Corso di lingua e letteratura persiana a Roma

L’istituto Culturale dell’Iran nel quadro delle sue attività didattiche, organizza il 43° corso di lingua e letteratura persiana. Un ciclo di 12 lezioni presso  l’Istituto Culturale dell’Iran  con il rilascio di certificato. Il corso, tenuto da docente madre lingua, si svolgerà da sabato 6 ottobre  2018  e si articola in 18 ore di lezioni per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza: sabato: ore 09.00  10.30  e 12.00.

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, ed una orale. L’ammissione agli esame  è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore al 80% del monte ore totali.  Il termine ultimo per iscriversi è 5 ottobre 2018 .

Il costo del corso è di 100 euro da versare presso l’Istituto entro la prima lezione.

N.B.
Il giorno 6 ottobre (prima lezione) è dedicato interamente al valutare il livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 10.00 presso la sede dell’istituto Culturale in Via Maria Pezzè Pascolato, 9.

Per iscriversi clicca qui.

Attacco terroristico a parata militare ad Ahwaz

Ventinove morti e decine di feriti. Questo il bilancio dell’attentato terroristico compiuto il 22 settembre 2018 contro una parata militare nella città iraniana di Ahwaz, capoluogo della provincia sud occidentale del Khuzestan, ricca di petrolio, a maggioranza araba e teatro negli ultimi mesi di numerose proteste contro il governo di Teheran. Tra le vittime, dodici pasdaran, un giornalista e civili che assistevano alla parata.

L’attacco è stati rivendicato inizialmente dal gruppo al-Ahvaziya – legato all’Arabia Saudita – e poi dall’Isis. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto in un tweet:

“Terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. Fra le vittime, bambini e giornalisti. L’Iran ritiene responsabili gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni statunitensi per attacchi come questo. L’Iran risponderà celermente e in modo decisivo in difesa delle vite iraniane”.

La data e il luogo

Il 22 settembre è la ricorrenza dell’attacco di Saddam che diede vita alla lunga guerra tra Iran e Iraq (1980-88), quella che gli iraniani ricordano come guerra imposta. L’attentato è stato sferrato in un’occasione altamente simbolica: nel 1980 fu l’inizio dell’aggressione alla Repubblica islamica nata appena un anno prima e l’Iraq attaccò proprio il Khuzestan, sperando in un sostegno da parte della popolazione di etnia araba, che invece si schierò con il governo centrale contro l’invasore. Non che la provincia non abbia vissuto momenti di tensione a causa dei movimenti indipendentisti. Come ricorda Siavush Randjbar-Daemi in in un tweet, il momento più critico fu l’estate del 1979, quando il governo rivoluzionario faticò non poco a reprimere i movimenti autonomisti armati.

Il momento attuale

Sebbene non sia ancora chiaro chi abbia deciso questo attentato, è evidente il suo messaggio di sfida aperta alla Repubblica islamica. Colpire i pasdaran in un’occasione come la celebrazione della guerra con l’Iraq è un’azione quasi ridondante di aspetti simbolici.

L’Iran, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è oggettivamente sotto assedio. Sia dal punto di vista dialettico, sia da quello economico. Le nuove sanzioni che scatteranno il 4 novembre saranno un ulteriore colpo alla già traballante economia iraniana e le minacce di regime change avanzate da Usa, Israele e Arabia Saudita negli ultimi mesi, sembrano aver trovato nell’attacco di oggi un primo, tragico tentativo di applicazione.

Come è naturale attendersi, non ci saranno dimostrazioni di solidarietà internazionale nei confronti di Teheran. Magari qualcuno non parlerà di terrorismo, ma di “attacco ai pasdaran”, quasi a sminuirne la gravità. Oltre a ricordare che tra le vittime ci sono civili e anche bambini, è doveroso precisare che i ranghi delle “guardie della rivoluzione” sono in maggior parte costituiti da giovani militari di leva, che sono stati assegnati a quel corpo.

Se non si parte da questi presupposti, non si capisce la gravità dell’accaduto e di cosa questo attacco rappresenti per l’Iran nel suo intero, non solo per i suoi leader politici.

Zone di libero scambio in Iran: cosa sono

Zone di libero scambio in Iran: cosa sono

Esistono varie forme di entità aziendali che possono essere registrate ai sensi delle leggi dell’Iran. E’ quindi necessario scegliere la struttura legale appropriata che meglio si adatta alle intenzioni di business.

Il primo passo necessario per avviare una qualsiasi forma di attività in Iran è registrare legalmente l’entità commerciale, la sede e la filiale della vostra società presso il Dipartimento del registro generale.

Se cercate di una situazione più facile per investire in Iran,vi raccomandiamo le zone di libero scambio.

Queste zone sono create per facilitare le procedure di infrastrutture , crescita economica e attività commerciali attraverso concessioni speciali, ad esempio l’esenzione dei dazi di importazione delle merci , l’assenza di imposte e la presenza di una normative in materia più leggera.

Altre tipi di concessioni sono:

  1. Esenzioni fiscali per 20 anni
  2. Nessuno tipo di restrizione per i partner commerciali esteri.
  3. Non è necessario il visto per entrare e uscire da queste zone.

 

Insomma, queste zone sono ottime aree per gli stranieri nonché un’eccellente opportunità per gli investitori esteri.

Nello specifico le zone di libero scambio sono : Kish, Qeshm, Arvand, Aras, Chabahar, Anzali.

 

È bene sapere che a Chabahar gli investitori esteri possono assumere operai e impiegati esteri per una quota massima pari al 10% del numero totale di tutti gli operai e gli impiegati.

Seguiranno a breve altri articoli sulle zone di libero scampio.

 

Per essere in contatto con il nostro studio e per maggiori informazioni, contattateci attraverso la e-mail : m.perperook@yahoo.com

Studio legale Armani

Come uno straniero può aprire un’impresa in Iran

Eravate a conoscenza del fatto che uno straniero può essere proprietario al 100% di una società iraniana? L’Iran offre alle imprese e alle società estere, specialmente quelle italiane, la possibilità di registrare una società indipendente in Iran invece di avere qui la sede delle loro imprese.

In che modo ? Perché?

Perché le imprese estere devono sottoscrivere un impegno giudiziario con il governo della Repubblica Islamica dell’Iran in cui devono dare il permesso di dissoluzione unilaterale della loro sede in Iran.

Allora perché tanti problemi quando è possibile registrare una società joint venture con la proprietà completa (al 100%) di uno straniero?

Eravate al corrente, inoltre, che potete usare il nome della vostra società qui in Iran?

È bene sapere che è possibile stabilire la sede (o anche più sedi ) legale della vostra società in Iran in tempi molto brevi.

La procedura può essere svolta in due modi:
1. In esclusiva
2. in convenzione.

Secondo la legge n.3 del registro delle imprese, l’attività delle società estere dipende dal suo stato legale nel paese d’origine e dalla registrazione nell’ufficio del registro in Iran. Quindi la legalità della società deve essere verificata (confermata) nel paese d’origine. Se qualcuno vuole registrarsi in Iran, deve attenersi alle regole sottoscritte; da notare che, in base alla legge n.4, articolo B, non c’è nessuna restrizione nella percentuale di contributo dell’investitore straniero.
Gli investitori stranieri possono registrare una società iraniana e le quote appartengono al 100% agli azionisti stranieri.

PS.

L’investitore straniero è quella persona giuridica, non iraniana, e/o che utilizza capitale di provenienza estera, a cui è stato concesso il permesso di investimento secondo la clausola numero 6

Per informazioni contattare “Studio legale Armani” M.perperook@yahoo.com

Iran: finalmente le donne allo stadio

Teheran, 12 giugno – Il comune di Teheran ha annunciato che in occasione delle partite dell’Iran ai Mondiali di Russia 2018, lo stadio Azadi’ di Teheran accogliera’ “le famiglie” che vorranno assistere alle partite.

E’ la prima volta che le donne iraniane vengono ufficialmente ammesse negli stadi di calcio, dopo anni di tacita lotta per ottenere questo diritto; negli ultimi due anni, tutti i divieti esistenti dal 1979, anno della rivoluzione islamica, sulla presenza delle donne nei luoghi sportivi, sono stati rimossi uno dopo l’altro.

Nel 2016 la FIVB, la federazione internazionale di volley ha minacciato l’esclusione dell’Iran dalle competizioni mondiali e per questo le donne hanno infine avuto il permesso di entrare nei palazzetti dello sport; da allora, quindi, possono assistere ai match di pallavvolo, basket o altri sport, ma l’unico divieto rimasto era il calcio. Negli ultimi mesi le 17 donne del parlamento iraniano avevano incontrato piu’ volte gli ayatollah nella citta’ santa di Qom dichiarando che “le donne di Teheran vogliono entrare negli stadi”.

Il messaggio politico

Non si sa in quale maniera e come sia arrivato alla fine il via libera, ma la notizia dell’ammissione delle donne allo stadio Azadi’, il piu’ grande dell’Iran con una capienza di 100 mila spettatori, dove il comune ha organizzato un maxi-schermo e cerimonie di intrattenimento in occasione delle partite dell’Iran ai Mondiali, e’ una notizia che scuote la patria dei persiani e soprattutto mette a segno un trionfo per il governo riformista di Hassan Rohani, oggi in difficolta’ per via del ritiro unilaterale di Donald Trump dall’accordo nucleare, reso pubblico l’8 maggio scorso, che ha indotto molte societa’ occidentali a interrompere i rapporti d’affari con Teheran per paura delle ritorsioni e delle sanzioni statunitensi; un qualcosa che ha intaccato parecchio il prestigio dei riformisti che invece avevano sostenuto, davanti all’elettorato, l’idea che “gli Stati Uniti” fossero un’interlocutore affidabile con cui poter firmare un accordo.

Hassan Rohani, ora, puo’ almeno sostenere di aver mantenuto perlomeno la promessa di “piu’ libertà per donne e giovani” e quella della “realizzazione dei diritti civili”.

 

Un mondiale nel segno delle donne

L’Iran esordira’ ai Mondiali col Marocco, venerdi alle ore 17 e oltre ai nordafricani ha nel gruppo Spagna e Portogallo. Il Team Melli’ (questo il nome della squadra in persiano), non ha tante chance per qualificarsi, ma a Teheran ci saranno sicuramente tantissime ragazze (l’eta’ media degli iraniani e’ di 30 anni) che per la prima volta metteranno piede in uno stadio e vivranno l’emozione di vedere una partita; per ora sul maxi-schermo, ma d’ora in poi, anche nel campo da gioco.

Chi era Ruhollah Khomeini

Era il 4 giugno 1989, lo stesso giorno del massacro di Tien An Men. A Teheran si consumava quello che molti definirono l’ultimo atto della rivoluzione iraniana. La morte dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, il fondatore della Repubblica islamica, è l’atto conclusivo di un processo rivoluzionario iniziato dieci anni prima, culminato con la cacciata dello scià Reza Pahlevi e la proclamazione della repubblica. I funerali di Khomeini, a cui partecipano almeno tre milioni di persone, sono l’ultimo grande evento di massa, l’ultimo grande atto della rivoluzione. Parafrasando Enrico Berlinguer, potremmo dire che quel giorno la rivoluzione iraniana “esaurisce la sua spinta propulsiva”. E il Paese entra in una fase storica diversa. La Storia si diverte a volte a giocare con i numeri: nel 1979 la rivoluzione, nel 1989 la morte di Khoemeini, nel 1999 la rivolta degli studenti, nel 2009 l’apertura di Obama e le elezioni presidenziali quanto mai importanti. Ma chi era Khomeini? Che importanza ha nella storia dell’Iran e del Medio Oriente? Qual è stato il suo contributo al pensiero politico islamico?

 

 Che rivoluzione è stata?

 A pensarci bene, quella iraniana è una rivoluzione ben strana, avvenuta contro l’apparente logica politica, come la rivoluzione comunista. Marx l’aveva profetizzata per i Paesi industrializzati, come Germania e Inghilterra, e invece si realizzò in Russia e in Cina, economicamente sottosviluppate. Lo stesso paradosso l’ha fatto registrare la rivoluzione islamica, la quale è avvenuta in Iran e non nei Paesi in cui sono nati i primi movimenti islamisti sunniti (Pakistan o Egitto), che hanno teorizzato per primi la creazione di uno stato islamico. Proprio nell’Iran, dove la tradizione sciita non prevede affatto che il clero prenda in mano le redini della politica. La teologia sciita afferma, già dalla fine del IX secolo, che la ricomposizione tra politica e religione sia affidata al Mahdi, il dodicesimo Imam nascosto che tornerà alla fine dei tempi per riportare l’ordine di Dio in terra. Fino ad allora religione e politica devono restare separate e non spetta certo al clero sciita chiedere o realizzare uno Stato islamico. In questo contesto il pensiero di Khomeini e i suoi sviluppi dopo il 1979 sono una novità sconvolgente, per il pensiero sciita. Sono tanti gli ayatollah che prendono le distanze da lui e lo criticano anche aspramente. Tra questi, Al Sistani, oggi punto di riferimento per milioni di sciiti iracheni. Non a caso Renzo Guolo definisce quella iraniana una “rivoluzione contro la tradizione religiosa”, che si realizza anche perché in Iran il clero è l’unica forza organizzata in grado prima di resistere e poi di sostituire la macchina repressiva dei Pahlavi. Ma resterà una rivoluzione più “sciita” che “islamica” e irrimediabilmente circoscritta all’Iran, malgrado gli sforzi di Khomeini di esportarla nei Paesi arabi.

L’impasto ideologico

Khomeini elabora la sua ideologia politica (la cosiddetta velayat e-faqih, letteralmente ”governo del giureconsulto”), attraverso diciassette lezioni nella moschea del bazar della città irachena di Najaf. Queste lezioni saranno raccolte in un libro intitolato La tutela del giureconsulto: il governo islamico.

I suoi discorsi – registrati su audiocassette – entrano clandestinamente in Iran e infiammano l’opposizione islamica. Sono tanti gli iraniani che si radunano in montagna, lontano degli occhi e dalle orecchie della Savak, la terribile polizia segreta dello scià, per ascoltare i suoi sermoni. Ma in molti credono che Khomeini avrà un ruolo marginale: una volta caduto lo scià, si ritirerà a vita privata, avrà un ruolo meramente religioso. Che le cose sarebbero andate diversamente lo si capisce un po’ alla volta. Certi atteggiamenti lasciano comunque il segno.

