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Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Iran Election Day

Dell’importanza delle imminenti elezioni abbiamo già parlato qui. Situazione incredibile se paragonata agli standard italiani: i candidati alle elezioni parlamentari iraniane hanno cominciato la campagna elettorale giovedì 18 febbraio, cioè soli otto giorni prima del voto. E’ una caratteristica della politica della Repubblica islamica: le candidature definitive sono annunciate dal ministero degli Interni a pochi giorni dal voto, dopo una preselezione quasi sempre determinante da parte del Consiglio dei Guardiani.

Questa volta il corpo di 12 membri nominati da Guida Suprema e magistratura ha squalificato il 97% dei candidati riformisti. Inizialmente il setaccio era stato ancora più fitto, con la bocciatura del  60% dei 12.000 aspiranti candidati. Tra questi il 99% dei 3.000 aspiranti candidati riformisti. L’intervento del presidente Rouhani ha permesso il reintegro di alcuni di loro, ma alla fine si tratta di appena 90 nomi.

Qualche numero: i candidati sono circa 6.200, di cui 586 donne. I seggi del majles sono 290. Nel collegio elettorale di Teheran oltre mille candidati corrono per 30 seggi.

A prima vista sembra che non ci sia competizione. L’ala conservatrice della Repubblica islamica ha colpito duramente i moderato-riformisti che possono al massimo aspirare a una esigua minoranza in parlamento. D’altra parte, il riformismo iraniano è di fatto ostaggio di una situazione al limite del surreale. Ancora oggi i riformisti si riconoscono nell’ex presidente Mohammad Khatami, personaggio bandito dai media nazionali da oltre un anno.

Paradossalmente, tuttavia, l’epurazione può rafforzare la prospettiva di un’alleanza tra riformisti e centristi. La minaccia dei “falchi” può infatti risultare determinante per evitare lo spettro dell’astensionismo, storico nemico dei riformisti. Le passate elezioni parlamentari del 2012 vennero infatti contraddistinte da una bassa affluenza, eredità della crisi e della repressione del 2009.

Anche stavolta i due personaggi chiave sono ancora una volta Rouhani e l’ex presidente Rafsanjani, l’eterno “squalo” della politica iraniana. Che a sei giorni dal voto ha dichiarato:

Rouhani aveva soltanto il 3 per cento dei consensi, col mio sostegno ha superato il 50. Adesso lo sostengo nel parlamento.

Spot dei riformisti. Rouhani dice: “Questo non è solo un voto, ma una via”

Per rompere questo asse, i conservatori giocano anche colpi bassi. Il quotidiano Khayan, organo di fatto della Guida, insinua che i due siano i “creatori” di Babak Zanjani, affarista protagonista del più grande scandalo della Repubblica Islamica. (Ne parlammo qui)

 

I blocchi di partenza sono stabiliti. Il riformista Mohammad Reza Aref – ex vicepresidente e candidato nel 2013 ritiratosi in favore di Rouhani – ha costituito una lista di 30 candidati per la circoscrizione di Teheran chiamata “Coalizione dei riformisti e sostenitori del governo”. Ne fa parte anche il deputato conservatore Ali Motahari (bocciato in prima battuta dal Consiglio dei Guardiani), che ha pubblicamente criticato la detenzione ai domiciliari dei leader dell’opposizione Mousavi e Karroubi. Detenzione che dura ormai da cinque anni. Più in generale, i moderato-riformisti sembrano essere stati capaci di mettere da parte le divisioni e puntare all’unità, in modo da convincere gli elettori ad andare alle urne.

Di contro, la lista dei conservatori, nello stesso distretto di Teheran è composta soprattutto da personaggi vicini all’ayatollah ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi. Soltanto tre su trenta candidati possono essere ritenuti conservatori “moderati”. Lo speaker del parlamento uscente Ali Larijani ha resistito alle pressioni dei conservatori e si presenta come indipendente. Il ruolo di Larijani è stato molto importante per

Come funziona la legge elettorale

I 290 seggi del parlamento vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali. I candidati che ottengono almeno il 25% dei voti sono eletti al Majles. Il turno di ballottaggio si tiene nei distretti in cui uno o più seggi non sono stati assegnati al primo turno. Il numero dei candidati che corrono al ballottaggio è dato dal doppio dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio uninominale (ad esempio, due) e una volta e mezzo il numero dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio plurinominale.

Assemblea degli Esperti

Il Consiglio dei Guardiani è intervenuto pesantemente anche sulle elezioni per l’Assemblea degli Esperti: sono state approvate soltanto 166 candidati su 801. La bocciatura più clamorosa è stata quella di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

La Guida Khamenei ha invitato gli iraniani a votare per dare una dimostrazione di forza ai “nemici” del Paese, sostenendo che le critiche al Consiglio dei Guardiani erano frutto delle manovre occulte degli Stati Uniti. Il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato massima vigilanza contro ogni tentativo di ripetere proteste come quelle dopo le contestate elezioni del 2009.

Campagna elettorale al via
                                                                                      Campagna elettorale al via

Per l’Assemblea degli Esperti il collegio elettorale di gran lunga più importante è quella di Teheran, che assegna 16 seggi su 88. Qui si giocherà la partita più importante di questo round, probabilmente molto più importante anche di tutta la disputa parlamentare.

Secondo Hossein Bastani, analista di BBC Persian, per bloccare la lista degli ultraconservatori, è sufficiente che meno della metà di chi votò per Rouhani nel 2013 voti per la lista dei moderati nel collegio di Teheran.

Ormai, ci siamo.

Black out Khatami

Per i media iraniani è scattato il divieto di parlare o semplicemente citare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami. Quella che inizialmente era solo una voce insistente ma non ufficiale, è divenuta una notizia il 16 febbraio, quando Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, portavoce della magistratura iraniana, ha confermato che il dipartimento di giustizia di Teheran ha emesso una sentenza che mette al bando Khatami dai media. Secondo quanto riportato dall’agenzia Isna, Mohseni-Eje’i non avrebbe mai nemmeno nominato Khatami e, riferendosi a lui come al “capo del governo riformista”, avrebbe ammesso che “c’è un ordine che vieta ai media di pubblicare foto o notizie su questa persona”.

Di questo non si parla

La magistratura iraniana è dominata dai conservatori e spesso, in questo ultimo anno e mezzo, ha espresso opinioni in netto contrasto con la linea del governo di Hassan Rouhani. Perché però questa “mordacchia” su Khatami e perché proprio ora? Va inquadrato il momento politico iraniano nel suo complesso, guardando al passato recente e soprattutto a quanto accadrà nell’immediato futuro.

