Panahi: tre volti, un soldo

Lo confesso. Stavo assistendo da pochi minuti all’ultimo film di Jafar Panahi, Seh Rokh (3 faces, Tre volti), quando mi è tornato alla mente quello che Dino Risi disse una volta di Nanni Moretti:  “Mi viene sempre da pensare: scansati e fammi vedere il film”.

Eravamo ancora alle prime battute, con la storia che si stava dipanando un po’ a fatica, ma già la presenza del regista si faceva pesante. La sua vicenda giudiziaria è nota: all’indomani delle manifestazioni dell’Onda Verde del 2009, Panahi viene interdetto dal girare film. Divieto violato a più riprese dal regista, che da allora ha firmato tre film, uno dei quali – Taxi Teheran premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino del 2015.

E’ inutile negarlo: da nove anni il cinema di Panahi è legato a doppio filo alla sua condizione di “dissidente tollerato” o comunque blandamente perseguitato. E ogni sua nuova opera è – giustamente – salutata come una vittoria contro la censura.

 

 

E il film? La storia è questa: l’attrice Behnaz Jafari – molto nota perché protagonista di diverse serie TV – riceve un video via Telegram in cui una ragazza di un piccolo paese dell’Azerbaigian iraniano minaccia il suicidio perché la famiglia le impedisce di trasferirsi a studiare arte a Teheran. Si è uccisa per davvero? O è un bluff’ O addirittura è una messinscena di Panahi che ha così un pretesto per girare un nuovo (meta)film?

Behnaz e Panahi si mettono in viaggio in suv verso il villaggio dove verranno a contatto con una realtà molto distante da quella di Teheran. Un viaggio anche a ritroso in un Iran che sembra rimasto a una quarantina d’anni fa.

 

 

Non sveliamo il finale e nemmeno i pochi ma importanti colpi di scena che il film offre. Diciamo che in alcuni passaggi, Panahi sembra riavvicinarsi allo stile del suo maestro Abbas Kiarostami di Sotto gli ulivi o del Sapore della ciliegia. Un viaggio a ritroso anche in questo senso, dettato anche dalle necessità oggettive di adattare il proprio modo di girare all’impossibilità di avere a disposizione un vero cast e una vera troupe.

Con questo film Panahi ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura al festival di Cannes 2018 (ex aequo con Alice Rohrwacher, premiata per il film Lazzaro felice), ma la sensazione è che finché non si risolverà completamente il “caso Panahi”, faticheremo a ritrovare il Panahi regista.

Tre donne: un altro cinema iraniano

Tre donne: un altro cinema iraniano

Narges Abyar, Rakshan Bani Etemad, Ida Panahandeh, tre cineaste che raccontano con un occhio inedito ed uno stile personale, l’Iran di oggi.

La memoria della guerra, la condizione della donna, l’universo rurale, la riservatezza dei sentimenti, il cosmo familiare. Rassegna organizzata in collaborazione con MAXXI Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, CineFest- Fondazione Cinema per Roma e Asiatica Film Mediale.

 

 

Sabato 23 giugno

18:00 – Incontro con Rahkshan Banietemad, Ida Panahandeh, Narges Abyar

19.00- Proiezione di NARGES (Iran 1991\’92) di Rahkshan Banietemad.

21.00 – proiezione di BREATH ( 2016) di Narges Abyar

 

Domenica 24 giugno

17:00 – proiezione di UNDER THE SKIN OF THE CITY (Iran 2000\2001) di Rahkshan Banietemad

19:00 proiezione di TRACK 143 (Iran 2014) di Narges Abyar

21:00 proiezione di ISRAFIL (Iran 2017) di Ida Panahandeh

 

Lunedì 25 giugno

18:30 proiezione di MAY LADY (Iran 1997) di Rahkshan Banietemad

20:30 proiezione di TALES (Iran 2014) di Rahkshan Banietemad

 

Prima della rivoluzione

Kamran Shirdel ha raccontato con la macchina da presa l’Iran degli anni precedenti la rivoluzione del 1979.  Anni tumultuosi di crescita economica e profondi squilibri sociali.

Proponiamo alcuni dei suoi celebri documentari.

Oun Shab Keh Baroun Oumad (La notte che piovve) – 1967 – 35′

Il documentario più famoso di Kamran Shirdel. Partendo da un caso di cronaca (un incidente ferroviario sventato dall’eroicità di un ragazzino), il regista si mette alla ricerca della verità. Ne esce un ritratto fulminante della società iraniana e del rapporto con il potere.  (in 5  parti)

Qal’eh / Women’s District  – 1965 (18′)

All’epoca dello scià, Teheran aveva un quartiere a luci rosse, in cui vivevano migliaia di prostitute in condizioni terribili.

Tehran, payetakht-e Iran ast /Tehran è la capitale dell’Iran – 1966 (18′ )

La povertà della parte meridionale della capitale iraniana.

Meglio un morto in casa

Meglio un morto in casa di un cadavere all’obitorio? Metti una fredda sera d’inverno al cinema Quattro Fontane di Roma per l’apertura della 18esima edizione di Asiatica Film Mediale. Il film in questione è Ev (The Home)  del regista iraniano Asghar Yousefinezhad.

Metti che le sorprese iniziano subito, quando dopo poche battute ti rendi conto che non capisci praticamente una parola. E infatti il film non è recitato in persiano ma in azero. Ed è già un dato importante: il fatto che un intero film sia stato distribuito in lingua “turca” è comunque un segnale di apertura nei confronti delle minoranze linguistiche. Va ricordato che quella azera è la minoranza più grande in Iran: solo a Teheran si calcola che almeno un terzo degli abitanti parlino “anche” l’azero.

Tornando al film, la storia è incentrata su un cadavere che non trova pace. Cadavere che lo spettatore non vedrà mai, ma che è il protagonista di tutta la vicenda. Un uomo anziano ha disposto nel testamento che il suo corpo, dopo il decesso, venga messo a disposizione della facoltà di medicina per essere studiato. Ma sua figlia si oppone ferocemente, apparentemente per motivi religiosi. Il cadavere viene perciò riportato a casa, dove va in scena un melodramma, con litigi, pianti, disperazione, in un andirivieni caotico di personaggi. I dialoghi sono continui e l’ambientazione è decisamente claustrofobica, resa sopportabile soltanto dalla durata molto breve del film (76′).

Come ormai accade in molti film iraniani, quando la trama sembra incanalata in un binario ormai chiaro, ecco che arriva il colpo di scena che spariglia le carte e pone tutta la storia sotto un’altra luce. Non riveleremo ovviamente di cosa si tratta, ma c’entrano, come accade spesso in Iran, il denaro e i rapporti familiari.

Girato quasi completamente con la camera a mano, Ev non è un film facile e forse nemmeno particolarmente riuscito. E’ comunque un’operazione coraggiosa e qualcosa ci dice che sentiremo parlare ancora di Asghar Yousefinezhad. 

Il dubbio, un caso di coscienza a Teheran

Il dubbio, un caso di coscienza a Teheran (Bedoone Tarikh, Bedoone Emza) è stato uno dei film più applauditi della sezione Orizzonti del 74esimo Festival del Cinema di Venezia. Vahid Jalilvand ha vinto il premio per la migliore regia mentre Navid Mohammadzadeh quello come migliore attore.

Diciamolo subito senza troppi fronzoli: è un film duro, pesante, senza un attimo di sollievo o di conforto. Anche perché il racconto non ha preamboli, non ha filtri. Dopo pochi secondi dall’inizio siamo proiettati nell’evento chiave di tutta la storia. Kaveh Nariman, medico legale serio e scrupoloso, sta guidando di notte su una delle grandi arterie di Teheran, quando tampona accidentalmente una moto su cui viaggia una famiglia intera. Scena questa assai consueta per chi conosce l’Iran. Si ferma per prestare soccorso e si offre di accompagnare in ospedale Amir Ali, 8 anni, apparentemente contuso in modo lieve. Il padre del bambino però si rifiuta, accettando solo del denaro per i danni alla moto.

Al mattino seguente il dottore trova in ospedale il cadavere del bimbo. L’autopsia – eseguita dalla moglie, collega nello stesso ospedale – parla di avvelenamento per botulismo ma non è sicuro che non sia stato l’incidente a ucciderlo. Inizialmente tace e non si fa vedere alla famiglia. Ma il dubbio lo tormenta e decide di aprirsi prima con la moglie e poi con il padre del bimbo.

No date, no signature

Padre che, a sua volta, è tormentato dai rimorsi per aver provocato l’avvelenamento del figlio portando a casa del pollo probabilmente infetto. Tutta la storia sembra segnata dal dubbio e dai rimorsi. Che quando vengono esplicitati sembrano produrre soltanto altro dolore.

Jalilvand sembra proseguire un racconto iniziato con Un mercoledì di maggio presentato sempre a Venezia due anni fa. Come in quella storia, anche qui i personaggi principali sembrano totalmente incapaci di sostenere il ruolo assegnato loro dalla vita. Tutti sembrano chiedersi sempre cosa fare e quando scelgono sembrano sempre fare la scelta sbagliata.

 

Il dubbio, un caso di coscienza a Teheran non è certamente un film risolto. Come scrive Claudio Zito sul blog Cinema iraniano

Jalilvand e lo sceneggiatore Ali Zarnegar adottano una tradizionale scrittura ellittica che sa però di irrisolto e, ormai, di telefonato (eccessivo scomodare Una separazione o altri Farhadi). Quanti finali con lo stesso grado di apertura abbiamo visto, nei film iraniani? Scorciatoie troppo battute; si avverte l’esigenza di scoprire altri sentieri.

Va detto quindi che a Venezia il film ha ricevuto i premi giusti: per una regia geometrica, quasi chirurgica (e il film infatti dura poco più di un’ora e mezza) e per una prova d’attore davvero potente. Per un film pienamente convincente di Jalilvand ci sarà invece da aspettare.

Marzo nel segno dell’Iran

Come ogni anno, il mese di marzo, in concomitanza con il No Ruz, è ricco di appuntamenti riguardanti l’Iran. Personalmente, sarò impegnato in diverse iniziative.

Sabato 4 marzo, Torino

Si comincia nel prossimo weekend a Torino, con l’inaugurazione della rassegna cinematografica iraniana sabato 4 marzo alle ore 20,30 presso il Cinema Massimo (Via Verdi, 18). Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Domenica 5 marzo, Roma

Alle ore 16.30, verrà presentato il romanzo “Via della Rivoluzione” (edito da Lastaria edizioni), scritto dall’autore iraniano Amir Cheheltan.
La presentazione avrà luogo a Roma, presso la libreria Griot, in via Santa Cecilia, 1/A.
Parteciperanno, insieme all’autore, Farian Sabahi (scrittrice, giornalista e docente universitaria specializzata sul Medio Oriente) e Antonello Sacchetti (giornalista e scrittore, esperto di Iran).
Vittorio Di Maio (attore) leggerà alcuni brani tratti dall’opera.

