Il voto triste dell’Iran

Tutto, più o meno, come previsto: i conservatori conquistano una maggioranza schiacciante nell’undicesimo parlamento della Repubblica islamica: circa 200 seggi su 290. I riformisti saranno appena 17, indipendenti tutti gli altri. Il Consiglio dei Guardiani aveva già orientato fortemente queste elezioni, bocciando la candidatura di moltissimi candidati riformisti e moderati. Tra loro, anche 75 parlamentari uscenti. Di fatto, in almeno 158 collegi non c’era alcuna vera competizione, dato che non c’erano candidati riformisti. A Teheran, dove si assegnano ben 30 seggi, i conservatori hanno fatto il pieno dei voti, anche perché i candidati riformisti ammessi erano pochissimi. Ribaltato quindi il risultato del 2016, quando la coalizione moderato-riformista aveva fatto il pieno dei seggi nella capitale. Come ha sottolineato un amico iraniano, queste sono state “elezioni tristi”, perché assolutamente prive di qualsiasi entusiasmo.

Un risultato scontato

Ai conservatori vanno almeno 221 seggi su 290; 34 seggi sono stati assegnati a candidati indipendenti, mentre i riformisti si fermano a 16 seggi, minimo storico. A parte i 5 seggi assegnati alle minoranze religiose (due agli armeni, uno ciascuno a ebrei, zoroastriani, più un seggio condiviso per assiri e caldei), rimangono da assegnare ancora 14 seggi al ballottaggio del 17 aprile.

Andrebbe però esaminato il risultato nel dettaglio, perché i conservatori non sono affatto un blocco monolitico, ma si sono anzi affrontati in una competizione piuttosto serrata. Qualcuno ha comunque ottenuto un successo innegabile: primo degli eletti con oltre un milione di voti l’ex sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf (parlammo di lui nel 2016), probabile prossimo speaker del Parlamento. Con queste percentuali, i conservatori si accingono a dominare la scena politica e si preparano per le presidenziali del 2021. Sarà la volta buona per Qalibaf? Sono più di dieci anni che si parla di lui come di un possibile nuovo leader conservatore, ma finora ha sempre mancato le occasioni. Nel 2009 non si presentò per non sfidare Ahmadinejad, nel 2013 venne nettamente sconfitto da Rouhani e nel 2017 si ritirò in favore di Raisi che venne comunque sconfitto dall’attuale presidente. Difficile azzardare previsioni a lungo termine, perché l’anno appena iniziato sta ponendo l’Iran di fronte a sfide sempre più impegnativi, dagli esiti quanto mai imprevedibili.

Riepilogo elezioni 2020. Fonte: Ministero degli Interni Iran

Affluenza mai così bassa

Secondo il ministro degli Interni, l’affluenza è stata del 42,57 per cento a livello nazionale e del 26,2 per cento a Teheran. Un record negativo, inferiore persino a quello delle legislative del 2004, quando si votò in un’atmosfera per molti versi simile a quella attuale. Allora gli iraniani erano delusi dalle promesse non realizzate dal presidente riformista Khatami e il presidente Usa George W. Bush aveva respinto le aperture di Teheran includendo Teheran nell’Asse del Male insieme a Iraq e Corea del Nord. L’anno successivo, alla presidenziali si sarebbe affermato a sorpresa il conservatore Mahmoud Ahmadinejad.

Un’affluenza così bassa non è dato trascurabile. È vero che in diverse democrazie occidentali si riscontrano spesso percentuali simili, ma nella Repubblica islamica la partecipazione è un elemento indispensabile per le legittimazione del sistema.

L’affluenza alle elezioni parlamentati in Iran dal 1980. Fonte: Iran Primer

Nelle tante analisi e cronache dall’Iran e sull’Iran, non si sottolinea quasi mai un aspetto importante: in Iran non si votano liste, ma candidati. Ed è anche possibile dare più preferenze a candidati che appartengono a schieramenti diversi. Questo perché il sistema non contempla un sistema partitico come lo intendiamo, ad esempio, in Italia. I partiti politici iraniani sono molto più simili a comitati elettorali e il passaggio da uno schieramento all’altro è molto frequente.

