Buoni e cattivi/4

E risiamo, in un certo senso, da capo a dodici. A Teheran, nel Paese le cose vanno male, questo è sicuro. Ma la novità, il rimedio, da dove dovrebbe venire? Lo scenario politico e sociale iraniano non è solo complicato, ma addirittura indefinito.

Nella storia di questo Paese i bazarì hanno sempre avuto un ruolo determinante. Sono stati loro a dare alla rivoluzione il sostegno necessario a rovesciare lo scià nel 1979. Ed è stato sempre il loro appoggio a determinare l’egemonia di Khomeini all’interno del fronte rivoluzionario. Adesso con chi stanno? Non con Ahmadinejad, che è sostenuto da un altro blocco sociale (per dirla con Gramsci), quello dei pasdaran, cresciuto moltissimo – in senso anche economico – negli ultimi anni. Ma non è che i bazarì stiano all’opposizione: preferiscono appoggiare Khamenei  e i circoli conservatori che saranno i vincitori delle elezioni parlamentari di marzo. Questo è un dato di fatto: una parte consistente della borghesia medio-alta che mugugna contro il regime e manda i figli all’estero, rimane un pilastro di questo sistema. E non sembra al momento intenzionata a sostenere, promuovere o incoraggiare cambiamenti sostanziali.

Ecco allora che torniamo alla questione: cosa è regime e cosa non lo è?

Un martedì mattina nella Facoltà di relazioni internazionali a Niavaran, estremo nord di Tehran. C’è il sole e tanta neve ancora sui tetti e i marciapiedi. Qui il caos è distante, è una zona abbastanza tranquilla ma non proprio residenziale. Ci sono pochi studenti in giro, si avvicina un weekend lungo, perché al fine settimana islamico (giovedì e venerdì) si aggancia sabato 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione.

La funzionaria che mi attende non conosce l’inglese ma  un francese eccellente perché – figlia di un diplomatico – ha vissuto per anni a Parigi. “Ma la sua famiglia è iraniana, non è vero?”. Mi chiede quasi subito. “No, non ho parenti qui”. “Ma è sicuro?”, incalza. “Perché il suo cognome esiste in Iran, lo sapeva?”.

Nel cortile del dipartimento due uomini scaricano le provviste per la mensa. Chiacchierano fitto fitto in turco, lingua parlata da oltre il 30% degli iraniani. La mia guida li guarda e poi sibila: “Questo è sempre stato un problema per l’Iran. In tanti hanno cercato di usare queste differenze per dividerci”. Ma nessuno c’è davvero mai riuscito, va detto.

C’è una buona dose di casualità in questa visita. O forse sarebbe meglio parlare di serendipità, visto che siamo in Iran. Perché sono qui? Sono venuto a cercare materiale per il libro che sto scrivendo, mi ritrovo a sorpresa nell’archivio storico del dipartimento, tra lettere, documenti e mappe antiche. E da qui vengono idee nuove, spunti a cui non avevo minimamente pensato. E comunque è tutto molto interessante. “Questo le serve, le può essere utile?”, mi chiede la mia guida quasi ad ogni passo. Esagero un po’ la mia soddisfazione perché mi dispiacerebbe deluderla.

La parte più interessante di questa visita è l’incontro col professor Sohrab Shahabi. Ha una sessantina d’anni e ha vissuto a lungo in Canada. Parliamo un po’ di tutto, dalla situazione in Nord Africa al momento critico dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. “Non conta solo l’economia – avverte. Quanto è accaduto in Tunisia, ad esempio, dimostra che la rabbia di un popolo può scatenarsi all’improvviso. E che gli eventi prendono spesso una piega non prevista”.

Accenno al gelo che in qui giorni di inizio febbraio sta colpendo l’Europa e che in Italia ha fatto scattare l’allarme gasolio. Il professore ride. “Questa è un’ottima notizia per noi! Vuol dire che l’Iran venderà combustibile a caro prezzo e risolveremo i guai provocati dalle sanzioni!”. E poi aggiunge ironico: “Allora ha ragione chi dice che in politica la linea migliore è invocare il Mahdi!”. Il riferimento è all’intervento ultraterreno del dodicesimo Imam, figura chiave della teologia sciita, negli ultimi anni invocata spesso dal presidente Ahmadinejad. “Avvenne lo stesso nel 1990: eravamo a pezzi dopo la guerra con l’Iraq. E cosa fa Saddam? Invade senza motivo il Kuwait e il prezzo dl greggio andò alle stelle. Per l’Iran fu un affare. In più, Saddam consegnò di fatto una parte enorme della sua aviazione, credendo di metterla al sciuro. Fu un insieme di circostanze incredibili!”.

Prima di congedarci, mi lascia un’immagine: “C’è un vecchio racconto che parla di un ragazzo che passa la vita a cercare un tesoro nelle acque gelide di un torrente di montagna. L’Iran è come quel ragazzo: sempre alla ricerca dell’ora. Qualche volta lo trova”.

4- CONTINUA

 

Obama, un remake di troppo

I remake raramente sono all’altezza degli originali. E quando il regista è lo stesso, il risultato può essere addirittura patetico. Nel 2009 il messaggio di auguri di Obama agli iraniani in occasione del No Ruz fu un veneto storico. Sminuito dagli eventi dei mesi successivi, ma comunque significativo.

Il messaggio per questo capodanno persiano 1391 è invece un passo indietro enorme rispetto a tre anni fa. Certo, il clima è cambiato e la situazione tra Iran e Stati Uniti non è quella che speravamo in molti.

 Però forse, in certi momenti, il silenzio è la scelta migliore.

 Nel 2009 Obama si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della “Repubblica islamica”, termine tabù fino ad allora per i politici americani. Oggi Obama parla di “regime iraniano” e non “tende la mano” ma stigmatizza le restrizioni sull’uso di internet, parlando di una “cortina elettronica” calata sul Paese. Ammette di aver imposto sanzioni “al governo iraniano” ma annuncia che a breve le aziende Usa forniranno “software e servizi” perché gli iraniani possano navigare più facilmente sul web. Infine, promette di accogliere l’Iran tra la comunità delle nazioni se “il governo perseguirà un percorso responsabile”.

In queste poche righe c’è probabilmente un concentrato di equivoci e calcoli errati sull’Iran e gli iraniani. Sbaglierò, ma anche a giudicare dalle prime reazioni sui social media, non credo che gli iraniani abbiano gradito il contenuto e il tono di questo messaggio. Nel 2009 Obama parlava da pari a pari, o almeno questo era quello che voleva trasmettere. Adesso invece ha un atteggiamento paternalista nei confronti del popolo iraniano e imperialista nei confronti del Paese. A parte il fatto che le sanzioni vorranno pure punire il governo ma colpiscono il popolo, rimane innegabile che l’Iran fa ancora parte della “comunità di nazioni” di cui parla Obama.

È chiaro che Obama si rivolge all’opposizione interna, promettendo la fornitura di strumenti di comunicazione indispensabili per qualsiasi mobilitazione. Ma in questo modo sarà più semplice, per il regime, bollare l’opposizione come quinta colonna degli americani. È un discorso vecchio, che dovrebbe essere ormai chiaro a Washington, soprattutto dopo quello che è successo in Iran nella turbolenta estate 2009.

E allora cosa vuol dire questo messaggio? Un errore maldestro o il preludio a qualcosa già programmato che sta per accadere ?

Proprio ieri il New York Times ha rivelato che il Pentagono ha prodotto una simulazione di conflitto con l’Iran conseguente a un attacco unilaterale da parte di Israele. E i risultati di questo “gioco di guerra” sarebbero tutt’altro che positivi per Washington.

Da parte iraniana, la Guida Khamenei sembra al momento l’unico attore in gioco in campo internazionale. Ieri ha definito il 1391 come l’anno della “jihad economica” e ha inviatto a “comprare iraniano” per sostenere l’economia nazionale colpita dalle sanzioni.

Questo 1391 appena iniziato si preannuncia molto intenso.

Tre anni dopo

Tre anni dopo lo storico messaggio della “mano tesa”, il presidente Usa Barack Obama ha nuovamente inviato un messaggio di auguri agli iraniani in occasione del No Ruz, il capodanno persiano.Ecco il testo integrale del messaggio, sottotitolato in persiano e trasmesso dal canale You Tube della Casa Bianca.

Quest’anno Michelle ed io vogliamo fare i nostri migliori auguri a chi oggi celebra il No Ruz in tutto il mondo. In comunità e case, dall’America al Sud Est asiatico, amici e famiglie si riuniscono per celebrare la speranza che arriva con la nuova stagione.

Per il popolo dell’Iran questa festa arriva in un momento di continue tensioni tra i nostri due paesi, ma ci ricorda l’umanità comune che condividiamo. Non c’è  alcuna ragione perché i due Paesi siano divisi. Qui, negli Stati Uniti, gli irano-americani prosperano e danno un grosso contributo alla nostra cultura.

Quest’anno una produzione iraniana, Una separazione, ha vinto il miglior premio per un film straniero. I nostri marinai si confrontano col pericolo della pirateria e marinai Usa hanno persino salvato cittadini iraniani presi in ostaggio. E da Facebook a Twitter – dai cellulari a internet – i nostri popoli usano gli stessi mezzi per comunicare e per arricchire le nostre vite.

Sempre più al popolo iraniano viene negato l’accesso alla libertà fondamentale di accesso all’informazione. Il governo iraniano blocca il segnale dei satelliti per oscurare televisioni ed emittenti radio. E censura internet, per controllare e per decidere cosa la gente iraniana può vedere e sentire. Il regime – prosegue il presidente americano – sorveglia i computer, i telefoni cellulari solamente per proteggere il suo potere. E nelle ultime settimane le restrizioni di internet sono diventate così severe che gli iraniani non possono comunicare liberamente con i loro cari all’interno del Paese o all’estero. Le tecnologie che dovrebbero dare più potere ai cittadini vengono invece usate per reprimerlo.

A causa delle azioni del regime iraniano, una cortina elettronica è calata attorno all’Iran, una barriera che stoppa il flusso delle informazioni e di idee nel paese e nega al resto del mondo la possibilità di interagire col popolo iraniano, che ha così tanto da offrire.