Mercoledì 8 marzo – Sabato 10 marzo, Roma

L’8 marzo si tiene l’inaugurazione della mostra fotografica “Il ronzio del silenzio”.  La mostra, che sarà inaugurata l’8 marzo2017 alle ore 18:00 presso la sede di COMI – Cooperazione per il mondo in via di sviluppo in via di San Giovanni in Laterano 266, rientra tra le attività promosse dal progetto di servizio civile “Parla (e suona) con me!*, e intende promuovere il talento di una giovane artista che esporrà le proprie foto dall’inaugurazione fino a domenica 12 marzo, sempre con orario 16:00-19:00.

Attraverso l’obbiettivo, la fotografa iraniana Mona Zahedi ci aiuterà a cogliere la poesia e la bellezza presente nei dettagli della vita quotidiana, che troppo spesso la velocità con la quale viviamo e la routine di ogni giorno non ci permettono di cogliere.

Nel corso dell’evento, avremo il prezioso contributo del giornalista e scrittore Antonello Sacchetti che ci consentirà di accrescere la nostra conoscenza sul Paese e di ricevere interessanti spunti di riflessione utili a scoprire l’Iran e la sua cultura.

Inoltre, la manifestazione prevede altre due importanti appuntamenti:

  •  Giovedì 9 marzo ore 18:00 proiezione del film Persepolis, vincitore del Premio della giuria al Festival di Cannes 2007, che analizza gli effetti della Rivoluzione islamica in Iran;
  • Venerdì 10 marzo ore 18:00 incontro di approfondimento con l’esperto di Iran Antonello Sacchetti.

 

Martedì 14 marzo, Roma

La festa del fuoco (Chaharshanbe Surì) è senza dubbio la più divertente tra quelle legate all’arrivo del No Ruz, il nuovo anno persiano. Si celebra la sera dell’ultimo martedì dell’anno. Nelle strade si accendono piccoli falò su cui saltare dopo aver recitato la formula «Zardî-ye man az to, sorkhî-ye to az man», ovvero «il mio giallo (simbolo della debolezza) a te, il tuo rosso (la forza) a me». È un rito purificatore che simboleggia il passaggio dall’inverno alla primavera, con la sconfitta delle tenebre e la vittoria della luce.

In occasione della festa del fuoco Casetta Rossa organizza una serata persiana:

*ore 18.30 – presentazione del libro ‘La rana e la pioggia’ di Antonello Sacchetti con Cristina Annunziata e Sepideh Shabani di Iran Human Rights
*ore 20.00 cena iraniana a menù fisso (prenotazioni al numero 06 8936 0511)
*a seguire festa

Lunedì 20 marzo, Roma

Capodanno persiano alle ore 11 in Piazzale Ferdowsi a Roma. Come ogni anno, ci troviamo sotto la statua di Ferdowsi per l’haft sin e per scambiarci gli auguri per il 1396.

 

Il cliente

Le conseguenze del cinema iraniano. Dopo aver visto Forushandeh, Il cliente, (ma in originale il titolo vuol dire “Venditore”) ultimo film del Premio Oscar 2012 Asghar Farhadi, ho sentito la necessità di leggere Morte di un commesso viaggiatore, il dramma più famoso di Arthur Miller. Sì, lo so che è un grande classico e quindi dovrei dire di “averlo riletto”, ma il punto è proprio questo: un film iraniano mi ha “costretto” a scoprire un classico della cultura americana/occidentale contemporanea.

Non è una novità, per chi conosce la cultura iraniana o anche solo il suo cinema. Ma è un punto di partenza, perché la lettura di Miller mi ha aiutato ad avvicinarmi al senso ultimo del film, sempre a patto che sia importante arrivarci a quel senso.

Breve digressione non causale

Non andiamo con ordine, ma partiamo dalla scena iniziale del film. In una Teheran invernale, un palazzo viene sgomberato in fretta e furia perché sta per crollare. E qui mi è venuta subito in mente la scena conclusiva del pilot della prima (e a quanto pare, ahinoi, unica) stagione di Vinyl, grandiosa serie TV della statunitense HBO ambientata nella New York del 1973. Lì il protagonista Richie Finestra viene travolto dal crollo dello stabile in cui sta assistendo al concerto dei New York Dolls e prende la decisione che dà il via alla narrazione della serie. Qui il crollo non avviene ma costringe una giovane coppia, Rana ed Emad, a cercare una nuova casa.

Sono entrambi attori di teatro, impegnati nella messa in scena, appunto, di Morte di un commesso viaggiatore. Grazie a un altro membro della compagnia (il “nostro”  – in quanto italiano d’adozione – Babak Karimi, uno dei più versatili attori iraniani contemporanei) trovano un altro appartamento, appena liberato da una misteriosa inquilina.

Una scenda del film
Una scena del film

E qui accade il fattaccio. Perché nell’appartamento in questione Rana subisce un’aggressione destinata a sconvolgere la sua vita e quella di Emad. Come in altri film, Farhadi ti illude facendoti vedere i binari di una trama tutta in rettilineo, salvo imporre un paio di sterzate quando meno te lo aspetti. Non voglio rivelare troppo, ma il film riserva almeno un paio di sorprese nell’ultima parte, la più drammatica.

Emad insegna al liceo e di sera recita, insieme a Rana, in una compagnia teatrale, alle prese, per l’appunto, con Morte di un commesso viaggiatore. E’ in questa alternanza tra realtà e finzione che Farhadi gioca la sua partita. Tra le righe dei dialoghi dei protagonisti c’è il confronto con la censura (i testi da ritoccare, il ridicolo di recitare vestiti fingendo di essere nudi, ..) e più in generale la difficoltà – comune a tutti gli artisti del mondo – di conciliare l’arte con la vita quotidiana.

La vacca

C’è una scena che merita forse un approfondimento. Emad fa vedere ai suoi studenti il film Gâv (La vacca) di Dâriyush Mehrju’i, un grande classico del cinema iraniano, premiato a suo tempo con il Premio della Giuria Fipresci alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 1970. Il film narra la storia Hassan, contadino povero di un paesino sperduto, la cui unica proprietà è una vacca. Durante una sua breve assenza, la vacca muore. Gli altri abitanti del villaggio, temendo la reazione di Hassan, gli raccontano che la vacca è fuggita. Sfiancato dalla ricerca e dall’attesa, Hassan impazzisce e comincia a comportarsi come fosse lui stesso una vacca. Fino a morire.

La ricerca della dignità

Cosa c’entra Gav con la storia di Forushandeh e con Morte di un commesso viaggiatore ? Sono tutte storie  i cui protagonisti sono animati da una furiosa ricerca di riscatto per la dignità. Come il commesso viaggiatore di Miller cerca la sua dignità esistenziale attraverso il successo economico, come il povero Hassan finisce con l’identificarsi con il suo unico mezzo di sostentamento, così Emad cerca un colpevole non per un reale bisogno di giustizia ma per cancellare una ferita che sente probabilmente soprattutto come un’offesa alla propria dignità.

Archiviata la trasferta parigina – poco felice – del Passato, Farhadi ritorna a un’ambientazione iraniana con un passo più maturo, forse più consapevole. Anche in altri film c’erano influenze della letteratura e del cinema europeo (basti mettere a confronto About Elly con Avventura di Michelangelo Antonioni, per fare un solo esempio), ma stavolta è tutto più esplicito e più dichiarato.

I premi ottenuti a Cannes (per la migliore sceneggiatura a Farhadi stesso e a Shahab Hosseini come migliore attore), sono la prova di un salto di qualità definitivo di un’intera generazione. E’ grande cinema, stop.

A proposito di cinema iraniano

A proposito di cinema iraniano

A proposito di cinema iraniano. Sabato 5 marzo 2017 ho partecipato alla inaugurazione di una rassegna di cinema iraniano a Torino. Ecco il video del mio breve intervento presso il Cinema Massimo. (Nella foto, con Ali Raza Shoja Noori).

Cinema iraniano a Torino

Cinema iraniano a Torino. Sabato 4 marzo si svolge a Torino l’inaugurazione di una rassegna di film iraniani. Si tratta di un progetto nato dalla collaborazione tra Farabi, Fajr International Film Festival e Museo Nazionale del Cinema di Torino.

L’appuntamento è alle 20,30 presso il Cinema Massimo, Via Verdi 18, Torino.

Partecipano: Ali Reza Shoja Noori (attore e produttore iraniano) e Antonello Sacchetti .

Si comincia con “Night Shift, film di Niki Karimi con Mohammadreza Forotan, Gohar Kheirandish, Amir Aghaei, Sahar Ghoreishi, Leila Zaree e Tarlan Parvane. Interverrò insieme ad Ali Reaza Shoja Noori.

Nemidunam

Nemidunam. Non lo so. Non so cosa fare, non so dove andare, non so chi è che mi vuole aiutare. Non lo so. Nemidunam. E’ la frase ricorrente di Un mercoledì di maggio, (titolo originale, riferito al calendario persiano Chaharshanbeh, 19 Ordibehesht) esordio cinematografico dell’iraniano Vahid Jalilvand presentato con successo nella sezione Orizzonti al 72esimo Festival del cinema di Venezia. Film molto particolare, sicuramente non perfetto ma molto interessante. La storia è apparentemente semplice. Siamo a Teheran: un uomo di nome Jalal (benestante ma non ricchissimo, questo lo scopriremo solo a metà film) pubblica su un giornale un annuncio insolito: donerà una somma equivalente a circa 10mila euro a una persona che dimostrerà di averne davvero bisogno. Tanto basta per radunare sotto il suo studio una folla di persone tutte più o meno bisognose di quella somma.

Tra queste, due donne: la giovanissima Setareh, sposata in segreto contro il volere della famiglia di adozione e ora incinta, e Leila, un tempo fidanzata di Jalal e ora bisognosa di denaro per far operare il marito, paralizzato dopo un incidente. A chi dare il denaro? Come fare per aiutare davvero qualcuno senza fare del male a nessuno? E perché Jalal ha deciso di regalare questa somma? Alla base, come spesso accade in molte cose della vita, c’è un dolore.

Una scena del film
Una scena del film

Ma c’è anche la constatazione amarissima che il denaro se non è la soluzione di tutti i mali, sembra essere sempre la scorciatoia più breve per evitare l’infelicità. Anche in Iran, soprattutto in Iran. Dove tutto, ma davvero tutto, si quantifica sempre con il denaro. La dote per il matrimonio (per la cronaca, è l’uomo a doverla fornire), il prezzo di sangue per evitare una condanna a morte, un trapianto di reni (l’Iran è l’unico Paese al mondo a consentirne la vendita, addirittura con una sovvenzione statale).

In questo senso, è anche un film di denuncia: per la mancanza di un vero Stato sociale, per la solitudine patita da quei “diseredati” in nome dei quali si fece la rivoluzione. A patto che non si basi tutto sull’equazione Iran=questione femminile,  Un mercoledì di maggio potrebbe anche essere lo spunto per una riflessione seria sulla società iraniana di oggi. Molto più, per intenderci, dell’ultimo Panahi (ne abbiamo parlato qui).