Una mappa per orientarsi tra gli schieramenti politici iraniani. Fonte: Tiziana Corda bit.ly/36LwCVk

Il Corona Virus in Iran

Alla vigilia del voto si è aperta l’emergenza per i primi casi di Corona Virus riscontrati nella città di Qom. Nel giro di un paio di giorni, il numero dei contagiati è cresciuto in modo molto rapido. Mentre scriviamo, si registrano 43 contagiati e 8 morti. Il virus sarebbe arrivato in Iran tramite un uomo d’affari di ritorno dalla Cina. L’improvviso insorgere dei casi ha suscitato polemiche: c’è stata trasparenza da parte delle autorità? E perché non sono state rinviate le elezioni quando l’allarme è scattato? Da ambienti conservatori, si accusano invece i media stranieri di aver fomentato la paura degli iraniani per spingerli a disertare le urne.

Al contrario di altri Paesi, l’Iran non ha chiuso i collegamenti con la Cina, partner prezioso in un momento di grande isolamento internazionale. Soprattutto, nell’immediatezza dell’annuncio dei primi casi, le autorità iraniane sono accusate di scarsa trasparenza. Un altro episodio che mina il rapporto tra Stato e cittadini iraniani, dopo la repressione delle proteste dello scorso novembre e l‘abbattimento dell’aereo ucraino a gennaio, il tutto in un quadro complessivo di crisi economica e tensioni con gli Usa.

Archiviate le elezioni, l’Iran si appresta ad affrontare una nuova emergenza. L’ennesima.

Iran 2020

Detto, scritto e ripetuto tante volte: la storia dell’Iran insegna a non lanciarsi mai in previsioni azzardate sul destino di questo Paese. I disordini e la repressione delle scorse settimane hanno scomodato analisi che si ripetono da una trentina d’anni: crisi economica, assenza di fiducia da parte della popolazione, Repubblica islamica a un passo dal tracollo. In questo tipo di analisi, manca quasi sempre una reale conoscenza dei protagonisti, delle dinamiche e delle tempistiche della politica iraniana. Che ha dimostrato di avere tempi di gestazione molto lunghi e generare poi cambiamenti drastici e rapidi, quasi mai nella direzione prevista dalla maggior parte degli osservatori. Fu così per la rivoluzione del 1979, è stato così nelle crisi che ciclicamente hanno colpito la Repubblica islamica: 1999, 2003, 2009, 2019.

Il peso del petrolio

Si è parlato molto dell’aumento del prezzo della benzina, quale fattore scatenante delle proteste di fine novembre. Non si è invece parlato abbastanza di un dato economico fondamentale: l’Iran – a causa delle sanzioni decise da Trump – oggi esporta molto meno petrolio rispetto al recente passato. Il prossimo anno (il 1399 del calendario persiano inizia il 20 marzo 2020) “soltanto” il 30 per cento del bilancio statale dell’Iran si baserà sull’export petrolifero: dieci anni fa era il 60 per cento.

Secondo la Banca Mondiale, nel 2017 il petrolio rappresenta il 17 per cento del PIL iraniano: un patrimonio dunque ancora fondamentale, ma non più sufficiente. Tagliare i sussidi è perciò un primo passo quasi inevitabile. A cui però dovrà necessariamente fare seguito un cambio di prospettiva: se l’Iran vuole sopravvivere dovrà rivedere la sua politica fiscale assolutamente inadeguata. Più in generale, a giudicare dal budget presentato l’8 dicembre dal presidente Hassan Rouhani, l’intervento dello Stato nell’economia diminuirà.

E questo non potrà non avere conseguenze politiche, soprattutto se proseguiranno le sanzioni e l’isolamento economico.

Lo stallo politico

Situazione paradossale. Rouhani era stato eletto nel 2013 proprio per uscire dall’isolamento in cui il Paese era precipitato negli otto anni di presidenza Ahmadinejad. E l’accordo nucleare del 2015 aveva in effetti aperto una nuova fase. Chiusasi bruscamente con l’elezione di Trump alla Casa Bianca e la successiva uscita dal JCPOA. Adesso è proprio Rouhani a pagare il conto più salato per questa marcia indietro. Sia a livello internazionale, sia internamente. Anche le proteste di novembre sembrano averlo isolato ancora di più. A criticarlo non sono soltanto i conservatori: a dicembre alcune testate riformiste hanno chiesto le dimissioni del presidente. Le prossime elezioni presidenziali sono fissate per la primavera 2021 ma non è affatto scontato che Rouhani arrivi alla fine del mandato. In passato, la Guida Khamenei ha dimostrato di non amare crisi istituzionali che possano ledere l’unità del sistema: nel 2004 si schierò contro un possibile impeachment del riformista Khatami ormai a fine mandato. Dopo qualche settimana la polemica si è un po’ smorzata ma l’allerta per possibili nuove manifestazioni a quaranta giorni dai disordini (e dalle vittime) di novembre, dimostra che la tensione rimane alta.

