Orizzonti dall’Iran

Rassegna cinematografica dedicata alle produzioni di giovani documentaristi iraniani a Palazzo Merulana di Roma. Lunedì 23, mercoledì 25 e giovedì 26 settembre 2019

Torna la rassegna cinematografica Orizzonti dall’Iran, dedicata alle produzioni di giovani documentaristi iraniani emergenti e non!
Tema della seconda edizione è “Operazione Peace Dreaming”, uno sguardo sulla guerra Iran-Iraq, una ferita ancora aperta della nostra storia recente.

Ad aprire la rassegna è l’omaggio a Amir Naderi, uno dei più grandi registi iraniani, con una pellicola quasi introvabile: La Ricerca 2 (1982), per poi proseguire con altre dieci opere di giovani documentaristi iraniani che hanno cercato di mostrare il vero volto della guerra anche dopo anni dalla sua fine.

Programma:

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Lunedì 23 settembre 2019 | Inaugurazione ore 18.00
“Raffaello” (2015) di Bahman Kiarostami
durata: 20 minuti
“La Ricerca 2” (1982) di Amir Naderi
durata: 55 minuti
“You went missing” (2011) di Mehdi Bagheri
durata: 26 minuti
“L’arca di Noe” (2002) di Soudabeh Babagap
Durata: 25 minuti

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Mercoledì 25 settembre 2019 | ore 18.00
“Fabbrica dei Martiri” (2008) di Camilla Cuomo
durata: 55 minuti
Interverranno Camilla Cuomo e Babak Karimi
“Il Ritorno” (1989) di Mohammad Tahami Nejad
durata: 45 minuti
“Doomsday Machine” (2009) di Soudabeh Moradian
durata: 53 minuti

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Giovedì 26 settembre 2019 | ore 18.00
“Entr’acte” (2016) di Mohammad Reza Kheradmandan
durata: 7 minuti
“A Down with the Smell of lemon” (2014) di Azadeh Bizargiti
durata: 48 minuti
“Zemanco” (2015) di Mehdi Ghorban Pour
durata: 62 minuti
“UNDO” (2016) di Majed Neisi
durata: 39 minuti

Operazione Peace Dreaming è a cura di Parisa Nazari e Azadeh Bizargiti, organizzata dall’associazione culturale italo iraniana Alefba in collaborazione con Palazzo Merulana, Rivista culturale iraniana Bukhara e MedFilm Festival.

Modalità di partecipazione:
Biglietto Unico 7 €
Il biglietto dà diritto alla proiezione, ad un calice di vino o a un cocktail analcolico.
Diritti di prenotazione 2.00 €
Info
+39 06 39967800
info@palazzomerulana.it
palazzomerulana.it

Attacco terroristico a parata militare ad Ahwaz

Ventinove morti e decine di feriti. Questo il bilancio dell’attentato terroristico compiuto il 22 settembre 2018 contro una parata militare nella città iraniana di Ahwaz, capoluogo della provincia sud occidentale del Khuzestan, ricca di petrolio, a maggioranza araba e teatro negli ultimi mesi di numerose proteste contro il governo di Teheran. Tra le vittime, dodici pasdaran, un giornalista e civili che assistevano alla parata.

L’attacco è stati rivendicato inizialmente dal gruppo al-Ahvaziya – legato all’Arabia Saudita – e poi dall’Isis. Il ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif ha scritto in un tweet:

“Terroristi reclutati, addestrati, armati e pagati da un regime straniero hanno attaccato Ahvaz. Fra le vittime, bambini e giornalisti. L’Iran ritiene responsabili gli sponsor regionali del terrore e i loro padroni statunitensi per attacchi come questo. L’Iran risponderà celermente e in modo decisivo in difesa delle vite iraniane”.

La data e il luogo

Il 22 settembre è la ricorrenza dell’attacco di Saddam che diede vita alla lunga guerra tra Iran e Iraq (1980-88), quella che gli iraniani ricordano come guerra imposta. L’attentato è stato sferrato in un’occasione altamente simbolica: nel 1980 fu l’inizio dell’aggressione alla Repubblica islamica nata appena un anno prima e l’Iraq attaccò proprio il Khuzestan, sperando in un sostegno da parte della popolazione di etnia araba, che invece si schierò con il governo centrale contro l’invasore. Non che la provincia non abbia vissuto momenti di tensione a causa dei movimenti indipendentisti. Come ricorda Siavush Randjbar-Daemi in in un tweet, il momento più critico fu l’estate del 1979, quando il governo rivoluzionario faticò non poco a reprimere i movimenti autonomisti armati.

