#Iranelection: la campagna elettorale sui social network

Social media

Un mio articolo per Arab Media Report

Ufficialmente la campagna elettorale iraniana si è aperta il 21 maggio, ma sui social media il dibattito sulle presidenziali del 14 giugno è cominciato con almeno tre mesi di anticipo. Può sembrare un paradosso, visto che i principali social network sono quasi sempre off line, bloccati dalla censura della repubblica islamica che mette attualmente al bando ben il 27percento di tutti i siti del world wide web.

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social media in iran

 

Infografica sui social media in Iran

Teheran verso le elezioni/8

A tre giorni dal voto per le presidenziali (venerdì 14 giugno) riproponiamo il live tweetting del dibattito tv tra i candidati andato in onda venerdì scorso.

Se non lo visualizzi qui sotto, vai a: http://storify.com/anto_sacchetti/elezioni-iran-2013

 

Teheran verso le elezioni/7

secondo dibattito Iran 2013

TEHERAN (RADIO ITALIA IRIB) – Mercoledì si e’ tenuto il secondo dibattito tra gli otto candidati alle elezioni presidenziali dell’Iran che si terranno Venerdì 14 giugno.

Il dibattito tenutosi alle 16 di mercoledì e trasmesso in diretta da più reti tv e radio dell’Iran, ha avuto come argomento principale “Cultura e Società” mentre il primo dibattito, tenutosi il Venerdì precedente, aveva come tema l’Economia.

In questa occasione le regole del dibattito sono state leggermente modificate dopo la coordinazione con i rappresentanti dei candidati.

Ad iniziare il dibattito Mohsen Rezaee che ha ricordato che e’ importante ridare slancio all’economia delle famiglie per poter contribuire anche ad un rinvigorimento delle attivita’ culturali.

In seguito la parola e’ passata a Hassan Rohani, che si e’ soffermato sulla questione dei crescenti problemi economici e culturali nella società iraniana.

I diversi interventi di Mohammad Reza Aref si sono soffermati sulla necessità del fatto che il ruolo del governo nella cultura debba diminuire e che il governo debba affidare agli artisti ed ai sindacati un ruolo maggiore.

Ali Akbar Velayati ha ricordato che famiglia e scuola elementare sono ambienti in cui bisogna investire per poter salvaguardare la cultura della famiglia.

Mohammad Baqer Qalibaf ha parlato prevalentemente del fatto che la cultura nella Repubblica Islamica non deve essere presa in considerazione solo dal punto di vista “economico” e che la cultura deve avere come primo obbiettivo la costruzione di “uomini e donne” per la società. Egli ha espresso la sua opposizione al fatto che politiche culturali particolari vengano imposte dai governi alla gente.

Sulla stessa lunghezza d’onda Seyyed Mohammad Qarazì che ha ribadito che nel corso della storia proprio la cultura e’ stata l’arma più potente dell’Iran.

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=8OJu9CVQx60[/youtube]

In seguito Gholam Alì Haddad Adel ha preso la parola ricordando che c’e’ bisogno di una seria attenzione anche alle tematiche culturali, invece di limitare l’attenzione all’economia ed alla politica.

Saeed Jalilì ripercorrendo il ruolo chiave della cultura nella vittoria della rivoluzione islamica ha ricordato che la cultura può essere la migliore opportunità per la nazione. Egli ha ricordato che non e’ giusto dire che la cultura e’ un qualcosa a parte dalla politica e dall’economia ed ha spiegato che il governo deve sfruttare al meglio le proprie potenzialità per poter raggiungere il migliore obbiettivo.

(Notizia originale: http://italian.irib.ir/)

Teheran verso le elezioni/6

Dibattito tv elezioni Iran

Via ai match televisivi tra i candidati alla successione di Ahmadinejad. Il video integrale delle trasmissione e una mia analisi per Arab Media Report:

 

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=6P0oYHskTOM[/youtube]

Iran. Chi è che vota

Identikit elettori iraniani

Le presidenziali del 14 giugno si avvicinano. Ma chi è che vota in Iran?  Secondo l’articolo 114 della Costituzione,

Il Presidente è eletto direttamente dalla popolazione e rimane in carica quattro anni. La sua rielezione è ammessa per un solo periodo consecutivo al primo.

Votano uomini e donne dai 18 anni in su.

Gli aventi diritto di voto sono oggi 55 milioni (nel 2009 erano 47 milioni). L’età media dei votanti è 38 anni, 3 anni in più rispetto alle scorse presidenziali.

Gli under 30 sono oggi il 30% dei votanti, ben 9 punti percentuali in meno rispetto al 2009.

Si nota, in questi dati, un invecchiamento sensibile della popolazione iraniana, che rimane comunque molto più giovane di tanti Paesi europei, a cominciare dall’Italia.

Gli elettori “adulti” (30-64 anni) rappresentano il 57% del totale (il 54% nel 2009).

L’età media degli elettori influenzerà l’andamento del voto? Probabilmente sì. Intanto perché bisogna  decidere se votare o meno. Le elezioni del 2009, si sa, sono state un trauma per l’Iran. Ma anche chi non ha fiducia in questo sistema, si chiede se sia meglio astenersi o scegliere il male minore. Gli elettori più anziani tendono a preoccuparsi soprattutto dei problemi economici e  la situazione in Iran è molto grave.

Moltissimi giovani sono disoccupati e il 65% di loro vive ancora a casa con i genitori. Lavora il 77% degli elettori adulti, mentre tra gli elettori under 30 la percentuale scende al 40.

L’elettore medio vive spendendo circa 11 dollari al giorno (dato risalente al 2011). Secondo gli standard internazionali, gli elettori poveri (che vivono con meno di 3 dollari al giorno) rappresentano soltanto il 2,1%.

Ma l’insicurezza economica, le sanzioni e le scelte spesso bizzarre della presidenza Ahmadinejad (la distribuzione di contanti al posto delle sovvenzioni per la benzina, ad esempio) hanno prodotto un brusco livellamento verso il basso: il coefficiente di Gini, che misura la distribuzione del reddito, è sceso a 0,36 , il livello più basso dal 1979.

Chiunque sarà il prossimo presidente, dovrà dare risposte a un Iran più povero, meno giovane e più isolato a livello internazionale rispetto a 4 anni fa.

Iran. I candidati alle presidenziali

candidati Iran

Vediamo brevemente chi sono gli otto candidati alle elezioni presidenziali iraniane del prossimo 14 giugno approvati dal Consiglio dei Guardiani.

Ali-Akbar Velayati

Forse il favorito di queste elezioni. Medico e politico di lungo corso, nato a Teheran nel 1945. Ministro della Salute nel 1980 e poi degli Esteri per ben 16 anni, dal 1991 al 1997, anno in cui è divenuto consigliere per gli affari Esteri di Khamenei. Soprannominato il “Signor Posso?” per essersi sempre mosso con il consenso della Guida, è indubbiamente il politico più esperto tra gli otto candidati. Attualmente è presidente della conferenza mondiale del “Risveglio islamico”.