L’1 febbraio 1979, sull’aereo che lo riporta in Iran dopo 15 anni di esilio impostogli dallo scià, un giornalista gli chiede cosa prova a tornare in patria. “Hich”, “Niente”, è la glaciale risposta. È il destino di Dio che si compie, non c’è nessuno spazio per i sentimenti dei singoli, sembra voler dire. Sta di fatto che non pochi iraniani rimangono sbalorditi da quella battuta. E anche un po’ offesi. Un’amica, poco più che bambina nel 1979, ricorda ancora oggi: “La gente era morta nelle strade inneggiando a lui, all’aeroporto di Merabad lo aspettavano 4 milioni di persone. E quando gli chiedono cosa prova, lui risponde “niente”! Chissà, forse avremmo dovuto capire allora come sarebbe andato tutto quanto”. Quello stesso giorno Khomeini si reca in visita al cimitero di Beheshte Zahra e promette: “Man tu dahan-e in dolat mizanam (Io prendo a schiaffi questo governo)”.

E poi annuncia:

“Il diritto appartiene al popolo e il governo non ha il diritto di mantenerlo sotto la sua tutela: ma fino ad oggi è così che il popolo è stato trattato dallo scià e dal suo governo, violando le leggi internazionali. Per questo noi non riconosciamo la sua legittimità! “.

 

Slogan e obiettivi

“Ashura è sempre. Kerbala è ovunque”, amava ripetere Khomeini. Ashura e Kerbala, il tempo e il luogo del martirio dell’imam Hussein, figura chiave dello sciismo. Come dire: per il martirio è sempre il momento giusto. Ma la frase non è sua. Il fondatore della Repubblica islamica riprese una massima di Ali Shariati, filosofo iraniano poco conosciuto in Occidente. Avversario dello scià, formatosi nella Parigi del secondo dopoguerra, Shariati vedeva nello sciismo un movimento rivoluzionario marxista e terzomondista. Alcuni studiosi hanno accostato il suo “sciismo rosso” (che lui stesso distingueva dallo “sciismo nero” dei Safavidi) alla teologia della liberazione che proprio in quegli anni agitava il mondo cattolico. Shariati muore nel 1977, probabilmente ucciso dai sicari dello scià, e non fa in tempo a vedere la rivoluzione iraniana. Ma Khomeini attingerà a piene mani dal suo bagaglio ideologico, conquistandosi – almeno all’inizio – le simpatie della sinistra di tutto il mondo. I primi discorsi di Khomeini da leader della rivoluzione sono prettamente politici, non religiosi. Parla dei bisogni materiali del popolo, promette di dare l’acqua e la luce gratis a tutti. I suoi toni diverranno apocalittici soltanto dopo, nei terribili anni della guerra contro l’Iraq. Allora arriverà a dire che “la rivoluzione non è stata fatta certo per abbassare il prezzo dei pomodori “, ma per redimere il mondo. Visioni profetiche e questioni profane: va tenuto presente che il clero si impone in virtù non solo di un’organizzazione capillare, ma anche di un’enorme disponibilità economica. Nello sciismo, infatti, il fedele può scegliere una propria guida religiosa (marja’ al taqlid, “fonte di imitazione”) a cui devolvere anche il proprio sostegno economico. Khomeini, fin dal suo primo esilio in Turchia, accumulò un’autentica fortuna (valutabile in milioni di euro) proprio dalla sua rapida affermazione presso i bazarì, i commercianti benestanti. Che sono uno dei pilastri della società iraniana, oggi come ieri. Non c’è passaggio storico nella storia recente che avvenga senza l’approvazione dei bazarì. La rivoluzione del 1979 non fu opera soltanto di studenti, intellettuali e mullah. Il bazar ebbe un ruolo chiave nel cambio di regime e ha oggi un ruolo altrettanto decisivo nel mantenimento dello status quo.

Il leader

Khomeini è stato senza dubbio un comunicatore abilissimo. La tv iraniana manda ancora oggi in onda i suoi lunghissimi discorsi, intervallati da pause lunghissime e cariche di tensione. Dopo di lui la Repubblica islamica non è stata più la stessa cosa anche perché non c’è stato un leader altrettanto abile e carismatico. Sotto la sua influenza si è formato un’intera generazione di pasdaran, di “uomini nuovi”, fedeli alla Repubblica islamica più che alla famiglia di origine. Quella generazione ha oggi cinquant’anni e con Ahmadinejad ha conquistato i vertici del potere politico per la prima volta. Ma è una generazione orfana, senza un vero capo e quindi destinata a combattersi e a dividersi. Anche perché il mondo intorno non è più quello dell’epoca di Khomeini. Che – a suo modo – aveva previsto il grande cambiamento. L’ 1 gennaio 1989, pochi mesi prima di morire, scrive una lettera al segretario del Partito comunista sovietico Mikhail Gorbaciov in cui annuncia l’imminente crollo del comunismo e l’ascesa dell’Islam come pensiero politico negli anni Novanta. Se da leader Khomeini è apocalittico, da uomo politico è molto più pragmatico. Tuona contro Israele, ma durante la guerra con l’Iraq accetta volentieri la collaborazione di Tel Aviv. Che fornisce armi, informazioni e assistenza tecnica (circa 1.300 consiglieri).

 L’eredità

Cosa rimane di Khomeini? Chi arriva oggi a Teheran sbarca nel grande e modernissimo aeroporto a lui intitolato e vede ovunque sue immagini, negli uffici, nei murales. Ma quello che è avvenuto in Iran dopo di lui è frutto di dinamiche spesso contrapposte e in genere poco conosciute all’esterno. Nel 1988 si è conclusa l’immane e inutile strage della guerra con l’Iraq e sono stati liquidati migliaia di oppositori interni in carcere da anni. L’Iran dei primi anni Novanta è stremato da dieci anni di guerra e lotte interne. Cerca stabilità, punta alla ricostruzione. Da allora, alla presidenza si sono succeduti il pragmatico Rafsanjani, abile ad accumulare un patrimonio personale enorme, il timido riformista Khatami, l’incendiario ex pasdaran Ahmadinejad. Ma a comandare davvero è sempre la Guida Suprema Khamenei, succeduto a Khomeini nel 1989 e vero monarca col turbante. Come dicono alcuni, l’Iran è il Paese musulmano in cui si vota di più e si cambia di meno. Prevale sempre la logica del clan, non il senso dello Stato. Chi “è dei nostri” (khodi) decide, chi no (kheir-e khodi) subisce. Il concetto di “società civile”, entrato nel dibattito politico con Khatami, è ancora poco applicabile al contesto iraniano.

Il 70 per cento degli iraniani ha meno di 30 anni ed è quindi nato dopo la Rivoluzione. Khomeini è un’icona da celebrare in pubblico o disprezzare in privato. La Repubblica islamica sopravvive da quasi trent’anni al suo fondatore e per il momento non si intuiscono trasformazioni profonde e immediate. Khomeini è senza dubbio una figura tragica e forse sottovalutata a livello storico. Capace di crimini terribili e di intuizioni politiche notevole. Riflettere su Khomeini può essere utile per cercare di capire l’Iran e il ruolo che ha e avrà nel quadro geopolitico e culturale dei prossimi anni.

Cuore di Tenebra, trasmissione di Radio 3. Puntata del 21 maggio 2011 dedicata alla figura di Khomeini.  Antonella Ferrera ricostruisce la vita del fondatore della Repubblica islamica iraniana, anche attraverso un’intervista ad Antonello Sacchetti divisa in più parti.

Per ascoltare la puntata: Radio3 – Cuore di tenebra

Viaggio in Iran dal 7 al 19 settembre 2018

Iran: l’Impero della Mente”, come lo chiamo’ lo studioso inglese Micheal Axworthy, nella sua celebre opera Empire of Mind (tradotta in italiano con il titolo “Breve storia dell’Iran”, Einaudi).

Viaggio in Iran dal 7 al 19 settembre 2018

Non solo le città del tour classico, ovvero Teheran, Shiraz, Yazd e Isfahan, ma anche lo spettacolare deserto di Lut, i castelli della regione del Kerman, e la natura impervia dell’est dell’Iran, in un mix di storia, natura e sapori.

Con chi

Con Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

Quando

Dal  7 al 19 settembre 2018.

 

ATTENZIONE: SOLO 6 POSTI DISPONIBILI

 

GIORNO DATA ITINERARIO MEZZO DI TRASPORTO
1 Venerdi

07/09/2018

§ Aereo

Italia – Teheran

§ Incontro con la guida in aeroporto

§ Trasferimento in hotel

§ Pernottamento a Teheran

Aereo + Bus

 

2 Sabato

08/09/2018

 

§ Visita di Teheran citta’

§ Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)

§ Museo dei Gioielli

§ Ponte della natura oppure Ambasciata Usa

§ Cena a Darband

§ Pernottamento a Teheran

Bus+Aereo+Bus
3 Domenica

09/09/2018

  • Volo per Shiraz

§  Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose

  • Madrasa del Khan
  • Bazaar di Vakil
  • Pranzo
  • Moschea di Vakil
  • Hammam di Vakil
  • Tomba di Hafez
  • Cena in ristorante tradizionale
Bus + a piedi

 

4  Lunedi

10/09/2018

  • Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli
  • Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam
  • Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)
  • Ritorno a Shiraz
  • Cena
  • Moschea Re delle Lampade
  • Pernottamento a Shiraz
Bus + a piedi

 

5 Martedi

11/09/2018

  • Trasferimento Shiraz-Kerman
  • Visita a Palazzo di Bahram a Sarvestan
  • Visita a moschea del venerdi di Neyriz
  • Pernottamento a Kerman
Bus + a piedi

 

6 Mercoledi

12/09/2018

  • Visita di Kerman
  • Complesso Ganj-Ali-Khan. Piazza e Hammam
  • Moschea del venerdi di Kerman
  • Fortezza di Rayen
  • Giardino Shazde di Mahan
  • Mausoleo del sufi Nematollah Vali a Mahan
  • Arrivo a Shahdad
  • Cena nel deserto di Lut con astronomo
  • Pernottamento in casa tradizionale a Shahdad
Bus + a piedi

 

7 Giovedi

13/09/2018

§  Partenza da Shahdad per caravanserraglio Zineddin

§  Visita di SarYazd o Fahraj (qualora si arrivi in orario)

§  Cena in caravanserraglio

§  Altro luogo dove si puo’ disporre di astronomo

§  Ballo del legno dei beluci

§  Pernottamento nel caravanserraglio

Bus + a piedi

 

8 Venerdi

14/09/2018

§  Giro di Yazd

§  Torri del Silenzio

§  Passeggiata in quartiere antico

§  Prigione Alessandro

§  Cupola 12 Imam

§  Pranzo

§  Presentazione sui tappeti

§  Museo dell’acqua

§  Piazza Amir Chakhmaq 

§  Cena

§  Pernottamento a Yazd            

Bus + a piedi

 

9 Sabato

15/09/2018

  • Yazd-Meybod-Naeen-Isfahan
  • Partenza da Yazd
  • Moschea di Fahraj
  • Castello Narin di Meybod
  • Caravanserraglio di Meybod
  • Moschea Naeen
  • Arrivo a Isfahan e cena in piazza
  • Pernottamento a Isfahan
Bus + a piedi

 

 

10 Domenica

16/09/2018

§ Isfahan

§ Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah

§ Moschea dello Scia’

§ Tempo libero bazaar

§ Visita palazzo delle 40 colonne

§ Cena e pernottamento a Isfahan

Bus+ a piedi
11 Lunedi

17/09/2018

 

  • Isfahan
  • Visita a cattedrale armena di Vank
  • Visita a moschea del venerdi’ antica
  • Palazzo Ali Qapu
  • Giro nel bazaar
  • Visita ai ponti
  • Cena in ristorante tradizionale/albergo

§ Pernottamento a Isfahan

Bus+ a piedi
12 Martedi

18/09/2018

 

§ Isfahan-Kashan-Qom-Ibis

§ Visita a villaggio zoroastriano di Abyaneh

§ Visita a giardino Fin di Kashan

§ Visita a casa Tabatabee di Kashan

§ Visita a Qom

§ Cena in albergo Ibis

§ Pernottamento presso albergo Ibis

Bus+ a piedi
13 Mercoledi

19/09/2018

 

 

§ Volo per l’Italia da aeroporto IKIA Aereo

 

 

QUOTA INDIVIDUALE: 2.850 EURO

SUPPLEMENTO CAMERA SINGOLA: 270 EURO

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 5 AGOSTO 

La quota comprende

• tariffe aeree per i voli internazionali

• spese consolari

• assicurazione medico, bagaglio

• tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia

• accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza

•  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo

• colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario

• trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata

• guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale

• tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei

• un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

• assicurazione annullamento viaggio

• tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche

• mance alla guida e all’autista

• tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

Servizi speciali

  • Durante il trasferimento Kashan-Teheran, sul tragitto, qualora sia richiesto, l’agenzia organizza durante la visita al mausoleo di Qom, anche un incontro con un influente religioso iraniano sciita, in grado di parlare l’italiano. L’incontro e’ risultato, nelle nostre esperienze precedenti, un’importante occasione di dibattito e di conoscenza per i partecipanti.
  • Durante i trasferimenti tra citta’, dibattiti culturali su argomenti come la religione islamica, la mitologia e la letteratura persiana, la societa’ iraniana odierna.
  • L’agenzia consiglia l’uso dell’astronomo nel caravanserraglio di Zineddin, che e’ a pagamento ma e’ un’emozione unica, (se non ci sono nubi) soprattutto perche’ l’agenzia lavora con uno dei migliori dell’Iran, il pluripremiato dottor Reza Tamehri.
  • A Yazd l’agenzia organizza di solito per i gruppi una presentazione sul tappeto persiano di 20-30 minuti, assolutamente free, anche per ottenere conoscenza dell’arte del tappeto, delle localita’ piu’ famose, delle tecniche e del significato dei disegni.
  • L’agenzia, qualora richiesto, fornisce assistenza per il cambio della valuta, effettuandolo durante il tragitto per mezzo della guida ad un rate anche piu’ favorevole di quello ufficiale. Cio’ permette ai membri del gruppo di ricambiare in euro i rial che eventualmente avanzassero, alla fine del viaggio.
  • Le guide dell’agenzia, qualora richiesto, forniscono assistenza per gli acquisti, soprattutto nel bazaar di Isfahan.
  • Qualora richiesto, l’agenzia e’ in grado di procurare sim iraniane con connessione internet per coloro che vogliano averlo 24h su 24.
  • In alternativa l’agenzia puo’ dotare di router il bus, il pulmino o la vettura del gruppo, per avere internet durante i trasferimenti. (servizio a pagamento)
  • Si ricorda che tutti gli alberghi scelti durante il viaggio hanno un’ottima connessione internet.
  • Qualora richiesto, l’agenzia puo’ offrire pernottamenti in case tradizionali invece che alberghi, soprattutto nella citta’ di Yazd.

