Iran nucleare, la magnifica ossessione di Netanyahu

Sarà stata la scenografia decisamente scadente (quei faldoni schierati fanno tanto ufficio delle imposte e sono così poco degni di una spy story) ma stavolta lo show del premier israeliano Benyamin Netanyahu non sembra aver riscosso grande successo. Non c’è poi molto da raccontare: in una conferenza a Tel Aviv “Bibi” ha detto di essere in possesso delle prove dell’esistenza di un programma segreto iraniano, chiamato Amad, per la creazione di cinque bombe atomiche “equivalenti a quella di Hiroshima”.

Queste prove, risultato di un colpo dell’intelligence israeliana, sarebbero contenute in 55mila file, custoditi in un armadietto pieno di faldoni e in circa 200 cd: “Sono – ha dichiarato – 55.000 pagine di documenti e altri 55.000 file su cd, copia esatta degli originali provenienti dagli archivi segreti del programma nucleare iraniano”, il tutto mostrato al mondo in diretta televisiva.

Peccato però che questo programma “Amad”, diretto da Mohsen Fakhrizadeh, sia durato dal 1999 al 2003. Non ci sono prove che l’Iran  abbia condotto un programma segreto dopo lo storico accordo del 2015.

Lo show di Netanyahu sembra perciò soprattutto  il preludio all’uscita da parte degli Usa dall’accordo del 2015. Una scelta unilaterale, da tempo ipotizzata da Trump e ormai imminente. Entro il 12 maggio, infatti, Washington deve decidere se continuare a sospendere le sanzioni o ripristinarle, uscendo così di fatto dall’accordo.

 

L’Iran cosa dice?

Il viceministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito la conferenza di Netanyahu “ridicola” e “infantile”. Il ministro degli Esteri Javad Zarif, in una serie di tweet, è stato più esplicito: “Respingiamo la reiterazione delle vecchie accuse lanciate dal premier israeliano Benjamin Netanyahu in coordinamento con gli Stati Uniti con l’intento di boicottare l’accordo sul programma nucleare di Teheran”.

 

 

 

La nota di Federica Mogherini

“Da quello che abbiamo visto dalla sua esposizione, il primo ministro (israeliano) Netanyahu non ha messo in dubbio l’adempimento dell’Iran” all’accordo sul nucleare, che “non è basato su buona fede o fiducia, ma su impegni concreti, meccanismi di verifica e una rigido monitoraggio dei fatti”, che certificano come “l’Iran rispetti pienamente i patti”. Lo scrive in una nota l’Alto rappresentante per la politica estera Ue Federica Mogherini.

“Prima di tutto – scrive -, la reazione può essere solo preliminare, perché, com’è ovvio, dobbiamo fare una verifica nei dettagli” di quanto esposto da Netanyahu, “vedere i documenti e ottenere il parere dell’Aiea (l’agenzia dell’Onu per l’energia atomica, ndr)”, perché quest’ultima “è l’unica organizzazione imparziale, internazionale che ha il mandato di verificare gli impegni dell’Iran”. “Non ho visto da parte di Netanyahu argomenti che provino una violazione da parte dell’Iran” di un accordo che “fu creato proprio perché fra le parti non c’era la fiducia”.

L’AIEA smentisce Netanyahu

L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha ribadito il 1° maggio in un comunicato, citando un suo rapporto del dicembre 2015, che non aveva “alcuna indicazione credibile di attività in Iran attinenti allo sviluppo di un ordigno nucleare dopo il 2009”.

 

Ancora qualche giorno e molto probabilmente sarà il presidente Usa Donald Trump a riaprire una questione che pareva risolta tre anni fa.

 

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran è una video-installazione della storica e giornalista italo-iraniana Farian Sabahi (www.fariansabahi.com) che sarà ospite delle seguenti istituzioni e associazioni:

– al Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino da venerdì 26 gennaio a metà febbraio (data da definire);

– al Mudec di Milano nella sola giornata della memoria, sabato 27 gennaio, in auditorium (al Mudec sarà mostrato il solo video, non ci sarà la vera e propria installazione)

– in diversi Presìdi del Libro (www.presidi.org), un’associazione che si occupa di promozione della lettura attraverso circoli diffusi in tutta Italia, soprattutto in Puglia, nel periodo che va all’incirca dal 27 gennaio a metà febbraio, in concomitanza con il Mese della Memoria. Giunta alla sua decima edizione, l’iniziativa ricorda le vittime dei genocidi e delle persecuzioni, vecchie e nuove, e riflette sulle tematiche di integrazione e accoglienza anche alla luce dei più cogenti fatti di attualità.

Sulla parete esterna alla sala del MAO, due pannelli: quello verticale spiega la storia dei cosiddetti Bambini di Teheran, quello orizzontale è una cartina con il percorso compiuto dai protagonisti di questa misteriosa vicenda. Sempre sulla parete esterna, le lettere in ebraico Yaldei Teheran (i bambini di Teheran) sono state realizzate in argilla dall’artista torinese-israeliano Gabriele Levy. Come Farian Sabahi, anche Gabriele Levy è di madre piemontese, di Alessandria, e di padre mediorientale (ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto) e anche lui risiede nel quartiere torinese di San Salvario, http://www.gabrielelevy.com. Un modo come un altro per far capire che la collaborazione tra artisti è in grado di varcare confini e superare le reciproche differenze, al di là delle invettive dei politici.

All’ingresso della sala al primo piano del museo, un tavolino con il samovar per il té accoglie il visitatore con la consueta ospitalità del popolo persiano. Prima di entrare in sala, il pubblico si toglie le scarpe. In sala, ci si siede sui tappeti appoggiando la schiena sui cuscini, oppure sulla panca in fondo. Il messaggio di fondo, da leggere anche in chiave contemporanea, è che quando si arriva in un luogo che ti ospita è opportuno rispettarne usi e costumi. E se oggi è l’Europa a dover ospitare, suo malgrado, centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, c’è stato un tempo in cui a farsi carico dei profughi ebrei e cattolici provenienti dall’Europa è stato l’Iran. (Leggi: I profughi polacchi in Iran)

Sullo schermo scorre un video di circa trenta minuti. Sono quattro le testimonianze degli ebrei polacchi, ormai anziani, intervistati dall’autrice in Israele nel 2008 e 2010. Sono ebrei polacchi che appena prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale erano scappati dalla Polonia invasa dai tedeschi verso la Polonia invasa dai sovietici. Da qui, erano stati deportati nei campi di lavoro in Siberia. In un secondo tempo erano riusciti ad arrivare in Uzbekistan dove vissero negli orfanotrofi fino a quando furono portati sulle coste del Mar Caspio e da lì a Teheran, che il 25 agosto 1941 era stata invasa dalle truppe britanniche e sovietiche. A Teheran, gli inglesi dove trasferirono 33mila soldati polacchi e 11mila rifugiati di cui 2mila ebrei, la metà minorenni destinati a un campo rifugiati allestito nell’agosto 1942 e finanziato dal governo polacco in esilio; cibo e medicine erano fornite dalla comunità ebraica iraniana, dalla Croce Rossa americana, da organizzazioni ebraiche e sioniste. A Teheran, i rifugiati polacchi trascorsero il periodo più lungo (da qui il nome Bambini di Teheran) prima di raggiungere quella che ancora era chiamata Palestina.

Nel 1942, la Jewish Agency aprì la sua prima sede a Teheran per organizzare il trasferimento dei rifugiati minorenni ebrei in Palestina via mare (Karachi e Aden) e via terra (attraverso l’Iraq, scortati dai militari britannici). Giunti in quello che ancora era Palestina, furono smistati in base alla famiglia di provenienza: i figli di rabbini furono destinati allo studio della Torah, molti altri ai kibbutz. Ma qualcuno riuscì a imbrogliare, evitando di finire in una yeshiva (scuola religiosa).

Nel video, le vicende degli ebrei polacchi sono divise a tappe geografiche, congiunte dalla voce fuori campo di un liceale: il video racconta le vicende di bambini e ragazzi, si rivolge principalmente alle scuole superiori per raccontare un episodio poco noto della Seconda guerra mondiale. I quattro intervistati, ormai anziani, raccontano le proprie vicende e tanti aneddoti. Ricordano le tante difficoltà, ma anche la gioia di essere scampati all’Olocausto e il ricongiungimento, anni dopo, con le loro famiglie in terra di Israele.

Il brano Elegy for the Arctic è stato concesso dal compositore torinese Ludovico Einaudi.

 

Verso il 30 giugno

A poche settimane dall’Accordo sul nucleare destinato a mutare il quadro geopolitico in Medio Oriente, con riflessi sul piano internazionale nelle alleanze tra vecchi nemici e nuovi partners, il riavvicinamento tra Stati Uniti e Teheran è mirato principalmente a tre obbiettivi.

Garantire gli interessi di lungo periodo di Washington, contenere la Russia e la Cina, e delineare un nuovo ordine geopolitico nella regione.

Gli accordi sul nucleare consentiranno alla Repubblica islamica di fare il suo ingresso da protagonista sulla scena internazionale dopo 36 anni di isolazionismo dalla Rivoluzione del ‘79, e l’adozione di una misurata strategia conferirà a Teheran un ruolo chiave nel futuro assetto mediorientale.

Timeline del riavvicinamento Stati Uniti – Iran

Partendo dal punto centrale dell’accordo, ovvero limitare l’arricchimento di uranio e conseguente proliferazione di armi nucleari, gli interessi americani che spingono verso un’intesa non sono distanti da quelli che motivano la Repubblica islamica a resistere al tavolo del negoziato.

Osservando la strategia americana in Medio Oriente, il governo di Washington valuta consapevolmente che la produzione americana di idrocarburi, grazie alla tecnica dello shale oil/shale gas, non equivale alla capacità di autosufficienza energetica.

Pertanto petrolio e gas naturale devono fluire anche dall’Iran, il cui mercato costituirebbe un argine a quello russo.

Inoltre gli Stati Uniti hanno interesse a gestire le dinamiche geopolitiche nell’area, in cui la presenza di un attore dominante, Arabia Saudita, contrasterebbe con la loro volontà di favorire un equilibrio multipolare.

L’Iran è un perfetto deterrente sulla scacchiera regionale, in funzione anti-jihadista da un lato, i nemici dei persiani sono spesso i nemici degli americani, e dall’altro per diminuire la dipendenza dall’asse israelo-saudita, permettendo a Washington di garantire la propria attenzione nel Pacifico e monitorare l’ascesa della Cina. A tal proposito, l’Iran fornirebbe un valido aiuto per contenere l’attivismo cinese, considerati i numerosi investimenti di Pechino in aree sensibili per Teheran, come l’Iraq e l’Asia Centrale.

Gli interessi americani non remano contro quelli iraniani, e il one to one tra Usa e Iran consente a Teheran di chiedere la legittimazione della propria forma di governo e rifiutare il concetto di “regime change”. Questo è un punto fondamentale, in quanto il carattere teocratico del regime non è una minaccia per Washington. Per gli americani ogni statista mira alla propria sopravvivenza e la confessione non rappresenta un’arma ad orologeria.

Dalla sua posizione Teheran guarda al nucleare sostanzialmente per tre motivi.

Innanzitutto ha bisogno di energia. La Repubblica islamica è un’importante esportatrice di petrolio ma non gode dei suoi frutti. Non ha capacità di raffinazione sufficienti a soddisfare il suo fabbisogno energetico.

In secondo luogo intende diversificare la bilancia energetica. Producendo elettricità con il nucleare sarebbe meno dipendente dal petrolio, che una volta raffinato potrebbe essere esportato, aumentando la ricchezza del paese.

Infine l’arma atomica è un deterrente. Le teorie strategiche in materia di guerra insegnano quanto il nucleare possa neutralizzare qualsiasi volontà di attacco da parte del nemico.

L’uscita dalle sanzioni favorirebbe non soltanto la prosperità iraniana ma diventerebbe opportunità di commercio, investimenti e approvvigionamento energetico per l’intero Occidente.

L’Iran è il quarto produttore di petrolio e unico asse di collegamento sia tra Medio Oriente e sub-continente indiano sia tra Caspio-Caucaso e Oceano Indiano.

Le risorse energetiche immesse da Teheran sui mercati non solo sarebbero utili a tenere bassi i prezzi del greggio, ma da un punto di vista geopolitico il transito da Teheran sarebbe prezioso per incanalare gli idrocarburi dell’Asia Centrale verso l’Europa, riducendo la dipendenza dalla Russia.

Un interesse primario per gli americani che hanno l’obbiettivo di tenere a bada il rinascimento moscovita nel Levante, ma anche sganciare il Vecchio Continente dal Cremlino.

