Marzo nel segno dell’Iran

Come ogni anno, il mese di marzo, in concomitanza con il No Ruz, è ricco di appuntamenti riguardanti l’Iran. Personalmente, sarò impegnato in diverse iniziative.

Sabato 4 marzo, Torino

Si comincia nel prossimo weekend a Torino, con l’inaugurazione della rassegna cinematografica iraniana sabato 4 marzo alle ore 20,30 presso il Cinema Massimo (Via Verdi, 18). Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Domenica 5 marzo, Roma

Alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo “Via della Rivoluzione” (edito da Lastaria edizioni), scritto dall’autore iraniano Amir Cheheltan.
La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in via Santa Cecilia, 1/A.
Parteciperanno, insieme all’autore, Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).
Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

Mercoledì 8 marzo – Sabato 10 marzo, Roma

L’8 marzo si tiene l’inaugurazione della mostra fotografica “Il ronzio del silenzio”.  La mostra, che sarà inaugurata l’8 marzo2017 alle ore 18:00 presso la sede di COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo in via di San Giovanni in Laterano 266, rientra tra le attività promosse dal progetto di servizio civile “Parla (e suona) con me!*, e intende promuovere il talento di una giovane artista che esporrà le proprie foto dall’inaugurazione fino a domenica 12 marzo, sempre con orario 16:00-19:00.

Attraverso l’obbiettivo, la fotografa iraniana Mona Zahedi ci aiuterà a cogliere la poesia e la bellezza presente nei dettagli della vita quotidiana, che troppo spesso la velocità con la quale viviamo e la routine di ogni giorno non ci permettono di cogliere.

Nel corso dell’evento, avremo il prezioso contributo del giornalista e scrittore Antonello Sacchetti che ci consentirà di accrescere la nostra conoscenza sul Paese e di ricevere interessanti spunti di riflessione utili a scoprire l’Iran e la sua cultura.

Inoltre, la manifestazione prevede altre due importanti appuntamenti:

  •  Giovedì 9 marzo ore 18:00 proiezione del film Persepolis, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2007, che analizza gli effetti della Rivoluzione islamica in Iran;
  • Venerdì 10 marzo ore 18:00 incontro di approfondimento con l’esperto di Iran Antonello Sacchetti.

 

Martedì 14 marzo, Roma

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce.

In occasione della festa del fuoco Casetta Rossa organizza una serata persiana:

*ore 18.30 – presentazione del libro ‘La rana e la pioggia’ di Antonello Sacchetti con Cristina Annunziata e Sepideh Shabani di Iran Human Rights
*ore 20.00 cena iraniana a menù fisso (prenotazioni al numero 06 8936 0511)
*a seguire festa

Lunedì 20 marzo, Roma

Capodanno persiano alle ore 11 in Piazzale Ferdowsi a Roma. Come ogni anno, ci troviamo sotto la statua di Ferdowsi per l’haft sin e per scambiarci gli auguri per il 1396.

 

Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

A proposito di cinema iraniano

A proposito di cinema iraniano

A proposito di cinema iraniano. Sabato 5 marzo 2017 ho partecipato alla inaugurazione di una rassegna di cinema iraniano a Torino. Ecco il video del mio breve intervento presso il Cinema Massimo. (Nella foto, con Ali Raza Shoja Noori).

Cinema iraniano a Torino

Cinema iraniano a Torino. Sabato 4 marzo si svolge a Torino l’inaugurazione di una rassegna di film iraniani. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra Farabi, Fajr International Film Festival e Museo Nazionale del Cinema di Torino.

L’appuntamento è alle 20,30 presso il Cinema Massimo, Via Verdi 18, Torino.

Partecipano: Ali Reza Shoja Noori (attore e produttore iraniano) e Antonello Sacchetti .

Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Le vie della rivoluzione sono finite

Domenica 5 marzo, alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo Via della Rivoluzione (edito da Lastaria edizioni), scritto da Amir Cheheltan, autore iraniano alla sua prima pubblicazione in Italia.

La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in Via Santa Cecilia, 1/A.

Alla presentazione insieme all’autore parteciperanno Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).

Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

“La rivoluzione non è un pranzo di gala”, ammoniva in tempi non sospetti un certo Mao Tse Tung. Noi italiani di rivoluzione non ne abbiamo mai fatte, forse perché non abbiamo la struttura mentale adatta. “Tutte le rivoluzioni cominciano per strada e finiscono a tavola”, sosteneva, non a caso, Leo Longanesi.

L’Iran di rivoluzioni ne ha fatte tre, tutte nel cosiddetto “secolo breve”: quella costituzionale nel 1906, quella “bianca” del 1962, voluta dall’ultimo scià per modernizzare il Paese,  e infine quella del 1979 che ha portato alla nascita della Repubblica islamica. E di questa ultima rivoluzione o, meglio, delle sue conseguenze che parla l’ultimo romanzo di Amir Cheheltan, pubblicato in  Italia da Lastaria Edizioni, per la traduzione di Anna Vanzan.

Parliamo di un romanzo, di una storia di fantasia, non di un saggio politico. Però tutto quello che succede in questa storia, è diretta conseguenza degli avvenimenti che nel 1979 portarono alla caduta della monarchia e alla nascita del sistema politico attualmente in vigore. Ed è probabilmente per questo significato “politico”, più che per alcune scene scabrose, che il libro è al bando in Iran. Dove, tra l’altro, l’autore vive attualmente, dopo un periodo trascorso tra Gran Bretagna e Italia.

Il rischio, per questo romanzo, è che ci si concentri troppo sulla prima scena. La storia – come rimarcato anche nella quarta di copertina – si apre con un intervento di imenoplastica a cui ricorre Shahrzad, la protagonista (ma forse sarebbe più corretto dire “vittima / non protagonista”) della storia, per cancellare le tracce di rapporti sessuali prematrimoniali. Inevitabilmente, un incipit del genere cattura l’attenzione in modo prepotente, quasi totalizzante. E’ un pugno nello stomaco del lettore, che viene trascinato subito in una Teheran grigia e sordida. 

Non è chiaro in che anni siamo, esattamente. Il libro è stato pubblicato nel 2009 e censurato in patria. Dall’atmosfera che si respira, è ipotizzabile una ambientazione negli anni Novanta o poco più tardi. 

I personaggi principali sono tre, in un triangolo amoroso per nulla romantico e molto drammatico. Il cinquantenne Fatah, sedicente medico, divenuto ricco e potente con la rivoluzione; Mostafa, torturatore nel famigerato carcere di Evin e la giovane e bellissima Shahrzad (non a caso, il nome della protagonista delle Mille e una notte).

Shahrzad è la preda del desiderio di Fatah e, in un certo senso, la vittima dell’amore di Mostafa. Amore che lei ricambia ma – come vedremo – ha conseguenze tragiche.

Attraverso i ricordi di Fatah, riviviamo la Teheran pre rivoluzionaria. Per chi conosce un po’ la capitale iraniana, è un vero viaggio nel tempo, in luoghi trasformati dalla rivoluzione al punto da essere irriconoscibili. E’ forse una delle parti più interessanti e originali del romanzo: un accavallarsi di locali notturni, personaggi di strada, donne che cantano nei cabaret. Il tutto in un flusso di eventi che porta – appunto – al fatidico 1979 e alla rivoluzione. 

Quella raccontata da Cheheltan è una via a doppio senso: verso la rivoluzione e dalla rivoluzione. Quello che sembra rimanere al termine di questo andirivieni, è un filo conduttore di sofferenza e desiderio di riscatto. In cui le vittime di ieri diventano gli aguzzini di oggi.

In una recente intervista, l’autore ha dichiarato:

Per quanto riguarda la democrazia e i diritti umani non abbiamo ottenuto alcun risultato. Ma non posso chiudere gli occhi sui risultati, in termini di coscienza storica, della rivoluzione. Se oggi l’Iran non è attraversato dalle stesse turbolenze del resto del Medio Oriente, questo è dovuto al fatto che abbiamo già preso coscienza di molte cose durante la Rivoluzione iraniana del 1979.

Le vie della rivoluzione – sembra dire – sono finite.

Amir Cheheltan, Via della Rivoluzione (Lastaria Edizioni, Roma pp. 176, €13,50)

Leggi l’intervista di Farian Sabahi ad Amir Cheheltan su Io Donna

Visita il sito dell’autore: www.cheheltan.net/

 

Una questione di identità

Tutti sembrano voler andare in Iran, adesso. Ma cosa è davvero l’Iran? Cosa è questo grande Paese oggi, anno di grazia 2016? Una nuova frontiera per gli investitori? La meta turistica più abbordabile del Medio Oriente? E’ ancora qualcosa di “altro” rispetto a noi, occidentali mediterranei, o le distanze si sono ridotte fino a fare dell’Iran un “Paese normale”?

Metà settembre, ancora piuttosto caldo, soprattutto di giorno. Accompagno un gruppo di trenta turisti italiani. Il viaggio, programmato da diversi mesi, tocca le principali città d’arte. Uno schema ormai consolidato, direi quasi “classico”. Eppure proprio da questo viaggio più recente, sembrano arrivare delle indicazioni nuove, in un certo senso controcorrente.

Il viaggio inizia male. Il volo da Fiumicino ha cinque ore di ritardo per maltempo. All’arrivo a Teheran la confusione per il ritiro dei visti è maggiore rispetto a qualche mese fa. Ed è una sorpresa negativa. In più, si crea una fila mostruosa per il controllo passaporti e usciamo dall’Imam Khomeini che è giorno fatto. Si tratta certamente di un serie di sfortune a catena, ma l’impreparazione del personale dell’aeroporto è davvero sconcertante, persino per chi, come me. viene in Iran ormai da oltre dieci anni. Sembra quasi che la tradizionale ospitalità persiana si sia concessa una pausa. Situazione ancora più sorprendente visto che il turismo ha registrato un vero boom negli ultimi tre anni.

traffico

Traffico a Teheran

Sensazioni confermate anche nei giorni successivi. L’altro aeroporto di Teheran, quello di Mehrabad, è una vera bolgia. Ma meno festosa, meno “colorata” rispetto ad altre volte. Tutti sembrano mossi da una frenesia ingiustificata, al check in, nei negozi, persino a bordo del volo interno che ci porta a Shiraz. Ecco una cosa nuova: sembrano avere tutti più fretta, oggi in Iran. Non che prima si vivesse in modo sereno e adagiato, ma oggi sono i comportamenti individuali a sembrare più convulsi, più scomposti. E, in un certo senso, meno “persiani”. Nella capitale restiamo intrappolati nel traffico incredibile del pomeriggio verso il nord, il solito fiume silenzioso di automobili che sembra andare verso il nulla.

E’ un’impressione personale, naturalmente. Ma riscontrata in tutte le grandi città: Teheran, Shiraz e persino nella sempre meravigliosa Esfahan. Tutto sembra più caotico del solito, tutto più faticoso.

Yazd, la coerente

Atmosfera completamente diversa invece a Yazd. La “sposa del deserto” appare semplicemente coerente con la propria identità di città tradizionale. E’ una coerenza che restituisce ordine e conferisce un’immagine di benessere; i negozi di abbigliamento delle marche internazionali sono ben visibili, ma non intaccano il cuore della città vecchia, che rimane ancora intatta e magnifica come sempre.

Arriviamo di sera, il traffico è sostenuto ma non convulso. E’ la vigilia della festa di Qadir (la festa che celebra l’annuncio della designazione di Ali quale successore di Mohammad). Arriviamo di sera e troviamo la piazza di fronte al Chackmagh gremita di gente; dal palco musica e colori, alcuni ragazzi girano in moto e lanciano petardi e girandole colorate. Un ragazzo offre gelati a tutte gli automobilisti fermi al semaforo. Quando vede il nostro pullman ci corre dietro per regalarcene una cassa intera. Dopo averli distribuiti al gruppo, comincio a mia volta a regalarli ai passanti e ai clienti dell’hotel dove alloggiamo.

moto

Famiglia in moto nel centro storico di Yazd

Qualcosa è cambiato?