Io voglio che il popolo iraniano sappia che l’America cerca il dialogo per ascoltare le vostre opinioni e capire le vostre aspirazioni. Per questo abbiamo realizzato un’ambasciata virtuale, così che possiate vedere voi stessi cosa gli Stati Uniti stanno dicendo e facendo. A tal fine stiamo utilizzando il farsi su Facebook, Twitter e Google Plus.

E anche se abbiamo imposto sanzioni al governo iraniano, oggi, la mia Amministrazione emetterà nuove linee guida per rendere più facile per le imprese americane la fornitura di software e servizi in Iran, in modo da rendere più facile l’uso di Internet per il popolo iraniano.

Gli Stati Uniti continueranno ad attirare l’attenzione sulla cortina elettronica che sta tagliando il popolo iraniano fuori dal resto del mondo. E speriamo che altri si uniranno a noi nel portare avanti una libertà fondamentale per il popolo iraniano: la libertà di connettersi tra di loro e con gli altri esseri umani.

Nel corso dell’ultimo anno, abbiamo imparato ancora una volta che sopprimere le idee non serve a farle sparire per sempre. Il popolo iraniano è  erede di una grande civiltà e antica. Come le persone in tutto il mondo, gli iraniani hanno il diritto universale di pensare e parlare da soli. Il governo iraniano ha la responsabilità di rispettare tali diritti, così come ha la responsabilità di adempiere ai suoi obblighi rispetto al suo programma nucleare. Lasciatemi dire ancora una volta che se il governo iraniano persegue un percorso responsabile, sarà accolto ancora una volta tra la comunità delle nazioni, e il popolo iraniano avrà maggiori opportunità di prosperare.

Quindi, in questa stagione di rinnovamento, il popolo iraniano deve sapere che gli Stati Uniti d’America cercano un futuro di profonde connessioni tra la nostra gente – un momento in cui  la cortina elettronica che ci divide sia sollevata e le vostre voci si sentono. Una stagione in cui la diffidenza e la paura vengono superati dalla comprensione reciproca e dalle nostre speranze comuni di esseri umani.

Grazie e ayde shoma mobarak.

 

 

Botta e risposta

“Non sono domande difficili. Io ne avrei scelte di migliori”. Il presidente Ahmadinejad ha usato il sarcasmo per ribattere ai quesiti posti in parlamento da un gruppo di 79 deputati che lo ha accusato di non rispettare la legge. È la prima volta nelle storia della Repubblica islamica che un presidente è chiamato a rispondere in aula sul proprio operato.

Va precisato che il Parlamento è ancora quello uscente, dato che il processo elettorale iniziato col primo turno del 2 marzo non si è ancora concluso. I deputati avevano 15 minuti per presentare le loro domande, il presidente un’ora per rispondere.

È stato il deputato Ali Motahari ad aprire le danze, accusando Ahmadinejad di aver violato la legge in modo evidente in diverse questioni. Le domande sono state tutte sui temi che hanno animato la politica iraniana dell’ultimo anno: la rimozione del ministro degli Esteri Mottaki, le frizioni con la Guida sulla mancata rimozione del ministro dell’Intelligence Heydar Moslehi, il mancato finanziamento di 2 miliardi di dollari per la metropolitana di Teheran, una presunta eccessiva tolleranza nei confronti delle regole di abbigliamento delle donne, e il fallimento della sua riforma dei sussidi.

Su quest’ultimo punto, Ahmadinejad ha rispedito al mittente le accuse, ricordando che la riforma era stata votato dallo stesso parlamento e che l’inflazione è determinata dalle sanzioni. Sulle altre questioni, ha dato risposte molto vaghe o ha negato l’esistenza dei singoli problemi.

Molti deputati si sono detti offesi dal comportamento del presidente che nel suo discorso ha anche alluso a uomini politici che si sarebbero guadagnati un titolo universitario ”premendo un bottone” e ad altri che dovrebbero provare “l’esperienza del carcere”.

Khamenei ha vinto il confronto elettorale, ma Ahmadinejad non sembra proprio accennare a una resa. In vista delle presidenziali 2013, si preannuncia un anno molto intenso per la Repubblica islamica.

Segnali?

Qualche aggiornamento sulle elezioni parlamentari. Il ministero degli Interni ha finalmente fornito i dati ufficiali del primo turno: i seggi assegnati sono 225 su 290. A Teheran sono stati assegnati soltanto 5 seggi su 30.

Per il secondo turno bisogna aspettare il Consiglio dei Guardiani, che deve prima convalidare i risultati del voto del 2 marzo e poi fissare la data del ballottaggio (presumibilmente ad aprile).

I votanti ufficiali sarebbero stati 48.288.,799, pari al 63.26% degli aventi diritto. Se fosse vero, sarebbe una delle affluenze più alte della storia della Repubblica islamica.

A urne chiuse, martedì 6 marzo la Guida Khameni ha tenuto un discorso quasi del tutto ignorato dai media occidentali. Ha rivendicato – come era ovvio – il dato dell’affluenza alle elezioni come un grande successo per la legittimità del sistema politico iraniano. E fin qui nulla di nuovo. Poi ha però ha dedicato poche ma significative parole ai rapporti con gli Usa: “Abbiamo sentito che il presidente americano ha detto: ‘Non stiamo pensando a un guerra contro l’Iran’. Questo è buono, molto buono. Sono parole sagge. È la fine di un’illusione”.

Al di là della propaganda e al netto dell’enfasi oratoria, questo è un messaggio politico. La Guida esce rafforzata da questo confronto elettorale. Il voto in Iran non è mai libero, ma è sempre molto importante dal punto di vista politico. Se certi presunti “analisti” studiassero un po’ la storia della Repubblica islamica, avrebbero evitate di scrivere le banalità pubblicate nelle ultime settimane.

Dietro l’apprezzamento di Khamenei per Obama potrebbe esserci dunque una mossa tattica. La politica estera la fa la Guida, non il Presidente della repubblica. Ahmadinejad – con buona pace di tanti sepolcri imbiancati nostrani – negli ultimi anni si era mostrato più incline al dialogo con l’Occidente rispetto a Khamenei. Ora però il presidente è più debole e questo – in teoria – dovrebbe “semplificare” i processi decisionali interni alla Repubblica islamica.

Ed è anche vero che – da che mondo e mondo – gli accordi e i compromessi col “nemico” li fanno i “duri”, non i riformisti. In questo senso, è emblematica l’intervista di Fareed Zakaria ad Henry Kissinger su CNN:

A proposito di riformisti, l’ex presidente Khatami ha rilasciato una dichiarazione ufficiale circa la sua partecipazione al voto del 2 marzo. (Per il testo integrale in persiano clicca qui).

In sostanza, dice di aver votato per mantenere una “finestra aperta per il riformismo”. Quali siano gli spiragli di un’eventuale tattica di questo tipo, è tutto da dimostrare. Personalmente, ancora una volta mi stupisce lo stupore. Khatami, così come Rafsanjani e gli stessi Mousavi e Karroubi, sono personaggi interni alla Repubblica islamica. Nessuno di loro ha mai virato verso posizioni antisistema.

La scelta di Khatami è opinabile, considerate le sue dichiarazioni nei mesi passati in merito al boicottaggio, ma non è in contraddizione con la sua carriera politica.

Voto d’aria

Tutto come previsto? Sì, forse, non proprio. I risultati delle elezioni legislative iraniane sono meno scontati di quanto annunciati a botta calda.

Partiamo dall’affluenza. Il dato ufficiale è del 64,4%. Lontanissimo dall’83% delle presidenziali del 2009, ma quasi 10 punti in percentuale in più rispetto al 55% delle precedenti legislative del 2008.

Se questi dati fossero veri, si potrebbe parlare di una buona (e comunque non straordinaria) partecipazione al voto.

Tuttavia, è più che lecito avanzare qualche dubbio. Nel 2009 era stata la grande mobilitazione pro Mousavi a portare al voto 8 iraniani su 10. In assenza di candidati riformisti, in un clima di abulia politica e sfiducia collettiva, sembra davvero strano che sia andata a votare tutta questa gente.

Alcuni dettagli sono clamorosi. Il Ministero degli interni ha detto che nella città di Ilam – dove gli aventi diritto sono 373.000 – avrebbero votato 380.000 persone. Un’affluenza del 102%. Più che un record, un dato da guinness dei primati.

C’è anche un piccolo caso televisivo, al riguardo. Alla tv di Stato iraniana, domenica 4 marzo, il Direttore dell’ufficio elettorale Sowalt Mortazavi ha detto in un’intervista che l’affluenza era stata di poco superiore al 34%, salvo poi correggersi e virare sul 64% e rotti. Svista? Lapsus? Chissà.

Il passaggio dell’intervista (in persiano)

Un mese fa, a Teheran, pareva che delle elezioni non importasse nulla a nessuno. E tanti dicevano esplicitamente che si sarebbero astenuti. Però, appunto, era un mese fa e sto parlando di Teheran. Il resto dell’Iran potrebbe aver risposto davvero alla chiamata alle urne della Guida Khamenei come risposta all’accerchiamento esterno. Per tanti studenti e lavoratori statali, poi, non è mai una buona cosa astenersi.

I risultati

Intanto non sono così definitivi, come riportato da alcune cronache nostrane. Su 290 seggi, al primo turno ne sono stati assegnati 150. Poco più della metà, dunque. Quindi non mi sbilancerei con giudizi così definitivi (per vedere come funziona la legge elettorale iraniana clicca qui).

Di questi 150, 112 sono fedelissimi di Khamenei e soltanto 10 di Ahmadinejad. Gli altri 28 sono stati etichettati come “riformisti”, nonostante Moussavi e Karroubi – entrambi agli arresti domiciliari da un anno – avessero lanciato un appello per l’astensione.

Non mi fisserei troppo sulle sigle degli schieramenti. Nella politica iraniana i partiti sono più che altro cartelli elettorali e dopo il voto si assiste spesso a rimescolamenti e cambi di posizione.

Di sicuro, si profila una mazzata per Ahmadinejad, che in questa occasione non paga tanto i suoi insuccessi in campo economico, quanto lo scontro con la Guida Khamenei. Nessun altro presidente, prima di lui, aveva osato, in oltre 30 anni di Repubblica islamica, arrivare a un confronto così duro e prolungato.