 

Saeed Jalili

Classe 1965, nato a Mashad, è il più giovane dei candidati.  Ha combattuto come volontario e perso la gamba destra nella guerra con l’Iraq. Conta molto sul sostegno dei reduci e ha aperto la sua campagna elettorale con un raduno a Tehran nel giorno dell’anniversario della liberazione della città di Khoramshahr, episodio cruciale della “guerra imposta”.

Ha scritto una tesi dottorato sul pensiero politico nel Corano.

Attualmente ricopre l’incarico di Segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza ed è rappresentante diretto della Guida Khamenei nei negoziati per il nucleare iraniano.

Attivissimo sui social media, è rimproverato a alcuni per la sua scarsa esperienza amministrativa.

Mohsen Rezai

Nato nel 1954 a Masjed-e-Soleyman, ha conseguito un master in economia ed è attualmente Segretario del Consiglio del Discernimento, organo presieduto da Rafsanjani. Comandante per 15 anni dei Pasdaran, è stato già candidato nel 2005 e nel 2009. Alle scorse elezioni ottenne l’1,7% dei voti. Inizialmente contestò la regolarità dei voti, ma quando Khamenei riconobbe la vittoria di Ahmadinejad, Rezai fece dietrofront. In questi ultimi 4 anni ha criticato duramente la politica economica del presidente uscente.

Mohammad Bagher Ghalibaf

Nato nel 1961 a Torqabeh, è da otto anni sindaco di Teherna, ruolo nel quale ha cercato di accreditarsi come modernizzatore e tecnocrate, sempre all’interno del fronte conservatore. Veterano della guerra con l’Iraq nelle forze aeree, è stato poi capo nazionale della Polizia.

Gholam-Ali Hadad-Adel

Nato nel 1945 a Teheran è stato in passato Ministro della Cultura e presidente del Parlamento dal 2004 al 2008. Consuocero di Khamenei, è ritenuto una figura di secondo piano, di scarso carisma e piuttosto limitato nell’oratoria. Insieme a Ghalibaf e Velayati ha dato vita all’Alleanza per il Progresso e solo uno dei tre dovrebbe rimanere in lizza fino all’ultimo per le presidenziali.

Hassan Rowhani

Nato nel 1948 a Sorkhe, è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami. È considerato vicino all’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

 

Mohammad Gharazi

Nato a Isfahan nel 1941, è stato in passato ministro del Petrolio e delle Telecomunicazioni. Ha dichiarato di non avere “né soldi, né portavoce né struttura per una campagna elettorale”. Dal 1997 ha abbandonato la scena politica ed è la prima volta che si candida alle presidenziali. Il suo obiettivo è “eliminare l’inflazione”.

Mohammad Reza Aref

Nato nel 1951 a Yazd, è stato vicepresidente durante il secondo mandato di Khatami. Attualmente è membro del Consiglio per il Discernimento. Se eletto, ha promesso di combattere l’inflazione e stabilire migliori relazioni diplomatiche con la comunità internazionale.

Teheran verso le elezioni/5

Ebtekar esclusione Rafsanjani

Ieri notte il Ministero degli Interni iraniano ha rilasciato la lista dei candidati ammessi dal Consiglio dei Guardiani alle elezioni. Adesso è ufficiale quanto anticipato già martedì 21 maggio dall’Agenzia Mehr: sia Mashaei sia Rafsanjani sono stati esclusi.

Ma se quasi tutti si aspettavano che il delfino (nonché consuocero) di Ahmadinejad venisse fatto fuori, l’esclusione di Rafsanjani è abbastanza clamorosa. Il quotidiano Ebtekar titola in prima pagina “Grande shock”.

Escludere uno dei padri fondatori della Repubblica islamica, da più di 30 anni al centro della scena politica, è senza dubbio una decisione forte.

C’è chi avanza l’ipotesi che la sua esclusione serva in un certo senso a compensare quella di Mashaei. In questo caso, la Guida Khamenei avrebbe messo uno contro l’altro due suoi rivali al fine di eliminarli entrambi.

Va comunque ricordato che la Guida può reintegrare candidati esclusi dal Consiglio dei Guardiani. Lo fece, ad esempio, nel 2005 per due candidati riformisti.

Rafsanjani ha annunciato che rispetterà la decisione del Consiglio dei Guardiani, mentre Ahmadinejad chiede a Khamenei di “risolvere il problema” dell’esclusione di Mashei.

Otto gli ammessi al voto del 14 giugno:

1. Saeed Jalili;

2. Mohammad Bagher Ghalibaf;

3. Gholamali Haddad Adel;

4. Ali Akbar Velayati;

5. Hassan Rowhani;

6. Mohammad Gharazi;

7. Mohsen Rezaei;

8. Mohammad Reza Aref.

Da notare che sono stati ammessi tutti e tre i membri del cosiddetto gruppo 2+1 (Velayati, Haddad Adel e Ghalibaf), creato lo scorso dicembre da Khamenei per individuare un unico candidato per l’area politica a lui più vicina.

È a questo punto probabile che di questi otto candidati più di uno decida di ritirarsi per non disperdere troppo i voti.

Teheran verso le elezioni/4

Colpo di scena finale. A meno di mezz’ora dalla chiusura dei termini, Ali Akbar Rafsanjani si è registrato per le presidenziali del 14 giugno. Registrazione in “zona Cesarini” anche quella di Esfandiar Rahim Mashai, arrivato al ministero dell’Interno accompagnato dal presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad, suo sodale e consuocero. In extremis anche la registrazione di Saeed Jalili, segretario del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale e capo negoziatore sulla questione nucleare.

Difficile che il Consiglio dei Guardiani approvi la candidatura di Mashai, mentre quella di Rafsanjani è praticamente blindata. Anche perché per settimane il due volte presidente aveva detto che non si sarebbe mai candidato contro il volere della Guida Khamenei. Evidentemente, qualcosa tra i due, nel frattempo, è cambiato.

L’entrato in campo di Rafsanjani spariglia lo scenario – comunque ancora nebuloso – fin qui delineatosi. Secondo il ministero degli Interni si sono registrate circa 700 persone. Di queste, secondo l’agenzia ISNA, sono figure politiche interne al sistema, alcune di lungo corso.

Il fronte conservatore, per contrastare Rafsanjani, deve a questo punto concentrare le proprie forze su un unico candidato. Difficile dire se sarà Qalibaf. Più probabile che si possa trovare unità su Jalili o Velayati.

Di sicuro, un numero non indifferente di candidati si ritirerà dalla competizione per appoggiare uno dei due big scesi in campo. L’ex presidente riformista Khatami ha elogiato sul proprio sito web la candidatura di Rafsanjani, dando una precisa indicazione di voto.

