Iran. Terremoto e polemiche

Iran. Terremoto e polemiche

Il 12 novembre 2017  un terremoto di magnitudo 7.3 ha fatto tremare almeno l’area di confine tra Iraq e Iran. Le vittime iraniane sarebbero oltre 500, 11 quelle irachene. Oltre 8mila i feriti, 70mila i senza tetto, 12mila le abitazioni crollate. La maggior parte delle vittime si registrano nella città iraniana di Sarpol-e Zahab, a maggioranza curda, nella provincia di Kermanshah.

 

I conservatori accusano il governo

Il governo ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale e inviato esercito e pasdaran nelle aree colpite dal sisma. Il presidente Rouhani ha visitato le aree del sisma ma il suo esecutivo è stato oggetto di critiche molto feroci da parte dei conservatori per la lentezza dei soccorsi e per la mancanza di chiarezza iniziale sull’entità del disastro.

 

Iran. Terremoto e polemiche
Ebtekar. Il lutto dell’Iran per Kermanshah

 

Tutta colpa di Ahmadinejad?

Ma le polemiche sono arrivate sopratutto da ambienti riformisti e governativi nei confronti dell’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Già, perché molti degli edifici crollati a Sarpol-e Zahab erano stati costruiti nell’ambito del Mehr, il mega progetto edilizio di case popolari  fiore all’occhiello del presidente conservatore. Si tratta di un’operazione molto ambiziosa e anche molto controversa, da sempre avversata dall’amministrazione Rouhani. I critici del progetto di Ahmadinejad hanno sempre contestato la pessima qualità delle strutture abitative e i tragici eventi di questi giorni sembrano dare loro ragione.

Fin dal suo insediamento nell’agosto 2013, l’attuale presidente della Repubblica islamica aveva attaccato il programma di Ahmadinejad. Il ministro delle Strade e dello sviluppo urbano Abbas Akhoundi lo aveva definito “assurdo” e foriero di effettivi negativi sull’economia iraniana, causa principale dell’aumento dei prezzi delle case.

Adesso i giornali riformisti tornano alla carica. Hamdeli scrive: “Il progetto Mehr è un perfetto esempio di cattiva amministrazione di un governo che non perdeva occasione di dichiararsi dalla parte della povera gente. Mahmoud Ahmadinejad e tutte le persone coinvolte nella costruzione di queste case andrebbero processate”.

Secondo l’altro quotidiano riformista Shargh, dopo quanto accaduto a Sarpol-e Zahab, molte persone che vivono in case del progetto Mehr, avrebbero abbandonato i loro appartamenti nel timore di possibili nuove scosse.

Rouhani ha annunciato l’apertura di un’inchiesta sulle case del progetto Mehr. Il quotidiano conservatore Kayhan, vicino alla Guida Khamenei, se la prende invece col governo e parla di “bugie più pesanti dei danni provocati dal terremoto”.

 

Iran. Terremoto e polemiche
Kayhan: i danni della menzogna più pesanti di quelli del disastro

 

Sei politico

Candidati in Iran 2017

Chi sono i candidati in Iran? Con un leggero anticipo rispetto al previsto, il 20 aprile il Consiglio dei Guardiani ha annunciato i candidati ammessi alle presidenziali del 19 maggio.

Oltre al presidente uscente Hassan Rouhani (la cui ammissione non era affatto scontata), ci sono Ebrahim Raisi,  il candidato del cosiddetto JAMNA (Jabhe-ye mardomi-ye niruhâ-ye enghelâb-e eslâmi, Fronte popolare delle forze della rivoluzione islamica, la sigla degli osulgarayan, i principalisti), il sindaco di Teheran Mohammad Baqer Qalibaf, il conservatore Mostafa Aqa Mir Salim; il primo Vice Presidente di Rouhani Eshaq Jahangiri; e Mostafa Hashemi Taba, a suo tempo ministro nei governi di Rafsanjani e Khatami.

Bocciati Ahmadinejad e i suoi “protetti” Baghaei e Mashai. Nulla da fare per le donne, nemmeno per Marzieh Vahid Dastjerdi, ex ministro di Ahmadinejad che sembrava potesse essere ammessa. Nessuna sorpresa invece il no ad Azam Taleqani, figlia 73enne di uno degli ayatollah protagonisti della rivoluzione del 1979: ogni quattro anni si registra per le presidenziali e viene puntualmente bocciata.

Sondaggio effettuato prima della notifica degli ammessi. Qalibaf non è messo male…

Chi sono i candidati in Iran

Hassan Rouhani, 68 anni

Il presidente uscente è indubbiamente il candidato favorito. Eletto a sorpresa quattro anni fa, ha indubbiamente portato a casa un risultato storico come l’accordo sul nucleare. Come ricordato molte volte, Rouhani non è un riformista ma un moderato pragmatico. Il suo è un governo di coalizione che ha coinvolto e attratto anche diversi conservatori. Al momento, i sondaggi lo vedono favorito.

Ebrahim Raisi, 56 anni

E’ l’antagonista numero 1 di Rouhani. Custode della fondazione Astan-e Qods-e Razavi del santuario dell’Imam Reza a Mashhad, è il candidato sul quale punta – implicitamente – la Guida Khamenei. Suo vice sarebbe Saeed Jalili, ex negoziatore sul nucleare e candidato conservatore sconfitto nel 2013. Raisi ha una vasta – e inquietante – esperienza nel campo della magistratura, avendo fatto anche parte della Commissione responsabile dell’esecuzione di migliaia di prigionieri politici nel 1988. Scarsa invece la sua esperienza politica, così come il suo appeal sul popolo. Si preannuncia così uno scontro principale tra un turbante bianco (Rouhani) e un turbante nero (Raisi è un seyyed, ovvero un discendente del Profeta e dunque, come mullah, indossa un turbante nero).

Mohammad Baqer Qalibaf, 55 anni

Terza candidatura per l’attuale sindaco di Teheran, vero outsider di queste elezioni. Sembrava non dovesse presentarsi, visto il clima poco favorevole creatosi negli ultimi mesi a causa dello scandalo immobiliare di Teheran nord e della tragedia del Plasco. I sondaggi lo vedono in ascesa e non è affatto detto che si ritirerà a favore di Raisi, come pronosticata da alcuni. Nel caso, la dispersione del voto conservatore favorirebbe Rouhani.

Mostafa Aqa Mir Salim, 69 anni

Una candidatura piuttosto anonima. Ex ministro della Cultura con Rafsanjani, si rese protagonista di una censura sistematica di tutto ciò che potesse rappresentare una minaccia di infiltrazione culturale occidentale. Consigliere di Khamenei all’epoca della sua presidenza, potrebbe essere uno dei candidati che si ritireranno nelle prossime settimane. Anche se al momento dell’iscrizione ha annunciato ai media di voler correre fino alla fine, nonostante le scarsissime possibilità di vittoria. Tra i conservatori si teme che la sua permanenza nella competizione sia frutto di una tacita alleanza con Rouhani.

Eshaq Jahangiri, 60 anni

Quella del primo vicepresidente di Rouhani è la candidatura più inattesa ma tutt’altro che incomprensibile. Innanzitutto perché l’ammissione del presidente in carica non era sicurissima e da febbraio si rincorrevano voci su una probabile bocciatura da parte del Consiglio dei Guardiani. E per evitare di lasciare campo aperto ai conservatori, gli esponenti del governo hanno pensato di proporre almeno un’altra candidatura di peso. Poi c’è una ragione tattica: in una prima fase della campagna elettorale, è infatti probabile che conteranno molto anche le alleanze tra candidati duranti i confronti televisivi. Per evitare che diventi un “tutti contro uno” (cioè contro Rouhani), la presenza di Jahingiri potrebbe essere molto utile. Vedremo se e quando poi abbandonerà la corsa in favore del presidente in carica.

Mostafa Hashemi Taba,  70 anni

Altro riformista e altra candidatura tattica. Vicepresidente sia di Rafsanjani sia di Khatami, si presentò nel 2001 ottenendo lo 0,1 per cento dei voti. Rimanendo in corsa potrebbe danneggiare Rouhani, disperdendo il voto dei riformisti.

Sondaggio con candidati ammessi. Per ora nessuno pare ottenere la maggioranza assoluta

Candidati in Iran 2017: Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni

E’ stata una questione su cui si è discusso molto negli ultimi giorni. In Iran, per le elezioni parlamentari e presidenziali, il Consiglio dei Guardiani elegge il Consiglio centrale per la supervisione delle elezioni, organo composto da sette membri che ha il compito di monitorare e coordinare tutto il processo elettorale. Almeno due di questi membri devono far parte del Consiglio dei Guardiani. Non possono farne parte, ovviamente, candidati alle elezioni. In questa tornata elettorale, ad esempio, era stato inizialmente nominato Raisi, che si è dimesso prima di registrarsi come candidato. Per le presidenziali 2017, ben sei dei sette membri sono del Consiglio dei Guardiani e cioè: Jannati (Presidente Assemblea degli Esperti e Consiglio dei Guardiani), Yazdi, Kadkhodaei Alizadeh, Esmaeili, Rahpeyk. L’ex procuratore generale Mohseni-Ejei ha preso il posto di Raisi quando questi si è candidato.

Speciale candidati in Iran 2017 - Percentuali di affluenza negli anni

L’affluenza alle elezioni presidenziali dal 1980 al 2013

I confronti televisivi dei candidati in Iran

Inizialmente i confronti televisivi in diretta, che tanto avevano influito sulle elezioni del 2013, erano stati vietati. Ma il 22 aprile il Consiglio centrale ha dato l’ok. Il primo appuntamento è per venerdì 28 aprile.

Da aggiungere che il 19 maggio si vota anche per eleggere i consigli comunali e per alcuni seggi vacanti in parlamento.

Sarà quindi un election day in piena regola. La campagna elettorale è ufficialmente cominciata.


Il ritorno di Ahmadinejad

Tutto si può dire di Mahmoud Ahmadinejad tranne che non sia un personaggio destinato a far parlare di sé. Le registrazioni per le elezioni del 19 maggio erano aperte da poche ore, quando il due volte presidente della Repubblica islamica si è presentato sorridente in compagnia di Esfandiar Rahim Mashaei (suo ex capo staff e poi vicepresidente, nonché suo consuocero) e Hamid Baqaei, anch’egli ex vicepresidente. Tutti e tre si sono registrati per concorrere alle presidenziali, anche perché, in questa fase, sono migliaia gli aspiranti candidati che si registrano e quindi un minuto di celebrità non lo si nega a nessuno. Poi, comunque, ci penserà il Consiglio dei Guardiani a fare piazza pulita e lasciare sul tavolo pochissimi concorrenti: 4 nel 2009, 8 nel 2013.

Ma la candidatura di Ahmadinejad è quella che fa clamore, perché contraddice la Guida Ali Khamenei, che aveva “esortato” Ahmadinejad a non candidarsi. Lo stesso ex presidente. appena poche settimane fa, aveva dichiarato di non volersi presentare a queste elezioni e di volersi spendere unicamente per il suo sodale ed ex vicepresidente Baqaei.  Adesso Ahmadinejad sostiene che la Guida lo avrebbe solamente consigliato, senza imporgli nulla. E la sua discesa in campo sarebbe solo un modo per schierarsi in modo palese al fianco di Baqaei, da lui stesso definito un “fratello”.

Resta il fatto che questa candidatura ha già creato scompiglio in campo conservatore. Se il Consiglio dei Guardiani la casserà, sarebbe un po’ una sconfessione dei suoi otto anni di presidenza. E’ vero che i Guardiani non devono rendere note le motivazioni delle bocciature (nel 2013, ricordiamolo, venne cassata la candidatura di un altro ex presidente, Rafsanjani), ma è indubbio che sarebbe un motivo di divisione sul passato recente della storia politica iraniana. E una parte dei “grandi elettori” di Ahmadinejad, tra cui una parte influente dei pasdaran, rimarrebbe fortemente delusa da una decisione del genere.

Se invece la sua candidatura venisse ammessa, sarebbe la Guida Ali Khamenei a venire totalmente sconfessata. Per questo motivo, è assai improbabile che a fine maggio ci troveremo Ahmadinejad in corsa.

Da notare che pochi minuti dopo l’annuncio, il suo sito web (http://www.dolatebahar.com/, il “Governo della primavera”) è andato – guarda caso – ko, salvo tornare online un paio di ore dopo.

In ogni caso, si tratta di una mossa destabilizzante: la figura di Ahmadinejad, a prescindere dal giudizio di merito, continua a essere sottovalutata dagli osservatori occidentali. Per certi versi, il vero personaggio anti-sistema della politica iraniana è lui.

Di sicuro, possiamo trarre due considerazioni da questo colpo di scena:

  1. i conservatori rischiano di presentarsi quanto mai divisi e questo non può che favorire il presidente uscente Hassan Rouhani.
  2. prepariamoci a una campagna elettorale pirotecnica. Le sorprese, forse, sono appena iniziate.

 

Una donna presidente?

Una donna presidente della Repubblica islamica dell’Iran? Fermi tutti: è una battuta o un’ipotesi politica? Andiamo con ordine: in Iran una donna può essere eletta presidente?

Teoricamente non esiste una norma, nella Costituzione iraniana, che proibisca a una donna di candidarsi. Nel testo si usa infatti la parola rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. In persiano, come noto, le parole non hanno genere.

Finora, comunque, il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso una candidata donna.

Da qualche giorno circola la voce secondo la quale lo schieramento conservatore sarebbe pronto a puntare su una candidata per sfidare il presidente in carica Hassan Rouhani alle elezioni di maggio. La prescelta sarebbe Marzieh Vahid-Dastjerdi, già ministro della Sanità nel secondo governo di Mahmud Ahmadinejad. 

Parlamentare conservatrice dal 1991 al 1999, Vahid-Dastjerdi è stata infatti nominata portavoce del Fronte Popolare delle Forze Rivoluzionarie, un primo tentativo di coalizione tra le figure più importanti tra i cosiddetti principalisti.

L’imperativo, per i conservatori, è non ripetere l’errore strategico del 2013, quando si presentarono divisi e spianarono la strada a Rouhani. Dato che pare scontato che il voto di riformisti e moderati confluirà sul presidente in carica, per il fronte opposto è fondamentale non disperdere i consensi.