Il magazine Seda suggerisce a Rouhani di dimettersi

In cerca di accordo

A proposito di impeachment, l’apertura del procedimento contro Donald Trump negli Usa rischia di rivelarsi un problema anche per chi, in Iran, cerca ancora un accordo. A settembre 2019 Rouhani e Trump sarebbero stati a un passo da un nuovo accordo che avrebbe sospeso il divieto per i Paesi europei di comprare petrolio iraniano. A far saltare l’intesa, la distanza tra le parti sui tempi di questa sospensione (Rouhani voleva un anno e un tetto di 1,5 milioni di barili di petrolio al giorno, mentre Trump era disposto a concedere sei mesi e un milione di barili al giorno) e sulle modalità dell’annuncio dell’intesa: Rouhani chiedeva una dichiarazione da parte degli Usa, Trump insisteva per un incontro con una stretta di mano da immortalare, sulla falsa riga di quanto avvenuto con il nordcoreano Kim Jong-un nel 2018.

Nonostante lo sforzo di mediazione diplomatica portata avanti dal presidente francese Emmanuel Macron, non se ne è fatto nulla e adesso è tutto più complicato: Trump è un leader indebolito dall’impeachment e non può permettersi di osare granché a meno di un anno dalle presidenziali. E in Iran il 21 febbraio si vota per il parlamento.

Le elezioni di febbraio

Si voterà per l’undicesimo parlamento della Repubblica islamica. I candidati registrati sono 14.896, il 15 percento in più rispetto a quattro anni fa. Assai probabile che il Consiglio dei Guardiani casserà, come di consueto, molte di queste candidature. Non si sono registrati personaggi del calibro dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani, del’ex negoziatore (conservatore) sul nucleare Saeed Jalili e del riformista Mohammad Reza Aref. Si è invece registrata Shahindokht Molaverdi, ex vicepresidente nel primo governo Rouhani.

Si prevede un nuovo parlamento a maggioranza conservatrice, sia per la censura sui candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani, sia per un oggettivo disincanto da parte dell’elettorato iraniano nei confronti dell’attuale esecutivo. Come sempre, sarà interessante verificare l’affluenza, dato molto indicativo per capire il grado di tenuta del sistema.

Guardando alle elezioni di febbraio e, più in generale, al futuro prossimo dell’Iran, vale la pena soffermarsi su un dato interessante. l’anno che si concluderà a marzo (il 1398 persiano) ha fatto registrare un tasso di natalità pari a 14,5 per mille, il più basso negli ultimi 50 anni. L’Iran è un Paese giovane, ma comincia a invecchiare.

Iran, l’inverno dello scontento

La notizia è arrivata venerdì 15 novembre: il governo iraniano ha deciso di ridurre i sussidi relativi all’acquisto di benzina, determinando così un aumento del 50% del prezzo del carburante.

L’aumento del prezzo della benzina

In pratica, ogni cittadino iraniano può ora comprare fino a 60 litri di benzina al mese a 15.000 rial, cioè circa 32 centesimi di euro al litro, mentre ogni litro in più costa 80 centesimi. Prima di questo provvedimento, in un mese si potevano acquistare in un mese 250 litri a circa 0,25 euro al litro.

Secondo il governo di Hassan Rouhani questo provvedimento porterà nelle casse dello Stato tra i 300 e i 310 mila miliardi di rial, (2,55 miliardi di dollari all’anno). Il ministro del petrolio Bijan Zanganeh ha dichiarato che le entrate saranno indirizzate principalmente a 18 milioni di famiglie bisognose. Zanganeh ha aggiunto che  “il governo controllerà il consumo annuale di 94 milioni di litri, di cui 64 milioni saranno venduti tramite carte di razionamento”.