Altri candidati moderati e riformisti – Hassan Rowhani, Mohammad Reza Aref, Mostafa Kavakebian, hanno già annunciato il loro ritiro e il loro appoggio a Rafsanjani.

La palla adesso passa al Consiglio dei Guardiani.

Teheran verso le elezioni/3

Iran presidenziali 2013

Il 7 maggio è iniziata la registrazione per i candidati alle presidenziali presso il ministero dell’Interno di Teheran. I candidati hanno tempo fino alle 18 di sabato 11 maggio per registrarsi. Nei giorni successivi il Consiglio dei Guardiani stilerà un primo elenco di candidati ammessi a cui seguirà con ogni probabilità un ricorso da parte degli esclusi. L’elenco definitivo dei candidati sarà stilato il 23 maggio.

Il primo giorno si sono candidati una ventina di candidati. Tra i primi, l’ex negoziatore nucleare e attuale capo del Centro per la ricerca strategica Hassan Rowhani che ha dichiarato alla stampa di essere un “moderato”, a metà strada tra riformisti e principalisti. Rowhani si è anche detto scettico circa una possibile candidatura da parte di Rafsanjani.

Tra i nomi dei primi candidati, Sadegh Vaez-zadeh (ex vice di Ahmadinejad e membro del Consiglio per il Discernimento), l’ex ministro della Sanità Kamran Bagheri Lankari e il parlamentare di lungo corso Mostafa Kavakebian.

Teheran verso le elezioni/2

Presidenziali Repubblica Islamica 2013

A pochissimi giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature per le presidenziali, la scena politica iraniana è scossa da segnali contrastanti e clamorosi.

Il 27 aprile il sito Baztab ha pubblicato un articolo che parla dell’esistenza di un nastro audio che proverebbe i brogli elettorali del 2009. Ahmadinejad sarebbe pronto a rendere pubblico quel nastro qualora il Consiglio dei Guardiani bocciasse la candidatura del suo braccio destro e consuocero Esfandiar Rahim Mashei.

Lo staff di Ahmadinejad ha però negato con vigore l’esistenza di tale nastro.

Altrettanto clamorosa e difficile da verificare la notizia secondo la quale il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato trattenuto in stato d’arresto per 7 ore lo scorso 29 aprile.

Secondo il sito WND Ahmadinejad, dopo essersi recato in vista alla 26esima Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sarebbe stato convocato dalla Guida per “comunicazioni urgenti”. L’auto con a bordo il presidente sarebbe stata isolata da quelle della scorta e dirottata in un edificio del Ministero degli Esteri. Qui, il presidente uscente sarebbe rimasto per ore in un vertice con Asghar Hejazi, capo intelligence dell’ufficio della Guida, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida e il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.

Il summit si sarebbe concluso intorno alla mezzanotte e sarebbe stato una sorta di avvertimento nei confronti del presidente Ahmadinejad.

Novità anche da Hashemi Rafsanjani che sarebbe intenzionato a candidarsi. Il suo, sarebbe un vero e proprio atto di sfida nei confronti della Guida Khamenei che punta invece a individuare un candidato forte che possa rappresentare il fronte ultraconservatore.

Lunedì 29 aprile Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano conservatore vicino alla Guida, ha sferrato un violento attacco all’ex presidente riformista Khatami, accusandolo in sostanza di essere la “quinta colonna di Usa, Israele e Gran Bretagna” e di aver fomentato i disordini del 2009. Khatami non ha replicato, ma il sito Entekhab ha confermato che l’ex presidente non si candiderà.

Che succede a Teheran

Ali Larijani

La situazione politica interna dell’Iran ha fatto passare in secondo piano la storica visita di Ahmadinejad al Cairo in occasione di un summit di Paesi islamici. È la prima visita ufficiale di un presidente iraniano in Egitto dal 1979. Ma i primi segnali dall’Egitto non indicano grandi novità circa gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Teheran e Il Cairo possono anche non essere più nemici, ma parlare di amicizia è quanto meno prematuro. Troppe grandi le distanze su questioni importanti, come ad esempio la crisi in Siria. È bene anche ricordare che i Paesi arabi del Golfo, avversari storici dell’Iran, sono i principali partner commerciali dell’Egitto, che in questa fase non può permettersi pericolose inversioni di rotta.

Lo scontro Ahmadinejad-Larijani

Domenica 3 febbraio in parlamento si è consumato uno scontro durissimo fra Ahmadinejad e il presidente dell’assemblea Larijani. Il majles ha votato ad ampia maggioranza (192 voti contro 56, con 24 astensioni) per rimuovere il ministro del Lavoro Abdolreza Sheikholeslami, respingendo un appello di Ahmadinejad che si era appositamente recato in aula per difendere l’operato del suo ministro, colpevole di non aver voluto rimuovere Saeed Mortazavi, controverso consigliere del presidente, da un importante incarico di governo (Capo dei Fondi per la sicurezza sociale).

[youtube]http://youtu.be/8Jl3r2tjDZA[/youtube]

Presidente e speaker si sono scambiati accuse pesantissime. Ahmadinejad ha anche tentato la “carta segreta”, facendo ascoltare in aula delle registrazioni audio  che proverebbero un tentativo di corruzione da parte della famiglia Larijani nei confronti dello stesso Mortazavi. Però il colpo di teatro si è rivelato un autogol, perché l’audio era incomprensibile e Larijani è passato al contrattacco, alludendo a contatti ambigui da parte di parenti di Ahmadinejad (chiaro riferimento al controverso Esfandiar Rahim-Mashai, consuocero e braccio destro del presidente) con elementi della “sedizione”.

[youtube]http://youtu.be/Dwos_KUmeTY[/youtube]

A quel punto Ahmadinejad avrebbe voluto replicare, ma Larijani lo ha invitato ad abbandonare l’aula perché il parlamento doveva votare sul ministro del Lavoro.  L’uscita di scena di Ahmadinejad è stata impietosa.

L’arresto di Mortazavi

Nemmeno 36 ore dopo, Saeed Mortazavi è stato arrestato e condotto nel carcere di Evin. Mortazavi,  procuratore generale di Teheran fino al 2009, è indagato per la morte in carcere di alcuni manifestanti arrestati durante le proteste seguite alle presidenziali di 4 anni fa. Il fatto che sia arrestato solo adesso, dice molto circa gli attuali rapporti di forza all’interno del sistema.

Chi dopo di lui?

Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica islamica? La Guida Khamenei incaricato  tre persone di fiducia di trovare il candidato capace di tenere insieme le varie anime del sistema. La troika è composta da Ali Akbar Velayati (consigliere di Khamenei), Mohammad-Baqer Qalibaf (sindaco di Teheran), e Gholam Ali Haddad Adel (parlamentare nonché parente di Khamenei).

 

E il nucleare?