L’ambizione di diventare attore chiave nella regione ed essere coinvolto nelle iniziative negoziali, diplomatiche e strategiche mediorientali, indurrà l’Iran a giocarsi la carta del nucleare nella fase del negoziato.

Teheran non ha interessi ad avere l’arma atomica, in quanto cosciente dell’isolamento al quale sarebbe destinata negli anni futuri.

L’obbiettivo del programma nucleare iraniano è avere una fonte energetica alternativa per sviluppare l’industria e liberare idrocarburi da destinare all’esportazione e lo scopo dell’accordo sul nucleare è fornire una natura civile e politica al programma, monitorato da ispettori internazionali.

L’accordo tra la Repubblica islamica e i cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu – Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna, Francia, più la Germania – non circoscriverà l’intesa nell’ambito esclusivo di un’agenda atomica, ma fisserà aspetti destinati a mutare le relazioni nell’area mediorientale e oltreoceano.

La maratona diplomatica e lo scacchiere persiano

L’importanza della posta in gioco spiega la maratona diplomatica caratterizzata dalle resistenze da parte della Francia, poco affascinata all’idea di una riabilitazione iraniana su benedizione americana, e a quelle esercitate dall’asse Israele – Arabia Saudita, due amici storici di Washington che hanno giocato per anni sull’isolamento di Teheran.

Più che un Iran atomico, Ryhad e Gerusalemme temono il ritorno della Persia come grande potenza regionale. Ad oggi la strategia adottata da entrambi è l’ostruzionismo, giocando rispettivamente l’uno sul fronte Pakistan, manifestando sensibilità al trasferimento sul proprio territorio di testate atomiche pakistane,  e l’altro nel Congresso americano, dove la lobby israeliana esercita la sua notevole influenza nelle scelte governative di politica estera.

L’ascesa dell’Iran sullo scacchiere mediorientale diffonde l’opinione che l’egemonia americana in Medio Oriente stia cedendo il passo ad un ordine multipolare in cui la partita non si gioca solo tra la Repubblica islamica, Arabia Saudita e Israele, ma chiama in campo Russia, Cina ed Europa, con al centro la questione energetica.

E nella prospettiva di un nuovo assetto mediorientale, anche la crisi in Ucraina ha aperto un confronto tra due possibili scenari, mantenere lo status quo con Russia e Cina o dare vita ad un nuovo approccio nelle relazioni con entrambi.

Mosca e Pechino, hanno favorito Teheran ogni qualvolta è stato espresso il proprio voto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riguardo alle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

La Russia è un partner strategico per l’Iran, rappresenta il principale fornitore di tecnologia militare in cambio di un tacito accordo che prevede di non entrare in competizione con il mercato russo del gas diretto verso l’Europa. L’Iran è il secondo produttore di gas naturale al mondo e in questo modo rinuncerebbe ad un importante sbocco e alla potenzialità di diventare una rilevante fonte alternativa di gas per i paesi europei.

Alla Repubblica popolare cinese Teheran garantisce buona parte del suo petrolio in cambio di beni e servizi ai quali non può accedere nelle limitazioni delle sanzioni imposte, è uno dei maggiori fornitori di risorse energetiche per la Cina, seconda consumatrice mondiale dopo gli Stati Uniti.

Mantenere lo status quo nelle relazioni con Russia e Cina, si tradurrebbe in un enorme potere energetico da parte di Mosca nei confronti dell’Europa e la Cina continuerebbe a beneficiare quasi in maniera monopolistica dell’energia iraniana.

Il secondo scenario potrebbe prevedere un nuovo equilibrio generato dalla crisi in Ucraina, con Europa e Russia lontane, in cui l’ottica di una distensione tra Stati Uniti e Iran consentirebbe a quest’ultimo di diventare uno dei principali fornitori di gas per il Vecchio Continente.

L’Iran non solo sarebbe candidato a diventare un attore internazionale in qualità di secondo produttore di gas al mondo dopo la Russia, ma sarebbe autore di una ricomposizione del sistema di alleanze regionali, con prevedibili inasprimenti da parte dei vicini e alleati storici americani, Turchia, Arabia Saudita, Pakistan e Azerbaijan.

I punti dell’accordo e la fine delle sanzioni

L’attesa da un momento all’altro dell’atomo nucleare iraniano riporta alla mente il Godot di Beckett, in cui l’aspettativa è il canovaccio di un’opera che per essere rappresentata al mondo necessita dei suoi tempi e delle sue misure.

Trentasei anni di isolamento e inimicizia tra Teheran e Washington non potrebbero certamente convergere verso un veloce oblio e una rapida intesa.

L’inizio dei negoziati risale al 2013, quando Hassan Rohani eletto Presidente, con l’appoggio della Guida Suprema Alì Khamenei prende le distanze dal passato e cerca contatti diretti sul piano internazionale, privilegiando la millenaria tradizione diplomatica della Persia.

La firma dell’Accordo è prevista per il prossimo 30 giugno e le preoccupazioni sul programma iraniano ruotano attorno alla lavorazione di uno dei minerali con cui si realizza l’arma nucleare, l’uranio.

Il punto centrale dell’accordo è limitare l’arricchimento dell’uranio al 5%.

Dove il termine arricchimento è fuorviante, in quanto all’uranio non si aggiunge nulla, ma si separano le particella inutili da quelle preziose. Dalle miniere esce uranio che viene lavorato e trasformato in gas, UF6. Il quale contiene due particelle, l’inutile U-238 e la preziosa U-235. Quest’ultima prescelta per ottenere energia e che rappresenta solo lo 0.7% del gas, 7 ogni 1000 atomi di uranio. Così il minerale viene fatto turbinare nelle centrifughe dove una prima fase si conclude quando il rapporto tra le due particelle arriva a quota 7 su 140, ovvero il 5%.

E l’uranio arricchito al 5% viene convertito in forma solida per farne combustibile e produrre energia elettrica. La fase successiva, che prevede un arricchimento fino al 20% è giustificato da Teheran per scopi di ricerca, non solo medici. La terza fase, fino ad un massimo di 90% non lascia prevedere altro obbiettivo che la produzione di un’arma atomica.

L’accordo mira a limitare la percentuale di arricchimento al 5%, a non installare nuove centrifughe, impedire l’azionamento di quelle attualmente non operative ed evitare la costruzione di nuovi siti nucleari.

Per garantire la messa in atto di quanto previsto dall’Accordo, Teheran dovrà favorire ispezioni quotidiane dell’AIEA (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) nelle località in cui sono installati reattori nucleari.

In cambio i 5+1 garantiscono di non imporre nuove sanzioni e di sospendere quelle in corso sugli scambi di oro e metalli preziosi, il cui principale mercato per Teheran è il continente africano, verso il quale esporta petrolio grezzo ripagato con metalli preziosi, essendo l’Iran escluso dai circuiti monetari internazionali.

Inoltre l’accordo prevede la sospensione delle sanzioni sul settore automobilistico e sulle esportazioni petrolchimiche, assicurando all’Iran 1.5mld di dollari di potenziale fatturato.

Qualora la fase negoziale converga verso il lieto fine e le sanzioni rimosse, gli iraniani si tirerebbero fuori dall’attuale isolamento diplomatico, ricostruendo la propria economia, e gli americani sarebbero fautori di un nuovo equilibrio volto a contemplare da un lato gli Stati sciiti mediorientali e dall’altro a contenere la Cina in Asia Centrale.

Sul fronte degli amici storici, il nuovo riposizionamento non si tramuterà in una rottura tra Stati Uniti, Arabia Saudita e Israele.

Israele e Iran sono stati alleati di ferro negli anni settanta ed ambedue hanno gli stessi interessi nello scongiurare la formazione di una potenza regionale araba.

L’Arabia Saudita è perfettamente consapevole che una politica di dissenso la investirebbe di un ruolo che non sarebbe in grado di gestire nella regione, al fine di salvaguardare i propri interessi economici contro gli Stati non arabi.

Molti saranno gli ostacoli da superare, dal destino degli impianti di arricchimento al grado di ispezioni che Teheran accetterà sulla base della revoca delle sanzioni. L’opposizione più forte per i negoziatori occidentali verrà dalle file amiche, Arabia Saudita e Congresso americano, quest’ultimo detiene un monopolio decisionale quasi totale sul voto delle sanzioni imposte alla Repubblica islamica.

Iran, Usa, Israele: la vera posta in gioco

“Nulla di nuovo”. Così il presidente degli Usa Barack Obama ha liquidato l’intervento con cui il 3 marzo il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha cercato di convincere il Congresso americano ad opporsi a un eventuale accordo con l’Iran sulla questione nucleare.

“È solo retorica, nessuna idea nuova, nessuna alternativa concreta ai negoziati”, ha detto Obama, che non ha ascoltato il discorso perché “impegnato in colloqui con gli alleati”. In realtà, l’intervento di Netanyahu è stata una chiara mossa anti Obama orchestrata dai repubblicani ormai da mesi. Mossa probabilmente sbagliata, a giudicare dalle reazioni di politici, media e opinione pubblica Usa.

Molti democratici – tra cui Elizabeth Warren, probabile sfidante di Hillary Clinton alle primarie per le prossime presidenziali – hanno boicottato il discorso di Netanyahu. Un sondaggio pubblicato proprio ieri rivela che il 61% degli americani appoggia l’approccio di Obama alla questione del nucleare iraniano.

Dal Washington Post al New York Times la voce è quasi unanime: Bibi non ha convinto il Congresso, e probabilmente, a giudicare anche dalle reazioni dei media israeliani, nemmeno l’elettorato di casa propria.

Il quotidiano israeliano (progressista) Haaretz definisce l’accordo sul nucleare un “ragionevole compromesso”, soprattutto per evitare le alternative (nuove sanzioni e intervento militari). L’editoriale va oltre: l’unica cosa che minaccia davvero l’esistenza di Israele come Stato ebraico e democratico è l’infinita occupazione illegale dei Territori.

Non colpisce tanto quello che ha detto Netanyahu, ma la durezza dei commenti dei media e la durezza della Casa Bianca. Segno che forse l’accordo è davvero ad un passo.

 

Cosa ha detto Netanyahu?

A due settimane dalle elezioni, il premier israeliano ha usato il Congresso Usa come palcoscenico mondiale. Ha ancora una volta agitato lo spettro di una minaccia nucleare per Israele (che di atomiche ne ha almeno 200 e non aderisce al Trattato di Non Proliferazione) da parte dell’Iran (che ha aderito al Trattato di non proliferazione e l’atomica non ce l’ha).

Lo stesso adagio dal 2003, davvero nulla di nuovo.

Netanyahu ha detto che:

nessun accordo” è meglio di un brutto accordo, e questo è un brutto accordo; l’alternativa a questo accordo è un accordo migliore.

Ha ricordato che l’ayatollah Khamenei predica intolleranza, violenza e la distruzione di Israele e ha detto che il regime iraniano

«non è un problema solo di Israele più di quanto non lo fosse il nazismo». Ha detto che la presidenza di Rouhani non ha reso il regime più moderato, dato che continua a finanziare il terrorismo internazionale, uccidere i gay e imprigionare i giornalisti, e il fatto che sia avversario dell’ISIS non lo rende automaticamente amico dell’America: «In questo game of thrones non c’è posto per l’America o per Israele, per gli ebrei o per i cristiani: ISIS e Iran si stanno contendendo la guida dell’Islam militante».

La reale posta in gioco

Forse siamo davvero a una svolta sul nucleare. Ma davvero, dopo dodici anni di tira e molla, la posta in gioca è tutta sul nucleare?

Sul Sole 24 Ore Alberto Negri spiega:

Lo stesso formato della trattativa, politicamente corretto, è assai ingannevole. In realtà, come dimostra il drammatico discorso di Benjamin Netanyahu al Congresso, questo è da molto tempo un negoziato triangolare tra gli Stati Uniti, l’Iran e Israele, per decidere quali saranno le potenze dominanti in Medio Oriente.
Sono questi i tre attori, insieme agli alleati arabi di Washington, che si debbono mettere d’accordo e accettare – o rassegnarsi a seconda dei punti di vista – a un’intesa che cambia i dati strategici della regione perché implica non soltanto aspetti militari e solidarietà politiche consolidate ma anche un forte contenuto storico e ideologico che dovrebbe indurci a una riflessione sugli errori del passato e a individuare qualche speranza per il futuro.

