Chi è Masoumeh Ebtekar

Masoumeh Ebtekar

A vederla di persona, la cosa che colpisce di più è il suo sorriso. Sorride molto, Masoumeh Ebtekar , vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran con delega alle politiche ambientali. Sorride ai giornalisti e ai politici italiani che la ricevono in visita ufficiale a Roma, a fine novembre 2014. Tra i vari impegni istituzionali, anche un incontro pubblico presso la SIOI di Roma, condotto dall’ex ambasciatore a Teheran Riccardo Sessa.

Le sopracciglia disegnate, il filo di trucco sul volto incorniciato dal chador nero, l’inglese fluente imparato da ragazza negli anni trascorsi negli Usa: è una presenza gradevole, ma tutt’altro che “lieve”

Classe 1960, la signora Ebtekar è un personaggio tra i più interessanti della politica iraniana e attraverso il suo percorso è possibile ricostruire alcuni passaggi importanti della storia dell’Iran dalla rivoluzione del 1979 ad oggi.

Oggi

La vicepresidente iraniana arriva a Roma all’indomani del nuovo rinvio dell’accordo sul nucleare tra Teheran e gruppo 5+1. La maggior parte delle domande dei cronisti verte proprio sull’infinita querelle atomica e sul ruolo dell’Iran nella lotta contro l’ISIS. Da politica navigata, la Ebtekar non si scompone nemmeno quando si tocca il tema dei diritti umani, della recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari o degli attacchi con l’acido alla donne di Esfahan. Articola un ragionamento, cerca di riportare tutte le questioni nel contesto culturale e politico iraniano; magari non convince l’interlocutore, ma sembra sempre controllare perfettamente la situazione.

Quando però si toccano temi come l’ambiente, la crescita sostenibile o lo sviluppo del turismo in Iran, il suo volto si apre in un’espressione di sincero entusiasmo. Invita tutti a visitare il Paese, descrive l’Iran dei giovani e delle nuove realtà sociali ed economiche. Racconta con partecipazione la recente visita a un fabbrica di batterie al litio per automobili elettriche, parla della necessità di ridurre le emissioni di Co2 e di quanto le sanzioni abbiano danneggiato l’ambiente.
Auspica nuovi investimenti dall’estero, dicendosi consapevole che molto dipenderà dall’esito dei negoziati sul nucleare.

Sottolinea l’importanza dell’alleanza tra riformisti e moderati che ha portato – anche grazie al ritiro del candidato riformista Aref – all’elezione di Hassan Rouhani. Traccia anche un parallelo tra Mohammad Khatami – che lanciò il progetto del “Dialogo tra civiltà” proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 – e Rouhani che nel settembre 2013 propose in sede ONU una Coalizione contro gli estremismi (WAVE), appena poche settimane prima che emergesse in tutta la sua gravità il fenomeno (ancora molto misterioso, secondo la Ebtekar) dell’ISIS.

In almeno tre occasioni cita l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, a sottolineare un legame politico ancora molto importante.

Ieri

Questa è cronaca dell’oggi. Ma chi è stata, da dove viene Masoumeh Ebtekar ? Tanto per cominciare il suo nome vero era Niloufar Ebtekar. Nasce nel 1960 in una famiglia medio borghese di Teheran. Trascorre sei anni a Philadelphia, quando suo padre si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti. Tornata in patria, studia nella scuola internazionale di Teheran, poi all’Università sceglie la facoltà di Scienze. Dopo la laurea, nel 1995 ottiene un PHD in immunologia. Gli anni universitari sono quelli della svolta politico-religiosa: Masoumeh diventa una seguace di Ali Shariati , uno dei personaggi che più ha influenzato la generazione che sarà protagonista nella rivoluzione del 1979. 

ebtekar 1979

 Nei 444 giorni della crisi degli ostaggi dell’Ambasciata Usa di Teheran , Ebtekar – proprio in virtù del suo ottimo inglese – è la portavoce degli “Studenti seguaci della linea dell’Imam”. I media americani la chiamano “Sister Mary”. Nel film Argo  il suo personaggio è interpretato da Nikka Far .Nel 2001, con il giornalista Fred A. Reed, ha raccontato la sua versione della crisi nel libro Takeover in Tehran: The Inside Story of the 1979 U.S. Embassy Captur. 