Qual è la soluzione? Nessuno sembra saperlo, nessuno sembra in grado di indicare una via. Persino le buone intenzioni di Jalal sembrano provocare soltanto danni e altro dolore.

Non è un film “raccontato” benissimo. La struttura narrativa è irregolare, asimmetrica. Una prima storia occupa i primi venti minuti del film per poi riemergere solo nel finale, forse qualche passaggio è un po’ forzato. Ma è un film che racconta storie vere, che si interroga sulla realtà. E – cosa fondamentale – è interpretato da attori veri. Avrà distribuzione in Italia dopo il Festival? Non è un film facile, ma a volte anche per i film valgono delle strane leggi del destino. Nemidunam.

 

 

Un mercoledì di maggio  [Iran 2015] REGIA Vahid Jalilvand.
CAST Niki Kamiri, Amir Aghaei, Shahrokh Forootanian, Vahid Jalilvand, Borzou Arjmand, Afarin Obeisi.

SCENEGGIATURA Ali Zarnegar, Vahid Jalilvand, Hossein Mahkam.

FOTOGRAFIA Morteza Poursamadi.

MUSICHE Karen Homayounfar.
Drammatico, durata 102 minuti.

Close up

Close up è un documentario del 1990, scritto e diretto da Abbas Kiarostami.

In persiano کلوزآپ ، نمای نزدیک, Klūzāp, nemā-ye nazdīk.
Close up
Il film è è il vero processo di Hossain Sabzian, un disoccupato in gravi difficoltà economiche che si spaccia per il registra Mohsen Makhmalbaf, circuisce la famiglia benestante Ahankhah inventandosi di voler girare un film con loro in cambio di denaro e un riparo nella loro casa.
E’ difficile capire ciò che è in presa diretta e ciò che è ricostruito. Anche se all’inizio del film si vede il microfono che appare in alto a sinistra mentre il giornalista chiede dell’arrestato ad un poliziotto…
Sabzian mi ha suscitato un senso di compassione profondo. Forse lo stesso senso di compassione che ha colpito lo stesso regista Makhmalbaf. Consiglio a tutti di avere un’attenzione maniacale per la fine del film, da quando il giudice chiede alla famiglia se vuole perdonare o no Sabzian in poi.
Tutti i protagonisti sono loro stessi, non ci sono attori. Ognuno ha mantenuto  un senso di umanità, di realtà che non vedevo da tanto tempo. Sarà perché i media e la telecamera è diventata così parte integrante della nostra vita che, difronte ad essa, non ci comportiamo più naturalmente, ma abbiamo introiettato il modo in cui si fanno le riprese. Ci poniamo come pensiamo ci si debba porre davanti una telecamera, si perde il senso della nostra realtà, la nostra autenticità. Non c’è niente di più finto di un reality show.
Per avere l’effetto rinfrescante di vedere finalmente delle persone vere, con dei sentimenti veri. Persone normale, non plastificate, né plasmate da alcunché, bellissimi nella loro normalità, dovete vedere assolutamente da circa 1h: 10 in poi.
Nell’aula di tribunale, di lato, c’è il regista che pone alcune domande finali a Sabzian, se stia recitando e perché si sia presentato come regista e non come attore data il suo interesse per la recitazione. La risposta non ve la svelo. Vedete dal punto che vi ho indicato e la saprete. Veramente struggente.
Un dettaglio che può sfuggire.
Una scena del film
Il vero Mohsen Makhmalbaf non si vede mai in volto nonostante appaia, nell’ultima parte del film, mentre incontra Sabzian e lo accompagna in moto fino a casa Ahankhah a chiedere perdono anche da parte sua. Non è una scelta casuale, credo che sia proprio un intento preciso. Il volto che ci deve interessare è Sabzian-Makhmalbaf, non fare il paragone tra il reale e l’impostore.

Sag Koshi

Il film si intitola Sag Koshi (سگ كشي ) del 2001, diretto da Bahram Beizai.

Quando uscì il film tutti si stupirono che fosse pieno di star del cinema, solo la protagonista era per la prima volta sullo schermo, oggi affermata attrice.

Inoltre, il film fu bandito per un paio di settimane per via di alcuni messaggi contro la guerra.

Sag Koshi

Sag Koshi significa letteralmente “Uccidi il cane”. La prima scena è infatti come una fotografia sfocata di cani uccisi perché rabbiosi. Il titolo non sembrerebbe calzante, ma poi ne capirete le ragioni.

Il film è ambientato a Tehran durante gli ultimi anni della guerra tra Iran e Iraq.

La protagonista, Golrokh è una scrittrice che ha abbandonato il marito (senza divorziare) per un anno. Al suo ritorno, trova tutto cambiato: la sua casa è stata venduta con tutto il mobilio, suo marito è nascosto non si sa dove e in bancarotta.

Decisa a voler rimediare all’errore di averlo lasciato l’anno precedente, lo ritrova e cerca di aiutarlo. Il marito è indebitato fino al collo con sette uomini potenti e importanti.

Adesso vi devo spiegare come funziona l’acquisto e la vendita di debiti, altrimenti non capite il film.

Il marito ha contratto debiti con privati firmando una specie di pagherò. Allo scadere dei termini di restituzione del debito, se i soldi nel conto dell’indebitato è in rosso, il pagherò va in protesto e si va in prigione in attesa di processo. Ma la prigione significa perdita di libertà per l’indebitato e la perdita per sempre del denaro per il creditore. Se il creditore vuole riavere una parte dei soldi (pochi, maledetti e subito), può accettare di “perdonare” il debito, accettando la proposta di rinegoziazione. Il debito viene annullato e si può uscire di prigione: a patto che tutto questo avvenga prima di andare in tribunale.

 

Il marito trasferisce sul conto della moglie i soldi per comprare i suoi debiti e lui va in carcere. La protagonista incomincia questa odissea tra telefonate, incontri, proposte indecenti, in un crescendo di creditori violenti che erano tutti usurai, altro che uomini d’affari!

Senza svelarvi niente vorrei però soffermarmi sull’ultimo creditore. Un consorzio di uomini che lavorano nelle costruzioni. La scena è più allegorica e metaforica che non reale, in cui Golrokh discute con questi uomini in abiti da muratore, sporchissimi, dove tutto intorno è rumore di costruzione e polvere.

“Voi non costruite niente”. Il film è tutto incentrato sui soldi, il loro potere, il mondo del “business”, legittimo o illegittimo che sia, dove è tutto declinato al maschile. Le uniche donne che si vedono nel film infatti sono Golrokh, una segretaria e la moglie di un creditore. Ma queste due ultime figure sono quasi dei camei.

Pensando anche ai giorni nostri, ancora adesso il mondo dell’economia è maschile. Pochissime donne sono ai vertici di grandi compagnie, soprattutto in paesi tradizionalisti come l’Italia. Vedere quella scena, piena anche di messaggi più o meno velati anche sull’inutilità della guerra Iran Iraq, con uomini che si affannano a fare soldi per i soldi, è stato liberatorio. Liberatorio perché Golrokh scappa via in macchina lanciando denaro dal finestrino. Il gesto di buttare i soldi con disprezzo, per me, è stato il gesto più dignitoso e coraggioso che ho visto in tutto il film.

Film consigliato.

 

 

Significato del nome:

 

Golrokh گلرخ

 

گل = fiore

 

رخ = faccia

The Hunter – Il cacciatore

Il cacciatore ( شكارچی – Shekarchi) è un film del 2010 di Rafi Pitts, regista e attore protagonista, candidato all’orso d’oro del Festival di Berlino, nonché finanziato dalla Germania – Filmförderungsanstalt (FFA).
Locandina del film
La storia narra di Ali, appena uscito di prigione, torna a casa da moglie e figlioletta. Per via del suo passato da galeotto, può lavorare solo come custode al turno di notte, mentre lui vorrebbe il turno di giorno per poter stare finalmente con la sua famiglia. Mentre la moglie lavora e la figlia è a scuola, dopo il lavoro Ali va nei boschi a cacciare.
Durante una manifestazione, la moglie e la figlia vengono uccise dal fuoco incrociato tra manifestanti e poliziotti.
Ali decide di vendicarsi, forse, e spara a due poliziotti.
una scena del film
Non racconto il resto del film perché c’è un altro colpo di scena.
Il film è stato girato prima che ci fosse la manifestazione del Movimento Verde, prima che fosse uccisa Neda. Effettivamente sembrerebbe un film ispirato ai fatti veramente accaduti in Iran, ma così non è.
L’unico problema del film è Rafi Pitts stesso. Ottimo regista ma pessimo attore, inespressivo come un manichino.
Nonostante Rafi e Mitra Hajjar (una gallina insopportabile, ma questo è un mio problema personale con quest’attrice), è un film da vedere. Molto coraggioso per mettere sullo schermo l’omicidio di due poliziotti, oltre per la conclusione che non rivelerò.
La voglia di vendetta contro lo strapotere del governo che si esprime attraverso la corruzione e l’onnipotenza della polizia sul cittadino, è estremamente coraggioso e innovativo.

Cinema dall’Iran

Organizzato per la prima volta nel 1982 dal Ministero iraniano della Cultura e Guida islamica, il Fajr Film Festival è la principale rassegna iraniana di cinema – vero ponte tra la cinematografia nazionale e quella internazionale – molto nota anche all’estero. Nato per celebrare i dieci giorni intercorsi tra il ritorno dell’Imam Khomeini e la vittoria della rivoluzione islamica (1-11 febbraio 1979), il Festival è presto diventato un importante punto di riferimento cinematografico per tutto il Medio Oriente e il continente asiatico, grazie alla sua capacità di selezionare la migliore produzione nazionale e internazionale e l’assegnazione di un’articolata serie di premi, tra i quali l’ambito Simorgh di cristallo. Dal 2015, le due sezioni, nazionale e internazionale, si svolgono in momenti separati (febbraio e aprile), circostanza che ha permesso al cinema nazionale di emergere con rinnovato vigore e di usufruire di maggiore attenzione da parte della critica locale ed estera.

La rassegna, che prende il via presso la Casa del Cinema di Roma sulla base di una cooperazione con l’Istituto iraniano di cultura divenuta ormai un seguito appuntamento annuale, si apre con il film vincitore assoluto (ben 9 Simorgh) del Fajr Film Festival 2016, L’ergastolo più un giorno di Said Roustai, e prosegue con alcuni titoli tra i più interessanti delle edizioni del 2015 e del 2014. Tra questi, Pochi metri cubi di amore, delicato dramma sentimentale tra una rifugiata afgana e un giovane iraniano, e il raffinato Che ore sono nel tuo mondo?, con una insolita e bravissima Leila Hatami sullo sfondo delle atmosfere intime di una cittadina del nord dell’Iran. In programma anche Il ponte del sogno di Oktay Baraheni e Nati nel 1986, di Majid Tavakoli, un film su una generazione che sta trasformando il Paese mentre si appresta a divenirne protagonista.