 

Khatami ieri e oggi. E domani

Molti, iraniani e no, sono soliti affermare che i due mandati presidenziali di Khatami (dal 1997 al 2005) siano stati un sostanziale fallimento. L’incapacità di riformare il sistema politico, hanno pesato moltissimo  – e pesano ancora oggi – nel giudizio su Khatami: un riformista senza riforme, che ha finito con l’essere criticato sia dai conservatori sia dai sostenitori delusi. Si tratta però di un giudizio probabilmente troppo severo. Da un lato, non si prende in considerazione le difficoltà oggettive riscontrate da Khatami nei suoi due mandati, dovute anche ai limitati poteri che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica.

Dall’altro lato, sarebbe onesto ricordare che negli anni di Khatami il Paese è cambiato moltissimo, a livello culturale e sociale, proprio in virtù delle aperture dell’allora presidente. Il riscontro lo si è avuto negli anni di Ahmadinejad, quando quella stagione di apertura e speranza lasciò il posto a otto anni di incertezze economiche e inquietudini internazionali, più o meno ingiustificate, ma comunque deleterie per il Paese.

Tacciato a volte di ignavia. Khatami ha continuato a svolgere un ruolo importante anche negli anni di governo Ahmadinejad. Nel 2009 sostenne apertamente l’Onda Verde e si schierò con gli ex candidati Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. Questa prese di posizione gli costò l’isolamento da parte dell’establishment. Khatami dimostrò notevole pragmatismo partecipando al voto per il parlamento nel marzo 2012. Si trattava della prima tornata elettorale dopo il contestatissimo voto delle presidenziali del giugno 2009 e tra i riformisti erano in molti a sostenere il boicottaggio delle elezioni come forma di protesta. Un po’ a sorpresa, Khatami votò e fu per questo tacciato da alcuni di tradimento. Col senno di poi, possiamo invece dire che quella decisione gli consentì di rimanere all’interno dell’arena politica iraniana e di giocare un ruolo importante nelle presidenziali del 2013.

Fu infatti Khatami a convincere Mohammad Reza Aref, l’unico candidato riformista, a ritirarsi in favore del moderato Rouhani. A tre giorni dal voto, Khatami pubblicò una lettera aperta in cui annunciava il proprio endorsment al candidato che avrebbe poi vinto con la maggioranza assoluta. Sono in molti a credere che il sostegno di Khatami sia stato decisivo per convincere in extremis molti indecisi.

Le elezioni del 2016

Il prossimo anno si vota nuovamente per il parlamento, dominato oramai da più di dieci anni dai conservatori. E’ chiaro che gli oppositori di Rouhani vogliono a tutti i costi evitare un parlamento “amico” del presidente in carica. Nel 2004, con Khatami ancora presidente, la bocciatura di oltre 2.000 candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani consegnò il parlamento ai conservatori che ebbero vita facile nel sabotare l’operato del presidente.

Ecco che allora questa messa al bando di Khatami suona molto come una sorta di censura preventiva, nel tentativo di fiaccare la sua capacità di aggregazione e mobilitazione.

La reazione della rete

Questa censura rischia però di trasformarsi in boomerang. Espulso dai media tradizionali, Khatami è tornato in auge sui social media. I suoi sostenitori hanno creato l’hashtag #رسانه_خاتمی_میشویم

cioè, “Diventiamo noi i media di Khatami”.

 

 

E’ anche nato un account Twitter chiamato @Khatamimedia.

 

Molti iraniani, in patria e all’estero, continuano a trasmettere messaggi di solidarietà a Khatami o a rilanciare foto e messaggi in qualche modo legati a lui.

https://twitter.com/elisharifi89/status/567774168884973568

 

Per capire lo spirito alla base di questa mobilitazione, basta leggere il post su Facebook di una ragazza di Teheran che ha messo la foto dell’ex presidente come propria immagine del profilo:

Ho deciso di mettere la foto di Khatami perché è l’unico politico che ha sempre pensato a noi. e in questo momento merita il nostro sostegno.

 

https://twitter.com/raminfakhary/status/568079107466125312

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Roberto Toscano

Su La Stampa del 25 febbraio 2015 l’ex ambasciatore italiano a Teheran Roberto Toscano analizza in un editoriale la lunghissima questione del nucleare iraniano alla luce degli sviluppi più recenti.

Ve lo proponiamo di seguito.

 

E ora l’Iran diventa (quasi) un alleato

Per oltre dieci anni la questione nucleare iraniana ha occupato una delle posizioni centrali fra i dossier di politica internazionale, come se principalmente da essa dipendessero l’alternativa fra pace e guerra in Medio Oriente e gli stessi equilibri internazionali.

Anche in passato era legittimo ritenere che si trattasse di un difetto di prospettiva, o piuttosto delle distorsioni volutamente prodotte da chi preferiva spostare sul nucleare iraniano un’attenzione che altrimenti si sarebbe focalizzata su tematiche quali la questione palestinese o il ruolo degli Stati del Golfo nel sostegno dei più radicali e violenti movimenti jihadisti.

Oggi appare ormai evidente che la questione, che pure rimane importante sotto il profilo del pericolo della proliferazione nucleare, risulta sostanzialmente sdrammatizzata, se non ridimensionata.

Secondo le ultime notizie da Ginevra, il negoziato nucleare rimane ancora complesso, con molti problemi da risolvere, ma per la prima volta non sembra da escludere la possibilità che emerga un compromesso accettabile da ambo le parti.

Un segnale interessante al riguardo è che si è unito al team negoziale iraniano il Direttore dell’ente nucleare iraniano, ed ex ministro degli Esteri, Ali Akbar Salehi, la persona in assoluto più competente sia dal punto di vista scientifico (ha un dottorato in fisica di Mit) sia da quello della storia del negoziato, essendo stato rappresentante iraniano all’Aiea.

Ma quello che è cambiato è soprattutto l’irrompere della sfida del cosiddetto Stato Islamico, la più recente e più minacciosa incarnazione del radicalismo wahabita. Si tratta di una sfida che da un lato minaccia la stessa tenuta dello Stato iracheno e dall’altro apre inquietanti prospettive per la Siria, dove appare molto problematico immaginare l’eliminazione di un altro dittatore laico, Assad, senza che – come in Iraq e in Libia – si apra la via a un processo di decomposizione istituzionale e territoriale di cui beneficerebbero le forze islamiste più estreme.

