Questo non è un taxi

Secondo il primo assioma della comunicazione è impossibile non comunicare. Qualsiasi comportamento, in situazione di interazione tra persone, è ipso facto una forma di comunicazione. Prima ancora della politica, basta forse la logica a spiegare perché il divieto di girare film imposto a Jafar Panahi, oltre che ingiusto è insensato.

Inutile girarci intorno. Taxi Teheran, il film del regista iraniano Jafar Panahi, premiato con l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, nelle sale italiane dal 27 agosto 2015, si basa tutto su questa condanna. Di più: si regge su questa condanna. Non avrebbe probabilmente senso se non ci fosse alle spalle il “caso Panahi”.

Tutto comincia nella lunga e tormentata estate 2009, dopo le contestatissime elezioni che confermarono alla presidenza della Repubblica islamica Mahmoud Ahmedinejad. Panahi, regista tra i più noti e amati in Iran, partecipa alle manifestazioni di piazza e viene prima arrestato, poi rilasciato su cauzione e poi condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo paese per un periodo di tempo indeterminato, pena 20 anni di incarcerazione per ogni divieto violato.

Panahi viola il divieto già nel 2011, quando realizza In film nist (Questo non è un film), documentario in cui racconta come è cambiata la sua vita dopo la condanna. E poi realizza questo film, premiato a Berlino e uscito con successo in Francia.

Lo stesso regista spiega:

Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante. Il cinema in quanto arte è la cosa che più mi interessa. Per questo motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalla circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo.

La trama è semplice e non molto originale: Panahi guida un taxi per le strade di Teheran, raccogliendo e trasportando passeggeri. Della città si vede poco o nulla, la scena è fissa nell’abitacolo dell’automobile. Per intenderci, è lo schema usato da Abbas Kiarostami nel 2002 in Dieci.

Taxi Teheran

Va innanzitutto precisato che non si tratta di un documentario, come riportato da alcune recensioni. È un film di finzione, anzi, potremmo dire che un film “sulla finzione”. Gli attori (tutti non professionisti, compresa la nipotina di Panahi) sono più o meno tutti alla ricerca di una storia, di qualcosa da raccontare. Lo è lo “spacciatore di DVD”, lo è la giovane donna che ha bisogno del video testamento del marito, lo sono in modo ancora più esplicito lo studente di cinema che chiede consigli a Panahi e la nipotina impegnata nella realizzazione di un cortometraggio scolastico.

Storie da raccontare per professione, per vocazione o per bisogno. Come l’amico reduce da una rapina che sfrutta l’incontro con Panahi per sfogarsi.

L’avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh è l’ultima a salire sul taxi e si mangia letteralmente la scena, con un monologo degno di un’arringa. Forse proprio perché avvocatessa, è quella che recita meglio la parte, che si muove con più disinvoltura davanti alla telecamera digitale posta sul cruscotto.

nasrin sotoudeh

Nasrin Sotoudeh

In una cultura in cui tutto o quasi è rappresentazione (si pensi alle regole del tarof, il galateo persiano), il confine tra realtà e finzione è davvero labile.

Come pure, nonostante tutto, appaiono labili persino i limiti imposti. Chi visita il bellissimo Museo del Cinema a Teheran, trova in una delle prime sale la sezione dedicata ai film e ai tanti riconoscimenti ottenuti da Panahi. Segno di una messa al bando non così definitiva come si potrebbe pensare.

Lo stesso Panahi ha aderito alla campagna di sostegno all’accordo sul nucleare con cui molti iraniani famosi nel mondo chiedono al Congresso Usa di non bloccare l’intesa del 14 luglio 2015.

Video di Panahi a sostegno dell’accordo sul nucleare

Il film si chiude con questa scritta sullo schermo:

Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film «divulgabili». Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non sarebbe mai venuto al mondo.

È una chiusura che sa di speranza. La stesa genesi di questo film dimostra come nulla in Iran si possa considerare immutabile.

Taxi Teheran Official Trailer ITA from Fermenti on Vimeo.

Non ci posso credere!

Farhadi ce l’ha fatta: Una separazione è il primo film iraniano a vincere l’Oscar. La notizia addolcisce il lunedì mattina ed esalta il primo giorno di Diruz. Vedo la premiazione su internet e verso la prima lacrimuccia. Come disse Benigni per il suo di Oscar, “My body is in tumult”. Figuriamoci gli iraniani! E infatti sul web impazza l’entusiasmo per un premio meritatissimo, che fa onore all’immensa cultura di questo popolo.

Bene, accendo la tv per il primo tg del mattino. Sul Tg 1 si parla di Oscar, ma non di quello vinto dal film iraniano. Costumi, scenografie, fotografia, ecc. Quello al miglior film straniero viene taciuto. E vabbè – mi sono detto – in fondo è sempre Raiuno, che mi aspettavo?

E invece il silenzio regna ovunque: Rainews, mediaset, per non parlare dei siti web delle grandi testate nazionali: Repubblica, Corriere, Stampa. Nessuno mette la vittoria di “Una separazione” nemmeno nei sommari! E il giorno dopo (oggi) la musica non cambia. Sì, certo, negli elenchi dei premi il film c’è. E vorrei ben vedere.

Ma da un punto di vista strettamente giornalistico, è questa la vera grande notizia di questa edizione degli Oscar. O no?

Unica voce fuori dal coro, quella del Manifesto. In prima pagina Daniele Silvestri scrive: “Quando non si aggira pericolosamente per il mondo un presidente Usa integralista, Hollywood, progressista ma pronta al conflitto non moderato, si rilassa. Anche troppo a giudicare dagli Oscar di domenica notte (Una separazione a parte, perché mai un iraniano vinse, e questo film non è né proibito a Tehran né subdolamente dissidente)”. All’interno Giulia D’Agnolo Vallan ci informa anche che “A Separation è la prima produzione da un paese musulmano che vince nella categoria di miglior film straniero”.

Tutto il resto è silenzio. Difficile pensare che sia una semplice svista. Evidentemente nella narrazione dell’Iran, un premio Oscar stona, non piace, mette in crisi un’idea precostituita del Paese.

E così, mentre i media Usa hanno parlato del carattere “storico” di questo premio, la stampa italiana lo ha snobbato.

Ad ogni modo, tanto per rimanere in tema, ecco la registrazione di un incontro organizzato la scorsa settimana da Radio radicale col Javad Shamaghdari, vice Ministro della Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran. Si parla, tra le altre cose, anche di “Una separazione” e del processo a Jafar Panahi.