Adesso Khamenei sembra aver ripreso il controllo della situazione e il presidente sembra un’anatra ancora più zoppa di prima: col parlamento quasi completamente contro, il suo ultimo anno di mandato non sarà semplice. Riuscirà a scampare dal polverone su uno scandalo finanziario che sembrerebbe coinvolgerlo? Ce la farà a presentare il suo delfino (nonché consuocero) Mashaei alle presidenziali 2013?

Questo scenario dovrebbe  almeno rendere più chiaro che chi comanda davvero in politica estera è la Guida, non il presidente. Un eventuale accordo sul nucleare deve essere preso con Khamenei, non Ahmadinejad. Per capirlo sarebbe bastato leggere la Costituzione dell’Iran.

Postilla sul “caso Khatami”

L'ex presidente Khatami vota alle legislative del 2012

Fa discutere il comportamento dell’ex presidente riformista Mohamamd Khatami che, dopo aver annunciato nei mesi scorsi il boicottaggio di queste elezioni, alla fine ha votato in un seggio vicino alla città di Damavand, a nord di Teheran. Anche l’altro ex presidente Rafsanjani ha votato. Nel web lo shock dei riformisti e dei dissidenti è enorme. Cosa lo ha spinto? Calcolo? Paura? Accordi sul destino dei detenuti politici? Le ipotesi si sprecano in attesa di una dichiarazione ufficiale di Khatami.

Iran al voto

Si vota per eleggere i 290 membri del Parlamento iraniano, in un momento in cui i cittadini sembrerebbero più preoccupati per l’andamento dell’economia che per l’esito del voto. In un Paese che, ogni giorno di più, si sente sotto assedio. In studio Talal Krais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista e direttore del blog Diruz.it.  Conduce Alessandro Mazzarelli.

Un ponte tra Iran e Italia

Ponte33 è una piccola casa editrice nata nell’estate del 2009, dalla passione di due studiose di lingua e cultura persiana, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, entrambe formatesi presso l’allora Istituto Universitario Orientale, dove la Ferraro ha anche insegnato Storia dell’Iran per alcuni anni,  prima di ricevere l’incarico di addetto culturale presso la nostra ambasciata a Tehran. L’obiettivo della casa editrice è dichiaratamente quello di far conoscere in Italia la letteratura contemporanea prodotta in persiano in Iran e in Afghanistan e all’estero, dove molti scrittori provenienti da questi vivono ormai da anni. Una produzione variegata, lontana dagli stereotipi correnti e dai pregiudizi alimentati da visioni limitate e frettolose, che svolge un ruolo importante nel far comprendere le contraddizioni di società nelle quali la contemporaneità si trova a convivere con resistenze antiche e nuove opposizioni.

Il nome Ponte33 ricalca il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate (33 per l’appunto) ci si incontra per passeggiare, leggere, discutere; una sorta di simbolo dell’incontro tra generazioni diverse in un qualche modo divenuto lo specchio del mutamento culturale, della società che cambia e va avanti. Il messaggio lanciato dalle due studiose è chiaro: non più veli, cammelli, cupole e tappeti, miscuglio di esotismo da pacchetto turistico a prezzo scontato, ma neanche ostilità, fanatismo, minacce nucleari e oscurantismo medioevale, messaggio quotidiano di TG frettolosi e stampa superficiale; solo una società “normale” che cerca di gestire il retaggio di una storia complessa e un presente complicato da una situazione socio-politica difficile, a volte insostenibile, ma certo non immobile. “Abbiamo iniziato con un romanzo scritto in Iran” – ci dice Felicetta Ferraro –   perché è stato soprattutto questo Paese a imporsi ai nostri occhi per la sua diversità, per le tensioni che lo attraversano, per la travolgente energia culturale che lo domina, per la spinta irrefrenabile al cambiamento”.

Come un uccello in volo di Fariba Vafi, il primo romanzo pubblicato, è uno straordinario esempio della presa di coscienza di una donna che riesce ad emergere dall’inerzia alla quale sembra essere stata condannata da un passato familiare pieno di ombre e dal ruolo di moglie e madre assegnatole dalla società, attraverso un minuzioso lavoro di scavo dentro se stessa e il mondo che la circonda.

Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, uscito qualche mesa fa, esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalapoli nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società; mentre A quarant’anni , il  romanzo di Nahid Tabatabai appena arrivato in libreria da cui è stato tratto un film mai arrivato in Italia interpretato da Leyla Hatami, la stessa attrice premiata con l’Orso d’Argento a Berlino per Una separazione, film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2012, narra la crisi di una donna non più giovane che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù, il primo grande amore, e le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.

Il prossimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif ,  dà voce all’Afghanistan martoriato da un conflitto infinito, del quale solo la letteratura potrà restituirci i reali contorni, attraverso quello sguardo “dall’interno” che è una delle sue  prerogative.

www.ponte33.it

Majles. Per cosa si vota

Identikit elettori iraniani

Il 2 marzo 2012 si svolgono le none elezioni legislative della Repubblica islamica.  Il sistema prevede una sola camera, chiamata majles, con 290 deputati. (Vedi le funzioni del Parlamento).

Il 2 marzo si vota. Due gli organi preposti alla gestione del voto: il Consiglio dei Guardiani, che vaglia le candidature, monitora le operazioni di voto e certifica i risultati, e il Ministero degli Interni, che è responsabile dal punto di vista tecnico e operativo. Tra i due organi, il Consiglio dei Guardiani, dominato dagli ultraconservatori, è sicuramente predominante.

La registrazione dei candidati è avvenuta dal 24 al 30 dicembre 2011. La lista definitiva dei candidati è stata rilasciata dal Consiglio dei Guardiani solo il 21 febbraio.

La campagna elettorale vera e propria è durata una sola  settimana dal 22 al 29 febbraio.

Chi si può candidare

Ogni candidato deve avere 7 requisiti di base:

  1. essere di nazionalità iraniana;
  2. essere musulmano praticante ( a parte i seggi riservati alle minoranze religiose);
  3. accettare e riconoscere il sistema della Repubblica Islamica;
  4. riconoscere la validità della Costituzione ed il principio del Velayat Faqih;
  5. avere un master o un attestato di studi teologici equivalente al master universitario;
  6. avere un’età compresa tra i 30 ed i 75 anni.
  7. i membri del governo, le autorità  statali ed esecutive e gli impiegati delle forze armate e delle istituzioni statali, si devono dimettere dalle loro cariche almeno 6 mesi prima della candidatura.

Le forze in campo

Stavolta non esiste una contrapposizione tra conservatori e riformisti. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che il 14% dei candidati appartiene al fronte riformista, ma i principali partiti di questo fronte hanno dichiarato che non parteciperanno a queste elezioni. Ufficialmente, ci sono solo 2 coalizioni riformiste sulle 67 in corsa in tutto il Paese (a Teheran sono in tutto 24). 

La contesa è tutta all’interno del fronte conservatore ma questo non vuol dire che non ci sarà battaglia. Tutt’altro: le divisioni tra sostenitori del Presidente Ahmadinejad e suoi avversari hanno portato a un clima di tensione continua.

Ahmadinejad è stato più volte accusato di essere coinvolto in una gigantesca frode finanziaria e diversi parlamentari ultraconservatori hanno proposto l’impeachment. Più volte sotto accusa anche il controverso capo dello staff presidenziale Esfandiar Rahim Mashaei.

In questo clima fratricida, il Ministero degli Interni ha cassato il 17% dei candidati. Tra questi, 32 attuali parlamentari, come Ali Mottahari, Hamidreza Katouzian e Godratollah Alikhani, sempre molto critici nei confronti di Ahmadinejad. Il Consiglio dei Guardiani può comunque intervenire anche dopo il voto e decidere la ripetizione nei singoli collegi.

I conservatori vicini alla Guida Khamenei hanno avvisato “la corrente deviazionista” (cioè i sostenitori di Ahmadinejad) di non provare a manipolare le elezioni. Particolarmente agguerrito il capo della magistratura Sadeq Larijani, (fratello di Ali, il presidente del parlamento).

Apatia politica

È evidente che questo turno elettorale – il primo dopo le controverse presidenziali del 2009 – sia snobbato dalla maggior parte degli iraniani. Il numero di candidati registrati (5.395) è il più basso dal 1996. Tra questi, le donne sono meno del 10%. Il consiglio dei Guardiani ha tagliato il 35% dei candidati iscritti.

Va anche detto che sono stati apportati emendamenti alla legge elettorali che hanno di fatto limitato la corsa alla candidatura: chi vuole presentarsi alle elezioni deve infatti avere almeno un master universitario. Immaginiamo se in Italia passasse un provvedimento del genere..

Fortissima, invece, la voglia di rielezione dei deputati attualmente in carica: su 290 si ripresentano in 260.

Parenti

Nomi eccellenti tra i candidati: Parvin Ahmadinejad, sorella del presidente; Tahereh Nazari Mehr, moglie dell’ex ministro degli Esteri (esautorato) Manouchehr Mottaki; Mohammad Reza Tabesh, nipote dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, nonché segretario generale della fazione di minoranza del parlamento.

Affluenza

Sono 48 milioni gli iraniani che hanno diritto di votare a queste elezioni. Nelle scorse legislative del 2008 votò il 55% degli aventi diritto. In quelle del 2005 il 51%. Alle presidenziali del 2009 l’affluenza fu dell’83%.

Non ci posso credere!

Farhadi ce l’ha fatta: Una separazione è il primo film iraniano a vincere l’Oscar. La notizia addolcisce il lunedì mattina ed esalta il primo giorno di Diruz. Vedo la premiazione su internet e verso la prima lacrimuccia. Come disse Benigni per il suo di Oscar, “My body is in tumult”. Figuriamoci gli iraniani! E infatti sul web impazza l’entusiasmo per un premio meritatissimo, che fa onore all’immensa cultura di questo popolo.

Bene, accendo la tv per il primo tg del mattino. Sul Tg 1 si parla di Oscar, ma non di quello vinto dal film iraniano. Costumi, scenografie, fotografia, ecc. Quello al miglior film straniero viene taciuto. E vabbè – mi sono detto – in fondo è sempre Raiuno, che mi aspettavo?