FILM IN ORIGINALE CON I SOTTOTITOLI IN INGLESE

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PROGRAMMA

Questo non è un taxi

Secondo il primo assioma della comunicazione è impossibile non comunicare. Qualsiasi comportamento, in situazione di interazione tra persone, è ipso facto una forma di comunicazione. Prima ancora della politica, basta forse la logica a spiegare perché il divieto di girare film imposto a Jafar Panahi, oltre che ingiusto è insensato.

Inutile girarci intorno. Taxi Teheran, il film del regista iraniano Jafar Panahi, premiato con l’Orso d’Oro all’ultimo Festival di Berlino, nelle sale italiane dal 27 agosto 2015, si basa tutto su questa condanna. Di più: si regge su questa condanna. Non avrebbe probabilmente senso se non ci fosse alle spalle il “caso Panahi”.

Tutto comincia nella lunga e tormentata estate 2009, dopo le contestatissime elezioni che confermarono alla presidenza della Repubblica islamica Mahmoud Ahmedinejad. Panahi, regista tra i più noti e amati in Iran, partecipa alle manifestazioni di piazza e viene prima arrestato, poi rilasciato su cauzione e poi condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo paese per un periodo di tempo indeterminato, pena 20 anni di incarcerazione per ogni divieto violato.

Panahi viola il divieto già nel 2011, quando realizza In film nist (Questo non è un film), documentario in cui racconta come è cambiata la sua vita dopo la condanna. E poi realizza questo film, premiato a Berlino e uscito con successo in Francia.

Lo stesso regista spiega:

Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante. Il cinema in quanto arte è la cosa che più mi interessa. Per questo motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalla circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo.

La trama è semplice e non molto originale: Panahi guida un taxi per le strade di Teheran, raccogliendo e trasportando passeggeri. Della città si vede poco o nulla, la scena è fissa nell’abitacolo dell’automobile. Per intenderci, è lo schema usato da Abbas Kiarostami nel 2002 in Dieci.

Taxi Teheran

Va innanzitutto precisato che non si tratta di un documentario, come riportato da alcune recensioni. È un film di finzione, anzi, potremmo dire che un film “sulla finzione”. Gli attori (tutti non professionisti, compresa la nipotina di Panahi) sono più o meno tutti alla ricerca di una storia, di qualcosa da raccontare. Lo è lo “spacciatore di DVD”, lo è la giovane donna che ha bisogno del video testamento del marito, lo sono in modo ancora più esplicito lo studente di cinema che chiede consigli a Panahi e la nipotina impegnata nella realizzazione di un cortometraggio scolastico.

Storie da raccontare per professione, per vocazione o per bisogno. Come l’amico reduce da una rapina che sfrutta l’incontro con Panahi per sfogarsi.

L’avvocatessa dei diritti umani Nasrin Sotoudeh è l’ultima a salire sul taxi e si mangia letteralmente la scena, con un monologo degno di un’arringa. Forse proprio perché avvocatessa, è quella che recita meglio la parte, che si muove con più disinvoltura davanti alla telecamera digitale posta sul cruscotto.

nasrin sotoudeh

Nasrin Sotoudeh

In una cultura in cui tutto o quasi è rappresentazione (si pensi alle regole del tarof, il galateo persiano), il confine tra realtà e finzione è davvero labile.

Come pure, nonostante tutto, appaiono labili persino i limiti imposti. Chi visita il bellissimo Museo del Cinema a Teheran, trova in una delle prime sale la sezione dedicata ai film e ai tanti riconoscimenti ottenuti da Panahi. Segno di una messa al bando non così definitiva come si potrebbe pensare.

Lo stesso Panahi ha aderito alla campagna di sostegno all’accordo sul nucleare con cui molti iraniani famosi nel mondo chiedono al Congresso Usa di non bloccare l’intesa del 14 luglio 2015.

Video di Panahi a sostegno dell’accordo sul nucleare

Il film si chiude con questa scritta sullo schermo:

Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film «divulgabili». Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non sarebbe mai venuto al mondo.

È una chiusura che sa di speranza. La stesa genesi di questo film dimostra come nulla in Iran si possa considerare immutabile.

Taxi Teheran Official Trailer ITA from Fermenti on Vimeo.

Melbourne

Locandina Melbourne

Il 27 novembre esce nelle sale italiane Melbourne, film dell’iraniano Nima Javidi. Distribuito da Microcinema, il film è stato  presentato allo scorso Festival di Venezia come Film di apertura della 29. Settimana Internazionale della Critica.

La storia

Amir (Payman Maadi, il protagonista del film Premio Oscar Una separazione) e Sara (Negar Javaherian) stanno per trasferirsi a Melbourne per continuare gli studi. Nelle poche ore che li separano dal volo, i due stanno sistemando le ultime cose nel loro appartamento. Con loro, in casa c’è la figlia neonata dei vicini: la tata è dovuta uscire e l’ha affidata alla coppia. Mentre i preparativi per la partenza continuano, e dopo aver chiamato il padre della piccola perché venga a prenderla, Amir e Sara dovranno fare i conti con un evento tragico che rischia di sconvolgere la loro vita.​​

 

Note di regia

Una delle domande che continuavo a pormi dopo la prima proiezione di prova del film è se questa coppia sarebbe riuscita a vivere insieme dopo tutto quello che era successo. Non era importante ai fini della narrazione, ma lo era per me, considerando che avevo vissuto assieme a loro fin dall’inizio della sceneggiatura.

Quel giorno, dopo che le luci del cinema si erano accese, mentre tutti gli altri parlavano del montaggio, del sonoro e dell’assenza di musica in quella copia di lavorazione, io continuavo ossessivamente a riflettere sul destino dei personaggi del film.

Da quel giorno, questo pensiero non mi ha più abbandonato. Ho riflettuto sul futuro e ho immaginato Amir e Sara in varie situazioni, ma non riuscivo a credere che vivessero ancora sotto lo stesso tetto. Mi dispiaceva molto, ma tutto sembrava finito, perché conoscevano meglio alcuni loro aspetti caratteriali che avrebbero messo in crisi il rapporto.

Credo che la caratteristica più affascinante e, allo stesso tempo, terribile degli esseri umani sia l‘imprevedibilità. Qualcosa che è legato a una componente della natura umana che appare nelle situazioni complesse e che risulta anche sorprendente.

Questa è la stessa esperienza che ha vissuto la coppia, apparentemente innocente, di Melbourne, un’esperienza amara, anche se profonda.

Ma credo che la situazione non sia del tutto negativa. In qualsiasi posto del mondo si trovino ora, sotto lo stesso tetto o meno, queste due persone conoscono meglio la propria vera natura. E questo è un passo in avanti.

Nima Javidi

Nato nel 1980, Nima Javidi si è laureato in ingegneria meccanica e ha iniziato a girare dei cortometraggi nel 1999. Ha già diretto sei corti, due documentari e più di trenta pubblicità per la televisione. Melbourne è il suo primo lungometraggio.

Galleria di immagini

Dentro l’Iran

Dentro l'Iran

Dentro l’Iran. Sguardo attraverso il cinema. Una rassegna di film iraniani dal 26 febbraio al 1° marzo 2014,  presso la Casa del Cinema a Villa Borghese (Largo Marcello Mastroianni 1) di Roma.

Il 26 febbraio sarà presente nella cerimonia d’apertura Fereshteh Teaerpour , direttrice dell’associazione dei produttori cinematografici dell’Iran e produttrice del film Facing Mirror che verrà  proiettato subito dopo l’inaugurazione e che tratta la storia di un transessuale, argomento molto delicato finora mai affrontato in Iran.

 

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Mahi va gorbeh

Fish and cat

Visto finalmente Mahi va gorbeh, Pesce e gatto, film iraniano vincitore allo scorso Festival di Venezia del Premio speciale Orizzonti per il contenuto innovativo. Mi è piaciuto? Sinceramente non lo so. Forse avevo aspettative troppo alte, ma quanto avevo letto mi intrigava parecchio.

La storia è in parte tratta da un episodio di cronaca: nel 1998 venne infatti scoperto un ristorante sul Mar Caspio che aveva cucinato carne umana. La trama del film sembra un classico del cinema horror made in Usa: un gruppo di studenti campeggia in una plumbea giornata di dicembre e viene a contatto con i sinistri gestori di un ristorante nelle vicinanze.

Babak Karimi

Scritto e diretto da Shahram Mokri, è costituito da un unico piano sequenza di 123 minuti. Nonostante ciò, il film non è narrato in modo sequenziale, ma circolare. La macchina da presa segue di volta in volta i vari personaggi che si incrociano. In questo modo, alcune scene le vediamo più volte e sono nell’ultima sequenza veniamo a capo del mistero alla base del film.

[youtube]http://youtu.be/tktTNYwXZvY[/youtube]

Il regista, dopo due settimane di prove, ha girato due ciak e alla fine ha scelto la mega sequenza migliore.

Esperimento coraggioso e sicuramente interessante, ma un po’ troppo lungo nei tempi e in alcuni dialoghi.

Un’ultima considerazione: ma perché in qualsiasi film iraniano bisogna per forza trovare un messaggio politico? La recensione di My Movies si conclude così:

«Una riuscita e coraggiosa metafora di un Paese che fagocita i propri giovani, che li priva di un qualsiasi futuro, tarpandone le ali».

Sarà. Ma a me sembra un po’ una forzatura.

Mahi Va Gorbeh (Fish & Cat) di Shahram Mokri – Iran, 134′

v.o. farsi – s/t inglese, italiano

Babak Karimi, Saeed Ebrahimi Far, Abed Abes

Note del regista

Mahi va gorbeh è un film sul tempo, su come creare una prospettiva all’interno del tempo e, dunque, su come sconvolgere il tempo. Ciò che mi ha affascinato nel fare questo film è lo stile della sua realizzazione: l’insistenza su uno stile narrativo entro i confini della ripresa unica e il tentativo di immettere, in quell’unica ripresa, fessure temporali. Ho scelto di raccontare una storia vera, una storia vera che, tuttavia, assomiglia a un incubo irreale. 

Acrid

Acrid

Gli uomini (iraniani), che mascalzoni! Potremmo parafrasare il titolo del celebre film di Mario Camerini del 1932 per condensare in una battuta il film di Kiarash Asadizadeh in concorso all’ottava edizione del Festival Internazionale di Roma.

Acrid in inglese, dal persiano Gass , cioè Acre. E in effetti è un film senza consolazione e, purtroppo, senza sfumature. I personaggi maschili, a prescindere dall’ età e dall’estrazione sociale, sono inevitabilmente traditori, violenti, egoisti, bugiardi, alcolizzati.

Come in una staffetta, tre storie si danno il cambio, portando in scena contesti sociali e generazionali molto diversi tra loro. In ognuna delle tre storie c’è una coppia in crisi, sempre per colpa dell’uomo. E all’interno dei singoli “episodi”, si aprono finestre su situazioni in cui è sempre l’uomo a essere infido.

Non è un film riuscitissimo e forse nemmeno la recitazione è sempre all’altezza della media iraniana. Però colpisce che per il suo primo lungometraggio un regista maschio di 32 anni scelga un punto di vista così “femminile”. E non è un caso isolato, se ripensiamo a Barf roye kajha (La neve sui pini) di Peyman Moaadi (ne scrivemmo qui).

