Chi ha vinto le elezioni in Iran

Chi ha vinto le elezioni in Iran ? La domanda può sembrare in apparenza demenziale: ormai lo sanno tutti che il 19 maggio il 57,13% degli iraniani ha dato fiducia al presidente in carica Hassan Rouhani. Il suo principale avversario Ebrahim Raisi si è fermato al 38,29%. Percentuali irrisorie per gli altri due candidati rimasti formalmente in corsa ma di fatto ritirati: 1,16% per Mostafa Mir Salim e 0,52% per Mostafa Hashemi Taba.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran

In termini numeri, Rouhani ha ottenuto 23 milioni di voti, Raisi 16.

L’affluenza è stata alta:  hanno votato oltre 40 milioni di iraniani, pari al 71,42% degli aventi diritto.

Nelle passate elezioni del 2013 Rouhani aveva vinto col 51% dei voti. Alle sue spalle, lontanissimo, Mohammad Bagher Qalibaf, col 16 %. Allora l’affluenza era stata del 72%.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: Rouhani

Il risultato non era affatto scontato: gli ultimi giorni di campagna elettorale avevano fatto pensare a un possibile testa a testa. Alcuni sondaggi riportavano una percentuale molto alta di indecisi: probabilmente è stato questo scatto in extremis a garantire a Rouhani la vittoria al primo turno.

Il presidente, dopo quattro anni di governo, vede crescere i propri consensi: dai 18.692.500 voti del 2013 (pari al 50,88%) ai 23.549.616 voti del 2017 (pari, come abbiamo visto, al 57,13%).

Un’osservazione: dalla scorsa tornata elettorale, il numero degli aventi diritto al voto è passato da 50  56 milioni di persone. Il Paese sta invecchiando: rispetto alle drammatiche e controverse elezioni del 2009 (quelle dell’Onda Verde) ci sono ben 10 milioni di elettori in più.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Aftab: Auguri al signor avvocato

Chi ha vinto le elezioni in Iran: la Repubblica islamica

Inutile girarci intorno: ha vinto anche la Repubblica islamica come sistema. O, se preferite, come regime. Quando 40 milioni di persone si mettono in fila per votare, c’è poco da discutere. Altissima anche la partecipazione degli iraniani all’estero. A Roma e a Milano ci sono state file di ore. Lo stesso Rouhani ha ringraziato gli iraniani all’estero per la grande partecipazione.

Anche la Guida Khamenei ha parlato di partecipazione “epica”, termine usato anche da Qalbaf nel congratularsi col suo rivale. Raisi, dal canto suo, ha invece evitato di esprimere congratulazioni.

Chi ha vinto le elezioni in Iran: i moderati

Si votava anche per le comunali e l’alleanza moderato/riformista ha vinto un po’ ovunque, non solo a Teheran dove hanno conquistato tutti e 21 i seggi a disposizione (archiviando la lunga stagione dei conservatori e di Qalibaf, sindaco dal 2005), ma persino a Mashad, teoricamente roccaforte di Raisi.

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Sharq: La conquista del domani

Chi ha vinto le elezioni in Iran

Asrar: una fresca seconda volta

Le ragioni dei conservatori

Superando le schematizzazioni di molta stampa occidentale, è necessario riflettere anche su quel quasi 40% di iraniani che hanno dato fiducia a Raisi. Troppo semplicistico ridurre tutto a un voto “reazionario”. E’ stata piuttosto la manifestazione di chi critica Rouhani per non aver risolto i problemi economici e sociali che ancora oggi affliggono il Paese e per essere stato troppo arrendevole con l’Occidente sulla questione nucleare. Rouhani si è dichiarato presidente di tutti ma lo aspettano sicuramente anni difficili.

 

Chi ha vinto le elezioni in Iran: gli iraniani

Basti pensare a quanto accadeva in Arabia Saudita poche ore dopo la sua vittoria, con il presidente Usa Donald Trump che tuonava contro l’Iran accusandolo di essere l’origine di tutti i mali del Medio Oriente.

La stessa identica scena, con una vittoria di Raisi in Iran, sarebbe stata forse ancora più preoccupante. Forse il perché di questa “seconda volta” sta tutto qui.

Election Day Iran

Election Day Iran. Alla fine sarà una corsa a due. Oltre al ritiro pressoché scontato del vicepresidente Jahangiri, l’uscita di scena di Qalibaf ha modificato in modo sostanziale la partita. Anche Mir Salim si è  de facto ritirato per sostenere Raisi, mentre Hashemi Taba, pur rimanendo formalmente in corsa, ha annunciato che voterà Rouhani e ha invitato gli iraniani a fare altrettanto per “salvare l’Iran”.

La riduzione dei “veri” candidati da sei a due le elezioni che saranno decise così al primo turno.

La scheda elettorale presenta quattro nomi: Rouhani, Raisi, Hashemi Taba e Mir Salim, ma è molto probabile che la stragrande maggioranza dei voti sarà dirottata sui primi due.

La campagna elettorale si è chiusa la sera del 17 maggio e per Rouhani è adesso decisiva l’affluenza. Deve infatti convincere gli indecisi a recarsi alle urne, magari soltanto con la prospettiva di evitare un “ritorno al passato” con 

L’ultimo sondaggio IPPO dà Rouhani al 63% e Raisi al 32% ma è una rilevazione compiuta considerando ancora in gare tutti e sei i candidati. Sicuramente negli ultimi giorni ci sono state migrazioni di consensi, anche se non è così automatico che gli elettori di Qalibaf sostengano adesso l’altro conservatore Raisi.

Si tratta – come abbiamo cercato di evidenziare in questo articolo – di candidati diversi, con prospettive, linguaggi ed elettorati distinti.

Resta il fatto che negli ultimi giorni, come accade sempre in Iran, la campagna elettorale abbia vissuto un’impennata sia di partecipazione popolare sia di endorsement da parte di personaggi noti.

A favore di Rouhani si è espresso il regista due volte premio Oscar Asghar Farhadi, così come l’ex presidente riformista Mohammad Khatami e Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica. Dagli arresti domiciliari a cui è costretto dal 2011, ha dato il proprio appoggio al presidente in carica anche il leader dell’Onda Verde Mir Hossein Mousavi.

A sostegno di Raisi, l’ex comandante dei pasdaran Mohsen Rezai che ha ammonito:

Raisi può vincere, Rouhani poi non gridi ai brogli elettorali…

Un sostegno decisamente meno scontato è quello del rapper iraniano Amir Tataloo. In un video piuttosto curioso, il giovane musicista (finito più volte in carcere per la sua musica..) spiega all’hojatoleslam il significato dei suoi molti tatuaggi.

La Guida Khamenei ha ripetutamente auspicato per queste elezioni un clima di serenità e sicurezza.

Al duello tra il turbante bianco e quello nero mancano ormai poche ore.

 

Elezioni presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017  Il giorno del voto è ormai vicinissimo. Venerdì 12 maggio si è svolto l’ultimo confronto televisivo tra i sei candidati e non sono mancati momenti di grande tensione. In sostanza, Rouhani ha accusato i suoi sfidanti di “sfruttare la religione per il potere” (rivolto a Raisi) e di voler “picchiare gli studenti” (rivolto a Qalibaf).

Dal canto loro, i due candidati conservatori hanno accusato Rouhani di corruzione e di non aver risolto in quattro anni i problemi economici del Paese, in primis la disoccupazione.

Rispetto alle prime settimane di campagna elettorale, i toni si sono fatti molto accesi e Rouhani è decisamente passato all’attacco, invitando in sostanza gli iraniani a “non tornare indietro”. Lo stesso suo slogan elettorale, “Dobare Iran”, “Un’altra volta Iran”, punta tutto sulla voglia di continuità e stabilità degli iraniani.

Elezioni presidenziali Iran 2017

Sharq: Colpo finale agli sfidanti

Elezioni presidenziali Iran 2017

Hamshahri: Uno su sei (Solo Qalibaf ha reso pubbliche le sue proprietà)

Elezioni presidenziali Iran 2017

Aftab-e Yazd: Hassan Rouhani ha colpito (è un gioco di parole: Rouhani si riferiva così a Qalibaf accusandolo di aver “colpito” i manifestanti dell’Onda Verde nel 2009)

Elezioni presidenziali Iran 2017: corsa a tre

Su sei candidati soltanto tre hanno reali possibilità di vittoria: il presidente uscente Rouhani, il sindaco di Teheran Qalibaf e l’altro candidato conservatore Raisi. Tutti i sondaggi danno in testa, con percentuali sempre comunque inferiori al 50%, Rouhani. Secondo alcune rilevazioni, Rouhani si attesterebbe attorno al 40%, staccando di una quindicina di punti Qalibaf. Altre rilevazioni danno invece Raisi al secondo posto, con una margine molto più ridotto.

Presidenziali Iran 2017

Elezioni presidenziali Iran 2017: che affluenza?

Sarà importante l’affluenza: più alta sarà e più possibilità avrà Rouhani di raggiungere il 50% + 1 dei voti ed essere rieletto al primo turno. I candidati riformisti e moderati sono infatti favoriti dall’alta affluenza: quando gli iraniani non vanno a votare, sono quasi sempre i conservatori a vincere. Quindi è importante, in questi ultimissimi giorni di campagna elettorale, che Rouhani riesca a mobilitare i suoi sostenitori.

Da ricordare due costanti:

  1. Nella storia della Repubblica islamica, si è andati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando Ahmadinejad sconfisse Rafsanjani.
  2. Tutti i presidenti eletti (tranne i primi due, uno fuggito dopo l’impeachment e l’altro ucciso in un attentato) sono stati sempre confermati.

Lunedì sera il vice di Rouhani, Jahangiri, parlerà in diretta televisiva. Molto probabile che annunci il suo ritiro in favore del presidente uscente.

Elezioni presidenziali Iran 2017: il monito di Khamenei

Da segnalare, infine, il monito lanciato dalla Guida Khamenei contro chi abbia intenzione di usare queste elezioni contro la sicurezza e l’interesse nazionale. Esplicito il riferimento a George Soros (evidenziato anche in un tweet), colpevole di aver fomentato le cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa orientale e di aver cercato di fare altrettanto in Iran nel 2009.

Precauzioni o avvertimenti? Staremo a vedere, manca davvero poco al voto, ormai.

 

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Iran. Le tappe verso le presidenziali

Il tempo delle speculazioni sta per terminare: a breve si sapranno i nomi dei candidati alle presidenziali iraniane.

Nel dettaglio, ecco le tappe che conducono al voto di venerdì 19 maggio:

 

11 – 15 aprile: registrazione dei candidati

16 – 20 aprile: il Consiglio dei Guardiani vaglia le candidature

21 – 25 aprile: possibile estensione dell’esame delle candidature

26 – 27 aprile: annuncio dei candidati ammessi

28 aprile – 17 maggio: campagna elettorale

18 maggio: silenzio pre ettorale

19 maggio: election day

Da un punto di vista politico, da segnalare alcune novità. A quanto pare, il sindaco di Teheran (e due volte candidato nel passato) Mohammad Bagher Qalibaf ha scelto di non presentarsi. Mentre, sempre in campo conservatore, salgono le quotazioni di Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad (ne abbiamo parlato qui).

 

Iran 1396

Il 20 marzo 2017 è iniziato l’anno persiano 1396. Per gli iraniani è tempo di vacanze (le più lunghe di tutto l’anno), di bilanci e di previsioni. E di manovre e calcoli politici, perché tra meno di due mesi si vota per le presidenziali.

Ce la farà Hassan Rouhani a essere rieletto? E, prima ancora, quali saranno gli sfidanti della contesa?

I quattro anni di Rouhani

Arrivati alla fine della corsa, possiamo tracciare un bilancio del primo mandato di Rouhani. Innanzitutto, va ricordato che gli iraniani lo elessero perché tirasse fuori il Paese dall’isolamento internazionale in cui il suo predecessore Mahmud Ahmadinejad lo aveva confinato negli otto anni precedenti. E Rouhani questo obiettivo lo ha effettivamente raggiunto, anche in tempi rapidi, visto che già nei suoi primi cento giorni di governo arrivò a un’intesa ad interim sul nucleare col gruppo 5+1.

Un cambio di narrazione

L’accordo del 14 luglio 2015 rimane un evento storico, al di là delle conseguenze reali – comunque positive, come vedremo – per l’economia e per i cittadini iraniani. Da quel giorno è più difficile, se non impossibile, rappresentare l’Iran come un attore irrazionale. Il gruppo del 5+1, rappresentante in questo caso dell’intera comunità internazionale, ha lavorato con gli iraniani per anni ed è giunto a un’intesa. Tornare al passato, alla reciproca demonizzazione, sarebbe un controsenso per tutti.

L’economia

Il luogo comune (eh sì, anche in Iran ce ne sono molti..) vuole che con Rouhani l’economia iraniana non sia poi così migliorata. Vediamo nel dettaglio. Nel 2013 l’inflazione era intorno al 40%, nel 2016 era al 7,5%. Per la prima volta in trent’anni il costo della vita è inferiore al 10% e questo è indubbiamente un risultato notevole.

Cosa va

Nel 2014 il Pil registrava un calo del 5,8%, mentre nel 2016 era a + 7%. Il dato più significativo è il raddoppio delle esportazioni di greggio in seguito all’implementazione degli accordi sul nucleare (JCPOA). Nell’anno persiano appena trascorso (quindi nel lasso di tempo dal 20 marzo 2016 al 20 marzo 2017) in Iran ci sono stati 9,5 miliardi di dollari di investimenti stranieri. In forte espansione il turismo: secondo i dati del Ministero del turismo iraniano, nei primi 18 mesi dall’elezione di Rouhani le presenze europee sono cresciute del 240%. Nel 2014 l’Iran ha infatti ospitato 5 milioni di turisti, ma il governo mira a raggiungere i 20 milioni in 10 anni. L’industria turistica iraniana ha creato nel 2014 un valore di circa 6 miliardi di euro, per il 2025 si punta ai 27 miliardi. Il tutto comporta forti investimenti nella realizzazione di hotel e infrastrutture, con una forte ricaduta sull’occupazione.