E invece il silenzio regna ovunque: Rainews, mediaset, per non parlare dei siti web delle grandi testate nazionali: Repubblica, Corriere, Stampa. Nessuno mette la vittoria di “Una separazione” nemmeno nei sommari! E il giorno dopo (oggi) la musica non cambia. Sì, certo, negli elenchi dei premi il film c’è. E vorrei ben vedere.

Ma da un punto di vista strettamente giornalistico, è questa la vera grande notizia di questa edizione degli Oscar. O no?

Unica voce fuori dal coro, quella del Manifesto. In prima pagina Daniele Silvestri scrive: “Quando non si aggira pericolosamente per il mondo un presidente Usa integralista, Hollywood, progressista ma pronta al conflitto non moderato, si rilassa. Anche troppo a giudicare dagli Oscar di domenica notte (Una separazione a parte, perché mai un iraniano vinse, e questo film non è né proibito a Tehran né subdolamente dissidente)”. All’interno Giulia D’Agnolo Vallan ci informa anche che “A Separation è la prima produzione da un paese musulmano che vince nella categoria di miglior film straniero”.

Tutto il resto è silenzio. Difficile pensare che sia una semplice svista. Evidentemente nella narrazione dell’Iran, un premio Oscar stona, non piace, mette in crisi un’idea precostituita del Paese.

E così, mentre i media Usa hanno parlato del carattere “storico” di questo premio, la stampa italiana lo ha snobbato.

Ad ogni modo, tanto per rimanere in tema, ecco la registrazione di un incontro organizzato la scorsa settimana da Radio radicale col Javad Shamaghdari, vice Ministro della Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran. Si parla, tra le altre cose, anche di “Una separazione” e del processo a Jafar Panahi.

Carver a Teheran

Di cosa parliamo quando parliamo di Iran? Parafrasare il titolo più famoso di Raymond Carver viene naturale quando ci si appresta a recensire Osso di maiale e mani di lebbroso, dell’iraniano Mostafa Mastur, secondo libro della casa editrice Ponte33.

Andiamo al cuore della questione, tanto per evitare equivoci: l’Iran è un argomento che tira, che genera curiosità. Per diverse ragioni, forse più psicologiche che culturali. L’Iran è tendenzialmente identificato come “altro”, come “diverso”. E quindi le produzioni culturali iraniane attraggono spesso un certo pubblico a prescindere dal loro effettivo valore. Tutto cominciò nel 2004 con Leggere Lolita a Tehran, di Azar Nafisi. Da allora è stata una vera alluvione di titoli e storie. Vado a memoria: Viaggio di nozze a Teheran, Passaporto all’iraniana, Le notti di Teheran, La prigioniera di Teheran, solo per citarne alcuni. Per onestà, non posso fare a meno di citare anche il mio I ragazzi di Teheran.

Perché sono stati scritti, tradotti, pubblicati, comprati e (più o meno) letti così tanti libri in così pochi anni? Erano tutti libri che ci avrebbero attratto anche se non avessero avuto (nel titolo, nel sommario, nella quarta di copertina) la parolina magica: Iran? E davvero questi libri sono tutti utili a conoscere e a capire Teheran e dintorni?

Lo ammetto: anch’io, per diversi anni, ho comprato e letto quasi tutti i romanzi che avessero a che fare con l’Iran. Ma ho deciso di smettere quando mi sono reso conto che la distanza tra il Paese che conosco e amo e l’Iran che leggevo su questi libri si stava facendo enorme. D’altra parte, la maggior parte degli autori di questo “Iran da esportazione” non vive più in patria da molti anni. Alcuni perché non possono proprio tornarci e a loro va tutta la mia personale solidarietà. Ma troppo spesso il Paese che raccontano è quello che hanno lasciato 30 anni fa.

Se invece siete interessati all’Iran di oggi, eccoci al libro di Mastur, che già dal titolo rifiuta qualsiasi furberia, visto che Ponte33 ha optato per una fedele traduzione dell’originale Ostokhan-e khuk va dastha-ye jozami. “Giuro su Dio che il vostro mondo, per me, è più indegno e spregevole di un osso di maiale nelle mani di un lebbroso”. Le parole dell’Imam Ali compaiono quasi a metà del libro, in una scena tra le più forti. Siamo nella Teheran dei nostri giornii, in un grattacielo con decine di appartamenti e decine di storie. Diverse, vicine, che si incrociano o si sfiorano appena. Mentre leggevo di Daniel, di Susan, di Bandar e di tutti gli altri personaggi, mi venivano in mente le immagini di America Oggi, film capolavoro di Robert Altman, tratto dai racconti di Raymond Carver. E infatti, a leggere nelle note sull’autore, ho scoperto poi che Mastur ha tradotto in persiano il maestro del minimalismo americano e gli deve più di qualcosa come stile e ambientazione. Non rinunciando però a “persianizzare” la sua scrittura. Non aspettatevi descrizioni didascaliche di donne in chador o incisi chilometrici che vi spieghino cosa sia il No Ruz o l’Ashura. Questo è un romanzo, non una guida turistica. Il tocco personale di Mastur è una capacità di aggregare storie tanto diverse e di renderle intimamente e misteriosamente iraniane. Sì, potremmo trasferire le storie di questo libro in un condominio di Roma o di Parigi, ma finiremmo col perdere qualcosa del fascino di questi racconti. Qualcosa che sta più nelle parole non scritte che in quelle scritte.

Il libro si apre con una scena di ordinaria follia e si chiude con un capitolo in cui voci e situazioni si sommano e si confondono. Sembra già una sceneggiatura pronta per essere trasformata in un film. O forse no, forse è meglio che le immagini evocate dalle parole di Mastur rimangono tutte nella nostra testa.

Sarebbe un peccato se Osso di maiale e mani di lebbroso fosse letto soltanto da chi è appassionato di Iran. È un libro da leggere non perché sia “utile” o “particolare” o “emblematico”, ma semplicemente perché è bello.

Buoni e cattivi/3

Ritorno a Teheran. L’incontro con Ahmadinejad

“Il tragico della vita è che tutti hanno le loro ragioni”. È una delle battute più famose del film di Jean Renoir “La Regola del gioco”. Me lo ripeterò più volte, in questo viaggio a Teheran. Sarebbe così facile dividere il mondo in buoni e cattivi, in giusti e ingiusti. Cosa è regime e cosa non lo è?

Entriamo nella sede della Presidenza della Repubblica, nella blindata via Pasteur. Gli addetti alla sicurezza sono molto fiscali ma gentili. L’apertura del convegno a cui sono stato invitato a partecipare viene celebrata con una conferenza che sarà conclusa da Mahmud Ahmadinejad. Siamo una delegazione di una trentina di persone da Italia, Stati Uniti, Spagna, Francia, Russia , Egitto, Tunisia, Azerbaigian. Giornalisti, registi cinematografici, professori universitari.  Ci sono anche tre rabbini ortodossi (e antisionisti), uno dal Canada e due dagli Usa. Sono gli special guest dell’occasione: sorridono compiaciuti quando la gente si fa fotografare accanto a loro. Inizialmente li trovo un po’ troppo vanesi: mi ricordano i capelloni del famoso articolo di Pier Paolo Pasolini. Comunicano attraverso la loro semplice presenza, il loro mostrarsi agli altri. Col passare dei giorni avrò modo di ascoltarli e di cambiare idea. È sempre sbagliato affidarsi soltanto alle sensazioni.

Ed è la stesso accorgimento che mi riprometto non appena Ahmadinejad entra in sala. È più basso ma meno sgraziato di quanto non appaia in televisione. Indossa una giacca gessata e ha uno sguardo molto mobile. Immagino già i commenti di chi leggerà – prima o poi – questo racconto. Eccolo qui il cattivo per antonomasia. Ha di sicuro un approccio molto semplice. È molto più alla mano lui di qualsiasi assessore regionale mi sia mai capitato di incrociare.

Parla per ultimo, con un discorso a braccio sul ruolo dell’arte e, in particolare, del rapporto tra cinema e potere politico. A tratti è sarcastico, il più delle volte si lascia prendere dal gusto tutto iraniano del racconto. Anche questa conferenza stampa diventa l’occasione per narrare gli ultimi giorni della rivoluzione del 1979 e del ruolo di Khomeini in particolare. Devo essere sincero: per quanto mi sforzi, a un certo punto mi distraggo e non lo seguo più. Osservo gli altri: il più anziano dei rabbini, in prima fila, ha il mento sul petto, vinto probabilmente dal jet lag. Ma anche un paio di iraniani, più indietro, dormono con la bocca aperta.

Insomma, il presidente iraniano non riesce a catturare l’attenzione di tutti. Qualcuno però, al termine della conferenza, è addirittura entusiasta.  “Era tanto che non sentivo un politico che parlava soltanto di valori!”, esulta un collega uruguayano. “Ma ha detto cose talmente generiche che andrebbero bene a chiunque”, lo corregge un americano. Sì, in effetti, ha parlato, tra le altre cose, di pace, di arte pura contro la mercificazione del sapere e della cultura. Però è innegabile che ormai in Europa e in Nord America la politica sia ridotta a una mera rendicontazione (nemmeno governo) dei processi economici e finanziari in particolare. Non condivido chi si entusiasma per il discorso di Ahmadinejad, ma provo a capirne le ragioni.

Diverso, e molto più interessante, l’atteggiamento degli ospiti nordafricani e arabi. Nel nostro gruppo c’è un giovane e brillante regista cinematografico egiziano che è stato in prima fila in Piazza Tahrir nella rivolta contro Mubarak. È un laico, scrive e dirige commedie, in patria ha avuto qualche problema coi Fratelli Musulmani. Quando viene presentato ad Ahmadinejad, gli si getta quasi al collo. È un abbraccio sincero, spontaneo. Più volte, nei giorni successivi, continuerà a esprimere ammirazione per l’Iran e per questo sistema politico. In un convegno in una moschea sarà molto esplicito: “Per l’Egitto non voglio una repubblica islamica. Ma io parlo del mio Paese, voi dovete essere padroni nel vostro”. Come lui, anche un regista tunisino, è entusiasta dell’Iran. Sulla terrazza della Milad Tower continua ad esclamare. “E’ più alta di quella che ho visto in Canada!”, come se l’altezza delle torri bastasse a misurare lo sviluppo di un Paese.