La mossa del cavallo

Puntare su una donna sarebbe una mossa per molti versi davvero innovativa per la politica iraniana. Non deve stupire più di tanto il fatto che siano i conservatori a ipotizzare questa soluzione: nel 2009 lo stesso Ahmadinejad arrivò a includere tre donne nella sua lista dei ministri. Fu poi il parlamento (in Iran la fiducia viene accordata ai singoli ministri) a bocciarne due e a dare via libera alla sola Marzieh Vahid-Dastjerdi. Che, va detto, non portò a termine il proprio mandato, dimettendosi alla fine del 2012 per contrasti con lo stesso Ahmadinejad, dovuti probabilmente alla sua vicinanza ai fratelli Larijani (Bagher era suo viceministro), all’epoca in rotta di collisione col presidente in carica.

Ma una mossa del genere catturerebbe consensi nel campo avverso? In un’intervista al quotidiano Shargh, la parlamentare riformista Parvaneh Salahshoori si è detta contenta di un’eventuale candidatura di Vahid-Dastjerdi, definendola una “politica competente anche se priva del necessario carisma per essere presidente”.  E ha sottolineato che – anche qualora questa candidatura ricevesse il via libera dal Consiglio dei Guardiani –  “i riformisti non avrebbero comunque alcun motivo per sostenere un candidato che non sia Rouhani”.

 

Chi è Marzieh Vahid-Dastjerdi

Classe 1959, Marzieh Vahid-Dastjerdi è figlia di un ex presidente della Mezza Luna Rossa iraniana. Ostetrica, ha insegnato all’Università di Teheran per tredici anni, prima di essere eletta in parlamento la prima volta, nel 1993. Nel 2009 diventa la prima donna ministro della Repubblica islamica (la terza in assoluto nella storia dell’Iran).

A gennaio 2017 il suo nome comincia a circolare tra gli ambienti conservatori come possibile candidato unitario in funzione anti Rouhani. Potrebbe essere un’operazione di facciata, ovviamente. Ma potrebbe anche essere il segnale di un ripensamento globale della politica iraniana. C’è chi parla anche di una possibile riforma costituzionale che riveda in modo profondo il ruolo stesso del presidente della Repubblica, diminuendone poteri e visbilità a favore della Guida che verrà dopo Khamenei. Forse sono soltanto ipotesi, ma, di certo, la scomparsa di un pezzo da novanta come Rafsanjani e la scelta di una donna come possibile candidato dei conservatori sono due elementi che rimescolano le carte in modo imprevedibile a pochi mesi dalle presidenziali.

 

Chi era Rafsanjani

È la notizia con cui si apre il 2017 iraniano: l’8 gennaio, all’età di 82 anni, muore a Teheran Ali Akbar Hashemi Rafsanjani, capo del Consiglio per il discernimento  e personaggio centrale della politica persiana degli ultimi quarant’anni. Soprannominato kuseh, lo squalo, per la barba assai scarsa, Rafsanjani ha attraversato tutta la storia della Repubblica islamica da vero protagonista.

Classe 1934, proveniente da una famiglia agiata, hojatoleslam (titolo religioso inferiore a quello di ayatollah), è stato due volte presidente della Repubblica, dal 1989 al 1997, e presidente dell’Assemblea degli Esperti. Durante la guerra con l’Iraq fu di fatto il comandante in capo delle forze armate iraniane. Nel 2005 si ricandidò e venne sconfitto a sorpresa al ballottaggio dall’allora outsider Ahmadinejad.

Rafsanjani è sempre stato considerato un conservatore pragmatico, più favorevole alla mediazione con gli Usa e convinto della necessità di liberalizzare l’economia. Ha le mani in pasta praticamente in tutto, dall’export dei pistacchi a quello del petrolio. Nel 2003 la rivista americana Forbes lo incluse tra i più ricchi di tutto il mondo, definendolo «l’uomo che rappresenta il vero potere dietro il governo iraniano».

Un ritardo provvidenziale

Il 28 giugno 1981 (Hafte tir, 7 Tir 1360 per il calendario persiano) un attentato dinamitardo, attribuito ai Mujaheddin del popolo (MKO) decapita il Partito islamico repubblicano. Settantadue le vittime, tra cui segretario, l’Ayatollah Mohammad Beheshti. Rafsanjani arriva tardi e si salva.

Il sodalizio con Khamenei

Nel giugno 1989 Khomeini muore. La nuova Guida suprema è Khamenei. Rafsanjani viene eletto presidente della Repubblica. Tra i due, per diversi anni, il sodalizio è perfetto. Rafsanjani punta alla ricostruzione del Paese dopo otto anni di guerra e isolamento internazionale. Il modello da seguire è la Cina: liberalizzare l’economia mantenendo un controllo autoritario dello Stato e della società. Nel 1992 Rafsanjani apre addirittura alle compagnie petrolifere Usa (come la Conoco), per sfruttare al meglio i giacimenti iraniani. Per fermare questo riavvicinamento tra Washington e Teheran, l’allora presidente Clinton firma l’apposita legge Helms-D’Amato, caldeggiata dalla lobby ebraica americana.

Giugno 1989: Khomeini è morto, Rafsanjani convince i membri dell’Assemblea degli Esperti a scegliere Khamenei come nuova Guida

Nel 1997, alla scadenza del secondo mandato, deve farsi da parte, come previsto dalla Costituzione. Per due mandati, sarà presidente Khatami, suo ministro della Cultura. Rafsanjani si ricandida nel 2005, ma Khamenei lo scarica a favore di Ahmadinejad. Si rompe un’alleanza durata anni, cambiano gli equilibri politici della Repubblica islamica.

Il sermone di venerdì 17 luglio 2009

Alle elezioni 2009 appoggia Mousavi. Ahmadinejad, in un confronto televisivo, accusa Rafsanjani di corruzione. Nei giorni caldissimi delle prime manifestazioni, sua figlia Faezeh – molto attiva nella campagna elettorale per Mousavi – viene arrestata e poi rilasciata. Un’intimidazione in piena regola, a cui Rafsanjani reagisce evitando dichiarazioni e uscite pubbliche. Il 17 luglio è chiamato a guidare lui la preghiera del venerdì all’Università di Teheran.

Il sermone rappresenta non solo una svolta fondamentale nella crisi poli-tica post elettorale, ma anche una tappa cruciale della storia della Repubbli-ca islamica. Mai, prima d’ora, un personaggio così autorevole aveva parlato ufficialmente di crisi e aveva messo in dubbio la legittimità di un governo. Anche nel 2005 c’erano stati forti sospetti di brogli sulla vittoria di Ahmadinejad, ma Rafsanjani in persona, sconfitto alle elezioni, aveva rinunciato a una denuncia esplicita proprio in nome dell’unità del regime. A quel sermone seguono mesi di grande tensione. Rafsanjani perde la guida dell’Assemblea degli esperti. Per un breve periodo il suo sito web viene oscurato.

Il sostegno a Rouhani

Sono anni difficili anche per un personaggio potente come Rafsanjani. Che rimane comunque molto influente. Nel 2013 decide di candidarsi alle presidenziali in extremis, ma la sua candidatura è bocciata dal Consiglio dei Guardiani. Intorno a questa decisione si apre un vero caso politico, perché è essere fatto fuori è uno dei padri fondatori della Repubblica islamica.

Rafsanjani rispetta comunque la decisione è appoggia Rouhani, che verrà eletto. Stessa tattica per le legislative del febbraio 2016: è uno dei pilastri della coalizione tra moderati e riformisti che sostiene il governo in carica e che ottiene un risultato molto positivo, soprattutto nella circoscrizione di Teheran.

La morte di Rafsanjani rompe, in modo naturale, un equilibrio di potere sorto dopo la morte di Khomeini: per quasi trent’anni Khamenei e Rafsanjani si sono sfidati direttamente o per interposta persona, come ad esempio nelle famigerate elezioni del 2009.

Quell’equilibrio adesso non c’è più. Impossibile che la cosa non influisca sulle elezioni presidenziali del prossimo maggio.

Chi è Babak Zanjani

Babak Zanjani

Chi è Babak Zanjani, il miliardario iraniano condannato a morte il 5 marzo 2016 per corruzione?

Lui ama definirsi un basij economico, a rimarcare la sua totale fedeltà alla Repubblica islamica. Di sicuro è un uomo ricchissimo, forse il più ricco in Iran, dato che il suo patrimonio ammonta a  circa 14 miliardi dollari. Fondatore e CEO della Sorinet Group, un impero di 65 aziende dei settori più diversi: dalla finanza ai prodotti cosmetici, dal turismo ai trasporti, dalle costruzioni al cinema. È inoltre proprietario di squadra di calcio di Teheran, impegnata nella massima divisione iraniana, il Rah Ahan, dal luglio 2013 rinominata Rah Ahan Sorinet Football Club. Le sue imprese operano in Iran , Turchia, Emirati Arabi Uniti , Malesia e Tagikistan. Zanjani è anche titolare o azionista di una settantina di istituti di credito in Iran e in altri Paesi.

Avrebbe cominciato come venditore di pelli di pecora negli anni Ottanta e avrebbe accumulato una vera fortuna in Turchia, dove è stato accusato di in un altro clamoroso scandalo di corruzione.

Babak Morteza Zanjani (classe 1974, ma fonti Usa sostengono sia nato nel 1971) era poco noto all’infuori dell’Iran fino al 2012, quando Usa e Ue lo accusarono di eludere  le sanzioni internazionali muovendo miliardi di dollari per conto della autorità di Teheran. Lui stesso, in alcune recenti interviste, ha ammesso di aver collaborato con la Banca Centrale dell’Iran per portare in patria i proventi dell’export petrolifero bloccati dalle sanzioni.

Il 30 dicembre 2013 Zanjani – che risiede principalmente a Dubai e in Turchia –  è stato arrestato a Teheran con l’accusa di aver incassato dalla vendita di petrolio 3 miliardi di dollari destinati alle casse statali.

[youtube]http://youtu.be/16OThKqaiQc[/youtube]

Le sanzioni economiche legate alla questione nucleare, sono state un’autentica fortuna per personaggi come Zanjani. Lui stesso, in un’intervista all’agenzia IRNA, ha spiegato che si è servito di una rete di 64 compagnie tra Dubai, Turchia e Malesia per vendere milioni di barili di petrolio, portando 17,5 miliardi di dollari al Ministero del Petrolio, ai Pasdaran e alla Banca centrale iraniana.

In un’altra intervista pubblicata sul settimanale riformista Aseman (Cielo) nel settembre 2013, lui stesso spiega:

La banca centrale era a corto di soldi. Nel 2010 mi hanno chiesto di portare i soldi del petrolio in Iran in modo che il sistema li potesse utilizzare. Ed è quello che ho fatto.

Zanjani è stato spesso accostato all’ex presidente Mahmud Ahmadinejad. Nel febbraio 2013 un articolo su Baztab era accusato di riciclaggio di denaro e di essere uno degli “sponsor mafiosi di Ahmadinejad”.

 

Il giorno prima dell’arresto di Zanjani, il presidente Rouhani aveva annunciato di voler combattere la corruzione finanziaria e in particolare

le figure privilegiate che hanno tratto vantaggio dalle sanzioni economiche.

 

Chi è Hassan Rouhani

Hassan Rowhani

Alle elezioni presidenziali (14 giugno) mancano ancora troppi mesi per azzardare previsioni. Personalmente, ritengo che il voto sarà un passaggio importante ma non fondamentale per il futuro immediato della Repubblica islamica.

Difficilmente assisteremo a un evento così “pesante” come le elezioni del 2009. Non ci sono ancora candidati ufficiali (se ne parlerà a un mese dal voto), ma circolano dei nomi e negli ultimi giorni i media iraniani hanno fatto quello di Hassan Rouhani. Il sito Tasnim definisce “sicura” la sua candidatura

Classe 1948, l’Hojjat al-Islam (titolo religioso inferiore a quello di Ayatollah) Rowhani è attualmente membro dell’Assemblea degli Esperti, del Consiglio per il discernimento e del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. Politico di lungo corso, a livello internazionale è noto soprattutto per essere stato il capo delegazione sul nucleare durante il secondo mandato di Mohammad Khatami.

Fu lui, tra il 2003 e il 2005, a rappresentare l’Iran nei negoziati con Gran Bretgana, Francia e Germania che portarono agli accordi di Sa’dabad (ottobre 2003) e Parigi (novembre 2004), in virtù dei quali l’Iran aprì i propri impianti ai controlli dell’AIEA e aderì al Protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione (poi sospeso nel gennaio 2006).

Secondo il quotidiano conservatore Entekhab, la candidatura di Rowhani sarebbe gradita sia al Fronte principalista sia a Rafsanjani, personaggio a cui Rowhani è da sempre legato.  Non solo: sul suo nome potrebbero convergere anche i voti dei riformisti che decideranno di recarsi alle urne.

Sulla sua fedeltà al sistema non ci sono dubbi: Rowhani è un rivoluzionario di antica data. Sotto il regime dello Shah venne arrestato varie volte, la prima nel 1964, quando aveva soltanto 16 anni.

Si dice, tra l’altro, che sia stato lui il primo, in un discorso pubblico nell’ottobre 1977, a chiamare l’Ayatollah Khomeini “Imam”, titolo che per secoli non era più stato attribuito a persona vivente perché prerogativa dei dodici imam sciiti.

Rouhani ha avuto ruoli militari di comando durante la guerra con l’Iraq ed è stato parlamentare per cinque mandati consecutivi (1980-2000).

Spesso descritto dagli osservatori internazionali come “moderato” o “conservatore pragmatico”, Rowhani è stato sempre critico nei confronti della politica estera di Ahmadinejad e nelle ultime settimane si è anche espresso su questioni interne, come la disoccupazione giovanile.

 

Black out Khatami

Per i media iraniani è scattato il divieto di parlare o semplicemente citare l’ex presidente riformista Mohammad Khatami. Quella che inizialmente era solo una voce insistente ma non ufficiale, è divenuta una notizia il 16 febbraio, quando Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i, portavoce della magistratura iraniana, ha confermato che il dipartimento di giustizia di Teheran ha emesso una sentenza che mette al bando Khatami dai media. Secondo quanto riportato dall’agenzia Isna, Mohseni-Eje’i non avrebbe mai nemmeno nominato Khatami e, riferendosi a lui come al “capo del governo riformista”, avrebbe ammesso che “c’è un ordine che vieta ai media di pubblicare foto o notizie su questa persona”.

