivolta «Male sulla Terra».

Lei prima afferma e poi pretende che io spieghi le sue affermazioni. Addirittura pretenderebbe che io permettessi le congiure di chi vorrebbe portare il paese all’anarchia e alla corruzione: come se la libertà di pensare e di esprimersi fosse libertà di complottare e corrompere. Quindi rispondo: per più di cinque mesi ho tollerato, abbiamo tollerato, coloro che non la pensavano come noi. Ed essi sono stati liberi, assolutamente liberi, di fare tutto ciò che volevano, godersi in pieno le libertà che gli concedevamo. Attraverso il signor Bani Sadr, qui presente, ho perfino invitato i comunisti a dialogare con noi. Ma in risposta essi hanno bruciato i raccolti di grano, hanno dato fuoco alle urne degli uffici elettorali, e con armi e fucili hanno reagito alla nostra offerta di dialogare. Infatti sono stati loro a riesumare il problema dei curdi. Così abbiamo capito che approfittavano della nostra tolleranza per sabotarci, che non volevano la libertà ma la licenza di sovvertire, e abbiamo deciso di impedirglielo. E quando abbiamo scoperto che ispirati dall’ex regime e da forze straniere essi miravano alla nostra distruzione anche con altri complotti e altri mezzi, li abbiamo messi a tacere per prevenire altri guai.

Chiudendo i giornali di opposizione, ad esempio. In quel discorso di Qom lei aveva anche detto che essere moderni significa formare uomini che abbiano diritto di scegliere e di criticare. Però il giornale «Ajadegan», liberale, è stato chiuso. E così tutti i giornali di sinistra.

Il giornale «Ajadegan» faceva parte della congiura di cui parlavo. Aveva rapporti coi sionisti, da loro prendeva suggerimenti per colpire la patria e il paese. Lo stesso tutti i giornali che il Procuratore generale della Rivoluzione ha giudicato sovversivi ed ha chiuso. Giornali che attraverso una falsa opposizione miravano a restaurare l’antico regime e a servire lo straniero. Li abbiamo zittiti perché si sapesse chi erano e a che cosa miravano. E questo non è contro la libertà. Si fa ovunque.

No, Imam. E, in ogni caso, come può definire «nostalgici dello Scià» coloro che contro lo Scià si sono battuti, che da lui sono stati perseguitati e arrestati e torturati? Come può definirli nemici, come può negare spazio e diritto di esistere a una sinistra che ha tanto combattuto e sofferto?

Nessuno di loro ha combattuto e sofferto. Semmai hanno sfruttato per i loro scopi il dolore del popolo che combatteva e soffriva. Lei non è bene informata: buona parte della sinistra cui allude era all’estero durante il regime imperiale, ed è tornata soltanto dopo che il popolo aveva cacciato lo Scià. Un altro gruppo stava qui, è vero, nascosto nei suoi covi clandestini e nelle sue case, e soltanto dopo che il popolo ha dato il suo sangue sono usciti per servirsi di quel sangue. Ma finora non è successo nulla che limitasse la loro libertà.

Scusi, Imam: voglio essere certa d’aver capito bene. Lei afferma che la sinistra non ha avuto niente a che fare con la cacciata dello Scià. Neanche la sinistra che ha dato tanti arrestati, tanti torturati, tanti assassinati. Né i vivi né i morti, a sinistra, contano nulla.

Non hanno contribuito a nulla. Non hanno servito in nessun senso la Rivoluzione. Alcuni hanno lottato, sì, ma per le loro idee e basta, i loro scopi e basta, i loro interessi e basta. Non hanno pesato per niente sulla vittoria, non vi hanno portato niente. Non hanno avuto nessun rapporto col nostro movimento, non hanno esercitato nessuna influenza su di esso. No, le sinistre non hanno mai collaborato con noi: ci hanno messo i bastoni fra le ruote e basta. Durante il regime dello Scià erano contro di noi quanto e come lo sono ora, e a tal punto che la loro ostilità nei nostri confronti superava quella dello Scià: era molto più profonda. Il nostro è sempre stato un movimento islamico, e le sinistre sono sempre state contro di esso: non a caso l’attuale complotto ci viene da loro. E il mio punto di vista è che non si tratti nemmeno di una sinistra vera ma di una sinistra artificiale, voluta dagli americani.

Una sinistra made in Usa, Imam?!

Sì, partorita e sostenuta dagli americani per lanciare calunnie contro di noi e sabotarci e distruggerci.

Dunque quando lei parla del popolo, Imam, si riferisce a un popolo legato esclusivamente al movimento islamico. Ma secondo lei questa gente che si è fatta ammazzare a migliaia, decine di migliaia, è morta per la libertà o per l’Islam?

Per l’Islam. Il popolo si è battuto per l’Islam. E l’Islam significa tutto: anche ciò che nel suo mondo viene definito libertà, democrazia. Sì, l’Islam contiene tutto. L’Islam ingloba tutto. L’Islam è tutto.

A questo punto, Imam, devo chiederle che cosa intende per libertà.

La libertà… Non è facile definire questo concetto. Diciamo che la libertà è quando si può scegliere le proprie idee e pensarle quanto si vuole, senza essere costretti a pensarne altre, e alloggiare dove si vuole, ed esercitare il mestiere che si vuole.

Capisco… Pensare, dunque, non esprimere e materializzare quello che si pensa. E per democrazia cosa intende, Imam? Pongo questa domanda con particolare curiosità perché nel referendum repubblica o monarchia lei ha proibito l’espressione Repubblica Democratica Islamica. Ha cancellato la parola «democratica» e ha detto: «Non una parola di più, non una parola di meno». Risultato, le masse che credono in lei pronunciano lo parola democrazia come se fosse una parolaccia. Cos’è che non va in questo vocabolo che a noi occidentali sembra tanto bello?

Per incominciare, la parola Islam non ha bisogno di aggettivi come l’aggettivo democratico. Proprio perché l’Islam è tutto, vuol dire tutto. Per noi è triste mettere un’altra parola accanto alla parola Islam che è perfetta. Se vogliamo l’Islam, che bisogno c’è di specificare che vogliamo la democrazia? Sarebbe come dire che vogliamo l’Islam e che bisogna credere in Dio. Poi questa democrazia a lei tanto cara e secondo lei tanto preziosa non ha un significato preciso. La democrazia di Aristotele è una cosa, quella dei sovietici è un’altra, quella dei capitalisti un’altra ancora. Non possiamo quindi permetterci di infilare nella nostra costituzione un concetto così equivoco. Infine ecco quello che intendo per democrazia: le do un esempio storico. Quando Alì divenne successore del Profeta e capo dello Stato Islamico, e il suo regno andava dall’Arabia Saudita all’Egitto, e comprendeva gran parte dell’Asia e anche dell’Europa, e questa confederazione aveva tutto il potere, gli accadde di avere una divergenza con un ebreo. E l’ebreo lo fece chiamare dal giudice. E Alì accettò la chiamata del giudice. E andò. E vedendolo entrare il giudice si alzò in piedi, ma Alì gli disse adirato: «Perché ti alzi quando entro io e non quando entra l’ebreo? Davanti al giudice i due contendenti devono esser trattati nell’identico modo!». Poi si sottomise alla sentenza che gli fu contraria. Chiedo a lei che ha viaggiato e conosce ogni tipo di governo e la storia: può fornirmi un esempio di democrazia migliore?

Imam, democrazia significa molto di più. E questo lo dicono anche i persiani che come noi stranieri non capiscono dove vada a parare la sua Repubblica Islamica.

Se voi stranieri non capite, peggio per voi. Tanto la faccenda non vi riguarda: non avete nulla a che fare con le nostre scelte. Se non lo capiscono certi iraniani, peggio per loro. Significa che non hanno capito l’Islam.

Però hanno capito il dispotismo che oggi viene esercitato dal clero, Imam. Nella stesura della nuova Costituzione l’Assemblea degli Esperti ha passato un articolo, il Quinto Principio, secondo cui il capo del paese dovrà essere la suprema autorità religiosa, cioè lei, e le decisioni definitive dovranno essere prese soltanto da coloro che conoscono bene il Corano, cioè dal clero. Ciò non significa che, per Costituzione, la politica continuerà ad essere fatta dai preti e basta?

Questa legge che il popolo ratificherà non è affatto in contraddizione con la democrazia. Poiché il popolo ama il clero, ha fiducia nel clero, vuol essere guidato dal clero, è giusto che la massima autorità religiosa sovrintenda l’operato del primo ministro o del presidente della Repubblica per impedire che sbaglino e che vadano contro la legge cioè contro il Corano. O la massima autorità religiosa o un gruppo rappresentativo del clero. Ad esempio cinque Saggi dell’Islam, capaci di amministrare la giustizia secondo l’Islam.

Allora occupiamoci della giustizia amministrata dal clero. Parliamo delle cinquecento fucilazioni che dopo la vittoria sono state eseguite in Iran. Lei approva il modo sommario in cui vengono celebrati questi processi senza avvocato e senza appello?

Evidentemente voi occidentali ignorate chi erano coloro che sono stati fucilati, o fingete di ignorarlo. Si trattava di persone che avevano partecipato ai massacri nelle strade e nelle piazze, oppure di persone che avevano ordinato massacri, oppure di persone che avevano bruciato case, torturato, segato gambe e braccia durante gli interrogatori. Sì, gente che segava da vivi i nostri giovani, oppure li friggeva su griglie di ferro. Che cosa avremmo dovuto fare di costoro: perdonarli, lasciarli andare? Il permesso di difendersi, rispondere alle accuse, noi glielo abbiamo dato: potevano replicare quel che volevano. Ma una volta accertata la loro colpevolezza, che bisogno c’era o c’è dell’appello? Scriva il contrario, se vuole, la penna ce l’ha in mano lei. Però il mio popolo non si pone le sue domande. E aggiungo: se noi non fossimo intervenuti con le fucilazioni, la vendetta popolare si sarebbe scatenata senza controllo: qualsiasi funzionario del regime sarebbe stato giustiziato. Allora altro che cinquecento: i morti sarebbero stati migliaia.

D’accordo, però io non alludevo necessariamente ai torturatori e agli assassini della Savak. Mi riferivo ai fucilati che con le colpe del regime non avevano nulla a che fare, alle persone che ancora oggi vengono giustiziate per adulterio o prostituzione od omosessualità. È giustizia, secondo lei, fucilare una povera prostituta o una donna che tradisce il marito o un uomo che ama un altro uomo?

Se un dito va in cancrena, cosa si deve fare? Lasciare che vada in cancrena tutta la mano e poi tutto il corpo oppure tagliare il dito? Le cose che portano corruzione a un popolo intero devono essere sradicate come erbe cattive che infestano un campo di grano. Lo so, vi sono società che permettono alle donne di regalarsi in godimento a uomini che non sono loro mariti, e agli uomini di regalarsi in godimento ad altri uomini: ma la società che noi vogliamo costruire non lo permette. Nell’Islam noi vogliamo condurre una politica che purifichi la società, e perché questo avvenga è necessario punire coloro che portano il male corrompendo la nostra gioventù. Che a voi piaccia o non piaccia, non possiamo sopportare che i cattivi diffondano la loro cattiveria. Del resto, voi non fate lo stesso? Quando un ladro è ladro, non lo mettete in prigione? In molti paesi, non giustiziate forse gli assassini? Non usate quel sistema perché, se restano liberi e vivi, infettano gli altri ed allargano la macchia della malvagità? Sì, i malvagi vanno eliminati, estirpati come erbacce. Solo estirpandoli il paese si purificherà.

Imam, ma come è possibile mettere sullo stesso piano una belva della Savak e un cittadino che esercita la sua libertà sessuale? Prenda il caso del giovanotto che ieri è stato fucilato per sodomia…

Corruzione, corruzione. Bisogna eliminare la corruzione.

Prenda il caso della diciottenne incinta che poche settimane fa è stata fucilata a Beshar per adulterio.

Incinta? Bugie. Bugie come quelle del seni tagliati alle donne. Nell’Islam non accadono queste cose. Non si fucilano le donne incinte.

Non sono bugie, Imam. Tutti i giornali persiani ne hanno parlato e alla televisione c’è stato anche dibattito perché al suo amante avevano dato solo cento frustate.

Se è così vuol dire che meritava la pena. Io che ne so. La donna avrà fatto qualcos’altro di grave, lo chieda al tribuna le che l’ha condannata. E poi basta parlare di queste cose. Mi stanca. Non sono cose importanti.

Allora parliamo dei curdi che vengono fucilati perché vogliono l’autonomia.

Questi curdi che vengono fucilati non sono il popolo curdo. Sono sovversivi che agiscono contro il popolo e la Rivoluzione come quello che è stato fucilato ieri e che aveva ammazzato tredici persone. Io preferirei che nessuno venisse fucilato ma quando catturano un tipo come quello e lo fucilano, ecco: ne provo grande piacere.

E quando vengono arrestati, come i cinque di stamani, perché distribuiscono manifestini comunisti?

Se li hanno arrestati vuol dire che se lo meritavano, che erano comunisti al servizio dello straniero come i falsi comunisti che agiscono per l’America e per lo Scià. Basta. Ho detto basta parlare di queste cose.

Va bene, parliamo dello Scià. È stato lei, Imam, a ordinare che lo Scià venisse giustiziato all’estero e a dire che chiunque lo avesse fatto sarebbe stato considerato un eroe sicché se fosse rimasto ucciso nell’azione sarebbe andato in Paradiso?

No! Io no. Perché io voglio che sia portato in Iran e processato pubblicamente per cinquant’anni di reati contro il popolo persiano, incluso il reato di tradimento e di furto di capitali. Se viene ucciso all’estero, quel denaro va perduto; se lo processiamo qui, invece, quel denaro ce lo riprendiamo. No, no, io non voglio che venga ucciso all’estero. Io lo voglio qui, qui. E perché ciò avvenga prego per la sua salute come l’ayatollah Modarrés pregava per la salute di Reza Pahlavi, il padre di questo Pahlavi, che era fuggito anche lui portandosi via un mucchio di soldi. E va da sé che eran meno di quelli che s’è portato via suo figlio.

Ma se lo Scià restituisse il denaro, la smettereste di dargli la caccia?

Per il denaro, se davvero lo restituisse, sì: in quel senso il conto sarebbe saldato. Per il tradimento del suo paese e dell’Islam, invece no. Come si può perdonargli il massacro del 15 Khordad, il massacro di sedici anni fa, e il massacro del Venerdì Nero, un anno fa, come si può perdonargli tutti i morti che ha lasciato dietro di sé? Soltanto se i morti resuscitassero io potrei perdonarlo accontentandomi di riavere il denaro rubato al popolo da lui e dalla sua famiglia.

E l’ordine di riportarlo in Iran, attraverso l’azione di un commando simile a quello che catturò Eichman in Argentina, suppongo, vale solo per lo Scià o anche per la sua famiglia?

Colpevole è colui che ha commesso il reato. Se la famiglia non ha partecipato a nessun reato, non vedo perché dovrebbe essere condannata. Appartenere alla famiglia dello Scià non è mica un crimine. Suo figlio Reza, ad esempio, non mi risulta che si sia macchiato di crimini. Quindi non ho nulla contro di lui: può rientrare in Persia quando vuole e viverci come un normale cittadino. Che venga.

Io dico che non viene. E Farah Diba?

Per lei deciderà il tribunale.

E Ashraf?

Ashraf è la gemellaccia dello Scià, una traditrice come lui. E per i crimini che ha commesso deve essere processata, condannata come lui.

E l’ex ministro Bakhtiar? Bakhtiar dice che tornerà al suo posto, che ha già pronto un governo con cui sostituire questo governo.

Se Baktiar dev’essere fucilato o no, ancora non posso dirlo. Però so che dev’essere processato. Che torni, che torni: magari insieme al suo nuovo governo. Che torni, che torni: magari a braccetto del suo Scià. Così in tribunale ci finiscono insieme. Sì, devo ammettere che mi piacerebbe molto vedermi riportare Bakhtiar insieme allo Scià, mano nella mano. Lo aspetto.

A morte anche Bakhtiar, dunque. Imam Khomeini, ma lei ha mai perdonato nessuno? Ha mai provato pietà, comprensione per qualcuno? E, visto che ci siamo, ha mai pianto?

Io piango, rido, soffro: pensa che non sia un essere umano? Quanto al perdonare, ho perdonato la maggior parte di coloro che ci hanno fatto del male: ho concesso l’amnistia ai poliziotti, ai gendarmi, a una quantità di gente. Purché, beninteso, non avessero torturato o commesso infamie troppo gravi. Ora ho concesso perfino l’amnistia ai curdi ribelli, e con questo penso di aver mostrato pietà. Ma per coloro di cui abbiamo discusso non c’è perdono, non c’è pietà. Ora basta. Sono stanco, basta.

La prego, Imam: devo chiederle ancora molte cose. Di questo “chador” a esempio, che mi hanno messo addosso per venire da lei e che lei impone alle donne, mi dica: perché le costringe a nascondersi come fagotti sotto un indumento scomodo e assurdo con cui non si può lavorare né muoversi? Eppure anche qui le donne hanno dimostrato d’essere uguali agli uomini. Come gli uomini si sono battute, sono state imprigionate, torturate, come gli uomini hanno fatto la Rivoluzione…

Le donne che hanno fatto la Rivoluzione erano e sono donne con la veste islamica, non donne eleganti e truccate come lei che se ne vanno in giro tutte scoperte trascinandosi dietro un codazzo di uomini. Le civette che si truccano ed escono per strada mostrando il collo, i capelli, le forme, non hanno combattuto lo Scià. Non hanno mai fatto nulla di buono quelle. Non sanno mai rendersi utili: né socialmente, né politicamente, né professionalmente. E questo perché, scoprendosi, distraggono gli uomini e li turbano. Poi distraggono e turbano anche le altre donne.

Non è vero, Imam. E comunque non mi riferisco soltanto a un indumento ma a ciò che esso rappresenta: cioè la segregazione in cui le donne sono state rigettate dopo la Rivoluzione. Il fatto stesso che non possano studiare all’università con gli uomini, ad esempio, né lavorare con gli uomini, né fare il bagno in mare o in piscina con gli uomini. Devono tuffarsi a parte con il “chador”. A proposito, come si fa a nuotare con il “chador”?

Tutto questo non la riguarda. I nostri costumi non vi riguardano. Se la veste islamica non le piace, non è obbligata a portarla. Perché la veste islamica è per le donne giovani e perbene.

Molto gentile. E, visto che mi dice così, mi tolgo subito questo stupido cencio da medioevo. Ecco fatto. Però mi dica: una donna che come me ha sempre vissuto tra gli uomini mostrando il collo e i capelli e gli orecchi, che è stata alla guerra e ha dormito al fronte con i soldati, è secondo lei una donna immorale, una vecchiaccia poco perbene?

Questo lo sa la sua coscienza. Io non giudico i casi personali, non posso sapere se la sua vita è morale o immorale, se si è comportata bene o no coi soldati alla guerra. Però so che nella mia lunga vita ho sempre avuto conferma di quello che ho detto. Se non esistesse questo indumento, le donne non potrebbero lavorare in modo utile e sano. E nemmeno gli uomini. Le nostre leggi, sono valide leggi.

Compresa la legge che consente a un uomo di prendersi quattro mogli, Imam?

La legge delle quattro mogli è una legge molto progressista ed è stata scritta per il bene delle donne in quanto le donne sono più numerose degli uomini: nascono più donne che uomini, le guerre uccidono più uomini che donne. Una donna ha bisogno di un uomo, e cosa dobbiamo fare visto che al mondo vi sono più donne che uomini? Preferisce che le donne in avanzo diventino puttane oppure che sposino un uomo con più mogli? Non mi sembra giusto che le donne sole diventino puttane perché mancano gli uomini. E dico: anche nelle condizioni difficili che l’Islam impone a un uomo con due o tre o quattro mogli, uguale trattamento e uguale affetto e uguale tempo, questa legge è migliore della monogamia.

Ma si tratta di leggi o usanze che risalgono a millequattrocento anni fa, Imam Khomeini! Non le pare che il mondo, nel frattempo, sia andato avanti? In osservanza a quelle leggi, lei ha riesumato perfino il divieto della musica e dell’alcool. Mi spieghi: perché bere un bicchiere di vino o di birra quando si ha sete o si mangia è peccato? E perché ascoltare la musica è peccato? I nostri preti bevono e cantano. Anche il Papa. Ciò significa che il Papa è un peccatore?

Le regole dei vostri preti non mi interessano. L’Islam proibisce le bevande alcoliche e basta. Le proibisce in modo assoluto perché fanno perdere la testa e impediscono di pensare in modo sano. Anche la musica appanna la mente, perché porta in sé godimenti ed estasi uguali alla droga. La vostra musica, intendo. Di solito essa non esalta lo spirito: lo addormenta. E distrae i nostri giovani che ne risultano avvelenati e non si preoccupano più del loro paese.

Anche la musica di Bach, Beethoven, Verdi?

Chi sono questi nomi io non lo so. Se non appannano la mente non saranno vietati. Alcune delle vostre musiche non sono vietate: ad esempio le marce e gli inni per marciare. Noi vogliamo musiche che ci esaltino come le marce, che facciano muovere i giovani anziché paralizzarli, che li inducano a preoccuparsi del loro paese. Sì, le vostre marce sono permesse.

Imam Khomeini, lei si esprime sempre in termini molto duri verso l’Occidente. Da ogni suo giudizio su noi si conclude che lei ci vede come campioni di ogni bruttezza, di ogni perversità. Eppure l’Occidente l’ha accolta in esilio e molti dei suoi collaboratori hanno studiato in Occidente. Non le pare che ci sia anche qualcosa di buono in noi?

Qualcosa c’è, c’è. Ma quando siamo stati morsi dal serpente temiamo anche uno spago che assomigli da lontano a un serpente. E voi ci avete morso troppo. E troppo a lungo. In noi avete sempre visto un mercato e basta, a noi avete sempre esportato le cose cattive e basta. Le cose buone, come il progresso materiale, ve le siete tenute per voi. Sì, abbiamo ricevuto tanto male dall’Occidente, tante sofferenze, e ora abbiamo tutti i motivi per temere l’Occidente, impedire ai nostri giovani di avvicinarsi all’Occidente e farsi ulteriormente influenzare dall’Occidente. No, non mi piace che i nostri giovani vadano a studiare in Occidente dove vengono corrotti dall’alcool, dalla musica che impedisce di pensare, dalla droga, e dalle donne scoperte. Senza contare che i nostri giovani non li trattate come i vostri in Occidente. Perché gli regalate subito un diploma anche se sono ignoranti.

Sì, Imam, però anche l’aereo sul quale è tornato in patria è un prodotto dell’Occidente. Anche il telefono con cui comunica da Qom, anche la televisione con cui si rivolge al paese così spesso, anche questo condizionatore d’aria che le permette di starsene al fresco nella calura del deserto. Se siamo così corrotti e così corruttori, perché usa i nostri strumenti di male?

Perché queste sono le cose buone dell’Occidente. E non ne abbiamo paura e le usiamo. Noi non temiamo la vostra scienza e la vostra tecnologia, temiamo le vostre idee e i vostri costumi. Il che significa che vi temiamo politicamente, socialmente. E vogliamo che il paese sia nostro, vogliamo che non interferiate più nella nostra politica e nella nostra economia e nelle nostre usanze e nelle nostre faccende. Ed’ora in avanti andremo contro chiunque ci proverà, a destra e a sinistra, di qua e di là. E ora basta. Via, via.

Un’ultima domanda, Imam. In questi giorni che ho trascorso in Iran io ho visto molto scontento, molto disordine, molto caos. La Rivoluzione non ha portato i buoni frutti che aveva promesso. Il paese naviga in acque oscure e c’è chi vede molto buio per l’Iran. C’è addirittura chi vede maturare, sia pure in un futuro non immediato, i presupposti d’una guerra civile o d’un colpo di Stato. Che cosa mi risponde?

Questo le rispondo: noi siamo un bambino di sei mesi. La nostra rivoluzione ha soltanto sei mesi. Ed è una rivoluzione che è avvenuta in un paese mangiato dalle disgrazie come un campo di grano infestato dalle cavallette: siamo all’inizio della nostra strada. E cosa volete da un bambino di sei mesi che nasce in un campo di grano infestato dalle cavallette, dopo duemilacinquecento anni di cattivo raccolto e cinquanta anni di raccolto velenoso? Quel passato non si può cancellare in pochi mesi, e neanche in pochi anni. Abbiamo bisogno di tempo. Chiediamo tempo. E lo chiediamo soprattutto a coloro che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. Sono loro che non ci danno tempo. Sono loro che ci attaccano e mettono in giro chiacchiere su guerre civili e colpi di stato che non accadranno perché il popolo è unito. Sono loro che alimentano il caos. Loro, ripeto, che si definiscono comunisti o democratici o diosacché. E con ciò la saluto.

Addio. Insciallah.

Da «Corriere della Sera», 26 settembre 1979

La rivoluzione, 40 anni dopo

Quella iraniana fu l’ultima grande rivoluzione del Novecento, la prima ad essere trasmessa in televisione e a essere immortalata dai reporter di tutto il mondo. Esistono quindi moltissime immagini di quegli eventi, oggi facilmente reperibili sul web: le manifestazioni di massa, la fuga dello scià Mohammad Reza Pahlavi dall’Iran, il ritorno dell’ayatollah Ruhollah Khomeini e l’instaurazione della Repubblica islamica. Eventi noti pressoché a tutti. Ma conosciuti probabilmente in modo superficiale proprio perché dati ormai per assodati, come se l’Iran fosse da sempre una Repubblica islamica, un antagonista degli Stati Uniti e un nemico di Israele. Il “peccato originale” dell’Iran contemporaneo – agli occhi dell’osservatore occidentale – è proprio la rivoluzione del 1979. Una rivoluzione quasi sempre bollata come “irrazionale” e retrograda, colpevole di aver inaugurato la stagione del fondamentalismo islamico.  Una narrazione semplicistica che non prende in considerazione i perché di quella rivoluzione.