Con la presidenza Khatami (1997) diventa la prima vicepresidente donna della Repubblica islamica e capo della Organizzazione per la protezione ambientale.  Mantiene l’incarico fino al 2005, quando viene eletto presidente Mahmud Ahmadinejad. Dal 2007 al 2013 siede nel consiglio comunale di Teheran, dove si occupa sempre di tematiche ambientali. Con la vittoria di Rouhani (2013), ritorna al ruolo ricoperto con Kahtami. In patria e all’estero è molto apprezzata per il suo impegno a favore delle tematiche ambientali, fino a pochi anni fa poco considerate nella società e nella politica iraniana.

 Il percorso politico della Ebtekar è simile a quello di molti altri protagonisti dell’occupazione dell’ambasciata Usa: finita la prima fase rivoluzionaria, molti di loro hanno abbracciato il riformismo e la linea di Khatami in particolare. Va infatti ricordato che quell’occupazione nacque in risposta al timore di una imminente controrivoluzione guidata dagli Stati Uniti, sul modello dell’Operazione Ajax che nel 1953 aveva portato alla deposizione di Mossadeq .Gli studenti che occuparono l’ambasciata rappresentavano la corrente più “di sinistra” del fronte rivoluzionario: non è dunque strano vedere oggi quei personaggi schierati per una cambiamento della società e della politica iraniana, sempre nella cornice della Repubblica islamica.

Leggi anche

L’intervista di Marina Forti a Masoumeh Ebtekar per Pagina 99: http://www.pagina99.it/blog/7595/Massumeh-Ebtekar–volto-ottimista-della.html

Leggi il blog in inglese di Maosumeh Ebtekar Persian Paradox: http://ebtekarm.blogspot.it/

Il suo account Twitter in inglese è @ebtekarm, quello in persiano @ebtekarm_ir .

Siria: la grande incognita

Festival Internazionale 2013

Al Festival della rivista Internazionale che si è svolto dal 4 al 6 ottobre a Ferrara, si è parlato di politica internazionale e la situazione della Siria, Paese ormai da due anni martoriato da una guerra civile che ha fatto 120 mila morti e 6 milioni di sfollati, è stata analizzata in due dibattiti.

Quotidianamente i media ci bersagliano di notizie di cronaca proveniente dalla Siria ma poche purtroppo sono le analisi più approfondite su quello che veramente sta accadendo dietro le quinte. Molto interessante quindi è stato l’intervento del corrispondente ANSA Lorenzo Trombetta che ha fatto chiarezza sui giochi di potere interni alla Siria. Subito il corrispondente ha sottolineato il fatto che il regime di Bashar Al-Assad non è di stampo Alawita (una corrente dello sciismo) come i giornali ci propinano,  ma la sua base sono i clan famigliari. E questo è un elemento fondamentale per capire il panorama politico odierno. Infatti Hafiz al-Asad, padre di Bashar, aveva creato e mantenuto il suo potere unendo vari clan che controllavano diverse porzioni di territorio, a cui elargiva favori e garantiva la costruzione di infrastrutture di base (strade, scuole, ospedali, etc…).

Ovviamente il vero potere era suddiviso tra poche famiglie fedeli ma Hafiz non trascurava il resto dei clan e quindi del territorio siriano. Bashar ha invece rotto questa sorta di patto sociale esistente mettendo da parte molti clan con cui il padre intratteneva rapporti, e dimenticandosi pertanto di prendersi cura di una vasta porzione di territorio siriano. Nel momento in cui questi territori dimenticati hanno iniziato a manifestare una certa inquietudine, Bashar non è riuscito a prendere in mano la situazione e i clan si sono ribellati apertamente al governo.