Di questo non si parla

La magistratura iraniana è dominata dai conservatori e spesso, in questo ultimo anno e mezzo, ha espresso opinioni in netto contrasto con la linea del governo di Hassan Rouhani. Perché però questa “mordacchia” su Khatami e perché proprio ora? Va inquadrato il momento politico iraniano nel suo complesso, guardando al passato recente e soprattutto a quanto accadrà nell’immediato futuro.

 

Khatami ieri e oggi. E domani

Molti, iraniani e no, sono soliti affermare che i due mandati presidenziali di Khatami (dal 1997 al 2005) siano stati un sostanziale fallimento. L’incapacità di riformare il sistema politico, hanno pesato moltissimo  – e pesano ancora oggi – nel giudizio su Khatami: un riformista senza riforme, che ha finito con l’essere criticato sia dai conservatori sia dai sostenitori delusi. Si tratta però di un giudizio probabilmente troppo severo. Da un lato, non si prende in considerazione le difficoltà oggettive riscontrate da Khatami nei suoi due mandati, dovute anche ai limitati poteri che la Costituzione attribuisce al Presidente della Repubblica.

Dall’altro lato, sarebbe onesto ricordare che negli anni di Khatami il Paese è cambiato moltissimo, a livello culturale e sociale, proprio in virtù delle aperture dell’allora presidente. Il riscontro lo si è avuto negli anni di Ahmadinejad, quando quella stagione di apertura e speranza lasciò il posto a otto anni di incertezze economiche e inquietudini internazionali, più o meno ingiustificate, ma comunque deleterie per il Paese.

Tacciato a volte di ignavia. Khatami ha continuato a svolgere un ruolo importante anche negli anni di governo Ahmadinejad. Nel 2009 sostenne apertamente l’Onda Verde e si schierò con gli ex candidati Mir Hossein Mousavi e Mehdi Karroubi agli arresti domiciliari dal febbraio 2011. Questa prese di posizione gli costò l’isolamento da parte dell’establishment. Khatami dimostrò notevole pragmatismo partecipando al voto per il parlamento nel marzo 2012. Si trattava della prima tornata elettorale dopo il contestatissimo voto delle presidenziali del giugno 2009 e tra i riformisti erano in molti a sostenere il boicottaggio delle elezioni come forma di protesta. Un po’ a sorpresa, Khatami votò e fu per questo tacciato da alcuni di tradimento. Col senno di poi, possiamo invece dire che quella decisione gli consentì di rimanere all’interno dell’arena politica iraniana e di giocare un ruolo importante nelle presidenziali del 2013.

Fu infatti Khatami a convincere Mohammad Reza Aref, l’unico candidato riformista, a ritirarsi in favore del moderato Rouhani. A tre giorni dal voto, Khatami pubblicò una lettera aperta in cui annunciava il proprio endorsment al candidato che avrebbe poi vinto con la maggioranza assoluta. Sono in molti a credere che il sostegno di Khatami sia stato decisivo per convincere in extremis molti indecisi.

Le elezioni del 2016

Il prossimo anno si vota nuovamente per il parlamento, dominato oramai da più di dieci anni dai conservatori. E’ chiaro che gli oppositori di Rouhani vogliono a tutti i costi evitare un parlamento “amico” del presidente in carica. Nel 2004, con Khatami ancora presidente, la bocciatura di oltre 2.000 candidati riformisti da parte del Consiglio dei Guardiani consegnò il parlamento ai conservatori che ebbero vita facile nel sabotare l’operato del presidente.

Ecco che allora questa messa al bando di Khatami suona molto come una sorta di censura preventiva, nel tentativo di fiaccare la sua capacità di aggregazione e mobilitazione.

La reazione della rete

Questa censura rischia però di trasformarsi in boomerang. Espulso dai media tradizionali, Khatami è tornato in auge sui social media. I suoi sostenitori hanno creato l’hashtag #رسانه_خاتمی_میشویم

cioè, “Diventiamo noi i media di Khatami”.

 

 

E’ anche nato un account Twitter chiamato @Khatamimedia.

 

Molti iraniani, in patria e all’estero, continuano a trasmettere messaggi di solidarietà a Khatami o a rilanciare foto e messaggi in qualche modo legati a lui.

https://twitter.com/elisharifi89/status/567774168884973568

 

Per capire lo spirito alla base di questa mobilitazione, basta leggere il post su Facebook di una ragazza di Teheran che ha messo la foto dell’ex presidente come propria immagine del profilo:

Ho deciso di mettere la foto di Khatami perché è l’unico politico che ha sempre pensato a noi. e in questo momento merita il nostro sostegno.

 

https://twitter.com/raminfakhary/status/568079107466125312

Cosa ha detto Motahari?

Domenica 11 gennaio 2015 è stata una giornata caldissima per il parlamento iraniano. Un intervento in aula del deputato conservatore Ali Motahari ha infatti scatenato una bagarre che ha portato alla sospensione dei lavori. L’argomento? Gli arresti domiciliari dei candidati alle presidenziali del 2009 Mousavi e Karroubi. 

Chi è Ali Motahari

Un eretico, un conservatore fuori dagli schemi, una mina vagante nella politica iraniana. Figlio di Morteza Motahari, uno dei fondatori della Repubblica islamica (assassinato pochi mesi dopo la rivoluzione da un gruppo della sinistra islamica radicale), ha spesso polemizzato con personaggi molto importanti, da Hasehmi Rafsanjani a Mahmoud Ahmadinejad, fino all’attuale presidente Hassan Rouhani. Una volta ha definito Hossein Shariatmadari, direttore del quotidiano Keyhan, “l’amico sciocco della Guida Suprema”. Su cultura e morale è su posizioni molto intransigenti. Quando Ahmadinejad  propose di alleggerire il divieto di accesso alle donne negli stadi sportivi, Motahari commentò con sarcasmo che presto l’allora presidente avrebbe chiesto anche di consentire l’accesso a spettacoli di cabaret. 

Un legame molto forte è quello con la famiglia Larijani. la sorella di Ali Motahari è infatti sposata con Ali Larijani, presidente del majles. Un esempio di come i legami familiari sia molto importanti nella mappa del potere della Repubblica islamica.

Il discorso dell’11 gennaio

Ali Motahari ha inziato il suo discorso in parlamento con una condanna degli attacchi terroristici contro i giornalisti in Francia, dicendo:

“Condanniamo i recenti attacchi terroristici a Parigi, anche se la ripetuta pubblicazione da parte della rivista satirica Charlie Hebdo di vignette sul Profeta è da condannare.”

Ma il grosso del suo intervento era sulla politica interna. Motahari è tornato al 30 dicembre 2009, giorno in cui nelle principali città iraniane si svolsero manifestazioni pro governative e contro la cosiddetta Onda Verde.

“Come tutti sanno il 30 dicembre 2009 le persone difeso la rivoluzione e la Repubblica islamica, nonostante le violazioni commesse dai due lati della sedizione. Se cerchiamo di fare del 30 dicembre un simbolo della divisione della nazione, non sarà più un Giorno di Dio”.

 

Ha poi precisato:

Tutti sanno che non sono legato né a Moussavi né a Karroubi, io ho votato per Rezaei nel 2009. (…) Voglio affrontare una questione seria, quella delle critiche al governo. Come agiva l’Imam Ali nei confronti dei suoi oppositori? I suoi oppositori erano liberi e godevano dei diritti sociali finché non prendevano le armi. I suoi oppositori potevano criticarlo nella moschea mentre teneva un sermone e l’Imam non avrebbe permesso a nessuno di attaccarli.

La soluzione è questa: dobbiamo confessare i nostri errori nel 2009, tra i quali la mancanza di reazione proprio [televisiva] dibattiti, annuncio di celebrazioni nazionali […]

A queste parole si è scatenato il parapiglia. Urla ,spintoni, quasi un tentativo di aggressione, finché la seduta non è stata sospesa.

 

 Le reazioni

Il vicepresidente del parlamento Mohammad Hassan Aboutorabi Fard ha contestato le osservazioni di Motahari:

“Sollevare la questione in questo modo attirerà la protesta dei parlamentari che sono qui per rappresentare il popolo e sono tenuti a prendere in considerazione i nostri interessi nazionali, i nostri principi religiosi e la Costituzione “.

Ma secondo l’articolo 86 della Costituzione iraniana:

I Membri dell’Assemblea Nazionale nello svolgimento della propria funzione sono assolutamente liberi di manifestare la propria opinione e di esprimere il proprio voto, e non possono essere perseguiti o arrestati a causa di opinioni manifestate in As-semblea o a causa dei voti espressi in qualità di membri della Assemblea Nazionale.

 I media

Javan, quotidiano considerato la voce dei Pasdaran, ha scritto:

“Il comportamento di Ali Motahari dimostra che le sue opinioni radicali hanno preso un pendio molto ripido nel corso degli anni. Ora osa parlare audacemente contro le credenze del popolo.

Nell’editoriale di Kayhan, quotidiano vicino alla Guida, si scrive addirittura che “Motahari si prepara un caloroso benvenuto dei media americani e sionisti e  susscita l’ammirazione dei controrivoluzionari.

Kayhan-newspaper-1-12

La prima pagina del quotidiano conservatore Kayhan

 

Ma ci sono state anche voci a favore di Motahari. Secondo il deputato Mohammad Bagheri Bonab Motahari

 

“ha  espresso la sua opinione. Se altri deputati avessero obiezioni a quello che diceva, avrebbero dovuto aspettare il loro turno per esprimere la loro opposizione. Non dovrebbero hanno reso il clima di tensione. Inoltre, il consiglio di presidenza avrebbe potuto agire meglio per portare le cose sotto controllo.

Altri deputati, come Masoud Pezeshkian, hanno criticato la presidenza del majles per non aver saputo evitare i disordini in aula:

Il Parlamento dovrebbe essere al di sopra di tali incidenti. I parlamentari avrebbe dovuto consentire al Signor Motahari di completare il suo discorso”.

Sono passati quasi sei anni, ma i fatti del 2009 rappresentano ancora una ferita aperta per il sistema iraniano.

Da Bani Sadr a Rouhani

Da Bani Sadr a Rouhani. Quelle del 19 giugno 2017 sono state le dodicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica iraniana. Il presidente viene eletto a suffragio universale da tutti i cittadini maggiori di 18 anni.

Viene eletto chi ottiene il 50 per cento più uno dei voti. Se nessuno dei candidati ottiene la maggioranza assoluta, i due che hanno ottenuto più voti vanno al ballottaggio la settimana seguente. Finora si è arrivati al ballottaggio una sola volta, nel 2005, quando vinse Ahmadinejad. Si può correre solo per due mandati consecutivi.

Nel 2005 il primo turno era stato contraddistinto dall’estrema dispersione del voto. Rafsanjani aveva ottenuto il 21%, Ahmadinejad il 19,5. Seguiti da Karroubi (17,3%), Moeen (13,93%) , Ghalibaf (13,89%), Larijani (5,9%) e Mehralizadeh (4,4%).

 Alla fine era stato determinante l’astensionismo: disertarono le urne quasi 20 milioni di votanti, quasi 5 nella sola Teheran. Questo astensionismo non si è più ripetuto in nessuna delle elezioni (parlamento, assemblea degli esperti, amministrative) che si sono svolte dal 2005 ad oggi.

Sono sette i presidenti che si sono succeduti dopo la cacciata dello scià e la proclamazione della repubblica. Il primo è stato Abolhassan Bani Sadr, eletto il 25 gennaio 1980 e rimasto in carica fino al 21 giugno 1981, quando viene destituito da Khomeini ed è costretto alla fuga in Francia. Gli succede Mohammad Ali Rejai che però viene assassinato il 30 agosto 1981 in uno degli attentati dinamitardi che sconvolgono l’Iran della prima fase rivoluzionaria. Il 2 ottobre 1981 viene eletto Ali Khamenei, attuale Guida suprema. Sarà poi rieletto nell’agosto 1985. Nel 1989 è la volta di Akbar Hashemi Rafsanjani, personaggio ancora oggi molto potente, presidente dell’Assemblea degli esperti e del Consiglio del discernimento, organi importanti nella mappa del potere iraniano. Rafsanjani viene confermato come presidente della Repubblica nel 1993. Quattro anni dopo vince a sorpresa Mohammad Khatami che sarà rieletto nel 2001. Nel 2005, come sappiamo, viene eletto Ahmadinejad, il primo presidente, dopo Bani Sadr, a non far parte del clero sciita. Verrà riconfermato alle contestate elezioni del 2009. Nel 2013, a sorpresa, viene eletto al primo turno il moderato Hassan Rowhani.

I presidenti della Repubblica islamica

Abolhassan Bani Sadr: 4 febbraio 1980 – 21 giugno 1981

Mohammad Ali Rajai: 15 agosto 1981 – 30 agosto 1981

Ali Khamenei: 2 ottobre 1981 – 2 agosto 1989

Ali Akbar Hashemi Rafsanjani: 3 agosto 1989 – 2 agosto 1997

Mohammad Khatami: 2 agosto 1997 – 3 agosto 2005

Mahmud Ahmadinejad: 3 agosto 2005 – 3 agosto 2013

Hassan Rowhani: 3 agosto 2013 – rieletto il 18 maggio 2017, in carica

Rowhani è presidente

Rowhani presidente

“Vince chi vota”. Lo slogan di Gianni Alemanno per le comunali di Roma racchiude il senso della vittoria di Hassan Rowhani alle undicesime elezioni presidenziali della Repubblica islamica di Iran.

Elezioni snobbate da buona parte dei media italiani: la copertura è stata pressoché nulla se paragonata a quella per le elezioni del 2009.

Per mesi si è detto che sarebbero state elezioni farsa, che sarebbe stata tutta una competizione all’interno del fronte conservatore e che non sarebbe andato a votare nessuno.

 Ha votato il 72% degli aventi diritto. Una decina di punti in meno rispetto alle scorse presidenziali ma comunque una percentuale alta. Chi scrive ha assistito al voto degli iraniani residenti a Roma: nonostante lo sciopero dei mezzi, hanno votato circa un migliaio di persone e Rowhani ha ottenuto oltre il 90% dei consensi. Molti dei giovani studenti che nel 2009 animarono le proteste contro i presunti (e assai probabili) brogli elettorali, alla fine non hanno boicottato il voto ma hanno sostenuto Rowhani.