Da Mossadeq a Khomeini: dove lo scià fallisce

Dal 1963, con la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, lo scià vara una serie di riforme con cui vuole scardinare l’impianto “tradizionalista” della società iraniana: concede il diritto di voto alle donne, vara la riforma agraria, tenta di creare una burocrazia manageriale, combatte l’analfabetismo inquadrando i giovani universitari nel cosiddetto “Esercito del sapere” e inviandoli a insegnare nei paesini più sperduti. Incoraggia i giovani ad andare a studiare in Europa e negli Usa perché sogna di creare una nuova classe dirigente di stampo occidentale. Paradossalmente, moltissimi di questi studenti all’estero costituiranno un nucleo fondamentale dell’opposizione allo scià: a contatto con altri modelli di partecipazione politica e di potere, trovano ancora più intollerabile l’autocrazia dello scià. Il golpe del 1953 aveva deposto il governo democraticamente eletto di Mossadeq, “colpevole” di aver voluto nazionalizzare il petrolio e si era aperta una lunga stagione di repressione. Il partito comunista (Tudeh) era al bando, così come le opposizioni liberali e nazionaliste. In questo contesto, la voce di Khomeini che dalla città santa di Qom tuona contro le riforme “immorali” dello scià, diviene subito un punto di riferimento per chi non si riconosce nel progetto ambizioso e paternalista dell’imperatore. Nei disordini che nei primi anni Sessanta seguono all’arresto e poi all’esilio di Khomeini, ci sono già in nuce, tutti gli elementi politici che ritroveremo nella rivoluzione di quindici anni dopo: l’ayatollah parla la stessa lingua del popolo, ne comprende le paure e i bisogni. Lo scià invece, cresciuto in un collegio svizzero, non conosce davvero l’Iran: immagina di rimodellarlo a suo piacimento, di farne uno tra i primi dieci Paesi industrializzati del mondo. Un’impresa titanica e probabilmente anche molto narcisistica. Anche perché, accanto a questi progetti di riforme sociali ed economiche, non pone in cantiere alcuna apertura politica.

Il peso dell’economia

A questi fattori politici, vanno poi aggiunti quelli economici. Fino a metà degli anni Settanta, il boom delle esportazioni petrolifere consente allo scià investimenti enormi. Alcuni senza dubbio di valore, come infrastrutture, scuole, servizi. Altri frutto unicamente della propria mania di grandezza, quali le spese record per gli armamenti o le celebrazioni kitsch del 1971 a Persepoli per i 2.500 anni di monarchia. Quando il mercato petrolifero si contrae, cominciano i guai. La riforma agraria si era rivelata un fallimento, con l’espulsione di manodopera dalle campagne e la creazione di un nuovo sottoproletariato nelle grandi città. In un Paese segnato da enormi diseguaglianze economiche, in cui cento famiglie detengono in pratica la maggior parte della ricchezza del Paese, crescono di colpo la disoccupazione e l’inflazione. Lo scià – libero dal controllo di qualsiasi forma di opposizione – reagisce accentrando ulteriormente il potere. Alla parvenza di bipartitismo (liberali e conservatori, sempre comunque fedelissimi allo scià) in vigore ormai da decenni, impone il partito unico della “Rinascita” (Rastakhiz). Il controllo del Paese è affidato alla Savak, la polizia politica che applica in modo sistematico arresti arbitrari, tortura e omicidio. 

Il rapido precipitare degli eventi

Una prima crepa nel regime si apre con l’elezione alla Casa Bianca del democratico Jimmy Carter che impone all’alleato persiano una timida apertura in tema di libertà di opinione. Bastò che la pressione si allentasse un po’ perché le voci di un dissenso soffocato da venticinque anni si levassero in modo fragoroso. Di lì in poi, sembra quasi che un meccanismo misterioso orchestri la tempesta perfetta che nel giro di quindici mesi porterà alla caduta dello scià e all’avvento di Khomeini.

Khomeini a Teheran

Tutto precipita nel volgere di pochi mesi. L’anziano religioso in esilio da quindici anni diventa di colpo la figura di riferimento di un movimento quanto mai eterogeneo, che conta al proprio interno marxisti e islamisti, liberali e nazionalisti, tutti uniti dal desiderio di farla finita con la dittatura dello scià. La fazione di Khomeini finisce col prevalere perché è l’unica ad avere un legame con il Paese reale. Le altre, ridotte da anni alla clandestinità e all’esilio, hanno perso contatto con il popolo. I religiosi hanno moschee su tutto il territorio nazionale e godono della fiducia delle masse popolari. È impressionante notare come fino all’autunno 1978 nessuno, all’interno del movimento rivoluzionario, parli di “repubblica islamica”, che diventa poi di colpo la parola magica, capace di mobilitare tutti sotto la guida di Khomeini. Che ha teorizzato da tempo il velayat-e faqih, la teoria del “Governo del giureconsulto”, tutt’ora alla base dell’ordinamento costituzionale iraniano, ma non ne ha di certo fatto una parola d’ordine della rivolta. 

La prima pagina di Lotta Continua del 17 gennaio 1979

Quanto fu davvero islamica la rivoluzione? 

Probabilmente non nacque come tale, almeno nelle intenzioni di una parte consistente dei suoi protagonisti. Ma è innegabile che fin dal suo inizio, la cadenza degli avvenimenti fu scandita dalle ricorrenze e dai riti islamici e che tutti i suoi leader più importanti erano esponenti religiosi. Un altro fattore decisivo per l’affermazione di Khomeini è quello geopolitico. Alla fine della Guerra fredda mancavano ancora dieci anni e l’Iran, coi suoi duemila chilometri di confine con l’allora Unione Sovietica, era una pedina fondamentale. I servizi segreti dei Paesi occidentali agirono di concerto per far sì che tra le fazioni rivoluzionarie quella islamista prevalesse su quella marxista. Ad esempio, è ormai accertato che quando nel 1983 Khomeini decide di sbarazzarsi dei comunisti iraniani, può utilizzare i dossier che l’agente sovietico Vladimir Kuzichin, un tempo comandante della sezione del Kgb di Teheran, aveva passato alla Gran Bretagna che a sua volta li aveva girati alla Cia che pensò di “girare” il regalo al governo iraniano, in chiara funzione anti-sovietica. 

Il ritorno di Khomeini a Teheran

La rivoluzione iraniana non si realizza tramite un’insurrezione armata, ma con una combinazione frenetica di sedici mesi di proteste, sei di manifestazioni di massa e cinque di scioperi. La guerra imposta dall’invasione di Saddam Hussein sarà poi il mito fondante, capace di ricompattare il Paese contro l’aggressore esterno e di mettere a tacere ogni forma di dissenso, sacrificando di fatto un’intera generazione. La rivoluzione iraniana incise in modo fondamentale sull’Islam politico, sovvertendo la concezione quietista dello sciismo e realizzando una forma del tutto inedita di Stato. Stato che -ristrutturato e rafforzato dal processo rivoluzionario – costituisce oggi la vera risorsa, l’asset più importante dell’Iran nel contesto drammaticamente irrisolto del Medio Oriente del XXI secolo. 

Iran, 1979. Il nuovo libro di Antonello Sacchetti

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “Iran, 1979. La Rivoluzione, la Repubblica islamica, la guerra con l’Iraq”, edito da Infinito edizioni.

La storia dell’Iran non comincia certo nel 1979, ma la rivoluzione, con il suo prezzo altissimo di sangue e di verità, con le lacerazioni insanabili e con le ferite solo in parte ricomposte, è ormai una parte fondamentale, imprescindibile della storia e dell’identità del Paese. Non può e non deve essere assolutamente considerata una “parentesi storica” (come Benedetto Croce definisce il fascismo per l’Italia), o un “incidente di percorso” lungo la strada che porterà forse un giorno a una democrazia liberale di stampo occidentale.

La rivoluzione, oltre a segnare la storia dell’Iran e di tutto il Medio Oriente, ha toccato la vita di milioni di iraniani: ha diviso e lacerato famiglie, distrutto vite e carriere, dato speranze illusorie e liberato energie insospettabili, affossato e realizzato sogni, segnando profondamente l’esistenza sia di chi quegli eventi storici li ha vissuti sia di chi è nato dopo e ne ha toccato con mano e ne subisce tuttora le conseguenze. Ripercorrerne le origini, anche attraverso le testimonianze dirette di chi l’ha vissuta, è un esercizio fondamentale. La rivoluzione, come diceva Mao Tse Tung, non è un pranzo di gala. Nemmeno quarant’anni dopo.

“Ho letto queste pagine con lo stesso ritmo frenetico con il quale sono accaduti i fatti raccontati con passione e precisione da Sacchetti, impressionata, ancora una volta, dalla violenza che sconvolse l’Iran di quegli anni, dal caos e dal terrore come uniche leggi, ma anche dalle tante e complesse ragioni storiche che portarono allo sconvolgimento di quell’area geografica, la cui onda lunga lambisce e condanna ancora oggi tanti Paesi a scenari di guerra e di morte”. (dalla prefazione di Chiara Mezzalama)

Per saperne di più: https://www.infinitoedizioni.it/prodotto/iran-1979la-rivoluzione-la-repubblica-islamica-la-guerra-con-liraq/

 

Prossime presentazioni:

 

Gennaio:
– mercoledì 16 gennaio, ROMA, presso Casetta Rossa, via Giovanni Battista Magnaghi, 14, ore 18,30;
– sabato 19 gennaio, ROVERETO (TN), presso la libreria Arcadia, via Felice e Gregorio Fontana, 16, ore 19,00;
– domenica 20 gennaio,  VILLORBA DI TREVISO (TV), presso la libreria Lovat, via Newton 13, ore 18,00;
– lunedì 21 gennaio, TRIESTE, presso la libreria Lovat, viale XX Settembre 20, (c/o stabile Oviesse, terzo piano), ore 18,00;
– martedì 22 gennaio, MESTRE (VE), presso il Centro Candiani;
– mercoledì 23 gennaio, TORINO, presso la libreria Trebisonda, via Sant’Anselmo, 22. Dialoga con l’autore Farian Sabahi;
– giovedì 24 gennaio, GENOVA, presso il Circolo Arci Zenzero, via Giovanni Torti, 35, ore 17,45.

Febbraio:
– mercoledì 6 febbraio, ROMA, presso il Caffè Letterario, via Ostiense 95, ore 18,00.

Marzo:
– sabato 2 marzo, MILANO, presso la libreria Le Libragioni, via Giuseppe Bardelli, 11. Interviene Gabriella Persiani.
– sabato 9 marzo, PARMA, presso la libreria Diari di bordo, Borgo Santa Brigida, 9.

 

 

 

 

 

La registrazione della presentazione dell'8 dicembre 2018 a Più Libri, Più Liberi con Farian Sabahi e Luca Giansanti. 

Chi era Ruhollah Khomeini

Era il 4 giugno 1989, lo stesso giorno del massacro di Tien An Men. A Teheran si consumava quello che molti definirono l’ultimo atto della rivoluzione iraniana. La morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, è l’atto conclusivo di un processo rivoluzionario iniziato dieci anni prima, culminato con la cacciata dello scià Reza Pahlevi e la proclamazione della repubblica. I funerali di Khomeini, a cui partecipano almeno tre milioni di persone, sono l’ultimo grande evento di massa, l’ultimo grande atto della rivoluzione. Parafrasando Enrico Berlinguer, potremmo dire che quel giorno la rivoluzione iraniana “esaurisce la sua spinta propulsiva”. E il Paese entra in una fase storica diversa. La Storia si diverte a volte a giocare con i numeri: nel 1979 la rivoluzione, nel 1989 la morte di Khoemeini, nel 1999 la rivolta degli studenti, nel 2009 l’apertura di Obama e le elezioni presidenziali quanto mai importanti. Ma chi era Khomeini? Che importanza ha nella storia dell’Iran e del Medio Oriente? Qual è stato il suo contributo al pensiero politico islamico?

 Che rivoluzione è stata?

 A pensarci bene, quella iraniana è una rivoluzione ben strana, avvenuta contro l’apparente logica politica, come la rivoluzione comunista. Marx l’aveva profetizzata per i Paesi industrializzati, come Germania e Inghilterra, e invece si realizzò in Russia e in Cina, economicamente sottosviluppate. Lo stesso paradosso l’ha fatto registrare la rivoluzione islamica, la quale è avvenuta in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. Proprio nell’Iran, dove la tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica. La teologia sciita afferma, già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. Sono tanti gli ayatollah che prendono le distanze da lui e lo criticano anche aspramente. Tra questi, Al Sistani, oggi punto di riferimento per milioni di sciiti iracheni. Non a caso Renzo Guolo definisce quella iraniana una “rivoluzione contro la tradizione religiosa”, che si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

L’impasto ideologico

Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), attraverso diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato La tutela del giureconsulto: il governo islamico.

I suoi discorsi – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta. Certi atteggiamenti lasciano comunque il segno.

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che lo riporta in Iran dopo 15 anni di esilio impostogli dallo scià, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria. “Hich”, “Niente”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Sta di fatto che non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Un’amica, poco più che bambina nel 1979, ricorda ancora oggi: “La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”! Chissà, forse avremmo dovuto capire allora come sarebbe andato tutto quanto”. Quello stesso giorno Khomeini si reca in visita al cimitero di Beheshte Zahra e promette: “Man tu dahan-e in dolat mizanam (Io prendo a schiaffi questo governo)”.

E poi annuncia:

“Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità! “.

Slogan e obiettivi

“Ashura è sempre. Kerbala è ovunque”, amava ripetere Khomeini. Ashura e Kerbala, il tempo e il luogo del martirio dell’imam Hussein, figura chiave dello sciismo. Come dire: per il martirio è sempre il momento giusto. Ma la frase non è sua. Il fondatore della Repubblica islamica riprese una massima di Ali Shariati, filosofo iraniano poco conosciuto in Occidente. Avversario dello scià, formatosi nella Parigi del secondo dopoguerra, Shariati vedeva nello sciismo un movimento rivoluzionario marxista e terzomondista. Alcuni studiosi hanno accostato il suo “sciismo rosso” (che lui stesso distingueva dallo “sciismo nero” dei Safavidi) alla teologia della liberazione che proprio in quegli anni agitava il mondo cattolico. Shariati muore nel 1977, probabilmente ucciso dai sicari dello scià, e non fa in tempo a vedere la rivoluzione iraniana. Ma Khomeini attingerà a piene mani dal suo bagaglio ideologico, conquistandosi – almeno all’inizio – le simpatie della sinistra di tutto il mondo. I primi discorsi di Khomeini da leader della rivoluzione sono prettamente politici, non religiosi. Parla dei bisogni materiali del popolo, promette di dare l’acqua e la luce gratis a tutti. I suoi toni diverranno apocalittici soltanto dopo, nei terribili anni della guerra contro l’Iraq. Allora arriverà a dire che “la rivoluzione non è stata fatta certo per abbassare il prezzo dei pomodori “, ma per redimere il mondo. Visioni profetiche e questioni profane: va tenuto presente che il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il leader

Khomeini è stato senza dubbio un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause lunghissime e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico. Sotto la sua influenza si è formato un’intera generazione di pasdaran, di “uomini nuovi”, fedeli alla Repubblica islamica più che alla famiglia di origine. Quella generazione ha oggi cinquant’anni e con Ahmadinejad ha conquistato i vertici del potere politico per la prima volta. Ma è una generazione orfana, senza un vero capo e quindi destinata a combattersi e a dividersi. Anche perché il mondo intorno non è più quello dell’epoca di Khomeini. Che – a suo modo – aveva previsto il grande cambiamento. L’ 1 gennaio 1989, pochi mesi prima di morire, scrive una lettera al segretario del Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov in cui annuncia l’imminente crollo del comunismo e l’ascesa dell’Islam come pensiero politico negli anni Novanta. Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv. Che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri).

 L’eredità

Cosa rimane di Khomeini? Chi arriva oggi a Teheran sbarca nel grande e modernissimo aeroporto a lui intitolato e vede ovunque sue immagini, negli uffici, nei murales. Ma quello che è avvenuto in Iran dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute all’esterno. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.

Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni ed è quindi nato dopo la Rivoluzione. Khomeini è un’icona da celebrare in pubblico o disprezzare in privato. La Repubblica islamica sopravvive da quasi trent’anni al suo fondatore e per il momento non si intuiscono trasformazioni profonde e immediate. Khomeini è senza dubbio una figura tragica e forse sottovalutata a livello storico. Capace di crimini terribili e di intuizioni politiche notevole. Riflettere su Khomeini può essere utile per cercare di capire l’Iran e il ruolo che ha e avrà nel quadro geopolitico e culturale dei prossimi anni.

Cuore di Tenebra, trasmissione di Radio 3. Puntata del 21 maggio 2011 dedicata alla figura di Khomeini.  Antonella Ferrera ricostruisce la vita del fondatore della Repubblica islamica iraniana, anche attraverso un’intervista ad Antonello Sacchetti divisa in più parti.

Per ascoltare la puntata: Radio3 – Cuore di tenebra

I murales di Teheran

Le città iraniane sono piene di murales che ricordano i martiri, i caduti della guerra contro l’Iraq. Durante gli otto anni del conflitto (1980-88), le strade delle grandi città si trasformarono in un immenso sacrario. Vie intitolate a caduti in battaglia e ritratti di martiri ovunque. Propaganda di regime che ha però un suo fascino particolare. Ecco alcuni esempi di murales di Teheran.

Leggi anche 130 murales di Teheran

 

 

16 gennaio 1979: la fuga dello scià dall’Iran

16 gennaio 1979: la fuga dello scià dall'Iran

“E’ da un po’ che mi sento stanco e ho bisogno di riposo.”, disse così lo Scia’, il 16 gennaio del 1979, quando alle ore 13:08, lasciò l’Iran insieme a Farah Diba. L’ultimo monarca dell’Iran non immaginava nemmeno quale destino lo attendesse: non sarebbe più tornato nel paese, da lì sarebbe iniziata per lui un’odissea interminabile, nessuno lo avrebbe più voluto e sarebbe morto per un tumore, in meno di due anni, nella più assoluta solitudine.

 

Un’odissea umiliante

Assuan, in Egitto, fu la prima tappa dello Scià, che era stato invitato dal presidente Sadat e dalla consorte. Mohammad Reza Pahlavi era scappato dall’Iran già una prima volta, nel 1953 (era andato a Roma), e grazie al golpe della Cia contro il premier Mosaddeq, era riuscito a tornare e a riprendere in mano il potere.

Anche questa volta lo Scià credeva di farcela, aveva scelto un premier apparentemente moderato, Shapur Bakhtiar, e mirava a tornare, dopo che le acque si fossero calmate.

I reali di Persia risiedettero ad Oberoi, un albergo costruito su un’isoletta in mezzo al Nilo, e ad Assuan furono pochissimi coloro che si ricordaron di loro; il Pahlavi ricevette una telefonata da Costantino II di Grecia e una visita del suo medico. Non sapeva dove andare quando l’ambasciatore marocchino si presentò informandolo dell’invito di Malek Hassan II, re del Marocco.

Mohammad Reza Pahlavi giunse a Rabat ma non venne accolto ufficialmente con nessuna cerimonia di Stato. Dopo l’incontro con Hassan secondo, lo Scià rimase per 67 giorni nel suo palazzo, quello di Janan ul Kabir, e fu proprio in questo spazio di tempo che Khomeini tornò in Iran, e la rivoluzione islamica vinse in Iran, l’11 febbraio del 1979.

Malek Hassan di Marocco non voleva rovinare le sue relazioni col nuovo governo iraniano e fu così che lo Scia’ fu costretto ad andarsene; la maggior parte dei suoi fedelissimi, tra militari e ministri, lo avevano già abbandonato e lui, decise di seguire il suggerimento di Kissinger: e cosi’ parti’ per le Bahamas, in America centrale. Mohammad Reza trascorse 70 giorni nelle isole e lì apprese di essere malato, in fase terminale, di cancro. In questo periodo giunse da lui un inviato della regina d’Inghilterra che gli comunicò che il Regno Unito “non era disposto ad accoglierlo nel suo territorio”.

Successivamente un aereo malandato lo trasferì dalle Bahamas fino in Messico, e li trascorse altri 4 mesi, prevalentemente in malattia. Successivamente Carter accettò il suo ingresso negli Usa ma solo per curarsi e cosi’ lo Scia’ raggiunse in silenzio un ospedale di New York.

Lo Scià, il più grande alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, “il gendarme della regione”, rimase a New York solo 54 giorni e in questo arco di tempo venne operato due volte; due settimane dopo il suo arrivo, il 4 novembre, l’ambasciata americana a Teheran venne occupata dagli studenti iraniani ed il corpo diplomatico americano e le spie della cellula della Cia di Teheran vennero presi in ostaggio dai giovani rivoluzionari.

Uscito dall’ospedale, lo Scià non sapeva dove andare e allora venne portato con la consorte in Texas, in un piccolo appartamento, che in passato aveva avuto la funzione di manicomio. Fu quella volta che la regina Farah, iniziò a gridare e protestare, anche perché gli americani avevano imposto ai reali di Persia di stare in quell’appartamento e di non uscire di lì

Dopo due settimane, il governo americano informò lo Scià che la sua presenza negli Usa aveva conseguenze pesanti per il governo americano e che doveva andarsene. Mohammad Reza non aveva altra scelta che obbedire e così si trasferì a Panama.

In un’isoletta trascorse di angoscia, anche perché il governo di Teheran inoltrò a Panama la richiesta di estradizione e Carter pensò di consegnare lo Scià per riprendersi gli americani tenuti in ostaggio a Teheran. Dopo 100 giorni orribili a Panama, su insistenza della moglie di Sadat, lo Scià e Farah tornarono al Cairo.

Il 29 marzo del 1981, lo Scià venne operato all’ospedale Moadi d’Egitto e 4 mesi dopo morì e venne sepolto nella moschea Refai’ del Cairo.

Una lezione per “qualcuno”

Lo Scia’ era stato il principale alleato degli Usa nella regione. Nel 1967 aveva venduto il petrolio durante la guerra dei sei giorni, quando i paesi arabi avevano chiuso i rubinetti del petrolio. L’America lo aveva eletto come suo “gendarme” nella regione e vendeva allo Scià tantissime armi. Era il principale alleato di Israele; grazie all’appoggio politico dell’Occidente aveva instaurato un governo dittatoriale in Iran. “La luce degli ariani”, il Re dei Re, si era persino proclamato erede di Ciro, ma al contrario del capostipite dei persiani, la sua forza non era basata sul consenso popolare.

Quando non servì più, venne abbandonato e umiliato. Oggi in Medio Oriente esiste “qualcuno” di molto simile al regime dello Scià di allora che si sente allo stesso modo potente ed invincibile, forte dell’appoggio degli Stati Uniti. Ma sono passati solo 39 anni da quel 16 gennaio, quando lo Scià lasciò Teheran, e non tornò mai più. (AGI) Davood Abbasi (IRY)

No Ruz. Il capodanno persiano e le sue origini zoroastriane

No Ruz. Il capodanno persiano e le sue origini zoroastriane

L’arrivo della primavera segna l’inizia del nuovo anno in Iran e Afghanistan. In questi due Paesi vige infatti il calendario persiano, noto anche come calendario di Jalaali. Si tratta di un calendario solare che stabilisce gli anni bisestili non mediante una regola numerica, ma sulla base dell’osservazione dell’equinozio di primavera.

Quando è Noruz nel 2019?

L’inizio del nuovo anno non cade automaticamente ogni 21 marzo, ma varia di volta in volta. Il 1398 inizia alle 22:58 e 27 secondi  (ora italiana) di mercoledì 20 marzo 2019, che corrispondono alle alle 01.28 e 27 secondi di giovedì 21 marzo 2019 in Iran.

Il calendario persiano è senza dubbio più esatto dal punto di vista scientifico, con un margine di errore di un giorno ogni 141.000 anni. Il calendario gregoriano, in uso in Occidente, ha invece un giorno di errore ogni 3.226 anni. I persiani furono il primo popolo a preferire il ciclo solare al ciclo lunare. Nella cultura zorostriana, predominante in Persia fino all’avvento dell’Islam, il sole ha infatti avuto un’importanza simbolica fondamentale.

Nell’XI secolo, sotto il regno del sultano selgiuchide Jalaal ad-Din Malik Shah Seljuki, una commissione di scienziati della quale faceva parte il grande poeta e matematico Omar Khayyam, elaborò un nuovo calendario sulla base di uno in uso secoli prima. Il nuovo calendario persiano viene tuttora chiamato calendario di Jalaali, in onore del sultano. Sostituito in seguito col calendario lunare islamico, il calendario persiano viene reintrodotto in Persia nel 1922. L’Afghanistan lo adotta nel 1957, ma denominando in arabo i mesi.

I mesi del calendario persiano

Il calendario persiano è così strutturato:

Farvardin (Marzo 21-Aprile 20)

Ordibehesht (Aprile 21-Maggio 21)

Khordad (Maggio 22-Giugno 21)

Tir (Giugno22-Luglio 22)

Mordad-Amordad (Luglio 23-Agosto 22)

Shahrivar (Agosto 23-Settembre 22)

Mehr (Settembre 23-Ottobre22)

Aban (Ottobre 23-Novembre 21)

Azar (Novembre 22-Dicembre 21)

Day (Dicembre 22-Gennaio 20)

Bahman (Gennaio 21-Febbraio 19)

Esfand (Febbraio 20-Marzo 20)

I primi 6 mesi sono di 31 giorni, i successivi 5 sono di 30 giorni e l’ultimo mese è di 29 giorni, 30 giorni in quelli bisestili.

