Il loro uomo a Teheran

In questo post cominciamo a raccogliere i brevi video pubblicati da Thomas Erdbrink, capo ufficio di corrispondenza del New York Times a Teheran da oltre dieci anni.  Sono reportage di meno di dieci minuti, del tutto privi della solita retorica “orientalista” che spesso domina i reportage dei media occidentali. Erdbrink, che parla perfettamente persiano, afferma che, dopo dieci anni, sta “lentamente iniziando a capire il paese in cui nulla è come sembra”.

E’ un bell’esempio di giornalismo e una finestra sull’Iran privilegiata.

Per saperne di più: http://www.nytimes.com/2015/03/25/world/middleeast/iran-meet-our-man-in-tehran.html




Ragazzi di Isfahan

Piazza di Isfahan, Iran

Isfahan, maggio 2014. Cosa c’è di più sorprendente della normalità? In questo video un gruppo di studenti festeggia un compleanno nella grandiosa piazza Naqsh-e jahàn.

Avvertenza: la piazza oggi è intitolata all’Imam Khomeini, quindi nelle indicazioni a Isfahan si trova “Imam square”. Ma nella memoria storica degli iraniani, resiste il vecchio nome. 

Probabilmente non dovrebbe nemmeno essere una notizia questa: scene così se ne vedono a tutte le latitudini e in ogni tempo. Però per anni abbiamo letto soltanto notizie negative riguardo l’Iran. Come se in questo Paese non ci fosse spazio per l’allegria. E sono sicuro che non sono poche le persone che si stupiranno nel vedere queste immagini. Anche alcuni dei turisti italiani presenti a Isfahan erano evidentemente sorpresi della “normale” allegria a cui stavano assistendo.

Con questo non voglio dire che gli iraniani – e i giovani iraniani in particolare – non abbiano problemi, limitazioni e censure. Ma questo è un pezzetto di realtà che mi piacere riproporre così, al naturale.

E con l’occasione, mostrare anche un po’ di immagini di Isfahan. Da sola, merita il viaggio in Iran. Date un’occhiata e capirete perché.

Nuova Giulfa. Viaggio fra gli armeni di Isfahan

Isfahan - Nuova Giulfa

“Armeni? Qui non ce n’è più. Sono andati tutti in America!” Ama scherzare, il pasticcere di Nuova Giulfa, mentre dalle pareti del suo negozio spicca severa una foto di Karekin II, il patriarca della chiesa apostolica, nel suo cappuccio nero. Anche a un occhio distratto, non sfuggirà come la presenza armena in questo quartiere di Isfahan sia ancor oggi ben viva, come testimoniano le molte insegne in lingua armena e i nomi di alcuni negozi. Eppure, nelle sue parole non manca un fondo di verità. Una verità amara, certo, per chi come lui (scopro che è un ingegnere in pensione) ha vissuto gran parte della sua vita in questo pugno di strade.

A fronte di una popolazione globale più che raddoppiata negli ultimi quarant’anni (si è passati dai 33 milioni di iraniani del 1976 ai 74 del 2011), la presenza cristiana in Iran – in larghissima parte armena – è diminuita circa del 30%. A partire dal 1979, anno della rivoluzione islamica, un flusso costante di armeni e assiri – l’altra anima storica del cristianesimo persiano – ha lasciato l’Iran per stabilirsi all’estero. Negli ultimi anni, tuttavia, si è assistito a un’inversione di tendenza, e i 117.704 cristiani rilevati dal censimento del 2011 rappresentano, se non altro, un piccolo incremento rispetto al dato precedente del 2006.

Giunti a Isfahan nel 1604 per volontà di Scià Abbas I, uno dei più grandi sovrani nella storia dell’Iran, gli armeni ebbero un ruolo fondamentale nel periodo di massimo splendore dell’impero safavide. Abili commercianti, furono deportati dalla piana del monte Ararat e dalla cittadina di Giulfa (nell’odierno Azerbaigan) fino alla capitale dell’impero, Isfahan, con il doppio intento di fare terra bruciata in una terra di confine contesa dal temibile vicino ottomano e di dare nuovo impulso alla sviluppo economico della capitale. Cosa, quest’ultima, che riuscì pienamente, tanto che si parla di questa come di una delle imprese commerciali più riuscite del XVII secolo, la cui eco arriva fino a Venezia, fra le cui strade si scopre ancora oggi una “Ruga Giuffa” che testimonia di una loro presenza fino nel cuore della Serenissima.