È questo il significato di un eventuale accordo sul nucleare: il ritorno dell’Iran a un corso della storia che non è soltanto orientale ma anche occidentale, che si nutre degli apporti dell’uno e dell’altro mondo. Ma che rivendica il diritto ad avere una sua sintesi e un’elaborazione originale dei rapporti internazionali: gli iraniani intendono decidere il loro destino in autonomia. Dopo aver visto in Medio Oriente i disastrosi interventi occidentali di questi anni non è una pretesa poi così arrogante e infondata.
In un certo senso Israele ha ragione ad avere paura di un accordo con l’Iran che ai tempi dello Shah era un caposaldo delle alleanze americane e il guardiano del Golfo. Ha resistito negli anni ’80, dopo la rivoluzione islamica, all’attacco di Saddam Hussein e delle monarchie arabe che per otto anni finanziarono a piene mani una guerra contro i persiani buttando al vento 50 miliardi di dollari, con il risultato che fu poi Baghdad, indebitata fino al collo e con il prezzo del petrolio ai minimi, a invadere il Kuwait. A questo dovrebbe pensare oggi l’America quando dice di volere combattere l’Isil: i maggiori guai dal Medio Oriente sono sempre arrivati dai suoi alleati sunniti, 11 settembre compreso. Teheran è il concorrente più temibile degli israeliani, capace di fondare un movimento come gli Hezbollah libanesi che nel 2006 hanno inflitto a Israele una cocente sconfitta militare dimostrando di essere competitivi sul piano dell’organizzazione, della disciplina, della determinazione, qualità caratteristiche proprio degli israeliani. L’Iran fa paura perché come ha detto Obama può diventare senza le sanzioni una potenza economica: ha 78 milioni di abitanti, enormi risorse energetiche ed umane, industrie, agricoltura, inventiva e capacità commerciali innate, cultura e storia millenarie. Iraniani ed ebrei in un certo sono i popoli della regione che si somigliano di più e non a caso hanno condiviso secoli di vita insieme: oggi ci sono 250mila ebrei di origine persiana in Israele e 25mila ebrei in Iran. Ha ragione Netanyahu: l’Iran è temibile ma gli accordi si fanno con i nemici potenti, quelli più deboli, come sa bene, si sconfiggono in battaglia.

Occhio al prossimo vertice, fissato per il 15 marzo. Forse – e sottolineerei questo forse – si fa la Storia.

Il ritorno dell’Iran e il grande gioco regionale

Tavola rotnda ISPI

Alla luce dei primi segnali di una distensione nei rapporti tra Usa e Iran, e in occasione della pubblicazione del numero di ottobre di Limes dedicato al tema del “Ritorno dell’Iran” l’ISPI ha organizzato una tavola rotonda per discutere dei nuovi scenari geopolitici in Iran e nell’intera area del Golfo.

Ne hanno discusso:

Lucio CARACCIOLO, Direttore Limes

Nicola PEDDE, Direttore Insitute for Global Studies

Andrea PLEBANI, Research Fellow ISPI

Armando SANGUINI, Scientific Advisor ISPI e Ambasciatore in Arabia Saudita (2003-2006)

[vimeo]http://vimeo.com/76857427[/vimeo]

Trita Parsi: Iran, Israele e la pace possibile

Trita Parsi spiega perché il conflitto tra Iran e Israele sia tutt’altro che inevitabile. In sostanza, riassume in questo TED quanto sviluppato in un suo interessantissimo libro, inedito in Italia, Treacherous Alliance: The Secret Dealings of Israel, Iran, and the United States. 

Ne avevamo parlato in questo articolo.

 

 

Ali Agca, Wojtyla e Khomeini

Attentato Giovanni Paolo II

Riceviamo e pubblichiamo. 

Egregio Direttore de “La Stampa”

L’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran porge i suoi “complimenti” riguardo all’articolo intitolato “Fu Khomeini il mandante dell’attentato a Wojtyla” pubblicato su codesto quotidiano venerdì 1 febbraio, 2013 a firma di Giacomo Galeazzi, desidera attirare l’attenzione sull’oggetto dell’articolo che cita l’autobiografia “Mi avevano promesso il Paradiso” da oggi in libreria, contenenti gravi e infondate accuse nei confronti del fondatore della Repubblica islamica dell’Iran.

In base agli articoli 13,14,26 e 64 della Costituzione iraniana il cristianesimo è tra le religioni ufficiali riconosciute nel paese; gli esponenti religiosi e politici iraniani, in particolar modo l’Iman Khomeini, hanno sempre nutrito e manifestato, profondo e reverente rispetto e considerazione verso i capi religiosi del cristianesimo, primo fra tutti la figura del Pontefice della chiesa cattolica. E’ sufficiente uno sguardo alla vita dell’Imam per cogliere i numerosi segni dei sentimenti di fratellanza e vicinanza che animano gli esponenti di queste due grandi religioni monoteistiche. La Repubblica islamica dell’Iran nei suoi 34 anni di vita ha sempre sostenuto il dialogo interreligioso, in particolare fra le religioni abramitiche e numerosi sono stati gli incontri al alto livello tra religiosi cattolici e sciiti svoltisi in Vaticano.

In considerazione del fatto che l’autore della citata autobiografia, notoriamente sofferente a livello psichico, non appartiene dal punto di vista religioso all’islam sciita, non risulta credibile una sua così piena aderenza e fervida obbedienza ad una Fatwa religiosa emanata dall’Imam Khomeini e finalizzata ad un così abominevole crimine. L’Imam inoltre non ha mai vissuto in Palazzi, né esiste a Teheran una costruzione con le caratteristiche descritte nel libro.

Attribuire intenzioni non documentate né documentabili, totalmente infondate e infamanti alla persona dell’Imam, non più in grado di difendersi, oggi come ieri stimato e venerato da milioni di mussulmani dentro e fuori l’Iran, è un atto inaccettabile che ferisce profondamente la sensibilità del popolo iraniano e la memoria di un personaggio che ha segnato la storia del XX secolo.

Questa Rappresentanza pertanto, in ottemperanza alla legge sulla Stampa n.47 dell’8-2-1948 art. 8, chiede la pubblicazione di quanto sopra nella stessa pagina del prossimo numero di codesto giornale.

   UFFICIO STAMPA AMBASCIATA DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN ROMA

Iran. Non solo un programma nucleare

Convegno Iran

«Non sta a noi dire se il velayat-e faqih sia legittimo o meno, se la Repubblica islamica sia il sistema migliore per l’Iran: spetta agli iraniani! Troppo spesso i giudizi sull’Iran sono condizionati da un profonda sfiducia nei confronti degli iraniani. Come se la soluzione ai problemi del Paese non possa che venire da fuori. E questo non è giusto. Nella società persiana ci sono molte più risorse di quante si pensi comunemente». L’intervento finale del senatore Pietro Marcenaro, Presidente della Commissione parlamentare per i diritti umani, è forse il contributo più interessante del convegno Iran. Non solo un programma nucleare. La crisi sociale, economica e la questione dei diritti umani, tenutosi il 30 gennaio presso l’Associazione della Stampa Estera in Italia.

Marcenaro ha inoltre sottolineato come probabilmente in Italia si abbia una percezione inesatta delle elezioni presidenziali di giugno: «Al momento non sembrano esserci i presupposti per una partecipazione come quella del 2009. Probabilmente sarà un passaggio importante ma non come lo fu quattro anni fa». Ha poi ribadito la sua posizione anche sui diritti umani: «Avevo lavorato con l’ambasciata iraniana per una missione in Iran della commissione: ne sono convinto, non c’è altra via che quella delle relazioni».

Il convegno era iniziato con qualche confusione del senatore Marco Perduca che per due volte aveva parlato di “candidati al parlamento iraniano”, quando in Iran per il majles si è votato l’anno scorso, mentre a giugno ci sono le presidenziali.. Ma va bene, questo sembra offrire il convento e tutto sommato c’è di peggio.

È però evidente la differenza, anche al tavolo del convegno in questione, tra chi in Iran c’è stato e chi ne parla senza averci mai messo piede. Anche chi è intervenuto sui diritti umani e sulla libertà d’opinione, con tutta la buona volontà e la buona fede del mondo, ha detto cose giuste e condivisibili. Ma chi – iraniano o italiano – in Iran c’è stato, ha sempre uno sguardo diverso, più vicino alla realtà delle cose e al cuore delle persone.

Alberto Negri ha fornito un quadro catastrofico dell’economia iraniana. Oggi Teheran esporta il greggio principalmente in 4 mercati: Cina, Corea de Sud, Giappone e India. Con l’oro nero si paga tutto; se ci sono problemi nella distribuzione del greggio, ne risente tutta l’economia nazionale. Oggi l’inflazione reale è intorno al 50%. L’indicatore più evidente è la svalutazione del rial: un anno fa per un dollaro si compravano 10.000 rial, oggi ne servono più di 38.000. La svalutazione del 70/80% della moneta ha messo in ginocchio l’economia iraniana.

Il taglio dei sussidi di qualche anno fa ha cambiato la geografia sociale dell’Iran. Oggi Ahmadinejad sembra proporre una “carta sociale”, probabilmente per lanciare un candidato a lui omologo (il nome più probabile resta quello di Mashai, NDR).

L’obiettivo sarebbe arrivare a nuove forme di sussidio per le fasce più povere, dando tra i 20 e i 30 dollari al mese a famiglia. Il che porterebbe inevitabilmente a un ulteriore aumento dell’inflazione.

Significativo il rapporto tra Iran e Cina: nel 2011 è stato siglato un accordo in base al quale il 40% dell’export persiano in Cina viene pagato in yuan e compensato attraverso l’acquisto di beni cinesi, per lo più di pessima qualità. In questo modo, Pechino scarica sull’Iran beni che non potrebbe vendere altrove. Ad esempio, la maggior parte della auto iraniane hanno freni cinesi all’amianto, o vernici tossiche, fuorilegge quasi ovunque.

Negri avverte: «Comunque vada a finire la questione nucleare, le sanzioni difficilmente saranno rimosse del tutto. E questo non condiziona soltanto l’economia dell’Iran: basti pensare che al momento l’Italia esporta in Iran beni per 1,5 miliardi di dollari, quando ne potrebbe esportare fino a 10 miliardi».

La registrazione audio integrale del convegno – Da Radio Radicale

Atomo e pregiudizio

Atomo e pregiudizio. Cosa sanno gli italiani dell’Iran e della questione nucleare?  Un documentario di Antonello Sacchetti e Ilaria Vitali. 

In giro per le strade di Roma, abbiamo rivolto tre domande a passanti, negozianti e persone comuni: cosa ti fa venire in mente la parola Iran? Sei a conoscenza delle sanzioni varate dall’Unione europea contro la Repubblica islamica? Sai che Israele ha un arsenale di circa 300 testate nucleari?

Ecco cosa ne è venuto fuori.

[youtube]http://youtu.be/WOKnla9Vuuc[/youtube]

Trans-Iran: la nazione sconosciuta

Autore di Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?

Sergio Nazzaro mi ha intervistato su AgoraVox

Iran, ovvero la nazione sconosciuta e temuta. Nell’informazione, attraverso i media avviene quanto segue: si parla e riparla di un argomento, soprattutto in senso negativo, fino al punto che chi ascolta o legge crede di sapere, conoscere una determinata nazione, la sua cultura, ma soprattutto la sua pericolosità. E invece noi dell’Iran sappiamo ben poco.

Il testo di Antonello Sacchetti Trans-Iran (Infinito Edizioni) diventa l’opportunità, per chi è curioso di conoscere una nazione e la sua cultura. Il testo è breve, eppure nelle sue 80 pagine Sacchetti ci racconta in prima persona i suoi viaggi le sue impressioni con la scientificità di un vero appassionato di cultura persiana, ma anche con la leggerezza e l’incanto di chi osserva per la prima volta un mondo altro. Le pagine scorrono veloci tra appunti quasi turistici, riferimenti culturali, indicazioni politiche. Una sorta di vademecum, di primo passo per uscire dal recinto costituito dell’informazione confezionata proprio per essere limitante. La cultura persiana si rivela vasta, intrisa di forza espressiva e di visioni che si intrecciano con le declamazioni del presidente più temuto al mondo Mahmud Ahmadinejad, con le speranze della gioventù iraniana, il contrasto tra tradizioni e innovazione. Trans-Iran oltremodo sfata tanti luoghi comuni su ciò che pensiamo di sapere. Il frutto del lavoro di Sacchetti è quello di un vero appassionato, una ricerca di quelle rare in Italia, di chi si dedica ad un tema, senza diventarne un tuttologo, ma ne fa uno studio personale, che non manca di rigore scientifico e di precisione. Già, c’è spazio ancora per chi vuole indirizzare la propria vita verso confini, mondi altri, con il rispetto della conoscenza e della ricerca fine a se stessa.