Che fermare lo Stato Islamico sia un’urgenza lo dimostra il fatto che il Presidente Obama ha deciso di chiedere al Congresso un’autorizzazione all’uso della forza militare. Cercando di sottrarsi all’accusa di avere così invertito la sua precedente politica, quella di ritirarsi dalle «guerre stupide» di George W. Bush, Obama ha farcito la sua richiesta di precisazioni sul tipo di forze e sui limiti temporali, ma è inevitabile a questo punto prevedere che presto vedremo arrivare in Iraq quegli «stivali sul terreno» che non solo Obama, ma l’opinione pubblica americana, non avrebbero voluto più vedere. E non si tratta solo degli Stati Uniti: la missione esplicitamente anti-Isis della portaerei francese «Charles de Gaulle» costituisce un altro segnale di notevole significato politico ancor prima che militare.

Per gli americani il rischio, come sempre quando si prospetta un uso limitato della forza armata, è che la situazione possa precipitare mettendo a repentaglio le limitate forze schierate in origine e costringendo quindi a un’inevitabile escalation. E’ qui che l’Iran può essere visto come una soluzione, e non solo come un problema. In realtà è in parte già così, visto che Washington e Teheran stanno indirettamente coordinandosi, per interposto governo iracheno, nella lotta allo Stato Islamico. Un paradosso che lascia non pochi sconcertati e sospettosi, soprattutto a Tel Aviv e a Riad, ma che non è certo una novità dal punto di vista storico, soprattutto in una regione come il Medio Oriente, dove il nemico del nemico non è necessariamente un amico, ma può diventare un indispensabile alleato di fatto.

Se per gli Stati Uniti si tratta di ridurre i danni dei ripetuti errori politici e strategici e fermare la destabilizzazione e il caos politico a livello regionale, gli obiettivi dell’Iran sono abbastanza evidenti. Si tratta in primo luogo di garantire che l’Iraq non torni ad essere una minaccia come ai tempi di Saddam: questo spiega perché dal momento della caduta di Saddam il governo di Baghdad sia stato sostenuto sia da Washington sia da Teheran. Collaborare con gli americani contro lo Stato Islamico non è quindi per gli iraniani né un problema né una novità.

Ma fra gli obiettivi iraniani vi è qualcosa di più sostanziale e di più ambizioso: il progetto di ottenere dagli Stati Uniti, anche a costo di accettare di pagare alcuni prezzi, una sorta di «sdoganamento» come potenza regionale, e soprattutto la caduta di un bruciante status di Paese reietto e paria, sistematicamente escluso ed isolato internazionalmente. Si tratta di un obiettivo condiviso dalla stragrande maggioranza degli iraniani, seppure con diverse sfumature, e respinto solo da una minoranza peraltro – e vi è qui un elemento d’incertezza – solidamente impiantata nei gangli vitali del potere.

Per capire quale sia questo vero e proprio «progetto nazionale» vale la pena rileggere il testo della proposta che, con l’autorizzazione dei vertici del regime (erano i tempi del governo riformista di Khatami), un ristretto gruppo di diplomatici iraniani redasse nel 2003 e inoltrò al governo americano, che rifiutò ostentatamente di prenderla in considerazione – anzi, persino di riceverla. (NOTA: Su questo blog ne abbiamo parlato in questo articolo).

Punti importanti di quella proposta erano la richiesta iraniana di discutere «un riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza iraniani nella regione», e la possibilità di una dichiarazione americana secondo cui «l’Iran non appartiene all’asse del Male». In cambio si offriva fra le altre cose di prendere in considerazione «il coordinamento dell’influenza iraniana» in Iraq. Interessanti erano anche la disponibilità a discutere, per la Palestina, «l’accettazione della Dichiarazione di Beirut della Lega Araba (iniziativa di pace saudita, approccio dei due Stati)» e l’ipotesi di «un’azione su Hezbollah perché diventi una semplice organizzazione politica all’interno del Libano».

Forse dodici anni dopo Washington potrebbe rispondere a quella proposta. Ma certo non potrà farlo se non verrà superato l’ostacolo della questione nucleare.

L’articolo originale è disponibile QUI.

Il governo Rowhani

Mohammad Javad Zarif

Se ne è parlato per un mese e mezzo, in pratica dal giorno dopo la vittoria del 14 giugno. Il 4 agosto Hassan Rowhani ha presentato al majles la sua squadra di governo. Secondo la Costituzione iraniana, ogni singolo ministro deve ora ricevere la fiducia del parlamento.

Ecco i nomi presentati dal neo presidente:

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Mostafa Pourmohammadi

Cultura e Guida Islamica: Ali Jannati

Petrolio: Bijan Zanganeh

Interni: Abudlreza Rahmani Fazli

Economia: Ali Teyebnia

Intelligence: Seyed Mahmoud Alavi

Energia: Hamid Chitnian

Difesa: Hossein Dehgan

Industria e commercio: Mohammad Reza Nematzadeh

Agricoltura: Mahmoud Hojatti

Lavoro: Ali Rabei

Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Mohammad Ali Najafi

Salute: Seyed Hassan Ghazizadeh Hashemi

Sport: Massoud Soltanifar

Tecnologia: Mahmoud Vaezi

Scienza: Jaffar Milimonfared

Non è un governo propriamente riformista. Secondo i media iraniani, la composizione politica potrebbe essere schematizzata così: 7 riformisti, 4 moderati, 5 indipendenti e 2 conservatori.

Non è detto che l’esecutivo resterà questo: è probabile  che alcuni nomi non avranno vita facile di fronte al majles. Ma Rowhani, nelle sue prime mosse da presidente, sta dimostrando grande capacità di mediazione e accortezza politica.

Uno dei nomi che merita maggiore attenzione è quello di Mohammad Javad Zarif agli Esteri. Probabilmente non c’era scelta migliore per un presidente che ha fatto del dialogo con l’Occidente uno dei temi principali della campagna elettorale. Non perché – come si è scritto e detto parecchio negli ultimi giorni – Zarif abbia studiato negli Usa (anche il suo predecessore Salehi si è laureato negli States..), ma perché ha una lunga storia di trattative. In epoca Khatami, è stato ambasciatore presso l’Onu e da New York si è in diverse occasioni spostato a Washington per incontrare senatori ed esponenti americani. Non è un mistero che abbia lavorato al Grand Bargain del 2003, il grande accordo di “normalizzazione dei rapporti” proposto da Teheran e rispedito al mittente dall’amministrazione Bush.