Probabilmente il film non sarà ricordato come una delle migliori produzioni iraniane, però ci dice qualcosa di molto interessante sui cambiamenti in atto nella società iraniana.

Lo stesso Asadizadeh spiega nelle note di regia:

Molti anni fa, gli iraniani si dedicavano completamente alla famiglia. Famiglia e coniuge erano parole cariche di amore e rispetto. Ora, dopo molti anni, le fondamenta delle famiglie sono traballanti, per colpa della società ma anche della famiglia stessa. Queste considerazioni hanno ispirato il mio primo lungometraggio. Il film rappresenta solo in parte le famiglie iraniane di oggi. Non vuole necessariamente diagnosticare o risolvere problemi. Il mio scopo è semplicemente di mettere in guardia quelle famiglie inconsapevoli, all’interno delle quali persone innocenti rischiano di essere vittime di violenze e mancanze. Secondo il mio punto di vista, si raccoglie ciò che si semina e il film è ispirato a questa filosofia. Speriamo che possa colpirci al cuore e farci comprendere cosa stiamo facendo e dove stiamo andando.

Regia: Kiarash Asadizadeh

Sceneggiatura: Kiarash Asadizadeh

Fotografia: Majid Gorjian

Montaggio: Kiarash Asadizadeh

Scenografia: Kiarash Asadizadeh

Costumi: Melodi Ali Esmaeili

Musica: Ankido Darash

Suono: Vahid Moghadasi

Cast: Roya Javidnia, Ehsan Amani, Pantea Panahiha, Saber Abar, Shabnam Moghadami, Mahsa Alafar, Mahana Noormohammadi, Sadaf Ahmadi, Nawal Sharifi, Mohammadreza Ghaffari

Un’altra separazione

Barf roye kajha

A volte capita di rincorrerli, certi film. Nel febbraio 2012 ero a Teheran per il Festival Fajr e ricordo che mentre aspettavo l’inizio di un altro film in concorso, passò sullo schermo il trailer di Barf roye kajha (La neve sui pini), primo film da regista di Peyman Moaadi (classe 1972), attore protagonista con Leila Hatami di Una Separazione, il film di Asghar Farhadi che poche settimane avrebbe vinto uno storico Oscar come  miglior film straniero. Bastò una breve sequenza del making of, con Moaadi dietro la macchina da presa, perché in sala si levasse un’ovazione da stadio. Quell’opera prima piacque parecchio e infatti si aggiudicò il premio del pubblico. Io non riuscii a vederlo allora perché il giorno della proiezione rimasi bloccato nel traffico di Teheran da una fittissima nevicata (oh, ironia…).

Barf roye kajha

Purtroppo, come racconta Antonella Vicini nel suo blog, non lo vide quasi più nessuno da allora, perché il film fu bloccato dalla censura per un anno e mezzo.

Sono finalmente riuscito a vederlo pochi giorni fa a Roma nell’ambito della rassegna Asiatica Film Mediale, presente lo stesso Moaadi, che al termine della proiezione è stato molto disponibile nel rispondere alle domande e nel raccontare la genesi del film.

[youtube]http://youtu.be/_o2jWPfcbpo[/youtube]

Inutile negarlo, il confronto con Una separazione è naturale, quasi obbligato. Anche qui si racconta una crisi di coppia: Ali, dentista cinquantenne abbandona sua moglie Roya (una intensissima Mahnaz Afshar) per una donna molto più giovane di lui. Nulla di nuovo sotto il sole e nemmeno sugli schermi. Ma nell’ora e mezza di film (misura aurea) Moaadi riesce ad evitare tutti i luoghi comuni del caso e a sorprendere lo spettatore in almeno un paio di occasioni.

Barf roye kajha

Come molti film iraniani, la maggior parte delle scene è girata in interni, soprattutto nella casa della protagonista. Che è insegnante di piano, per cui tutto il film è scandito quasi senza soluzione di continuità, dalla musica, sia classica sia tradizionale persiana. Il che non è molto comune nel cinema iraniano. Così come non è comune l’uso del bianco e nero.

Come ha raccontato lui stesso, Moaadi ha impiegato quattro anni per scrivere la storia, basandosi su situazioni reali, conosciute attraverso l’esperienza di suo padre, avvocato a Teheran.

Ne è uscito un film molto emozionante, molto “femminile” come punto di vista. Si può poi discutere se Moaadi sia riuscito o meno a calarsi in questa prospettiva in modo convincente, ma gli va dato atto di averci provato. Lui stesso ha affermato che quando il film è stato stoppato dalla censura, ha capito di aver colto nel segno.

Chissà se La neve sui pini troverà una distribuzione in Italia. Intanto siamo grati ad Asiatica per avercelo fatto vedere.

Asiatica Film Mediale, XIV edizione

Asiatica Film Mediale 2013

Si svolge a Roma dal 12 al 20 ottobre la XIV edizione di ASIATICA Incontri con il cinema asiatico. 

Vediamo, nel dettaglio, i film e gli appuntamenti targati Iran.

SABATO 12

Sala 1

20,00

PICTURESQUE

Concerto per solo piano

Peyman Yazdanian

21,30

RAGBAR

Downpour/Temporale

Bahram Beyzai

1971, Iran, 122’

GIOVEDI 17

Sala 1

20,15

SNOW ON PINES

Barf Rooy-e Kaj-ha/Neve sui pini

Payman Maadi

2013, Iran, 96’

Sarà presente l’autore

Sala 2

18,30

MY STOLEN REVOLUTION (DOC)

Min Stulna Revolution/La mia rivoluzione rubata

Nahid Persson Sarvestani

2013, Iran, 75’

VENERDI 18

18,00

Sala 1

SNOW ON PINES (R)

Barf Rooy-e Kaj-ha/Neve sui pini

Payman Maadi

2013, Iran, 96’

Sarà presente l’autore

Sala 2

20,30

MY STOLEN REVOLUTION (R) (DOC)

Min Stulna Revolution/La mia rivoluzione rubata

Nahid Persson Sarvestani

2013, Iran, 75’

Legenda

(R) Replica

(DOC)  Documentario in Competizione

Ove non altrimenti indicato tutti i film sono in sottotitolati in inglese e in italiano

Leggi: Asiatica_Programma XIV edizione 2013

Incontri con il cinema asiatico 14

La Pelanda – Centro di produzione culturale

Ex Mattatoio, Testaccio

Piazza Orazio Giustiniani, 4 – Roma

 12/20 ottobre 2013

Nazioni in Festa – Giornata dell’Iran

Nazioni in Festa - Iran

Giovedì 4 luglio celebriamo la giornata dedicata all’Iran negli splendidi giardini dell’Accademia Filarmonica Romana.

La giornata iraniana inizia alle 18.00 con la proiezione di tre cortometraggi del giovane regista iraniano Ali Asgari, seguita dalla recitazione tradizionale delle poesie epiche dello Shahnameh (Naghali) eseguita da Ali Shams e Aleandro Fusco; sarà inoltre possibile visitare la mostra fotografica di Habib Majidi, fotografo tra l’altro del film premio Oscar Una separazione.

Per concludere magnificamente la serata, dalle 21.30:

Concerto all’aperto e omaggio alla nostra amatissima poetessa Forough Farrokhzad con:

Sussan Deyhim, cantante e performer iraniana di fama internazionale

Shahrokh Moshkin Ghalam, coreografo, attore e danzatore e performance di “Barbad Project” di Reza, Hamid e Navid Mohsenipour insieme a Shahrokh Moshkin Ghalam

Si ringrazia l’Ambasciata d’Italia a Tehran.

Per info e biglietti: http://www.filarmonicaromana.org/index.php/calendario-concerti/item/132-nazioni-in-festa 

Il fascino di Teheran

Meydan-e Tajrish, Tehran

Guardate questo video e poi provate a dire che Teheran non è una città affascinante.  Piazza Tajrish, Piazza Azadi, la Milad Tower, Vali-e Asr, il bazar, gli ambulanti, i librai, la vita di tutti i giorni. Il video, intitolato City as art, è di Aliyar Rasti, artista e fotografo iraniano. Alcuni degli angoli filmati sono tra i miei preferiti della capitale iraniana. Il video, secondo me, coglie i colori, i ritmi, le atmosfere della megalopoli iraniano. Ed è bellissimo.

[vimeo]https://vimeo.com/53420700[/vimeo]

City as art. Il fascino di Teheran secondo Aliyar Rasti.

L’ultimo passo

The last step

L’ultimo passo (Peleh Akhar in persiano, The last step nel titolo in inglese) è uno dei tanti film iraniani che difficilmente saranno distribuiti in Italia. Ed è un peccato. Vincitore al Festival Fajr 2012 del premio per il migliore adattamento, è stato proiettato a Roma nell’ambito del MedFilmFest.

[youtube]http://youtu.be/r8XoAwzYVCk[/youtube]

Protagonista è l’immensa Leila Hatami, autentica leggenda in patria, recentemente scoperta dal grande pubblico italiano grazie a Una separazione.

Il film è scritto, diretto e interpretato dal di lei marito Ali Mosaffa che, a  dire il vero, si dimostra più bravo come sceneggiatore e regista che come attore.

L’opera non è da poco: liberamente ispirato a I morti di James Joyce e alla Morte di Ivan Il’ic di Lev Tolstoj, il film racconta gli ultimi giorni di vita di Koshrow, ingegnere sposato con un’attrice. L’ultimo passo è l’ultima caduta, l’ultimo scoglio, l’ennesimo colpo ricevuto dalla vita.

Non è un film facilissimo: i primi minuti sono piuttosto nebulosi, ma col passare dei minuti tutto il racconto si fa più affascinante .

Non dico altro, anche perché, chissà, magari un distributore italiano prima o poi lo trova…

L’esperienza della guerra nel cinema iraniano

Uno sguardo all’indietro. L’esperienza della guerra nel cinema iraniano è il titolo della rassegna cinematografica in programma dal 4 al 6 ottobre presso il Cinema Trevi, a Roma, in Vicolo del Puttariello 25.

Nella storia culturale dell’Iran contemporaneo, il cinema costituisce un mezzo privilegiato di rappresentazione della società e di riflessione identitaria. Il drammatico conflitto imposto dall’Iraq all’Iran nel 1980 e le dolorose conseguenze che esso ha avuto per lunghi otto anni e successivamente alla sua conclusione, sono divenuti fin da subito protagonisti di un nuovo genere cinematografico ufficialmente definito “di guerra”. Poco conosciuti in Occidente, in particolare in Italia dove solo un paio di essi (Bashu. Il piccolo straniero e Gilaneh) sono arrivati al grande pubblico, i film di questo filone hanno avuto in Iran un enorme seguito e continuano ancora oggi, a quasi venticinque anni dalla fine del conflitto, a mietere successi al botteghino e ad alimentare discussioni e dibattiti.