 

Cos’è il Ramadan

Cos’è il Ramadan ? E’ il nono mese del calendario lunare islamico, durante il quale Maometto ricevette la prima rivelazione coranica. Santo mese del digiuno (sawm), il Ramadan è uno dei cinque pilastri dell’Islam. Secondo il Corano il digiuno è stato istituito perché in questo periodo tutti i fedeli adulti potessero coltivare la pietà.

Quando inizia

L’inizio del Ramadan (in Iran detto ramezan) dipende dall’avvistamento della luna e la tradizione vuole che esso avvenga scrutando il cielo come si faceva ai tempi del Profeta Maometto. E’ l’Arabia Saudita, in quanto custode dei luoghi santi della Mecca e di Medina, a stabilire il periodo del Ramadan. La questione suscita un vivace dibattito all’interno dell’Islam, tra chi auspica l’impiego delle tecnologie per l’avvistamento lunare e chi invece vorrebbe rimanere fedele alle tradizioni. E’ anche una questione politica: non tutti i Paesi musulmani accettano che a decidere sia l’Arabia Saudita.

Il Ramadan 2018

Comincia il 15 maggio  e termina il 14 giugno, giorno di festa chiamato Aid Al Fitr o Aid Assaghir.

Cosa si fa nel Ramadan

Per tutto il mese i fedeli devono astenersi dal mangiare, bere, fumare e avere rapporti sessuali tra l’alba e il tramonto e festeggeranno in preghiera la rivelazione del Corano da parte di Dio a Maometto. Nel mese del Ramadan (in cui secondo la tradizione il Profeta consumava solo un bicchiere di latte di capra e sei datteri al giorno) il Corano prevede che siano esentati dal digiuno i bambini, i malati, le donne incinte e coloro che devono intraprendere lunghi viaggi. Prima di ritirarsi per la notte i fedeli sono chiamati a speciali preghiere comunitarie in cui si recitano lunghi passi del Corano.

La notte della determinazione

La notte tra il ventiseiesimo e il ventisettesimo giorno del Ramadan è chiamata la Notte della Determinazione, nella quale, secondo il Corano, Dio determina il corso del mondo per l’anno seguente. Il giorno dopo la fine del Ramadan si celebra la fine del digiuno, che viene festeggiato con preghiere speciali.

Il proto-Cristianesimo nella sconosciuta regione del nord dell’Iran

Il proto-Cristianesimo nella sconosciuta regione del nord dell'Iran

Mercoledì 9 maggio 2018 presso la Basilica di San. Pancrazio, via San.Pancrazio n.5/D , alle ore 18,30, anteprima nazionale del reportage – Il proto-Cristianesimo nella sconosciuta regione del nord dell’Iran.

 

Roma, mercoledì 9 maggio 2018: nella giornata istituita per la festa di celebrazione dell’Europa, un evento riguardante una diversa visione degli europei nei confronti del vicino Oriente, è in programma alla Basilica di San Pancrazio, nella Capitale (zona Villa Pamphili) alle ore 18:30 con ingresso gratuito. Un incontro di particolare rilievo in cui verranno illustrate le peculiarità di una regione iraniana nel Nord-Ovest del Paese, al confine con Turchia ed Iraq, praticamente sconosciuta in Occidente. Il Prof. Silvano Vinceti, studioso di enigmi storico-archeologici, da anni impegnato nel far riemergere dal passato, fatti e reperti  sempre sorprendenti, descriverà il suo ultimo viaggio in quella parte della Repubblica Islamica dell’Iran ed in particolare della straordinaria concentrazione di chiese proto cristiane.

Quella parte dell’Antica Persia, infatti, è il bordo più a oriente del territorio di espansione del primo Cristianesimo,  avvenuto fino alla fine del primo millennio, prima dell’era islamica. Una presenza che non si è mai interrotta e fanno di quella regione, un potenziale ponte ideale per il dialogo tra Europa e nazioni dell’Asia Medio-Orientale, dove a tutt’oggi si registra una pacifica convivenza tra le più disparate etnie e gruppi religiosi di tutte le confessioni. Un mix di bellezze paesaggistiche, culture, religioni, tradizioni, lingue che non solo affascina tutti coloro che vi fanno visita (indubbiamente da raccomandare come nuova interessante destinazione per il turista occidentale) ma che può essere preso ad esempio concreto e che può far ben sperare sulla possibilità di superare il problema di incomprensione e scontro tra civiltà.

L’Iran e le sfide del presente e del futuro

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione.
Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca”, voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile.
E oggi? Dopo lo storico accordo sul nucleare del 2015, la Repubblica islamica sembrava avviata a entrare a titolo definitivo nel mercato globale ma, almeno per il momento, le cose non sono andate nel senso sperato. l’Iran continua a rappresentare un Paese “altro”, affascinante e controverso, misterioso e per certi versi indecifrabile; in ogni caso da tenere a debita distanza!
Quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».
Partendo dal suo ultimo libro “La rana e la pioggia”, Antonello Sacchetti parla dell’Iran dei nostri giorni, Paese chiave in un Medio Oriente in continua trasformazione.

Antonello Sacchetti (Roma, 1971) è giornalista, blogger ed esperto appassionato di Iran.
Ha pubblicato con Infinito edizioni: I ragazzi di Teheran (2006), Misteri persiani (2008), Iran. La resa dei conti (2009) e Trans-Iran (2012). Dal 2012 cura il blog Diruz. L’Iran in italiano, da lui fondato. L’ultimo lavoro, La rana e la pioggia (2016).
Affascinato dall’Iran e dalla sua storia, ha intrapreso diversi viaggi in questo paese: “A me piace imparare l’Iran, studiarne la lingua, la cultura, la storia, conoscere gli iraniani, confrontarmi con le loro storie personali. Alla fine, quello che mi rimane è la bellezza dell’Iran”.

 

 

Prima della rivoluzione

Kamran Shirdel ha raccontato con la macchina da presa l’Iran degli anni precedenti la rivoluzione del 1979.  Anni tumultuosi di crescita economica e profondi squilibri sociali.

Proponiamo alcuni dei suoi celebri documentari.

Oun Shab Keh Baroun Oumad (La notte che piovve) – 1967 – 35′

Il documentario più famoso di Kamran Shirdel. Partendo da un caso di cronaca (un incidente ferroviario sventato dall’eroicità di un ragazzino), il regista si mette alla ricerca della verità. Ne esce un ritratto fulminante della società iraniana e del rapporto con il potere.  (in 5  parti)

Qal’eh / Women’s District  – 1965 (18′)

All’epoca dello scià, Teheran aveva un quartiere a luci rosse, in cui vivevano migliaia di prostitute in condizioni terribili.

 

Tehran, payetakht-e Iran ast /Tehran è la capitale dell’Iran – 1966 (18′ )

La povertà della parte meridionale della capitale iraniana.

 

Nedamatgah ( Women’s Prison) – 1965 / 11 ‘

Storie da un carcere femminile dell’epoca.

 

 

Lo scatto rivoluzionario

A partire dagli anni Sessanta la macchina fotografica emerge prepotentemente come un mezzo di documentazione della realtà elevando così lo scatto fotografico a documento storico.

Per capire questa trasformazione è importare fare un passo indietro affacciandoci sulla vita artistica iraniana dell’epoca.

L’Occidente scopre l’arte iraniana

Nei primi anni Sessanta lo Shah Muhammad Reza con l’obiettivo di modernizzare il Paese, aveva dato avvio alla cosiddetta Rivoluzione Bianca. Tra le riforme messe in atto dal regime vi erano quella agraria e quella di laicizzazione della società.

Il piano riformatore delude tutti: religiosi, intellettuali e ceto medio e la società civile reagisce organizzandosi sempre più in gruppi politici e religiosi. Il regime Pahlavi diventa sempre più oppressivo. Siamo quindi in un periodo in cui fervono i cambiamenti.  Una delle conseguenze di questo slancio riformatore dello Shah è la mobilità di artisti e studenti iraniani verso l’Europa e gli Stati Uniti. Lo scambio culturale è ovviamente reciproco, da una parte gli artisti iraniani sperimentano una nuova libertà di espressione, dall’altra l’Occidente scopre la storia, l’arte, la società di un Paese considerato da sempre un po’ esotico. L’Iran muove i primi passi sulla scena artistica internazionale, gli artisti partecipano a mostre d’arte e le loro opere iniziano girare tra fiere d’arte e collezionisti di tutto il mondo.  Non è solo più lo Shah con la sua propaganda a occupare le prime pagine dei quotidiani occidentali, ma emerge anche la raffinata e profonda cultura artistica del popolo iraniano accompagnata ovviamente da immagini e storie di oppressione, violazione dei diritti umani e povertà.

Grazie a tutto ciò la modernità in Iran arriva attraverso un processo creativo, complesso e controverso. Non è solo più un’imitazione della cultura e dello stile di vita occidentale a interessare gli iraniani ma soprattutto una sua prima rielaborazione attraverso la propria cultura.  E la fotografia, così come la letteratura e la pittura, si trasforma da propaganda a forma d’arte indipendente e la rivoluzione islamica del 1979 costituisce una tappa fondamentale di questo processo.

I fotografi, infatti, documentano le vere condizioni di vita società civile, dai più ricchi ai più miserabili senza filtri e censure. Gli artisti riescono a eludere la polizia segreta del regime e a far circolare le proprie opere sia in patria sia all’estero. Si distrugge lo stereotipo dell’Iran quale società libera e pacifica: lo Shah non è più un paterno monarca liberale ma uno spietato dittatore.

E sono principalmente due i fotografi iraniani di fama internazionale che ci hanno raccontato l’Iran dell’epoca attraverso le loro opere di denuncia: Bahman Jalali e Kaveh Golestan.

Bahman Jalali (1944-2010)

Fotografo di fama internazionale (soprattutto dopo il 1997) ma anche docente e collezionista, Jalali  rappresenta per l’Iran il fotografo che più di tutti si è immerso attraverso la fotografia nell’universo emotivo, visivo, letterario, e poetico del proprio Paese. Nato nel 1944 ha studiato economia e scienze politiche all’Università di Teheran, ma la fotografia è sempre stata la sua passione:

Mi sono interessato alla fotografia almeno dieci anni prima della rivoluzione mentre studiavo economia e scienze politiche all’università; credo che già sapessi che sarei diventato un fotografo autodidatta”,

ha detto lo stesso Jalali a Catherine David durante in un’intervista.

Membro dal 1974 entra della Royal Photographic Society in Gran Bretagna, per 30 anni ha insegnato fotografia in diverse università iraniane. Ha fondato Akskhaneh Shahr , il primo museo di fotografia con sede in Iran nel 1997 diventandone curatore e a partire dal 1999 ha curato la pubblicazione della rivista di fotografia Aksnāmeh (Lettera di Fotografia), in collaborazione con la moglie Rana Javadi.

Scomparso nel 2010, Bahman Jalali ha ritratto l’intero Iran documentandone le sue guerre e rivoluzioni , i suoi vari paesaggi e soprattutto la sua gente. Il rapporto tra fotografo e immagine è sincero, la sua è infatti una modernità visiva che ha le sue radici nella coscienza collettiva iraniana.

Quando scoppia la rivoluzione Jalali è ormai un fotografo affermato in Iran e insieme alla moglie coglie l’occasione di immortalarla con i suoi scatti. Possiamo vedere questo straordinario reportage nella raccolta Rouzhaye Khouch, Rouzhaye Atash (Giorni di sangue, Giorni di fuoco -Teheran 1978-1979) pubblicata in un libro dallo stesso titolo.

Le fotografie sono state scattate a Teheran per un periodo di 64 giorni, da domenica 10 Dicembre 1978, il giorno delle manifestazioni di massa contro lo Shah fino a domenica 11 Febbraio 1979, data della caduta dello Shah e della nascita della Repubblica. La rivoluzione viene raccontata attraverso vari sguardi: ci sono scene di lotta, di contestazione, di manifestazioni di massa, ma anche fotografie in cui è il particolare a fare la differenza: donne in abiti tradizionali che protestano, agenti di polizia, manifestanti  feriti. Con uno sguardo esterno ma allo stesso tempo completamente immerso nella realtà, Jalali documenta il caos di quei giorni e la determinazione di un popolo attraverso delle istantanee obiettive ma mai distanti.

Kaveh Golestan (1950-2003)

Nato ad Abadan nel 1950 Kaveh Golestan ha iniziato la sua carriera di fotografo giornalista nel 1972, ma in pochi anni si è ritagliato un posto sulla scena internazionale lavorando per il Time Magazine. È morto su una mina antiuomo il 2 aprile del 2003 all’età di 51 anni mentre si trovava a Kifri in Iraq per la BBC.

Golestan è conosciuto in tutto il mondo come fotografo di guerra, suoi sono i reportage sulla guerra civile in Irlanda e sul conflitto Iraq-Iran. Nel 1988 Golestan si trovava nella città curda di Halabja proprio quando gli iracheni hanno lanciato il grande attacco chimico sulla popolazione. “Era la vita congelata“, ha raccontato lo stesso Golestan.

La vita si era fermata. Era un nuovo tipo di morte per me. Si va in cucina e si vede il corpo di una donna con un coltello in mano mentre stava tagliando una carota.”

Tra le sue raccolte, molto suggestiva è quella dedicata  alla vita delle donne nel quartiere a luci rosse di Teheran noto come Shahr -e No (Città nuova o Cittadella). La serie, scattata tra il 1975 e il 1977, è composta di quarantacinque fotografie in bianco e nero che raccontano, con uno sguardo esplicito ma onesto, la vita delle prostitute sotto il regime della Shah. Scatti molto belli in cui emergono tutti i problemi sociali, finanziari, igienici e psicologici in cui vivevano queste donne, mai così esplicitamente presenti nella società iraniana nonostante migliaia di uomini ogni giorno si recassero nel quartiere.

Le fotografie vengono immediatamente pubblicate sul quotidiano iraniano Ayandegan e nel 1978 esposte all’Università di Teheran ma la mostra chiude dopo soli 14 giorni senza una spiegazione ufficiale. Un anno dopo la mostra, la Cittadella viene rasa al suolo durante la rivoluzione iraniana del 1979. Testimonia Golestan: “Alcune donne sono state tragicamente carbonizzate durante l’incendio e molte altre arrestate e in seguito messe di fronte al plotone di fuoco rivoluzionario nell’estate del 1980.” La raccolta rimane così l’unica testimonianza di questo spaccato di società iraniana spazzata via in pochi mesi.