L’altro nome che ha fatto molto discutere è quello di Ali Jannati, scelto per il ministero della Cultura e Guida islamica (Ershad). Si tratta di una posizione chiave, perché incide in modo determinante sulla vita degli iraniani. Con la prima presidenza Khatami, il ruolo fu ricoperto dal 1997 al 2000 da Moharejani che diede vita a una breve ma intensissima stagione di grande apertura e fermento culturale per la stampa, il cinema e la musica. Negli otto anni di presidenza Ahmadinejad, il ministero ha invece interpretato in modo molto restrittivo il suo ruolo, mettendo, tra l’altro,  al bando centinaia di quotidiani e chiudendo la Casa del cinema.

Jannati ha un passato da diplomatico in Kuwait, con ottimi rapporti con Rafsanjani e una brevissima esperienza nel primo gabinetto di Ahmadinejad. Ma a lui si rimprovera più che altro il cognome, dato che è figlio di Ahmad Jannati, l’ayatollah ultraconservatore al vertice del Consiglio dei Guardiani. Tuttavia, il nuovo ministro ha sempre espresso posizioni differenti da quelle del padre, sostenendo che le idee politiche non “si trasmettono per dna”.

Ha destato più di qualche mugugno la scelta di Mostafa Pourmohammadi come ministro della Giustizia. Pourmohammadi era pubblico ministero nei tribunali rivoluzionari che seminarono il terrore negli anni Ottanta e giocò un ruolo di primo piano nelle esecuzioni di massa del 1988, con le quali vennero eliminati migliaia e migliaia di oppositori del regime. Una scelta che suona un po’ stonata con gli annunci di Rowhani che, in campagna elettorale, aveva parlato della necessità di uscire dalla logica di “Stato di sicurezza”.

Va comunque precisato che il ministro della Giustizia viene scelto dal presidente tra una rosa di 4 nomi proposti dal capo della Magistratura. Rowhani, in questo senso, non aveva grande libertà di scelta. Forse, da un punto di vista politico, questa nomina serva a “tutelare” le altre, a cominciare da quella del ministro degli Esteri.

Per concludere, con una mossa a sorpresa la Guida Khamenei ha nominato il presidente uscente Ahmadinejad membro del Consiglio per il discernimento.

Promoveatur ut amoveatur?

Teheran verso le elezioni/2

Presidenziali Repubblica Islamica 2013

A pochissimi giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature per le presidenziali, la scena politica iraniana è scossa da segnali contrastanti e clamorosi.

Il 27 aprile il sito Baztab ha pubblicato un articolo che parla dell’esistenza di un nastro audio che proverebbe i brogli elettorali del 2009. Ahmadinejad sarebbe pronto a rendere pubblico quel nastro qualora il Consiglio dei Guardiani bocciasse la candidatura del suo braccio destro e consuocero Esfandiar Rahim Mashei.

Lo staff di Ahmadinejad ha però negato con vigore l’esistenza di tale nastro.

Altrettanto clamorosa e difficile da verificare la notizia secondo la quale il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato trattenuto in stato d’arresto per 7 ore lo scorso 29 aprile.

Secondo il sito WND Ahmadinejad, dopo essersi recato in vista alla 26esima Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sarebbe stato convocato dalla Guida per “comunicazioni urgenti”. L’auto con a bordo il presidente sarebbe stata isolata da quelle della scorta e dirottata in un edificio del Ministero degli Esteri. Qui, il presidente uscente sarebbe rimasto per ore in un vertice con Asghar Hejazi, capo intelligence dell’ufficio della Guida, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida e il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.

Il summit si sarebbe concluso intorno alla mezzanotte e sarebbe stato una sorta di avvertimento nei confronti del presidente Ahmadinejad.

Novità anche da Hashemi Rafsanjani che sarebbe intenzionato a candidarsi. Il suo, sarebbe un vero e proprio atto di sfida nei confronti della Guida Khamenei che punta invece a individuare un candidato forte che possa rappresentare il fronte ultraconservatore.

Lunedì 29 aprile Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano conservatore vicino alla Guida, ha sferrato un violento attacco all’ex presidente riformista Khatami, accusandolo in sostanza di essere la “quinta colonna di Usa, Israele e Gran Bretagna” e di aver fomentato i disordini del 2009. Khatami non ha replicato, ma il sito Entekhab ha confermato che l’ex presidente non si candiderà.

Teheran verso le elezioni/1

Iran. Si vota il 14 giugno

Alle elezioni presidenziali iraniane manca un mese e mezzo. Per ora l’attenzione dei media internazionali è blanda e d’altra parte la campagna elettorale deve ancora cominciare. I candidati hanno tempo per registrarsi dal 7 all’11 maggio. Poi il Consiglio dei Guardiani passerà al vaglio i profili dei singoli e avremo la lista ufficiale dei papabili.

Va inoltre ricordato che il 14 giugno si svolgono anche le elezioni amministrative. Un election day che potrebbe far lievitare la partecipazione.

“Il Consiglio dei Guardiani valuta, sulla base dei requisiti indicati dalla Costituzione, se ogni singolo candidato sia idoneo a partecipare alle elezioni presidenziali e parlamentari”. Così recita la Carta iraniana.

Per avere un’idea di che genere di “taglio” possa esercitare il Consiglio, basti ricordare che nel 2009 i pretendenti candidati erano 475 (tra cui 42 donne) e il consiglio dei Guardiani ne ammise solo 4.

Tra meno di due settimane potremo perciò cominciare a parlare di dei singoli candidati e azzardare pronostici.

Prima è però forse necessario fugare alcuni equivoci.

Le elezioni del 2009 sono state probabilmente un’eccezione nella storia della Repubblica Islamica: la straordinaria mobilitazione per Karroubi, il voto, i sospetti e le accuse (più che fondate) di brogli, la repressione delle proteste poi.

È impensabile che il sistema tolleri una “replica” di quell’esperienza. Ma è altrettanto vero che non potrà nemmeno permettersi una “messa in scena” totale. Nella Repubblica islamica – con tutti i limiti e i difetti del sistema – le elezioni hanno sempre visto una competizione reale tra i candidati. Se non fosse stato così, non avremmo mai avuto Khatami e non avremmo avuto l’Onda Verde.