L’accordo con l’Occidente sul nucleare ha ormai più di un anno di vita, l’implementation day c’è stato otto mesi fa. Ma cosa è cambiato davvero per gli iraniani? La sensazione è che il passaggio più sensibile sia avvenuto nel 2013. Da allora, in fondo, c’è stato soprattutto un flusso crescente di turisti stranieri, ma per gli iraniani non è che sia cambiato moltissimo. L’aumento dei prezzo ha rallentato, ma le prospettive a medio e lungo termine rimangono molto incerte.

A maggio 2017 si rivota: c’è chi dice che Ahmadinejad si presenterà con ottime chance di vittoria. Qualche giorno dopo, però, lo stesso ex presidente sembra fare marcia indietro previa consultazione con la Guida Khamenei. Manca ancora però molto tempo e davvero tutto può accadere. Ma veramente Rouhani è così debole da rischiare di essere il primo presidente iraniano a non essere rieletto?

C’è una strana atmosfera in Iran e attorno all’Iran. Una stagnazione inattesa che ha il sapore di un passo indietro.

Bisogna vedere, nella prospettiva di una maggiore “normalizzazione” dei  rapporti con l’Occidente,  quanto peseranno le elezioni americane di novembre. Una eventuale vittoria di Trump sembra un pericolo evidente, ma la stessa Hillary Clinton ha avuto sul dossier iraniano posizioni molto diverse da Obama.

 

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Naein, martiri e turisti

Globalizzazione alla persiana

Chi viene per la prima volta in Iran adesso, che idea si fa di questa società, di questa cultura? Me lo chiedo ogni volta che attraverso queste città, che mi fermo di nuovo in questi luoghi ormai familiari eppure mai banali. Cosa colpisce di più: la modernità o la tradizione? Il codice d’abbigliamento islamico che impone alle donne un surplus di caldo e fatica? O gli elementi in comune con la nostra quotidianità, come l’uso anche qui ossessivo degli smartphone?

E’ comunque indubbio che resistono ancora dei comportamenti oramai del tutto scomparsi alle nostre latitudini. La folla che riempie l’immensa Naqsh-e Jahan, la meravigliosa piazza del centro di Esfahan, con le famiglie con le sporte di viveri e la bombola del gas per fare il picnic. Ore e ore di pacifica convivenza collettiva, senza un vero “evento” che motivi quella presenza e senza che rimanga una cartaccia o un rifiuto sul prato.

 

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Shah Cheragh, la Moschea degli Specchi a Shiraz

 

Ma anche a  Teheran, la mamma che davanti al museo Iran Bastan, seduta su una panchina nell’afa opprimente del mezzogiorno,  gioca con la bimbetta che sta imparando a camminare, apparentmente senza alcun fretta, trascorrendo il tempo senza l’ausilio di smartphone o altri accessori per noi ormai indispensabili, avvolta in uno spolverino così poco inadatto al clima da farmi vergognare per il mio disperato bisogno di refrigerio.

Non che tutto sia uniforme e inquadrabile da una sola prospettiva. All’interno di Shah Cheragh, la cosiddetta Moschea degli specchi di Shiraz, c’è chi smanetta col cellulare e chi in lacrime chiede una grazia ai fratelli dell’Imam Reza qui sepolti.

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Interno di Shah Cheragh, la “Moschea degli specchi”

Il 22 settembre sono esattamente 36 anni dall’inizio della guerra con l’Iraq. La TV lo ricorda con servizi piuttosto ingessati, in aeroporto e nelle strade i murales e le installazioni che rievocano la “guerra imposta”, sembrano stranamente più “timide” che in passato. Il dolore di quel conflitto non è sparito tra gli iraniani, ma il ricordo può essere davvero un esercizio sfiancante.

 

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Rievocazione della guerra Iran – Iraq all’aeroporto Imam Khomeini di Teheran

E allora cosa rimane di questo ennesimo viaggio in terra di Persia? Come spesso accade, l’arte riesce a fornire suggerimenti preziosi. Tornato a Roma, vedo ad Asiatica film mediale Valderama, film opera prima di Abbas Amini.

È la storia di un quindicenne chiamato  “Valderama, per via della capigliatura modellata su quella del famoso calciatore colombiano. Figlio di rifugiati afghani, è alla disperata ricerca di una carta d’indentità che ne faccia un cittadino a tutti gli effetti .

Ecco allora che al di là della storia di Valderama, tutto l’Iran oggi sembra un Paese che sa benissimo cosa è stato ma che ha cominciato a chiedersi cosa potrebbe essere domani.

La rivoluzione non è un pranzo di gala. Ma non lo è nemmeno la ricerca di se stessi.

In bocca al lupo, Iran.

 

valderama

Una scena del film Valderama

Omaggio a Forough Farrokhzad

Un omaggio a Forrugh Farrokhzad, indimenticata poetessa iraniana (1935-1967).  La ricordiamo con due brevi estratti dalle sue poesie con due brevi video.

Dono

Io parlo dagli abissi della notte.

Dagli abissi dell’oscurità io parlo

Dal profondo della notte.

O amico, se vieni a casa, porta per me una luce

E una piccola finestra,

da cui guardare la gente del vicolo felice.

 

Rinascita

La vita è forse

la lunga via percorsa ogni giorno da una donna

che tiene stretta a se una borsetta

La vita è forse

la fune con la quale un uomo si è appeso a un ramo

La vita è forse

un bambino che torna a casa da scuola

La vita è forse

l’accendere una sigaretta nel narcotico riposo tra due amori

o lo sguardo assente di un passante che toglie il cappello

al sopraggiungere di un altro con un sorriso senza senso

e un buongiorno

Pianterò le mie mani in giardino

m’innalzerò lo so, lo so, lo so

e rondini deporranno le uova

nell’incavo delle mie mani tinte d’inchiostro

e metterò un paio di ciliegie gemelle per orecchini

e petali di dalia sulle unghie

Il viaggio di una forma lungo la linea del tempo

e l’inseminazione della linea da parte della forma

una forma cosciente in un immagine

che da un banchetto torna in uno specchio.

E questo è il modo in cui alcuni muoiono

e altri continuano a vivere.

 

 

 

Donne di carta 

 

I versi di Forrough Farrokhzad in musica

La rana e la pioggia

Il nuovo libro di Antonello Sacchetti “La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

 

Secondo una credenza popolare del nord dell’Iran, quando tre rane cantano, vuol dire che sta per piovere. “La pioggia quando arriva?”, chiede Nima Yooshij alla rana in una sua celebre poesia del 1952: una metafora della rivoluzione, ma anche una premonizione. Di lì a poco, infatti, l’Iran avrebbe conosciuto il golpe anti-Mossadeq, la “rivoluzione bianca” voluta dallo scià per modernizzare il Paese, la rivoluzione del 1979 e la nascita della Repubblica islamica. Un Novecento vivace e drammatico ha portato nel terzo millennio un Iran con un’identità forte e apparentemente immutabile. E oggi? All’indomani dello storico accordo sul nucleare, la Repubblica islamica sembra in procinto di entrare definitivamente nel mercato globale. Ma quali sfide e quali compromessi comporta tutto questo per la cultura e il popolo iraniano? Insomma: “La pioggia quando arriva?».La rana e la pioggia è un viaggio nell’Iran dei nostri giorni, attraverso il complesso e affascinante rapporto tra Paese e modernità.

 

“Sacchetti offre al lettore tanti diversi frammenti. Appassionato di cultura persiana, ne ha studiato la lingua e – come gli iraniani – intercala prosa e poesia. Il risultato è una lettura scorrevole, piacevole. Con la politica a fare da filo conduttore con i suoi protagonisti”. (Farian Sabahi).

“La rana e la pioggia. L’Iran e le sfide del presente e del futuro”. (Infinito Edizioni). 

Per info: http://www.infinitoedizioni.it/prodotto.php?tid=330

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She’r-e Now, la Nuova Poesia persiana

L’Iran, come l’Italia, è nota come terra di poeti. La poesia è talmente radicata nel quotidiano degli iraniani che occupa un posto in prima fila nel linguaggio di tutti giorni, fino a sostituire i proverbi e i modi di dire. È presente persino nel linguaggio politico-istituzionale, nonché in quello religioso.

Ma, come tutti gli strumenti socio-culturali, anche la poesia, ha subito dei cambiamenti significativi. Il più rilevante è avvenuto verso la fine degli anni Trenta del secolo scorso.

Alì Esfandiari (1895-1960), meglio noto con lo pseudonimo di Nima, formula per la prima volta alcune espressioni poetiche diverse nella ritmica, ma, comunque, non abbandona del tutto la metrica classica. Inizia così l’era dei cambiamenti della poesia persiana, si parte per un’avventura che finirà per stravolgere, in tutto e per tutto, la forma artistica più amata e quella comunicativa più usata dagli iraniani. Fin da subito però, Nima viene osteggiato dagli intellettuali più affermati del momento; persino dall’amministrazione governativa. Tuttavia, un gruppo di poeti intraprende il sentiero da lui tracciato tra le tante difficoltà che pervenivano da ogni direzione. Molti di loro in seguito diventeranno delle vere e proprie colonne portanti della nuova corrente. Ahmad Shamloo, Mehdi Akhavan Sales, la poetessa Forugh Farrokhzad, Sohrab Sepehri, sono solo alcuni di loro.

Molti poeti contemporanei persiani hanno attirato l’attenzione di tanti intellettuali italiani. Già all’inizio degli anni Sessanta, Bernardo Bertolucci si recava in Iran per intervistare Forough Farrokhzad, poetessa ribelle. Forough, chiamata per nome dagli iraniani in segno d’affetto, fu una delle figure più importanti della giovane corrente poetica ed anche, forse, la figura più conosciuta al di fuori dell’Iran. Muore nel 1967 in un incidente stradale all’età di 32 anni; ma la questione della sua morte, nel credo popolare, sembra ancora irrisolta. Alcune delle sue opere sono state tradotte anche in italiano: “E’ solo la voce che resta”, “La strage dei fiori”.

Non è secondario l’aspetto storico-sociale del momento. Infatti, i decenni iniziali del Novecento corrispondono agli eventi più rivoluzionari nelle società di tutto il mondo. Quindi anche quella iraniana di allora, con sembianze fortemente rurali e perciò tradizionaliste e patriarcali, non poteva restare immune dal pressare di tali cambiamenti. L’industrializzazione e la conseguente urbanizzazione, con sé portavano inesorabilmente nuove esigenze, le quali richiedevano istruzioni nuove, espressioni nuove, perfino un lessico nuovo; mentre i canoni classici si rivelavano non più versatili nel dare risposte adeguate. I tempi cominciavano a maturare.

Uno dei personaggi di notevole spessore nella letteratura contemporanea persiana è sicuramente Ahmad Shamloo (1925 – 2000). Fu lui il primo che si è discostato ulteriormente dalle regole arcaiche e ha presentato nel 1951 la “poesia libera” (o “poesia bianca”) con la pubblicazione del quaderno “Ghatnameh”, “La Risoluzione”, in cui taglia netto con il passato. Scrive in una poesia dal titolo inequivocabile, “L’inno dell’uomo che si è ucciso”:


Gli misi un pugnale alla gola
e in un lungo indugio,
l’ho ucciso,
– me stesso –
e l’avvolsi nel sudario
di suoi canti ormai dimenticati,
e lo seppellii
nei sotterranei della memoria.