Questa iniziativa vuole portare, per la prima volta sullo schermo in Italia, quattro film rappresentativi delle diverse tematiche: la rappresentazione della trincea (A passo di marcia), quella dei sentimenti di un uomo e di una donna che il conflitto pone irrimediabilmente su due versanti opposti (Lacrime di ghiaccio), lo sguardo comprensivo su un drappello di prigionieri iracheni considerati vittime dello stesso dramma che affligge gli stessi soldati iraniani (Pullman notturno), il dramma dei sopravvissuti ai bombardamenti chimici (M come madre).

La rassegna costituisce un punto di vista inedito per comprendere in che modo gli iraniani hanno percepito la trasformazione di se stessi e della loro società attraversolo sguardo crudo e insieme poetico del cinema su uno degli eventi più traumatici della loro storia recente.

Come già successo altrove, anche in Iran, la macchina da presa di dilettanti e di registi affermati si è appropriata della guerra restituendola sotto forma di grande epopea identitaria ma anche di memoriacollettiva che conserva a monito per le future generazioni il ricordo degli orrori che essa produce e della suaintrinseca disumanità.

La proiezione dei quattro film selezionati sarà preceduta da un incontro su “Letteratura e cinema diguerra”, con la partecipazione di Felicetta Ferraro (Ponte33 Edizioni), Bianca Maria Filippini (Università della Tuscia), Marina Forti (Il Manifesto).

giovedi 4 ottobre 2012

ore 17.00 Saluto di Ghorban Ali Pourmarjan, direttore dell’Istituto Culturale dell’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in Italia

a seguire Tabl-e bozorg zir-e pa-ye chap di Kazem Mazoumi (2004, 84’)

ore 19.00 incontro su

Letteratura e cinema di guerra

con Felicetta FerraroBianca Maria FilippiniMarina Forti

ore 21.00 Otobus-e shab di Kiomars Pourahmad (2007, 90’)

venerdi 5 ottobre 2012

ore 17.00 Tabl-e bozorg zir-e pa-ye chap (replica)

ore 19.00 Ashk-e sarma di Azizollah Hamidnejad (2004, 96’)

ore 21.00 M mesl-e madar di Rasoul Molla Gholipour (2007, 113’)

sabato 6 ottobre 2012

ore 17.00 M mesl-e madar (replica)

ore 19.00 Otobus-e shab (replica)

ore 21.00 Ashk-e sarma (replica)

Roma – Cinema Trevi – vicolo del Puttarello 25 Roma, tel: 06.6781206

Zendegi-e Khosusi

E’ stato il film scandalo del Festival Fajr 2012:  Zendegi-e Khosusi (Vita privata) di Mohammad Hossein Farahbakhsh.

Il protagonista è un giornalista pacioso e politicamente classificabile come “riformista”. Sposato e con un figlio ancora piccolo, intraprende una relazione extraconiugale con una giovane collega. E’ solo l’inizio di una storia tormentata e con diversi colpi di scena.

Qualche settimana dopo il festival,  l’ayatollah ultraconservatore e membro dell’Assemblea degli Esperti Ahmad Khatami (nessuna parentela con l’ex presidente riformista) ha condannato il film in quanto «osceno» e «immorale». Il gruppo Ansar-e Hezbollah ha organizzato una protesta davanti al ministero della Cultura, sostenendo che il film «offende la memoria dei martiri». Alla fine, Vita privata è stato ritirato dalle sale.

Ecco la versione integrale del film. Purtroppo non ci sono sottotitoli, nemmeno in inglese.

[youtube]http://youtu.be/pHdSB7pjMY4[/youtube]

Artisti di strada a Teheran

Incontri casuali e fortunati. Cercando immagini sull’Iran, mi sono imbattuto in questo video di due artisti di strada a Teheran. Si firmano icy and sot , sono aritisti di strada di Tabriz. Hanno iniziato la loro carriera professionale nel 2008. Le loro opere trattano temi quali pace, guerra, amore, odio, speranza, disperazione, e vari problemi della società e della cultura iraniana. Hanno tenuto numerose mostre in Iran e all’estero.  Non li conoscevo, mi sono piaciuti moltissimo e ve propongo questo loro Pavement. Se la memoria non mi inganna, quelle riprese sono strade di Teheran.

[vimeo]http://vimeo.com/24679730[/vimeo]

Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

[youtube]http://youtu.be/4d8LbIR53jY[/youtube]

Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE

Intervista a Kamran Shirdel

Non solo cinema, ma un viaggio appassionato negli ultimi quarant’anni di storia. Kamran Shirdel, raggiunto via e mail a Teheran, si racconta proprio come in un film. Asiatica Film Mediale 2008 gli dedicò una retrospettiva intitolata Prima della rivoluzione, con cinque documentari girati in Iran all’inizio degli anni Sessanta. Shirdel è considerato il padre del nuovo cinema Iraniano per quanto riguarda soprattutto i documentari. Ha tracciato la strada per un genere di documentario critico e sociale. I suoi film sono stati proiettati a molti festival in tutto il mondo e ha ricevuto numerosi premi internazionali.

I suoi film sono un documento eccezionale, soprattutto per chi conosce soltanto l’Iran dopo la rivoluzione. Lei torna nel suo Paese nel 1965 dopo aver studiato cinema in Italia. In Italia sono gli anni del boom, così come anche l’Iran conosce una crescita economica piena di contraddizioni. Potrebbe descrivere l’impatto che ebbe al ritorno in Iran? Era molto diverso da come lo ricordava?

Grazie del complimento anche se dopo cosi lungo tempo e le vicissitudini da me – e i miei film – subite non ho quasi più nessun legame paterno con loro. Mi lasci lo spazio di precisare che il mio primo soggiorno in Italia – dal giugno 1957 al gennaio 1965 – mi fu di grande aiuto didattico – intellettuale e di certo ne subii l’influenza nel modo più viscerale possibile. Ero un ragazzo molto curioso di vedere, sentire, leggere, captare, toccare, amare, annusare e intraprendere il corso della vita, della storia e del tempo che fu! Mi innamorai dell’Italia a prima vista avendone già studiato certi aspetti della cultura e il cinema Italiano – precisamente quello Neorealistico – ancora prima d’arrivarci. E’ vero sicuramente che quelli furono gli anni del boom economico Italiano ma io sia per abitudine, ma anche per l’istruzione familiare – e più ancora quello paterno, direi – ero di carattere scettico anche se certamente ne godevo anch’io dei benefici di tale boom . Ero legato morbosamente – e lo sono ancora oggi – alla sensualità della carta stampata: libri, riviste, giornali e per cui articoli, saggi, critiche, storie e storiografie, etc. Cercavo perennemente di vedere anche l’altra faccia della realtà quotidiana; italiana, iraniana e mondiale. Cominciai a studiare architettura in Italia ed ero un ragazzo abbastanza diligente e voglioso che andava su e giù per la facoltà di Valle Giulia. Ma nonostante ritenessi importante la lezione architettonica e la familiarità che ci dava modo di espandere la nostra visione globale, formale, spaziale, di volume e di bilancia tra totale ed il dettaglio, tra sentire e costruire, tra pensare e realizzare, non mi potevo del tutto godere tale privilegio e la mia ribellione mi portava silenziosamente verso la pittura, l’arte, la letteratura, i fenomeni politici, la musica e cosi via.

La scelta di studiare architettura mi era stata di fatto dettata dalla figura – mastodontica e opprimente anche se avvolta in uno scialle vellutato – paterna di tipo borghese – nobile secondo la quale i figli dovevano diventare o ingegneri, o dottori, o nel mio caso, architetti.

La mia vera passione da quando avevo 14 anni era il cinema e questo pareva – per via del livello assai basso dei prodotti cinematografici in Iran del tempo – una passione degenerata, una tendenza malata da scacciare ad ogni costo. Una volta in Italia e a Roma mi trovai libero di dedicarmi, anima e corpo, alle sale cinematografiche cominciando dal vicino Cinema Olimpico per poi passare a tutta la città – Nuovo Olimpia, Rialto, Salone Margherite, etc. – ma soprattutto sale di terza visione, sale parocchiali, e cosi fino a diventare un piccolo socio dei primi Film Club tra le quali uno fondato da Cesare Zavattini di cui conservo tutt’ora non solo i cari ricordi della sua cara e indimenticabile presenza ma anche le famose tessere! Vedere i film, vederli bene e essere aiutato dalla mia grande curiosità di leggere a pari passo le critiche – da più punti di vista – e la storia del loro evolvere e nascere mi allontanò sempre di più dall’architettura e cambiò sicuramente la mia prospettiva mentale e intellettuale. Cosi invece di scegliermi dei grandi maestri di architettura da seguire come modello, diventai l’allievo umile dei vari Antonioni, Fellini, Rosi, Pasolini, De Sica, ma anche Bresson, Resnais, Godard, Ivens, Bergman, Kurosawa, Shindo, Ichikawa, e altri.

Nella letteratura avevo cominciato molto giovane con Kafka, Ernest Hemingway, Erskin Caldwell, William Faulkner, Andre Gide, Tolstoi, Dostoievski, Saint Exaupry, ed altri che venivano tradotti in farsì. In Italia ebbi l’occasione di conoscere da vicino la scuola realistica e neorealistica della vostra letteratura – Verga, Pirandello, Alvaro, Cassola, Pavese , Sciascia – e ne divenni un lettore assiduo. A un certo punto cambiai casa proprio per vedere gli artisti da vicino. Presi un appartamento prima dalle parti di Piazza del Popolo, poi passai in Via Ripetta e cosi a poco a poco in tutte le viuzze di quel quartiere che divenne il mio laboratorio di vita e il mio campo di battaglia, d’amore, di vita ma anche di morte! Passeggiando in quel quartiere era solito incontrare tutti i più grandi nomi possibili del momento; da Moravia a Pasolini da Morante a Carlo Levi [che poi conobbi personalmente e ne fui impressionato dalla personalià e dal suo grandissimo affresco dedicato a sud e a Rocco Scotellaro e la sua tragica morte che rividi installato maestosamente a Matera nel ’84 ] da Bassani a Cassola ma anche a Bertolucci – sia padre che il figlio che quest’ultimo lo conobbi a Teheran quando venne per girare La Via del Petrolio – da Ferreri, a Lizzani, da Mastroianni a Fellini – li vedevo quasi sempre insieme, Fellini col suo Mercedes coupe nero e Marcello col suo Jaguar coupe Bordeaux – da Gassman a Enrico Maria Salerno, Da Anna Magnani a Anita Ekberg e poi Antonioni, Vitti, Visconti, Rosi, Leone, De Sica, Pier Paolo Pasolini, Patroni Griffi, e mille altri che si radunavano da Canova e Rosati ed io solo soletto – il viaggiatore solitario del mondo – seduto sui piedi delle colonne delle due maestose chiese o sotto l’obelisco a godermi il Circo e a dissetarmi dalle quattro fontane in mezzo alla piazza!