Il momento attuale

Sebbene non sia ancora chiaro chi abbia deciso questo attentato, è evidente il suo messaggio di sfida aperta alla Repubblica islamica. Colpire i pasdaran in un’occasione come la celebrazione della guerra con l’Iraq è un’azione quasi ridondante di aspetti simbolici.

L’Iran, dopo l’elezione di Trump alla Casa Bianca, è oggettivamente sotto assedio. Sia dal punto di vista dialettico, sia da quello economico. Le nuove sanzioni che scatteranno il 4 novembre saranno un ulteriore colpo alla già traballante economia iraniana e le minacce di regime change avanzate da Usa, Israele e Arabia Saudita negli ultimi mesi, sembrano aver trovato nell’attacco di oggi un primo, tragico tentativo di applicazione.

Come è naturale attendersi, non ci saranno dimostrazioni di solidarietà internazionale nei confronti di Teheran. Magari qualcuno non parlerà di terrorismo, ma di “attacco ai pasdaran”, quasi a sminuirne la gravità. Oltre a ricordare che tra le vittime ci sono civili e anche bambini, è doveroso precisare che i ranghi delle “guardie della rivoluzione” sono in maggior parte costituiti da giovani militari di leva, che sono stati assegnati a quel corpo.

Se non si parte da questi presupposti, non si capisce la gravità dell’accaduto e di cosa questo attacco rappresenti per l’Iran nel suo intero, non solo per i suoi leader politici.

Viaggio in direzione 270°: la guerra Iran – Iraq in un romanzo

Viaggio in direzione 270°: la guerra Iran - Iraq in un romanzo

Guerra e Medio Oriente. Sembrano due concetti destinati a essere inscindibili, come per una sorta di maledizione inspiegabile perché non spiegata, non affrontata. Cosa ne sappiamo noi delle guerre che si sono combattute e si combattono ancora in quella parte di mondo? La guerra Iran-Iraq (1980-88) è stata l’ultima guerra convenzionale del XX secolo, l’ultima, cioè, a essere combattuta dagli eserciti di due Stati nazionali l’un contro l’altro armati. Una guerra terribile e poco ricordata in Occidente. In Iran è una ferita ancora aperta, celebrata dal potere e raccontata dal cinema come dalla letteratura. Abbiamo avuto modo di parlare di Da di Zahra Hosseini, best seller nella Repubblica islamica, romanzone in cui la guerra è narrata attraverso la storia di una famiglia.

È appena stato pubblicato in Italia Viaggio in direzione 270° di Ahmad Dehqān (Jouvence), per la traduzione di Michele Marelli e con una preziosa prefazione di Simone Cristoforetti. Prefazione che consiglio a tutti di rileggere un volta terminato il romanzo, sia per la breve ma lucidissima analisi del libro, sia per la spiegazione del contesto storico in cui il libro è ambientato.

Ahmad Dehqān ambienta il suo romanzo durante l’offensiva iraniana denominata “Karbala-5”, i cui obiettivo era la conquista della città irachena di Bassora. Siamo nel gennaio 1987, penultimo anno di guerra. Nāser – alter ego dell’autore – studia all’università e sembra condurre una vita molto semplice. Vive coi genitori e due fratelli piccoli, non hanno il telefono in casa e dalla descrizioni degli interni tutto lascia supporre un tenore di vita modesto.

Nāser è già un reduce di guerra: è tornato a casa per finire gli studi, ma il sentore che stia per avvenire qualcosa di importante, lo riconduce al fronte. Ed è un avvicinamento lento e costante, gravido di tensione, che accompagna il lettore dalle prima pagine fino a oltre metà del libro, quando il protagonista raggiunge finalmente la prima linea.