Già un mese fa dalla Guida sono arrivati dei segnali inequivocabili: le prossime elezioni non dovranno più avere quello “stile occidentale” che aveva caratterizzato il voto del 2009. Stop dunque a confronti televisivi e alla propaganda continua per un mese.

Eppure erano stati questi gli elementi che avevano appassionato gli iraniani e aveva contribuito alla massiccia affluenza alle urne (oltre l’80%).

Il Consiglio dei guardiani ha poi intimato ai candidati di non usare fondi pubblici per la propria campagna elettorale.

Già, ma chi saranno i candidati? Finora, sono una ventina gli esponenti politici che hanno manifestato l’intenzione di candidarsi. Tutti nomi piuttosto noti: tra gli altri, Mohammad Baqer Ghalibaf, sindaco di Teheran; Ali Larijani, presidente del parlamento; Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo di sicurezza nazionale e capo negoziatore dell’Iran con il ‘5+1’ sul nucleare; Mohsen Rezaei, ex capo dei Pasdaran e attuale guida del Consiglio del Discernimento; Esfandiar Rahim-Mashaei, ex Capo di Gabinetto e consuocero di Mahmoud Ahmadinejad; Ali Akbar Velayati, Consigliere della Guida Khamenei; Manouchehr Mottaki, ex ministro degli esteri e altri ancora.

Ma è una situazione in continuo divenire. Fino ad alcuni giorni fa, ad esempio, sembrava probabile la candidatura dell’ex presidente Mohammad Khatami. Ma in una riunione con un gruppo di veterani è stato lui stesso ad annunciare che stavolta non correrà, perché sente che “buona parte del sistema è contro di lui”.

Difficile anche che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Esfandiar Rahim-Mashaei. Mentre sembrano risalire le quotazioni dell’eterno Ali Akbar Hashemi Rafsanjani.

[youtube]http://youtu.be/661ncgTFASs[/youtube]

Alcuni mesi fa, Khamenei aveva affidato a tre politici di sua fiducia (il suo consigliere Velayati, il parlamentare  di lungo corso Gholam Ali Haddad-Adel e il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf) l’incarico di trovare un candidato unico per i “principalisti” (conservatori). Ad oggi il cosiddetto gruppo 2+1 non ha trovato un nome.

Ma i giochi devono ancora entrare nel vivo.

Elogio di Facebook

Non chiedere mai a chi serve FB

FB serve anche a te

I

Voglio scrivere una storia. Anzi, un apologo. L’apologo è un “racconto breve e solitamente di carattere allegorico che normalmente si prefigge un fine pedagogico, morale o filosofeggiante.In esso protagonisti sono gli animali ma più spesso gli uomini” (Wikipedia).

Protagonisti di questo apologo sono una signora molto apprensiva e una storia molto antica.

La vicenda inizia più di dieci anni fa, a Teheran, in un pomeriggio di settembre.

II

Nell’autunno del 1994, Teheran era una città che stava ricominciando a vivere. La guerra con l’Iraq era finita ormai da sei anni e l’Iran pensava alla ricostruzione. Il nero dei chador in cui si avvolgevano le donne, e i volti dei martiri che coprivano i muri della città, testimoniavano un dolore e una rabbia ancora cocenti ma la vita stava faticosamente ritornando alla normalità. Presidente della Repubblica era, al suo secondo mandato,‘Ali Akbar Hāshemi Rafsanjāni: la sua facciona sorridente, da gatto del Cheshire, anticipava in qualche modo la “primavera di Teheran” che sarebbe iniziata due anni dopo con l’elezione di Mohammad Khātami.

La sorveglianza dei pasdārān era sempre concentrata sui riccioli che sfuggivano ribelli dai severi maghnaeh delle studentesse, e sull’alito degli automobilisti che attraversavano nottetempo la città. In quei giorni, però, la figlia del Presidente, Faezè, stava preparandosi per vincere alla grande le prossime elezioni del majlis, e tutti sapevano che sotto il chador indossava un paio di jeans.

C’era qualcosa di nuovo nell’aria, anzi, d’antico.

Ogni venerdì, gli stupendi giardini dell’Ambasciata italiana si spalancavano per accogliere una comunità la cui composizione rispecchiava la varietà e la vivacità dei rapporti che allora intercorrevano tra Italia e Iran, mentre la domenica i sacerdoti della Chiesa della Consolata officiavano in italiano e in persiano, a poche decine di metri dalla Moschea del Venerdi.

A nord, sul Mar Caspio, le ville appartenute alla famiglia reale e ai nobili della corte scivolavano verso la rovina, mentre mucche pezzate osservavano con bonomia le cavalcate mattutine di anziane principesse sopravvissute a tutte le rivoluzioni, con i loro capelli bianchi e gli azzurri occhi indoeuropei.

Molto più a Sud, dalle parti di Bandar-e ‘Abbas, le donne si coprivano il volto con mascherine colorate, mentre l’Isola di Kish si preparava a diventare una free zone di lusso, il primo avamposto del mercato globale in Iran.

Che era, allora, un posto bellissimo in cui vivere.

Le pianure del nord e le cupole azzurre di Isfahan; i vicoli di Yazd inondati di luna e le torri del silenzio; le valli verdi di nebbia, i viottoli e le case di fango delle porte azzurro e ocra di villaggi inerpicati sulle pendici dell’Elburz, dove gli asini trotterellavano indisturbati, alzando il capo incuriositi al richiamo della preghiera.

Gli specchi e i pesciolini rossi sulle tavole di Now Rouz; la processione dei dignitari lungo la scalinata dell’Apadana recando doni al Re dei Re; il sole bianco del Fars e poi l’erba, l’ombra e un ruscello accanto al quale si stendeva la coperta e si tagliava l’anguria, tra chiacchiere molli; le tempeste di sabbia e neve nel deserto; l’isola perduta di Ashuradè a Bandar-e Turkeman.

In un giorno di settembre, a pomeriggio avanzato, mentre si chiacchierava in giardino sorseggiando succo di melagrana, un amico tornò da una spedizione tra le librerie del centro recando con sé un’opera in due volumi rilegati in brossura: ne era così entusiasta che si sedette in mezzo a noi sotto il noce, senza bere nemmeno un bicchiere d’acqua, e cominciò a raccontarne il contenuto.

Il Dārāb Nāmè fu subito, per me, la storia più bella del mondo: uno specchio in cui mi riconoscevo, anzi, una sorta di diamante, le cui sfaccettature sembravano riflettere ognuna una parte di me.