Ma è con la rivoluzione iraniana che Golestan si afferma nel panorama internazionale tanto da ricevere nel 1979 il Robert Capa Award, premio che ritira solo tredici anni più tardi a causa di problemi politici. Golestan è stato un testimone oculare della Rivoluzione iraniana e le sue fotografie riescono a catturare non solo i grandi sconvolgimenti politici che hanno cambiato radicalmente il suo Paese, ma anche il ritratto intimo di un popolo e di una società in rapida trasformazione. Molte delle immagini scattate durante la rivoluzione sono diventate dei classici: dall’arrivo di Khomeini in Iran subito nel febbraio 1979 mentre scende dall’aereo, al suo funerale 10 anni dopo.  La serie sulla rivoluzione ha fatto subito il giro del mondo perché dalle fotografie emergono la rabbia, la violenza, la passione che accompagnano sempre una rivolta popolare. Protagonista dei suoi scatti è il popolo e la sua ribellione ad un regime autoritario: manifestazioni oceaniche, auto bruciate, euforia e disperazione. E Golestan riesce con degli scatti immediati a far emergere tutto questo senza fronzoli o interpretazioni personali. La sua fotografia è sicuramente più cruda rispetto a quella di Jalali. Entrambi si dedicano alla documentazione della rivoluzione iraniana ma lo sguardo di Golestan è senza filtri, non ci sono riferimenti poetici e letterari come in Jalali ma solo uno specchio fedele della realtà. D’altronde come ha detto lui stesso:

Voglio mostrarvi le immagini che saranno come uno schiaffo per distruggere la vostra sicurezza. È possibile guardare lontano, girarsi dall’altra parte, nascondere la propria identità come assassini, ma non si può fermare la verità. Nessuno può”.

Rivoluzione, Teheran 1978-1979, ©Bahman Jalali

Shahr-e No, 1975-1977, ©Kaveh Golestan

Rivoluzione, 1978-1980, ©Kaveh Golestan

Fonti

Bahman Jalali
www.fundaciotapies.org
www.payvand.com
www.silkroadartgallery.com
www.soas.ac.uk

 

 

Bahman Jalali, Catherine David, Hamid Dabashi : Bahman Jalali, FUNDACIO ANTONI TaPIES (2008)
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Kaveh Golestan
www.jadidonline.com
www.kavehgolestan.org
www.payvand.com
Masoud Benhoud, Hojat Sepahvand, Malu Halasa and Kaveh Golestan, Kaveh Golestan: Recording the Truth in Iran 1950-2003, 2008
Rose Issa, Iranian photography now, Hatje Cantz Verlag

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni

Viaggio in Iran Low Cost: offerta scontata tour di 7 giorni. Un viaggio in Iran pensato appositamente per i tanti che in questi anni ci hanno detto: “Vorrei ma non posso”. Un viaggio che concentra in una settimana le tappe essenziali per conoscere le bellezze della Persia. Sette giorni da vivere intensamente, rinunciando a qualche comfort ma senza perdersi nulla del fascino e della bellezza di quello che lo studioso britannico Michael Axworthy definì «L’impero della mente».

Rispetto ai nostri pacchetti “classici” non cambia la qualità dei servizi o il programma, ma le sistemazioni saranno in strutture più semplici rispetto al solito. E l’ultima notte si riparte direttamente per l’Italia, senza pernottamento.

Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Con chi

Con Anita Mousavian, architetto e guida turistica ufficiale iraniana.

Quando

Dal 18 al 25 maggio 2018.

Condizioni

QUOTA INDIVIDUALE 1.800 EURO

SUPPLEMENTO SINGOLA: 180 EURO

SPESE CONSOLARI: 85 euro

CAPARRA DI 700 EURO DA VERSARE ENTRO IL 30 MARZO 2018 

MINIMO 10 PARTECIPANTI 

 

N.B. La caparra verrà restituita qualora il gruppo non si formasse. In caso di rinuncia da parte del viaggiatore, la caparra non verrà restituita.

 

Programma

 

 Venerdì

18/05/2018

§ Aereo

Roma – Teheran

§ Incontro con la guida in aeroporto

§ Trasferimento in hotel

§ Pernottamento a Teheran

Sabato

19/05/2018

§ Visita di Teheran citta’

§ Museo Archeologico nazionale (parte antica e parte islamica)

§ Museo dei Gioielli

§ Volo per Shiraz

§ Pernottamento a Shiraz

Domenica

20/05/2018

§  Shiraz e Persepoli

§  Visita alla moschea Nasir-ol-Molk o delle Rose

§  Trasferimento a Marvdasht e visita di Persepoli

§  Visita Tombe rupestri di Naqsh-e-Rostam

§  Ritorno a Shiraz

§  Tomba di Hafez

§  Moschea di Vakil

§  Cena in ristorante tradizionale

Lunedì

21/05/2018

§  Shiraz-Yazd

§  Visita di Pasargade (Tomba di Ciro)

§  Ghiacciaia di Abarkuh

§  Arrivo a Yazd

§  Tempio del fuoco zoroastriano

§  Piazza Amir Chakhmagh

§  Passeggiata in quartieri antichi e cena

§  Pernottamento a Yazd

 Martedì

22/05/2018

§  Yazd-Isfahan

§  Visita a torri del silenzio di Yazd

§  Castello Narin di Meybod

§  Moschea Naeen

§  Arrivo a Isfahan

§  Chiesa Vank di Isfahan

§  Arrivo in albergo

§  Giro nella piazza Naqsh-e-Jahan e cena

§  Pernottamento a Isfahan

Mercoledì

23/05/2018

§  Isfahan

§  Visita a moschea del venerdi’ antica

§  Visita palazzo delle 40 colonne

§  Moschea della Regina o Shaikh Lutfullah

§  Moschea dello Scia’

§  Tempo libero bazaar

§  Cena e pernottamento a Isfahan

Giovedì

24/05/2018

§  Ponti Khaju e 33 arcate

§  Villaggio di Abyaneh

§  Arrivo a Kashan

§  Pranzo

§  Giardino Fin

§  Casa dei Tabatabee

§  Hammam sultano Amir Ahmad

§  Visita a Qom

§  Cena in lussuoso autogrill Mehr-o-Mah

§  Arrivo all’aeroporto IKIA previsto prima di mezzanotte e riposo in bus 

Venerdì

25/05/2018

§   Volo per l’Italia

La quota comprende

  • tariffe aeree per i voli internazionali
  • assicurazione medico, bagaglio
  • tutte le formalità da Teheran per il rilascio del visto in Italia
  • accoglienza e assistenza in aeroporto all’arrivo e alla partenza
  •  sistemazione come previsto dall’itinerario in alberghi da noi accuratamente selezionati per la miglior ospitalità e rapporto qualità/prezzo
  • colazione a buffet in albergo, pranzi e cene (dalla colazione del secondo giorno, compreso cena dell’ultimo giorno) in caratteristici ristoranti iraniani in tutte le località visitate, nei nostri mezzi di traporto verranno offerti il té, biscotti e una bottiglia d’acqua al giorno. Occasionalmente potrà essere effettuato un simpatico pic-nic all’iraniana, qualora le esigenze di viaggio lo rendessero necessario
  • trasporto dall’albergo alle località da visitare e ritorno con mezzi con aria condizionata e di qualità a completa disposizione per l’intera giornata
  • guida professionale specializzata in lingua italiana a disposizione che curerà personalmente l’interazione con tutto il personale di servizio locale
  • tutti gli ingressi ai siti archeologici ed ai musei
  • un volo interno per raggiungere località distanti e i trasferimenti dagli aeroporti agli alberghi

La quota non comprende

  • spese consolari
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

Leggi il racconto dello scorso viaggio in Iran

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

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I murales di Teheran

Le città iraniane sono piene di murales che ricordano i martiri, i caduti della guerra contro l’Iraq. Durante gli otto anni del conflitto (1980-88), le strade delle grandi città si trasformarono in un immenso sacrario. Vie intitolate a caduti in battaglia e ritratti di martiri ovunque. Propaganda di regime che ha però un suo fascino particolare. Ecco alcuni esempi di murales di Teheran.

Leggi anche 130 murales di Teheran

 

 

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran

I bambini di Teheran è una video-installazione della storica e giornalista italo-iraniana Farian Sabahi (www.fariansabahi.com) che sarà ospite delle seguenti istituzioni e associazioni:

– al Museo d’Arte Orientale (MAO) di Torino da venerdì 26 gennaio a metà febbraio (data da definire);

– al Mudec di Milano nella sola giornata della memoria, sabato 27 gennaio, in auditorium (al Mudec sarà mostrato il solo video, non ci sarà la vera e propria installazione)

– in diversi Presìdi del Libro (www.presidi.org), un’associazione che si occupa di promozione della lettura attraverso circoli diffusi in tutta Italia, soprattutto in Puglia, nel periodo che va all’incirca dal 27 gennaio a metà febbraio, in concomitanza con il Mese della Memoria. Giunta alla sua decima edizione, l’iniziativa ricorda le vittime dei genocidi e delle persecuzioni, vecchie e nuove, e riflette sulle tematiche di integrazione e accoglienza anche alla luce dei più cogenti fatti di attualità.

Sulla parete esterna alla sala del MAO, due pannelli: quello verticale spiega la storia dei cosiddetti Bambini di Teheran, quello orizzontale è una cartina con il percorso compiuto dai protagonisti di questa misteriosa vicenda. Sempre sulla parete esterna, le lettere in ebraico Yaldei Teheran (i bambini di Teheran) sono state realizzate in argilla dall’artista torinese-israeliano Gabriele Levy. Come Farian Sabahi, anche Gabriele Levy è di madre piemontese, di Alessandria, e di padre mediorientale (ebreo sefardita di Alessandria d’Egitto) e anche lui risiede nel quartiere torinese di San Salvario, http://www.gabrielelevy.com. Un modo come un altro per far capire che la collaborazione tra artisti è in grado di varcare confini e superare le reciproche differenze, al di là delle invettive dei politici.

All’ingresso della sala al primo piano del museo, un tavolino con il samovar per il té accoglie il visitatore con la consueta ospitalità del popolo persiano. Prima di entrare in sala, il pubblico si toglie le scarpe. In sala, ci si siede sui tappeti appoggiando la schiena sui cuscini, oppure sulla panca in fondo. Il messaggio di fondo, da leggere anche in chiave contemporanea, è che quando si arriva in un luogo che ti ospita è opportuno rispettarne usi e costumi. E se oggi è l’Europa a dover ospitare, suo malgrado, centinaia di migliaia di rifugiati provenienti dal Medio Oriente, c’è stato un tempo in cui a farsi carico dei profughi ebrei e cattolici provenienti dall’Europa è stato l’Iran. (Leggi: I profughi polacchi in Iran)

Sullo schermo scorre un video di circa trenta minuti. Sono quattro le testimonianze degli ebrei polacchi, ormai anziani, intervistati dall’autrice in Israele nel 2008 e 2010. Sono ebrei polacchi che appena prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale erano scappati dalla Polonia invasa dai tedeschi verso la Polonia invasa dai sovietici. Da qui, erano stati deportati nei campi di lavoro in Siberia. In un secondo tempo erano riusciti ad arrivare in Uzbekistan dove vissero negli orfanotrofi fino a quando furono portati sulle coste del Mar Caspio e da lì a Teheran, che il 25 agosto 1941 era stata invasa dalle truppe britanniche e sovietiche. A Teheran, gli inglesi dove trasferirono 33mila soldati polacchi e 11mila rifugiati di cui 2mila ebrei, la metà minorenni destinati a un campo rifugiati allestito nell’agosto 1942 e finanziato dal governo polacco in esilio; cibo e medicine erano fornite dalla comunità ebraica iraniana, dalla Croce Rossa americana, da organizzazioni ebraiche e sioniste. A Teheran, i rifugiati polacchi trascorsero il periodo più lungo (da qui il nome Bambini di Teheran) prima di raggiungere quella che ancora era chiamata Palestina.

Nel 1942, la Jewish Agency aprì la sua prima sede a Teheran per organizzare il trasferimento dei rifugiati minorenni ebrei in Palestina via mare (Karachi e Aden) e via terra (attraverso l’Iraq, scortati dai militari britannici). Giunti in quello che ancora era Palestina, furono smistati in base alla famiglia di provenienza: i figli di rabbini furono destinati allo studio della Torah, molti altri ai kibbutz. Ma qualcuno riuscì a imbrogliare, evitando di finire in una yeshiva (scuola religiosa).

Nel video, le vicende degli ebrei polacchi sono divise a tappe geografiche, congiunte dalla voce fuori campo di un liceale: il video racconta le vicende di bambini e ragazzi, si rivolge principalmente alle scuole superiori per raccontare un episodio poco noto della Seconda guerra mondiale. I quattro intervistati, ormai anziani, raccontano le proprie vicende e tanti aneddoti. Ricordano le tante difficoltà, ma anche la gioia di essere scampati all’Olocausto e il ricongiungimento, anni dopo, con le loro famiglie in terra di Israele.

Il brano Elegy for the Arctic è stato concesso dal compositore torinese Ludovico Einaudi.

 

Festività in Iran nel 2018

Festività in Iran nel 2018

Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. Si intrecciano, infatti, tre calendari: quello solare iraniano, quello lunare islamico e quello cristiano comunemente adottato a livello internazionale. Le festività islamiche seguono il calendario lunare e quindi cadono ogni anno in giorni diversi. Quelle invece più legate alla tradizione preislamica, come il No Ruz, seguono il calendario solare.

Chi deve programmare un viaggio in Iran, rischia perciò di incappare spesso nei giorni sbagliati, anche perché le feste sono davvero molte.

Ecco l’elenco delle festività in Iran nel 2018. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici e la maggior parte degli esercizi pubblici rimangono chiusi.

 

Festività in Iran nel 2018

Febbraio

11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione

Marzo

20 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1397)
21, 22,  23, 24 marzo: Ferie di No Ruz
30 marzo: Nascita dell’Imam Ali

Aprile

1 aprile: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
2 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
13 aprile: Ascensione del Profeta

 

Maggio

2 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato

Giugno

4 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
5 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
6 giugno: Martirio dell’Imam Ali
15 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
16 giugno Eid-e-Fetr (festa aggiuntiva)

 

Luglio

9 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq

 

Agosto

21 agosto: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
29 agosto: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)

 

Settembre

19 settembreTassoua
20 settembre: Ashura

Ottobre

29 ottobre: Arbaeen

Novembre

7 novembre: morte del Profeta Muhammad e Martirio dell’Imam Hassan
8 novembre: martirio dell’Imam Reza
25 novembre: nascita del Profetta Muhammad e dell’Imam Sadeq

Dicembre

21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Shabe yalda

Il 21 dicembre gli iraniani celebrano la notte più lunga dell’anno con una festa tipicamente zoroastriana: Shab-e yaldaShab in persiano vuol dire “notte”, mentre la parola Yalda proviene dal siriano e vuol dire “nascita”. Per la notte più lunga dell’anno, le famiglie iraniane si riuniscono per mangiare anguria, cantare ed esprimere desideri attraverso le poesie di Hafez. Per esorcizzare il buio della notte, vengono accese candele e lanterne. L’origine di questa festa non è chiara: probabilmente furono i cristiani siriani a introdurla prima in Caldea e poi in Persia durante l’epoca dei Sassanidi (224-636 d.C.). A loro volta, i cristiani avrebbero mutuato questa festa dal mitraismo, la religione nata in Persia e diffusasi in tutto l’Impero Romano attorno all’anno zero. Per i seguaci di questa religione, Mitra era nato proprio nella notte più lunga dell’anno e da questa celebrazione verrà la festività del Dies Natalis Solis Invicti (“Giorno di nascita del Sole Invitto”).