Come spiega Cristoforetti nella prefazione, nel racconto

non sono i motivi della guerra a essere discussi. La guerra semplicemente è: va combattuta, è ineluttabile, e come tale viene vissuta.

E quando si arriva alla prima linea si scatena davvero l’inferno, anche per il lettore, che si ritrova di colpo davanti a scene di rara crudezza, soprattutto per la letteratura iraniana contemporanea.

Ma, come dice ancora Cristoforetti,

la spettacolarità o la brutalità della guerra, pur nudamente rappresentate, non sono le protagoniste. Il centro dell’attenzione rimane l’uomo, le sue speranze, le sue paure (…).

Non c’è, in Viaggio in direzione 270° alcun richiamo all’eroismo o al patriottismo. La Storia rimane molto sullo sfondo, quasi impercettibile. Dehqān (classe 1966) ha partecipato al conflitto giovanissimo, come volontario tra i basiji, la milizia rivoluzionaria che ebbe un ruolo fondamentale nella cosiddetta “guerra imposta”. Ecco, proprio su questo ultimo concetto si potrebbe aprire una riflessione non facile ma doverosa. Perché il libro – come abbiamo visto – racconta una delle ultime fasi della guerra e in particolare il tentativo iraniano di conquistare Bassora, sperando nell’insurrezione degli sciiti iracheni per determinare così la caduta di Saddam Hussein. Si ricorda sempre, giustamente, che il conflitto è stato scatenato dall’Iraq che il 22 settembre 1980 invade l’Iran. Ma è corretto ricordare che il protrarsi della guerra fu determinato anche dall’intransigenza della leadership iraniana – e di Khomeini in particolare – che puntava – sul piano ideologico – a “esportare” la rivoluzione sciita e – su un piano meramente politico – a eliminare Saddam. Senza dimenticare che la guerra fu determinante a eliminare tutte le voci di dissenso interne alla Repubblica islamica.

Per tutti questi fattori, la pubblicazione in italiano di Viaggio in direzione 270° deve essere salutata come un’ occasione per ripensare quella guerra e la guerra in sé, tutte le guerre.

 

 

Guerra Iran-Iraq

Guerra Iran-Iraq Chi conosce l’Iran sa bene quanto gli otto anni (1980-88) di conflitto con l’Iraq di Saddam Hussein, la cosiddetta guerra imposta (in persiano: جنگ تحمیلی , Jang-e-tahmīlī) rappresentino ancora oggi una ferita aperta per il popolo persiano. La memoria di quel conflitto è tangibile: tutte le città sono piene di murales dedicati ai martiri e ogni famiglia ha i propri caduti da ricordare.

C’è però un’evidente lacuna in questa memoria: molto spesso si parla delle conseguenze di quella guerra, dal punto di vista umano, sociale e politico. Si sa cioè che costò moltissime vite umane (sul numero esatto torneremo più avanti), che rafforzò la Repubblica islamica appena instaurata, che isolò il Paese dal resto del mondo. Il tutto è spesso ammantato nella retorica della propaganda e nell’enfasi – comprensibile – del racconto “di parte”, di chi cioè quella guerra l’ha vissuta o – nella maggior parte dei casi – l’ha subita.

Ma cosa è stata davvero quella guerra? Come e perché è scoppiata? Come è stata combattuta?

La pubblicistica in merito non è vastissima. Lo storico francese Pierre Razoux, ha provato a colmare questa lacuna con un libro The Iran-Iraq War, ancora inedito in Italia. Non è un lavoro perfetto: alcune traduzioni gridano vendetta e forse tutta la parte relativa al ruolo francese nel conflitto non è proprio super partes. Ma nel complesso il libro offre spunti interessanti, che possono servire a ristudiare quella guerra cercando di mettere da parte alcuni luoghi comuni.

 Guerra Iran-Iraq: come scoppiò

Che sia stato Saddam Hussein a invadere l’Iran il 22 settembre 1980 è fuori discussione. La scintilla, il pretesto è l’annosa questione del diritto di navigazione di un fiume, chiamato Shatt al Arab dagli iracheni e Arvand rud dagli iraniani, che sfocia nel Golfo Persico. La questione era stata regolata dal trattato di Algeri, siglato nel 1975 dal predecessore di Saddam Hussein Ahmad Ali Hasan al-Bakr e dallo scià Mohammad Reza Pahlavi. 