Dopo mesi di stasi, un segnale sulla querelle nucleare: il 26 febbraio ci saranno nuovi colloqui tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina e Russia) ad Astana, capitale del Kazakhstan. La difficoltà nel trovare un accordo su sede e data degli incontri, non fa ben sperare sull’esito dei colloqui.

Iran. Nuove regole per elezioni presidenziali

Legge elettorale presidenziali Iran

Il majles, il parlamento iraniano, ha approvato delle modifiche alla legge che regola le elezioni del Presidente della Repubblica Islamica, fissate per il 14 giugno 2013.

Secondo l’articolo 115 della Costituzione,

il Presidente viene eletto fra le personalità di rilievo in campo religioso e politico che siano in possesso dei seguenti requisiti: origine iraniana per nascita da genitori iraniani, nazionalità iraniana, capacità direttive testimoniate da precedenti esperienze, affidabilità e virtù, lealtà convinta nei confronti dei principi della Repubblica Islamica dell’Iran e della religione dello Stato.

È poi il Consiglio dei Guardiani, come stabilito dagli articoli 99 e 118, ad approvare i candidati che possono poi essere votati dal popolo. In genere, ad eccezione delle prime elezioni del 1979, si è trattato sempre di una scelta molto selettiva, come mostra questa tabella:

Candidature presentate e ammesse alle presidenziali. Fonte: http://www.pbs.org/

 

La nuova legge prevede che i candidati debbano avere tra i 40 e i 75 anni, siano in possesso almeno di un diploma di dottorato o di un titolo seminaristico equivalente. Il candidato deve inoltre avere un attestato di riconoscimento da parte di 150 persone che abbiano prestato servizio in qualità di ministro, vice ministro, o governatore dopo la rivoluzione oppure abbiano la fiducia della maggioranza dei Majles. Per la maggior parte dei candidati, si richiedono almeno otto anni di servizio come ministro o deputato, o in un “livello equivalente” del sistema giudiziario o militare. Un candidato può anche registrarsi con l’approvazione di 400 persone con esperienza di ministro, vice ministro, o governatore, o di due terzi dei Majles, o 30 docenti provenienti da tutto il paese, o di 30 alti membri del clero, o 20 membri dell’Assemblea degli Esperti.

Le nuove norme, decisamente più restrittive rispetto al testo originario della Costituzione, sono state approvate con 144 voti favorevoli, 91 contrari e 11 astenuti.

Un primo effetto immediato di questa riforma, è che a giugno non potrà candidarsi l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, 78enne.

Sono inoltre messi fuori gioco anche molti religiosi di medio rango che non possiedono un dottorato o un titolo.

Si è parlato, nelle ultime settimane, della possibilità di ammettere candidate donne. Nel testo della Costituzione, anche dopo la riforma, si usa la parola persiana rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. Non esiste una norma che vieti la candidatura di una donna, anche se il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso, finora, una candidata donna.

Emerge un identikit del futuro candidato forte delle prossime presidenziali? Più di qualcuno fa il nome dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani. Ma è comunque presto per azzardare previsioni: in Iran la campagna elettorale è sempre molto breve e le sorprese arrivano alla fine.

La lunga strada verso il 14 giugno è appena iniziata.

 

Larijani speaker

Ali Larijani è il nuovo presidente del Majles, il parlamento iraniano. Nuovo per modo di dire, visto che Larijani era stato lo speaker già nella scorsa legislatura. Considerato vicino alla Guida (ma non così vicino come era qualche anno fa), Larijani è senza dubbio uno dei rivali più agguerriti del presidente Ahmadinejad, a cui non risparmia critiche molto dure, soprattutto sull’economia.

Larijani ha ricevuto 173 voti su 275. Il suo rivale Gholam-Ali Haddad-Adel si è fermato a 100. Questa votazione era considerata un primo test sull’esito reale delle elezioni parlamentari. Che Larijani vincesse non era affatto scontato.

Il Majles ha inoltre eletto come primo e secondo vicepresidente Mohammad-Reza Bahonar e Seyyed Mohammad-Hassan Aboutorabi-Fard.

Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni

L’attenzione dei grandi media sull’Iran è intermittente. Magari passano mesi e mesi senza che esca una sola notizia su quanto accade a Teheran e dintorni. Poi, quasi di colpo, i riflettori si riaccendono. L’Institute for Global Studies (IGS) e Diplomacy – Forum della Diplomazia, hanno avuto il merito di anticipare gli ormai imminenti incontri di Baghdad del 5+1 (23 maggio),con la conferenza “Iran 2012. Elezioni, Sanzioni, Tensioni”, tenutasi mercoledì 16 maggio a Roma.

Nicola Pedde, direttore IGS, ha aperto il lavori ricordando uno scenario regionale in cui sembrano perdurare dinamiche di crisi, a cominciare dall’annosa querelle sul nucleare iraniano. Pedde si chiede poi se, a 33 anni dalla Rivoluzione del 1979, capiamo davvero qualcosa della politica iraniana o se ci affidiamo in grossa parte agli stereotipi.

Argomento ripreso dal Presidente di Diplomacy Giorgio Bartolomucci, che ha sottolineato come i 3 termini indicati nel titolo della conferenza “indichino tutti uno scenario che incute timore”. Troppo spesso i media, soprattutto quelli italiani, forniscono una presentazione semplicistica delle dinamiche politiche iraniane.  Chi ha vinto davvero le recenti elezioni parlamentari? L’affluenza può essere un dato indicativo del grado di disaffezione degli iraniani verso questo sistema e questi uomini politici?

Secondo il direttore di Limes Lucio Caracciolo, tutta la regione è in movimento. Siria e Bahrein vivono entrambe crisi molto gravi, mentre l’Arabia Saudita è da tempo impegnata a preparare un’alleanza anti Iran. Israele, dal canto suo, ha di recente varato un governo di unità nazionale, mossa che potrebbe essere letta come preparativo di una crisi internazionale.

Singolari e preoccupanti le mosse degli Usa. Da una parte promuove il dialogo con Teheran sul nucleare, dall’altro sembra intenzionata a riabilitare i mojaheddin-e khalq (MKO), depennandoli dalla lista nera delle formazioni terroristiche. Sembrerebbe addirittura che qualcuno a Washington pensi a loro per un eventuale governo di transizione in caso di regime change. Al di là del fatto che i mujaheddin più che un gruppo politico sono una setta, inaffidabile e disprezzata dalla grandissima maggioranza degli iraniani, è evidente la contraddizione di fondo: come puoi dialogare con la Repubblica islamica se contemporaneamente lavori alla sua distruzione? In questo senso – secondo Caracciolo – un fallimento del negoziato potrebbe portare a decisioni irrazionali. E i dubbi maggiori sono su Israele.