È un dato di fatto, dal quale occorre partire per qualsiasi analisi. Così come nel 2009 l’Onda Verde era nata da una campagna elettorale, anche la “speranza viola” (il colore di Rowhani) ha preso vita in queste ultime due settimane. Il candidato che sembrava spacciato e addirittura in pericolo di “squalifica” da parte del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto rapidamente nei sondaggi e ha vinto addirittura al primo turno.

È una sconfitta netta per chi predicava l’astensione come unico modo per delegittimare il sistema. Le scene di giubilo nelle strade delle città iraniane sanno tanto di rivincita anche per quanto accaduto nel 2009.

Personalmente credevo che sarebbe arrivato primo ma con una percentuale molto più bassa. E pensavo che al ballottaggio Qalibaf (più lui di Jalili) avrebbe vinto. E invece no: d’altra parte, l’Iran riesce sempre a sorprendere tutti.

Ha vinto Rowhani ma non ha di certo perso la Guida Khamenei che lo aveva detto esplicitamente: “Anche chi non sostiene la Repubblica islamica, voti per sostenere il proprio Paese”. Probabilmente ha capito che era l’ultima occasione per non scavare un fossato ancora più profondo tra il sistema politico e i desideri reali del popolo. Detto questo, l’esito elettorale non è stato né imposto né pilotato. L’incertezza dei risultati dati col contagocce ora dopo ora ne è la prova. Ed è ancora più chiara la differenza tra il voto di oggi e quello del 2009, quando la vittoria di Ahmadinejad venne annunciata in tempi rapidissimi.

Nucleare e non solo

Cosa accadrà con il nuovo presidente? Chi – fuori dall’Iran – auspice stravolgimenti del sistema, è fuori strada. Non solo perché è quasi impossibile per i rapporti di forza in campo, ma perché non sono queste le intenzioni di Rowhani.

Quali sono le priorità per il nuovo presidente?

In questo momento per l’Iran è fondamentale uscire dall’isolamento internazionale: ottenere almeno un ammorbidimento delle sanzioni, riaprire il dialogo, dare ossigneno alla propria economia. Alla notizia della vittoria di Rowhani, il rial ha recuperato il 6% sul dollaro e la borsa di Teheran ha raggiunto il suo massimo storico negli ultimi 5 anni.

Dalla Casa Bianca è arrivata una nota di congratulazioni e un auspicio per una soluzione diplomatica sulla questione nucleare. Può sembrare niente, ma è un segnale positivo.

Il nuovo presidente di insedierà ad agosto e presenterà la sua squadra di governo. Circolano nomi “di peso”: come vice ci potrebbe essere Aref (che si è ritirato e ha dato i voti necessari alla vittoria al primo turno); per gli esteri si parla di Velayati (che è il più esperto e avrebbe piena fiducia della Guida); come capo negoziatore sul nucleare si fa il nome dell’ex presidente Mohammad Khatami, in un curioso scambio di ruoli con Rowhani a distanza di otto anni. Di sicuro, la Guida (che per la Costituzione ha l’ultima parola in politica estera) conosce molto bene il nuovo presidente e potrebbe esserci maggiore unità strategica sulla negoziazione per il nucleare.

Più complessa la situazione interna. Il chiaro appoggio ricevuto da Rafsanjani, potrebbe creare problemi con basiji e pasdaran. I guardiani della rivoluzione acquistarono maggiore peso politico proprio durante la presidenza Khatami, quando si ersero a paladini dell’integrità del regime contro le deviazioni riformistiche.

Mousavi e Karroubi saranno rilasciati? È quello che si augurano gli elettori di Rowhani. Ed è il gesto che potrebbe sancire una pacificazione nazionale.

Di certo, la fine dell’era Ahmadinejad apre nuove prospettive per l’Iran e di conseguenza per l’intera regione.

Ecco le percentuali del voto:

Hassan Rowahni    50.71%

Qalibaf 16,56%

Jalili 11,36%

Rezaei 10,58%

Velayati 6,18%

Gharazi 1,22%

Per tutti i dati elettorali clicca qui

 

Teheran verso le elezioni/2

Presidenziali Repubblica Islamica 2013

A pochissimi giorni dalla presentazione ufficiale delle candidature per le presidenziali, la scena politica iraniana è scossa da segnali contrastanti e clamorosi.

Il 27 aprile il sito Baztab ha pubblicato un articolo che parla dell’esistenza di un nastro audio che proverebbe i brogli elettorali del 2009. Ahmadinejad sarebbe pronto a rendere pubblico quel nastro qualora il Consiglio dei Guardiani bocciasse la candidatura del suo braccio destro e consuocero Esfandiar Rahim Mashei.

Lo staff di Ahmadinejad ha però negato con vigore l’esistenza di tale nastro.

Altrettanto clamorosa e difficile da verificare la notizia secondo la quale il presidente Mahmoud Ahmadinejad sarebbe stato trattenuto in stato d’arresto per 7 ore lo scorso 29 aprile.

Secondo il sito WND Ahmadinejad, dopo essersi recato in vista alla 26esima Fiera Internazionale del Libro di Teheran, sarebbe stato convocato dalla Guida per “comunicazioni urgenti”. L’auto con a bordo il presidente sarebbe stata isolata da quelle della scorta e dirottata in un edificio del Ministero degli Esteri. Qui, il presidente uscente sarebbe rimasto per ore in un vertice con Asghar Hejazi, capo intelligence dell’ufficio della Guida, Mojtaba Khamenei, figlio della Guida e il procuratore generale Gholam Hossein Mohseni Ejei.

Il summit si sarebbe concluso intorno alla mezzanotte e sarebbe stato una sorta di avvertimento nei confronti del presidente Ahmadinejad.

Novità anche da Hashemi Rafsanjani che sarebbe intenzionato a candidarsi. Il suo, sarebbe un vero e proprio atto di sfida nei confronti della Guida Khamenei che punta invece a individuare un candidato forte che possa rappresentare il fronte ultraconservatore.

Lunedì 29 aprile Hossein Shariatmadari, direttore di Kayhan, quotidiano conservatore vicino alla Guida, ha sferrato un violento attacco all’ex presidente riformista Khatami, accusandolo in sostanza di essere la “quinta colonna di Usa, Israele e Gran Bretagna” e di aver fomentato i disordini del 2009. Khatami non ha replicato, ma il sito Entekhab ha confermato che l’ex presidente non si candiderà.

Che succede a Teheran

Ali Larijani

La situazione politica interna dell’Iran ha fatto passare in secondo piano la storica visita di Ahmadinejad al Cairo in occasione di un summit di Paesi islamici. È la prima visita ufficiale di un presidente iraniano in Egitto dal 1979. Ma i primi segnali dall’Egitto non indicano grandi novità circa gli equilibri geopolitici del Medio Oriente. Teheran e Il Cairo possono anche non essere più nemici, ma parlare di amicizia è quanto meno prematuro. Troppe grandi le distanze su questioni importanti, come ad esempio la crisi in Siria. È bene anche ricordare che i Paesi arabi del Golfo, avversari storici dell’Iran, sono i principali partner commerciali dell’Egitto, che in questa fase non può permettersi pericolose inversioni di rotta.

Lo scontro Ahmadinejad-Larijani

Domenica 3 febbraio in parlamento si è consumato uno scontro durissimo fra Ahmadinejad e il presidente dell’assemblea Larijani. Il majles ha votato ad ampia maggioranza (192 voti contro 56, con 24 astensioni) per rimuovere il ministro del Lavoro Abdolreza Sheikholeslami, respingendo un appello di Ahmadinejad che si era appositamente recato in aula per difendere l’operato del suo ministro, colpevole di non aver voluto rimuovere Saeed Mortazavi, controverso consigliere del presidente, da un importante incarico di governo (Capo dei Fondi per la sicurezza sociale).

[youtube]http://youtu.be/8Jl3r2tjDZA[/youtube]

Presidente e speaker si sono scambiati accuse pesantissime. Ahmadinejad ha anche tentato la “carta segreta”, facendo ascoltare in aula delle registrazioni audio  che proverebbero un tentativo di corruzione da parte della famiglia Larijani nei confronti dello stesso Mortazavi. Però il colpo di teatro si è rivelato un autogol, perché l’audio era incomprensibile e Larijani è passato al contrattacco, alludendo a contatti ambigui da parte di parenti di Ahmadinejad (chiaro riferimento al controverso Esfandiar Rahim-Mashai, consuocero e braccio destro del presidente) con elementi della “sedizione”.

[youtube]http://youtu.be/Dwos_KUmeTY[/youtube]

A quel punto Ahmadinejad avrebbe voluto replicare, ma Larijani lo ha invitato ad abbandonare l’aula perché il parlamento doveva votare sul ministro del Lavoro.  L’uscita di scena di Ahmadinejad è stata impietosa.

L’arresto di Mortazavi

Nemmeno 36 ore dopo, Saeed Mortazavi è stato arrestato e condotto nel carcere di Evin. Mortazavi,  procuratore generale di Teheran fino al 2009, è indagato per la morte in carcere di alcuni manifestanti arrestati durante le proteste seguite alle presidenziali di 4 anni fa. Il fatto che sia arrestato solo adesso, dice molto circa gli attuali rapporti di forza all’interno del sistema.

Chi dopo di lui?

Chi sarà il prossimo presidente della Repubblica islamica? La Guida Khamenei incaricato  tre persone di fiducia di trovare il candidato capace di tenere insieme le varie anime del sistema. La troika è composta da Ali Akbar Velayati (consigliere di Khamenei), Mohammad-Baqer Qalibaf (sindaco di Teheran), e Gholam Ali Haddad Adel (parlamentare nonché parente di Khamenei).

 

E il nucleare?

Dopo mesi di stasi, un segnale sulla querelle nucleare: il 26 febbraio ci saranno nuovi colloqui tra Iran e gruppo 5+1 (Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania, Cina e Russia) ad Astana, capitale del Kazakhstan. La difficoltà nel trovare un accordo su sede e data degli incontri, non fa ben sperare sull’esito dei colloqui.

Natale in Iran

Chiesa armena a Teheran

Circa il 97 percento dei 70 milioni di iraniani sono musulmani, mentre il restante 3 percento è composto da altre religioni. La Costituzione della Repubblica Islamica dell’Iran riconosce le altre religioni comprese Zoroastrismo, Ebraismo e Cristianesimo. Tutte queste religioni hanno i loro rappresentanti nel Parlamento iraniano.

Si stima che in Iran vivano tra 200.000 e 300.000 cristiani. La Chiesa cristiana è per lo più armena (sin dalle origini, 3.000 anni fa appunto, gli Armeni si insediarono a Jolfa, al confine più a nord dell’Iran); altre comunità cristiane presenti sono quelle di cattolici, protestanti, caldei, ortodossi, avventisti e altri ancora.

Gli armeni gestiscono anche svariate decine di centri di istruzione cattolica pubblicano da più di 60 anni un quotidiano in lingua propria.

[vimeo]http://vimeo.com/56617503[/vimeo]

Le comunità cristiane più nutrite si trovano a Tabriz, Isfahan, Shiraz, Orumiye, Teheran e nelle province dell’Azerbaijan, ma la maggior parte dei cristiani vive a Teheran. Isfahan, centro-sud, ha una comunità armena grande, così come Tabriz, nord-ovest.

Tutte le comunità cristiane nell’Iran festeggiano il Capodanno nel primo giorno di gennaio, combinando la cultura persiana con quella cristiana.

Secondo il sito ufficiale di Mahmoud Ahmadinejad, president.ir, il capo del governo iraniano porge i suoi auguri per l’anniversario della nascita di Gesù (la pace sìa con lui), “messaggero di umanità ed affetto” congratulandosi con le nazioni ed i governi cristiani.

Nel suo messaggio il presidente iraniano invita la comunità internazionale ad una riflessione sugli insegnamenti dei messaggeri di Dio ricordando: “Io credo che l’unica via per salvare l’uomo da forti crisi morali, sociali e culturali è riscoprire ed esaltare gli insegnamenti dei grandi messaggi di Dio”. Mahmoud Ahmadinejad auspica poi salute, successo, felicità e prosperità per tutti i seguaci di Gesù Cristo nel mondo ed esprime l’auspicio che gli sforzi collettivi dei governi mondiali possano portare una nuova era con tranquillità, prosperità e benessere per i popoli accompagnata da giustizia duratura, monoteismo, moralità ed affetto.

Notizia originale: http://italian.irib.ir/radioculture/notizie/articoli/item/85062

Iran. Nuove regole per elezioni presidenziali

Legge elettorale presidenziali Iran

Il majles, il parlamento iraniano, ha approvato delle modifiche alla legge che regola le elezioni del Presidente della Repubblica Islamica, fissate per il 14 giugno 2013.

Secondo l’articolo 115 della Costituzione,

il Presidente viene eletto fra le personalità di rilievo in campo religioso e politico che siano in possesso dei seguenti requisiti: origine iraniana per nascita da genitori iraniani, nazionalità iraniana, capacità direttive testimoniate da precedenti esperienze, affidabilità e virtù, lealtà convinta nei confronti dei principi della Repubblica Islamica dell’Iran e della religione dello Stato.

È poi il Consiglio dei Guardiani, come stabilito dagli articoli 99 e 118, ad approvare i candidati che possono poi essere votati dal popolo. In genere, ad eccezione delle prime elezioni del 1979, si è trattato sempre di una scelta molto selettiva, come mostra questa tabella:

Candidature presentate e ammesse alle presidenziali. Fonte: http://www.pbs.org/

 

La nuova legge prevede che i candidati debbano avere tra i 40 e i 75 anni, siano in possesso almeno di un diploma di dottorato o di un titolo seminaristico equivalente. Il candidato deve inoltre avere un attestato di riconoscimento da parte di 150 persone che abbiano prestato servizio in qualità di ministro, vice ministro, o governatore dopo la rivoluzione oppure abbiano la fiducia della maggioranza dei Majles. Per la maggior parte dei candidati, si richiedono almeno otto anni di servizio come ministro o deputato, o in un “livello equivalente” del sistema giudiziario o militare. Un candidato può anche registrarsi con l’approvazione di 400 persone con esperienza di ministro, vice ministro, o governatore, o di due terzi dei Majles, o 30 docenti provenienti da tutto il paese, o di 30 alti membri del clero, o 20 membri dell’Assemblea degli Esperti.