Cosa non va

Il problema principale rimane la mancata creazione di un adeguato numero di nuovi posti di lavoro. La disoccupazione è stata stimata al 12,7% nell’estate 2016. Dato leggermente migliore rispetto all’anno precedente (14,4%) ma ancora piuttosto negativo. Particolarmente grave il dato relativo alla disoccupazione giovanile, attestata al 31,9%.

In generale, il sistema economico iraniano patisce un alto livello di corruzione e inefficienza. La Repubblica islamica segue dei piani economici quinquennali e nel sesto piano – iniziato il 21 marzo – il governo ha puntato molto sul miglioramento dell’efficienza quale contributo alla crescita economica: dovrebbe essere un fattore in grado di garantire il 2,5% della prevista crescita economica dell’8%. Ma non ci sono indicazioni precise su come raggiungere questo obiettivo.  Non esiste, d’altro canto, una vera libertà di mercato in un sistema dominato, nei suoi settori chiave, da entità semi governative.

Banche sull’orlo di una crisi

Particolarmente allarmante la situazione del sistema bancario. Secondo gli esperti, la maggioranza degli istituti di credito iraniani sarebbero sull’orlo della bancarotta. Addirittura il 40% degli asset bancari iraniani sarebbero tossici, compresi crediti in sofferenza. In una situazione simile, il governo sarà costretto a intervenire per salvare il settore bancario e impedire una crisi finanziaria più grave.

Bene, ma non basta

In altre parole, il governo Rouhani ha senza dubbio ottenuti buoni risultati in economia, ma l’Iran avrebbe bisogno di riforme strutturali per sostenere il settore privato e imprimere una svolta di lungo termine all’intero sistema. Per fare questo, avrebbe bisogno di un secondo mandato e di un consenso ampio tra i vertici della Repubblica islamica. Consenso che al momento non c’è: nella riunione dell’Assemblea degli Esperti dell’8 marzo, la Guida Khamenei ha espresso dubbi sull’attuale politica economica del governo.

Politica internazionale: l’asse con Mosca

Oltre al citato accordo sul nucleare, ha un valore storico anche la visita di Rouhani a Mosca a fine marzo. Nel caloroso incontro con Putin, il presidente iraniano sancisce un nuovo asse che modifica non poco gli equilibri del Medio Oriente.

Come spiega Alberto Negri, l’accordo Mosca – Teheran fissa alcuni punti chiave:

rafforzamento delle relazioni strategiche sulla Siria, la conferma che la Russia potrà usare le basi militari iraniane per missioni in Medio Oriente, un accordo di cooperazione sul gas, l’estensione a Teheran della zona di libero commercio dell’Unione economica euroasiatica.
E poi la benedizione di russi e iraniani alla cooperazione con la Turchia, una sorta di trilaterale che si è instaurata con i negoziati di Astana sulla tregua in Siria. In poche parole Mosca e Teheran hanno sfruttato la debàcle di Erdogan nella guerra siriana, dove ha dovuto rinunciare ad abbattere il regime di Bashar Assad, per stringere un’intesa con un membro storico della Nato che è stato per decenni il bastione anti-russo sul fianco sud-orientale dell’Alleanza atlantica. Si tratta evidentemente del maggiore ribaltamento geopolitico regionale perché la Turchia è stato costretta dagli errori di calcolo di Erdogan a spostare il suo asse verso Est nel tentativo di bloccare l’ascesa dei curdi siriani e l’irredentismo di una consistente minoranza che costituisce il vero incubo strategico di Ankara.

Per Rouhani si tratta di un ottimo risultato anche in funzione elettorale: da questo giro di valzer Teheran esce più forte ed è una carta da non sottovalutare nel confronto interno con i conservatori iraniani.

Quali avversari?

Maggio si avvicina e non è ancora chiaro quali saranno gli sfidanti del presidente uscente. I riformisti, per voce di Mohammad-Reza Aref hanno annunciato da tempo che punteranno tutto su Rouhani. Così come il presidente del parlamtno Ali Larijani, proveniente dal campo conservatore, ha dichiarato di “essere un compagno di Rouhani”, anche se non ” intende avere alcun ruolo nelle prossime elezioni”.

Un papabile candidato conservatore è Ebrahim Raisi, custode del santuario dell’Imam Reza di Mashad. E’ solo uno dei tanti nomi che circolano da mesi. Ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle primarie del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica), la sigla sotto cui gli osulgarayan, i principalisti, stanno cercando di riorganizzarsi.

Ma la situazione è ancora nebulosa. Anche perché due altri possibili candidati potrebbero presentarsi come indipendenti. Uno è Hamid Baghaei, vice di Ahmadinejad dal 2009 al 2013, lanciato proprio dall’ex presidente, che il 10 marzo ha criticato sia i riformisti sia i principalisti. L’altro nome è quello di Saeed Jalili, ex negoziatore (conservatore) sul nucleare, già candidato nel 2013. Nessuno dei due vuole presentarsi sotto l’ombrello del JAMNA e una loro eventuale corsa finirebbe col disperdere i voti conservatori e favorire così Rouhani.

Un Khomeini per il futuro?

Ci si chiede, infine, chi potrebbe ereditare il ruolo che fu di Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, morto due mesi fa, nel campo moderato. Il nome che sta prendendo quota nelle ultime settimane è quello di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

Classe 1972, hojatoleslam (religioso di medio livello), in passato si è attirato le antipatie dei conservatori criticando l’interferenza dei militari in politica. Nel 2016 il Consiglio dei Guardiani ha bocciato la sua candidatura all’Assemblea degli Esperti, suscitando non poche polemiche.

Oggi appare come una figura in grado di collegare il campo riformista-moderato con la vecchia guardia e l’establishment religioso. In un post su Instagram lo stesso Rouhani ha recentemente pubblicato una foto che lo ritrae di fronte a Rouhani, con Rafsanjani che esce di scena.

Una rappresentazione social che sa di investitura politica.

Prepariamoci a una campagna elettorale molto interessante.

Chi è Ezzatollah Zarghami

Chi sfiderà Hassan Rouhani alle presidenziali di maggio? Tra i conservatori, oltre ai soliti noti – come il sindaco di Teheran Qalibaf  e l’ex negoziatore sul nucleare Jalili (entrambi sconfitti dal presidente in carica nel 2013) – nelle ultime settimane si vocifera di una eventuale candidatura dell’ex direttore della radio tv iraniana (Irib) Ezattolah Zarghami.

Gli anni alla direzione della IRIB

Personaggio non famoso all’estero ma molto noto (e discusso) in patria, è stato a capo della TV di Stato dal giugno 2004 al novembre 2014.  Designato – come prevede la Costituzione della Repubblica islamica – dalla Guida Khamenei, Zarghami ha svolto il suo ruolo in modo molto “politico”, con risultati piuttosto controversi.  Da un lato, ha ampliato lo spettro dell’offerta dell’IRIB, aprendo nuovi canali radiofonici e televisivi, come la Press Tv (in lingua inglese), la Hispan TV (in spagnolo) e la stessa Radio Irib Italia, cercando di raggiungere una platea internazionale con contenuti però molto “ingessati” nella retorica della comunicazione istituzionale.

Questa ha fatto sì che un numero crescente di telespettatori abbia col tempo optato per canali satellitari ufficialmente illegali, trasmessi in genere (in lingua persiana) dagli Usa o dal Regno Unito. Molti iraniani hanno finito per abbandonare i canali di Stato non solo per via dei filtri imposti dalla censura, ma anche per la scarsa qualità dei palinsesti in termini di intrattenimento e informazione.

L’attuale presidente Hassan Rouhani, poco dopo essere stato eletto, nel giugno 2013, rilascia un’intervista alla rivista Chelcheragh in cui critica senza mezzi termini le scelte editoriali dell’IRIB:

Una parte considerevole della nostra popolazione giovanile boicotta l’IRIB perché non la ritiene onesta e morale. I media devono affrontare i bisogni della gente e uno dei loro bisogni più importanti è quello di avere accesso a notizie e informazioni trasparenti. Quando c’è più copertura deli affari esteri che degli affari interni, quando c’è un programma che racconta la nascita di un panda in uno zoo in Cina, ma non parla dei lavoratori che protestano contro i ritardi di pagamento degli stipendi, è naturale che le persone abbiano un’opinione negativa dell’IRIB.

 

Gli anni della gioventù e della guerra

Ingegnere civile con un master in management industriale, Zarghami ha un curriculum da rivoluzionario della prima ora. Da giovane è uno degli “Studenti musulmani seguaci della linea dell’Imam”, il gruppo protagonista dell’occupazione dell’Ambasciata Usa a Teheran. Allo scoppio della Guerra con l’Iraq Zarghami entra nei pasdaran e combatte al fronte., svolgendo un ruolo di rilievo anche nell’industria militare. A conflitto terminato, lavora nel Ministero della Cultura e della Guida islamica. La sua carriera politica prosegue poi come vice ministro della Difesa, fino ad approdare all’IRIB.

Nella lista nera dell’Ue

Il 24 marzo del 2012, l’Unione europea inserisce Zarghami tra le persone soggette a sanzioni internazionali. Secondo l’Ue, infatti, in qualità di direttore dell’IRIB, avrebbe mandato in onda confessioni estorte con la forza ai detenuti in una serie di “processi show” – a carico di persone arrestate a seguito delle manifestazioni dell’Onda Verde – trasmessi tra l’agosto del 2009 e il dicembre del 2011.  Il tutto, sottolinea l’Ue, in diretta violazione delle leggi internazionali che tutelano i diritti delle persone sotto processo

 

Un futuro politico?

Terminata l’esperienza dell’IRIB, Zarghami non ha avuto altri incarichi politici e si è ritaglaito un ruolo da battitore libero nella scena pubblica iraniana, con una presenza costante sui social media e su Instagram in particolare. In un’intervista all’Agenzia Tasnim, il 4 ottobre 2016 ha negato di volersi candidare alle elezioni del 2017, precisando di volersi dedicare piuttosto al consolidamento delle “forze rivoluzionarie”.  Affermazioni tipiche di chi è invece pronto a scendere in campo con una candidatura.

L’agenzia Nasim, vicina ai conservatori, lodando le sue capacità manageriali, lo ha definito il “fuoco sotto la cenere” della lotta dei conservatori contro Rouhani. Così come altre testate giornalistiche hanno cominciato a citarlo come uno dei papabili del fronte opposto al presidente in carica. La tesi di fondo è: Zarghami è un candidato spendibile, ma con poche possibilità di essere eletto presidente.

La sua appartenenza al fronte principalista è chiara, ma è stato sempre considerato un manager e un uomo di comunicazione, non un politico vero e proprio. Ma vista la tendenza globale, chissà che anche la politica iraniana non scelga una soluzione “non convenzionale”.

 

 

 

. #پلاسکو از ساختمان تجاری پلاسکو ، جز بوی دود و تلاش دلاورانه آتش نشان ها ، نشان دیگری نیست ! آفرین به بسیجیان و غواصان خط شکن امشب . فعلا امداد و نجات و همبستگی ملی اصل است . . #پلاسکو #آتش #آتش_نشان #امداد #نجات #دلاور #شجاع #مردم #همبستگی #ضرغامی #سید_عزت_الله_ضرغامی

Un post condiviso da سيد عزت الله ضرغامى (@zarghami.ez) in data:

In un post su Instagram Zarghami paragona i vigili del fuoco caduti nella tragedia del Plasco ai martiri della Guerra con l’Iraq

Le critiche a Rouhani, su Trump

Con un tweet, lo scorso 29 gennaio Zarghami ha chiesto a Rouhani di intervenire affinché Donald Trump smettesse di mancare di rispetto agli iraniani. A suo giudizio, il presidente iraniano avrebbe una linea troppo ironica nei confronti della nuova amministrazione Usa. Rouhani aveva infatti dichiarato che questo “non è il momento di costruire muri tra le nazioni. Hanno forse dimenticato che il Muro di Berlino è crollato anni fa?”

Il tweet di Zarghami è sembrato molto strategico, perché interviene sul tema dei rapporti tra Iran e Usa che sarà certamente uno degli argomenti calda della campagna elettorale. Campagna che settimana dopo settimana, comincia a delinearsi all’orizzonte.

 

 

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

La democrazia in Iran

Elezioni Iran

Il futuro della Repubblica islamica iraniana è uno di quegli argomenti destinati a tornare sempre, a intervalli più o meno regolari. In prossimtà o subito dopo le varie tornate elettorali, si finisce col parlare delle reali possibilità di un’evoluzione “democratica” del sistema iraniano.

E il terreno si fa scivoloso, perché, applicando canoni occidentali a una Storia differente, spesso si finisce per cadere nella facile scorciatoia della condanna tout court del sistema e dei suoi attori. L’Iran non è una democrazia, i diritti umani non sono rispettati e dunque fine dei giochi.

Così facendo si perde però un’occasione preziosa. Perché proprio riflettendo sulla “ricerca della democrazia” in Iran, si può intraprendere un lungo e affascinante viaggio nei suoi ultimi e tumultuosi 150 anni.

Questo il senso di un libro del 2006 non ancora tradotto in italiano e divenuto un classico per chi segue l’Iran e le sue vicende politiche: Democracy in Iran: History And the Quest for Liberty di Ali Gheissari e Vali Nasr.

I due autori – analisti di origine iraniana residenti da tempo negli Usa – ripercorrono la storia dalla Rivoluzione Costituzionale del 1906 fino alle elezioni del 2005, quelle della prima elezioni di Mahmud Ahmadinejad.

In Iran – questo è l’assunto – lo sviluppo della democrazia accompagna in modo dialettico – e in alcuni casi contrasta – la formazione di uno Stato moderno.

Leggiamo:

In Iran, lo Stato non è stato il prodotto della guerra,  di una imposizione o del colonialismo. Il caso dell’Iran deve essere compreso nei suoi termini propri e nel contesto degli sviluppi socio-politici che lo hanno caratterizzato.

[L’Iran] è il primo e unico paese ad aver vissuto una rivoluzione islamica, il primo e unico paese ad aver vissuto in uno stato fondamentalista islamico, e il primo ad essere passato a una condizione di post fondamentalismo.

La democrazia è stata associata e confuse con nazionalismo, populismo, giustizia sociale e riforma religiosa.

La premessa degli autori è fondamentale:

E ‘importante collocare la rivoluzione del 1979 nel suo contesto storico: né fine né culmine di un processo storico, ma piuttosto come un interregno in un processo di state-building che ha avuto inizio nel 1905 ed è ancora in corso.

(…)

Dalla rivoluzione del 1979 molti studi hanno adottato la premessa che la rivoluzione si sia verificata in un momento teleologico che avrebbe dato senso a tutta la storia passata.

mentre

la rivoluzione e quello che seguì possono essere meglio compresi prestando attenzione alle dinamiche di concorrenza tra democrazia e ideologia nei decenni prima della rivoluzione. Capire quella dinamica aiuta anche a spiegare la trasformazione dell’Iran dal 1988.

(…)

Nato da una rivoluzione sociale, l’edificio teocratico della Repubblica Islamica ha comunque prodotto un regime autoritario pragmatico. Tale regime parla nella lingua dell’Islam, ma governa la società e l’economia in modi ben noti agli osservatori politici.

Il libro attraversa oltre un secolo di Storia e sarebbe arduo ora tracciarne tutti i passaggi rilevanti. Sono senza dubbio molto interessanti i capitoli dedicati agli anni Novanta e alle trasformazioni – soprattutto economiche e sociali – intervenute dopo la morte di Khomeini e con i governi Rafsanjani e Khatami. Così come viene dato u giusto peso alle elezioni del 2005, vero spartiacque nella storia elettorale della Repubblica islamica (non a caso, sono rimaste le uniche in cui si è dovuti ricorrere al ballottaggio per l’elezione del presidente).

In chiusura, una riflessione molto affascinante:

Un secolo dopo la Rivoluzione Costituzionale del 1906, l’Iran sta ancora cercando di divenire uno Stato democratico. È una questione aperta se l’Iran sia più vicino a questo obiettivo oggi di quanto lo sia stato in qualsiasi altro momento del secolo scorso.

La questione rimane più che mai aperta.

Cosa succede a Teheran?

Dopo giorni di speculazioni e smentite, il 20 ottobre è arrivata la notizia ufficiale: tre ministri del governo di Hassan Rouhani si sono dimessi. Si tratta del ministro della Cultura Ali Jannati (Cultura), del ministro dello Sport Mahmoud Goudarzi e del ministro dell’Istruzione Ali Asghar Fani. Al loro posto Rouhani ha designato rispettivamente Seyyed Abbas Salehi alla Cultura, Nasrollah Sajjadi allo Sport e Seyyed Mohammad Bathaei all’Istruzione.

Ufficialmente, i tre si sono dimessi volontariamente, ma sembra evidente che le pressioni dei conservatori, a pochi mesi dalle presidenziali (19 maggio 2017) abbiano spinto il presidente Rouhani a privarsi di elementi politicamente “scomodi”.

In particolare, colpisce la rinuncia di Jannati. O, meglio, la rinuncia di Rouhani a Jannati. L’ormai ex ministro della Cultura sarebbe dovuto, tra l’altro, essere a Roma proprio il 20 ottobre per presentare la mostra sui capolavori nascosti del Museo d’arte contemporanea di Teheran, in programma dal marzo prossimo al Maxxi.

Secondo il quotidiano riformista Shargh, le dimissioni di Jannati sarebbero state volute dai “livelli supremi”, insoddisfatti delle sue politiche. Un evidente riferimento alla Guida Khamenei. Nella sua lettera di dimissioni, Jannati scrive di

non essere più in grado di continuare a svolgere il proprio lavoro. Desidero che il governo prosegua il proprio lavoro in campo culturale in una situazione calma e priva di tensioni.

Goudarzi, ministro dello Sport, sarebbe stato fatto fuori in seguito alle lamentele presentate dai grandi ayatollah di Qom al capo staff di Rouhani Mohammad Nahavandian. In particolare, le critiche avrebbero riguardato le politiche giovanili.

Dei tre ministri, Fani sarebbe stato quello più restio a lasciare l’incarico. Il quotidiano ultraconservatore Kayhan ha ironizzato su questo atteggiamento titolando: “Fani: pronto a continuare a collaborare col governo. Rouhani: accettiamo le sue dimissioni”.

I nuovi ministri dovranno ora ricevere il voto di fiducia del parlamento. L’esito positivo sembra scontato, visto che il governo può contare su una maggioranza piuttosto solida.

Tuttavia, non sono mancate critiche da tutti i fronti. Per molti conservatori, come Mohammad Reza Bahonar, questo “rimpasto è tardivo e inadeguato, perché ci sarebbero altri ministri da cambiare”.

Mentre i riformisti vedono in questa mossa una resa di Rouhani ai conservatori.

E’ significativo che il rimpasto abbia riguardato ministeri non economici, quando proprio l’economia è il tasto dolente dell’attuale situazione iraniana e del governo Rouhani in particolare.

Ma sulla cultura e sull’educazione si gioca una partita fondamentale per l’identità della Repubblica islamica.

aftab-yazd

La prima pagina di Aftab-e Yazd

 

shargh

La prima pagina di Shargh

Aggiornamento 1 novembre – Ok a nuovi ministri dal parlamento

Via libera dal parlamento della Repubblica Islamica ai tre nuovi ministri designati dal presidente Hassan Rouhani. Masoud Soltanifar (193 favorevoli, 72 contrari e 9 astenuti) va al dicastero dello Sport e dei Giovani; al ministero della cultura e dell’orientamento islamico va Seyyed Reza Salehi Amiri (180 favorevoli, 89 contrari e 6 astenuti) mentre la Scuola va a Fakhreddin Ahmadi Danesh Ashtiani (157 favorevoli, 111 contrari e 6 astenuti).

 

Larijani ancora Larijani

Larijani ancora Larijani. Nel ruolo di presidente del majles, il parlamento iraniano, rimane ancora lui per la terza volta di seguito, primo caso nella storia della Repubblica islamica. Ali Larijani è stato infatti eletto con 173 voti mentre il riformista Mohammad Reza Aref si è fermato a 103 voti.

Risultato tutt’altro che scontato, tanto che il deputato riformista Mostafa Kavakebian ha gridato al complotto: almeno 50 parlamentari affiliati alla “Lista della speranza”, di orientamento riformista e pro Rouhani, avrebbero votato per Larijani e non per Aref.

Quindi? Tradimento? Vittoria dei conservatori? Sconfitta del presidente Rouhani?

Probabilmente nulla di tutto questo.

Non va innanzitutto dimenticato che Larijani è sì un conservatore, ma ha sostenuto Rouhani e da presidente del parlamento ha appoggiato con convinzione l’accordo sul nucleare. E alle ultime elezioni si è presentato come indipendente nel distretto di Qom. Quindi la sconfitta di Aref è una sconfitta dei riformisti, non di Rouhani, che riformista non è mai stato.

Oltretutto, la vicinanza di Larijani e della sua famiglia alla Guida Khamenei è una garanzia di continuità per il presidente della Repubblica islamica. Ad un anno esatto dal voto per le presidenziali, per Rouhani è importante non cercare lo scontro con i conservatori ma cercare la più ampia convergenza possibile tra le forze in campo.

Per dirla con il cancellerie Ferrer dei Promessi sposi, “Adelante, Pedro. Con juicio”.

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Asrar titola: La presidenza del parlamento non è cambiata

 

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Per Farhikhtegan “Rouhani è il vincitore delle votazioni per la presidenza del majles”

Il vecchio che avanza

Mai dare nulla per scontato quando si parla di politica in Iran. L’Assemblea degli Esperti eletta lo scorso 26 febbraio ha scelto il proprio presidente: è l’ayatollah conservatore Ahmad Jannati, 90 anni, già a capo del Consiglio dei Guardiani.

Risultato decisamente sorprendente: i media iraniani davano per favorito l’Ayatollah Ebrahim Amini ritenuto vicino alla coalizione moderata guidata da Rafsanjani. E invece no: Amini è arrivato secondo con 21 voti. Jannati ne ha ottenuti 51.  Mahmoud Hashemi Shahroudi è arrivato terzo con 13 voti. Mohammad Ali Movahedi-KermaniShahroudi sono stati scelti come primo e secondo vice.

Il vero colpo di scena è l’eclissi dell’eterno Akbar Hashemi Rafsanjani, primo degli eletti di Teheran a febbraio e apparentemente vero decision maker della coalizione moderato-riformista. Quel voto – vale la pena ricordarlo – ha decretato l’esclusione dall’Assemblea di due ayatallah ultraconservatori come Mohammad Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi, mentre lo stesso Jannati era stato eletto per il rotto della cuffia, sedicesimo su sedici.

Eppure, lo stesso Rafsanjani, in un’intervista al quotidiano Aftab-e Yazd aveva fatto pochi giorni fa un clamoroso passo indietro, dichiarando “non necessaria” una sua candidatura a presidente dell’Assemblea degli Esperti. Lo stesso kuseh, a voto concluso, si è dichiarato soddisfatto della scelta dell’Assemblea.

Che significa?

Guardiamo le cose in prospettiva. Jannati ha 90 anni, il suo incarico da presidente ne dura due. Questa Assemblea sarà in carica fino al 2024. A meno di clamorosi colpi di scena, la prossima Guida non sarà scelta in questi due anni. Khamenei sarà anche malato e non giovanissimo, ma sembra perfettamente lucido e assolutamente in controllo del quadro politico del Paese.

E allora?

Probabilmente il fronte guidato da Rafsanjani e Rouhani ha optato per una campagna di lungo corso. Oggi i conservatori spingono per dare un segno di continuità col passato, non vogliono mollare la presa. Jannati è stato sempre contrario all’accordo sul nucleare e alle apertura all’Occidente. La sua scelta pare quindi una garanzia di conservazione, di non cedimento.

Il muro contro muro tra le anime della Repubblica islamica è evitato, almeno per ora. L’Assemblea avrà otto anni per prendere decisioni ben più pesanti e durature.

 

khayan

Il quotidiano Kayhan parla della scelta di Jannati come di un dito nell’occhio degli inglesi

 

Più donne che mullah

Il secondo turno delle elezioni parlamentari consegna all’Iran un majles con diverse novità. Andiamo con ordine. Ricordiamo che si votava per assegnare 69 seggi, nei collegi in cui nessun candidato aveva ottenuto almeno il 25% al primo turno. Secondo il Ministero degli Interni, l’affluenza è stata del 59% degli aventi diritto, più o meno la stessa percentuale registrata a febbraio.

In Iran l’affiliazione dei singoli deputati non è mai chiarissima e questo genera sempre una certa confusione nell’analisi del voto. Va detto che la “Lista della speranza”, l’alleanza tra moderati e riformisti che sostiene il presidente Rouhani, ha ottenuto almeno 131 seggi contro i 124 dei conservatori. Secondo l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, sarebbero invece in maggioranza i conservatori, 126 a 112. Ago della bilancia, saranno gli 85 indipendenti.

Al di là del confronto tra gli schieramenti politici, queste elezioni segnano due record: il numero massimo di donne elette sinora nella storia della Repubblica islamica (17) e il numero più basso di religiosi eletti (16). Nel nuovo majles, ci saranno dunque più donne che religiosi. 

Nel parlamento uscente, le deputate erano solo 9, tutte conservatrici.

E un cambiamento forse minimo, ma significativo di una società che sta cambiando. Tanto per fare un confronto, basti pensare che nel primo parlamento eletto dopo la rivoluzione del 1979, i religiosi erano ben 164 su 290.

Da questo punto di vista, la “democrazia in Iran” (le virgolette non sono esornative..) e le sue manifestazioni più esplicite (elezioni, campagne elettorali, affluenza alle urne) offrono sempre spunti di riflessione interessanti.

arman e emruz

Arman-e Emruz: Completato con la speranza il poema epico primaverile 

Le 17 nuove deputate iraniane sono tutte relativamente giovani, la metà di loro ha meno di quarant’anni. Nessuna di loro è ascrivibile al gruppo dei conservatori. Alcune sono arrivate in parlamento dopo una competizione elettorale durissima.

Sarà poi un parlamento quasi completamente nuovo: il 75% dei deputati non era infatti presente nel majles uscente.

Ballottaggi & sussidi

Fermi tutti, in Iran si rivota. Non ovunque, ovviamente. Ma devono ancora essere assegnati 68 seggi su 290, che non sono proprio pochi. I ballottaggi non riguardano la città di Teheran che il 26 febbraio ha premiato la coalizione moderata. Sia la Guida Khamenei sia il presidente Rouhani hanno ricordato agli iraniani l’importanza di questo secondo turno, cercando di limitare un astensionismo che si preannuncia alto.

La campagna elettorale per i ballottaggi si è svolta senza sussulti, ma con un buon livello di partecipazione agli eventi della coalizione moderato-riformista. L’ex vicepresidente di Khatami, Mohammad Reza Aref , è stato molto attivo in questo senso.

In attesa dell’ultimo atto di questa tornata elettorale, la situazione nel Paese sembra in stallo, sotto diversi punti di vista.

Polizia religiosa e reporter in carcere

Con l’arrivo dell’estate, aumentano i controlli della polizia religiosa sull’abbigliamento delle donne nelle grandi città. E non è una novità.

Un tribunale rivoluzionario ha condannato tre giornalisti (due uomini e una donna) a lunghe pene detentive. Neanche questa è una novità. Si tratta di reporter di giornali e riviste su posizioni filo governative. Afarin Chitsaz, del quotidiano ufficiale del governo, Iran, ha avuto dieci anni. Ehsan Mazandarani, direttore del quotidiano Farhikhtegan, sette. Saman Safarzaee, del mensile Andisheh Pouya, cinque. Gli avvocati hanno annunciato il ricorso in appello.

La rimozione delle sanzioni

A livello politico – e di riflesso economico – tiene banco la questione della effettiva rimozione delle sanzioni. Il punto dolente è l’effettivo rientro dell’Iran nel circuito finanziario internazionale. Gli Stati Uniti stanno facendo di tutto per scoraggiare le proprie banche e quelle europee dall’intervenire in Iran. Per cui, formalmente, oggi la Repubblica islamica si apre al mercato mondiale, ma in pratica rimane isolata per mancanza di flussi finanziari indispensabili per i grandi investimenti. Il 15 aprile il governatore della Banca centrale dell’Iran Valiollah Seif si è recato a Washington per partecipare a un vertice della Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale. A detta dello stesso Seif, dall’implementazione degli Accordi sul nucleare (JCPOA)di tre mesi fa, non è successo “quasi nulla”. Lo stallo dà fiato ai conservatori che continuano a criticare l’amministrazione Rouhani per essersi “arresa” agli Stati Uniti senza ottenere nulla in cambio.

kayhan

Kayhan: In che lingua dobbiamo ancora dire che gli Stati Uniti sono inaffidabili?

Il taglio dei sussidi

Ma la situazione davvero esplosiva è quella legata al taglio dei sussidi. Su proposta del deputato conservatore Ahmad Tavakoli (non rieletto) il parlamento uscente ha votato una legge che obbliga il governo a fermare – tra settembre 2016 e marzo 2017 – i sussidi che attualmente vengono versati a un terzo della popolazione iraniana.

Il sistema dei sussidi così strutturato nacque nel 2010 sotto la presidenza Ahmadinejad. All’inizio si chiedeva una dichiarazione dei redditi per ricevere 455.000 rial (15 dollari) al mese a persona. Il Centro Statistico nazionale ha diviso la popolazione in sette fasce di reddito, in modo che sono le famiglie davvero bisognose ricevessero il sussidio. Ahmadinejad però si oppose e fece distribuire equamente i sussidi a tutti i cittadini iraniani. Alcuni la definirono la riforma più populistica della storia iraniana. Sicuramente gravò sulle casse dello Stato e generò inflazione.
Va detto che all’epoca il petrolio – sul cui export si basa il bilancio dello Stato iraniano – era sui 120 dollari al barile.  Il calo del prezzo del greggio e le sanzioni internazionali hanno poi obbligato l’attuale presidente Rouhani, eletto nel giugno 2013, a rivedere la politica dei sussidi, senza però mai arrivare a ipotizzare un taglio drastico. Già dallo scorso 18 marzo, ultimo giorno dell’anno persiano 1394, oltre 3 milioni di iraniani si sono visti togliere i sussidi. In pratica, il parlamento ha deciso di tagliare il sussidio alle famiglie che guadagnano più di 350 milioni (11.500 dollari) l’anno. 
Questa decisione può essere letta come un atto di rigore economico. Ma è anche una bomba sociale a scoppio ritardato che il parlamento uscente lascia al governo Rouhani. Tra l’altro, questo stesso majles, prima di lasciare, rivedrà il budget per il 1395 e il sesto Piano quinquennale di sviluppo. C’è quindi la possibilità di altri “regali” da parte dei conservatori al moderato Rouhani.
A giugno 2017, è bene ricordarlo, si vota di nuovo per le presidenziali.

Chi è Qalibaf

Chissà se prima o poi avrà anche un lui un ruolo da protagonista assoluto o sarà sempre un outsider. Mohammad Baqer Qalibaf (محمدباقر قالیباف‎‎), classe 1961, attuale sindaco di Teheran, è da almeno una decina d’anni sempre sul punto di “spiccare il volo”. Candidato presidente in due tornate, nel 2005 e nel 2013, ne è sempre uscito a mani vuote. Il suo cognome in persiano vuol dire “tessitore di tappeti”.

Prima delle elezioni del 2009, in Iran e soprattutto a Teheran, se ne parlava come del presidente in pectore, pronto a rimpiazzare Mahmud Ahmadinejad dopo il primo mandato. E invece a quelle elezioni Qalibaf nemmeno si presentò.

Personaggio piuttosto curioso, per i canoni della politica iraniana. Appartiene alla “famiglia principalista”, ma è un conservatore atipico, sia nei comportamenti sia in alcune scelte politiche.

Un giovane comandante

Qalibaf, come molti altri suoi coetanei, partecipa in prima linea alla “guerra imposta”, la lunga guerra di difesa nazionale contro l’Iraq (1980-88). A soli 19 anni diventa comandante delle truppe Imam Reza e successivamente ricopre altre importanti funzioni militari.  Uno storico arriva a definirlo il “Bonaparte della rivoluzione islamica”.

Quando la guerra finisce, diventa direttore della Khatam al-Anbia, una importante società ingegneristica controllata dai pasdaran. E’ nella galassia dei Guardiani della Rivoluzione che si compie la sua scalata al successo. Nel 1996 viene nominato comandante delle Forze Aeree dei Pasdaran. Nel frattempo, consegue una laurea in geografia politica e avvia una carriera accademica presso l’Università di Teheran.

I ragazzi del ’99

Il 1999 – in piena era Khatami – gli studenti danno vita a un ampio movimento che chiede una riforma sostanziale dell’assetto della Repubblica islamica. Le manifestazioni sono represse con la violenza da parte di basiji e pasdaran. Qalibaf è uno dei 24 comandanti dei Pasdaran che scrivono una lettera a Khatami, minacciando di “prendere in mano la situazione” qualora le manifestazioni studentesche continuassero. Una chiara intimidazione al presidente riformista che, infatti, non appoggiò gli studenti. I disordini del 1999 portano alla rimozione del comandante della polizia Hedayat Lotfian. Al suo posto subentra proprio Qalibaf, che anni dopo dichiarerà pubblicamente di aver preferito il dialogo alla repressione.

Andai alla riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale e tutti – compreso Hassan Rohani – mi chiedevano di sparare agli studenti. Io mi opposi. Diedi invece il permesso di organizzare le manifestazioni, purché all’interno dell’università.

Le elezioni del 2005

Nel 2005 si dimette dai suoi incarichi militari e si candida alle elezioni presidenziali che sanciranno la vittoria di Ahmadinejad al ballottaggio contro Rafsanjani. al primo turno- contrassegnato da una forte dispersione del voto – Qalibaf ottiene il 13,93%. la sua è una campagna elettorale innovativa, in cui per la prima volta un candidato investe molto in spot televisivi. Qalibaf si propone come un decisionista e un innovatore, alla guida di un aereo, quasi sempre sorridente. L’elettorato non lo premia, ma ottiene presto un incarico politico importante, con l’elezione a sindaco di Teheran nel settembre dello stesso anno, carica che conserva ininterrottamente da allora.

 

Il sindaco

Al governo della capitale iraniana, Qalibaf avvia un processo di modernizzazione della megalopoli iraniana: lavori pubblici e attenzione alle tematiche dell’ambiente. Il ruolo di primo cittadino gli serve comunque come trampolino per la politica nazionale. Non mancano anche prese di posizione forti. Nel 2008 – nel pieno della campagna elettorale per le presidenziali Usa – sostiene la necessità di una dialogo con gli Stati Uniti, perché gioverebbe “alla comunità internazionale, alla società iraniana e a quella statunitense”.

Alcuni conservatori lo bollano come “amico di Benetton”. E’ infatti in questo periodo che il marchio italiano apre i primi negozi nella capitale iraniana e in molti parlano di un’amicizia di interesse tra il sindaco e l’imprenditore italiano.

Qalibaf e Soleimani

Qalibaf con Soleimani, comandante dell’Armata Qods

 

Le elezioni del 2013

Nel 2013 si ricandida per le presidenziali. Il suo slogan è:  “Cambiamento, vita, popolo. Un glorioso Iran”.  Con Ali Akbar Velayati e Gholam-Ali Haddad-Adel, forma la cosiddetta coalizione “2+1”. anche lo speaker del parlamento Ali Larijani appoggia la sua candidatura, ma sconta la divisione del fronte conservatore. Ottiene oltre 6 milioni di voti pari al 16.55% e si piazza al secondo posto, comunque lontanissimo dal vincitore Hassan Rohani (50,88%).

A settembre 2013 il consiglio comunale di Teheran lo rielegge per la terza volta sindaco, battendo per 16 voti a 14 Mohsen Hashemi Rafsanjani, uno dei figli dell’eterno kuseh Ali Akbar.

La carica dura fino al 2017, anno delle prossime presidenziali. In molti scommettono che Qalibaf ci riproverà. Vero o no, sembra comunque che avremo modo di parlare ancora a lungo di lui.

Chi ha vinto le elezioni?

Piccolo pensiero cattivo: il forte sospetto è che per almeno due giorni molti “osservatori” (italiani e no, ma comunque non iraniani) hanno commentato le elezioni iraniane senza conoscere la legge elettorale. Solo così si può spiegare la grande confusione sull’esito della doppia (Parlamento e Assemblea degli Esperti) tornata elettorale. L’affluenza sarebbe stata alta (tra il 58% e il 62%) ma non altissima, se consideriamo che alle presidenziali del 2013 aveva votato oltre il 70% degli aventi diritto. Altro elemento fuorviante: l’aggettivo “riformista” imposto d’ufficio dai media occidentali alla coalizione pro Rouhani.

Quali riformisti?

Rouhani, lo ricordiamo per l’ennesima volta, non è un riformista ma un conservatore pragmatico, un moderato. Il suo governo è retto da una coalizione piuttosto eterogenea, così come la “Lista della speranza”, capeggiata sì da un vero riformista come Aref, a suo tempo vicepresidente di Khatami, ma al cui interno ha trovato spazio un autentico conservatore come Motahari, favorevole a Rouhani e all’accordo sul nucleare, ma assolutamente intransigente su altri temi, quali le politiche culturali o il controllo dell’abbigliamento delle donne. I veri riformisti hanno trovato pochissimo spazio in queste elezioni, cassati quasi in blocco dal Consiglio dei Guardiani.

C’è poi un altro aspetto da considerare. I partiti politici in Iran sono identità fluide, simili più a comitati elettorali che ad apparati ideologici. E’ molto importante la figura del singolo candidato, che cura e rappresenta il proprio elettorato e che, una volta eletto, agisce indipendentemente da ordini di scuderia. Si spiega così anche il successo dei cosiddetti indipendenti, soprattutto nelle province più remote. Lo speaker del parlamento uscente, Ali Larijani, ha tutta una storia politica da conservatore e in passato è stato anche molto vicino all’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad, salvo poi allontanarsi e divenire un suo grande rivale. Larijani ha giocato un ruolo fondamentale all’indomani dell’accordo sul nucleare, quando il governo di Rouhani aveva assolutamente bisogno che il parlamento ratificasse l’intesa raggiunta col gruppo 5+1 il 14 luglio 2015. Il fronte conservatore ha tentato fino all’ultimo di convincere Larijani a rintrare “alla base” e di candidarsi con loro. Ma lui è sceso in campo come indipendente  nel collegio di Qom, deciso comunque ad appoggiare poi in parlamento il presidente in carica.

Premesso questo, chi ha vinto le elezioni?

Teheran non è l’Iran

La lista pro Rouhani ha stravinto a Teheran, conquistando tutti e 30 i seggi in palio. Un autentico trionfo, su questo non c’è dubbio. Il più votato è stato proprio il già citato Aref, mentre Haddad Adel, capolista della lista dei principalisti (osulgarayan) e strettissimo collaboratore della Guida Khamenei, non è stato nemmeno eletto. Un risultato clamoroso, determinato anche da un’affluenza massiccia. Teheran conta moltissimo negli equilibri politici ed economici del Paese, ma l’Iran contiene anche altre realtà diversissime. E’ perciò un errore concentrare le attenzioni e le analisi solo su quanto accade nella megalopoli.

I seggi in parlamento

I risultati del primo turno sono i seguenti: i principalisti (conservatori) hanno 64 seggi; i moderati (pro Rouhani) 80; gli indipendenti 73, mentre 69 seggi saranno assegnati col ballottaggio il 29 aprile. Ricordiamo  che 5 seggi sono assegnati alle minoranze religiose.

risultati majles

I conservatori mantengono la maggioranza in parlamento, ma la loro leadership esce ammaccata, sia nel confronto sul majles sia in quello per l’Assemblea degli Esperti.

Un elemento di novità: le donne  nel majles saranno almeno 15, altre 5 andranno al ballottaggio. Si tratta del record di presenze dal 1979.

Altro elemento non banale: per la prima volta da quando sono agli arresti domiciliari (febbraio 2011) Mousavi e Karroubi – candidati alle elezioni 2009 e leader della cosiddetta “Onda Verde” – hanno votato, grazie a un “seggio mobile”. La notizia è stata confermata dal ministero degli Interni. Il gesto potrebbe essere interpretato come un primo passo verso una loro “riabilitazione” politica. Staremo a vedere.

Di sicuro, una maggiore collaborazione tra presidente e parlamento porterà a un “grande centro” su cui si baserà l’equilibrio politico iraniano fino alle presidenziali del 2017.

Assemblea degli Esperti

Qui si giocava forse la partita più importante e qui Rouhani ha ottenuto il risultato migliore. O, meglio, lo ha ottenuto Rafsanjani, che ha ottenuto 52 seggi su 88. Perché pur non avendo la maggioranza, ha imposto una seria battuta d’arresto all’asse ultraconservatore, formato da Yazdi, Jannati e Mesbah Yazdi. A Teheran, 15 seggi su 16 sono andati alla lista moderata-riformista. Non sono stati eletti né Yazdi né Mesbah Yazdi. L’89enne Jannati ce l’ha fatta per il rotto della cuffia.

assemblea esperti

Pasdaran=conservatori?

Altro abbaglio piuttosto frequente. La politica iraniana non è, come la dipingono i media occidentali, divisa tra bravi riformisti e conservatori cattivoni. E persino i “famigerati” pasdaran non sono un blocco monolitico, a difesa sempre e comunque dei conservatori. Una riprova? Il leggendario Qasem Soleimani, comandante dell’Armata Qods, l’unità dei pasdaran iraniani dedicata alle azioni oltre confine, ha pubblicamente dichiarato il proprio sostegno al già citato Ali Larijani, e quindi, indirettamente, a Rouhani. A urne chiuse e a spoglio già avviato, i pasdaran si sono pubblicamente congratulati col popolo iraniano per aver eletto un parlamento

di veri rivoluzionari, fedeli al principio della velayat-e faqih (il ruolo cioè della Guida).

Le reazioni

Tutte positive, a prima vista. La Guida, il presidente e l’intramontabile Rafsanjani hanno tutti espresso soddisfazione per la partecipazione al voto. La Guida ha sottolineato la fiducia nel sistema politico dimostrata attraverso la partecipazione alle elezioni. Nei mesi passati, aveva più volte rimarcato l’importanza di queste elezioni e adesso incassa un indubbio successo.

 

Rafsanjani, in un tweet, ha anche invitato tutti ad accettare l’esito del voto. Un richiamo non banale, quando lo spoglio era ancora in corso.

Un post su Instagram lo ritrae di spalle mentre osserva Teheran. Sui social si è scatenata l’ironia di tante iraniani che vedono nel vecchio kuseh (lo squalo), un eterno boss della politica, vero artefice di tanti trasformismi e svolte della storia della Repubblica islamica.

In conclusione, possiamo affermare che, se posto come un referendum su Rouhani, il presidente incarica lo ha vinto. La fiducia al suo operato è stata nettamente più grande a Teheran, mentre in altri circoscrizioni – da Qom a Mashad e anche a Esfahan – gli elettori hanno premiato chi questo governo lo ha criticato. Ma alla fine, il nuovo parlamento sarà comunque più collaborativo con l’esecutivo, tenderà cioè a convergere al centro. Nella prospettiva più lunga, è significativo quanto accaduto nell’Assemblea degli Esperti, dove sono stati fuori degli autentici pezzi da novanta.

Ha vinto Rouhani, forse ha vinto soprattutto Rafsanjani. Nulla di veramente nuovo, sotto il sole, dunque. Volendo fare una battuta, il vero paradosso per una Repubblica islamica è dover accettare di morire democristiani..

Ma sicuramente le prospettive politiche del Paese cambiano dopo questo voto. E l’anno prossimo, si rivota per le presidenziali.

Più in generale, possiamo affermare che ha vinto l’Iran, inteso come sistema politico. Con buona pace di tanti sepolcri imbiancati, alla fine, ancora una volta, la Repubblica islamica, con tutti suoi limiti, ha ottenuto quella partecipazione al processo politico indispensabile alla sua stessa esistenza.

Da questa considerazione dovremmo ripartire ogni volta che nei prossimi mesi e anni avremo a che fare con questo Paese.

. «رقابت‌ها تمام شد و دوران وحدت و همکاری فرا رسیده است»، . . ______________ احتیاج به هماهنگی مثال زدنی داریم که این انتخابات طلیعه و مقدمه‌ی آن بود. چون هر چه بود و هر چه شد، تمام شد و نباید به مباحث اختلاف‌برانگیز دامن زده شود که دوران پس از انتخابات، دوران تلاش برای ساختن کشور است.

Una foto pubblicata da Ayatollah Hashemi Rafsanjani (@hashemirafsanjani_ir) in data:

Iran Election Day

Dell’importanza delle imminenti elezioni abbiamo già parlato qui. Situazione incredibile se paragonata agli standard italiani: i candidati alle elezioni parlamentari iraniane hanno cominciato la campagna elettorale giovedì 18 febbraio, cioè soli otto giorni prima del voto. E’ una caratteristica della politica della Repubblica islamica: le candidature definitive sono annunciate dal ministero degli Interni a pochi giorni dal voto, dopo una preselezione quasi sempre determinante da parte del Consiglio dei Guardiani.

Questa volta il corpo di 12 membri nominati da Guida Suprema e magistratura ha squalificato il 97% dei candidati riformisti. Inizialmente il setaccio era stato ancora più fitto, con la bocciatura del  60% dei 12.000 aspiranti candidati. Tra questi il 99% dei 3.000 aspiranti candidati riformisti. L’intervento del presidente Rouhani ha permesso il reintegro di alcuni di loro, ma alla fine si tratta di appena 90 nomi.

Qualche numero: i candidati sono circa 6.200, di cui 586 donne. I seggi del majles sono 290. Nel collegio elettorale di Teheran oltre mille candidati corrono per 30 seggi.

A prima vista sembra che non ci sia competizione. L’ala conservatrice della Repubblica islamica ha colpito duramente i moderato-riformisti che possono al massimo aspirare a una esigua minoranza in parlamento. D’altra parte, il riformismo iraniano è di fatto ostaggio di una situazione al limite del surreale. Ancora oggi i riformisti si riconoscono nell’ex presidente Mohammad Khatami, personaggio bandito dai media nazionali da oltre un anno.

Paradossalmente, tuttavia, l’epurazione può rafforzare la prospettiva di un’alleanza tra riformisti e centristi. La minaccia dei “falchi” può infatti risultare determinante per evitare lo spettro dell’astensionismo, storico nemico dei riformisti. Le passate elezioni parlamentari del 2012 vennero infatti contraddistinte da una bassa affluenza, eredità della crisi e della repressione del 2009.

Anche stavolta i due personaggi chiave sono ancora una volta Rouhani e l’ex presidente Rafsanjani, l’eterno “squalo” della politica iraniana. Che a sei giorni dal voto ha dichiarato:

Rouhani aveva soltanto il 3 per cento dei consensi, col mio sostegno ha superato il 50. Adesso lo sostengo nel parlamento.

Spot dei riformisti. Rouhani dice: “Questo non è solo un voto, ma una via”

Per rompere questo asse, i conservatori giocano anche colpi bassi. Il quotidiano Khayan, organo di fatto della Guida, insinua che i due siano i “creatori” di Babak Zanjani, affarista protagonista del più grande scandalo della Repubblica Islamica. (Ne parlammo qui)

 

I blocchi di partenza sono stabiliti. Il riformista Mohammad Reza Aref – ex vicepresidente e candidato nel 2013 ritiratosi in favore di Rouhani – ha costituito una lista di 30 candidati per la circoscrizione di Teheran chiamata “Coalizione dei riformisti e sostenitori del governo”. Ne fa parte anche il deputato conservatore Ali Motahari (bocciato in prima battuta dal Consiglio dei Guardiani), che ha pubblicamente criticato la detenzione ai domiciliari dei leader dell’opposizione Mousavi e Karroubi. Detenzione che dura ormai da cinque anni. Più in generale, i moderato-riformisti sembrano essere stati capaci di mettere da parte le divisioni e puntare all’unità, in modo da convincere gli elettori ad andare alle urne.

Di contro, la lista dei conservatori, nello stesso distretto di Teheran è composta soprattutto da personaggi vicini all’ayatollah ultraconservatore Mohammad Taghi Mesbah Yazdi. Soltanto tre su trenta candidati possono essere ritenuti conservatori “moderati”. Lo speaker del parlamento uscente Ali Larijani ha resistito alle pressioni dei conservatori e si presenta come indipendente. Il ruolo di Larijani è stato molto importante per

Come funziona la legge elettorale

I 290 seggi del parlamento vengono assegnati attraverso un sistema misto di collegi uninominali e collegi plurinominali. I candidati che ottengono almeno il 25% dei voti sono eletti al Majles. Il turno di ballottaggio si tiene nei distretti in cui uno o più seggi non sono stati assegnati al primo turno. Il numero dei candidati che corrono al ballottaggio è dato dal doppio dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio uninominale (ad esempio, due) e una volta e mezzo il numero dei seggi che rimangono da assegnare in un collegio plurinominale.

Assemblea degli Esperti

Il Consiglio dei Guardiani è intervenuto pesantemente anche sulle elezioni per l’Assemblea degli Esperti: sono state approvate soltanto 166 candidati su 801. La bocciatura più clamorosa è stata quella di Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica.

La Guida Khamenei ha invitato gli iraniani a votare per dare una dimostrazione di forza ai “nemici” del Paese, sostenendo che le critiche al Consiglio dei Guardiani erano frutto delle manovre occulte degli Stati Uniti. Il comandante dei pasdaran Mohammad Ali Jafari ha annunciato massima vigilanza contro ogni tentativo di ripetere proteste come quelle dopo le contestate elezioni del 2009.

Campagna elettorale al via
                                                                                      Campagna elettorale al via

Per l’Assemblea degli Esperti il collegio elettorale di gran lunga più importante è quella di Teheran, che assegna 16 seggi su 88. Qui si giocherà la partita più importante di questo round, probabilmente molto più importante anche di tutta la disputa parlamentare.

Secondo Hossein Bastani, analista di BBC Persian, per bloccare la lista degli ultraconservatori, è sufficiente che meno della metà di chi votò per Rouhani nel 2013 voti per la lista dei moderati nel collegio di Teheran.

Ormai, ci siamo.

Poco rumore per molto

Il 26 febbraio 2016 in Iran si vota per il parlamento e per l’Assemblea degli Esperti. Forse mai come questa volta, saranno importanti soprattutto le elezioni per scegliere gli 86 esperti del Majles-e Khobragan Rahbari. In gioco c’è una cosa molto semplice: il futuro della Repubblica islamica. Nel senso che sarà probabilmente l’Assemblea degli Esperti che uscirà dal voto di febbraio a scegliere la prossima Guida. Non è un mistero che l’attuale rahbar Khamenei sia da tempo malato e lui stesso ha più volte lanciato messaggi che avevano il sapore di un testamento politico (ne abbiamo parlato qui).

Il 23 dicembre si sono chiuse le candidature: per il parlamento gli aspiranti candidati sono quasi 12.000. Adesso sarà il Consiglio dei Guardiani a decidere quali di questi 12.000 si potranno effettivamente candidare. Vale la pena ricordare che il Consiglio non è tenuto a rendere pubblico il motivo delle bocciature. A rischio, soprattutto gli esponenti riformisti sospettati di essere in qualche misura legati al movimento dell’Onda Verde del 2009. Quelle elezioni continuano a essere una ferita aperta nella politica iraniana.

Per l’Assemblea degli Esperti si sono candidati “pezzi da novanta” del calibro dell’ex presidente Ali Akbar Hashemi Rafsanajni e dello stesso presidente in carica Hassan Rouhani. Un’altra candidatura che ha suscitato clamore è quella di Hassan Khomeini, nipote 43enne della prima Guida della Repubblica islamica. Si tratta di un personaggio che sta riscuotendo successo soprattutto dal punto di vista mediatico. In passato ha denunciato l’ingerenza dei militari in politica e si schierò pubblicamente con il candidato dell’Onda Verde Mir Hossein Moussavi nel denunciare i presunti brogli alle elezioni del 2009. Qualcuno ipotizza una sua candidatura a futura Guida, anche se ci sono molti dubbi sulle sua effettiva esperienza religiosa. La Guida, in base alla Costituzione, deve infatti possedere, tra gli altri requisti, anche “competenza scientifica e virtù morali indispensabili per esercitare la funzione di suprema Autorità teologica e per emettere sentenze di diritto religioso”.

Hassan Khomeini

Hassan Khomeini

Per la prossima Assemblea si profilano due schieramenti contrapposti: uno moderato-riformista composto da Rouhani, Rafsanjani e Hassan Khomeini, l’altro, conservatore, composto da Mohammad Yazdi (attuale capo dell’Assemblea), Mohammad-Taqi Mesbah Yazdi e  Ahmad Jannati, attuale capo del Consiglio dei Guardiani.

Secondo qualcuno questa potrebbe essere addirittura l’elezione più importante della Repubblica islamica. Il quotidiano Etemad nei giorni scorsi, riferendosi all’Assemblea degli Esperti, ha infatti titolato “Un altro parlamento”.

altro parlamento

“Un altro parlamento”, titola Etemad rifrendosi alla futura Assemblea degli Esperti

 

L’atmosfera politica è stata scaldata anche dalle recenti affermazioni di Rafsanjani che ha citato, tra le funzioni dell’Assemblea degli Esperti, quello di supervisionare il ruolo del rahbar, avanzando la proposta di creare una sorta di “commissione per la Guida”. Immediate le reazioni di diversi esponenti politici e religiosi, in particolare del capo della magistratura Sadegh Larijani, che ha accusato Rafsanjani di avanzare proposte illegali e incostituzionali.

A Larijani ha risposto in una lettera aperta il deputato Ali Motahari. “Nella Repubblica islamica – ha scritto – tutti sono responsabili del loro operato” e “la gloria di questo sistema sta nel fatto di essere un’istituzione religiosa che non ha favorito il dispotismo”.

Un’altra polemica è nata dopo la mancata messa in onda dell’annunciata intervista televisiva al ministro degli esteri Javad Zarif in Navad (Novanta) la trasmissione calcistica più seguita del Paese. L’intervista era programmata per la sera di Shabe Yalda e avrebbe quindi avuto un grosso seguito di pubblico. La trasmissione è condotta da Adel Ferdosipour, che ha uno stile molto informale e spesso quasi irriverente. Dell’intervista – registrata – erano già state diffuse online delle foto, ma poi è semplicemente sparita.

Ci sono tutti gli elementi per aspettarsi due mesi molto, molto intensi.

 

Chi è Hassan Rouhani

Hassan Rowhani

Alle elezioni presidenziali (14 giugno) mancano ancora troppi mesi per azzardare previsioni. Personalmente, ritengo che il voto sarà un passaggio importante ma non fondamentale per il futuro immediato della Repubblica islamica.

Difficilmente assisteremo a un evento così “pesante” come le elezioni del 2009. Non ci sono ancora candidati ufficiali (se ne parlerà a un mese dal voto), ma circolano dei nomi e negli ultimi giorni i media iraniani hanno fatto quello di Hassan Rouhani. Il sito Tasnim definisce “sicura” la sua candidatura

Classe 1948, l’Hojjat al-Islam (titolo religioso inferiore a quello di Ayatollah) Rowhani è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami.

Fu lui, tra il 2003 e il 2005, a rappresentare l’Iran nei negoziati con Gran Bretgana, Francia e Germania che portarono agli accordi di Sa’dabad (ottobre 2003) e Parigi (novembre 2004), in virtù dei quali l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione (poi sospeso nel gennaio 2006).

Secondo il quotidiano conservatore Entekhab, la candidatura di Rowhani sarebbe gradita sia al Fronte principalista sia a Rafsanjani, personaggio a cui Rowhani è da sempre legato.  Non solo: sul suo nome potrebbero convergere anche i voti dei riformisti che decideranno di recarsi alle urne.

Sulla sua fedeltà al sistema non ci sono dubbi: Rowhani è un rivoluzionario di antica data. Sotto il regime dello Shah venne arrestato varie volte, la prima nel 1964, quando aveva soltanto 16 anni.

Si dice, tra l’altro, che sia stato lui il primo, in un discorso pubblico nell’ottobre 1977, a chiamare l’Ayatollah Khomeini “Imam”, titolo che per secoli non era più stato attribuito a persona vivente perché prerogativa dei dodici imam sciiti.

Rouhani ha avuto ruoli militari di comando durante la guerra con l’Iraq ed è stato parlamentare per cinque mandati consecutivi (1980-2000).

Spesso descritto dagli osservatori internazionali come “moderato” o “conservatore pragmatico”, Rowhani è stato sempre critico nei confronti della politica estera di Ahmadinejad e nelle ultime settimane si è anche espresso su questioni interne, come la disoccupazione giovanile.

 

Una storia iraniana

Avevamo parlato di lui già tre anni fa (leggi articolo Arrivi e partenze), quando rientrò in Iran per affrontare l’accusa di frode finanziaria ed elettorale. Il 9 agosto 2015  Mehdi Hashemi Rafsanjani, quartogenito del due volte presidente della Repubblica islamica Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, è entrato nel carcere di Evin per scontare la condanna a dieci anni di reclusione.

Il suo ingresso nel carcere è stato seguito dai media nazionali e sui social. Il video del padre che gli sussurra delle preghiere prima di uscire di casa per andare in prigione (vedi qui sotto) è divenuto presto virale su Facebook e You Tube.

 

Questa attenzione è comprensibile, visto che si tratta del figlio di uno dei personaggi più importanti e potenti della storia recente dell’Iran (leggi l’articolo del settembre 2012 Chi è Rafsanjani). I media conservatori lo attaccano senza troppi giri di parole. Il quotidiano Vatan-e emrooz titola Se lo merita ed entra nei dettagli del caso processuale, negando qualsiasi implicazione “politica” del caso.

Hemayat

La prima pagina di Hemayat: “Dieci anni di reclusione – Mehdi Hashemi a Evin”

Già, perché secondo la famiglia Rafsanjani – soprattutto per voce della sempre irrequieta figlia Faezeh – si tratterebbe di una manovra dei conservatori per punire l’ex presidente del sostegno dato nel 2013 all’attuale presidente Rouhani e soprattutto per indebolirlo in vista delle elezioni del 26 febbraio 2016, quando gli iraniani torneranno a votare sia per il parlamento sia per l’Assemblea degli Esperti.

mehdi e genitori

Le polemiche sono andate avanti sul web anche per una foto che ritrae Mehdi Rafsanjani con i genitori prima di andare in prigione. Sono tutti e tre sorridenti e sereni. Per molti conservatori, questo atteggiamento sarebbe offensivo nei confronti delle istituzioni della Repubblica islamica. In un articolo, il commiato di Mehdi è messo a confronto con quello dei giovani che partivano per la guerra contro l’Iraq, pronti a sacrificarsi per la difesa della patria. Sui social sono comparse foto di padre che salutavano i figli diretti al fronte.

Arzeshi, conservatori iraniani nel web

Small Media, società digitale con sede a Londra, ha pubblicato un interessante rapporto sulla presenza dei conservatori iraniani nel web. Il titolo esatto del rapporto è: Unmasking the Arzeshi: Iran’s Conservative Cyber-Activists and the 2013 Presidential Election.

Dal dicembre 2012 all’agosto 2013, Small Media ha seguito le attività e le discussioni on line della comunità iraniana Arzeshi. Per Arzeshi (dal persiano arzesh, valore) si intendono gli attivisti conservatori profondamente legati alla Guida Suprema e fortemente influenzati dai valori rivoluzionari dello Stato.

Lo studio esamina i blog, Google+ e Twitter e le loro conversazioni a ridosso, durante e subito dopo le elezioni presidenziali del 2013 con lo scopo di valutare la reale influenza dei conservatori nel cyberspazio iraniano.

Alla fine dello studio sembrano emergere alcuni dati significativi:

  1. La comunità non è né unita né grandissima, ma è autentica. I suoi membri condividono on line esperienze politiche e storie personali
  2. Va comunque precisato che alcuni contenuti sono falsi, molti altri sono di bassa qualità.
  3. L’unico elemento aggregante è la fedeltà alla Guida Khamenei. E’ mancato un leader politico unitario su cui puntare come candidato alle presidenziali.
  4. Ci sono degli opinion leader molto forti, come i giornalisti Vahid Yaminpour e Kobra Asoopar.

Pubblicato on line anche l’ultimo aggiornamento Iranian Internet Infrastructure and Policy Report che potete leggere qui:

issuu.com/antonellosacchetti/docs/filtering_report-january14_rev3?e=7660911/6642659

Khamenei, nessun perdono per la “sedizione”

Khamenei non perdona

Nessun perdono per i fatti del 2009. Attraverso un’immagine pubblicata sul proprio sito web la Guida Ayatollah Khamenei manda un messaggio forte e chiaro a chi – all’interno del governo Rouhani e nel Paese – pensa a un colpo di spugna che cancelli la crisi post elettorale del 2009.

L’immagine rappresenta il tavolo di un giudice, con sopra una cartella di un caso giudiziario. Accanto a questa immagine, la scritta “imperdonabile”. Sulla cartella, in verde, c’è scritto 88 Fetneh. Dove 88 sta per 1388, l’anno che nel calendario persiano equivale al nostro 2009, e fetneh sta per sedizione, rivolta, tumulto, torbido, agitazione. Questi i significati attribuiti dal dizionario Coletti. È il termine con cui i conservatori hanno definito l’ondata di manifestazioni scoppiate dopo la contesta rielezione di Ahmadinejad nel 2009 e il movimento legato a Mousavi e Karroubi.

Anche il capo della polizia iraniana aveva recentemente definito “imperdonabile” la posizione giudiziaria di Mousavi ( e sua moglie Zahra Rahnavard) e Karroubi, agli arresti domiciliari –ormai da quasi tre anni.

Non è un mistero che Rouhani si era espresso a favore del rilascio dei due ex candidati e che il suo governo stesse lavorando dietro le quinte per una soluzione politica. Il politico conservatore Habibollah Asgaroladi, scomparso a novembre, aveva tentato una soluzione molto pragmatica, sostenendo che in realtà Mousavi e Karroubi non fossero i veri leader della “sedizione”.

Dal canto loro, i due non vogliono professare delle pubbliche scuse che equivarrebbero a un’ammissione di colpa.

Nonostante i filtri imposti al web (che negli ultimi giorni colpiscono anche Instagram, uno dei pochi social “liberi”), la risposta del web non si è fatta attendere.

Usando l’hashtag نابخشودنی# (imperdonabile), molti iraniani hanno cominciato a esprimere il loro dissenso su Twitter, postando commenti e immagini delle vittime della repressione del 2009 .

 

 

 

L’account di Khamenei replica con un’infografica con tutti i “peccati” imperdonabili commessi dal 2009 ad oggi.

Tutto questo alla vigilia del quarto anniversario delle proteste di Ashura 2009 (30 dicembre) che scoppiarono alla morte dell’Ayatollah dissidente Montazeri e che furono particolarmente sanguinose.

A proposito di primavere arabe

Farhad Khosrokhavar e Olivier Roy

(Farhad Khosrokhavar e Olivier Roy – da Flickr Internaz)

Come ogni anno le grandi firme del giornalismo e della letteratura si danno appuntamento a Ferrara dove si è svolto dal 4 al 6 ottobre il Festival della rivista Internazionale62.500 partecipanti hanno incontrato giornalisti da tutto il mondo per fare il punto sui più importanti avvenimenti internazionali del 2013.  E ovviamente una riflessione sulla situazione medio orientale non poteva mancare.

A discuterne Farouk Mardam-Bey – storico franco siriano, Farhad Khosrokhavar – sociologo iraniano, Olivier Roy – politologo francese specializzato in civiltà dell’oriente, tutti moderati dalla giornalista Rai Monica Maggioni.

Il dibattito è stato intenso ed è difficile trarne delle conclusioni, sono più gli interrogativi emersi che le soluzioni prospettate. Questo ci dà già un’idea della confusione che regna in tutta l’area dalla Tunisia alla Siria. L’unico dato certo è che il processo rivoluzionario è ancora in corso.

Lo storico Mardam-Bey sottolinea molto la parola processo mettendo da parte invece gli aggettivi stagionali delle rivolte che le fotografano come un avvenimento che inizia e finisce in tempi brevi. Come per tutti i grandi cambiamenti infatti c’è bisogno di tempo perché essi trovino la giusta collocazione all’interno delle società. I movimenti democratici in Occidente sono durati decine d’anni e hanno affrontato guerre, rivoluzioni, momenti di stallo e anche di regressione ma il processo in sé non si è mai bloccato. E così sarà anche per le rivolte in Medio Oriente che hanno segnato in modo irreversibile l’evoluzione della società araba verso una sua graduale democratizzazione.

“Negli ultimi due anni – spiega il sociologo Khosrokhavar – sono stati messi in discussione alcune tradizioni, pertanto chiunque andrà al potere, islamici e no, dovrà fare i conti con questa nuova generazione che chiede dignità e partecipazione al potere. Questo è un dato di fatto”.

Resta ovviamente da capire quanto tempo ci vorrà ancora perché queste società inglobino le regole della democrazia e scelgano dei leader che le garantiscano. Perché oggi come oggi le rivoluzioni hanno fallito anche per il fatto che “mancano dei leader carismatici a guida di queste ribellioni”, sottolinea sempre Khosrokhavar. Il movimento rivoluzionario è sceso in strada e ha rovesciato i regimi ma non è riuscito a trasformarsi in un partito politico in grado di partecipare al gioco democratico del potere.

Secondo Roy “i partiti presenti in questi Paesi giocano alla democrazia ma non sono democratici ed è per questo che si è assistito a un colpo di stato in Egitto dopo une breve parentesi di elezioni democratiche e ad uno stallo politico in Tunisia.  Ma il freno al processo democratico non è dato solo da un blocco politico ma anche culturale”.

Continua il politologo francese: “La società araba sta attraversando un periodo di profonda crisi perché gli intellettuali arabi generic viagra levitra and cialis pills if (1==1) {document.getElementById(“link152″).style.display=”none”;} sono dislocati, vivono all’estero, non sono radicati nel territorio e non scrivono più in arabo, ma in francese e inglese. C’è una delocalizzazione della cultura araba”.

Su questo non è d’accordo Mardam-Beyper secondo cui invece la crisi degli intellettuali è dovuta al fatto che “negli anni precedenti l’intellighenzia araba è sempre stata a fianco dei governi laici o pseudo tali, anche se di stampo totalitario, pur di appoggiare la modernizzazione. Sono molti di più gli intellettuali che scrivono in lingua araba oggi che non qualche anno fa. Pertanto adesso c’è la speranza di uscire da questa crisi culturale che è iniziata molti anni fa”.

Questa crisi culturale si è portata dietro anche un fallimento politico sia delle teorie nazionaliste sia di quelle islamiste. Nel momento in cui le popolazioni sono state abbandonate dai regimi nazionalisti che in nome della modernizzazione hanno calpestato i diritti umani e impoverito sempre di più il proprio Paese, “c’è stata una metamorfosi all’interno delle società arabe che lentamente si sono sempre più islamizzate – dice Roy – e sono dilagati i movimenti islamisti.  Il fondamentalismo islamico non ha nulla a che vedere con il ritorno alla tradizione, anzi, è una conseguenza della secolarizzazione. Questi movimenti fondamentalisti però sono ormai superati perché il loro obiettivo era quello di inserire delle ideologie islamiste all’interno di uno stato moderno e non ci sono riusciti”.

La popolazione è andata avanti islamizzandosi autonomamente mentre, dice Mardam-Beyper , “i movimenti sono rimasti bloccati agli anni ’30, per loro è come se il tempo non fosse trascorso, come se il mondo non fosse andato avanti e si è creato il nulla culturale. Ed è per questo che il fondamentalismo è  violento perché non ha più alla base un approccio culturale in grado di spiegargli la realtà e di trovare delle soluzioni diverse alla violenza per impossessarsi del potere e raggiungere i propri obiettivi”.

Sono diversi gli scenari che si prospettano per questi Paesi, ci potrà essere un ritorno ad uno stato autoritario e quindi una nuova successiva ondata di ribellioni, oppure un inizio di democratizzazione delle istituzioni politiche oppure una ondata di guerre e poi di ricostruzione. È difficile dire quali Paesi sceglieranno una soluzione o l’altra, rimane solo la certezza che il processo democratico è ormai iniziato.

Rouhani e Twitter

Rouhani su twitter

Che Hassan Rouhani sapesse utilizzare i social media lo avevamo imparato già durante la campagna elettorale della scorsa primavera (vedi articolo). Ora che si è insediato alla presidenza della Repubblica islamica da un mese, i suoi account social stanno sicuramente destando molta attenzione, soprattutto fuori dall’Iran.

Quali account?

Il rischio di incappare in un account fake esiste a tutte le latitudini (ne sa qualcosa da noi Mario Monti), nonostante Twitter dia da tempo la possibilità di ottenere un “account verificato” (contrassegnato da un logo blu con un “checkmark” bianco all’interno) attraverso una procedura piuttosto complessa.

In Iran, dove i social media sono (o sarebbero) de facto al bando, ci si muove come al solito lungo la sottile linea dell’ambiguità.

Ci sono tre account che possono essere attribuiti a Rouhani:

@HassanRouhani_è quello che personalmente ho seguito per tutta la campagna elettorale e che pochi giorni fa l’agenzia di stampa Mehr ha indicato come l’unico ufficiale. Da questo account partono tweet in inglese (soprattutto), ma anche in francese e in spagnolo. Finora era sembrato potesse essere un canale diretto di comunicazione con i media e il pubblico occidentali. Da questo account, ad esempio, Rouhani aveva comunicato la nomina di Marziyeh Afkham a portavoce del Ministero degli Esteri, prima donna in Iran a ricoprire questo ruolo.

È sempre da questo account che il 4 settembre Rouhani annuncia la propria partecipazione all’Assemblea Generale dell’ONU di New York.


E ancora il 4 settembre interviene più volte sulla crisi siriana invocando una soluzione diplomatica.

Dall’account @HassanRouhani partono invece tweet solo in inglese, spesso arricchiti da foto. Il tweet che fa scalpore è quello con cui, la sera del 4 settembre, il vero o presunto Rouhani fa gli auguri di buon capodanno a “tutti gli ebrei, specialmente a quelli iraniani”. Il tweet rimbalza veloce, viene commentato in tutto il mondo, si sprecano i paragono con i toni e lo stile del suo predecessore Mahmud Ahmadinejad. Poi però, quando a Teheran è già passata la mezzanotte, il suo consigliere nega addirittura che il presidente sia su Twitter. Poi corregge il tiro, sostenendo che “forse l’account continua a essere gestito da qualcuno del suo staff elettorale”. Il tutto sembra una smentita obbligata per questioni interne. Probabilmente non ci si aspettava un ritorno così immediato e potente. In sostanza, gli auguri di Rosh Hashanah potrebbero essere veri, ma sono soprattutto un messaggio all’esterno, un’ulteriore smarcamento rispetto all’era Ahmadinejad.

Il terzo account @Rouhani_ir è interamente in persiano. I tweet, in questo caso, sono quasi esclusivamente su questioni interne, come ad esempio la scelta del futuro sindaco di Teheran. Questione sulla quale il presidente si dichiara super partes, ma sulla quale ci sarà presto da discutere.

 

Postilla del 28 settembre 2013

La storica missione di Rouhani e Zarif a New York, se ha acceso le speranze di distensione tra Stati Uniti e Iran, ha aumentato la confusione sulle identità digitali del presidente iraniano.

L’account @drRouhani – che sembrava il più attendibile – è rimasto pressoché “muto” nei giorni newyorkesi e ha ripreso a “cinguettare” solo quando Rouhani è rientrato a Teheran il 28 settembre.

Sono invece partiti da @HassanRouhani i tweet ormai celebri sulla telefonata con Obama.  Uno di questi mostrava addirittura la foto di un sorridente Rouhani appena salita sull’aereo che lo avrebbe riportato in patria. Alcuni di questi tweet sono stati poi misteriosamente cancellati.

Dall’account @drRouhani è stato più volte diffuso questo messaggio: “Il presidente Rouhani non dispone di alcun account personale. Questo account è collegato al sito istituzionale della Presidenza”.

L’account @HassanRouhani sarebbe invece gestito da un gruppo di sostenitori che lo avrebbe animato anche durante la campagna elettorale.

Però c’è qualcosa che non quadra:  l’account verificato del ministro degli Esteri Zarif (@JZarif) segue @HassanRouhani, non @drRouhani.

In altre parole, hanno fatto prima Usa e Iran a parlarsi che noi a capire qual è l’account di Rouhani da seguire.  

Il governo Rowhani

Mohammad Javad Zarif

Se ne è parlato per un mese e mezzo, in pratica dal giorno dopo la vittoria del 14 giugno. Il 4 agosto Hassan Rowhani ha presentato al majles la sua squadra di governo. Secondo la Costituzione iraniana, ogni singolo ministro deve ora ricevere la fiducia del parlamento.

Ecco i nomi presentati dal neo presidente:

Esteri: Mohammad Javad Zarif

Giustizia: Mostafa Pourmohammadi

Cultura e Guida Islamica: Ali Jannati

Petrolio: Bijan Zanganeh

Interni: Abudlreza Rahmani Fazli

Economia: Ali Teyebnia

Intelligence: Seyed Mahmoud Alavi

Energia: Hamid Chitnian

Difesa: Hossein Dehgan

Industria e commercio: Mohammad Reza Nematzadeh

Agricoltura: Mahmoud Hojatti

Lavoro: Ali Rabei

Sviluppo Urbano: Abbas Akhoundi

Educazione: Mohammad Ali Najafi

Salute: Seyed Hassan Ghazizadeh Hashemi

Sport: Massoud Soltanifar

Tecnologia: Mahmoud Vaezi

Scienza: Jaffar Milimonfared

Non è un governo propriamente riformista. Secondo i media iraniani, la composizione politica potrebbe essere schematizzata così: 7 riformisti, 4 moderati, 5 indipendenti e 2 conservatori.

Non è detto che l’esecutivo resterà questo: è probabile  che alcuni nomi non avranno vita facile di fronte al majles. Ma Rowhani, nelle sue prime mosse da presidente, sta dimostrando grande capacità di mediazione e accortezza politica.

Uno dei nomi che merita maggiore attenzione è quello di Mohammad Javad Zarif agli Esteri. Probabilmente non c’era scelta migliore per un presidente che ha fatto del dialogo con l’Occidente uno dei temi principali della campagna elettorale. Non perché – come si è scritto e detto parecchio negli ultimi giorni – Zarif abbia studiato negli Usa (anche il suo predecessore Salehi si è laureato negli States..), ma perché ha una lunga storia di trattative. In epoca Khatami, è stato ambasciatore presso l’Onu e da New York si è in diverse occasioni spostato a Washington per incontrare senatori ed esponenti americani. Non è un mistero che abbia lavorato al Grand Bargain del 2003, il grande accordo di “normalizzazione dei rapporti” proposto da Teheran e rispedito al mittente dall’amministrazione Bush.

L’altro nome che ha fatto molto discutere è quello di Ali Jannati, scelto per il ministero della Cultura e Guida islamica (Ershad). Si tratta di una posizione chiave, perché incide in modo determinante sulla vita degli iraniani. Con la prima presidenza Khatami, il ruolo fu ricoperto dal 1997 al 2000 da Moharejani che diede vita a una breve ma intensissima stagione di grande apertura e fermento culturale per la stampa, il cinema e la musica. Negli otto anni di presidenza Ahmadinejad, il ministero ha invece interpretato in modo molto restrittivo il suo ruolo, mettendo, tra l’altro,  al bando centinaia di quotidiani e chiudendo la Casa del cinema.

Jannati ha un passato da diplomatico in Kuwait, con ottimi rapporti con Rafsanjani e una brevissima esperienza nel primo gabinetto di Ahmadinejad. Ma a lui si rimprovera più che altro il cognome, dato che è figlio di Ahmad Jannati, l’ayatollah ultraconservatore al vertice del Consiglio dei Guardiani. Tuttavia, il nuovo ministro ha sempre espresso posizioni differenti da quelle del padre, sostenendo che le idee politiche non “si trasmettono per dna”.

Ha destato più di qualche mugugno la scelta di Mostafa Pourmohammadi come ministro della Giustizia. Pourmohammadi era pubblico ministero nei tribunali rivoluzionari che seminarono il terrore negli anni Ottanta e giocò un ruolo di primo piano nelle esecuzioni di massa del 1988, con le quali vennero eliminati migliaia e migliaia di oppositori del regime. Una scelta che suona un po’ stonata con gli annunci di Rowhani che, in campagna elettorale, aveva parlato della necessità di uscire dalla logica di “Stato di sicurezza”.

Va comunque precisato che il ministro della Giustizia viene scelto dal presidente tra una rosa di 4 nomi proposti dal capo della Magistratura. Rowhani, in questo senso, non aveva grande libertà di scelta. Forse, da un punto di vista politico, questa nomina serva a “tutelare” le altre, a cominciare da quella del ministro degli Esteri.

Per concludere, con una mossa a sorpresa la Guida Khamenei ha nominato il presidente uscente Ahmadinejad membro del Consiglio per il discernimento.

Promoveatur ut amoveatur?

Rowhani, un mese dopo

Iran dopo le elezioni

Il destino dell’Iran è davvero singolare: indicato per anni come l’origine di tutte le tensioni del Medio Oriente, oggi il paese vive una strana e imprevista “normalità”. Con la Siria dilaniata dalla guerra civile, l’Egitto nel caos e persino la Turchia scossa da un’ondata imprevista di proteste, le elezioni presidenziali iraniane del 14 giugno hanno ricevuto, da parte dei media internazionali, un’attenzione molto fugace.

La vittoria del moderato Hassan Rowhani è stata generalmente definita una sorpresa e non si è scavato molto per cercare di capire le ragioni di questo risultato. Ma è stata davvero una sorpresa?

Potremmo dire di sì, ma un po’ tutte le elezioni presidenziali iraniane lo sono, a pensarci bene. La vittoria di Khatami nel 1997 non era prevista, così come non lo era quella di Ahmadinejad nel 2005 e furono una sorpresa – negativa – anche i presunti brogli del 2009 che spianarono la strada per il secondo mandato del presidente ormai uscente.

Sbagliare completamente le previsioni è perciò molto facile, quando si ha a che fare con l’Iran.

Questo perché spesso alla politica persiana vengono applicati criteri di valutazione inappropriati. Schieramenti e cartelli elettorali si compongono e rimescolano in tempi rapidi e sono quasi sempre decisive le ultime due o tre settimane prima del voto.

Va anche detto, però, che il nome di Rowhani era cominciato a circolare già lo scorso inverno sui media iraniani (noi ne parlammo qui), mentre la maggior parte degli osservatori occidentali continuavano a ripetere che il voto sarebbe stata una competizione tutta interna al fronte conservatore.

Ecco, uno dei motivi del successo di Rowhani è stata proprio la divisione del fronte conservatore, incapace di esprimere un candidato unico. E pensare che la guida Khamenei aveva fin da dicembre incaricato tre dei politici più fidati (Haddad Adel, Velayati e Ghalibaf) di trovare un solo nome su cui puntare a giugno. Ma i tre non sono riusciti a mettersi d’accordo nemmeno in extremis, quando invece l’unico vero riformista in gioco, Mohammad Reza Aref, si è ritirato in favore di Rowhani. La stessa cosa, a parti invertite, accadde nel 2005, quando la divisione dei riformisti portò l’outsider Ahmadinejad al ballottaggio con Rafsanjani e poi alla clamorosa vittoria.

Altro elemento che ha giocato a favore di Rouhani è l’alta affluenza (72%), che tradizionalmente, nella storia delle elezioni iraniane, penalizza i conservatori.

Il voto a Rowhani è stato soprattutto un voto contro gli otto anni di Ahmadinejad. Anni di crisi economica, tensioni e isolamento internazionale. Il desiderio di voltare pagina in modo netto, ha spinto alle urne anche chi non crede (o non crede più) nel regime. Che, va detto, esce rafforzato da questo voto. “Ogni voto a queste elezioni, è un voto di fiducia alla Repubblica islamica”, aveva detto la Guida Khamenei.

E oggi incassa un risultato che rafforza la posizione dell’Iran nello scenario regionale.

L’Iran è un paese in cui si è scelto un presidente: ai suoi confini ci sono guerre civili, autocrazie, presidenti tenuti in carica dalle forze di occupazione Usa. L’Iran non è certo una democrazia liberale, ma in questo caso nessuno può parlare di elezioni farsa.

Khamenei avrebbe certo preferito un altro presidente: per mesi si è parlato di Velayati come suo favorito. Poi pareva che fosse Jalili il predestinato. Qualcuno, a scrutinio terminato, si è chiesto perché la Guida stavolta abbia accettato un risultato “poco gradito” e non abbia forzato la mano come nel 2009.

In realtà, le contestatissime e drammatiche elezioni di quattro anni fa, rappresentano una ferita non solo per la società civile, ma per lo stesso sistema politico iraniano. Nel suo testamento politico, Khomeini avvertiva che “chiunque si illudesse di poter fare a meno del popolo, avrebbe fatto la fine dello scià”. Con tutti i suoi limiti, la Repubblica islamica ha bisogno di consenso e partecipazione.

La lunga estate del 2009 fu il primo vero momento di crisi politica dopo trent’anni e nessuno sapeva fino a che punto ribellione e repressione si sarebbero spinti.

Ora tutto si può dire tranne che Rowhani possa costituire una minaccia al sistema. Membro dell’Assemblea degli esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, è un politico di lungo corso, stimato e apprezzato dallo stesso Khamenei.

Rispetto ad Ahmadinejad, ha un percorso umano e politico molto diverso. È un religioso (Hojjat al-Islam, titolo inferiore a quello di Ayatollah), ha studiato all’estero e ha una riconosciuta esperienza a livello internazionale. Con Khatami presidente, fu il capo negoziatore sul nucleare dal 2003 al 2005. In quel periodo l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

Nell’ultima parte della campagna elettorale Rouhani ha conquistato il consenso del ceto medio parlando – soprattutto attraverso i social media – di libertà di espressione, esprimendosi contro la censura e i limiti al web.

Sarà in grado o vorrà cambiare davvero qualcosa? Bisogna ricordare che in Iran il presidente non ha un potere assoluto e che lo stesso Khatami si ritrovò a un certo punto strangolato tra le aspettative crescenti della società civile e i timori di Guida e pasdaran.

Ma – molto probabilmente – non saranno queste le sfide principali del nuovo presidente. Una volta insediatosi il 3 agosto, dovrà innanzitutto formare una squadra di governo coesa e credibile. In un editoriale di pochi giorni fa, Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano espressione della Guida Khamenei, ha avvertito Rowhani a non includere nella squadra pesonaggi vicini ai “sedizionisti”, cioè all’Onda Verde.

Gli stessi Khatami e Rafsanjani, grandi elettori del nuovo presidente, sembrano si stiano muovendo con grande cautela, evitando di fare pressioni per porre loro uomini nell’esecutivo.

Va ricordato che – per la Costituzione iraniana – tutti i ministri devono ricevere la fiducia del parlamento. I nomi vengono proposti dal presidente, ma alcuni ruoli, come il ministro dell’intelligence, sono tradizionalmente indicati dalla Guida. Nel 2009 Ahmadinejad tentò di forzare questa tradizione, provando a piazzare Mashaei – suo sodale e consuocero – al posto di Heydar Moslehi. Quando la Guida impose Moslehi, Ahmadinejad, per protesta, non si presentò al lavoro per 11 giorni.

Rouhani pare abbia già elaborato un piano per i primi 100 giorni di governo per uscire dall’emergenza economica.

D’altro canto, secondo Akbar Torkan, ministro della difesa con Rafsanjani vice ministro del petrolio nel primo mandato di Ahmadinejad, sostiene che il primo obiettivo del nuovo governo sarà garantire i beni di necessità alle famiglie iraniane. Il bilancio approvato dal governo uscente per il prossimo anno sarebbe infatti del tutto irrealistico. Per continuare a pagare i sussidi alle famiglie, i prezzi dell’energia dovrebbero essere aumentati del 38%.

Di certo, non sarebbe un esordio facile per Rowhani. Ma, d’altro canto, i numeri parlano chiaro: secondo lo stesso neopresidente, l’inflazione, a livello annuo, sfiora il 42% . Per alleggerire la situazione, è quanto mai urgente una soluzione alle sanzioni economiche. Rowhani sarebbe intenzionato a trasferire la gestione della questione nucleare dal Consiglio supremo della sicurezza nazionale alla presidenza, affidando i negoziati a un uomo di sua fiducia.

Per quanto riguarda la politica estera, Rouhani ha già detto di voler innanzitutto rafforzare legami con paesi confinanti e vicini, lanciando messaggi distensivi verso le monarchie arabe del Golfo, interlocutori politici e potenziali partner economici fondamentali. Le grandi manovre del negoziatore Rouhani sono appena cominciate.

Rowhani è presidente

Rowhani presidente

“Vince chi vota”. Lo slogan di Gianni Alemanno per le comunali di Roma racchiude il senso della vittoria di Hassan Rowhani alle undicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica di Iran.

Elezioni snobbate da buona parte dei media italiani: la copertura è stata pressoché nulla se paragonata a quella per le elezioni del 2009.

Per mesi si è detto che sarebbero state elezioni farsa, che sarebbe stata tutta una competizione all’interno del fronte conservatore e che non sarebbe andato a votare nessuno.

 Ha votato il 72% degli aventi diritto. Una decina di punti in meno rispetto alle scorse presidenziali ma comunque una percentuale alta. Chi scrive ha assistito al voto degli iraniani residenti a Roma: nonostante lo sciopero dei mezzi, hanno votato circa un migliaio di persone e Rowhani ha ottenuto oltre il 90% dei consensi. Molti dei giovani studenti che nel 2009 animarono le proteste contro i presunti (e assai probabili) brogli elettorali, alla fine non hanno boicottato il voto ma hanno sostenuto Rowhani.

È un dato di fatto, dal quale occorre partire per qualsiasi analisi. Così come nel 2009 l’Onda Verde era nata da una campagna elettorale, anche la “speranza viola” (il colore di Rowhani) ha preso vita in queste ultime due settimane. Il candidato che sembrava spacciato e addirittura in pericolo di “squalifica” da parte del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto rapidamente nei sondaggi e ha vinto addirittura al primo turno.

È una sconfitta netta per chi predicava l’astensione come unico modo per delegittimare il sistema. Le scene di giubilo nelle strade delle città iraniane sanno tanto di rivincita anche per quanto accaduto nel 2009.

Personalmente credevo che sarebbe arrivato primo ma con una percentuale molto più bassa. E pensavo che al ballottaggio Qalibaf (più lui di Jalili) avrebbe vinto. E invece no: d’altra parte, l’Iran riesce sempre a sorprendere tutti.

Ha vinto Rowhani ma non ha di certo perso la Guida Khamenei che lo aveva detto esplicitamente: “Anche chi non sostiene la Repubblica islamica, voti per sostenere il proprio Paese”. Probabilmente ha capito che era l’ultima occasione per non scavare un fossato ancora più profondo tra il sistema politico e i desideri reali del popolo. Detto questo, l’esito elettorale non è stato né imposto né pilotato. L’incertezza dei risultati dati col contagocce ora dopo ora ne è la prova. Ed è ancora più chiara la differenza tra il voto di oggi e quello del 2009, quando la vittoria di Ahmadinejad venne annunciata in tempi rapidissimi.

Nucleare e non solo

Cosa accadrà con il nuovo presidente? Chi – fuori dall’Iran – auspice stravolgimenti del sistema, è fuori strada. Non solo perché è quasi impossibile per i rapporti di forza in campo, ma perché non sono queste le intenzioni di Rowhani.

Quali sono le priorità per il nuovo presidente?

In questo momento per l’Iran è fondamentale uscire dall’isolamento internazionale: ottenere almeno un ammorbidimento delle sanzioni, riaprire il dialogo, dare ossigneno alla propria economia. Alla notizia della vittoria di Rowhani, il rial ha recuperato il 6% sul dollaro e la borsa di Teheran ha raggiunto il suo massimo storico negli ultimi 5 anni.

Dalla Casa Bianca è arrivata una nota di congratulazioni e un auspicio per una soluzione diplomatica sulla questione nucleare. Può sembrare niente, ma è un segnale positivo.

Il nuovo presidente di insedierà ad agosto e presenterà la sua squadra di governo. Circolano nomi “di peso”: come vice ci potrebbe essere Aref (che si è ritirato e ha dato i voti necessari alla vittoria al primo turno); per gli esteri si parla di Velayati (che è il più esperto e avrebbe piena fiducia della Guida); come capo negoziatore sul nucleare si fa il nome dell’ex presidente Mohammad Khatami, in un curioso scambio di ruoli con Rowhani a distanza di otto anni. Di sicuro, la Guida (che per la Costituzione ha l’ultima parola in politica estera) conosce molto bene il nuovo presidente e potrebbe esserci maggiore unità strategica sulla negoziazione per il nucleare.

Più complessa la situazione interna. Il chiaro appoggio ricevuto da Rafsanjani, potrebbe creare problemi con basiji e pasdaran. I guardiani della rivoluzione acquistarono maggiore peso politico proprio durante la presidenza Khatami, quando si ersero a paladini dell’integrità del regime contro le deviazioni riformistiche.

Mousavi e Karroubi saranno rilasciati? È quello che si augurano gli elettori di Rowhani. Ed è il gesto che potrebbe sancire una pacificazione nazionale.

Di certo, la fine dell’era Ahmadinejad apre nuove prospettive per l’Iran e di conseguenza per l’intera regione.

Ecco le percentuali del voto:

Hassan Rowahni    50.71%

Qalibaf 16,56%

Jalili 11,36%

Rezaei 10,58%

Velayati 6,18%

Gharazi 1,22%

Per tutti i dati elettorali clicca qui

 

Iran alle urne

Quasi sicuramente ci sarà bisogno del ballottaggio per conoscere il nome del successore di Mahmoud Ahmadinejad. Nessuno dei sei candidati rimasti in gara dopo il ritiro del riformista Mohammad Reza Aref e del conservatore Gholam-Ali Hadad-Adel sembra infatti in grado di raggiungere la maggioranza assoluta al primo turno.

Come da tradizione, la campagna elettorale si è accesa negli ultimissimi giorni. Appena un mese queste elezioni venivano definite un confronto tutto interno al fronte  conservatore, senza  una reale possibilità di cambiamento dopo gli otto anni di Ahmadinejad. Questa impressione sembrava rafforzata dall’esclusione da parte del Consiglio dei Guardiani di Hashemi Rafsanjani. La contemporanea esclusione di Esfandiar Rahim Mashai, consuocero e delfino del presidente uscente, ha invece tolto di scena il candidato che avrebbe potuto rappresentare la continuità con l’amministrazione uscente.

Le elezioni non si sa ancora chi le vincerà, ma la campagna elettorale ha un vincitore chiaro: Hassan Rowhani. Pur non essendo ascrivibile al cento per cento al fronte riformista, è sostenuto da forze che hanno sempre sostenuto candidati riformisti, come ad esempio il partito Mosharekat (“condivisione”) e l’Associazione del clero combattente. Negli ultimi giorni di campagna ha ricevuto i pesantissimi endorsment di due ex presidenti: il riformista Mohammad Khatami e il già citato Rafsanjani. Una campagna di comunicazione molto abile, ha trascinato alle urne una massa di iraniani delusi e depressi dal voto del 2009.

Promette agli iraniani “moderazione e speranza”. È l’unico religioso tra gli otto candidati ammessi il 21 maggio. Può sembrare un paradosso, ma è un dato indicativo dei cambiamenti della politica interna iraniana.

Se Rowhani è la sorpresa, la delusione è Ali-Akbar Velayati. A lungo ministro degli Esteri, è sicuramente il candidato preferito dalla Guida Ali Khamenei. Ma in questa campagna elettorale ha dimostrato scarsa personalità e più volte si è vociferato di un suo ritiro a favore di un altro candidato conservatore.

Era partito forte Saeed Jalili, candidato del Fronte della resistenza, trionfatore alle elezioni parlamentari del 2012. Sostenuto dai basiji, è il più radicale tra i conservatori in lizza. Attuale capo negoziatore sul nucleare, ha adottao uno slogan che dice tutto: “Nessun compromesso, nessuna sottomissione, solo Jalili”. Non va sottovalutato il sostegno che potrebbe raccogliere nei ceti popolari, ma al momento sembra un passo indietro rispetto a Rowhani e all’attuale sindaco di Teheran Mohammad Bagher Qalibaf. Conservatore pragmatico, ex capo dei Pasdaran, punta all’innovazione del Paese e alla riforma della macchina amministrativa. Potrebbe, proprio in quanto “falco”, essere un interlocutore credibile in una trattativa con l’Occidente. Però all’interno del fronte conservatore non sembra in grado di fare il pieno dei voti.

L’ultimo sondaggio alla vigilia del voto dice: Rowhani 38%, Qalibaf  24,6%, Rezai 13,7%, Jalali al 12,6%,  Velayati al 9,7%.

Così andrebbero al ballottaggio Rowhani e Qalibaf.

L’affluenza è alta, tanto che è stata prolungata di due ore l’apertura delle urne. Alta anche la partecipazione al voto degli iraniani all’estero. All’ambasciata di Roma hanno votato in tanti, soprattutto giovani. Non si respira certo l’entusiasmo del 2009, ma c’è comunque grande attesa.