Ma se non ci si sforza di capire questo entusiasmo, si rimane molto distanti dal comprendere cosa sia la cosiddetta “primavera araba”. Vista da Teheran, è sicuramente il segno del declino politico degli Usa. Questo però non vuol dire nemmeno che sia la dimostrazione del “risveglio islamico”, così come vorrebbe l’establishment iraniano. Forse, molto più semplicemente, è l’ammirazione per chi, 33 anni fa, non ha fatto una semplice rivolta, ma una rivoluzione vera e propria. E questa ammirazione il più delle volte prescinde dal giudizio sul sistema scaturito poi da quella rivoluzione.

A questo proposito, a Teheran gira un sms molto carino: “Se la notte non riesci a dormire, non preoccuparti. Non è colpa dell’inflazione, della disoccupazione, della paura della guerra. È solo il risveglio islamico!”.

3 – CONTINUA

Stallo o non stallo

Breve precisazione sul sito di Parchin, l’Iran e il nucleare

I titoli sono a senso unico: l’Iran impedisce agli ispettori AIEA di accedere al sito di Parchin, a sud est di Teheran. Primo errore: il sito viene definito “nucleare”, ma non lo è. Si tratta di una base militare in cui si testano esplosivi fin dagli anni ’50.

In base al Trattato di non proliferazione, gli ispettori AIEA non hanno il diritto di accedere a siti diversi da quelli ufficialmente dichiarati nucleari. Possono farlo solo nei Paesi che aderiscono al Protocollo addizionale del 1974. L’Iran non è tra questi Paesi. Nonostante ciò, dal 2003 al 2006 Teheran ha optato per un’adesione volontaria (non formale) a questo protocollo. E infatti nel 2005 gli ispettori dell’AIEA hanno visitato due volte il sito di Parchin.

Quando però, nel 2006, i colloqui col gruppo 5 + 1 entrano in una fase di stallo, l’Iran fa dietrofront e il parlamento non ratifica il protocollo addizionale. Scelte opinabili, ma assolutamente legittime alla luce del diritto internazionale.

Il direttore generale dell’AIEA Yukiya Amano ha detto che “deludente il fatto che l’Iran non abbia accettato la nostra richiesta di visitare Parchin durante la prima o la seconda missione”. L’inviato di Teheran presso l’Aiea, Ali Asghar Soltanieh ha invece parlato di colloqui caratterizzati da “cooperazione e comprensione reciproca”.

La saga continua.

A proposito di nucleare

Iran nucleare

Intervista a  Radio Vaticana, 22 febbraio 2012

Nuove frizioni tra comunità internazionale e Iran sulla questione nucleare. Teheran ha vietato l’ingresso degli osservatori dell’Aiea al sito di Parchin, già concesso in passato. Secondo l’Agenzia dell’Onu per l’energia atomica, in quell’impianto potrebbero essere in corso attività per la produzione di ordigni nucleari. L’atteggiamento iraniano, a detta del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, è molto grave. Dalla sua, la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, afferma che il suo Paese non ha intenzione di dotarsi di armamenti nucleari, ma che nessuno gli impedirà di sviluppare i propri programmi. Sulla vicenda Giancarlo La Vella ha intervistato il giornalista Antonello Sacchetti, esperto di questioni iraniane e appena rientrato dalla Repubblica islamica:

R. – Questo sito di Parchin non rientra tra i siti dichiarati nucleari. E’ uno di quegli impianti che sarebbero visitabili dall’Aiea, qualora l’Iran aderisse al Protocollo addizionale. E in realtà c’è stato un momento in cui l’Iran ha, de facto, aderito al Protocollo addizionale, dal 2003 al 2006. Quando poi si è verificato lo stallo nei colloqui, tra il gruppo 5+1 in particolare, con Francia, Gran Bretagna e Germania, l’Iran ha sospeso quest’adesione volontaria, il Parlamento iraniano non ha ratificato questo Protocollo ed è stata nuovamente negata la visita a questo sito, attivo dagli anni ’50, dove comunque sono stati realizzati esperimenti e test militari. Qual è la questione? Nel famoso rapporto, rilasciato dall’Aiea nello scorso novembre, si dice che lì potrebbero esserci stati degli esperimenti con ingenti quantità di esplosivo, che potrebbero far pensare ad un collegamento con la questione nucleare.

D. – Il presidente americano Obama parla di atteggiamento molto grave. A questo punto si tratta più ch altro di uno scontro politico?

R. – Io direi proprio di sì. E’ chiaro che la questione del nucleare sia usata da tutte e due le parti in modo strumentale. L’Iran la sta sfruttando non perché voglia effettivamente raggiungere la dimensione di potenza nucleare, ma perché vuole raggiungere quello status che già è stato molto utile ad altri Paesi – penso soprattutto alla Corea del Nord – per impedire che si vada avanti con un programma di cambio di regime. Di fatto, parliamo di un Paese che, ammesso e non concesso che effettivamente possa dotarsi dell’arma nucleare, ancora non ha la bomba atomica, ma è vicino ad altri Paesi, come Israele, che ha 300 testate nucleari e inoltre non aderisce nemmeno al Trattato di non proliferazione. Quindi, è chiaro che stiamo parlando di una questione essenzialmente politica. Negli ultimi mesi, la questione si sta radicalizzando, anche perché l’attuale contesto internazionale non favorisce il dialogo. In tutto questo, invece, i contatti degli ultimi giorni, danno, secondo me, più speranze che impressioni negative.

D. – Ma esiste una strada verso un dialogo?

R. – Il dialogo c’è sempre, l’importante, però, è che sia un dialogo vero, in cui si è disposti ad accettare che anche l’altro possa avere ragione su qualcosa. Io parto dalla premessa che, se l’Iran ha aderito al Trattato di non proliferazione, abbia dei doveri, ma abbia anche dei diritti, tra i quali quello di sviluppare il nucleare unicamente a scopi civili. Se però si parte dal presupposto che, per cominciare il dialogo, qualcuno dice che bisogna sospendere l’arricchimento dell’uranio, si parte dalla fine, cioè da quella che dovrebbe essere invece la conclusione del negoziato. (ap)

Ascolta l’audio dell’intervista.

Pollo alle prugne, il romanzo

Per qualsiasi artista un esordio scintillante è un grande rischio. Ci sono autori che rimangono legati per sempre alla loro opera prima e non riescono a crescere. L’autrice di fumetti Marjane Satrapi correva seriamente questo rischio. Persepolis, il suo primo lavoro, è stato un successo mondiale. Nel giro di tre anni, la sua autobiografia in quattro puntate è stata tradotta in moltissime lingue ed è ormai considerata una piccola storia a fumetti dell’Iran contemporaneo. A Persepolis è seguito il breve Taglia e cuci, racconto di un dialogo tra donne dopo un pranzo di festa. Divertente, ma sicuramente poco memorabile.

Con Pollo alle prugne Marjane cambia quasi tutto. La storia è ambientata nel 1958 e il protagonista è un suo lontano parente, il musicista Nasser Ali Khan. Siamo negli anni di ristagno politico dopo il colpo di stato del 1953 con cui la Cia ha deposto Mossadeq, fautore della nazionalizzazione del petrolio. Ma a Nasser Ali la politica non interessa. È sposato da anni con una donna che non ama e che, in una lite banale, ha rotto il suo preziosissimo tar (strumento a corde persiano).

Gira il Paese alla ricerca di un nuovo strumento, ma non ne trova nessuno all’altezza di quello distrutto. È ferito e depresso. Un giorno incontra per caso Irane, la ragazza amata in gioventù, quella che avrebbe voluto sposare, ma lei non lo riconosce nemmeno. È la fine: Nasser Ali decide di lasciarsi morire. Non sceglie il suicidio, ma aspetta che la morte arrivi. Sua moglie cerca di scuoterlo cucinando il suo piatto preferito: pollo alle prugne. Ma persino quella delizia lo disgusta: ormai la vita non ha più alcun senso.

I sette giorni di addio al mondo di Nasser Ali sono via via sempre più struggenti. Sulla scena si alternano parenti e persone amate. All’incontro con il ricordo dell’amatissima sorella è dedicata una tavola indimenticabile, intensissima. Se in Persepolis era la politica (e la Rivoluzione del 1979 in particolare) il motore della storia, qui è piuttosto la poesia persiana a ritornare nei momenti cruciali del racconto. Gialal al-Din Rumi e Omar Khayyam, soprattutto. E per il lettore italiano si tratta di suggerimenti da non tralasciare. È un Iran poco conosciuto in Occidente quello che emerge dalle tavole di “Pollo alle prugne”. Un Iran medio borghese, laico e progressista. Quello che si ribellerà allo scià ma che verrà schiacciato dalla rivoluzione del 1979. Un romanzo bellissimo, da non perdere.

Buoni e cattivi/2

Quattro viaggi in Iran non mi hanno ancora immunizzato da tutte le influenze negative che precedono ogni partenza. C’è sempre qualcuno che, all’annuncio, sgrana gli occhi come se fossi in partenza per Saturno. Qualcun altro, semplicemente, non capisce il motivo. E non capendolo, disprezza la scelta. Non è un impulso di autoreferenzialità, questo incipit. È semplicemente una prova con cui misurare quanti pregiudizi gravino sempre su questo splendido, dannato Paese.

“Vai in Iran? Proprio adesso che sta per scoppiare la guerra?”. “Un festival del cinema a Teheran? Perché, hanno anche il cinema?”. Cosa non tocca ascoltare, ogni volta.

Sarà anche per vincere una volta per tutte quest’alone non proprio allegro, che una delle prime cose che farò nel tempo libero a Teheran, è comprare una dose massiccia di esfand (o sepanj, che dir si voglia), l’erba che in Iran si brucia per scacciare gli spiriti negativi.