Il mio ritorno in Iran nel 1965 fu solo per visitare la famiglia e riposarmi e curarmi un po’ la gastrite e i problemi nervosi procurati dal grande vagabondare, dalla vita notturna, dalla fame di imparare, vedere, realizzare qualcosa. Ero al corrente del boom iraniano e dei suoi aspetti negativi avendo fatto parte dei gruppi dei giovani dissidenti Iraniani a Roma di stampa sinistra – in rapporto continuo e costante con quelli di altre città e altri paesi d’Europa e d’America – e sapevamo che a parte certi quartieri di Teheran, la Capitale Dell’Iran il resto del paese aveva dei seri problemi sociali e economici.

Il mio primo impatto con Tehran e la diversità ed il contrasto che scoprii tra le classi sociali mi fece un male assordante e mi sbalordì cosi tanto che decisi di rimanere e di usare il mio mestiere e le mie umilissime armi tecniche o creative – ancora rimaste in scatola chiusa ! – per rivelare la verità, tenendo sempre a mente i miei maestri, non solo cinematografici. Infatti i miei primi lavori s’inchinano non soltanto davanti alla povertà immane della gente che si vende il sangue o il corpo per vivere ma anche ai Levi, ai Pasolini, ai Pontecorvo, e ai Giotto, ai Vivaldi, agli Albinoni. Teheran non era molto diversa da come l’avevo lasciata otto anni prima. Mi colpiva perciò il baccano e le assordanti e caricaturali propagande fatte continuamente dal regime dello Scià. Io avevo studiato – ma anche vissuto in un certo modo – l’ascesa del nazi-fascismo in Europa e in Italia, ne avevo visto le conseguenze e ne avevo imparato la storia e la critica sociale che ne derivò. Nella Teheran di quei giorni risentii l’eco delle lezioni del passato da Gramsci a Berlinguer, da Pasolini a Papa giovanni ventitresimo, da Hitler a Mussolini, da Nazim Hikmet a Pablo Neruda, da Pirandello a Gogol, ma anche di tantissimi altri.

Dai suoi documentari degli anni Sessanta emerge un Iran molto diverso da quello di oggi. Ma anche molto diverso dall’immagine stereotipata che ancora oggi una certa generazione di italiani ha dell’epoca dello scià: la corsa al progresso, le cronache mondane, Soraya…
Vedendo e guardando alla realtà – specialmente quella gonfiata, propagandata, manomessa, falsificata – si arriva ad un’altra realtà che non è certo TUTTA la realtà possibile ed immaginabile ma che di sicuro ci da la possibilità di vedere l’altra faccia della medaglia. Negli anni che vanno dal 1962 al 1964 e durante la mia permanenza al Centro Sperimentale di Cinematografia di via Tuscolana 1524 – con amici e colleghi, quei pochissimi curiosi, testardi, ma grazie al cielo coi coglioni quadrati  – andavamo a visitare le borgate dove vivevano zingari, gente poverissima, vecchi e prostitute scacciate dalla faccia della terra e dallo sguardo abituale dei benestanti e benpensanti. Quando Pasolini cominciò a girare Il Vangelo Secondo Matteo decidemmo di partire per il sud d’Italia – con un cinquecento e pochissimi mezzi – ed oltre a visitare i luoghi in cui voleva girare la Terra Santa – dare un’occhiata anche ai luoghi in cui il grande Visconti aveva fondato il vero neorealismo con La terra trema. Ebbene, a Roma ma ancora di più a Milano e in molte altre città c’era una verità luccicante, rosea, luminosa. Matera , Reggio Calabria e il sud ci presentavano una verità africana  nel peggior senso del termine sia per quei giorni che oggi! Eppure L’Italia si godeva il boom e se la godrà fino all’ultimo. Agli Italiani che venivano in Iran come turisti o invitati da qualche ministero, vedevano solo la facciata migliore, la crema di Isfahan, Shiraz  e di Tehran e si portavano indietro bellissimi tappeti, Kilim e chili di caviale al prezzo di bruscolini. Certo la verità, la VERITA’ era un’altra cosa e non quella che vedevamo noi e anche pochi altri. Era vergognoso vedere la gente di un paese ricco VEGETARE in uno stato simile. Era la dinastia delle mille famiglie al cui capo c’era una persona completamente fuori di sé, incosciente. Certo, la corsa al progresso c’era ma a che prezzo!

Le immagini di Tehran, payetakht-e Iran ast (Tehran è la capitale dell’Iran ) sono molto dure, molto forti. Anche oggi Teheran sud è sinonimo di povertà, ma – visitando i quartieri meridionali della capitale –  ho visto povertà, ma non miseria. È così o è una mia impressione sbagliata?
Vede, spesso mi chiedono perché i miei primi film si chiudono con la parola UNFINISHED  al posto del classico FINE. Beh, la ragione prima è che i film furono censurati, confiscati, messi via per 13 – 14 anni e io non ebbi la mano libera e l’occasione necessaria di finirle come volevo e potevo. Ma un’altra risposta è che la povertà, la miseria, la prostituzione, le guerre, le ingiustizie, il correre del sangue……. non finiranno mai.  Oggi nei bassifondi di Teheran – come in molte altre città di tutto il mondo c’è un’altra dimensione di miseria e di povertà, con problemi quali la droga e l’Aids.  La prostituzione – purtroppo non controllata, perché vietata dalle vigenti leggi Islamiche – si è diffusa per tutta la città coi risultati criminosi che conosciamo. Oggi in Iran si è poveri anche con stipendi che una volta ci parevano da sogno.  Un povero di ieri come potrà cavarsela oggi in una città con più di 14 milioni di abitanti. I recenti problemi economici mondiali aumenteranno tragicamente questo divario. E la distanza tra le classi sociali è di sicuro il terreno fertile ma anche scivoloso dei grandi cambiamenti storici.

Mi ha colpito molto la scena della lezione di farsì nel quartiere povero. Il dettato sullo scià e sulla sua famiglia  diventa involontariamente comico. Immagino che all’epoca l’effetto di quella scena sia stato devastante.
Da ragazzo benché abbia studiato bene e conosca bene la mia lingua e la mia letteratura detestavo questi dettati che mi facevano prima ridere per poi farmi esplodere di rabbia. Io per fortuna ho avuto dei genitori molto colti nazionalisti convinti e anti monarchici. Infatti loro erano dei grandi sostenitori di Mosaddeq, il primo ministro esiliato e imprigionato dallo scià nel 1953. In quegli anni nessuno osava prendere in giro i princìpi della monarchia. Quando ho girato quel film avevo 28 anni e dovevo difendere i miei punti di vista davanti a un ministro che era il cognato dello scià ma che per fortuna aveva gusto per l’arte e le musica. Un giorno – l’ultimo giorno che vide il film per forse decima volta prima di ordinare il suo totale ritiro e censura – mi disse:  ‘Lei e’ la vera personificazione del suo cognome!’. Shirdel vuol dire infatti cuor di leone. Il film lo rividi 14 anni dopo.

I suoi documentari sembrano riflettere un grande lavoro di sceneggiatura. È così? Quanto c’è di preparato e quanto è affidato al caso, cioè a quello che troverà davanti alla macchina da presa?
Mi rincresce deluderla ma io non scrivo neanche una riga di sceneggiatura e non mi porto nemmeno mai dietro degli appunti. Le spiego il perché :  tra l’avvio di questi progetti e la fine delle riprese – non parlo del montaggio – di solito passavano tre o quattro giorni o al massimo una settimana. Se mi fossi messo a dar retta ai consigli accademici mi sarei dato la zappa sui piedi, come dite voi. La mia rabbia sarebbe diminuita, il mio approccio vitale e ideologico si sarebbe deformato, le mie intenzioni avrebbero preso sembianze formalistiche, pensate, ripensate, studiate, limate, criticate già in partenza mentre io volevo affrontare il soggetto, il problema, il nemico a tu per tu e ad occhio nudo e quasi a mani vuote ma armato d’amore e di odio. In più, c’era poco tempo e potevamo essere scoperti prima di finire. Cosi il mio gioco cominciava a prendere forma e a dare dei risultati non tanto rifiniti, modellati, limati ma pieno di inaspettati momenti di grande slancio e di vita, di verità, di realtà, d’amore e di odio. Quando scelgo di girare in un posto, una location – e sono tuttora molto sbrigativo malgrado l’età e i dolori dappertutto – non lascio che nessuno mi tocchi neanche un millimetro di quel posto, la sua luce, la sua storica esistenza e giro all’impazzata. L’unico lusso che mi permetto e di guardare bene intorno alla mia scena di battaglia per dei lunghi momenti che chiamo momenti sublimi di vita e di morte! Un altro lusso e’ che malgrado mi porti indietro – ora non piu’! – un Cameraman bravo, sono io a girare le scene come sento e mi viene dal di dentro!

Il suo rapporto con la censura. Al bando con lo scià, il suo cinema è stato riabilitato e valorizzato dalla Repubblica Islamica. E oggi? Ha avuto o ha ancora problemi col potere politico?
Per me i governi cambiano, cambia il colore delle bandiere, l’inno nazionale, il modo di parlare, di vestire, i motti, le frasi e i concetti propagandistici, insomma tutto o quasi- in apparenza – ma quello che non cambia mai è l’UOMO con le sue meschine paure, le sue bugie, i suoi sogni di grandezza, le sue fantasie anormali e iperboliche di vivere la vita di Noè, d’essere l’ultimo giusto della storia, dell’umanità, d’aver sempre ragione a non ascoltare il prossimo, a dimenticare , a dimenticarsi, a DETTARE  le leggi e cose in cui lui per primo non crede più..  Un giorno quasi di sole nel lontano 1980 andai a visitare Auschwitz. Mi trovavo a Cracovia per il festival dove era in concorso il mio film Qaleh (Quartiere delle Donne). Tutto pareva perfetto. Perfino gli uccelli cantavano il loro inno d’amore. Pareva che il padreterno fosse nel pieno delle sue funzioni.  Eravamo un mucchio di registi – allora ancora giovani – dai più disparati paesi.  Senza che ce ne accorgessimo ci siamo persi e siamo stati stregati dalla verità, dall’orrore, dalla storia, dalla morte, dalle tonellate di scarpe, di occhiali, di cappelli, di fotografie, di camere di gas, di forni dove venivano bruciati i cadaveri, di Abat-jour fatti con la pelle tatuata dei prigionieri, dai sogni di purezza e di grandezza di una razza a dispetto delle altre. Lì per la prima volta sentii la profonda amarezza e la tragicità che in ogni momento della storia, di giorno e di notte, di sole o pioggia, ognuno di noi si sta disegnando, creando e realizzando il sogno di creare il proprio Auschwitz a dispetto del prossimo. Erano giorni di Solidarnosc. Il comunismo pianificatore e promettente era agli sgoccioli. Il mondo voltava di nuovo la pagina con millioni di morti, citta’ e culture calpestati e una grande scenografia d’orrore e di parole inutili e dettati alle spalle.