Festa grande (e zoroastriana)

Il No Ruz (nuovo giorno), primo giorno del nuovo anno, è celebrato da almeno tremila anni ed è in assoluto la festa più importante in Iran. Dopo la rivoluzione del 1979 il governo cercò di ridurne l’importanza, in quanto festa preislamica. Fu però una mossa controproducente. La leggenda vuole che lo stesso Khomeini ci ripensò perché le donne di casa non gli rivolsero la parola per due settimane. È una festa bellissima e colorata. Le scuole e gli uffici chiudono per due settimane. Si scambiano auguri (Ayd-e Noruz Mubarak!) e regali (soprattutto banconote fresche di bancomat). Una sorta di Natale celebrato in primavera, dove tutto deve essere nuove, nel segno della rinascita della vita dopo l’inverno.

Pulizie di primavera

La tradizione vuole che le celebrazioni del No Ruz si aprano 12 giorni prima del capodanno con una pulizia a fondo della casa (Khane Tekani). La giornata prevede anche l’acquisto di fiori e la visita ad amici e parenti.

I fuochi del mercoledì

Alla vigilia dell’ultimo mercoledì dell’anno si celebra la festa del fuoco (Chaharshanbe Surì). Il martedì sera, nelle strade si accendono piccoli falò da saltare dopo aver recitato la formula “Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man”, ovvero il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me. È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce. Si crede anche che in questa notte gli spiriti dei morti possano tornare a far visita ai loro cari.

Tutti a tavola con le sette s

Al momento dell’entrata nel nuovo anno tutte le famiglie si riuniscono intorno alla tavola (sofreh) apparecchiata con sette oggetti che cominciano tutti per s: sabzeh, un dolce di germogli di grano o lenticchie che rappresenta la rinascita; samanu, un budino di germogli di grano e mandorle cotte, che simboleggia la trasformazione; sib, una mela rossa, simbolo della salute; senjed, frutto secco dell’albero di loto, simbolo dell’amore; sir, l’aglio, simbolo della medicina; somaq, una polvere di bacche usata per condire la carne, che rappresenta l’aurora; serkeh, l’aceto, simbolo della pazienza. È inoltre abitudine mettere in tavola uova colorate (che rappresentano la fertilità), acqua di rose, uno specchio a centrotavola e un pesciolino rosso in una boccia di vetro.

Haji Pirooz

Il Noruz ha anche una maschera tradizionale, “Haji Pirooz”. Incarna Domuzi, il dio sumero del sacrificio che viene ucciso alla fine del vecchio anno per rinascere all’inizio del nuovo. Haji Pirooz veste un costume rosso (simile a quello di Babbo Natale) e ha la faccia truccata di nero. Per le strade di Teheran è possibile incontrare persone vestite da Haji Pirooz che ballano e suonano tamburi e trombette per augurare un nuovo anno felice.

Sizdah Bedar

Il tredicesimo giorno del nuovo anno è chiamato Sizdah Bedar. Alcuni lo chiamano “pasquetta persiana” perché è tradizione trascorrerlo all’aperto e in compagnia. Gli antichi persiani credevano infatti che le dodici costellazioni dello zodiaco controllino i dodici mesi dell’anno e che ognuna governi il mondo per mille anni. Il tredicesimo giorno rappresenta perciò l’era del caos, che verrà alla fine dei tempi. Per questo motivo, è opportuno trascorrere Sizdah Bedar fuori casa, per scongiurare i malefici generati dal numero tredici. Alla fine di questa “pasquetta persiana”, il sabzeh messo a tavolo per Capodanno, viene messo sotto l’acqua corrente per esorcizzare il malocchio. Oltre che in Iran, il No Ruz è attualmente celebrato anche in India, Afghanistan, Tagikistan, Uzbikistan, Azerbaijan, Kazakistan e Kirghizistan.

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Sciiti. L’Islam della contestazione

Gli sciiti, chi sono costoro? La lunga crisi irachena ha fatto sì che l’opinione pubblica occidentale venisse a conoscenza della loro esistenza. Ma chi sono davvero? Qualche boxino nei quotidiani ci dice che costituiscono una corrente minoritaria dell’Islam, che sono al potere in Iran e che in Iraq hanno patito una repressione feroce sotto Saddam Hussein.

Gli sciiti costituiscono circa il 10 per cento degli 1,3 miliardi di musulmani del mondo. Di questi, circa 120 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaigian e Bahrein e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In cosa il loro Islam è differente da quello dei sunniti? Perché sono così importanti negli equilibri dell’Iraq del post Saddam? Andiamo con ordine.

Alle origini dello scisma

Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Alì è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, tradizione) credono che sia necessario individuare nella comunità il vicario (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ ah, da cui sciiti, significa partito) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta. Alì (proclamato Imam, originariamente “colui che guida la preghiera”) rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia. Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione.

Differenze dai sunniti

Da un punto di vista dottrinario, le differenze tra sunniti e sciiti sono non tanto teologiche quanto epistemologiche. Mentre i sunniti hanno enfatizzato l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, gli sciiti hanno optato per un’interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede. Per questo gli sciiti sono accusati dai sunniti di aver introdotto la filosofia all’interno del messaggio divino che, secondo loro, non avrebbe alcun bisogno di essere razionalizzato.

Il radicalismo del no

Lo sciismo si caratterizza dall’inizio come rifiuto dell’inautentico, come radicalismo del no, come lotta contro l’ingiustizia. Nel 680 Hussein guida un esercito di soli 72 uomini contro centinaia di kharagiti (fazione sunnita). Hussein e i suoi seguaci scelgono di non arrendersi e vengono tutti uccisi e fatti a pezzi a Karbala, da allora città santa sciita. Il martirio di Hussein è al centro della teologia sciita: la sofferenza e il sacrificio acquistano un significato pregnante, a differenza di quanto accade nel sunnismo che sembra poco avvezzo alla sconfitta. Lo stesso Gesù è considerato un grande profeta, ma la sua morte in croce è – per la maggioranza dei musulmani – un fallimento. Così uno studente universitario di Teheran ci spiega cosa significa essere sciita:

Vuol dire preferire morire con orgoglio che vivere nella paura e nella schiavitù. E’ più importante pensare un’ora che pregare settant’anni. Se dormi tranquillo mentre un tuo fratello sciita ha bisogno del tuo aiuto, allora non sei un musulmano.

Persecuzioni antiche e recenti

La sopravvivenza del ceppo sciita è assicurata da un ramo dinastico di imam discendenti da Hussein (tutti morti violentemente) che si succedono fino all’874, anno in cui il dodicesimo imam, Mohamed al-Mahdi, esce misteriosamente di scena. I suoi seguaci lo considerano nascosto in attesa di tornare e regnare fino alla fine dei tempi. L’Imam, che nel sunnismo è una guida meramente spirituale, nello sciismo assume una rilevanza fortemente politica. Nello sciismo nasce la figura dell’ayatollah (segno di Dio), la cui autorevolezza discende dalla sua vicinanza a Dio.

Ancora oggi la maggioranza dei sunniti considera gli sciiti dei falsi musulmani, una setta di blasfemi da combattere con tutte le forze. Va ricordato che in Afghanistan gli hazara sono stati perseguitati sotto i Talebani e che in Arabia Saudita gli sciiti vivono in una sorta di apartheid politico. I siti web vicini ad Al Qaeda accusano oggi gli sciiti di aver aiutato gli americani a conquistare Baghdad. Mentre al Zarqawi, terrorista giordano, ha a suo tempo definito gli sciiti “uno scorpione ingegnoso e maligno”, un “nemico che veste gli abiti dell’amico”. Gli effetti di questa propaganda non si sono fatti attendere. Il 2 marzo 2004 oltre duecento sciiti che si apprestavano a festeggiare l’Ashura sono stati uccisi in attentati in Iraq (a Baghdad e Karbala) e in Pakistan. Gli sciiti vengono colpiti da Al Qaeda perché costituiscono la fazione più organizzata e più omogenea tra quelle che si contendono l’eredità di Saddam. Qualora si arrivasse a libere elezioni, sarebbero loro il “partito” più forte. Non solo: il clero dell’Iran segue sornione le vicende di Al Sadr e compagni, sapendo benissimo di essere un punto di riferimento imprescindibile per gli sciiti iracheni.

Esempio Iran

Nel XVI secolo la dinastia dei safavidi fa dello sciismo la religione di Stato della Persia. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, diventa il carattere fondante dell’Iran. Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Quando nel 1979 Khomeini conquista il potere in Iran, Michel Foucault commenta: “E’ l’irruzione dello spirituale nel politico”. Lo sciismo come ideologia fornisce agli iraniani la disciplina e l’orgoglio per assumere il controllo del Paese dopo la ribellione alla tirannia dello scià. Khomeini, tra l’altro, esalta la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam (1980-88). Da allora le missioni suicide diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.

Lo sciismo ha un ruolo chiave anche in Libano, dove l’Hezbollah (partito di Dio), finanziato dagli iraniani, si impone come forza politica e militare e nel 2000 costringe l’esercito israeliano a ritirarsi dal sud del Paese, ponendo fine a un’occupazione iniziata nel 1978.

Il grande giornalista Ryszard Kapuscinski spiega così il ruolo della religione sciita nella rivoluzione iraniana del 1979:

Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre all’opposizione, dotati di grande dignità e forte senso dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento.

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr? Venerdì 23 giugno in Iran si è celebrata la Giornata di Qods, cioè la tradizionale mobilitazione in favore della causa palestinese che dal 1980 si svolge l’ultimo venerdì di ramadan 

In una manifestazione a Teheran, il presidente Hassan Rouhani è stato contestato da alcune decine di manifestanti che hanno gridato slogan come “Abbasso il bugiardo, abbasso il mullah americano” e anche “Rouhani, Bani Sadr, buon matrimonio”.

 

La contestazione a Rouhani

Chi è Bani Sadr?

E perché viene accostato all’attuale presidente iraniano? Abolhassan Bani Sadr è il primo presidente della Repubblica islamica, eletto il 25 gennaio 1980 con il 70% dei voti. Rivoluzionario delle prima ora, ed esule a Parigi, era nel gruppo di fedelissimi che accompagnò Khomeini nel trionfale ritorno in patri il 1° febbraio 1979. Pochi mesi dopo la sua elezione a presidente, sorsero contrasti sempre più aspri con lo stesso Khomeini. L’Iran, a causa della crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq, era sempre più isolato a livello internazionale. Bani Sadr, contrario alla presa degli ostaggi americani, entrò in contrasto con diversi esponenti della leadership religiosa, come l’attuale Guida Khamenei e Rafsanjani e, di conseguenza, con lo stesso Khomeini. In una lettera al fondatore della Repubblica islamica, denunciava l’incompetenza di diversi ministri e chiedeva con forza la riorganizzazione delle forze armate. Accusato di tradimento, subì l’impeachment del parlamento il 21 giugno 1981. Con la protezione dei Mojaheddin del Popolo fuggì in Francia, dove ottenne asilo politico e dove vive tuttora.

Rouhani come Bani Sadr? L’affondo di Khamenei

Appena pochi prima della Giornata di Qods, la Guida Khamenei aveva criticato Rouhani:

Nel 1980-81 l’allora presidente polarizzò la società in due campi: i suoi sostenitori e i suoi sostenitori. Questo non si deve ripetere.

Ecco perciò che gli slogan contro Rouhani sembrano seguire una sorta di istigazione alla contestazione. Ad appena un mese dalla sua rielezione, il presidente si trova ad affrontare l’opposizione frontale della Guida. Una contrapposizione tra istituzioni che non è nuova nella Repubblica islamica: ricordiamo che anche Khatami, soprattutto nel corso del suo primo mandato, pagò un vero e proprio accerchiamento da parte della Guida e dei vertici dei pasdaran.

La solidarietà dei sostenitori

Nel 1999 gli studenti chiedevano libertà di espressione inneggiando a Khatami e la polizia e i basij reprimevano il movimento. Si diceva, allora, che l’Iran era l’unico Paese al mondo in cui chi gridava “Viva il presidente della Repubblica” rischiasse di essere arrestato..

I tempi sono cambiati e oggi gli umori popolari corrono molto sui social media. Così, soprattutto, su Instagram e Twitter i sostenitori di Rouhani hanno lanciato una campagna di solidarietà con hashtag  quali “Rouhani non è solo”, “Anche io sono Rouhani”.

Rouhani come Bani Sadr?

La notizia della contestazione è stata ripresa da buona parte dei quotidiani iraniani. Anche tra le testate vicine ai conservatori, non sono mancate voci di condanna dell’accaduto.

Rouhani come Bani Sadr?

Ebtekar: “Contro il repubblicanesimo, contro il popolo”

Iran 1396

Il 20 marzo 2017 è iniziato l’anno persiano 1396. Per gli iraniani è tempo di vacanze (le più lunghe di tutto l’anno), di bilanci e di previsioni. E di manovre e calcoli politici, perché tra meno di due mesi si vota per le presidenziali.

Ce la farà Hassan Rouhani a essere rieletto? E, prima ancora, quali saranno gli sfidanti della contesa?

I quattro anni di Rouhani

Arrivati alla fine della corsa, possiamo tracciare un bilancio del primo mandato di Rouhani. Innanzitutto, va ricordato che gli iraniani lo elessero perché tirasse fuori il Paese dall’isolamento internazionale in cui il suo predecessore Mahmud Ahmadinejad lo aveva confinato negli otto anni precedenti. E Rouhani questo obiettivo lo ha effettivamente raggiunto, anche in tempi rapidi, visto che già nei suoi primi cento giorni di governo arrivò a un’intesa ad interim sul nucleare col gruppo 5+1.

Un cambio di narrazione

L’accordo del 14 luglio 2015 rimane un evento storico, al di là delle conseguenze reali – comunque positive, come vedremo – per l’economia e per i cittadini iraniani. Da quel giorno è più difficile, se non impossibile, rappresentare l’Iran come un attore irrazionale. Il gruppo del 5+1, rappresentante in questo caso dell’intera comunità internazionale, ha lavorato con gli iraniani per anni ed è giunto a un’intesa. Tornare al passato, alla reciproca demonizzazione, sarebbe un controsenso per tutti.

L’economia

Il luogo comune (eh sì, anche in Iran ce ne sono molti..) vuole che con Rouhani l’economia iraniana non sia poi così migliorata. Vediamo nel dettaglio. Nel 2013 l’inflazione era intorno al 40%, nel 2016 era al 7,5%. Per la prima volta in trent’anni il costo della vita è inferiore al 10% e questo è indubbiamente un risultato notevole.

Cosa va

Nel 2014 il Pil registrava un calo del 5,8%, mentre nel 2016 era a + 7%. Il dato più significativo è il raddoppio delle esportazioni di greggio in seguito all’implementazione degli accordi sul nucleare (JCPOA). Nell’anno persiano appena trascorso (quindi nel lasso di tempo dal 20 marzo 2016 al 20 marzo 2017) in Iran ci sono stati 9,5 miliardi di dollari di investimenti stranieri. In forte espansione il turismo: secondo i dati del Ministero del turismo iraniano, nei primi 18 mesi dall’elezione di Rouhani le presenze europee sono cresciute del 240%. Nel 2014 l’Iran ha infatti ospitato 5 milioni di turisti, ma il governo mira a raggiungere i 20 milioni in 10 anni. L’industria turistica iraniana ha creato nel 2014 un valore di circa 6 miliardi di euro, per il 2025 si punta ai 27 miliardi. Il tutto comporta forti investimenti nella realizzazione di hotel e infrastrutture, con una forte ricaduta sull’occupazione.

Cosa non va

Il problema principale rimane la mancata creazione di un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è stata stimata al 12,7% nell’estate 2016. Dato leggermente migliore rispetto all’anno precedente (14,4%) ma ancora piuttosto negativo. Particolarmente grave il dato relativo alla disoccupazione giovanile, attestata al 31,9%.

In generale, il sistema economico iraniano patisce un alto livello di corruzione e inefficienza. La Repubblica islamica segue dei piani economici quinquennali e nel sesto piano – iniziato il 21 marzo – il governo ha puntato molto sul miglioramento dell’efficienza quale contributo alla crescita economica: dovrebbe essere un fattore in grado di garantire il 2,5% della prevista crescita economica dell’8%. Ma non ci sono indicazioni precise su come raggiungere questo obiettivo.  Non esiste, d’altro canto, una vera libertà di mercato in un sistema dominato, nei suoi settori chiave, da entità semi governative.

Banche sull’orlo di una crisi

Particolarmente allarmante la situazione del sistema bancario. Secondo gli esperti, la maggioranza degli istituti di credito iraniani sarebbero sull’orlo della bancarotta. Addirittura il 40% degli asset bancari iraniani sarebbero tossici, compresi crediti in sofferenza. In una situazione simile, il governo sarà costretto a intervenire per salvare il settore bancario e impedire una crisi finanziaria più grave.

Bene, ma non basta

In altre parole, il governo Rouhani ha senza dubbio ottenuti buoni risultati in economia, ma l’Iran avrebbe bisogno di riforme strutturali per sostenere il settore privato e imprimere una svolta di lungo termine all’intero sistema. Per fare questo, avrebbe bisogno di un secondo mandato e di un consenso ampio tra i vertici della Repubblica islamica. Consenso che al momento non c’è: nella riunione dell’Assemblea degli Esperti dell’8 marzo, la Guida Khamenei ha espresso dubbi sull’attuale politica economica del governo.

Politica internazionale: l’asse con Mosca

Oltre al citato accordo sul nucleare, ha un valore storico anche la visita di Rouhani a Mosca a fine marzo. Nel caloroso incontro con Putin, il presidente iraniano sancisce un nuovo asse che modifica non poco gli equilibri del Medio Oriente.

Come spiega Alberto Negri, l’accordo Mosca – Teheran fissa alcuni punti chiave:

rafforzamento delle relazioni strategiche sulla Siria, la conferma che la Russia potrà usare le basi militari iraniane per missioni in Medio Oriente, un accordo di cooperazione sul gas, l’estensione a Teheran della zona di libero commercio dell’Unione economica euroasiatica.
E poi la benedizione di russi e iraniani alla cooperazione con la Turchia, una sorta di trilaterale che si è instaurata con i negoziati di Astana sulla tregua in Siria. In poche parole Mosca e Teheran hanno sfruttato la debàcle di Erdogan nella guerra siriana, dove ha dovuto rinunciare ad abbattere il regime di Bashar Assad, per stringere un’intesa con un membro storico della Nato che è stato per decenni il bastione anti-russo sul fianco sud-orientale dell’Alleanza atlantica. Si tratta evidentemente del maggiore ribaltamento geopolitico regionale perché la Turchia è stato costretta dagli errori di calcolo di Erdogan a spostare il suo asse verso Est nel tentativo di bloccare l’ascesa dei curdi siriani e l’irredentismo di una consistente minoranza che costituisce il vero incubo strategico di Ankara.

Per Rouhani si tratta di un ottimo risultato anche in funzione elettorale: da questo giro di valzer Teheran esce più forte ed è una carta da non sottovalutare nel confronto interno con i conservatori iraniani.

Quali avversari?

Maggio si avvicina e non è ancora chiaro quali saranno gli sfidanti del presidente uscente. I riformisti, per voce di Mohammad-Reza Aref hanno annunciato da tempo che punteranno tutto su Rouhani. Così come il presidente del parlamtno Ali Larijani, proveniente dal campo conservatore, ha dichiarato di “essere un compagno di Rouhani”, anche se non ” intende avere alcun ruolo nelle prossime elezioni”.

Un papabile candidato conservatore è Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad. E’ solo uno dei tanti nomi che circolano da mesi. Ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle primarie del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica), la sigla sotto cui gli osulgarayan, i principalisti, stanno cercando di riorganizzarsi.

Ma la situazione è ancora nebulosa. Anche perché due altri possibili candidati potrebbero presentarsi come indipendenti. Uno è Hamid Baghaei, vice di Ahmadinejad dal 2009 al 2013, lanciato proprio dall’ex presidente, che il 10 marzo ha criticato sia i riformisti sia i principalisti. L’altro nome è quello di Saeed Jalili, ex negoziatore (conservatore) sul nucleare, già candidato nel 2013. Nessuno dei due vuole presentarsi sotto l’ombrello del JAMNA e una loro eventuale corsa finirebbe col disperdere i voti conservatori e favorire così Rouhani.

Un Khomeini per il futuro?

Ci si chiede, infine, chi potrebbe ereditare il ruolo che fu di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, morto due mesi fa, nel campo moderato. Il nome che sta prendendo quota nelle ultime settimane è quello di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

Classe 1972, hojatoleslam (religioso di medio livello), in passato si è attirato le antipatie dei conservatori criticando l’interferenza dei militari in politica. Nel 2016 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura all’Assemblea degli Esperti, suscitando non poche polemiche.

Oggi appare come una figura in grado di collegare il campo riformista-moderato con la vecchia guardia e l’establishment religioso. In un post su Instagram lo stesso Rouhani ha recentemente pubblicato una foto che lo ritrae di fronte a Rouhani, con Rafsanjani che esce di scena.

Una rappresentazione social che sa di investitura politica.

Prepariamoci a una campagna elettorale molto interessante.

1979. L’ultima rivoluzione

Lo scià se ne è andato

“Esteghlal, azadi, jomuri-e islami”. “Indipendenza, libertà, repubblica islamica”. Era questo lo slogan più in voga durante la rivoluzione che caccio lo scià dall’Iran nel 1979. Tre grandi obiettivi, proprio come “Liberté, egalité e fraternité” nella Rivoluzione francese. È qui l’origine di molti equivoci sull’Iran: quella del 1979 non nasce come una rivoluzione islamica: è innanzitutto la rivoluzione contro il governo corrotto e impopolare dello scià Mohammad Reza Pahlevi. Vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica.

Da dove nasce la rivoluzione

Nel suo memorabile libro reportage “Shah-in- shah”, Ryszard Kapuscinski afferma che le rivoluzioni avvengono “quando il popolo smette di avere paura”. Nel 1978 per gli iraniani la misura è colma. Il paese vive da anni una crescita economica squilibrata e schizofrenica: i profitti del boom petrolifero sono nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione è povera e analfabeta. L’Iran pre rivoluzionario è decritto dai media occidentali come il paese di Soraya e delle feste a corte, ma la realtà è molto più cupa e difficile. Incapace di garantire un vero sviluppo del paese, lo scià si è chiuso in un’autocrazia feroce e sorda ai bisogni del popolo. La sua è una figura più appariscente che autorevole. Vuole modernizzare l’Iran ma ama troppo la bella vita per essere davvero per l’Iran quello che quarant’anni prima è stato Ataturk per la Turchia.

Il precedente di Mossadeq

Lo scià compie il primo grande e tragico errore nel 1953, quando stronca l’esperienza del governo del nazionalista Muhammad Mossadeq, “colpevole” di aver nazionalizzato la Compagnia anglo-iraniana del petrolio. Il suo è un vero e proprio colpo di Stato, sostenuto dagli Stati Uniti attraverso l’operazione in codice Ajax. Da allora in avanti lo scià governa con sempre più ferocia, affidando alla famigerata polizia segreta Savak l’eliminazione di qualsiasi forma di dissenso. In politica estera si lega sempre più strettamente agli Usa, diventando il gendarme degli americani in Medio Oriente. Nel 1960 riconosce lo Stato d’Israele, isolandosi dai paesi arabi. Tre anni dopo vara la cosiddetta “Rivoluzione bianca”, un pacchetto di riforme sociali ed economiche per dare all’Iran uno stile di vita occidentale. Il clero sciita si oppone fermamente e comincia qui la lunga contrapposizione tra “turbanti” e “corona”.

Esteghlal

È qui che nasce il desiderio della “esteghlal”, della vera indipendenza. Lo scià umilia il sentimento nazionale persiano, da sempre fortissimo, imponendo condizioni umilianti: i militari americani godono dell’immunità assoluta in Iran. Per cui, se un marine uccide o violenta un’iraniana, non può essere né arrestato né processato. Non solo: ci sono postazioni militari, lungo il confine con l’allora Unione Sovietica, che sono di fatto nelle mani degli americani. I soldati iraniani vengono portati lì bendati, per impedire che sappiano l’esatta ubicazione dei centri di osservazione. Ostaggi nella loro patria.

Azadi

La libertà è un miraggio. Nel 1975 tutti i partiti vengono messi fuori legge a eccezione di quello della Rinascita nazionale iraniana (Rastakhiz) legato allo scià. In politica estera vengono rafforzate le relazioni con i paesi comunisti, riallacciando anche i rapporti con il blocco dei paesi arabi, escluso l’Iraq. La Rivoluzione bianca si rivela un fallimento, perché il tenore di vita aumenta solo per gli strati più alti della popolazione. La Savak affina i metodi di tortura e interrogatorio grazie anche alla collaborazione con il Mossad, i servizi segreti israeliani. Tutto questo non è recepito dagli Stati Uniti che considerano a considerare lo scià un alleato affidabile. Ancora nel capodanno 1977, a poco più di un anno dalla vittoria della rivoluzione, il presidente Jimmy Carter vola a Teheran per brindare con lo scià. E un rapporto del Dipartimento di Stato Usa indica Reza Pahlevi come la figura di riferimento per gli Usa del decennio futuro. A Washington, evidentemente, non sanno nemmeno che lo scià è malato gravemente.

Jomuri-e Islami

La bomba è pronta, serve solo la scintilla che accenda la miccia. Perché la rivoluzione scoppi, è necessario che lo scià si scontri frontalmente con l’unico antagonista possibile che sia condiviso da tutti gli iraniani: il clero sciita. Quando un quotidiano (controllato, come tutti i media, dal governo) insulta e offende l’Ayatollah Khomeini, in esilio ormai da vent’anni, molti iraniani si sentono offesi, denigrati nella loro identità. Qualcuno non sa nemmeno chi sia Khomeini, ma il fatto che lo scià lo abbia attaccato, ne fa un eroe. Non va poi dimenticato che le moschee sono l’unico luogo in cui è possibile incontrarsi e parlare, l’unico potenziale centro di cospirazione. Il solo luogo che lo scià non può chiudere con la forza. Ma il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. L’opposizione allo scià è un insieme di movimenti diversi tra loro, accomunati dal desiderio di trasformare una società in ebollizione continua. L’Iran vive un processo di urbanizzazione radicale, quasi violento per un paese che all’inizio dell’Ottocento era popolato per metà da popolazioni nomadi. Basti pensare che nel solo 1978, l’anno che precede la rivoluzione, Teheran vede aumentare la popolazione di un milione di persone. Quella che era un piccola città ancora all’inizio del Novecento, è una megalopoli assediata da un sottoproletariato che si è lasciato alle spalle la vita contadina attirato dal miraggio di una vita più semplice e si è ritrovato senza aiuto e senza speranze.