Quanta ne servirebbe per scacciare tutta la sfortuna dall’Iran? Dal mio primo viaggio del 2005, il Paese mi sembra regredito, in certi aspetti. Teheran è più caotica, più confusa. Sicuramente è in espansione. Ozgol, all’estremità nordorientale della metropoli, 7 anni fa era un insieme di palazzi. Adesso è un quartiere strutturato, con una sua innegabile eleganza. Eppure sperduto, ai piedi di montagne cariche di nevi in questo febbraio gelido per mezzo mondo. Centri commerciali anche qui, con le migliori marche italiane in bella evidenza. Tante persone con l’i-phone in mano. Ma per la maggior parte degli iraniani la vita è sempre più dura: un chilo di carne costa 20 euro, un operaio ne guadagna al massimo 300 in un mese.

Città in espansione e sempre più sconosciuta ai suoi stessi abitanti. Ogni volta, salire su un taxi è un’avventura: i navigatori satellitari sono al bando, di stradari nemmeno a parlarne. E sembra calato un oblio sulla maggior parte degli autisti: ci si perde anche per raggiungere strade relativamente centrali. Non capisco il motivo: 4 anni fa non era così. Ma oggi tutto sembra più approssimativo, più spoglio. Passo ore e ore in auto polverose, col riscaldamento al massimo, mentre fuori si gela. È un continuo saliscendi su circonvallazioni e rettifili infiniti. Quando si rivedono marciapiedi e negozi, si prova una strana sensazione di rassicurante stabilità, come se rivedessi la terraferma dopo giorni di mare aperto. Come diceva Italo Calvino ne “Le città invisibili”, “Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Perfetto per fotografare Teheran. Soprattutto questa Teheran di inizio 2012.

2 – CONTINUA

Cosa vuol dire Diruz

Diruz in persiano vuol dire “ieri”.  Per un blog di informazione potrebbe sembrare una contraddizione: perché non parlare piuttosto dell’oggi o del domani?

Semplicemente perché sull’oggi si strilla troppo e sul domani si azzardano spesso previsioni sbagliate, dettate dalla malafede o dal sensazionalismo.

A noi piace parlare di Iran con calma, sulla base di quello che conosciamo, attraverso la nostra esperienza diretta, i nostri studi e il contributo di amici.

Sviluppato su piattaforma wordpress, Diruz nasce da una costola de Il cassetto – L’informazione che rimane (www.ilcassetto.it ) , rivista on line fondata e diretta da Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore appassionato di Iran.

Il nuovo blog contiene una mappa del potere iraniano, il testo integrale della Costituzione della Repubblica islamica e una serie di schede e mappe sulla composizione etnica, linguistica e religiosa del Paese.

Oltre a questa parte fissa, il blog è articolato in 6 rubriche: analisi, cultura, protagonisti, storia, reportage e cucina.

Si comincia con le prime 3 puntate del reportage di Sacchetti (da poco rientrato da Teheran), un ritratto del primo premier della Repubblica islamica Mehdi Bazargan, un’analisi degli ultimi sviluppi della querelle nucleare, una guida alle imminenti elezioni parlamentari e la prima di una serie di ricette di piatti tipici.

Diruz punta a sfruttare al massimo i social media e a coinvolgere il più possibile i lettori nel tentativo di offrire un punto di vista non fazioso sull’Iran.

Buona lettura.

Abgusht per tutti

E’ sicuramente uno dei piatti iraniani più “impegnativi” ma anche più caratteristici. Si tratta di una zuppa di ceci e carne di montone da gustare con il pane nan.

L’abgusht (ab=acqua e gusht= carne) viene cotto in un brodo con l’aggiunta di cannella e cipolla rossa. Quando si termina il brodo, si versa quanto rimasto nella scodella.

Con luna specie di forchetta a base piatta si schiaccia quanto rimasto nel piatto e lo si mangia con i pezzetti di pane. Qualcuno aggiunge del limone per rendere il tutto meno pesante. Altri avvolgono la cipolla dolce in foglie di menta.

Ingredienti (per una porzione):

un pezzo di carne (150 gr) di montone ev. con osso

50 gr grasso di montone (parte del sedere)

50 gr ceci

1 patata

1 pomodoro

1 cipolla rossa dolce

pane piatto (barbari)

Ricetta:

I ceci vanno messi a mollo con parecchie ore di anticipo. Si cuoce la carne con acqua fredda e sale per 2 ore e mezzo. Durante la cottura bisogna togliere di  il grasso in eccesso. Si aggiungono i ceci, pomodori e patate.  A discrezione, curry giallo o cannella.  Si rimette il tutto sul fuoco per un’altra ora.

Non leggero, ma buonissimo.

Buoni e cattivi /1

Come avevo immaginato il ritorno a Tehran in questi 4 anni? Non ricordo, forse non lo avevo poi immaginato così tanto. L’immaginazione presuppone una volontà precisa, un desiderio formato, che probabilmente non avevo avuto mai. L’ultima volta ero andato via da Tehran in una silenziosa notte d’aprile del 2008. Ne sarebbero successe di cose, non solo in Iran, da allora.

Sono tornato in Iran in occasione del Fajr, il festival cinematografico che si svolge dal 1982 ogni febbraio a Teheran per celebrare la rivoluzione del 1979.  Sono stato invitato a partecipare a un convegno intitolato “Hollywoodism”. In altre parole, l’industria cinematografica americana come strumento politico di Washington. “Il cinema è l’arma più potente”, diceva un mascellone nostrano quando fondò Cinecittà e forse non aveva tutti i torti.

Fa un certo effetto partecipare a questo convegno, perché appena pochi giorni fa “Una separazione” di Asghar Faradi ha vinto il Golden Globe e si candida all’Oscar come miglior film straniero. E allora cosa è questo Hollywoodismo? Avremo modo di parlarne. Il dibattito sarà tutt’altro che scontato e monocorde. D’altra parte, solo chi non conosce l’Iran può meravigliarsi di questa apparente contraddizione.

In questa notte d’inverno, Teheran mi accoglie con vento che pensavo gelido e invece è solo freddo, persino meno fastidioso di quello che ho lasciato a Roma. Inconfondibile ma invece evidentemente rimosso in questi anni, il puzzo di benzina nell’aria, anche alle 5 del mattino. Le strade sono bagnate attorno all’aeroporto. Mano a mano che saliamo verso nord, le pozzanghere lasciano il posto a cumuli di neve. Anche gli alberi sono scheletri imbiancati. Il cielo non ha nuvole, non ne vedrò per tutti i giorni a venire. Pioggia, neve e tanto grigio.

L’arrivo all’hotel Azadi è l’ingresso in una postmoderna babele. Ci accolgono delle guide del ministero della Cultura e della guida islamica. Sono giovani, parlano un inglese fluente. Me li immaginavo molto diversi, a essere sincero. Gli uomini sono vestiti in modo informale, alcuni hanno i capelli lunghi. Delle donne. solo una indossa il chador. Tutti sono molto puntuali e molto, molto presenti. Anche troppo.

Il pomeriggio successivo si perde in un traffico d’inferno. Due ore per raggiungere il centro dove avviene l’inaugurazione del Fajr Festival. Ammucchiati su due pullman scalcinati, attraversiamo un fiume di auto sotto una pioggia incessante. Autostrade che si intersecano, fantasmi che si aggirano tra le auto in sosta cercando di vendere mazzi di fiori ricoperti da buste di plastica. Un grigio mai visto. Quattro anni fa aveva salutato una Teheran immobile. Ora quella Teheran che ricordavo è semplicemente invisibile. Cosa c’è dietro il finestrino? Quale incubo di città è questa?

All’apertura del convegno un caos pazzesco, solo posti in piedi, riscaldamento eccessivo e assolutamente insalubre. La voglia di scappare è tanta. Eppure, alla fine, è solo una questione di tempo. Poco a poco, col passare dei giorni, la città che ricordavo emerge un pezzo alla volta, una strada alla volta, un’atmosfera alla volta.

Eccolo qui il Paese raccontato mille volte da persone che non lo hanno mai visitato. Analizzato, vivisezionato da presunti esperti di geopolitica o da iraniani che non ci tornano (perché non ci possono tornare) da 30 anni o forse più.

Di sicuro, è un clima molto più pesante quello che trovo adesso rispetto al 2008. Ed è tutto dire. Quattro anni fa tutti parlavano di quanto fosse divenuta cara la vita e si aspettavano (o almeno speravano) un cambiamento con le elezioni dell’anno successivo. Sappiamo cosa sia poi successo. Oggi si parla anche dell’inflazione e della disoccupazione, ma il tema che tiene banco è la guerra. Attaccherà Israele? Anzi: quando attaccherà? Perché sono tutti convinti che si tratti solo di tempo: prima o poi la guerra arriverà. O forse è già cominciata. Con le “misteriose” esplosioni nelle basi militari di Teheran e Isfahan (in tutto oltre 40 morti) e con gli omicidi degli scienziati coinvolti nel progetto nucleare. Per non parlare delle sanzioni e di come tutto sia più complicato. Ma attenzione: tutto questo al momento gioca a favore e non contro il sistema politico iraniano. Avevo trovato un Iran molto più diviso nel 2008. Oggi gli iraniani sono più preoccupati, ma soprattutto per la situazione internazionale. La politica interna – almeno apparentemente – rimane sullo sfondo.

1 – CONTINUA

Atomi di stagione

Nucleare Iran

Puntuale come gli alberi di Natale a dicembre, la questione del nucleare iraniano è tornata al centro del dibattito politico internazionale. Si è parlato moltissimo del rapporto pubblicato dall’AIEA (Agenzia internazionale per l’energia atomica) lo scorso 8 novembre. Se ne è parlato molto prima ancora che il rapporto fosse di pubblico dominio. Il quotidiano francese Le Figaro aveva preannunciato prove schiaccianti circa il carattere militare del programma iraniano. In realtà, ad esaminare con attenzione le 14 pagine del rapporto GOV/2011/65, non solo non si trova alcuna “pistola fumante”, ma è difficile persino rintracciare sostanziali novità riguardo altri rapporti dell’AIEA sulla stessa questione. L’agenzia passa in rassegna lo stato dei vari impianti e dichiara di “non essere in grado di fornire credibili assicurazioni sull’assenza di materiali e attività nucleari non dichiarate”.

 

Facciamo un passo indietro.