Qal’eh (Quartiere delle donne) è un film molto duro. Fa un certo effetto vedere la realtà delle prostitute di Teheran quarant’anni fa. Oggi in Iran il fenomeno è cambiato ma sembra in espansione, a causa della crisi economica. Nel mio ultimo viaggio sono rimasto sorpreso nel vedere ragazze molto giovani che si prostituivano vicino a Park-e Mellat, di certo una zona non malfamata. Cosa pensa di questo fenomeno?
Per me la prostituzione come fenomeno, concetto, mestiere, attitudine è stato sempre un fenomeno incomprensibile. Certo non ho problemi etici o intellettualistici a capirne il meccanismo e la cosiddetta filosofia in embrione. Voglio però aggiungere che non ho mai visto nelle donne del mio film – avendole ascoltato per ore e ore e filmandole – delle prostitute che si dvano per il piacere fisico. Il loro problema era la fame  dei loro figli e delle loro famiglie. Poi c’era l’ingranaggio  tipico e direi mafioso di imprigionarle in una rete mostruosa di problemi economici, droga, malattie mentali e fisiche derivanti dalla loro inconsapevolezza, dalla mancanza di educazione e dal tenerle chiuse in gabbie mentali e fisiche, bestialmente sensuali come dei veri animali. Lo scià si voleva incoronare e aveva dichiarato che se ci fosse stata una sola bocca affamata in Iran, lui avrebbe rinunciato all’incoronazione. Questi film gli furono regalati come risposta da un umile documentarista che amava il suo paese e la sua gente.  Col passare degli anni è cambiato il decoro, ma la tragedia, il bisogno tragico, la fame, i bisogni materiali e l’ingranaggio mafioso è rimasto tale e quale. Anzi, si è perfezionato e ingarbugliato con la crescita cancerosa di questa incredibile megalopoli. Il divieto della prostituzione da parte della legge Islamica e il normale bisogno economico-fisico-psichico del consumatore hanno creato una situazione infernale.

Una scenda di Qal’eh (Il quartiere delle donne)

Nel suo cinema c’è sempre uno sguardo particolare per la donna. Uno sguardo attento, eppure discreto, rispettoso.
La conoscenza della donna da parte dell’uomo avviene – come d’altronde naturale –  prima dalla figura della madre ma anche dal rapporto reciproco dei genitori. Io ho avuto due angeli custodi a questo proposito. Mia madre era una nobildonna raffinata, amante di famiglia e figli – eravamo in sei – e di cose belle, pittrice dilettante ma sensibile, amante dei viaggi, attenta ai problemi altrui e molto rigorosa e premurosa. Insomma, il portale del paradiso. Pensi che da ragazzo, quando vivevamo a Marvdasht  – vicino a Shiraz – ogni pomeriggio ci portava a giocare a Persepoli dove scavava il famoso Prof. Arthur Upham Pope. Ho avuto una nani turca che ci amava più della nostra madre. Ho avuto delle amorosissime compagne e amiche già dall’età di 15 anni. A Roma, Perugia, Firenze, Ginevra, Parigi, Londra, Germania, Danimarca, Olanda,… ho conosciuto l’amore in persona e ho amato molto e sono stato copiosamente ricambiato. Ero – sono – molto sensibile ai problemi della donna nella nostra società ma anche nel mondo e ne soffro per le mancanze e ne gioisco per le vittorie e successi. Ho una moglie bellissima e rarissima – come persona e carattere – e sono fermamente sicuro che ha due ali d’angelo che nasconde e che discende dal paradiso per salvarci l’anima. In poche parole: sono un uomo protetto dal Dio dell’Amore.

Iran e Italia: erano più diversi negli anni Sessanta o adesso?
Da più di 50 anni sento dire che siamo due popoli antichi e ci somigliamo.  Deve essere vero anche perché noi iraniani – come d’altronde gli Italiani da noi – si sono adattati facilmente all’integrazione dovuta dai tempi e bisogni socio – storici e si sono fatti amare e hanno fatto strada facilmente. Noi certo siamo molto più intelligenti a imparare le lingue, cucire e vestirci all’occidentale e insomma a copiarvi , tradurvi e più delle volte a superarvi in quello che ci avete insegnato. Io vengo molto raramente in Italia. Questi viaggi specialmente dopo la rivoluzione sono diventati costosissimi. Il nostro cambio è più di 120 volte a nostro sfavore. Non so e non sento la differenza anche perché a Roma devo giurare tutti i santi che sono iraniano e alla fine non mi ci crede nessuno. L’importante è che l’Italia per me è per certi versi la prima e per altri la seconda patria e una fraterna amicizia mi lega a voi e alla vostra terra e cultura. Io lo dico sempre che Roma appartiene più a me che ai molti romani e italiani!

Un solo lungometraggio nella sua lunga carriera? [Tra l’altro, così particolare, come un remake di Godard]. Come mai? Non le interessa raccontare storie a soggetto?
Era l’anno 1960. Dovevo scegliere tra architettura e cinema. Nel giro di pochi giorni vidi prima L’Avventura di Antonioni e poi A Bout de Souffle (Fino All’ultimo Respiro) di Godard.  Per me fu come rinascere, trovare una nuova identità, era il colpo di fulmine! Cosi mi decisi che se un giorno avessi fatto cinema il mio primo film sarebbe stato rifare quel grande terremoto di Godard. Gli ero sinceramente debitore. Lui per me è stato come un angelo liberatore ma lo è stato per generazioni di registi: un Picasso del cinema. Avevo in programma anche quel piccolo gioiello di Visconti che èOssessione ma anche un film tratto da Il taglio del bosco di Carlo Cassola ma purtroppo poi non se ne fece nulla.

Il film di domani: se dovesse scegliere un tema per raccontare l’Iran di oggi, su cosa girerebbe?
Ho perso l’abitudine di fare film anche se praticamente sono considerato un regista tutt’ora in attività. L’Iran, la Persia, è anche il paese degli splendidi tappeti famosi in tutto il mondo. Tappeti da sogno, in maggior parte realizzati dai nomadi, gente dei villaggi, donne e bambine povere e senza né istruzione né carta d’identità ma che hanno adornato i più fastosi palazzi dei reali di tutto il mondo. Per me l’Iran è il tappeto madre da cui provengono tutte queste gemme ormai in via d’estinzione assoluta. Ho cominciato anni fa a fare un documentario lunghissimo, a puntate rimasto incompiuto per ragioni economiche e divergenze tra i capi tribù. Sarebbe bello e essenziale rifare questo difficilissimo Opus.

Tra i nuovi registi del cinema iraniano, c’è qualcuno che le piace in particolare ? Se dovesse consigliare a un italiano un film iraniano degli ultimi due anni, che titolo sceglierebbe?
Spero che non me ne vogliate ma io che anni fa a Roma vedevo più di 5 film al giorno correndo tenacemente da un cinema all’altro e anni dopo da un paese all’altro per vederli, ora non ne vedo neanche uno da decine d’anni. Ho smesso di vedere i film a soggetto da più di trent’anni. Ora cerco di vedere solo i documentari scelti con molta premura e niente di più. La causa era la censura preventiva, il brutto e falso doppiaggio, la merce putrefatta che ci veniva venduta e poi c’è la perdita di appetito, la curiosità filmica, non vedendone e sentendone l’importanza. Da anni ormai quasi tutto il cinema fiction – delle volte perfino le tragedie e i film americani – mi fanno morire di risate e non posso farci nulla. In più detesto anche la TV che considero veramente come l’oppio dei popoli a pari dei cellulari.  Sono rimasto come l’uomo delle caverne all’età della pietra:  al neorealismo, al miglior Fellini, Antonioni, Rosi, Petri, Ferreri, Rossellini, Pasolini, Malle, Resnais, Bresson, Bergman, Trauffaut, I primi Godard, Ozu, Dreyer, Ophuls, Mizoguchi, Shindo, Milos Forman, Pabst, Vertov, Ivens, Flaherty, Bunuel e cosi via…. In Iran ho amato e amo tutt’ora i lavori – quelli fatti in Iran – del compianto Sohrab Shahid Sales (Un Caso Semplice, La Natura Morta) e qualche lavoro Iraniano di Amir Naderi che fu come un figlio adottivo per me ma purtroppo si rifugiò in America. Certo ci sono anche i lavori di Kiarostami , della famiglia Makhmalbaf, Panahi, Ghobadi ed altri ma per me ormai è troppo tardi e dovrei andare a dormire perché domani il lavoro m’aspetta…. Ormai cerco di vedere i film nelle strade, nelle fabbriche, negli uffici, negli ospedali, negli ospizi, dentro le famiglie, dietro le porte dei tribunali, sulle pagine dei giornali che guardo attentamente prima di dormire….SOGNI D’ORO !

Non ci posso credere!

Farhadi ce l’ha fatta: Una separazione è il primo film iraniano a vincere l’Oscar. La notizia addolcisce il lunedì mattina ed esalta il primo giorno di Diruz. Vedo la premiazione su internet e verso la prima lacrimuccia. Come disse Benigni per il suo di Oscar, “My body is in tumult”. Figuriamoci gli iraniani! E infatti sul web impazza l’entusiasmo per un premio meritatissimo, che fa onore all’immensa cultura di questo popolo.

Bene, accendo la tv per il primo tg del mattino. Sul Tg 1 si parla di Oscar, ma non di quello vinto dal film iraniano. Costumi, scenografie, fotografia, ecc. Quello al miglior film straniero viene taciuto. E vabbè – mi sono detto – in fondo è sempre Raiuno, che mi aspettavo?

E invece il silenzio regna ovunque: Rainews, mediaset, per non parlare dei siti web delle grandi testate nazionali: Repubblica, Corriere, Stampa. Nessuno mette la vittoria di “Una separazione” nemmeno nei sommari! E il giorno dopo (oggi) la musica non cambia. Sì, certo, negli elenchi dei premi il film c’è. E vorrei ben vedere.

Ma da un punto di vista strettamente giornalistico, è questa la vera grande notizia di questa edizione degli Oscar. O no?

Unica voce fuori dal coro, quella del Manifesto. In prima pagina Daniele Silvestri scrive: “Quando non si aggira pericolosamente per il mondo un presidente Usa integralista, Hollywood, progressista ma pronta al conflitto non moderato, si rilassa. Anche troppo a giudicare dagli Oscar di domenica notte (Una separazione a parte, perché mai un iraniano vinse, e questo film non è né proibito a Tehran né subdolamente dissidente)”. All’interno Giulia D’Agnolo Vallan ci informa anche che “A Separation è la prima produzione da un paese musulmano che vince nella categoria di miglior film straniero”.

Tutto il resto è silenzio. Difficile pensare che sia una semplice svista. Evidentemente nella narrazione dell’Iran, un premio Oscar stona, non piace, mette in crisi un’idea precostituita del Paese.

E così, mentre i media Usa hanno parlato del carattere “storico” di questo premio, la stampa italiana lo ha snobbato.

Ad ogni modo, tanto per rimanere in tema, ecco la registrazione di un incontro organizzato la scorsa settimana da Radio radicale col Javad Shamaghdari, vice Ministro della Cultura della Repubblica Islamica dell’Iran. Si parla, tra le altre cose, anche di “Una separazione” e del processo a Jafar Panahi.