Da questo punto di vista, per gli iraniani, si trattò davvero di una “guerra imposta” loro dall’invasore iracheno. E’ però altrettanto vero che da subito Teheran rifiutò qualsiasi tentativo di mediazione che non implicasse una quanto mai improbabile rinuncia al potere da parte di Saddam Hussein. Indubbiamente l’Iran era la parte aggredita, ma il conflitto si sarebbe potuto contenere o gestire in altro modo se non fossero intervenuti fattori interni alla situazione politica iraniana che vedremo più avanti.

Gli Usa dietro Saddam?

Anche questa è un po’ una forzatura. Non tanto perché gli Usa non fossero in contrasto con l’Iran rivoluzionario (la crisi degli ostaggi era in corso da quasi un anno), ma perché anche l’Iraq di Saddam Hussein era considerato un nemico, soprattutto per la minaccia che rappresentava per Israele.

Però nell’agosto 1979 succede una cosa importante: il capo del governo provvisorio iraniano Mehdi Bazargan decide di annullare tutti i contratti di acquisto di armi dagli Stati Uniti per cercare di limitare i danni provocati dal crollo delle vendite del petrolio dopo la rivoluzione. Secondo i consiglieri di Bazargan, le colossali spese dello scià avevano dotato l’esercito di un equipaggiamento moderno a sufficienza. La decisione manda in fumo contratti per dieci miliardi di dollari, facendo imbestialire la lobby dei produttori di armi statunitensi. Di conseguenza, il Congresso Usa pone l’embargo sull’invio dei pezzi di ricambio per l’equipaggiamento precedentemente acquistato. E’ un passaggio poco noto, ma che si rivelerà decisivo sia per i rapporti tra Washington e Teheran sia per il progressivo invecchiamento dell’arsenale iraniano.

 

Guerra Iran-Iraq

Baghdad, Parigi

Il Paese che in realtà è da subito partner dei propositi di Saddam Hussein è la Francia. L’Unione Sovietica è sì un partner militare di Bgahdad ma non accesso diretto alle basi irachene. Come spiega Razoux,

i tedeschi sono considerati troppo vicini a Israele, gli inglesi in disgrazia e gli italiani non credibili, gli iracheni si rivolgono naturalmente ai francesi, che sembrano gli unici a poter fornire all’Iraq tutto ciò di cui ha bisogno: stretta cooperazione nel settore petrolifero, assistenza su larga scala per l’energia nucleare civile e armi moderni per dissuadere i vicini iraniani.

Per tutta la durata del conflitto, la Francia sarà sempre molto vicina a Saddam Hussein e questo comporterà diversi momenti di crisi acutissima con Teheran.

Guerra Iran-Iraq: le varie fasi

L’Iraq contava sull’effetto sorpresa e indubbiamente la prima fase della guerra fu a suo netto vantaggio. La Repubblica islamica sconta il caos apportato dalla rivoluzione nei propri vertici militari.

La controffensiva iraniana comincia nel giugno 1982, con la riconquista di Khorramshahr (“la Stalingrado iraniana”) e l’ingresso delle truppe iraniane in territorio iracheno.

Cambia la prospettiva della guerra: l’Iran punta non solo a difendersi, ma a far cadere Saddam Hussein esportando la rivoluzione nell’Iraq meridionale, a netta maggioranza sciita. Questa prospettiva si rivelerà del tutto fallimentare, ma sarà uno dei cardini della condotta politica e militare di Teheran per diversi anni.

A febbraio 1984 il conflitto si sposta nel Golfo Persico, dove si intensificherà negli anni successivi. Le truppe iraniane si spingono fino alle paludi del fronte meridionale, dove si svolgeranno alcune tra le battaglie più cruente di tutto il conflitto. L’Iran conquista anche le isole Majnun.

Sempre nel 1984 l’Onu conferma l’impiego di armi chimiche da parte dell’Iraq. Nella primavera del 1985 comincia la cosiddetta “guerra delle città”: l’Iraq attacca con i missili i centri urbani iraniani; Teheran risponde bombardando Baghdad.