Da allora sono trascorsi molti anni, tanti sono stati necessari per capire che una storia può essere raccontata mille volte in mille modi, e quindi anche a modo mio.

III

Le storie vanno soprattutto narrate, altrimenti muoiono.

Le storie, se continuano a essere raccontate, non muoiono mai.

A volte si addormentano per risvegliarsi nelle situazioni più impensate, e spesso finisce che le ritroviamo dentro di noi.

Le storie sono nate e cresciute viaggiando da un mercato all’altro, da una città all’altra, da un mare all’altro.

Le storie hanno bisogno di viaggiare.

Le storie non sono patrimonio di nessuno e appartengono a chiunque le ascolti. Le storie vanno raccontate senza paura.

Le storie riscaldano il cuore e annacquano la nostalgia; s’incontrano, si mescolano, si travestono. Si sovrappongono ad altre storie, di altre epoche e di altri paesi, e sedimentano fino a che trovano chi le racconta in una forma nuova.

Le storie sono potenti: addolciscono gli animi, guariscono gli ammalati, spiegano la vita. Ognuno ha la sua preferita, quella che potrebbe ascoltare mille volte senza mai stancarsi, la storia del cuore.

Mi ritrovavo con una storia da raccontare e non sapevo come fare…

IV

Fosse tutto qui! Una storia di donne. Semplice a dirsi.

Ma pensate.

In questo libro, questo Romanzo di Dario, c’è una donna che s’innamora di Iskandar/Alessandro poco più che fanciullo, lo fa ubriacare e lo seduce… E ogni sera si alzava e andava dove viveva Iskandar…Fino a che il padre non la scopre e la uccide davanti agli occhi di Alessandro, che pensa bene di scappare a gambe levate. Alessandro? Un vigliacco?

E ancora.

Sconfitto Darā figlio di Darāb, Iskandar/Alessandro non riesce ad avere la meglio sulla figlia di lui Purandokht, la più valente tra i valorosi guerrieri iranici. Alessandro? Tenuto in scacco da una donna? La stessa donna che poi sposerà, alla quale delegherà il governo del suo impero mentre lui se ne andrà a cercare avventure altrove e che dovrà accorrere a trarlo d’impaccio in più di un’occasione.

Da non credere. Ma non è finita.

Un’altra donna, Humāy, figlia del re dell’Egitto ma di stirpe iranica, bella come un pavone che si pavoneggia…valorosa e intrepida oltre ogni limite, aveva giurato che avrebbe sposato solo chi fosse riuscito a sconfiggerla in combattimento… Humāy sposa il Re dell’Ian, lo seppellisce abbastanza in fretta, e viene acclamata Regina…Infine la fecero sedere in trono e principi e mercanti baciarono la terra davanti a lei. Humāy cominciò a operare con equità e giustizia e rese il mondo più sicuro: ritornarono a fluire le carovane, poiché furono regolati tributi e commerci, e il lupo cominciò a bere con l’agnello, il piccione volò con il falco reale, mentre le gazzelle andavano al pascolo con le pantere.

Quando si accorge di attendere un figlio Humāy non ha esitazioni: poiché teme che un erede possa sottrarle il regno, subito dopo il parto ordina alla balia di deporre il bambino in una cassa, assieme ad alcuni gioielli, e di abbandonarlo alle acque.

E che dire di Temrusyyeh, moglie del re dell’Oman, che guida e assiste Darāb fuggitivo verso il Mar della Grecia, in navigazione lungo il Mare Eritreo tra assalti di pirati e tempeste e avventure di ogni genere?

Sarebbero queste, le donne invisibili dell’Islam? Questa girandola inconsueta di persiane, romane, greche, abissine, indiane, filosofe e schiave, regine e consigliere, guerriere e amanti? Catena femminile persiana di trasmissione del potere, da Humay regina dell’Iran al figlio Dario/Darab, e dalla nipote di lui, Purandokht al greco-persiano Alessandro/Iskandar di madre rum ̄ı, greca o forse romana?

Questo libro che mi è caduto addosso: mélange di epica iranica, tradizione alessandrina e influenze ebraiche ed ellenistiche, gioco di specchi e caleidoscopio di percorsi narrativi.

Che parole ho, io, per dare voce a questa storia? Come posso narrarla?

Come dicevo, mi ci sono voluti quasi vent’anni per capire che una storia, anche se scritta nel XII secolo, può essere raccontata in molti modi.

Questione di koinè.

(continua)

Cicuta iraniana

Nucleare Iran. I dubbi di Teheran

“La cicuta salvò il Paese”.  Hassan Mamdouhi , ayatollah membro dell’Assemblea degli Esperti, non si riferiva certo a Socrate, nella dichiarazione riportata pochi giorni fa dall’agenzia Mehr. Il richiamo era “all’amaro calice” che Khomeini dichiarò di bere a malincuore quando nel 1988 accettò il cessate il fuoco con l’Iraq. Mamdouhi cita la fine della “guerra imposta” per indicare una soluzione alla crisi attuale. L’Iran è accerchiato, militarmente ed economicamente. Il perdurare della querelle nucleare comincia ad aprire delle crepe anche nel sistema politico. O almeno così sembrerebbe, a giudicare da alcune recenti prese di posizione.

Il capo dell’intelligence dei Pasdaran Yadollah Javani in un discorso a Yazd ha messo in guardia contro quelli “che vogliono arrendersi all’Occidente”. Sotto accusa l’attuale presidente Ahmadinejad e l’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

Retorica a parte, la situazione è grave. Il presidente del parlamento Ali Larijani ha detto che “il 20% dei problemi economici del Paese è dovuto alle sanzioni”. Il rimanente 80% è dovuto al taglio dei sussidi da parte del governo e dal fallimento di altre misure. Come dire, tutta colpa di Ahmadinejad. Ma la crisi non può essere scaricata solo sulla fazione del presidente: l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità rappresenta uno spettro per tutto il sistema. Se nel Paese si arrivasse a manifestazioni per il pane e il riso, gli stessi Guardiani della rivoluzione dovrebbero affrontare contestazioni ben diverse da quelle dell’Onda Verde di tre anni fa.

Secondo un sondaggio pubblicato da un sito web controllato dallo Stato (www.irinn.ir) il 60% degli iraniani sarebbe favorevole a sospendere l’arricchimento dell’uranio per risolvere la controversia nucleare con l’Occidente. Successivamente, il sondaggio è stato rimosso dal sito. Ma questi espedienti contano poco: la crisi è pesante, gli iraniani sono stanchi e sfiduciati.

