Giorni felici

Nella maggior parte dei casi, scrivere serve soprattutto a chi scrive, non a chi legge. E’ quindi un atto essenzialmente egoista. Che poi qualcuno possa apprezzare quello che scriviamo, è un altro conto.

Mi sono domandato a lungo se fosse giusto, se fosse opportuno che scrivessi di Felicetta Ferraro. Sono passati pochissimi giorni dalla sua scomparsa e confesso che ho cercato a lungo, in rete, testimonianze o ritratti che mi aiutassero a realizzare che non c’è più. Che davvero non c’è più. Non sono certo una delle persone più titolate a parlare di lei. Eppure non farlo mi costerebbe più di quanto mi costi ora vincere il pudore e il timore di essere invadente.

Ho appreso della sua morte dai social, domenica mattina. Sapevo da anni della sua malattia, ma la notizia è stata comunque un colpo improvviso, violento e ingiusto. E’ stato poi un lento scorrere di foto e saluti e dediche, soprattutto di amici iraniani.

Iranista, laureata all’Orientale di Napoli, ex addetto culturale all’ambasciata italiana di Teheran per otto anni, fondatrice insieme a Bianca Maria Filippini della casa editrice Ponte33, Felicetta è morta il 1° giugno a Firenze, all’età di 63 anni.

Non la vedevo e non la sentivo da un po’. Perché così vanno le cose nella vita e tra le persone: ci si incontra e ci si perde. Ci si trova e ci si divide. Avevo conosciuto Felicetta nel 2008. Lei aveva appena terminato la sua missione a Teheran, io avevo da poco pubblicato il mio secondo libro sull’Iran. Fu proprio una mia presentazione in Campidoglio (sì, allora a Roma accadevano anche cose come questa, è passato davvero tanto tempo..) l’occasione in cui ci conoscemmo.

Felicetta stava per lanciare la sua casa editrice, Ponte33, interamente dedicata ad autori contemporanei iraniani. “Ma che vivono in Iran, non quelli della diaspora, che magari in Iran non ci vanno da una vita!”, sottolineava con entusiasmo. Furono mesi e anni particolarmente vivaci per chi, in Italia, si appassionava alla cultura e alle vicende iraniane.

E fu anche una stagione divertente, piena di occasioni piacevoli: cene, feste, qualche breve trasferta. Ricordo una bellissima cena da Felicetta e Mario, nella loro casa ai Castelli Romani. I loro ricordi di giovani laureati nell’Iran scosso dalla rivoluzione e dalla guerra. Ma anche la grande ironia (soprattutto di Mario) nel parlare della loro esperienza nella Teheran di inizio millennio.

E poi venne il turbolento 2009, con le celebrazioni del trentennale della rivoluzione prima e le contestate elezioni presidenziali poi. L’Onda Verde, le polemiche, le manifestazioni in Iran e quelle in Italia. Lei sempre molto scettica nei confronti dei facili entusiasmi che allora scuotevano tanti osservatori ed esperti più o meno improvvisati. Ricordo una lunga discussione in treno, mentre andavamo a Riccione per un convegno: “Andiamoci piano – ammoniva – la Repubblica islamica ne ha viste tante, non saranno queste manifestazioni a farla cadere”. Aveva ragione.

Quando Carla ed io ci sposammo, Felicetta, Fidan e Mario furono tra gli ospiti più partecipi di quella giornata bellissima e allegra. Al regalo – rigorosamente persiano – Felicetta aveva allegato una dedica con quei versi meravigliosi di Hafez che parlano di vino, di rose, di usignoli ubriachi e di amore.

E poi ricordo un No Ruz freddissimo a Firenze, in cui andammo insieme a vedere film iraniani al Middle East Film Now, manifestazione di cui sarebbe divenuta negli anni uno dei pilastri. Fu in quell’occasione che nacque l’idea di portare Ponte33 al Salone del Libro di Torino 2011. Ricordo quei giorni come una sorta di gita scolastica fuori tempo massimo. Una brigata piuttosto eterogenea che attraversava le giornate al Lingotto, condividendo l’entusiasmo per un progetto che nasceva allora.

Felicetta al Salone del Libro di Torino 2011

Una sera di agosto a Firenze, in una piazza caldissima, con i nostri Luca e Fidan ancora piccoli ma non più bambini. Giorni felici, appunto.