Le proteste nelle città iraniane

L’annuncio dell’aumento della benzina ha scatenato quasi immediatamente la protesta in numerose città iraniane. A Teheran, nel giorno della prima nevicata della stagione, si sono riscontrati diversi blocchi del traffico e assembramenti sporadici di persone che hanno scandito slogan contro il governo e contro il sistema. Più grave la situazione in altre città: a Sirjan, nella provincia di Kerman, una persona è morta negli scontri seguiti all’attacco di un deposito di carburante da parte dei dimostranti. Un’altra persona sarebbe morta a Behbahan, nella provincia del Khuzestan. Come sempre accade in circostanze simili, non è semplice avere un quadro chiaro della situazione. Sui social circola anche un video che mostrerebbe un dimostrante colpito da un colpo d’arma da fuoco. In altre immagini, si vedono chiaramente le forze dell’ordine intervenire con violenza, colpendo manifestanti e auto in transito.

Il blocco di internet

A conferma della gravità della situazione, il blocco di internet, scattato nella giornata di sabato 16 novembre e confermato da un lancio dell’agenzia semi ufficiale ISNA che riprende un comunicato del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale che parla di “limitazioni all’accesso a Internet per 24 ore”.

Questa decisione ricorda altre situazioni di crisi, in cui le autorità della Repubblica islamica hanno limitato o impedito totalmente l’accesso alla rete. Fu così nel 2009, nelle settimane dell’Onda Verde. Di sicuro, la mancanza di connessione, aumenta l’incertezza su quanto stia effettivamente accadendo in Iran.

La questione dei sussidi

In Iran il prezzo della benzina è un prezzo politico, già dall’epoca dello scià. Da anni, il prezzo garantito dalla Repubblica islamica è assolutamente insufficiente a coprire i costi di estrazione e raffinazione. L’esportazione del petrolio è la principale voce di bilancio per lo Stato iraniano, ma il ripristino delle sanzioni da parte degli Usa, dopo il ritiro dall’accorso sul nucleare, ha provocato il collasso. Oggi Teheran esporta 500.000 barili di petrolio al giorno, quando il limite per la sua sopravvivenza economica è stimato a un milione. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, i sussidi per la benzina rappresentano l’1,6 per cento del PIL iraniano per il periodo 2017-18. Un costo enorme per una misura che oltretutto riguarda tutti gli iraniani, anche quelli con i redditi medio alti che possono tranquillamente permettersi un prezzo più alto per le loro auto. A rimetterci, adesso, sono le classi sociali più povere.

La questione politica ed elettorale

Di sicuro la decisione di Rouhani non è stata azzeccata nella tempistica. E forse – come si dice sempre un po’ ovunque in ogni situazione – non è stata ben comunicata. Resta però il fatto che si tratta di una decisione necessaria nel quadro della cosiddetta strategia della “massima resilienza” adottata dalla stessa Guida per contrastare la “massima pressione” voluta da Donald Trump. E non c’è dubbio che la presidenza ha preso questa decisione di comune accordo con i vertici della Repubblica islamica, a cominciare dalla Guida. Che infatti, nel condannare i disordini – attribuiti come sempre a “elementi esterni” – ha rimarcato il sostegno alle decisioni di Rouhani.

In questo quadro, è però proprio il presidente moderato a rischiare di più dal punto di vista politico. I conservatori fanno quadrato non attorno a lui ma attorno a Khamenei, cioè al sistema. E se il quotidiano Keyhan scrive che gli aumenti sono necessari, il riformista Seda-ye Eslahat titola: “Il popolo ha perso le speranze in Rouhani e aspetta le sue dimissioni”.

Come dire: “Con amici simili, chi ha bisogno di nemici?”.

Il 21 febbraio 2020 si svolgono le elezioni parlamentari, tradizionalmente una sorte di midterm in attesa delle presidenziali del 2021. Facile prevedere una bassa affluenza, altrettanto facile una vittoria dei conservatori.

In mezzo, questa crisi, che al di là dei facili e un po’ pelosi entusiasmi dei cronisti occidentali, molto difficilmente sfocerà in una crisi anti-sistema. La questione è essenzialmente economica.