Più ottimistica la visione del Generale Luigi Ramponi, Presidente del Cestudis. “Sono 20 anni – ha ricordato – che gli iraniani parlano di nucleare. Di fatto, sono sempre a un passo dall’averlo, ma non ce l’hanno ancora”. La vera novità – a suo avviso – sta nella disponibilità di Khamenei a trattare. Secondo Ramponi, un attacco israeliano servirebbe solo a ritardare, non a interrompere il programma nucleare di Teheran. Neanche Tel Aviv sembra convintissima di questa opzione: sono infatti i politici e i servizi militari a premere per l’attacco, il Mossad è contrario. Più in generale, secondo Ramponi, è finita l’era delle guerre tra Stati. Ma la guerra contro l’Iran –  ha avvertito – è già in atto: con i sabotaggi informatici, l’assassinio di scienziati, la disinformazione.

Lapo Pistelli, Responsabile relazioni internazionali del Partito Democratico, ha denunciato l’ignoranza che condiziona spesso i dibattito sull’Iran. Ne è la riprova, a suo avviso, la raccolta di 180 firme tra i parlamentari italiani a sostegno dell’MKO. “Molti politici italiani credono di firmare a favore della democrazia in Iran, non sanno chi sono in realtà questi signori”. Pistelli riconosce che l’Iran – al contrario di quanto descritto da molti media occidentali – è un attore razionale che aspira a un ruolo regionale. “Da quanto filtra da ambienti diplomatici, ci sono segnali positivi in merito al prossimo vertice di Baghdad”. Si starebbe anzi pensando già al dopo, a come, cioè, ognuna delle parti può fare il proprio passo indietro senza perdere la faccia.

Parlamentari Iran, il secondo turno

Venerdì 4 maggio si è votato in Iran per assegnare i 55 seggi (su 290) non assegnati al primo turno del 2 marzo. Si votava a Teheran e in altri 32 collegi. Esito scontato? Non esattamente. I media occidentali hanno parlato di sconfitta della fazione di Ahmadinejad, ma non è andata proprio così. I media italiani hanno in pratica ignorato la tornata elettorale.

Ricordiamo che in Iran i partiti politici sono più che altro dei cartelli elettorali e che alleanze e contrapposizioni si rimescolano in parlamento.

Affluenza e propaganda

Per il primo turno la propaganda aveva strombazzato per giorni e giorni l’importanza del voto come risposta “all’arroganza delle potenze straniere”. L’affluenza ufficiale (e sospetta) del 65% venne sbandierata come una grande dimostrazione di consenso. Per questo secondo turno, si è invece scelta una linea di basso profilo. Poche le notizie sui media ufficiali, niente su Press Tv, il sito del canale di Stato in lingua inglese. Per ora  si sa di un 20% di affluenza a Teheran. Dato credibile e assai indicativo della disaffezione popolare nei confronti della classe politica iraniana.

Com’è andata

Il dato più evidente (ma non ai media occidentali) è che non emerge una fazione predominante. Alcuni uomini politici ostili ad Ahmadinejad hanno vinto il loro collegio: Ahmad Tavakoli e Ali Motahari a Teheran, per esempio. Parviz Sorouri invece ha perso. Mantengono il loro posto in parlamento Hamid Rasaei e Mehdi Koochakzadeh, due importanti membri del fonte pro Ahmadinejad. Rimangono fuori anche i candidati vicini al sindaco di Teheran Qalibaf. Molti gli indipendenti eletti.

Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre questo secondo turno a un proseguimento dello scontro tra la Guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Piuttosto, stiamo assistendo a un nuovo rimescolamento delle carte, una fase piuttosto confusa e difficile da decifrare.

Con una battuta, potremmo dire che  gli sconfitti sono molti, mentre non è chiaro chi abbia vinto davvero.

Alcuni degli eletti erano sia nella lista del Jebheh Mottahed-e Osoolgarayan (Fronte di Unità, riconducibile alla Guida) sia su quella del Jebheh Paaydaari-e Enghlelab-e Eslami (Fronte della stabilità della Rivoluzione isalmica, più vicino ad Ahmadinejad). Bizzarro per i nostri canoni politici, non per quelli iraniani.

Un primo importante riscontro degli equilibri si avrà con le votazioni per il presidente del Parlamento. Che sia di nuovo Larijani non è affatto scontato. Anche perché negli ultimissimi tempi i rapporti con la Guida sembrano essersi raffreddati.

Sadegh Zibakalam, analista dell’Università di Teheran, si azzarda a prevedere una maggioranza favorevole al presidente Ahmadinejad.

 

Riformisti out

I pochi riformisti che avevano scelto di non boicottare il voto, hanno perso quasi tutti.  Personaggi come Mostafa Kavakebian, Dariush Ghanbari, Qadratolah Alikhani, e Mohammad Reza Khabbaz, tutti appartenenti al Partito della Linea dell’Imam Khomeini, non siederanno nel nuovo parlamento.

Guida pigliatutto?

Un parlamento diviso è un parlamento debole. Con un presidente a fine mandato. In uno scenario simile, sarebbe la Guida ad avere via libera totale. In politica interna come in politica estera, dove è appena cominciato un dialogo col gruppo 5+1 sul nucleare. Tutto semplice? No. La Repubblica islamica per 33 anni si è retta su un meccanismo di equilibri complicato e mutevole. Non è mai stato – nemmeno ai tempi di Khomeini – il governo di un uomo solo. Qualcuno ricorda che la fine della monarchia cominciò quando lo scià si circondò di yesmen, incapaci di qualsiasi critica. Reza Pahevi perse così ogni contatto con il suo popolo. Forse Khamenei non rischia la stessa fine, ma di certo quella diarchia (Presidente/Guida) che con Khatami e Rafsanjani era più evidente, gli aveva risparmiato un’esposizione diretta e lo aveva in un certo senso  preservato da certi rischi. La presidenza Ahamdineajad e la crisi del dopo elezioni 2009, ha cambiato il carattere stesso del ruolo della Guida. Che è divenuta un attore diretto.  Manca un anno al voto delle presidenziali. Khamenei deve ora trovare un altro interprete per una nuova versione della Repubblica islamica. Dopo la stagione del riformismo di Khatami e quella del populismo di Ahmadinejad, potrebbe essere la volta di una modernizzazione autoritaria. Con l’Iran, mai dire mai.

Buoni e cattivi/4

E risiamo, in un certo senso, da capo a dodici. A Teheran, nel Paese le cose vanno male, questo è sicuro. Ma la novità, il rimedio, da dove dovrebbe venire? Lo scenario politico e sociale iraniano non è solo complicato, ma addirittura indefinito.