Islam come ideologia

Come profetizzato dal filosofo Ali Shariati, lo sciismo fa parte della cultura iraniana e il movimento rivoluzionario deve servirsene per dare una giusta interpretazione agli eventi storici. L’Islam diventa un’ideologia terzomondista, l’unica in grado di tenere insieme un movimento così eterogeneo. Anche perché gli iraniani sono un popolo più incline ai movimenti che ai partiti. Da qui anche la posizione fallimentare della sinistra marxista (soprattutto il partito comunista Tudeh), che non riesce a conquistare mai una posizione ri di rilievo nel movimento rivoluzionario, rimanendo troppo legata a posizioni filo sovietiche o filo cinesi, non divenendo mai un movimento nazionale.

Come crolla un regime

E la fine dello scià avviene quasi naturalmente, per cedimento strutturale. Le grandi manifestazioni di piazza sono quasi sempre pacifiche e coinvolgono via via sempre più persone. La repressione bieca dell’esercito scava un solco profondo tra lo scià e il paese. Se in una manifestazione ci sono dei morti, 40 giorni dopo, come prevede l’Islam sciita, si fa un nuovo corteo di commemorazione. E se anche allora ci sono vittime, si aspetteranno altri 40 giorni per un altro corteo. E così i mesi tra la fine del 1977 e il 1979 sono scanditi da queste manifestazioni enormi. Quando il 16 gennaio 1979 lo scià abbandona il paese, nessuno immagina che da lì a poco sarebbero stati i mullah a governare. Anche perché il processo di islamizzazione della rivoluzione è rapido ma non immediato. Il referendum che il 30 marzo 1979 stabilisce che l’Iran sarà una repubblica islamica è approvato col 98,2 per cento dei sì. Ma attenzione: in ballo non c’è tanto una forma di governo, quanto la forma di Stato. La repubblica – agli occhi dei rivoluzionari – non poteva che essere islamica. Non popolare o democratica, formula troppo marxiste. Il quesito chiedeva soltanto un sì o un no. Il primo presidente eletto era il laico Bani Sadr, costretto alla fuga nel 1981. In due anni avverrà di tutto: l’eliminazione delle opposizioni, la repressione, la presa degli ostaggi nell’ambasciata americana. E soprattutto la guerra con l’Iraq. Quando una rivoluzione è aggredita, si rafforza. Come per quella francese e quella bolscevica, anche la rivoluzione iraniana è battezzata da una guerra imposta. E ne esce in piedi. Difficile capire cosa accadrà ora. Se il destino della repubblica islamica è più simile a quello della monarchia dello scià nel 1979 o a quello della repubblica popolare cinese del 1989, dopo Tien An Men.

Dopo Rafsanjani

Di fronte alle immagini dei funerali di Akbar Hashemi Rafsanjani, la sensazione è di non essere più nella semplice cronaca politica ma nella Storia. Sono stati definiti i funerali più importanti dopo quello di Khomeini del giugno 1989. Per molti, quell’evento sancì la fine della rivoluzione che nel 1979 aveva generato la Repubblica islamica. La guerra con l’Iraq era terminata da meno di un anno ed era ancora molto forte la mobilitazione politica delle masse. Ma, in un certo senso, da quel momento in avanti la “spinta propulsiva della rivoluzione” – parafrasando una celebre espressione di Enrico Berlinguer a proposito della crisi polacca del 1981 – comincia a scemare.

Ed è proprio Rafsanjani uno dei protagonisti principali dell’Iran post rivoluzionario, a guidare la ricostruzione del Paese, accettando di buon grado il compromesso tra economia e ideologia. E’ vero, come ha osservato qualcuno, che i funerali di Rafsanjani sono stati lo specchio fedele delle contraddizioni della sua vita e della sua carriera politica.

A commemorarlo c’erano tutti: i conservatori piangevano uno dei fondatori della Repubblica islamica, i riformisti un loro prezioso alleato, soprattutto dal 2009 in poi. La centralità della figura di Rafsanjani è il motivo della grande partecipazione popolare al suo funerale. Un’amica iraniana, certamente non vicina all’establishment politico, mi ha confidato di essere sconvolta per la scomparsa di quello che reputa “comunque un grande personaggio”.

Uno dei brani più interessanti del celebre – e sopravvalutato – Leggere Lolita a Teheran di Azar Nafisi, è quello dedicato ai funerali di Khomeini:

Alle esequie parteciparono anche molti di coloro che avevano sempre criticato Khomeini. Al momento della sua morte il malcontento era così diffuso che le autorità avevano pensato di seppellirlo di notte, in modo da risparmiarsi l’imbarazzo di una partecipazione troppo scarsa alle esequie. Invece erano arrivati a milioni, da tutto il Paese.

Certo, per Rafsanjani non ci sono state le scene di isteria che caratterizzarono i funerali di Khomeini. Ma parliamo di epoche, di personaggi e persino di stagioni climatiche diverse.

Khomeini era il leader carismatico di una nazione che era appena uscita da una guerra lunghissima. Era malato e la sua morte era attesa da tempo,  i funerali si celebrarono in una torrida giornata di inizio estate. Nelle stesse ore, tra l’altro, in cui in Cina si consumava  il massacro di Tien An Men.

Rafsanjani se ne è andato improvvisamente, all’indomani della svolta più importante della politica estera iraniana degli ultimi trent’anni. E la sua uscita di scena ha spiazzato un po’ tutti.

Perché è questo il punto: odiato e stimato, disprezzato o sopportato, Rafsanjani era uno dei padri di questo sistema politico. E i padri si possono anche odiare, ma quando se ne vanno, ci lasciano comunque orfani.

 

 

Il tweet di Zarif: “La rivoluzione ha perso uno dei suoi pilastri, la nazione un fedele patriota, il mondo una essenziale voce di ragione. Riposi in pace”.

Arman-e emruz: L’Iran in lutto per il moderno Amir Kabir

 

 

Aftab-e Yazd: Iran in lutto (Nella foto, i figli di Rafsanjani, Faezeh e Mehdi

 

Un fotomontaggio che gira sui social iraniani

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Tutta colpa di Ciro

Qualcuno ha detto che in Iran il passato è tutto. Quindi non c’è da stupirsi troppo se persino Ciro il Grande, il fondatore della dinastia degli Achemenidi (550 – 330 a. C.) sia divenuto argomento delle cronache politiche in questi ultimi giorni. La figura storica di Ciro meriterebbe di sicuro un lungo approfondimento.

Nella Bibbia, nel libro di Ezra, la costruzione del secondo tempio di Gerusalemme è raccontata attraverso le parole di Ciro: «Il Signore mi ha dato tutti i regni della Terra e mi ha incaricato di costruirgli una casa a Gerusalemme».

«Ascoltatemi in silenzio, isole, e voi, nazioni, badate alla mia sfida» (Isaia, 41,1). In risposta ai dubbi del popolo, il profeta annunzia un liberatore. È Ciro: «Dice il Signore: Sono io che ho fatto tutto, che ho dispiegato i cieli da solo, che ho disteso la terra. Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi. Io dico a Gerusalemme: Sarai abitata, e alle città di Giuda: Sarete riedificate. Io dico all’oceano: Prosciugati! Faccio inaridire i tuoi fiumi. Io dico a Ciro: Mio pastore; ed egli soddisferà tutti i miei desideri, dicendo a Gerusalemme: Sarai riedificata; e al tempio: Sarai riedificato dalle fondamenta».

Ciro è l’unico non ebreo a essere riconosciuto dalla Bibbia se non proprio come profeta, certo come liberatore provvidenziale. A Teheran una sinagoga è ancora oggi dedicata a Ciro.

A Ciro è attribuita anche la prima “Carta dei diritti umani della storia”. Nel cosiddetto “cilindro di Ciro”, un blocco di argilla scoperto nel 1878 a Babilonia dall’archeologo Hormuz Rassam, un’iscrizione in accadico cuneiforme è stata interpretata dagli studiosi come un manifesto per la tolleranza religiosa e la libertà dei popoli. Una copia del cilindro è simbolicamente custodita nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Dicono di lui

Qualsiasi tour turistico include una visita alla tomba di Ciro, a Pasargade. Orgoglio e simbolo di governo illuimnato ancora oggi per milioni di iraniani. L’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi si proclamava addirittura suo discendente e lo omaggiò nel 1971 nelle famose celebrazioni dei 2500 anni di monarchia (ne abbiamo parlato qui).

Subito dopo la rivoluzione del 1979 Sadeq Khalkhali, il famigerato giudice dei tribunali rivoluzionari, chiamato “ayatollah rosso” (perché apprezzato dal Partito comunista iraniano), o anche Kholkholi, “pazzo”, scrive un libro in cui critica ferocemente il passato preislamico dell’Iran e definisce Ciro il Grande «un tiranno, un bugiardo e un omosessuale».

La Repubblica islamica, tuttavia, non ha avuto e non ha nemmeno oggi un rapporto così nettamente ostile nei confronti della figura di Ciro.

Alcuni anni fa l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad sostenne che le azioni di Ciro erano una continuazione delle opere dei profeti. Sotto la sua presidenza, nel settembre 2010, la copia originale del già citato cilindro di Ciro venne “prestata” per quattro mesi dal British Museum al Museo Nazionale di Teheran.

Le polemiche di oggi

Come ogni anno, migliaia di iraniani si sono radunati presso la tomba a Pasargade in occasione della Giornata Internazionale di Ciro il Grande, che nel 2016 è stata celebrata venerdì 28 ottobre, un giorno in anticipo rispetto al tradizionale 29 ottobre, data dell’ingresso di Ciro a Babilonia (539 a.C.).

2016

Complice il giorno di festa (venerdì in Iran è come la nostra domenica), l’afflusso di persone è stato da record, con migliaia di persone accorse sul luogo già dalla sera precedente.

 

‌ «#تخت_جمشید یکی از آثار ارزشمند و بی‌نظیر از دوران کهن در این سرزمین است که نشان از #تمدن ديرين، #حکمت، خرد و مدیریت ملت بزرگ #ایران در کنار یکتاپرستی آن‌ها دارد.» ‌ بخشی از دست‌نوشته حسن روحانی در دفتر یادبود مجموعه تاریخی تخت جمشید، ۹۴/۲/۱۰. ‌ عکس از: حجت سپهوند ‌ تصویر و پست مرتبط منتشر شده در روز بازدید در سال گذشته: https://www.instagram.com/p/2FxRWVw96q/ ‌ #تخت_جمشید #پرسپولیس #پارسه #آپادانا #هخامنشیان ‌

Una foto pubblicata da Hassan Rouhani – حسن روحانی (@hrouhani) in data:

Sul proprio account Instagram il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato una propria foto a Persepoli con questo testo:

Persepoli è uno degli inestimabili e unici lasciti dell’antica storia di questa terra, che dimostra quanto siano antiche la civiltà, la purezza, la speranza e le virtù del grande popolo iraniano, nonché il suo monoteismo.

Fin qui tutto molto bello.

Senonché, pochi giorni dopo, l’Ayatollah Hossein Nouri-Hamedani, uno dei religiosi più autorevoli di Qom, ha criticato pubblicamente le celebrazioni di Ciro:

 

Lo scià diceva ‘ O Ciro, dormi in pace che vegliamo noi’. Ora, un gruppo di persone si sono riunite intorno alla tomba di Ciro e hanno pianto come si fa in genere per l’Imam Hossein. Anche al tempo di Khomeini un gruppo di persone iniziò a commemorare Ciro e Khomeini bollò queste persone come controrivoluzionari. (…) Chi è al potere è stato così negligente da permettere a queste persone di riunirsi?

Il 31 ottobre, il giorno dopo le dichiarazioni di Nouri-Hamedani, il procuratore della provincia di Fars ha annunciato l’arresto degli organizzatori della manifestazione di Pasargade. L’accusa formale non è stata resa nota, ma lo stesso procuratore ha parlato di slogan “anormali e offensivi”.

Tutta colpa di Ciro, evidentemente. Dopo più di 2500 anni il suo fantasma si aggira ancora per la terra di Persia.

Iran e Arabia Saudita

Con l’esecuzione dell’ayatollah sciita Nimr al Nimr Teheran e Riad sono ai ferri corti. Oltre all’Arabia Saudita, diversi Paesi legati a Riad stanno rompendo i rapporti diplomatici con l’Iran (come il Bahrein e il Sudan). Gli Emirati Arabi Uniti hanno preferito declassare l’ambasciatore a “incaricato d’affari”.

Ora una domanda è del tutto naturale: la figura di Nimr al Nimr – in carcere da tre anni e condannato a morte oltre un anno fa – era davvero così centrale per gli iraniani? Difficile crederlo, così come è difficile credere che l’assalto all’ambasciata di Teheran sia stato del tutto spontaneo.

E ancora: nel novembre 2011, sempre a Teheran, ci fu un assalto simile all’ambasciata della Gran Bretagna a seguito di nuove sanzioni sul programma nucleare. Episodio anche quello grave, ma che non ebbe la stessa enfasi dei fatti di questi giorni.

Tutto lascia pensare a una serie di mosse calcolate. Riad giustizia l’ayatollah sciita, a Teheran scatta la protesta (e qualcuno sembrava non aspettare altro..), Riad chiude i rapporti diplomatici.

 

Amici mai

Amici non lo sono mai stati, Iran e Arabia Saudita. Le differenze tra i due popoli e i due Paesi sono enormi. Persiani indoeuropei i primi, arabi i secondi. È una storia fatta di invasioni, guerre, tensioni e pregiudizi. Se l’Iran è una nazione da almeno 2500 anni, l’Arabia è uno Stato “a conduzione familiare”, unico Paese al mondo ad avere nella propria “ragione sociale” il nome della casa regnante, quei Saud al potere dal 1932. Se l’Iran è la terra degli sciiti, l’Arabia è la culla del wahhabismo, l’Islam sunnita più ortodosso e intollerante.

La storia delle relazioni dei due Paesi non è mai stata semplice. Limitandoci al XX secolo, il periodo di minore turbolenza fu dagli anni Sessanta alla caduta dello scià nel 1979. Tra i Paesi vigeva un trattato di amicizia, anche se Riad temeva l’ambizione di Reza Pahlevi di diventare il “gendarme del Golfo Persico”. Grazie al sostegno degli Usa, lo scià aveva infatti messo in piedi un esercito moderno e contendeva a Riad il controllo di alcune isole strategiche.

Cambia tutto con la rivoluzione del 1979. Riad teme il “contagio rivoluzionario” che potrebbe arrivare da Teheran. Anche perché un 20 per cento della popolazione saudita è sciita. E infatti l’Arabia Saudita, insieme alle monarchie del Golfo, sostiene politicamente ed economicamente l’Iraq di Saddam Hussein nella lunga guerra contro l’Iran (1980-88).

Un ulteriore motivo di tensione si ebbe nell’agosto 1987, quando alla Mecca la polizia saudita represse violentemente i pellegrini iraniani che scandivano slogan contro gli Stati Uniti: le vittime furono oltre 400.

Lo stesso Khomeini tuonò contro i sauditi:

Questi wahhabiti vili e empi, sono come pugnali che da sempre hanno trafitto il cuore dei musulmani dalle spalle. La Mecca è nelle mani di una banda di eretici.

I rapporti diplomatici si interruppero da allora fino al 1991, quando si ricomposero sulla scia della guerra del Kuwait, in cui sia Raid sia Teheran si schierarono contro Saddam Hussein.

Negli ultimi anni i rapporti sono stati tesi soprattutto per una rivalità più geopolitica che religiosa. Questa “guerra fredda” ha visto Teheran e Raid schierate puntualmente su fronti contrapposti in tutte le crisi locali, dalla Siria allo Yemen, passando per il Bahrein.

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Un’immagine dal sito di Khamenei: Arabia Saudita e Isis sono la stessa cosa

Perché la crisi attuale

Per cercare di ricostruire i fatti, è fondamentale fare attenzione alla tempistica. Per metà gennaio è previsto l’Implementation day dell’accordo sul nucleare tra Iran e gruppo 5+1 dello scorso 14 luglio: da quel momento cominceranno a essere tolte le sanzioni dalla Repubblica islamica. Fine dell’isolamento politico, ovviamente. Ma di lì a poco avverrà soprattutto un’altra cosa che a Riad non piacerà affatto: Teheran immetterà sul mercato circa un milione di barili di petrolio in più al giorno, con l’obiettivo dichiarato di tornare ai livelli ante embargo di 4,3 milioni di barili al giorno.

Arabia Saudita: un Paese al collasso

Per Riad non è una questione di concorrenza, ma di sopravvivenza. La ricchissima Arabia saudita è infatti un Paese prossimo al collasso economico.  Strano? Mica tanto. Lo spiega benissimo il giornalista investigativo Nafeez Hamed:

Il problema più grande è il petrolio. La fonte primaria delle entrate del regno, ovviamente, è l’esportazione di petrolio. Negli ultimi anni, la monarchia ha pompato a livelli record per sostenere la produzione, per mantenere bassi i prezzi del petrolio, per frenare i concorrenti in tutto il mondo che non possono permettersi di rimanere sul mercato con un margine di profitto così ristretto: tutto ciò lastricando la strada verso la petro-dominazione saudita.

Tuttavia, queste abilità non possono durare per sempre. Un nuovo studio ha previsto che l’Arabia Saudita nel 2028 vivrà un picco di produzione petrolifera, seguito da un inesorabile declino – cioè fra soli 13 anni. Ma il problema non si riduce solo alla produzione petrolifera, ma anche alla capacità di tradurla in esportazione per contrastare gli alti tassi di consumo domestici. Un rapporto di Citigroup prevede che la bilancia commerciale crollerà a zero entro 15 anni. Questo significa che le entrate statali, 80% delle quali provengono dalla vendita di petrolio, puntano verso il precipizio.

Come successo con i regimi autocratici di Egitto, Siria e Yemen, in tempi duri il primo taglio alle spese riguarda i sussidi. In questi Paesi, le continue riduzioni ai sussidi, per contrastare l’impatto dell’aumento dei prezzi del cibo e del petrolio, hanno alimentato direttamente il malcontento sfociato poi nelle rivolte della “Primavera araba”. La ricchezza petrolifera dell’Arabia Saudita, che mantiene sostanziosi sussidi per il carburante, per l’alloggio, per il cibo e altri beni di consumo, gioca un ruolo cruciale nell’evitare quel tipo di disordine civile. Mentre le entrate si prosciugano sempre più, la capacità del regno di limitare il dissenso popolare vacillerà, come successo in altri Paesi.

In Iraq, Siria, Yemen ed Egitto, le rivolte popolari e le guerre civili possono essere fatte risalire al devastante impatto che fattori quali la siccità, il declino agricolo e il rapido esaurirsi del petrolio hanno avuto sul potere dello Stato. Come molti dei suoi vicini, tali problematiche, radicate e strutturali, fanno intendere che l’Arabia Saudita è sull’orlo di una prolungata crisi di Stato, un processo che inizierà nei prossimi anni e che diventerà una realtà di fatto nell’arco di un decennio.

Eppure, sembra che il governo saudita abbia deciso che, invece di trarre una lezione dall’arroganza dei suoi vicini, aspetterà che arrivi la guerra, ma farà di tutto per esportarla nella regione nel folle tentativo di estendere la sua egemonia politica e prolungare la sua petro-dominazione.

È un articolo pubblicato quattro mesi fa. La tempesta perfetta sembra pronta a scatenarsi. Se un conflitto aperto appare comunque piuttosto improbabile, le ripercussioni sullo scenario regionale cominciano a farsi sentire.

Domande sull’Islam/1

Islam sciita

Ospitiamo un nuovo programma dell’IRIB dedicato alle domande sull’Islam. Il programma è  presentato da Davood Abbasi e alle domande risponde, dalla città santa sciita di Qom (Iran), il religioso musulmano l’Hujjatulislam wal Muslimin (titolo della gerarchia religiosa sciita) Mustafa Milani.

La prima domanda è di Francesco Mini di Fucecchio (Firenze). Ecco il suo messaggio:

Cari amici,
approfitto della pagina che avete creato su Facebook e vi porgo la prima domanda: quali sono le principali differenze tra sunniti e sciiti?

ed ecco l’audio della risposta:

Per interagire

Domande sull’Islam
https://www.facebook.com/domandesullislamirib?fref=ts

Potete inviare le vostre domande pure all’indirizzo email

domandeislam@gmail.com

L’Iran nell’era digitale

In L’Iran degli ayatollah nell’era digitale sono riassunte indagini sulla televisione satellitare, l’editoria, la stampa e internet in Iran, con inediti approfondimenti sul mondo dei social network e delle start-up. Seguendo lo sviluppo dei media in questi ambiti, in ognuno di essi si approfondisce la nascita e l’espansione della censura governativa, i mezzi cui ricorre la società per aggirarla e gli aspetti paradossali e contraddittori che emergono da questa interazione. Tanto da domandarci fino a che punto possiamo pensare l’Iran come una società chiusa, in cui i cittadini sono costantemente controllati e messi sotto pressione, e fin dove, invece, può estendersi il controllo del governo nell’era di internet e dei media globalizzati.

Collaborando con Small Media, il sito specializzato nell’analisi e l’approfondimento dell’universo mediatico iraniano, il team di Arab Media Report ha contribuito alla stesura del testo grazie al contributo di Antonello Sacchetti, all’editing di Giulia Ciatto e Valeria Spinelli e al coordinamento scientifico di Azzurra Meringolo.

Per scaricare la monografia in PDF: L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Di seguito, un estratto dell’introduzione di Antonello Sacchetti alla monografia.

Tra il regime islamico e le startup, gli ayatollah sui social network, la rivoluzione del 1979 e una popolazione odierna con una media di 28 anni di età, osservando l’Iran di oggi emergono degli aspetti singolari e delle contraddizioni che lo caratterizzano non solo sul piano sociale ma anche politico e culturale. Queste contraddizioni vengono sottoposte alla nostra attenzione dai mezzi d’informazione globali senza riuscire a ricostruire una quadro completo della Repubblica Islamica, lasciandoci confondere, da una parte, dalla narrativa dei negoziati sul nucleare e le conseguenze economiche catastrofiche delle sanzioni, dall’altra il dibattito sullo sviluppo delle connessioni 3G e 4G e dell’internet nazionale. Viene da domandarsi quale sia la vera faccia dell’Iran, se un paese in cui lo Stato è ancora al lavoro per mantenere viva la “morale islamica” come aspetto caratterizzante della vita pubblica e privata della società iraniana, in cui internet è ancora controllato e la televisione satellitare oscurata dai segnali di interferenza delle stazioni governative, oppure un paese nel pieno del boom tecnologico, i cui cittadini fanno uso di un’ampia schiera di piattaforme di social media per costruire vivaci comunità online. Nata dalla collaborazione con Small Media, il sito specializzato nell’analisi della censura, dei media e della libertà d’informazione in Iran, questa monografia è un progetto esclusivo e inedito in cui, attraverso la chiave di lettura dei mezzi di comunicazione di un paese che emerge così contraddittorio, si tenta di aprire una nuova narrativa, quella dell’Iran nell’era dell’informazione e delle telecomunicazioni.

Si potrebbe ipotizzare che raccontare l’Iran voglia dire, dunque, anche raccontare come i media abbiano raccontato e continuino a raccontare il paese. La cosiddetta “era della comunicazione” comincia – a livello mondiale – proprio quando in Iran nasce la Repubblica Islamica. I leader dei primi anni Ottanta – da Ronald Reagan negli Usa a Margareth Thatcher in Gran Bretagna, da Francois Mitterand in Francia allo stesso Ruhollah Khomeini in Iran – riconoscono ai mass media (e alla televisione in particolare) una centralità nuova, non più meramente strumentale. I media occupano ormai una parte importante nella vita delle persone e quindi dei popoli, non si limitano a “informarli”, ma li “formano” attraverso dinamiche e linguaggi in continua evoluzione. Quando nel 1983 la Repubblica Islamica decide di liquidare definitivamente il Partito comunista Tudeh, non si limita a processarne i leader, ma lo fa in diretta televisiva. I processi proposti in prima serata al pubblico iraniano servono ad elaborare, prima ancora che diffondere, una narrazione ufficiale della rivoluzione, estorta in questo caso attraverso la tortura e la coercizione e condivisa con le masse attraverso la tecnologia. (Si veda a tal proposito il saggio di Ervand Abrahamian, Tortured Confessions Prisons and Public Recantations in Modern Iran, Berkeley, University of California Press, 1999.

Da allora mezzi e linguaggi della comunicazione si sono trasformati radicalmente. Il sistema creato nel 1979 si è dovuto misurare, a più riprese, con scenari completamente inediti: con le televisioni satellitari all’inizio degli anni Novanta, con l’avvento di internet qualche anno più tardi, fino al boom dei social media e della telefonia mobile. Dalle audiocassette con i sermoni di Khomeini che sfuggivano ai controlli della polizia dello scià, siamo passati ai tweet della Guida Khamenei. Un bel salto, indubbiamente. Ma è un cambiamento che riguarda e spiazza, in fondo, un po’ tutti. Alcuni paesi europei, come l’Italia, faticano ancora ad assimilare un cambiamento che ha stravolto i parametri della vecchia comunicazione analogica. Sarebbe perciò un errore limitare lo sguardo sull’Iran a un semplice problema di controlli e censura.