L’inverno dello scontento iraniano è soltanto iniziato.

Seda-ye Eslahat (La voce della riforma) chiede le dimissioni di Rouhani

Aggiornamenti

https://twitter.com/netblocks/status/1197119013022818305

Continua il blocco di Internet in Iran. Le linee telefoniche funzionano, seppure con alcune limitazioni. Non si hanno ancora notizie chiare circa i disordini in atto nel Paese. Amnesty International parla di “almeno 106 manifestanti uccisi” in scontri in 21 città. Le autorità iraniane parlano invece di tre agenti uccisi a coltellate dai “rivoltosi”.

Continua a essere particolarmente difficile accedere a informazioni dirette.

Intervista a radio Vaticana – 20 novembre 2019

Chi è Masoumeh Ebtekar

Masoumeh Ebtekar

A vederla di persona, la cosa che colpisce di più è il suo sorriso. Sorride molto, Masoumeh Ebtekar , vicepresidente della Repubblica Islamica di Iran con delega alle politiche ambientali. Sorride ai giornalisti e ai politici italiani che la ricevono in visita ufficiale a Roma, a fine novembre 2014. Tra i vari impegni istituzionali, anche un incontro pubblico presso la SIOI di Roma, condotto dall’ex ambasciatore a Teheran Riccardo Sessa.

Le sopracciglia disegnate, il filo di trucco sul volto incorniciato dal chador nero, l’inglese fluente imparato da ragazza negli anni trascorsi negli Usa: è una presenza gradevole, ma tutt’altro che “lieve”

Classe 1960, la signora Ebtekar è un personaggio tra i più interessanti della politica iraniana e attraverso il suo percorso è possibile ricostruire alcuni passaggi importanti della storia dell’Iran dalla rivoluzione del 1979 ad oggi.

Oggi

La vicepresidente iraniana arriva a Roma all’indomani del nuovo rinvio dell’accordo sul nucleare tra Teheran e gruppo 5+1. La maggior parte delle domande dei cronisti verte proprio sull’infinita querelle atomica e sul ruolo dell’Iran nella lotta contro l’ISIS. Da politica navigata, la Ebtekar non si scompone nemmeno quando si tocca il tema dei diritti umani, della recente esecuzione di Reyhaneh Jabbari o degli attacchi con l’acido alla donne di Esfahan. Articola un ragionamento, cerca di riportare tutte le questioni nel contesto culturale e politico iraniano; magari non convince l’interlocutore, ma sembra sempre controllare perfettamente la situazione.

Quando però si toccano temi come l’ambiente, la crescita sostenibile o lo sviluppo del turismo in Iran, il suo volto si apre in un’espressione di sincero entusiasmo. Invita tutti a visitare il Paese, descrive l’Iran dei giovani e delle nuove realtà sociali ed economiche. Racconta con partecipazione la recente visita a un fabbrica di batterie al litio per automobili elettriche, parla della necessità di ridurre le emissioni di Co2 e di quanto le sanzioni abbiano danneggiato l’ambiente.
Auspica nuovi investimenti dall’estero, dicendosi consapevole che molto dipenderà dall’esito dei negoziati sul nucleare.

Sottolinea l’importanza dell’alleanza tra riformisti e moderati che ha portato – anche grazie al ritiro del candidato riformista Aref – all’elezione di Hassan Rouhani. Traccia anche un parallelo tra Mohammad Khatami – che lanciò il progetto del “Dialogo tra civiltà” proprio alla vigilia dell’11 settembre 2001 – e Rouhani che nel settembre 2013 propose in sede ONU una Coalizione contro gli estremismi (WAVE), appena poche settimane prima che emergesse in tutta la sua gravità il fenomeno (ancora molto misterioso, secondo la Ebtekar) dell’ISIS.

In almeno tre occasioni cita l’ex presidente riformista Mohammad Khatami, a sottolineare un legame politico ancora molto importante.