Il 10 luglio il politico riformista Abdollah Nouri, ministro dell’Interno dal 1989 al 1993 con Rafsanjani e dal 1997 al 1998 con Khatami, ha lanciato pubblicamente l’idea di un referendum nazionale sul programma nucleare.

“È ovvio – ha detto – che dovrebbe essere nostro diritto avere un programma nucleare a scopi pacifici. Il punto  è se vale la pena sacrificare gli interessi nazionali per una sola questione”.

Parlamentari Iran, il secondo turno

Venerdì 4 maggio si è votato in Iran per assegnare i 55 seggi (su 290) non assegnati al primo turno del 2 marzo. Si votava a Teheran e in altri 32 collegi. Esito scontato? Non esattamente. I media occidentali hanno parlato di sconfitta della fazione di Ahmadinejad, ma non è andata proprio così. I media italiani hanno in pratica ignorato la tornata elettorale.

Ricordiamo che in Iran i partiti politici sono più che altro dei cartelli elettorali e che alleanze e contrapposizioni si rimescolano in parlamento.

Affluenza e propaganda

Per il primo turno la propaganda aveva strombazzato per giorni e giorni l’importanza del voto come risposta “all’arroganza delle potenze straniere”. L’affluenza ufficiale (e sospetta) del 65% venne sbandierata come una grande dimostrazione di consenso. Per questo secondo turno, si è invece scelta una linea di basso profilo. Poche le notizie sui media ufficiali, niente su Press Tv, il sito del canale di Stato in lingua inglese. Per ora  si sa di un 20% di affluenza a Teheran. Dato credibile e assai indicativo della disaffezione popolare nei confronti della classe politica iraniana.

Com’è andata

Il dato più evidente (ma non ai media occidentali) è che non emerge una fazione predominante. Alcuni uomini politici ostili ad Ahmadinejad hanno vinto il loro collegio: Ahmad Tavakoli e Ali Motahari a Teheran, per esempio. Parviz Sorouri invece ha perso. Mantengono il loro posto in parlamento Hamid Rasaei e Mehdi Koochakzadeh, due importanti membri del fonte pro Ahmadinejad. Rimangono fuori anche i candidati vicini al sindaco di Teheran Qalibaf. Molti gli indipendenti eletti.

Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre questo secondo turno a un proseguimento dello scontro tra la Guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Piuttosto, stiamo assistendo a un nuovo rimescolamento delle carte, una fase piuttosto confusa e difficile da decifrare.

Con una battuta, potremmo dire che  gli sconfitti sono molti, mentre non è chiaro chi abbia vinto davvero.

Alcuni degli eletti erano sia nella lista del Jebheh Mottahed-e Osoolgarayan (Fronte di Unità, riconducibile alla Guida) sia su quella del Jebheh Paaydaari-e Enghlelab-e Eslami (Fronte della stabilità della Rivoluzione isalmica, più vicino ad Ahmadinejad). Bizzarro per i nostri canoni politici, non per quelli iraniani.

Un primo importante riscontro degli equilibri si avrà con le votazioni per il presidente del Parlamento. Che sia di nuovo Larijani non è affatto scontato. Anche perché negli ultimissimi tempi i rapporti con la Guida sembrano essersi raffreddati.

Sadegh Zibakalam, analista dell’Università di Teheran, si azzarda a prevedere una maggioranza favorevole al presidente Ahmadinejad.

 

Riformisti out

I pochi riformisti che avevano scelto di non boicottare il voto, hanno perso quasi tutti.  Personaggi come Mostafa Kavakebian, Dariush Ghanbari, Qadratolah Alikhani, e Mohammad Reza Khabbaz, tutti appartenenti al Partito della Linea dell’Imam Khomeini, non siederanno nel nuovo parlamento.

Guida pigliatutto?

Un parlamento diviso è un parlamento debole. Con un presidente a fine mandato. In uno scenario simile, sarebbe la Guida ad avere via libera totale. In politica interna come in politica estera, dove è appena cominciato un dialogo col gruppo 5+1 sul nucleare. Tutto semplice? No. La Repubblica islamica per 33 anni si è retta su un meccanismo di equilibri complicato e mutevole. Non è mai stato – nemmeno ai tempi di Khomeini – il governo di un uomo solo. Qualcuno ricorda che la fine della monarchia cominciò quando lo scià si circondò di yesmen, incapaci di qualsiasi critica. Reza Pahevi perse così ogni contatto con il suo popolo. Forse Khamenei non rischia la stessa fine, ma di certo quella diarchia (Presidente/Guida) che con Khatami e Rafsanjani era più evidente, gli aveva risparmiato un’esposizione diretta e lo aveva in un certo senso  preservato da certi rischi. La presidenza Ahamdineajad e la crisi del dopo elezioni 2009, ha cambiato il carattere stesso del ruolo della Guida. Che è divenuta un attore diretto.  Manca un anno al voto delle presidenziali. Khamenei deve ora trovare un altro interprete per una nuova versione della Repubblica islamica. Dopo la stagione del riformismo di Khatami e quella del populismo di Ahmadinejad, potrebbe essere la volta di una modernizzazione autoritaria. Con l’Iran, mai dire mai.

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

Segnali?

Qualche aggiornamento sulle elezioni parlamentari. Il ministero degli Interni ha finalmente fornito i dati ufficiali del primo turno: i seggi assegnati sono 225 su 290. A Teheran sono stati assegnati soltanto 5 seggi su 30.

Per il secondo turno bisogna aspettare il Consiglio dei Guardiani, che deve prima convalidare i risultati del voto del 2 marzo e poi fissare la data del ballottaggio (presumibilmente ad aprile).

I votanti ufficiali sarebbero stati 48.288.,799, pari al 63.26% degli aventi diritto. Se fosse vero, sarebbe una delle affluenze più alte della storia della Repubblica islamica.

A urne chiuse, martedì 6 marzo la Guida Khameni ha tenuto un discorso quasi del tutto ignorato dai media occidentali. Ha rivendicato – come era ovvio – il dato dell’affluenza alle elezioni come un grande successo per la legittimità del sistema politico iraniano. E fin qui nulla di nuovo. Poi ha però ha dedicato poche ma significative parole ai rapporti con gli Usa: “Abbiamo sentito che il presidente americano ha detto: ‘Non stiamo pensando a un guerra contro l’Iran’. Questo è buono, molto buono. Sono parole sagge. È la fine di un’illusione”.