Poi quel momento svanì. Ci furono incomprensioni, contrasti e il nostro rapporto non tornò più come prima. Ci incrociammo di nuovo, sempre in occasioni “persiane”. Rimane a me però il rimpianto di non aver mai chiarito davvero quel passaggio, di non aver provato fino in fondo a ricucire un rapporto che per me era stato bello e importante.

Una volta Felicetta, vedendomi giù per la scomparsa di Pierguido Cavallina, mio direttore di tanti anni prima, mi disse che era normale, anzi era giusto che ci stessi male. Perché quando i nostri maestri se ne vanno, si meritano anche un po’ di dolore da parte nostra, per quello che ci hanno dato.

Non so davvero se ci sia mai qualcosa di “giusto” nel destino che ci accomuna tutti. Di certo non c’è nulla di consolatorio, per me, nel ripensare oggi a quelle sue parole. E’ anzi una conferma di una doppia assenza: mi mancherà la sua mancanza.

“Il tuo posto è vuoto”, dicono gli iraniani per taroof, a chi è assente.

Jeye to khalie, Felicetta. E’ proprio così.

L’esperienza della guerra nel cinema iraniano

Uno sguardo all’indietro. L’esperienza della guerra nel cinema iraniano è il titolo della rassegna cinematografica in programma dal 4 al 6 ottobre presso il Cinema Trevi, a Roma, in Vicolo del Puttariello 25.

Nella storia culturale dell’Iran contemporaneo, il cinema costituisce un mezzo privilegiato di rappresentazione della società e di riflessione identitaria. Il drammatico conflitto imposto dall’Iraq all’Iran nel 1980 e le dolorose conseguenze che esso ha avuto per lunghi otto anni e successivamente alla sua conclusione, sono divenuti fin da subito protagonisti di un nuovo genere cinematografico ufficialmente definito “di guerra”. Poco conosciuti in Occidente, in particolare in Italia dove solo un paio di essi (Bashu. Il piccolo straniero e Gilaneh) sono arrivati al grande pubblico, i film di questo filone hanno avuto in Iran un enorme seguito e continuano ancora oggi, a quasi venticinque anni dalla fine del conflitto, a mietere successi al botteghino e ad alimentare discussioni e dibattiti.

Questa iniziativa vuole portare, per la prima volta sullo schermo in Italia, quattro film rappresentativi delle diverse tematiche: la rappresentazione della trincea (A passo di marcia), quella dei sentimenti di un uomo e di una donna che il conflitto pone irrimediabilmente su due versanti opposti (Lacrime di ghiaccio), lo sguardo comprensivo su un drappello di prigionieri iracheni considerati vittime dello stesso dramma che affligge gli stessi soldati iraniani (Pullman notturno), il dramma dei sopravvissuti ai bombardamenti chimici (M come madre).

La rassegna costituisce un punto di vista inedito per comprendere in che modo gli iraniani hanno percepito la trasformazione di se stessi e della loro società attraversolo sguardo crudo e insieme poetico del cinema su uno degli eventi più traumatici della loro storia recente.

Come già successo altrove, anche in Iran, la macchina da presa di dilettanti e di registi affermati si è appropriata della guerra restituendola sotto forma di grande epopea identitaria ma anche di memoriacollettiva che conserva a monito per le future generazioni il ricordo degli orrori che essa produce e della suaintrinseca disumanità.

La proiezione dei quattro film selezionati sarà preceduta da un incontro su “Letteratura e cinema diguerra”, con la partecipazione di Felicetta Ferraro (Ponte33 Edizioni), Bianca Maria Filippini (Università della Tuscia), Marina Forti (Il Manifesto).

giovedi 4 ottobre 2012

ore 17.00 Saluto di Ghorban Ali Pourmarjan, direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia

a seguire Tabl-e bozorg zir-e pa-ye chap di Kazem Mazoumi (2004, 84’)

ore 19.00 incontro su

Letteratura e cinema di guerra

con Felicetta FerraroBianca Maria FilippiniMarina Forti

ore 21.00 Otobus-e shab di Kiomars Pourahmad (2007, 90’)

venerdi 5 ottobre 2012

ore 17.00 Tabl-e bozorg zir-e pa-ye chap (replica)

ore 19.00 Ashk-e sarma di Azizollah Hamidnejad (2004, 96’)

ore 21.00 M mesl-e madar di Rasoul Molla Gholipour (2007, 113’)

sabato 6 ottobre 2012

ore 17.00 M mesl-e madar (replica)

ore 19.00 Otobus-e shab (replica)

ore 21.00 Ashk-e sarma (replica)