Il mitraismo contese al cristianesimo il primato di religione dell’Impero fino all’editto col quale Teodosio riconobbe il cristianesimo come religione di Stato (380 d.C.). I tanti mitrei di Roma (quello di San Clemente è solo il più celebre) testimoniano quanto fosse diffusa la religione che adorava il sole. La data del Natale cristiano è legata proprio al culto di Sol Invictus. Il vescovo siriano Jacob Bar-Salibi scrive: ”Era costume dei pagani celebrare al 25 dicembre la nascita del Sole, in onore del quale accendevano fuochi come segno di festività. Anche i Cristiani prendevano parte a queste solennità. Quando i dotti della Chiesa notarono che i Cristiani erano fin troppo legati a questa festività, decisero in concilio che la “vera” Natività doveva essere proclamata in quel giorno”.

Fu papa Giulio I a ufficializzare nel 337 che il Natale si sarebbe celebrato il 25 dicembre, in precedenza ultimo giorno di festa per la nascita di Mitra. Il carattere orgoglioso degli iraniani spinge alcuni di loro ad affermare che persino il Natale sia ispirato al loro Shab-e Yalda. In realtà è vero che questa festa è un po’ l’emblema di come religioni e usanze trovino in Iran un ambiente ideale per incontrarsi e contaminarsi. Non va dimenticato che è sempre in Persia, nella seconda metà del III secolo d.C, che nasce il manicheismo, sintesi delle grandi religioni allora conosciute: mazdaismo, buddismo e cristianesimo. Yalda (che è anche un nome femminile) è da secoli una parola chiave della poesia persiana, una metafora per definire il nero perfetto degli occhi e dei capelli della donna amata. Nero assoluto, totale. Shab-e Yalda è quindi anche una metafora dell’oppressione, del dolore, della sofferenza.

 

La crisi degli ostaggi in Iran

Tutto comincia il 4 novembre 1979, a dieci mesi dallo scoppio della rivoluzione. Dopo che lo scià, esiliato e ammalato, entra negli Usa, un gruppo di studenti prende in ostaggio tutto il personale all’interno dell’ambasciata statunitense. È una ritorsione contro gli Usa, antichi alleati del tiranno sconfitto, ma anche il tentativo di evitare la restaurazione dell’ancien regime. Anche nel 1953 lo scià era scappato a Roma, per poi tornare una volta deposto Mossadeq. Khomeini appoggia l’occupazione dell’ambasciata e il corso della rivoluzione iraniana cambia in maniera irreversibile. Vince l’ala oltranzista e islamista. Il presidente Bani Sadr, contrario al sequestro degli ostaggi, sarà sempre più emarginato e nel 1981 fuggirà a Parigi.

Inizialmente vengono sequestrate 66 persone. Poi vengono liberati gli afroamericani, le donne e un ostaggio gravemente malato. Per liberare tutti gli altri, gli studenti chiedono la consegna alle autorità iraniane dello Scià e la restituzione del suo patrimonio accumulato illecitamente all’estero. Il 25 aprile 1980 il presidente Usa Jimmy Carter tenta inutilmente di liberare gli ostaggi con un blitz in cui muoiono otto militari statunitensi. Per il presidente democratico è la fine politica. La crisi si risolve dopo 444 giorni, il 20 gennaio 1981, in seguito all’intervento diplomatico algerino. Quattro anni dopo si saprà che la soluzione è in un accordo sottobanco per la fornitura di armi dagli Stati Uniti all’Iran. Usate per combattere contro Saddam, armato proprio dagli americani in chiave anti iraniana. In Medio Oriente non c’è mai nulla di semplice. Le relazioni diplomatiche tra Washington e Teheran si interrompono allora. L’ambasciata è oggi un museo sul “covo di spie” degli americani.

Sciiti. L’Islam della contestazione

Gli sciiti, chi sono costoro? La lunga crisi irachena ha fatto sì che l’opinione pubblica occidentale venisse a conoscenza della loro esistenza. Ma chi sono davvero? Qualche boxino nei quotidiani ci dice che costituiscono una corrente minoritaria dell’Islam, che sono al potere in Iran e che in Iraq hanno patito una repressione feroce sotto Saddam Hussein.

Gli sciiti costituiscono circa il 10 per cento degli 1,3 miliardi di musulmani del mondo. Di questi, circa 120 milioni (sia persiani sia arabi) vivono in Medio Oriente. Sono maggioranza religiosa in Iran, Iraq, Libano, Azerbaigian e Bahrein e rappresentano una significativa minoranza in Afghanistan, Pakistan, Siria, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

In cosa il loro Islam è differente da quello dei sunniti? Perché sono così importanti negli equilibri dell’Iraq del post Saddam? Andiamo con ordine.

Alle origini dello scisma

Il profeta Maometto muore nel 632, senza eredi maschi e senza aver designato un successore. Alì è il cugino di Maometto e sposo di sua figlia Fatima. Tra i musulmani si apre la lotta alla successione. La maggioranza di loro (sunniti, da sunna, tradizione) credono che sia necessario individuare nella comunità il vicario (in arabo khalifa, da cui califfo) di Maometto. Un piccolo gruppo di musulmani (shi’ ah, da cui sciiti, significa partito) crede invece che la guida dell’Islam spetti ad Alì, unico rappresentante della famiglia del Profeta. Alì (proclamato Imam, originariamente “colui che guida la preghiera”) rimane al potere per soli cinque anni, finché non viene ucciso in un agguato. I suoi due figli Hassan e Hussein moriranno in battaglia. Nei secoli successivi il potere rimane nelle mani delle dinastie sunnite degli Omayyadi, poi degli Abassidi e infine degli Ottomani. Il califfato diventa una monarchia ereditaria. Gli sciiti passano all’opposizione.

Differenze dai sunniti

Da un punto di vista dottrinario, le differenze tra sunniti e sciiti sono non tanto teologiche quanto epistemologiche. Mentre i sunniti hanno enfatizzato l’interpretazione testuale delle scritture e la loro applicazione giuridica, gli sciiti hanno optato per un’interpretazione simbolica del Corano alla ricerca della verità della fede. Per questo gli sciiti sono accusati dai sunniti di aver introdotto la filosofia all’interno del messaggio divino che, secondo loro, non avrebbe alcun bisogno di essere razionalizzato.

Il radicalismo del no

Lo sciismo si caratterizza dall’inizio come rifiuto dell’inautentico, come radicalismo del no, come lotta contro l’ingiustizia. Nel 680 Hussein guida un esercito di soli 72 uomini contro centinaia di kharagiti (fazione sunnita). Hussein e i suoi seguaci scelgono di non arrendersi e vengono tutti uccisi e fatti a pezzi a Karbala, da allora città santa sciita. Il martirio di Hussein è al centro della teologia sciita: la sofferenza e il sacrificio acquistano un significato pregnante, a differenza di quanto accade nel sunnismo che sembra poco avvezzo alla sconfitta. Lo stesso Gesù è considerato un grande profeta, ma la sua morte in croce è – per la maggioranza dei musulmani – un fallimento. Così uno studente universitario di Teheran ci spiega cosa significa essere sciita:

Vuol dire preferire morire con orgoglio che vivere nella paura e nella schiavitù. E’ più importante pensare un’ora che pregare settant’anni. Se dormi tranquillo mentre un tuo fratello sciita ha bisogno del tuo aiuto, allora non sei un musulmano.

Persecuzioni antiche e recenti

La sopravvivenza del ceppo sciita è assicurata da un ramo dinastico di imam discendenti da Hussein (tutti morti violentemente) che si succedono fino all’874, anno in cui il dodicesimo imam, Mohamed al-Mahdi, esce misteriosamente di scena. I suoi seguaci lo considerano nascosto in attesa di tornare e regnare fino alla fine dei tempi. L’Imam, che nel sunnismo è una guida meramente spirituale, nello sciismo assume una rilevanza fortemente politica. Nello sciismo nasce la figura dell’ayatollah (segno di Dio), la cui autorevolezza discende dalla sua vicinanza a Dio.

Ancora oggi la maggioranza dei sunniti considera gli sciiti dei falsi musulmani, una setta di blasfemi da combattere con tutte le forze. Va ricordato che in Afghanistan gli hazara sono stati perseguitati sotto i Talebani e che in Arabia Saudita gli sciiti vivono in una sorta di apartheid politico. I siti web vicini ad Al Qaeda accusano oggi gli sciiti di aver aiutato gli americani a conquistare Baghdad. Mentre al Zarqawi, terrorista giordano, ha a suo tempo definito gli sciiti “uno scorpione ingegnoso e maligno”, un “nemico che veste gli abiti dell’amico”. Gli effetti di questa propaganda non si sono fatti attendere. Il 2 marzo 2004 oltre duecento sciiti che si apprestavano a festeggiare l’Ashura sono stati uccisi in attentati in Iraq (a Baghdad e Karbala) e in Pakistan. Gli sciiti vengono colpiti da Al Qaeda perché costituiscono la fazione più organizzata e più omogenea tra quelle che si contendono l’eredità di Saddam. Qualora si arrivasse a libere elezioni, sarebbero loro il “partito” più forte. Non solo: il clero dell’Iran segue sornione le vicende di Al Sadr e compagni, sapendo benissimo di essere un punto di riferimento imprescindibile per gli sciiti iracheni.

Esempio Iran

Nel XVI secolo la dinastia dei safavidi fa dello sciismo la religione di Stato della Persia. Messo al riparo dalla persecuzione sunnita, diventa il carattere fondante dell’Iran. Quattrocento anni dopo lo sciismo (più che il clero sciita) è protagonista dell’ultima rivoluzione del XX secolo. Quando nel 1979 Khomeini conquista il potere in Iran, Michel Foucault commenta: “E’ l’irruzione dello spirituale nel politico”. Lo sciismo come ideologia fornisce agli iraniani la disciplina e l’orgoglio per assumere il controllo del Paese dopo la ribellione alla tirannia dello scià. Khomeini, tra l’altro, esalta la figura dello shaid, del martire, durante la lunga guerra contro l’Iraq di Saddam (1980-88). Da allora le missioni suicide diventano una costante nella lotta armata di matrice islamica.

Lo sciismo ha un ruolo chiave anche in Libano, dove l’Hezbollah (partito di Dio), finanziato dagli iraniani, si impone come forza politica e militare e nel 2000 costringe l’esercito israeliano a ritirarsi dal sud del Paese, ponendo fine a un’occupazione iniziata nel 1978.

Il grande giornalista Ryszard Kapuscinski spiega così il ruolo della religione sciita nella rivoluzione iraniana del 1979:

Il talento dello sciita si manifesta nella lotta, non nel lavoro. Contestatori nati, sempre all’opposizione, dotati di grande dignità e forte senso dell’onore, appena scoccò l’ora di dare battaglia si sentirono di nuovo nel loro elemento.

Quel giorno a Persepoli

Quando porto i miei gruppi a Persepoli, mi fermo in prossimità dell’ingresso per  indicare uno spazio apparentemente vuoto al di là dei bagni e della biglietteria. Sono ancora oggi ben visibili gli scheletri della tendopoli di lusso allestita nel 1971 per volere dello scià Mohammad Reza Pahlavi in occasioni delle celebrazioni per i 2500 anni della monarchia.  Per tre giorni, dal 12 ottobre, governanti di tutto il mondo vennero ospitati in tende da campo arredate lussuosamente. Champagne e caviale per tutti, direttamente dal ristorante Maxim’s di Parigi. Tutto mentre una parte consistente del popolo iraniano viveva in miseria.

Tra gli invitati si ricordano il Principe Ranieri e la Principessa Grace di Monaco, il  futuro re di Spagna Juan Carlos con la principessa Sofia, il maresciallo Tito, il presidente dello Zaire Mobuti e quello dell’Indonesia Suharto. Per l’Italia c’è il presidente del Consiglio dei Ministri Emilio Colombo, per l’Unione Sovietica il Presidente del Presidium del Soviet Supremo Nikolaj Viktorovič Podgornyj.

cena-persepolis

Lo scià tentava di strumentalizzare il passato preislamico per contenere l’influenza del clero sciita. Si era proclamato “Luce degli ariani” e discendente diretto di Ciro il Grande, lui, figlio di un cosacco analfabeta messo sul trono di Persia dagli inglesi per meri interessi geopolitici.

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Davanti alla tomba di Ciro, a Pasargade, lo scià promise un futuro di progresso e benessere all’Iran. L’iscrizione della tomba recita:

Oh uomo, chiunque tu sia e da qualunque parte del mondo tu venga – perché so che un giorno verrai – ascolta: io sono Ciro, fondatore dell’impero degli Achemenidi. Ti prego di non invidiarmi questo fazzoletto di terra su cui riposo.

Mohammad Reza proclamò sollenemente:

«Kourosh, assoudeh bekhab ke ma bidarin», «Ciro, riposa in pace che vigiliamo noi»

Nel minuto di silenzio che seguì al discorso, si alzò all’improvviso un vento fortissimo che scompigliò i vestiti delle donne e sollevò la terra rossa del deserto. Il sovrano che rispondeva dall’adilà? Di certo, non fu un buon presagio per un uomo troppo amante della bella vita per comprendere il limite della pazienza del suo popolo.

Secondo alcuni storici, è l’inizio della fase discendente della parabola politica dello scià.

Di lì a poco il Paese entrerà in recessione e il malcontento popolare porterà nel giro di sette anni alla rivoluzione del febbraio 1979.

 

Festività in Iran nel 2017

Festività in Iran nel 2017. Spesso il calendario persiano genera confusione nei non iraniani. E si corre sempre il rischio di programmare un viaggio in Iran nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2017. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

Festività in Iran nel 2017

Sabato 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Giovedì 2 marzo: martirio di Fatima
Domenica 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Lunedì 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1396)
Martedì 22, mercoledì 23, giovedì 24: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Lunedì 10 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Lunedì 24 aprile: Ascensione del Profeta
Venerdì 12 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Sabato  3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’arresto di Khomeini nel 1963)
Venerdì 16 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Lunedì 26 giugno: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Giovedì 20 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Sabato 2 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Domenica  10 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Sabato 30 settembreTassoua
Lunedì 1 ottobre: Ashura
Venerdì  10 novembre: Arbaeen
Domenica 19 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Mercoledì 6 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Giovedì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Guerra Iran-Iraq

Guerra Iran-Iraq Chi conosce l’Iran sa bene quanto gli otto anni (1980-88) di conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, la cosiddetta guerra imposta (in persiano: جنگ تحمیلی , Jang-e-tahmīlī) rappresentino ancora oggi una ferita aperta per il popolo persiano. La memoria di quel conflitto è tangibile: tutte le città sono piene di murales dedicati ai martiri e ogni famiglia ha i propri caduti da ricordare.