Il 24 febbraio 1986 la risoluzione 582 dell’Onu chiede la fine delle ostilità. La risoluzione viene accettata dall’Iraq, ma non dalla controparte, che vorrebbe vedere riconosciuto l’Iraq come aggressore. Tra febbraio e giugno 1986 l’esercito iraniano conquista il porto di Faw, ottenendo un importante vantaggio territoriale strategico.

Nell’aprile 1987 l’ Iran attacca convogli mercantili che commerciano con il Kuwait, paese sostenitore dell’Iraq. Gli Usa e diversi Paesi europei, tra cui l’Italia, inviano navi da guerra a protezione delle petroliere che trasportavano greggio dall’Arabia Saudita e dai vari emirati del Golfo. E’ il primo coinvolgimento dei Paesi occidentali nel conflitto ormai in corso da sette anni.  In questo contesto, il 17 maggio 1987  la fregata statunitense Stark, viene colpita da un missile iracheno.

I mesi successivi segnano uno sbilanciamento degli equilibri a favore dell’Iraq, che il 25 giugno 1988 riconquista le isole Majnun e il 12 luglio la regione dello Zoubeidat.

Il 20 luglio 1987 viene approvata la risoluzione 598 del Consiglio di sicurezza dell’ONU, che impone il cessate il fuoco senza peraltro distinguere, come chiede l’Iran, tra la posizione di Stato aggredito e quella di Stato aggressore.

La fine delle ostilità arriva però solamente un anno dopo, quando le due parti, ormai stremate, accettano la risoluzione Onu 598.

Osirak, il paradossale cambiamento di prospettiva

Queste, in estrema sintesi, le fasi principali di un conflitto lungo e molto complesso in termini di obiettivi, alleanze e ripercussioni. Un passaggio fondamentale avviene il 7 giugno 1981, quando un raid israeliano distrugge l’impianto nucleare iracheno di Osirak. E’ un  raid realizzato in collaborazione con l’Iran, che offre all’aviazione militare di Tel Aviv informazioni di intelligence e assistenza in caso di problemi.

Per Saddam Hussein è un colpo duro, che azzera un programma nucleare – avviato con la collaborazione della Francia – con cui il dittatore iracheno contava di conquistare la supremazia militare nella regione.

Paradossalmente, questa svolta si rivelerà un vantaggio per l’Iraq. Perché Usa e Urss, sino ad allora restii ad appoggiare Baghdad per paura di incoraggiare la proliferazione nucleare nel Medio Oriente, riallacciano i rapporti con Saddam. Per tutto il conflitto con l’Iran, i maggiori fornitori di armi dell’Iraq saranno nell’ordine Unione Sovietica, Francia e Cina.

E’ solo successivamente a questa fase, quando l’Iran minaccia di esportare la rivoluzione nell’Iraq meridionale, che gli Usa riallacciano i rapporti con Baghdad e a marzo 1984 avviene il famoso incontro a Baghdad tra Donald Rumsfeld, allora inviato speciale del presidente Usa Ronald Reagan, e Saddam Hussein.

Guerra Iran-Iraq

Donald Rumsfeld e Saddam Hussein

Guerra Iran-Iraq: gli aiuti di Israele all’Iran

Iran e Israele sono ancora oggi descritti come due grandi rivali in Medio Oriente. Eppure, per i primi sei anni della guerra (1980-1986), Israele è stato il quarto esportatore di armi all’Iran, incassando tra uno e due miliardi di dollari. Nel solo 1986, questo business raggiunse il fatturato record di 750 milioni di dollari.

Guerra Iran-Iraq: un milione di morti?

La Guerra Iran-Iraq viene comunemente ricordata come la “guerra di un milione di morti”, ma non ci sono elementi chiari per definire con esattezza il numero delle vittime. Al termine delle ostilità, l’Iraq dichiara di aver perso oltre 350.000 uomini, l’Iran almeno 600.000. Di qui, i media arrotondano la cifra a un milione. Studi successivi, basati sulle singole battaglie, hanno ridimensionato il numero delle perdite. L’Iraq, ad esempio, avrebbe perso “soltanto” 125.000 uomini e non 350.000.