Nella storia di questo Paese i bazarì hanno sempre avuto un ruolo determinante. Sono stati loro a dare alla rivoluzione il sostegno necessario a rovesciare lo scià nel 1979. Ed è stato sempre il loro appoggio a determinare l’egemonia di Khomeini all’interno del fronte rivoluzionario. Adesso con chi stanno? Non con Ahmadinejad, che è sostenuto da un altro blocco sociale (per dirla con Gramsci), quello dei pasdaran, cresciuto moltissimo – in senso anche economico – negli ultimi anni. Ma non è che i bazarì stiano all’opposizione: preferiscono appoggiare Khamenei  e i circoli conservatori che saranno i vincitori delle elezioni parlamentari di marzo. Questo è un dato di fatto: una parte consistente della borghesia medio-alta che mugugna contro il regime e manda i figli all’estero, rimane un pilastro di questo sistema. E non sembra al momento intenzionata a sostenere, promuovere o incoraggiare cambiamenti sostanziali.

Ecco allora che torniamo alla questione: cosa è regime e cosa non lo è?

Un martedì mattina nella Facoltà di relazioni internazionali a Niavaran, estremo nord di Tehran. C’è il sole e tanta neve ancora sui tetti e i marciapiedi. Qui il caos è distante, è una zona abbastanza tranquilla ma non proprio residenziale. Ci sono pochi studenti in giro, si avvicina un weekend lungo, perché al fine settimana islamico (giovedì e venerdì) si aggancia sabato 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione.

La funzionaria che mi attende non conosce l’inglese ma  un francese eccellente perché – figlia di un diplomatico – ha vissuto per anni a Parigi. “Ma la sua famiglia è iraniana, non è vero?”. Mi chiede quasi subito. “No, non ho parenti qui”. “Ma è sicuro?”, incalza. “Perché il suo cognome esiste in Iran, lo sapeva?”.

Nel cortile del dipartimento due uomini scaricano le provviste per la mensa. Chiacchierano fitto fitto in turco, lingua parlata da oltre il 30% degli iraniani. La mia guida li guarda e poi sibila: “Questo è sempre stato un problema per l’Iran. In tanti hanno cercato di usare queste differenze per dividerci”. Ma nessuno c’è davvero mai riuscito, va detto.

C’è una buona dose di casualità in questa visita. O forse sarebbe meglio parlare di serendipità, visto che siamo in Iran. Perché sono qui? Sono venuto a cercare materiale per il libro che sto scrivendo, mi ritrovo a sorpresa nell’archivio storico del dipartimento, tra lettere, documenti e mappe antiche. E da qui vengono idee nuove, spunti a cui non avevo minimamente pensato. E comunque è tutto molto interessante. “Questo le serve, le può essere utile?”, mi chiede la mia guida quasi ad ogni passo. Esagero un po’ la mia soddisfazione perché mi dispiacerebbe deluderla.

La parte più interessante di questa visita è l’incontro col professor Sohrab Shahabi. Ha una sessantina d’anni e ha vissuto a lungo in Canada. Parliamo un po’ di tutto, dalla situazione in Nord Africa al momento critico dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. “Non conta solo l’economia – avverte. Quanto è accaduto in Tunisia, ad esempio, dimostra che la rabbia di un popolo può scatenarsi all’improvviso. E che gli eventi prendono spesso una piega non prevista”.

Accenno al gelo che in qui giorni di inizio febbraio sta colpendo l’Europa e che in Italia ha fatto scattare l’allarme gasolio. Il professore ride. “Questa è un’ottima notizia per noi! Vuol dire che l’Iran venderà combustibile a caro prezzo e risolveremo i guai provocati dalle sanzioni!”. E poi aggiunge ironico: “Allora ha ragione chi dice che in politica la linea migliore è invocare il Mahdi!”. Il riferimento è all’intervento ultraterreno del dodicesimo Imam, figura chiave della teologia sciita, negli ultimi anni invocata spesso dal presidente Ahmadinejad. “Avvenne lo stesso nel 1990: eravamo a pezzi dopo la guerra con l’Iraq. E cosa fa Saddam? Invade senza motivo il Kuwait e il prezzo dl greggio andò alle stelle. Per l’Iran fu un affare. In più, Saddam consegnò di fatto una parte enorme della sua aviazione, credendo di metterla al sciuro. Fu un insieme di circostanze incredibili!”.

Prima di congedarci, mi lascia un’immagine: “C’è un vecchio racconto che parla di un ragazzo che passa la vita a cercare un tesoro nelle acque gelide di un torrente di montagna. L’Iran è come quel ragazzo: sempre alla ricerca dell’ora. Qualche volta lo trova”.

4- CONTINUA

 

Botta e risposta

“Non sono domande difficili. Io ne avrei scelte di migliori”. Il presidente Ahmadinejad ha usato il sarcasmo per ribattere ai quesiti posti in parlamento da un gruppo di 79 deputati che lo ha accusato di non rispettare la legge. È la prima volta nelle storia della Repubblica islamica che un presidente è chiamato a rispondere in aula sul proprio operato.

Va precisato che il Parlamento è ancora quello uscente, dato che il processo elettorale iniziato col primo turno del 2 marzo non si è ancora concluso. I deputati avevano 15 minuti per presentare le loro domande, il presidente un’ora per rispondere.

È stato il deputato Ali Motahari ad aprire le danze, accusando Ahmadinejad di aver violato la legge in modo evidente in diverse questioni. Le domande sono state tutte sui temi che hanno animato la politica iraniana dell’ultimo anno: la rimozione del ministro degli Esteri Mottaki, le frizioni con la Guida sulla mancata rimozione del ministro dell’Intelligence Heydar Moslehi, il mancato finanziamento di 2 miliardi di dollari per la metropolitana di Teheran, una presunta eccessiva tolleranza nei confronti delle regole di abbigliamento delle donne, e il fallimento della sua riforma dei sussidi.

Su quest’ultimo punto, Ahmadinejad ha rispedito al mittente le accuse, ricordando che la riforma era stata votato dallo stesso parlamento e che l’inflazione è determinata dalle sanzioni. Sulle altre questioni, ha dato risposte molto vaghe o ha negato l’esistenza dei singoli problemi.

Molti deputati si sono detti offesi dal comportamento del presidente che nel suo discorso ha anche alluso a uomini politici che si sarebbero guadagnati un titolo universitario ”premendo un bottone” e ad altri che dovrebbero provare “l’esperienza del carcere”.

Khamenei ha vinto il confronto elettorale, ma Ahmadinejad non sembra proprio accennare a una resa. In vista delle presidenziali 2013, si preannuncia un anno molto intenso per la Repubblica islamica.

Voto d’aria

Tutto come previsto? Sì, forse, non proprio. I risultati delle elezioni legislative iraniane sono meno scontati di quanto annunciati a botta calda.

Partiamo dall’affluenza. Il dato ufficiale è del 64,4%. Lontanissimo dall’83% delle presidenziali del 2009, ma quasi 10 punti in percentuale in più rispetto al 55% delle precedenti legislative del 2008.

Se questi dati fossero veri, si potrebbe parlare di una buona (e comunque non straordinaria) partecipazione al voto.