C’è però un’evidente lacuna in questa memoria: molto spesso si parla delle conseguenze di quella guerra, dal punto di vista umano, sociale e politico. Si sa cioè che costò moltissime vite umane (sul numero esatto torneremo più avanti), che rafforzò la Repubblica islamica appena instaurata, che isolò il Paese dal resto del mondo. Il tutto è spesso ammantato nella retorica della propaganda e nell’enfasi – comprensibile – del racconto “di parte”, di chi cioè quella guerra l’ha vissuta o – nella maggior parte dei casi – l’ha subita.

Ma cosa è stata davvero quella guerra? Come e perché è scoppiata? Come è stata combattuta?

La pubblicistica in merito non è vastissima. Lo storico francese Pierre Razoux, ha provato a colmare questa lacuna con un libro The Iran-Iraq War, ancora inedito in Italia. Non è un lavoro perfetto: alcune traduzioni gridano vendetta e forse tutta la parte relativa al ruolo francese nel conflitto non è proprio super partes. Ma nel complesso il libro offre spunti interessanti, che possono servire a ristudiare quella guerra cercando di mettere da parte alcuni luoghi comuni.

 Guerra Iran-Iraq: come scoppiò

Che sia stato Saddam Hussein a invadere l’Iran il 22 settembre 1980 è fuori discussione. La scintilla, il pretesto è l’annosa questione del diritto di navigazione di un fiume, chiamato Shatt al Arab dagli iracheni e Arvand rud dagli iraniani, che sfocia nel Golfo Persico. La questione era stata regolata dal trattato di Algeri, siglato nel 1975 dal predecessore di Saddam Hussein Ahmad Ali Hasan al-Bakr e dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. 

Da questo punto di vista, per gli iraniani, si trattò davvero di una “guerra imposta” loro dall’invasore iracheno. E’ però altrettanto vero che da subito Teheran rifiutò qualsiasi tentativo di mediazione che non implicasse una quanto mai improbabile rinuncia al potere da parte di Saddam Hussein. Indubbiamente l’Iran era la parte aggredita, ma il conflitto si sarebbe potuto contenere o gestire in altro modo se non fossero intervenuti fattori interni alla situazione politica iraniana che vedremo più avanti.

Gli Usa dietro Saddam?

Anche questa è un po’ una forzatura. Non tanto perché gli Usa non fossero in contrasto con l’Iran rivoluzionario (la crisi degli ostaggi era in corso da quasi un anno), ma perché anche l’Iraq di Saddam Hussein era considerato un nemico, soprattutto per la minaccia che rappresentava per Israele.

Però nell’agosto 1979 succede una cosa importante: il capo del governo provvisorio iraniano Mehdi Bazargan decide di annullare tutti i contratti di acquisto di armi dagli Stati Uniti per cercare di limitare i danni provocati dal crollo delle vendite del petrolio dopo la rivoluzione. Secondo i consiglieri di Bazargan, le colossali spese dello scià avevano dotato l’esercito di un equipaggiamento moderno a sufficienza. La decisione manda in fumo contratti per dieci miliardi di dollari, facendo imbestialire la lobby dei produttori di armi statunitensi. Di conseguenza, il Congresso Usa pone l’embargo sull’invio dei pezzi di ricambio per l’equipaggiamento precedentemente acquistato. E’ un passaggio poco noto, ma che si rivelerà decisivo sia per i rapporti tra Washington e Teheran sia per il progressivo invecchiamento dell’arsenale iraniano.

 

Guerra Iran-Iraq

Baghdad, Parigi

Il Paese che in realtà è da subito partner dei propositi di Saddam Hussein è la Francia. L’Unione Sovietica è sì un partner militare di Bgahdad ma non accesso diretto alle basi irachene. Come spiega Razoux,

i tedeschi sono considerati troppo vicini a Israele, gli inglesi in disgrazia e gli italiani non credibili, gli iracheni si rivolgono naturalmente ai francesi, che sembrano gli unici a poter fornire all’Iraq tutto ciò di cui ha bisogno: stretta cooperazione nel settore petrolifero, assistenza su larga scala per l’energia nucleare civile e armi moderni per dissuadere i vicini iraniani.

Per tutta la durata del conflitto, la Francia sarà sempre molto vicina a Saddam Hussein e questo comporterà diversi momenti di crisi acutissima con Teheran.

Guerra Iran-Iraq: le varie fasi

L’Iraq contava sull’effetto sorpresa e indubbiamente la prima fase della guerra fu a suo netto vantaggio. La Repubblica islamica sconta il caos apportato dalla rivoluzione nei propri vertici militari.

La controffensiva iraniana comincia nel giugno 1982, con la riconquista di Khorramshahr (“la Stalingrado iraniana”) e l’ingresso delle truppe iraniane in territorio iracheno.

Cambia la prospettiva della guerra: l’Iran punta non solo a difendersi, ma a far cadere Saddam Hussein esportando la rivoluzione nell’Iraq meridionale, a netta maggioranza sciita. Questa prospettiva si rivelerà del tutto fallimentare, ma sarà uno dei cardini della condotta politica e militare di Teheran per diversi anni.

A febbraio 1984 il conflitto si sposta nel Golfo Persico, dove si intensificherà negli anni successivi. Le truppe iraniane si spingono fino alle paludi del fronte meridionale, dove si svolgeranno alcune tra le battaglie più cruente di tutto il conflitto. L’Iran conquista anche le isole Majnun.

Sempre nel 1984 l’Onu conferma l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nella primavera del 1985 comincia la cosiddetta “guerra delle città”: l’Iraq attacca con i missili i centri urbani iraniani; Teheran risponde bombardando Baghdad.

Il 24 febbraio 1986 la risoluzione 582 dell’Onu chiede la fine delle ostilità. La risoluzione viene accettata dall’Iraq, ma non dalla controparte, che vorrebbe vedere riconosciuto l’Iraq come aggressore. Tra febbraio e giugno 1986 l’esercito iraniano conquista il porto di Faw, ottenendo un importante vantaggio territoriale strategico.

Nell’aprile 1987 l’ Iran attacca convogli mercantili che commerciano con il Kuwait, paese sostenitore dell’Iraq. Gli Usa e diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, inviano navi da guerra a protezione delle petroliere che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e dai vari emirati del Golfo. E’ il primo coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto ormai in corso da sette anni.  In questo contesto, il 17 maggio 1987  la fregata statunitense Stark, viene colpita da un missile iracheno.

I mesi successivi segnano uno sbilanciamento degli equilibri a favore dell’Iraq, che il 25 giugno 1988 riconquista le isole Majnun e il 12 luglio la regione dello Zoubeidat.

Il 20 luglio 1987 viene approvata la risoluzione 598 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che impone il cessate il fuoco senza peraltro distinguere, come chiede l’Iran, tra la posizione di Stato aggredito e quella di Stato aggressore.

La fine delle ostilità arriva però solamente un anno dopo, quando le due parti, ormai stremate, accettano la risoluzione Onu 598.

Osirak, il paradossale cambiamento di prospettiva

Queste, in estrema sintesi, le fasi principali di un conflitto lungo e molto complesso in termini di obiettivi, alleanze e ripercussioni. Un passaggio fondamentale avviene il 7 giugno 1981, quando un raid israeliano distrugge l’impianto nucleare iracheno di Osirak. E’ un  raid realizzato in collaborazione con l’Iran, che offre all’aviazione militare di Tel Aviv informazioni di intelligence e assistenza in caso di problemi.

Per Saddam Hussein è un colpo duro, che azzera un programma nucleare – avviato con la collaborazione della Francia – con cui il dittatore iracheno contava di conquistare la supremazia militare nella regione.

Paradossalmente, questa svolta si rivelerà un vantaggio per l’Iraq. Perché Usa e Urss, sino ad allora restii ad appoggiare Baghdad per paura di incoraggiare la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, riallacciano i rapporti con Saddam. Per tutto il conflitto con l’Iran, i maggiori fornitori di armi dell’Iraq saranno nell’ordine Unione Sovietica, Francia e Cina.

E’ solo successivamente a questa fase, quando l’Iran minaccia di esportare la rivoluzione nell’Iraq meridionale, che gli Usa riallacciano i rapporti con Baghdad e a marzo 1984 avviene il famoso incontro a Baghdad tra Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Usa Ronald Reagan, e Saddam Hussein.

Guerra Iran-Iraq

Donald Rumsfeld e Saddam Hussein

Guerra Iran-Iraq: gli aiuti di Israele all’Iran

Iran e Israele sono ancora oggi descritti come due grandi rivali in Medio Oriente. Eppure, per i primi sei anni della guerra (1980-1986), Israele è stato il quarto esportatore di armi all’Iran, incassando tra uno e due miliardi di dollari. Nel solo 1986, questo business raggiunse il fatturato record di 750 milioni di dollari.

Guerra Iran-Iraq: un milione di morti?

La Guerra Iran-Iraq viene comunemente ricordata come la “guerra di un milione di morti”, ma non ci sono elementi chiari per definire con esattezza il numero delle vittime. Al termine delle ostilità, l’Iraq dichiara di aver perso oltre 350.000 uomini, l’Iran almeno 600.000. Di qui, i media arrotondano la cifra a un milione. Studi successivi, basati sulle singole battaglie, hanno ridimensionato il numero delle perdite. L’Iraq, ad esempio, avrebbe perso “soltanto” 125.000 uomini e non 350.000.

Il costo totale del conflitto sarebbe di 680.000 tra morti e dispersi e oltre un milione e mezzo di feriti e invalidi. La guerra Iran-Iraq rimane di gran lunga la più sanguinosa della storia del Medio Oriente. L’85% delle vittime sono soldati (3,5 volte di più tra gli iraniani che tra gli iracheni). Le vittime civili dei bombardamenti sono il 3% del totale.  I prigionieri furono 115. 000 (70,000 iracheni e 45.000 iraniani).

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr?

Rouhani come Bani Sadr? Venerdì 23 giugno in Iran si è celebrata la Giornata di Qods, cioè la tradizionale mobilitazione in favore della causa palestinese che dal 1980 si svolge l’ultimo venerdì di ramadan 

In una manifestazione a Teheran, il presidente Hassan Rouhani è stato contestato da alcune decine di manifestanti che hanno gridato slogan come “Abbasso il bugiardo, abbasso il mullah americano” e anche “Rouhani, Bani Sadr, buon matrimonio”.

 

La contestazione a Rouhani

Chi è Bani Sadr?

E perché viene accostato all’attuale presidente iraniano? Abolhassan Bani Sadr è il primo presidente della Repubblica islamica, eletto il 25 gennaio 1980 con il 70% dei voti. Rivoluzionario delle prima ora, ed esule a Parigi, era nel gruppo di fedelissimi che accompagnò Khomeini nel trionfale ritorno in patri il 1° febbraio 1979. Pochi mesi dopo la sua elezione a presidente, sorsero contrasti sempre più aspri con lo stesso Khomeini. L’Iran, a causa della crisi degli ostaggi dell’ambasciata americana e la guerra con l’Iraq, era sempre più isolato a livello internazionale. Bani Sadr, contrario alla presa degli ostaggi americani, entrò in contrasto con diversi esponenti della leadership religiosa, come l’attuale Guida Khamenei e Rafsanjani e, di conseguenza, con lo stesso Khomeini. In una lettera al fondatore della Repubblica islamica, denunciava l’incompetenza di diversi ministri e chiedeva con forza la riorganizzazione delle forze armate. Accusato di tradimento, subì l’impeachment del parlamento il 21 giugno 1981. Con la protezione dei Mojaheddin del Popolo fuggì in Francia, dove ottenne asilo politico e dove vive tuttora.

Rouhani come Bani Sadr? L’affondo di Khamenei

Appena pochi prima della Giornata di Qods, la Guida Khamenei aveva criticato Rouhani:

Nel 1980-81 l’allora presidente polarizzò la società in due campi: i suoi sostenitori e i suoi sostenitori. Questo non si deve ripetere.

Ecco perciò che gli slogan contro Rouhani sembrano seguire una sorta di istigazione alla contestazione. Ad appena un mese dalla sua rielezione, il presidente si trova ad affrontare l’opposizione frontale della Guida. Una contrapposizione tra istituzioni che non è nuova nella Repubblica islamica: ricordiamo che anche Khatami, soprattutto nel corso del suo primo mandato, pagò un vero e proprio accerchiamento da parte della Guida e dei vertici dei pasdaran.

La solidarietà dei sostenitori

Nel 1999 gli studenti chiedevano libertà di espressione inneggiando a Khatami e la polizia e i basij reprimevano il movimento. Si diceva, allora, che l’Iran era l’unico Paese al mondo in cui chi gridava “Viva il presidente della Repubblica” rischiasse di essere arrestato..

I tempi sono cambiati e oggi gli umori popolari corrono molto sui social media. Così, soprattutto, su Instagram e Twitter i sostenitori di Rouhani hanno lanciato una campagna di solidarietà con hashtag  quali “Rouhani non è solo”, “Anche io sono Rouhani”.

Rouhani come Bani Sadr?

La notizia della contestazione è stata ripresa da buona parte dei quotidiani iraniani. Anche tra le testate vicine ai conservatori, non sono mancate voci di condanna dell’accaduto.

Rouhani come Bani Sadr?

Ebtekar: “Contro il repubblicanesimo, contro il popolo”

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran

Attacco a Teheran. La mattina del 7 giugno 2017 la capitale iraniana è stata colpita da un duplice attentato terroristico. Il bilancio complessivo (e provvisorio)  è di 17 morti e 42 feriti. Gli attacchi sono stati rivendicati dal ramo libico dell’Isis.

Attacco a Teheran: cosa è successo

Un gruppo di uomini armati travestiti da donna è riuscito a superare i controlli ed è entrato nel majles, il parlamento, prendendo in ostaggio quattro persone., non riuscendo, tuttavia, a raggiungere l’aula dei deputati. Nel successivo conflitto a fuoco sono morte due guardie e due impiegati. Successivamente all’arrivo delle teste di cuoio, un terrorista si è fatto esplodere, un altro è stato catturato. Tutti gli altri sono stati uccisi. Un altro terrorista ha sparato sui passanti nella vicina piazza Baharestan.

Contemporaneamente, un altro commando armato di quattro persone ha attaccato il Mausoleo di Khomeini, a sud di Teheran, non lontano dall’aeroporto internazionale. Due terroristi, tra cui una donna, uan volta scoperti, si sono fatti esplodere. Gli altri due sono stati catturati dai pasdaran.