Che cosa non sappiamo dell’Iran e dovremmo necessariamente sapere?

Sarei tentato dal rispondere che non sappiamo quasi nulla e che ci accontentiamo, nella maggior parte dei casi, di uno stereotipo nato ormai più di trent’anni fa. Noi identifichiamo l’Iran con la Repubblica islamica e così diamo innanzitutto un giudizio politico su un Paese complesso, ricchissimo di storia, di cultura. E molto meno monolitico di quello che saremmo portati a credere. Un Paese erede dell’antico impero persiano e centrale, nel corso dei secoli, nello sviluppo dell’Islam. A metà tra Oriente ed Europa, crocevia di storie e commerci, l’Iran è il Paese delle eccezioni: mediorientale ma non arabo, musulmano ma sciita. È la terra in cui nasce lo zoroastrismo, primo monoteismo della storia insieme all’ebraismo. Dovremmo, prima di azzardare qualsiasi giudizio, conoscere la storia dell’Iran. Che è avvincente e ricchissima, a tratti tragica, ma sempre piena di spunti interessantissimi. Di tutto questo cosa viene trasmesso dai media e dai libri scolastici? Alla fine rimane la foto di una donna in chador e l’etichetta (sbagliatissima) di “patria del fondamentalismo islamico”. “L’impero della mente”, lo ha definito un diplomatico molto tempo fa. Forse è la definizione più calzante.

Continua a leggere su AgoraVox (l’intervista è su 3 pagine)

 

Israel loves Iran

Storia di una campagna di pace

Di Antonella Vicini. tratto da Resetdoc.org http://www.resetdoc.org/story/00000022082 

Su Facebook sono più di 85mila e hanno i volti di giovani, adulti e bambini; uomini e donne; iraniani e israeliani, ma anche di americani, tedeschi, polacchi, libanesi e italiani. Nessuno di loro è pronto a morire in una guerra che non li rappresenta e che non vogliono. “Not ready to die in your war” è il loro slogan che sta facendo il giro della rete ormai da alcuni mesi con un salto dal mondo virtuale a quello reale, visto che per le strade di Tel Aviv, alle fermate dei bus, campeggiano cartelloni pubblicitari con questo stesso motto.

Il suo ideatore è Ronny Edry, un padre, un insegnate e un graphic designer, come si definisce lui stesso, ma soprattutto un cittadino israeliano che ha messo su una massiccia “campagna di pace” attraverso la rete, secondo il principio che “la pace deve essere virale”. L’obiettivo dichiarato è di fare pressioni sui propri governanti e, molto più in generale, dare voce alla gente comune, coloro che in prima persona pagherebbero le conseguenze di un’eventuale azione militare israeliana contro l’Iran.

“Ci sono milioni di persone che saranno danneggiate. Saremo arruolati, dovremo combattere, perdere le nostre vite, i nostri cari. Noi, genitori di Tel Aviv e di Teheran ci rifugeremo con i nostri figli e pregheremo che i missili non ci colpiscano. Ma loro cadranno da qualche parte, su qualcuno”.

Questo è lo scenario che prende forma nel messaggio allegato alle fotografie di tutti coloro che stanno prendendo parte all’iniziativa, mettendoci letteralmente la faccia. Ci sono Sheida, Noushin, Sahand; Sepehr, Mohammad; Elmira, Sajad e Syrus dal’Iran, ma anche Tali, Leni, Yaakov e figli, Daria, Maureen e Hadil da Israele. E poi Noémie dalla Francia, Andrew dall’Australia, Sara dal Canada; Gabriel e Santiago dal Messico, Vera dalla Svizzera, Mohamed dal Sudan e Francesca e Filippo dal’Italia. E tanti, tanti, altri. Sorrisi, saluti, un bacio al proprio figlio o al proprio gatto; una linguaccia. Momenti di vita ritratti a testimoniare che non si è pronti a morire nella “loro guerra”.

Continua a leggere su http://sguardipersiani.wordpress.com/

Il discorso di Ahmadinejad all’Onu

Io vengo dall’Iran, dalla terra della bellezza e dell’imponenza, dalla terra della scienza e della cultura, la terra della saggezza e delle virtù, dalla culla della filosofia e dello gnosticismo, dalla patria del sole e della luce, la terra degli scienziati, dei saggi, dei filosofi, degli gnostici, dei letterati, la terra di Avicenna, Ferdowsi, Rumi, Hafez, Attar, Khayyam e Shahriar; sono qui in veste di rappresentante di un popolo grande e dignitoso, tra i fondatori della cultura umana e tra gli eredi di essa; sono il rappresentante di gente saggia, innamorata della libertà e della pace, affettuosa, che ha assaggiato il sapore amaro delle guerre e delle aggressioni e che ama la pace e la serenità.

Oggi sono qui con voi fratelli e sorelle provenienti da tutto il mondo per parlare per l’ottava volta in otto anni di servizio al popolo del mio paese, e dimostrare al mondo intero che il dignitoso popolo dell’Iran, proprio come il suo passato splendente, ha ancora oggi un pensiero rivolto a tutto il mondo e non rinuncerà a qualsiasi sforzo per lo sviluppo ed il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità nel mondo; e l’Iran sa che questo non sarà possibile se non con la cooperazione e l’aiuto degli altri.

Sono quì per riferire a voi rispettabili presenti il messaggio divino degli uomini e delle donne del mio paese. Un messaggio che il maestro dell’orazione della terra d’Iran, Saadi di Shiraz, ha reso immortale in questi due versi:

I figli di Adamo sono uno parte dell’altro, dato che sono creati da un unico gioiello

quando la vita reca male ad una di queste parti, le altre parti perdono la propria quiete

Nei sette anni precedenti ho parlato delle sfide e delle soluzioni e dell’orizzonte dinanzi al mondo ed oggi voglio osservare questo argomento da un’altra angolatura. Passano migliaia di anni dalla diffusione sulla terra dei figli di Adamo, figli che con colori, gusti, lingue e tradizioni differenti hanno tutti sognato la costruzione di una società piena di amore, per raggiungere una vita più bella e stabilire il benessere, la pace e la sicurezza.

Nonostante lo zelo incessante dei buoni e dei grandi riformatori e degli amanti della giustizia e nonostante i tanti sacrifici delle masse popolari per raggiungere la felicità e la vittoria, tranne delle piccole eccezioni, la storia dell’umanità è stata piena di sconfitte e fatti amari.

[youtube]http://youtu.be/rYKy4dfSF-o[/youtube]

Immaginatevi cosa sarebbe successo se gli egoismi, le mancanze di fiducia, le dittature, non ci fossero state e se nessuno avesse usurpato i diritti altrui? Se invece della ricchezza e del consumo, il rispetto ad una persona dipendesse dalle sue virtù? Se l’uomo non avesse attraversato il periodo nero del medioevo, se i potenti non avessero impedito il progresso in quel periodo? Se non ci fossero state le crociate, ed il periodo dello schiavismo, ed il colonialismo? Se non ci fossero stati i due conflitti mondiali e le guerre in Corea e Vietnam e non ci fossero state le guerre che ci sono state in Africa, America Latina e nei Balcani? Se invece dell’occupazione della Palestina e l’imposizione di un falso regime ad essa e la costrinzione di migliaia di persone a lasciare le proprie case si fosse fatto dell’altro? Se non ci fosse stata la guerra di Saddam contro l’Iran ed i potenti di quel tempo invece del sostegno a Saddam avessero sostenuto i diritti del popolo iraniano? Se non si fosse verificato l’amaro fatto dell’11 Settembre e se non ci fossero state le aggressioni contro Iraq ed Afghanistan e se invece di gettare a mare il corpo di un imputato ucciso senza processo si fosse deciso di processarlo in modo che la verità venisse a galla? Se non si fosse usato il terrorismo e l’estremismo per portare avanti politiche espansioniste? Se le armi si fossero trasformate in penne per scrivere e se i budget militari fossero stati usati per il benessere e l’amicizia tra i popoli? Se non si scatenasse in continuazione il tam tam delle divergenze etniche, religiose e razziali e se queste divergenze non venissero usate per raggiungere scopi politici ed economici? Se invece del finto sostegno alla libertà di espressione quando si tratta di offendere le sacralità umane ed i messaggeri divini – che sono gli uomini più puri ed affettuosi e sono i più grandi doni di Dio all’umanità – si permettesse la critica alle politiche di dominio ed alle azioni del sionismo internazionale? Se le agenzie di stampa mondiali potessero diffondere liberamente le verità? Se il Consiglio di Sicurezza non fosse sotto il dominio di pochi paesi e se l’Onu fosse in grado di agire in maniera veramente indipendente? Se gli istituti economici mondiali non fossero sotto pressione e riuscissero ad esprimersi veramente sulla base delle indicazioni dei propri esperti? Se i capitalisti mondiali non sacrificassero l’economia dei paesi deboli per i propri interessi? Se questa gente non sacrificasse la gente per rimediare ai propri errori? Se a dominare le relazioni internazionali fosse stata la sincerità e tutti i popoli e governi avessero potuto partecipare alla gestione del mondo in maniera giusta e con eguaglianza? E se non ci fossero decine di altre situazioni inconvenienti per l’umanità, immaginatevi che benna vita avremmo oggi e che bella storia avrebbe l’essere umano.

Ma ora bisogna dare pure uno sguardo alla situazione odierna del mondo.

La povertà ed il divario tra ricchi e poveri aumentano. Il debito estero dei 18 paesi maggiormente industrializzati del mondo ha oltrepassato i 60 mila miliardi di dollari e pensare che solo la retribuzione della metà di questo debito agli altri popoli risolverebbe per sempre il problema della povertà nel mondo. L’economia basata sul consumismo ha portato solo alla schiavitù dei popoli a favore di un gruppo limitato.

La creazione di asset di carta, facendo leva sulla potenza e sul dominio sui centri economici mondiali, è la più grande frode della storia ed uno degli elementi che ha originato la crisi economica mondiale.

Un rapporto dimostra che un solo governo ha creato 32 mila miliardi di dollari di averi ‘di carta’. La programmazione dello sviluppo sulla base del capitalismo, conduce in un vicolo cieco, e crea competizione distruttiva che in pratica ha dimostrato di essere fallimentare.

b) Situazione culturale

Le virtù morali come la lealtà, la purezza, la sincerità, l’affetto, l’altruismo dal punto di vista dei politici che dominano i centri di potere del mondo, sono tutti concetti superati ed un ostacolo al raggiungimento dei loro obbiettivi. Si dice ufficialmente che la politica e la società non c’entra con la moralità e l’etica.

Le culture originali e preziose che sono l’esito di secoli di sforzi e sono il punto d’incontro dell’amicizia degli uomini e dei popoli e sono motivo di varietà e di ricchezza culturale e sociale sono minacciate ed in via di estinzione.

Con l’umiliazione e la distruzione sistematica delle identità culturali si propina alla gente un tipo di vita senza identità personale e sociale.

La famiglia, che è il più prezioso centro per l’educazione degli uomini ed è il nucleo della creazione e della diffusione dell’amore e dell’umanità è stata indebolita a dismisura ed il suo ruolo costruttivo sta per essere distrutto.

La personalità ed il ruolo centrale della donna, che è un essere celestiale ed il simbolo della bellezza e dell’affetto di Dio e la colonna della stabilità della società, è stata strumentalizzata e danneggiata da ricchi e potenti.

Lo spirito umano è triste e la vera essenza dell’uomo è stata annichilita ed umiliata.

c) Situazione di politica e sicurezza

L’unilateralismo ed i doppi standard, l’imposizione delle guerre e della mancanza di sicurezza e dell’occupazione per soddisfare interessi economici o esigenze di dominio, è divenuta pratica abituale.

La corsa alle armi e la minaccia con le armi atomiche e le armi di distruzione di massa attraverso le grandi potenze è diventato una pratica abituale. La sperimentazione di armi sempre più devastanti, super moderne e il minacciare gli altri dicendo che si possiedono queste armi e la promessa dell’uso di queste al momento opportuno, ha dato vita ad una nuova forma di espressione al livello politico che serve a terrorizzare i popoli e sottometterli. Minacciare di una aggressione militare ai danni del grande popolo dell’Iran, ad opera dei sionisti senza cultura, è un esempio palese di quest’amara verità.

La mancanza di fiducia domina le relazioni internazionali e non vi è un punto di riferimento realmente giusto ed equo a cui poter fare riferimento per risolvere le contese.