Stanziati fuori città, oltre le rive del fiume Zayanderud (limite urbano d’allora, in seguito travolto dall’espansione cittadina), gli armeni godettero di una grande libertà religiosa e presto, superata la tragedia dell’esilio, anche di un notevole benessere. Chiamarono il nuovo insediamento Nuova Giulfa, in memoria della patria perduta, e furono capaci in pochi anni – complice il sostegno della corona safavide – di creare una rete di commerci le cui propaggini si estendevano dalla Malesia e le Indie fino alla Russia e l’Europa. Sontuose chiese, affreschi, e la prima tipografia del paese testimoniano inoltre di una fioritura culturale.

Ma cosa resta oggi di tutto questo? Camminando per le vie di Nuova Giulfa, si ha la netta impressione che qui permanga – nonostante la più recente inclusione nel tessuto di Isfahan – qualcosa di diverso e speciale. E non si tratta solo, banalmente, di un diffuso utilizzo dell’alfabeto armeno sulle insegne accanto al persiano, o del rintocco della campana della cattedrale (cosa insolita da queste parti) a scandire le ore. La sua specificità più vera si ritrova, semmai, nella singolare commistione di stili, religioni e culture che la animano da sempre, come dimostrano le tredici chiese seicentesche ancora presenti, che fondono in modo singolare l’arte e l’architettura islamica, armena ed europea.

La sera, le sue strade si animano piacevolmente di giovani cristiani e musulmani che affollano insieme i molti caffè alla moda e i ristoranti che si concentrano in queste poche vie. E in ciò risiede a mio avviso, in questo incontro – al di là delle questioni irrisolte – il messaggio che questo quartiere e la sua storia secolare ci consegnano.

Un ponte tra Iran e Italia

Ponte33 è una piccola casa editrice nata nell’estate del 2009, dalla passione di due studiose di lingua e cultura persiana, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, entrambe formatesi presso l’allora Istituto Universitario Orientale, dove la Ferraro ha anche insegnato Storia dell’Iran per alcuni anni,  prima di ricevere l’incarico di addetto culturale presso la nostra ambasciata a Tehran. L’obiettivo della casa editrice è dichiaratamente quello di far conoscere in Italia la letteratura contemporanea prodotta in persiano in Iran e in Afghanistan e all’estero, dove molti scrittori provenienti da questi vivono ormai da anni. Una produzione variegata, lontana dagli stereotipi correnti e dai pregiudizi alimentati da visioni limitate e frettolose, che svolge un ruolo importante nel far comprendere le contraddizioni di società nelle quali la contemporaneità si trova a convivere con resistenze antiche e nuove opposizioni.

Il nome Ponte33 ricalca il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate (33 per l’appunto) ci si incontra per passeggiare, leggere, discutere; una sorta di simbolo dell’incontro tra generazioni diverse in un qualche modo divenuto lo specchio del mutamento culturale, della società che cambia e va avanti. Il messaggio lanciato dalle due studiose è chiaro: non più veli, cammelli, cupole e tappeti, miscuglio di esotismo da pacchetto turistico a prezzo scontato, ma neanche ostilità, fanatismo, minacce nucleari e oscurantismo medioevale, messaggio quotidiano di TG frettolosi e stampa superficiale; solo una società “normale” che cerca di gestire il retaggio di una storia complessa e un presente complicato da una situazione socio-politica difficile, a volte insostenibile, ma certo non immobile. “Abbiamo iniziato con un romanzo scritto in Iran” – ci dice Felicetta Ferraro –   perché è stato soprattutto questo Paese a imporsi ai nostri occhi per la sua diversità, per le tensioni che lo attraversano, per la travolgente energia culturale che lo domina, per la spinta irrefrenabile al cambiamento”.

Come un uccello in volo di Fariba Vafi, il primo romanzo pubblicato, è uno straordinario esempio della presa di coscienza di una donna che riesce ad emergere dall’inerzia alla quale sembra essere stata condannata da un passato familiare pieno di ombre e dal ruolo di moglie e madre assegnatole dalla società, attraverso un minuzioso lavoro di scavo dentro se stessa e il mondo che la circonda.

Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, uscito qualche mesa fa, esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalapoli nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società; mentre A quarant’anni , il  romanzo di Nahid Tabatabai appena arrivato in libreria da cui è stato tratto un film mai arrivato in Italia interpretato da Leyla Hatami, la stessa attrice premiata con l’Orso d’Argento a Berlino per Una separazione, film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2012, narra la crisi di una donna non più giovane che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù, il primo grande amore, e le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.

Il prossimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif ,  dà voce all’Afghanistan martoriato da un conflitto infinito, del quale solo la letteratura potrà restituirci i reali contorni, attraverso quello sguardo “dall’interno” che è una delle sue  prerogative.

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