Attacco a Teheran: chi è stato?

L’Isis ha rivendicato gli attentati. Alcuni elementi, tuttavia, sembrano tuttavia suggerire quanto meno una partecipazione dei Mojaheddin-e khalq (MKO).  

Per almeno 3 motivi.

Sembra piuttosto difficile che l’Isis sia riuscito a colpire “da solo” l’Iran in questo modo. Innanzitutto per il fatto stesso di essere riusciti a colpire in modo così eclatante l’Iran. Teheran ha più volte dichiarato di essere riuscita a sventare almeno 20 attentati pianificati dall’ISIS. Quando poi ha colpito lo ha fatto in modo davvero sconvolgente.

Per gli obiettivi scelti. L’Isis colpisce spesso nel mucchio. Qui hanno colpito il parlamento e il mausoleo del fondatore della Repubblica islamica. Il bersaglio è proprio il sistema iraniano, attaccato in pieno ramadan e a pochi giorni dall’anniversario della morte di Khomeini.

Per la modalità usata. Una terrorista catturata avrebbe con sé la fialetta di cianuro, per non cadere viva nelle mani dei pasdaran. Esattamente come hanno sempre fatto i militanti MKO. Non solo: anche lo stratagemma degli assalitori del parlamento di vestirsi da donna, col chador, per coprire le armi, è tipica dell’MKO. Così uccisero, nel dicembre 1981, l’ayatollah Abdul-Hussein Dastgheib. 

Da non dimenticare, inoltre, che negli anni passati, l’MKO – probabilmente su commissione di Israele e Arabia Saudita – ha assassinato diversi cittadini iraniani coinvolti in vario modo allo sviluppo del programma nucleare. Segno di una presenza sicuramente limitata ma comunque potenzialmente pericolosa sul territorio iraniano.

 

Attacco a Teheran: perché?

Nemmeno 24 ore prima degli attentati, il ministro degli Esteri dell’Arabia Saudita Adel bin Ahmed Al-Jubeir aveva dichiarato che era necessario “punire l’Iran per il suo ruolo in Medio Oriente”. Appena due giorni prima (5 giugno) Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Yemen ed Egitto avevano interrotto le relazioni diplomatiche e tutte le comunicazioni terrestri, marittime e aeree con il Qatar, accusandolo di sostenere “organizzazioni terroristiche” come Hamas e la Fratellanza musulmana. Il vero motivo geopolitico è la riluttanza del Qatar a interrompere i rapporti economici con l’Iran, indicato come nemico numero uno da Trump nel suo viaggio a Riad del 19 maggio.

Senza dimenticare che l’Iran è da anni impegnato con truppe di “volontari” contro l’Isis in Iraq e Siria.

In una nota ripresa dall’agenzia Iran, i pasdaran sottolineano come l’attacco sia “avvenuto solo una settimana dopo l’incontro tra il presidente Trump e gli alleati nella regione” (l’Arabia Saudita, ndr) e il “coinvolgimento dell’Isis mostra le loro responsabilità”.

In serata, il commento della Casa Bianca suona quasi come una rivendicazione: in sostanza, l’Iran se la sarebbe cercata.

 

Election Day Iran

Election Day Iran. Alla fine sarà una corsa a due. Oltre al ritiro pressoché scontato del vicepresidente Jahangiri, l’uscita di scena di Qalibaf ha modificato in modo sostanziale la partita. Anche Mir Salim si è  de facto ritirato per sostenere Raisi, mentre Hashemi Taba, pur rimanendo formalmente in corsa, ha annunciato che voterà Rouhani e ha invitato gli iraniani a fare altrettanto per “salvare l’Iran”.

La riduzione dei “veri” candidati da sei a due le elezioni che saranno decise così al primo turno.

La scheda elettorale presenta quattro nomi: Rouhani, Raisi, Hashemi Taba e Mir Salim, ma è molto probabile che la stragrande maggioranza dei voti sarà dirottata sui primi due.

La campagna elettorale si è chiusa la sera del 17 maggio e per Rouhani è adesso decisiva l’affluenza. Deve infatti convincere gli indecisi a recarsi alle urne, magari soltanto con la prospettiva di evitare un “ritorno al passato” con 

L’ultimo sondaggio IPPO dà Rouhani al 63% e Raisi al 32% ma è una rilevazione compiuta considerando ancora in gare tutti e sei i candidati. Sicuramente negli ultimi giorni ci sono state migrazioni di consensi, anche se non è così automatico che gli elettori di Qalibaf sostengano adesso l’altro conservatore Raisi.

Si tratta – come abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo – di candidati diversi, con prospettive, linguaggi ed elettorati distinti.

Resta il fatto che negli ultimi giorni, come accade sempre in Iran, la campagna elettorale abbia vissuto un’impennata sia di partecipazione popolare sia di endorsement da parte di personaggi noti.

A favore di Rouhani si è espresso il regista due volte premio Oscar Asghar Farhadi, così come l’ex presidente riformista Mohammad Khatami e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Dagli arresti domiciliari a cui è costretto dal 2011, ha dato il proprio appoggio al presidente in carica anche il leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

A sostegno di Raisi, l’ex comandante dei pasdaran Mohsen Rezai che ha ammonito:

Raisi può vincere, Rouhani poi non gridi ai brogli elettorali…

Un sostegno decisamente meno scontato è quello del rapper iraniano Amir Tataloo. In un video piuttosto curioso, il giovane musicista (finito più volte in carcere per la sua musica..) spiega all’hojatoleslam il significato dei suoi molti tatuaggi.

La Guida Khamenei ha ripetutamente auspicato per queste elezioni un clima di serenità e sicurezza.

Al duello tra il turbante bianco e quello nero mancano ormai poche ore.

 

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran, le sfide del presente e del futuro

Voci Globali mi ha intervistato sulla situazione  politica in Iran a pochi mesi dalle elezioni presidenziali.

Il prossimo maggio in Iran si terranno le elezioni presidenziali. Come sta cambiando il Paese, oggi così centrale nel determinare gli equilibri in Medio Oriente? Lo abbiamo chiesto al giornalista Antonello Sacchetti, autore del libro “La rana e la pioggia – L’Iran e le sfide del presente e del futuro” (Infinito Edizioni)

Antonello, l’Iran è un Paese che conosci bene e da vicino: quali sono i cambiamenti più significativi nell’ultimo decennio?

In Iran negli ultimi dieci anni si sono vissute stagioni molto diverse. Il mio primo viaggio in Iran fu all’inizio del primo mandato di Mahmud Ahmadinejad, e gli otto anni successivi furono segnati da momenti drammatici, come la crisi elettorale del 2009, con l’Onda Verde, i sospetti di brogli, la repressione e uno stato di effettiva chiusura del Paese. Ancora nel 2012 l’atmosfera era molto pesante: le sanzioni da parte di Usa e Ue avevano isolato la Repubblica islamica e in molti temevano un attacco da parte israeliana ai siti nucleari. Attacco che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche per tutto il Medio Oriente. Poi l’elezione del moderato Hassan Rouhani nel 2013 ha aperto una fase politica diversa. È ripreso il dialogo con l’Occidente, come anche gli scambi commerciali, e il turismo occidentale sta registrando un boom clamoroso. Ovviamente non sono tutte rose e fiori: rimangono i problemi relativi ai diritti umani e anche l’economia non ha registrato i miglioramenti sperati. Di fondo, però, il Paese è cresciuto per quello che riguarda l’innovazione tecnologica e si è sviluppata anche una inedita coscienza ambientalista. Il Paese dei giovani – che raccontai nel mio I ragazzi di Teheran del 2006 – è diventato un po’ più “anziano”, forse un po’ più realista. Molti giovani recatisi nel decennio scorso a studiare in Europa e negli Usa, oggi hanno riportato in patria un bagaglio di esperienza e di conoscenze preziosissimo, alla base di un movimento di startup davvero interessante.

Partiamo dal sottotitolo del tuo libro, “Le sfide del presente e del futuro dell’Iran”. Il nuovo presidente degli Stati Uniti ha imposto nuove sanzioni all’Iran, ma già con Obama l’accordo mostrava nodi irrisolti. Cosa sta veramente cambiando con Trump e quali sono gli umori del popolo iraniano rispetto alle mosse di Washington?

Secondo la Guida Khamenei, Trump ha semplicemente svelato il vero volto degli Stati Uniti. È una situazione molto particolare: in generale, i conservatori iraniani hanno sempre preferito l’approccio pragmatico dei repubblicani a quello più ideologico dei democratici. Va però detto che Trump è un repubblicano anomalo, ancora difficile da decifrare. I suoi primi passi in politica estera sono stati disastrosi. L’opinione pubblica iraniana lo percepisce come una minaccia e non ha tutti i torti: il cosiddetto muslim ban ha colpito nel vivo la comunità iraniana negli States che conta quasi un milione di persone. Bisognerà vedere cosa accadrà alle elezioni presidenziali in Iran a maggio. Di sicuro, la retorica di Trump favorisce i conservatori contrari al dialogo e al compromesso con l’Occidente. Nel 2002 Bush junior inserì l’Iran nell’”Asse del male” (con Iraq e Corea del Nord) assestando un colpo tremendo alla stagione riformista di Khatami. In molti si chiesero: che senso ha dialogare con l’Occidente se poi comunque finiamo “nell’elenco dei cattivi”? Detto questo, non darei giudizi apocalittici. Recentemente, un alto diplomatico iraniano mi ha detto durante una conversazione privata: “In Iran abbiamo 3.500 anni di Storia; passerà anche Trump.

Quali sono secondo te i rischi del possibile ritiro americano dai teatri mediorientali?

Dipenda da cosa intendiamo. In un certo senso, se gli Usa si occupassero meno di Medio Oriente, forse farebbero meno danni. Basti vedere quali conseguenze terribili abbiano avuto le scelte in Iraq, Siria, Libia e in generale nelle cosiddette primavere arabe.

Come viene percepito oggi in Iran il processo di trasformazione della politica e dell’economia locali?

Non so se sia corretto parlare di trasformazioni effettive o solo di intenzioni, più o meno dichiarate. Il processo di distensione e dialogo portato avanti dall’attuale presidente ha ovviamente i suoi avversari. Ci sono forze politiche ed economiche che nel periodo delle sanzioni e dell’isolamento si sono arricchite attraverso il mercato nero. Forse alcune dinamiche – come quelle riguardanti i mezzi di comunicazione, il digitale – sono ormai irreversibili. Su molte altre la partita è aperta e tutt’altro che scontata: non è affatto detto che le forze del cambiamento avranno la meglio su quelle della conservazione. Certo, la popolazione è giovane e tra dieci anni la generazione che ha fatto la rivoluzione sarà in età da pensione. Ma non dimentichiamo che la Repubblica islamica, così come è oggi, nelle sue innumerevoli storture, è l’unico Stato davvero stabile in un’area davvero travagliata. Prima di optare per cambiamenti radicali, gli iraniani ci penseranno mille volte. La rivoluzione loro l’hanno già fatta nel 1979, non credo ne aspettino altre.

A che punto è oggi il sistema finanziario iraniano a livello normativo?

È una questione complicata, perché l’Iran è stato finora escluso dal circuito finanziario mondiale. Anche dopo la fine delle sanzioni, il sistema è bloccato e sottocapitalizzato. Nel Paese ci sono 31 istituti di credito, con un livello di patrimonializzazione molto basso rispetto alle medie europee e con un livello di crediti in sofferenza piuttosto preoccupante: la media al 20% degli attivi, con punte fino al 40%. Anche dopo la fine delle sanzioni, la maggior parte degli istituti di credito europei sono stati molto titubanti a investire in Iran per paura di possibili ritorsioni da parte Usa.

 In che modo Teheran può crescere nei rapporti con la Cina?

L’interscambio commerciale con Pechino è cresciuto molto negli anni di Ahmadinejad, quando le porte dell’Occidente e dell’Europa in particolare si sono chiuse. In quegli anni (2005-2013) Teheran ha venduto greggio non raffinato alla Cina ed ha importato beni a basso costo e di scarsa qualità da Pechino. Non è stato uno scambio molto conveniente per l’Iran. Bisogna vedere cosa accadrà a maggio: se Rouhani sarà rieletto – cosa niente affatto scontata – lo sguardo dell’Iran sarà comunque ancora rivolto a Occidente. Se dovesse prevalere un candidato conservatore, è probabile che il rapporto con la Cina potrebbe tornare di grande attualità.

Parliamo della guerra in Siria. La politica iraniana in Siria secondo te è stata più mossa da motivazioni geopolitiche o da motivazioni religiose?

Tutta la politica estera iraniana è da sempre mossa da principi di interesse nazionale. La religione c’entra davvero poco, se non come copertura ideologica a strategie prettamente geopolitiche. La Siria è l’unico alleato strategico di Teheran in Medio Oriente. L’unico dei Paesi arabi, vale la pena ricordarlo, che lo appoggiò nella guerra di difesa contro l’Iraq. Per fare un esempio del pragmatismo iraniano in politica estera, basti guardare alla sua posizione nel lungo conflitto in Afghanistan, dove ha sempre sostenuto la fazione tagika, di lingua persiana ma sunnita, e non gli hazara, la minoranza sciita.

Se, oltre la Siria, Iran e Russia stringeranno nel tempo un’alleanza strategica, quali potrebbero essere le conseguenze?

Non so se esista la possibilità concreta di un’alleanza a lungo termine con la Russia. L’Iran ha fatto una rivoluzione anche – se non soprattutto – per riscattarsi da una condizione geopolitica di sudditanza nei confronti degli Stati Uniti; non si metterebbe mai in una condizione di inferiorità con Mosca. Non credo nemmeno che ci siano poi tutti questi punti di contatto tra Russia e Iran. Gli altri Paesi sono già di fatto avversari di questo “asse”. Non c’è solo il fronte siriano, anche quello dello Yemen e la crisi in Bahrein. Fronti sui quali Iran e Arabia Saudita si confrontano di fatto in guerre per procura. Ad ogni modo, la Russia è stata nella Storia, un avversario della Persia, o una minaccia. E l’opinione pubblica non credo sarebbe mai entusiasta di una scelta simile. Oggi vive questa “alleanza” come una scelta tattica, soprattutto in funzione anti Daesh. Vale la pena ricordare che Russia e Iran sono i soli Paesi – oltre ai diretti interessati Siria e Iraq –  a combattere l’Isis con forze armate di terra.

Finito il bipolarismo, si apre davvero la stagione del multipolarismo?

Di fatto, credo che esista un multipolarismo di secondo livello. Oltre al fatto che forse un bipolarismo si sta in qualche misura ricreando, credo che in Medio Oriente, ad esempio, ci siano potenze di medio livello che abbiano una forza attrattiva nei confronti di altri Paesi. Certamente l’Iran lo è.