Persino coloro che hanno migliaia di bombe atomiche e tutta una gamma di armi spaventose, non si sentono al sicuro.

d) Situazione ambientale

L’ambiente è la ricchezza comune di tutti noi ed appartiene a tutta l’umanità ed è la garanzia per il proseguimento della vita umana; ma per via delle ambizioni e delle scorrerie di un gruppo di sprovveduti e irresponsabili, per lo più capitalisti, sta subendo i peggiori danni e come esito, la siccità, le inondazioni, i sismi ed i diversi tipi di inquinamento, stanno mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza umana.

Lo scontento è generale

Amici!

Come osservate nonostante il progresso raggiunto, i figli di Adamo non hanno ancora realizzato i loro sogni.

C’è qualcuno tra di voi che pensi che l’attuale ordine mondiale possa regalare la felicità alla società umana?

Tutti sono insoddisfatti delle condizioni attuali e del sistema dominante a livello internazionale e per di più non hanno nemmeno tante speranze nel futuro.

Di chi è la colpa?

Cari colleghi!

Gli uomini non si meritano una situazione del genere e Dio, il Buono, il Saggio, ama tutti gli uomini e non hanno certo voluto per noi una condizione simile. Egli ha chiesto all’uomo, che è il migliore delle sue creature, di vivere sulla terra nel migliore dei modi e con bellezza, giustizia, amore e dignità. Ed allora pensiamoci.

Sinceramente, chi è responsabile della situazione attuale?

Alcuni cercano di definire ‘naturale’ questa situazione ed addirittura definirla volere di Dio e per giunta puntano il dito contro la gente, contro i popoli e presentano loro come i responsabili.

Dicono:

“Sono i popoli che accettano l’ineguaglianza e l’ingiustizia.

Sono i popoli che sono disposti a farsi sottomettere dalle dittature e dall’avidità di alcuni.

Sono i popoli che si arrendono al volere ‘imperiale’ e di dominio di alcuni.

Sono i popoli che si fanno ingannare dalla propaganda di gruppi di potere e quindi alla fine, ciò che capita di male alla comunità internazionale è l’esito dell’operato dei popoli”.

Questo è il ragionamento di coloro che addossano la colpa ai popoli per giustificare le azioni odiose e distruttive di una cricca che domina il mondo.

Anche se queste pretese fossero state verità, non avrebbero giustificato lo stesso la permanenza di un sistema ingiusto al livello internazionale.

Ecco come sono fatti veramente i popoli

Tutti si ricordino che la verità è che la povertà e la debolezza viene imposta ai popoli e che le ambizioni e la brama di ricchezza dei dominatori del mondo vengono esauditi a scapito dei popoli, con l’inganno ed alle volte con la forza delle armi.

Loro per giustificare le loro azioni anti-umane usano la teoria della sopravvivenza del più forte e parlano della ‘razza superiore’.

Ciò mentre la maggiorparte delle persone in tutto il mondo aspira alla giustizia ed è sempre pronta ad accettare la giusitizia ed insegue assolutamente la dignità, il benessere, l’amore.

Le masse popolari non hanno mai desiderato fare conquiste ed ottenere con la guerra ricchezze mitiche. I popoli non hanno divergenze, non hanno avuto nessuna colpa nei fatti amari della storia, sono stati solo ‘le vittime’.

Io non credo che le masse musulmane, cristiane, ebraiche, induiste, buddiste ed ecc… abbiano dei problemi fra di loro. Loro si amano facilmente, vivono in una atmosfera di amicizia, e vogliono tutti purezza giustizia ed affetto.

In generale le richieste dei popoli sono sempre state positive e l’aspetto comune tra di loro, è la loro propensione per istinto verso la bellezza e le virtù divine ed i valori umani.

È giusto dire quindi che la responsabilità dei fatti amari della storia e delle condizioni inconvenienti di oggi, è della gestione del mondo e dei potenti del mondo che hanno venduto l’anima a Satana.

L’ordine mondiale di oggi è un ordine che ha le sue radici nel pensiero anti-umano dello schiavismo, nel colonialismo vecchio e nuovo, ed è responsabile della povertà, della corruzione, dell’ignoranza, dell’ingiustizia e della discriminazione diffusa in tutte le parti del mondo.

L’ordine mondiale attuale

La gestione attuale del mondo ha delle caratteristiche ed io ne voglio citare qualcuna.

Primo: è basata sul pensiero materiale e per questo non sente il dovere di rispettare i principi morali.

Secondo: è basato sull’egoismo, l’inganno e l’odio.

Terzo: effettua una classificazione degli uomini, umilia certi popoli, usurpa i diritti di altri ed è basata sul dominio.

Quarto: è alla ricerca della diffusione del dominio attraverso l’intensificazione delle divisioni e delle divergenze tra i popoli e le nazioni.

Quinto: cerca di concentrare nelle mani di pochi paesi il potere, la ricchezza, la scienza e la tecnologia umana.

Sesto: l’organizzazione politica dei centri principali del potere mondiale, è basata sul dominio e sulla forza che un paese ha e che è superiore a quella di altri paesi. Gli enti internazionali pertanto sono centri per acquisire potere, ma non per creare pace e servire tutti i popoli.

Settimo: il sistema che domina il mondo è discriminatorio e basato sull’ingiustizia.

Cenno alle elezioni negli Stati Uniti ed al movimento del 99%

– E voi, credete che solo per servire l’umanità, un gruppo sia disposto a spendere centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale?

– Anche se ci sono grandi partiti nei paesi maggiormente industrializzati, in questi paesi spendere nella campagna di un candidato è diventata un investimento.

– In questi paesi la gente è costretta a scegliere i partiti; ma ciò mentre una parte minimale della gente ha il tesserino dei partiti ed è membro di essi.

– La volontà della gente, negli Stati Uniti ed in Europa, ha una minima influenza sulle politiche interne ed estere e la gente non sa dove sbattere la testa; anche se la gente forma il 99% della sua società, non può partecipare alla gestione del paese.

– I valori umani e morali vengono sacrificati sull’altare delle elezioni e si fanno solo promesse alla gente per strappare il voto.

Come deve essere il nuovo ordine mondiale?

Amici e colleghi cari!

Cosa bisogna fare? Qual’è la soluzione? Non c’è dubbio che il mondo ha bisogno di nuovo pensiero e nuovo ordine. Un ordine in cui:

1- L’uomo venga riconsiderato la più eccelsa creatura divina e ad esso venga riconosciuto il diritto di avere una vita caratterizzata da aspetti sia materiali che morali e venga riconosciuto il valore elevato della sua anima e venga riconosciuta legittima la sua propensione istintiva alla giustizia ed alla verità.

2- Invece dell’umiliazione e della classificazione degli uomini e delle nazioni, si pensi alla rinascita della dignità e del carattere sacro dell’uomo.

3- Si cerchi di creare, in tutto il mondo, pace, sicurezza stabile e benessere.

4- La nuova struttura venga costruita sulla base della fiducia e dell’amopre tra gli uomini, si cerchi di avvicinare i cuori, le menti, le mani ed i governanti imparino ad amare la gente.

5- Venga applicato un unico standard nelle leggi e tutti i popoli vengano presi in considerazione alla pari.

6- Coloro che gestiscono il mondo si sentano al servizio della gente e non superiori alla gente.

7- La gestione venga considerato un incarico sacro affidato dalla gente alle persone e non una opportunità per arricchirsi.

Come si realizza il nuovo ordine?

Signor Segretario, Signore e Signori!

– Un ordine del genere può realizzarsi senza la cooperazione di tutti alla gestione del mondo?

– È chiaro che queste speranze avranno una probabilità per avverarsi solo quando tutte le nazioni inizieranno a pensare in dimensione internazionale e saranno seriamente decise a partecipare all’amministrazione del mondo.

– Con l’aumento del livello di consapevolezza, ci sarà sempre una maggiore richiesta per una nuova gestione del mondo.

– Questa è l’era dei popoli e la loro volontà sarà determinante per il domain del mondo.

Pertanto è degno un impegno collettivo in queste direzioni:

1) Fare affidamento al Signore ed opporsi con tutta la forza alle ambizioni ed a coloro che vogliono più di quanto spetta loro per isolarli ed indurli a rinunciare al vizio di voler decidere al posto dei popoli.

2) Credere nell’aiuto divino e cercare di compattare ed avvicinare le comunità umane. I popoli ed i governi eletti dai popoli devono credere fermamente nelle proprie capacità e devono avere la forza per lottare contro il sistema ingiusto vigente e difendere i diritti umani.

3) Insistere nell’applicazione della giustizia in tutte le relazioni e rafforzare l’unità e l’amicizia, ampliare le relazioni culturali, sociali, economiche e politiche nell’ambito delle ong e delle organizzazione specializzate, in modo da preparare il terreno fertile per l’amministrazione collettiva del mondo.

4) Riformare la struttura dell’Onu sulla base degli interessi di tutti ed il bene del mondo intero. Bisogna ricordare che l’Onu appartiene a tutti i popoli e per questo discriminare i membri è una grande offesa alle nazioni. L’esistenza di differenze, vantaggi, diritti e privilegi non può essere accettabile, in nessuna forma ed in nessuna misura.

5) Cercare di produrre leggi e strutture basate sempre più sulla letteratura dell’amore, della giustizia e della libertà. L’amministrazione collettiva del mondo è una garanzia per la pace stabile. Il Movimento dei Non Allineati, il più grande ente internazionale dopo l’Assemblea Generale dell’Onu, comprendendo l’importanza di questo argomento e con una profonda compresione del ruolo svolto dalla cattiva gestione del mondo nei problem di oggi, ha dedicato il suo 16esimo summit, a Teheran, alla “amministrazione collettiva mondiale”. In questo summit alla quale hanno partecipato attivamente i rispettabili rappresentanti di oltre 120 paesi, è stata ribadita l’importanza della partecipazione seria dei popoli nell’amministrazione mondiale.

Siamo giunti al punto di svolta della storia

– Fortunatamente siamo ormai giunti al punto di svolta della storia. Da una parte il sistema marxista non ha più posto nel mondo e di fatto è stato cancellato dalla scenza amministrativa e dall’altra parte anche il sistema capitalista è impantanato in una palude che ha creato con le sue stesse mani e non ha nemmeno una via d’uscita; non ha soluzioni per i problemi economici, politici, di sicurezza e culturali del mondo e pertanto è in un vicolo cieco sotto il profilo amministrativo. Il Nam ha l’onore di dichiarare ancora una volta che la sua storica decisione, e cioè quella di negare i poli del potere e le loro dottrine, è stata esatta.

– Oggi, il qui presente, come rappresentante del Movimento dei Non Allineati, invite tutte le nazioni del mondo a svolgere un ruolo più attivo nella gestione del mondo e ad impegnarsi affinchè ciò si possa avverare. La necessità di superare gli ostacoli che si presentano dinanzi a questa prospettiva si sente più che mai.

– L’Onu, oggi, ha perso la sua efficienza e di questo andamento, presto nessuno crederà più negli enti internazionali per difendere i diritti dei popoli. Questo sarebbe un danno gravissimo per il nostro mondo.

– Le Nazioni Unite sono state fondate con l’obbiettivo di creare giustizia e tutelare i diritti di tutti. Ma questa stessa organizzazione oggi è affetta da discriminazione ed è diventata uno strumento, per pochi paesi, per imporre la loro ingiustizia a tutto il mondo. Il diritto di veto e la concentrazione del potere nel Consiglio di Sicurezza, impedisce di fatto che i diritti dei popoli vengano difesi realmente.

– La necessità di riformare la struttura è un argomento importante di cui hanno parlato moltissimo i rappresentanti di diversi paesi, ma finora nessuna modifica è stata apportata.\

– Quì pertanto, chiedo ai membri dell’Assemblea Generale ed al Segretario ed ai suoi colleghi di seguire con serietà l’argomento delle riforme e ideare una prassi adeguata per l’attuazione di queste. In quest’ambito, il movimento dei Non Allineati sarà disposto a dare il proprio aiuto e supporto.

…Lui verrà

Signor Segretario, amici e colleghi cari!

– Far dominare la pace e la stabilità sulla terra e creare una vita felice per gli esseri umani, è una missione grande e storica, ma possibile. Dio, il Benevole, non ci ha lasciati soli in questa missione ed ha affermato che quel giorno, in cui l’uomo raggiungerà la perfezione, arriverà di sicuro, perchè se non arrivasse ciò sarebbe in contrasto con la Saggezza divina.

– Dio ha promesso l’arrivo in terra di un uomo fatto di amore, che ama la gente, che porterà la giustizia, e che si chiamerà Mahdi (che Dio affretti la sua venuta/ndr) e che verrà accompagnato da Gesù (la pace sia con lui) e da altri grandi riformatori che usando le capacità degli uomini e delle donne di questa terra e di tutti i popoli: ripeto usando le capacità degli uomini e delle donne di tutti i popoli, guiderà la società umana nel raggiungimento della felicità.