—————————————

خنجر به گلویش نهادم
و در احتضاری طولانی
او را کشتم
– خودم را –
و در آهنگ فراموش‌شده‌اش
کفنش کردم
و در زیرزمین خاطره ام
دفنش کردم

“I canti dimenticati” è il titolo della prima opera di Shamloo, pubblicata nel 1945, ancora prima di conoscere Nima e la sua poesia. Una pubblicazione destinata a rimanere problematica per tutta la sua vita. Nella prefazione de “La Risoluzione” scriverà: “Doveva essere bruciata, perché io ero un bambino che desiderava camminare sulle proprie gambe, ecco che era inevitabile poggiare la mano al muro e compiere i primi passi, seppur con poca grazia.

In poco più di un decennio, la “She’r-e Now”, ovvero la “Nuova Poesia” in persiano, si afferma come forma poetica di indiscutibile dominio sulla scena letteraria iraniana, modello per un’intera nuova generazione di poeti.

Iran Country Presentation

L’Iran presenta le sue “eccellenze” all’Italia per la prima volta dopo 37 anni, per la precisione dalla Rivoluzione del 1979. Oltre cento delle più importanti aziende iraniane, dal petrochimico all’artigianato al turismo, saranno presenti allaFiera di Roma dal 22 al 26 novembre per cinque giorni di incontri, contatti imprenditoriali, eventi culturali.

Ad annunciare la grande kermesse è Mohammad Razi, il nuovo addetto commerciale dell’ambasciata iraniana a Roma, durante il convegno su “Iran: the new opportunities”, organizzato nella capitale dallo studio legale Nctm. Lo stesso Razi ha precisato di essere il primo addetto commerciale inviato da Teheran in un paese europeo, a riprova del forte interesse bilaterale e della volontà di Teheran di puntare sull’Italia come “interlocutore strategico“.

Negli spazi della Fiera di Roma, il programma prevede incontri e contatti sia a livello governativo che tra imprenditori e imprenditori, nonché numerosi stand che offriranno un ventaglio delle grandi opportunità presenti sul mercato iraniano quali i colossi del petrolio e del gas, le costruzioni, il settore alimentare, tessile e artigianato. Sono già 600 le imprese italiane che nel 2016 hanno visitato l’Iran, mentre sono 37 i memorandum di intesa firmati a livello governativo tra Italia e Iran.

Dal 23 al 25 novembre, inoltre, in collaborazione con Eataly, si svolgerà il Festival del cibo iraniano e il 24 e 25 novembre, agli adolescenti italiani dai 13 ai 18 anni, sarà dedicato un programma “Imparare l’Iran”.

Dove:Fiera di Roma
Quando: 22-27 novembre
Internet/e-mail: http://iranexpo.fieraroma.it/it/

Tutta colpa di Ciro

Qualcuno ha detto che in Iran il passato è tutto. Quindi non c’è da stupirsi troppo se persino Ciro il Grande, il fondatore della dinastia degli Achemenidi (550 – 330 a. C.) sia divenuto argomento delle cronache politiche in questi ultimi giorni. La figura storica di Ciro meriterebbe di sicuro un lungo approfondimento.

Nella Bibbia, nel libro di Ezra, la costruzione del secondo tempio di Gerusalemme è raccontata attraverso le parole di Ciro: «Il Signore mi ha dato tutti i regni della Terra e mi ha incaricato di costruirgli una casa a Gerusalemme».

«Ascoltatemi in silenzio, isole, e voi, nazioni, badate alla mia sfida» (Isaia, 41,1). In risposta ai dubbi del popolo, il profeta annunzia un liberatore. È Ciro: «Dice il Signore: Sono io che ho fatto tutto, che ho dispiegato i cieli da solo, che ho disteso la terra. Io svento i presagi degli indovini, dimostro folli i maghi. Io dico a Gerusalemme: Sarai abitata, e alle città di Giuda: Sarete riedificate. Io dico all’oceano: Prosciugati! Faccio inaridire i tuoi fiumi. Io dico a Ciro: Mio pastore; ed egli soddisferà tutti i miei desideri, dicendo a Gerusalemme: Sarai riedificata; e al tempio: Sarai riedificato dalle fondamenta».

Ciro è l’unico non ebreo a essere riconosciuto dalla Bibbia se non proprio come profeta, certo come liberatore provvidenziale. A Teheran una sinagoga è ancora oggi dedicata a Ciro.

A Ciro è attribuita anche la prima “Carta dei diritti umani della storia”. Nel cosiddetto “cilindro di Ciro”, un blocco di argilla scoperto nel 1878 a Babilonia dall’archeologo Hormuz Rassam, un’iscrizione in accadico cuneiforme è stata interpretata dagli studiosi come un manifesto per la tolleranza religiosa e la libertà dei popoli. Una copia del cilindro è simbolicamente custodita nel quartier generale delle Nazioni Unite a New York.

Dicono di lui

Qualsiasi tour turistico include una visita alla tomba di Ciro, a Pasargade. Orgoglio e simbolo di governo illuimnato ancora oggi per milioni di iraniani. L’ultimo scià Mohammad Reza Pahlavi si proclamava addirittura suo discendente e lo omaggiò nel 1971 nelle famose celebrazioni dei 2500 anni di monarchia (ne abbiamo parlato qui).

Subito dopo la rivoluzione del 1979 Sadeq Khalkhali, il famigerato giudice dei tribunali rivoluzionari, chiamato “ayatollah rosso” (perché apprezzato dal Partito comunista iraniano), o anche Kholkholi, “pazzo”, scrive un libro in cui critica ferocemente il passato preislamico dell’Iran e definisce Ciro il Grande «un tiranno, un bugiardo e un omosessuale».

La Repubblica islamica, tuttavia, non ha avuto e non ha nemmeno oggi un rapporto così nettamente ostile nei confronti della figura di Ciro.

Alcuni anni fa l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad sostenne che le azioni di Ciro erano una continuazione delle opere dei profeti. Sotto la sua presidenza, nel settembre 2010, la copia originale del già citato cilindro di Ciro venne “prestata” per quattro mesi dal British Museum al Museo Nazionale di Teheran.

Le polemiche di oggi

Come ogni anno, migliaia di iraniani si sono radunati presso la tomba a Pasargade in occasione della Giornata Internazionale di Ciro il Grande, che nel 2016 è stata celebrata venerdì 28 ottobre, un giorno in anticipo rispetto al tradizionale 29 ottobre, data dell’ingresso di Ciro a Babilonia (539 a.C.).

2016

Complice il giorno di festa (venerdì in Iran è come la nostra domenica), l’afflusso di persone è stato da record, con migliaia di persone accorse sul luogo già dalla sera precedente.

 

‌ «#تخت_جمشید یکی از آثار ارزشمند و بی‌نظیر از دوران کهن در این سرزمین است که نشان از #تمدن ديرين، #حکمت، خرد و مدیریت ملت بزرگ #ایران در کنار یکتاپرستی آن‌ها دارد.» ‌ بخشی از دست‌نوشته حسن روحانی در دفتر یادبود مجموعه تاریخی تخت جمشید، ۹۴/۲/۱۰. ‌ عکس از: حجت سپهوند ‌ تصویر و پست مرتبط منتشر شده در روز بازدید در سال گذشته: https://www.instagram.com/p/2FxRWVw96q/ ‌ #تخت_جمشید #پرسپولیس #پارسه #آپادانا #هخامنشیان ‌

Una foto pubblicata da Hassan Rouhani – حسن روحانی (@hrouhani) in data:

Sul proprio account Instagram il presidente Hassan Rouhani ha pubblicato una propria foto a Persepoli con questo testo:

Persepoli è uno degli inestimabili e unici lasciti dell’antica storia di questa terra, che dimostra quanto siano antiche la civiltà, la purezza, la speranza e le virtù del grande popolo iraniano, nonché il suo monoteismo.

Fin qui tutto molto bello.

Senonché, pochi giorni dopo, l’Ayatollah Hossein Nouri-Hamedani, uno dei religiosi più autorevoli di Qom, ha criticato pubblicamente le celebrazioni di Ciro:

 

Lo scià diceva ‘ O Ciro, dormi in pace che vegliamo noi’. Ora, un gruppo di persone si sono riunite intorno alla tomba di Ciro e hanno pianto come si fa in genere per l’Imam Hossein. Anche al tempo di Khomeini un gruppo di persone iniziò a commemorare Ciro e Khomeini bollò queste persone come controrivoluzionari. (…) Chi è al potere è stato così negligente da permettere a queste persone di riunirsi?

Il 31 ottobre, il giorno dopo le dichiarazioni di Nouri-Hamedani, il procuratore della provincia di Fars ha annunciato l’arresto degli organizzatori della manifestazione di Pasargade. L’accusa formale non è stata resa nota, ma lo stesso procuratore ha parlato di slogan “anormali e offensivi”.

Tutta colpa di Ciro, evidentemente. Dopo più di 2500 anni il suo fantasma si aggira ancora per la terra di Persia.

Chai khane

I turisti che visitano l’Iran trovano ancora oggi nelle città del nostro paese, tante Chai Khane (Case del tè) che hanno un’atmosfera particolare e sono ereditarie di una importante tradizione. In tempi più antichi le odierne Chai Khane (Case del tè) venivano soprannominate Ghahve Khane (Case del Caffè) ed erano numerose soprattutto nella città di Teheran.

La prima Ghahvè Khane o Casa del Caffè dell’Iran nasce probabilmente tra il 1523 ed il 1576, ossia sotto il regno dello Scià Tahmaseb, della dinastia Safavide, nella città di Qazvin, l’allora capitale persiana. Sotto il regno di Scià Abbas il grande, principale re della dinastia safavide, la capitale che era divenuta Isfahan, venne popolata da queste case del Caffè. Poco alla volta però il tè venne introdotto in Iran e questa pianta venne coltivata in maniera estesa nel nord del paese e quindi, la gente iniziò ad optare gradualmente per questa bevanda che dominò l’Iran agli inizi del ventesimo secolo; stranamente, però, ancora oggi molte Case del Tè vengono chiamate Case del Caffè in ricordo dei tempi antichi.

L’importanza delle Chai Khane è dovuta al fatto che erano nei quartieri un luogo di riunione e di vita dove i praticanti dei diversi mestieri si incontravano, discutevano di affari o di questioni come arte e politica.

Poco alla volta alcune di queste Ghahvè Khane divennero peculiari di una casta, di un ceto o di una professione. Ad esempio, in una città poteva esserci una Casa del Tè frequentata dagli artisti, un’altra per i commercianti o bazaarì e così via…

In occasione delle feste religiose, le Ghahvè Khane venivano addobbate e abbellite con luci ed in esse si organizzavano rappresentazioni o si esibivano i Naqqal o i cantastorie, che narravano gli episodi dello Shahnamè, il Libro dei Re, il poema mitologico più imponente del mondo persiano scritto da Ferdowsì.

Le Case del Caffè erano particolarmente animate soprattutto nelle sere del mese di Ramadan, quando al termine del lavoro quotidiano le persone si riunivano per rompere tutte insieme il digiuno. In conclusione, le Case del Caffè erano praticamente, oltre ad un luogo di ristoro, un centro socio-culturale ed un luogo per l’insegnamento e la divulgazione della letteratura.

L’ambasciatore statunitense a Teheran nel 1883 scrive a proposito delle tante Case del Te presenti in città dove gli uomini si riunivano per parlare e trascorrere il tempo.

La maggior parte delle Ghahvè Khanè avevano anche uno spazio all’aperto per accogliere i clienti nelle stagioni calde; anche gli oggetti delle Case del Caffè o del Tè erano particolari; Samovar, bicchieri, tazze, teiere, tutti decorati e abbelliti con le diverse tecniche dell’artigianato persiano; per pranzo, nella Casa del Tè, era tipico l’Abgusht o Dizì, carne di pecora lasciata cucinare per ore e ore con patate, ceci e pomodori, per dare vita infine ad un brodo di carne squisito ed una carne da consumare tenera tenera.