Tuttavia, è più che lecito avanzare qualche dubbio. Nel 2009 era stata la grande mobilitazione pro Mousavi a portare al voto 8 iraniani su 10. In assenza di candidati riformisti, in un clima di abulia politica e sfiducia collettiva, sembra davvero strano che sia andata a votare tutta questa gente.

Alcuni dettagli sono clamorosi. Il Ministero degli interni ha detto che nella città di Ilam – dove gli aventi diritto sono 373.000 – avrebbero votato 380.000 persone. Un’affluenza del 102%. Più che un record, un dato da guinness dei primati.

C’è anche un piccolo caso televisivo, al riguardo. Alla tv di Stato iraniana, domenica 4 marzo, il Direttore dell’ufficio elettorale Sowalt Mortazavi ha detto in un’intervista che l’affluenza era stata di poco superiore al 34%, salvo poi correggersi e virare sul 64% e rotti. Svista? Lapsus? Chissà.

Il passaggio dell’intervista (in persiano)

Un mese fa, a Teheran, pareva che delle elezioni non importasse nulla a nessuno. E tanti dicevano esplicitamente che si sarebbero astenuti. Però, appunto, era un mese fa e sto parlando di Teheran. Il resto dell’Iran potrebbe aver risposto davvero alla chiamata alle urne della Guida Khamenei come risposta all’accerchiamento esterno. Per tanti studenti e lavoratori statali, poi, non è mai una buona cosa astenersi.

I risultati

Intanto non sono così definitivi, come riportato da alcune cronache nostrane. Su 290 seggi, al primo turno ne sono stati assegnati 150. Poco più della metà, dunque. Quindi non mi sbilancerei con giudizi così definitivi (per vedere come funziona la legge elettorale iraniana clicca qui).

Di questi 150, 112 sono fedelissimi di Khamenei e soltanto 10 di Ahmadinejad. Gli altri 28 sono stati etichettati come “riformisti”, nonostante Moussavi e Karroubi – entrambi agli arresti domiciliari da un anno – avessero lanciato un appello per l’astensione.

Non mi fisserei troppo sulle sigle degli schieramenti. Nella politica iraniana i partiti sono più che altro cartelli elettorali e dopo il voto si assiste spesso a rimescolamenti e cambi di posizione.

Di sicuro, si profila una mazzata per Ahmadinejad, che in questa occasione non paga tanto i suoi insuccessi in campo economico, quanto lo scontro con la Guida Khamenei. Nessun altro presidente, prima di lui, aveva osato, in oltre 30 anni di Repubblica islamica, arrivare a un confronto così duro e prolungato.

Adesso Khamenei sembra aver ripreso il controllo della situazione e il presidente sembra un’anatra ancora più zoppa di prima: col parlamento quasi completamente contro, il suo ultimo anno di mandato non sarà semplice. Riuscirà a scampare dal polverone su uno scandalo finanziario che sembrerebbe coinvolgerlo? Ce la farà a presentare il suo delfino (nonché consuocero) Mashaei alle presidenziali 2013?

Questo scenario dovrebbe  almeno rendere più chiaro che chi comanda davvero in politica estera è la Guida, non il presidente. Un eventuale accordo sul nucleare deve essere preso con Khamenei, non Ahmadinejad. Per capirlo sarebbe bastato leggere la Costituzione dell’Iran.

Postilla sul “caso Khatami”

L'ex presidente Khatami vota alle legislative del 2012

Fa discutere il comportamento dell’ex presidente riformista Mohamamd Khatami che, dopo aver annunciato nei mesi scorsi il boicottaggio di queste elezioni, alla fine ha votato in un seggio vicino alla città di Damavand, a nord di Teheran. Anche l’altro ex presidente Rafsanjani ha votato. Nel web lo shock dei riformisti e dei dissidenti è enorme. Cosa lo ha spinto? Calcolo? Paura? Accordi sul destino dei detenuti politici? Le ipotesi si sprecano in attesa di una dichiarazione ufficiale di Khatami.

Iran al voto

Si vota per eleggere i 290 membri del Parlamento iraniano, in un momento in cui i cittadini sembrerebbero più preoccupati per l’andamento dell’economia che per l’esito del voto. In un Paese che, ogni giorno di più, si sente sotto assedio. In studio Talal Krais, corrispondente di As Safir, Antonello Sacchetti, giornalista e direttore del blog Diruz.it.  Conduce Alessandro Mazzarelli.

Majles. Per cosa si vota

Identikit elettori iraniani

Il 2 marzo 2012 si svolgono le none elezioni legislative della Repubblica islamica.  Il sistema prevede una sola camera, chiamata majles, con 290 deputati. (Vedi le funzioni del Parlamento).

Il 2 marzo si vota. Due gli organi preposti alla gestione del voto: il Consiglio dei Guardiani, che vaglia le candidature, monitora le operazioni di voto e certifica i risultati, e il Ministero degli Interni, che è responsabile dal punto di vista tecnico e operativo. Tra i due organi, il Consiglio dei Guardiani, dominato dagli ultraconservatori, è sicuramente predominante.

La registrazione dei candidati è avvenuta dal 24 al 30 dicembre 2011. La lista definitiva dei candidati è stata rilasciata dal Consiglio dei Guardiani solo il 21 febbraio.

La campagna elettorale vera e propria è durata una sola  settimana dal 22 al 29 febbraio.

Chi si può candidare

Ogni candidato deve avere 7 requisiti di base:

  1. essere di nazionalità iraniana;
  2. essere musulmano praticante ( a parte i seggi riservati alle minoranze religiose);
  3. accettare e riconoscere il sistema della Repubblica Islamica;
  4. riconoscere la validità della Costituzione ed il principio del Velayat Faqih;
  5. avere un master o un attestato di studi teologici equivalente al master universitario;
  6. avere un’età compresa tra i 30 ed i 75 anni.
  7. i membri del governo, le autorità  statali ed esecutive e gli impiegati delle forze armate e delle istituzioni statali, si devono dimettere dalle loro cariche almeno 6 mesi prima della candidatura.

Le forze in campo

Stavolta non esiste una contrapposizione tra conservatori e riformisti. Il Ministero degli Interni ha dichiarato che il 14% dei candidati appartiene al fronte riformista, ma i principali partiti di questo fronte hanno dichiarato che non parteciperanno a queste elezioni. Ufficialmente, ci sono solo 2 coalizioni riformiste sulle 67 in corsa in tutto il Paese (a Teheran sono in tutto 24). 

La contesa è tutta all’interno del fronte conservatore ma questo non vuol dire che non ci sarà battaglia. Tutt’altro: le divisioni tra sostenitori del Presidente Ahmadinejad e suoi avversari hanno portato a un clima di tensione continua.

Ahmadinejad è stato più volte accusato di essere coinvolto in una gigantesca frode finanziaria e diversi parlamentari ultraconservatori hanno proposto l’impeachment. Più volte sotto accusa anche il controverso capo dello staff presidenziale Esfandiar Rahim Mashaei.