Il costo totale del conflitto sarebbe di 680.000 tra morti e dispersi e oltre un milione e mezzo di feriti e invalidi. La guerra Iran-Iraq rimane di gran lunga la più sanguinosa della storia del Medio Oriente. L’85% delle vittime sono soldati (3,5 volte di più tra gli iraniani che tra gli iracheni). Le vittime civili dei bombardamenti sono il 3% del totale.  I prigionieri furono 115. 000 (70,000 iracheni e 45.000 iraniani).

Nel nome della madre

La letteratura contemporanea iraniana sembra privilegiare i racconti e i romanzi brevi. D’altra parte, il romanzo classico è un prodotto piuttosto nuovo per la letteratura persiana.

come spiega Alessandro Bausani nel suo fondamentale La letteratura neopersiana,

«Va tenuto presente, per comprendere la relativa trascuranza nella quale fu tenuta la prosa persiana, il fatto che molti degli argomenti che noi siamo da tempo abituati, nelle nostre letterature occidentali, a veder trattati in prosa (la narrativa, la teologia, la mistica, ecc.) erano in Persia trattati nel modo più alto in poesia, e che la prosa, mancando fino in epoche recentissime in Persia il romanzo, la novella (come la intendiamo noi) e il dramma, si limitò in sostanza a due soli generi, la “storia” cioè e la prosa ornata d’arte fatta di eleganti racconti con la loro morale»

Per capire meglio la letteratura iraniana, vanno considerati alcuni aspetti della lingua persiana, contraddistinta, sempre secondo Bausani, da una

 

«singolare scarsezza di verbi esprimenti i vari aspetti dell’azione, del moto: sono del tutto ignoti in persiano, o meglio, vengono espressi con perifrasi, verbi come scintillare, ammiccare, tentennare, centellinare e tanti altri del genere. (…) La grande scarsezza, nel persiano, di verbi descrittivi degli aspetti dinamici della realtà (…) è tuttora causa di grandi difficoltà per l’instaurazione di uno stile veramente “realistico” nella letteratura persiana».

Girando nelle librerie iraniane, se si fa eccezione per i volumoni dei grandi poeti classici (Hafez, Khayyam, Sa’di),  e per i testi di autori stranieri, ci si imbatte soprattutto in raccolti piuttosto snelle di racconti. Anche in Italia, della narrativa persiana contemporanea, sono tradotti e pubblicati libri che non raramente arrivano a cento pagine.

E’ quindi sorprendente che il libro che ha vendute più copie in assoluto nella storia della Repubblica islamica è un romanzo di quasi settecento pagine, intitolato Da, (دا، جنگ یک زن‎‎) che in curdo vuol dire “Madre”. L’autrice, Zahra Hosseini, racconta la sua vita, dall’infanzia da emigrata nell’Iraq di Saddam Hussein agli anni della “guerra imposta”, vissuti in prima linea a Khorramshahr, la “Stalingrado iraniana”.

Zahra Hosseini, classe 1963, è la seconda di sei figli di una famiglia molto religiosa e tradizionalista. Quando l’Iran è attaccato dall’Iraq (22 settembre 1980) è poco più che adolescente e la sua vita è stravolta dalla guerra. Prima si impegna nel cimitero della città, nel lavaggio dei cadaveri, poi direttamente al fronte.

Il libro, realizzato in collaborazione con Azam Hosseini (nessuna parentela tra le due), ha uno stile asciutto, quasi giornalistico. Pubblicato nel 2008, l’anno seguente vince il premio letterario Jalal Al-e Ahmad per la sezione “Documentazione e storiografia” ed ha un successo commerciale enorme, arrivando a ben 140 ristampe in tre anni.

Perché allora è un libro praticamente sconosciuto all’infuori del Paese? Probabilmente perché paga in partenza la sua “vocazione istituzionale”. Il libro era stato infatti concepito come parte di un progetto molto più ampio di raccolta di memorie di donne che avevano partecipato alla guerra con l’Iraq. Grande “sponsor” di questa operazione fu Mohammad Reza Mirtajeddini, deputato “principalista” (conservatore) e vicepresidente per gli Affari parlamentari con Ahmadinejad. Una grande quantità di copie fu distribuita tra politici, professori, scuole e università in concomitanza con le vacanze di No Ruz del 2009.