A seguito della vittoria della rivoluzione islamica in Iran, nel 1979, le Case del Caffè vennero restaurate e rinnovate ed oggi molte hanno ripreso a lavorare come secoli fa, anche con i cantastorie, gli artisti e tutto il loro fascino secolare.

La casa del Caffè di Azarì è una delle più famose di Teheran, nata nel 1948. Si trova nella piazza Rah Ahan, all’estremità meridionale della città ed è aperta tutti i giorni; ha un’architettura persiana tradizionale con mattonelle e piastrelle colorate; chi ci lavora indossa i vestiti tradizionali, i cibi sono preparati secondo le ricette antiche ed il tutto è’ accompagnato da musica, cantastorie e racconti dello Shahnamè. Nel mese di Ramadan vi sono anche canti e preghiere religiosi e persino riti funebri. Il luogo è non a caso registrato sulla lista del patrimonio culturale iraniano.

L’altra Ghahvè Khane di rilievo e’ quella di Sanglaj, nel parco cittadino di Teheran, non lontano dal gran bazaar; qui l’atmosfera creata con i costume del personale e l’architettura è quella del periodo safavide ed anche qui vi sono musici e cantastorie che si esibiscono seguendo la tradizione delle Case del Tè.

A nord di Teheran, invece, vi è la casa del te di Amir Kabir, così chiamata in onore del grande visir del periodo Qajaride. Anche qui l’architettura emoziona il visitatore con le lavorazioni del gesso e dello stucco, e con le colonne dai capitelli in stile Qajaride. Famoso il te alla ciliegia, quello col cardamomo ed i dolci serviti in questo luogo. Nel mese di Muharram e per la ricorrenza dell’Ashura, questo luogo diviene scena per la rappresentazione teatrale del Taaziyeh; il bello e’ che in questo periodo i clienti vengono serviti gratis perché i proprietari fanno voto.

La fotografia in Iran

La fotografia in Iran fu introdotta nel 1842, appena 3 anni dopo la sua nascita, durante il regno di Mohammad Shah, da un giovane diplomatico russo Nikolai Pavlov, sotto forma di dagherrotipo. Ma fu lo Shah Naser Al-Din, particolarmente attratto da questa nuova espressione artistica, ad introdurla a corte, pochi anni dopo, favorendone la diffusione. Da allora la fotografia è stata sempre presente nel panorama artistico iraniano, ogni importante evento storico è sempre immortalato dagli scatti di fotografi iraniani pronti a cogliere i cambiamenti della società. La poesia rimane ancora oggi in Iran il linguaggio artistico più amato, ciò nonostante la fotografia si è ritagliata un ruolo significativo nel panorama espressivo in quanto mezzo di rappresentazione della realtà a portata di tutti. Una realtà non manipolata dal regime, dalla stampa, dai partiti, dai religiosi, dalle televisioni straniere. Diruz ha deciso di dare spazio alla fotografia iraniana raccontando i più importanti avvenimenti della storia moderna e contemporanea dell’Iran attraverso l’obiettivo dei suoi fotografi più rappresentativi.

La fotografia arriva in Iran

Lo Shah Naser al Din (1831-1896) è un sovrano fortemente affascinato dalla tecnologia occidentale. È lui a introdurre in Iran il telegrafo e a sviluppare il sistema postale, a promuovere la massiccia costruzione di strade e a dar vita al primo quotidiano iraniano. Attratto dalla modernità occidentale, Naser al Din è il primo sovrano ad appassionarsi all’arte della fotografia tanto da introdurla alla sua corte affiancandola alla pittura. Da quel momento in poi la vita di corte non viene più solo rappresentata nei quadri dei pittori ma anche nei dagherrotipi di fotografi stranieri e dello Shah stesso.

Una nuova forma espressiva è di solito una deviazione di percorso di un’arte già esistente e il suo sviluppo rimane all’inizio ancorato alla forma d’arte originaria. Così anche in Iran la fotografia in principio ricalca i canoni e gli stili della pittura di fine ottocento, non ha una sua indipendenza e rimane tra le mura del palazzo reale. Il ritratto la fa dunque da padrone, proprio come nei dipinti di corte: i volti della madre di Nasser al Din , delle sue mogli e concubine sono le rappresentazioni fotografiche privilegiate. Unica nota di rottura con la tradizione sono le pose leggermente provocanti di alcune concubine.

Lo Shah negli anni si appassiona sempre di più alla fotografia sperimentandone diversi stili. Nasser al Din non è solo un avido fotografo ma anche un vero e proprio collezionista, tanto da possedere circa 20 mila fotografie originali. I soggetti delle immagini non sono solo più volti ma anche eventi ufficiali, paesaggi, scene di vita quotidiana, gente comune. Durante i suoi viaggi dentro e fuori l’Iran lo Shah non perde occasione per fotografare e farsi fotografare. Si ha l’impressione che ogni momento della sua vita debba essere immortalato e la fotografia è il mezzo ideale perché la pittura non ha la stessa velocità di rappresentazione.

Lo Shah viaggia molto anche fuori dall’Iran e invita nel suo Paese fotografi europei sia per immortalare ogni angolo del suo regno, sia per istruire i fotografi di corte sulle nuove tecniche. La fotografia, grazie alla sponsorizzazione di Nasser al Din sale quindi al rango di mezzo di espressione nobile.

Dalla corte alle strade

Durante gli ultimi anni del suo regno lo Shah Nasser al Din si trova a fronteggiare la pressione delle grandi potenze quali Russia e Gran Bretagna, da sempre attratte dalle possibilità commerciali con l’Iran. Inoltre in Iran scoppia nel 1891 l’imponente “protesta del tabacco” che impedisce alla la Gran Bretagna di appropriarsi del monopolio del commercio del tabacco iraniano. E proprio durante questo evento la fotografia si dimostra la forma artistica che più riesce a catturare la realtà del momento. Seguendo il corso della storia i fotografi documentano non solo le rivolte popolari e le prime rivendicazioni costituzionali, ma soprattutto immortalano la transizione di una società tradizionale verso la modernità.

E quest’ultima porta con sé la rivolta costituzionalista del 1906 le cui immagini più diffuse sono quelle delle manifestazioni popolari, foto ricordo che mostrano le strade affollate oltre, ovviamente, i ritratti dei protagonisti del movimento costituzionalista. Anche grazie a queste immagini la rivolta si diffonde velocemente e la fotografia si riscopre non più solo mezzo di espressione ma anche di comunicazione, iniziando il suo percorso di indipendenza dalla pittura.

Con l’ascesa al potere nel 1926 di Reza Khan Pahlavi, il regime scopre che la fotografia può essere un efficace mezzo di propaganda. La pittura rappresenta una realtà mistificata poiché è un’espressione dell’artista e quindi esplicitamente soggettiva. La fotografia, con la sua aura di oggettività, è un’istantanea della realtà la cui manipolazione, che comunque è presente, è più subdola. Reza Khan sfrutta questa peculiarità dell’arte fotografica per rafforzare la sua immagine e per creare consenso attorno al suo programma di modernizzazione legislativa, economica e culturale del Paese. Durante il primo regime Pahlavi secolarizzazione e tradizione si fondono a fini propagandistici e questo si riflette nelle rappresentazioni fotografiche ufficiali, in particolare quelle legate alla carta stampata su cui il regime ha un controllo diretto e molto rigido. Accanto a questo filone però iniziano a nascere anche i primi atelier fotografici privati. La diffusione di cartoline, l’introduzione delle carte d’identità, il desiderio delle famiglie di catturare i momenti più significativi, promuovono lo sviluppo indipendente generic propecia 5mg dell’arte fotografica. Certo non si può parlare ancora di arte popolare, ma da qui parte lo sviluppo di un’arte che negli anni a venire diverrà per gli iraniani un mezzo di espressione semplice e diretto per raccontare gli avvenimenti più significativi della storia del proprio Paese.

La poesia di Saadi

Molti anni fa un terribile terremoto colpì l’Iran. Mario Casari, tra i persianisti italiani più stimati, tradusse questi celebri versi di Saadi di Shiraz (1203 – 1291), uno dei più grandi poeti classici persiani, in occasione di una raccolta fondi organizzata dalla comunità iraniana in Italia.

Sono gli stessi versi citati da Obama nel primo celebre video messaggio di auguri di Noruz al popolo iraniano nel 2009 e che compare all’ingresso della sede delle Nazioni Unite di New York.

Li riproponiamo oggi, all’indomani del terremoto che ha devastato parte del Centro Italia.

“Son membra d’un corpo solo i figli di Adamo,

da un’unica essenza quel giorno creati.

E se uno tra essi a sventura conduca il destino,

per le altre membra non resterà riparo.

A te, che per l’altrui sciagura non provi dolore,

non può esser dato nome di Uomo”.

(Saadi di Shiraz, 1203 – 1291)

 

Saadi di Shiraz

Festività in Iran nel 2016

Il calendario persiano può generare confusione nei non iraniani. L’Iran ha infatti un proprio calendario solare (per consultare i mesi dellìanno persiano leggi questo articolo sul No Ruz) ma tutte le festività religiose sono regolate dal calendario lunare islamico.  Il tutto va quindi rapportato al nostro calendario gregoriano per evitare il rischio di programmare un viaggio nei giorni sbagliati.  Ecco l’elenco delle feste nazionali iraniane nel 2016. Quelle, per intenderci, in cui gli uffici sono tutti chiusi.

 

 

Giovedì 11 Febbraio: anniversario della Rivoluzione
Domenica 13 marzo: martirio di Fatima
Sabato 19 marzo: Nazionalizzazione del Petrolio
Domenica 20 marzo: No Ruz (Capodanno persiano, inizia il 1395)
Lunedì 21, martedì 22, mercoledì 23: Ferie di No Ruz
Giovedì 31 marzo: Anniversario della nascita della Repubblica islamica
Venerdì 1 aprile: Giornata nazionale della natura (Sizdah bedar, fine delle celebrazioni di No Ruz)
Giovedì 21 aprile: Nascita dell’Imam Ali
Giovedì 5 maggio: Ascensione del Profeta
Domenica 22 maggio: nascita del Mahdi, l’Imam occultato
Venerdì 3 giugno: Anniversario della morte di Khomeini
Domenica 4 giugno: Anniversario Rivolta del 15 Khordad (sollevazioni contro l’attesto di Khomeini nel 1963)
Lunedì 27 giugno: Martirio dell’Imam Ali
Giovedì 7 luglio: Eid-e-Fetr (Fine del Ramadan)
Domenica 31 luglio: Martirio dell’Imam Sadeq
Martedì 13 settembre: Eid-e-Ghorban (Festa del Sacrificio)
Mercoledì 21 settembre: Eid-al-Ghadir (Celebrazione della designazione di Ali come successore di Muhammad)
Martedì 11 ottobreTassoua
Mercoledì 12 ottobre: Ashura
Lunedì 21 novembre: Arbaeen
Mercoledì 30 novembre: Martirio dell’Imam Reza
Sabato 17 dicembre: Nascita del Profeta Muhammad e dell’Imam Sadeq
Mercoledì 21 dicembre: Shabe Yalda, Solstizio di inverno

Le rose di Persia

Nove  racconti di nove scrittrici. Nove storie, nove diversi stili, nove diverse idee di letteratura. Le rose di Persia. Nove racconti di donne iraniane, curata da Anna Vanzan, riassume tra titolo e sommario il senso di un lavoro prezioso che merita di essere conosciuto anche da chi non ha a che fare, in vario modo, con la cultura della Persia contemporanea.