– L’arrivo del Salvatore sarà una nuova nascita, una niova vita. Sarà l’inizio della vera vita e della pace e della sicurezza duratura.

– Il suo arrive sarà la fine dell’ingiustizia, del male, della povertà, della discriminazione e l’inizio del bene, della giustizia, dell’amore, della fratellanza.

– Lui verrà per dare inizio al periodo di vero progresso e di gioia dell’uomo.

– Lui verrà per cancellare gli ostacoli dell’ignoranza e delle superstizioni e per aprire le porte della scienza e della conoscienza, creando un mondo pieno di sapere, nella quale tutti partecipano alla gestione del mondo.

– Lui verrà per regalare a tutti gli uomini l’affetto, la speranza, la dignità.

– Lui verrà affinchè tutti gli uomini assaggino il sapore dolce dell’essere umani e del vivere insieme agli altri.

– Lui verrà perchè le mani si stringano col calore ed i cuori siano pieni di amore e le menti piene di pensieri puri, tutto al servizio della sicurezza, del benessere e della felicità umana.

– Lui verrà affinchè tutti i figli neri, bianchi, rossi e gialli di Adamo tornino a vivere insieme in una casa dopo un lungo e buio period di lontananza.

– L’arrivo del Salvatore, di Gesù e dei loro compagni non sarà accompagnato dalla guerra, ma si realizzerà attraverso la presa di coscienza dei popoli, con la diffusione dell’amore, e loro determineranno il futuro eternamente felice dell’umanità con il sole della scienza e della libertà e ciò risveglierà dall’inverno il corpo gelato del nostro mondo. Lui regalerà la Primavera all’umanità. Lui è la Primavera stessa e con il suo arrivo l’inverno dell’esistenza umana, incatenato dall’ignoranza, la povertà e la guerra, rinascerà facendo fiorire l’imponenza dell’uomo.

– Sin da ora si può sentire nell’aria il buon profumo della Primavera. Un Primavera che è iniziata e non appartiene a nessuna razza, popolo o zona particolare e che presto investirà tutte le terre, l’Asia, l’Europa, l’Africa e le Americhe.

– Lui è la Primavera di tutti coloro che vogliono la giustizia, la libertà e che credono nei profeti del Signore. Lui è la Primavera dell’uomo e lo sfarzo di tutti i tempi.

Venite tutti ad aiutare e ad agevolare la sua venuta.

Che sia lodata la Primavera, che sia lodata la Primavera ed ancora, che sia lodata la Primavera!

Testo da Radio Italia IRIB

Allarme AIEA: l’Iran ha raddoppiato la capacità nucleare

Poche ore alla conclusione del vertice dei Paesi non allineati in corso a Teheran e l’Aiea, l’Agenzia Onu per l’energia atomica, lancia un nuovo allarme contro il programma nucleare dell’Iran che avrebbe addirittura raddoppiato la propria capacità di arricchimento dell’uranio nel sito di Fordow e fatto sparire 5 edifici da quello di Parchin, senza consentire l’ingresso degli osservatori. Dure le reazioni di Usa e Francia, che chiede nuove sanzioni. La Germania esorta Israele a stemperare gli animi. Da parte sua, il governo iraniano respinge tutte le accuse. Al microfono di Cecilia Seppia, il commento di Antonello Sacchetti, giornalista esperto di questioni iraniane:

R. – Mi sembra che, di fatto, non vi siano grosse novità, rispetto al rapporto precedente, cioè quello di maggio. C’è la questione del sito di Parchin, che è controversa. In base allo stesso accordo di non proliferazione, non è detto che quel tipo di sito per forza debba essere aperto alle ispezioni. E’ uno dei punti che prevederebbe il famoso protocollo addizionale, che Teheran però non ha sottoscritto. Sul fatto che la capacità nucleare sia addirittura raddoppiata direi che sia anche normale che, se qualcuno sta producendo qualcosa e non smette di produrlo, non viene fermato, alla fine, di fatto, arrivi a una capacità di produzione migliore.

D. – Dopo questo rapporto, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di volere ancora scegliere la diplomazia per trattare con l’Iran, ma ribadiscono che la pazienza sta per finire. Molto dura anche la reazione di Parigi, che chiede nuove sanzioni. La fase interlocutoria del dialogo potrebbe subire uno stop?

R. – No, non credo possa finire adesso. Non può finire adesso, perché gli Stati Uniti tra pochi mesi votano. La vedo veramente difficile che Obama possa imbarcarsi ora in un’avventura come quella di dare luce verde a un’azione unilaterale da parte di Israele contro l’Iran.

D. – Eppure, ciclicamente, si palesa la paura che Teheran possa dotarsi di una bomba atomica…

R. – Parliamoci chiaro, l’Iran non ha la bomba e molto difficilmente potrebbe avercela. E’ assolutamente impossibile che possa avere una capacità nucleare, che possa competere con nazioni che hanno la bomba da decenni. Ora, perché questo problema? L’Iran sta sfruttando da qualche anno l’ambiguità sulla questione per ottenere qualcosa, cioè per ottenere ovviamente un riconoscimento internazionale e per tranquillizzarsi rispetto al suo futuro, anche economico.

D. – Quello che stupisce, però, sono anche le dichiarazioni di Teheran al vertice dei Paesi non allineati che, tra l’altro, si conclude oggi: la non ingerenza nelle questioni interne, il no alle sanzioni unilaterali, la richiesta di non proliferazione per Israele. Insomma, la posizione dell’Iran è piuttosto nitida, però è vero anche che sta portando avanti la teoria dei due pesi e delle due misure…

R. – Sì, d’altra parte Teheran dice: noi siamo accusati di avere un arsenale nucleare, da un Paese che ce l’ha – cioè Israele – e non aderisce al trattato di non proliferazione, con ciò affermando una cosa semplicemente vera. Il vertice dei non Allineati però ha avuto così conseguenze anche inaspettate. Un iraniano ha fatto una battuta e ha detto: “La Repubblica islamica ha speso 100 milioni di dollari per farsi un autogol”. E’ stato clamoroso, tra l’altro, negli interventi di ieri – cioè dopo quello della guida suprema e quello del presidente egiziano Mursi – che hanno effettivamente mandato gambe all’aria le carte che aveva predisposto Teheran, perché di fatto non ha avuto quell’impatto di propaganda che sperava, chiedendo ai Paesi non allineati solidarietà per le sanzioni unilaterali. Il fronte di quei Paesi, però, è talmente eterogeneo che è molto difficile, se non impossibile, che Teheran possa avere un ruolo di guida nei prossimi anni.

D. – Come leggere questo sodalizio tra l’Iran e l’Egitto? Perché è vero che Mursi è stato molto duro contro il regime siriano, ma potrebbe esserci qualche risvolto nella troika che dovrebbe arrivare in Siria, e che in realtà comprende Iran, Egitto e Venezuela?

R. – Il rapporto tra Egitto ed Iran è sicuramente un rapporto affascinante, nel senso che per 30 anni e oltre non si sono parlati. E’ anche vero, tuttavia, che è un riavvicinamento competitivo, nel senso che è chiaro che Il Cairo con Mursi tende a riacquistare quel prestigio, quella leadership all’interno dei Paesi musulmani, che non ha avuto più poi per tanto tempo. Riguardo alla Siria, io credo sia impossibile affrontare in modo serio la questione siriana, senza un coinvolgimento effettivo dell’Iran. Fu così anche ai tempi dell’Afghanistan.

Ascolta l’audio dell’intervista

 Scarica il Rapporto AIEA del 30 agosto 2012

Beppe Grillo Iran e Israele

In un’intervista al quotidiano israeliano Yedoth AhronothBeppe Grillo parla di Iran, di Israele e di Medio Oriente in generale. In Italia l’intervista ha suscitato molte polemiche. A Youdem se ne parla a Linea Mondo del 25 giugno. In studio Gabriele Natalizia e Antonello Sacchetti. In collegamento telefonico Menachem Gantz. 

 

[youtube]http://youtu.be/PDfvo1gJrog[/youtube]


 

Nucleare, tanto rumore per poco

Si rivedranno il 18 e 19 giugno a Mosca. E per come si erano messe le cose, è già qualcosa. Che le cose non sarebbero andate benissimo lo si era capito subito. A dispetto delle previsioni di qualche politico italiano, 5+1  (Gran Bretagna, Cina, Francia, Russia, Usa più Germania) e Iran non avevano già trovato un accordo sul nucleare. Nulla di fatto, in pratica. Ma non è tutto da rifare.

Gli iraniani si dicono delusi dal vertice, ma sembrerebbero intenzionati a proseguire nel dialogo.

Quello che sembra ancora mancare è una reale “reciprocità”: il gruppo 5+1 chiede  all’Iran di fermare l’arricchimento dell’uranio al 19,75% e di portare l’uranio già arricchito al di fuori del Paese. L’arricchimento potrebbe proseguire soltanto per arrivare a un livello del 3,5% o del 5%. E in cambio?

Praticamente nulla. Le sanzioni non sarebbero alleggerite subito.

Dal canto suo, Teheran si era presentata a Baghdad con un pacchetto di proposte con 5 punti chiave, uno dei quali riguarderebbe la crisi siriana.

Sta anche qui la vera distanza tra le parti: il nucleare è usato strumentalmente un po’ da tutti. L’Iran vuole arrivare a un accordo che non riguardi solo il nucleare ma che fornisca garanzie sulla propria sicurezza, come Repubblica islamica e come Paese detentore di interessi economici e politici nella regione.

Gli Usa vorrebbero forse un accordo di minima, solo sul nucleare, lasciando stare – al momento – grandi accordi e regolarizzazione dei rapporti con Teheran. All’inizio Obama ci aveva pensato, ma la cosa si è rivelata difficile e poi ora siamo in campagna elettorale.

Gli europei vorrebbero tranquillizzarsi e tranquillizzare tutti: hanno troppi interessi con l’Iran per permettersi di giocare duro, al di là delle frasi del nostro ministro Terzi.

Cina e Russia hanno una posizione più ambigua. Da una parte contrastano gli Usa in Medio Oriente, dall’altra le sanzioni e l’embargo petrolifero giocano a loro favore. Mosca è avvantaggiata come paese esportatore di greggio, Pechino lo è come importatore. Se il petrolio iraniano non arriva in Europa, Teheran lo vende (a prezzo ribassato) alla Cina.

Israele – convitato di pietra a tutti i summit – vuole che non accada nulla, che rimanga questo clima di minacce, paura e tensione. Finché può agitare lo spauracchio assolutamente irrealistico di un’aggressione da parte iraniana, può continuare a ignorare il dramma del popolo palestinese ed ergersi a baluardo della democrazia e della civiltà occidentale in Medio Oriente.

Sullo sfondo, il fattore tempo. I 5+1 vorrebbero coinvolgere Teheran in un calendario prestabilito di incontri. Teheran nicchia, non fidandosi delle reali intenzioni della controparte. Di sicuro, dopo i convenevoli di Istanbul, si è entrati nella fase più delicata.

Aspettando Baghdad

L’Iran, l’Europa e l’incubo di una guerra da evitare – Una collaborazione YouDem Tv e Oltreradio.it . La registrazione della trasmissione di martedì 22 maggio.

In studio Francesco De Leo, direttore di Oltreradio.it, Lapo Pistelli, responsabile Esteri Partito Democratico, Luigi Spinola, Radio 3 Mondo, Farzaneh Joorabch, cantante iraniana. Interviste esclusive all’attrice Leila Hatami e Zahra Mostafavi, figlia dell’imam Khomeini.

Interventi di Stefano Polli, Roberto Toscano, Renzo Guolo, Pasquale Ferrara, Antonia Shoraka, Vanna Vannuccini, Pier Luigi D’Agata, Antonello Sacchetti, Roberto Tottoli, Lucia Goracci, Alberto Negri, Luigi Ramponi, Nicola Cufaro Petroni. 

Intanto in Iran

Una panoramica degli ultimi avvenimenti in terra di Persia. Pochi giorni dopo il vertice di Istanbul sul nucleare, Obama ha dichiarato che terrà alta la guardia sulle violazioni dei diritti umani in Siria e Iran. Un giornale di Teheran sostiene che in un vertice segreto a Vienna, la Repubblica islamica avrebbe già trovato un accordo di massima con l’AIEA. L’Iran lascerebbe attive soltanto 1.000 centrifughe la ricerca;  chiuderebbe la centrale di Fordow; controllerebbe “meglio” le milizie sciite in Iraq; darebbe un sostanziale via libera al cambio di regime in Siria. Obama garantirebbe una graduale diminuzione delle sanzioni e si impegnerebbe a non attaccare militarmente l’Iran. Vero? Falso?