La protagonista di Da sembra incarnare alla perfezione tutte le virtù della devota sciita e della patriota iraniana. Il libro si presta perciò non solo come strumento per ricordare e celebrare i martiri della “guerra imposta”, ma anche come mezzo di propaganda dei valori della Repubblica islamica. E’ allora un prodotto artefatto, studiato a tavolino? No, perché la storia narrata è autentica e molti lettori vi hanno ritrovato storie personali e familiari. Però, probabilmente, si tratta di un libro poco attraente per le giovani generazioni e piuttosto difficile per il pubblico straniero, che preferisce magari perdersi dietro ai dilemmi esistenziali delle donne dell’Iran di oggi piuttosto che provare a immergersi nel dramma terribile che fu la guerra con l’Iraq.

Ho letto l’edizione statunitense di Da, per la traduzione di Paul Sprachman, che ha visitato l’Iran e incontrato più volte Zahra Hosseini con l’obiettivo di cogliere meglio il senso del libro e darne una traduzione il più fedele possibile.  Sicuramente si perde molto rispetto alla versione originale, ma è comunque un libro che non lascia indifferenti e che può essere apprezzato meglio da chi conosce l’Iran e sa quanto gli otto anni di “guerra imposta” siano ancora una ferita aperta per gli iraniani.

Zahara Hosseini - Da

Un aneddoto tragicomico: alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2009, il riformista Mohammad Ali Abtahi, già vicepresidente di Khatami dal 1997 al 2005, dichiarò pubblicamente che aveva il libro a casa, ma di non aver trovato il tempo per leggerlo a causa degli impegni della campagna elettorale. A seguito di quelle tormentate elezioni, Abtahi venne arrestato e condannato a sei anni di carcere con l’accusa di “sedizione”. Qualche maligno osservò allora che avrebbe così avuto tutto il tempo di leggere Da

 

 

Fabbrica dei martiri

Fabbrica dei martiri

Abbiamo parlato altre volte dei murales di Teheran e delle altre città iraniane. Nel 2008 Camilla Cuomo e Annalisa Vozza hanno realizzato un documentario molto interessante intitolato “Fabbrica dei martiri” e coprodotto da Fabrica e RSI – Radiotelevisione Svizzera.

Il documentario racconta l’Iran attraverso i giganteschi murales commissionati e sponsorizzati dal governo, che ricoprono i muri di interi palazzi. Dipinti che fanno parte della campagna propagandistica iniziata ai tempi della Rivoluzione del 1979 e tenuta viva ancora oggi.

GUARDA IL  DOCUMENTARIO (55′ CIRCA)

Il paradosso saudita

ISIS

Traduzione parziale di un articolo originale di Amir Madani per l’Huffington Post

La spietata macchina omicida dell’ISIS (Islamic State of Iraq and al-Sham), attraverso massacri e atti di terrorismo, ha legato la guerra civile al bagno di sangue in Siria, con lo scopo di instaurare un califfato medievale nella regione desertica tra i due Stati. L’ISIS, nelle cui fila ci sono anche baathisti “orfani” del regime di Saddam, ora occupa l’importante centro politico ed economico di Mosul, così come le grandi aree del cosiddetto triangolo sunnita, e si sta spingendo a sud verso Baghdad, costringendo 500.000 iracheni ad abbandonare le loro case.

Nonostante tutte le minacce regionali e le divisioni interne; nonostante la violenza sistematica; nonostante i loro piani preparati per anni; nonostante controllino alcuni pozzi petroliferi (mentre le compagnie petrolifere e il mondo industrializzato sono intenti a mantenere i prezzi verso il basso); e nonostante i cambiamenti intervenuti nella tattica militare; nonostante tutto questo, l’ISIS ha intrapreso una battaglia che non può realmente vincere. La coalizione di governo basata su una alleanza sciita-kurda, che comprende anche realisti e moderati sunniti, emersa dalle elezioni, è sostenuta dalla comunità internazionale e terrà. È così solida che Stati Uniti e Iran stanno valutando una cooperazione in Iraq.