In gioco c’è qualcosa di molto più vitale: l’identità stessa del paese, prima ancora che del sistema politico che lo governa. Proprio per la sua posizione geografica strategica, che lo pone esattamente nel mezzo tra Estremo Oriente e civiltà mediterranee, nel corso di tutta la sua storia l’Iran ha dovuto sempre fare i conti con un dilemma fondamentale: come sopravvivere senza rinunciare alla propria identità. È stato così con l’invasione araba nel VII secolo, con quella dei mongoli nel XIII, con il “Grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna e con la Guerra Fredda nel XX. Avvenimenti storici certamente drammatici e dolorosi, dai quali l’Iran è uscito trasformato ma mai stravolto nei propri caratteri fondamentali. Un esempio su tutti: la Persia è l’unico grande territorio conquistato dal califfato a non subire l’imposizione dell’arabo. Della lingua dei conquistatori viene adottato soltanto l’alfabeto, che sostituisce i vecchi ideogrammi del pahlavie rende più semplice la diffusione della scrittura.

Una delle parole d’ordine delle piazze del 1979 era esteqlal, “indipendenza”. Indipendenza innanzitutto culturale, di valori e di linguaggio. La rivoluzione non nasce come “islamica”, ma contro lo scià e contro la propaganda filo-statunitense. La gharbzadeghi, la “intossicazione da Occidente”, o “Occidentosi”, descritta nel 1962 dall’intellettuale ex marxista Jalal Al-e Ahmad, è innanzitutto un malessere culturale: “Siamo stranieri a noi stessi: è straniero quello che mangiamo e come ci vestiamo, sono straniere le nostre case, stranieri i nostri modi, i nostri libri e, quel che è più pericoloso, è straniera la nostra cultura. Cerchiamo di farci un’istruzione di stampo europeo e ci affanniamo per risolvere qualsiasi problema ci si presenti nel modo in cui lo farebbero gli europei.” Quella descritto da Jalal Al-e Ahmad era la gharbzadeghi degli iraniani; a distanza di cinquant’anni, sembra che anche molti osservatori occidentali soffrano di una sorta di autointossicazione che impedisce di accettare la diversità culturale e di valori alla base del modello politico proprio dell’Iran. Come giustamente ricordato in questa monografia, la Repubblica Islamica, nata dopo la rivoluzione del 1979, “si è definita più di ogni altra cosa in senso culturale”. Il che ha implicato un azzeramento iniziale del sistema precedente, con la chiusura delle università per due anni e una massiccia e rapida islamizzazione dei mass media, del sistema di istruzione e dei canoni estetici e di comunicazione. Canoni che, in questi 35 anni, sono cambiati completamente, in tutto il mondo.

E questa enorme, continua trasformazione ha certamente rappresentato un trauma per il sistema creato nel 1979, che ha dovuto confrontarsi, quasi di colpo, con strumenti e linguaggi del tutto inediti. Si pensi all’avvento delle antenne paraboliche, cominciate a spuntare sui tetti di Teheran nel 1991, in concomitanza con la Guerra del Golfo scatenata da Bush senior contro Saddam Hussein. L’Iran usciva da otto lunghissimi anni di guerra proprio contro l’Iraq. Anni di distruzione, morte e chiusura culturale. Per una straordinaria simmetria della storia, la fine della “guerra imposta” (luglio 1988) è seguita dalla morte dell’Ayatollah Khomeini (giugno 1989) e dalla fine della Guerra Fredda. Di colpo, l’Iran si ritrova in uno scenario completamente nuovo, impensabile soltanto pochi mesi prima. Le parabole per vedere le televisioni satellitari non sono solo un espediente per aggirare la censura dei media statali: sono il simbolo di una nuova epoca sociale. I ragazzi cresciuti sotto i bombardamenti di Saddam e la retorica propagandistica dei media della Repubblica Islamica, hanno adesso “fame di mondo”, vogliono vedere come si vive fuori dal loro paese. Il pretesto, la scintilla che accende questa passione per le antenne paraboliche, è vedere come l’arcinemico Saddam le busca dal “grande satana” (gli Usa). Ma poi le televisioni satellitari entrano nella dieta mediatica degli iraniani e non ne escono più, nonostante siano ufficialmente al bando.

Gli stessi organi di comunicazione della Repubblica Islamica sono stati costretti ad adeguarsi, a cercare di non perdere completamente il contatto con il pubblico. L’Irib (Islamic Republic of Iran Broadcasting), soprattutto negli ultimi anni, ha intrapreso un processo di modernizzazione notevole, proprio nel tentativo di mantenere la propria rilevanza in ambito culturale. All’interno dello stesso ministero della Cultura e della Guida Islamica, lavorano oggi giovani formatisi all’estero, che parlano perfettamente l’inglese e sono a loro agio con i nuovi strumenti digitali. Per rendersene conto, è sufficiente seguire gli account social del presidente Hassan Rouhani o della Guida Suprema Ali Khamenei. L’effetto è spesso sconcertante per un occidentale: commentare la politica internazionale con una citazione di un Imam sciita dell’XI secolo può in effetti sembrarci bizzarro. Ma è un nostro limite, più che una reale contraddizione. Lo stesso è accaduto con il web. I primi blog iraniani sono nati alla fine degli anni Novanta nelle scuole coraniche di Qom e solo dopo sono diventati talmente popolari da far divenire il persiano, per alcuni anni, la sesta lingua più usata nel web. L’universo dei blog iraniani – il cosiddetto Blogistan – va in crisi con le elezioni del 2009, le contestazioni da parte del movimento verde e la seguente repressione. Molti blog chiudono, altri non sono più aggiornati. Tutto ciò non dipende però soltanto dalla censura: il web si sta evolvendo, cominciano a diffondersi i social media e gli utenti iraniani si spostano su Facebook e Twitter. Dove si comincia a concentrare anche l’attenzione della censura. Anche da questo passaggio l’Iran è uscito trasformato e – in un certo senso – più moderno.

In anticipo di almeno due anni sulle cosiddette “primavere arabe”, durante le elezioni presidenziali del 2009 gli iraniani hanno dato vita a un movimento che ha utilizzato in modo sistematico i nuovi media e che ha svelato al mondo l’esistenza di un’opinione pubblica giovane e vivace. Dopo quella crisi, il modo di raccontare l’Iran non è stato più lo stesso. Ma anche la stessa Repubblica Islamica, nelle sue mille sfaccettature, è una “macchina che impara”. E che da quell’esperienza ha capito che non può rinunciare completamente se non al consenso, quanto meno alla partecipazione del popolo ai momenti decisionali. Come spiegare altrimenti l’esito delle successive elezioni del 2013? Non solo si prevedeva una bassa affluenza alle urne, ma nessuno o quasi avrebbe scommesso sulla vittoria del moderato Rouhani. Sono state decisive le ultime due settimane di campagna elettorale, condotta in modo magistrale dal candidato vincitore, soprattutto nel web e sui social in particolare. Nell’eterno confronto con la modernità – o meglio con i processi di modernizzazione – l’Iran adotta spesso una via indiretta, tortuosa. Il grande iranista italiano Alessandro Bausani parlava di “apparenti re-arcaizzazioni” attraverso le quali l’Iran riesce sempre a venire a capo dei momenti più critici. Forse non è poi così azzardato pensare all’intera esperienza della Repubblica Islamica come una grande reazione al processo di globalizzazione che proprio verso la fine degli anni Settanta diveniva evidente.

In questo lungo viaggio attraverso il problematico rapporto tra Repubblica Islamica e comunicazione, occorre sempre ricordare che in Iran la censura è un dato storico, nato molto prima della rivoluzione e intrinseco forse alla stessa concezione storica del potere politico. La richiesta di libertà di espressione e di democrazia degli iraniani di oggi, non è figlia soltanto dei 35 anni di Repubblica Islamica, ma affonda le proprie radici nel movimento politico che nel 1906 portò alla Rivoluzione costituzionale. L’Iran fu allora il primo paese musulmano a dotarsi di una Carta. Quel processo democratico non si è mai del tutto interrotto e rivive oggi in forme diverse, con strumenti, linguaggi e urgenze in continua evoluzione. Questa monografia si apre appunto con l’analisi dell’evoluzione generale della censura nella Repubblica Islamica. La scelta di porre le basi della regolamentazione dei media sull’Islam politico è stata la prima fonte di problemi controversi. Attraverso la descrizione del contesto ideologico da cui prende forma la Costituzione iraniana e delle leggi che regolano la libertà di espressione nel paese, il primo capitolo chiarisce il ruolo attribuito ai media nazionali quali armi da puntare contro le ingerenze straniere per combattere l’invasone culturale dell’Occidente, una paura alimentata dalla politica filoccidentale del regime Pahlavi. Con l’analisi dei testi legislativi, si fa invece luce sull’ambiguità normativa che vige nel paese e che rende l’azione della censura imprevedibile e discrezionale.

Per riportare la fumosità di queste norme alla realtà, nel testo sono riportati due esempi esplicativi di come agisce la censura in Iran: il caso del sito di informazione sull’innovazione digitale e tecnologica Narenji e quello della giornalista Marzieh Rasouli, arrestata e condotta nel carcere di Evin, nel luglio 2014,con l’accusa di aver diffuso propaganda antigovernativa. Nel secondo capitolo viene analizzato nel dettaglio il controllo che lo stato esercita su internet. Descritto come un “sistema triangolato”, in cui il governo adotta misure di prevenzione, intercettazione e reazione per esercitare la propria censura anche in rete e proteggere la natura islamica della repubblica, non solo si entra nel dettaglio nell’analisi degli strumenti di controllo (dai software per filtrare i contenuti internet al reindirizzo dns) e del palinsesto che forma i vari organi preposti a questo scopo sorti dopo le proteste del 2009, ma si affronta l’argomento anche da un’altra prospettiva, ovvero quella della società e dei mezzi utilizzati dai cittadini iraniani per aggirare le misure di controllo, come vpn e proxy. Grazie a delle infografiche, si è riusciti a riassumere il caotico quadro della censura su internet, ricostruendo il dedalo amministrativo di uno dei temi più incandescenti dell’Iran contemporaneo che ha portato la Repubblica Islamica a essere etichettata da Reporter Senza Frontiere come “uno dei dodici nemici di internet”. Un altro mezzo di informazione controverso e dibattuto è la televisione satellitare. Le prime parabole iniziarono ad apparire dopo la fine della guerra contro l’Iraq, all’inizio degli anni Novanta, e con esse una sfida che continua a mettere a dura prova la capacità di controllo del governo iraniano. Per questo nel terzo capitolo si approfondisce il ruolo che gioca la televisione di Stato, l’Irib, nel panorama mediatico nazionale e internazionale. Si fa qui luce sull’evoluzione della politica iraniana in merito alle parabole dalla loro comparsa sino ad oggi e la relazione con i canali satellitari in lingua persiana trasmessi in Iran e prodotti all’estero. Anche in questo ambito è descritta l’azione della censura e dei mezzi tecnologici con i quali il governo combatte la guerra dell’informazione contro “l’invasione culturale” dell’Occidente. Inoltre il capitolo è accompagnato da un’analisi dell’evoluzione della rappresentazione femminile nella televisione e nel cinema iraniani, con riferimenti alle attrici che hanno intrapreso atti di resistenza al codice di abbigliamento islamico. Conoscere l’evoluzione dei mezzi d’informazione iraniani vuol dire capire l’evoluzione della sua società. Un’affermazione che è sicuramente possibile riscontrare nell’uso che le minoranze religiose e sessuali iraniane hanno saputo fare di internet. Spesso vessate, discriminate o addirittura messe al bando, come la comunità baha’i, essere hanno sfruttato internet per rivendicare un proprio spazio in cui esprimere la propria identità. Con il quarto capitolo ci si addentra nella varietà di piattaforme online e satellitari in cui cristiani, ebrei, baha’i, lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) sono riusciti a ricavare un rifugio dalla repressione governativa e vivere la propria fede o la propria identità sessuale. Dalle messe trasmesse in tv dalla “Chiesa domestica” alle università clandestine baha’i online, dalle chat di incontri per Lgbt al contro attacco dei conservatori, l’analisi è ricca di esempi di come il governo e queste comunità clandestine si muovano fra tolleranza e illegalità. Il quinto capitolo è dedicato all’editoria che in fatto di censura rappresenta un ponte di continuità fra il regime Pahlavi e Repubblica Islamica. Questo capitolo si apre con l’eredità dell’epoca Pahlavi ripresa dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica (Mcgi) e spiega la sua azione nel campo culturale ed editoriale iraniano.

Come per l’approfondimento sulla televisione satellitare, anche in questo caso si è resa necessaria un’analisi del suo sviluppo durante le diverse presidenze che si sono succedute dal 1979 ad oggi, in termini legali, politici e sociali. Così si viene a conoscenza che in risposta a una stretta della censura sotto il governo di Ahmadinejad, gli editori iraniani si sono organizzati creando proprie piattaforme per ebook nel tentativo di aggirare la censura, mentre altri scrittori, incessantemente respinti dal Mcgi, hanno smesso di scrivere. L’ultima parte della monografia è interamente dedicata agli aspetti più recenti del panorama mediatico iraniano, ovvero i social media, le start-up e lo sviluppo della fibra ottica. Nelle più diverse esemplificazioni in cui questi temi si concretizzano in Iran, il raffronto con il governo attuale è costante. Rouhani all’alba della sua elezione, si è presentato come il candidato eletto dagli iraniani desiderosi di cambiamento. “Viviamo in un’epoca in cui limitare la circolazione delle informazioni è impossibile”, sono le parole con cui ha manifestato le proprie posizione in merito alla censura del regime, e dall’inizio del suo governo sono numerosi gli scontri con la Guida Suprema e i rappresentanti più conservatori sul cambiamento tanto desiderato dai suoi elettori, primo fra tutti quello del controllo governativo di internet.

SCARICA IL PDF: L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Le conseguenze della Rivoluzione iraniana

Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

La vittoria della Rivoluzione islamica iraniana nel 1979 è considerata una delle più importanti rivoluzioni politiche internazionali degli ultimi tempi. Gli effetti sulla comunità islamica mondiale, la posizione strategica a livello internazionale dell’Iran e l’importanza del Golfo Persico e del Medio Oriente nello scacchiere mondiale hanno fatto sì che la Rivoluzione islamica fosse un fenomeno, un evento che non ha riguardato solo il popolo iraniano, ma ha avuto, e ha tutt’oggi, una influenza e una portata internazionali. Per questo motivo lo studio e l’analisi delle cause e delle motivazioni che stavano alla base della Rivoluzione islamica, del suo andamento e dei suoi risultati a livello di teoria e pratica politica nel campo delle relazioni internazionali, non sono solo importanti ma anche necessari, in particolare nel quadro degli effetti della Rivoluzione sulle teorie internazionali. A distanza di 36 anni dalla vittoria della Rivoluzione questo aspetto non sembra, infatti, essere stato ancora adeguatamente esplorato.

Probabilmente la ragione di una tale carenza di studi e ricerche su questo specifico aspetto risiede nell’incompatibilità dei principi della Rivoluzione e dei fattori che l’hanno portata al successo con le categorie interpretative del pensiero politico moderno, che non riescono a spiegare in maniera esaustiva e convincente tale evento, oppure nel rifiuto di impegnarsi in tal senso basato su una aperta ed esplicita opposizione, nel campo delle relazioni internazionali, nei confronti della Rivoluzione islamica stessa.

Una corrente di studiosi e intellettuali ritiene che la Rivoluzione islamica sia priva di ogni genere d’influenza effettiva nel campo delle relazioni internazionali, mentre un’altra non solo afferma che questa influenza ci sia stata, ma che è stata anche notevole. Una terza corrente è quella che ha, da una parte, approcciato la Rivoluzione islamica attraverso la presentazione dei principi, delle dottrine spirituali, delle norme etiche che ne stanno alla base, e solo in ultimo del suo ordinamento politico e sociale, e dall’altra ha illustrato in che modo la visione politica dell’Islam, il “risveglio” islamico e il rafforzamento dei movimenti islamici hanno avuto un ruolo fondamentale nell’indebolire le stesse radici culturali e filosofiche e le basi teoriche del pensiero politico moderno nel campo delle relazioni internazionali e far rifiorire e rafforzare, di contro, una visione spirituale e religiosa dell’esistenza e quindi anche della politica stessa.

Bisogna considerare che i legami tra le teorie delle relazioni internazionali e la Rivoluzione islamica iraniana non sono solo diretti, bensì le idee, i pensieri e gli obiettivi della Rivoluzione hanno prodotto dei mutamenti che hanno influenzato le relazioni internazionali anche in modo indiretto.

Lo sviluppo degli ideali della Rivoluzione nelle relazioni internazionali e l’Islam politico

La Rivoluzione islamica non ha solo avuto un’influenza sulle analisi tradizionali incentrate sull’andamento e lo sviluppo delle rivoluzioni, bensì ha anche rafforzato gli studi sull’influenza delle rivoluzioni sulle politiche estere e le relazioni internazionali.

Questo nuovo approccio si è focalizzato su due aspetti della Rivoluzione islamica.

Il primo è incentrato sulla modalità dell’influenza della Rivoluzione islamica sulla politica estera avente come attore un “governo rivoluzionario”. Ad esempio, Fred Halliday, attraverso l’analisi delle politiche estere dei paesi rivoluzionari, ha studiato il ruolo delle grandi rivoluzioni nelle relazioni internazionali, sottolineando come la più grande particolarità delle politiche estere dei paesi rivoluzionari come la Repubblica Islamica dell’Iran è la loro internazionalità, ossia il perseguimento di obiettivi che vanno oltre i meri interessi nazionali. I paesi rivoluzionari, in altre parole, cercano di modificare e riformare l’ordine internazionale vigente. Halliday pensa che la Rivoluzione islamica presenti un aspetto di internazionalità addirittura maggiore di quello di altre rivoluzioni come quella Russa e Francese, per cui gli obiettivi ideologici relativi all’ordine mondiale hanno una posizione particolare nella politica estera della Repubblica Islamica dell’Iran (cfr. F. Halliday, Revolution and world politics, Basingstoke, Palgrave, 1999).

Il secondo aspetto studiato è la modalità dell’esportazione della Rivoluzione in altre società e contesti culturali. Diversi studiosi hanno cercato di analizzare l’influenza della Rivoluzione islamica, e questa letture teoriche si sono sviluppate soprattutto intorno all’esportazione della Rivoluzione islamica e dei suoi ideali negli altri paesi musulmani, e sono diverse le visioni e le ipotesi analizzate e presentate relativi all’identità, al significato, al concetto, alla politica e ai mezzi per la diffusione e l’esportazione della Rivoluzione islamica stessa. Per chi volesse approfondire questo aspetto, ricordiamo il libro curato da John L. Esposito e R.K. Ramazani, intitolato Iran at the crossroads (Palgrave Macmillan, 2000), nel quale alcuni studiosi ed esperti iraniani, europei ed americani analizzano le conseguenze e l’evoluzione della Rivoluzione Islamica. (Cfr. Ramazani, Revolutionary Iran: Challenge and Response in the Middle East, 1987; Esposito, The Iranian Revolution: Its Global Impact, 1990)

Dopo la vittoria della Rivoluzione islamica, il ruolo dell’Islam come “attore” politico che può influenzare la politica estera e le relazioni internazionali ha subito una forte valenza e ha causato forti “tensioni” nelle visioni ormai consolidate che regolano le relazioni internazionali. Vediamo quindi alcune interpretazioni e analisi del fenomeno “Islam politico”.

Secondo alcuni, l’Islam politico si svilupperebbe dall’incapacità delle visioni principali di gestire le relazioni internazionali, per cui esso viene considerato solamente come una reazione meramente politica nei confronti dell’innovazione culturale e della modernità, una ridefinizione secondaria degli interessi materiali e un tentativo di ravvivare tradizioni ormai anacronistiche (Cfr. Elizabeth Shakman Hurd, “Political Islam and International Relations”, American Political Science Association, Philadelphia, September 2006).

Su questa scia lo studioso e accademico Fred Halliday considera la nascita e l’ascesa dell’Islam politico come un effetto del rifiuto della modernità unito a un nazionalismo politico estremista (Cfr. F. Halliday, The Middle East in International Relations. Power, Politics and Ideology. Cambridge: Cambridge University Press, 2005; ed. it.: Il Medio Oriente – potenza, politica e ideologia, Vita e Pensiero 2007), e lo scienziato politico Bassam Tibi considera l’Islam politico come una reazione all’ordine secolare liberale dell’Occidente in un quadro di ribellione generale contro i “valori” politici e culturali occidentali al fine di istituire un ordine islamico internazionale (Cfr. B. Tibi, “Post-Bipolar Order in Crisis: The Challenge of Politicised Islam.” Millennium 29, no. 3 (2000): 843-860).

John L. Esposito, invece, considera la sconfitta di ideologie secolari quali il nazionalismo e l’arabismo come la causa principale per il ravvivamento dell’Islam politico, che tende a presentare l’Islam come il simbolo, l’esempio, il punto di riferimento nelle questioni riguardanti le relazioni internazionali.

Infine, lo storico Roger Owen considera l’Islam politico come una reazione alla sconfitta delle ideologie e delle soluzioni ambiziose del secolarismo che alcuni regimi in via di sviluppo del mondo islamico hanno utilizzato per legittimarsi (R. Owen, State, Power and Politics in the Making of the Modern Middle East, Routledge 2004).

In breve, elemento comune di queste analisi è che l’Islam politico nascerebbe dalla reazione dei paesi e delle società islamiche alla modernità e alla loro precaria situazione politica ed economica, considerata profondamente ingiusta. Certo, è innegabile il ruolo di questi fattori nella nascita dell’Islam politico, però non possono essere considerati come gli unici fattori. Secondo Elisabeth Shakman Hurd, l’Islam politico è un tentativo moderno di dialettica politica che finisce per scontrarsi con le teorie principali presentate dal liberalismo e dal secolarismo, che relegano la fede e il governo al di fuori dell’ontologia e dell’epistemologia (Shakman Hurd, cit.). L’Islam però è un qualcosa di molto più ampio, variegato e complesso che non può certamente essere così delimitato, che può fornire dei modelli validi anche nel campo delle relazioni internazionali.

La nascita dell’Islam politico come fattore determinante nelle relazioni internazionali mina le basi e le visioni principali di tutte le dottrine di natura laica e secolare riguardanti le relazioni internazionali, che in qualche modo negano l’influenza della religione negli sviluppi e nei rapporti internazionali, anche perché nessuno di queste visioni riconosce il ruolo fondamentale della religione nella politica internazionale. Il paradigma “realista” classico e strutturale in generale nega il ruolo, che a noi appare però evidente, degli elementi e delle strutture non materiali, delle idee e delle visioni di natura religiosa e spirituale nella politica estera e nelle relazioni internazionali. I paesi “liberi” da influenze, valori e condizionamenti di tale natura cercano di perseguire i propri interessi di natura meramente umana e materiale, quindi è inevitabile che l’Islam finisca per essere considerato come un impedimento, un fastidioso ostacolo davanti al perseguimento dei propri interessi nell’ordine internazionale ormai scivolato nell’anarchia.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

I seguaci del pensiero liberale e del neoliberalismo istituzionale difendono valori come la “pace” e la “democrazia” e riconoscono il ruolo indipendente dei valori nelle relazioni internazionali, però insistono esclusivamente sui valori liberali come fattori stabilizzanti del sistema internazionale.

La scuola di pensiero britannica delle teorie delle relazioni internazionali, che può essere considerata una via di mezzo tra il liberalismo e il realismo, cerca di mettere insieme i principi e le teorie di questi due paradigmi, ma si trova comunque in difficoltà nell’identificare e definire il ruolo dell’Islam politico. Al contrario delle pretese e delle aspettative suscitate da questo pensiero, la società internazionale basata sui valori comuni si trova di fatto davanti alla sfida dell’Islam politico che si fonda  su principi e valori differenti (cfr. T. Dunne, Inventing International Society: A History of the English School, Basingstoke, Macmillan, 1998).

Di fronte a questo stato di cose, la presenza di diverse forme di Islam politico come fattori importanti nella politica internazionale costituisce l’occasione buona per rivedere e riformare i principi e le ipotesi su cui si basano le visioni politiche secolari relative alle relazioni internazionali, affinché questa visione predominante possa ridefinire il concetto stesso di “politica” nel dialogo con civiltà, culture e soggetti politici non occidentale e non secolari. Il pensiero predominante nelle relazioni internazionali basato sul laicismo e il secolarismo riconosce solamente se stesso e si autoassegna qualità di “correttezza” e “neutralità”, mentre altri pensieri e visioni che non sono in conformità con questo pensiero sono considerati “errati”. Ma è proprio questo l’ostacolo più importante che impedisce la comprensione e soprattutto l’accettazione di altri pensieri e visioni del mondo.

Osservazioni sul ruolo dei movimenti islamici nelle relazioni internazionali

 Lo sviluppo, l’espansione e il rafforzamento dei movimenti islamici causati dalla vittoria della Rivoluzione islamica hanno, da una parte, creato una grande sfida teorica per il pensiero dominante nelle relazioni internazionali, e dall’altra parte hanno offerto l’occasione migliore per riformare queste stesse teorie e adeguarle allo stato reale delle cose e ai nuovi equilibri sorti nelle relazioni internazionali.

 Questa sfida ha raggiunto un livello ancora più alto dopo la tragedia dell’11 settembre, la salita al potere di Hamas in Palestina, la guerra dei 33 giorni in Libano e la guerra dei 22 giorni a Gaza, soprattutto perché in tutti questi casi i movimenti islamici si ponevano al centro delle relazioni internazionali.

 Alcuni pensatori credono che, così come la fine della Guerra Fredda abbia innescato delle riforme negli assetti teorici e pratici esistenti, così il ruolo dei movimenti islamici in ambito internazionale garantirà necessariamente la riformulazione delle dottrine e il sorgere di nuove teorie al riguardo.

 Vi sono tre caratteristiche dei movimenti islamici che, a livello internazionale e regionale, hanno avuto un riflesso considerevole nelle opinioni e nella letteratura teorica delle relazioni internazionali:

  1. questi movimenti sono “attori” non governativi,
  2. la religione e i principi di ordine spirituale hanno un ruolo determinante nella definizione, nell’espansione e nello sviluppo del loro obiettivi
  3. rilevanti sono il fattore educativo e le motivazione etiche di questi movimenti nel perseguire obiettivi di natura non materiali.