Le nuove norme, decisamente più restrittive rispetto al testo originario della Costituzione, sono state approvate con 144 voti favorevoli, 91 contrari e 11 astenuti.

Un primo effetto immediato di questa riforma, è che a giugno non potrà candidarsi l’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani, 78enne.

Sono inoltre messi fuori gioco anche molti religiosi di medio rango che non possiedono un dottorato o un titolo.

Si è parlato, nelle ultime settimane, della possibilità di ammettere candidate donne. Nel testo della Costituzione, anche dopo la riforma, si usa la parola persiana rejal, che può essere tradotto come “dignitario” o “personalità del potere”. Non esiste una norma che vieti la candidatura di una donna, anche se il Consiglio dei Guardiani non ha mai ammesso, finora, una candidata donna.

Emerge un identikit del futuro candidato forte delle prossime presidenziali? Più di qualcuno fa il nome dell’attuale presidente del parlamento Ali Larijani. Ma è comunque presto per azzardare previsioni: in Iran la campagna elettorale è sempre molto breve e le sorprese arrivano alla fine.

La lunga strada verso il 14 giugno è appena iniziata.

 

Arrivi e partenze

Arrivi e partenze nella Repubblica islamica d’Iran. Il presidente Mahmud Ahmadinejad vola a New York per partecipare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dove dovrebbe intervenire mercoledì 26 settembre. Sarà la sua ultima presenza al Palazzo di Vetro, dato che a giugno l’Iran voterà per le presidenziali e Ahmadinejad, dopo due mandati consecutivi,  non può ricandidarsi. I soliti noti (da noi Fiamma Nirenstein) hanno già chiesto ai rappresentati degli altri Paesi di lasciare l’aula al momento dell’intervento del presidente iraniano. Rivedremo perciò la solita, stucchevole manfrina delle sedie vuote e delle traduzioni più o meno “pilotate”?

In Iran è invece ancora una volta protagonista la famiglia di Hashemi Rasfanjani, due volte presidente della Repubblica, ex presidente dell’Assemblea degli Esperti  e attuale capo del Consiglio del Discernimento. Pochi giorni fa è stata arrestata la figlia Faezeh. Dovrà scontare 6 mesi di carcere per propaganda anti regime. Dopo 3 anni di auto esilio in Gran Bretagna, domenica 23 è tornato in Iran anche un altro figlio, Mehdi Rafsanjani. Accusato di frode finanziaria ed elettorale, è stato arrestato anche lui.

Perché questa svolta, proprio ora? Perché Mehdi ha deciso di rientrare in patria sapendo benissimo che sarebbe stato arrestato?

Iran. Crisi economica e regime sanzionatorio

Crisi economica in Iran

Articolo di Antonella Vicini per Reset.

È passato poco più di un mese dalle manifestazioni di piazza, gli scontri e gli arresti al Gran Bazar di Teheran, e le ragioni che hanno spinto il popolo dei mercanti iraniani a scendere in strada stanno ancora lavorando all’interno del Paese. Sono passate in secondo piano e surclassate dalle aspettative sulle elezioni negli Stati Uniti e dalle proteste per le detenzioni dei blogger nelle carceri iraniani. Ma sono sempre vive.

Non si tratta solo della svalutazione del Riyal e di una crisi economica galoppante che nel solo mese di ottobre ha fatto salire dello 0,9% il tasso di inflazione, ma di una serie movimenti interni che traghetteranno la Repubblica Islamica verso il cambio di guardia alla presidenza e che nel frattempo stanno offrendo l’immagine di un Paese meno coeso anche politicamente. Non è un caso, forse, che la Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, ha già chiesto chiaramente a funzionari e politici iraniani di lavare i panni sporchi in casa in vista delle prossime elezioni, se non si vuole essere considerati dei “traditori”.

Dietro il crollo della moneta iraniana due fattori: l’intensificarsi delle sanzioni da parte dell’Occidente e la politica economica del presidente iraniano. La prima è una situazione su cui sarebbe difficile agire dall’interno in breve tempo, a meno di un cambio di rotta improvviso a Teheran, la seconda invece una conseguenza di scelte sbagliate e poco vicine ai bisogni della nazione.

Almeno di questo sembravano convinti i manifestanti che sono partiti dal Bazar Bozorg per dirigersi verso il Majles, il parlamento iraniano, inneggiando slogan contro la politica economica di Ahmadinejad e contro il sostegno del governo alla causa siriana, chiedendo di concentrarsi invece sulle questioni interne: “Lascia perdere la Siria, pensa alla nostra situazione”. Messaggi diretti al presidente che lasciavano fuori il grande ayatollah. Anche se è difficile immaginare un sostegno alla Siria senza il placet di Ali Khamenei.

Continua a leggere su http://sguardipersiani.wordpress.com/ 

Atomo e pregiudizio

Atomo e pregiudizio. Cosa sanno gli italiani dell’Iran e della questione nucleare?  Un documentario di Antonello Sacchetti e Ilaria Vitali. 

In giro per le strade di Roma, abbiamo rivolto tre domande a passanti, negozianti e persone comuni: cosa ti fa venire in mente la parola Iran? Sei a conoscenza delle sanzioni varate dall’Unione europea contro la Repubblica islamica? Sai che Israele ha un arsenale di circa 300 testate nucleari?

Ecco cosa ne è venuto fuori.

[youtube]http://youtu.be/WOKnla9Vuuc[/youtube]

Trans-Iran: la nazione sconosciuta

Autore di Trans-Iran. Che cosa succede a chi si innamora della Persia?

Sergio Nazzaro mi ha intervistato su AgoraVox

Iran, ovvero la nazione sconosciuta e temuta. Nell’informazione, attraverso i media avviene quanto segue: si parla e riparla di un argomento, soprattutto in senso negativo, fino al punto che chi ascolta o legge crede di sapere, conoscere una determinata nazione, la sua cultura, ma soprattutto la sua pericolosità. E invece noi dell’Iran sappiamo ben poco.

Il testo di Antonello Sacchetti Trans-Iran (Infinito Edizioni) diventa l’opportunità, per chi è curioso di conoscere una nazione e la sua cultura. Il testo è breve, eppure nelle sue 80 pagine Sacchetti ci racconta in prima persona i suoi viaggi le sue impressioni con la scientificità di un vero appassionato di cultura persiana, ma anche con la leggerezza e l’incanto di chi osserva per la prima volta un mondo altro. Le pagine scorrono veloci tra appunti quasi turistici, riferimenti culturali, indicazioni politiche. Una sorta di vademecum, di primo passo per uscire dal recinto costituito dell’informazione confezionata proprio per essere limitante. La cultura persiana si rivela vasta, intrisa di forza espressiva e di visioni che si intrecciano con le declamazioni del presidente più temuto al mondo Mahmud Ahmadinejad, con le speranze della gioventù iraniana, il contrasto tra tradizioni e innovazione. Trans-Iran oltremodo sfata tanti luoghi comuni su ciò che pensiamo di sapere. Il frutto del lavoro di Sacchetti è quello di un vero appassionato, una ricerca di quelle rare in Italia, di chi si dedica ad un tema, senza diventarne un tuttologo, ma ne fa uno studio personale, che non manca di rigore scientifico e di precisione. Già, c’è spazio ancora per chi vuole indirizzare la propria vita verso confini, mondi altri, con il rispetto della conoscenza e della ricerca fine a se stessa.

Che cosa non sappiamo dell’Iran e dovremmo necessariamente sapere?

Sarei tentato dal rispondere che non sappiamo quasi nulla e che ci accontentiamo, nella maggior parte dei casi, di uno stereotipo nato ormai più di trent’anni fa. Noi identifichiamo l’Iran con la Repubblica islamica e così diamo innanzitutto un giudizio politico su un Paese complesso, ricchissimo di storia, di cultura. E molto meno monolitico di quello che saremmo portati a credere. Un Paese erede dell’antico impero persiano e centrale, nel corso dei secoli, nello sviluppo dell’Islam. A metà tra Oriente ed Europa, crocevia di storie e commerci, l’Iran è il Paese delle eccezioni: mediorientale ma non arabo, musulmano ma sciita. È la terra in cui nasce lo zoroastrismo, primo monoteismo della storia insieme all’ebraismo. Dovremmo, prima di azzardare qualsiasi giudizio, conoscere la storia dell’Iran. Che è avvincente e ricchissima, a tratti tragica, ma sempre piena di spunti interessantissimi. Di tutto questo cosa viene trasmesso dai media e dai libri scolastici? Alla fine rimane la foto di una donna in chador e l’etichetta (sbagliatissima) di “patria del fondamentalismo islamico”. “L’impero della mente”, lo ha definito un diplomatico molto tempo fa. Forse è la definizione più calzante.

Continua a leggere su AgoraVox (l’intervista è su 3 pagine)

 

Il discorso di Ahmadinejad all’Onu

Io vengo dall’Iran, dalla terra della bellezza e dell’imponenza, dalla terra della scienza e della cultura, la terra della saggezza e delle virtù, dalla culla della filosofia e dello gnosticismo, dalla patria del sole e della luce, la terra degli scienziati, dei saggi, dei filosofi, degli gnostici, dei letterati, la terra di Avicenna, Ferdowsi, Rumi, Hafez, Attar, Khayyam e Shahriar; sono qui in veste di rappresentante di un popolo grande e dignitoso, tra i fondatori della cultura umana e tra gli eredi di essa; sono il rappresentante di gente saggia, innamorata della libertà e della pace, affettuosa, che ha assaggiato il sapore amaro delle guerre e delle aggressioni e che ama la pace e la serenità.

Oggi sono qui con voi fratelli e sorelle provenienti da tutto il mondo per parlare per l’ottava volta in otto anni di servizio al popolo del mio paese, e dimostrare al mondo intero che il dignitoso popolo dell’Iran, proprio come il suo passato splendente, ha ancora oggi un pensiero rivolto a tutto il mondo e non rinuncerà a qualsiasi sforzo per lo sviluppo ed il rafforzamento della pace, della sicurezza e della stabilità nel mondo; e l’Iran sa che questo non sarà possibile se non con la cooperazione e l’aiuto degli altri.

Sono quì per riferire a voi rispettabili presenti il messaggio divino degli uomini e delle donne del mio paese. Un messaggio che il maestro dell’orazione della terra d’Iran, Saadi di Shiraz, ha reso immortale in questi due versi:

I figli di Adamo sono uno parte dell’altro, dato che sono creati da un unico gioiello

quando la vita reca male ad una di queste parti, le altre parti perdono la propria quiete

Nei sette anni precedenti ho parlato delle sfide e delle soluzioni e dell’orizzonte dinanzi al mondo ed oggi voglio osservare questo argomento da un’altra angolatura. Passano migliaia di anni dalla diffusione sulla terra dei figli di Adamo, figli che con colori, gusti, lingue e tradizioni differenti hanno tutti sognato la costruzione di una società piena di amore, per raggiungere una vita più bella e stabilire il benessere, la pace e la sicurezza.

Nonostante lo zelo incessante dei buoni e dei grandi riformatori e degli amanti della giustizia e nonostante i tanti sacrifici delle masse popolari per raggiungere la felicità e la vittoria, tranne delle piccole eccezioni, la storia dell’umanità è stata piena di sconfitte e fatti amari.

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Immaginatevi cosa sarebbe successo se gli egoismi, le mancanze di fiducia, le dittature, non ci fossero state e se nessuno avesse usurpato i diritti altrui? Se invece della ricchezza e del consumo, il rispetto ad una persona dipendesse dalle sue virtù? Se l’uomo non avesse attraversato il periodo nero del medioevo, se i potenti non avessero impedito il progresso in quel periodo? Se non ci fossero state le crociate, ed il periodo dello schiavismo, ed il colonialismo? Se non ci fossero stati i due conflitti mondiali e le guerre in Corea e Vietnam e non ci fossero state le guerre che ci sono state in Africa, America Latina e nei Balcani? Se invece dell’occupazione della Palestina e l’imposizione di un falso regime ad essa e la costrinzione di migliaia di persone a lasciare le proprie case si fosse fatto dell’altro? Se non ci fosse stata la guerra di Saddam contro l’Iran ed i potenti di quel tempo invece del sostegno a Saddam avessero sostenuto i diritti del popolo iraniano? Se non si fosse verificato l’amaro fatto dell’11 Settembre e se non ci fossero state le aggressioni contro Iraq ed Afghanistan e se invece di gettare a mare il corpo di un imputato ucciso senza processo si fosse deciso di processarlo in modo che la verità venisse a galla? Se non si fosse usato il terrorismo e l’estremismo per portare avanti politiche espansioniste? Se le armi si fossero trasformate in penne per scrivere e se i budget militari fossero stati usati per il benessere e l’amicizia tra i popoli? Se non si scatenasse in continuazione il tam tam delle divergenze etniche, religiose e razziali e se queste divergenze non venissero usate per raggiungere scopi politici ed economici? Se invece del finto sostegno alla libertà di espressione quando si tratta di offendere le sacralità umane ed i messaggeri divini – che sono gli uomini più puri ed affettuosi e sono i più grandi doni di Dio all’umanità – si permettesse la critica alle politiche di dominio ed alle azioni del sionismo internazionale? Se le agenzie di stampa mondiali potessero diffondere liberamente le verità? Se il Consiglio di Sicurezza non fosse sotto il dominio di pochi paesi e se l’Onu fosse in grado di agire in maniera veramente indipendente? Se gli istituti economici mondiali non fossero sotto pressione e riuscissero ad esprimersi veramente sulla base delle indicazioni dei propri esperti? Se i capitalisti mondiali non sacrificassero l’economia dei paesi deboli per i propri interessi? Se questa gente non sacrificasse la gente per rimediare ai propri errori? Se a dominare le relazioni internazionali fosse stata la sincerità e tutti i popoli e governi avessero potuto partecipare alla gestione del mondo in maniera giusta e con eguaglianza? E se non ci fossero decine di altre situazioni inconvenienti per l’umanità, immaginatevi che benna vita avremmo oggi e che bella storia avrebbe l’essere umano.

Ma ora bisogna dare pure uno sguardo alla situazione odierna del mondo.

