Mondiali: nonostante l’eliminazione in Iran è festa

Dalla mezzanotte e mezza, quando è finita 1-1 la partita Iran-Portogallo (decretando l’eliminazione dell’Iran), fino all’alba, gli iraniani hanno tifato, cantato e ballato per le strade e ovunque la danza preferita era il tradizionale “ballo del fazzoletto”, tipico dell’etnia iranica dei Lor, forse una metafora perfetta per raccontare l’avventura dell’Iran a questi mondiali.
“Perché festeggiate?”. E’ la domanda posta a molti, quando il traffico delle auto era bloccato, soprattutto nel sud e nei quartieri poveri di Teheran, dove la festa era piu’ grande. “Ma guardate che siamo stati eliminati”. “E perche’ il dollaro non e’ salito a 90.000 rial? Non fa niente amico, sono stati grandi lo stesso”. E’ la risposta di un gruppo di ragazzi che ballano e suonano. Le mattine di questi giorni, diversi negozi erano rimasti chiusi per protesta, dopo l’aumento vertiginoso del valore della valuta straniera a dispetto del Rial iraniano.

C’era stato nervosismo al bazar di Teheran, eppure in questa notte magica, la gente sorride, ballano uomini e donne, la polizia non c’è, come se per stasera avesse deciso di lasciar libera la gente di trasformare la strada in una discoteca all’aperto. Qualcuno dice che il calcio e’ una scusa e la gente ha bisogno di festeggiare e ballare, ma dietro alla festa c’è probabilmente l’immagina di un popolo fiero, anche nel calcio.

Beiranvand e’ un portiere che viene dal popolo. Fino a pochi anni fa lavava i SUV dei ricchi di Teheran nord e le notti dormiva nella sala della preghiera del suo club; lui si è pagato così “la scuola di calcio”, prima di diventare il portiere della nazionale giovanile, il gioiello del club Naft e poi della capolista del campionato nazionale, il Persepolis.

Alireza Beiranvand, che nel secondo tempo ha parato un rigore a Cristiano Ronaldo, è figlio di una famiglia di pastori nomadi di etnia Lor, e proprio lui è stato celebrato per tutta la notte. La gente lo celebra simbolicamente scegliendo di inscenare “il ballo del fazzoletto”, tradizionale dei Lor, l’etnia di Beiranvand, un ballo in cui tutti si mettono a cerchio, vanno avanti e indietro, si piegano e si alzano a turno e fanno volteggiare in aria un fazzoletto. Affinché sia bello da vedere, il segreto è la coordinazione tra coloro che lo ballano.

 

Come nel ballo del fazzoletto, la squadra del ct portoghese Queiroz, ha fatto gruppo: i giocatori difendevano insieme, attaccavano insieme, e per un pelo, non riuscivano a chiudere come capolista del gruppo B, proprio grazie al lavoro di squadra. La palla della vita l’ha avuta Taremi’ al 94esimo: ma se lui avesse segnato e l’Iran avesse vinto, la festa per strada sarebbe stata tutto sommato normale, comprensibile. E’ questa festa grandiosa in onore degli sconfitti, che mette in mostra ancor di più l’aspetto insolito di questo misterioso paese: l’Iran.

Buoni e cattivi/4

E risiamo, in un certo senso, da capo a dodici. A Teheran, nel Paese le cose vanno male, questo è sicuro. Ma la novità, il rimedio, da dove dovrebbe venire? Lo scenario politico e sociale iraniano non è solo complicato, ma addirittura indefinito.

Nella storia di questo Paese i bazarì hanno sempre avuto un ruolo determinante. Sono stati loro a dare alla rivoluzione il sostegno necessario a rovesciare lo scià nel 1979. Ed è stato sempre il loro appoggio a determinare l’egemonia di Khomeini all’interno del fronte rivoluzionario. Adesso con chi stanno? Non con Ahmadinejad, che è sostenuto da un altro blocco sociale (per dirla con Gramsci), quello dei pasdaran, cresciuto moltissimo – in senso anche economico – negli ultimi anni. Ma non è che i bazarì stiano all’opposizione: preferiscono appoggiare Khamenei  e i circoli conservatori che saranno i vincitori delle elezioni parlamentari di marzo. Questo è un dato di fatto: una parte consistente della borghesia medio-alta che mugugna contro il regime e manda i figli all’estero, rimane un pilastro di questo sistema. E non sembra al momento intenzionata a sostenere, promuovere o incoraggiare cambiamenti sostanziali.