Le diverse concezioni della Religione

Indubbiamente, uno dei più importanti risultati, possiamo dire il messaggio centrale della Rivoluzione islamica, è stato quello di conferire un ruolo importante, anzi fondamentale, alla religione nelle relazioni internazionali. Ciò in quanto la Rivoluzione islamica ha portato alla fondazione di una Repubblica Islamica che è basata sugli insegnamenti religiosi e spirituali, e grazie alla Rivoluzione islamica i movimenti islamici sono stati rafforzati e intervengono in modo determinante nelle relazioni internazionali. Alla fine questi sviluppi hanno fatto sì che l’Islam divenisse, nell’ambito delle relazioni internazionali, una forza attiva e l’alternativa principale, se non il punto di riferimento imprescindibile, per una parte consistente del mondo.

 Il ritorno della religione come fattore decisivo e determinante nelle relazioni internazionali ha dunque lanciato una sfida alla teoria delle relazioni internazionali, dato che, come abbiamo visto, le basi e i valori di riferimento delle teorie e delle visioni nel campo delle relazioni internazionali si rifanno al laicismo e al secolarismo.

Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali,

Le diverse teorie che trattano le relazioni internazionali nell’analizzare e nel giustificare la presenza della religione nei rapporti e negli sviluppi delle relazioni internazionali, hanno assegnato alla religione una posizione diversa in base alle diverse interpretazioni della “religione” stessa. Vediamone quindi alcune di queste interpretazioni:

1.  Secondo una prima concezione di religione, vi sono “esperienze” che non solo generano la fede in Dio, ma la giustificano allo stesso modo in cui le intuizioni auto-evidenti giustificano i principi scientifici. La religione comprenderebbe dunque i credi concernenti l’esistenza che non è condizionata dal creato, credi basati sulla presenza di un Creatore, di forze soprannaturali e metafisiche che gestiscono o influenzano alcuni aspetti della vita dell’uomo che lui non riesce a gestire. (cfr. R. Clouser, Knowing with the Heart: Religious Experience and Belief in God, 2007).

2. La religione viene definita come l’insieme dei comportamenti dei fedeli uniti attorno a un credo, per cui la fede viene descritta così come si manifesta nella società e non come un fattore trascendente, ideologico e immateriale.

3.  La religione viene spiegata nel quadro di concetti come “civiltà”, “cultura” e “identità”.

4. La religione viene considerata come una “dialettica politica” che comprende una serie di concetti logicamente collegati, proprio come un sistema che dà senso ai fenomeni sociali e fornisce loro la possibilità di realizzarsi.

5.  La religione viene considerata come una “struttura analitica” per evidenziare i credi e i comportamenti nelle relazioni internazionali. (cfr. Scott M. Thomas, The global Resurgence of Religion and the Transformation of International Relations, Palgrave Macmillan 2005).

 Le teorie presentate che trattano la religione, per quanto riguarda le relazioni internazionali, vengono inserite in cinque collegamenti logici tra la “religione” e le “relazioni internazionali”:

  1. Religione come una “minaccia per la sicurezza”
  2. Religione come “parte culturale” delle relazioni internazionali
  3. Religione come “base” delle relazioni internazionali
  4. Religione come “dialettica”, “sistema” che governa le relazioni internazionali
  5. Religione inserita nel quadro “teologico” politico internazionale.

Conclusione

La Rivoluzione islamica dell’Iran è stata una rivoluzione internazionale che ha avuto notevoli riflessi teorici e pratici nelle relazioni internazionali. Negli ultimi decenni è stata analizzata e discussa l’influenza “pratica” della Rivoluzione islamica dell’Iran, però i riflessi “teorici” non sono stati ancora considerati o esplorati in maniera adeguata, anche se l’influenza diretta o indiretta della Rivoluzione nel campo delle teorie delle relazioni internazionali è innegabile. Probabilmente non vi sono relazioni “dirette” tra la Rivoluzione islamica e gli sviluppi teorici delle relazioni internazionali, però molti studiosi confermano quantomeno una influenza indiretta.

I riflessi teorici della Rivoluzione islamica dell’Iran, in particolare attraverso la presentazione dell’Islam politico, hanno rafforzato il progresso dei movimenti islamici e il loro ritorno nel campo della politica internazionale, fattori che hanno lanciato anche sfide per le teorie correnti nell’ambito delle relazioni internazionali. Queste influenze teoriche si possono riassumere così:

  1. Riconoscimento del ruolo attivo di enti non governativi e delle loro idee come motivazioni decisive e fattori determinanti nella gestione delle relazioni internazionali;
  2. Il ruolo della religione come base su cui fondare le strutture internazionali;
  3. La maggiore attenzione da riporre al ruolo dei “valori religiosi” e dei “principi spirituali” nell’instaurazione, nell’evoluzione e nell’integrazione delle relazioni internazionale e sociali.

L’influenza teorica più importante della Rivoluzione islamica è stata quella di smascherare la carenza e l’insufficienza del dialettica secolare nelle relazioni internazionali, anche perché gli effetti e gli influssi della Rivoluzione sfidano, come detto, i principi stessi della teoria del dialogo secolare.

Il secolarismo garantisce la distinzione della religione dalla politica. La netta e chiara separazione della religione dalla politica è una delle caratteristiche più importanti del secolarismo. Il secolarismo nelle relazioni internazionali significa non considerare il ruolo della religione come un fattore importante nella gestione degli affari internazionali. Basare le relazioni internazionali sul secolarismo vuol dire raggiungere obiettivi come potere, sicurezza, ricchezza, pace e stabilità privi di moventi e connotazioni religiosi, e impedire che la religione diventi un fattore importante (Cfr. Shakman Hurd, The Political Authority of Secularism in international relations, Princeton 2008; Ashis Nandy, “The Politics of Secularism and The Recovery of Religious Tolerance” in Secularism and Its Critics, ed. Rajeev Bhargava, Delhi: Oxford University Press: 1998; John L. Esposito. “Islam and Secularism in the Twenty-First Century” in Islam and Secularism in the Middle East, eds. Azzam Tamimi and John L. Esposito, New York: New York University Press, 2000). Uno dei principi più importanti del secolarismo nelle relazioni internazionali è quello di considerare lo stato laico come avente il potere esclusivo di governare un paese, quindi dopo che il secolarismo diviene il fattore fondante del potere in un paese lo stato laico diventa l’unica struttura che governa ufficialmente il paese. La vittoria del secolarismo vuol dire la sconfitta della politica basata sulla religione e i suoi principi. In questo caso le autorità del paese evitano l’intervento della religione negli affari politici e rinunciano agli obiettivi che la religione persegue, come la promozione dei valori religiosi e dei principi spirituali all’interno del paese, e alla fine, con la scusa della libertà e del pluralismo religioso, impediscono o tendono a limitare per quanto possibile l’intervento dell’autorità religiosa negli affari politici del paese.

L’istituzione e la stabilizzazione della Repubblica Islamica dell’Iran e il rafforzamento dell’Islam politico, che cerca di istituire un governo islamico anche in altre società islamiche, sfida seriamente la dialettica secolare e i suoi principi, perché il governo islamico è costituito dalla sovranità politica fondata sui principi eterni e universali della religione. Il governo islamico, oltre a seguire i suoi interessi nazionali, cerca di espandersi al fuori dei suoi confini geografici e culturali. Il ruolo dell’autorità religiosa è fondamentale negli affari politici del paese e alla fine, nel quadro dell’ordine politico sociale islamico, il fattore più importante per i musulmani è l’identità e la fedeltà della politica all’Islam. Inoltre, la conservazione dell’identità islamica e del benessere spirituale oltre che materiale del popolo diventano l’interesse principale dello stato, e le frontiere geografiche e culturali non possono limitare la politica estera: solamente il credo e la dottrina che si seguono definiscono il confine, e lo stato islamico ha il dovere di perseguire gli interessi di tutti musulmani.

 

Gh.Ali  Pourmarjan

Consigliere Culturale e Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’ Iran a Roma

Attentato di Parigi: le reazioni in Iran

Agenzia Irna

Negli approfondimenti giornalistici relativi alla strage della redazione del settimanale parigino Charlie Ebdo, si menziona spesso il caso Rushdie . Nel 1989, l’ayatollah Khomeini lanciò infatti una fatwa con cui condannava come blasfemo il romanzo Versetti satanici dello scrittore indiano Salman Rushdie e invitava i musulmani di tutto il mondo a punire con la morte il suo autore.  Rushdie vive da allora sotto sorveglianza (ma il traduttore giapponese del romanzo venne ucciso) e il suo caso ha fatto scuola. Anche allora, come nel caso delle vignette pubblicate dalla rivista francese, era la vita di Maometto ad essere rappresentata in modo considerato sacrilego.

Le reazioni della politica

Sono passati quasi 26 anni e le istituzioni politiche e religiose iraniane hanno condannato la strage di Parigi. Con sfumature diverse, ma in modo piuttosto netto.

La portavoce del ministero degli Esteri Marzieh Afkham ha dichiarato:

“Ogni atto terroristico contro innocenti è estraneo agli insegnamenti dell’Islam”.

Aggiungendo comunque una critica molto forte alla rivista che aveva pubblicato le vignette.

“È inaccettabile approfittare della libertà d’espressione per insultare le religioni e i simboli delle religioni”. E concludendo con una considerazione molto “politica”: atti terroristici come quello di Parigi sono una diretta conseguenza dell’ondata di violenza ed estremismo che ha colpito il Medio Oriente nell’ultimo decennio.

Un chiaro riferimento alla crisi siriana e al supporto dato da Usa ed Europa all’opposizione anti Assad.

Più vago il messaggio del presidente Hassan Rouhani che si è espresso con due tweet in inglese quasi identici e molto generici.

 

La condanna nella preghiera del venerdì

L’ayatollah conservatore Ahmad Khatami (da non confondere con l’ex presidente riformista Mohammad), membro dell’Assemblea degli Esperti, durante il sermone nella preghiera del venerdì (9 gennaio) a Teheran ha affermato:

Condanniamo con forza l’attacco terroristico in Francia e crediamo che l’Islam non permette assolutamente l’uccisione di innocenti, siano essi a Parigi, in Siria, in Pakistan, nello Yemen o Afghanistan. (…) Per questi omicidi sono da biasimare i dollari Usa, le sterline inglese e gli euro dell’Ue. Questi terroristi sono una vostra creazione e sono stati nutriti dal sostegno politico vostro e dei vostri alleati.”

 

La copertura dei media iraniani

I giornali iraniani hanno in media coperto i fatti di Parigi anche in modo dettagliato. Il giornale Iran, legato al governo Rouhani, ha dato ampio risalto all’accaduto, con molte immagini della strage. Anche Press Tv, la televisione statale satellitare (in inglese) segue gli eventi e twitta anche con lo slogan “Je suis Charlie”.

Curiosamente, sono stati i giornali riformisti quelli più cauti nel raccontare l’accaduto. Mentre i conservatori hanno condannato con forza la strage anche per criticare l’estremismo salafita e più in generale l’ISIS e la crisi in Siria e Iraq.

Tra i quotidiani, il più sensibile è stato il riformista Shargh che ha dato ampio spazio all’accaduto e ha pubblicato sul proprio sito e poi twittato l’ultima vignetta di Charlie Ebdo contro il lader dell’ISIS Abu Bakr al-Baghdadi e un collage di foto con i redattori della rivista e il direttore Stephane Charbonnier.

Bazargan, il rimpianto

Raramente mi è capitato di ascoltare giudizi così unanimi su un uomo politico del passato. Mehdi Bazargan, primo premier dell’Iran rivoluzionario, suscita ancora oggi parecchi rimpianti in molti iraniani. Recentemente, in una libreria di Teheran, sfogliavo una sua biografia. Un mio amico iraniano ha osservato la foto in copertina e ha sussurato: “Oggi avremmo tanto bisogno di politici così”. In un’intervista di alcuni anni fa, la scrittrice Azar Nafisi ammise: “Subito dopo la rivoluzione eravamo giovani e irruenti. Criticavamo di continuo Bazargan, che invece era un ottimo statista. Fummo davvero stupidi”.

Nato nel 1907 a Teheran da famiglia azera, Bazargan studiò ingegneria all’École Centrale des Arts et Manufactures di Parigi, Bazargan fu il responsabile del primo dipartimento di ingegneria dell’Università di Tehran negli anni 1940. Divenne poi il responsabile della raffineria di Abadan e della NIOC (Compagnia Nazionale Iraniana del Petrolio) quando Mossadeq nazionalizzò la Anglo-Iranian Oil Compan nel 1951.

Dopo il colpo di Stato made in CIA che sancì la fine dell’esperienza di Mossadeq, Bazargan fu tra i fondatori del Movimento di Liberazione dell’Iran, il cui programma ricalcava in parte quello del Fronte nazionale di Mossadeq. La sua attività politica gli procura diversi arresti, nonostante lui non metta in dubbio la legittimità del ruolo dello scià.

Il 16 gennaio 1979 lo scià Reza Pahlevi scappa dall’Iran. Il 5 febbraio Bazargan diviene presidente del governo provvisorio. Musulmano praticante, ma politicamente liberale, Bazargan comincia a entrare in contrasto con Khomeini al momento della stesura del testo costituzionale. Da laico, capisce che l’istituzione dell’Assemblea degli Esperti condiziona l’intero impianto della nuova repubblica.

La rottura con Khomeini avviene con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana. Quando capisce che la Guida sostiene gli studenti che hanno sequestrato il personale diplomatico, Bazargan e il suo governo si dimettono (5 novembre 1979).

Non è però un addio completo alla vita politica: viene infatti eletto nel primo parlamento (majles) della Repubblica islamica e non smetterà di sostenere le proprie ragioni per un’evoluzione democratica del sistema politico iraniano. Nel novembre 1982 scrive infatti una lettera aperta all’allora presidente del parlamento Akbar Hashemi Rafsanjani, in cui accusa esplicitamente il governo di aver creato “un’atmosfera di terrore, paura, vendetta e disgregazione nazionale”.

Nel momento peggiore della repressione e dei processi farsa trasmessi in tv, Bazargan dichiara pubblicamente che una sua eventuale confessione di tradimento sarebbe da ritenere falsa perché estorta sotto tortura.

Nel 1985 prova a correre per le presidenziali, ma il Consiglio di Guardiani boccia la sua candidatura.

Muore di infarto il 20 gennaio 1995.

La rivoluzione? È un videogioco

1979 revolution Khonsari

Non sapevo che il regista del popolarissimo e contestatissimo videogioco Grand Theft Auto (meglio noto come GTA) fosse di origine iraniana: si chiama Navid Khonsari  . La sua famiglia ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione del 1979 e si è trasferita in Canada.

Khonsari ha firmato alcuni dei videogame più venduti e apprezzati degli ultimi anni (le varie GTA, Max Payne) e ora si appresta a lanciarne uno ambientato proprio in Iran nei giorni della rivoluzione del 1979. La sua società, Inkstories , ha realizzato un prototipo e attraverso la piattaforma Kickstarter, sta raccogliendo fondi per realizzare il primo episodio, intitolato Black Friday, chiaramente inspirato al tragico venerdì nero, quell’8 settembre 1978 in cui le truppe dello scià fecero strage di manifestanti nelle strade di Teheran.

Khonsari Revolution 1979

Non mancano già le polemiche, anche perché il videogioco si ripromette di “riscrivere la storia”. Potrebbe essere anche un esperimento interessante, ma il rischio di strumentalizzazioni politiche – stile Argo – è altissimo.

Ad ogni modo, dobbiamo prendere atto che anche questa è una forma di narrazione e un possibile canale di divulgazione. O di mistificazione. Non serve a niente fare finta che sia “solo un gioco”.

Intervista a Khonsari su Al Monitor (in inglese)

La pagina del progetto su Kickstarter (in inglese)

Iran 1979

Trent’anni sono tanti. Come giudicare in modo obiettivo un fenomeno che appartiene ormai alla storia? Che cosa rimane della rivoluzione iraniana del 1979? In un incontro a Roma nel 2009 l’hojatoleslam (esperto di Islam di grado appena inferiore a quello di ayatollah) Hassan Jusufi Eshkevari ha provato a tracciare un bilancio di questi 30 anni.

Scrittore e giornalista, rivoluzionario della prima ora, Eshkevari ha conosciuto il carcere sia sotto lo scià sia sotto la Repubblica islamica. Venne arrestato nel 2000 dopo aver partecipato a un convegno a Berlino nel quale venne messo in discussione il principio della velayat-e faqih, cioè del “governo del giureconsulto”, il cardine della costituzione iraniana. Accusato di attentato alla sicurezza nazionale, Eshkevari venne condannato dal Tribunale rivoluzionario per il clero a sette anni di carcere, ridotti poi a quattro e mezzo. Uscito di galera nel febbraio 2005, vive oggi a Chiusi (Siena) grazie al sostegno dell’International Pen Writers in Prison Committee.

Un bilancio sospeso

Oggi Eshkevari appare un uomo provato dalle sofferenze, ma pacatamente convinto delle sue idee. In maglione, senza turbante, comincia il suo intervento con il tradizionale ”Be name Khoda”, ”Nel nome di Dio”, formula con cui in Iran devono cominciare tutti i discorsi pubblici. Il suo bilancio di 30 anni di Repubblica islamica si basa sui 5 grandi obiettivi che la rivoluzione si poneva:

1- Libertà. In tutti i campi, con l’eliminazione di ogni tipo di censura.

2- Indipendenza. Iran unito e non più sottomesso alle potenze straniere.

3- Democrazia e partecipazione del popolo alla vita politica.

4- Sviluppo e modernizzazione.

5- Giustizia sociale.

Cosa è stato realizzato di questi punti? Libertà e democrazia sembrano ancora lontane. Più complesso il discorso per quanto riguarda lo sviluppo e la giustizia sociale. Forse l’unico obiettivo centrato in pieno è l’indipendenza (estghlal). Ma non sarebbe nemmeno corretto affermare che la rivoluzione è stata un fallimento totale. Cerchiamo quindi di guardare all’Iran senza i paraocchi del pregiudizio ideologico e cercando il più possibile di calarci nel contesto locale. Di Iran si parla sempre a proposito del programma nucleare e del suo controverso presidente. L’Iran come problema, in poche parole. Siamo ormai abituati a vedere la Repubblica islamica come istituzione identitaria e permanente di quel Paese, quasi facesse parte della sua geografia e a Teheran governassero da sempre i “turbanti”. Questo anche perché oggi la maggior parte degli iraniani (circa il 70 per cento dell’intera popolazione) è nata dopo la rivoluzione e non ha una memoria diretta della cacciata dello scià e dell’avvento di Khomeini. Per noi occidentali, l’errore più grave è considerare l’Iran un monolite di estremismo “fondamentalista”. Quando poi ci capita di visitare Teheran rimaniamo sempre colpiti dalla differenza tra ciò che vediamo e quello che abbiamo appreso dai mass media. L’Iran è un Paese giovane, mediamente più istruito, più aperto e più moderno di tutti gli altri Paesi mediorientali. Definirlo “regime degli ayatollah” è molto sbrigativo e non serve a rispondere a un quesito basilare: perché quel sistema politico resiste, nonostante sia in crisi evidente ormai da anni? Per provare a dare una spiegazione è necessario un passo indietro.

L’ultima (e strana) rivoluzione del Novecento

Lo scià governava con il terrore un Paese profondamente ingiusto: i profitti del boom petrolifero erano nelle mani di 50 famiglie, mentre buona parte della popolazione rimaneva povera e analfabeta. Ma nel 1978 nessuno si aspettava un cambiamento tanto profondo e repentino. Perché la rivoluzione iraniana – è bene ricordalo – non nasce come islamica: vi partecipano forze laiche e marxiste, alleate con i mullah contro il tiranno. E sono tanti a credere che il clero – una volta cacciato lo scià – tornerà nelle moschee, non si occuperà di politica. E’ proprio questo il grande paradosso: la rivoluzione islamica avviene in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. La tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica, ma afferma anzi già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. La rivoluzione si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

Quanto pesa il bazar

Il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il regime ha una base di consenso proprio nelle classi più ricche, che possono fare affari pazzeschi in virtù di un prelievo fiscale praticamente inesistente. In Iran il bilancio statale si basa sui proventi del petrolio, non sulle tasse. Ai cittadini si può dare poco in termini di servizi proprio perché si chiede loro pochissimo in termini di contributi. Il petrolio è probabilmente il più importante elemento di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario. La distribuzione della ricchezza (a dispetto di quanto proclamato dal regime nei sermoni della preghiera del venerdì) avviene ancora dall’alto. Gli iraniani non sono forse meno sudditi oggi di quanto lo fossero sotto i Pahlevi.

Il consenso reale

La borghesia medio alta di Teheran nord è stanca dei limiti alla libertà personale, storce il naso di fronte alla polizia religiosa e manda i propri figli a studiare all’estero, ma poi continua a fare affari con gli ayatollah. I 150.000 giovani che lasciano l’Iran ogni anno sono in genere laureati e possono contare su una rete di contatti solidi in Europa, negli Usa o in Australia. Quando nell’ottobre 2008 Ahmadinejad propone l’introduzione dell’IVA, i bazar delle principali città scelgono la serrata. E il presidente si rimangia il provvedimento. Non dobbiamo pensare ai bazarì come a semplici venditori di tappeti o pistacchi. Nel bazar di Teheran si stipulano accordi miliardari, si decidono investimenti in infrastrutture e movimenti finanziari. Lo stato controlla (direttamente o attraverso le fondazioni) quasi l’80 per cento di un’economia drogata e lascia alle classi più povere le briciole (sussidi all’agricoltura) e qualche occupazione nelle varie fondazioni nate con la repubblica. Ahmadinejad è stato votato proprio dai mostazafin, gli oppressi, i “senza scarpe”. Che sono tanti, ma stanno sicuramente meglio di trent’anni fa. L’Iran dello scià non era solo quello di Soraya e delle feste a corte. Era soprattutto un paese in cui la mortalità infantile era il doppio rispetto ad oggi e in cui era alfabetizzata meno della metà della popolazione. Non dobbiamo dimenticare, poi, che dal 1979 la popolazione iraniana è raddoppiata, passando da 35 a 70 milioni.

La paradossale modernizzazione

Ciò che muta drasticamente sotto la Repubblica islamica è la condizione delle donne: il nuovo diritto civile le considera la metà degli uomini e le esclude dai ruoli chiave delle istituzioni. Ma, paradossalmente, le donne dei ceti più bassi soltanto dopo il 1979 accedono all’istruzione e al mondo del lavoro. Se prima della rivoluzione le studentesse erano meno del 20 per cento della popolazione universitaria, oggi sono oltre il 60 per cento. E basta recarsi una volta in Iran per rendersi conto di quante donne lavorino negli aeroporti, nelle scuole e negli ospedali. La “emancipazione nella dignità”, secondo la formula dello stesso Khomeini, ha senza dubbio prodotto dei risultati positivi. È uno dei ricorrenti paradossi della storia della Persia. Nel 1971 Alessandro Bausani scriveva profeticamente che per sopravvivere l’Iran ha sempre scelto “continue ri-arcaizzazioni, che talora possono apparire, sì, artificiose, ma salvatrici”. La fase autenticamente rivoluzionaria termina con la morte di Khomeini nel giugno 1989. Ciò che viene dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute al di fuori dell’Iran. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.


Trita Parsi: Iran, Israele e la pace possibile

Trita Parsi spiega perché il conflitto tra Iran e Israele sia tutt’altro che inevitabile. In sostanza, riassume in questo TED quanto sviluppato in un suo interessantissimo libro, inedito in Italia, Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran, and the United States. 

Ne avevamo parlato in questo articolo.

 

 

Da Bani Sadr a Rouhani

Da Bani Sadr a Rouhani. Quelle del 19 giugno 2017 sono state le dodicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica iraniana. Il presidente viene eletto a suffragio universale da tutti i cittadini maggiori di 18 anni.

Viene eletto chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti. Se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, i due che hanno ottenuto più voti vanno al ballottaggio la settimana seguente. Finora si è arrivati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando vinse Ahmadinejad. Si può correre solo per due mandati consecutivi.

Nel 2005 il primo turno era stato contraddistinto dall’estrema dispersione del voto. Rafsanjani aveva ottenuto il 21%, Ahmadinejad il 19,5. Seguiti da Karroubi (17,3%), Moeen (13,93%) , Ghalibaf (13,89%), Larijani (5,9%) e Mehralizadeh (4,4%).

 Alla fine era stato determinante l’astensionismo: disertarono le urne quasi 20 milioni di votanti, quasi 5 nella sola Teheran. Questo astensionismo non si è più ripetuto in nessuna delle elezioni (parlamento, assemblea degli esperti, amministrative) che si sono svolte dal 2005 ad oggi.

Sono sette i presidenti che si sono succeduti dopo la cacciata dello scià e la proclamazione della repubblica. Il primo è stato Abolhassan Bani Sadr, eletto il 25 gennaio 1980 e rimasto in carica fino al 21 giugno 1981, quando viene destituito da Khomeini ed è costretto alla fuga in Francia. Gli succede Mohammad Ali Rejai che però viene assassinato il 30 agosto 1981 in uno degli attentati dinamitardi che sconvolgono l’Iran della prima fase rivoluzionaria. Il 2 ottobre 1981 viene eletto Ali Khamenei, attuale Guida suprema. Sarà poi rieletto nell’agosto 1985. Nel 1989 è la volta di Akbar Hashemi Rafsanjani, personaggio ancora oggi molto potente, presidente dell’Assemblea degli esperti e del Consiglio del discernimento, organi importanti nella mappa del potere iraniano. Rafsanjani viene confermato come presidente della Repubblica nel 1993. Quattro anni dopo vince a sorpresa Mohammad Khatami che sarà rieletto nel 2001. Nel 2005, come sappiamo, viene eletto Ahmadinejad, il primo presidente, dopo Bani Sadr, a non far parte del clero sciita. Verrà riconfermato alle contestate elezioni del 2009. Nel 2013, a sorpresa, viene eletto al primo turno il moderato Hassan Rowhani.