La povertà ed il divario tra ricchi e poveri aumentano. Il debito estero dei 18 paesi maggiormente industrializzati del mondo ha oltrepassato i 60 mila miliardi di dollari e pensare che solo la retribuzione della metà di questo debito agli altri popoli risolverebbe per sempre il problema della povertà nel mondo. L’economia basata sul consumismo ha portato solo alla schiavitù dei popoli a favore di un gruppo limitato.

La creazione di asset di carta, facendo leva sulla potenza e sul dominio sui centri economici mondiali, è la più grande frode della storia ed uno degli elementi che ha originato la crisi economica mondiale.

Un rapporto dimostra che un solo governo ha creato 32 mila miliardi di dollari di averi ‘di carta’. La programmazione dello sviluppo sulla base del capitalismo, conduce in un vicolo cieco, e crea competizione distruttiva che in pratica ha dimostrato di essere fallimentare.

b) Situazione culturale

Le virtù morali come la lealtà, la purezza, la sincerità, l’affetto, l’altruismo dal punto di vista dei politici che dominano i centri di potere del mondo, sono tutti concetti superati ed un ostacolo al raggiungimento dei loro obbiettivi. Si dice ufficialmente che la politica e la società non c’entra con la moralità e l’etica.

Le culture originali e preziose che sono l’esito di secoli di sforzi e sono il punto d’incontro dell’amicizia degli uomini e dei popoli e sono motivo di varietà e di ricchezza culturale e sociale sono minacciate ed in via di estinzione.

Con l’umiliazione e la distruzione sistematica delle identità culturali si propina alla gente un tipo di vita senza identità personale e sociale.

La famiglia, che è il più prezioso centro per l’educazione degli uomini ed è il nucleo della creazione e della diffusione dell’amore e dell’umanità è stata indebolita a dismisura ed il suo ruolo costruttivo sta per essere distrutto.

La personalità ed il ruolo centrale della donna, che è un essere celestiale ed il simbolo della bellezza e dell’affetto di Dio e la colonna della stabilità della società, è stata strumentalizzata e danneggiata da ricchi e potenti.

Lo spirito umano è triste e la vera essenza dell’uomo è stata annichilita ed umiliata.

c) Situazione di politica e sicurezza

L’unilateralismo ed i doppi standard, l’imposizione delle guerre e della mancanza di sicurezza e dell’occupazione per soddisfare interessi economici o esigenze di dominio, è divenuta pratica abituale.

La corsa alle armi e la minaccia con le armi atomiche e le armi di distruzione di massa attraverso le grandi potenze è diventato una pratica abituale. La sperimentazione di armi sempre più devastanti, super moderne e il minacciare gli altri dicendo che si possiedono queste armi e la promessa dell’uso di queste al momento opportuno, ha dato vita ad una nuova forma di espressione al livello politico che serve a terrorizzare i popoli e sottometterli. Minacciare di una aggressione militare ai danni del grande popolo dell’Iran, ad opera dei sionisti senza cultura, è un esempio palese di quest’amara verità.

La mancanza di fiducia domina le relazioni internazionali e non vi è un punto di riferimento realmente giusto ed equo a cui poter fare riferimento per risolvere le contese.

Persino coloro che hanno migliaia di bombe atomiche e tutta una gamma di armi spaventose, non si sentono al sicuro.

d) Situazione ambientale

L’ambiente è la ricchezza comune di tutti noi ed appartiene a tutta l’umanità ed è la garanzia per il proseguimento della vita umana; ma per via delle ambizioni e delle scorrerie di un gruppo di sprovveduti e irresponsabili, per lo più capitalisti, sta subendo i peggiori danni e come esito, la siccità, le inondazioni, i sismi ed i diversi tipi di inquinamento, stanno mettendo in pericolo la stessa sopravvivenza umana.

Lo scontento è generale

Amici!

Come osservate nonostante il progresso raggiunto, i figli di Adamo non hanno ancora realizzato i loro sogni.

C’è qualcuno tra di voi che pensi che l’attuale ordine mondiale possa regalare la felicità alla società umana?

Tutti sono insoddisfatti delle condizioni attuali e del sistema dominante a livello internazionale e per di più non hanno nemmeno tante speranze nel futuro.

Di chi è la colpa?

Cari colleghi!

Gli uomini non si meritano una situazione del genere e Dio, il Buono, il Saggio, ama tutti gli uomini e non hanno certo voluto per noi una condizione simile. Egli ha chiesto all’uomo, che è il migliore delle sue creature, di vivere sulla terra nel migliore dei modi e con bellezza, giustizia, amore e dignità. Ed allora pensiamoci.

Sinceramente, chi è responsabile della situazione attuale?

Alcuni cercano di definire ‘naturale’ questa situazione ed addirittura definirla volere di Dio e per giunta puntano il dito contro la gente, contro i popoli e presentano loro come i responsabili.

Dicono:

“Sono i popoli che accettano l’ineguaglianza e l’ingiustizia.

Sono i popoli che sono disposti a farsi sottomettere dalle dittature e dall’avidità di alcuni.

Sono i popoli che si arrendono al volere ‘imperiale’ e di dominio di alcuni.

Sono i popoli che si fanno ingannare dalla propaganda di gruppi di potere e quindi alla fine, ciò che capita di male alla comunità internazionale è l’esito dell’operato dei popoli”.

Questo è il ragionamento di coloro che addossano la colpa ai popoli per giustificare le azioni odiose e distruttive di una cricca che domina il mondo.

Anche se queste pretese fossero state verità, non avrebbero giustificato lo stesso la permanenza di un sistema ingiusto al livello internazionale.

Ecco come sono fatti veramente i popoli

Tutti si ricordino che la verità è che la povertà e la debolezza viene imposta ai popoli e che le ambizioni e la brama di ricchezza dei dominatori del mondo vengono esauditi a scapito dei popoli, con l’inganno ed alle volte con la forza delle armi.

Loro per giustificare le loro azioni anti-umane usano la teoria della sopravvivenza del più forte e parlano della ‘razza superiore’.

Ciò mentre la maggiorparte delle persone in tutto il mondo aspira alla giustizia ed è sempre pronta ad accettare la giusitizia ed insegue assolutamente la dignità, il benessere, l’amore.

Le masse popolari non hanno mai desiderato fare conquiste ed ottenere con la guerra ricchezze mitiche. I popoli non hanno divergenze, non hanno avuto nessuna colpa nei fatti amari della storia, sono stati solo ‘le vittime’.

Io non credo che le masse musulmane, cristiane, ebraiche, induiste, buddiste ed ecc… abbiano dei problemi fra di loro. Loro si amano facilmente, vivono in una atmosfera di amicizia, e vogliono tutti purezza giustizia ed affetto.

In generale le richieste dei popoli sono sempre state positive e l’aspetto comune tra di loro, è la loro propensione per istinto verso la bellezza e le virtù divine ed i valori umani.

È giusto dire quindi che la responsabilità dei fatti amari della storia e delle condizioni inconvenienti di oggi, è della gestione del mondo e dei potenti del mondo che hanno venduto l’anima a Satana.

L’ordine mondiale di oggi è un ordine che ha le sue radici nel pensiero anti-umano dello schiavismo, nel colonialismo vecchio e nuovo, ed è responsabile della povertà, della corruzione, dell’ignoranza, dell’ingiustizia e della discriminazione diffusa in tutte le parti del mondo.

L’ordine mondiale attuale

La gestione attuale del mondo ha delle caratteristiche ed io ne voglio citare qualcuna.

Primo: è basata sul pensiero materiale e per questo non sente il dovere di rispettare i principi morali.

Secondo: è basato sull’egoismo, l’inganno e l’odio.

Terzo: effettua una classificazione degli uomini, umilia certi popoli, usurpa i diritti di altri ed è basata sul dominio.

Quarto: è alla ricerca della diffusione del dominio attraverso l’intensificazione delle divisioni e delle divergenze tra i popoli e le nazioni.

Quinto: cerca di concentrare nelle mani di pochi paesi il potere, la ricchezza, la scienza e la tecnologia umana.

Sesto: l’organizzazione politica dei centri principali del potere mondiale, è basata sul dominio e sulla forza che un paese ha e che è superiore a quella di altri paesi. Gli enti internazionali pertanto sono centri per acquisire potere, ma non per creare pace e servire tutti i popoli.

Settimo: il sistema che domina il mondo è discriminatorio e basato sull’ingiustizia.

Cenno alle elezioni negli Stati Uniti ed al movimento del 99%

– E voi, credete che solo per servire l’umanità, un gruppo sia disposto a spendere centinaia di milioni di dollari per la campagna elettorale?

– Anche se ci sono grandi partiti nei paesi maggiormente industrializzati, in questi paesi spendere nella campagna di un candidato è diventata un investimento.

– In questi paesi la gente è costretta a scegliere i partiti; ma ciò mentre una parte minimale della gente ha il tesserino dei partiti ed è membro di essi.

– La volontà della gente, negli Stati Uniti ed in Europa, ha una minima influenza sulle politiche interne ed estere e la gente non sa dove sbattere la testa; anche se la gente forma il 99% della sua società, non può partecipare alla gestione del paese.

– I valori umani e morali vengono sacrificati sull’altare delle elezioni e si fanno solo promesse alla gente per strappare il voto.

Come deve essere il nuovo ordine mondiale?

Amici e colleghi cari!

Cosa bisogna fare? Qual’è la soluzione? Non c’è dubbio che il mondo ha bisogno di nuovo pensiero e nuovo ordine. Un ordine in cui:

1- L’uomo venga riconsiderato la più eccelsa creatura divina e ad esso venga riconosciuto il diritto di avere una vita caratterizzata da aspetti sia materiali che morali e venga riconosciuto il valore elevato della sua anima e venga riconosciuta legittima la sua propensione istintiva alla giustizia ed alla verità.

2- Invece dell’umiliazione e della classificazione degli uomini e delle nazioni, si pensi alla rinascita della dignità e del carattere sacro dell’uomo.

3- Si cerchi di creare, in tutto il mondo, pace, sicurezza stabile e benessere.

4- La nuova struttura venga costruita sulla base della fiducia e dell’amopre tra gli uomini, si cerchi di avvicinare i cuori, le menti, le mani ed i governanti imparino ad amare la gente.

5- Venga applicato un unico standard nelle leggi e tutti i popoli vengano presi in considerazione alla pari.

6- Coloro che gestiscono il mondo si sentano al servizio della gente e non superiori alla gente.

7- La gestione venga considerato un incarico sacro affidato dalla gente alle persone e non una opportunità per arricchirsi.

Come si realizza il nuovo ordine?

Signor Segretario, Signore e Signori!

– Un ordine del genere può realizzarsi senza la cooperazione di tutti alla gestione del mondo?

– È chiaro che queste speranze avranno una probabilità per avverarsi solo quando tutte le nazioni inizieranno a pensare in dimensione internazionale e saranno seriamente decise a partecipare all’amministrazione del mondo.

– Con l’aumento del livello di consapevolezza, ci sarà sempre una maggiore richiesta per una nuova gestione del mondo.

– Questa è l’era dei popoli e la loro volontà sarà determinante per il domain del mondo.

Pertanto è degno un impegno collettivo in queste direzioni:

1) Fare affidamento al Signore ed opporsi con tutta la forza alle ambizioni ed a coloro che vogliono più di quanto spetta loro per isolarli ed indurli a rinunciare al vizio di voler decidere al posto dei popoli.

2) Credere nell’aiuto divino e cercare di compattare ed avvicinare le comunità umane. I popoli ed i governi eletti dai popoli devono credere fermamente nelle proprie capacità e devono avere la forza per lottare contro il sistema ingiusto vigente e difendere i diritti umani.

3) Insistere nell’applicazione della giustizia in tutte le relazioni e rafforzare l’unità e l’amicizia, ampliare le relazioni culturali, sociali, economiche e politiche nell’ambito delle ong e delle organizzazione specializzate, in modo da preparare il terreno fertile per l’amministrazione collettiva del mondo.

4) Riformare la struttura dell’Onu sulla base degli interessi di tutti ed il bene del mondo intero. Bisogna ricordare che l’Onu appartiene a tutti i popoli e per questo discriminare i membri è una grande offesa alle nazioni. L’esistenza di differenze, vantaggi, diritti e privilegi non può essere accettabile, in nessuna forma ed in nessuna misura.

5) Cercare di produrre leggi e strutture basate sempre più sulla letteratura dell’amore, della giustizia e della libertà. L’amministrazione collettiva del mondo è una garanzia per la pace stabile. Il Movimento dei Non Allineati, il più grande ente internazionale dopo l’Assemblea Generale dell’Onu, comprendendo l’importanza di questo argomento e con una profonda compresione del ruolo svolto dalla cattiva gestione del mondo nei problem di oggi, ha dedicato il suo 16esimo summit, a Teheran, alla “amministrazione collettiva mondiale”. In questo summit alla quale hanno partecipato attivamente i rispettabili rappresentanti di oltre 120 paesi, è stata ribadita l’importanza della partecipazione seria dei popoli nell’amministrazione mondiale.

Siamo giunti al punto di svolta della storia

– Fortunatamente siamo ormai giunti al punto di svolta della storia. Da una parte il sistema marxista non ha più posto nel mondo e di fatto è stato cancellato dalla scenza amministrativa e dall’altra parte anche il sistema capitalista è impantanato in una palude che ha creato con le sue stesse mani e non ha nemmeno una via d’uscita; non ha soluzioni per i problemi economici, politici, di sicurezza e culturali del mondo e pertanto è in un vicolo cieco sotto il profilo amministrativo. Il Nam ha l’onore di dichiarare ancora una volta che la sua storica decisione, e cioè quella di negare i poli del potere e le loro dottrine, è stata esatta.

– Oggi, il qui presente, come rappresentante del Movimento dei Non Allineati, invite tutte le nazioni del mondo a svolgere un ruolo più attivo nella gestione del mondo e ad impegnarsi affinchè ciò si possa avverare. La necessità di superare gli ostacoli che si presentano dinanzi a questa prospettiva si sente più che mai.

– L’Onu, oggi, ha perso la sua efficienza e di questo andamento, presto nessuno crederà più negli enti internazionali per difendere i diritti dei popoli. Questo sarebbe un danno gravissimo per il nostro mondo.

