Dopo Soleimani

Dopo Soleimani

La prima questione è semantica: a seconda di chi parla (o scrive) il generale Qasem Soleimani è stato “ucciso”, “assassinato” o – molto asetticamente – “eliminato”, come se avesse perso una partita di un torneo di tennis. In fondo si tratterebbe di dire: il presidente degli Usa ha ordinato una strage. Tra le vittime ci sono Abu Mehdi al-Muhandis, ufficiale di un Paese (l’Iraq) alleato degli Usa, e Qasem Soleimani, generale di un Paese (l’Iran) con cui gli Usa non sono formalmente in guerra. I fatti sono questi.

Poi ci sono le reazioni di commentatori e politici, che hanno scandito tutta la giornata di venerdì 3 gennaio 2020. E qui la seconda questione: davvero non immaginavo che così tante persone in Italia conoscessero così bene la storia di Soleimani e il suo ruolo nelle guerre del Medio Oriente. E tutti hanno un’opinione netta, formata. Non solo: sanno già benissimo quello che sta per succedere. Beati loro. Per me – lo confesso – la notizia è stato uno shock. 

Come ha spiegato Nicola Pedde, “con la morte di Soleimani viene paradossalmente meno l’unica e ultima garanzia negoziale degli Stati Uniti con l’Iran, l’interlocuzione diretta di Washington con l’apparato della sicurezza di Teheran e, più in generale, con l’uomo che più di ogni altro aveva esperienza e visione sul piano regionale e globale”. 

Forse proprio per questo tipo di ruolo, Soleimani si muoveva in modo tutt’altro che misterioso. Lo hanno ucciso vicino all’aeroporto di Baghdad, mentre si spostava con un una scorta ristretta. Piuttosto che di operazione di intelligence, parlerei di un vero e proprio colpo a tradimento. Il primo ministro iracheno Adil Abdul-Mahdi ha condannato l’attentato definendolo “un’aggressione contro l’Iraq – il suo Stato, il suo governo e il suo popolo” e “una grave violazione” delle condizioni per la presenza delle Forze Usa sul territorio iracheno.

Eroe o criminale? Siamo alla fiera dell’ipocrisia: Soleimani ha vissuto una vita di guerra, ha vissuto di guerra e di guerre. La Guida Khamenei lo definiva il “martire vivente”. Nulla di “anomalo” nella sua fine. E nulla di misterioso nel suo curriculum. Abbiamo scritto di lui in tempi non sospetti, ma che oggi l’Occidente di colpo lo scopra come una minaccia è allo stesso tempo ridicolo e tragico. Appena poche ore dopo la sua morte, Khamenei ha nominato successore il suo vice, Ismail Qaani, personaggio di scarso carisma e maggiore intransigenza ideologica. 

Soleimani, spiega ancora Pedde: “anche sul piano della politica interna iraniana rappresentava una figura complessa. Molto vicino alla Guida, Ali Khamenei, il generale costituiva l’elemento di garanzia del sistema politico di prima generazione, ponendosi come baluardo della difesa degli interessi nazionali e della continuità politica della Repubblica Islamica. In quest’ottica era entrato più volte in rotta di collisione con i vertici dell’IRGC, e soprattutto con quella componente apicale espressa dall’industria militare e dal conglomerato industriale che ruota intorno al grande universo dei Pasdaran. Soleimani non era certamente uomo loro, ed anzi veniva da questi percepito più come un pericoloso outsider che non come un alleato”.

Come spiega Narges Bajoghli sul New York Times, l’uccisione di Soleimani non diminuirà l’influenza dell’Iran nella regione. Ma accelera alcune dinamiche. Innanzitutto è la pietra tombale di qualsiasi tentativo di dialogo tra Usa e Iran. Dialogo che ancora qualche settimana fa era una possibilità per lo stesso Trump. Che in serata fa quasi un mezzo passo indietro, precisando di non puntare a un “regime change” in Iran ma di aver voluto prevenire “attacchi a diplomatici americani”. L’incidente che da circa un anno tutti temevano non c’è stato: c’è stato un deliberato e assolutamente controproducente atto di guerra da parte degli Usa nei confronti dell’Iran. Questo omicidio non stabilizza la regione e non piega Teheran. Piuttosto ricompatta il fronte interno iraniano: Rouhani è ormai politicamente finito e dovrà per necessariamente seguire la linea dei conservatori. Il dialogo con l’Occidente – costato anni di lavoro diplomatico – è stato un fallimento.

Oggi in Senato si sarebbe dovuto discutere dell’impeachment ma l’uccisone di Soleimani ha stravolto l’agenda politica Usa. Quarant’anni dopo Carter, l’Iran torna a essere determinante per la rielezione di un presidente americano. L’impressione è che manchi una vera strategia di base: il presidente che vuole la foto con la stretta di mano con Rouhani a settembre, è lo stesso che ordina di uccidere Soleimani il 2 gennaio e ha poi continuato a sfidare Teheran con una serie di tweet irridenti, sulla presunta incapacità degli iraniani di vincere le guerre. La risposta di Teheran ci sarà sicuramente, ma è impossibile prevedere come, dove e quando. 