Perché il rischio è sempre in agguato quando si parla di Iran e di donne: sembra quasi impossibile parlare “solo” di letteratura, quasi che i libri, le storie e chi le scrive, siano in fondo poca cosa. Si finisce quindi a parlare di diritti (giustissimo, per carità), di battaglie civili e di obiettivi politici. E ci si dimentica quasi delle storie.

Che in questo caso sono invece diversissime tra loro. Si va dalle atmosfere minimaliste di Nahid Tabataba’i, col suo Zarringol, all’ironia “politica” di Belqis Soleimani e la sua Giornata dell’aria pura, dallo stile quasi “classico” di una maestra come Simin Daneshvar col suo A teatro, all’affascinante Scomparsa di una persona ordinaria, racconto di Tahereh ‘Alavi tradotto da Anna Vanzan direttamente da un manoscritto donatole dall’autrice. Senza citare gli altri cinque racconti e senza fingere false “equidistanze”, quest’ultimo è il racconto che mi è piaciuto di gran lunga più di tutti.

Solo una breve postilla, un estratto da un’intervista rilasciata da Anna Vanzan:

(…) La letteratura è l’Arte per eccellenza, da sempre, in Iran. La Rivoluzione ha creato il bisogno di letteratura nuova, di testi in cui i lettori (e le lettrici) potessero ritrovarsi. La letteratura è una sorta di agone in cui gli iraniani e le iraniane possono discutere idealmente: sono sorte scuole di scrittura, e il successo di pubblico ha spinto nuove scrittrici a presentarsi alla ribalta.

 

 

Estati d’animo. Iran

Viaggio Iran 2017

Viaggio in Persia dal 16 al 23 settembre 2016 a soli 1.980 euro, voli compresi. Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

CON CHI

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

QUANDO

Dal 16 al 23 settembre 2016.

 

 Guarda il video della presentazione in streaming del viaggio

Presentazione viaggi in #Iran 2016

Pubblicato da Antonello Sacchetti su Martedì 5 aprile 2016

ITINERARIO

1° Giorno ROMA – TEHRAN

Ritrovo all’aeroporto di Roma Fiumicino con la guida italiana e partenza.

2° Giorno TEHRAN – SHIRAZ

Visita al  Golestan e all’Iran Bastan. In serata volo per Shiraz.

3° Giorno SHIRAZ – PERSEPOLI – NAQSHE E ROSTAM – SHIRAZ

Visita di Persepoli e della necropoli di Naqshe Rostam. Nel pomeriggio rientro a Shiraz e visita della città (Mausoleo di Hafez, Moschea del Venerdì, ecc.)

4° GIORNO SHIRAZ – YAZD

Partenza per Yazd e visita di Pasargade e della tomba di Ciro. Sosta ad Abarkuh per la visita del cipresso di 4.000 anni. Arrivo a Yazd in serata.

5° GIORNO YAZD – ISFAHAN

Visita alle Torri del Silenzio e al Tempio zoroastriano. Partenza per Isfahan. Lungo la strada visita di Nain. Arrivo in serata a Isfahan.

6° GIORNO ISFAHAN

Visita della bellissima piazza Naqshe Jahan, delle sue moschee e dei suoi palazzi. Nel pomeriggio visita quartiere armeno di Jolfa.

7° GIORNO ISFAHAN – NATANZ – KASHAN – QOM – TEHRAN

Visita Moschea del Venerdì e partenza. Durante il viaggio visite a Natanz, Kashan e Qom. Arrivo in serata a Tehran.

8° GIORNO TEHRAN – ROMA

Nelle prime ore del mattino trasferimento in aeroporto e partenza per Roma.

QUOTA INDIVIDUALE : 1.980 EURO

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA: 270 EURO

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo A/R Roma-Tehran e tasse aeroportuali.
  • Volo interno Tehran – Shiraz con Iran Air.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 7 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • tasse consolari (60 euro da pagare all’arrivo)
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

MINIMO 10 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 15 GIUGNO CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO

SALDO ENTRO IL 20 LUGLIO

VOLANTINO IRAN SETTEMBRE 2016

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

Nel nome della madre

La letteratura contemporanea iraniana sembra privilegiare i racconti e i romanzi brevi. D’altra parte, il romanzo classico è un prodotto piuttosto nuovo per la letteratura persiana.

come spiega Alessandro Bausani nel suo fondamentale La letteratura neopersiana,

«Va tenuto presente, per comprendere la relativa trascuranza nella quale fu tenuta la prosa persiana, il fatto che molti degli argomenti che noi siamo da tempo abituati, nelle nostre letterature occidentali, a veder trattati in prosa (la narrativa, la teologia, la mistica, ecc.) erano in Persia trattati nel modo più alto in poesia, e che la prosa, mancando fino in epoche recentissime in Persia il romanzo, la novella (come la intendiamo noi) e il dramma, si limitò in sostanza a due soli generi, la “storia” cioè e la prosa ornata d’arte fatta di eleganti racconti con la loro morale»

Per capire meglio la letteratura iraniana, vanno considerati alcuni aspetti della lingua persiana, contraddistinta, sempre secondo Bausani, da una

 

«singolare scarsezza di verbi esprimenti i vari aspetti dell’azione, del moto: sono del tutto ignoti in persiano, o meglio, vengono espressi con perifrasi, verbi come scintillare, ammiccare, tentennare, centellinare e tanti altri del genere. (…) La grande scarsezza, nel persiano, di verbi descrittivi degli aspetti dinamici della realtà (…) è tuttora causa di grandi difficoltà per l’instaurazione di uno stile veramente “realistico” nella letteratura persiana».

Girando nelle librerie iraniane, se si fa eccezione per i volumoni dei grandi poeti classici (Hafez, Khayyam, Sa’di),  e per i testi di autori stranieri, ci si imbatte soprattutto in raccolti piuttosto snelle di racconti. Anche in Italia, della narrativa persiana contemporanea, sono tradotti e pubblicati libri che non raramente arrivano a cento pagine.

E’ quindi sorprendente che il libro che ha vendute più copie in assoluto nella storia della Repubblica islamica è un romanzo di quasi settecento pagine, intitolato Da, (دا، جنگ یک زن‎‎) che in curdo vuol dire “Madre”. L’autrice, Zahra Hosseini, racconta la sua vita, dall’infanzia da emigrata nell’Iraq di Saddam Hussein agli anni della “guerra imposta”, vissuti in prima linea a Khorramshahr, la “Stalingrado iraniana”.

Zahra Hosseini, classe 1963, è la seconda di sei figli di una famiglia molto religiosa e tradizionalista. Quando l’Iran è attaccato dall’Iraq (22 settembre 1980) è poco più che adolescente e la sua vita è stravolta dalla guerra. Prima si impegna nel cimitero della città, nel lavaggio dei cadaveri, poi direttamente al fronte.

Il libro, realizzato in collaborazione con Azam Hosseini (nessuna parentela tra le due), ha uno stile asciutto, quasi giornalistico. Pubblicato nel 2008, l’anno seguente vince il premio letterario Jalal Al-e Ahmad per la sezione “Documentazione e storiografia” ed ha un successo commerciale enorme, arrivando a ben 140 ristampe in tre anni.

Perché allora è un libro praticamente sconosciuto all’infuori del Paese? Probabilmente perché paga in partenza la sua “vocazione istituzionale”. Il libro era stato infatti concepito come parte di un progetto molto più ampio di raccolta di memorie di donne che avevano partecipato alla guerra con l’Iraq. Grande “sponsor” di questa operazione fu Mohammad Reza Mirtajeddini, deputato “principalista” (conservatore) e vicepresidente per gli Affari parlamentari con Ahmadinejad. Una grande quantità di copie fu distribuita tra politici, professori, scuole e università in concomitanza con le vacanze di No Ruz del 2009.

La protagonista di Da sembra incarnare alla perfezione tutte le virtù della devota sciita e della patriota iraniana. Il libro si presta perciò non solo come strumento per ricordare e celebrare i martiri della “guerra imposta”, ma anche come mezzo di propaganda dei valori della Repubblica islamica. E’ allora un prodotto artefatto, studiato a tavolino? No, perché la storia narrata è autentica e molti lettori vi hanno ritrovato storie personali e familiari. Però, probabilmente, si tratta di un libro poco attraente per le giovani generazioni e piuttosto difficile per il pubblico straniero, che preferisce magari perdersi dietro ai dilemmi esistenziali delle donne dell’Iran di oggi piuttosto che provare a immergersi nel dramma terribile che fu la guerra con l’Iraq.

Ho letto l’edizione statunitense di Da, per la traduzione di Paul Sprachman, che ha visitato l’Iran e incontrato più volte Zahra Hosseini con l’obiettivo di cogliere meglio il senso del libro e darne una traduzione il più fedele possibile.  Sicuramente si perde molto rispetto alla versione originale, ma è comunque un libro che non lascia indifferenti e che può essere apprezzato meglio da chi conosce l’Iran e sa quanto gli otto anni di “guerra imposta” siano ancora una ferita aperta per gli iraniani.

Zahara Hosseini - Da

Un aneddoto tragicomico: alla vigilia delle elezioni presidenziali del 2009, il riformista Mohammad Ali Abtahi, già vicepresidente di Khatami dal 1997 al 2005, dichiarò pubblicamente che aveva il libro a casa, ma di non aver trovato il tempo per leggerlo a causa degli impegni della campagna elettorale. A seguito di quelle tormentate elezioni, Abtahi venne arrestato e condannato a sei anni di carcere con l’accusa di “sedizione”. Qualche maligno osservò allora che avrebbe così avuto tutto il tempo di leggere Da

 

 

Il colonnello

Ne ho letto esattamente la metà in un pomeriggio, prima di cena. Era buio e pioveva. Mi ha preso molto questa prima parte, la seconda un po’ meno. Mentre leggevo mi veniva in mente un altro libro: “Cent’anni di solitudine” di Marquez.

In entrambi i libri, i personaggi del romanzo si mescolano ai personaggi storici del paese, in un vortice in cui i piani spazio-temporali collassano in un solo punto.

Gli eroi e gli antieroi della storia interagiscono con i personaggi del romanzo, si fondono si confondono tra di loro, mescolano la loro voce a quella dei personaggi del romanzo e alla voce dell’autore.

Il colonnello è un romanzo corale, in cui Doulatabadi si nasconde dietro alla voce, prima del colonnello (padre) e poi di Amir (il figlio). L’autore vero e proprio lo scorgiamo solo se prestiamo molta attenzione ai trucchi con cui si nasconde, come se si impossessasse dei suoi personaggi, per poi lasciarli subito dopo.

Ogni personaggio rappresenta un momento della storia iraniana e il loro carattere, oltre che il loro nome, è ben caratterizzato.

Un esempio su tutti è Parvaneh. In persiano significa farfalla, ma anche il canarino di Parvaneh si chiama come lei. Un personaggio destinato “a volare” verso il suo destino.

Vi propongo pochi estratti che, a mio giudizio, ho ritenuto più significativi della posizione politica del libro.

“Ripensò a tutte le volte in cui Khezr Javid, con il suo nasone e gli occhi a forma di pisello, era comparso nella sua vita, dalla prima visita in prigione fino a quel momento: gli venne in mente quel poeta che, con voce da cappone, stava fuori dal carcere a cantare le lodi della rivoluzione; pensò al pescatore che fumava Oshnu Speciali al posto della colazione, allo sguardo del capo di partito quarantenne che spediva giovani al mattatoio della guerra; e infine… pensò a se stesso, all’ombra di se stesso e quelli come lui. Si sforzò di mettere da parte i pensieri che lo distraevano e di concentrati sui momenti cruciali, come quando i cancelli delle prigioni erano stati aperti: dov’era Khezr Javid allora, da che parte della barricata stava? Gli sovvenne che, nel momento del ribaltone, Khezr Javid si era defilato, ma che era poi ricomparso presto, appena era divenuto conveniente farlo. Non con gli stessi panni, certo, con quelli opposti.” pag. 78-79

Khezr Javid è un personaggio che rappresenta i voltagabbana del potere, le persone che saltano sul carro del vincitore, servi e schiavi del potente di turno.