Ieri

Questa è cronaca dell’oggi. Ma chi è stata, da dove viene Masoumeh Ebtekar ? Tanto per cominciare il suo nome vero era Niloufar Ebtekar. Nasce nel 1960 in una famiglia medio borghese di Teheran. Trascorre sei anni a Philadelphia, quando suo padre si trasferisce per motivi di studio negli Stati Uniti. Tornata in patria, studia nella scuola internazionale di Teheran, poi all’Università sceglie la facoltà di Scienze. Dopo la laurea, nel 1995 ottiene un PHD in immunologia. Gli anni universitari sono quelli della svolta politico-religiosa: Masoumeh diventa una seguace di Ali Shariati , uno dei personaggi che più ha influenzato la generazione che sarà protagonista nella rivoluzione del 1979. 

ebtekar 1979

 Nei 444 giorni della crisi degli ostaggi dell’Ambasciata Usa di Teheran , Ebtekar – proprio in virtù del suo ottimo inglese – è la portavoce degli “Studenti seguaci della linea dell’Imam”. I media americani la chiamano “Sister Mary”. Nel film Argo  il suo personaggio è interpretato da Nikka Far .Nel 2001, con il giornalista Fred A. Reed, ha raccontato la sua versione della crisi nel libro Takeover in Tehran: The Inside Story of the 1979 U.S. Embassy Captur. 

Con la presidenza Khatami (1997) diventa la prima vicepresidente donna della Repubblica islamica e capo della Organizzazione per la protezione ambientale.  Mantiene l’incarico fino al 2005, quando viene eletto presidente Mahmud Ahmadinejad. Dal 2007 al 2013 siede nel consiglio comunale di Teheran, dove si occupa sempre di tematiche ambientali. Con la vittoria di Rouhani (2013), ritorna al ruolo ricoperto con Kahtami. In patria e all’estero è molto apprezzata per il suo impegno a favore delle tematiche ambientali, fino a pochi anni fa poco considerate nella società e nella politica iraniana.

 Il percorso politico della Ebtekar è simile a quello di molti altri protagonisti dell’occupazione dell’ambasciata Usa: finita la prima fase rivoluzionaria, molti di loro hanno abbracciato il riformismo e la linea di Khatami in particolare. Va infatti ricordato che quell’occupazione nacque in risposta al timore di una imminente controrivoluzione guidata dagli Stati Uniti, sul modello dell’Operazione Ajax che nel 1953 aveva portato alla deposizione di Mossadeq .Gli studenti che occuparono l’ambasciata rappresentavano la corrente più “di sinistra” del fronte rivoluzionario: non è dunque strano vedere oggi quei personaggi schierati per una cambiamento della società e della politica iraniana, sempre nella cornice della Repubblica islamica.

Leggi anche

Leggi il blog in inglese di Maosumeh Ebtekar Persian Paradox: http://ebtekarm.blogspot.it/

Il suo account Twitter in inglese è @ebtekarm, quello in persiano @ebtekarm_ir .

Siria: la grande incognita

Festival Internazionale 2013

Al Festival della rivista Internazionale che si è svolto dal 4 al 6 ottobre a Ferrara, si è parlato di politica internazionale e la situazione della Siria, Paese ormai da due anni martoriato da una guerra civile che ha fatto 120 mila morti e 6 milioni di sfollati, è stata analizzata in due dibattiti.

Quotidianamente i media ci bersagliano di notizie di cronaca proveniente dalla Siria ma poche purtroppo sono le analisi più approfondite su quello che veramente sta accadendo dietro le quinte. Molto interessante quindi è stato l’intervento del corrispondente ANSA Lorenzo Trombetta che ha fatto chiarezza sui giochi di potere interni alla Siria. Subito il corrispondente ha sottolineato il fatto che il regime di Bashar Al-Assad non è di stampo Alawita (una corrente dello sciismo) come i giornali ci propinano,  ma la sua base sono i clan famigliari. E questo è un elemento fondamentale per capire il panorama politico odierno. Infatti Hafiz al-Asad, padre di Bashar, aveva creato e mantenuto il suo potere unendo vari clan che controllavano diverse porzioni di territorio, a cui elargiva favori e garantiva la costruzione di infrastrutture di base (strade, scuole, ospedali, etc…).

Ovviamente il vero potere era suddiviso tra poche famiglie fedeli ma Hafiz non trascurava il resto dei clan e quindi del territorio siriano. Bashar ha invece rotto questa sorta di patto sociale esistente mettendo da parte molti clan con cui il padre intratteneva rapporti, e dimenticandosi pertanto di prendersi cura di una vasta porzione di territorio siriano. Nel momento in cui questi territori dimenticati hanno iniziato a manifestare una certa inquietudine, Bashar non è riuscito a prendere in mano la situazione e i clan si sono ribellati apertamente al governo.