I presidenti della Repubblica islamica

Abolhassan Bani Sadr: 4 febbraio 1980 – 21 giugno 1981

Mohammad Ali Rajai: 15 agosto 1981 – 30 agosto 1981

Ali Khamenei: 2 ottobre 1981 – 2 agosto 1989

Ali Akbar Hashemi Rafsanjani: 3 agosto 1989 – 2 agosto 1997

Mohammad Khatami: 2 agosto 1997 – 3 agosto 2005

Mahmud Ahmadinejad: 3 agosto 2005 – 3 agosto 2013

Hassan Rowhani: 3 agosto 2013 – rieletto il 18 maggio 2017, in carica

I doppi standard e il programma nucleare dell’Iran

Nucleare Iran

L’intervento dell’Ambasciatore Seyed Mohammed Ali Hosseini per la Rivista Trimestrale Affari Esteri n. 169 Anno XLV (2013) .

 

Nel nome di Dio

I DOPPI STANDARD  E IL PROGRAMMA NUCLEARE DELL’ IRAN

 

Nel clima pesante  e torbido creato da alcuni mezzi di comunicazione di massa  attraverso la pubblicazione di numerose notizie contradditorie riguardo al programma nucleare iraniano è doveroso fare una riflessione  imparziale e prestare la dovuta attenzione agli aspetti sconosciuti o meno noti della questione.

Il programma nucleare iraniano nel corso del tempo

Il programma nucleare iraniano è cominciato più di mezzo secolo fa, precisamnete negli anni cinquanta sotto la guida e supervisione dello Shah Reza Pahlavi. Nel 1957  l’ Agenzia internazionale dell’ Energia Atomica nacque come organismo  nel quadro della dottrina Eisenhower con il nome di  “ Atoms for peace” ed ad allora rislagono i primi passi concreti iraniani sulla strada del nucleare.Nel 1960  fu fimato il contratto  per un reattore di ricerca  fornito dagli americani per l’ Università di Teheran. “Atomi per la pace” fu un progetto lanciato nel 1953 da D. Eisenhower  in occasione dell’ Assemblea generale delle Nazioni Unite ed era un progetto ambizioso volto a utilizzare la tecnologia nuclerae a fini civili e non bellici.  Così  nel contesto politico di quegli anni, nel 1967, il Re di Persia allineato con gli Stati Uniti d’ America riuscì senza ostacoli a dare l’ avvio alle attività del reattore dell’ Università di Teheran. L’ Iran aderì al Trattato di Non Proliferazione nucleare nel mese di Luglio 1968 e al 1974 risale  l’ accordo sulle salvaguardie tra l’ Iran e l’ AIEA. Lo Shah d’ Iran sempre nel 1974  creò l’ Agenzia per l’ Energia Atomica dell’ Iran  e dichiarò chiaramente i suoi programmi  a lungo termine riguardo al nucleare che andavano molto oltre le potenzialità del paese in quel momento.  La creazione e lo sfruttamento di venti reattori atomici faceva parte di questi programmi che non solo non fu osteggiato dall’ occidente, ma fu oggetto di completo appoggio  da parte di USA , Francia e Germania, che si contendevano l’ esecuzione  dei progetti nucleari iraniani, compresi  l’ arricchimento dell’ uranio e il raggiungimento del ciclo completo del combustibile . Il reattore atomico dell’ Università  di Teheran fu fornito dagli Americani e l’ Iran pagò due milioni di dollari per il combustibile necessario. Nel  contempo la Compagnia tedesca Kraftwerk, successivamnete sostituito da Siemens si impegnò a  produrre il primo reattore  nucleare per la produzione dell’ energia elettrica a Busher simile al modello già costruito in Germania . Il contratto perl a costruzione della centrale di Busher fu firmato nel 1975 e prevedeva il suo completamento nel 1981 per costo di un miliardo di marchi tedeschi. Nello stesso periodo il consorzio europeo  nucleare Eurodif ricevette dall’ Iran centinaia di milioni  di dollari come garanzia per la fornitura di combustibile nucleare  e l ‘ Iran  acquisì inoltre il 10 % delle sue quote al fine di  risolvere alcune problematiche di tipo finanziario. In base ad alcuni documenti l’ Iran partecipò anche al progetto “ laser 2 “ e questi sono solo alcuni esempi della competizione tra i paesi occidentali per conquistarsi un ruolo nei vantaggiosi  progetti  nucleari dello Shah.  Secondi Jeffrey Camp , analista dell’ Istituto Nixon ed in base ad  alcuni documenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite datati 1975 e 1976, l’ Iran sin dall’ inizio aveva espresso ripetutamente il proprio interesse nei confronti della  realizzazione di una tecnologia interna per la produzione del combustibile nucleare, interesse che non solo non fu osteggiato ma in ragione dell’ alleanza  dell’ Iran con il regime Pahlavi, fu sostenuto . Akbar Etemad , il primo Presidente dell’ Agenzia per l’ Energia Atomica iraniana , in una intervista al Figaro  riferì testuali parole attribuite allo Shah  “….. se le condizioni di sicurezza dell’ Iran subiranno dei cambiamenti oppure se un’altro paese della regione dovesse dotarsi di un ‘arma nucleare, saremmo costretti  a considerare l’ acquisizione di armi nucleari una priorità…” . Gli americani nonostante considerassero gli obiettivi imperiali  iraniani a lungo termine , hanno collaborato con lui per realizzare i propri interessi  e lavorare ai danni della pace e della stabilità della regione.

Nel 1979 la Rivoluzione islamica irruppe improvvisamente sulla scena mondiale e la sua vittoria colse di sorpresa gli Stati Uniti d’ America. Il nuovo governo iraniano , nato dalla rivoluzione islamica, ha ritenuto alcuni aspetti del programma nucleare iniziato sotto il regime dello Scià, incompatibili con le fondamenta religiose  ed ideologiche  della Rivoluzione. Parte di queste incompatibilità traeva origine dagli insegnamenti dell’ Imam Khomeini ( s.d.l.p.) improntati al rifiuto della partecipazione a progetti  guerra fondai nella regione e della sottomissione  alle potenze  in oriente e occidente,  promuovendo invece idee di indipendenza  e salvaguardia  della vita dell’ Uomo ;  più di una volta pronunciò parole di biasimo nei confronti dei  governi americano e russo  per la produzione, la proliferazione e l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa . Passarono anni prima che il governo dell’ Iran decidesse di riprendere  parte del programma nucleare  iniziato prima della rivoluzione  e ciò esclusivamente per produrre energia elettrica  e raggiungere  l’ autonomia  nella produzione  di farmaci nel nome del progresso scientifico del Paese.  A quel punto la R. Islamica dell’ Iran chiese ai paesi occidentali , ex partner del regime dello Scià, di onorare i loro impegni contrattuali in considerazione dei lauti  anticipi ricevuti negli anni passati. Purtroppo  gli fu riservato  un atteggiamento completamente diverso da parte dell’ Occidente  rispetto a quello che aveva caratterizzato il periodo precedente  la rivoluzione.

Nonostante il reattore dell’ Università di Teheran fosse adibito alla produzione di radioisotopi necessari alle cure di centinaia di migliaia di malati di tumore e nonostante venisse pagato in anticipo, pressioni americane resero impossibile la sua fornitura  all’ Iran. Tutti i tentativi iraniani , attraverso gli organismi internazionali , in particolare l’ AIEA e il suo Direttore risultarono inutili. Riguardo alla società “Eurodit” , nonostante la presenza iraniana nel suo quadro  azionario  e in violazione del verdetto del tribunale di Losanne , nulla fu mai consegnato all’ Iran  della ingente produzione di “ Yellow cake “ . Una società francese rispettò il proprio impegno  a costruire una centrale nucleare  a Darkwein, vicino ad Ahwaz e interruppe  a metà i lavori già iniziati. Fereidoun Sahabi, il primo  Direttore dell’ Agenzia iraniana per l’ Energia Atomica , dopo la vittoria della rivoluzione, ricordava che le trattative con la controparte  tedesca  per portare a termne il restante  lavoro della Centrale di Busher , completata al 65% , dopo un anno e mezzo  erano ad un punto morto , semplicemente perchè negli operatori tedeschi mancava completamete la volontà  di collaborare con l’ Iran.  Questi sono solo alcuni esempio del deplorevole atteggiamento  dell’ occidente  e dei doppi standard applicati allo stesso paese, prima e dopo la rivoluzione  islamica. Purtroppo  i negoziati  tra l’ Iran e la stessa AIEA per poter comprare  il combustibile  necessario  alle centrali iraniane  e durati sette anni, non hannno portato ai risultati sperati dall’ Iran , che in fine si è visto costretto  a intraprendere la strada della produzione interna del combustabile nucleare. L’ Iran sotto il regime dello Scià era un paese con la metà della popolazione  attuale, con riserve di petrolio  e di gas più ricche e meno vitali  rispetto ad oggi  e in un mondo  dove le questioni  ambientali  riguardo all’ inquinamento  da combustibili fossili  non avevano l’ importanza  di oggi; ciononostante le scelte ambiziose  del regime dei pahlavi riguardo al nucleare, non vennero mai contestate dall’ occidente, che anzi, le sostenne e incoraggiò per evidenti motivi economici e politici.

Sguardo ai principi e fondamenti del programma nucleare iraniano

Principi giuridici

La mancanza di collaborazione da parte dei paesi occidentali controparti dell’ Iran nel programma nucleare  sembrava e sembra  una vendetta per la vittoria della rivoluzione islamica, il rovesciamento dello Sha e l’ avvento della Repubblica islamica in Iran. Questo atteggiamento ostile ha costretto l’ Iran a provvedere  ai suoi fabbisogni  attingendo alle proprie risorse e capacità , in un quadro di legalità e legittimità. Da un punto di vista giuridico l’ Iran è stato tra i primi firmatari  nel luglio del 1968 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare, da sempre e costantemente fedele ai suoi principi ha continuato le proprie collaborazioni con l’ Agenzia Internazionale dell’ Energia Atomica e il suo Statuto nonchè  sugli accordi sulle salvaguardie. Il Trattato di Non Proliferazione nella premessa e negli articoli 1-6 mette bene in luce gli obblighi, i diritti e gli impegni dei paesi aventi l’ arma nucleare( ovvero  i paesi dotati id arma nucleare prima del 1-1-1967) e per i paesi  sprovvisiti di questo tipo di tecnologia.  Gli art. 3 e 4 in particolare evidenziano  la possibilità per tutti i paesi membri  di potersi avvalere della tecnologia nucleare pacifica, considerandolo un diritto inalienabile per tutti i  paesi non soggetto a nessuna discriminazione. L ‘ Iran ha cercato di far valere questo diritto in base alle sue già esistenti  capacità scientifche e tecniche . Il TNP segue le  tre direttive principali della Non Proliferazione, dell’ Uso pacifico dell’ energia nucleare senza discriminazioni e del completo disarmo , esse  purtroppo  però non sono concretamente  realizzate ad esempio i Paesi dotati di arma nucleare non  si sono mossi nella direzione del disarmo ( art, 1 e 6 ) , essi sono stati reticenti a fornire ai paesi in via di sviluppo  tecnologia nucleare ai fini pacifici ( art. 4 e 5 )  e nonostante l’ art.4  hanno posto diversi ostacoli sulla via dell’ Iran per il raggiungimento dell’ energia nucleare civile.

Principi ideologici, religiosi ed etici

Alla luce del fatto che la Repubblica  iraniana è una Repubblica islamica e considerato che  le le leggi e i regolamenti vigenti devono essere conformi alla Carta costituzionale e ai  precetti religiosi  della Sharia , il fondatore  Imam Khomeini aveva più volte pubblicamente condannato  la produzione, l’ uso  e lo stoccaggio delle armi di distruzione di massa e la Guida della Rivoluzione islamica Ayatollah Khomenei considera la produzione e lo stoccaggio di questi armamenti  preludio al crimine e minaccia alla pace mondiale e proprio per questo motivo ha emesso una fatwa dichiarando “Haram” questo genere di armamenti  “ .. secondo noi  oltre all’ arma nucleare  anche altri tipi di armi di distruzione di massa come le armi chimiche e biologiche sono serie minacce contro l’ umanità. Consideriamo l’ uso di questi armamenti  Haram  e lo sforzo per rendere immune il genere umano da questo grande flagello  un compito  che coinvolge tutti noi” (Ayatollah Khomenei nella conferenza sul disarmo – Teheran –  17-4-2010). Queste posizioni hanno già tracciato un quadro giuridico molto preciso per le attività nucleari iraniane al quale la R.I.dell’ Iran si sente impegnata.

Inoltre il potere di Fatwa e la sua influenza nella cultura religiosa e ideologica degli iraniani è talmente forte che nell’ ipotesi improbabile che le convenzioni internazionali e le leggi interne iraniane dovessero consentire l’ utilizzo delle armi di distruzione di massa o se l’ Iran si trovasse in una difficile situazione storica  con particolari necessità di difesa o sicurezza, non potrebbe mai per precisemotivazioni ideologiche , religiose ed etiche , produrre e utilizzare questo tipo di armamenti. Ne è un esempio la mancata risposta iraniana in rappresaglia all’ utilizzo di armi chimiche da parte di Saddam Hussein durante la guerra da questi  imposta all’ Iran e durata ben  otto anni .

Principi tecnici

Da un punto di vista tecnico nonostante gli ostacoli creati dall’ Occidente  alla fornitura  della tecnologia nuclerare all’ Iran sono stati continui gli sforzi del paese per  provvedere in modo autonomo allo sviluppo di  una propria tecnologia nucleare civile al fine di completare il ciclo del combustibile e fornire così il combustibile necessario alle proprie centrali nucleari di ricerca e di produzione di energia elettrica. I risultati di questo costante impegno iraniano, anche  a detta di esperti  stranieri , sono stati brillanti. La volontà iraniana  di sviluppare questa tecnologia  si colloca nel quadro naturale della volontà del paese  di progredire  in ogni ambito tecnico e scientifico così proclama la  Costituzione iraniana  e tutti i programmi  a lungo termini del paese. L’ Iran ha raggiunto  risultati sorprendenti negli ultimi anni  anche in ambiti tecnologici e scientifici quali le nanotecnologie, la clonazione biologica, le cellule staminali, la  conquista dello spazio, il lancio di satelliti di ricerca e lo sviluppo  di industrie strategiche.  Secondo molti esperti alcune tra le conquiste iraniane  sono  di per sè più importanti della tecnologia nucleare, ma alcuni paesi occidentali con precisi  intenti politici cercano di fuorviare l’ opinione pubblica mondiale, ingigantendo i risultati conseguiti dall’Iran nel campo nucleare, quando in realtà questa tecnologia  civile e pacifica, costituisce soltanto una parte del complesso quadro del progresso scientifico del Paese.In base al TNP e allo Statuto dell’ AIEA  i paesi membri del Trattato avrebbero dovuto cogliere positivamente i progressi scientifici dell’ Iran, ma purtroppo e contrariamente a quanto avvenuto prima della Rivoluzione islamica l’ atteggiamento degli Stati Uniti e i loro alleati nei confronti di questi progressi è stato tanto irrazionale quanto ostile. Gli USA hanno cercato  di portare avanti  i loro precisi intenti politici finalizzati a creare ostacoli  allo sviluppo  pacifico  della tecnologia nucleare iraniana nel quadro dell’ AIEA attraverso un uso strumentale  di organismi internazionali  e l’ esercizio di indebite pressioni  sull’ Agenzia senza nessuna considerazione per la natura tecnica  e specialistica di detta istituzione. Le azioni  e pressioni  crescenti degli americani negli ultimi anni hanno determinato  molte vicissitudini al programma.L’ ostracismo americano ha nuociuto anche al Movimento per lo svilupopo pacifico del nucleare e in compenso  la difesa  ragionevole  dell’ NPT dell’ Iran  e il rispetto del mio Paese per i regolamenti  dell’ Agenzia  a proposito della necessità di una equa  applicazione del Trattato ha creato un  terreno fertile  a favore della non proliferazione e del disarmo  trasformando nel contempo l’ Iran in un simbolo della difesa dei diritti dimenticati dei paesi in via di sviluppo membri del Trattato  di non Proliferazione el’ espressione delle loro posizioni.

Deferimento della questione nucleare al Consiglio di Sicurezza : errore storico e giuridico

Nonostante la legittimità e razionalità dell’ approccio iraniano nei confronti dell’ Agenzia  e la sua positiva interazione con essa, le crescenti pressioni esercitate  su questo organismo intergovernativo e le  bagarre politiche hanno determinato lil deferimento della questione nucleare iraniana, senza alcuna giustificazione logica e giuridica al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in data 4 febbraio 2006. L’ AIEA rimane l’ unico organismo  inter governativo responsabile e  preposto alle verifiche per giungere  alla sicurezza della non deviazione delle attività nucleari dei paesi membri dell’ NPT.Pertanto finchè la deviazione iraniana nelle sue attività nucleari  non sarà accertata e dichiarata da questo organismo internazionale,  il caso esula formalmente dalle competenze del Consiglio di Sicurezza.  Come in seguito esposto all’ epoca  una simile deviazione non è stata mai accertata  e quanto  nel merito  venne asserito rimase sostanzialmente  una supposizione , spesso avvolta da ambiguità. Le relazioni redatte dall’ Agenzia infatti, attestavano la mancanza di deviazione,  e quindi l’ invio  del caso al Consiglio di Sicurezza fu un errore storico e giuridico , ai cui fautori non solo spetta l’ ammissione , ma anche il dovere di riparare. Questo evento non solo ha aperto una nuova, amara stagione nell’ applicazione dei dopppi standard  nei confronti del programma nucleare iraniano  , ma ha anche seriamente danneggiato il prestigio dell’ AIEA conosciuta fino ad allora come un organismo  non politico, tecnico e di sorveglianza imparziale. Questi indesiderati  risultati purtroppo sono in grado di ledere anche in futuro i diritti di altri paesi.

L’ invio della questione nucleare iraniana da parte del Board of Governors dell’ AIEA al Consiglio di Sicurezza è inammissibile per cinque ragioni giuridiche.

1-      In base al comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia la mancata conformità delle  attività nucleari dei paesi ai criteri dell’ Agenzia deve necessariamente essere riportata dagli ispettori  al Direttore Generale dell’ AIEA, da questi al Board of Governors ed infine  al Consiglio di Sicurezza. Nel caso iraniano questo iter non è stato rispettato. Il Direttore Generale dell’Aiea nella sua relazione non ha mai usato le parole “ non – compliance” ma piuttosto “failure”. Questa  espressione sovente è stata usata anche per i casi riguardanti altri paesi membri dell’Aiea, che dopo la correzione del loro operato, sono rientrati in seno all’Agenzia in base al Comprehensive Safeguard Agreement.

2-      In base allo statuto dell’ AIEA e del Comprehensive Safeguard Agreement il deferimento di un caso al Consiglio di Sicurezza è possibile asclusivamente  nel caso della provata deviazione del paese in questione. Tutte le relazioni  dell’ attuale  Direttore  dell’ Agenzia e del suo predecessore  non contengono cenni riguardo ad una presunta deviazione iraniana.

3-      Il comma C dell’ Art. 12 dello Statuto dell’ Agenzia  la base per le risoluzioni del Consiglio dei Governatori  riguardo alla  deviazione dei paesi membri dell’ Agenzia ricevitotri del materiale nucleare e del suo uso improprio, mentre l’ Iran non ha mai ricevuto questo tipo di materiali.

4-      In base al Comprehensive Safeguard Agreement la questione nucleare dei paesi viene deferita al Consiglio di Sicurezza sei paesi membri non permettono l’ accesso agli ispettori dell’ Agenzia sul proprio territorio per l’ esercizio delle loro attività di verifica e in tutte le relazioni  del Direttore Generale AIEA  riportano il fatto che  gli accessi e le verifiche  sono avvenute con facilità  e collaborazione da parte del’ Iran.

5-      I comunicati emessi  da EU3  dal 2003 al 2006 riconoscono esplicitamente il diritto iraniano ad avvalersi della tecnologia nucleare civile e pacifica  e considerano  la volontaria  sospensione  dell’ arricchimento dell’ uranio come una voluntary and confidence building measure  e non legally binding ( Tehran declaration 21-10-2003). Questi  punti sono stati  successivamente e  nuovamente iterati nell’ Accordo tra la EU3 e l’ Iran il 15-11-2004  a Parigi. Tuttavia gli stessi paesi hanno proposto nel 2006, a causa delle pesanti pressioni politiche , il deferimento della questione nucleare iraniana al Consiglio di Sicurezza,  sostenendo un atteggiamento discriminatorio e violando i principi giuridici  esistenti in merito a una questione che rientrava e rientra nelle competenze tecniche e giuridiche dell’ AIEA. Tutto ciò avveniva mentre il sito di Natanz osservava la volontaria sospensione delle sue attività.

Nonostante queste azioni ostili da parte degli Stati Uniti d’ America e i suoi alleati occidentali  volte a distrarre la questione iraniana dal suo naturale corso  e l’ approvazione delle risoluzioni  1737( 2006), 1747( 2007), 1703( 2008) e 1929(2010) ed altre emesse dall’ Unione Europea , la R. I. dell’ Iran non ha mai smesso di  mostrare buona  e autentica volontà  nella collaborazione con l’ AIEA da una  parte e  nel prosdeguire  i negoziati con il gruppo 5 +1 dall’ altra , che sino ad oggi si sono svolti più volte in vari Paesi .

Cenni storici e giuridici di particolare rilievo  in merito al programma nucleare

Tralasciando in questa sede talune precisazioni tecniche , è tuttavia opportuno ribadire  che

–          l’ insistenza dell’ Iran sul proprio diritto legittimo è stato interpretato da alcuni mezzi occidentali  come “ l’ insistenza dell’ Iran  nel perseguire l’ obiettivo del raggiungimento dell’ arma nucleare”.  In realtà l’ atteggiamento iraniano è assolutamente  in favore della difesa dei diritti dei paesi membri del NPT e dell’ AIEA , sanciti dallo Statuto dell’ Agenzia e riconosciuti nel Trattato in quanto importanti risultati sulla via della Non Proliferazione e del Disarmo nucleare. La R. I. dell’ Iran  in base al principio  del “ Diritto allo sviluppo” ha il dovere di salvaguardare le proprie conquiste scientifiche e tecnologiche , acquisite con elevati costi umani e  materiali. Pertanto il riconoscimento  del diritto iraniano  a dotarsi di tecnologia nucleare pacifica non significa fare concessioni  di sorta,  ma semplicemente  confermare  il contenuto del TNP    e dello Statuto  dell’ AIEA.

–          Nonostante gli ostacoli posti da alcuni paesi occidentali, l’ Iran non ha mai abbandonato il tavolo negoziale , dando prova  della propria buona volontà, di cui sono eloquenti esempi i  lunghi negoziati del 2003-2005 tra Iran , Gran Bretagna, Francia e Germania  e successivamente e fino a questo momento i ripetuti round negoziali con i 5+1 a Baghdad. Istambul e Mosca nonchè i continui colloqui e contatti con i rappresentanti  dell’ AIEA a Teheran ea Vienna.  Iran  e qualche altro Paese, durante questi negoziati hanno proposto diversi pacchetti   di misure  che purtroppo le pressioni politiche esterne hanno reso inneficaci. La Confidence building è una strada a doppio senso e le parti dovrebbero adoperarsi reciprocamente per collaborare evitando di incorrere a indebite pressioni.

–          Fino a questo momento 5000 man-days  ispezioni  sono state eseguite dagli addetti dell’ Agenzia presso i siti nucleari iraniani , queste attività ispettive sono tuttora in corso e sono state oggetto di decine  di relazioni dell’ Agenzia. Numerose telecamere istallate dall’ AIEA nei siti nucleari  iraniani monitorano  non stop le attività nucleari del Paese e vi sono stati casi di ispezioni senza preavviso ad alcune istallazioni. E’ bene ricordare che questo tipo di monitoraggio  costituisce  una  forma ispettiva senza precedenti adoperata dall’ Agenzia. In nessuna di queste ispezioni  è stato trovato  uranio arricchito per  obiettivi militari o sono state riscontrate attività deviate.  ( Per dettagli si rimanda alle varie relazioni del Consiglio dei Governatori dell’ AIEA) .

–          Uno dei punti più seri  e ambigui delle risoluzioni approvate contro  l’ Iran è la mancata  notifica delle attività nucleari antecedenti al 2003. Fino a quel momento  nessun tipo di materiale nucleare  era entrato nel sito nucleare di Natanz e nel reattore di ricerca  dell’ acqua pesante di Araq ( IR40); poichè l’ Iran sino  a quella data  non aveva  siglato il Modified Code 3.1 del  subsidiary arrangement  of NPT comprehensive safeguards , non aveva  alcun obbligo   di notificare all’ Agenzia  le proprie attività nè  tantomeno  il sito  Uranium Conversion facility e le proprie miniere di uranio.

–          Il ripetuto sostegno espresso dal Movimento dei Non Allineati  al Programma nucleare iraniano ,  l’ approvazione delle Risoluzioni  al riguardo , le  visite ai siti  iraniani nel gennaio 2011 da parte dei rappresentanti del Movimento dei Non Allienati, della Lega Araba, del Gruppo 77, di alcuni rappresentanti di gruppi politici  e Paesi a Vienna, cosi come l’ invio di numerosi inviti ad altri Paesi nonchè dell’ Alto Rappresentante dell’ Unione Europea ad effettuare ulteriori visite ed ispezioni, sono testimonianze della  buona volontà  iraniana  e della sua disponibilità.