“Una paura storica? L’umanità vive in stato di timore permanente, non riesce a trovare pace, senza mai sapere perché…finchè non muore. E invece di portarsi questo senso di paura nella tomba, lo passa alla generazione successiva!” pag. 145

“Non c’è spazio per i dubbio nell’area della storia e della rivoluzione, papà! […]. Dobbiamo continuare ad avere speranza, padre, un uomo senza speranza è come un insetto, una creatura priva di cervello e di prospettive. Un essere umano senza prospettive può solo regredire. I prigione eravamo tutti concordi sul fatto che chi non prende posizione non ha onore.” pag. 152-153

Amir un giovane comunista oppositore dello scià Mohammad Reza Pahlavi e incarcerato dai Pasdaran della rivoluzione.

“Se coloro i quali verrano si prenderanno la briga di giudicare il passato, diranno: i nostri padri erano uomini arditi e potenti, sacrificati alle grandi bugie nella quali hanno caparbiamente creduto e hanno propagandato. E quando hanno cominciato a dubitare, era troppo tardi, e le loro teste erano già cadute. I mercanti nel bazar, gli uomini d’affari e i trafficanti converranno che potremmo essere tutti felici se solo sapessimo sceglierci dei governanti che non divengano i nostri carnefici.” pag. 183

E questo rende tristemente molto simile l’Iran all’Italia.

Vi invito a leggere questo libro che è tutt’ora inedito in Iran poiché all’indice dal regime, ma tradotto in tedesco, inglese e italiano.

Abbiamo questo privilegio, leggiamolo.

Mahmoud Doulatabadi, Il Colonnello, Cargo Editore, 2011. Traduzione di Anna Vanzan

Close up

Close up è un documentario del 1990, scritto e diretto da Abbas Kiarostami.

In persiano کلوزآپ ، نمای نزدیک, Klūzāp, nemā-ye nazdīk.
Close up
Il film è è il vero processo di Hossain Sabzian, un disoccupato in gravi difficoltà economiche che si spaccia per il registra Mohsen Makhmalbaf, circuisce la famiglia benestante Ahankhah inventandosi di voler girare un film con loro in cambio di denaro e un riparo nella loro casa.
E’ difficile capire ciò che è in presa diretta e ciò che è ricostruito. Anche se all’inizio del film si vede il microfono che appare in alto a sinistra mentre il giornalista chiede dell’arrestato ad un poliziotto…
Sabzian mi ha suscitato un senso di compassione profondo. Forse lo stesso senso di compassione che ha colpito lo stesso regista Makhmalbaf. Consiglio a tutti di avere un’attenzione maniacale per la fine del film, da quando il giudice chiede alla famiglia se vuole perdonare o no Sabzian in poi.
Tutti i protagonisti sono loro stessi, non ci sono attori. Ognuno ha mantenuto  un senso di umanità, di realtà che non vedevo da tanto tempo. Sarà perché i media e la telecamera è diventata così parte integrante della nostra vita che, difronte ad essa, non ci comportiamo più naturalmente, ma abbiamo introiettato il modo in cui si fanno le riprese. Ci poniamo come pensiamo ci si debba porre davanti una telecamera, si perde il senso della nostra realtà, la nostra autenticità. Non c’è niente di più finto di un reality show.
Per avere l’effetto rinfrescante di vedere finalmente delle persone vere, con dei sentimenti veri. Persone normale, non plastificate, né plasmate da alcunché, bellissimi nella loro normalità, dovete vedere assolutamente da circa 1h: 10 in poi.
Nell’aula di tribunale, di lato, c’è il regista che pone alcune domande finali a Sabzian, se stia recitando e perché si sia presentato come regista e non come attore data il suo interesse per la recitazione. La risposta non ve la svelo. Vedete dal punto che vi ho indicato e la saprete. Veramente struggente.
Un dettaglio che può sfuggire.
Una scena del film
Il vero Mohsen Makhmalbaf non si vede mai in volto nonostante appaia, nell’ultima parte del film, mentre incontra Sabzian e lo accompagna in moto fino a casa Ahankhah a chiedere perdono anche da parte sua. Non è una scelta casuale, credo che sia proprio un intento preciso. Il volto che ci deve interessare è Sabzian-Makhmalbaf, non fare il paragone tra il reale e l’impostore.

Sag Koshi

Il film si intitola Sag Koshi (سگ كشي ) del 2001, diretto da Bahram Beizai.

Quando uscì il film tutti si stupirono che fosse pieno di star del cinema, solo la protagonista era per la prima volta sullo schermo, oggi affermata attrice.

Inoltre, il film fu bandito per un paio di settimane per via di alcuni messaggi contro la guerra.

Sag Koshi

Sag Koshi significa letteralmente “Uccidi il cane”. La prima scena è infatti come una fotografia sfocata di cani uccisi perché rabbiosi. Il titolo non sembrerebbe calzante, ma poi ne capirete le ragioni.

Il film è ambientato a Tehran durante gli ultimi anni della guerra tra Iran e Iraq.

La protagonista, Golrokh è una scrittrice che ha abbandonato il marito (senza divorziare) per un anno. Al suo ritorno, trova tutto cambiato: la sua casa è stata venduta con tutto il mobilio, suo marito è nascosto non si sa dove e in bancarotta.

Decisa a voler rimediare all’errore di averlo lasciato l’anno precedente, lo ritrova e cerca di aiutarlo. Il marito è indebitato fino al collo con sette uomini potenti e importanti.

Adesso vi devo spiegare come funziona l’acquisto e la vendita di debiti, altrimenti non capite il film.

Il marito ha contratto debiti con privati firmando una specie di pagherò. Allo scadere dei termini di restituzione del debito, se i soldi nel conto dell’indebitato è in rosso, il pagherò va in protesto e si va in prigione in attesa di processo. Ma la prigione significa perdita di libertà per l’indebitato e la perdita per sempre del denaro per il creditore. Se il creditore vuole riavere una parte dei soldi (pochi, maledetti e subito), può accettare di “perdonare” il debito, accettando la proposta di rinegoziazione. Il debito viene annullato e si può uscire di prigione: a patto che tutto questo avvenga prima di andare in tribunale.

 

Il marito trasferisce sul conto della moglie i soldi per comprare i suoi debiti e lui va in carcere. La protagonista incomincia questa odissea tra telefonate, incontri, proposte indecenti, in un crescendo di creditori violenti che erano tutti usurai, altro che uomini d’affari!

Senza svelarvi niente vorrei però soffermarmi sull’ultimo creditore. Un consorzio di uomini che lavorano nelle costruzioni. La scena è più allegorica e metaforica che non reale, in cui Golrokh discute con questi uomini in abiti da muratore, sporchissimi, dove tutto intorno è rumore di costruzione e polvere.

“Voi non costruite niente”. Il film è tutto incentrato sui soldi, il loro potere, il mondo del “business”, legittimo o illegittimo che sia, dove è tutto declinato al maschile. Le uniche donne che si vedono nel film infatti sono Golrokh, una segretaria e la moglie di un creditore. Ma queste due ultime figure sono quasi dei camei.

Pensando anche ai giorni nostri, ancora adesso il mondo dell’economia è maschile. Pochissime donne sono ai vertici di grandi compagnie, soprattutto in paesi tradizionalisti come l’Italia. Vedere quella scena, piena anche di messaggi più o meno velati anche sull’inutilità della guerra Iran Iraq, con uomini che si affannano a fare soldi per i soldi, è stato liberatorio. Liberatorio perché Golrokh scappa via in macchina lanciando denaro dal finestrino. Il gesto di buttare i soldi con disprezzo, per me, è stato il gesto più dignitoso e coraggioso che ho visto in tutto il film.

Film consigliato.

 

 

Significato del nome:

 

Golrokh گلرخ

 

گل = fiore

 

رخ = faccia

Cinema dall’Iran

Organizzato per la prima volta nel 1982 dal Ministero iraniano della Cultura e Guida islamica, il Fajr Film Festival è la principale rassegna iraniana di cinema – vero ponte tra la cinematografia nazionale e quella internazionale – molto nota anche all’estero. Nato per celebrare i dieci giorni intercorsi tra il ritorno dell’Imam Khomeini e la vittoria della rivoluzione islamica (1-11 febbraio 1979), il Festival è presto diventato un importante punto di riferimento cinematografico per tutto il Medio Oriente e il continente asiatico, grazie alla sua capacità di selezionare la migliore produzione nazionale e internazionale e l’assegnazione di un’articolata serie di premi, tra i quali l’ambito Simorgh di cristallo. Dal 2015, le due sezioni, nazionale e internazionale, si svolgono in momenti separati (febbraio e aprile), circostanza che ha permesso al cinema nazionale di emergere con rinnovato vigore e di usufruire di maggiore attenzione da parte della critica locale ed estera.

La rassegna, che prende il via presso la Casa del Cinema di Roma sulla base di una cooperazione con l’Istituto iraniano di cultura divenuta ormai un seguito appuntamento annuale, si apre con il film vincitore assoluto (ben 9 Simorgh) del Fajr Film Festival 2016, L’ergastolo più un giorno di Said Roustai, e prosegue con alcuni titoli tra i più interessanti delle edizioni del 2015 e del 2014. Tra questi, Pochi metri cubi di amore, delicato dramma sentimentale tra una rifugiata afgana e un giovane iraniano, e il raffinato Che ore sono nel tuo mondo?, con una insolita e bravissima Leila Hatami sullo sfondo delle atmosfere intime di una cittadina del nord dell’Iran. In programma anche Il ponte del sogno di Oktay Baraheni e Nati nel 1986, di Majid Tavakoli, un film su una generazione che sta trasformando il Paese mentre si appresta a divenirne protagonista.

FILM IN ORIGINALE CON I SOTTOTITOLI IN INGLESE

www.casadelcinema.it/

PROGRAMMA

Autunno in Iran

Il primo sguardo. Sarebbe bello poterlo rivivere per davvero, non solo filtrato dalla memoria. Come è stato, cosa ho visto la prima volta che sono venuto in Iran, ormai dieci anni fa? Ho l’immagine dei colori della gente dell’aeroporto di Mehrabad, dove si arrivava allora, quando non era ancora stato inaugurato l’Imam Khomeini. Non posso riviverlo, quello sguardo, ma posso provarci attraverso lo sguardo delle persone che arrivano in Persia per la prima volta. Per le quali, lo ammetto, provo sempre un po’ di invidia.

Rieccomi qui, a distanza di pochi mesi dall’ultimo viaggio. Anche questa volta accompagno un gruppo di turisti italiani. La volta scorsa eravamo all’inizio del ramadan, pochi giorni prima che lo storico accordo sul nucleare si concretizzasse. Adesso il destino vuole che la partenza avvenga all’indomani dei terribili attentati di Parigi, in un clima cupissimo di paura, destinato ancora una volta a rinfocolare le polemiche e i pregiudizi sull’Islam.

La Persia ci accoglie ancora una volta con discrezione e gentilezza, avvolta nei colori magnifici del suo autunno. Per qualche giorno saremo lontani dagli echi di odio e di paura che sconvolgono l’Europa.

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Da Paese paria ad oasi di stabilità nel Medio Oriente: strano davvero il destino dell’Iran. Adesso qualcuno afferma di essersi affrettato a vedere l’Iran prima che la globalizzazione lo renda omologato e “normale”. E pensare che invece fino a due o tre anni fa, i pochi che venivano qui dicevano di volersi sbrigare prima che una guerra ne cancellasse le bellezze. In un caso o nell’altro, sembra davvero che ci sia sempre bisogno di un alibi per venire in Iran.