 

La querelle dell’atomica iraniana comincia nel 2002, quando tecnici russi cominciano a collaborare con gli iraniani per la costruzione di un reattore nucleare a Bushehr. Sempre nello stesso anno, i Mojaheddin-e Khalq (MKO), controverso gruppo politico d’opposizione al regime iraniano, rivela che Teheran si starebbe per dotare di armi nucleari. Nel febbraio 2003 l’allora presidente Mohammad Khatami ribadisce il carattere pacifico del programma nucleare, comunica all’AIEA l’attività dell’impianto di Natanz, e invita gli ispettori. Il 26 novembre è la stessa Agenzia ad approvare una risoluzione di collaborazione con l’Iran. Per qualche tempo la situazione sembra sotto controllo. Con l’elezione di Ahmadinejad nel 2005 il programma nucleare torna d’attualità e si comincia a parlare di “minaccia iraniana”.

 

 

Le prime sanzioni sono approvate dall’Onu il 24 aprile 2007. Pochi mesi dopo Mohammad El Baradei dichiara che non ci sono prove che l’Iran stia lavorando per avere armi nucleari. Gli fa eco il 4 dicembre il National Intelligence Estimate (NIE), agenzia Usa che si dichiara convinta che l’Iran abbia sì condotto programmi per avere una bomba atomica, ma li abbia interrotti nel 2003. Concetto ribadito dall’AIEA nel 2011: un programma nucleare militare c’è stato fino al 2003; oggi crediamo che “alcune attività di quel programma potrebbero continuare (on going)”, seppure non all’interno di un programma preciso. Su questa “confusione” pesa indubbiamente il comportamento ambiguo dell’Iran, che non ha voluto spiegare l’impiego di alcuni detonatori (utilizzabili anche in ambito civile) acquistati di recente. Così come ha alternato momenti di collaborazione ad altri di intransigente orgoglio nazionalista.

 

Va però precisato che anche l’AIEA ha assunto, con il presidente Yukiya Amano al posto del dimissionario El Baradei, un ruolo sempre più politico e sempre meno super partes. Prima della pubblicazione di questo ultimo rapporto, Amano ha consegnato un briefing all’amministrazione Obama. Non proprio un esempio di correttezza.

Sono poi arrivate le nuove sanzioni da Usa, Gran Bretagna e Canada La NATO ha dichiarato che non esistono piani di attacco all’Iran, mentre la Russia ha definito le sanzioni ”inaccettabili e contrarie al diritto internazionale”.

 

 

Israele rincara le accuse e minaccia azioni militari preventive. Quando però Israele ha voluto colpire i suoi nemici, lo ha fatto senza proclami. È stato così nel 2007, quando ha bombardato un reattore nucleare in Siria. Stessa storia nel giugno 1981, quando bombardò l’impianto nucleare di Osirak per fermare le ambizioni nucleari di Saddam Hussein. In quell’occasione l’Iran (in guerra contro l’Iraq) fu un prezioso alleato di Israele. Non solo preparò il terreno con un bombardamento alcuni mesi prima, ma si accordò segretamente con Israele: in caso di necessità, i jet dello Stato ebraico avrebbero potuto contare sullo scalo iraniano di Tabriz. Non c’è da meravigliarsi di questa insolita alleanza: Iran e Israele hanno una storia di accuse palesi e accordi segreti. Sono legati, in fondo, da un destino comune: sopravvivere come Paesi non arabi in un oceano arabo-sunnita. Oggi Israele, accusando l’Iran, distoglie l’attenzione dall’infinita questione palestinese e rimanda qualsiasi impegno decisivo per il processo di pace. Teheran, dal canto suo, liquida qualsiasi dissenso interno come “complotto sionista”.

 

È per lo meno azzardato definire l’Iran (che l’atomica di sicuro non ce l’ha) una minaccia per Israele, che di testate ne ha 300 e non aderisce al Trattato di non proliferazione. Più in generale, è del tutto sbagliato raffigurare Teheran come un attore politico irrazionale, mosso dal furore ideologico o, peggio, dalla presunta follia dei suoi leader. Nessuna delle guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente nel XX secolo è stata scatenata dall’Iran. Fu Saddam Hussein, convinto di potersi liberare con una guerra lampo dell’eterno nemico sciita e persiano, ad attaccare. Ma le aggressioni, si sa, rafforzano le rivoluzioni. Fu così per la Francia nel 1789 e per la Russia nel 1917. È stato così anche per la Repubblica islamica nel 1980. E certamente le polemiche di questi giorni non fanno che rafforzare l’establishment iraniano. I persiani sono un popolo orgoglioso e nazionalista, pronto sempre a superare le divisioni interne contro un nemico esterno.

 

Riguardo poi i singoli personaggi, va detto che Ahmadinejad, è tra i meno intransigenti sul nucleare. Fosse stato per lui, avrebbe sottoscritto l’accordo col gruppo dei 5 + 1 nell’ottobre 2009 che prevedeva l’arricchimento dell’uranio iraniano all’estero. Fu la Guida suprema Khamenei (che per la Costituzione iraniana ha l’ultima parola in politica estera) a frenare. Anche da parte occidentale, allora, prevalsero i falchi e l’accordo saltò.

 

Le cosiddette “primavere arabe” hanno eliminato diversi equivoci. Dimostrato che esiste un’alternativa democratica (per lo meno nelle intenzioni) all’islamismo fondamentalista, è più difficile presentare lo status quo come immutabile. L’Egitto post Mubarak ha un atteggiamento ben più critico nei confronti di Israele e serve a poco addossare ogni colpa ai Fratelli musulmani. L’Arabia Saudita e le monarchie ereditarie del Golfo Persico temono l’Iran come potenza regionale e sosterrebbero volentieri un attacco contro Teheran. Ma quale sarebbe la reazione delle masse musulmane e delle minoranze sciite in particolare? Emblematico quanto avvenuto il 21 novembre in sede Onu: la risoluzione di condanna della situazione dei diritti umani in Iran è passata con il sì di Tunisia e Libia, mentre l’Egitto si è astenuto e la Turchia non ha partecipato al voto.

 

Con tutte le sue contraddizioni e le sue ingiustizie, la Repubblica islamica ha raggiunto, attraverso la rivoluzione, un’autonomia politica effettiva, invidiata da molti Paesi arabi. Che piaccia o meno, l’Iran è un Paese chiave del Medio Oriente, con cui sarebbe necessario confrontarsi senza pregiudizi.

 

N.B.

 

Questo articolo era stato richiestoo (e inizialmente approvato) da un mensile italiano. Poco prima di andare in stampa, è stato però cassato dal direttore che lo ha giudicato troppo possibilista nei confronti dell’Iran. Una folgorazione sulla via di Damasco? Chissà.

 

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Assedi

L’assalto all’ambasciata britannica di Teheran del 29 novembre suscita inevitabilmente il confronto con la crisi degli ostaggi dell’ambasciata Usa del 1979. A livello internazionale, quel caso determinò la rottura dei rapporti diplomatici tra Washington e Teheran e – più in generale – isolò l’Iran, che l’anno seguente venne attaccato dall’Iran di Saddam Hussein.

Per quanto riguarda la politica interna, la crisi si rivelò un passaggio decisivo nelle sorti della rivoluzione e dello sviluppo della Repubblica islamica. Khomeini, che inizialmente venne colto di sorpresa dall’azione degli studenti, riesce a utilizzare la crisi per rafforzare la propria leadership a discapito delle altre anime della rivoluzione. Bani Sadr – eletto presidente nel gennaio 1980, a crisi già iniziata – sarà progressivamente emarginato e costretto alla fuga nel giugno 1981.

Completamente diversa la crisi di oggi. La scintilla per questo incidente sono state le sanzioni decise da Londra in seguito all’ultimo rapporto AIEA sul programma nucleare iraniano. Rapporto – per la verità – privo di vere novità. E – a dirla tutta – anche le sanzioni inglesi non sono poi così dirompenti, considerato il modesto interscambio commerciale Iran/Gran Bretagna.

Ma la posizione inglese rischia di fungere da traino in sede di Unione europea (e allora le cose sarebbero più gravi per Teheran). E poi la “vecchia volpe inglese” è il nemico per antonomasia, la fonte di tutte le sventure per il popolo iraniano. Dai grandi giochi imperialistici del XIX secolo, al golpe contro Mossadeq del 1953. A livello di chiacchiera popolare, persino oggi qualche iraniano arriva a dire che l’attacco all’ambasciata gli inglesi se lo siano fatti da soli.

La scorsa settimana il majles (parlamento) ha approvato una una legge che riduce le relazioni con Londra al livello di incaricato d’affari. Dopo l’approvazione di questo provvedimento da parte del Consiglio dei Guardiani, l’espulsione dell’ambasciatore sarebbe stata automatica entro un mese. L’assalto ha dato al tutto un’accelerazione drammatica. Ad ogni modo, è impossibile rintracciare elementi di spontaneità in un’azione che alcuni esponenti politici avevano persino suggerito. Nemmeno 48 ore prima dell’assalto, il deputato Mehdi Kuchakzadeh aveva infatti detto che se la Gran Bretagna avesse insistito “con le sue istanze malvagie, il popolo iraniano lo colpirà entro il mese, esattamente come accadde al covo di spie americano”. Insieme agli “studenti “ c’era anche un altro parlamentare, Hamid Rassi, secondo il quale la riduzione dei rapporti diplomatici “ha fermato la rabbia del popolo. Altrimenti l’ambasciata sarebbe stata distrutta”.

Da noi, qualche tempo fa, avremmo parlato di “mandanti morali”. Però attenzione: non è un caso che a fare la voce grossa siano parlamentari e non esponenti del governo. Il presidente Ahmadinejad non ha finora detto nulla e nemmeno la Guida suprema Khamenei. Il ministro degli Esteri ha espresso rammarico per gli inaccettabili attacchi di un piccolo numero di manifestanti da biasimare. In un comunicato ufficiale sostiene che “è stato chiesto alle autorità competenti di adottare immediatamente le misure necessarie. E una dozzina di manifestanti sarebbero stati arrestati. Ma non cambia la sostanza: un assalto del genere può avvenire soltanto con la complicità delle forze dell’ordine, a cui però, probabilmente, la situazione è poi sfuggita di mano.