–          Le vaste sanzioni unilaterali e multilaterali  degli USA e dell’ UE , la mancata collaborazione dell’ Occidente nella fornitra del combustibile per il reattore di ricerca  di Teheran  e il loro ostracismo per far fallire gli sforzi iraniani per procurarsi il combustibile necessario acquistandolo dai paesi produttori ha costretto il paese a provvedere al proprio fabbisogno attraverso l’ arricchimento dell’ Uranio al 20 % , un esempio  di tale fabbisogno è costituito dall’ assoluta irrinunciabile necessità di produrre farmaci  per i 850.000 malati di tumore  e malattie rare del Paese . Nel contempo la R. I. dell’ Iran per corrispondere  ai bisogni  scientifici ,  di ricerca ed energetici del Paese , ha potuto  raggiungere  risultati brillanti come la messa in opera della centrale di Busher nonostante le difficoltà trascinatesi per oltre 30 anni, la produzione di radio farmaci, la produzione di yellow cake e la raggiunta capacità di affrontare i cyber attacchi contro i propri siti nucleari come il recente attacco  del virus Stuxnet . La R. I. dell’ Iran ha dichiarato che le proposte contenute nella dichiarazione di Teheran  a proposito dello scambio di combustibile, rimangono tuttora valide e potrebbero costituire un argomento  di discussione e  confronto  per future collaborazioni , ma non più una necessità urgente per il paese.

–          Il diritto iraniano ad avvalersi di tecnologia nucleare con scopi pacifici  gode del sostegno  di tutti i gruppi parlamentari e politici  del Paese e raccoglie il  consenso unanime della  società  in ogni sua espressione.

–          L’ inserimento delle liste dei nominativi degli scienziati nucleari iraniani nelle varie risoluzioni ha permesso ai terroristi di pianificare e portare a compimento  numerosi attacchi e attentati  contro fisici e scienziati iraniani, tra cui i Prof.ri Mostafa Ahmadi Roushan , Majid Shahryari, Masoud Alimohammadi, Darioush Alinejad e Reza Qashqaei . In base ai documenti  esistenti e alle  confessioni  di quanti  coinvolti in questi crimini è emersa la partecipazione certa del Mossad e del MI6 britannico  e del MKO ( il movimento terroristico dei Mojaheddin e khalq). Queste azioni terroristiche non solo non  sono state condannate apertamente in occidente, ma sorprendentemente gli USA e l’ Unione Euopea , in un azione concordata, hanno depennato l’MKO , responsabile di azioni terroristiche contro gli stessi americani, dalla lista nera delle organizzazioni terroristiche internazionali. Questa decisione  è un incentivo per ulteriori e  future azioni terroristiche a livello internazionale . Ancora più sorprendente è la mancata presenza degli studiosi  iraniani nelle recenti conferenze internazionali in materia nucleare ( ad es. La 19esima conferenza dell’ ingegneria nucleare in Giappone nel 2011).

–          Lo svolgimento delle conferenze mondiali sul disarmo a Teheran  negli anni 2010 e 2012 a cui hanno partecipato esperti nucleari  e autorità politiche di vari paesi del mondo è un ‘ulteriore prova della trasparenza iraniana in materia di ricerca nucleare.

–          Le sanzioni del Consiglio di Sicurezza  e le restrizioni aggiuntive americane e europee imposte alle società e agli istituti di credito iraniani a causa della ferma posizione dell’ Iran in tema nucleare nonostante l’ asserzione occidentale “ libero commercio e diritti dell’ Uomo” , hanno creato pressioni notevoli  non tanto sul Governo  iraniano quanto  sui ceti più vulnerabili della società,  in palese contrasto con le convenzioni relative al libero commercio e al diritto allo sviluppo e dell’ Uomo ( ne sono alcuni esempi , come già trattato  nel n. 167 della Rivista Affari Esteri , i problemi creati dal divieto delle transazioni bancarie e del divieto del commercio per imprenditori e studenti  e alle difficoltà sorte per il divieto d vendita del carburante agli aereomobili iraniani). Queste risoluzioni sono in contrasto con lo Statuto dell’ AIEA.

–          Il Direttore generale dell’ AIEA nel comunicato del 15- nov. 2004 a seguito di ispezioni  nei siti di Parchin e Lavisan- Shian nonchè delle analisi dei campioni raccolti,  ha dichiarato in maniera inequivocabile che il Programma nucleare iraniano non è militare ( Paragrafo 102 della Relazione del Direttore generale 83/2004 / gov, Relazione 87/2005 / gov. Del 18-11-2005, Relazione 15 / 2006 / gov del 27-2-2006).

–          Nel 2007 l’ AIEA e l’ Iran nel quadro di un Workplan hanno raggiunto l’ accordo di risolvere  tutte le ambiguità rimanenti ( remaining ambiguishes )  e le questioni non risolte ( outstanding issues)  del  programma nucleare  secondo determinate modalità.  A seguito di questa collaborazione e ulteriore scambio di informazioni le ambiguità sono state chiarite  ( 6 questioni  ) da parte iraniana e l’ Agenzia ha dichiarato nel documento  711/INFCIRC che non è rimasta alcuna ambiguità da chiarire. In base al paragrafo 3 dello stesso documento e in considerazione dei  progressi raggiunti nella collaborzione tra le parti, l’ Agenzia avrebbe dovuto consegnare all’ Iran  i documenti relativi ai presunti studi ( alledge studies ) , tuttavia ciò non è avvenuto  e il Direttore generale dell’ AIEA nella relazione consegnata al Consiglio dei Governatori critica chiaramente alcuni Paesi che avevano consegnato le prove  relative ai presunti studi all’ Agenzia  e che non avevano permesso  che le prove  fossero consegnate all’ Iran. L’ Aiea non ha mai confermato la veridicità di questi studi . La R. I. dell’ Iran in base a quanto previsto dal work plan ha prodotto una relazione di 117 pagine contenenti le sue considerazioni e valutazioni  e lo ha consegnato all’ Agenzia , ma nonostante gli sforzi iraniani  il work plan non si concluse ma vi si  aggiunsero altre nuove asserzioni riguardanti  la possibile dimensione militare del programma nucleare iraniano. Nello stesso tempo l’ AIEA nel pagrafo 4 del proprio documento aveva chiarito  che non vi era nessuna questione irrisolta o ambigua relativa alle passate attività nucleari iraniane.

–          Il 21 ottobre 2003 l’ Iran per provare la propria buona volontà e sincerità nel corso dei negoziati  con  la Troika europea ha proposto la volontaria sospensione dell’ arricchimento dell’ uranio e lo scambio dell’ uranio arricchito con le barre del combustibile, nonchè la stipula di un accordo  con l’ EU3. Inoltre l’ Iran dal 2004 ha aderito volontariamente al Protocollo aggiuntivo, nonchè al “ Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards” considerato il più alto impegno internazionale nei programmi nucleari  e il massimo grado di trasparenza riguardo al programma nucleare iraniano. Cionostante  dopo due anni e mezzo dall’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo, nel 2006 fu approvata una dura risoluzione  contro l’ Iran nel Consiglio di Sicurezza e seguita da altre ancor più severe. Nonostante l’ atteggiamento positivo di Teheran le controparti occidentali chiedevano il  definitivo arresto del programma nucleare  pacifico dell’ Iran , imponendo al governo iraniano richieste oltre i  patti internazionali e gli accordi precedentemente raggiunti ( ad es. la chiusura di tutti i centri di ricerca e universitari coinvolti nelle attività nucleari). Questo approccio  è stato ritenuto ostile dalla Assemblea  Consultiva islamica  che  di conseguenza ha sospeso l’ applicazione volontaria del protocollo aggiuntivo impegnando il governo a proseguire l’ arricchimento sotto il controllo del’ AIEA.  Le collaborazioni iraniane con l’ Agenzia  vanno al di là dell’ adesione al Protocollo aggiuntivo, ad esempio la concessione di effettuare la visita al R&D delle centrifughe,  che per nessun paese è  obbligatoria. Una questione importante riguardo al Protocollo aggiuntivo è che da un punto di vista giuridico non è considerata obbligatoria la sua applicazione e infatti l’ Iran vi ha aderito in modo volontario. La stessa considerazione vale per il “Modified code 3.1 of the subsidiary arrangement of NPT comprehensive safeguards”  che è  una raccomandazione del Consiglio dei Governatori e non una parte giuridicamente  impegnativa del Trattato di Non Proliferazione.

–          L’ Iran ritiene che la produzione  e l’ utilizzo delle armi nucleari sia un errore strategico e non trovi alcuna giustificazione  di sicurezza o strategica e possa rendere il paese particolarmente vulnerabile nel quadro regionale. Numerosi esperti nucleari sono dell’ idea che se l’ Iran avesse inteso acquisire  armi nucleari, avrebbe dovuto utilizzare composizioni tecniche diverse e più utili dal punto di vista della tecnologia dell’ arricchimento. L’ Iran nel suo programma scientifico nucleare  ha bisogno di vaste collaborazioni con i paesi sviluppati in questo settore e la tendenza alla produzione di armi nucleari farebbe perdere al paese una chance importante in questo senso.

–          Le proposte iraniane o quelle di paesi terzi come il progetto  turco-brasiliano per lo scambio di combustibile oppure la costituzione  di un consorzio multilaterale per l’ arricchimento, si sono sempre scontrate con lo scettismo , la mancata collaborazione e l’ostracismo delle controparti occidentali . Ad es. l’ Iran nel febbraio 2010 e nel settembre 2011, per voce dello stesso Presidente della Repubblica.,  ha proposto di fermare la produzione di uranio arricchito al 20 % in cambio di barre di combustibile. La stessa proposta  fu avanzata ancora una volta dal Dr. Jalili, Capo negoziatore nucleare iraniano alla Sig.ra Catherine Ashton, Alto Rappresentante dell’ Unione per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza, in cambio di adeguate misure adottate dai 5+1, ma ancora una volta l’ Europa ha risposto alla buona determinazione iraniana   con nuove sanzioni.

L’ imposizione dei doppi standard nel disarmo regionale e internazionale

Oltre a quanto sinora esposto, l’ America e i suoi alleati anche per ciò che riguarda la questione del disarmo  e il raggiungimento di pace e stabilità regionali e internazionali adottano un approccio ambivalente. Dopo le esperienze tragiche  delle due guerre mondiali  e l’ utilizzo della bomba atomica su Hiroshiwa e Nagasaki , nonchè  gli esperimenti nucleari degli anni 90 condotti da alcuni Paesi, l’ utilizzo di armi di distruzione di massa  di qualsiasi genere e la corsa al riarmo  è considerata una seria preoccupazione  e una grave minaccia mondiale. Dopo vent’ anni dalla fine della Guerra Fredda  esistono nel mondo almeno 23 mila testate nucleari  con una forza esplosiva 150 mila volte maggiore  rispetto alle bombe americane lanciate sulle città giapponesi. Di queste testate nucleari  migliaia sono collocate nel territorio americano e in Unione Europea  e  questi armamenti ,  tuttora attivi , destano prooccupazione.  Tutto ciò mentre   il disarmo completo  dovrebbe essere considerato una obiettivo prioritario per l’ Umanità.Gli articoli 11 e 26 dello Statuto delle nazioni Unite pongono l’ accento sulle responsabilità e la giurisdizione dell’ Assemblea Generale e del consiglio di Sicurezzaper quello che riguarda la questione del disarmo. Sempre a questo proposito alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale come la n.  1378 e n. 2734 considerano il completo disarmo come obiettivo ultimo della società internazionale  e numerose conferenze  e convenzioni internazionali  lo  dichiarano apertamente ; tra esse il  NPT  del  1968, la Denuclearizzazione delle profondità marine del 1971, il Divieto degli esperimenti nucleari nella stratosfera  del 1963, Il Divieto dell’ utilizzo di armi chimiche del 1996, il divieto competo di esperimenti nuclerai dl 1996 ( New York) e il Controlo delle armi batteriologiche del 1993.

Gli Stati Uniti e alcuni Paesi detentori di armi nucleari anche in questi casi hanno adottato un doppio standard . Nel caso del Trattato di Non Proliferazione vi sono 3  obiettivi  fondamentali  ovvero il Disarmo, la non proliferazione e l’ acquisizione di tecnologie pacifiche e civili. Le potenze nucleari in pratica non hanno perseguito in modo equilibrato questi obiettivi e contravenendo agli articoli 3 e 4 del Trattato  resistono allo sviluppo delle tecnologie nucleari nei paesi in via di sviluppo. Questo atteggiamento  discriminatorio  dei paesi detentori di armi nucleari nei primi anni dopo la firma del TNP suscitò forti proteste da parte dei paesi non nucleari, tant’è che nella prima conferenza del Trattato nel 1975 vi furono formali proteste al riguardo.  La creazione di zone libere da armi nucleari in alcuni punti critici del mondo e la stipula di alcuni patti regionali e bilaterali  sono da considerarsi tra le iniziative atte al controllo e al disarmo  a livello regionale. Alcune risoluzioni dell’ Assemblea Generale dell’ ONU raccomandano fermamente  la creazione di zone libere  da armi nucleari in medio Oriente, Africa, Asia del Sud , Oceano Indiano e  nel Sud Pacifico. A questo proposito su  incoraggiamento delle Nazioni Unite e grazie alle partecipazioni regionali le zone libere da armi nucleari sono state create nel 1967 nell’ ambito del Trattato Tlateolco per  paesi dell’ America Latina e i Caraibi, nel 1985 nell’ ambito del Tratttao Rarotonga nei 13 paesi del Sud Pacifico, nel 1995 nell’ ambito del Trattato di Bangkok per 10 Paesi del Sud Est asiatico e nel 1996 nel quadro del Trattato Pelindaba per 45 paesi africani. Tuttavia purtoppo l’ ambiguità americana   e l’ approccio  discriminatorio con il Medio Oriente non ha permesso alla Comunità internazionale fino ad oggi di realizzare  l’ obiettivo del disarmo in forma completa . Gli Stati Uniti d’ America si sono spinti  al punto  di ostacolare palesemente  lo svolgimento delle conferenze internazionali  sul disarmo  e il divieto di armi nucleari in Medio Oriente  ( dichiarazioni di Victoria Noland, Portavoce del Dipartimento di Stato USA in merito alla Conferenza di Elsinki ) in aperto  contrasto con il TNP. Suscita altrettanta perplessità l’ atteggiamento americano nei trattati bilaterali  relativi al disarmo come la mancata collaborazione  nei Trattati Start 2 e Salt 2 – Strategic Arms’ Limitation Talks. Purtroppo gli USA e l’ Occidente in generale  hanno favorito  e mai impedito la diffusione , sia orizzontale che verticale , di questo tipo di armamenti , mentre è evidente che la loro  produzione, stoccaggio e sviluppo costituisce una minaccia seria e un crimine di guerra , premessa per un illecito internazionale.

Medio Oriente : esempio evidente di imposizione dei doppi standard

In base alle numerose risoluzioni del Consiglio di Sicurezza tra cui la 487 del 1981, la 687 del 1991, nonchè decine di risoluzioni dell’Assemblea Generale dell’Onu e considerando le realtà della regione, rendono  la creazione del Medio Oriente priva delle armi nucleari come una seria e inderogabile necessità. Queste realtà sono da mettere in relazione con il regime sionista  e la sua mancanza  di rispetto nei confronti degli impegni internazionali e dei principi umanitari. Il TNP conta 189 membri e sono pochi i paesi che non ne fanno parte. Il regime sionista nella regione medioorientale è l’ unico governo che non ha aderito al Trattato  nè rispetta gli obblighi dell’ AIEA, nè ha mai smentito  di essere in possesso di armi nucleari. In base ad una relazione  redatta da esperti ONU del 1982 questo regime dal 1969 ad oggi non ha permesso nessuna ispezione esterna al  sito di Mona; secondo la rivista britannica  Jane’s Defence, Israele è il sesto paese detentore di armi nucleari con un numero tra 100 e 300 testate nucleari, quasi come la Gran Bretagna,  e numerose piattaforme di lancio per missili  a lunga gittata. Mordechai Vanunu esperto nucleare israeliano aveva reso noto tutto ciò e le autorità del regime sionista non smentirono mai le sue dichiarazioni.

IL vasto uso del regime sionista  di armi proibite nei conflitti  nella Striscia di Gaza  contro una popolazione civile e i suoi atteggiamenti disumani e violenti in altri episodi conflittuali degli ultimi anni che hanno suscitato ripetute condanne nella comunità internazionale,  hanno trasformato  le minacce israeliane contro alcuni paesi della regione tra cui l’ Iran , e il rischio di un conflitto nucleare , da potenziali a concretamente  esistenti. La R. I. dell’ Iran dal 1974 ad oggi  in tutti i forum e organismi internazionali  ha incessantemente proposto la creazione di un Medio Oriente privo di ari nucleari. L’ Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal 1994 al 2012  attraverso diverse risoluzioni  ha chiesto ad Israele di aderire al TNP  e di rispettarne lo Statuto e i princip. La stessa  AIEA dal 1987 al 1991, nel 2009  e nel 2011 ha ripetutamente chiesto ad Israele  di aderire al Trattato ed il Segretario Amanu in una lettera inviata ai membri dell’ Agenzia , ha chiesto  ai paesi membri di  incoraggiare  Israele in questo senso.

Come si può notare , un Medio Oriente  denuclearizzato, Il disarmo di Israele e la sua adesione al TNP sono richieste serie  della Società internazionale. Cionostante gli USA e i suoi alleatinon solo vengono meno al proprio dovere a questo proposito ma addirittura  si oppongono a queste richieste  , come testimonia l’ opposizione allo svolgimento della Conference di Elsinki nel dicembre del 2012.  Gli Stati Uniti inoltre , contravvenendo ai regolamenti  internazionali e ignorando le complessità  di  una regione cosi critica, nonostante l’ embargo internazionale  di armamenti,  rende disponibile  ogni anno al regime israeliano milioni di dollari in aiuti militari  e tecnologia nucleare.Il governo americano , nonostante la crisi economica , ha continuato a offrire aiuti militari per oltre 3 miliardi di dollari annui al regime sionista ( Discorso Obama all’ Aipac 4-3-12) . Anche nell’ ambito della NATO sono stati forniti  notevoli aiuti militari e materiali nucleari  ad Israele. Questi sono esempi evidenti della violazione del TNP , che negli articoli 1 e 3 vieta ai paesi militarmente nucleari di trasferire la tecnologia nucleare militare o armi nucleari  verso  altri Paesi.

Questo atteggiamento contradditorio  degli USA e dei loro alleati  suscita grande  perplessità nell’ opinione pubblica mondiale che ormai lo considera un tentativo di ostacolare , creando ambiguità, la realizzazione  dei naturali diritti per i Paesi in via di sviluppo ( Ayatollah Khamenei, la Guida della R. I. dell’ Iran , 1° Conferenza sul Disarmo e la Non Proliferazione , Teheran, 17-4-10).

Proposte                                    

Infine va ricordato che la garanzia della pace e della sicurezza internazionali richiede lo sforzo condiviso  della Comunità Internazionale, scevro dall’ imposizione di doppi standard. La R. I. dell’ Iran ha suggerito varie soluzioni in tema di disarmo , volte ad evitare  l’ indebolimento del TNP, come auspicato dalla Comunità internazionale.  Tra le proposte iraniane possiamo annoverare

–          la definizione di una tabella di marcia  che scadenzi  il disarmo totale  e che preveda le opportune verifiche;

–          l’ istituzione di una commissione d’ inchiesta  in seno all’ AIEA per determinare  quali Paesi forniscono  armi   e tecnologie nucleari  al regime sionista  o ad altri paesi non membri dell’ Agenzia;

–          l’ astensione dei Paesi membri  del TNP dalla collaborazione  con i paesi non membri  al fine di incoraggiare questi ultimi ad aderire al Trattato;

–          evitare il ricorso a minacce e pressioni  nel corso dei negoziati;

–          considerare il Trattato  nella sua integrità evitando un approccio parziale e selettivo;

–          introdurre correzioni  efficaci  nei punti di debolezza del Trattato  , come ad es. l’ inserimento  di precisi vincoli  per i Paesi militarmente nucleari o la salvaguardia  del diritto  di avvalersi  della tecnologia nucleare civile;

–          salvaguardare l’ indipendenza  e il prestigio dell’ Agenzia , adottando  meccanismi tali da impedire  ai paesi  nucleari o ad organismi politici  di  condizionarne le decisioni;

–          accettare la  comune responsabilità e concretizzarla in azioni pratiche

–          eliminare le armi nucleari  dalla dottrina di difesa  dei paesi militarmente nucleari  e rimuovere  questo tipo di armamenti  dai paesi non nucleari;

–          concedere garanzie  ai Paesi non nucleari fino al raggiungimento del completo disarmo, attraverso negoziati   che portino alla sigla  di un Accordo internazionale vincolante , dotato di un efficace meccanismo di verifica.

–          Perseguire gli accordi  siglati nella dichiarazione finale della Conferenza AIEA del 2000 sul Diritto irrinunciabile di tutti i Paesi per l’ utilizzo pacifico di questa energia;

–          Cambiare il  meccanismo del bilancio nelle collaborazioni tecniche dell’ Agenzia  per l’uso pacifico della tecnologia nucleare da un contributo volontario ad uno obbligatorio con la definizione del contributo dovuto per ciascun paese;

–          Impiegare ogni sforzo  al  fine di  estendere il TNP a tutti  paesi del mondo;

–          Imporre una sorveglianza costante e vincolante dell’ Agenzia  nei confronti dei siti  nucleari del regime sionista;

–          Apportare alcune modifiche strutturali  nell’ AIEA e nel suo Statuto ( cambiare il numero dei membri , il numero dei seggi del Consiglio dei Governatori o il meccanismo di elezione  del Direttore Generale ) per rendere accessibile un maggior numero di paesi nei meccanismi decisionali;

–          Abbandono  dell’ imposizione di doppi standard che in questo momento penalizzano un paese membro  come l’ Iran , che fatica  nel l’ ottenere il riconoscimento  dei diritti sanciti dal Trattato e premia paesi che non solo non sono membri del TNP, ma che si sono resi colpevoli di crimini gravissimi.

Conclusioni

I doppi standard  americani applicati anche da alcuni paesi dotati di armamenti nucleari nei confronti del programma nucleare iraniano sono stati intrapresi   in vari ambiti: temporale, geografico e concettuale, infatti sono stati adottati  approcci diversi verso il programma nucleare iraniano rispetto al periodo precedente e successivo alla Rivoluzione islamica, atteggiamenti discriminatori nei confronti  del programma nucleare di paesi  diversi della stessa regione geografica, laddove gli americani invece di facilitare l’ acquisizione di tecnologia civile da parte dell’ Iran, paese membro del Trattato, hanno fornito facilitazioni  a paesi non membri;  infine un doppio standard  è stato applicato anche nella applicazione   del Trattato di Non Proliferazione: alcuni aspetti sono stati evidenziati  e valorizzati mentre altri quasi del tutto ignorati, e questo in base alle convenienze del momento e ad interessi di parte.

La chiave fondamentale per la soluzione  della questione nucleare iraniana quindi  appare essere  l’ intraprendere nuove iniziative  all’ insegna della collaborazione e condivisione , che  si sostituiscano alle pressioni, minacce e doppi standard che finora hanno caratterizzato la storia di questa  vicenda. Sarebbe auspicabile infine e soprattutto che il disarmo nella regione medio orientale e totale  nel mondo,  venga considerato  tra le priorità assolute della comunità internazionale .

Ali Agca, Wojtyla e Khomeini

Attentato Giovanni Paolo II

Riceviamo e pubblichiamo. 

Egregio Direttore de “La Stampa”

L’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran porge i suoi “complimenti” riguardo all’articolo intitolato “Fu Khomeini il mandante dell’attentato a Wojtyla” pubblicato su codesto quotidiano venerdì 1 febbraio, 2013 a firma di Giacomo Galeazzi, desidera attirare l’attenzione sull’oggetto dell’articolo che cita l’autobiografia “Mi avevano promesso il Paradiso” da oggi in libreria, contenenti gravi e infondate accuse nei confronti del fondatore della Repubblica islamica dell’Iran.

In base agli articoli 13,14,26 e 64 della Costituzione iraniana il cristianesimo è tra le religioni ufficiali riconosciute nel paese; gli esponenti religiosi e politici iraniani, in particolar modo l’Iman Khomeini, hanno sempre nutrito e manifestato, profondo e reverente rispetto e considerazione verso i capi religiosi del cristianesimo, primo fra tutti la figura del Pontefice della chiesa cattolica. E’ sufficiente uno sguardo alla vita dell’Imam per cogliere i numerosi segni dei sentimenti di fratellanza e vicinanza che animano gli esponenti di queste due grandi religioni monoteistiche. La Repubblica islamica dell’Iran nei suoi 34 anni di vita ha sempre sostenuto il dialogo interreligioso, in particolare fra le religioni abramitiche e numerosi sono stati gli incontri al alto livello tra religiosi cattolici e sciiti svoltisi in Vaticano.

In considerazione del fatto che l’autore della citata autobiografia, notoriamente sofferente a livello psichico, non appartiene dal punto di vista religioso all’islam sciita, non risulta credibile una sua così piena aderenza e fervida obbedienza ad una Fatwa religiosa emanata dall’Imam Khomeini e finalizzata ad un così abominevole crimine. L’Imam inoltre non ha mai vissuto in Palazzi, né esiste a Teheran una costruzione con le caratteristiche descritte nel libro.

Attribuire intenzioni non documentate né documentabili, totalmente infondate e infamanti alla persona dell’Imam, non più in grado di difendersi, oggi come ieri stimato e venerato da milioni di mussulmani dentro e fuori l’Iran, è un atto inaccettabile che ferisce profondamente la sensibilità del popolo iraniano e la memoria di un personaggio che ha segnato la storia del XX secolo.

Questa Rappresentanza pertanto, in ottemperanza alla legge sulla Stampa n.47 dell’8-2-1948 art. 8, chiede la pubblicazione di quanto sopra nella stessa pagina del prossimo numero di codesto giornale.

   UFFICIO STAMPA AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN ROMA