Ashura è trascorsa da un paio di settimane, l’inverno non ha ancora conquistato l’altopiano. Sono giornate piene di luce, l’aria è tersa e frizzante. Così come l’atmosfera generale, per le strade, nei negozi, nelle parole della gente. Non si respira entusiasmo ma un’aria positiva, costruttiva.

In Iran in pochi mesi le cose possono cambiare rapidamente. Strade ricostruite, hotel nuovi, edifici in ristrutturazione. Le sanzioni non sono ancora state rimosse e il mattone continua a essere uno dei principali canali di investimento, quasi di “sfogo” del mercato interno.

Il Paese si sta aprendo all’esterno, lo si capisce da tanti piccoli cambiamenti intervenuti negli ultimi cinque mesi. Sembrano dettagli, ma sono importanti. Ci sono nuovi hotel e in molti siti turistici, accanto ai tradizionali bagni “alla turca”, ci sono le toilet all’occidentale. Guide e cataloghi vari sono distribuiti in più lingue rispetto a poco tempo fa. Gli italiani sembrano aver riscoperto l’Iran: dai 3.000 visti turistici nel 2011, si è passati ai 14.000 del 2014.

Ma perché gli italiani vanno in Iran? Cosa vengono a cercare, cosa rimane loro dopo un tour nelle città d’arte?

Una signora del mio gruppo, dopo aver visto Persepoli e Yazd, mi dice con un filo di voce:

Non avevo mai visto un Paese con così tanta storia. E’ una cosa che mi mette a disagio.

Strano sentirlo da una persona che vive in Italia. Ma forse a sorprendere e a stordire non è tanto la storia quanto la coscienza che l’Iran ha della propria storia, della propria identità, in un mondo sempre più globalizzato.

E allora arriviamo alla questione del momento: l’Iran è pronto ad aprirsi? E aprirsi a cosa? Ai consumi, agli investimenti, agli scambi. O è altro quello che ci si aspetta?

E’ tornata l’acqua nello Zayandeh Rud di Esfahan, Ce n’è molta di più rispetto a giugno, quando era possibile per i bambini giocare nel letto del fiume senza pericolo. Anche questo è un segnale di speranza, anche se si tratta di una soluzione temporanea: l’acqua ci sarà soltanto per un mese, poi il letto tornerà a essere secco a causa della decisione di deviarne il corso per irrigare le campagne di Yazd.

Certo è bello rivedere l’acqua correre sotto gli storici ponti di Esfahan: il Khaju è affollatissimo in un fredda sera di novembre, con tanto di gara di canto sotto le arcate, come vuole la tradizione.

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Pol e Tabiat, Tehran

Dai ponti storici di Esfahan al Pol-e Tabiat, il Ponte della natura, a Teheran. E’ qui che abbiamo deciso di far terminare il nostro tour. Siamo partiti dall’antichità di Persepoli e siamo arrivati al postmoderno della capitale. Il ponte della natura è un ponte pedonale a tre livelli, lungo 270 metri, che collega due dei sette grandi parchi della capitale, l’Ab-o Atash e il Taleghani. Al di sotto, corre non un fiume ma la superstrada Modarres, una delle grandi arterie di Teheran. Inaugurato nell’ottobre 2014, il ponte si basa sul progetto di Leila Araghian, architetto donna oggi 31 enne. Cinque anni fa, quando era ancora studente dell’Università Shahid Beheshti, vinse un concorso del comune per la progettazione di una struttura di collegamento tra due parchi separati da una strada a nord di Teheran.

Lei stessa ha spiegato:

Io non volevo fosse solo un ponte che la gente avrebbe usato per andare da un parco all’altro. Volevo che fosse un luogo di ritrovo per le persone, uno spazio per riflettere, non solo passare.

E infatti sul ponte ci sono ristoranti, caffè e aree salotto. Proprio come sugli antichi ponti di Esfahan ci sono le case da the. Costruito in quattro anni, il ponte ha ricevuto uno dei premi architizer A +, un concorso di architettura con sede a New York.

Un altro membro del gruppo ammette:

Grazie per averci portato qui. Un occidentale non penserebbe mai che a Teheran possa esserci un posto simile.

(Per sapere di più sul Ponte della Natura clicca qui).

Già, l’occidente. Fa uno strano effetto passare davanti all’ex ambasciata Usa in via Taleghani, oggi museo sulle attività di spionaggio degli americani. I murales più famosi di Teheran scivolano via in modo piuttosto anonimo. ignorati dai passanti e dalle persone che aspettano l’autobus sotto la pensilina poco distante da una delle torrette di guardia del vecchio “nido di spie”. Se mai gli Usa dovessero riaprire l’ambasciata a Teheran, sarà questa la sede? E che ne sarà dei murales e del museo? Non sono domande banali se si pensa quanto la retorica antiamericana sia servita – e serva tutt’ora –  a cementare la Repubblica islamica.

Ex ambasciata Usa
Ex ambasciata Usa

Poco distante dall’incrocio di via Taleghani con l’infinita Vali Asr (il viale lungo 20 chilometri che attraversa la città) sorge il centro computer Lotus. Quattro piani di delirio per i patiti di informatica: computer, smartphone, tablet delle marche più importanti. Gli iraniani sono affamati di tecnologia e gli investitori stranieri stanno correndo incontro a un mercato potenzialmente enorme.

In una vetrina, accanto a una memoria esterna, è stata posta una piccola copia del Corano. Da un negozio della Apple scorgo il ritratto del presidente Hassan Rouhani. Ora che ci faccio caso, è la prima volta in oltre due anni che vedo in un luogo pubblico una foto del presidente in carica. D’altra parte, anche del suo predecessore Ahmadinejad non si vedevano ritratti in giro. Le due icone “ufficiali” della Repubblica Islamica rimangono sempre Khomeini e l’attuale Guida Khamenei.

Poche centinaia di metri e siamo a Piazza Vali Asr dove campeggia una fotografia enorme intitolata “Storia di una bandiera”.

The story of a flag

Si tratta di un’opera di Seyed Ehsan Bagheri in cui la celebre foto risalente alla Seconda Guerra Mondiale, viene trasformata in un atto di denuncia contro gli Usa. Sotto la bandiera a stelle e strisce, c’è infatti un mucchio di cadaveri di palestinesi, siriani e vietnamiti, vittime tutte dell’imperialismo nordamericano. L’opera è stata installata in occasione della “Giornata Nazionale della lotta contro l’arroganza globale” che si celebra ogni 4 novembre, ricorrenza dell’occupazione dell’ambasciata Usa. Nulla di nuovo, verrebbe da dire. Eppure qui la retorica, filtrata attraverso il fotomontaggio,  sembra farsi meno diretta. Il messaggio è chiaro ma è come se uscisse da un libro di storia, come se arrivasse con meno forza, forse meno convinzione. Sembra cioè filtrato da una rappresentazione che non è più quella diretta, militane, del murale. Qui siamo già alla sublimazione della propaganda.

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Centro computer Lotus in Vali-e Asr

A cena al ristorante del nostro hotel ci imbattiamo nella squadra di pallavolo del Payakan, in cui milita anche Valerio Vermiglio, oggi 39enne, ex capitano della nostra nazionale. In mezzo a una schiera di ragazzoni, lo riconosco subito, perché è l’unico con le braccia tatuate e l’orecchino. Quando glielo dico, sorride compiaciuto e mi spiazza:

Eh già, sono l’unico civilizzato!

Poi comincia a parlare della sua esperienza in Iran.

Sono il contrario di noi. Tutto deve essere sempre una contrattazione continua, ci mettono le ore per salutarsi, anche tra amici. e poi non hanno rispetto per le donne, non hanno rispetto per nessuno.

In piena notte, a pochi chilometri dall’aeroporto Imam Khomeini, assisto a una scena surreale. Un mullah aspetta sul bordo dell’autostrada, solo, in un tratto quasi completamente buio. Non sembra affatto preoccupato, lì, nel deserto, al freddo e al buio. Tutto è simbolo e analogia, diceva Pessoa.

Questo non è un taxi

Secondo il primo assioma della comunicazione è impossibile non comunicare. Qualsiasi comportamento, in situazione di interazione tra persone, è ipso facto una forma di comunicazione. Prima ancora della politica, basta forse la logica a spiegare perché il divieto di girare film imposto a Jafar Panahi, oltre che ingiusto è insensato.

Inutile girarci intorno. Taxi Teheran, il film del regista iraniano Jafar Panahi, premiato con l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, nelle sale italiane dal 27 agosto 2015, si basa tutto su questa condanna. Di più: si regge su questa condanna. Non avrebbe probabilmente senso se non ci fosse alle spalle il “caso Panahi”.

Tutto comincia nella lunga e tormentata estate 2009, dopo le contestatissime elezioni che confermarono alla presidenza della Repubblica islamica Mahmoud Ahmedinejad. Panahi, regista tra i più noti e amati in Iran, partecipa alle manifestazioni di piazza e viene prima arrestato, poi rilasciato su cauzione e poi condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo paese per un periodo di tempo indeterminato, pena 20 anni di incarcerazione per ogni divieto violato.

Panahi viola il divieto già nel 2011, quando realizza In film nist (Questo non è un film), documentario in cui racconta come è cambiata la sua vita dopo la condanna. E poi realizza questo film, premiato a Berlino e uscito con successo in Francia.

Lo stesso regista spiega:

Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante. Il cinema in quanto arte è la cosa che più mi interessa. Per questo motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalla circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo.

La trama è semplice e non molto originale: Panahi guida un taxi per le strade di Teheran, raccogliendo e trasportando passeggeri. Della città si vede poco o nulla, la scena è fissa nell’abitacolo dell’automobile. Per intenderci, è lo schema usato da Abbas Kiarostami nel 2002 in Dieci.

Taxi Teheran

Va innanzitutto precisato che non si tratta di un documentario, come riportato da alcune recensioni. È un film di finzione, anzi, potremmo dire che un film “sulla finzione”. Gli attori (tutti non professionisti, compresa la nipotina di Panahi) sono più o meno tutti alla ricerca di una storia, di qualcosa da raccontare. Lo è lo “spacciatore di DVD”, lo è la giovane donna che ha bisogno del video testamento del marito, lo sono in modo ancora più esplicito lo studente di cinema che chiede consigli a Panahi e la nipotina impegnata nella realizzazione di un cortometraggio scolastico.

Storie da raccontare per professione, per vocazione o per bisogno. Come l’amico reduce da una rapina che sfrutta l’incontro con Panahi per sfogarsi.

L’avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh è l’ultima a salire sul taxi e si mangia letteralmente la scena, con un monologo degno di un’arringa. Forse proprio perché avvocatessa, è quella che recita meglio la parte, che si muove con più disinvoltura davanti alla telecamera digitale posta sul cruscotto.

nasrin sotoudeh

Nasrin Sotoudeh

In una cultura in cui tutto o quasi è rappresentazione (si pensi alle regole del tarof, il galateo persiano), il confine tra realtà e finzione è davvero labile.

Come pure, nonostante tutto, appaiono labili persino i limiti imposti. Chi visita il bellissimo Museo del Cinema a Teheran, trova in una delle prime sale la sezione dedicata ai film e ai tanti riconoscimenti ottenuti da Panahi. Segno di una messa al bando non così definitiva come si potrebbe pensare.

Lo stesso Panahi ha aderito alla campagna di sostegno all’accordo sul nucleare con cui molti iraniani famosi nel mondo chiedono al Congresso Usa di non bloccare l’intesa del 14 luglio 2015.