Trump ama improvvisare, l’Iran no

Un sondaggio dell’Università del Maryland mostra una grande popolarità di Soleimani in patria. Al di là della retorica governativa, si tratta di una figura molto nota e associata positivamente dai più alla “Sacra difesa”, la guerra combattuta contro l’Iraq (1980-88)
La ex vicepresidente Ebtekar ripropone una copertina di Newsweek del 2014

Il paradosso saudita

ISIS

Traduzione parziale di un articolo originale di Amir Madani per l’Huffington Post

La spietata macchina omicida dell’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham), attraverso massacri e atti di terrorismo, ha legato la guerra civile al bagno di sangue in Siria, con lo scopo di instaurare un califfato medievale nella regione desertica tra i due Stati. L’ISIS, nelle cui fila ci sono anche baathisti “orfani” del regime di Saddam, ora occupa l’importante centro politico ed economico di Mosul, così come le grandi aree del cosiddetto triangolo sunnita, e si sta spingendo a sud verso Baghdad, costringendo 500.000 iracheni ad abbandonare le loro case.

Nonostante tutte le minacce regionali e le divisioni interne; nonostante la violenza sistematica; nonostante i loro piani preparati per anni; nonostante controllino alcuni pozzi petroliferi (mentre le compagnie petrolifere e il mondo industrializzato sono intenti a mantenere i prezzi verso il basso); e nonostante i cambiamenti intervenuti nella tattica militare; nonostante tutto questo, l’ISIS ha intrapreso una battaglia che non può realmente vincere. La coalizione di governo basata su una alleanza sciita-kurda, che comprende anche realisti e moderati sunniti, emersa dalle elezioni, è sostenuta dalla comunità internazionale e terrà. È così solida che Stati Uniti e Iran stanno valutando una cooperazione in Iraq.

Detto questo, il governo iracheno ha evidentemente bisogno di cambiare – in particolare una maggiore condivisione del potere, più inclusività e anti-settarismo. Altrimenti ci potrebbe essere una regione autonoma sunnita dove sarebbero gli stessi sunniti a decidere se vivere sotto la dura legge di un gruppo terroristico.

Provocare una guerra settaria

Nonostante la reazione di panico per l’apparente avanzata dell’ISIS, il campo di battaglia rimane limitato essenzialmente alle regioni desertiche del cosiddetto triangolo sunnita, dove quasi il 18 per cento della popolazione vive in un territorio pari al 48 per cento del territorio nazionale irachena, e dove l’ISIS, i quadri Ba ‘ath i loro sostenitori locali stanno cercando di provocare una guerra settaria. Seguendo le indicazioni del primo capo di al-Qaeda in Iraq, Zarqawi, la cui lettera del 2004 a bin Laden (intercettato da agenzie di intelligence occidentali) recita: “Se riusciamo a trascinandoli nell’arena di una guerra settaria, sarà possibile risvegliare i sunniti distratti, facendoli sentire in pericolo imminente”. Eppure i fatti non dimostrano un grande successo: Se la guerra è soprattutto settaria nel carattere come i titoli dei giornali gridano nei principali quotidiani internazionali, allora perché i curdi – la stragrande maggioranza dei quali sono sunniti – non combatte al fianco dell’ISIS / Ba ‘ ath, ma piuttosto con entusiasmo contro di loro? Inoltre, nonostante una significativa forza regionale, l’ISIS e i suoi sostenitori non hanno né la mentalità, né l’esperienza necessaria per governare; I’ISIS rimane essenzialmente un gruppo terroristico. Il governo dell’ISIS nella provincia siriana di Raqqa è basata sul controllo assoluto delle risorse, in modo da controllare totalmente la popolazione, in una condizione di quasi-schiavitù, più dura come al solito per le donne e le minoranze.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’HUFFINGTON POST (IN INGLESE)

Iran e Usa: prove di intesa?

Javad Zarif

Teheran e Gruppo 5+1 riprendono i colloqui sul programma nucleare iraniano. I negoziati a Vienna sono anche l’occasione per discutere di Iraq. Antichi avversari, Stati Uniti e Iran hanno uguale interesse nel frenare la crescente minaccia rappresentata dai militanti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis). Sia Washington sia Teheran stanno valutando la possibilità se offrire sostegno militare al governo iracheno.

Potrà la collaborazione fra l’Iran e gli USA risolvere la crisi irachena? E cosa farà l’Arabia Saudita potenza egemone sunnita nello scenario mediorientale?

Martedì 17 giugno Azzurra Meringolo ne ha parlato a Radio3 Mondo con Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore specializzato d’Iran e con Riccardo Alcaro, ricercatore dell’Istituto Affari Internazionali e del Brookings Institution di Washington

Ascolta la registrazione della trasmissione: