Iran Expo 2015

Nonostante non ci siano le file chilometriche come al padiglione del Giappone o a quello degli Emirati Arabi, il Global Sofreh dell’Iran sta riscuotendo un buon successo all’Expo di Milano. E’ un padiglione che incuriosisce il visitatore e non lo sfianca. L’ingresso leggermente in salita consente di sbirciare all’interno, dato che si tratta di un padiglione senza una vera e propria chiusura.

E’ uno spazio da attraversare, da percorrere, più che visitare. In un certo senso, si tratta davvero di un’esperienza, più che di una visita. Se i video trasmessi sulle pareti avrebbero senz’altro avuto bisogno di una traduzione più accurata, l’atmosfera complessiva del padiglione è sicuramente coinvolgente.

Il ristorante non è propriamente economico, ma permette comunque di assaggiare sapori iraniani veri. Peccato non sia servito dough, una bevanda tipica che accompagnerebbe benissimo i piatti nel menu.

Come riportato sul sito Expo, il tema della partecipazione è

“Global Sofreh, Iranian Culture”

Il popolo iraniano coltiva la convinzione che l’essenza del mondo sia basata sulla saggezza, per questo l’approccio al Tema Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita è applicare la saggezza per trovare soluzioni ragionate a tale sfida globale. Un altro profondo credo del popolo iraniano è che l’umanità sia “invitata alla festa divina sulla Terra”, un’immagine, questa, dalla quale deriva un’attitudine al consumo di cibo fondata su quattro assiomi: “equità”, “carità”, “appagamento” e “gratitudine”. Sofreh è il concept del Padiglione iraniano per Expo Milano 2015, attraverso il quale i doni di Dio sono presentati ai cittadini del mondo.

Il Padiglione dell’Iran è una tenda gonfiata dal vento con un soffitto ricoperto di specchi. È quindi possibile passeggiare nel verde osservando i riflessi prodotti dagli specchi. Durante il semestre saranno proposti spettacoli tradizionali.

Il progetto del Padiglione

Tradizione, sostenibilità, apertura verso la diversità, sviluppati dall’Iran grazie alla sua posizione strategica di ponte tra Oriente e Occidente, sono i tre temi guida del concept del Padiglione iraniano pensato per Expo Milano 2015. Il concept del Padiglione è stato studiato dal team guidato dall’architetto locale Kamran Safamanesh, la prima fase avanzata di architettura è stata sviluppata da Rah Shahr Architectural Consulting Engineers mentre la seconda fase è stata seguita dallo studio italiano RPA S.r.l. I tre temi sono riassunti da un elemento che li contiene tutti: il sofreh, un riquadro di stoffa che identifica la tavola imbandita, uno degli oggetti più importanti per la cultura culinaria iraniana. Da questa immagine deriva, dunque, l’architettura del Padiglione: una struttura aperta simile a una tenda la cui pelle interna ricorda il ricamo tipico del sofreh. La sua trama racconta la storia del cibo e dell’agricoltura del popolo iraniano passato e presente.

Gradualmente la superficie si dispiega in aria in una parete curva a cellule triangolari, contenente diversi oggetti-teche espositive. In alto un mosaico di specchi riflette e riproduce quanto accade al di sotto. Il padiglione è diviso in due livelli distinti: il piano superiore è dedicato allo spazio espositivo, diviso secondo le sette regioni climatiche dell’Iran, mentre il piano inferiore è riservato ai prodotti tipici e alla cucina iraniana, insieme a tutti gli altri servizi richiesti per l’accoglienza dei visitatori.

 

 

 

37° Corso di lingua Persiana

L’Istituto Culturale dell’Iran a Roma, nel quadro delle sue attività culturali e didattiche, promuove il 37° Corso di lingua Persiana.

Il corso ha la finalità di introdurre ad una delle principali lingue dell’Asia Centrale e Occidentali la cui grande rilevanza è legata alla sua straordinaria tradizione storico-culturale e al suo status di lingua ufficiale, nelle sue diverse varietà, in paesi strategicamente importanti sullo scenario internazionale come l’Iran, Afghanista, Pakistan, india e il Tajikistan

Il corso è tenuto da un insegnante madrelingua, si svolgerà da sabato 3 ottobre 2015 presso la sede dell’Istituto in via Maria Pezzè Pascolato, 9 Roma e si articola in 18 ore di lezioni per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza:

sabato: ore 08.30- 10.15 e 12.00

la giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, ed una orale. L’ammissione agli esami è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totali. A tutti coloro che avranno superato le prove finali verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Le iscrizioni sono aperte e limitate a N° 10 partecipanti per ogni singolo livello.

Il termine ultimo per l’iscrizione è fissatao per 02.10.2015

Iscrizione:
istitutoculturaleiran@gmail.com

06 3052207 – 8

N.B.

Il giorno 3 ottobre (prima lezione) è dedicato interamente al valutare il livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 9.

[mappress mapid=”17″]

Presentazione viaggio in Iran di novembre

Giovedì 17 settembre 2015 alle ore 17,30 presenteremo a Roma, presso la Taberna Persiana (Via Ostiense 36 H, zona Piramide), il nuovo viaggio che stiamo organizzando per novembre (15-22 novembre).

Entrata libera. Aperitivo persiano (facoltativo) a 7 euro.

Si tratta di un giro di 8 giorni, molto particolare e molto intenso. Si arriva diretti a Shiraz e si risale il Paese verso Teheran, visitando le mete turistiche più importanti e calandosi soprattutto nella Storia e nella cultura dell’Iran. Per questo motivo il viaggio si chiama “Nell’impero della mente”, riprendendo il titolo di un celebre saggio di Michael Axworthy.

Le due guide del viaggio sono Antonello Sacchetti e Davood Abbasi. Si parte il 15 novembre e si torna il 22.

Il costo individuale (volo compreso) è di 1.950 euro. Per chi aderisce entro il 17 settembre ci sono 50 euro di sconto.

Tutti i dettagli del viaggio li trovate qui.

Per informazioni: antonello.sacchetti@gmail.com – 339 1369642

Oppure compilate il form qui sotto

 

[mappress mapid=”16″]

Fiabe persiane

L’Iran non è solo un Paese unico e bellissimo, con il popolo più ospitale del mondo e una cultura millenaria. L’Iran è anche la terra in cui sono nate storie conosciute in tutto il mondo, tradotte in mille lingue e declinate nelle versioni più diverse. Davood Abbasi, studioso e docente universitario iraniano, ha raccolto queste storie in un volume in lingua italiana, appena pubblicato come ebook.

E’ una raccolta davvero molto bella: non ci sono le solite favole tradizionali, ma tante storie davvero bellissime, imperdibili per chi ama l’Iran. Le potete leggere su smartphone, tablet, pc, dove volete, ad un prezzo davvero simbolico: 0,99 euro.

Leggetelo, questo libro, merita davvero.

Questa è l’intervista che ho rilasciato a Radio Irib:

 

Questa che segue è l’introduzione che ho avuto l’onore di scrivere.

 

«L’impero della mente». Così Michael Axworthy titolò un suo libro, pubblicato in Italia – chissà perché – come «Breve storia dell’Iran». Mi è tornato in mente, quel titolo, sfogliando le pagine di questa raccolta di favole persiane, curata e tradotta in italiano dal mio amico Davood Abbasi.

Ho avuto la fortuna e l’onore di leggere questo libro in anteprima che potrebbe benissimo divenire – se avrà l’attenzione e la fortuna che merita – uno dei futuri “classici” sull’Iran.

Non è un giudizio affrettato o di parte, il mio. L’Iran è molto più presente nella nostra cultura di quanto noi comunemente non immaginiamo. Ed è un incredibile serbatoio di storie, favole e poesie. Agli iraniani piacciono i racconti. Amano raccontare e amano ascoltare.

Non c’è bisogno di scomodare le Mille e una notte – il cui nucleo centrale di storie, sebbene scritto in arabo, è appunto di derivazione persiana. Potremmo, ad esempio, prendere una favola poco nota in Italia, quel Pesciolino nero (Mahi siah kuchulu, 1968) di Samad Berangi. In pochi lo avranno notato, ma Alla ricerca di Nemo (2003), cartone animato visto e amato da milioni di bambini (e non solo) di tutto il mondo, non è che una rivisitazione in 3D e con happy end della favola di Berangi.

Le favole persiane hanno tutte una loro morale. O, meglio, hanno un’anima. Come se queste storie non fossero necessariamente legate a un autore in particolare, ma fossero tutte figlie di un’unica grande cultura che le ha generate dopo una gestazione, in alcuni casi, millenaria.

Grazie alla raccolta di Davood Abbasi, abbiamo l’opportunità di andare direttamente alla fonte di questo flusso ininterrotto di storie e parole.

E come queste parole siano così presenti nella vita degli iraniani, lo sa benissimo chiunque li frequenti o sia stato in Iran. E lo possiamo capire anche leggendo l’appendice sui modi di dire persiani legati ad ogni singola favola. Un elemento distintivo che l’autore ha fortemente voluto e che rappresenta un ulteriore motivo per cui leggere questo libro.

Personalmente, custodirò questa raccolta come una sorta di guida universale. Un testo di riferimento per tutte le volte che leggerò, scriverò o parlerò di Iran.

 

 

Nell’impero della mente

«L’impero della mente». Così lo studioso britannico Michael Axworthy definisce l’Iran. Otto giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

CON CHI

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

QUANDO

Dal 15 al 22 novembre 2015

ITINERARIO

1° Giorno ROMA – SHIRAZ

Ritrovo all’aeroporto di Roma Fiumicino con la guida italiana e partenza per Shiraz via Istanbul. Arrivo e sistemazione in hotel.

2° Giorno SHIRAZ – PERSEPOLI – SHIRAZ

Visita di Persepoli e della necropoli di Naqshe Rostam. Nel pomeriggio rientro a Shiraz e visita della città (Mausoleo di Hafez, Moschea del Venerdì, ecc.)

3° Giorno SHIRAZ – YAZD

Partenza per Yazd e visita di Pasargade e della tomba di Ciro. Sosta ad Abarkuh per la visita del cipresso di 4.000 anni. Arrivo a Yazd in serata.

4° GIORNO YAZD – NAEIN – ESFAHAN

Visita alle Torri del Silenzio e al Tempio zoroastriano. Partenza per Esfahan. Lungo la strada visita di Naein. Arrivo in serata a Esfahan.

5° GIORNO ESFAHAN

Visita della bellissima piazza Naqshe Jahan, delle sue moschee e dei suoi palazzi. Nel pomeriggio visita quartiere armeno di Jolfa.

6° GIORNO ESFAHAN – NATANZ – KASHAN – QOM – TEHERAN

Viaggio verso la capitale. Durante il tragitto visite a Natanz, Kashan e Qom. Arrivo in serata a Tehran.

7° GIORNO TEHERAN

Visita al Golestan, all’Iran Bastan, al Museo dei Gioielli e all’interno dell’ambasciata Usa (questa è una nostra esclusiva).

8° GIORNO TEHRAN – ROMA

Nelle prime ore del mattino trasferimento in aeroporto e partenza per Roma.

QUOTA INDIVIDUALE : 1.950 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 250 EURO

 

N.B. 

Per chi non parte da Roma, c’è la possibilità di concordare voli da altre città e aggregarsi al gruppo per il volo da Istanbul a Shiraz. Allo stesso modo, al ritorno, una volta ripartiti da Teheran, a Istanbul si possono prendere voli per altre città raggiunte da Turkish (Bari, Bologna, Catania, Genova, Milano, Venezia, Torino, Napoli, Pisa). 

 

 

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma – Shiraz (Via Istanbul) e Teheran – Roma (via Istanbul) con Turkish Airline e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 7 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • spese consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

MINIMO 11 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 7 OTTOBRE CON CAPARRA DI 500 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

ASSICURAZIONE ANNULLAMENTO VIAGGIO (FACOLTATIVA) € 120.

SALDO ENTRO IL 31 OTTOBRE

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

SCARICA IL PROGRAMMA: Iran novembre 2015

Iran, Italia

Tra poche ore metteranno piede sul suolo dell’Iran due esponenti del governo italiano, Paolo Gentiloni e Federica Guidi, rispettivamente ministri degli Esteri e dello Sviluppo Economico; i due ministri, a capo di un folto gruppo di aziende da Eni a Finmeccanica, rappresentate ai massimi livelli, arrivano dopo il vice-cancelliere tedesco Gabriel e dopo il ministro degli esteri francese Fabius; Germania e Francia, inoltre, erano entrambe presenti ai negoziati sul nucleare con l’Iran, sfociati nello storico accordo del 14 Luglio a Vienna. Russia e Cina non se ne sono mai andati dal mercato iraniano nemmeno in tempo di sanzioni.
E allora l’Italia? L’Italia, non ci crederete, può ancora superare gli altri ed eccone i perché.

C’eravamo tanto amati
L’Iran e l’Italia possono certamente vantare rapporti culturali molto intensi. L’affinità tra le due nazioni non si limita ai colori della bandiera ma al fatto che ognuna delle due ha avuto un ruolo simile nell’ambito della propria civiltà; in Occidente, l’Italia ha ereditato il patrimonio di Roma e non c’è nazione occidentale, dagli Stati Uniti all’Australia, che non abbia preso qualcosa da questa eredità culturale.
Allo stesso modo, l’Iran, soprattutto con i suoi scienziati e le sue dinastie, dopo l’arrivo dell’Islam, è stato al centro di questa civiltà. Escludendo l’influenza iraniana, dell’arte, della filosofia, della teologia, della storia e della teologia islamica, rimane davvero ben poco.
Il feeling in tempi moderni tra le due nazioni inizia dai tempi di Mattei, e poi prosegue anche dopo la rivoluzione islamica. Rilevante la partecipazione italiana alla completazione di progetti del settore siderurgico vicino Isfahan, la progettazione e realizzazione di centrali elettriche, la vendita di macchinari industriali.
L’Italia viene amata soprattutto per quello che “non fa” più per quello che fa; persino nei momenti più difficili delle relazioni tra Iran e Occidente, l’Italia riesce, più o meno, a mantenere una politica non ostile nei confronti dell’Iran.

Il primo partner commerciale in Europa o quasi
E’ nel periodo precedente all’amministrazione Ahmadinejad che l’Italia inizia a diventare il primo partner commerciale dell’Iran in Europa; in realtà, negli ultimi anni l’Italia inizia una perdita forte e viene rimpiazzata solidamente dalla Germania.
Ad ogni modo, la tecnologia industriale italiana è ormai conosciuta ed apprezzata per la sua qualità in Iran; nei settori in cui l’Italia poi eccelle, dalla moda agli alimentari, gli iraniano sono interessati a cooperazioni, scambio di esperienza, acquisto di merce e/o macchinari.
Insomma iraniani e italiani si conoscono già e gli anni scorsi hanno preparato un ottimo terreno fertile.

L’Italia differente dagli altri paesi europei e dalle potenze
Gentiloni e Guidi devono sapere una cosa e non scordarsela; in Iran l’Italia è avvantaggiata per un fattore molto importante, che non bisogna sottovalutare.
Quando il vice di Merkel, Gabriel, arrivò in Iran e con poca cautela diplomatica si azzardò a proporre all’Iran di riconoscere Israele, l’opinione pubblica iraniana reagì indignata e un alto comandante iraniano arrivò ad apostrofare Gabriel definendolo un funzionario europeo di quarto grado. E’ chiaro che la Germania potrebbe rimetterci qualcosa.
Quando Fabius è stato accolto da Rohani, il presidente iraniano ha detto in continuazione di voler dimenticare il passato. Perchè? Perchè la popolazione iraniana ricorda che al tempo dell’amministrazione Fabius entrarono in Iran litri di sangue infetto (di HIV il virus dell’AIDS che contagiò tanti iraniani) e non hanno nemmeno scordato quanto Fabius abbia ostacolato gli accordi nucleari su indicazione di Netanyahu.
Germania e Francia (per non parlare di Gran Bretagna o Russia), hanno anche il loro passato coloniale che non e’ certo lontano dalla mente degli iraniani.
L’Italia non ha nulla di tutto questo sul suo biglietto da visita ed anzi si presenta con l’immagine di una nazione che è sempre stata amica, anche nei momenti più difficili.

La posta in gioco
L’Italia deve far fruttare questo suo vantaggio sulle altre nazioni visto che la posta in gioco non è bassa. L’Iran ha una popolazione di circa 80 milioni di persone. Si stima che siano 185 miliardi di dollari solo i progetti energetici in cui il governo dell’Iran propone la partecipazione degli stranieri; quindi una gran bella occasione.

Buona fortuna
Per tutte le ragioni sopraelencate, Gentiloni e Guidi forse arrivano anche tardi, ma possono pur sempre essere i primi.

E allora cari ministri, buona fortuna!

Un’altra volta

“Quante volte, figliolo?”. Mi sento sempre un po’ come davanti al confessore, prima e dopo ogni viaggio in Iran. Chiedermelo, serve un po’ a giustificare il viaggio stesso e a cercare un appiglio per quello che avverrà dopo, una volta tornato a casa. Sono ormai tanti i miei viaggi in Persia. Alcuni li ho programmati con largo anticipo, altri sono nati quasi per caso. Sempre ammesso che il caso esista.

Questo viaggio del giugno 2015 è stato uno dei più voluti e dei più belli in assoluto. Altre volte avevo accompagnato dei turisti, stavolta ho organizzato direttamente il gruppo. Ne è nata una “magnifica dozzina” di persone motivate e pronte a lasciarsi conquistare dalla bellezza dell’Iran, a lasciarsi alle spalle i pregiudizi, le paure, i commenti stupiti (e in qualche caso forse anche stupidi) di chi non capisce il perché di un viaggio che – semplicemente – non dovrebbe avere bisogno di spiegazioni o pretesti.

“Perché so che un giorno verrai”, recita l’iscrizione della tomba di Ciro il Grande a Pasargade.

Arriviamo proprio all’inizio del mese di Ramadan che quest’anno capita nel momento in cui le giornate sono più lunghe. Quasi diciassette ore di digiuno, dalle 4 del mattino alle 20,45. Avremo modo di vedere un Iran a due velocità, prima e dopo l’iftar.

Naein, preghiera di mezzogiorno

Anche il primo viaggio in Iran, dieci anni fa, lo feci durante il ramadan. Allora però cadeva in ottobre e l’atmosfera era diversa. Oggi invece, arriviamo di venerdì e il caldo e il digiuno ci consegnano una Teheran quasi deserta. Il caldo secco (i 40 gradi saranno una costante) crea un’atmosfera rarefatta, sospesa. Paradossalmente, per un turista questo è un momento privilegiato per accostarsi al Paese. Nei musei, nei siti archeologici e nei bazar, saremo quasi sempre da soli. Persepoli praticamente deserta è uno spettacolo: qualche mese fa, i gruppi facevano la fila per vedere da vicino l’Apadana e il corteo della nazioni.

Quando finalmente il sole cala, le strade e i tanti giardini pubblici si riempono di persone. Famiglie, coppie di ogni età. Si mangia, si parla e si ride fino a tardi. E’ una vivacità composta, accogliente. A mezzanotte, sul ponte Khajoo di Esfahan ci sono centinaia di persone. C’è un po’ d’acqua nello Zayandeh Rud. Pochi centimetri bastano ai bambini per tuffarsi a giocare e bastano per creare il riflesso delle luci del ponte.

Una signora del mio gruppo è entusiasta: “Non c’è nemmeno una carta in terra, è incredibile!”. Questa capacità di vivere gli spazi collettivi con rispetto, non è semplice modestia: è eleganza.

È un momento particolare per il Paese. Mancano pochi giorni alla scadenza dei colloqui sul nucleare. I media riflettono le tensioni interne, la fronda dei conservatori al governo Rouhani, i tentativi di sabotare un processo di distensione che – a guardarlo da qui – potrebbe apparire addirittura ineluttabile. Come può questo Paese far paura a qualcuno? Rappresentare una minaccia per la “comunità internazionale”?

Non è vero che i viaggi si ripetono. Si ripetono i tragitti, i percorsi. Il viaggio, se è un vero viaggio, è sempre una storia a sé. Così come non si fotografa mai davvero la “stessa cosa”. Persino i bassorilievi di Persepoli o la facciata della Moschea del Venerdì di Yazd, possono svelare ogni volta qualcosa di nuovo, sfuggito in un viaggio precedente. E cambiano i compagni d’avventura, attraverso i quali rivivere ogni volta lo stupore della prima volta. Perché lo stupore passa, la meraviglia no.

Iran-Usa di volley, vista in tv a Yazd

Lo stupore altrui è inevitabile, perché, che lo ammettiamo o meno, siamo tutti alla ricerca delle “contraddizioni”, di qualcosa che siamo pronti a riconoscere degno di annotazione soltanto perché va controtendenza rispetto alla “narrazione” principale. Come spiegare, altrimenti, la voglia di fotografare una donna in chador che parla allo smartphone?

zayandeh rud

Un po’ d’acqua nello Zayandeh Rud, a Esfahan

Il punto è che noi crediamo che quel chador appartenga a un passato dal quale l’Iran non riesce a staccarsi. Ma si tratta di una nostra interpretazione e – quindi – di una contraddizione nostra, non dell’Iran.

A Qom la monorotaia che porta i fedeli al Mausoleo di Fatima Massoumeh compare come una striscia di cemento sospesa nell’aria. Il grigio del suo cemento accompagna da lontano l’oro della cupola del Mausoleo. Forse è poco affascinante per il viaggiatore che si aspetterebbe forse un’atmosfera più sobria e raccolta. O semplicemente, più povera. Eppure la monorotaia e il mausoleo, il progresso e la fede, sono evidentemente una figlia dell’altro. Non c’è contraddizione, ma conseguenza. La monorotaia nasce perché c’è il mausoleo e quindi l’esigenza di trasportarvi milioni di persone in carne e ossa. E lo sciismo, privilegiando l’interpretazione – e dunque la ragione – al dogma, riesce, nello specifico iraniano, a trovare la sua strada per il confronto con la modernità. O, sarebbe forse meglio dire, con il mondo.

Tra qualche giorno in Italia, all’indomani dell’ennesimo episodio di terrorismo avvenuto a migliaia di chilometri dall’Iran, ci toccherà di nuovo fare i conti col solito diluvio di riflessioni “sull’Islam”. E qualcuno ci dirà nuovamente che siamo stati dei pazzi a venire in Iran.

È l’Occidente, bellezza. E puoi farci davvero poco.

Galleria di foto di Stefano Terracina

Domande sull’Islam/3

Terza puntata del nuovo programma dell’IRIB dedicato alle domande sull’Islam. Il programma è  presentato da Davood Abbasi e alle domande risponde, dalla città santa sciita di Qom (Iran), il religioso musulmano l’Hujjatulislam wal Muslimin (titolo della gerarchia religiosa sciita) Mustafa Milani.

Un ascoltatore ha chiesto una spiegazione del Corano.

Ecco l’audio della risposta:

 

Uno scatto dall’Iran

L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran  intende promuovere, nel quadro delle sue attività culturali, il primo concorso fotografico tra gli italiani appassionati della cultura e della civiltà iraniana per valorizzarne gli aspetti e le caratteristiche.

– Finalità

Il concorso intende promuovere una maggiore e diversa visibilità della cultura iraniana e della vita quotidiana attraverso foto scattate in occasione di un viaggio in Iran che ne mettano in rilievo gli aspetti sociali, le tradizioni, la diversità religiosa e etnica, lo spirito di convivenza, il patrimonio storico-artistico, il patrimonio paesaggistico, le grandi innovazioni.

– Requisiti di partecipazione

 Il concorso è gratuito e aperto a tutti gli italiani senza limiti di età .

I partecipanti dovranno dichiarare il pieno possesso dei diritti sulle immagini inviate nonché acconsentire all’uso gratuito delle stesse da parte dell’Istituto Culturale o di soggetti terzi individuati  dall’Istituto per attività di comunicazione e divulgazione.

– Tema

Le fotografie dovranno  rappresentare in modo originale le bellezze culturali, artistiche e naturali dell’Iran, nonché aspetti della  vita quotidiana della società iraniana e delle sue  tradizioni, delle minoranze religiose e delle diverse etnie.

– Modalità e termini di partecipazione

Per ciascuna foto inviata devono essere indicati: il nome dell’autore, il titolo, una breve e semplice descrizione del soggetto, la data e il luogo nel quale la foto è stata scattata.

Non sono ammesse fotografie modificate digitalmente se non per gli adeguamenti di colore, contrasto, luminosità, nitidezza e peso informatico.

Ciascun concorrente può partecipare per uno o tutti i temi, inviando un portfolio composto da un minimo di 3 a un massimo di 10 foto.

Le foto possono essere a colori o in bianco e nero. Sono ammesse immagini realizzate con fotocamere digitali.

Gli scatti dovranno essere inviate in formato elettronico su CD con estensione .jpeg e .tiff  e con risoluzione 300 dpi.

Ogni partecipante autorizza la pubblicazione e la diffusione delle proprie immagini che potranno essere utilizzate gratuitamente per pubblicazioni e mostre ogni qualvolta lo si ritenga utile. Ad ogni uso dell’opera verrà indicato il nome dell’autore.

Le opere pervenute non verranno restituite. Le stesse rimarranno di proprietà dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma  per gli usi che riterrà opportuni.

Ogni autore deve assumere la responsabilità prevista dalla legge in caso di partecipazione con immagini raffiguranti minori e/o soggetti dal volto riconoscibile.

L’invio del materiale (fotografie + eventuale liberatoria) è a carico dei partecipanti e potrà essere effettuato tramite servizi di sharing online (Wetransfer, Dropbox, ecc…) e inviando il link di download alla mail: istitutoculturaleiran@gmail.com. In alternativa il materiale (CD o DVD dati) può essere spedito tramite posta tradizionale (preferibilmente Posta Raccomandata) al seguente indirizzo: Istituto Culturale dell’Iran, Via Maria Pezzè Pascolato, 9  Roma 00135.

La scadenza del bando è fissata per Lunedi 31 agosto 2015.

Le opere giunte fuori tempo massimo non saranno prese in considerazione (farà fede il timbro postale). L’organizzazione non è responsabile di danni o perdita dei materiali durante il tragitto di invio degli stessi a mezzo posta.

Ogni partecipante è responsabile delle opere presentate,  garantisce di essere unico ed esclusivo autore delle immagini inviate, garantisce che le immagini non ledono diritti di terzi.

Commissione giudicatrice

 La Commissione giudicatrice è composta da almeno 3 esperti, italiani ed iraniani i cui nominativi saranno pubblicati sul portale: www.rome.icro.ir , nell’apposita sezione dedicata al concorso fotografico.

I giudizi della Commissione, espressi sulla base dei criteri di originalità, creatività, qualità della fotografia, coerenza con le finalità e il tema del concorso, sono insindacabili.

Premiazione

Le foto inviate saranno esaminate dalla giuria, che a suo insindacabile e inappellabile giudizio eleggerà le due migliori opere. Alle opere che risulteranno vincitrici del concorso saranno attribuiti i seguenti premi.

Primo premio: Un biglietto andata ritorno in classe economica per Teheran.

Secondo premio: Un viaggio a Teheran per tre giorni tutto compreso, biglietto escluso

Le fotografie selezionate dalla Commissione giudicatrice verranno esposte in una mostra prevista nel corso del 2015 in una sede prestigiosa.

Privacy

 I dati personali rilasciati dai concorrenti sono trattati nel rispetto di quanto previsto dal D.Lgs. n. 196 del 30 giugno 2003 (Codice in materia di protezione dati personali) e della normativa vigente in tema di privacy.

In ogni momento, i partecipanti potranno esercitare i diritti previsti dall’art. 7 del Codice Privacy (accesso, correzione, cancellazione, opposizione al trattamento) mediante richiesta rivolta senza formalità all’Istituto.

Disposizioni generali

L’Istituto Culturale dell’Iran  si riserva il diritto di modificare e/o annullare  in ogni momento le condizioni e le procedure aventi oggetto il presente concorso prima della data della sua conclusione. In tal caso l’istituto provvederà a dare adeguata comunicazione.

L’Istituto Culturale  non assume responsabilità per qualsiasi problema o circostanza che possa inibire lo svolgimento o la partecipazione al presente concorso.

Per maggiori informazioni  e per l’iscrizione, inviare una mail all’indirizzo:

istitutoculturaleiran@gmail.com  oppure contattare il numero  06- 30 52 207 – 8

 

Codice civile della Repubblica Islamica dell’Iran

L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran e
la Fondazione Link Campus University

invitano alla presentazione del libro

CODICE CIVILE
DELLA REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN
Traduzione dal persiano di Raffaele Mauriello edito da Eurilink Edizioni

Introducono
Prof. Vincenzo Scotti – Presidente Fondazione Link Campus University
S. E. Jahanbakhsh Mozafari – Ambasciatore della Repubblica Islamica dell’Iran presso il Quirinale
Intervengono
Ghorban Ali Pourmarjan – Direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica islamica dell’Iran – Roma
Piero Guido Alpa – Presidente Italian Bar Council, Professore Ordinario di Diritto Civile, Sapienza – Università di Roma
Mohammad Jalali – Professore Ordinario di Diritto Privato, Università di Shahid Beheshti – Teheran
Raffaele Mauriello – Postdoctoral Research Fellow Faculty of World Studies University – Teheran
Massimo Papa – Professore Ordinario di Diritto Privato Comparato, Tor Vergata – Università di Roma
Guido Sirianni – Professore Associato di Diritto Pubblico, Università degli Studi – Perugia

Roma, 26 giugno – ore 10,30
Link Campus University – Sala Biblioteca – Via Nomentana, 335 – Roma
Per informazioni: ufficiostampa@eurilink.it
R.S.P
Chiara Scotti: c.scotti@unilink.it

Su iniziativa dell’Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, Eurilink, casa editrice dell’Università degli Studi “Link Campus” di Roma, ha pubblicato la prima traduzione dal persiano del Codice Civile Iraniano.

L’Istituto Culturale ha affidato la traduzione a Raffaele Mauriello, Dottore di ricerca in Civiltà islamica, storia e filologia presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza e Postdoctoral Research Fellow Faculty of World Studies University of Teheran, e la sua revisione al Prof. Massimo Papa, ordinario di Diritto privato comparato presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”.

Di una tale traduzione se ne avvertiva la necessità da tempo da parte degli operatori del diritto italiani (avvocati, giudici, accademici e imprenditori) oltre che degli studenti e degli studiosi, vieppiù alle prese, per l’intensificarsi dei rapporti – giuridici e commerciali – con l’ordinamento iraniano del quale il Codice rappresenta un cardine fondamentale.

Il Codice civile dell’Iran è un corpo organico di disposizioni di diritto civile e di norme di diritto processuale di rilievo generale. Il Codice venne emanato a più riprese fra il 1928 e il 1935 ed è stato emendato diverse volte. La traduzione è stata compiuta tenendo conto dei più recenti emendamenti. Esso è uno dei pochi codici civili dei Paesi Islamici a essere strettamente ancorato alle fonti del diritto islamico e l’unico codice civile a osservare i principi del diritto sciita imamita. I membri delle commissioni sono stati in grado di inserire con successo le fonti del diritto imamita all’interno della moderna logica della codificazione di matrice europea, combinandole con gli aspetti più avanzati presenti nel codice francese e di altri paesi del continente. Dal punto di vista sostanziale, infatti, si registrano molte convergenze e parallelismi tra le soluzioni del diritto romano, soprattutto giustinianeo, le disposizioni di molti codici europei e le soluzioni del diritto islamico, soprattutto in materia di obbligazioni e contratti.

Il Codice consta di 1335 articoli ed è diviso in tre parti: Libro primo “Dei beni”, Libro secondo “Delle persone”, e Libro terzo “Delle prove nelle azioni”. I tre libri sono preceduti da un Preambolo che tratta della promulgazione, degli effetti, e dell’attuazione delle leggi in generale.

Un glossario bilingue persiano-italiano, contenente la grande maggioranza dei termini presenti nel Codice, costituisce un importante valore aggiunto di questo lavoro per i ricercatori di Islamistica e Diritto comparato.

Il vento degli amanti

Baadeh Sabah (باد صبا), Il vento degli amanti, è un film per certi versi leggendario. E per altri maledetto. Girato nel 1970 dal francese Albert Lamorisse con il patrocinio del Ministero della Cultura e dell’Arte dello scià, fu ultimato dopo la morte del regista, avvenuta proprio durante le riprese.

L’85% delle riprese del film sono girate da un elicottero. Durante uno degli ultimi voli, l’elicottero urtò dei cavi elettrici alle porte di Karaj e precipitò, uccidendo tutti le persone a bordo.

 

L’Iran nell’era digitale

In L’Iran degli ayatollah nell’era digitale sono riassunte indagini sulla televisione satellitare, l’editoria, la stampa e internet in Iran, con inediti approfondimenti sul mondo dei social network e delle start-up. Seguendo lo sviluppo dei media in questi ambiti, in ognuno di essi si approfondisce la nascita e l’espansione della censura governativa, i mezzi cui ricorre la società per aggirarla e gli aspetti paradossali e contraddittori che emergono da questa interazione. Tanto da domandarci fino a che punto possiamo pensare l’Iran come una società chiusa, in cui i cittadini sono costantemente controllati e messi sotto pressione, e fin dove, invece, può estendersi il controllo del governo nell’era di internet e dei media globalizzati.

Collaborando con Small Media, il sito specializzato nell’analisi e l’approfondimento dell’universo mediatico iraniano, il team di Arab Media Report ha contribuito alla stesura del testo grazie al contributo di Antonello Sacchetti, all’editing di Giulia Ciatto e Valeria Spinelli e al coordinamento scientifico di Azzurra Meringolo.

Per scaricare la monografia in PDF: L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Di seguito, un estratto dell’introduzione di Antonello Sacchetti alla monografia.

Tra il regime islamico e le startup, gli ayatollah sui social network, la rivoluzione del 1979 e una popolazione odierna con una media di 28 anni di età, osservando l’Iran di oggi emergono degli aspetti singolari e delle contraddizioni che lo caratterizzano non solo sul piano sociale ma anche politico e culturale. Queste contraddizioni vengono sottoposte alla nostra attenzione dai mezzi d’informazione globali senza riuscire a ricostruire una quadro completo della Repubblica Islamica, lasciandoci confondere, da una parte, dalla narrativa dei negoziati sul nucleare e le conseguenze economiche catastrofiche delle sanzioni, dall’altra il dibattito sullo sviluppo delle connessioni 3G e 4G e dell’internet nazionale. Viene da domandarsi quale sia la vera faccia dell’Iran, se un paese in cui lo Stato è ancora al lavoro per mantenere viva la “morale islamica” come aspetto caratterizzante della vita pubblica e privata della società iraniana, in cui internet è ancora controllato e la televisione satellitare oscurata dai segnali di interferenza delle stazioni governative, oppure un paese nel pieno del boom tecnologico, i cui cittadini fanno uso di un’ampia schiera di piattaforme di social media per costruire vivaci comunità online. Nata dalla collaborazione con Small Media, il sito specializzato nell’analisi della censura, dei media e della libertà d’informazione in Iran, questa monografia è un progetto esclusivo e inedito in cui, attraverso la chiave di lettura dei mezzi di comunicazione di un paese che emerge così contraddittorio, si tenta di aprire una nuova narrativa, quella dell’Iran nell’era dell’informazione e delle telecomunicazioni.

Si potrebbe ipotizzare che raccontare l’Iran voglia dire, dunque, anche raccontare come i media abbiano raccontato e continuino a raccontare il paese. La cosiddetta “era della comunicazione” comincia – a livello mondiale – proprio quando in Iran nasce la Repubblica Islamica. I leader dei primi anni Ottanta – da Ronald Reagan negli Usa a Margareth Thatcher in Gran Bretagna, da Francois Mitterand in Francia allo stesso Ruhollah Khomeini in Iran – riconoscono ai mass media (e alla televisione in particolare) una centralità nuova, non più meramente strumentale. I media occupano ormai una parte importante nella vita delle persone e quindi dei popoli, non si limitano a “informarli”, ma li “formano” attraverso dinamiche e linguaggi in continua evoluzione. Quando nel 1983 la Repubblica Islamica decide di liquidare definitivamente il Partito comunista Tudeh, non si limita a processarne i leader, ma lo fa in diretta televisiva. I processi proposti in prima serata al pubblico iraniano servono ad elaborare, prima ancora che diffondere, una narrazione ufficiale della rivoluzione, estorta in questo caso attraverso la tortura e la coercizione e condivisa con le masse attraverso la tecnologia. (Si veda a tal proposito il saggio di Ervand Abrahamian, Tortured Confessions Prisons and Public Recantations in Modern Iran, Berkeley, University of California Press, 1999.

Da allora mezzi e linguaggi della comunicazione si sono trasformati radicalmente. Il sistema creato nel 1979 si è dovuto misurare, a più riprese, con scenari completamente inediti: con le televisioni satellitari all’inizio degli anni Novanta, con l’avvento di internet qualche anno più tardi, fino al boom dei social media e della telefonia mobile. Dalle audiocassette con i sermoni di Khomeini che sfuggivano ai controlli della polizia dello scià, siamo passati ai tweet della Guida Khamenei. Un bel salto, indubbiamente. Ma è un cambiamento che riguarda e spiazza, in fondo, un po’ tutti. Alcuni paesi europei, come l’Italia, faticano ancora ad assimilare un cambiamento che ha stravolto i parametri della vecchia comunicazione analogica. Sarebbe perciò un errore limitare lo sguardo sull’Iran a un semplice problema di controlli e censura.

In gioco c’è qualcosa di molto più vitale: l’identità stessa del paese, prima ancora che del sistema politico che lo governa. Proprio per la sua posizione geografica strategica, che lo pone esattamente nel mezzo tra Estremo Oriente e civiltà mediterranee, nel corso di tutta la sua storia l’Iran ha dovuto sempre fare i conti con un dilemma fondamentale: come sopravvivere senza rinunciare alla propria identità. È stato così con l’invasione araba nel VII secolo, con quella dei mongoli nel XIII, con il “Grande gioco” tra Russia e Gran Bretagna e con la Guerra Fredda nel XX. Avvenimenti storici certamente drammatici e dolorosi, dai quali l’Iran è uscito trasformato ma mai stravolto nei propri caratteri fondamentali. Un esempio su tutti: la Persia è l’unico grande territorio conquistato dal califfato a non subire l’imposizione dell’arabo. Della lingua dei conquistatori viene adottato soltanto l’alfabeto, che sostituisce i vecchi ideogrammi del pahlavie rende più semplice la diffusione della scrittura.

Una delle parole d’ordine delle piazze del 1979 era esteqlal, “indipendenza”. Indipendenza innanzitutto culturale, di valori e di linguaggio. La rivoluzione non nasce come “islamica”, ma contro lo scià e contro la propaganda filo-statunitense. La gharbzadeghi, la “intossicazione da Occidente”, o “Occidentosi”, descritta nel 1962 dall’intellettuale ex marxista Jalal Al-e Ahmad, è innanzitutto un malessere culturale: “Siamo stranieri a noi stessi: è straniero quello che mangiamo e come ci vestiamo, sono straniere le nostre case, stranieri i nostri modi, i nostri libri e, quel che è più pericoloso, è straniera la nostra cultura. Cerchiamo di farci un’istruzione di stampo europeo e ci affanniamo per risolvere qualsiasi problema ci si presenti nel modo in cui lo farebbero gli europei.” Quella descritto da Jalal Al-e Ahmad era la gharbzadeghi degli iraniani; a distanza di cinquant’anni, sembra che anche molti osservatori occidentali soffrano di una sorta di autointossicazione che impedisce di accettare la diversità culturale e di valori alla base del modello politico proprio dell’Iran. Come giustamente ricordato in questa monografia, la Repubblica Islamica, nata dopo la rivoluzione del 1979, “si è definita più di ogni altra cosa in senso culturale”. Il che ha implicato un azzeramento iniziale del sistema precedente, con la chiusura delle università per due anni e una massiccia e rapida islamizzazione dei mass media, del sistema di istruzione e dei canoni estetici e di comunicazione. Canoni che, in questi 35 anni, sono cambiati completamente, in tutto il mondo.

E questa enorme, continua trasformazione ha certamente rappresentato un trauma per il sistema creato nel 1979, che ha dovuto confrontarsi, quasi di colpo, con strumenti e linguaggi del tutto inediti. Si pensi all’avvento delle antenne paraboliche, cominciate a spuntare sui tetti di Teheran nel 1991, in concomitanza con la Guerra del Golfo scatenata da Bush senior contro Saddam Hussein. L’Iran usciva da otto lunghissimi anni di guerra proprio contro l’Iraq. Anni di distruzione, morte e chiusura culturale. Per una straordinaria simmetria della storia, la fine della “guerra imposta” (luglio 1988) è seguita dalla morte dell’Ayatollah Khomeini (giugno 1989) e dalla fine della Guerra Fredda. Di colpo, l’Iran si ritrova in uno scenario completamente nuovo, impensabile soltanto pochi mesi prima. Le parabole per vedere le televisioni satellitari non sono solo un espediente per aggirare la censura dei media statali: sono il simbolo di una nuova epoca sociale. I ragazzi cresciuti sotto i bombardamenti di Saddam e la retorica propagandistica dei media della Repubblica Islamica, hanno adesso “fame di mondo”, vogliono vedere come si vive fuori dal loro paese. Il pretesto, la scintilla che accende questa passione per le antenne paraboliche, è vedere come l’arcinemico Saddam le busca dal “grande satana” (gli Usa). Ma poi le televisioni satellitari entrano nella dieta mediatica degli iraniani e non ne escono più, nonostante siano ufficialmente al bando.

Gli stessi organi di comunicazione della Repubblica Islamica sono stati costretti ad adeguarsi, a cercare di non perdere completamente il contatto con il pubblico. L’Irib (Islamic Republic of Iran Broadcasting), soprattutto negli ultimi anni, ha intrapreso un processo di modernizzazione notevole, proprio nel tentativo di mantenere la propria rilevanza in ambito culturale. All’interno dello stesso ministero della Cultura e della Guida Islamica, lavorano oggi giovani formatisi all’estero, che parlano perfettamente l’inglese e sono a loro agio con i nuovi strumenti digitali. Per rendersene conto, è sufficiente seguire gli account social del presidente Hassan Rouhani o della Guida Suprema Ali Khamenei. L’effetto è spesso sconcertante per un occidentale: commentare la politica internazionale con una citazione di un Imam sciita dell’XI secolo può in effetti sembrarci bizzarro. Ma è un nostro limite, più che una reale contraddizione. Lo stesso è accaduto con il web. I primi blog iraniani sono nati alla fine degli anni Novanta nelle scuole coraniche di Qom e solo dopo sono diventati talmente popolari da far divenire il persiano, per alcuni anni, la sesta lingua più usata nel web. L’universo dei blog iraniani – il cosiddetto Blogistan – va in crisi con le elezioni del 2009, le contestazioni da parte del movimento verde e la seguente repressione. Molti blog chiudono, altri non sono più aggiornati. Tutto ciò non dipende però soltanto dalla censura: il web si sta evolvendo, cominciano a diffondersi i social media e gli utenti iraniani si spostano su Facebook e Twitter. Dove si comincia a concentrare anche l’attenzione della censura. Anche da questo passaggio l’Iran è uscito trasformato e – in un certo senso – più moderno.

In anticipo di almeno due anni sulle cosiddette “primavere arabe”, durante le elezioni presidenziali del 2009 gli iraniani hanno dato vita a un movimento che ha utilizzato in modo sistematico i nuovi media e che ha svelato al mondo l’esistenza di un’opinione pubblica giovane e vivace. Dopo quella crisi, il modo di raccontare l’Iran non è stato più lo stesso. Ma anche la stessa Repubblica Islamica, nelle sue mille sfaccettature, è una “macchina che impara”. E che da quell’esperienza ha capito che non può rinunciare completamente se non al consenso, quanto meno alla partecipazione del popolo ai momenti decisionali. Come spiegare altrimenti l’esito delle successive elezioni del 2013? Non solo si prevedeva una bassa affluenza alle urne, ma nessuno o quasi avrebbe scommesso sulla vittoria del moderato Rouhani. Sono state decisive le ultime due settimane di campagna elettorale, condotta in modo magistrale dal candidato vincitore, soprattutto nel web e sui social in particolare. Nell’eterno confronto con la modernità – o meglio con i processi di modernizzazione – l’Iran adotta spesso una via indiretta, tortuosa. Il grande iranista italiano Alessandro Bausani parlava di “apparenti re-arcaizzazioni” attraverso le quali l’Iran riesce sempre a venire a capo dei momenti più critici. Forse non è poi così azzardato pensare all’intera esperienza della Repubblica Islamica come una grande reazione al processo di globalizzazione che proprio verso la fine degli anni Settanta diveniva evidente.

In questo lungo viaggio attraverso il problematico rapporto tra Repubblica Islamica e comunicazione, occorre sempre ricordare che in Iran la censura è un dato storico, nato molto prima della rivoluzione e intrinseco forse alla stessa concezione storica del potere politico. La richiesta di libertà di espressione e di democrazia degli iraniani di oggi, non è figlia soltanto dei 35 anni di Repubblica Islamica, ma affonda le proprie radici nel movimento politico che nel 1906 portò alla Rivoluzione costituzionale. L’Iran fu allora il primo paese musulmano a dotarsi di una Carta. Quel processo democratico non si è mai del tutto interrotto e rivive oggi in forme diverse, con strumenti, linguaggi e urgenze in continua evoluzione. Questa monografia si apre appunto con l’analisi dell’evoluzione generale della censura nella Repubblica Islamica. La scelta di porre le basi della regolamentazione dei media sull’Islam politico è stata la prima fonte di problemi controversi. Attraverso la descrizione del contesto ideologico da cui prende forma la Costituzione iraniana e delle leggi che regolano la libertà di espressione nel paese, il primo capitolo chiarisce il ruolo attribuito ai media nazionali quali armi da puntare contro le ingerenze straniere per combattere l’invasone culturale dell’Occidente, una paura alimentata dalla politica filoccidentale del regime Pahlavi. Con l’analisi dei testi legislativi, si fa invece luce sull’ambiguità normativa che vige nel paese e che rende l’azione della censura imprevedibile e discrezionale.

Per riportare la fumosità di queste norme alla realtà, nel testo sono riportati due esempi esplicativi di come agisce la censura in Iran: il caso del sito di informazione sull’innovazione digitale e tecnologica Narenji e quello della giornalista Marzieh Rasouli, arrestata e condotta nel carcere di Evin, nel luglio 2014,con l’accusa di aver diffuso propaganda antigovernativa. Nel secondo capitolo viene analizzato nel dettaglio il controllo che lo stato esercita su internet. Descritto come un “sistema triangolato”, in cui il governo adotta misure di prevenzione, intercettazione e reazione per esercitare la propria censura anche in rete e proteggere la natura islamica della repubblica, non solo si entra nel dettaglio nell’analisi degli strumenti di controllo (dai software per filtrare i contenuti internet al reindirizzo dns) e del palinsesto che forma i vari organi preposti a questo scopo sorti dopo le proteste del 2009, ma si affronta l’argomento anche da un’altra prospettiva, ovvero quella della società e dei mezzi utilizzati dai cittadini iraniani per aggirare le misure di controllo, come vpn e proxy. Grazie a delle infografiche, si è riusciti a riassumere il caotico quadro della censura su internet, ricostruendo il dedalo amministrativo di uno dei temi più incandescenti dell’Iran contemporaneo che ha portato la Repubblica Islamica a essere etichettata da Reporter Senza Frontiere come “uno dei dodici nemici di internet”. Un altro mezzo di informazione controverso e dibattuto è la televisione satellitare. Le prime parabole iniziarono ad apparire dopo la fine della guerra contro l’Iraq, all’inizio degli anni Novanta, e con esse una sfida che continua a mettere a dura prova la capacità di controllo del governo iraniano. Per questo nel terzo capitolo si approfondisce il ruolo che gioca la televisione di Stato, l’Irib, nel panorama mediatico nazionale e internazionale. Si fa qui luce sull’evoluzione della politica iraniana in merito alle parabole dalla loro comparsa sino ad oggi e la relazione con i canali satellitari in lingua persiana trasmessi in Iran e prodotti all’estero. Anche in questo ambito è descritta l’azione della censura e dei mezzi tecnologici con i quali il governo combatte la guerra dell’informazione contro “l’invasione culturale” dell’Occidente. Inoltre il capitolo è accompagnato da un’analisi dell’evoluzione della rappresentazione femminile nella televisione e nel cinema iraniani, con riferimenti alle attrici che hanno intrapreso atti di resistenza al codice di abbigliamento islamico. Conoscere l’evoluzione dei mezzi d’informazione iraniani vuol dire capire l’evoluzione della sua società. Un’affermazione che è sicuramente possibile riscontrare nell’uso che le minoranze religiose e sessuali iraniane hanno saputo fare di internet. Spesso vessate, discriminate o addirittura messe al bando, come la comunità baha’i, essere hanno sfruttato internet per rivendicare un proprio spazio in cui esprimere la propria identità. Con il quarto capitolo ci si addentra nella varietà di piattaforme online e satellitari in cui cristiani, ebrei, baha’i, lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt) sono riusciti a ricavare un rifugio dalla repressione governativa e vivere la propria fede o la propria identità sessuale. Dalle messe trasmesse in tv dalla “Chiesa domestica” alle università clandestine baha’i online, dalle chat di incontri per Lgbt al contro attacco dei conservatori, l’analisi è ricca di esempi di come il governo e queste comunità clandestine si muovano fra tolleranza e illegalità. Il quinto capitolo è dedicato all’editoria che in fatto di censura rappresenta un ponte di continuità fra il regime Pahlavi e Repubblica Islamica. Questo capitolo si apre con l’eredità dell’epoca Pahlavi ripresa dal Ministero della Cultura e della Guida Islamica (Mcgi) e spiega la sua azione nel campo culturale ed editoriale iraniano.

Come per l’approfondimento sulla televisione satellitare, anche in questo caso si è resa necessaria un’analisi del suo sviluppo durante le diverse presidenze che si sono succedute dal 1979 ad oggi, in termini legali, politici e sociali. Così si viene a conoscenza che in risposta a una stretta della censura sotto il governo di Ahmadinejad, gli editori iraniani si sono organizzati creando proprie piattaforme per ebook nel tentativo di aggirare la censura, mentre altri scrittori, incessantemente respinti dal Mcgi, hanno smesso di scrivere. L’ultima parte della monografia è interamente dedicata agli aspetti più recenti del panorama mediatico iraniano, ovvero i social media, le start-up e lo sviluppo della fibra ottica. Nelle più diverse esemplificazioni in cui questi temi si concretizzano in Iran, il raffronto con il governo attuale è costante. Rouhani all’alba della sua elezione, si è presentato come il candidato eletto dagli iraniani desiderosi di cambiamento. “Viviamo in un’epoca in cui limitare la circolazione delle informazioni è impossibile”, sono le parole con cui ha manifestato le proprie posizione in merito alla censura del regime, e dall’inizio del suo governo sono numerosi gli scontri con la Guida Suprema e i rappresentanti più conservatori sul cambiamento tanto desiderato dai suoi elettori, primo fra tutti quello del controllo governativo di internet.

SCARICA IL PDF: L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Raccontare l’Iran

Bisetun

L’Associazione Culturale Studi Asiatici “Centro Studi Euroasiatici” ( A.C.S.A.) organizza per il ciclo Iran Contemporaneo “Raccontare l’Iran”.

Dal 1979 in poi l’Iran è stato spesso rappresentato dai media come la perfetta antitesi dei valori occidentali. Un Paese lontano, in tutti i sensi, da evitare. O da negare. Eppure chi lo visita rimane quasi sempre affascinato dalla bellezza sensuale dell’Iran, dai suoi posti, dalla sua gente.

Oltre le barriere linguistiche, oltre i pregiudizi, oltre i luoghi comuni, si può e si deve imparare a conoscere e ad amare un Paese, l’Iran, che non è come ci viene raccontato dai giornali e dalla politica ma molto di più, molto meglio, decisamente molto altro.

Interverrà Antonello Sacchetti, giornalista, blogger , autore di 4 libri sull’Iran.

Modera il professor Luigi Tomasi.

La serata continua con la lettura delle poesie tradotte da Nina Sadeghi e interpretate dall’attrice Carmen Esposito.

Venerdì 5 giugno 2015 alle 20.30 aula Kessler del dipartimento di Sociologia e ricerca sociale

[mappress mapid=”13″]

La fattoria degli umani

La fattoria degli umani

La Fattoria degli Umani tratta il ciclo storico della violenza umana con uno sguardo acuto sia alle vicende attuali di un’area geografica specifica del medio oriente – oggi tristemente conosciuta come roccaforte dell’ISIS – sia alle verità storiche delle invasioni mongole del quattordicesimo secolo in quella stessa terra dove dopo più di 700 anni vengono compiute atrocità disumane, l’eccidio di popolazioni intere e la distruzione delle città costruite in migliaia di anni.

Il regista tenta di svelare il mostro che vive in ciascuno di noi, dividendo con la noncuranza del caso tra vittime e carnefici. In una suggestiva scenografia un grande tavolo rotondo e girevole rappresenta la città. Un grande tavolo sopra il quale sono posizionati alcuni oggetti simbolici che hanno la funzione di ridurre le dimensioni di una tragedia per poterla vedere con occhi diversi; modellini per ricostruire una città millenaria che viene poi distrutta dalla furia violenta di un trattore telecomandato, la torre di Jaber, numerosi soldatini, armi, la sfera di un mappamondo luminoso e un frullatore che evoca un mulino a vento sull’Eufrate e l’orrore delle vittime triturate.

I due personaggi dello spettacolo sono cugini e muovono tali oggetti mentre raccontano una loro versione personale della realtà dei fatti accaduti con un parallelismo storico tra le due tragedie. Una voce femminile invece rappresenta i pensieri del personaggio muto perché il cugino gli ha tagliato la lingua.

La Fattoria degli Umani
Scritto e diretto da Ali Shams
Traduzione: Parisa Nazari
Con:
Aleandro Fusco
Parisa Nazari
Piero Cardano
Assistente alla regia: Magali Steindler
Costumi: Mandana Ansari
27 e 28 Marzo alle 21:00
Domenica 29 alle 20
Teatro Salauno
Roma , P.zza di Porta s,giovanni. dietro la scala santa 10
Per info e Pronotazione : 3490557853

[mappress mapid=”12″]

36° Corso di lingua persiana

L’Istituto Culturale dell’Iran a Roma, nel quadro delle sue attività culturali e didattiche, promuove il 36° Corso di lingua Persiana. Il corso ha la finalità di introdurre ad una delle principali lingue dell’Asia Centrale e Occidentali, la cui grande rilevanza è legata alla sua straordinaria tradizione storico-culturale e al suo status di lingua ufficiale, nelle sue diverse varietà, in paesi strategicamente importanti sullo scenario internazionale come l’Iran, Afghanistan, Pakistan, India e Tajikistan.

Il corso, tenuto da insegnante universitario, si svolgerà da sabato 11 aprile 2015 presso la sede dell’Istituto in via Maria Pezzè Pascolato, 9 Roma e si articola in 17 ore di lezioni per ogni livello per un totale di 51 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 10 settimane con la seguente
cadenza:
sabato: ore 08.30- 10.15 e 12.00

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, ed una orale. L’ammissione agli asami è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totali. A tutti coloro che avranno superato le prove finali verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Le iscrizioni sono aperte e limitate a N° 10 partecipanti per ogni singolo livello

Il termine ultimo per l’iscrizione è fissato per il 10 aprile 2015

Iscrizione:
istitutoculturaleiran@gmail.com
06 3052207 – 8

N.B.
Il giorno 11 aprile (prima lezione) è didicato interamente al valutare il livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 09.00.

Iran, arte e cultura

In occasione del 36° anniversario della vittoria della Rivoluzione Islamica l’ Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran organizza in collaborazione con l’Organizzazione della Cultura e delle Relazioni Islamiche, il Museo d’Arte Contemporanea di Teheran, il Museo d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” e la “Casa del Cinema” di Roma il “mese della cultura iranica” con la presentazione di una grande mostra di arte contemporanea dedicata alla produzione ceramica, alle calligrafie e alle miniature e completata da una serie di fotografie che illustrano il passato ed il presente dell’Altopiano iranico .

La mostra si articola attraverso quattro sezioni:

La ceramica: l’arte della ceramica affonda le sue origini in epoche remote, raccontando i progressi della civiltà e le relazioni socio-economiche che ne derivano. In questa sezione saranno esposti manufatti antichi, di proprietà del MNAO che dialogheranno con la più alta espressione artistica contemporanea, ispirata da un lato dalle produzioni delle ceramiche grigie dell’Altopiano e dall’altra dalle grandi fabbriche di Nishapur nel Khorasan e di Samarcanda in Transoxiana, di Rayy e di Kashan solo per citarne alcune.

La miniatura: Le opere d’arte scoperte nella regione del Lorestan risalgono a diecimila anni fa, arte conosciuta e praticata anche nell’impero partico e sasanide, . Dopo l’avvento dell’Islam, in particolare a partire dal XIII secolo l’arte della miniatura, influenzata alle origini dalla tradizione bizantina, divenne un vero e proprio genere artistico, raggiungendo la sua più alta espressione tra il XV e il XVI secolo, raffigurando non solo scene di corte, di caccia, ma anche motivi desunti da altre classi di oggetti come i tappeti e le calligrafie. Nel periodo classico gli artisti erano raggruppati in scuole di cui quella reale era la più prestigiosa; Tabriz e Shiraz furono importanti centri di produzione.

La calligrafia: l’arte della calligrafia, realizzata in caratteri Nasta’liq, è caratterizzata da una inclinazione delle lettere verso destra e da un uso equilibrato delle linee curve del Ta’liq e di quelle dritte del Naskh. E’ realizzata con un calamo di canna , la cui punta, tagliata in obliquo, ha una inclinazione appena visibile. L’inchiostro, nero o colorato, è realizzato con vari pigmenti, mescolati ad acqua depurata, versato su uno stoppaccio di seta, posto nel calamaio che permette di dosare la quantità di inchiostro. I testi che ispirano gli artisti sono tratti dal Libro Sacro o dalla grande poesia persiana.

La fotografia: a completamento dell’esposizione saranno esposte venti fotografie tratte dall’album “Ricordo del viaggio in Persia della missione italiana 1862” conservato presso la Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia. L’album dedicato da Marcello Cerruti a Sir Austen Henry Layard, che dopo i celebri trascorsi d’archeologo in Oriente ebbe, in Venezia, interessi nelle arti e nell’imprenditoria, furono eseguite da Luigi Montabone (1827 ca.- 1877) pioniere della fotografia in Italia. La produzione dei fotografi italiani in Persia tra il 1848 e il 1864, oltre a costituire la più precoce documentazione conosciuta sul mondo Qajar, offre un elemento, significativo delle relazioni tra il Regno di Sardegna prima e il Regno d’Italia poi, con la Persia. Un indubbio rilievo ebbe anche l’interesse dello Shah Nasr al-Din verso la fotografia. Questa produzione sollecitò i fotografi persiani dell’epoca che da un lato si indirizzarono verso soggetti legati alla modernità e alla documentazione sociale, dall’altro presero spunto da un gruppo di autori italiani coevi al Montabone, che nella Persia Qajar, ebbero un ruolo pionieristico nello sviluppo della fotografia e nella documentazione del territorio.

La missione italiana in Persia fu progettata sin dal 1860 da Camillo Benso di Cavour, ma solamente nell’aprile del 1862, con la partenza del folto gruppo di componenti, poté prendere l’avvio. Marcello Cerruti, genovese, già ministro in Costantinopoli, guidava l’ambasciata straordinaria, ricca di ben 19 membri (tutti destinati ad occupare posizioni di rilievo nel panorama scientifico italiano).

MOSTRA
IRAN Arte e Cultura
La civiltà dell’Iran attraverso ceramiche, calligrafie, miniature e immagini del passato e del presente
15 marzo -19 aprile 2015

 


Luigi Montabone ed il suo album

“Ricordi del viaggio in Persia della missione italiana del 1862″

 

Luigi Montabone fu un pioniere della fotografia in Italia, attivo dal 1856 fino alla sua morte. La sua carriera è culminata con l’apertura di diversi studi fotografici a RomaFirenzeTorino e Milano oltre ad essere uno dei fotografi italiani che operarono in Persia negli anni 1848-1864, sotto il regno di Nâseroddin Shah, della dinastia Q

ajar (1831-1896). L’identificazione e il recupero della loro opera, ancora oggi poco conosciuta, ha consentito di aggiungere alla conoscenza della storia della rappresentazione fotografica un episodio singolare e di particolare significato, sia per la cultura fotografica italiana, sia per quella iraniana, mettendo in luce l’originale contributo fotografico italiano fuori dei confini nazionali, in particolare per quel capitolo della storia della fotografia dell’Ottocento che riguarda il viaggio in Oriente e la costruzione della sua immagine nella cultura letteraria e visiva occidentale.

Il periodo considerato, eccezionalmente vivo per lo sviluppo degli interessi fotografici, fu particolarmente ricco di avvenimenti che investirono la Persia, sia per quanto riguarda le iniziative diplomatiche italiane ed europee, sia in relazione alle vicende interne e all’interesse verso l’Occidente manifestato dallo shah Nâseroddin. Risalgono a quest’epoca, ad esempio, la formazione dell’Università di Tehran, l’attività fotografica dello stesso Shah e, sul versante occidentale, importanti missioni diplomatiche e scientifiche, come quella del ministro plenipotenziario francese Prosper Bourée (1855-1856), alla quale partecipò come illustratore Alberto Pasini (1826-1899), e quella italiana del 1862 guidata dal ministro Marcello Cerruti, che vide in campo il fotografo Luigi Montabone (1827 ca.-1877), assistito da Alberto Pietrobon, e l’illustratore Stanislao Grimaldi del Poggetto (1825-1903), coadiuvato da Giuseppe Centurione (1824-1897), impegnati al servizio dei diplomatici e del folto gruppo di scienziati tra cui Filippo De Filippi, Giacomo Doria e Michele Lessona.

La fortuna della campagna di riprese realizzata da Luigi Montabone durante la missione del 1862, riscontrabile nella diffusione internazionale degli album fotografici che ne celebrarono l’evento, testimonia l’interesse verso la singolarità dell’impresa visiva e il particolare rilievo che veniva attribuito alla più moderna e realistica documentazione fotografica. Nella serie di Montabone, che comprende vedute ed edifici di Yerevan, Qazvin, Soltaniyeh, Tabriz, Tbilisi, Tajrish, Tehran, Zanjan, si riassumono e si condensano sapientemente tutti gli intenti documentativi, scientifici, narrativi e celebrativi della missione stessa. Le fotografie così ottenute occupano una posizione particolare rispetto alla ricca produzione di indirizzo orientalista che nel decennio successivo inizierà a circolare con abbondanza in Occidente. Fortemente orientate dagli interessi del gruppo di giovani naturalisti che presero parte alla missione, le immagini fotografiche di Luigi Montabone, nel panorama della fotografia persiana dell’epoca, rappresentano un episodio anticipatore, che sollecitò l’interesse verso soggetti legati alla modernità e alla documentazione sociale.

L’esemplare “Ricordi del viaggio in Persia della missione italiana del 1862”, conservato alla Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia, dal quale sono tratte le diciassette fotografie in mostra fu acquisito nel 1918 e si compone da sessanta fotografie, con ritratti di personaggi della Corte, di una ventina di personaggi georgiani, paesaggi dell’Armenia e del Caucaso e vedute persiane..

Questa copia presumibilmente proviene dalla dispersione di parte dei beni dell’abitazione veneziana di Sir Austen Henry Layard (1817–1894), eminente archeologo inglese al quale si deve la scoperta delle città assire di Nimrud (1845) e di Niniveh (1849). Infatti  nel frontespizio si legge una dedica manoscritta di Marcello Cerruti “Al miglior amico d’Italia | al Sig Layard | il suo devotissimo | M Cerruti | li 29 ottobre 1865 (Firenze)”.

L’esemplare Marciano è particolarmente rappresentativo, vuoi per essere stato il primo album indagato, vuoi perché le sue caratteristiche ricorrono in gran parte degli esemplari esaminati, tanto da farne il modello di riferimento. Eccetto l’esemplare allestito per Vittorio Emanuele II, (Torino, Biblioteca Reale) le copie degli album finora noti sono composti con identica quantità di fotografie.

Le immagini, rispettano la progressione dell’itinerario percorso dalla Missione per giungere a Tehran, mentre sono frequenti le varianti di montaggio delle fotografie nella sequenza relativa alle singole località illustrate.

Il criterio di ordinamento degli album privilegia in apertura della sequenza le raffigurazioni delle autorità, a cui vengono fatte seguire le residenze ufficiali e le vedute delle singole località documentate.
Gli esemplari che più concordano con l’album marciano, sono le copie conservate nell’Archivio della Casa Reale dell’Aia e alla Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro.


Il Museo di arte Contemporanea di Teheran

Il Museo, sito al centro della città, è circondato da un’area verde denominata Il Parco delle Statue per la presenza di sculture di importanti maestri dell’Iran e del mondo.

Opera sotto la direzione generale degli affari artistici del Ministero della Cultura e della Guida Islamica della Repubblica Islamica dell’Iran.

L’edificio è stato progettato dall’architetto Kamran Diba ed è uno fra i più importanti palazzi della capitale iraniana per la sua architettura persiana moderna ispirata all’architettura tradizionale iraniana, in particolare lla torre del vento di Yazd.

Il vestibolo (la sala d’ingresso di rappresentanza), i punti d’incrocio e il passaggio utilizzati nell’architettura di questo edificio sono studiati proprio per invitare i visitatori ad immergersi nell’approfondimento della storia gloriosa dell’arte e della cultura dell’Iran.

Il Museo d’arte contemporanea viene considerato il centro dell’attività artistiche più importanti dell’Iran nell’ambito delle arti visive. Nei suoi due mila metri quadrati di spazi riservati alle esposizioni,

divisi in nove sale, vengono costantemente presentate le diverse esposizioni artistiche creando l’occasione, per gli appassionati dell’arte, di ammirare le bellezze dei capolavori artistici.

Il Museo d’arte Contemporanea di Teheran ha iniziato ufficialmente le sue attività culturali nel

1978 e cerca con tutte le forze di promuovere l’arte della Rivoluzione Islamica. Gli obiettivi si

concentrano in maggior misura nella presentazione dell’arte contemporanea per promuovere le capacità

iraniane dal punto di vista di qualità e quantità, sostenendo gli artisti in modo che possano promuovere

l’arte iraniana nel mondo pur conservando la propria identità estrinsecata nelle loro opere e scoprire al contempo nuovi talenti e nuove idee.

Il museo possiede un patrimonio ricco di capolavori artistici tra i più prestigiosi al mondo. Le statue, posizionate all’interno del Parco, di grandi artisti scultori come Alberto Giacometti, Henry Moore, Parviz Tanavoli, hanno donato a questo luogo, non solo una bellezza sorprendente ma anche un alto valore artistico. Alcune opere dei noti scultori mondiali posizionate nel Parco delle Statue sono: Cavallo e Cavaliere di Marino Marini; Le Therapeute di Renè Magritte.; L’uomo esteso di Henry Moore; La grande Donna e L’uomo che cammina, due capolavori di Alberto Giacometti; Torsione nello spazio di Max Bill; Omaggio a Pablo Neruda di Eduardo Chillida

Il visitatore non appena entra nel museo dopo aver fatto un percorso rotatorio visitando le sale arriva al vestibolo che ospita il capolavoro dell’artista Giapponese Haraguchi Noriyuki intitolato La Materia e il Pensiero.

Oltre le nove sale espositive il museo possiede anche una biblioteca specializzata, con la sezione

audiovisiva e cineteca.

Tra le opere che fanno parte del patrimonio del Museo di Arte Contemporanea di Teheran possiamo elencare quelle di artisti come Pierre- Auguste Renoir, Lautrec, Paul Gauguin, Pablo Picasso,

Max Ernest, Magritte, Jackson Pollock, Franz Jozef Kline, Francis Bacon ed altri artisti di fama internazionale.

Cultura iraniana a Roma

Doppio appuntamento con la cultura iraniana a Roma a partire da venerdì 13 marzo 2015. Una mostra al museo di Arte orientale di via Merulana e una rassegna di cinema presso la Casa del Cinema a Largo Marcello Mastroianni. Ecco i dettagli.

LEGAMI DI CELLULOIDE
Poetica e sentimenti del nuovo cinema iraniano

Sette film per illustrare la poetica dei sentimenti nell’Iran contemporaneo. Il cinema come forma d’arte privilegiata per esprimere il cambiamento senza tradire i valori più profondi della società iraniana.

Consulta il programma completo: Programma rassegna cinema

13/14/15 marzo 2015
Casa del Cinema
Roma, Largo Marcello Mastroianni 1

Info: 06 30 52 207 / 8
istitutoculturaleiran@gmail.com

Programma rassegna cinema

Invito inaugurazione rassegna

 

 

INVITO CINEMA iran 2015

 

 

IRAN, ARTE E CULTURA
La civiltà iraniana attraverso ceramiche, calligrafie, miniature e immagini del presente e del passato

Inaugurazione sabato 14 marzo, ore 11.00

Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, Via Merulana 248, Roma

Iran, arte e cultura

Un aperitivo di Iran

Un incontro per presentare itinerario, condizioni e dettagli del viaggio che sto organizzando per il prossimo giugno.
Sarà l’occasione per fare domande o anche aderire al viaggio.

IL VIAGGIO

Otto giorni (dal 18 al 25 giugno 2015) alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

Vedi i dettagli: PROGRAMMA 8 GIORNI DI IRAN

 

APPUNTAMENTO

dalle ore 18.00 alle ore 19.30
presso Taberna Persiana
via Ostiense 36 H
Roma

ENTRATA LIBERA
Per chi vuole APERITIVO A BUFFET COMPLETO 7€

 

[mappress mapid=”11″]

L’Iran degli ayatollah nell’era digitale

Iran digital landscape

Domenica 7 giugno, alle ore 17,30 presso Taberna Persiana  (Via Ostiense 36 H) a Roma, viene presentata la ricerca L’Iran degli ayatollah nell’era digitale. Censura e nuovi media in Iran. Presentato da Arab Media Report, in collaborazione con Small Media. Sarà presente l’autore Antonello Sacchetti – giornalista e autore di Diruz – insieme ad Azzurra Meringolo – coordinatrice scientifica di Arab Media Report – e Antonella Vicini – giornalista esperta di Iran e autrice di Sguardi Persiani

In “L’Iran degli ayatollah nell’era digitale” sono riassunte indagini sulla televisione satellitare, l’editoria, la stampa e internet in Iran, con inediti approfondimenti sul mondo dei social network e delle start-up. Seguendo lo sviluppo dei media in questi ambiti, in ognuno di essi si approfondisce la nascita e l’espansione della censura governativa, i mezzi cui ricorre la società per aggirarla e gli aspetti paradossali e contraddittori che emergono da questa interazione. Tanto da domandarci fino a che
punto possiamo pensare l’Iran come una società chiusa, in cui i cittadini sono costantemente controllati e messi sotto pressione, e fin dove, invece, può estendersi il controllo del governo nell’era di internet e dei media globalizzati.

Ingresso libero con aperitivo persiano fino ad esaurimento posti.

Si prega di confermare la propria presenza a arabmediareport.redazione@gmail.com

L’Iran degli ayatollah nell’era digitale (PDF)

L’Iran degli ayatollah nell’era digitale. Censura e nuovi media in Iran

Domenica 7 giugno ore 17,30

Taberna Persiana

Via Ostiense 36 H, Roma

 

[mappress mapid=”15″]

L’Iran e la satira

Una Metamorfosi iraniana

La strage della redazione di Charlie Ebdo ha riaperto il dibattito sul rapporto tra satira e potere, soprattutto nei Paesi islamici. In un altro post abbiamo anche parlato di quali siano state le reazioni in Iran. .

Per farsi un’idea del rapporto tra satira e potere nella Repubblica Islamica, vorremmo qui proporre tre libri, diversi tra loro per stile e data di pubblicazioni e tutti e tre ugualmente interessanti per ragioni diverse.

Il primo si intitola Iran. Gnomi e giganti, paradossi e malintesi, testi di Ebrahim Nabavi  e disegni di Reza Abedini, pubblicato in Italia da Spirali nel 2009.

E’ un libro bello da leggere e anche solo da sfogliare. Alcune pagine sono graffianti. Ad esempio:

La fuga dei cervelli

“Ha riso: l’hanno accusato di prendere in giro il regime e l’hanno picchiato.

Era silenzioso: l’hanno accusato di ordire un complotto contro il governo.

Ha condotto una vita allegra: l’hanno arrestato per immoralità.

Ha inseguito la ricchezza: l’hanno accusato di corruzione.

Ha inseguito il potere: l’hanno accusato di opposizione al governo.

Ha pianto: l’hanno arrestato con l’accusa di disfattismo.

Ha scritto: l’hanno arrestato con l’accusa di diffondere menzogne e d’insultare i leader.

Non ha scritto: gli amici l’hanno accusato di complicità con il potere.

Ha camminato: l’hanno picchiato con l’accusa di vagabondaggio.

Si è seduto: l’hanno accusato di ostruire il passaggio.

Alla fine un bel giorno, ha usato il cervello: è fuggito.

La morale: uno dei motivi della fuga dei cervelli è l’uso del cervello”.

Ebrahim Nabavi

Secondo consiglio di lettura: Una metamorfosi iraniana, di Mana Neyastani, pubblicato in Italia nel 2012 da Coconino Press – Fandango. E’ un graphic novel dai toni kafkiani, tratto da una storia vera. Mana disegna vignette per il supplemento settimanale per ragazzi del giornale Iran. Il suo lavoro non ha a che fare con la politica, almeno così crede. Un giorno però pubblica una storia in cui uno scarafaggio parla azero. Non c’è l’intenzione di offendere nessuno, ma nel giro di pochi giorni scoppia la protesta degli azeri nel nord del Paese. Le scuse del giornale non bastano e Mana diventa il facile capro espiatorio. Arriva l’arresto, il carcere e poi la scelta dell’esilio. Un libri duro, che fa capire come la macchina della censura possa colpire tutti.

Terzo e ultimo consiglio di lettura: Nel paese dei mullah, di Hamid-Reza Vassaf. Anche questo è un graphic novel. La storia è in questo caso inventata: un soldato dell’esercito iraniano naufraga su un’isola deserta del Golfo Persico. Lo soccorre uno uno scrittore che ha scelto di vivere lì, lontano dal trambusto di Teheran. L’incontro tra il militare e l’intellettuale diventa l’occasione per ripercorre, ognuno dal suo punto di vista, la storia dell’Iran dalla rivoluzione ai giorni nostri.

Buona lettura.

Musica tradizionale persiana a Milano

manifesto iran-page-001

Concerto di musica tradizionale persiana in occasione dell’anniversario della nascita del Profeta dell’Islam

Gruppo Sepid o Siah Bianco e Nero

Info: 06 30 52 207 / 8 – Si prega di comunicare la vostra presenza inviando una e-mail all’istituto:
istitutoculturaleiran@gmail.com
Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran – Roma

United History Iran 1960-2014

Più di 20 artisti e 200 opere, che raccontano il Paese attraverso la sua arte dal 1960 ad oggi, passando per la Rivoluzione del 1979 e la guerra tra Iran e Iraq degli anni Ottanta.

Tra realtà e ideale, politica e poetica, attualità e ricordo: uno sguardo rivolto in particolare su alcune figure di spicco provenienti dalle avanguardie più recenti nel campo delle arti visive e del cinema, compresa l’ultima generazione di artisti.

La mostra è ideata e organizzata dal Musée d’Art moderne de la Ville de Paris in coproduzione con il MAXXI.

La mostra e gli eventi collaterali sono stati resi possibili grazie al supporto di Hormoz Vasfi.

MAXXI Museo nazionale delle arti del XXI secolo ∙ Via Guido Reni 4A – 00196 Roma

01.mazdak ayari_web-ced0964758

United History Iran 1960-2014

11 dicembre 2014 – 29 marzo 2015

a cura di Catherine David, Odile Burluraux, Morad Montazami, Narmine Sadeg e Vali Mahlouji

http://www.fondazionemaxxi.it/2014/08/05/unedited-history-iran-1960-2014/

 SCARICA LA MINI GUIDA

[mappress mapid=”10″]

Melbourne

Locandina Melbourne

Il 27 novembre esce nelle sale italiane Melbourne, film dell’iraniano Nima Javidi. Distribuito da Microcinema, il film è stato  presentato allo scorso Festival di Venezia come Film di apertura della 29. Settimana Internazionale della Critica.

La storia

Amir (Payman Maadi, il protagonista del film Premio Oscar Una separazione) e Sara (Negar Javaherian) stanno per trasferirsi a Melbourne per continuare gli studi. Nelle poche ore che li separano dal volo, i due stanno sistemando le ultime cose nel loro appartamento. Con loro, in casa c’è la figlia neonata dei vicini: la tata è dovuta uscire e l’ha affidata alla coppia. Mentre i preparativi per la partenza continuano, e dopo aver chiamato il padre della piccola perché venga a prenderla, Amir e Sara dovranno fare i conti con un evento tragico che rischia di sconvolgere la loro vita.​​

 

Note di regia

Una delle domande che continuavo a pormi dopo la prima proiezione di prova del film è se questa coppia sarebbe riuscita a vivere insieme dopo tutto quello che era successo. Non era importante ai fini della narrazione, ma lo era per me, considerando che avevo vissuto assieme a loro fin dall’inizio della sceneggiatura.

Quel giorno, dopo che le luci del cinema si erano accese, mentre tutti gli altri parlavano del montaggio, del sonoro e dell’assenza di musica in quella copia di lavorazione, io continuavo ossessivamente a riflettere sul destino dei personaggi del film.

Da quel giorno, questo pensiero non mi ha più abbandonato. Ho riflettuto sul futuro e ho immaginato Amir e Sara in varie situazioni, ma non riuscivo a credere che vivessero ancora sotto lo stesso tetto. Mi dispiaceva molto, ma tutto sembrava finito, perché conoscevano meglio alcuni loro aspetti caratteriali che avrebbero messo in crisi il rapporto.

Credo che la caratteristica più affascinante e, allo stesso tempo, terribile degli esseri umani sia l‘imprevedibilità. Qualcosa che è legato a una componente della natura umana che appare nelle situazioni complesse e che risulta anche sorprendente.

Questa è la stessa esperienza che ha vissuto la coppia, apparentemente innocente, di Melbourne, un’esperienza amara, anche se profonda.

Ma credo che la situazione non sia del tutto negativa. In qualsiasi posto del mondo si trovino ora, sotto lo stesso tetto o meno, queste due persone conoscono meglio la propria vera natura. E questo è un passo in avanti.

Nima Javidi

Nato nel 1980, Nima Javidi si è laureato in ingegneria meccanica e ha iniziato a girare dei cortometraggi nel 1999. Ha già diretto sei corti, due documentari e più di trenta pubblicità per la televisione. Melbourne è il suo primo lungometraggio.

Galleria di immagini

Iran, di nuovo

Turisti a Persepoli

Da dove cominciare questa volta? Come provare a raccontare questo ennesimo viaggio in Iran? Come provare a mettere un minimo di ordine nel groviglio di emozioni, ricordi e pensieri? Sembra impossibile ma è così: ogni volta credo di essere ormai “vaccinato”, abituato all’Iran, nel bene e nel male. E invece no. L’inquietudine che mi assale alla vigilia di ogni partenza, mi viene restituita come incantamento prolungato al ritorno. Ritorno? Perché, sono davvero mai tornato dall’Iran?

Dopo quasi dieci anni di viaggi più o meno lunghi, stavolta ho mia moglie al mio fianco. Una volta tornati a Roma, ci ritroviamo smarriti entrambi. Condividiamo uno stordimento, una ubriacatura che non svanisce col passare dei giorni, ma anzi si cristallizza in un determinatissimo desiderio di tornare presto in Iran.

La grande bellezza. #Isfahan ##MustSeeIran moschea sheikh loftollah

Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) on

 

  #tehran #instehran Hafez street #MustSeeIran @AliAraghchi   Una foto pubblicata da Antonello Sacchetti (@anto_sacchetti) on

Qui, adesso

Anche questa volta, come la precedente, accompagno un gruppo di turisti italiani. Sono passati appena cinque mesi dall’ultimo viaggio, eppure in Iran sono già cambiate delle cose significative. Nulla di eclatante, ma tanti segnali che denotano un movimento in atto, un processo di trasformazione forse più avanzato di quanto non emerga da analisi e resoconti. La telefonia mobile, ad esempio, ha fatto un salto in avanti. Gli amici iraniani usano tutti Viber, la app di messaggistica che si rivelerà utilissima anche per chiamare gratis in Italia. Fino a qualche mese fa non la usava quasi nessuno, ma con il lancio del 3G e del 4G ormai gli smartphone stanno soppiantando i cellulari tradizionali. La qualità del wi fi negli hotel non è velocissima ma senza dubbio accettabile, di certo non peggiore di tanti posti in Italia. Whatsapp non è bloccato come qualche mese fa e nemmeno Instagram. Aggirare i filtri per utilizzare Facebook e Twitter si rivela meno complicato del previsto.

Una trentina di italiani su e giù per l’Iran. Prima una puntata nel nord ovest – Soltaniyeh, Zanjan, Takht-e Soleyman, Bisetun, Kermanshah, Hamedan – poi dritti al cuore dell’altopiano iranico: Kashan, Yazd, Shiraz, Isfahan – passando per le meravigliose moschee di Ardestan e Na’in e la magia di Meybod.

Quanto rimarrà ai viaggiatori italiani di tutta questa bellezza? Le lunghe ore di viaggio regalano scorci improvvisi di caravanserragli confusi tra il nulla dell’orizzonte e costruzioni nuove e orribili. Ma quanto, di tutto questo, viene colto davvero? Quanto invece è macinato nel meccanismo consumistico del turista che visita posti di cui poi ricorda a malapena il nome?

Per riassumere l’impatto con la grandezza, la vastità e la grandiosa e spesso faticosa complessità del Paese, basta forse un’immagine di dettaglio, una di quelle che non compaiono mai negli album di viaggio. Mentre ci arrampichiamo sulle montagne dell’Azerbaijan occidentale verso i 2.300 metri di Takht-e Soleyman – santuario zoroastriano di epoca sasanide – non possiamo fare a meno di notare le file di colonnine arancioni tra il verde dei prati che già tende ai colori autunnali. Sono le tracce per la fibra ottica, in espansione in tutto l’Iran. Le ritroveremo ovunque, per tutto il viaggio, anche nel deserto alle porte di Yazd. Il progresso tecnologico avanza in un apparente nulla civile, tra casupole sperdute e pastori che sembrano usciti da un’illustrazione del XVIII secolo.

Questione di finestre

Me lo fa notare mia moglie: ci sono tante finestre bellissime su case orrende. Anche negli edifici in costruzione, le finestre spiccano per la cura e le dimensioni, quasi sempre sproporzionate rispetto alle facciate. Che sia anche questa l’espressione di un modo di intendere il mondo? Pubblico e privato sono ben distinti, ma ogni punto di contatto tra queste due dimensioni –  la finestra, per le case – ha un valore quasi sacrale. Così come sono sacri tutti i momenti di incontro e di contatto tra le persone. Il tè, i saluti e il taroof, il galateo da spiegare ogni volta al turista più o meno distratto.

[mappress mapid=”7″]

Uno spettro si aggira per l’Iran: i turisti italiani

Dopo aver osannato per anni le bellezze dell’Iran e incoraggiato chiunque capitasse a tiro a visitarlo, adesso sono colto da un dubbio: siamo sicuri che questo boom turistico sia salutare per l’Iran? Certo, il fatto che le presenze straniere siano triplicate in un anno, ha garantito un flusso di valuta estera significativo e dato ossigeno a un’industria turistica che languiva da tempo. Ma fa uno strano effetto vedere così tanti visitatori a Persepoli o per le strade di Esfahan. Di colpo, le strutture ricettive non bastano più. Gli hotel sono quasi tutti pieni e ne sono spuntati di nuovi e modernissimi nel giro di pochi mesi. Così a Yazd, a due passi dalle Torri del Silenzio, sorge ora un albergo nuovo di zecca, mentre a Kashan la casa tradizionale Ahmeri lascia un po’ delusi. Troppo “nuova”, troppo su misura per i turisti.

Resisterà l’Iran anche al fatto di essere divenuta “di moda”? Provo a immaginare Yazd con un paio di fast food e i bus scoperti per i turisti. E non è una bella visione.

Ma forse si tratta di una paura infondata. L’Iran non sarà mai completamente globalizzato, non abdicherà mai completamente, non svenderà la propria identità. Non lo ha fatto con l’invasione araba del VII secolo e nemmeno con la globalizzazione iniziata a fine Novecento. Negli stessi giorni del nostro viaggio, a Londra si svolge un convegno dal titolo emblematico. “Investire in Iran dopo la fine delle sanzioni”. È davvero già tutto deciso?

A proposito di pena di morte

Alla fin fine, le domande al ritorno a Roma sono più o meno le stesse di sempre. “Ma non era pericoloso?”. “Ma eri lì quando hanno impiccato Rayhanneh Jabbari?” o “quando hanno sfregiato con l’acido le donne ‘mal velate’?”.

Difficile capitare in Iran in un momento in cui non ci siano esecuzioni capitali, visto che – purtroppo – è uno dei Paesi in cui il ricorso alla pena di morte è più frequente. Più difficile ancora provare a restituire le impressioni raccolte sul campo senza rischiare di essere accusati di cinismo. Se infatti delle donne sfigurate i media iraniani hanno parlato a lungo – con lo stesso presidente Rouhani che ha condannato l’accaduto in tv – il caso Jabbari ha invece ricevuto molta meno attenzione. E non è una semplice questione di censura: in Iran l’opinione pubblica è molto meno sensibile a casi come questo (o come quello famoso di Sakineh Mohammadi Ashtiani). Per la maggior parte delle persone, sono casi di cronaca nera, punto e basta. E chi non si straccia le vesti per queste condanne, non è necessariamente un fan accanito della sharia. I sostenitori della pena di morte, d’altra parte, sono tanti. In Iran come negli Stati Uniti, ad esempio.

Verso Hamadan

A una pompa di benzina sulla strada verso Hamadan, mi fermo a chiacchierare con due curdi sulla cinquantina. Sono stupiti nel vedere le turiste italiane che fumano in strada. Dalle loro parti, non è buona educazione. Hanno voglia di chiacchierare e sono felicemente sorpresi di aver trovato un italiano che parla persiano.

“Che andate a fare a Esfahan – mi dicono – lì c’è solo il Si-o se Pol da vedere. Fate un bel giro nel Kurdistan, è molto più bello!”.

È vero, è una terra fredda e dura, ma piena di fascino. Sulla strada per Kermanshah i cartelli stradali indicano Kerbala a poco più di 600km. È la strada che dall’altopiano iranico porta alla Mesopotamia e dunque all’Iraq.  Il confine – a soli 80 km – evoca il martirio del terzo Imam sciita Hossein ma soprattutto quello dei tanti giovani caduti nella guerra contro Saddam Hussein (1980-88).

Nel cuore della Persia

Quando scendiamo verso Kashan, l’atmosfera e il clima cambiano parecchio. Kashan è una città molto più compiuta, logica, coerente di altre iraniane. Il deserto all’esterno fa da collante a una città giardino che troppo spesso viene ignorata dai tour turistici. Qui ci sono soprattutto piccoli gruppi di tedeschi e inglesi, più interessati a vedere e vivere che a consumare.

Poi ci sono i giorni della meraviglia, a Yazd, Persepoli, Shiraz, Esfahan. Non mi abituerò mai alla bellezza di questa terra. E non mi abituerò mai alla mancanza di stupore e di gioia in chi questi posti li vede per la prima volta.

A Esfahan ci accoglie un Zayandeh Rud a secco ormai da anni. Tornati in Italia, sarà una bella sorpresa leggere del ritorno dell’acqua il 5 novembre 2014. Quasi un auspicio per un futuro più consapevole, in cui i valori e la bellezza di questa terra non siano sacrificati sull’altare del progresso.

La metafora del pistacchio

Uno dei prodotti più caratteristici dell’Iran è il pistacchio, la cui pianta ha un ciclo di vita molto particolare: assolutamente non produttivo nei primi 50 anni di vita e fertile per i successivi 100 o 200.

 Diamo tempo all’Iran, verrebbe da dire.

Taberna persiana, lettura di poesie

Lingua persiana

Il team culturale di Taberna Persiana organizza un nuovo corso di lingua Farsi che sarà basato su tecniche di conversazione e dialogo, a cura di Zahra Tofigh (mediatrice culturale) che il giorno della presentazione spiegherà i dettagli e la procedura delle lezioni.

Il corso avrà una durata di 4 mesi e al termine della presentazione verranno concordate le date e gli orari degli incontri, venire incontro alla disponibilità di tutti.

Il costo concordato è di 30€ al mese.

La presentazione si aprirà con lettura di poesie persiane recitate in italiano da Antonello Sacchetti e in Farsi da Zahra Tofigh cui seguirà un aperitivo persiano con buffet completo.

2 novembre 2014 ore 17:30
via ostiense 36/H Roma

tel 0681109052
info 3271579641

www.tabernapersiana.com/

[mappress mapid=”6″]

Hamlet o la dispersione dell’essere

Chiedersi come si possa declinare oggi una riscrittura shakespeariana è un buon inizio. Implica una domanda rivolta non tanto alla coercizione della verosimiglianza, ma a un primo atto di coraggio che potrebbe ricordare in sé l’ammonimento di Peter Brook sul dovere di dimenticare Shakespeare. Vale a dire, non lasciarsi ingabbiare dalla doppia linea tesa tra autore e personaggio, ma reputare un testo la meta di una corrente stratificata e intrisa d’umanità.

Tuttavia, proprio l’equivoco dell’abbandono di una fonte può risultare letale quando non si tenga conto delle tre condizioni vitali che sempre Brook ravvisa in Shakespeare: osservazione, assimilazione e memoria. Tre nuclei portanti di un genio che non andrebbe replicato per clonazione pedissequa di scenari labili, nonché densi proprio per questo di apparati critici, ma sfidato su un terreno di conoscenza che potesse perpetuarne la realtà senza tempo.

Su queste premesse si innesta una riflessione seconda a partire dalla messinscena proposta dal collettivo di Teheran Quantum Theatre, per la prima volta in Italia con Hamlet al Piccolo Teatro Studio Melato. La scena si apre con un attore dal volto coperto da una maschera antigas che si rivelerà essere la cornice narrante del becchino cui la tragedia del bardo affidava massime e lazzi e cui la regia di Arash Dadgar e la drammaturgia di Shahram Ahmadzadeh assegnano un ruolo più che primario, oltre che di collettore fisico della vicenda dall’inizio alla fine. Un margine di personaggio essenziale a legare fili drammaturgici spesso troppo scoperti, dove alla danza sufi di un’Ofelia di pelle scura e in abito nuziale, si accompagnano la smodatezza di Gertrude dalla parrucca bionda o la posa da fantoccio di Laerte, colpito dal roteare estatico della sorella destinata al rifiuto dolente di Amleto.

Proprio quest’ultimo si inserisce con isterismi calcolati tra un discorso e l’altro del patrigno e occupante Claudio in versione gerarca: il capo rasato e inciso da una maschera militare disegnata sulla cute per rimarcare aggressività e tracotanza. Attorno si muovono spettri, amici infedeli e servi del potere con parrucche volutamente posticce, mentre musiche delle tradizioni miste orientali e occidentali – da Nyman al motivo di Kill Bill fischiato dal becchino in presenza di Polonio – accompagnano le arcate poco definite della nuova faccia d’Amleto. Un azzardo che, da un lato, abbraccia coerentemente l’intento di scuotere i rapporti tra spettatore e scena e, dall’altro, imbocca strade pericolose di dispersione in un accumulo di simboli, richiami al presente e maschere fisse che si aggirano minacciose attorno ad Amleto e alla sua sostanziale perdita di centralità.

Da un parapetto in acciaio si sporgono i morti che lì si raccolgono in schiera, al di sotto entrano ed escono da porte in legno caratteri in pose ridicole o dall’eloquio astruso. Se inoltre la tenuta maggiore si rispecchia forse nella verità tutta iraniana che attribuisce a Polonio il ruolo di censore accanito della parola e della letteratura – non a caso verrà soffocato a morte dal principe danese con un quotidiano – non basta però a rintracciare altrettanto giustificate eversioni nel rapporto tra Amleto e Ofelia, come tra Amleto e Gertrude con gli intermezzi onirici dei dialoghi spettrali.

I canti di un’Ofelia da romanzo coloniale e gli umori schizofrenici di Amleto con occhiali tondi, balzi incontrollabili e risata sardonica, investono poi la scelta indubbiamente audace di diluire il monologo celebre del dubbio tra più identità: dall’etica dell’essere padre di Polonio all’abbandono di Gertrude come non essere sperimentato accanto a un marito che l’ha abbandonata prima e dopo la morte. Così le smanie di vendetta d’Amleto si moltiplicano in uno spirito insolente e indomito più somigliante al Kostja del Gabbiano cechoviano che non a un architetto della contraddittorietà umana.

Se allora i blocchi di partenza di Quantum Theatre, ispirati già nel nome alle combinazioni delle particelle fisiche, si connotano d’interesse e qualche visione registica non scontata – si pensi al rapporto tra potere e censura e alla tematica centrale della dissidenza di Amleto accomunati dall’uccisione della parola con giornali fatti a pezzi o seppelliti – è però nell’esito ultimo che la sovrapposizione e la carica di segni non del tutto decodificabili prevalgono confusamente sull’urgenza del racconto. Si frammentano cioè all’eccesso le dimensioni cosiddette «prismatiche» di Shakespeare per un accavallarsi complessivo di rimandi, giochi psicologici e riflessioni sulla sete di regno senza effettivo intreccio e crescita, senza il lascito necessario della teatralità più sinceramente tragica.

Dimenticare Shakespeare alla maniera di Brook non significa infatti annebbiare o seminare tracce vaghe di un sentore d’archetipo, ma più vividamente cogliere nella contemporaneità e poetica della sua eredità quei fili ancora nascosti, per esaltarne proprio l’universalità e la discussione perenne sull’essere.

Piccolo Teatro Studio Melato – Milano
dal 30 settembre al 4 ottobre 2014
Hamlet
libero adattamento di Shahram Ahmadzadeh dall’immortale “Amleto” di William Shakespeare
regia e scene Arash Dadgar
manager e produttore internazionale Camelia Ghazali
con (in ordine di apparizione) Mehran Emambakhsh, Hesam Manzour, Behrouz Kazemi, Ammar Ashoori, Mohammadreza Aliakbari, Amin Tabatabai, Shabnam Farshadjoo, Khosrow Shahraz, Sanaz Najafi, Amir Rajabi, Mehrab Rostami
costumi Elham Sha’bani
trucco Sara Eskandari
compositore Ashkan Faramarzi
musiche selezionate e pubblicate da Delara Moghadasian
produzione Quantum Theatre Group Teheran

Spettacolo in lingua farsi con sovratitoli in italiano

35° corso di lingua persiana

Corso lingua persiana

L’Istituto Culturale dell’Iran a Roma, nel quadro delle sue attività culturali e didattiche, promuove il 35° CORSO di LINGUA Persiana

Il corso ha la finalità di introdurre ad una delle principali lingue dell’Asia Centrale e Occidentali la cui grande rilevanza è legata alla sua straordinaria tradizione storico-culturale e al suo status di lingua ufficiale, nelle sue diverse varietà, in paesi strategicamente importanti sullo scenario internazionale come l’Iran, Afghanista, Pakistan, india e il Tajikistan

Il corso, tenuto da insegnante universitario, si svolgerà da sabato 11 ottobre 2014 presso la sede dell’Istituto in via Maria Pezzè Pascolato, 9 Roma e si articola in 18 ore di lezioni per ogni livello per un totale di 54 ore divise in tre livelli e avrà la durata di 12 settimane con la seguente cadenza:

sabato: ore 09.00- 10.30 e 12.00

La giornata dell’ultima lezione sarà interamente dedicata alla valutazione dei corsisti, con una prova scritta, ed una orale. L’ammissione agli esami è subordinata ad una presenza continuativa alle lezioni non inferiore all’80% del monte ore totali. A tutti coloro che avranno superato le prove finali verrà rilasciato un attestato di partecipazione.

Le iscrizioni sono aperte e limitate a N° 10 partecipanti per ogni singolo livello

Il termine ultimo per l’iscrizione è fissato per 10.10.2014

Iscrizione:

istitutoculturaleiran@gmail.com

06 3052207 – 8

N.B.

Il giorno 11 ottobre (prima lezione) è dedicato interamente al valutare il livello della conoscenza dei corsisti e le divisioni per l’orario, perciò si chiede la presenza di tutti gli interessati alle ore 09.30. 

La sostenibile pesantezza dell’essere

Probabilmente mi sono persa

«Io non conosco me stessa, tu non conosci me stessa, lei non conosce me stessa, noi non conosciamo me stessa, voi non conoscete me stessa».

La cantilena che la protagonista si ripete «come una beatitudine», sembra racchiudere l’anima dell’ultimo libro edito da Ponte33, Probabilmente mi sono persa, dell’iraniana Sara Salar (classe 1966), tradotto in italiano da Jasmine Nassir. In patria il romanzo ha venduto 30 mila copie ed ha avuto quattro edizioni, vincendo anche il prestigioso premio letterario Golshiri. Il libro ha avuto poi problemi con la censura e al momento non è più in vendita nelle librerie iraniane.

Sara Salar
La scrittrice Sara Salar

Forse la  copertina dice già molte cose: un volto – di certo non allegro – di donna incorniciato in una testa enorme, eppure come sospesa in cielo, con le stelle tra i capelli. Volendo fare una battuta, potremmo parlare di una sostenibile pesantezza dell’essere.

La pesantezza dei pensieri, dei dubbi, dei sogni infranti di una giovane donna che si sente con la testa per aria ma deve sostenere il peso dell’essere madre e moglie in una città che sente ostile.

È un libro cervellotico, quello della Salar. E non è detto che questo sia un limite. Ancora una volta, dall’Iran ci viene proposta l’opera di una donna, narrata in prima persona. A differenza di altri romanzi apparentemente simili (viene spontaneo il paragone con Come un uccello in volo di Fariba Vafi e anche con A quarant’anni di Nahid Tabatabai), Probabilmente mi sono persa è meno immediato e anche meno “facile”. Una donna sui 35 anni, nata nel Belucistan e trapiantata a Teheran, con un figlio piccolo, un marito assente e un corteggiatore assillante in una megalopoli dura, caotica e grigia. Fin qui, nulla di nuovo sotto il sole di Teheran. Però stavolta c’è altro. Anzi, c’è un’altra. E si chiama Gandom. In apparenza, è una vecchia amica della protagonista, sua compagnia di studi negli anni della gioventù e suo alter ego. Ma più si va avanti con le pagine e più questo personaggio sembra una proiezione della protagonista, un po’ come il Tyler Durden del celebre Fight Club di Chuck Palahniuk.

Qui non si raggiungono quei toni, ma la realtà narrata e comunque assai poco consolatoria. Tra cartelloni pubblicitari e trasmissioni radio su temi religiosi, il racconto si snoda in una città in cui povertà, droga e abbandono sembrano ancora più evidenti agli occhi di una donna nata in una delle tante province dell’immensa nazione iraniana.

L’autrice Sara Salar a Roma, 7 ottobre 2014

Anche il linguaggio scade più volte nel turpiloquio, a testimonianza di una società che si è fatta più volgare, tra speculazioni, boom edilizio e affari poco leciti.

C’è molta psicanalisi in questo romanzo. E c’è anche molta letteratura contemporanea.

in altre parole, c’è molto Iran dei nostri giorni.

«Dal vetro della macchina guardo il cielo, il cielo color piombo di Teheran…Ho detto al dottore: È come se mi fossi persa anni fa, persa nel cielo nero stellato di Zahedan».