– Le Nazioni Unite sono state fondate con l’obbiettivo di creare giustizia e tutelare i diritti di tutti. Ma questa stessa organizzazione oggi è affetta da discriminazione ed è diventata uno strumento, per pochi paesi, per imporre la loro ingiustizia a tutto il mondo. Il diritto di veto e la concentrazione del potere nel Consiglio di Sicurezza, impedisce di fatto che i diritti dei popoli vengano difesi realmente.

– La necessità di riformare la struttura è un argomento importante di cui hanno parlato moltissimo i rappresentanti di diversi paesi, ma finora nessuna modifica è stata apportata.\

– Quì pertanto, chiedo ai membri dell’Assemblea Generale ed al Segretario ed ai suoi colleghi di seguire con serietà l’argomento delle riforme e ideare una prassi adeguata per l’attuazione di queste. In quest’ambito, il movimento dei Non Allineati sarà disposto a dare il proprio aiuto e supporto.

…Lui verrà

Signor Segretario, amici e colleghi cari!

– Far dominare la pace e la stabilità sulla terra e creare una vita felice per gli esseri umani, è una missione grande e storica, ma possibile. Dio, il Benevole, non ci ha lasciati soli in questa missione ed ha affermato che quel giorno, in cui l’uomo raggiungerà la perfezione, arriverà di sicuro, perchè se non arrivasse ciò sarebbe in contrasto con la Saggezza divina.

– Dio ha promesso l’arrivo in terra di un uomo fatto di amore, che ama la gente, che porterà la giustizia, e che si chiamerà Mahdi (che Dio affretti la sua venuta/ndr) e che verrà accompagnato da Gesù (la pace sia con lui) e da altri grandi riformatori che usando le capacità degli uomini e delle donne di questa terra e di tutti i popoli: ripeto usando le capacità degli uomini e delle donne di tutti i popoli, guiderà la società umana nel raggiungimento della felicità.

– L’arrivo del Salvatore sarà una nuova nascita, una niova vita. Sarà l’inizio della vera vita e della pace e della sicurezza duratura.

– Il suo arrive sarà la fine dell’ingiustizia, del male, della povertà, della discriminazione e l’inizio del bene, della giustizia, dell’amore, della fratellanza.

– Lui verrà per dare inizio al periodo di vero progresso e di gioia dell’uomo.

– Lui verrà per cancellare gli ostacoli dell’ignoranza e delle superstizioni e per aprire le porte della scienza e della conoscienza, creando un mondo pieno di sapere, nella quale tutti partecipano alla gestione del mondo.

– Lui verrà per regalare a tutti gli uomini l’affetto, la speranza, la dignità.

– Lui verrà affinchè tutti gli uomini assaggino il sapore dolce dell’essere umani e del vivere insieme agli altri.

– Lui verrà perchè le mani si stringano col calore ed i cuori siano pieni di amore e le menti piene di pensieri puri, tutto al servizio della sicurezza, del benessere e della felicità umana.

– Lui verrà affinchè tutti i figli neri, bianchi, rossi e gialli di Adamo tornino a vivere insieme in una casa dopo un lungo e buio period di lontananza.

– L’arrivo del Salvatore, di Gesù e dei loro compagni non sarà accompagnato dalla guerra, ma si realizzerà attraverso la presa di coscienza dei popoli, con la diffusione dell’amore, e loro determineranno il futuro eternamente felice dell’umanità con il sole della scienza e della libertà e ciò risveglierà dall’inverno il corpo gelato del nostro mondo. Lui regalerà la Primavera all’umanità. Lui è la Primavera stessa e con il suo arrivo l’inverno dell’esistenza umana, incatenato dall’ignoranza, la povertà e la guerra, rinascerà facendo fiorire l’imponenza dell’uomo.

– Sin da ora si può sentire nell’aria il buon profumo della Primavera. Un Primavera che è iniziata e non appartiene a nessuna razza, popolo o zona particolare e che presto investirà tutte le terre, l’Asia, l’Europa, l’Africa e le Americhe.

– Lui è la Primavera di tutti coloro che vogliono la giustizia, la libertà e che credono nei profeti del Signore. Lui è la Primavera dell’uomo e lo sfarzo di tutti i tempi.

Venite tutti ad aiutare e ad agevolare la sua venuta.

Che sia lodata la Primavera, che sia lodata la Primavera ed ancora, che sia lodata la Primavera!

Testo da Radio Italia IRIB

Teheran e la guerra del petrolio

Valerio Refat ha scritto sul Mondo di Annibale un interessante articolo su come l’Iran stia fronteggiando l’embargo e sulle dinamiche interne all’Opec:

L’irresistibile ascesa del prezzo del greggio, cresciuto ad agosto del dieci per cento, ha convinto la Corea del Sud a riprendere le importazioni dall’Iran al ritmo di 200 mila barili al giorno. Per aggirare il divieto di stipulare contratti con Teheran imposto da Stati Uniti e Unione Europea alle principali compagnie assicurative internazionali, il trasporto e la copertura assicurativa delle navi cisterna verranno garantiti da società iraniane. Si tratta dello stesso modus operandi che ha consentito all’India di continuare ad esportare una quantità ridotta di petrolio dalla Repubblica Islamica senza incorrere nelle sanzioni internazionali. Intanto il “New York Times” ha rivelato che Baghdad, starebbe aiutando l’Iran ad aggirare l’embargo sul settore finanziario. Secondo la testata statunitense Teheran avrebbe esteso il controllo a quattro banche commerciali irachene, che effettuerebbero da mesi operazioni per la vendita sottobanco del greggio iraniano. 

E mentre la capacità estrattiva di Baghdad, con 3,2 milioni di barili al giorno, ha superato quella di Teheran, ridotta dall’embargo a 2,8 milioni di barili, l’Opec ha rinviato ad ottobre il summit che avrebbe dovuto designare il nuovo segretario generale dell’organizzazione. Al momento i candidati per la successione al libico Abdallah El Badri sono tre: il rappresentante saudita all’Opec, Majid Al Moneef, l’ex Ministro del petrolio iraniano, Gholam Hossein Nozari, e il consigliere iracheno per l’energia, Thamir Ghadhban

Continua a leggere su Il mondo di Annibale | Nella guerra del petrolio Tehran respira.

Iran: terremoto fisico e politico

Anna Vanzan ha pubblicato sul Giornale di Brescia di oggi un’interessante analisi della situazione politica iraniana. Ecco come il terremoto che ha colpito la regione nord occidentale del Paese sta influendo sui destini della Repubblica Islamica.

Scrive Vanzan:

Le catastrofi naturali sono banchi di prova per i governi dei paesi, così il terremoto che ha duramente colpito l’Iran occidentale lo scorso 11 agosto sta mettendo a nudo una serie di defaillance nella direzione della Repubblica Islamica, accusata sia di essere intervenuta con mezzi esigui a soccorso delle popolazioni colpite, sia di non aver dato tempestivi e ampi resoconti della disgrazia.

Il terremoto giunge ad acuire le sofferenze di una popolazione sempre più stremata da quella che è la peggior crisi economica da quando è stata varata la Repubblica Islamica, perfino peggiore di quella causata dalla lunga guerra contro l’Iraq negli anni ’80. La valuta nazionale (rial) è al minimo storico, e chi può investe il proprio denaro in valuta straniera, oro e proprietà immobiliari, svuotando le banche, dove i conti correnti valgono metà rispetto allo scorso anno. D’altro canto, il prezzo della vita è aumentato in modo esorbitante, e l’Iran sta soffrendo quella che viene chiamata “la crisi del pollo”: il volatile, che costituisce l’alimento base della dieta iraniana, ha visto il proprio prezzo triplicare in meno di un anno, e molti iraniani ormai non se lo possono più permettere. Tiene ancora bene il prezzo dell’altro cibo immancabile sulle tavole iraniane, il riso, che l’Iran compra dall’India in cambio di petrolio.

Continua a leggere sul blog  di Anna Vanzan:  Iran: terremoto fisico e politico | Anna Vanzan.

Cicuta iraniana

Nucleare Iran. I dubbi di Teheran

“La cicuta salvò il Paese”.  Hassan Mamdouhi , ayatollah membro dell’Assemblea degli Esperti, non si riferiva certo a Socrate, nella dichiarazione riportata pochi giorni fa dall’agenzia Mehr. Il richiamo era “all’amaro calice” che Khomeini dichiarò di bere a malincuore quando nel 1988 accettò il cessate il fuoco con l’Iraq. Mamdouhi cita la fine della “guerra imposta” per indicare una soluzione alla crisi attuale. L’Iran è accerchiato, militarmente ed economicamente. Il perdurare della querelle nucleare comincia ad aprire delle crepe anche nel sistema politico. O almeno così sembrerebbe, a giudicare da alcune recenti prese di posizione.

Il capo dell’intelligence dei Pasdaran Yadollah Javani in un discorso a Yazd ha messo in guardia contro quelli “che vogliono arrendersi all’Occidente”. Sotto accusa l’attuale presidente Ahmadinejad e l’ex presidente Hashemi Rafsanjani.

Retorica a parte, la situazione è grave. Il presidente del parlamento Ali Larijani ha detto che “il 20% dei problemi economici del Paese è dovuto alle sanzioni”. Il rimanente 80% è dovuto al taglio dei sussidi da parte del governo e dal fallimento di altre misure. Come dire, tutta colpa di Ahmadinejad. Ma la crisi non può essere scaricata solo sulla fazione del presidente: l’aumento del prezzo dei beni di prima necessità rappresenta uno spettro per tutto il sistema. Se nel Paese si arrivasse a manifestazioni per il pane e il riso, gli stessi Guardiani della rivoluzione dovrebbero affrontare contestazioni ben diverse da quelle dell’Onda Verde di tre anni fa.

Secondo un sondaggio pubblicato da un sito web controllato dallo Stato (www.irinn.ir) il 60% degli iraniani sarebbe favorevole a sospendere l’arricchimento dell’uranio per risolvere la controversia nucleare con l’Occidente. Successivamente, il sondaggio è stato rimosso dal sito. Ma questi espedienti contano poco: la crisi è pesante, gli iraniani sono stanchi e sfiduciati.

Il 10 luglio il politico riformista Abdollah Nouri, ministro dell’Interno dal 1989 al 1993 con Rafsanjani e dal 1997 al 1998 con Khatami, ha lanciato pubblicamente l’idea di un referendum nazionale sul programma nucleare.

“È ovvio – ha detto – che dovrebbe essere nostro diritto avere un programma nucleare a scopi pacifici. Il punto  è se vale la pena sacrificare gli interessi nazionali per una sola questione”.

Ultime notizie dall’Iran

Ultime notizie dall’Iran. Il 1° luglio è scattato l’embargo petrolifero dellUe. Chi ci perde e chi ci guadagna.  Teheran fa la voce grossa ma i colloqui sul nucleare continuano nell’ombra (o quasi). Il ministro degli Esteri Salehi va a Cipro per parlare di Siria e viene arrestato per qualche ora. La cosa si risolve presto ma da noi non se ne è parlato per nulla. Il New York Post intervista Doulatabadi. Antonella Vicini racconta una storia di cravatte. A Teheran fa caldo, più o meno come da noi. La Persia rimane un Paese bellissimo.

Tutto questo (più o meno) in questo storify:

http://storify.com/anto_sacchetti/varie-dall-iran

 

Larijani speaker

Ali Larijani è il nuovo presidente del Majles, il parlamento iraniano. Nuovo per modo di dire, visto che Larijani era stato lo speaker già nella scorsa legislatura. Considerato vicino alla Guida (ma non così vicino come era qualche anno fa), Larijani è senza dubbio uno dei rivali più agguerriti del presidente Ahmadinejad, a cui non risparmia critiche molto dure, soprattutto sull’economia.

Larijani ha ricevuto 173 voti su 275. Il suo rivale Gholam-Ali Haddad-Adel si è fermato a 100. Questa votazione era considerata un primo test sull’esito reale delle elezioni parlamentari. Che Larijani vincesse non era affatto scontato.

Il Majles ha inoltre eletto come primo e secondo vicepresidente Mohammad-Reza Bahonar e Seyyed Mohammad-Hassan Aboutorabi-Fard.

Iran Day

“È possibile un attacco all’Iran?”. C’è chi ne è convinto. Scrivici la tua opinione, anche con un messaggio privato, sarà discussa in diretta con gli ospiti di Iran Day in onda martedì dalle 10:00 alle 12:00 su oltreradio.it

Nel corso della trasmissione interviste esclusive a

Leila Hatami (Attrice iraniana)

e Zahra Mostafavi (Figlia dell’Imam Khomeini)

conducono

Francesco De Leo

(Direttore di oltreradio.it)

Luigi Spinola

(Radio 3 Mondo)

in studio

Lapo Pistelli

(Responsabile Esteri del PD)

interverranno

Michele Bernardini, Pasquale Ferrara, Felicetta Ferraro, Bianca Maria Filippini, Silvia Francescon, Carmela Giglio, Lucia Goracci, Renzo Guolo, Farzaneh Joorabchi, Claudio Landi, Alfredo Mantica, Alberto Negri, Nicola Pedde, Stefano Polli, Luigi Ramponi, Antonello Sacchetti, Natalia Tornesello, Roberto Toscano, Roberto Tottoli, Vanna Vannuccini, Anna Vanzan.

in diretta da:

oltreradio.it – radioradicale.it (audio)

sul canale 808 di Sky e in streaming sul sito www.youdem.tv (video)

in collaborazione con Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”

Parlamentari Iran, il secondo turno

Venerdì 4 maggio si è votato in Iran per assegnare i 55 seggi (su 290) non assegnati al primo turno del 2 marzo. Si votava a Teheran e in altri 32 collegi. Esito scontato? Non esattamente. I media occidentali hanno parlato di sconfitta della fazione di Ahmadinejad, ma non è andata proprio così. I media italiani hanno in pratica ignorato la tornata elettorale.

Ricordiamo che in Iran i partiti politici sono più che altro dei cartelli elettorali e che alleanze e contrapposizioni si rimescolano in parlamento.