Ecco allora che torniamo alla questione: cosa è regime e cosa non lo è?

Un martedì mattina nella Facoltà di relazioni internazionali a Niavaran, estremo nord di Tehran. C’è il sole e tanta neve ancora sui tetti e i marciapiedi. Qui il caos è distante, è una zona abbastanza tranquilla ma non proprio residenziale. Ci sono pochi studenti in giro, si avvicina un weekend lungo, perché al fine settimana islamico (giovedì e venerdì) si aggancia sabato 11 febbraio, anniversario della Rivoluzione.

La funzionaria che mi attende non conosce l’inglese ma  un francese eccellente perché – figlia di un diplomatico – ha vissuto per anni a Parigi. “Ma la sua famiglia è iraniana, non è vero?”. Mi chiede quasi subito. “No, non ho parenti qui”. “Ma è sicuro?”, incalza. “Perché il suo cognome esiste in Iran, lo sapeva?”.

Nel cortile del dipartimento due uomini scaricano le provviste per la mensa. Chiacchierano fitto fitto in turco, lingua parlata da oltre il 30% degli iraniani. La mia guida li guarda e poi sibila: “Questo è sempre stato un problema per l’Iran. In tanti hanno cercato di usare queste differenze per dividerci”. Ma nessuno c’è davvero mai riuscito, va detto.

C’è una buona dose di casualità in questa visita. O forse sarebbe meglio parlare di serendipità, visto che siamo in Iran. Perché sono qui? Sono venuto a cercare materiale per il libro che sto scrivendo, mi ritrovo a sorpresa nell’archivio storico del dipartimento, tra lettere, documenti e mappe antiche. E da qui vengono idee nuove, spunti a cui non avevo minimamente pensato. E comunque è tutto molto interessante. “Questo le serve, le può essere utile?”, mi chiede la mia guida quasi ad ogni passo. Esagero un po’ la mia soddisfazione perché mi dispiacerebbe deluderla.

La parte più interessante di questa visita è l’incontro col professor Sohrab Shahabi. Ha una sessantina d’anni e ha vissuto a lungo in Canada. Parliamo un po’ di tutto, dalla situazione in Nord Africa al momento critico dei rapporti tra Iran e comunità internazionale. “Non conta solo l’economia – avverte. Quanto è accaduto in Tunisia, ad esempio, dimostra che la rabbia di un popolo può scatenarsi all’improvviso. E che gli eventi prendono spesso una piega non prevista”.

Accenno al gelo che in qui giorni di inizio febbraio sta colpendo l’Europa e che in Italia ha fatto scattare l’allarme gasolio. Il professore ride. “Questa è un’ottima notizia per noi! Vuol dire che l’Iran venderà combustibile a caro prezzo e risolveremo i guai provocati dalle sanzioni!”. E poi aggiunge ironico: “Allora ha ragione chi dice che in politica la linea migliore è invocare il Mahdi!”. Il riferimento è all’intervento ultraterreno del dodicesimo Imam, figura chiave della teologia sciita, negli ultimi anni invocata spesso dal presidente Ahmadinejad. “Avvenne lo stesso nel 1990: eravamo a pezzi dopo la guerra con l’Iraq. E cosa fa Saddam? Invade senza motivo il Kuwait e il prezzo dl greggio andò alle stelle. Per l’Iran fu un affare. In più, Saddam consegnò di fatto una parte enorme della sua aviazione, credendo di metterla al sciuro. Fu un insieme di circostanze incredibili!”.

Prima di congedarci, mi lascia un’immagine: “C’è un vecchio racconto che parla di un ragazzo che passa la vita a cercare un tesoro nelle acque gelide di un torrente di montagna. L’Iran è come quel ragazzo: sempre alla ricerca dell’ora. Qualche volta lo trova”.

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