“All’inizio in Siria c’è stato un tentativo di unire le varie correnti rivoluzionarie – spiega lo storico Farouk Mardam-Bey – ma c’è stata una rapida militarizzazione della rivolta sia da parte del governo che ha represso ferocemente i ribelli, sia da parte degli altri attori (vedi Russia, Turchia, gruppi fondamentalisti stranieri, Paesi del Golfo e Iran).” “La situazione è precipitata a tal punto che oggi – prosegue Trombetta – Bashar Al Assad non è il governo ma è uno dei signori della guerra”.

I ribelli hanno subito poi una ulteriore spaccatura nel momento in cui si è iniziato a parlare di un intervento militare da parte delle potenze occidentali. Mentre Assad sapeva benissimo che grazie all’intromissione della Russia l’intervento sarebbe stato evitato, i ribelli ci hanno creduto. Ciò ha provocato una spaccatura tra i gruppi che erano favorevoli all’intervento e quelli contrari, Assad ha aumentato ancora di più la repressione e i gruppo più integralisti si sono rafforzati. Risultato? Un massacro sempre più violento della popolazione civile a favore della quale  purtroppo neanche le organizzazioni umanitarie riescono a intervenire.

Jonathan Whittall (Medici Senza Frontiere), appena rientrato dalla Siria è scandalizzato dalla situazione che si è venuta a creare. “È praticamente impossibile negoziare l’accesso sia del personale medico che dei farmaci. E anche quando si riesce, i medici sono talmente in pericolo che sono pochissime le ONG che accettano di rimanere in Siria. C’è una tale confusione tra i gruppi di potere che non sai neanche con chi stai interloquendo e quanto vale l’eventuale negoziato che riesci a raggiungere. La popolazione così come gli operatori umanitari non sono rappresentati e protetti da nessuno.” È questa la situazione in cui MSF si trova a lavorare in Siria. È molto pericoloso e la gente continua a morire.” “Anche per i giornalisti internazionali la situazione è la stessa delle ONG, – aggiunge il britannico Alex Thomson (Channel 4 News) – noi corrispondenti siamo in costante pericolo a causa delle forze sia governative che ribelli. Inoltre con l’avvento dei social network tutti vedono immediatamente chi hai intervistato, dove sei stato e cosa hai scritto. Ed entrambe le parti non si fanno scrupoli a minacciarti”.

Tutto ciò ci dà un’idea molto chiara della complessità della situazione siriana e ci fa riflettere su come qualsiasi intervento debba essere ben ragionato e calibrato. Non si possono fare dichiarazioni avventate perché potrebbero far precipitare ancora di più la situazione. L’intera regione è ovviamente in pericolo e “in questo particolare momento storico – dice il politologo Olivier Royl’Iran può rappresentare il punto di svolta. Adesso il regime iraniano, anche grazie alle caute aperture del Presidente Hassan Rouhani, rappresenta l’interlocutore più stabile con cui confrontarsi.”  “Attualmente l’Iran si sente al sicuro.  – aggiunge il sociologo Khosrokhavar  – L’Ayatollah Khamenei infatti si è liberato di Ahmadinejad, pericoloso per la stabilità del regime perché troppo populista,  e l’opposizione interna è stata messa a tacere. Ora l’Iran può negoziare con gli Stati Uniti e prendersi il ruolo di guida della regione a cui ha sempre aspirato.” Il regime iraniano non andrà avanti con il nucleare ma gli Stati Uniti non interverranno in Siria. Tutti contenti, perché nessuno oggi ha più voglia di lanciarsi in guerre territoriali dal costo economico esorbitante e dalla conclusione incerta.

Certo bisognerà tenere anche in considerazione la Russia la quale, secondo Mardam-Bey, dovrebbe costringere Assad a ripartire il potere tra i vari  clan in modo da stabilizzare un minimo la situazione e far gestire la transizione dall’ONU. Purtroppo però non si vede ancora nessun segnale in questa direzione, resta quindi da vedere quali pedine restano ancora da giocare alla Russia, all’Iran e agli USA.