Affluenza e propaganda

Per il primo turno la propaganda aveva strombazzato per giorni e giorni l’importanza del voto come risposta “all’arroganza delle potenze straniere”. L’affluenza ufficiale (e sospetta) del 65% venne sbandierata come una grande dimostrazione di consenso. Per questo secondo turno, si è invece scelta una linea di basso profilo. Poche le notizie sui media ufficiali, niente su Press Tv, il sito del canale di Stato in lingua inglese. Per ora  si sa di un 20% di affluenza a Teheran. Dato credibile e assai indicativo della disaffezione popolare nei confronti della classe politica iraniana.

Com’è andata

Il dato più evidente (ma non ai media occidentali) è che non emerge una fazione predominante. Alcuni uomini politici ostili ad Ahmadinejad hanno vinto il loro collegio: Ahmad Tavakoli e Ali Motahari a Teheran, per esempio. Parviz Sorouri invece ha perso. Mantengono il loro posto in parlamento Hamid Rasaei e Mehdi Koochakzadeh, due importanti membri del fonte pro Ahmadinejad. Rimangono fuori anche i candidati vicini al sindaco di Teheran Qalibaf. Molti gli indipendenti eletti.

Sarebbe tuttavia sbagliato ridurre questo secondo turno a un proseguimento dello scontro tra la Guida Khamenei e il presidente Ahmadinejad. Piuttosto, stiamo assistendo a un nuovo rimescolamento delle carte, una fase piuttosto confusa e difficile da decifrare.

Con una battuta, potremmo dire che  gli sconfitti sono molti, mentre non è chiaro chi abbia vinto davvero.

Alcuni degli eletti erano sia nella lista del Jebheh Mottahed-e Osoolgarayan (Fronte di Unità, riconducibile alla Guida) sia su quella del Jebheh Paaydaari-e Enghlelab-e Eslami (Fronte della stabilità della Rivoluzione isalmica, più vicino ad Ahmadinejad). Bizzarro per i nostri canoni politici, non per quelli iraniani.

Un primo importante riscontro degli equilibri si avrà con le votazioni per il presidente del Parlamento. Che sia di nuovo Larijani non è affatto scontato. Anche perché negli ultimissimi tempi i rapporti con la Guida sembrano essersi raffreddati.

Sadegh Zibakalam, analista dell’Università di Teheran, si azzarda a prevedere una maggioranza favorevole al presidente Ahmadinejad.

 

Riformisti out

I pochi riformisti che avevano scelto di non boicottare il voto, hanno perso quasi tutti.  Personaggi come Mostafa Kavakebian, Dariush Ghanbari, Qadratolah Alikhani, e Mohammad Reza Khabbaz, tutti appartenenti al Partito della Linea dell’Imam Khomeini, non siederanno nel nuovo parlamento.

Guida pigliatutto?

Un parlamento diviso è un parlamento debole. Con un presidente a fine mandato. In uno scenario simile, sarebbe la Guida ad avere via libera totale. In politica interna come in politica estera, dove è appena cominciato un dialogo col gruppo 5+1 sul nucleare. Tutto semplice? No. La Repubblica islamica per 33 anni si è retta su un meccanismo di equilibri complicato e mutevole. Non è mai stato – nemmeno ai tempi di Khomeini – il governo di un uomo solo. Qualcuno ricorda che la fine della monarchia cominciò quando lo scià si circondò di yesmen, incapaci di qualsiasi critica. Reza Pahevi perse così ogni contatto con il suo popolo. Forse Khamenei non rischia la stessa fine, ma di certo quella diarchia (Presidente/Guida) che con Khatami e Rafsanjani era più evidente, gli aveva risparmiato un’esposizione diretta e lo aveva in un certo senso  preservato da certi rischi. La presidenza Ahamdineajad e la crisi del dopo elezioni 2009, ha cambiato il carattere stesso del ruolo della Guida. Che è divenuta un attore diretto.  Manca un anno al voto delle presidenziali. Khamenei deve ora trovare un altro interprete per una nuova versione della Repubblica islamica. Dopo la stagione del riformismo di Khatami e quella del populismo di Ahmadinejad, potrebbe essere la volta di una modernizzazione autoritaria. Con l’Iran, mai dire mai.

Intanto in Iran

Una panoramica degli ultimi avvenimenti in terra di Persia. Pochi giorni dopo il vertice di Istanbul sul nucleare, Obama ha dichiarato che terrà alta la guardia sulle violazioni dei diritti umani in Siria e Iran. Un giornale di Teheran sostiene che in un vertice segreto a Vienna, la Repubblica islamica avrebbe già trovato un accordo di massima con l’AIEA. L’Iran lascerebbe attive soltanto 1.000 centrifughe la ricerca;  chiuderebbe la centrale di Fordow; controllerebbe “meglio” le milizie sciite in Iraq; darebbe un sostanziale via libera al cambio di regime in Siria. Obama garantirebbe una graduale diminuzione delle sanzioni e si impegnerebbe a non attaccare militarmente l’Iran. Vero? Falso?

Sul web ha suscitato clamore un video girato durante la visita del presidente Ahmadinejad nella città di Bandar Abbas. Prima un vecchio e poi una donna si sono arrampicati sull’auto del presidente per protestare contro la situazione economica sempre più disperata.

Per la prima volta dall’inizio del suo secondo mandato, Ahmadinejad ha partecipato a una seduta del Consiglio per il discernimento ed è stato fotografato sorridente accanto al grande rivale Rafsanjani . A proposito, cos’è il Consiglio per il discernimento?

Tutto questo e tante altre piccole storie e immagini nello storify che vi proponiamo di seguito. A proposito, cos’è uno storify?

Buoni e cattivi/5

Quanto rimane fresco il ricordo di un viaggio? Quanto tempo abbiamo a disposizione per fissare i momenti, le situazioni, gli incontri ed evitare che la selezione della memoria alteri qualche passaggio importante? Perché qualcosa si perde, è naturale. Ed è anche una fortuna, perché altrimenti di tutti i viaggi ricorderemmo anche le ore di attesa, la stanchezza, il freddo o il caldo. E soprattutto le delusioni. Nulla è più doloroso in un viaggio della delusione che a volte riescono a darti i luoghi in cui eri già stato o in cui sognavi di andare da una vita. E poi il ricordo deve anche sedimentarsi, non è che tutto possa essere sempre narrato in presa diretta.

Uno dei grandi meriti, dei motivi forti che mi legano all’Iran e a Teheran in modo particolare è proprio questa sua ostinata “fedeltà”: riesce sempre e comunque a lasciarti con una dose non indifferente di nostalgia, se non addirittura di rimpianto. Anche quando esci stravolto dall’ennesimo “pellegrinaggio persiano” e non vedi l’ora di salire sull’aereo. È così. Passano giorni, settimane o mesi e ti accorgi che comunque ogni singolo viaggio in questo Paese ti dà sempre qualcosa di prezioso. E qualcosa di nuovo.

Un gelido lunedì di febbraio. Il cielo promette neve. Il bazar di Tajrish è uno dei miei posti preferiti. Piccolo, stretto, affollato, caotico. Molto umano e poco turistico. Nelle curve strette di alcuni punti di questo bazar c’è l’eco di certi piccoli villaggi dell’Iran profondo. I volti contadini sanno di polvere e di fatica, la frutta e le altre cose in vendita riportano a odori e sensazioni antiche e familiari.

Mi ritrovo quasi per caso a fare da guida a un gruppetto di cinematografari reduci da 10 giorni di Festival Fajr: un’americana, un francese di origine marocchina, un’italiana. Il giorno prima sono stati al Grande Bazar e ne sono usciti frastornati. Qui ritrovano una dimensione più umana, più tranquilla. E non andrebbero mai via.

Io invece devo andare verso sud, verso la parte più caotica della megalopoli. Vorrei camminare almeno un po’, ma ho poco tempo e il freddo morde. Le montagne sopra Piazza Tajrish sono nascoste da nubi basse e grigie. In giornate come questa capisci quanto sia duro l’inverno qui e quanto il No Ruz sia importante, proprio come festa che celebra il ritorno della primavera e della vita.

Anche se gli iraniani hanno questa capacità incredibile di farsi scivolare tutto addosso, anche quest’aria gelida che mi paralizza. In tanti vanno in giro senza cappotto, apparentemente indifferenti agli sbalzi di temperatura tra gli interni surriscaldati e le strade sottozero. Qualcuno si mette al volante addirittura con le infradito ai piedi , nonostante stia nevicando.

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Tutto è relativo, o no? Un po’ come la collega russa che si stupisce del mio rammarico per gli arresti domiciliari a Mousavi e Karroubi. “Gli arresti domiciliari non sono niente!”. Certo, chi ha vissuto in Urss prima e nella Russia di Putin poi è abituato a tutto.

O forse siamo noi ad essere abituati ad altro. Me ne rendo conto nel  Museo del cinema, dove un angolo è interamente dedicato a Jafar Panahi, regista di fama internazionale, reduce da mesi di carcere e condannato in primo grado a sei anni di reclusione per “aver agito contro la sicurezza nazionale”. Questa situazione dovrebbe essere un imbarazzo anche per le autorità e per il ministero della Cultura. E invece il nome di Panahi spicca (giustamente) nella prima pagina del catalogo del museo. In questo atteggiamento c’è sicuramente una buona dose di cinico opportunismo da parte del governo, ma anche un fondo di “relativismo iraniano”.

Che probabilmente è l’unico modo per sopravvivere in un Paese che può essere sublime ma sa spesso essere crudele.

 

Parole, parole, parole

È stato un viaggio pieno di parole. Non solo nei giorni del festival, ma anche in quelli successivi. Stavolta la normale propensione degli iraniani al dialogo ha sfiorato la logorrea. C’è più bisogno di parlare, evidentemente. E non solo per lamentarsi. Uno dei momenti più belli di questo viaggio è l’incontro con lo scrittore Mostafa Mastur. Parliamo di letteratura e di traduzioni in una delle librerie di Shahr-e ketab (Città del Libro) – organizzazione che in Iran cura la traduzione e la diffusione di letteratura straniera. C’è stato un equivoco per telefono con Mastur: io avevo capito che l’appuntamento fosse nella libreria di Niavaran, mentre lui mi aspettava in quella di  Bokhara Street. Devo perciò attraversare in taxi oltre 15 chilometri di traffico e sono già in ritardo. È un pomeriggio molto buio e un po’ triste.

In una sala ad anfiteatro ci aspettano un cinquantina di studenti dei corsi a frequenza libera organizzati da Shahr-e ketab. Ci sono studenti universitari e persone di mezza età. Mi chiedono perché sono a Teheran, parliamo all’inizio soprattutto di cinema. Dopo un po’ mi rendo conto che tutti capiscono perfettamente l’inglese e il dialogo si fa più serrato e diretto. Mi chiedono di Pasolini, finiamo col parlare degli ultimi film di Fellini e di Viaggio a Tulum, suo progetto mai realizzato. Un ragazzo sulla ventina mi chiede di Lucio Colletti, vuole sapere se è vero che nell’ultima parte della sua vita si era avvicinato a Berlusconi. Quando gli dico che Colletti è stato senatore di Forza Italia ha quasi un sussulto. Io invece mi chiedo quanti suoi coetanei italiani sappiano chi era Colletti. L’Iran è anche questo. Non solo questo, ma anche questo.

Neve

Quasi d’improvviso il viaggio volge al termine. C’è ancora tempo, ma nella testa l’esperienza si sta concludendo. All’imbrunire ricomincia a nevicare, piano piano, incessantemente. Continua così tutta la notte. Dalla mia finestra a Niavaran vedo i fiocchi in controluce contro i lampioni. In strada quasi nessuno. Ma non è una bella atmosfera. È una nevicata un po’ triste, sembra che i fiocchi cadano quasi per inerzia.

Al mattino seguente nevica ancora piano piano. Poi aumenta d’intensità. Devo raggiungere il centro, ho un appuntamento in Haft-e Tir. Quando salgo sull’ennesimo taxi, viene giù a falde larghe. Adesso sì che è una bella nevicata. Il traffico già lento si blocca quasi completamente. Provo a chiacchierare con l’autista. È contento – dice – che uno straniero che viene in Iran si sforzi di parlare persiano. Alla radio parte Ey Iran, una sorta di inno nazionale ufficioso che ogni buon iraniano conosce a memoria. Nonostante il caos, la neve è riuscita a metterci allegria. Alla fine preferisco rinunciare al mio appuntamento  e scendere dal taxi.

È il regalo che mi concedo in questo ultimo giorno a Teheran. Da Park-e Mellat risalgo a piedi fino a Niavaran, sempre sotto la neve. A metà strada incrocio i ragazzi delle scuole che si prendono a pallate. C’è un’atmosfera piacevole, anche perché si avvicinano tre giorni filati di vacanza. Poi smette di nevicare e comincia uno sgocciolio continuo che mi accompagna nei miei ultimi chilometri di camminata.

Mi aspetta una partenza all’alba, dopo una notte pressoché insonne. Non nevica più, è prevista una giornata di sole. A Roma invece è scattata già l’allerta per la seconda nevicata di questo strano febbraio 2012. E infatti arriverò giusto in tempo per vedere la neve anche nella mia città. Sembra di essere in un romanzo di Orhan Pamuk, con la neve che blocca le persone nelle case.

Il mio volo prevede uno scalo a Dubai. L’aereo è pieno pieno di iraniani benestanti che approfittano del lungo weekend per rilassarsi qualche giorno negli Emirati. Mi ritrovo seduto accanto a 3 ragazzoni in abiti firmati che nelle due ore di volo non faranno altro che mangiare e giocherellare con i loro smartphone.

Sette anni fa cominciai a conoscere e a raccontare l’Iran attraverso i ragazzi di Teheran. Ai miei occhi erano loro la novità “scandalosa” (nel senso pasoliniano del termine) dell’Iran. Molti di loro mi sembrano oggi assuefatti, omologati – tanto per usare un altro termine del poeta corsaro – a un sistema che alla fine concede dei consumi in cambio e nega diritti. Mentre lo penso – prima ancora di scriverlo – mi chiedo se il sistema in cui vivo io sia poi così diverso.

Stavolta lascio l’Iran – questo Paese bellissimo in cui sarò sempre straniero ma in cui mi sentirò sempre a casa – con una punta in meno di ottimismo. Forse dipende dalla situazione internazionale, forse dal fatto che dalla mia prima volta qui ho 7 anni in più. È un distacco morbido. Tra qualche giorno, lo so, starò già pensando alla prossima volta che tornerò in Iran.

5 – FINE