“All’inizio in Siria c’è stato un tentativo di unire le varie correnti rivoluzionarie – spiega lo storico Farouk Mardam-Bey – ma c’è stata una rapida militarizzazione della rivolta sia da parte del governo che ha represso ferocemente i ribelli, sia da parte degli altri attori (vedi Russia, Turchia, gruppi fondamentalisti stranieri, Paesi del Golfo e Iran).” “La situazione è precipitata a tal punto che oggi – prosegue Trombetta – Bashar Al Assad non è il governo ma è uno dei signori della guerra”.

I ribelli hanno subito poi una ulteriore spaccatura nel momento in cui si è iniziato a parlare di un intervento militare da parte delle potenze occidentali. Mentre Assad sapeva benissimo che grazie all’intromissione della Russia l’intervento sarebbe stato evitato, i ribelli ci hanno creduto. Ciò ha provocato una spaccatura tra i gruppi che erano favorevoli all’intervento e quelli contrari, Assad ha aumentato ancora di più la repressione e i gruppo più integralisti si sono rafforzati. Risultato? Un massacro sempre più violento della popolazione civile a favore della quale  purtroppo neanche le organizzazioni umanitarie riescono a intervenire.

Jonathan Whittall (Medici Senza Frontiere), appena rientrato dalla Siria è scandalizzato dalla situazione che si è venuta a creare. “È praticamente impossibile negoziare l’accesso sia del personale medico che dei farmaci. E anche quando si riesce, i medici sono talmente in pericolo che sono pochissime le ONG che accettano di rimanere in Siria. C’è una tale confusione tra i gruppi di potere che non sai neanche con chi stai interloquendo e quanto vale l’eventuale negoziato che riesci a raggiungere. La popolazione così come gli operatori umanitari non sono rappresentati e protetti da nessuno.” È questa la situazione in cui MSF si trova a lavorare in Siria. È molto pericoloso e la gente continua a morire.” “Anche per i giornalisti internazionali la situazione è la stessa delle ONG, – aggiunge il britannico Alex Thomson (Channel 4 News) – noi corrispondenti siamo in costante pericolo a causa delle forze sia governative che ribelli. Inoltre con l’avvento dei social network tutti vedono immediatamente chi hai intervistato, dove sei stato e cosa hai scritto. Ed entrambe le parti non si fanno scrupoli a minacciarti”.

Tutto ciò ci dà un’idea molto chiara della complessità della situazione siriana e ci fa riflettere su come qualsiasi intervento debba essere ben ragionato e calibrato. Non si possono fare dichiarazioni avventate perché potrebbero far precipitare ancora di più la situazione. L’intera regione è ovviamente in pericolo e “in questo particolare momento storico – dice il politologo Olivier Royl’Iran può rappresentare il punto di svolta. Adesso il regime iraniano, anche grazie alle caute aperture del Presidente Hassan Rouhani, rappresenta l’interlocutore più stabile con cui confrontarsi.”  “Attualmente l’Iran si sente al sicuro.  – aggiunge il sociologo Khosrokhavar  – L’Ayatollah Khamenei infatti si è liberato di Ahmadinejad, pericoloso per la stabilità del regime perché troppo populista,  e l’opposizione interna è stata messa a tacere. Ora l’Iran può negoziare con gli Stati Uniti e prendersi il ruolo di guida della regione a cui ha sempre aspirato.” Il regime iraniano non andrà avanti con il nucleare ma gli Stati Uniti non interverranno in Siria. Tutti contenti, perché nessuno oggi ha più voglia di lanciarsi in guerre territoriali dal costo economico esorbitante e dalla conclusione incerta.

Certo bisognerà tenere anche in considerazione la Russia la quale, secondo Mardam-Bey, dovrebbe costringere Assad a ripartire il potere tra i vari  clan in modo da stabilizzare un minimo la situazione e far gestire la transizione dall’ONU. Purtroppo però non si vede ancora nessun segnale in questa direzione, resta quindi da vedere quali pedine restano ancora da giocare alla Russia, all’Iran e agli USA.