Significativa la posizione del presidente del Parlamento Ali Larijiani, che non ha condannato l’assalto ma ha invece criticato la condanna del Consiglio di sicurezza dell’Onu : La condanna affrettata del Consiglio di sicurezza nonostante la polizia abbia tentato di mantenere la calma punta a coprire i crimini del passato di Gran Bretagna e America. La rabbia che ha portato gli studenti arrabbiati per la linea della Gran Bretagna a occupare l’ambasciata è il risultato di decenni di prepotenze di Usa e Gb.

Ecco allora che anche in questa situazione sembra delinearsi il confronto tra presidente e parlamento che dal 2009 attanaglia la politica iraniana. A un anno e mezzo dalle prossime presidenziali, Ahmadinejad è assediato dagli ultraconservatori che non gli risparmiano attacchi violentissimi. Il suo governo sarebbe coinvolto nello scandalo della Banca Saderat, una frode finanziaria da 2,6 milioni di dollari.

Senza dimenticare le esplosioni nelle basi militari a Teheran il 12 novembre (27 pasdaran uccisi) e lunedì a Esfahan. Le autorità hanno parlato di incidenti, ma il sospetto è che si sia trattato di attacchi mirati, ordinati probabilmente dall’esterno.

Un presidente assediato all’interno, un Paese assediato dall’esterno. L’assalto all’ambasciata inglese non ha prodotto nulla di irreversibile. Ma di certo è tutto più complicato.

Quella rivoluzione

L’1 febbraio 1979 Ruhollah Khomeini rientra in Iran dopo un esilio di quindici anni. Lo scià Reza Pahlevi è scappato il 27 gennaio, sulla spinta delle manifestazioni antigovernative. Nel cimitero di Beheshte Zahra, poco fuori Teheran, Khomeini arringa una folla di sei milioni di persone: ”Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità!”.

 

Il pensiero politico di Khomeini

Quando Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), compie una rottura clamorosa con la tradizione sciita. All’inizio degli anni settanta Khomeini tiene diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato “La tutela del giureconsulto: il governo islamico”.

 

Dal VII al XVI secolo gli sciiti avevano rifiutato l’autorità delle dinastie ereditarie e accettato soltanto quella degli Imam. Nel 1501, tuttavia, con la dinastia dei Safavidi lo sciismo diventa la religione di stato dell’Iran e il clero riconosce l’autorità degli scià.

 

Khomeini dichiara invece incompatibili Islam e monarchia ed esorta i religiosi a impegnarsi nella lotta politica contro lo scià, “empio e corrotto”. Si paragona addirittura a Mosè che lotta contro i faraoni e all’Imam Hussein che combatte chi ha usurpato il titolo di califfo a suo padre Ali. Per Khomeini l’unico governo legittimo è quello dei giuristi religiosi, uomini virtuosi a cui spetta guidare le sorti del Paese.

 

Nella visione khomeinista lo sciismo diventa così un’ideologia terzomondista, che individua i suoi nemici principali nei governi occidentali e nella monarchia iraniana. Un’ideologia che si serve di concetti tipici del marxismo per catturare il consenso degli iraniani degli strati sociali più bassi.

 

Sarebbe perciò un errore definire il regime di Teheran “fondamentalista”, perché Khomeini non ha mai proposto una rilettura rigida del Corano. Persino le misure restrittive della libertà della donna (le più note e odiose), non si ispirano alle sacre scritture, ma a tradizioni posteriori.

 

La costituzione iraniana

La Costituzione iraniana del 1979 riprende la divisione dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) di Montesquieu e prevede una repubblica presidenziale, simile, sulla carta, a quella della Quinta repubblica francese.

 

Con alcune sostanziali differenze. Il presidente della repubblica viene eletto a suffragio universale ogni quattro anni. Nomina lui i ministri e guida l’esecutivo.

 

La prima carica dello Stato non è il presidente ma la Guida della rivoluzione (faqih), designata (ed eventualmente destituita) da un’Assemblea degli esperti (ayatollah) eletta a suffragio universale diretto ogni otto anni. Questo organismo è dal 1979 appannaggio dei conservatori.

 

Altrettanto importante è il Consiglio dei guardiani della costituzione, composto da dodici membri. E’ l’organo che controlla la conformità delle leggi con l’Islam, ne verifica la costituzionalità e ammette i candidati alle elezioni

 

Al parlamento (Majilis) spetta il potere legislativo. I 270 membri sono eletti a suffragio universale dai cittadini di età superiore ai 16 anni per un periodo di quattro anni. I deputati hanno la facoltà di chiedere le dimissioni del presidente esprimendo un voto di sfiducia. Le leggi approvate dal Majlis devono essere confermate dal Consiglio dei guardiani. La costituzione tutela esplicitamente la rappresentanza delle minoranze religiose (cattolici, ebrei e zoroastriani), riservando loro un numero minimo di seggi in parlamento.

 

Il più alto tribunale in Iran è la Corte suprema, il cui presidente viene nominato dalla Guida della Rivoluzione. Nel 1982 sono stati introdotti i tribunali rivoluzionari islamici e i codici conformi alla legge islamica (shariah).

 

L’Iran è diviso in 24 province (Ostan) suddivise in 195 contee e 500 distretti, a loro volta ripartiti in villaggi e municipalità. Ogni municipalità elegge il proprio sindaco.

 

Lo stesso Rafsanjani, presidente dal 1989 al 1997, ha osservato: “Quando mai nella storia dell’Islam si è visto un parlamento, un presidente, un primo ministro e un governo? In realtà l’80 per cento di quello che facciamo non ha precedenti nella storia dell’Islam”.

 

I soliti sospetti

A prima vista sembra quasi la trama di un telefilm made in Usa. Agenti dell’FBI che intercettano un irano-americano che sta organizzando niente meno che l’omicidio dell’ambasciatore saudita a Washington. Il complotto è stato sventato grazie all’arresto di Mansoor Arbabsiar, 56 anni, residente nella città di Corpus Christi, in Texas.

Il maldestro Arbabsiar avrebbe cercato di commissionare l’omicidio dell’ambasciatore dell’Arabia Saudita e quello che lui credeva fosse un narcotrafficante messicano del gruppo degli Zetas, proponendogli un compenso di un milione e mezzo di dollari e anticipando a luglio 100mila dollari d’acconto. Tramite due bonifici bancari. L’irano-americano avrebbe agito seguendo le direttive di con Gholam Shakuri, un membro dell’Armata Qods, l’unità speciale dei pasdaran per le azioni clandestine.

In realtà, il presunto narcotrafficante era un agente della DEA (l’antidroga Usa), lestissimo a informare l’FBI e a far arrestare l’incauto Arbabsiar. Il ministro della Giustizia Usa Eric Holderha poi svelato alla stampa che il piano prevedeva anche attacchi contro le ambasciate israeliane e saudite a Washington e Buenos Aires.

E così, in 24 ore, è scoppiato il caos. Il Dipartimento di Stato Usa ha lanciato un ”allarme mondiale” di terrorismo, invitando alla prudenza diplomatici e viaggiatori americani. Questo complotto “può essere il segnale del fatto che le autorità iraniane si stiano focalizzando in modo più aggressivo su attività terroristiche contro i diplomatici di alcuni paesi e anche contro gli Stati Uniti”.

In un’intervista televisiva, vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden ha spiegato che l’amministrazione Obama punta a creare una muova campagna mondiale per isolare l’Iran.

Il principe saudita Turki al Faisal ha dichiarato che qualcuno in Iran dovrà pagare per il presunto complotto.

Dal canto suo, l’ambasciatore iraniano all’Onu Mohammad Khazaee, ha scritto una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon dai toni inequivocabili: “L’Iran condanna in modo categorico questa vergognosa asserzione delle autorità statunitensi e deplora ciò come un complotto diabolico in linea con la loro politica anti-iraniana per distogliere l’attenzione dai loro problemi sociali ed economici.

A parte i metodi dilettanteschi di questi presunti cospiratori (un complotto addirittura “tracciabile” attraverso i bonifici), è spontaneo chiedersi quali interessi abbia l’Iran a uccidere l’ambasciatore saudita, oltretutto su suolo americano. In più di 30 anni le operazioni dell’Armata Qods all’estero sono state sempre contro dissidenti iraniani, mai contro diplomatici di altri Paesi. Una costante della politica estera iraniana è la ricerca della propria sicurezza. L’uccisione dell’ambasciatore saudita (ma perché poi negli Usa e non in Egitto o in altri Paesi del Medio Oriente?) porterebbe a un rafforzamento dell’alleanza tra Washington e Riyad in chiave anti iraniana. E lo si vede già dalle reazioni di queste ore. Con l’alleata Siria nel caos, le frizioni con la Turchia, le tensioni nei Paesi del Golfo Persico (Bahrein, soprattutto) e le irrisolte crisi in Afghanistan e Iraq, Teheran non si può certo permettere un simile suicidio geopolitico.

Proviamo a ribaltare questo ragionamento: proprio perché si è creata una situazione simile, l’Iran è più debole e quindi più facilmente attaccabile. Politicamente, se non addirittura militarmente. Dove è disposto ad arrivare Obama a un anno dalle elezioni? l dossier sul complotto iraniano arriverà sul tavolo del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Un portavoce del premier britannico David Cameron ha detto: “Sosterremo qualsiasi misura che faccia pagare all’Iran le proprie responsabilità”.

D’altra parte, anche la situazione interna iraniana è quanto mai critica. L’ultimo anno di presidenza Ahmadinejad si preannuncia spinoso, con l’infinito confronto tra gli “uomini del presidente” e i conservatori fedeli alla Guida Khamenei. E con Mousavi e Karroubi ancora agli arresti domiciliari. E marzo si vota per il parlamento. Questo complotto in terra Usa, vero, montato o indotto che sia, è di certo un problema in più per l’establishment iraniano. Difficile dimostrare un filo diretto tra i presunti attentatori e i vertici della Repubblica islamica. Ma finora sono stati tirati in ballo i pasdaran che, politicamente, sono più vicini ad Ahmadinejad che a Khamenei.

Dopo mesi di scarsa attenzione, si torna a parlare di Iran. Forse non c’è un “fatto” vero alla base di tutto questo polverone. Ma la notizia è che l’Iran è di nuovo una notizia. E sarebbe un errore non prenderne atto.

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