Roma – Cinema Trevi – vicolo del Puttarello 25 Roma, tel: 06.6781206

Un ponte tra Iran e Italia

Ponte33 è una piccola casa editrice nata nell’estate del 2009, dalla passione di due studiose di lingua e cultura persiana, Felicetta Ferraro e Bianca Maria Filippini, entrambe formatesi presso l’allora Istituto Universitario Orientale, dove la Ferraro ha anche insegnato Storia dell’Iran per alcuni anni,  prima di ricevere l’incarico di addetto culturale presso la nostra ambasciata a Tehran. L’obiettivo della casa editrice è dichiaratamente quello di far conoscere in Italia la letteratura contemporanea prodotta in persiano in Iran e in Afghanistan e all’estero, dove molti scrittori provenienti da questi vivono ormai da anni. Una produzione variegata, lontana dagli stereotipi correnti e dai pregiudizi alimentati da visioni limitate e frettolose, che svolge un ruolo importante nel far comprendere le contraddizioni di società nelle quali la contemporaneità si trova a convivere con resistenze antiche e nuove opposizioni.

Il nome Ponte33 ricalca il persiano Si-o-se pol, bellissimo ponte di Isfahan sotto le cui arcate (33 per l’appunto) ci si incontra per passeggiare, leggere, discutere; una sorta di simbolo dell’incontro tra generazioni diverse in un qualche modo divenuto lo specchio del mutamento culturale, della società che cambia e va avanti. Il messaggio lanciato dalle due studiose è chiaro: non più veli, cammelli, cupole e tappeti, miscuglio di esotismo da pacchetto turistico a prezzo scontato, ma neanche ostilità, fanatismo, minacce nucleari e oscurantismo medioevale, messaggio quotidiano di TG frettolosi e stampa superficiale; solo una società “normale” che cerca di gestire il retaggio di una storia complessa e un presente complicato da una situazione socio-politica difficile, a volte insostenibile, ma certo non immobile. “Abbiamo iniziato con un romanzo scritto in Iran” – ci dice Felicetta Ferraro –   perché è stato soprattutto questo Paese a imporsi ai nostri occhi per la sua diversità, per le tensioni che lo attraversano, per la travolgente energia culturale che lo domina, per la spinta irrefrenabile al cambiamento”.

Come un uccello in volo di Fariba Vafi, il primo romanzo pubblicato, è uno straordinario esempio della presa di coscienza di una donna che riesce ad emergere dall’inerzia alla quale sembra essere stata condannata da un passato familiare pieno di ombre e dal ruolo di moglie e madre assegnatole dalla società, attraverso un minuzioso lavoro di scavo dentro se stessa e il mondo che la circonda.

Osso di maiale e mani di lebbroso di Mostafa Mastur, uscito qualche mesa fa, esplora la quotidianità palpitante di un condominio di Tehran, megalapoli nella quale si coagulano le contraddizioni irrisolte di un’intera società; mentre A quarant’anni , il  romanzo di Nahid Tabatabai appena arrivato in libreria da cui è stato tratto un film mai arrivato in Italia interpretato da Leyla Hatami, la stessa attrice premiata con l’Orso d’Argento a Berlino per Una separazione, film vincitore dell’Oscar come miglior film straniero 2012, narra la crisi di una donna non più giovane che, come tante coetanee occidentali, rimpiange la gioventù, il primo grande amore, e le realizzazioni mancate nel frastuono della guerra e del nuovo ordine sociale imposto dalla rivoluzione khomeinista.

Il prossimo libro, I fichi rossi di Mazar-e Sharif ,  dà voce all’Afghanistan martoriato da un conflitto infinito, del quale solo la letteratura potrà restituirci i reali contorni, attraverso quello sguardo “dall’interno” che è una delle sue  prerogative.

www.ponte33.it