Sul web ha suscitato clamore un video girato durante la visita del presidente Ahmadinejad nella città di Bandar Abbas. Prima un vecchio e poi una donna si sono arrampicati sull’auto del presidente per protestare contro la situazione economica sempre più disperata.

Per la prima volta dall’inizio del suo secondo mandato, Ahmadinejad ha partecipato a una seduta del Consiglio per il discernimento ed è stato fotografato sorridente accanto al grande rivale Rafsanjani . A proposito, cos’è il Consiglio per il discernimento?

Tutto questo e tante altre piccole storie e immagini nello storify che vi proponiamo di seguito. A proposito, cos’è uno storify?

Lost in translation

Alla fine almeno uno lo ha ammesso. E non uno  qualsiasi, ma il ministro dell’intelligence e dell’energia atomica (nonché vicepremier) di Israele Dan Meridor: “Le parole di Ahmadinejad su Israele furono travisate. 

Il 16 aprile 2012, in un’intervista rilasciata ad Al Jazeera ha ammesso: “Ahmadinejad non ha mai dichiarato che avrebbe cancellato Israele dalla carta geografica”. Certo, ha detto che Israele è “una creatura innaturale, destinata a scomparire”, “uno Stato illegittimo che andrebbe rimosso”. Ma quella frase “Vi cancelleremo” non è mai stata pronunciata.

Tutto risale al 28 ottobre 2005. I ricordi personali si intrecciano con la cronaca, dato che era il secondo giorno del mio primo viaggio in Iran. Durante la Conferenza annuale “Un mondo senza sionismo”, Ahmadinejad disse:

 “Il nostro caro imam (Khomeini) disse che questo regime di occupazione di Gerusalemme (Qods) deve scomparire dalle pagine del tempo”.

Le parole esatte in persiano erano:

In regimeh Eshghalagareh Quds bayard az safayeh rouzegar e mahv shavad.

L’equivoco (?) è stato già analizzato nella biografia di Ahmadinejad  (sottotitolo: La storia segreta del leader fondamentalista. Non proprio un’agiografia, dunque…) scritta da Kasra Naji  e pubblicata in Italia nel 2009 da Edizioni Clandestine.

A pag. 230 spiega che la parola mahv vuol dire “scomparso”, “cancellato”. Shavad  è voce del verbo shodan (diventare). Mahv shavad vuol dire sparire. Non “deve essere cancellato”. Per dirlo, Ahmadinejad avrebbe dovuto usare altre parole: bayad mahv kard. Cioè, alla lettera,  “deve essere fatto sparire”.

Non solo. Az safayeh rouzegar non vuol dire affatto  “mappa geografica”, ma “pagine dei giorni, del tempo, della storia”.

Ora non è che il messaggio autentico di Ahmadinejad fosse un biglietto di auguri, ma la forzatura della traduzione è una falsificazione grossolana. Sulla quale da anni si basa la retorica israeliana e di molti politici occidentali.

Personalmente lo ripeto da anni: quella frase è stata volutamente manipolata. Qualche anima bella per questo mi ha pure accusato di essere pagato dal regime. Oddio, non è che adesso qualcuno dirà lo stesso del “povero” Meridor?

Tutti a Baghdad

La notizia più importante arriva in serata: il prossimo round dei colloqui tra Iran e gruppo 5+1 si terrà a Baghdad il 23 maggio. Tre gli aspetti sostanziali:

  1. Un secondo round è stato fissato. E non era affatto scontato, visti i precedenti.
  2. Il secondo round si terrà a breve, prima dell’estate. Termine questo indicato da alcuni analisti come un discrimine circa le reali possibilità di successo dei negoziati.
  3. Il secondo round si terrà a Baghdad, località gradita al governo iraniano che nei giorni passati aveva addirittura chiesto che si svolgessero nella capitale irachena i colloqui fissati a Istanbul. Con la Turchia, infatti, Teheran ha più di qualche frizione in merito alla crisi in Siria. Ottimi, invece, i rapporti col governo iracheno.

Segnali positivi erano filtrati già nei giorni scorsi. Venerdì sera Catherine Ashton, capo delegazione per il gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Russia, Cina e Germania) e la sua controparte Said Jalili avevano cenato presso il consolato iraniano di Istanbul. Al termine la Ashton aveva dichiarato che il “gruppo 5+1 era pronto a iniziare i negoziati con idee e metodi nuovi”.

Segnali incoraggianti anche da Teheran. Parviz Sorouri, membro della commissione parlamentare per la Sicurezza nazionale e la politica estera, aveva anticipato che, qualora l’Occidente fosse venuto incontro alle esigenze iraniane, Teheran potrebbe riconsiderare il suo no alla richiesta di interrompere l’arricchimento dell’uranio”.

La soluzione potrebbe essere questa: all’Iran viene fornito uranio arricchito al 19,75% , livello necessario per il funzionamento del reattore nucleare di Teheran. In cambio, l’Iran sospende la produzione di uranio arricchito.

Secondo voci non confermate, il sottosegretario di Stato Usa Wendy Sherman avrebbe richiesto un incontro a due con Jalili che però avrebbe rifiutato in attesa di istruzioni da Teheran.

Commenti positivi a questo meeting arrivano sia dai media occidentali (Associated Press, New York Times), sia da quelli iraniani (Press Tv, IRNA, ISNA).

Da qualche giorno si avvertiva un clima di fiducia rispetto a questo vertice. La sensazione è che la Guida suprema Khamenei, regolati i conti con Ahmadinejad con la vittoria alle elezioni parlamentari  di marzo, voglia lavorare adesso per evitare tensioni che possano mettere a repentaglio l’esistenza stessa della Repubblica islamica. Qualcosa di simile “all’amaro calice” bevuto dall’ayatollah Khomeini quando accettò il cessate il fuoco con l’Iraq nel 1988.

Vedremo se da qui al 23 maggio non ci saranno nuovi colpi di scena o “clamorose rivelazioni” da parte di qualcuno. Sicuramente stasera a Tel Aviv c’è più di qualche scontento.

La poesia di Grass

Günter Grass,  premio Nobel per la letteratura, ha scritto una poesia in cui denuncia l’arsenale nucleare di Israele e chiede controlli internazionali come quelli disposti per l’Iran. Un attacco durissimo all’ipocrisia dei Paesi occidentali e della Germania in particolare.

Il testo è stato rifiutato da Die Zeit, settimanale di Amburgo. Noi lo proponiamo nella traduzione di Claudio Groff per Repubblica:

 

Quello che deve essere detto

 

Perché taccio, passo sotto silenzio troppo a lungo

quanto è palese e si è praticato

in giochi di guerra alla fine dei quali, da sopravvissuti,

noi siamo tutt’al più le note a margine.

E’ l’affermato diritto al decisivo attacco preventivo

che potrebbe cancellare il popolo iraniano

soggiogato da un fanfarone e spinto al giubilo

organizzato,

perché nella sfera di sua competenza si presume

la costruzione di un’atomica.

E allora perché mi proibisco

di chiamare per nome l’altro paese,

in cui da anni — anche se coperto da segreto —

si dispone di un crescente potenziale nucleare,

però fuori controllo, perché inaccessibile

a qualsiasi ispezione?

Il silenzio di tutti su questo stato di cose,

a cui si è assoggettato il mio silenzio,

lo sento come opprimente menzogna

e inibizione che prospetta punizioni

appena non se ne tenga conto;

il verdetto «antisemitismo» è d’uso corrente.

Ora però, poiché dal mio paese,

di volta in volta toccato da crimini esclusivi

che non hanno paragone e costretto a giustificarsi,

di nuovo e per puri scopi commerciali, anche se

con lingua svelta la si dichiara «riparazione»,

dovrebbe essere consegnato a Israele

un altro sommergibile, la cui specialità

consiste nel poter dirigere annientanti testate là dove

l’esistenza di un’unica bomba atomica non è provata

ma vuol essere di forza probatoria come spauracchio,

dico quello che deve essere detto.

Perché ho taciuto finora?

Perché pensavo che la mia origine,

gravata da una macchia incancellabile,

impedisse di aspettarsi questo dato di fatto

come verità dichiarata dallo Stato d’Israele

al quale sono e voglio restare legato.

Perché dico solo adesso,

da vecchio e con l’ultimo inchiostro:

La potenza nucleare di Israele minaccia

la così fragile pace mondiale?

Perché deve essere detto

quello che già domani potrebbe essere troppo tardi;

anche perché noi — come tedeschi con sufficienti

colpe a carico —

potremmo diventare fornitori di un crimine

prevedibile, e nessuna delle solite scuse

cancellerebbe la nostra complicità.

E lo ammetto: non taccio più

perché dell’ipocrisia dell’Occidente

ne ho fin sopra i capelli; perché è auspicabile

che molti vogliano affrancarsi dal silenzio,

esortino alla rinuncia il promotore

del pericolo riconoscibile e

altrettanto insistano perché

un controllo libero e permanente

del potenziale atomico israeliano

e delle installazioni nucleari iraniane

sia consentito dai governi di entrambi i paesi

tramite un’istanza internazionale.

Solo così per tutti, israeliani e palestinesi,

e più ancora, per tutti gli uomini che vivono

ostilmente fianco a fianco in quella

regione occupata dalla follia ci sarà una via d’uscita,

e in fin dei conti anche per noi.

Un solo lancio di dadi

Obama e l'Iran

Obama e l’Iran: fallimento, finzione o illusione? Ci avviciniamo alla scadenza del primo mandato del presidente Usa e da mesi il dialogo con Teheran sembra un mero auspicio. Cosa ne è della “mano tesa” del famoso messaggio di No Ruz 2009?

Trita Parsi, fondatore e presidente del National Iranian American Council, se lo chiede nel suo ultimo libro: A Single Roll of the Dice: Obama’s Diplomacy with Iran, traducibile in “Un solo lancio di dadi: la diplomazia di Obama con l’Iran”.

Parsi sostiene che quello di Obama non è un fallimento ma una scelta: la via diplomatica è stata infatti abbandonata prematuramente per 4 ragioni.

Pressione di Israele (e non solo)

La prima è la costante pressione da parte di Israele e della lobby filoisraeliana nel Congresso Usa (e in misura minore anche da parte di Francia e Arabia Saudita) per abbandonare il dialogo e optare per un confronto frontale con Teheran.

Crisi elettorale del giugno 2009

La seconda ragione è la crisi politica iraniana successiva alle presidenziali del 12 giugno 2009. La repressione successiva ha radicalizzato le posizioni di Teheran e ristretto le possibilità di dialogo di Obama. Come sostiene Parsi, la Casa Bianca era pronta a diverse opzioni, ma non si aspettava di doversi confrontare con una presidenza minata dal sospetto di aver truccato le elezioni. Questo ha portato a una paralisi politica del tutto non calcolata.

Doppio binario

Obama dall’inizio adotta la politica del “bastone e della carota”: offre dialogo e minaccia sanzioni allo stesso tempo. Il doppio binario è confermato dal video messaggio del No Ruz 2012: andiamo avanti con le sanzioni ma siamo pronti al dialogo. Una linea che finisce per scontentare tutti, falchi e colombe. Vali Nasr, ex consigliere che ha recentemente lasciato l’amministrazione Obama, sostiene che lo stallo è frutto proprio di questo punto di partenza ambiguo.

Niente nemici in casa

Obama non è intenzionato a sfidare la politica americana sul dogma dell’Iran=nemico. In questo modo, al di là dei proclami, non conquista spazio di manovra in casa proprio. E la sua proposta rimane debole.

Parsi sottolinea anche alcuni aspetti sconosciuti o poco considerate: “La percezione che l’America avevea nel 1997 di Khatami è identica alla percezione che  in seguito l’Iran ha avuto di Obama”. L’altro è sempre visto come immutabile, incapace di veri cambiamenti.

Un esempio può sembrare banale ma molto indicative: l’espressione “bastone e carota” usata da Obama (e tradotta male in persiano) non ha fatto altro che irritare gli iraniani. Da allora il presidente Usa ha eliminato questo modo di dire dal suo vocabolario.

L’analisi di Parsi parte dal fallito accordo proposto dagli iraniani nel 2003 e rifiutato dall’amministrazione Bush . Storia già raccontata da Parsi nel precedente A Tracherosu Alliance, ma pochissimo conosciuta da noi.

Prosegue poi con una cronaca molto fitta degli eventi, dall’elezione di Obama fino ai nostri giorni.