Video di Panahi a sostegno dell’accordo sul nucleare

Il film si chiude con questa scritta sullo schermo:

Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film «divulgabili». Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non sarebbe mai venuto al mondo.

È una chiusura che sa di speranza. La stesa genesi di questo film dimostra come nulla in Iran si possa considerare immutabile.

Taxi Teheran Official Trailer ITA from Fermenti on Vimeo.

Primavera in Persia

Dal 2 al 9 aprile 2016 un nuovo viaggio in Iran insieme ad Antonello Sacchetti e Davood Abbasi. Sette giorni alla scoperta di un Paese unico, in cui la modernità convive con l’eredità culturale di una civiltà antichissima. Si visiteranno le città d’arte, i siti archeologici e i musei più belli ed importanti. Ma si viaggerà anche attraverso l’Iran di oggi, i suoi giovani, la sua cultura contemporanea, la sua Poesia e la sua Storia più recente. E naturalmente attraverso la sua cucina.

CON CHI

Il giornalista Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sull’Iran e curatore del blog Diruz – L’Iran in italiano (www.diruz.it) e Davood Abbasi, docente universitario iraniano.

QUANDO

Dal 2 al 9 aprile 2016

ITINERARIO

1° Giorno ROMA – SHIRAZ

Ritrovo all’aeroporto di Roma Fiumicino con la guida italiana e partenza per Shiraz via Istanbul. Arrivo e sistemazione in hotel.

2° Giorno SHIRAZ – PERSEPOLI – SHIRAZ

Visita di Persepoli e della necropoli di Naqshe Rostam. Nel pomeriggio rientro a Shiraz e visita della città (Mausoleo di Hafez, Moschea del Venerdì, ecc.)

3° Giorno SHIRAZ – YAZD

Partenza per Yazd e visita di Pasargade e della tomba di Ciro. Sosta ad Abarkuh per la visita del cipresso di 4.000 anni. Arrivo a Yazd nel pomeriggio e prime visite.

4° GIORNO YAZD – NAEIN – ESFAHAN

Visita alle Torri del Silenzio e al Tempio zoroastriano. Partenza per Esfahan. Lungo la strada visita di Naein. Arrivo nel pomeriggio e prime visite a Esfahan.

5° GIORNO ESFAHAN

Visita della bellissima piazza Naqshe Jahan, delle sue moschee e dei suoi palazzi. Nel pomeriggio visita quartiere armeno di Jolfa.

6° GIORNO ESFAHAN – NATANZ – KASHAN – QOM – TEHERAN

Viaggio verso la capitale. Durante il tragitto visite a Natanz, Kashan e Qom. Arrivo in serata a Tehran.

7° GIORNO TEHERAN

Visita al Golestan, all’Iran Bastan, al Museo dei Gioielli, al Pol- Tabiat, il nuovo “Ponte della Natura”.

8° GIORNO TEHRAN – ROMA

Nelle prime ore del mattino trasferimento in aeroporto e partenza per Roma.

QUOTA INDIVIDUALE :  EURO 2.090 

SUPPLEMENTO STANZA SINGOLA:  EURO 250

 

LA QUOTA COMPRENDE:

  • Volo Roma – Shiraz (Via Istanbul) e Teheran – Roma (via Istanbul) con Turkish Airline e tasse aeroportuali.
  • Assicurazione medico/bagaglio.
  • Tutti i trasferimenti in Iran, con mezzi di trasporto privati dotati di autista e aria condizionata.
  • 7 pernottamenti in camera doppia in alberghi 4/5 stelle, colazione inclusa.
  • Trattamento di pensione completa, con cena in hotel e pranzi in corso di escursione.
  • Visite ed escursioni indicate nel programma, compresi gli ingressi.
  • Guida/accompagnatore locale parlante italiano.
  • Tè, caffè e acqua durante i trasferimenti lunghi.
  • Codice d’autorizzazione del visto (esclusa tasse consolare).

 

LA QUOTA NON COMPRENDE:

  • tasse consolari
  • tutte le spese personali, lavanderia, chiamate telefoniche
  • mance alla guida e all’autista
  • assicurazione annullamento viaggio
  • tutto quanto non espressamente indicato alla voce “La quota comprende”.

 

MINIMO 10 PARTECIPANTI

ADESIONI ENTRO IL 12 FEBBRAIO 2016 CON CAPARRA DI 700 € RESTITUITA IN CASO DI ANNULLAMENTO 

SALDO ENTRO IL 10 MARZO 2016

PER INFORMAZIONI E ADESIONI: antonello.sacchetti@gmail.com

VOLANTINO PRIMAVERA IN PERSIA OK (1)

Di cosa parlano le scrittrici iraniane?

Sabato 12 dicembre 2015 alle ore 16,00 il Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, nella sede del Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ e l’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran diretto da Ghorban Ali Pourmarjan, in collaborazione con diretto da Massimiliano A. Polichetti, l’Associazione Culturale Italo Iraniana ALEFBA presentano l’incontro letterario

“Di cosa parlano le scrittrici iraniane?”

 

Interverranno Ali Asghar Mohammad Khani, direttore dell’ufficio delle Relazioni Internazionali dell’Istituto “La Città del Libro” di Teheran, lo scrittore Mostafa Mastur, la giornalista Marina FortiFelicetta Ferraro (Ponte 33)

L’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran ha ideato e organizzato questo evento per promuovere, nel quadro delle sue attività culturali rivolte agli italiani appassionati.

L’incontro si svolgerà presso il Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ a Roma della cultura e della civiltà iraniane, la conoscenza della letteratura iraniana. in via Merulana, 248 che attualmente ospita la mostra fotografica “UNO SCATTO DALL’IRAN”.

Si invitano gli interessati a gentilmente confermare la loro presenza inviando una e-mail all’Istituto: istitutoculturaleiran@gmail.com oppure chiamando il numero 06 3052208.

Ingresso gratuito al Museo dalle ore 15.30 alle ore 16.10

dietro presentazione della presente comunicazione

INVITO

Video di una partita di polo nella piazza di Esfahan

Chi è stato a Esfahan lo avrà certamente sentito dire: nella piazza – a Esfahan “la” piazza è la Piazza dell’Imam Khomeini, da tutti chiamata Naqshe Jahan, cioè disegno del mondo – una volta si giocavano partite di polo. Ma un conto è immaginarla, un conto è vederla una partita di polo nella seconda piazza più grande del mondo.

Da questo breve filmato della BBC, risalente ai primi del Novecento, possiamo almeno farci un’idea. L’effetto è comunque affascinante.

 

 

 

 

Mostra: uno scatto dall’Iran

Giovedì 26 novembre alle ore 17,00 il Polo Museale del Lazio diretto da Edith Gabrielli, nella sede del Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’ diretto da Massimiliano A. Polichetti, unitamente all’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran, ideatore e organizzatore dell’evento, diretto da Ghorban Ali Pourmarjan, inaugureranno la mostra fotografica “Uno scatto dall’Iran – Valorizza le differenze”.

L’esposizione, realizzata in collaborazione con ISMEO – Associazione Internazionale di Studi sul Mediterraneo e l’Oriente, intende illustrare i risultati del Primo Concorso Fotografico, promosso dal’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran nel quadro delle sue attività culturali, rivolto gli italiani appassionati della cultura e della civiltà iraniana.

Il Concorso ha lo scopo di valorizzare gli aspetti e le caratteristiche di questo Paese, promuovendo una maggiore e diversa visibilità della cultura iraniana e della vita quotidiana attraverso foto, scattate durante un viaggio, che mettano in rilievo gli aspetti sociali, le tradizioni, la diversità religiosa e etnica, lo spirito di convivenza, il patrimonio storico-artistico e paesaggistico ed infine le grandi innovazioni.

La mostra si articola in tre sezioni:

  • Uno scatto dall’Iran. In questa sezione sono presentate 80 fotografie, scattate da turisti italiani in Iran (quasi 110 persone), selezionate tra 1500 immagini dalla Commissione, composta da Felicetta Ferraro direttore della casa editrice Ponte 33, già consigliere culturale dell’Ambasciata d’Italia a Tehran, da Riccardo Zipoli docente dell’Università Ca’ Foscari di Venezia e da Bijan Bassiri, artista di origine iraniana. Da questa selezione saranno scelte le tre fotografie vincitrici.
  • Il mio nuovo Iran. In questa sezione è presentata una selezione di 10 fotografie di Riccardo Zipoli docente di lingua e letteratura persiana dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, eseguite nel dicembre 2012 durante un breve viaggio fotografico iniziato ad Hormoz e concluso a Cham (nei dintorni di Yazd). Per una decina di anni Zipoli ha fotografato solo l’Iran, e tale frequentazione ha plasmato la sua sensibilità nei confronti del paesaggio, imparando a conoscere una ‘persianità’ che lo ha profondamente educato a riscoprire i suoi segniovunque andasse. Le immagini esposte sono tratte da un diario fotografico di circa 170 fotografie, divise in trentasei capitoli e provengono in particolare da: sguardi, ombre, surrealtà, monumenti, bazar, riquadri, fotogrammi, tempo, chaykhâne, camion. Rispetto ai paesaggi ideali dei primi viaggi in Iran, diversa è la resa pittorica; i campi lunghissimi di un tempo hanno spesso ceduto il passo a campi medi, ed è aumentato l’interesse per i dettagli. I soggetti sono cambiati e il paesaggio non ha più un ruolo dominante: sono presenti infatti, piani ravvicinati di persone, animali, oggetti, interni, riflessi e ombre. Sono state anche utilizzate elaborazioni di vario tipo (esposizioni multiple e immagini mosse). Da segnalare, anche, due operazioni di stampo ‘concettuale’: in zurkhâne, le persone sembrano guardare il fotografo ma in realtà osservano gli esercizi ginnici che sono eseguiti davanti a loro e che appaiono riflessi nello specchio alla parete; la logica della scena è svelata dalle clave del ginnasta riflesso che si vedono sospese per aria. Ne In viaggio, il camion sembra fermo mentre in realtà è in corsa, fotografato da una macchina che lo segue. Si ha, infine, un’operazione di natura simbolica nelle Disarmonie al bazar di Esfahân.
  • Uno scatto dall’Iran: lavorare assieme. Questa sezione comprende circa 50 fotografie, riguardanti principalmente i cantieri avviati nel Sistan (Shahr-e Sokhteh 1967-1974, Dahane-ye Ghulaman 1966-1975, Kuh-e Kwajeh 1961) e nel Fars (Persepoli, Esfahân. 1960-1973), eseguite da F. Bonardi, D. Faccenna, E. Galdieri, G.Graziani, U.Scerrato ed altri.

 

Uno scatto dall’Iran

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Museo Nazionale d’Arte Orientale ‘Giuseppe Tucci’

Martedì, Mercoledì e Venerdì: ore 9,00 – 14,00 (ultimo ingresso alle 13,30); Giovedì, Sabato,

Domenica e festivi ore 9 – 19,30 (ultimo ingresso alle 19,00) – Chiuso il lunedì

La narrativa persiana in italiano

Cosa leggere di Iran? Quali libri e in quale edizione? Sono alcune delle domande che mi sento spesso rivolgere al termine di un viaggio in Iran o in occasione di qualche incontro  su temi legati alla Persia. In genere, il lettore medio italiano apprezza più un romanzo che un saggio o un reportage. E allora si finisce per parlare – qualche volta anche per litigare – sui soliti titoli arcinoti.

Sull’ultimo numero della rivista Tradurre  Anna Vanzan ha pubblicato un articolo molto interessante dal titolo Opportunità, opportunismo e politiche di genere.

Lo potete leggere a questo link: http://rivistatradurre.it/2015/11/opportunita-opportunismo-e-politiche-di-genere/

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