Al di là della propaganda e al netto dell’enfasi oratoria, questo è un messaggio politico. La Guida esce rafforzata da questo confronto elettorale. Il voto in Iran non è mai libero, ma è sempre molto importante dal punto di vista politico. Se certi presunti “analisti” studiassero un po’ la storia della Repubblica islamica, avrebbero evitate di scrivere le banalità pubblicate nelle ultime settimane.

Dietro l’apprezzamento di Khamenei per Obama potrebbe esserci dunque una mossa tattica. La politica estera la fa la Guida, non il Presidente della repubblica. Ahmadinejad – con buona pace di tanti sepolcri imbiancati nostrani – negli ultimi anni si era mostrato più incline al dialogo con l’Occidente rispetto a Khamenei. Ora però il presidente è più debole e questo – in teoria – dovrebbe “semplificare” i processi decisionali interni alla Repubblica islamica.

Ed è anche vero che – da che mondo e mondo – gli accordi e i compromessi col “nemico” li fanno i “duri”, non i riformisti. In questo senso, è emblematica l’intervista di Fareed Zakaria ad Henry Kissinger su CNN:

A proposito di riformisti, l’ex presidente Khatami ha rilasciato una dichiarazione ufficiale circa la sua partecipazione al voto del 2 marzo. (Per il testo integrale in persiano clicca qui).

In sostanza, dice di aver votato per mantenere una “finestra aperta per il riformismo”. Quali siano gli spiragli di un’eventuale tattica di questo tipo, è tutto da dimostrare. Personalmente, ancora una volta mi stupisce lo stupore. Khatami, così come Rafsanjani e gli stessi Mousavi e Karroubi, sono personaggi interni alla Repubblica islamica. Nessuno di loro ha mai virato verso posizioni antisistema.

La scelta di Khatami è opinabile, considerate le sue dichiarazioni nei mesi passati in merito al boicottaggio, ma non è in contraddizione con la sua carriera politica.

Voto d’aria

Tutto come previsto? Sì, forse, non proprio. I risultati delle elezioni legislative iraniane sono meno scontati di quanto annunciati a botta calda.

Partiamo dall’affluenza. Il dato ufficiale è del 64,4%. Lontanissimo dall’83% delle presidenziali del 2009, ma quasi 10 punti in percentuale in più rispetto al 55% delle precedenti legislative del 2008.

Se questi dati fossero veri, si potrebbe parlare di una buona (e comunque non straordinaria) partecipazione al voto.

Tuttavia, è più che lecito avanzare qualche dubbio. Nel 2009 era stata la grande mobilitazione pro Mousavi a portare al voto 8 iraniani su 10. In assenza di candidati riformisti, in un clima di abulia politica e sfiducia collettiva, sembra davvero strano che sia andata a votare tutta questa gente.

Alcuni dettagli sono clamorosi. Il Ministero degli interni ha detto che nella città di Ilam – dove gli aventi diritto sono 373.000 – avrebbero votato 380.000 persone. Un’affluenza del 102%. Più che un record, un dato da guinness dei primati.

C’è anche un piccolo caso televisivo, al riguardo. Alla tv di Stato iraniana, domenica 4 marzo, il Direttore dell’ufficio elettorale Sowalt Mortazavi ha detto in un’intervista che l’affluenza era stata di poco superiore al 34%, salvo poi correggersi e virare sul 64% e rotti. Svista? Lapsus? Chissà.

Il passaggio dell’intervista (in persiano)

Un mese fa, a Teheran, pareva che delle elezioni non importasse nulla a nessuno. E tanti dicevano esplicitamente che si sarebbero astenuti. Però, appunto, era un mese fa e sto parlando di Teheran. Il resto dell’Iran potrebbe aver risposto davvero alla chiamata alle urne della Guida Khamenei come risposta all’accerchiamento esterno. Per tanti studenti e lavoratori statali, poi, non è mai una buona cosa astenersi.

I risultati

Intanto non sono così definitivi, come riportato da alcune cronache nostrane. Su 290 seggi, al primo turno ne sono stati assegnati 150. Poco più della metà, dunque. Quindi non mi sbilancerei con giudizi così definitivi (per vedere come funziona la legge elettorale iraniana clicca qui).

Di questi 150, 112 sono fedelissimi di Khamenei e soltanto 10 di Ahmadinejad. Gli altri 28 sono stati etichettati come “riformisti”, nonostante Moussavi e Karroubi – entrambi agli arresti domiciliari da un anno – avessero lanciato un appello per l’astensione.

Non mi fisserei troppo sulle sigle degli schieramenti. Nella politica iraniana i partiti sono più che altro cartelli elettorali e dopo il voto si assiste spesso a rimescolamenti e cambi di posizione.

Di sicuro, si profila una mazzata per Ahmadinejad, che in questa occasione non paga tanto i suoi insuccessi in campo economico, quanto lo scontro con la Guida Khamenei. Nessun altro presidente, prima di lui, aveva osato, in oltre 30 anni di Repubblica islamica, arrivare a un confronto così duro e prolungato.

Adesso Khamenei sembra aver ripreso il controllo della situazione e il presidente sembra un’anatra ancora più zoppa di prima: col parlamento quasi completamente contro, il suo ultimo anno di mandato non sarà semplice. Riuscirà a scampare dal polverone su uno scandalo finanziario che sembrerebbe coinvolgerlo? Ce la farà a presentare il suo delfino (nonché consuocero) Mashaei alle presidenziali 2013?

Questo scenario dovrebbe  almeno rendere più chiaro che chi comanda davvero in politica estera è la Guida, non il presidente. Un eventuale accordo sul nucleare deve essere preso con Khamenei, non Ahmadinejad. Per capirlo sarebbe bastato leggere la Costituzione dell’Iran.

Postilla sul “caso Khatami”

L'ex presidente Khatami vota alle legislative del 2012

Fa discutere il comportamento dell’ex presidente riformista Mohamamd Khatami che, dopo aver annunciato nei mesi scorsi il boicottaggio di queste elezioni, alla fine ha votato in un seggio vicino alla città di Damavand, a nord di Teheran. Anche l’altro ex presidente Rafsanjani ha votato. Nel web lo shock dei riformisti e dei dissidenti è enorme. Cosa lo ha spinto? Calcolo? Paura? Accordi sul destino dei detenuti politici? Le ipotesi si sprecano in attesa di una dichiarazione ufficiale di Khatami.