Detto questo, il governo iracheno ha evidentemente bisogno di cambiare – in particolare una maggiore condivisione del potere, più inclusività e anti-settarismo. Altrimenti ci potrebbe essere una regione autonoma sunnita dove sarebbero gli stessi sunniti a decidere se vivere sotto la dura legge di un gruppo terroristico.

Provocare una guerra settaria

Nonostante la reazione di panico per l’apparente avanzata dell’ISIS, il campo di battaglia rimane limitato essenzialmente alle regioni desertiche del cosiddetto triangolo sunnita, dove quasi il 18 per cento della popolazione vive in un territorio pari al 48 per cento del territorio nazionale irachena, e dove l’ISIS, i quadri Ba ‘ath i loro sostenitori locali stanno cercando di provocare una guerra settaria. Seguendo le indicazioni del primo capo di al-Qaeda in Iraq, Zarqawi, la cui lettera del 2004 a bin Laden (intercettato da agenzie di intelligence occidentali) recita: “Se riusciamo a trascinandoli nell’arena di una guerra settaria, sarà possibile risvegliare i sunniti distratti, facendoli sentire in pericolo imminente”. Eppure i fatti non dimostrano un grande successo: Se la guerra è soprattutto settaria nel carattere come i titoli dei giornali gridano nei principali quotidiani internazionali, allora perché i curdi – la stragrande maggioranza dei quali sono sunniti – non combatte al fianco dell’ISIS / Ba ‘ ath, ma piuttosto con entusiasmo contro di loro? Inoltre, nonostante una significativa forza regionale, l’ISIS e i suoi sostenitori non hanno né la mentalità, né l’esperienza necessaria per governare; I’ISIS rimane essenzialmente un gruppo terroristico. Il governo dell’ISIS nella provincia siriana di Raqqa è basata sul controllo assoluto delle risorse, in modo da controllare totalmente la popolazione, in una condizione di quasi-schiavitù, più dura come al solito per le donne e le minoranze.

CONTINUA A LEGGERE L’ARTICOLO ORIGINALE SULL’HUFFINGTON POST (IN INGLESE)

Quasi due

Di persone che scrivono libri ce ne sono davvero tante. Forse troppe. Ma quanti sono i veri scrittori? E da cosa si riconoscono? Ho cominciato a leggere Quasi due di Hamid Ziarati a scatola chiusa. Di proposito, non sono passato per nessuna recensione, mi sono sforzato di non leggere nemmeno la quarta di copertina. Ho letto sulla fiducia conquistata da Ziarati coi suoi due precedenti romanzi (Salam maman e Il meccanico delle rose) e non me ne sono pentito.

Sì, d’accordo, il romanzo è interamente ambientato in Iran e quindi avevo una motivazione in più per leggerlo, ma questo l’ho scoperto solo a libro iniziato. Narrato in prima persona, Quasi due ha un inizio travolgente: siamo a Tehran nei giorni immediatamente successivi alla rivoluzione. Il protagonista Dariush sembra lontano dagli avvenimenti che stanno stravolgendo il suo Paese. O meglio: segue i fatti, sa cosa lo circonda, ma – come gli adolescenti di tutto il mondo e forse di tutte le epoche – è nel pieno della sua “rivoluzione esistenziale”, con gli ormoni a mille e la voglia di essere grande. Insieme a lui c’è Zal, l’amico fedele e inseparabile. La prima parte del libro scorre in fretta, è divertente, quasi allegra.

Poi arriva la guerra: l’Iraq invade l’Iran e per milioni di persone cambia tutto nel giro di pochi giorni. Anche la vita di Dariush cambia radicalmente. Con l’entusiasmo e l’incoscienza dei suoi anni, si ritrova volontario al fronte, sempre insieme a Zal. E qui il racconto diventa un’altra cosa. Cambia l’ambientazione, cambia lo stile, cambia il tono del romanzo.

Non voglio anticipare troppo, perché il romanzo ha una sua storia da seguire per intero. Dico soltanto che la parte finale, ambientata nel Golfo Persico, sembra scritta apposta per il cinema.

Quasi due ha anche il merito di ricordare a tutti cos’è una guerra. E cos’è stata per l’Iran la “guerra imposta” dall’Iraq di Saddam. Visto i tempi che corrono, non è cosa da poco.