In questo clima fratricida, il Ministero degli Interni ha cassato il 17% dei candidati. Tra questi, 32 attuali parlamentari, come Ali Mottahari, Hamidreza Katouzian e Godratollah Alikhani, sempre molto critici nei confronti di Ahmadinejad. Il Consiglio dei Guardiani può comunque intervenire anche dopo il voto e decidere la ripetizione nei singoli collegi.

I conservatori vicini alla Guida Khamenei hanno avvisato “la corrente deviazionista” (cioè i sostenitori di Ahmadinejad) di non provare a manipolare le elezioni. Particolarmente agguerrito il capo della magistratura Sadeq Larijani, (fratello di Ali, il presidente del parlamento).

Apatia politica

È evidente che questo turno elettorale – il primo dopo le controverse presidenziali del 2009 – sia snobbato dalla maggior parte degli iraniani. Il numero di candidati registrati (5.395) è il più basso dal 1996. Tra questi, le donne sono meno del 10%. Il consiglio dei Guardiani ha tagliato il 35% dei candidati iscritti.

Va anche detto che sono stati apportati emendamenti alla legge elettorali che hanno di fatto limitato la corsa alla candidatura: chi vuole presentarsi alle elezioni deve infatti avere almeno un master universitario. Immaginiamo se in Italia passasse un provvedimento del genere..

Fortissima, invece, la voglia di rielezione dei deputati attualmente in carica: su 290 si ripresentano in 260.

Parenti

Nomi eccellenti tra i candidati: Parvin Ahmadinejad, sorella del presidente; Tahereh Nazari Mehr, moglie dell’ex ministro degli Esteri (esautorato) Manouchehr Mottaki; Mohammad Reza Tabesh, nipote dell’ex presidente riformista Mohammad Khatami, nonché segretario generale della fazione di minoranza del parlamento.

Affluenza

Sono 48 milioni gli iraniani che hanno diritto di votare a queste elezioni. Nelle scorse legislative del 2008 votò il 55% degli aventi diritto. In quelle del 2005 il 51%. Alle presidenziali del 2009 l’affluenza fu dell’83%.

Buoni e cattivi /1

Come avevo immaginato il ritorno a Tehran in questi 4 anni? Non ricordo, forse non lo avevo poi immaginato così tanto. L’immaginazione presuppone una volontà precisa, un desiderio formato, che probabilmente non avevo avuto mai. L’ultima volta ero andato via da Tehran in una silenziosa notte d’aprile del 2008. Ne sarebbero successe di cose, non solo in Iran, da allora.

Sono tornato in Iran in occasione del Fajr, il festival cinematografico che si svolge dal 1982 ogni febbraio a Teheran per celebrare la rivoluzione del 1979.  Sono stato invitato a partecipare a un convegno intitolato “Hollywoodism”. In altre parole, l’industria cinematografica americana come strumento politico di Washington. “Il cinema è l’arma più potente”, diceva un mascellone nostrano quando fondò Cinecittà e forse non aveva tutti i torti.

Fa un certo effetto partecipare a questo convegno, perché appena pochi giorni fa “Una separazione” di Asghar Faradi ha vinto il Golden Globe e si candida all’Oscar come miglior film straniero. E allora cosa è questo Hollywoodismo? Avremo modo di parlarne. Il dibattito sarà tutt’altro che scontato e monocorde. D’altra parte, solo chi non conosce l’Iran può meravigliarsi di questa apparente contraddizione.

In questa notte d’inverno, Teheran mi accoglie con vento che pensavo gelido e invece è solo freddo, persino meno fastidioso di quello che ho lasciato a Roma. Inconfondibile ma invece evidentemente rimosso in questi anni, il puzzo di benzina nell’aria, anche alle 5 del mattino. Le strade sono bagnate attorno all’aeroporto. Mano a mano che saliamo verso nord, le pozzanghere lasciano il posto a cumuli di neve. Anche gli alberi sono scheletri imbiancati. Il cielo non ha nuvole, non ne vedrò per tutti i giorni a venire. Pioggia, neve e tanto grigio.

L’arrivo all’hotel Azadi è l’ingresso in una postmoderna babele. Ci accolgono delle guide del ministero della Cultura e della guida islamica. Sono giovani, parlano un inglese fluente. Me li immaginavo molto diversi, a essere sincero. Gli uomini sono vestiti in modo informale, alcuni hanno i capelli lunghi. Delle donne. solo una indossa il chador. Tutti sono molto puntuali e molto, molto presenti. Anche troppo.

Il pomeriggio successivo si perde in un traffico d’inferno. Due ore per raggiungere il centro dove avviene l’inaugurazione del Fajr Festival. Ammucchiati su due pullman scalcinati, attraversiamo un fiume di auto sotto una pioggia incessante. Autostrade che si intersecano, fantasmi che si aggirano tra le auto in sosta cercando di vendere mazzi di fiori ricoperti da buste di plastica. Un grigio mai visto. Quattro anni fa aveva salutato una Teheran immobile. Ora quella Teheran che ricordavo è semplicemente invisibile. Cosa c’è dietro il finestrino? Quale incubo di città è questa?

All’apertura del convegno un caos pazzesco, solo posti in piedi, riscaldamento eccessivo e assolutamente insalubre. La voglia di scappare è tanta. Eppure, alla fine, è solo una questione di tempo. Poco a poco, col passare dei giorni, la città che ricordavo emerge un pezzo alla volta, una strada alla volta, un’atmosfera alla volta.

Eccolo qui il Paese raccontato mille volte da persone che non lo hanno mai visitato. Analizzato, vivisezionato da presunti esperti di geopolitica o da iraniani che non ci tornano (perché non ci possono tornare) da 30 anni o forse più.

Di sicuro, è un clima molto più pesante quello che trovo adesso rispetto al 2008. Ed è tutto dire. Quattro anni fa tutti parlavano di quanto fosse divenuta cara la vita e si aspettavano (o almeno speravano) un cambiamento con le elezioni dell’anno successivo. Sappiamo cosa sia poi successo. Oggi si parla anche dell’inflazione e della disoccupazione, ma il tema che tiene banco è la guerra. Attaccherà Israele? Anzi: quando attaccherà? Perché sono tutti convinti che si tratti solo di tempo: prima o poi la guerra arriverà. O forse è già cominciata. Con le “misteriose” esplosioni nelle basi militari di Teheran e Isfahan (in tutto oltre 40 morti) e con gli omicidi degli scienziati coinvolti nel progetto nucleare. Per non parlare delle sanzioni e di come tutto sia più complicato. Ma attenzione: tutto questo al momento gioca a favore e non contro il sistema politico iraniano. Avevo trovato un Iran molto più diviso nel 2008. Oggi gli iraniani sono più preoccupati, ma soprattutto per la situazione internazionale. La politica interna – almeno apparentemente – rimane sullo sfondo.

1 – CONTINUA