Ci sveli qual è il significato del titolo del tuo libro, “La rana e la pioggia”?

Il titolo prende spunto da una poesia del 1952 di Nima Yooshij, padre della poesia persiana contemporanea. Secondo una credenza popolare del Nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. Per Nima, la pioggia è una metafora della rivoluzione, di un cambiamento epocale. L’Iran viene spesso descritto come un Paese in procinto di cambiare; all’indomani dello storico accordo sul nucleare (luglio 2015) questo tema è divenuto quanto mai attuale. Nel libro ho cercato di affrontarlo con uno sguardo molto personale, non legato cioè soltanto alle questioni sociali ed economiche, ma anche alle mie esperienze.

(Intervista di Elena Paparelli)

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Una questione di identità

Tutti sembrano voler andare in Iran, adesso. Ma cosa è davvero l’Iran? Cosa è questo grande Paese oggi, anno di grazia 2016? Una nuova frontiera per gli investitori? La meta turistica più abbordabile del Medio Oriente? E’ ancora qualcosa di “altro” rispetto a noi, occidentali mediterranei, o le distanze si sono ridotte fino a fare dell’Iran un “Paese normale”?

Metà settembre, ancora piuttosto caldo, soprattutto di giorno. Accompagno un gruppo di trenta turisti italiani. Il viaggio, programmato da diversi mesi, tocca le principali città d’arte. Uno schema ormai consolidato, direi quasi “classico”. Eppure proprio da questo viaggio più recente, sembrano arrivare delle indicazioni nuove, in un certo senso controcorrente.

Il viaggio inizia male. Il volo da Fiumicino ha cinque ore di ritardo per maltempo. All’arrivo a Teheran la confusione per il ritiro dei visti è maggiore rispetto a qualche mese fa. Ed è una sorpresa negativa. In più, si crea una fila mostruosa per il controllo passaporti e usciamo dall’Imam Khomeini che è giorno fatto. Si tratta certamente di un serie di sfortune a catena, ma l’impreparazione del personale dell’aeroporto è davvero sconcertante, persino per chi, come me. viene in Iran ormai da oltre dieci anni. Sembra quasi che la tradizionale ospitalità persiana si sia concessa una pausa. Situazione ancora più sorprendente visto che il turismo ha registrato un vero boom negli ultimi tre anni.

traffico

Traffico a Teheran

Sensazioni confermate anche nei giorni successivi. L’altro aeroporto di Teheran, quello di Mehrabad, è una vera bolgia. Ma meno festosa, meno “colorata” rispetto ad altre volte. Tutti sembrano mossi da una frenesia ingiustificata, al check in, nei negozi, persino a bordo del volo interno che ci porta a Shiraz. Ecco una cosa nuova: sembrano avere tutti più fretta, oggi in Iran. Non che prima si vivesse in modo sereno e adagiato, ma oggi sono i comportamenti individuali a sembrare più convulsi, più scomposti. E, in un certo senso, meno “persiani”. Nella capitale restiamo intrappolati nel traffico incredibile del pomeriggio verso il nord, il solito fiume silenzioso di automobili che sembra andare verso il nulla.

E’ un’impressione personale, naturalmente. Ma riscontrata in tutte le grandi città: Teheran, Shiraz e persino nella sempre meravigliosa Esfahan. Tutto sembra più caotico del solito, tutto più faticoso.

Yazd, la coerente

Atmosfera completamente diversa invece a Yazd. La “sposa del deserto” appare semplicemente coerente con la propria identità di città tradizionale. E’ una coerenza che restituisce ordine e conferisce un’immagine di benessere; i negozi di abbigliamento delle marche internazionali sono ben visibili, ma non intaccano il cuore della città vecchia, che rimane ancora intatta e magnifica come sempre.

Arriviamo di sera, il traffico è sostenuto ma non convulso. E’ la vigilia della festa di Qadir (la festa che celebra l’annuncio della designazione di Ali quale successore di Mohammad). Arriviamo di sera e troviamo la piazza di fronte al Chackmagh gremita di gente; dal palco musica e colori, alcuni ragazzi girano in moto e lanciano petardi e girandole colorate. Un ragazzo offre gelati a tutte gli automobilisti fermi al semaforo. Quando vede il nostro pullman ci corre dietro per regalarcene una cassa intera. Dopo averli distribuiti al gruppo, comincio a mia volta a regalarli ai passanti e ai clienti dell’hotel dove alloggiamo.

moto

Famiglia in moto nel centro storico di Yazd

Qualcosa è cambiato?

L’accordo con l’Occidente sul nucleare ha ormai più di un anno di vita, l’implementation day c’è stato otto mesi fa. Ma cosa è cambiato davvero per gli iraniani? La sensazione è che il passaggio più sensibile sia avvenuto nel 2013. Da allora, in fondo, c’è stato soprattutto un flusso crescente di turisti stranieri, ma per gli iraniani non è che sia cambiato moltissimo. L’aumento dei prezzo ha rallentato, ma le prospettive a medio e lungo termine rimangono molto incerte.

A maggio 2017 si rivota: c’è chi dice che Ahmadinejad si presenterà con ottime chance di vittoria. Qualche giorno dopo, però, lo stesso ex presidente sembra fare marcia indietro previa consultazione con la Guida Khamenei. Manca ancora però molto tempo e davvero tutto può accadere. Ma veramente Rouhani è così debole da rischiare di essere il primo presidente iraniano a non essere rieletto?

C’è una strana atmosfera in Iran e attorno all’Iran. Una stagnazione inattesa che ha il sapore di un passo indietro.

Bisogna vedere, nella prospettiva di una maggiore “normalizzazione” dei  rapporti con l’Occidente,  quanto peseranno le elezioni americane di novembre. Una eventuale vittoria di Trump sembra un pericolo evidente, ma la stessa Hillary Clinton ha avuto sul dossier iraniano posizioni molto diverse da Obama.

 

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Naein, martiri e turisti

Globalizzazione alla persiana

Chi viene per la prima volta in Iran adesso, che idea si fa di questa società, di questa cultura? Me lo chiedo ogni volta che attraverso queste città, che mi fermo di nuovo in questi luoghi ormai familiari eppure mai banali. Cosa colpisce di più: la modernità o la tradizione? Il codice d’abbigliamento islamico che impone alle donne un surplus di caldo e fatica? O gli elementi in comune con la nostra quotidianità, come l’uso anche qui ossessivo degli smartphone?

E’ comunque indubbio che resistono ancora dei comportamenti oramai del tutto scomparsi alle nostre latitudini. La folla che riempie l’immensa Naqsh-e Jahan, la meravigliosa piazza del centro di Esfahan, con le famiglie con le sporte di viveri e la bombola del gas per fare il picnic. Ore e ore di pacifica convivenza collettiva, senza un vero “evento” che motivi quella presenza e senza che rimanga una cartaccia o un rifiuto sul prato.

 

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Shah Cheragh, la Moschea degli Specchi a Shiraz

 

Ma anche a  Teheran, la mamma che davanti al museo Iran Bastan, seduta su una panchina nell’afa opprimente del mezzogiorno,  gioca con la bimbetta che sta imparando a camminare, apparentmente senza alcun fretta, trascorrendo il tempo senza l’ausilio di smartphone o altri accessori per noi ormai indispensabili, avvolta in uno spolverino così poco inadatto al clima da farmi vergognare per il mio disperato bisogno di refrigerio.

Non che tutto sia uniforme e inquadrabile da una sola prospettiva. All’interno di Shah Cheragh, la cosiddetta Moschea degli specchi di Shiraz, c’è chi smanetta col cellulare e chi in lacrime chiede una grazia ai fratelli dell’Imam Reza qui sepolti.

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Interno di Shah Cheragh, la “Moschea degli specchi”

Il 22 settembre sono esattamente 36 anni dall’inizio della guerra con l’Iraq. La TV lo ricorda con servizi piuttosto ingessati, in aeroporto e nelle strade i murales e le installazioni che rievocano la “guerra imposta”, sembrano stranamente più “timide” che in passato. Il dolore di quel conflitto non è sparito tra gli iraniani, ma il ricordo può essere davvero un esercizio sfiancante.

 

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Rievocazione della guerra Iran – Iraq all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran

E allora cosa rimane di questo ennesimo viaggio in terra di Persia? Come spesso accade, l’arte riesce a fornire suggerimenti preziosi. Tornato a Roma, vedo ad Asiatica film mediale Valderama, film opera prima di Abbas Amini.

È la storia di un quindicenne chiamato  “Valderama, per via della capigliatura modellata su quella del famoso calciatore colombiano. Figlio di rifugiati afghani, è alla disperata ricerca di una carta d’indentità che ne faccia un cittadino a tutti gli effetti .

Ecco allora che al di là della storia di Valderama, tutto l’Iran oggi sembra un Paese che sa benissimo cosa è stato ma che ha cominciato a chiedersi cosa potrebbe essere domani.

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma non lo è nemmeno la ricerca di se stessi.

In bocca al lupo, Iran.

 

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Una scena del film Valderama

Chi è Ezzatollah Zarghami

Chi sfiderà Hassan Rouhani alle presidenziali di maggio? Tra i conservatori, oltre ai soliti noti – come il sindaco di Teheran Qalibaf  e l’ex negoziatore sul nucleare Jalili (entrambi sconfitti dal presidente in carica nel 2013) – nelle ultime settimane si vocifera di una eventuale candidatura dell’ex direttore della radio tv iraniana (Irib) Ezattolah Zarghami.

Gli anni alla direzione della IRIB

Personaggio non famoso all’estero ma molto noto (e discusso) in patria, è stato a capo della TV di Stato dal giugno 2004 al novembre 2014.  Designato – come prevede la Costituzione della Repubblica islamica – dalla Guida Khamenei, Zarghami ha svolto il suo ruolo in modo molto “politico”, con risultati piuttosto controversi.  Da un lato, ha ampliato lo spettro dell’offerta dell’IRIB, aprendo nuovi canali radiofonici e televisivi, come la Press Tv (in lingua inglese), la Hispan TV (in spagnolo) e la stessa Radio Irib Italia, cercando di raggiungere una platea internazionale con contenuti però molto “ingessati” nella retorica della comunicazione istituzionale.

Questa ha fatto sì che un numero crescente di telespettatori abbia col tempo optato per canali satellitari ufficialmente illegali, trasmessi in genere (in lingua persiana) dagli Usa o dal Regno Unito. Molti iraniani hanno finito per abbandonare i canali di Stato non solo per via dei filtri imposti dalla censura, ma anche per la scarsa qualità dei palinsesti in termini di intrattenimento e informazione.

L’attuale presidente Hassan Rouhani, poco dopo essere stato eletto, nel giugno 2013, rilascia un’intervista alla rivista Chelcheragh in cui critica senza mezzi termini le scelte editoriali dell’IRIB:

Una parte considerevole della nostra popolazione giovanile boicotta l’IRIB perché non la ritiene onesta e morale. I media devono affrontare i bisogni della gente e uno dei loro bisogni più importanti è quello di avere accesso a notizie e informazioni trasparenti. Quando c’è più copertura deli affari esteri che degli affari interni, quando c’è un programma che racconta la nascita di un panda in uno zoo in Cina, ma non parla dei lavoratori che protestano contro i ritardi di pagamento degli stipendi, è naturale che le persone abbiano un’opinione negativa dell’IRIB.

 

Gli anni della gioventù e della guerra

Ingegnere civile con un master in management industriale, Zarghami ha un curriculum da rivoluzionario della prima ora. Da giovane è uno degli “Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam”, il gruppo protagonista dell’occupazione dell’Ambasciata Usa a Teheran. Allo scoppio della Guerra con l’Iraq Zarghami entra nei pasdaran e combatte al fronte., svolgendo un ruolo di rilievo anche nell’industria militare. A conflitto terminato, lavora nel Ministero della Cultura e della Guida islamica. La sua carriera politica prosegue poi come vice ministro della Difesa, fino ad approdare all’IRIB.

Nella lista nera dell’Ue

Il 24 marzo del 2012, l’Unione europea inserisce Zarghami tra le persone soggette a sanzioni internazionali. Secondo l’Ue, infatti, in qualità di direttore dell’IRIB, avrebbe mandato in onda confessioni estorte con la forza ai detenuti in una serie di “processi show” – a carico di persone arrestate a seguito delle manifestazioni dell’Onda Verde – trasmessi tra l’agosto del 2009 e il dicembre del 2011.  Il tutto, sottolinea l’Ue, in diretta violazione delle leggi internazionali che tutelano i diritti delle persone sotto processo

 

Un futuro politico?

Terminata l’esperienza dell’IRIB, Zarghami non ha avuto altri incarichi politici e si è ritaglaito un ruolo da battitore libero nella scena pubblica iraniana, con una presenza costante sui social media e su Instagram in particolare. In un’intervista all’Agenzia Tasnim, il 4 ottobre 2016 ha negato di volersi candidare alle elezioni del 2017, precisando di volersi dedicare piuttosto al consolidamento delle “forze rivoluzionarie”.  Affermazioni tipiche di chi è invece pronto a scendere in campo con una candidatura.

L’agenzia Nasim, vicina ai conservatori, lodando le sue capacità manageriali, lo ha definito il “fuoco sotto la cenere” della lotta dei conservatori contro Rouhani. Così come altre testate giornalistiche hanno cominciato a citarlo come uno dei papabili del fronte opposto al presidente in carica. La tesi di fondo è: Zarghami è un candidato spendibile, ma con poche possibilità di essere eletto presidente.

La sua appartenenza al fronte principalista è chiara, ma è stato sempre considerato un manager e un uomo di comunicazione, non un politico vero e proprio. Ma vista la tendenza globale, chissà che anche la politica iraniana non scelga una soluzione “non convenzionale”.

 

 

 

In un post su Instagram Zarghami paragona i vigili del fuoco caduti nella tragedia del Plasco ai martiri della Guerra con l’Iraq

Le critiche a Rouhani, su Trump

Con un tweet, lo scorso 29 gennaio Zarghami ha chiesto a Rouhani di intervenire affinché Donald Trump smettesse di mancare di rispetto agli iraniani. A suo giudizio, il presidente iraniano avrebbe una linea troppo ironica nei confronti della nuova amministrazione Usa. Rouhani aveva infatti dichiarato che questo “non è il momento di costruire muri tra le nazioni. Hanno forse dimenticato che il Muro di Berlino è crollato anni fa?”

Il tweet di Zarghami è sembrato molto strategico, perché interviene sul tema dei rapporti tra Iran e Usa che sarà certamente uno degli argomenti calda della campagna elettorale. Campagna che settimana dopo settimana, comincia a delinearsi all’orizzonte.

 

 

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