La sua non è una visione pessimistica. Ricorda tutti le occasioni fallite in questi 3 anni e conclude citando l’ammiraglio Mike Mullen, presidente dello stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, che prima di andare in pensione ha detto:

“Non abbiamo avuto contatti con l’Iran dal 1979. Persino nei momenti più bui della Guerra Fredda, avevamo contatti con l’Unione Sovietica. Non stiamo parlando con l’Iran, perciò non ci capiamo gli uni con gli altri. Se dovesse succedere qualcosa, è praticamente assicurato che non si farà la cosa giusta, che ci saranno errori di calcolo che sarebbero estremamente pericolosi in quella parte del mondo”.

Parsi stesso conclude:

“Una inimicizia istituzionalizzata costruita in tre decenni per costruire non si annulla con un paio di incontri nel giro di poche settimane. Nessuna delle due parti dovrebbe aspettarsi che la sua prima proposta sia subito accettata. Il successo arriverà solo se i diplomatici punteranno sulla pazienza e su un progresso a lungo termine piuttosto che su soluzioni rapide volte a placare gruppi di interesse nazionali scettici e politici impazienti, sia a Teheran sia a Washington”.

Una volta tutto questo si chiamava “politica”.

A proposito di nucleare

Iran nucleare

Intervista a  Radio Vaticana, 22 febbraio 2012

Nuove frizioni tra comunità internazionale e Iran sulla questione nucleare. Teheran ha vietato l’ingresso degli osservatori dell’Aiea al sito di Parchin, già concesso in passato. Secondo l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, in quell’impianto potrebbero essere in corso attività per la produzione di ordigni nucleari. L’atteggiamento iraniano, a detta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è molto grave. Dalla sua, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, afferma che il suo Paese non ha intenzione di dotarsi di armamenti nucleari, ma che nessuno gli impedirà di sviluppare i propri programmi. Sulla vicenda Giancarlo La Vella ha intervistato il giornalista Antonello Sacchetti, esperto di questioni iraniane e appena rientrato dalla Repubblica islamica:

R. – Questo sito di Parchin non rientra tra i siti dichiarati nucleari. E’ uno di quegli impianti che sarebbero visitabili dall’Aiea, qualora l’Iran aderisse al Protocollo addizionale. E in realtà c’è stato un momento in cui l’Iran ha, de facto, aderito al Protocollo addizionale, dal 2003 al 2006. Quando poi si è verificato lo stallo nei colloqui, tra il gruppo 5+1 in particolare, con Francia, Gran Bretagna e Germania, l’Iran ha sospeso quest’adesione volontaria, il Parlamento iraniano non ha ratificato questo Protocollo ed è stata nuovamente negata la visita a questo sito, attivo dagli anni ’50, dove comunque sono stati realizzati esperimenti e test militari. Qual è la questione? Nel famoso rapporto, rilasciato dall’Aiea nello scorso novembre, si dice che lì potrebbero esserci stati degli esperimenti con ingenti quantità di esplosivo, che potrebbero far pensare ad un collegamento con la questione nucleare.

D. – Il presidente americano Obama parla di atteggiamento molto grave. A questo punto si tratta più ch altro di uno scontro politico?

R. – Io direi proprio di sì. E’ chiaro che la questione del nucleare sia usata da tutte e due le parti in modo strumentale. L’Iran la sta sfruttando non perché voglia effettivamente raggiungere la dimensione di potenza nucleare, ma perché vuole raggiungere quello status che già è stato molto utile ad altri Paesi – penso soprattutto alla Corea del Nord – per impedire che si vada avanti con un programma di cambio di regime. Di fatto, parliamo di un Paese che, ammesso e non concesso che effettivamente possa dotarsi dell’arma nucleare, ancora non ha la bomba atomica, ma è vicino ad altri Paesi, come Israele, che ha 300 testate nucleari e inoltre non aderisce nemmeno al Trattato di non proliferazione. Quindi, è chiaro che stiamo parlando di una questione essenzialmente politica. Negli ultimi mesi, la questione si sta radicalizzando, anche perché l’attuale contesto internazionale non favorisce il dialogo. In tutto questo, invece, i contatti degli ultimi giorni, danno, secondo me, più speranze che impressioni negative.

D. – Ma esiste una strada verso un dialogo?

R. – Il dialogo c’è sempre, l’importante, però, è che sia un dialogo vero, in cui si è disposti ad accettare che anche l’altro possa avere ragione su qualcosa. Io parto dalla premessa che, se l’Iran ha aderito al Trattato di non proliferazione, abbia dei doveri, ma abbia anche dei diritti, tra i quali quello di sviluppare il nucleare unicamente a scopi civili. Se però si parte dal presupposto che, per cominciare il dialogo, qualcuno dice che bisogna sospendere l’arricchimento dell’uranio, si parte dalla fine, cioè da quella che dovrebbe essere invece la conclusione del negoziato. (ap)

Ascolta l’audio dell’intervista.

Iran e Israele, un’infida alleanza

Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all’inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l’Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L’Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un’equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l’Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell’Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d’aprile né un’ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L’alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l’offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l’ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l’Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall’allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall’ambasciatore presso l’Onu Zarif, dall’ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto – aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un’effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all’aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell’Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell’Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Atomi di stagione

Nucleare Iran

Puntuale come gli alberi di Natale a dicembre, la questione del nucleare iraniano è tornata al centro del dibattito politico internazionale. Si è parlato moltissimo del rapporto pubblicato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) lo scorso 8 novembre. Se ne è parlato molto prima ancora che il rapporto fosse di pubblico dominio. Il quotidiano francese Le Figaro aveva preannunciato prove schiaccianti circa il carattere militare del programma iraniano. In realtà, ad esaminare con attenzione le 14 pagine del rapporto GOV/2011/65, non solo non si trova alcuna “pistola fumante”, ma è difficile persino rintracciare sostanziali novità riguardo altri rapporti dell’AIEA sulla stessa questione. L’agenzia passa in rassegna lo stato dei vari impianti e dichiara di “non essere in grado di fornire credibili assicurazioni sull’assenza di materiali e attività nucleari non dichiarate”.

 

Facciamo un passo indietro.

 

La querelle dell’atomica iraniana comincia nel 2002, quando tecnici russi cominciano a collaborare con gli iraniani per la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Sempre nello stesso anno, i Mojaheddin-e Khalq (MKO), controverso gruppo politico d’opposizione al regime iraniano, rivela che Teheran si starebbe per dotare di armi nucleari. Nel febbraio 2003 l’allora presidente Mohammad Khatami ribadisce il carattere pacifico del programma nucleare, comunica all’AIEA l’attività dell’impianto di Natanz, e invita gli ispettori. Il 26 novembre è la stessa Agenzia ad approvare una risoluzione di collaborazione con l’Iran. Per qualche tempo la situazione sembra sotto controllo. Con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005 il programma nucleare torna d’attualità e si comincia a parlare di “minaccia iraniana”.

 

 

Le prime sanzioni sono approvate dall’Onu il 24 aprile 2007. Pochi mesi dopo Mohammad El Baradei dichiara che non ci sono prove che l’Iran stia lavorando per avere armi nucleari. Gli fa eco il 4 dicembre il National Intelligence Estimate (NIE), agenzia Usa che si dichiara convinta che l’Iran abbia sì condotto programmi per avere una bomba atomica, ma li abbia interrotti nel 2003. Concetto ribadito dall’AIEA nel 2011: un programma nucleare militare c’è stato fino al 2003; oggi crediamo che “alcune attività di quel programma potrebbero continuare (on going)”, seppure non all’interno di un programma preciso. Su questa “confusione” pesa indubbiamente il comportamento ambiguo dell’Iran, che non ha voluto spiegare l’impiego di alcuni detonatori (utilizzabili anche in ambito civile) acquistati di recente. Così come ha alternato momenti di collaborazione ad altri di intransigente orgoglio nazionalista.

 

Va però precisato che anche l’AIEA ha assunto, con il presidente Yukiya Amano al posto del dimissionario El Baradei, un ruolo sempre più politico e sempre meno super partes. Prima della pubblicazione di questo ultimo rapporto, Amano ha consegnato un briefing all’amministrazione Obama. Non proprio un esempio di correttezza.

Sono poi arrivate le nuove sanzioni da Usa, Gran Bretagna e Canada La NATO ha dichiarato che non esistono piani di attacco all’Iran, mentre la Russia ha definito le sanzioni ”inaccettabili e contrarie al diritto internazionale”.

 

 

Israele rincara le accuse e minaccia azioni militari preventive. Quando però Israele ha voluto colpire i suoi nemici, lo ha fatto senza proclami. È stato così nel 2007, quando ha bombardato un reattore nucleare in Siria. Stessa storia nel giugno 1981, quando bombardò l’impianto nucleare di Osirak per fermare le ambizioni nucleari di Saddam Hussein. In quell’occasione l’Iran (in guerra contro l’Iraq) fu un prezioso alleato di Israele. Non solo preparò il terreno con un bombardamento alcuni mesi prima, ma si accordò segretamente con Israele: in caso di necessità, i jet dello Stato ebraico avrebbero potuto contare sullo scalo iraniano di Tabriz. Non c’è da meravigliarsi di questa insolita alleanza: Iran e Israele hanno una storia di accuse palesi e accordi segreti. Sono legati, in fondo, da un destino comune: sopravvivere come Paesi non arabi in un oceano arabo-sunnita. Oggi Israele, accusando l’Iran, distoglie l’attenzione dall’infinita questione palestinese e rimanda qualsiasi impegno decisivo per il processo di pace. Teheran, dal canto suo, liquida qualsiasi dissenso interno come “complotto sionista”.

 

È per lo meno azzardato definire l’Iran (che l’atomica di sicuro non ce l’ha) una minaccia per Israele, che di testate ne ha 300 e non aderisce al Trattato di non proliferazione. Più in generale, è del tutto sbagliato raffigurare Teheran come un attore politico irrazionale, mosso dal furore ideologico o, peggio, dalla presunta follia dei suoi leader. Nessuna delle guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente nel XX secolo è stata scatenata dall’Iran. Fu Saddam Hussein, convinto di potersi liberare con una guerra lampo dell’eterno nemico sciita e persiano, ad attaccare. Ma le aggressioni, si sa, rafforzano le rivoluzioni. Fu così per la Francia nel 1789 e per la Russia nel 1917. È stato così anche per la Repubblica islamica nel 1980. E certamente le polemiche di questi giorni non fanno che rafforzare l’establishment iraniano. I persiani sono un popolo orgoglioso e nazionalista, pronto sempre a superare le divisioni interne contro un nemico esterno.

 

Riguardo poi i singoli personaggi, va detto che Ahmadinejad, è tra i meno intransigenti sul nucleare. Fosse stato per lui, avrebbe sottoscritto l’accordo col gruppo dei 5 + 1 nell’ottobre 2009 che prevedeva l’arricchimento dell’uranio iraniano all’estero. Fu la Guida suprema Khamenei (che per la Costituzione iraniana ha l’ultima parola in politica estera) a frenare. Anche da parte occidentale, allora, prevalsero i falchi e l’accordo saltò.

 

Le cosiddette “primavere arabe” hanno eliminato diversi equivoci. Dimostrato che esiste un’alternativa democratica (per lo meno nelle intenzioni) all’islamismo fondamentalista, è più difficile presentare lo status quo come immutabile. L’Egitto post Mubarak ha un atteggiamento ben più critico nei confronti di Israele e serve a poco addossare ogni colpa ai Fratelli musulmani. L’Arabia Saudita e le monarchie ereditarie del Golfo Persico temono l’Iran come potenza regionale e sosterrebbero volentieri un attacco contro Teheran. Ma quale sarebbe la reazione delle masse musulmane e delle minoranze sciite in particolare? Emblematico quanto avvenuto il 21 novembre in sede Onu: la risoluzione di condanna della situazione dei diritti umani in Iran è passata con il sì di Tunisia e Libia, mentre l’Egitto si è astenuto e la Turchia non ha partecipato al voto.

 

Con tutte le sue contraddizioni e le sue ingiustizie, la Repubblica islamica ha raggiunto, attraverso la rivoluzione, un’autonomia politica effettiva, invidiata da molti Paesi arabi. Che piaccia o meno, l’Iran è un Paese chiave del Medio Oriente, con cui sarebbe necessario confrontarsi senza pregiudizi.

 

N.B.

 

Questo articolo era stato richiestoo (e inizialmente approvato) da un mensile italiano. Poco prima di andare in stampa, è stato però cassato dal direttore che lo ha giudicato troppo possibilista nei confronti dell’Iran. Una folgorazione sulla via di Damasco? Chissà.

 

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